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Eroica Fenice

Come Didone. Viaggio e riparto da me stessa

Come Didone. Viaggio e riparto da me stessa

 
Didone
ha gli occhi fissi sulle onde, quelle stesse onde che riportano simulacri di dèi e reminiscenze di miti troppo lontani da afferrare. Didone ha gli occhi rossi di chi se li acceca con l’incenso del rimpianto e con le lacrime che scottano come la salsedine del lido frigio, le pupille spalancate di chi passa le notti a innalzare altari di fumo per chi non può tornare.
Didone ha le vesti bagnate di mare e bruciate da fiaccole di cera, ha i capelli intrecciati dal mezzogiorno di Cartagine: ogni suo filo tra i capelli è una trama di quella tragedia che ha tracciato sulla propria pelle fenicia, così come aveva tracciato i confini di quella città sfumata all’orizzonte. Dall’alto della rocca, Didone osserva le vele sfidare i flutti, guarda il mare inghiottire il legno delle navi e digerirlo tra le sue mille bocche di schiuma. Le profezie si sono compiute, gli oracoli hanno espresso il loro vaticinio e i fianchi di Didone cedono e si sgretolano, ricomponendosi nella porpora della sabbia fenicia.
Quanti veli avrà stuprato il silenzio di Didone? Quante urla Didone avrà abortito nel suo grembo muto, costretta a urlare nelle voragini della terra? Forse le cavità delle terra avranno accolto le grida strozzate di una donna che non ha più identità né sesso né provenienza, un’apolide costretta a vagare nelle lande della sua disperazione.

Enea è lontano, Enea s’è tenuto stretto la sua pietas, i suoi Penati e la sua missione ispirata dall’alto, Didone pregusta l’alito di ferro della spada e il fumo asfissiante del rogo, Didone diventa virile maneggiando un’arma silenziosa, cercando di sentirsi più vicina a quell’uomo volato verso i lidi italici come un uccello migratore.
Didone non sa più essere una fenice, non riesce più a rinascere dalle stesse ceneri di Cartagine, ma sceglie di far diventare cenere e sabbia il suo stesso corpo, offrendo i suoi seni e la sua bocca all’abbraccio voluttuoso del fuoco, all’amore eterno della pira. Forse gli dèi sanno sorridere, forse nel sorriso degli dèi c’è lo sguardo impassibile di Enea, quell’Enea perfidus, improbus, impius.
Enea ha saputo provare pietas per tutti ma ha abbandonato i letti di Tiro e gli altari di Didone, condannandola a vagare in un incubo lucido e visionario, condannandola ad avere per sempre gli occhi vitrei come una maschera della tragedia. Didone non può aspettarlo, non può rimanere ancorata all’odore di un fantasma, non può tracciare cerchi sul bagnasciuga aspettando il ritorno di un troiano sempre più lontano.

Come Didone, noi non possiamo attendere il ritorno di chi ormai è impossibilitato a tornare: quanti sono scivolati via dalla nostra vita, prendendo il largo del mare e sparendo tra gli anelli di fumo? Quanti amori, amanti, amici, fantasmi e simulacri hanno deciso di uscire di scena e di abbandonarci, lasciandoci stramazzanti nella polvere? Abbiamo provato a trattenerli, a intavolare lunghe suasoriae per convincerli a rimanere, abbiamo elemosinato briciole di considerazione e frammenti di tempo, abbiamo chiesto un attimo in più, per mettere tutto in discussione o per ritrovarci più soli, miseri e patetici di prima.

Come Didone: il viaggio più suggestivo si compie dentro se stessi

Ma come il vento di Cartagine asciuga la rugiada mattutina e infuria le onde scure, così il tempo plasma e modella le anime. Con l’esperienza, ci convinciamo di aspettare qualcuno e invece inseguiamo le orme trasparenti di un ectoplasma, di un fantasma sfigurato dal soffio del tempo. Le persone cambiano, le idealizziamo credendo di poterle fissare per sempre al ricordo che custodiamo gelosamente nella teca della nostra anima, crediamo di poterle incastonare nel vetro immutabile della memoria, invece apriamo gli occhi e scopriamo che hanno già cambiato pelle, le fissiamo negli occhi e scorgiamo un abisso che ci inorridisce. Ci ritroviamo ad abbracciare uno spettro che non esiste più, se non nell’ostinato campo dei nostri ricordi, un campo pieno di illusioni e papaveri rossi come il sangue. Rossi come la porpora fenicia che ha tinto le vesti di Didone sull’alto della rocca e sul litorale desolato. Non farò come Didone.

Ti dirò addio fissandoti negli occhi, specchiandomi nelle tue pupille troppo chiare per riuscire a riflettere ancora le mie, ti dirò addio ricordando il battito d’ali delle farfalle, il volo delle rondini e lo scrosciare del fiume che ci ha unite in un passato troppo lontano per essere reale. Ti libererò dalla teca d’argento della mia memoria, ti lascerò libera di vivere la tua vita e osserverò il tuo viaggio da lontano, come ho fatto in tutti questi anni.
Osserverò l’alone sbiadito della nostra vecchia amicizia che ormai non esiste più e ti libererò dalle trappole della mia mente, soffierò sul tuo ricordo e lo bacerò come la più materna delle madri, perché l’ho partorito e l’ho nutrito io, e lo renderò impalpabile come la pioggia sottile che ci bagnava nell’estate di quando eravamo bambine.
Ti guarderò andare via, e ti augurerò buona fortuna. Smetterò di odiarti per il troppo affetto, non posso tenere ancorata al mio petto una persona che non esiste più e che non può tornare. Mi siedo sul litorale, guardo la tua piccola nave uscire via dal cancello della mia mente, guardo la tua barchetta scivolare via dal perimetro dei miei occhi, ti osservo mentre solchi l’orizzonte e spieghi le vele verso qualcosa che non mi è dato sapere. Ti saluto guardandoti con gli occhi pieni di fiume e di amore: il mio atto d’amore più grande è stato quello di lasciarti andare via da me.

Mi volto, non rimango sugli scogli a seguire il tuo viaggio. Ho deciso che dalla schiuma della tua nave in partenza nasceranno tante farfalle. Non mi consegnerò alla morte dell’anima come Didone, ma inizierò a volermi più bene e a rifiorire come la polvere rossa che disegna nuovi colori tra la spiaggia e le conchiglie.
Nessuna pira, spada o rogo per me. Nessuna attesa straziante, nessuno struggimento. Nessun pianto, nessuno schizzo di sale. Sono il mare, la nave, sono il legno delle barche e la schiuma che ride tra mille denti di sabbia e granelli di rugiada. Sono il viaggio di carne che percorre ogni centimetro del mio corpo, sono la meta del mio stesso peregrinare, sono Cartagine e sono Tiro, sono fatta di porpora e di abissi, i miei occhi stillano cristallo nuovo.

Mi volto e mi giro verso il mio nuovo viaggio, il più bello e il più avventuroso: il viaggio dentro me stessa, nei miei abissi e nei miei meandri di corallo.
Da sola e libera, libera finalmente dal sale ingombrante del passato.