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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 214 articoli

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Dio è morto, il testo di Guccini che tanto fece discutere

Dio è morto – In un’epoca storicamente complessa in cui si stava già vivendo un’aria di rivoluzione e in un periodo in cui si davano alla luce i primi sprazzi del cantautorato italiano, è stato pubblicato nel 1967 il brano intitolato Dio è morto nell’album dei Nomadi. Molti erroneamente attribuiscono la stesura di questa canzone ai Nomadi probabilmente perchè è stata cantata per lungo tempo da loro e questo quindi ha generato confusione, per non parlare della cover fatta subito dopo da Caterina Caselli e poi a susseguirsi più tardi da Ligabue, Ornella Vanoni, Fiorella Mannoia e Gianna Nannini, sta di fatto che però l’autore è Francesco Guccini, che canterà questa canzone dal vivo solo dieci anni dopo. “Dio è morto” è stata un punto di lancio nella produzione gucciniana ed è sicuramente la canzone più conosciuta, ma ha avuto una storia un po’ controversa in quanto è stata soggetta a critiche e a censure da parte della Rai. Questo brano in quel periodo non fu mandato in onda perchè etichettato come ”blasfemo” per il contenuto e per il titolo stesso, equivocando, o molto probabilmente non conscendo, uno dei più grandi aforismi della storia della filosofia. Difatti ”Dio è morto” è una citazione contenuta nelle opere di Nietzsche, sommo filosofo e profeta dell’ultimo secolo, che con questa espressione cruente ma necessaria rivela a tutti gli uomini un avvenimento simbolico, dove Dio metaforicamente muore, il che significa che l’idea di Dio non è più un modello di un codice morale condiviso dagli uomini, per questo l’uccisione di Dio condurrà alla caduta dei valori assoluti e questa fase condurrà al nichilismo. Dio è morto, secondo Guccini Nonostante la denuncia da parte della RAI al contempo, paradossalmente, la canzone fu trasmessa in Radio Vaticana e inoltre si presumeva che la canzone fosse gradita dal papa Paolo VI, che è stato il vertice che rivoluzionò la Chiesa dell’epoca, riconosciuto inoltre perché fu un uomo di grande cultura e questo può essere stato il motivo per cui riconobbe il vero messaggio della canzone che in realtà, al contrario di quanto si diceva, richiamava i grandi valori morali ed intellettuali dando alla fine del brano anche un cenno di speranza rispetto alle condizioni disastrose esplicate all’interno del brano, ”se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”. Quali sono i valori morali e spirituali che Guccini rivendica? Il cantautore italiano lo fa con un linguaggio molto chiaro contestando alcune di quelle realtà che hanno avuto la colpa di avvelenare la società dell’epoca e comincia con una frase che suona già come una protesta”Ho visto” da cui Francesco Guccini ha preso ispirazione dal grande poema di “Urlo” di Allen Ginsberg. Si vedevano infatti giovani che, annichiliti, cercavano via di fuga tramite falsi idoli dettati dalla moda, infatti fu la prima canzone che ebbe il coraggio di denunciare l’abuso di stupefacenti, alcol (”dentro alle notti che dal vino son bagnate/lungo le strade da pastiglie trasformate”) e i miti dell’estate, racconta di una generazione che ha perso la […]

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Stamina degli Heavenblast: metal e ribellione

A febbraio 2018 è stato pubblicato per la Music Force l’album Stamina degli Heavenblast, gruppo heavy metal di Chieti. Gli Heavenblast iniziano la loro carriera nel 1995, producendo due demo (nel 1998 e nel 2000) e due album di power metal: Heavenblast nel 2003 e Flashback nel 2007. Nel 2008 la band si scioglie per poi ricomporsi nel 2011 con dei cambi di formazione, è attualmente formata da Chiara Falasca come voce, Donatello Menna alle chitarre, Matteo Pellegrini alle tastiere e Alex Salvatore alla batteria. Numerose le collaborazioni esterne per Stamina, tra cui Diego Regina e Michele Melchiorre, oltre a cinque voci. Stamina degli Heavenblast: dal power al progressive metal Nove tracce per quaranta minuti di heavy metal: Mind Introuder, Purity, Alice in Psychowonderland, We are State, The Rovers, Don’t clean up this blood, Sinite parvulos venire ad me, Stamina, Canticle of the Hermit. Con Stamina gli Heavenblast lasciano il power metal della formazione precedente, stile caratterizzato da chitarre scatenate, voci roboanti e tematiche di solito mitologiche/fantasy. Dragonfire, Helloween, Manowar e Nightwish sono alcuni esempi di musica power metal. In questo album gli Heavenblast passano al progressive metal, un ibrido tra heavy metal e progressive rock. Di base le caratteristiche del metal (chitarre distorte, ritmo aggressivo e ad alto volume) con aggiunte del rock progressivo: suoni particolari, sperimentazioni stilistiche, contaminazioni con altri generi, brani più lunghi della media e tematiche che spaziano dalla mitologia all’introspezione. Ne sono esempi Dream Theater e Fates Warning. Stamina: traccia per traccia Il disco, a tema ribellione e libertà, si apre con Mind Introuder, breve intro strumentale e sfoggio di tecnica. Ritmo lento e suoni fiabeschi potrebbero trarre in inganno sui contenuti dell’album, ma il brano successivo dissipa ogni dubbio. Riff di chitarra in apertura, batteria onnipresente, poche parti più lente con interventi di strumenti ad arco, duetto ben congegnato tra le due voci femminile e maschile: Purity sintetizza in cinque minuti lo stile dell’intero album. Segue Alice in Psychowonderland a definire ancor più lo stile dell’album: chitarre e batteria martellanti si intrecciano alla voce di Chiara Falasca, quietandosi in ritmi lenti e sognanti solo alla fine del brano. We are state richiama lo stile della intro, lenta strumentale di sottofondo con numerosi interventi di strumenti “non metal” ed un duetto costante tra le due voci del brano. In The Rovers si torna all’heavy metal, voci urlate, chitarre rullanti, qualche momento di dialogo tra le due voci accompagnato da assoli di chitarra e lunghe parti strumentali da ascoltare a tutto volume. Don’t clean up this blood è il brano più lungo dell’album, sette minuti, un inizio con chitarra classica, piano/tastiera ed una struggente voce femminile. Tutto questo lascia subito spazio a cori, riff di chitarra, batteria sempre presente e voce prevalentemente femminile. Sinite parvulos venire ad me ha una particolarità che si nota subito: è in latino. Intro con suoni synth ed invocazioni in latino, prosegue con chitarre in allegria e duetti che richiamano la musica religiosa. S.t.a.m.i.n.a. a tratti è un ritorno al power […]

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La recensione di Vinacce, il nuovo album di PaoloParòn

Paoloparòn, nome d’arte di Paolo Paròn, è un artista dal lungo curriculum, che vanta all’attivo diversi album. Il suo ultimo progetto è la pubblicazione del disco intitolato Vinacce, il quale porta con sé un sottotitolo necessario per comprendere l’intero album: Canzoni per inadeguati. Il cantautore esordisce insieme all’Orchestra Cortile con la quale ha pubblicato due ep e si è aggiudicato diversi  premi, lanciando un album dal titolo Ondis di glerie, fino a poi andar via dal progetto nel 2011. Da solista Paoloparòn entra nella scena cantautoriale attraverso l’online, con un EP omonimo di cinque brani in cui si fonde il genere della ballad al cantautorato anni ’70 alla Lolli. La gavetta di Paloparòn prosegue nel 2015 attraverso la formazione di un trio reso possibile grazie alla presenza della batteria di Stefano Bragagnolo e delle mani sul basso e sul contrabbasso di Roberto Amedeo. Il disco Vinacce è stato registrato nello studio del musicista e produttore Jvan Moda, in Friuli, attraverso un processo corale di rielaborazione dei brani da parte dei componenti del trio. Vinacce, il nuovo disco di Paolo Paròn Proiettiamo tutto il disco come se ci trovassimo all’interno di un quadro di Dalì, a metà tra il surrealismo e il pensiero che fa riflettere, mettiamoci anche un pizzico di poesia maledetta alla Baudelaire, fondiamo il tutto con il secolo in cui ci troviamo, stanco di continue riprese e discussioni. Tra una voce spesso disarmonica, ma disarmonicamente intrigante, e un sound lasciato libero dalle correzioni, si assiste alla poca stabilità del percorso armonico, che influenza l’intero disco, rendendolo difficile da terminare. È pur vero che si tratta di un genere complesso quello del teatro canzone, arduo sia da costruire che da recepire, ma purtroppo la scena musicale di oggi richiede, anche nel genere di nicchia, una musicalità che possa restare impressa, in modo da ricordare quanto ascoltato: cosa che non accade con Vinacce. È un vero peccato, perché tutto quanto costruito intorno all’album è davvero di grande effetto, ma paga la poca comunicabilità e l’altrettanta incapacità degli ascoltatori di comprendere fino in fondo il progetto. Ad aprire il disco di PaoloParòn è il titolo Mani Adatte, dalla forte contaminazione rock, dove la voce modula in simbiosi con il ritmo della batteria, talvolta sforzandosi più del dovuto. Sicuramente il testo è il punto di forza della prima traccia. Paga la sperimentazione di più generi mista ad un testo che non ha un momento di culminazione, ma prosegue senza sosta. Alla settima stazione di questo percorso musicale vi è il brano che dà il nome al disco, Vinacce, una ballad tranquilla, con accordi e riff che ricordano la calma e l’astuzia dei Dire Straits e il cantato emulatore di Lolli. Molto interessante anche questa volta il testo, di grande originalità, anche per l’uso dei vocaboli di cui il cantautore di serve. Chiudo con Ai tempi delle chat, un ingresso di chitarra che prosegue nella sua volontà acustica, per portare alle orecchie una storia ormai raccontata dai più, senza però la forte condanna, ma l’amara consapevolezza.  

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Gto, 25 anni di carriera celebrati con Super, il sesto album

Il 20 aprile 2018 è uscito su etichetta Music Force “Super”, il sesto album dei Gto. A 5 anni dall’ultimo disco, “Little Italy”, la band folk rock umbra, formatasi nel 1993, ha pubblicato questo nuovo lavoro, completamente autoprodotto, per celebrare i 25 anni di carriera. Il folk’n’roll dei Gto                La sesta fatica di Stefano Bucci (voce), Romano Novelli (chitarra, mandola, armonica, cori), Luigi Bastianoni (chitarra, fisarmonica, cori), Giampiero Passeri (basso), Alessandro Bucci (batteria), anticipata dal singolo “La Rambla”, è un concentrato di energia folk rock, con sfumature pop, dove i suoni acustici si fondono con quelli elettrici. Ritmi veloci e tanta grinta convogliati in 13 tracce. Soft ballad come “L’amore è una scelta” si alternano a brani “elettrici”  quali “Di Notte Sabato alle Tre”, traccia che racconta, esattamente come La Rambla, la vita notturna. Un album in cui coesistono dunque anime diverse, in perfetta armonia: l’energia del rock’n’roll anni ’50 incontra la tradizione del folk italiano e la vitalità della musica mediterranea. Non a caso, come hanno dichiarato, la loro musica è stata definita “folk’n’roll”. Curiosità: perché Gto e perché Super Se vi state chiedendo come mai la scelta di intitolare un album Super, ecco come i Gto, interrogati sull’argomento, hanno risposto:  “Alla fine abbiamo tirato fuori questo titolo. Banale? Scontato? Per niente. “Super” è la parola che usiamo di più quando andiamo in giro a suonare. Sì, perché il nostro Fiat ducato Panorama dell’87 va a benzina. “Super”. “Ma non va a gasolio?” “No, va a super”. D’altronde, anche il nome del gruppo rimanda ai motori. Gto infatti è l’acronimo di Gran Turismo Omologata; si tratta di una tipologia di macchina sportiva veloce, ”fatta per viaggiare, quindi il Rock”, ha spiegato la band. “Gto era anche la scritta che c’era su un carro che vedevamo sempre passare e ci saltavamo su da bambini, quindi il Folk”, hanno concluso. Il sound tipico dei Gto è una miscela di rock e folk, con venature country, ma  Super, pur conservando le caratteristiche delle origini della band umbra, presenta più sfumature rock-pop. Tuttavia, si tratta di sonorità lontane dalla musica delle nuove generazioni. I Gto restano fedeli alla tradizione e a un’idea di musica ormai quasi del tutto superata. Quello del gruppo perugino è un disco dal sound spensierato che racconta storie che rimandano al vissuto quotidiano. Per gli amanti del gruppo, ma, in generale, per gli amanti della buona musica; per chi ha una visione globale dell’arte musicale.

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When She Will Come dei Blue Cash: a telefono con la Morte

Dopo l’album d’esordio, i Blue Cash, quartetto acustico di Udine, tornano su una scena musicale dalle scenografie internazionali con When She Will Come per l’etichetta discografica Music Force. Johnny Cash riecheggia nella scelta del nome del gruppo così come nelle tendenze musicali, note tinte di un profondo e intenso blue. Con un mantra come Walk the line, non è possibile far altro che perseguire un tentativo costante di osservazione della cruda realtà, indossando i panni dei cantastorie della Folsom Prison. La contaminazione di genere orienta When She Will Come sull’onda di un rock country che non rinnega influenze jazz. Del resto, la formazione dei membri della band Blue Cash è in questo indicativa. Andrea Faidutti, chitarra e voce decisa, tra Fabrizio De André e Alex Kapranos, è stato protagonista di Time in Jazz 2013, Festival organizzato dal trombettista Paolo Fresu, nonché partecipante al progetto Diavoli Rossi con il jazzista friulano Claudio Cojaniz. Un po’ come un tempo aveva fatto George Harrison intraprende lo studio del sitar in Pakistan, infondendo orientale sensualismo e psichedelia al suo stesso arpeggio (King of nothing, sesta traccia, ce lo insegna). Il jazz è anche fulcro d’interesse e approfondimento musicale degli altri membri del gruppo. Alan Malusà Magno, ancora chitarra e voce, ha affiancato alla carriera attoriale la partecipazione a contest musicali e, dopo una prima fase da autodidatta, lo studio del jazz con Gaetano Valli e Glauco Venier. Marzio Tomada e Alessandro Mansutti, rispettivamente basso e batteria, sono appassionati di quel rock che dialoga con il country in When She Will Come, oltre a una tendenza poliedrica che ha portato Tomada a rapporti musicali con artisti del calibro di Ornella Vanoni e Alex Masi, e Masutti a prendere parte al trio jazz Juri Dal Dan, il cui album del 2012 Solitudini è stato valutato come il migliore cd jazz dell’anno. Sotto la buona stella di Rolling Stones, Beatles ed Elvis Presley, i Blue Cash propongono un album dalla sperimentazione costante, tanto nel sound quanto nel contenuto. When She Will Come dei Blue Cash: lei chi è? Tutto nasce da una telefonata tra il Diavolo e la Morte, l’her alla cornetta, esordio quasi necessario alla sintonizzazione sul mondo dei Blue Cash, vivacizzato dall’acuta ironia dei loro testi, così evidente nel sound della settima traccia, Message to a friend. Prevale la dimensione del racconto e della colloquialità tipica del country primordiale, con un aggiunta di energici assoli rock. All’ascolto si associa inevitabilmente la febbrile danza a colpi di tacco, trascinante e ipnotica. Si infittiscono le voci e si rasenta la narrazione di Lou Reed nella nona traccia Jenny doin’ the rock, un ritmo martellante e trascinante. A intermittenza si posa dolcemente in un arpeggio e si rialza in un ritmo country la voce di When She Will Come, decima traccia dei Blue Cash. Inevitabile l’esplosione alternative rock in Maledetti Cash in chiusura, un vortice di percussioni e assoli, quasi previsione e augurio di un futuro musicale senza fondo.

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Musica anni ’70, le canzoni e gli artisti che hanno segnato un’epoca

Calendario dello smartphone alla mano: inizia il nostro viaggio nella musica anni ’70. Impostiamo l’anno al 1979 e immaginiamo di tornare a quel lunedì 31 dicembre di quattordicimilacentosedici giorni fa per intraprendere un incredibile tour nella canzone degli anni Settanta. Scanzonati, brilli, incoscienti, indossiamo camicie a fiori, jeans a zampa di elefante, minigonne strette, zeppe vertiginose o sandali rasoterra, con ornamenti artigianali che variano dalle piume, alle conchiglie, alle pietre. Stiamo viaggiando nella parte posteriore di un furgone aperto, sotto lo sguardo di Madre Natura. Abbiamo deciso di aspettare la mezzanotte in discoteca per lasciarci alle spalle i memorabili anni Settanta celebrandoli con le canzoni del decennio, le cui note saranno gocce di miele che addolciranno il sapore salato delle lacrime di commozione, inevitabili per l’occasione.  Stiamo appunto per salutare un’epoca che, oltre a vantare mode estreme, stravaganze notturne, provocazioni e conquiste, è costellata da nomi che sono entrati mirabilmente nella Storia della Musica. Dietro le lenti specchiate di occhiali che celano sopracciglia nere, folte e definite, il buttafuori ci lancia uno sguardo di assenso e noi, finalmente, accediamo al locale notturno. “Noi siamo figli delle stelle, senza storia, senza età, eroi di un sogno; noi stanotte figli delle stelle, ci incontriamo per poi perderci nel tempo”. Non possiamo fare a meno d’immaginare di essere accolti dall’intramontabile “Figli delle Stelle” di Alan Sorrenti che, con la sua carica d’energia, ci ricorda che siamo quelli che sognano di cambiare il mondo. Tutti polvere di stelle, senza se e senza ma. La canzone lascia poi spazio a un sovrapporsi di sintetizzatori e chitarre che improvvisano e discorrono fortemente distorti da effetti eco e di riverbero. Si tratta della breve traccia strumentale dei Pink Floyd, “Any Colour You Like” con la quale sembra che la band ci dica: “You are the master of your universe and your own destiny. Make it any colour you like”. Non è un caso, gli anni Settanta sono un simbolo della libertà. Siamo capitati, infatti, in un periodo che concede ancora spazio al sogno e all’amore. Canzoni anni ’70, non poteva mancare Lucio Battisti È il momento ora di una quelle canzoni anni ’70 che diventerà patrimonio musicale di tante generazioni. Noi che veniamo dal 2018 lo sappiamo bene, perché immancabilmente abbiamo sentito riecheggiare le sue parole laddove ci sia stato qualcuno a imbracciare una chitarra. Dal fiore, alle rocce, al mare verde, al prato, al mare nero, la “Canzone del Sole” evoca un passato e un’innocenza infantile ormai sfumati. Lucio Battisti ci fa ballare su note intrise di nostalgia, ma a ricreare un’atmosfera deliziosamente “freak” è l’allegria coinvolgente di un gruppo funk statunitense, che ha rivoluzionato la musica da ballo, pescando dalla tradizione funky e rhythm’n’blues. Stiamo parlando degli Chic. Ecco che la tipa col carrè dai perimetri lineari e geometrici si alza dalla poltroncina e ricomincia a saltellare e ballare, spinta dalle buone vibrazioni di “Le Freak”, che infonde uno spirito di leggerezza nell’aria. Quest’ultimo viene istantaneamente spezzato da un brano tagliente e pruriginoso, “Pazza Idea” di Patty Pravo, canzone […]

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Notte della Tammorra Napoli tanti ospiti e non solo musica

Torna l’atteso appuntamento con la Notte della Tammorra a Napoli, sabato 8 settembre in Piazza del Plebiscito alle ore 21. Tradizionalmente la notte della Tammorra si svolge a Ferragosto, ma quest’anno per motivi legati al crollo del ponte di Genova, si è preferito rimandare l’evento. Tanti gli ospiti che parteciperanno alla famosa Notte della Tammorra: Carlo Faiello Ensemble con Saverio Coletta, Fulvio Gombos, Francesco Manna, Gianluca Mercurio, Pasquale Nocerino e Francesco Sicignano. A seguire, Marcello Colasurdo, Antonella Morea, Patrizia Spinosi e Fiorenza Calogero. In occasione della sua partecipazione alla Notte della Tammorra, Fiorenza Calogero, ha risposto ad alcune domande circa l’importanza della musica folkloristica e sulle caratteristiche proprie della tradizione musicale napoletana, alla quale rivela di essere emotivamente legata. Notte della Tammorra, intervista a Fiorenza Calogero Sicuramente è risaputo che il folk è una delle tradizioni più antiche di Napoli, cosa rappresenta per te e quanto conta nel tuo repertorio? Il repertorio folk  mi è appartenuto, sin da quando ho iniziato a lavorare da professionista con il maestro Roberto De Simone; la mia è stata una scelta,  seguire un unico ramo che fosse quello della tradizione, della musica folk appunto e del cantare nella mia lingua. Ho scelto di seguire un’unica strada, costruendo poi una sorta di percorso di ricerca, di rivalorizzazione della musica della mia città e della lingua della mia terra. Personalmente ho scelto di seguire una coerenza per uno stile che amo tanto e che mi intriga da sempre. Nonostante lo faccia da 25 anni, non passa un giorno che io non scopra nuove cose, nuovi repertori, brani, e artisti. Dunque, si può dire che io stessa mi ritenga “fedele nei secoli” per quanto riguarda la musica napoletana e quindi la musica folk. La musica Folk, è un’espressione musicale che metonimicamente “significa” e rappresenta una città. La musica tradizionale è il fulcro della Notte della Tammorra, durante la quale ogni artista può esprimersi con canti, balli, deliziando sinfonicamente i presenti, dando sfogo alla propria voce interiore. La canzone napoletana può essere considerata un bene culturale, in quanto “testimonianza di civiltà”, una vera e propria incursione di suoni, ritmi, canti e danze in riva al mare, un raduno di tamburi, percossi per scacciare via i demoni che giornalmente possono tormentare, una serie di canti che spaziano tra amore e poesia, dediche e metafore devozionali, ma anche danze dinamiche, portatrici di bellezze celate e spesso dimenticate: tutto questo caratterizzerà la Notte della Tammorra di Napoli. La notte della Tammorra sarà una grande notte di festa con tanta musica e tanti artisti, cosa si prova a prendere parte ad un evento di tale portata e così tanto coinvolgente? La notte della Tammorra è un evento a cui sono molto legata, non è la prima volta che partecipo; l’evento nasce dall’intelligenza e dalla grande passione di Rachele Cimmino, quindi dall’Associazione Il Canto di Virgilio, Carlo Faiello, perché è giusto che a Napoli come in Puglia si possa inneggiare la taranta. È giusto che a Napoli si possa dare spazio a quello che […]

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Il sogno e la musica in Saturn’s Children di Alessandro Orlandi

A giugno 2018 è stato pubblicato l’album Saturn’s Children, alias Stilla di stelle nella versione italiana. Trentadue canzoni del cantautore romano Alessandro Orlandi, artista con una variegata biografia che lo vede compositore, cantante, matematico, scrittore ed editore (nel 2016 fonda la La Lepre edizioni musicali per artisti emergenti). In attività dal 1971, ha all’attivo “Né swing, né slow” (1989), “Il bambino e la balena bianca” (2001), “Shades of time” (2001), “Mille sentieri nell’ombra” (2007). Ritorna ora sulla scena dopo oltre dieci anni con un album di trentadue canzoni, sedici in italiano e sedici in inglese, eseguite da una band composta da Alessandro Orlandi, Laura Zara, Claudio e Massimo Rosari ed Egidio Marchitelli. Il titolo “Saturn’s children”, “I figli di Saturno”, è legato alla mitologia per due motivi. Secondo il mito il dio inghiottì e tenne in pancia i figli per anni prima di darli alla luce, e questo rispecchia il lavoro dell’autore sui brani, nel cassetto da anni. L’altro motivo è dovuto al ruolo di Saturno nella mitologia: egli priva l’uomo dell’inessenziale, e questo è lo scopo dell’album “Saturn’s Children”, ricercare l’essenza nei brani. Saturn’s Children: trentadue tracce nel sogno Trentadue le tracce, di cui in inglese: “If love”, “Roots”, “A million of years”, “Arabian Nights”, “Atomic war”, “Overcoming”, “Dream killer!”, “All my dreams”, “Keep all fly away”, “All my life”, Picture show”, “Until the end”, “Dead people”, “A blink of love”, “The black stone”, “Frozen words”. Le sedici italiane invece sono: “Stilla di stelle”, “Cada il re”, “Il bambino e la balena bianca”, “Nessuna stella”, “Solo un blues”, “Acqua e sapone”, “Perdere il cielo a dadi”, “Un segreto tra di noi”, “Ninna nanna in sol”, “Nel dormiveglia”, “Il segreto di Anna T.”, “Attraverso lo specchio”, “Un militante del centrosinistra”, “Non è questa la città”, “Un biglietto per l’America Latina”. L’album è dichiaratamente ispirato a pop e rock angloamericani, il tono che lo pervade è però quasi fiabesco, sognante. La parte principale è costituita dalla narrazione di Orlandi, a tratti più affine ad un racconto orale che ad un canto vero e proprio, come si può notare in Arabian Nights. L’album è pervaso da un tono leggero e sdistaccato, a tratti ironico, anche nei brani che trattano di argomenti più impegnati, come Atomic war, che ipotizza una guerra nucleare e descrive l’inutilità dei singoli nell’evitarla. In altre, come Un militante di centrosinistra emerge anche una vena canzonatoria, sempre immersa nelle atmosfere ovattate e lente che pervadono l’intero album. Questo non esclude la presenza di ritmi più vivaci ed allegri come in Dream Killer!, in questo caso in contrasto con il testo che parla di una “assassina di sogni”. In conclusione Saturn’s Children risulta un interessante connubio di musica sognante e narrazione, ideale per rilassarsi e riflettere, un album da ascoltare con attenzione. Francesco Di Nucci

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Autotune: tutto quello che c’è da sapere sul software che rende intonati

Auto-tune, come funziona il software che sta cambiando la musica I dati ed i numeri parlano chiaro: ad oggi la musica più ascoltata proviene dalla strada, ha un nuovo linguaggio comunicativo, si avvale di personaggi estremamente caratterizzati, dalla voce particolarmente metallica. Sì, perché, tranne poche eccezioni, l’hip hop, il rap e la trap hanno un unico comune denominatore: l’utilizzo dell’autotune. Prima che i puristi condannino l’uso di tale software, definito da Ermal Meta “come il doping per gli sportivi”, è bene conoscere fino in fondo a cosa serva questo strumento, perché se ne faccia uso e abuso, ma in particolar modo quali svantaggi possieda ed metta in luce in relazione all’artista. L’autotune è un software progettato nel 1997 dallo studio Antares Audio Technologies, in grado di gestire la curva dell’audio, intervenendo sulle imprecisioni della voce e sull’intonazione stessa. In questo modo non si registrano note calanti, sbavature di suono, ma il prezzo da pagare è molto alto, in quanto, essendo un intervento elettronico, non consente di mantenere il suono caldo della voce ed inevitabilmente si assiste ad una percezione vocale dal sapore metallico. L’uso di autotune è stato ammesso da numerosi artisti, anche pop della scena internazionale, ma ha spopolato in Italia con l’invasione del rap e della trap da parte di artisti italiani come Ghali, o Sfera Ebbasta, primi in classifica spotify da mesi. In un’epoca musicale in cui l’Italia è in perfetta sincronia con il resto del mondo, se si esaminano gli ascolti ed i generi preferiti da fruire, si percepisce a pieno come sia cambiata l’idea di musica e quanto l’intervento elettronico abbia condizionato il suono stesso. Autotune e Melodyne, dov’è finito il talento? L’utilizzo di software che agiscano sulla voce è costante, delle volte anche solo per effetto, marchio distintivo del genere. Auto-tune però non è l’unico plug-in; infatti prima di lavorare con esso, si utilizza Melodyne, un altro software che modella la voce, senza appiattirla. Il punto di domanda nasce dalla necessità di inserire tali effetti vocali nel live, il più grande banco di prova per cantanti non dotati di vocalità. Quello che spesso accade infatti è la forte discrepanza che si percepisce tra registrazione in studio e live. In un audio ascoltato su Spotify si assiste ad una perfezione canora assoluta, raramente presente in un live, dove perfino artisti dalle forti capacità vocali sono messi a dura prova. Si perde dunque la spontaneità vocale, ma forse proprio la  bravura in sè, dato che anche l’ultimo degli stonati, grazie ad autotune può diventare una star. Bisognerebbe utilizzare live l’auto-tune come un rafforzativo, un effetto della voce, che aggiunge piuttosto che sopperisce alla voce stessa. Christina Aguilera ha affermato a proposito “Autotune is for pussies”, ribadendo il concetto che l’utilizzo di tali software è per chi non ha talento vocale, per coloro che non hanno coraggio di mostrare la propria voce. Autotune, info e strumenti

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Tommaso Paradiso e Fabio Rovazzi, la nuova frontiera dei tormentoni estivi

Tormentoni estivi, parliamone! Il contenuto del seguente articolo è ironico, il lettore è dunque gentilmente invitato a non indignarsi e a non prendere seriamente niente di ciò che è scritto. Sono ovunque, ci inseguono, non c’è modo per fuggirli o anche soltanto evitarli: sono i tormentoni estivi! Ogni anno, con l’arrivo della primavera, decine e decine di cantanti spagnoli e sudamericani si destano dal sonno letargico per invadere il mercato musicale con le loro canzoni (tutte uguali!) sulla bellezza dell’estate: i balli, gli amori, le passioni… Li vedi ballare sulle spiagge, sulla sabbia bollente senza alcuna difficoltà. Hanno per tutta la durata del videoclip un sorriso a 32 denti stampato in faccia perché loro non sono persone normali. Una qualsiasi persona normale, in quelle condizioni, suderebbe o inciamperebbe rovinosamente, ma loro no perché non sono umani: sono cyborg creati dall’industria discografica! Come se non bastassero i vari J Balvin, Alvaro Soler, Daddy Yankee, Luis Fonsi (quello di Despacito, il cyborg latino-americano più potente di sempre), anche l’industria discografica italiana ha deciso di passare al lato oscuro e seguire le orme della musica latino-americana, la più grande fabbrica al mondo di tormentoni estivi preconfezionati. Ci siamo dovuti sorbire Baby-K e J-Ax & Fedez che, per fortuna, non canteranno più insieme per un po’ (speriamo a lungo). Quest’ultimi tra una ventina/trentina d’anni saranno probabilmente ricordati come gli Al Bano & Romina Power del XXI secolo. Possiamo già immaginare un distopico film di un ormai ottuagenario Checco Zalone, che sulle note di Italiana di J-Ax & Fedez, si indigna con il ristoratore norvegese di turno, reo di non portare rispetto alla cultura italica. Qualcosa negli ultimi anni, però, è cambiato, l’azione pervasiva e dissacrante del web che, originariamente, avrebbe dovuto contrastare i grandi monopoli industriali musicali, li sta invece cambiando. A poco a poco, il liquame informatico postmoderno sta ricoprendo l’industria, potenziandola, rendendola ancora più pericolosa di prima, creando dei mostri ancora più paurosi: Tommaso Paradiso e Fabio Rovazzi. Sì, proprio loro, apparentemente innocui ma decisamente più malvagi di qualunque altro cantante. Tommaso Paradiso, l’uomo vaporwave  dei tormentoni estivi postmoderni Si presenta come un belloccio, tutto passione e romanticismo. Si narra che sia nato da un amore galeotto tra Jerry Calà e Sophie Marceau (la protagonista de Il tempo delle mele), ma in realtà fonti attendibili-di cui non possiamo svelare il nome- ci hanno svelato in esclusiva che Tommaso Paradiso è nato da un progetto militare segreto di un nucleo della Democrazia Cristiana ancora in vita. Il suo compito è quello di ristabilire l’egemonia culturale del partito ormai estinto. Ha iniziato a mostrare il suo potere con Completamente nel 2016, ma è stato un tentativo che non ha portato grandi frutti. La svolta è arrivata l’anno scorso con Riccione. Gli anni ’80 sono risorti e sono tornati a prendersi ciò che gli apparteneva. Insieme agli anni ’80 è ritornata la riviera romagnola, troppo a lungo accantonata per altre località moderne e più esotiche. Paradiso, a colpi di vaporwave, synth anni 80 e amori […]

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