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Eroica Fenice

Il mio tesoro

Il generato ha molteplici qualità, coltivate dai genitori fin dalla più tenera infanzia, allo scopo di forgiare il mio tesoro. Le sue attitudini si manifestano al meglio nel chiuso della stanzetta, suo habitat naturale.
La relazione familiare che intesse è caratterizzata da raid che si scatenano a ora di cena quando, dopo una brutta giornata, l’unico obiettivo che hai è quello d’avventarti sulla prima cosa commestibile parcheggiata nel frigo.
Le urla de il mio tesoro sfondano il muro del suono e quello del vicino, che con un sarcastico: «Che famiglia affiatata!» conficca la lama della tua inconsistenza nel bel mezzo del cuore.
Rosichi: «Che penserà di noi?». Così la spudorata certezza di aver messo al mondo un capolavoro crolla rovinosamente sul dubbio che il mio tesoro degli altri abbia qualcosa in più del tuo.
Alla sua periodica minaccia: «A diciotto anni vado via, non preoccuparti!», risponderesti: «E chi si preoccupa!», ma per mancanza di autorevolezza grugnisci a capo chino.
Tipi di raid: scarpe ai gas nervini, musica a palla, ricerca di qualcosa nota solo a loro: «Ma’ hai visto il mio…»
Frasi genitoriali da copione: questa casa non è un albergo; spegni le luci, mica mi tengo quello dell’Enel?

Esito del conflitto con il mio tesoro:

il mio tesoro sbatte la porta (sempre sul filo di frantumarsi) del suo quartier generale e tu, tempismo perfetto, cuore a pezzi e digiuno.
Nel tuo status di procreatore sovente si palesa la terribile intuizione che tra te e un maggiordomo non ci siano differenze: servire, garantire il salario minimo e, capitolo dolente, fare da chauffeur per sport, catechismo, feste.
Le feste del figlio bambino sono eventi funesti. All’inizio partecipi con grande entusiasmo, ma ben presto realizzi di essere finito nel girone infernale degli animatori. Così all’invito «Non resti?» opti per la menzogna «No grazie approfitto per fare la spesa» e fuggi via per infilarti in auto, dove ci resti per ore, previo idoneo camuffamento.
Attività nell’attesa del fine festa: guardare nel vuoto del parabrezza e chiedersi: «Che cazzo ci faccio qui?»
Il mio tesoro ha sempre l’aria sofferta. E tu, ignaro dei suoi terribili turbamenti, rimuovi gli accumuli di errori e silenzi che ti hanno allontanato dallo scopo iniziale e ti vanti di conoscerlo meglio di te stesso. Persuaso della tua missione per conto di Dio, con orgoglio sospiri: «I figli so’ figli!»
Poi un giorno lo chiami, ti volti e ti accorgi che non è più alle tue spalle, ma meravigliosamente davanti a te.

Il mio tesoro è di…

Rosaria Rizzo, napoletana, donna, madre e lavoratrice. Laureata in sociologia e velocista temeraria perché condannata a correre, senza posa, contro il tempo. Fa parte della Bottega della scrittura Homo Scrivens.