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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 367 articoli

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Everything is in perspective: intervista ai Myownmine

Ieri è uscito per la La Lumaca Dischi/Audioglobe “Everything is in perspective”, album d’esordio dei Myownmine (Francesco Parise, voce e sequenze, Yandro Estrada, batteria elettronica e piatti, Giuseppe Mazzuca, basso e Silvio Perri al basso in alcuni brani). Otto i brani: We Come From The Same Water, Shut The Door, Inside The Volcano, I Can Feel It In The Air, By My Side, My Heart In Your Stomach (What Else You Got), My Possession, Fell In. L’uscita dell’album sarà accompagnata da un trittico di videoclip, a partire da quello di Shut The Door. In occasione dell’uscita dell’album li abbiamo intervistati tramite Yandro. Da dove nasce l’esperienza dei Myownmine? Myownmine nasce dall’esperienza di Francesco Parise, più o meno attorno al 2012. Dopo un paio di anni abbiamo deciso di collaborare insieme, poi abbiamo iniziato ad inserire all’interno di questo progetto anche un basso (NdR: prima Silvio Perri, poi Giuseppe Mazzuca). Il nome del gruppo, Myownmine, da dove viene? Da un gioco di parole, sarebbe “il mio proprio me stesso”. Ci piaceva ed è un gioco di parole che è interessante, molto interpretativo, un po’ per dire “quello che sono io di me stesso”. A proposito di nomi, da dove nasce il titolo dell’album, “Everything is in perspective”? Nel disco vengono affrontate diverse tematiche a livello testuale, vengono affrontate non dal punto di vista “giovanile”. Ci sono molte canzoni che parlano anche d’amore, però non è una tematica trattata in maniera “classica”. Siamo tutti sui trent’anni, quindi c’è una visione introspettiva di quello di cui si parla, una visione non convenzionale di queste tematiche: ci piaceva l’idea che tutto quanto sia in prospettiva, anche la visione della musica. Sempre a proposito delle tematiche dell’album, come mai l’amore, come tema principale dell’album? Dipende, sono tutte esperienze personali. Non è un modo di affrontare l’amore come fanno magari i cantautori adesso, ci sono anche dei lati positivi, anche nelle mancanze. Bisogna parlare anche di un altro tipo di amore, anche del coraggio, anche dell’amore ossessionato. Visto in una prospettiva diversa è un sentimento che può accomunare delle persone. Il tema dell’album sarebbero quindi le diverse sfaccettature dell’amore? Non si parla soltanto di amore: si parla anche di viaggio, di presa di coscienza personale. Dentro l’amore ci sono tante cose, anche un’emancipazione personale, c’è un confronto con se stessi a seconda di quello che si vive: di voler lasciare qualcosa alle spalle o voler essere per forza ossessionati da qualcosa. Come mai la scelta di farlo proprio in inglese? In Italia si può proporre qualcosa di internazionale. Dobbiamo smettere di ragionare in maniera provinciale. Siamo l’unico Paese in Europa che non fa più progetti, anche indipendenti, che provano a guardare oltre i confini nazionali: fuori dall’Italia i cantautori, i gruppi che sono famosi qua, non li conosce nessuno. Pensiamo che con le nostre sonorità, che sono comunque pop, si possa pensare anche ad un discorso esterofilo. Everything is in perspective – Intervista ai Myownmine Quali sono le ispirazioni musicali dell’album? Chi ascolta il disco avrà […]

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ALquadro racconta Marzianacci, il suo primo album

Marzianacci è il titolo del primo album del pianista e cantautore indie–pop ALquadro, uscito il 21 novembre 2019 per Beta Produzioni. Pugliese di origine e romano di adozione, ALquadro, pseudonimo di Alessandro Loconsole, dopo una breve parentesi in una band, La Bibbia del Pop (con la quale ha pubblicato l’EP “6 Piccoli Teneri Infarti” ed il singolo “Una strepitosa commedia”), ha dato vita al suo progetto da solista nel 2019 entrando nel roster di Beta Produzioni/MArteLabel, con la quale ha pubblicato il singolo “Mele a metà”, che ha anticipato l’uscita del disco. “Mele a Metà” è stato poi seguito dalla pubblicazione a luglio 2019 del singolo “Il Mago”. La “meccanicità” dell’uomo In totale “Marzianacci” contiene 10 tracce inedite che sono un mix di sonorità anni ’80, indie e cantautorato italiano. Nei testi c’è un richiamo costante al concetto di “meccanicità” dell’uomo e a tutto ciò che essa comporta: pensieri automatici, rapporti di coppia che non funzionano, insoddisfazione, rassegnazione. Un uomo “meccanico” è condizionato dalle caratteristiche psicologiche del proprio tipo planetario. Lo stile indie-pop di ALquadro è influenzato dai cantautori italiani (Conte, Battiato, Fossati, Dalla, Battisti&Panella, Bianconi), dalla musica progressive e sperimentale (Fripp, Eno, scena di Canterbury) e dalle ricerche nell’ambito della crescita personale e della meditazione. Intervista ALquadro Abbiamo intervistato ALquadro per conoscerlo meglio. Buona lettura! Chi è ALquadro? Presentati ai nostri lettori… Sono un cantautore indie tarantino ma ormai stabile a Roma da una decina d’anni. Il mio primo strumento è il pianoforte ma suono anche la chitarra. Ho 37 anni e da poco ho intrapreso la strada da “solista” con il progetto ALquadro. Solista tra virgolette perché gli artisti con cui collaboro e con cui ho registrato il mio nuovo disco sono stati decisivi per la riuscita artistica del lavoro, in primis il mio produttore e bassista Roberto Cola, genio assoluto di suoni e frequenze. “Marzianacci” è il tuo primo album, come mai questo titolo? Nasce da ciò che ha ispirato tutto il disco: lo studio dei “tipi planetari”. In questa materia si approfondiscono le caratteristiche fisiche e psicologiche che accomunano i diversi tipi planetari. Un esempio è molto più illuminante di tante parole: il tipo Marziale, collegato al pianeta Marte, è tendenzialmente basso e muscoloso, caratterialmente combattivo, il guerriero per antonomasia. L’attore Kirk Douglas, recentemente scomparso, era un classico marziale. Dal mio percorso personale ho capito di essere un Venusiano, più pacato (forse dovrei dire pigro) e più incline alla mediazione. Sull’enneagramma, figura geometrica su cui si posizionano i tipi planetari, il venusiano è l’esatto opposto del marziale. Da qui il titolo. Ci racconti com’è nato questo disco? È nato per gioco, ero in un momento di pausa dai miei progetti e mi sono messo a lavorare su alcune idee senza pensare che nel giro di un paio d’anni avrei pubblicato Marzianacci. È bellissimo poter scrivere senza alcuna finalità, solo per il gusto di farlo e di realizzare qualcosa di bello. La sfida era grande: parlare di tematiche non propriamente mainstream ma riuscire ad essere semplice ed intrigante […]

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Marco Sentieri: passione, gavetta e sacrifici | Intervista

Si è fatto conoscere al grande pubblico con Billy Blu, brano che gli ha permesso di partecipare alle fase finale della gara delle Nuove Proposte di Sanremo 2020, ma Marco Sentieri è lungi dall’essere un esordiente. Prima di interpretare la canzone scritta e composta da Giampiero Armenti (autore di grandi classici della canzone italiana come Perdere l’amore), il cantante originario di Casal di Principe (CE) si è esibito in lungo e in largo per lo stivale con la band Due Quarti, aprendo decine di concerti per artisti come Clementino, Rocco Hunt e i Neri per Caso. Anni di sudore e sacrifici ma soprattutto di passione, quella che ha spinto Marco a inseguire il suo sogno: la musica. Una carriera costruita attraverso la gavetta non solo in Italia ma anche in Romania dove Marco Sentieri ha vinto due festival internazionali nel 2016 George Grigoriu e Dan Spataru ed è arrivato tra i dieci finalisti dell’X-Factor Romania, dove spesso viene chiamato come ospite in diverse trasmissioni.  Oggi, Marco Sentieri si appresta ad iniziare un ciclo di incontri nelle scuole per la sensibilizzazione sul bullismo e sul cyberbullismo, dei quali tiene molto a parlare e che, come ci ha raccontato durante la nostra intervista, ha subito in prima persona. Intervista a Marco Sentieri  Ti sei fatto conoscere al grande pubblico con la tua partecipazione a Sanremo Giovani, non sei però un esordiente assoluto ed hai alle spalle una lunga carriera, vuoi parlamene? Ho iniziato da piccolissimo, amavo tantissimo cantare già a 5-6 anni. Ogni qualvolta avevo l’opportunità cantavo al karaoke, al piano bar, feste private… queste cose che succedono in famiglia ed io venendo dal sud si festeggia ad ogni cerimonia. Poi verso i 12 anni, ho iniziato a farlo più seriamente iniziando ad incidere dei brani grazie al sostegno della mia famiglia e verso i 16 ho iniziato con i primi live seri, le prime band. Sono andato avanti facendo tante esperienze, tanta gavetta, tante feste di piazza, pub… Nel 2016 ho partecipato ad X-Factor in Romania dove tra l’altro ho anche vinto due festival internazionali (George Grigoriu e Dan Spataru, nda). Come sei capitato in Romania? La mia etichetta discografica è rumena (Divas Music Production, nda) e mi trovavo lì per rappresentare l’Italia per dei festival internazionali e durante un day-off dove non avevamo nulla da fare e quindi andammo nell’albergo accanto al nostro dove stavano facendo le audizioni per X-Factor. Da lì mi richiamarono fino ad arrivare alle fasi finali, sono stato tra i dieci finalisti. È stata una cosa molto casuale ma è stata un’esperienza che ha contribuito tantissimo ad arricchire il mio bagaglio artistico. Hai inoltre aperto tantissimi concerti per artisti come Clementino, Rocco Hunt, i Neri per Caso… Sì nel mio lungo periodo di gavetta ho fatto spesso da apripista e anche queste cose qui mi hanno dato tanta tanta esperienza. Quando mi chiedevano a Sanremo “Marco come mai sei così sereno, così sicuro di te?” probabilmente ero così anche grazie ai tantissimi live fatti anche davanti anche […]

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Cantanti blues, i più famosi di sempre

Viaggio alla scoperta dei cantanti blues più famosi, attraverso un percorso tra i sottogeneri più importanti di questa musica. Nato attorno al XVIII secolo, il blues è un genere poetico-musicale che riuniva tutti quei canti intonati dagli schiavi afroamericani nei campi di lavoro del sud degli Stati Uniti. Il segno distintivo è l’atmosfera malinconica, tanto nella melodia quanto nei temi trattati nelle canzoni: delusioni d’amore, carcere, fame, sofferenza, lontananza dalle persone amate o dalla propria terra d’origine che è l’Africa. Non a caso il nome stesso del genere deriva dal modo di dire to have the blue devils, traducibile in “avere i diavoli blu” e corrispondente al nostro “essere tristi/infelici”. Col passare degli anni il blues ha cambiato più volte faccia, svestendosi delle umili origini con cui è nato per abbigliarsi con le luci sfarzose della fama lungo tutto il globo, conferendo scintilla vitale a gran parte della musica contemporanea. Il rock, il pop, il rap e tanti altri generi non esisterebbero, se non ci fosse stato il blues a fare loro da base. Chiuso questo piccolo cappello introduttivo, che non è da considerarsi esaustivo, imbarchiamoci su di un immaginario battello fluviale, proprio come quelli che attraversavano il Mississippi sulle cui coste nacque e si sviluppò questa musica, e scopriamo quali sono i cantanti blues (o per usare un termine del settore, bluesman) che hanno fatto la storia, attraverso una carrellata tra i sottogeneri più celebri. Cantanti blues. Skip James e il Delta Blues Il Delta, nato attorno agli anni ’20 e ’30 del ventesimo secolo, viene considerato il primo genere di blues vero e proprio, oltre a essere quello che lo ha prelevato dallo stato di canto popolare per iniziarlo alla commercialità musicale. Il nome deriva dalla zona in cui gran parte dei suoi cantanti erano nati: il Delta, situato lungo il fiume Mississippi a nord di Memphis e a sud di Yorktown. Tra gli interpreti maggiori va citato Skip James, chitarrista e pianista annoverato tra i maggiori cantanti blues. Dopo aver fatto i lavori più disparati, tra cui il contrabbando di alcolici, vinse un concorso indetto dalla Paramount Records che gli fece firmare un contratto. Durante una sessione in studio del 1931 registrò brani che poi sarebbero divenuti celebri tra cui Devil got my woman, dove si riconoscono i segni distintivi della sua musica: il tono cupo e rassegnato della melodia scandito dal pizzicare le dita sulle corde di chitarra, tecnica da lui stesso brevettata, i testi oscuri e morbosi, la voce tendente al falsetto e spettrale, quasi a voler enfatizzare il carattere misterioso di Skip James. Egli, in seguito alla grande depressione che colpi gli States negli anni ’20, si eclissò misteriosamente, senza lasciare tracce di sé fino agli anni ’60 dove, prima di morire per via di un cancro, si esibì in poche occasioni. Cantanti blues. Il Chicago Blues Come suggerisce il nome, il Chicago blues si formò principalmente a Chicago, dove gli afroamericani giunsero dagli stati del sud tra gli anni ’40 e ’50, per […]

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Afar Combo: con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa

Gli Afar Combo riprendono il viaggio con il loro secondo album Majid per l’etichetta discografica Music Force e Toks records. Dopo il primo disco omonimo AFAR COMBO, il gruppo si conferma un quartetto che funziona: Mirko Cisilino alla tromba, Alan Malusà Magno alla chitarra elettrica, Roberto Amadeo al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria. Un connubio di musicalità apolidi sognanti e concrete, violente e sentimentali allo stesso tempo, nomadi e sempre consapevoli di sé che creano visioni sonore inaspettate per un viaggio musicale che supera i confini di genere. Con Majid, gli Afar Combo hanno sviluppato un lavoro discografico dinamico dai cambi di stile repentini che rivelano un lavorio mentale recondito: basati su idee e prospettive diverse, i gusti e le ambizioni musicali dei quattro componenti si mescolano e convergono in un prodotto necessariamente originalissimo. Afar Combo, con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa Partiti dall’Africa con il loro primo album chiamato non a caso Afar Combo (un nome che rimanda alle popolazioni nomadi africane), dopo aver fatto la prima fondamentale tappa del loro cammino musicale quale la tradizione jazzistica più classica e “convenzionale”, gli Afar Combo lasciano il punto di partenza per continuare un viaggio tra generi che si fa più urban e suggestivo. La maturità musicale del quartetto udinese è dimostrata nella ideazione e elaborazione più colta di questo secondo album caratterizzato dalla coesione interessante di strumenti diversi (chitarra elettrica e tromba, batteria e contrabbasso) e dalla coerenza concettuale che rimane intatta dall’inizio alla fine. La musica di Majid risale dai “bassifondi metropolitani” e si espande coinvolgendo regioni musicali lontane. Nove tracce, nove posti remoti fatti di sole note: Rokia, In fila, Paesaggio, Detto al mare, L’oracolo, Majid, Barca a vela, Ferrage, Bulga bulga. Una miscela di rock, blues, jazz, sound soft e ruvido, musica dalla potenzialità di colonna sonora (L’oracolo ne è un esempio lampante), ma anche di ispirazioni e contaminazioni più lontane. Majid è il nome di Majid Bekkas un musicista originario del Marocco a cui Mirko, Alan, Roberto e Marco hanno dedicato il titolo dell’album e di una track al suo interno. Rokia è invece dedicata a Rokia Traorè, un musicista del Mali. Una pietanza speziata che ha gli odori e i sapori di ogni dove: così potremmo definire Majid riprendendo le parole degli stessi Afar Combo. Ogni onnivoro musicale dovrebbe assaggiarla per soddisfare ogni senso, uditivo e non, e appagare l’immaginazione che corre lontano e si libera da forzature o schemi di ogni sorta. Come forse accade raramente, il lavoro degli Afar Combo è fresco e sincero, non dà conto al mercato. Majid è un prodotto di nicchia che mantiene perciò intatta la propria purezza, ma soprattutto da non sottovalutare. Fonte immagine di copertina: AfarCombo su Facebook.

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Ospiti Sanremo 2020: chi erano e quali sono stati i migliori?

Gli ospiti Sanremo 2020: un resoconto dell’ultima edizione del festival Febbraio è il mese del Festival di Sanremo. Anche quest’anno, l’evento più importante della canzone italiana ha riscosso successo: in media sono stati 13 milioni e 287 mila gli spettatori. Ottenendo il 57,43% di share, si è raggiunto un nuovo record rispetto alle passate edizioni, dimostrando che la storicità del Festival batte ancora nel 2020 le critiche e le lamentele ad esso inerenti. Merito è sicuramente della coppia Amadeus – Fiorello che mostra complicità e affinità, ricordando di essersi promessi, ben 35 anni prima, che avrebbero condotto insieme il Festival; sicuramente anche dei big, tra i quali qualche vecchio protagonista della canzone italiana, come Irene Grandi e Le Vibrazioni, e qualche nuovo partecipante più inatteso, come Elettra Lamborghini, Rancore e i Pinguini Tattici Nucleari. Ma gran parte dello spettacolo è dato dagli ospiti. La prima serata ha ospitato il cast del film di Gabriele Muccino Gli anni più belli, uscito nelle sale il 13 febbraio, con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti e Claudio Santamaria. Poi Gessica Notaro, Miss Romagna 2007, sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, ha emozionato l’Ariston cantando una canzone di Antonio Maggio e Ermal Meta. Il più atteso momento di questa serata è stato sicuramente il ritorno di Albano e Romina che, oltre a proporre un medley dei loro più famosi classici, hanno presentato la loro nuova canzone, scritta da Cristiano Malgioglio. La seconda serata ha visto la tanto attesa reunion de I Ricchi e Poveri, con la formazione originale composta da Angela Brambati, Angelo Sotgiu, Franco Fatti e Marina Occhiena, poi Zucchero, Gigi D’Alessio e Paolo Palumbo, un ragazzo 19enne che, grazie a un sintetizzatore vocale, è riuscito ad esibirsi nonostante le difficoltà conseguite dalla SLA. La terza sera, quella delle cover e dei duetti, si è divisa tra nazionalità ed internazionalità: da un lato Massimo Ranieri, dall’altro Lewis Capaldi, il cantautore scozzese che in un solo anno è riuscito a raggiungere i primi posti delle classifiche mondiali, e Mika, ormai d’adozione italiana, che ha omaggiato Fabrizio De Andrè con Amore che vieni, amore che vai. Questa serata ha visto il tanto atteso ritorno sulle scene, dopo l’interpretazione al cinema di Geppetto in Pinocchio, del grande Roberto Benigni, che non compariva all’Ariston da ben 9 anni (l’ultima volta si era presentato su a cavallo). Entra scherzando, ricordando i tempi passati e confessa di voler cantare: «Ho cercato la canzone più bella, l’ho trovata. È una specie di cover, la più bella del mondo. È il Cantico dei Cantici che sta nella Bibbia. Non vi spaventate, è la canzone più bella nella storia dell’umanità, di 2400 anni fa». La scelta spiazza tutti e lui la giustifica apertamente: «Dentro al Cantico dei Cantici c’è erotismo, amore fisico, cose forti. […] La protagonista è una donna: molti autorevoli commentatori pensano che l’autrice sia una donna. Pensate, 2400 anni fa, una cosa inaudita. Una donna potrebbe aver scritto il libro più bello e voluttuoso della Bibbia. Dopo anni di buio […]

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GERO, intervista al cantautore siciliano

Il 31 gennaio 2020 è uscito, per la Carioca Records, Un anno in più, il nuovo album del cantautore siciliano GERO. Il disco contiene dieci brani inediti, più una intro strumentale, scritti e composti dal trentaduenne di Mussomeli (CL). Per la realizzazione di questo suo nuovo lavoro – che arriva a ben undici anni di distanza dal primo, Guardando nel mio specchio (2009) –  Gero (voci e cori) si è avvalso della collaborazione di Sebastiano Valenza e Giuseppe Perrone (Batteria e Percussioni), Vincenzo Marranca e Luca Castiglione (Basso Elettrico), Gianluca Genova, Luca Castiglione e Peppe Milia (Chitarre acustiche, Elettriche, Ukulele) e Leo Curiale (Pianoforte, Fender Rhodes, Programmazione e Synth) che ha curato anche la produzione artistica, gli arrangiamenti e il mixaggio. L’album è stato registrato interamente presso il Master Play Studio di Leo Curiale a Mussomeli (Cl) e masterizzato da Gianni Bini presso gli Hog Studios a Viareggio (Lu). Musica contro le mafie Il nuovo disco di Gero è uscito dopo meno di un anno dalla pubblicazione del singolo L’amore salva e del brano Svuoto il bicchiere, un pezzo che descrive un significativo episodio di vita del giudice Paolo Borsellino e della figlia Fiammetta e che ha permesso a Gero di aggiudicarsi il premio nazionale Musica contro le mafie. Grazie a questa manifestazione il cantautore ha vissuto esperienze live importanti come l’esibizione e premiazione nel 2019 a Casa Sanremo (nei giorni del Festival) e l’esibizione al Club Tenco. Ancora, l’esibizione in Palermo Chiama Italia il 23 Maggio 2019 davanti ad oltre quindicimila persone e l’ospitata all’Unlocked Selinus Festival, il più grande Festival di Musica Elettronica del Sud Italia, al Parco Archeologico di Selinunte, dove ha cantato davanti ad oltre diecimila persone. Intervista a GERO Per conoscere meglio GERO e saperne di più sul suo ultimo lavoro, noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto qualche domanda. Buona lettura!  Un anno in piú è il tuo secondo lavoro discografico, che arriva a ben undici anni di distanza dal primo. Cosa è successo in questo lungo arco di tempo ? Esatto. Undici Anni. Nel frattempo sono diventato adulto, capelli in meno e barba folta. Sono tanti perché ho voluto prendermi il tempo necessario per capire se la musica poteva soddisfare quello di cui ero alla ricerca. Scrivere canzoni è un fattore imprescindibile dalla mia natura però volevo essere sicuro di sentirmi felice prima di pubblicare un disco. Nel frattempo però ho studiato, sono stato alla continua ricerca di un qualcosa che mi rappresentasse e che mi reinventasse, mi sono dedicato a canzoni singole ed ho viaggiato. Viaggiare mi ha aiutato tantissimo a ritrovarmi. Undici anni sono tanti, ma stavolta ne è valsa la pena anche se mi sono ripromesso di fare un altro disco almeno entro i prossimi dieci anni (scherza, ndr). Com’è nato questo nuovo disco e perché la scelta di questo titolo? Più che un “nuovo album” lo definisco una raccolta dei miei precedenti anni di ricerca e lavoro in studio e una pubblicazione di nuovi brani inediti che rappresentano l’ultimo periodo di scrittura, […]

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I Joe D. Palma sono Ok, Tutto Ok | Intervista

Affermano di essere stati rapiti dal fascino delle donne di Gubbio, sirene di questa piccola città di mare in Umbria…No aspettate, c’è qualcosa che non va! Parliamo di Giorgio Cagnin (chitarra, voce), Matteo Stanco (chitarra, voce), Alvise Mutterle (basso), Giacomo Raffaelli (batteria), Andrea Gomiero (tastiere, voce) che insieme formano i Joe D. Palma. Tutto Ok è il loro nuovo lavoro discografico pubblicato lo scorso novembre per La Clinica Dischi. ‘Tutto ok’ come espressione di un mood, di un approccio alla vita della quale non si riesce bene ad afferrare il senso. È una condizione di disagio contrastata con ironia e un po’ di leggera disillusione. «Ma chi l’ha detto poi che è coscienza o moralità?». Il disco prende forma in nove tracce tra scene quotidiane, attese interminabili, aspettative disattese e citazioni del wrestling che puntellano il suo vestito sonoro dancefloor, dalla spiccata attitudine elettronica. Un sound convincente  che in questi anni è stato apprezzato anche su tanti palchi in giro per l’Italia dato che i Joe D. Palma hanno aperto molti concerti per i Pinguini Tattici Nucleari, Coma Cose, Frah Quintale e Giorgieness.  Di questo e di altro ancora abbiamo avuto occasione di parlare stesso con i Joe D. Palma, durante la nostra intervista. Intervista ai Joe D. Palma Come nasce il gruppo? Il gruppo nasce dall’idea di Giorgio e Matteo di fare un po’ quello che gli pareva, suonare quello che non avevano mai potuto scrivere con gli altri progetti che avevano. Prima che uscisse il primo EP siamo stati probabilmente il gruppo che ha cambiato più membri della storia, sarebbe interessante fare un concerto con tutti ragazzi che abbiamo conosciuto. Poi nel 2017 sono arrivati Raffa, Alvi e Gomez e sono effettivamente nati i Joe D. Palma. Com’è nato l’album? È nato a Padova principalmente a casa di Gomez, tra i tramezzini di mamma Stella e i tentativi di far parlare il suo cane Sciro, è stato un processo abbastanza lungo, ma alla fine aveva imparato a dire un sacco di cose. Poi da quando siamo entrati in studio dai ragazzi di La Clinica Dischi il tutto ha iniziato a prendere una dimensione più precisa, dalle pre-produzioni ai mix è stato un gran bel viaggio. Cosa avete voluto raccontare? Abbiamo voluto raccontare quei piccoli disagi quotidiani che stanno dietro le persone normali, in cui i ragazzi della nostra generazione possono trovare un po’ di familiarità, magari in quei richiami malinconici alla nostra infanzia e agli oggetti che l’hanno caratterizzata. Rimane comunque un racconto leggero, ci piace stare sereni, alla fine sta tutto nel titolo dell’album. Qual è stata la ricerca musicale? È stata la cosa più lunga ma anche quella più interessante. Trovare una dimensione che ci caratterizzasse comunque come una band a livello proprio di sound, che non è così semplice nel panorama musicale italiano, riuscire ad unirlo con lo stile che Giorgio ha nello scrivere, che tende al cantautorale. A noi piace l’idea di suonare come una band poco italiana, speriamo di riuscirci. Cosa potete dirmi […]

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Sanremo 2020: cosa resterà di questa musica

Riassumere 5 giornate di Festival di Sanremo in un unico articolo è un impegno arduo, oltre che un grande sforzo di memoria; proprio così, dato che questo 70esimo Festival di Sanremo è un’edizione senza tagli, che non bada allo scorrere dei minuti e cerca in ogni modo di trovare un compromesso tra show e kermesse canora. Si avvicendano sul palco ospiti su ospiti, Amadeus presenta con impegno, Fiorello si muove con disinvoltura tra una gag e l’altra, Tiziano Ferro canta ogni volta che può, sfilano 1

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Varanasi – EP post-punk dei Varanasi: Intervista

Il 15 novembre 2019 è uscito l’EP Varanasi della band omonima, composta dagli ex Japan Suicide: Stefano Bellerba (voce, chitarra), Matteo Bussotti (batteria), Matteo Luciani (basso), Leonardo Mori (tastiere, synth), Saverio Paiella (chitarre). È stato registrato presso la Distilleria – produzioni musicali, con la produzione di Maurizio Baggio. Quattro i brani inclusi: La Grande Onda, Mishima, Rosemary’s Baby, 1978. Di questi Rosemary’s Baby è un inedito, gli altri sono brani già editi e nuovamente registrati. Nell’album si alternano sonorità diverse, cupe e lente in La Grande Onda, esclusivamente strumentale, ritmate e quasi sognanti in Mishima e Rosemary’s Baby per finire con quelle cupe e synth di 1978. Contributi con sfumature diverse, seppur legati al post-punk che contraddistingue la band e che rendono interessante l’ascolto dell’EP. In occasione dell’uscita del disco abbiamo intervistato i Varanasi. Come è avvenuto il passaggio da Japan Suicide a Varanasi? Come Japan Suicide abbiamo pubblicato quattro album in dieci anni di attività; soprattutto dal 2015 con “We die in such a place” abbiamo cominciato a suonare con continuità all’estero e ad avere soddisfazioni in termini di riconoscimento. Allo stesso tempo ci siamo mossi in un genere piuttosto definito, cercando la nostra “voce”, e pensiamo di aver in un certo senso dato un contributo compiuto con quella che consideriamo una sorta di trilogia: We die in such a place, Santa Sangre (con alcune contaminazioni psichedeliche) e Ki. Il cambiamento riflette sia una curiosità musicale verso altre direzioni che pensiamo avrebbero stonato nei Japan Suicide, oltre al passaggio all’italiano, e sia un’esigenza più pratica per quanto riguarda la vita e la gestione di una band. Video dal canale YouTube ufficiale dei Varanasi Perché la scelta di fare un album con un inedito (Rosemary’s Baby) e tre pezzi già editi e nuovamente registrati (La Grande Onda, Mishima, 1978) e non con soli inediti? L’ep è stato pubblicato come prova di transizione. Oltre a Rosemary’s Baby avevamo altri brani sui quali non eravamo del tutto convinti e che poi abbiamo anche scartato per il nuovo disco sul quale stiamo lavorando. Mentre per esempio 1978 è un brano che ci è molto caro, e insieme con gli altri due che abbiamo tratto dal recente Ki, forma un buon compendio della nostra musica. Come mai questi titoli per i brani (un libro horror, una xilografia giapponese, un discusso personaggio nipponico e un anno importante nella storia italiana recente)? Quali i temi dei brani? Rosemary’s Baby è una storia che affronta la paura della perdita e del cambiamento, sul piano personale e in parte sociale. Il titolo è stata una coincidenza fortuita nata dal cantato improvvisato, ma rispecchia il lato negativo del testo e l’ambiguità del desiderio di voltare pagina e l’ossessione che ti trattiene dal farlo. Il cambiamento e la novità sono tanto inevitabili quanto spesso spaventosi. A Mishima è dedicato il nostro ultimo lavoro come Japan Suicide, la sua figura è parecchio complessa e racchiude in sé il conflitto tra la modernità e la tradizione, tanto nell’arte quanto nella sua vita, […]

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