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Eroica Fenice

Il lento viaggiare nel mare di Istanbul

Il lento viaggiare nel mare di Istanbul

Per chi come me è nato e cresciuto su un isola, il mare assume un significato particolare: attraversarlo non significa soltanto spostarsi tra due punti geografici più o meno lontani, ma significa lasciare la propria casa, la propria terra. Non è come prendere una macchina o salire su un treno, anche se per migliaia di chilometri. Il mare segna un confine geografico netto, senza vie di mezzo: o sei dentro o sei fuori; circonda tutto ciò che ti ha cresciuto e ha formato la tua personalità.

Da quando vivo a Napoli mi capita spesso di attraversare il mare. Non con un aereo, che a tutta velocità ti porta a destinazione senza lasciarti il tempo di concepire lo spazio che stai attraversando, ma con una nave, lentamente, cosicché il viaggio diventa molto più affascinante e per certi versi malinconico. Lasci il porto di Cagliari e, man mano che ti allontani, riesci ad abbracciare tutta la città con un solo sguardo, poi, pian piano, la città diventa sempre più piccola, fino a scomparire del tutto, insieme alla terra, e a lasciarti circondato da un’infinita distesa di blu fino a quando, la mattina successiva, vedi di nuovo la terra, vedi di nuovo la città; ma sono un’altra terra e un’altra città, che puoi amare tanto quanto ami quelle da cui sei partito, ma rappresentano comunque un netto distacco da ciò che hai lasciato il giorno precedente.

Istanbul e/è il mare

A Istanbul, il rapporto col mare è molto diverso da quello di un isolano. Così come Napoli, Marsiglia, Barcellona, è il mare ad aver forgiato la città, ad averla fatta nascere e crescere, ad averle concesso di essere attraversata e modellata da una miriade di popoli e culture differenti. Tra Asia e Europa, tra Mar Nero e Mar Mediterraneo, divisa in due da un grosso canale d’acqua salata, ha rappresentato per secoli, e ancora oggi rappresenta, il cuore pulsante di una fitta rete di scambi di merci e culture, di persone e di idee.

Ma ad Istanbul attraversare il mare non significa lasciare la propria terra. Ad Istanbul attraversare il mare su una nave, passare da una sponda all’altra del Bosforo o del Corno d’Oro, è un gesto quotidiano. Lo fai per incontrare i tuoi amici che vivono sull’altro lato della città, per andare all’università, per vedere un concerto, per andare a lavoro.

E attraversando il mare vedi e rivivi la storia della città: vedi la Torre di Galata, avamposto della Repubblica marinara di Genova edificata nel 1384; vedi la Moschea ottomana di Solimano il Magnifico, risalente alla seconda metà del 500; vedi la Torre di Leandro, costruita da un generale greco su un isolotto nel 408 d.C. e utilizzata in epoca bizantina per sbarrare l’ingresso del Bosforo con una catena di ferro tesa tra questa e un’altra torre; e vedi ancora decine e decine testimonianze di una storia ricca e variegata.

Un concentrato di mondo sul mare

Sul battello incontri tutti i volti della città e le sue contraddizioni: incontri il giovane che va all’università accanto alla famiglia di turisti che si guarda intorno affascinata, incontri la ragazza velata che chiacchiera insieme alle amiche in gonna e maglietta, incontri chi fa l’elemosina o canta una canzone per mettere da parte qualche soldo accanto al lavoratore con la ventiquattrore, incontri l’anziano che prega e si passa tra le dita il tasbeeh accanto al ragazzo che ascolta la musica con gli auricolari, incontri chi legge, chi beve un çay, chi pensa, chi ride, chi si guarda intorno, incontri turchi, curdi, italiani, siriani, inglesi, ebrei, cristiani, musulmani, incontri un mondo intero tutto insieme su un involucro di legno e metallo che galleggia sul mare.

Viaggiare su una nave o su un battello è sempre un po’ poesia. In sei mesi trascorsi a Istanbul l’ho fatto molto spesso, sempre volentieri, talvolta anche senza una destinazione precisa, soltanto per il piacere di stare in mezzo al mare e guardarmi intorno, osservare le persone vicino a me, perdermi nei pensieri, ricordare le partenze e i ritorni alla mia isola lontana.