Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Quando si ama

“Se tu venissi qui ad amarmi ogni giorno, io riuscirei ad amarti ogni volta con la stessa intensità”.

I fianchi strizzati nel suo tailleur grigio perla, seduta alla scrivania di rovere, con una mano assillava la rondellina del mouse, alla ricerca di un valido progetto, e con l’altra giocherellava con il suo orecchino in filigrana d’oro, alla ricerca di un’idea. Il lavoro esigeva tutta la sua attenzione ma era troppo distratta quella mattina. Erano strane le cose che pensava Evelyne mentre leggeva quelle lunghe ed interminabili e-mail che la pregavano di prendere in considerazione i progettuoli di quattro rampolli che credevano di raggirarla solo perché era una donna. Poveri illusi, quanti ne aveva messi al tappeto! Era orgogliosa: divisa tra leggi, formule e dimostrazioni ed era sicura che anche il padre sarebbe stato orgoglioso. Se avesse potuto vederla anche solo per un attimo, le avrebbe detto: «Brava!» con quel suo tono semplice e gentile. Amava chiacchierare fin da bambina, non aveva mai giocato con le bambole a meno che non si trattava di riprodurre le discussioni (solo da grande aveva imparato il termine arringhe) degli avvocati di tutti quei telefilms che vedeva il padre la sera di ritorno dal lavoro. Ottimi studi classici, Laurea in Giurisprudenza con il massimo dei voti in una delle migliori Università della città e, infine, il suo studio Evelyne&Co. era ormai una garanzia di successo sempre.

…e ora? Si era innamorata. E da quando si era innamorata non riusciva più a contenere quelle digressioni romantiche. Spesso quando le persone si innamorano diventano cieche. Squillò il cellulare, un messaggio, era lui: le chiedeva di raggiungerlo “al loro solito posto”. Era innamorata. Lo ripeteva sempre più spesso, quasi come se avesse il bisogno di convincersene. Sì, era innamorata. Ma quel messaggio ugualmente la infastidì senza riuscire a spiegarsi il motivo o, più semplicemente, perché preferiva restare cieca. Lo raggiunse e dimenticò il resto, come sempre. Tra le sue mani diventava un’altra, oscillava tra la bambina bisognosa di attenzioni e la donna da amare e quell’uomo sapeva dosare entrambe le componenti con abile maestrìa.

«C’è qualcosa di strano, Evelyne, in questa storia!!!». Era la voce di Denise. La sua migliore amica aveva deciso che la ramanzina dovesse continuare: «Come fai a non rendertene conto? Come fai a non vedere? Cosa aspetti a riprenderti la tua vita? Non ti ama! Non ti ama come una donna merita di essere amata!». Cosa ne sapeva Denise di come lei meritava di essere amata! Ma cosa ne sapevano gli altri di come si ama. Non voleva risponderle; cercò solo di porre fine il prima possibile a quell’estenuante telefonata perché improvvisamente sentì il bisogno di pensare: da sola. Le risposte le aveva, doveva solo trovare il coraggio di ammetterle con sé stessa. Trovare la forza per cercare, in fondo alla larva che era diventata, la farfalla che era stata.

Si distese sul divano, un calice di vino bianco posato sul tavolinetto di cristallo perfettamente freddo come si sentiva lei, una musica in sottofondo, l’aria fresca che entrava dalla finestra spalancata che portava refrigerio ai suoi pensieri. E adesso? Da dove poteva, o doveva, cominciare? Si inizia sempre dal principio. Cosa le era successo? In apparenza, nulla.

Era una bella donna forse un po’ mediterranea, quindi, cosa c’era di male a perdere un po’ di peso per fargli piacere? La sua cara Denise doveva sempre esagerare! Non lo dicevano anche gli antichi “mens sana in corpore sano”? Rise da sola al pensiero di quella semplice citazione. Bevve un sorso di vino ghiacchiato. Va bene, era vero: era dimagrita per lui e, sempre per lui, aveva cambiato modo di vestire, aveva rivoluzionato, in ordine, amicizie, casa e abitudini ma le erano sembrate tutte richieste oggettivamente valide; non si considerava una sprovveduta. Quei suggerimenti erano sempre stati argomentati in modo convincente. Quell’uomo così docile, premuroso, amabile e amato da lei non poteva essere il freddo manipolatore che Denise descriveva al telefono ogni volta che la chiamava. Doveva smetterla di angustiarsi con quei pensieri molesti o avrebbe fatto tardi all’appuntamento di quella sera e lui odiava i ritardi capricciosi delle donne. Era diversa lei.

A questo pensiero rabbrividì e, semplicemente, senza chiedersi altro, chiuse la finestra. Il tarlo del dubbio, però, iniziava a lavorare anche contro la sua volontà. Denise sapeva essere convincente o aveva solo dato voce ai suoi dubbi più nascosti. Così, quella sera, la stretta ai fianchi mentre la scortava al tavolo del ristorante le sembrava troppo forte e urlava: «Tu sei mia». Le stava facendo male, e non solo fisicamente, ma non si ritrasse, stette in silenzio. Il silenzio è atroce perché ti sbatte in faccia tutta la tua solitudine però, almeno per quella volta, sapeva che se fosse rimasta in silenzio avrebbe smesso di picchiarla. In tutta quella confusione non era riuscita a capire nemmeno il perché, e, adesso, in quell’angolo della camera da letto, a contatto con il pavimento gelido, la motivazione di quei calci le sembrava l’unica àncora di salvezza. Avrebbe rimediato, se mai ne fosse uscita viva. Era arrivata a desiderare anche la morte perché tutto quel dolore sulle sue ossa non poteva reggerlo più a lungo. Le sembrava di impazzire. Perché non l’amava più? Chi era quell’uomo? Aveva tra le mani il suo ennesimo bicchiere di cognac e rideva volgare e sguaiato nella sua puzza di sigaro.

Aveva preferito la cecità ad una triste verità. Si era illusa che “certe cose” a lei non sarebbero mai capitate. Quante donne aveva difeso da padri, mariti e fidanzati violenti. Eppure non aveva saputo riconoscere in lui l’aguzzino spietato di tutte le altre.

L’aveva violentata. Diversamente non sapeva come definire quel rapporto. Era arrivato al livello più basso della meschinità. Non c’era stato un barlume d’amore in quei gesti, non c’era traccia di dolcezza in quei baci, né gentilezza mentre la spogliava. Sentiva un corpo ormai estraneo muoversi sulla sua pelle, percorrere le stesse strade di una volta con un ignobile furore. Non riusciva più a riconoscere quelle mani come le mani dell’uomo che aveva amato. Doveva pensare ad altro altrimenti sarebbe impazzita in quel preciso istante. La cena. Ecco. Doveva pensare cosa preparare per cena, doveva ricordare cosa avesse in frigo. Presto lui avrebbe finito e lei sarebbe stata libera. Non ricordava se nel frigo c’erano le uova: aveva voglia di omelettes. Quando avrebbe smesso di ansimarle sul collo? La cena. Sì, la cena. No. Forse era meglio preparare gli involtini di pollo. Il pollo. Doveva concentrarsi sul pollo. Ma quanto ci metteva? Involtini di pollo con le patate. Finalmente, si riversò al suo fianco appagato in tutta la sua squallida soddisfazione virile.

Non poteva continuare ad amarlo. Nel frattempo, si era sistemato in salotto, era affondato nel loro divano di pelle chiara, aveva acceso la TV portandosi dietro quell’odiosa puzza di sigaro mista all’alcool. Non poteva più giustificarlo, capirlo e nemmeno amarlo. Prese il telefono. Sapeva a memoria il numero che doveva comporre per salvarsi. Contava gli squilli: uno…due…tre…quat…

«Pronto?»

«Denise?»

«Sì!»

«Sono Evelyne, vienimi a prendere!»

«Arrivo».

La bestia si era addormentata sul divano, era stanco dopo la squallida prestazione. Evelyne mise l’indispensabile in una borsa, non voleva portare nulla di più da quella casa che sentiva ormai estranea. Uscì chiudendosi la porta del passato alle spalle. Quell’uomo non era riuscito ad ucciderla e lei aveva ancora una vita da vivere. Corse in strada, fu colpita sul volto dal freddo pungente dell’inverno ma ormai tutto era lì per ricordarle che poteva farcela. Denise l’aspettava. L’abbracciò forte e la portò via.

Insieme ce l’avrebbero fatta a curare le ferite dell’anima, bisognava solo avere un attimo di coraggio. 

-Quando si ama-

Print Friendly, PDF & Email