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Eroica Fenice

tombino

Napoli, e se la rivincita partisse dal tombino?

 

Tombino /tom·bì·no/ sostantivo maschile. Elemento di copertura dei pozzetti di fogna; chiusino.

Erano gli anni Settanta. Una camorra vintage, così verrebbe definita oggi. Quella che i nostalgici di quartiere non smettono di definire un rimedio all’inefficienza dello Stato, in cui si stava meglio, perché i guappi erano ancora pochi al comando e riuscivano a tenere tutto sotto controllo, prima di scannarsi per dieci anni e cedere il passo al “nuovo che avanza”. E che nuovo, ci verrebbe da dire.

Il contrabbando di sigarette, il motoscafo di Pino Mauro, il pulpeggiante andirivieni notturno tra il porto e le grotte di Posillipo per scaricare le Marlboro. Il terremoto, le ricostruzioni, gli appalti, le spartizioni, i semafori e, appunto, i tombini. Giravano tanti soldi, gli ultimi erano sempre gli ultimi e i traffichini si arricchivano sulla loro pelle. Tu mi riempi la città di tombini, li firmi Pomicino, e io ci gioco a pallone, calpestandoli come fosse il prato del San Paolo. Per fortuna è sempre stato così, anche allora. Una rivincita sociale che ha sempre girato le spalle al potere, fregandosene, per quanto le è possibile, del degrado che la circonda. La maggior parte delle persone vede nel tombino un senso dispregiativo, lo accomuna al sistema fognario, quando da quelle partitelle in strada, più che le fogne, spesso e volentieri sono spuntati campioni. Di vita vissuta e anche di pallone.

Oggi, a Napoli, nella sua accezione più positiva, il palleggio “a tombino” è quello che riescono a fare i calciatori di Seconda Categoria. Di quartiere, che con il calcio che conta non avranno mai a che vedere, ma che il pallone se lo portano dentro. Un palleggio senza piedi, con lo stinco, senza far cadere mai la palla per terra. Una cosa straordinaria se la si ammira da vicino, un funambolismo per pochi eletti, quasi impossibile da imitare per i comuni mortali.

Il tombino è un’eterna cicatrice che ci si porta dentro quando l’unica strada da percorrere sembra essere quella che non corrisponde ad una linea retta. In cui non si trasgredisce per apparire, ma per tirare a campare. Il tombino si porta dietro una serie di usi e costumi, qualche sfregio sulle sopracciglia, una rasata ai capelli, un giubbotto di pelle e una decina di tatuaggi. Una vestaglia tutto l’anno, un paio di pantofole con il calzino incorporato, che si trascinano avanti e indietro per un vicolo. Un anno di domiciliari con il braccialetto e la licenza speciale di parcheggiatore abusivo che non si può abbandonare, perché bisogna mettere il piatto a tavola. Fateci caso, quando chiedete ad un parcheggiatore il motivo della sua licenza è sempre lo Stato il soggetto dell’imprecazione. Lui e il lavoro che non riesce a dare a Carmine, Pasquale, Gennaro. Non lo dà a lui, non lo darà nemmeno ai suoi figli: Nancy, Christian, Sciaron. Quel vittimismo alla napoletana che dà così fastidio ai napoletani che devono parcheggiare oggi attira troppo i milanesi che devono girare. Tutti quelli che a Napoli non devono parcheggiarci la sera, che non sono costretti a pagare uno spazio abusivo con i numeri segnati con la pittura per terra tutto l’anno, sperando di non trovare lo specchietto rotto o la ruota scesa a intervalli regolari. Potrebbe essere giustificato solo a Capodanno, direbbe Luciano De Crescenzo, ma qui succederebbe tutto l’anno se non ci fossero gli stendini dei panni al posto delle strisce blu a dirti dove puoi provare a parcheggiare e dove non puoi. Un rimedio tribale, ma efficiente. Che ti evita il gommista o qualche pacchero dietro la testa nella scordata.

Oggi la mia Napoli si veste di un folklore diverso. La gente non lo sa, ma lei, calma e rilassata, tra un caffè e una sigaretta, il processo di gentrificazione attuato a Milano, con la costante rivalutazione di quartieri che fino a dieci anni fa non contavano nulla all’interno dell’organigramma (vedi Isola, Portello, Lambrate e il Polo Fuori Salone), lo sta portando avanti a modo suo. Ci metterà gli stessi anni della Metropolitana di piazza Municipio, dei lavori per riasfaltare Via Marina, ma lo sta facendo. Non è Gomorra, tutti i petti in fuori abbinati a cresta, che si è portata appresso in giro per il centro della città, sinonimo solo di insicurezza, perché nel vico, si sa, se non ti poni così, è capace che la paliata la pigli sicuro. Il problema si pone quando il petto si gonfia pure al Vomero o a via dei Mille, ma quella è un’altra storia.

La rivoluzione parte dalla Cultura, ma gli acculturati partono dal tombino

Giro e rigiro la mia città, di notte, perché fa più Bukowski, di giorno, perché devo andare a lavorare, e sia con le Stan Smith sporche o le scarpa classica obbligata, vedo una Napoli artistica sempre più propensa a Scampia e San Giovanni a Teduccio. Sono tornati i vicoli della Ferrovia di Ermanno Rea, le storie che ti fanno pensare “Ma Bukowski, fosse nato a Napule?”. Siamo passati dalle fotografie da cartolina, che il like lo prendono lo stesso, per carità, a quelle dei ponti di Gianturco, con i rottami accatastati e quel che resta di un vecchio frigorifero Ariston della nonna caricato sull’Apecar di un rom, che, tutto esaltato , corre a venderlo nella Duchesca. Ad un’amica di Amburgo che, invece di dirti “portami a via Orazio”, ti dice “portami a Ponticelli, a Secondigliano ci sono già stata”. Oggi, se dovessi scrivere una lettera al Sindaco o una recensione di “Vieni a vivere a Napoli”, il film di Guido Lombardi, ultimo in ordine di tempo uscito nelle sale, scriverei tutto questo. Che Napoli ce la sta facendo grazie alle paillettes dei matrimoni neomelodici, alle spigole al sale del Boss delle cerimonie, alle riprese di Gianni Amelio, Stefano Incerti, Ferzan Ozpetek, che passano dal Porto di Napoli alle ville di Posillipo con la semplicità di uno stop di palla “a tombino” di Lorenzo Insigne, che prendono gli ultimi e li fanno diventare grandi davanti al mondo intero, così, come sono stati concepiti: in vestaglia.

Perché sono mesi, ormai, che non c’è mattina in cui la mia camicia da lavoro, abbottonata nei pantaloni, che sfreccia sul motorino a rincorrere il tempo che mi ha fatto svegliare tardi, non s’imbatte in quei camion giganti, parcheggiati notti intere su una strada principale e sui quali, pure io che con il cinema non c’ho niente a che vedere, ho imparato a riconoscere la scritta “Angeloni – Trasporti Cinematografici”. Non conosco di persona il signor Angeloni, ma continuerò a ringraziarlo sempre. Perché fin quando quando ci sarà lui fermo, appostato da qualche parte, ci sarà la speranza di una città intera. Di un popolo che da sempre ha aperto le porte di casa sua, invitando il Cinema in quello che è il suo più grande palcoscenico a cielo aperto.