Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Racconto di un naufragio

Il fumo, giallo, acido, soffocante, a invadere tutto; il suono, lungo, acuto, lacerante, a martellare le tempie. Il comandante Antonio Sorrentino, in plancia, non li sente più. Ha ordinato l’abbandono nave. Ora controlla le operazioni di sbarco, e fissa le coordinate su una carta nautica. Dopo, saranno la loro unica speranza di salvezza. La vede, la paura, espandersi nera e nebbiosa; lo respira, il suo odore di muffa che corrompe la pelle, ma non può, non vuole, affondarci. Ci sono cose da fare, ordini da dare, persone da salvare.

Il protocollo di emergenza scandisce le azioni, dà ritmo ai pensieri, veste di normalità il pericolo. In poco tempo, le zattere sono in mare. Il comandante è l’ultimo a lasciare la nave. Ora tutto è compiuto. E loro sono lì, aggrappati con tutte le loro forze a quel brandello di gomma colorata, persa in un deserto d’acqua. Non possono fare più niente, tranne che aspettare.

Il tempo passa indistinto, tutto è silenzio immobile; solo Domenico, il secondo, scruta incessantemente l’orizzonte con il binocolo, sperando in momento propizio per lanciare un razzo di segnalazione. Le razioni di sopravvivenza bastano per dieci giorni, e ne sono già passati otto.

All’alba del nono giorno, Domenico sembra sollevato, pare avere un progetto. Chiama in disparte il comandante, e gli parla veloce indicando l’orizzonte. Antonio annuisce, prima piano e dubbioso, poi con sempre maggiore convinzione. Forse non tutto è finito, forse possono ancora salvarsi. Praticano delle aperture nei rivestimenti laterali della zattera, e aspettano la notte. Poi, ognuno di loro ne sorveglia due lati. Stanno così, fermi per ore, il viso incollato ai binocoli, a scrutare il nero assoluto.

Non succede niente, per un tempo che pare infinito. Ma d’un tratto, Antonio lo vede: un brillio quasi impercettibile, l’eco sull’acqua di una luce lontana. Si stropiccia gli occhi e torna a guardare. Sembra proprio il riflesso di un fanale in movimento, stanno incrociando una rotta commerciale. Non avvisa nessuno, non vuole dare false speranze.

Con calma, misurando i movimenti, puntando bene verso l’alto, lancia il razzo di segnalazione. Trema, fino a quando un suono sordo e continuo sgretola quel muro di silenzio, e risuona in ogni cellula del suo corpo; tira un sospiro di sollievo e poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Fulvia Franciosi ama gli ombrelli, ma non tutti; solo quelli che proteggono dal sole. Fa parte della Bottega della scrittura di Homo Scrivens.

-Racconto di un naufragio – 

Print Friendly, PDF & Email