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Eroica Fenice

vivo evi

Vivo in un presepe

Vivo in un presepe tra le colline e le montagne, tra gli sputi di nuvola e il mare all’orizzonte. Vivo in un presepe imbalsamato sulla tela della memoria, arroccato su una roccia possente che sembra un pugno che ti cinge i fianchi e ti fa mancare l’aria. Non vi è nessun Gesù Bambino, ma solo tante Madonne dai volti rugosi e dalle anche spigolose, non vi è profumo d’incenso, ma sentore di agrumi e frutta secca, che dipingono l’aria con l’aroma del passato. Tutto è cristallizzato nei sassi di questo presepe, tra i ciuffi d’erba e il muschio odoroso: l’odore del pane e della cannella svetta tra i tetti e le piccole case che si arrampicano sulle pareti rocciose, i pastori moderni tornano dalle loro officine e dai loro affanni e sanno di bestia selvatica e docile.
Vivo in un presepe che si staglia nella cornice più remota di un Sud che accarezza l’ombelico di ogni donna e di ogni uomo, un Sud che non permette neppure il passaggio di Cristo e che di certo non l’ha visto nascere. Non vi sono natività qui, ma solo parti quotidiani e acque che si rompono con la stessa drammaticità di un respiro smorzato. Vivo in un presepe dove la morte è antica amica e compagna, da accogliere in punta di piedi tra i vicoli di pietra e gli antichi portali medievali, da ingoiare a piccoli sorsi come un liquore forte. Vivo in un piccolo presepe che si prepara ad accogliere la nascita di quel Cristo che non ha mai posato i suoi piedi oltre Eboli, che si tinge di quel Natale rustico che diffonde nell’atmosfera odore di anice stellato e spezie varie. Vivo in un presepe fatto di mani, di impasti morbidi, di forme diverse e di dialetti incomprensibili, di dolci che rimangono sempre uguali sulle papille gustative e nei ricordi, di racconti misteriosi e bui come il fiume di notte. Vivo in un presepe fatto di occhi di anziani, che suonano ancora il flauto e addomesticano la solitudine come se fosse una belva, di alberi di Natale al margine dei piccoli negozi di alimentari dove nessuno fa più la spesa. Vivo in un presepe di grandi tavolate che si ripopolano con le rondini emigranti che tornano dal fumo delle città, che svolazzano tra le frasi di circostanza e la buccia del mandarino.
Non saprei immaginare un presepe diverso, a cui tornare e a cui appartenere.

Vivo in un presepe: certezza dell’entroterra

Appartengo ad un presepe che si prende tutta la mia memoria, che mi conferisce la drammatica allegria senza cui non saprei nemmeno respirare.
L’amore ha per me i contorni di quel presepe, di quelle rughe materne, di quei colpi di tosse dissimulati, di quei camini perennemente ardenti di brace, di quella felicità che verso sera sconfina sempre nella malinconia violacea, verso i boschi della memoria. Natale è l’unico periodo dell’anno in cui il mio presepe è perfettamente a suo agio nei suoi vestiti pastorali, tra l’armonia dei cristalli di ghiaccio e dei ritorni. Dicembre è la primavera del mio presepe, perché per noi il Natale è una necessità. Più che una necessità, è un racconto profumato al miele, un cordone ombelicale strappato mille volte con violenza omicida ma poi annodato con la cura minuziosa di un certosino, è lo zucchero a velo, il succo aspro degli agrumi più amari, è pietra e legno nello stesso momento. Ogni borgo incastonato nella tela della memoria e dell’entroterra, ha bisogno di una certezza, di un frammento di codice genetico a cui appigliarsi per non smarrire i propri lineamenti tra l’erba e la roccia. Il Natale è la nostra parvenza di normalità, la nostra sete di certezze e carezze tra i contraccolpi e le bastonate quotidiane. Il nostro navigatore dell’anima tra una miriade di strade impraticabili, massi e sentieri che non ci portano da nessuna parte, tra la solitudine e l’isolamento che ci porta a parlare soltanto con i morti.

E fino a quando una nonna continuerà a regalarci l’odore della cannella, tra i deserti e la polvere dei vicoli, saremo al sicuro.