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Eroica Fenice

Racconti

È solo una questione di contorni, come racconti

Come racconti

Mi hanno detto che non c’era modo di cambiare le cose, mi hanno detto che non avrei potuto fare di meglio, mi hanno detto che, anche a provarci con tutte le mie forze, niente sarebbe accaduto in modo diverso.

Allora mi sono voltata, un alone di luce mi ha bagnato le ciglia, ho stretto gli occhi ed era già tutto finito. Capite? Era passato. L’attimo vissuto, quello per cui avevo trattenuto a stento un grido, che mi aveva colta alla sprovvista, indifesa e inerme, sconvolta, disidratata e cambiata dalle radici dei piedi fino ai rami nodosi delle dita, era già un ricordo. Non era più mio.

Sì, è vero, potevo dire “io”, potevo dire “a me”, potevo scegliere se piangermi addosso (ma anche questo non mi avrebbe salvata dalla disidratazione) o reagire (e questo non mi avrebbe resa meno inerme), avevo il potere di raccontare (se solo qualcuno avesse voluto prestarmi orecchio) o restare in silenzio (ma ciò non significa che non avrei cambiato infinite volte la versione dei fatti nella mia mente), avrei potuto rivivere quel momento domandandomi ogni volta il perché e dandomi sempre una risposta diversa (chissà poi se mai avrei trovato quella giusta e se esiste) o sfruttare l’istinto di sopravvivenza della psicologia obliando per sempre quei giorni, dimenticando persino di aver vissuto (ma poi ci sarebbe stato sempre un nome, un volto, una sensazione a risvegliare emozioni incontrollabili e la pressione avrebbe fatto esplodere tutto, un giorno, chissà quando, chissà con chi).

Allora mi ero voltata, stanca, stravolta, con la testa tra le mani, il buio mi ha avvolta come una sciarpa e per poco non mi strozzava, ho gridato ma non ho emesso alcun suono, la meraviglia mi ha tappato la bocca, e poi d’un tratto non c’era più. Capite? Avete una vaga idea di ciò di cui sto parlando? No, non credo, come potreste? In fondo sono io a guidare il racconto. Dicono che sia il pubblico, l’uditorio, l’orecchio, ma non è vero. Sono io che decido cosa dire, voi potete solo decidere di smettere di ascoltare, sottraendomi l’unico piacere possibile, l’unico modo in cui posso dire di essere viva, ed è questo: racconto dunque sono.

E ora, ecco, cosa posso fare per trattenervi? Vi darò qualche particolare in più, tanto per circostanziare le mie affermazioni, così da dargli un senso, o che almeno suscitino in voi quel tanto d’interesse che serve per farvi arrivare al fondo di questa pagina, l’unico modo che ho perché leggiate il mio nome. Ma sono io a decidere, non voi, non mi terrete in ostaggio, non sarebbe onesto da parte vostra né da parte mia, capite? Mi costringereste a raccontare pensando che qualcuno è qui ad ascoltarmi e allora sarà necessario che capisca qualcosa di ciò che dico. Questo mi porterebbe a falsare la storia per renderla interessante, addirittura a costruirne una! Perché io non ne ho, non ho storie da raccontare, neanche fatti, ho solo un racconto che mi preme sul fondo della lingua e a forza di graffi e pugni si fa strada per uscire; non è gentile, sarà bene assecondarlo.

Allora mi ero voltata, avevo affondato il viso tra le mani, non sapevo più se fosse giorno o notte, avevo i capelli fradici di pioggia e me ne andavo in giro alla cieca, tanto era il dolore che mi aveva inflitto quella notizia fatale (era fatale non tanto perché un fato avesse deciso per me, quanto per le conseguenze) e perché basta una telefonata a cambiare una vita (a chi non è successo?), tanto che domandarsi perché sia successo (e le relative risposte) non dà pace e anzi aumenta la sofferenza (sia nel male rivissuto che nel bene perso).

Ma, come dicevo, dopo una telefonata, dopo una notizia fatale, anche se la tua vita è cambiata, anche se niente è più come prima, anche se le persone muoiono, il vento si rinnova, il sole viene e va, cambiamo casa, cellulare, perdiamo soldi, chiavi, documenti, memoria, voglia di vivere, identità, facciamo a gara a chi ha di meno prendendo come metro di giudizio chi ha di più, ecco, anche dopo tutto questo, il tempo non cambierà. Non cambierà il fatto che ogni istante è pieno e concluso ed è già memoria nell’istante dopo. Non cambierà il fatto che mentre dici “io sono qui”, “io” non è già più “qui”. Ti sembra che sia il mondo a cambiare e invece sono i tuoi occhi a vedere più a fondo, come quando ci si abitua a fatica al buio, e i dettagli pian piano diventano più definiti.

È solo una questione di contorni e di come racconti quello che ti è successo.

Allora mi ero voltata e avevo sorriso, sapevo che da quel momento per me sarebbe stato tutto diverso, ma non m’importava. Era una presa di coscienza nuova, dovevo solo farci l’abitudine. È solo una questione di dettagli e di come racconti quello che ti è successo.

Martina Salvai