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Eroica Fenice

occhi

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente.

Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta.

Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale.

Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto.

Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.  

Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste.

E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai.

Come era possibile che se ne fosse ricordata proprio quando stava per incominciare una vita nuova? Proprio quando il suo secondo desiderio, stretto in quel nodo, stava per avverarsi? Non ci credeva nel caso. E la memoria era un territorio inesplorato che l’aveva sempre intimorita. Attratta da quel ricordo, iniziò a cercare la scatola, spostando i pochi oggetti che aveva lasciato in quella stanza, che aveva smesso di essere sua. Non ricordava dove l’avesse messa. Un po’ si pentì di quanto, allo stesso tempo, si conoscesse bene e troppo poco. Ma cosa cercava? Perché trovare proprio ora quella scatola? La sua felicità ora era completa. Si ripeteva spesso che non desiderava altro in questo momento della sua vita.

Perché non andarsene, allora, e lasciare indietro tutto ciò che non faceva ormai più parte del suo presente? Non aveva risposte. Era un’azione involontaria, quella del cercare.

Fuori un clacson insolito la esortava a chiudersi in fretta quella porta alle spalle, e correre verso qualcosa di nuovo e sconosciuto, e lei ancora si aggrappava a quel passato che aveva chiuso sotto chiave ormai da tempo? Sotto chiave! Ricordò improvvisamente di averla nascosta nell’ultimo cassetto del comodino, in un doppio fondo improvvisato, il posto per qualcosa di illecito, o indesiderato ma incancellabile. E ora quel comodino viaggiava verso la sua nuova vita, nel camion dei traslochi, anticipandola addirittura di qualche ora. Come al solito cercava nel posto sbagliato. Chiuse la porta, aprendo quella che l’avrebbe condotta verso l’ignoto.

La casa nuova era diversa. Nessuna stanza era ancora sua; attaccato alle pareti e al pavimento, l’odore di qualcuno che l’aveva abitata in precedenza. Presto quell’odore sarebbe stato sostituito dal suo. Entrando, nel caos del nuovo e del vecchio che si mescolavano, anche le sue emozioni si confondevano. Dimenticò il bracciale, la scatola, la lettera, e tutto ciò che aveva lasciato nella vecchia casa.

Un giorno lui aprì quel cassetto. Il vecchio dei mobili di lei si era ormai riempito del nuovo di lui. Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Ora ve ne erano due, neri e grandi, veri, che vegliavano su di lei. Aprì la scatola.

Granelli di sabbia in un vortice leggero s’alzarono in aria. L’odore di quel mare da guardare la penetrò. Solo sabbia e quell’odore. La scatola era piena solo di questo.

Gli occhi neri di lui l’accarezzarono dall’uscio della porta. Un sorriso. Era finalmente dove voleva essere, nel posto giusto.

Fonte immagine: https://www.shutterstock.com/it/video/clip-20277028-blue-sea-water-glare-no-effect-original