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Eroica Fenice

Gioia: la molla della natura eterna

«Amici, non queste note!

Piuttosto, intoniamone altre,

più grate e gioiose.

Gioia!

Scintilla divina,

ebbri e ardenti noi entriamo

nel tuo tempio.

Tutti gli uomini divengono fratelli

dove la tua dolce ala si posa.

Gioia bevono tutti gli esseri

dal seno della natura;

Lieti, come i suoi astri percorrono

la splendida volta del cielo,

seguite, fratelli, il vostro cammino,

gioiosi come l’eroe verso la vittoria.

Abbracciatevi, moltitudini!

Un bacio al mondo intero!

“Gioia” è la forte molla

che sta nella natura eterna » (…).

Negli ultimi anni della sua vita, sordo e isolato dal mondo, L. V. Beethoven, lungi dal perdere le sue doti di compositore, ma vistosi prodigiosamente accrescere il suo potere creativo, completa l’ultima, grandiosa “Sinfonia corale”, una delle composizioni più straordinarie di tutta la storia della musica. Includere un finale corale, trasponendo musicalmente l'”Inno alla Gioia di F. Schiller, rispondeva all’intima esigenza di formulare un aperto invito alla fratellanza universale; ed infatti, l’ode “An die Freude” è una lirica che celebra l’essenza della gioia non come semplice spensieratezza, ma conquista dell’uomo attraverso un graduale percorso di affrancamento dal male. 

In costante ribellione, come il fuoco sempiterno che, in un’epoca tragica, trasforma il sognatore in tenace lottatore, Hermann Hesse fa sue queste parole. Gli anni della collaborazione col Simplicissimus bavarese, la trasgressiva rivista satirico-politica, sono densi di frecciate al militarismo prussiano; ma con l’inizio della guerra, trasformatosi il giornale in convinto strumento di propaganda patriottica, l’audace Hesse affida le sue convinzioni alla Neue Zürcher Zeitung, pubblicando il suo più conosciuto articolo contro la guerra: “O Freunde, nicht diese Töne!” , “Non questi toni, amici!”, adottando nel suo appello il motto di Beethoven. “La cultura umana è frutto della sublimazione d’impulsi animaleschi in spirituali per opera della vergogna, della fantasia, della conoscenza. Che la vita valga la pena di essere vissuta, ecco il contenuto ultimo e la consolazione di ogni arte, ancorché a ogni esaltatore della vita tocchi pur sempre di morire. Che l’amore sia superiore all’odio, la comprensione superiore all’ira, la pace più nobile della guerra, è cosa che proprio questa nefasta guerra mondiale deve insegnarci, marchiandocene più profondamente che mai.”. Parole di riflessione e conforto che suscitano una tempesta d’indignazione: l’intera cultura occidentale, nella quale ha creduto, è in declino. La sua amarezza sfocia nella costruzione di “Steppenwölfe” , vaganti “lupi nella steppa” divisi tra l’istinto e l’intelletto, al di fuori delle regole vigenti, pieni, al contempo, di materia esplosiva e desiderio di legami imbevuti di poesia. 

Perché pensare a noi stessi come ad esseri separati dal mare, dal vento, dalla barca, dal compagno, rubandoci salvagenti, tradendoci? Cosa abbiamo fatto alla relazione che ci trascende e ci sostiene? Tutte le volte che vogliamo imporre la nostra cosmovisione all’altro, tutte le volte che approfittiamo di circostanze esteriori per conquistare una situazione di privilegio, tutte le volte che ci lasciamo condurre dall’egoismo, dall’intransigenza, dal bisogno di potere, perdiamo l’opportunità di essere esseri umani, di dipingere il nostro capolavoro che si espande nel mondo. Non ci sono né vincitori né vinti, mai. Ci sono solo uomini e donne che desiderano, sognano e continuamente tradiscono ciò che in loro deve essere coltivato, protetto.

Ogni possibilità accartocciata via è un buco nel cuore dell’Uomo e del Creato. 

Gioia: la molla della natura eterna

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