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Eroica Fenice

Quattro anni, non tanti ma neanche pochi

Quattro anni, non tanti ma neanche pochi

In paese le cose sembrano non cambiare mai, sono immobili nella loro inerte lentezza. Infatti non cambiano, sono i suoi abitanti a farlo e, quando accade, una mancata presa di coscienza può provocare rimpianti.

Il paese non è come la città la cui frenesia di vita può tenere testa e compensare ai cambiamenti delle persone. Questo Stefano lo aveva intuito già da un po’. Soprattutto aveva intuito che non aveva più sedici anni. Aveva vent’ anni, aveva finito la scuola e anche il primo anno di università. Quattro anni, non tanti ma neanche pochi.

Tra i nostri amici si discuteva di trovare lavoro in città, di andarsene al Nord, di provare l’Erasmus. Prospettive e ambizioni accomunate dalla stessa idea di fondo: andare via da lì. Stava sempre zitto, non interveniva mai. Andare via dal paese? Voleva farlo anche lui, lo sapevo, ma questa decisione non gli andava giù, proprio no. Restare avrebbe significato fallire, non ve lo so spiegare bene. Era una decisione dettata dai tempi difficili, non c’erano molte possibilità per sistemarsi, mettere su famiglia e vivere una vita normale, cioè, quella che convenzionalmente è conosciuta come vita normale.

D’altra parte influiva la voglia di conoscere cose nuove, di scappare dalla monotonia e dall’inerzia. Ho sempre pensato, però, che in alcuni casi, questo desiderio di evasione fosse soltanto un pretesto per camuffare un certo complesso d’inferiorità che abbiamo noi “provincialotti”. Della serie “l’erba del vicino è sempre più verde”, non so se mi sono spiegato. Fatto sta che in pochi anni vidi andar via tutti i miei amici. Alla fine toccò anche a Stefano.

Rimasi solo io, nel grigiore e nello squallore dei palazzi e dei capannoni industriali. La partenza di Stefano mi fece molto male, anche perché sapevo della sua insicurezza su quella scelta. Io non ebbi il coraggio di partire ma lui non ebbe il coraggio di rimanere. Me lo continuo a ripetere ogni giorno, cercando quasi di trovare una giustificazione alla mia scelta.

Quindici  anni dopo

Con gli altri continuavo a sentirmi tramite social, ma era più che altro uno scambio di convenevoli, di auguri fatti ai compleanni o alle festività. Nessuno sapeva molto dell’altro. Contattavo spesso Stefano ma lui era sempre restio nel rispondermi, quando si degnava di farlo. D’altronde non era mai stato un tipo molto loquace ma non accettavo quel comportamento. Non lo contattai più, ero infuriato.

Vicino di casa, stesse scuole per tredici anni e si limitava a dei miseri accenni di risposta. Quando ormai i miei pensieri erano altrove, tra un mutuo da pagare, un bambino e un’altra in arrivo, me lo ritrovai fuori la porta di casa. Quindici anni dopo.

– ma che…- fu l’unica cosa che riuscì a dire quando aprì la porta. – Stai bene brizzolato! Ah, a quanto vedo ti sei comprato una bella casa, auguri. Comunque ora vieni, andiamo al vecchio palazzo, ci fumiamo una sigaretta sopra il tetto – mi disse lui, con molta nonchalance. Volevo dirgliene di tutti i colori e alla fine gliele dissi, ma in quel momento non riuscii a fare altro che seguirlo e tempestarlo di domande.

Tra le tante cose, mi dimenticai anche di chiedergli come mi aveva trovato. Lui mi rispondeva sul vago, come sempre. Arrivati fuori il nostro vecchio palazzo, Stefano si meravigliò di come niente fosse cambiato. Lo sbocco della statale, l’imbocco dell’autostrada, lo stradone, il ponte. Niente si era mosso. Bussammo a un citofono, rispose lui – Io! – ci aprirono. Funziona sempre. Una volta saliti, ci sedemmo vicino le antenne e le parabole, accendemmo le sigarette e contemplammo il groviglio stradale che si ramificava poco più in là. Mi raccontò tutto, ma veramente tutto. – Ora che hai da sorridere? – gli chiesi divertito. Niente, sono a casa.

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