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Eroica Fenice

Dietro questa nebbia

« L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

 (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

 

Capita, a volte, che qualcuno si perda.

Viviamo nel mondo delle false promesse e del disincanto, ascoltiamo affascinati le storie del passato e perdiamo, oggi più che mai, la speranza che il futuro possa riservarci una meta e un approdo sicuro.

Ascoltiamo chi dice, da perfetto oratore, di voler aiutare il Paese e di avere scarpe ed abiti nuovi da dare a  tutti coloro che, per troppo tempo, hanno camminato a piedi nudi.

A malincuore abbandoniamo, alle prime luci dell’alba, il nostro letto per onorare un lavoro che ci dia la possibilità di portare, alla fine del mese, qualche spicciolo nelle nostre case.

Trascorriamo i giorni, le settimane ed i mesi cercando di apprendere le nozioni di un libro, con l’aspettativa che lo studio possa aiutarci a realizzare un sogno, un’ ambizione, una lontana aspirazione.

Viviamo nell’attesa continua di un cambiamento e nella speranza che un giorno qualcosa possa appagare ogni rinuncia.

Qualcuno, a volte, si arrende.

Se pensiamo agli anziani che si trovano, d’improvviso, proiettati in questa realtà “tecnologica” fatta di cellulari e motori di ricerca, di sms e di asfalto, non possiamo far altro che provare un po’ di tenerezza guardando i loro volti stupiti.

Non illudiamoci, il mondo ha bisogno del progresso; quel che conta però è che l’“antico” non sia sostituito col “decadente” e che il valore di un sms non sia paragonato a quello di una lettera scritta a mano.

In questo caos, che spesso ci disorienta, possiamo però allontanare quell’ombra di pessimismo che spesso si vede nei volti di chi, per le strade, ci passa accanto e possiamo guardare oltre quello che vogliono farci vedere.

Possiamo accogliere tutto indistintamente e accontentarci di quello che ci capita, possiamo gettare la spugna e rimanere schiavi di un sistema ormai fin troppo corrotto e scegliere, addirittura, di farne parte, oppure possiamo e dobbiamo, nel nostro piccolo mondo quotidiano, fare la differenza.

Penso a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone che, per l’inviolabilità di un ideale, hanno lottato fino alla fine. Penso a Gandhi che, nella semplicità e nell’umiltà della sua esistenza, ha dedicato la vita alla ricerca instancabile di pacifismo e verità ed ha colto e diffuso, con l’esempio, l’essenza del suo messaggio: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Non è facile capire in cosa credere e imboccare una strada senza pensare a cosa ci riserverà, ma il saper riconoscere il “degno” è il primo passo per non sottostare a certe vane voci.

Abbiamo bisogno di concretezza, di persone che sappiano rimboccarsi le maniche e che cerchino di conquistare il loro posto nel mondo, senza intrighi e senza favoritismi. Abbiamo bisogno di persone che mostrino a coloro che pensano di non farcela la forza di coloro che sanno cosa vogliono e combattono fino alla fine per ottenerlo.

Non si tratta di utopia o dell’inutile vagheggiare di chi ha bisogno di aggrapparsi ad un miraggio poiché la storia ci propone continuamente i volti di chi non si è arreso mai.

Penso al ’68, penso a quel “Rivoltoso sconosciuto” che aveva avuto il coraggio di urlare “Andatevene!” opponendosi, nel non così lontano 1989, al passaggio di quel plotone in Piazza Tienanmen. Penso ad un’idea giusta e al diritto di poter scegliere o almeno di lottare per non arrendersi, per non accontentarsi.

Si può davvero vivere con il rimpianto di non averci provato con tutte le proprie forze e fino alla fine?

Sono convinta, e qualcuno di più autorevole lo è stato prima di me, che esiste in questo mondo qualcosa che “non è inferno” e che abbia il diritto di avere uno spazio ed una voce forte ed autentica.

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