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Eroica Fenice

Metropolitana: storie di ordinaria quotidianità

Metropolitana, linea 1: Garibaldi-Piscinola

Ogni metropolitana racconta milioni di storie, ad ogni fermata, in ogni vagone, ad ogni attesa, arrivo, ritorno, andata.

Un gruppo di ragazze parla di un esame di ingegneria – impossibile da superare – dicono. La bruna, quella magra e alta, è convinta che il prof sia sì pignolo, ma anche giusto. Scende a Dante e la vedo raggiungere con passo spedito la scala mobile, prima che le porte si chiudano e la metropolitana riprenda la sua corsa. Correrà verso casa e andrà dritta in camera sua per studiare e lo farà fino ad ora di cena perché lei a quell’esame vuole il trenta.

– Mettiti composta Giulia –  la voce severa  e altezzosa di una signora, vestita di tutto punto, rimprovera la bambina che le è seduta accanto. Avrà sette o forse otto anni e dopo aver alzato gli occhi al cielo, si siede composta e si fissa gli stivaletti neri di camoscio. Ha lo sguardo accigliato. Probabilmente andrà a lezione di piano, lei che non sopporta né il piano né la maestra; poi cenerà a tavola con i genitori nel silenzio assoluto, immaginando la libertà a soli otto anni.

La metropolitana si ferma ed entra, tra fiumi di persone, una trentenne dal viso dolce, non ci sono posti a sedere e cerca uno spazio un po’ più libero e poi sorridendo appoggia la mano sul grembo. Non c’è traccia del pancione, sarà incinta di qualche settimana e si starà chiedendo se sia maschietto o femminuccia. Tornerà a casa ed aspetterà il marito per sfogliare insieme il libro dei nomi che ha comprato a Port’alba.

Lei biondina e occhi verdi, lui castano meno bello ma dal volto simpatico, lei triste, lui annoiato. Scendono a Toledo, cammineranno in silenzio fino a casa e nemmeno questa volta avranno il coraggio di dirsi che è finita.

Una ragazza estrae dalla borsa un libro con la copertina rossa, dal titolo noto, e comincia, o più probabilmente continua, a leggerlo. Ogni tanto, per pochi istanti, solleva lo sguardo per vedere a che altezza si trova la metropolitana e subito ritorna alla sua lettura. Scende a Quattro giornate, ancora con il libro tra le mani. Andrà di corsa a casa per continuare a leggere la storia di Edmondo Dantés, perché lo so l’effetto che fa: ricominci a vivere normalmente solo dopo essere arrivato alla conclusione.

Un signore ha nella mano destra una ventiquattrore di pelle marrone e in quella sinistra un fascicolo che osserva attentamente. Ha lo sguardo concentrato e perplesso, sarà un avvocato e ha un caso per le mani che lo tormenta. Scende a Vanvitelli, saluterà distrattamente il portiere del palazzo e si ritirerà nel suo studio dopo aver dato velocemente un bacio a sua moglie, che capisce che anche questa sera consumerà, da sola, una cena frugale.

La mia fermata. Chiedo permesso e scendo, lasciandomi alle spalle quelle storie di ordinaria quotidianità.
Incrocio lo sguardo di una ragazza un attimo prima che le porte della metropolitana si richiudano e immagino che io sono tra le sue storie di ordinaria quotidianità.