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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 514 articoli

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Cuccurucucù Paloma: il mondo grigio e blu di Battiato

Cuccurucucù Paloma è uno dei brani più celebri di Franco Battiato. Più che una canzone, come succede spesso per il cantautore, è un vero e proprio testo poetico, dal significato profondo. Il titolo deriva dall’onomatopea del verso delle colombe in lingua spagnola; il significato della canzone si basa sulla perdita di una persona amata e sulla sofferenza ad essa collegata. La canzone fu scritta dal cantautore messicano Tomás Méndez nel 1954. Nel corso degli anni, il brano è stato utilizzato come colonna sonora in svariate opere cinematografiche. Cuccurucucù Paloma: significato, temi e filosofia di vita La canzone è una sorta d’elegia liceale, un romanzo di formazione “de minimis”, uno scorcio dell’io giovane, che esprime una profonda vocazione per la persona (l’io poetico) e poi per amore (Paloma). Nelle canzoni, la primogenitura del richiamo colombale appartiene al messicano Mendez (1954), seguita qualche anno dopo dal più noto song di Harry Belafonte, il re del calypso. Il Cuccuruccucù di Franco Battiato rappresenta il primo e riuscito esempio di rivisitazione del testo conciniano. La rivoluzionaria rielaborazione del Maestro catanese Ovviamente nel caso di Franco Battiato, si tratta, così come per altri celebri testi, di canzoni filosofiche. L’illimitato è associato, tramite un parallelismo e attraverso la metafora, all’Infinito Leopardiano, in un susseguirsi di concetti che richiamano alla mente diverse suggestioni; in questo modo si crea, nel caso del cantautore italiano, un rapporto sospeso tra narratore ed ascoltatore. È come se fossero annunciati più concetti contemporaneamente, e non si riesce mai a comprendere quale sia quello principale. Tanti i temi che s’intrecciano tra loro, e difficilmente se ne viene a capo; forse è proprio questa la bellezza infinita della musica di Battiato. Tutto ciò contribuisce a rendere le canzoni dell’autore incommensurabili, con parole che sfiorano i caratteri insiti nell’io, con filosofia e raziocinio. Una connessione con l’universo, di cui Cuccurucucù Paloma rappresenta il fulcro di un’indagine narrativa e stilistica, nel modo in cui avviene nella poesia. Ricordiamo che Franco Battiato, super conosciuto e molto apprezzato nell’ambito musicale non solo italiano, era un artista impossibile da etichettare, così come accade in questa canzone. Anche in Cuccurucucù Paloma viene fuori l’immagine di un intellettuale che ha sempre guardato la società e il mondo da un punto di vista personale e originale. Chi non ricorda Battiato? Chi non ne conserva le note in mente? Chi non si lascia ancora suggestionare dalle amabili note che proferiva il cantautore? E ancora i suoi testi volutamente ermetici, evocativi ed irriverenti, se non spensieratamente e (solo apparentemente) paradossali. Se Cuccurucucù Paloma nasce come un fonema evocativo, il testo ricorda gli anni della giovinezza, quella che ancora rievoca ascoltandola oggi. Il testo, celebre e reinterpretato da numerosi artisti attuali, è un racconto per immagini, ma anche elementi tra loro dissociati, talvolta strani, inconciliabili, immersi in precisi contesti storici. Le note del basso e della batteria sono talmente affascinanti e coinvolgenti che rendono la canzone quasi comprensibile a tutti. Cuccurucucù Paloma non è una canzone che s’impara a memoria, come si è soliti fare con i testi della musica moderna, […]

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VEA: alla ricerca della verità mai saputa

Perché in fondo è proprio questo: sapere chi siamo davvero. Ma l’abbiamo mai capito? Probabilmente è il viaggio di una vita ed è ancora più probabile che una vita non basta. Valeria Angelotti, in arte VEA, affronta questa chiave di lettura in questo nuovo bellissimo disco dal titolo “Sei chi non sei” già arricchito dal video del singolo “Esplosa” ma che oggi torna in scena con un altro estratto: “L’esatta combinazione”. E anche in questo caso, come ormai ci ha spesso abituato la cantautrice ormai torinese d’adozione, la qualità delle idee è ben accolta da una resa sempre efficace. Come i suoni che davvero accarezzano tutto il disco scansando lo spettro del già sentito ma vestendo il tutto di grandissima personalità. Cose semplici… le piccole grandi bellezze della nuova musica italiana.   Nuovo video e nuova voce a questo disco di VEA. Alla fine dei conti, chi sei? Bella domanda! Forse non ho ancora finito i conti e non posso rispondere. Le canzoni più che definire interrogano, quindi la ricerca è ancora in atto. Ma, soprattutto, spero che interroghi tante altre identità e che la domanda possa essere a risposta multipla.   E restando sul tema: quanto VEA somiglia a Valeria Angelotti? Moltissimo, ma Valeria Angelotti suona troppo “brava ragazza” dalla vita meno movimentata rispetto a quella di VEA. Diciamo che VEA è il lato blu di Valeria e Valeria è il lato grigio di VEA, senza dare al grigio una connotazione negativa o spenta…   Perché l’idea della morte? Che rapporto hai con la morte? Certamente qui l’allegoria è scherzosa… ma forse dietro le righe c’è altro vero? La morte è un evento della vita con cui ho fatto i conti molto presto. Ho perso il mio primo amore quando eravamo molto giovani e da quel momento non sono più stata la stessa. Ma questo dolore di sottofondo che mi accompagna da metà della mia esistenza,  ha generato una consapevolezza che non so spiegare…magari è ciò che mi ha permesso di giocare con la mia morte e renderla un momento divertente. Forse nel video si può cogliere tra le righe la sensazione di leggerezza che provi quando molli gli ormeggi: ci sono delle parti di noi che muoiono per sempre, perchè ci trasformiamo e, quando ne sei consapevole, percepisci un senso di sollievo paragonabile alla pace che immaginiamo accompagnare la fine della vita…   E con il mare? Che bello se ovunque ci fosse il mare… noi che a Napoli lo abbiamo sempre a due passi… Ho imparato a nuotare tardissimo, a 17 anni. Fino a pochi anni fa, per me il mare era soltanto la rottura di palle della spiaggia affollata. Poi un giorno tutto questo è cambiato, ci siamo parlati, scendendo nelle profondità reciproche…per questo ci sono ben due canzoni in tema nel disco. Prima non è mai successo e adesso devo frenarmi dal citarlo continuamente!   La bella canzone d’autore oggi sembra davvero essere sempre messa in secondo piano. Le grandi hit sono altre e non […]

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Dafne: un Mosaico di storie nel primo album della band campana

È pur vero che Dafne è un nome proprio femminile singolare, ma Dafne è anche una band campana con all’attivo un album, il primo, intitolato Mosaico, un disco di nove tracce, in cui il racconto e la narrazione sono filtrati dagli occhi di cinque musicisti: Valerio Sirignano, voce e chitarra; Paola Cerullo, voce e percussioni; Antonio Mignacco, chitarra; Simone di Feola alla batteria e Salvatore Pelliccia al basso. Dopo essere arrivati in finale all’Apogeo Spring Contest nel 2018, comincia la collaborazione con l’etichetta napoletana per il roster New Generation. Da qui la band avvia una campagna di crowdfunding per sostenere le registrazioni del disco di esordio, Mosaico appunto, uscito l’11 giugno 2021. Due voci, un tessuto narrativo cantautorale, un impianto di sound moderno che getta le basi per nuove scommesse e nuovi racconti.  Abbiamo intervistato i Dafne “Mosaico” è il titolo del vostro album: quali sono le tessere che non potevano assolutamente mancare nella costruzione e composizione del vostro primo disco? Mosaico nasce da nove tessere, diverse ma complementari. C’è la leggerezza di Amore in affitto, la riscoperta di se stessi di Gli occhi di Elisa, l’innamoramento di Forse essenzialmente tu, il dolore di Yara. Queste sono alcune emozioni che abbiamo cercato di tradurre in musica, in Mosaico. A tenere insieme queste nove tessere è la necessità – oltre che il desiderio – di condividere un’esperienza musicale “fluida” che prova ad andare oltre gli stessi schemi mentali. “Gli occhi di Elisa” è un racconto, uno storytelling a due voci: come mai avete scelto di descrivere due protagonisti e non usare la prima prima e seconda persona singolare come fosse un dialogo? A volte guardare le cose da più lontano aiuta a cogliere tanti dettagli, tanti particolari che altrimenti andrebbero persi. Quando attraversiamo un periodo di confusione ad esempio, non riusciamo mai a comprendere quale sia il centro del nostro malessere fino a quando non guardiamo le cose da più lontano. Questo è il motivo della scelta di usare la terza persona; per arrivare al centro di noi stessi a volte è necessario guardarci dall’esterno. “Piombo fuso” è a mio avviso la perla dell’album: il tema sociale è molto presente e ben tratteggiato. Come la musica può effettivamente portare un messaggio socio-politico ed attuale senza cadere nella retorica? Ci sono altri artisti che stimate che si pongono questo obiettivo con la propria musica? La risposta è proprio nella domanda. Piombo fuso nasce da un’esperienza reale, vissuta in prima persona, quando dietro le parole c’è l’esperienza non ci può essere retorica ed io credo che quella linea sottile tra la verità e la finzione sia facilmente percepibile quando guardi qualcuno cantare su un palco. In questo senso rispondo alla seconda domanda dicendoti che secondo me, quando non c’è retorica, l’artista non si pone nessun obbiettivo, quando da voce ad un tema sociale lo fa perché lo ha vissuto, lo fa perché lo ha sentito per davvero ed in questo caso esistono molti artisti in Italia che stimiamo, ad esempio Daniele Silvestri, Simone […]

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Alberto “Caramella” Foà: un disco di pregiato classicismo

Paroliere di lungo corso e di grande carriera che oggi decide di fare il passo decisivo vero una canzone d’autore che sia tutta sua, nel suono come anche nelle scelte e soprattutto nella voce. Si intitola “Basta unire i puntini” il primo grande disco di Alberto “Caramella” Foà, opera prima dunque per la sua neonata carriera di cantautore. Lavoro che vede la complicità del Maestro Massimo Germini e l’incontro di un grande numero di partecipanti tra cui, forse, spiccano il cantautore Bobo Craxi e il contrabbassista Ferruccio Spinetti. Lavoro di grandissimo classicismo d’autore italiano da cui non possiamo prescindere e che non possiamo evitare di sottolineare, disco di alte misure morali, nei suoni come nelle forme come nella scelta lirica che ha forza di imporsi senza svendersi al suono facile delle parole automatiche… disco che in coerenza con l’eleganza del tutto non si svende neanche dentro le omologate strade digitali dove tutto è subito ed è gratuito alla mercé della qualunque: “Basta unire i puntini” è un lavoro raggiungibile solo fisicamente. Strada questa che sta tornando “di moda” nelle abitudini di un numero di artisti sempre maggiore… e non a caso, ad alzar bandiera a favore di questo vento, sono artisti di un passato pesante di contenuti, di parole buone e di suoni magistrali. Chissà poi cosa verrà fuori unendo i puntini di Alberto “Caramella” Foà… Benvenuto. Vorrei indagare sul nome se mi è concesso. Chissà quanti te l’avranno chiesto: “Caramella” perché? Zucchero di dolce tentatore o contentino per un bambino che fa i capricci? Vero che amo le caramelle (ma solo quelle con lo zucchero, quelle senza sono una cagata del marketing) e verissimo che l’idea del bambino che fa i capricci mi piace moltissimo e mi assomiglia di più ma l’origine del nome d’arte risale a quando, ragazzino, facevo sentire o anche solo leggere le prime cose che scrivevo a personaggi della musica. Uno di loro, molto colto, mi disse: “Sei un poeta” e io, imbarazzato, gli risposi “un po’ eta e un po’ no”; “No davvero, tu sei un po’ come Alberto Caramella”, un poeta del secolo l’altro del quale io ignoravo totalmente anche solo l’esistenza. Poi mi sono documentato e l’accostamento, che non rende onore a lui ma peggio per lui, mi è piaciuto. E quindi, eccoci qui… Un disco maturo, decantato con mestiere… cercavi questa classicità… ma l’elettronica? Hai pensato mai alle nuove frontiere? Cercavo questa classicità e non a caso ho scritto le canzoni con Massimo Germini che in fatto di classica -anche come chitarra- è il numero uno in Italia. Volevo una cosa elegante senza che potesse apparire finta, ricercata. Quanto all’elettronica nulla in contrario e credo che tutta la musica abbia una sua dignità, al massimo ci sono pezzi belli e altri meno, altri secondo me addirittura brutti. Ma l’elettronica, quella di qualità, ha il suo perché. Tuttavia nel mio disco sarebbe stata di troppo. E poi ho voluto, preteso, che fosse un disco interamente suonato, perché i computer hanno poca anima, […]

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Cos’era il rock italiano prima dei Maneskin

Rock italiano: alla scoperta dell’evolversi di questo genere musicale  La vittoria di Sanremo, l’uscita del nuovo disco, la vittoria dell’Eurovision e il conseguente clamoroso boom sul mercato internazionale ha trasformato il gruppo musicale italiano dei Maneskin in un fenomeno di caratura mondiale. Augurandoci che l’incredibile successo della band sia legato ad un nuovo e genuino, ritrovato interesse per il rock, si propone una sorta di bignami della storia di questo movimento musicale in Italia, cogliendo così l’occasione di poter rispolverare sonorità e lavori che in un modo o nell’altro hanno indelebilmente marchiato il panorama discografico italiano. Quando si parla di rock ovviamente il primo riferimento è quello americano o britannico; ma l’idea qui è proprio quella di mostrare quei lati della discografia rock italiana che non si sono assoggettati all’egemonia oltreoceanica e che, anzi, sono riusciti a rinnovare, aggiungere, sperimentare. Perché in realtà la musica italiana, indipendentemente dal genere, quando è riuscita ad isolarsi e a ritrovare in questa attività di autoisolamento la famosa “ispirazione artistica” è riuscita a dar vita ad opere che tutto il mondo ha invidiato e che per questo motivo sono state anche esportate (il “bel canto”, l’opera, la canzone napoletana, il pop anni ’80-’90 e molto altro ancora). Quando invece si è cercato di emulare semplicemente i prodotti americani importandoli in Italia con dieci anni di ritardo, beh, ecco che lì vien fuori la maggior parte dell’immondizia discografica nella quale ci si ritrova ad annaspare al giorno d’oggi. Per questo motivo l’origine del rock italiano non si ha col primo uomo nato nello stivale che, ispirato da Chuck Berry, ha iniziato a strimpellare una chitarra elettrica; il rock in Italia è nato nel momento in cui l’Italia è riuscita ad essere essa stessa l’eccellenza. Quando questo genere nacque in America, infatti, l’Italia le sue eccellenze le aveva già. Erano gli anni d’oro del festival di Sanremo, con le vittorie di Claudio Villa e Domenico Modugno, artisti destinati a segnare un’epoca e ad ottenere un successo clamoroso ben oltre i confini italiani. Bisogna per questo motivo aspettare pazientemente gli anni ’70 per intravedere per la prima volta dei prodotti musicalmente validi ed artisticamente indipendenti. Sintetizzare più di cinquant’anni di musica non è per nulla semplice, urge quindi ricorrere ad una visione schematica che possa aiutare a generare una visione d’insieme, il che inevitabilmente porta ad una opera di stringente, e a tratti indecorosa, sintesi. Qualcuno questo vergognoso compito doveva pur svolgerlo e quindi ecco una personalissima e barbara semplificazione del movimento rock italiano. Rock italiano: uno sguardo più da vicino Il rock italiano è stato: il progressive negli anni ’70, il rock cantautorale (‘70-‘80-‘90), la new wave (‘80-‘90) fino alla generazione post grunge dei ‘90-2000. Progressive  Il come e il perché il progressive italiano sia diventato un’eccellenza assoluta ha quasi dell’incredibile. Il genere nasce sul finire degli anni ’60, precisamente nel 1969 con l’album “In the court of the Crimson King” dei King Crimson, è estremamente particolare e diametralmente opposto a quello proposto, giusto per dare […]

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Storie di amori non detti: Thelonious Monk e Pannonica

La storia della musica spesso e volentieri vive di “sliding doors”, eventi improvvisi che ne deviano il percorso e che portano alla ribalta personaggi in modo del tutto inaspettato. Ebbene, senza ombra di dubbio questa è una di quelle storie. Pannonica de Koenigswarter è stata una mecenate britannica. Nacque nel 1913 a Londra e diventò una delle donne più influenti per la diffusione del jazz tra gli anni ’40 e gli anni ’50 del ‘900. E qui emerge subito un altro aspetto decisamente affascinante di questo tipo di storie: molto spesso i protagonisti risultano essere personaggi completamente avulsi dal mondo in questione. Infatti, riflettendoci un secondo, cosa c’entra una mecenate britannica con la musica jazz? La risposta è ovviamente nulla: ma se sin da bambini viene insegnato che le vie del Signore sono infinite, forse, un motivo ci sarà, quindi tanto vale iniziare a percorrerle e vedere dove portano. Pannonica deve le sue nobili origini al ramo londinese della famiglia Rothschild. I Rothschild sono una famiglia ebraica che, in particolar modo nell’Ottocento, quando erano al massimo del loro splendore, si dice che abbiano posseduto il più grande patrimonio privato del mondo. Nonostante le ricchezze infinite a disposizione della famiglia l’infanzia di Pannonica non fu affatto semplice. Il padre, infatti, malato di schizofrenia e depressione, si suicidò quando lei aveva solo dieci anni. Questo la portò a mantenere da subito un legame fortissimo con il fratello e le due sorelle. A ventun anni conobbe Jules de Koenigswarter, anch’egli ebreo, che nel 1935 diventò suo marito. Insieme i due si trasferirono non lontano da Parigi e misero su famiglia. Quando però scoppiò la seconda guerra mondiale Jules fu costretto a lasciarla in quanto luogotenente dell’esercito francese. Lo fece però con una indicazione ben precisa. Le lasciò una mappa con sopra scritto: “Se i tedeschi arrivano a questo punto, prendi i bambini e scappa con ogni mezzo dalla tua famiglia in Inghilterra”. E, di fatto, così fece. Nel 1939 insieme ai figli, una balia ed una domestica partì per tornare in Inghilterra. In quell’anno buona parte della famiglia di Pannonica, in quanto ebrea, venne deportata ad Auschwitz, e lì morì. A partire da questo evento Pannonica fu costretta a cambiare più volte città, sempre dietro indicazione di Jules, andando a vivere in Norvegia, in Africa e, infine, in Messico. Qui condivise l’esilio anche col fratello, il quale un giorno le fece ascoltare la registrazione di “Black, Brown and Beige” di Duke Ellington. A partire da quel momento Pannonica fu completamente rapita da quelle sonorità e decise che in un modo o nell’altro sarebbe dovuta entrare a far parte di questo mondo. Iniziò quindi a frequentare tutti gli ambienti legati alla musica jazz e, per farlo, fece diverse gite negli Stati Uniti, nel disperato tentativo di inseguire queste melodie che le folgorarono l’animo. Conobbe il pianista Teddy Wilson e, in una delle sue visite a New York, nel 1948, quest’ultimo le fece ascoltare “’Round Midnight” dell’allora sconosciuto Thelonious Monk. L’ascolto del brano la scioccò […]

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Sabba in Loop: l’intervista dalle origini alla Romania

Intervista a Sabba in occasione dell”uscita del suo ultimo singolo, Loop!  “Loop” è l’ultimo singolo di Sabba, cantautore campano con alle spalle un meraviglioso background artistico, che abbiamo avuto il piacere di intervistare e con cui abbiamo chiacchierato. Per quanto riguarda il singolo, il fatto che nel testo si parli ripetutamente di “manie di grandezza” lascia ben intendere le intenzioni e la mole di lavoro che c’è dietro questa pubblicazione. Il brano è una manifestazione di disagio, rivolto soprattutto a chi è rimasto impelagato in situazioni complesse e apparentemente senza vie d’uscita. L’arrangiamento è estremamente internazionale, le sonorità si sovrappongono senza mai accavallarsi generando un unicum sonoro che accompagna l’ascoltatore fino alla fine del brano. Inutile poi ricordare le doti canore di Sabba, un vero fenomeno su qualsiasi tonalità, ma questo alla fine lo racconta molto bene anche il suo passato: anni di gavetta come chitarrista ritmico, corista e compositore per band campane che lo hanno portato a girare per tutta la regione, la conquista del suo primo pubblico con Sabba e gli Incensurabili, le esperienze teatrali in giro per l’Italia, la vittoria del 2017 di “The Winner Is” e, dulcis in fundo, la finale di X-Factor Romania del 2020. L’ Intervista Ti faccio subito la domanda di rito: com’è nato “Loop”? E’ nato da una notte insonne, invece di tormentarmi ho deciso di scrivere per potermi rivolgere soprattutto a me stesso. Il brano è nato come un flusso di coscienza, infatti nello special cito i Velvet Underground e Battisti che stavo ascoltando proprio in quel momento. L’idea era quella di creare qualcosa di grosso, di epico, e ne parlo anche nel testo. La presenza di parti del testo in inglese e l’arrangiamento internazionale sono delle scelte dettate dalle tue esperienze oltre il confine per cercare di aprirti ad un mercato estero? In realtà può sembrare che sia così ma è solo un caso, ho sempre cantato in inglese per il mio amore per la musica black. Data poi l’internazionalità che abbiamo voluto dare al testo ho pensato che l’inglese potesse anche starci molto bene. A proposito delle “manie di grandezza”, non credi che nell’industria discografica moderna, soprattutto quella più mainstream, ci sia troppa poca gavetta? Guarda per me ognuno è libero di fare ciò che vuole, va bene tutto, se il mercato vuole determinate cose e loro sono bravi ad affidarsi alle persone giuste, va bene. Io sono cresciuto con Franco Del Prete, Piero Gallo, i pionieri del neapolitan power, quindi ho un background diverso. Cerco di seguire la mia strada, il valore commerciale non è il valore artistico. Quando vivevo a Milano provocatoriamente dissi se incontrassi Fedez gli stringerei la mano, proprio perché ognuno fa le scelte che vuole e lui è bravo in quello che fa. Dopotutto il successo è un incidente di percorso, ti devi semplicemente godere il viaggio, vedo la musica come una terapia quindi vado avanti per la mia strada un pochettino come un cavallo col paraocchi. Se potessi ritornare a 18 anni, ripeteresti […]

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Augustine: un viaggio nel mito di Proserpina

Intervista a Sara Baggini, in arte Augustine, in occasione del suo nuovo album. Si intitola “Proserpine” il nuovo disco di inediti in studio firmato da Sara Baggini in arte Augustine. E la prima grande parola da utilizzare è ‘evoluzione’, che diviene poi sinonimo di emancipazione pensando alle liriche e al concept di tutto l’ascolto. Dal mito greco di Proserpina, del suo ratto, del nascere delle stagioni fin dentro il tempo apocalittico che viviamo, la fragilità e la “resurrezione”… e poi la fotografia del disco di Augustine, la regia dei video, il suono incastonato tra dark folk americano e sfumature orientali, quel gusto delicatissimo di donna che diviene porcellana pregiata e, allo stesso tempo, istinto seduttivo. Un lavoro “post-atomico”, cercando di dare a queste parole un’immagine ben lontana dal rock industriale di anni fa. Giochiamo con le visioni che sono il cuore pulsante di un lavoro estremamente ragionato e misurato con mestiere. Indaghiamo di più sul concetto insieme ad Augustine. Benvenuta tra le nostre righe, Augustine. Un nuovo disco che in qualche modo sdogana il tuo suono e la tua scrittura dentro una produzione più importante. Come hai vissuto questo processo? Grazie e buongiorno a voi! Devo dire che si è trattato di un processo del tutto naturale. Dopo la realizzazione del mio album precedente, “Grief and Desire”, molte cose iniziarono a cambiare. Tanto per cominciare, sono uscita gradualmente dal mio isolamento, suonando dal vivo e conoscendo molti altri musicisti. Questo ha favorito molti scambi e arricchimenti, oltre alla possibilità, appunto, di coinvolgere altre persone nella realizzazione del mio lavoro successivo. Inoltre, mi furono a quel punto chiari i limiti di “Grief and Desire”, conseguenza, principalmente, dell’auto-produzione totale. Nel momento in cui ho iniziato a comporre i brani di “Proserpine” mi fu subito chiaro che c’era la necessità di un cambiamento, di un salto di qualità; le canzoni stesse lo richiedevano, perché mi rendevo conto di aver raggiunto con esse un maggiore grado di maturità artistica. Dunque in un primo momento mi sono occupata della pre-produzione in home recording come al solito, non volendo rinunciare alla mia consueta indipendenza nella scelta degli arrangiamenti, avendo però bene a mente il fatto che si trattava solo di un passaggio iniziale, perché poi tutto il materiale sarebbe stato rimaneggiato in studio, a “La Cura Dischi” di Perugia. Chiaramente per la produzione mi sono affidata ad amici di cui ho totale fiducia, Fabio Ripanucci e Daniele Rotella. In studio sono avvenuti i cambiamenti più importanti in questo senso, soprattutto a livello di suono. Ed infine, la scelta di non rimanere sola nemmeno nella cruciale fase di post-produzione e promozione dell’album: è qui che è avvenuto il mio incontro con l’etichetta “I Dischi del Minollo”, che sta dando a “Proserpine” molte più chance di quante non ne abbia avuto l’album precedente, nonostante la momentanea assenza di concerti. Un po’ tutto l’immaginario del disco ha soluzioni “antiche”. Rivolgi molto lo sguardo al passato, Augustine, gli arredi del video, il tuo modo di apparire sul disco… Perché? Tutta […]

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Donato Zoppo, un amante che non smette mai di insegnarci qualcosa

Donato Zoppo, non solo Lucio Battisti: da lui si può sempre imparare qualcosa Donato Zoppo non è una figura ignota su questi schermi: era già salito alle luci della ribalta di chi scrive con il libro Il nostro caro Lucio, scavo appassionato nell’officina creativa e personale di Lucio Battisti, opera tratteggiata con grande sensibilità, emozione e curiosità filologica. Donato Zoppo è una figura ibrida e imprescindibile, con le sue attività che spaziano dal giornalismo allo storytelling, dalla radio all’ufficio stampa, senza dimenticare la scrittura, filo rosso che unisce il tutto saldamente. Una vera e propria stella polare della cultura musicale e non solo, che ha sempre qualcosa da irradiare, attorno a sé.  Potremmo dire qualsiasi cosa di Donato, ma in quest’intervista lui sceglie di definirsi un amante: scopriamo il perché, direttamente dalle sue parole.  Donato Zoppo, intervista Iniziamo dalla domanda più semplice (o forse più difficile, dipende dai punti di vista). Chi è Donato Zoppo e come lo spiegheresti a una persona che non lo conosce? Altro che semplice… è la domanda più complessa, proprio per questo allettante. Sorvolo su faccende legate all’identità e alla personalità, che sono di scarso interesse per chi ci legge – forse anche per me – per dirti che Donato Zoppo è un amante. Amante della musica, della lettura, della scrittura, dell’ascolto, dell’arte e delle arti, della condivisione. Amante delle connessioni, soprattutto quelle impreviste che ti cambiano la vita, oltre che la percezione. Ho sempre ascoltato musica e letto libri, ne ho fatto una professione in un duplice percorso: da una parte la scrittura – libri, riviste, web – e la radio, dall’altra la comunicazione professionale – il mio mestiere di ufficio stampa. Al centro c’è la passione, la voglia di condividerle nel modo più pulito e sano. Amo i Beatles: forse bastava dire subito questo. Come è nata la tua passione per Battisti? Più che passione, sembra essere una vera e propria “vocazione”, tant’è che sei l’autore che ha avuto il merito di farlo conoscere alla maggior parte del pubblico, dandone un ritratto davvero efficace. Sono lieto che tu parli di vocazione, dunque di chiamata, di qualcosa che arriva dall’alto, stringe e costringe come un bisogno. Ho scritto tre libri su Lucio Battisti, più qualche saggio sparso qua e là in libri altrui, e se potessi scriverei ancora qualcosa su di lui. Quando arriverà una nuova chiamata risponderò volentieri. Battisti è stata una scoperta progressiva, continua. Lo ascoltavo da ragazzo, en passant, tra mille e mille altri album, poi nell’88 la scoperta dell’Apparenza, il suo secondo Lp con Pasquale Panella. Un impatto di cui assaporo la sensazione ancora oggi, una cosa per iniziati. In quella sensazione disturbante ma magnetica, credo si sia celato per bene anche il bisogno di scriverne, di volerlo raccontare: nel 2010, finalmente, il mio primo libro, l’ultimo è uscito l’anno scorso, nel laboratorio del futuro intravedo qualche vocina. Aggiungo per correttezza e per piacere alcuni autori battistiani: Gianfranco Salvatore, Michele Neri, Renzo Stefanel, Luciano Ceri. Se i miei libri sono […]

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Franco Battiato: sei curiosità sull’uomo che cambiò il pop

La morte di Franco Battiato è uno di quegli eventi che inevitabilmente porta le persone a riflettere. Questa è la tipica conseguenza che si innesca nel momento in cui una grande personalità viene a mancare: nessuno riesce a dribblare definitivamente la questione, tutti hanno bisogno di parlarne, tutti hanno bisogno di ricordare qualcosa e chi non lo ha conosciuto artisticamente, invece, inizia a sentire un vuoto da colmare. Questo vuoto nel momento in cui ci si interfaccia con la carriera di Battiato diventa voragine, perché nessuno più di lui fu capace di sperimentare, studiare, contaminare la propria cultura con influenze provenienti dai più disparati angoli del mondo, arrivando così a rivoluzionare completamente il concetto di musica pop. Perché questa è la magia di Battiato: rendere popolare la musica cosiddetta “elevata”, dimostrando come in realtà non esista una musica “elevata”. Quasi sempre la musica nasce e si sviluppa come l’espressione di un popolo e racchiude come un involucro il patrimonio artistico di una classe di individui i quali, attraverso quel tipo di struttura musicale, riescono a sentirsi protetti, al sicuro. Ecco, quella sensazione di protezione che la musica dovrebbe esser capace di regalare era stata completamente dimenticata. L’orchestra era diventato il simbolo dell’alta borghesia, la musica elettronica quello delle nuove generazioni di teenagers. Per Battiato era semplicemente musica. La sua vita è stata una costante apologia di conoscenza e curiosità, una continua elegante e mai banale provocazione artistica. Un modo per poter offrire ulteriori chiavi di lettura di una figura fin troppo complessa potrebbe essere quella di presentare alcune curiosità che possano in qualche modo (parzialmente) scoperchiare il criptico guscio che spesso e volentieri Battiato ha costruito attorno ai suoi brani. Sei curiosità sulla figura di Franco Battiato La fenomenologia del genio Nel 1972 Battiato pubblicò il suo primo disco, “Fetus”, un concept album sperimentale interamente incentrato sul tema della nascita della vita e quindi dello sviluppo dell’embrione. Un brano presente nel disco, “Fenomenologia”, si conclude con una serie di formule matematiche cantante dall’artista. Il motivo è che le formule di cui sopra non sono altro che delle funzioni goniometriche traslate rispetto all’asse. Tradotto, le formule cantate da Battiato, una volta rappresentate su un diagramma cartesiano, presentano la forma del DNA. Riferimenti letterari spesso e volentieri, ma a volte anche decisamente no Alcuni testi di Battiato presentano a volte anche scene “forti”, quindi l’autore non ha sempre e solo parlato di trascendenza ed esoterismo nei suoi lavori. Una prova è “Zone Depresse” contenuta in “Orizzonti Perduti” del 1983: Dal barbiere al sabato per chiacchierare e a turno leggere il giornale. Le ragazze in casa o fuori nei balconi; Mi regali ancora timide erezioni; Guardavo di nascosto i saggi ginnici nel tuo collegio. Come un cammello in una grondaia Il sedicesimo album di Battiato prende il titolo da una citazione di uno scienziato persiano del IX secolo, Al-Biruni, il quale era solito pronunciare questa frase per indicare l’inadeguatezza della propria lingua nel trattare argomenti scientifici. Il rapporto con Manlio Sgalambro Battiato è […]

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