Seguici e condividi:

Eroica Fenice

africa

Storia di B. con l’Africa nel cuore

Eccomi, sono arrivato!” Così B. annunciava a gran voce il suo avvento in spiaggia, stracarico di ogni sorta di cianfrusaglia rigorosamente made in China. Era un ragazzone dai denti bianchissimi e un sorriso smagliante.

Indossava una maglietta nera strappata sui fianchi con delle stampe variopinte dell’Africa che, per uno strano effetto di fusione cromatica, sembravano tanti piccoli tatuaggi colorati sulla sua pelle.

Quella mattina ci puntò: B. si avvicinò per propinarci qualche chincaglieria delle sue con fare da affabulatore consumato e noi cedemmo al fascino dello shopping balneare fatto di futilità, cogliendo allo stesso tempo l’occasione per chiacchierare un po’ della sua vita. Era musulmano, aveva una moglie e una figlia in Senegal con le quali comunicava solo grazie a Skipe e, una volta tornato in patria, pensava di prendere un’altra moglie: “ma poi basta, due troppo monelle”. Ogni giorno alle 14 schiacciava un pisolino all’ombra completamente digiuno, benchè il Ramadan fosse finito da un pezzo. Diceva speranzoso che, se fosse stato in grado di racimolare i soldi necessari per l’acquisto del biglietto aereo, sarebbe ritornato in Senegal tra qualche anno, magari per restarci non più di sei mesi. Nel frattempo, viveva in una casa in paese con altri sei connazionali e quella sera toccava a lui cucinare per tutti una specie di cous cous di pollo da mangiare con le mani, proprio come si fa in Africa.

Un giorno, mentre B. sedeva sul nostro lettino, un tizio in cerca di una cover per il suo costosissimo cellulare si avvicinò a lui già con una misera somma di danaro in mano, quantificata in base ad un’arbitraria e preventiva valutazione commerciale dell’articolo che avrebbe voluto acquistare.

Il tipo comprò la cover lasciando quegli spiccioli in mano a B. con fare supponente, senza nemmeno chiedere quanto la stessa realmente costasse o iniziare una sorta di simpatica trattativa con lui per spuntare uno sconto di qualche centesimo sul prezzo richiesto. B. cercò educatamente di fargli notare che quei due soldi offerti erano davvero troppo pochi ma lui, con fare perentorio, rispose che solo quelli aveva. Una volta andato via, B. si rivolse a noi sottovoce affermando rassegnato “vabbè, meglio di niente”.

Il tracotante acquirente pensò forse che al nero di turno aveva elargito persino troppi soldi per quella cineseria contraffatta e che doveva pure ringraziarlo se aveva guadagnato qualcosa invece di stare a morire di fame a casa sua.

Ma qui siamo a casa nostra, dove il rispetto per l’altro dovrebbe passare anche attraverso gesti concreti di umanità e comprensione, magari conditi da due pizzichi di empatia e tenerezza. Essersi presentato da B. con pochi soldi in mano ha significato trattare da miserabile quel ragazzone educato e gentile che cercava soltanto di portare a casa la giornata, macinando incessantemente chilometri di spiaggia con 42 gradi all’ombra. Se lo si fosse considerato una sorta di commerciante e non come un fastidioso ambulante immigrato, si sarebbe restituita una briciola di dignità a quel lavoro di certo non scelto da B., ma da lui accollato e svolto con rassegnazione per non sprofondare, rendendo magari una percentuale di quanto mensilmente guadagnato a chissà chi.

L’arrogante compratore che si godeva beatamente la vacanza, indeciso su cosa gustare a colazione, spuntino, pranzo, merenda, aperitivo e cena, forse avrebbe dovuto indossare la maglietta strappata di B. per immedesimarsi, in minima parte, in quel ragazzo poco più piccolo di lui che sgobbava da mesi carico come un mulo, subendo quotidianamente piccole e grandi mortificazioni ma stringendo sempre i denti pensando alla famiglia da mantenere in Africa.

Se da piccoli facevamo storie per mangiare, i nostri genitori, per invogliarci a farlo, dicevano “mangia! pensa ai bambini africani che non hanno niente!”, insinuando in noi un senso di colpa enorme per la gravità del capriccio ingenuamente fatto. Questo rimando emotivo al continente dell’Equatore è ancora valido, ma aggravato dal fatto che oggi vale per i bimbi africani in loco, ma pure per i grandi e piccoli africani che vivono in Italia, nella piena e triste consapevolezza che per B., per tutti i ragazzoni come lui e per l’Africa non si fa ancora abbastanza, a partire da un briciolo di umana comprensione sotto il sole rovente di agosto.

Print Friendly, PDF & Email