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Eroica Fenice

vagone

Post-Umani

In viaggio da Napoli verso la provincia, col cane ben mimetizzato tra il sediolino e le mie gambe, tengo pronta la museruola per ogni evenienza. Come al solito viaggio senza biglietto e voglio confondermi il più possibile con le altre forme di vita di quel vagone scomodo e affollato. Per nulla al mondo ho voglia di avere a che fare col Controllore, animale mitologico che infesta i treni e le stazioni e che spesso mi lascia a terra senza tanti complimenti. Per evitare questi spiacevoli inconvenienti, sono costretto a prendere sempre le corse più affollate che -per fortuna- vengono trascurate con maggior frequenza dalle chimere in divisa.

Il mio vagone puzza di sudore e detersivo antibatterico, ha i finestrini bloccati e non funziona l’aria condizionata, sono seduto sulla plastica scomoda del sediolino grigio e non mi posso lamentare.

Accarezzo il cane raggomitolato attorno alle mie gambe, ormai è diventato invisibile, scomparso all’attenzione delle figure indistinte che mi circondano; sento l’odore di dopobarba che si mischia al sudore e ai deodoranti industriali.

Guardo attorno a me per capire in quale girone dell’inferno dei trasporti pubblici sia capitato. Pendolari e Turisti… poteva andarmi peggio. Sono le specie più diffuse sui treni e sono notoriamente pacifiche, basterà non infastidirli per arrivare sano e salvo a destinazione. Rinchiudo lo sguardo dietro allo smart-phone per assumere un atteggiamento tipico ad entrambe le creature.

Sono circondato da Tablet e telefoni di ultima generazione, sono sottili e connessi ad internet, emettono musica oppure scattano fotografie, inviano dati e li ricevono. Devono appartenere ad una nuova tribù metropolitana perché hanno tutti una cover di silicone dai colori vivaci. Spiandoli senza farmi notare, mi accorgo che posseggono delle strane appendici organiche che producono versi non sempre riconducibili al linguaggio e sfoggiano pettinature stravaganti, oppure indossano abiti da lavoro e se ne stanno in silenzio. Osservo quelle strane cose, hanno gli occhi puntati sullo schermo come me; che parlino o meno sono attratti dalle immagini, proiettate al di sotto del vetro, come le mosche al miele. Ciondolano la testa assecondano il rollio del vagone e non fanno nient’altro che spingere il pollice su e giù per lo schermo touch. Immagino di essere in una bizzarra sala massaggi di un bizzarro centro benessere per telefoni. Mi faccio i fatti miei muovendo l’indice su e giù con un giochino innocente, un rompicapo matematico.

Io e quegli alieni, in quel vagone, abbiamo qualcosa in comune, lo comprendo in quell’istante.

Non ho nessuna voglia di approfondire quel pensiero, tanto meno d’interagire con qualcuna di quelle cose; vorrei che il viaggio fosse istantaneo, vorrei che la distanza tra me e il vagone diventasse immensa, mi chiedo se sia possibile imparare il teletrasporto, vorrei solo svenire per altre sei o sette fermate. Non ho nessun interesse a sapere che cosa ha postato “Maria la cugina di Seby” sul suo stramaledetto profilo on-line eppure divento partecipe dell’evento, mi viene in mente una mia amica che pubblicherebbe un post per far sapere a tutti quanto le stanno sulle palle quelli che commentano i post con gli amici in treno, sorrido all’idea che probabilmente qualcun altro potrebbe commentare che odia profondamente chi pubblica dei post soltanto per far sapere a tutti quanto gli stanno sulle scatole gli altri che pubblicano post inutili e così via in una spirale di odio e social network.

A quel punto prevale l’istinto di conservazione, smetto di arrovellarmi e finisco per innervosirmi senza un vero motivo. Forse potrei ottenere qualcosa guardando fuori dal finestrino, potrei distrarmi col panorama, ma non c’è molto da vedere, a parte cemento ed autostrada, il mare si vede dall’altro lato del vagone per cui mi rimane il Vesuvio, altro cemento abusivo e i murales che incorniciano l’abusivismo edilizio. Ormai stanno sbiadendo e non ne nascono di nuovi. Il panorama è sempre lo stesso solo più abbandonato. Gli smartphone hanno già documentato ogni cosa per cui ce ne dimentichiamo con la coscienza pulita, potrei tornare a casa e stare una settimana a guardare le foto e video che hanno invaso l’etere durante il viaggio, ho voglia di prendere tutti i telefoni e lanciarli dal finestrino invece mi rendo conto di essere vicino alla mia fermata, mi alzo cercando di non urtare nessuno, il cane appena se ne rende conto abbandona il suo nascondiglio e si alza tra lo stupore e le fotocamere di molti telefoni. Camminiamo senza voltarci verso le porte a scorrimento, il treno si ferma e guadagniamo l’uscita facendoci largo tra Turisti accaldati che cercano di entrare nel vagone.