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Eroica Fenice

Il Vomero che non riconosco più

Osservazioni di una napoletana che passeggia per il Vomero: uno, due, tre passi: un bar. Dieci metri più avanti: un altro bar. Cinque passi, un pub. Venti metri: un negozio di parrucchiere. Ancora la stessa sequenza: bar, pub, parrucchieri. Bar, pub, parrucchieri, intervallati da beauty farm e centri scommesse. È questo il quartiere che non riconosco più, specchio di una città che cambia faccia inesorabilmente.

Fino a qualche anno fa, il Vomero era pieno di cinema, ditte di abbigliamento storiche, botteghe sfiziose, grandi bar con tavolini eleganti posti lungo la strada, golose rosticcerie e negozietti al dettaglio. E ora?

Laddove sorgevano cinema, ci sono supermarket. Se qualcuno dovesse mai avere la malsana idea di voler andare a vedere un film non proiettato in una delle sale superstiti del Vomero, dovrà recarsi in quel di Fuorigrotta, stando bene attento ad evitare la concomitanza con le partite del Napoli, il traffico, le malfunzionanti emettitrici di grattini, gli attivissimi parcheggiatori abusivi e i sempreverdi ladri di stereo.

Librerie: queste sconosciute. Dov’ è finito quel tipico odore della carta stampata che ci accoglieva all’ingresso delle grandi librerie vomeresi, piene di quei libri da sfogliare e amare, che ci seducevano dagli scaffali e che sceglievamo solo in base alla copertina che più ci piaceva?

Capitolo pub e ristoranti: tralasciando la dubbia provenienza dei fondi con i quali tali attività vengono aperte, non ne ho viste mai così tante e così ravvicinate nemmeno nelle grandi capitali europee che ho visitato.

Ormai nuove certezze fanno parte ormai del mio spirito partenopeo: per le vie di Napoli non si morirà mai di fame e di sete. Se, in preda ad un’urgenza da caffeina, dovessimo incappare in un bar troppo affollato per i nostri gusti, basterà fare cinque passi per ritrovarne un altro con tanto di tavolini all’aperto (tutti occupati). Se fossimo pervasi da un’irrefrenabile voglia di patatine fritte, non c’è problema: noi, patria di pizza, zeppole e panzarotti, stiamo facendo delle chips il nostro tipico cibo da passeggio. Ancora, non correremo mai il pericolo di non trovare aperto un negozio di parrucchiere a trenta centimetri da casa nostra, inspiegabilmente affollato nonostante la tanto paventata crisi economica. Per un’unghia sfaldata c’è un centro estetico proprio sotto il palazzo e se dovessimo aver bisogno di un po’ di relax, ecco una beauty farm pronta ad accoglierci a prezzi alti o altissimi. Se poi desiderassimo scegliere un libro, basta spostarsi in altri quartieri, andare su internet o virare addirittura su un e-book.

La realizzazione di questi nuovi scenari commerciali è sicuramente frutto della globalizzazione imperante nonchè dell’incontro fatale della legge della domanda e dell’offerta: se oggi i patatinari la fanno da padrone, domani i venditori di locuste affumicate spopoleranno in città in virtù delle nuove mode culinarie esportate da non so dove. Nella speranza nostalgica ed amara che per SPA non si intenda solo un centro benessere e che non si associ la teoria delle maschere di Pirandello ad un nuovo trattamento viso nato in una beauty farm del Vomero, non mi resta che passeggiare per le strade della mia città. Bar, pub, parrucchieri. Ed ecco nell’aria l’ennesima zaffata di quell’ insopportabile odore di frittura mista a salse speziate che si diffonde per le strade Napoli.

il Vomero che non riconosco più- Eroica Fenice

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