Napoli Magica al Modernissimo | Recensione

Napoli Magica, il nuovo film di Marco D’Amore, comincia il suo tour del 5/6/7 dicembre nelle sale in Campania a partire dal cinema Modernissimo. Alle ore 20.30 Marco D’Amore saluta il pubblico nella sala 1, in occasione di una serata speciale, con la partecipazione di grandi ospiti. Il nuovo film Sky Original è prodotto, appunto, da Sky e Mad Entertainment, in collaborazione con Vision Distribution, il soggetto e la sceneggiatura sono di Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio.

Napoli Magica è una pellicola liberamente ispirata all’omonima opera letteraria di Vittorio Del Tufo, edita da Neri Pozza. Marco D’Amore rivela, sin dal principio, di voler realizzare il progetto “a modo suo”, con l’intento di voler mescolare la tradizione storica al suo amore smisurato per quest’immensa e controversa città.

Napoli è una maga dall’aspetto senile, rinvigorita attraverso lo sguardo di Marco D’Amore e di chi, insieme a lui, ha scelto di intraprendere questo viaggio

Marco D’Amore sceglie di compiere l’impresa ardimentosa di girare un film su Napoli. Di fronte al pubblico partenopeo, dichiara apertamente che la sua è «un’opera incompiuta», e che a ciascuno, seduto tra gli spettatori in sala, è affidato il compito – forse il dovere – di continuarla, arricchendola con il proprio punto di vista, con una sfumatura nuova. Il regista ricorda scherzosamente, ma con orgoglio, un aneddoto di quando era bambino: l’insegnante gli ripeteva di continuo che, da ogni suo gesto e da ogni sua espressione, emergeva la sua napoletanità. Marco è fiero di essere napoletano e afferma, con umiltà e modestia, di non sentirsi all’altezza di dipingere un ritratto definitivo di Napoli. Lui non ha la presunzione di decifrare, di voler affermare, né i presupposti filosofici per ragionare su questioni che riguardano i rapporti della città con l’altrove. Allora, altro non può fare, se non meravigliarsi e spostare l’obiettivo sulla bellezza e sul mistero: le due facce del desiderio umano.

Il lungometraggio si apre con un reportage su Napoli: con occhi curiosi da documentarista, il giovane attore-regista cammina per le strade del centro alla ricerca di gente – di ogni età e provenienza – da intervistare. I primi minuti mettono in luce subito l’aspetto comico del film, che, senza ombra di dubbio, era necessario ci fosse. La protagonista è un personaggio ironico e fortemente autoironico, lo spirito del lavoro e l’approccio da parte della troupe non poteva essere serioso e minuzioso. Una città che ha come motto “l’arte dell’arrangiarsi” non vuole essere rappresentata in maniera perfetta. La bruttura, l’interruzione, la mancata risoluzione, la dissonanza, l’alternanza di generi e forme narrative diverse sono le caratteristiche principali di questo appassionato contributo cinematografico, che si addiziona alle infinite forme d’arte che, da tempo immemore, abitano Napoli e la raccontano dall’interno.

Non abituarsi, sempre modificarsi, reinventarsi: questi sono i “messaggi subliminali” e sublimanti del docufilm, che ogni dieci minuti si rinnova, cambia location e focus, concentrandosi su un altro aspetto del carattere di questo universo contraddittorio e multiforme che è Napoli. Marco D’Amore scende nel sottosuolo, scopre una città nella Città, tocca il suo cuore, senza avidità, con nessuna intenzione di rubarlo, ma, al contrario, di restituirlo ai suoi proprietari: coloro che la popolano, siano questi autoctoni o meno.

Se, per anni – che rappresentano, forse, la parentesi più fortunata della sua carriera -, il protagonista ha interpretato il volto più orrorifico, sebbene tristemente realistico, dell’antico regno borbonico, si trova, invece, ora a fare i conti con il suo di volto. Marco D’Amore, nei panni di sé stesso, compie il suo viaggio dantesco alla riscoperta della magia e alla ricerca del suo paradiso interno. La sua è un’avventura individuale o vuole assumere il senso di un’impresa universale? L’universalità si coglie sia nell’atemporalità delle storie raccontate, sia nella loro sospensione in uno spazio che – nonostante si delinei in ogni momento con le facciate, gli affreschi e le chiese locali – potrebbe tranquillamente identificarsi con quella bolla evanescente che è il Meraviglioso o, la Magia.

Marco è Dante, accompagnato da Caronte, nell’Inferno, ma anche Ulisse. Indossa gli abiti di personalità gigantesche, rappresentative del mito e della leggende, ma anche quelli del comune turista o cittadino, che, camminando per i vicoli di questo antico e misterioso gioiello, ogni giorno spalanca le palpebre e vede aperti davanti a sé nuovi specchi e dipinti. Sì, questo avviene di continuo, perché Napoli ha un suolo che empatizza con le emozioni di chi vi si stanzia, o, semplicemente, lo attraversa, anche solo per una breve durata di tempo. Napoli è una meraviglia a cielo aperto, che, con la sua fede cieca, sembra redimere e promettere il Paradiso a chiunque passa, ma è, al contempo, una strega malvagia e una sirena un po’ troppo fiera per non soffrire e, alternativamente, uccidere e lasciarsi morire.

Partenope (interpretata da Marianna Fontana) è la voce di Napoli, l’urlo stridente della disperazione e la sensazione di abbandono, il suo desiderio recondito e ininterrotto di risollevarsi dalle acque stagnanti, di fare un “gran baccano”, rivoltarsi contro tutto e tutti, come una donna innamorata e imbestialita. La dignità è una delle sue parole chiave, e la volontà di rivendicarla o, anche solamente, di preservarla, si nasconde dentro gli occhi di ogni passante ed è riconoscibile, come un segno distintivo, nei suoi nativi.

Così il film si inserisce a metà tra il documentario, l’horror, la commedia e tanto altro ancora. Non è necessario affibbiare a Napoli Magica un’etichetta precisa. Allo stesso modo la superstizione, la leggenda e la mitologia non hanno bisogno di spiegazione alcuna. La ricerca di un senso diventa immotivata, quando ci si trova in uno stato di ipnosi e confusione, come quello in cui questo posto ci trascina. Il munaciello è apparso davvero di fronte a Marco o no? Ha davvero avuto l’onore di conoscere Pulcinella in carne ed ossa?

Le domande rimangono irrisolte. L’esperimento visivo non ha l’arroganza di voler approdare a una fine, lo scopo è realizzare una pozione, un intruglio magico (con potere salvifico?) da gettare negli occhi di chi guarda. L’intenzione è, indubbiamente, anche quella di tramandare, il comandamento di questa cultura è quello di non dimenticare le antiche origini e usanze, i rimasugli microscopici di ogni singolo tassello, che compone questo mosaico color arcobaleno.

Napoli è magica, ma, soprattutto, viva e vivificante: ha il volto pieno di rughe, come le anziane signore, che, in alcuni quartieri (Forcella, Rione Sanità) sono divenute ormai parte del paesaggio, tanto interagiscono con le mura e gli spiriti che vi si nascondono. Risvegliano  segreti, e – con buona probabilità – innocenti bugie, che per loro costituiscono motivo di sopravvivenza. Siamo asini noi tutti, davanti a questa possente e seducente figura che incarna l’anima del Sud.

Pulcinella, con la sua maschera, ha dimostrato la singolare abilità di mettere in scena le innumerevoli smorfie, gli infiniti stati d’animo, capricci e controsensi di Napoli e dei napoletani. Pino Daniele lo ha fatto attraverso il cantautorato e, – a onor del vero – con le sue poesie musicate, accarezzando  la fragile spina dorsale di questa apparente Nemica, l’ha analizzata così a fondo da “far rompere l’uovo” e mostrare, come, nel suo guscio frantumato, batte ancora un cuore grande e saldo.

Marco D’Amore sale sulla macchina del tempo e diventa vecchio, ma non sembra aver bisogno del bastone, si tiene in piedi forte, guarda in faccia la morte e l’accoglie. Napoli muore, e chi la vive ogni giorno perde qualcosa – complici i malocchi e “a’ciorta” -, ma pure riceve inestimabili doni: arte e rovine, poesia e prosa, sacralità e profanità.

Napoli è tutto e niente, e nella realtà, e nel film di Marco D’Amore, o meglio, è un niente che è Tutto.

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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