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Eroica Fenice

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

Nella sua forma originaria Yohsifyàh, contiene in sé il nome divino, Yahvè. L’abbreviazione, diffusa nel mondo antico e giunta a noi dal latino volgare Ioseppus, deriva dall’ebraico Yohsèf, dal verbo yasàf e significa «Colui che aggiunge»

Artigiano per la gente umile, che cosa aggiunge Yosef? Erri De Luca ha sparso in più luoghi dei suoi brani alcune chiavi di lettura, che ne delineano un ritratto al contempo vigoroso e delicato. 

Yosef aggiunge la sua fede. Nessun vangelo afferma che era anziano, dunque, possiamo immaginarlo giovane e innamorato. Matteo scrive che sognò un angelo e lo ascoltò parlare: “Non avere paura di sposare Maria, la tua promessa”. Fu così che divenne eroico: lui CREDE alla versione che gli dà Maria della sua gravidanza, inverosimile e come tale bisognosa di fede ed entusiasmo per essere creduta. Nelle Sacre Scritture esiste una “Legge delle gelosie”, per un marito che dubiti della fedeltà della propria moglie: Giuseppe rifiutò di ricorrervi. Fu solo nella sua battaglia, nonché audace ad accollarsi il biasimo sicuro della gente di Nazaret. Di fronte alla comunità, difese la sua donna ed accettò di sposarla gravida dell’annuncio di un angelo venuto a lei col maestrale di marzo. 

Yosef aggiunge il suo matrimonio: si fa sposo secondo di quella ragazza e, così, la salva dai sassi della legge. Giuseppe non toccò Maria per la durata della gravidanza: fu dolce anche nella premura di un’astinenza. In inverno, con lei incinta dell’ultimo mese, affrontò il viaggio verso la Giudea, per obbedire al censimento voluto dai romani; un cammino di giorni e notti in ricoveri di fortuna.

E poi continua ad aggiungere. Di quel figlio non suo, fu padre in pieno. Lo iscrisse all’anagrafe ebraica nella sua discendenza, che passava attraverso l’antenato Davide, primo re d’Israele in Gerusalemme: Yeshua, Gesù, figlio di Yosef; gli insegnò il mestiere e ne fece un falegname. Ma quel figlio doveva staccarsi da lui, dal luogo e dal lavoro ereditato. Giuseppe non lo trattenne: seppe uscire di storia quando quel giovane uomo andò via dalla sua casa, per compiere la sua missione. 

Il poeta tedesco Rilke, immaginandosi l’incontro di Maria con l’angelo, fa pronunciare a questi un magnifico verso: “Io sono il fiore, ma tu sei la pianta”. All’interno di questa metafora botanica, Yosef è molto più di un fiore: è la terra, che abbraccia le radici di quella pianta e, impedendo alla legge di estirparla, la nutre e la rende capace di dare frutto. Senza di lui questa storia non sarebbe possibile.

Giuseppe ha diritto di prestare nome alla festa dei padri: ha scelto di sposare un mistero ed esserne padre. Raffigurato anziano, è comunque giovane, innamorato e valoroso; “santo” è un attributo che aggiunge poco alla sua integrità. Ogni padre deve custodire in sé un Giuseppe, puro e devoto all’amore. Tenace nelle sue scelte, affronta i sentieri impervi, toglie le spine, pota i rami secchi, con la pialla smussa le asperità del legno, sforna il pane della semplicità e del rispetto, versa il vino dell’unione e della comprensione. Costantemente fedele a chi ha nel cuore, accoglie, riscalda, protegge: Giuseppe è sposo, Giuseppe è padre. 

Lo è anche il mio.

È la terra.

SEI la terra, che mi nutre. Le mie radici da te assorbono linfa.

A te dedico queste righe, sul tuo nome: a te che sei il mio vagabondo delle stelle, l’uomo che porto sotto la pelle.

Giuseppe: «Colui che aggiunge»

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