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Eroica Fenice

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Guernica. Cosa abbiamo fatto?

Quando il maggiore dei miei nipoti guardò quel quadro, la Guernica, con gli occhi di un uomo erano passati più di settantacinque anni.

È andata così. All’epoca ero un ragazzetto tutto fare. La strada era la mia casa e il figlio del panettiere l’unico amico che ho avuto nella vita. Me ne andavo in giro con la borsa a tracolla marrone che una volta era stata di mio padre, la stessa che mia mamma aveva più volte rattoppato per me.
Mia moglie, la donna che mi ha reso felice per 56 anni, l’avrei incontrata di lì a poco seguendola, per le strade della città ogni domenica prima della messa e tutte le mattine dal fornaio, con la ridicola scusa di parlare con Andres, quell’amico che da grande sognava di fare il panettiere e guardava con occhi sognanti farina e briciole.

“Vorrei una moglie e sette figli” – mi diceva – “solo che nessuna mi piglia se non mi imparo il mestiere”. Aveva abbandonato la scuola da un po’, non parlava benissimo. Non parlava benissimo neanche mia mamma ma, come diceva sempre il mio vecchio, l’importante è farsi capire. Mio padre, come mio nonno e come il padre del padre di mio nonno, aveva un pezzetto di terreno fuori città. La sua sveglia suonava sempre all’alba e col carretto e il cavallo andava a guadagnarsi il sollievo della fatica che per lui era il solo scopo di stare al mondo. “Non fare il mio mestiere, figlio” – aveva sussurrato qualche volta quando aveva la faccia più invecchiata del solito – “tu devi far credere agli altri che sei il migliore anche se non lo sei”.

Caro padre, ci ho provato tutta la vita e se non sarò stato il migliore di tutti forse qualcuno lo avrà creduto. Lo avrà creduto quell’americano che giocava a carte con quei signori barbuti della cantina a est di Guernica pensando che un giorno, imparando da loro, li avrei superati nel gioco. Non ho mai vinto una partita eppure quei soldatini che conoscevano la guerra più di me dovevano averne perse così tante che forse il gioco era l’unica vittoria che non faceva male.
“It’s very tragic” mi ripetevano sarcasticamente quando cercavo di imitare inutili strategie di gioco, quando Guernica era l’unico posto che conoscevo e la mia vita era ancora prosieguo d’infanzia.
Ho un ricordo sfocato di quegli anni, scolorito è stato il peso della sopravvivenza.
Andres era in via Arbola il 26 aprile, in via Arbola morì.
Non ci fu mai un panettiere in via Arbola, non ci fu mai altro amico.

“Nonno, ho visto questo quadro sul libro di storia.”
L’ha fatto, per Guernica, Picasso. Sarà del ’37 o forse del ’38, sono vecchio per ricordare le date.”
“Questo pittore, ci hanno raccontato stamattina a scuola, ha detto che siamo stati noi a fare questo. Che abbiamo fatto, nonno?”
“Il terribile errore di doverci per sempre ricordare che da certi luoghi del passato non si torna indietro mai, figlio mio”.

[Un racconto per non dimenticare: Guernica è il nome della cittadina spagnola che, il 26 aprile 1937 durante la guerra civile, subì un bombardamento tra i primi e i più duri della storia messi in atto dalla Legione Condor. Picasso, dichiaratosi favorevole al governo repubblicano, rappresenta con la Guernica, visione drammatica di corpi stravolti, un momento di dolore e di collera. Un capolavoro che, attraverso l’arte pittorica, testimonia uno smisurato giudizio morale che, come pugno teso verso il cielo, condanna la barbarie di Guernica e la guerra, tragica regressione umana. Simbolo di pace è l’albero di Guernica (Gernikako Arbola) da cui deriva il titolo dell’omonima canzone: Noi non vogliamo guerre, che ci possa essere per sempre pace.]

-Guernica. Cosa abbiamo fatto?-

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