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Eroica Fenice

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La clessidra

Ero sulla barca a circa cento metri dalla baia.

Il proprietario dell’albergo, in una lingua a metà tra inglese e spagnolo, mi aveva chiesto di fare attenzione perchè era la barca del suo bisnonno ed era arrivata fino a lui.

Era una barca da pescatore in legno dipinta di bianco e rosso, con due remi tanto vecchi che con una remata un po’ più forte rischiavano di spezzarsi.

Mi fermai appena dopo l’arco naturale formato dai promontori che racchiudevano la baia. Dietro di me c’era la spiaggia incantevole e deserta e l’albergo alla destra, incastrato tra le rocce. Era vuoto ma era bello. Più in alto la montagna si ingrandiva e si intravedeva appena l’unica stradina sterrata che portava alla baia: una sottile linea grigia in mezzo al verde foresta. La spiaggia e l’acqua erano una cosa sola, l’azzurro più trasparente che potessi immaginare che contrastava il bianco pulitissimo della sabbia. Rifletteva sul mare la perfetta composizione di colori del tramonto che mi incantava. Davanti c’era la barriera corallina che presentava il sole più grande che avessi mai visto, che sembrava sbirciare dall’orizzonte quel mare riposante e sconfinato. La baia era isolata e ovunque io guardassi v’era solo oceano.

Charles Brown suonava e cantava dalla radiolina una perfetta Black Night: lanciai la canna da pesca, aprii una birra, mi accesi una sigaretta e fumavo e bevevo in attesa di qualche pesce che abboccava.

Avevo trovato finalmente la pace.

Non sapevo cosa significasse.

Pace mia, interiore. Senza agglomerati di tempestosi pensieri nella testa.

Non era un brutto periodo, ma semplicemente strano. I periodi strani non sono sempre brutti. Portano a dei cambiamenti, però. E i cambiamenti molto spesso possono risultare negativi. Ci vogliono un paio di giorni per capire che in realtà i cambiamenti fanno sempre bene. La vita è breve e non bisogna far sempre le stesse cose.

Mi erano capitate due cose che avevano reso quel periodo abbastanza strano.

Ad essere sincero ho avuto anche un po’ paura.

Capita a molti di aver paura di non farcela.

Il tempo e la clessidra

In quel periodo ricordo che restavo sul divano a guardare la clessidra e avevo paura di non farcela.

Ho una clessidra in vetro con il rivestimento e i manici d’argento sul tavolino davanti al divano. Una di quelle che regalano alle feste o ai matrimoni. Non è più alta di dieci centimetri e la sabbia bianchissima impiega circa cinque minuti a scorrere tutta.

Ricordo che in quei mesi restavo molto tempo ad osservare la sabbia che scorreva. La osservavo e riuscivo quasi a fissare ogni singolo granello.

Fissavo la clessidra perchè pensavo al tempo.

A volte è poco, a volte è troppo. A volte ci sfugge di mano senza che ce ne accorgiamo e altre volte riusciamo ad appropriarcene anche se non c’è bisogno di farlo.

È la misura che fa sì che le cose non accadano tutte insieme.

È capace di rendere una cosa prima brutta, poi bella, poi superata e poi romantica.

Scorre più velocemente o lentamente ma riserva a tutti la stessa fine.

La clessidra in quel periodo mi faceva credere che il tempo, a me, stava scorrendo troppo in fretta e me n’era rimasto relativamente poco. Non ero malato o anziano. Ero giovane, avevo vent’anni ed ero in salute, ma sembrava che il tempo mi scivolasse dalle mani. Volevo fare ancora tante cose, volevo conoscere ancora tante persone e volevo provare ancora tante emozioni che non avevo mai provato.

Ma mi sentivo ingabbiato dal tempo. La sabbia nella clessidra scivolava sul vetro troppo velocemente.

Mi sembrava di avere poco spazio in cui muovermi. Le ore duravano di meno e faceva prima buio. Non volevo andar a dormire presto la sera e non volevo svegliarmi tardi la mattina per fare delle cose. Volevo fare tante cose e poi finivo per non fare niente e per sedermi di nuovo sul divano a fissare quella clessidra.

Il tempo mi aveva messo in trappola e non riuscivo più ad uscirne.

Le due cose che potevano liberarmi non le avevo più e allora era cambiato tutto. Cominciavo a capire che il tempo è la forza che più di ogni altra ha la capacità di cambiare. Stava cambiando qualcosa nella mia testa e non stava cambiando in negativo. Era semplicemente diverso da quello che prima credevo giusto. Non era sbagliato. Era diverso dal giusto o giusto in maniera diversa. 

E io però dovevo reagire bene.

Così ho iniziato a capire come rallentare il tempo.

Ho fatto cose e conosciuto persone. Il tempo cominciava a starmi dietro. Ho capito come gestirlo, ho capito cosa riesce a cambiare e cosa invece lascia immutato, per sempre.

Ho capito quante cose dovevo ancora fare e ho capito quando farle e come farle. Ho capito quali farle in fretta e quali farle con più calma.

Ho imparato anche a crearlo, il tempo. Ho fatto cose che non pensavo avessi il tempo di farle.

Il tempo ora era dietro di me e si comportava secondo le mie scelte. E anche se le sbagliavo e il tempo prendeva il comando su di me, riuscivo a farmi forza e a correggermi, tornando di nuovo davanti.

Avevo capito che avevo il tempo di fare tante, forse troppe cose. E allora dovevo farle bene, tutte. Altrimenti la sabbia nella clessidra tornava a scorrere veloce.

Guanacaste, 1952