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Eroica Fenice

Il trauma dei genitori: “Voglio fare la scrittrice”

“Mamma, papà, voglio fare la scrittrice.”

Silenzio.

Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.
[…]

Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.

Orlando Furioso, L. Ariosto

Ludovico Ariosto aveva fatto fin dalla giovinezza dell’ otium letterario la sua vita o, almeno, sperava che la società gli permettesse di farlo, laddove avesse ritenuto utile la sua arte.

Così, ahimè, non è stato, e lo so bene io che da bambina ho chiesto ai miei per Natale una macchina da scrivere e da grande un appoggio per la scelta universitaria.

Così, ahimè, non è stato.

In un’epoca come la nostra dove lo studio è mezzo e mai fine e dove l’obiettivo è  un lavoro che serva da sostentamento e come fonte di guadagno, io non mi ritrovo.

Ho sempre condiviso la teoria senecana dell’ otium finalizzato all’arricchimento culturale; ho sempre dato cura al mio cervello affinché non morisse di fame.

Ma se di fame morisse il corpo?

Lo stesso Ariosto, diventato uno dei miei modelli di vita, non si nutrì solo di “Orlando furioso” né di “Cassaria”, ma spesso accettava gli incarichi più disparati e non mancò di certo l’elogio dell’illustrissimo cardinale Ippolito D’Este, a cui è dedicata l’opera più famosa dell’autore. Peccato per la spregevole indifferenza.

E qui casca l’asino.

Viviamo in un’epoca di superlavoro e di sottocultura; un’epoca in cui le persone sono talmente laboriose da divenire completamente stupide.

Oscar Wilde

Perché Ariosto ha sentito la necessità di dedicare la sua opera maggiore a chi la disprezzava e perché mai Virgilio si è lasciato persuadere dall’imperatore Augusto a scrivere di lui nell’”Eneide” se non per accrescere il prestigio del potere, che ancora una volta ha messo la mano su qualcosa di puro e l’ha usato a suo piacimento?

Eppure, forse, tutto questo pessimismo sul binomio arte-potere non è poi così opportuno. Se per potere si intende la crescita dell’economia, della società, della cultura e dei costumi di un popolo.

Allora assume una forma diversa tutta l’arte nella sua omogeneità, nella sua forma  che aiuta a crescere, a formarsi, ad evadere e arricchirsi.

Allora assume la forma del paradosso il lamentarsi di un uso improprio di un’arte che si vuole far diventare lavoro.

Ma cosa vuole dire “fare arte”?

Ho sempre sostenuto con così tanta forza la volontà di fare dell’arte “l’uso perfetto di uno strumento imperfetto”, come scrive Wilde che illustra come meglio si può la mia considerazione per qualcosa tanto disprezzato quanto amato.

Stare a pezzi nel vedere la tristezza negli occhi di tuo padre all’annuncio “Papà, voglio iscrivermi a lettere” e sentire, con la volontà di non ascoltare, i commenti sprezzanti sulla mia scelta da parte di gente che ha capito tutto della vita è un passo decisivo per giungere alla consapevolezza che “tutta l’arte è completamente inutile”.

Proprio così, signori!

“Ma come” -qualcuno sussurra- “che senso ha scegliere per il proprio futuro qualcosa di completamente inutile?”

Ce l’ha. Quando l’ingegnere si siede sulla sua poltrona in arte povera tra le mura di una casa che ha l’odore del sacrificio e dello studio e apre un libro, tocca la carta e ne annusa il profumo, il senso è là, in un miscuglio di sensi, nella lettura, nel fuggire via dai conti e dal lavoro. 

Quando apre un giornale per informarsi sul mondo. La stessa sensazione, gli stessi sensi, lo stesso odore che non ha nulla a che fare con la carta, vecchia, nuova, usata, strappata. E’ l’odore di chi scrive, un profumo di piacere misto al puzzo delle preoccupazioni, delle critiche, della paura e di un futuro incerto.

Tutto questo, signori, tra una soddisfazione senza guadagno e il desiderio di un futuro migliore; proprio questo è racchiuso in un’arte senza futuro, senza la quale -però- un futuro non si immagina.

Il trauma dei genitori: “Voglio fare la scrittrice”

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