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Eroica Fenice

Foglie sulla terra, polvere sull’asfalto

Lo sai che le foglie non cadono sull’asfalto?

Si può vivere senza veder cadere foglie dai rami?Vivere a Napoli è un po’ come stare a teatro. Scosti la tenda della camera e si apre il sipario. Ti affacci al balcone e ti ritrovi sulle balconate più alte del San Carlo. In scena c’è sempre tanta gente: tutta la gamma di personaggi, quelli già noti e scandagliati, e persino quelli che nessuno ha mai ancora inventato. Perché la realtà, si sa, supera sempre la fantasia.
Lo spettatore che vive nel palazzo accanto è un vecchietto, che non si muove da quella casa al quarto piano da anni, ormai. Ogni mattina, alle ottoequarantacinque, quando la città, che ha aperto gli occhi da poco, si stiracchia, lui si siede in prima fila e, mentre mangia con calma la sua banana giornaliera, osserva. Ancora in pigiama e con gli occhi malinconici. Osservare gli attori muoversi da una parte all’altra, urlare tra loro, abbracciarsi, lo fa sentire uno di loro. Se è uno di loro, è anche lui un attore, sebbene in disparte. E se è un attore, allora anche lui è vivo, sebbene in disparte.

Sembra una vita monotona, ma non lo è. Le storie non sono mai le stesse, i personaggi nemmeno. Le tragedie si alternano alle commedie. Se si è fortunati si assiste anche a un’opera lirica. Ci si commuove, ci si arrabbia. Si ride spesso. Si piange ancora di più. La funzione catartica dei drammi è valida anche all’aperto. Anche qui.

Insomma, il vecchietto ride e piange come fosse vivo. Eppure, fuori da quella piazza che è il suo teatro, fuori da quella piazza che è la sua vita, è già autunno. Fuori è autunno, ma lui non lo sente. Non può sentirlo, perché le foglie secche non cadono dal cielo come pioggia e, in ogni caso, non fanno rumore. Certo, sa che è novembre. Perlomeno, così dicono in televisione e lui ci crede. Sa che l’estate è finita da un pezzo, anche se il sole torna spesso a riscaldargli le guance e a offuscargli gli occhi ormai avvolti dalle rughe. Sa che presto tornerà la pioggia e lui dovrà starsene dietro i vetri sporchi a spiare il mondo che passa. E sarà subito inverno. Ma l’autunno?
Giù, vicino alla panchina, c’è un vaso con un sempreverde. Uno di quelli che cadono in strada al primo diluvio, ma tanto poi c’è sempre qualcuno che li rialza. È lì da mesi, forse anni. Sempre lo stesso. Il vecchio lo guarda e poi tocca i suoi capelli, bianchi più della neve. Per lui è già inverno.
Quando è successo? Che ne è stato dell’autunno? Nel suo teatro c’è tanta vita, c’è tanto mormorio, tante risate. Ma nessuno parla col vento e con la terra. Le foglie sono le sole a portare agli uomini la loro voce. Quando tremano verdi sui rami, quando invecchiano e diventano rosse e infuocano l’animo più del sole a mezzogiorno.
Ma sono solo le ottoequarantacinque del mattino. Oltre al giallo di un sole tiepido e delle banane, delle foglie rosse non c’è neppure l’ombra. Dell’autunno nemmeno. La terra non ci parla. Il vento sussurra solo un po’. Il vecchio spettatore non riesce a sentirlo. Gli attori che urlano tra loro, ancor meno. Le macchine, poi, fanno troppo chiasso.
C’è davvero vita se la terra non ci parla, se noi non parliamo con la terra?
Se fosse tutta una farsa? La piazza, le case, le strade.
Se fosse tutto un teatro? Le persone, le cose, le parole.
Fuori è autunno. Fuori ci sono le foglie che nascono e muoiono. Fuori c’è vita.
Qui dentro c’è solo un gran baccano. Si può vivere senza veder cadere foglie dai rami?

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