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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 507 articoli

Musica

Augustine: un viaggio nel mito di Proserpina

Intervista a Sara Baggini, in arte Augustine, in occasione del suo nuovo album. Si intitola “Proserpine” il nuovo disco di inediti in studio firmato da Sara Baggini in arte Augustine. E la prima grande parola da utilizzare è ‘evoluzione’, che diviene poi sinonimo di emancipazione pensando alle liriche e al concept di tutto l’ascolto. Dal mito greco di Proserpina, del suo ratto, del nascere delle stagioni fin dentro il tempo apocalittico che viviamo, la fragilità e la “resurrezione”… e poi la fotografia del disco di Augustine, la regia dei video, il suono incastonato tra dark folk americano e sfumature orientali, quel gusto delicatissimo di donna che diviene porcellana pregiata e, allo stesso tempo, istinto seduttivo. Un lavoro “post-atomico”, cercando di dare a queste parole un’immagine ben lontana dal rock industriale di anni fa. Giochiamo con le visioni che sono il cuore pulsante di un lavoro estremamente ragionato e misurato con mestiere. Indaghiamo di più sul concetto insieme ad Augustine. Benvenuta tra le nostre righe, Augustine. Un nuovo disco che in qualche modo sdogana il tuo suono e la tua scrittura dentro una produzione più importante. Come hai vissuto questo processo? Grazie e buongiorno a voi! Devo dire che si è trattato di un processo del tutto naturale. Dopo la realizzazione del mio album precedente, “Grief and Desire”, molte cose iniziarono a cambiare. Tanto per cominciare, sono uscita gradualmente dal mio isolamento, suonando dal vivo e conoscendo molti altri musicisti. Questo ha favorito molti scambi e arricchimenti, oltre alla possibilità, appunto, di coinvolgere altre persone nella realizzazione del mio lavoro successivo. Inoltre, mi furono a quel punto chiari i limiti di “Grief and Desire”, conseguenza, principalmente, dell’auto-produzione totale. Nel momento in cui ho iniziato a comporre i brani di “Proserpine” mi fu subito chiaro che c’era la necessità di un cambiamento, di un salto di qualità; le canzoni stesse lo richiedevano, perché mi rendevo conto di aver raggiunto con esse un maggiore grado di maturità artistica. Dunque in un primo momento mi sono occupata della pre-produzione in home recording come al solito, non volendo rinunciare alla mia consueta indipendenza nella scelta degli arrangiamenti, avendo però bene a mente il fatto che si trattava solo di un passaggio iniziale, perché poi tutto il materiale sarebbe stato rimaneggiato in studio, a “La Cura Dischi” di Perugia. Chiaramente per la produzione mi sono affidata ad amici di cui ho totale fiducia, Fabio Ripanucci e Daniele Rotella. In studio sono avvenuti i cambiamenti più importanti in questo senso, soprattutto a livello di suono. Ed infine, la scelta di non rimanere sola nemmeno nella cruciale fase di post-produzione e promozione dell’album: è qui che è avvenuto il mio incontro con l’etichetta “I Dischi del Minollo”, che sta dando a “Proserpine” molte più chance di quante non ne abbia avuto l’album precedente, nonostante la momentanea assenza di concerti. Un po’ tutto l’immaginario del disco ha soluzioni “antiche”. Rivolgi molto lo sguardo al passato, Augustine, gli arredi del video, il tuo modo di apparire sul disco… Perché? Tutta […]

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Donato Zoppo, un amante che non smette mai di insegnarci qualcosa

Donato Zoppo, non solo Lucio Battisti: da lui si può sempre imparare qualcosa Donato Zoppo non è una figura ignota su questi schermi: era già salito alle luci della ribalta di chi scrive con il libro Il nostro caro Lucio, scavo appassionato nell’officina creativa e personale di Lucio Battisti, opera tratteggiata con grande sensibilità, emozione e curiosità filologica. Donato Zoppo è una figura ibrida e imprescindibile, con le sue attività che spaziano dal giornalismo allo storytelling, dalla radio all’ufficio stampa, senza dimenticare la scrittura, filo rosso che unisce il tutto saldamente. Una vera e propria stella polare della cultura musicale e non solo, che ha sempre qualcosa da irradiare, attorno a sé.  Potremmo dire qualsiasi cosa di Donato, ma in quest’intervista lui sceglie di definirsi un amante: scopriamo il perché, direttamente dalle sue parole.  Donato Zoppo, intervista Iniziamo dalla domanda più semplice (o forse più difficile, dipende dai punti di vista). Chi è Donato Zoppo e come lo spiegheresti a una persona che non lo conosce? Altro che semplice… è la domanda più complessa, proprio per questo allettante. Sorvolo su faccende legate all’identità e alla personalità, che sono di scarso interesse per chi ci legge – forse anche per me – per dirti che Donato Zoppo è un amante. Amante della musica, della lettura, della scrittura, dell’ascolto, dell’arte e delle arti, della condivisione. Amante delle connessioni, soprattutto quelle impreviste che ti cambiano la vita, oltre che la percezione. Ho sempre ascoltato musica e letto libri, ne ho fatto una professione in un duplice percorso: da una parte la scrittura – libri, riviste, web – e la radio, dall’altra la comunicazione professionale – il mio mestiere di ufficio stampa. Al centro c’è la passione, la voglia di condividerle nel modo più pulito e sano. Amo i Beatles: forse bastava dire subito questo. Come è nata la tua passione per Battisti? Più che passione, sembra essere una vera e propria “vocazione”, tant’è che sei l’autore che ha avuto il merito di farlo conoscere alla maggior parte del pubblico, dandone un ritratto davvero efficace. Sono lieto che tu parli di vocazione, dunque di chiamata, di qualcosa che arriva dall’alto, stringe e costringe come un bisogno. Ho scritto tre libri su Lucio Battisti, più qualche saggio sparso qua e là in libri altrui, e se potessi scriverei ancora qualcosa su di lui. Quando arriverà una nuova chiamata risponderò volentieri. Battisti è stata una scoperta progressiva, continua. Lo ascoltavo da ragazzo, en passant, tra mille e mille altri album, poi nell’88 la scoperta dell’Apparenza, il suo secondo Lp con Pasquale Panella. Un impatto di cui assaporo la sensazione ancora oggi, una cosa per iniziati. In quella sensazione disturbante ma magnetica, credo si sia celato per bene anche il bisogno di scriverne, di volerlo raccontare: nel 2010, finalmente, il mio primo libro, l’ultimo è uscito l’anno scorso, nel laboratorio del futuro intravedo qualche vocina. Aggiungo per correttezza e per piacere alcuni autori battistiani: Gianfranco Salvatore, Michele Neri, Renzo Stefanel, Luciano Ceri. Se i miei libri sono […]

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Franco Battiato: sei curiosità sull’uomo che cambiò il pop

La morte di Franco Battiato è uno di quegli eventi che inevitabilmente porta le persone a riflettere. Questa è la tipica conseguenza che si innesca nel momento in cui una grande personalità viene a mancare: nessuno riesce a dribblare definitivamente la questione, tutti hanno bisogno di parlarne, tutti hanno bisogno di ricordare qualcosa e chi non lo ha conosciuto artisticamente, invece, inizia a sentire un vuoto da colmare. Questo vuoto nel momento in cui ci si interfaccia con la carriera di Battiato diventa voragine, perché nessuno più di lui fu capace di sperimentare, studiare, contaminare la propria cultura con influenze provenienti dai più disparati angoli del mondo, arrivando così a rivoluzionare completamente il concetto di musica pop. Perché questa è la magia di Battiato: rendere popolare la musica cosiddetta “elevata”, dimostrando come in realtà non esista una musica “elevata”. Quasi sempre la musica nasce e si sviluppa come l’espressione di un popolo e racchiude come un involucro il patrimonio artistico di una classe di individui i quali, attraverso quel tipo di struttura musicale, riescono a sentirsi protetti, al sicuro. Ecco, quella sensazione di protezione che la musica dovrebbe esser capace di regalare era stata completamente dimenticata. L’orchestra era diventato il simbolo dell’alta borghesia, la musica elettronica quello delle nuove generazioni di teenagers. Per Battiato era semplicemente musica. La sua vita è stata una costante apologia di conoscenza e curiosità, una continua elegante e mai banale provocazione artistica. Un modo per poter offrire ulteriori chiavi di lettura di una figura fin troppo complessa potrebbe essere quella di presentare alcune curiosità che possano in qualche modo (parzialmente) scoperchiare il criptico guscio che spesso e volentieri Battiato ha costruito attorno ai suoi brani. Sei curiosità sulla figura di Franco Battiato La fenomenologia del genio Nel 1972 Battiato pubblicò il suo primo disco, “Fetus”, un concept album sperimentale interamente incentrato sul tema della nascita della vita e quindi dello sviluppo dell’embrione. Un brano presente nel disco, “Fenomenologia”, si conclude con una serie di formule matematiche cantante dall’artista. Il motivo è che le formule di cui sopra non sono altro che delle funzioni goniometriche traslate rispetto all’asse. Tradotto, le formule cantate da Battiato, una volta rappresentate su un diagramma cartesiano, presentano la forma del DNA. Riferimenti letterari spesso e volentieri, ma a volte anche decisamente no Alcuni testi di Battiato presentano a volte anche scene “forti”, quindi l’autore non ha sempre e solo parlato di trascendenza ed esoterismo nei suoi lavori. Una prova è “Zone Depresse” contenuta in “Orizzonti Perduti” del 1983: Dal barbiere al sabato per chiacchierare e a turno leggere il giornale. Le ragazze in casa o fuori nei balconi; Mi regali ancora timide erezioni; Guardavo di nascosto i saggi ginnici nel tuo collegio. Come un cammello in una grondaia Il sedicesimo album di Battiato prende il titolo da una citazione di uno scienziato persiano del IX secolo, Al-Biruni, il quale era solito pronunciare questa frase per indicare l’inadeguatezza della propria lingua nel trattare argomenti scientifici. Il rapporto con Manlio Sgalambro Battiato è […]

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Luciano Varnadi Ceriello: un giorno in radio con tutta la famiglia

Nuovo disco per il cantautore dai “2 cappelli”, nuovo disco non solo per lui ma per tutta la sua famiglia. Figlio della pandemia, questo progetto nasce anche dalla voglia dei suoi figli di riportare a galla la figura di un padre poliedrico e artista in tutti i sensi, romanziere, scrittore a tutto tondo… e anche di canzoni. Il cantautore dunque si rimette in moto e coinvolge tutti i suoi figli, dalla copertina ai suoni, dalle voci al video passando inevitabilmente per l’idea: una giornata radiofonica, come fosse l’intera programmazione del giorno. Si intitola “Radio Varnadi 2.0 Family Edition” ed è un lavoro di 31 tracce (15 canzoni e 16 intro di presentazione). Semplicità anche indotta dalle restrizioni, di location e di mezzi… fatto in casa in tutto e per tutto. Come i video, come il suono, così come doveva e voleva essere. Punto e a capo. Tanto di cappello (anzi di cappelli visto che sono 2) all’arte che qui trova un alto significato della sua stessa identità. Che bella intervista quella che segue… Torna in scena il “Cantautore con due cappelli”… e direi che dopo aver ascoltato “Stokazzo” si chiude il cerchio di questa allegoria o denuncia contro i nuovi “cantautori” di oggi che scimmiottano un passato glorioso… o no? Qualcuno dovrebbe spiegare ai novelli cantautori figli dello star-system che la rivoluzione sessuale è avvenuta già cinquant’anni fa e che i riferimenti che scimmiottano, David Bowie su tutti, sono talmente stellari che al loro confronto anche il trasgressivo rocker di zocca apparirebbe come una scorreggina di formica, figuriamoci questi personaggetti uterini e s-talentuosi. Ma il mio j’accuse non è indirizzato a loro, bensì a noi cinquantenni appartenenti alla generazione di mezzo tra i cantautori della vecchia guardia e il nulla odierno, perché la colpa è nostra, siamo noi che non abbiamo saputo tramandare la memoria culturale di chi ci ha preceduto. Se pensiamo che oggi le “battaglie” del Primo maggio, prima granitico monolite di cantautori dallo stile mordace e dalla penna fendente, adesso sono combattute da Fedez, luminare dall’indiscusso spessore culturale, con il placet di gruppi che davvero a suo tempo sono stati combattivi e sovversivi (Vedi 99 posse), significa che il fondo ormai è stato toccato, ma io sono fiducioso, perché è proprio quando si tocca il fondo che ci si riesce a dare la spinta per la risalita. Dopo ogni periodo di decadenza esiste sempre una rinascita! Nel brano “Stokazzo”, brano nel quale ho duettato con mio figlio Giuseppe, ho citato i nomi di alcuni cantautori ormai passati a miglior vita come Jannacci (Prima c’era Jannacci e adesso c’è Stokazzo!), Dalla, De André, Graziani… avrei voluto citare anche Guccini per la stima che nutro in lui, ma per fortuna quest’ultimo abbiamo il piacere di averlo ancora tra di noi. Luciano Varnadi Ceriello, una intervista La Campania come punto fermo… se ti chiedessi quanta ironia e quanti ingredienti della tua (e nostra) Campania ci sono dentro questo modo di fare musica? Io adoro vivere in Campania e nel Sud […]

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Lena A. : Come dovrebbe essere il pop nel 2021

Lena A. e la musica pop moderna: Nuove Stanze Lena A. , nata nel 1996, è una cantautrice, musicista e giornalista laureata in filologia moderna. Il consueto riassunto che precede la recensione, sulla vita e le esperienze dell’artista emergente, può anche terminare qui. Assolutamente non perché non ci sia altro da dire. Si potrebbero, ad esempio, citare il Tour Music Fest del 2017, l’Apogeo Spring Contest del 2018 o il premio per la migliore performance al Festival della Nuova Canzone d’Autore Ugo Calise nel 2019. Piuttosto, quando bisogna recensire un lavoro come “Nuove Stanze”, di cose da dire ce ne sono già tante, troppe, o forse troppo poche per il consueto problema di chi scrive di dover tradurre in parole le percezioni. Da qualcosa bisognerà pur partire però. Il primo aspetto da dover rimarcare è che l’album è una potenziale bomba pop. Non per la sua immediatezza, anzi. Piuttosto, per l’illusione che regala di poter percepire con immediatezza cose che immediate non lo sono manco per niente. Esistono vari strumenti che possono condurre a questo risultato, il primo fra tutti è la preparazione. Al giorno d’oggi infatti la musica è costretta a trascinare affannosamente il fardello del “tutto e subito”. Con i talent è stato sdoganato l’american dream del capovolgere la propria vita presentandosi ad una audition. Purtroppo troppe volte questa possibilità è stata fraintesa e ad oggi la credenza popolare è quella che l’artista per essere tale abbia bisogno di un pubblico. No. L’artista per essere un artista deve in primo luogo saper fare l’artista, così come un artigiano per essere tale deve in primo luogo imparare a modellare la materia prima a disposizione. Da qui viene fuori il primo spunto di riflessione sul disco. Lena A. è innanzitutto un’artista preparata, che ha studiato musica fin da bambina, che ha modulato il proprio percorso col tempo sperimentando, cambiando, aggiungendo. Il risultato finale è quello di una raffinatissima cantante, capace di domare note alte e basse con l’attitudine di una veterana ma, soprattutto, capace di essere riconoscibile. E ora si arriva al secondo spunto di riflessione. In “Nuove Stanze” è onnipresente una encomiabile fedeltà artistica. Il lavoro si apre con “Granada” e le sua ritmica cadenzata che si intreccia perfettamente con l’arabeggiante cultura della città spagnola, offrendo la percezione di poterne ripercorrere i vicoli. In “Giugno” è presente un interessantissimo crescendo nella strofa, caratterizzata da un’elettronica dai suoni bassi estremamente funzionali allo sviluppo del brano e che sfociano poi in una bellissima parte sinfonica. Nella successiva “Pineta” si rimarca ulteriormente l’enorme potenziale pop del disco. I testi di ogni brano sono caratterizzati da uno stile di scrittura estremamente riconoscibile, caratteristica assai rara e molto difficile da poter riscontrare in una artista giovane. Eppure, nonostante le tematiche varino e gli scenari si sovrappongano, resta una costante che è come se marchiasse indelebilmente ogni brano, prescindendo dalla timbrica vocale. La costante di cui sopra è assolutamente la densa, misteriosa, ricercata scrittura che caratterizza i brani. In “Pineta” oltre questo però risulta inevitabile […]

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Abide, recensione dell’EP dei Nomotion

Recensione dell’Ep “Abide”, il nuovo lavoro prodotto dalla southern gothic rock band Nomotion e pubblicato da Mold Records. I Nomotion si formano nel 2014 a Udine, per poi stabilirsi nel Regno Unito. Hanno all’attivo la pubblicazione dell’EP Ritual Murders (2014) e dell’album Funeral Parade of Lovers (2019), due opere in cui il complesso friulano si contraddistingue per uno stile ascrivibile al “southern gothic rock”. Un genere dove le sonorità tipiche del country e del blues fanno da accompagnamento a brani dagli argomenti tetri e oscuri quali criminalità, povertà, alcoolismo, ma anche storie di fantasmi e rapporti con Dio e il diavolo. Se si ascoltano questi due lavori dei Nomotion tutte le regole appena elencate, identificate dal giornalista del Denver Post Riccardo Baca come “Denver Sound” (dal nome della città texana in cui si sono formate molte band del genere), sono ampiamente rispettate. Non sarà allora da meno l’EP Abide, pubblicato il 16 aprile di quest’anno per l’etichetta Mold Records. Come si legge anche nel comunicato stampa della band, in inglese Abide vuol dire “sottomettersi” o “ubbidire”. Proprio la sottomissione sembra essere il collante di tutti e cinque i brani, dominati da un’aura di oscurità e mistero. Abide. Recensione track by track Blooming and Dooming è la traccia iniziale, caratterizzata da un ritmo che si potrebbe definire “western”. Si tratta di una vera e propria marcia country, arricchita da assoli di chitarra elettrica che oltre a conferirle una sfumatura spettrale le danno un ritmo solenne che, lentamente, si eleva. Something out there vede la collaborazione di Rob Coffinshanker, vocalist dei The Coffinshakers e figura importante per la scena del death country svedese. Predominanti qui sono la potenza incalzante e il ritmo “cattivo” conferito dagli assoli dalle voci di Johnny Bergman, il cantante della band, e dello stesso Coffinshanker. Una breve parentesi di relativa tranquillità è conferita da Out of Blue, forse il brano migliore di tutto l’EP. Il suono di un pianoforte ci accompagna lungo questa ballata paragonabile a un viaggio nelle sfere celesti del paradiso per poi riprecipitare nelle sonorità cupe della chitarra elettrica e del basso, come se i Nomotion volessero rivendicare l’appartenenza al proprio genere e che questa sia nient’altro che una pausa dal, seppur breve, viaggio musicale che propongono. Contradiction ci riporta infatti con i piedi terra, con le tipiche tonalità country e dark che hanno aperto questo lavoro. A chiudere il cerchio è un’altra ballata, seppur decisamente più aggressiva rispetto a quella centrale: Elisabeth. Il brano, del quale è stato girato anche un videoclip dal laboratorio creativo Sonicyut, è una camminata distorta negli abissi della mente di una persona che cerca di fuggire dal proprio malessere esistenziale. A dominare è una melodia sommessa (seguendo sempre il fil rouge dell’EP, la sottomissione!) in cui si inserisce la voce femminile della cantante soul Brontë Shande. Abide è una passeggiata lungo le sonorità di un genere di nicchia, certamente non conosciuto nel nostro paese, ma che saprà colpire e stupire al primo ascolto anche chi non ne ha mai sentito […]

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Intervista a Giuseppe Galato e a uno dei suoi tanti alter ego, SOLO

Giuseppe Galato e Solo: chi è l’uno e chi è l’altro? Viaggio nell’universo di una delle personalità più influenti del Cilento In Cilento Giuseppe Galato è un’istituzione: musicista, scrittore, giornalista, artista poliedrico. Non c’è una sola cosa che Giuseppe Galato non abbia fatto. La sua è una delle voci più influenti di tutto il Cilento: riesce a mescolare acume, intelligenza e ironia, e soprattutto è apprezzato dal pubblico per la sua personalità brillante e il suo carisma. Nessuno saprebbe raccontare il suo universo meglio di lui in persona e quindi gli diamo la parola, in questo viaggio che trascende la sola persona di Giuseppe Galato e s’incarna nelle fattezze di uno dei suoi tanti alter ego, chiamato SOLO. Innanzitutto partiamo dalla domanda più semplice (o più difficile, “conoscendoti”). Chi è Giuseppe Galato? Dopo essere stato un giovane vecchio, Giuseppe Galato è, allo stato attuale, un vecchio giovane. È una persona che cerca di guardare al mondo con occhio critico, secondo i propri metri, ma con distacco e fare cinico. Per evitare delusioni, sfrutta il sarcasmo. E chi è SOLO? È uno dei (vari) alter ego di Giuseppe Galato. È un personaggio solitario, e che della solitudine ne ha fatto condizione propria, per poter sviluppare un discorso musicale personale. Come ti è venuta in mente l’idea di un progetto solista? E quando? Le canzoni ce le avevo da un bel po’. Ho cercato di mettere su una band, ma con scarsi risultati. Quindi, dopo vari tentativi, e annoiato dal non riuscire a trovare dei compagni di viaggio, ho deciso di fare da me. Cosa troviamo di diverso in questo progetto rispetto alle altre avventure musicali che hai intrapreso? Rispetto alla The Bordello Rock ‘n’ Roll Band, più o meno tutto: con loro faccio esclusivamente rock ‘n’ roll / r ‘n’ b / punk. Ha più punti in comune con i GianO, e cioè un’attitudine all’eclettismo, per cui non mi pongo limiti sui generi musicali che vado ad affrontare, facendo un po’ quello che mi gira per la testa, senza pensare “devo essere rock”, “devo essere pop”. Quali sono le tue influenze? Non basterebbe un articolo intero. Per questo ultimo brano di sicuro i Rolling Stones di “Their Satanic Majesties Request”, i Beatles più psichedelici e i Pink Floyd di Syd Barrett. Ma immagino che molto lo debba ai Radiohead e ai Muse, in generale, guardando agli altri miei brani. Parlaci di “Don’t shoot the piano player (it’s all in your head)”, dicendoci cose che non hai mai detto a nessuna rivista. Nessuno mi chiede mai del testo. Quindi, parliamo del testo. Il testo parla di schizofrenia: è diviso in due parti, la strofa in cui viene ritratto il protagonista in uno stato delirante, bloccato nel suo letto che vede la sua ombra ballare, e il ritornello, completamente distaccato dalla strofa, dove si parla di questo fantomatico pianista, che però non c’è. Infatti, nel brano il pianoforte compare solo dopo che il protagonista chiede “sta suonando, ma dov’è il pianoforte?”, per poi […]

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A Brave Introduction to Electronica: Aphex Twin

Ciao. Sono Brave.   Questo mese di maggio ti voglio far tornare alle origini di quella che noi chiamiamo elettronica. Occhio, non è roba per tutti, non la puoi mettere in macchina con gli amici il sabato sera. Se non ti piacerà, sarà comprensibile. Se ti piacerà, ancora più comprensibile. I brani come al solito li trovi sulla playlist ufficiale di questa rubrica. https://open.spotify.com/playlist/3EPCXkLM9rjY2LUO6JQHwJ?si=yPWEs94iRhCPDI1Ri_C0Dg Iniziamo.   Brano n. 1: Xtal https://open.spotify.com/track/4z0oGEB1pZUvY6F6ee2ruu?si=322de07c54ae4426 https://www.youtube.com/watch?v=2tOutF8B3f8 I veri maestri li riconosci perché hanno fatto scuola. Inaugurato strade che a vent’anni di distanza sono ancora percorse. Qui gli anni sono quasi trenta, e quella musica che oggi si scrive ambient in realtà si legge primi due dischi di aphex twin. Bon voyage. Brano n. 2: Ventolin https://open.spotify.com/track/4cwDC2Yk2zqOp6NMX6v750?si=vc1rpqOfTvyOpO2lSxED2Q https://www.youtube.com/watch?v=KFeUBOJgaLU La prima volta che ho ascoltato questo brano mi è mancata l’aria. Non è solo perché sono asmatico: piuttosto immagino che l’autore sia riuscito nel suo intento di affogare i pensieri nelle persone e indurre la peggiore claustrofobia possibile, quella che ti fa skippare appena riesci a ragionare. Quando vuoi suscitare un’emozione, e sai come fare. Il brano, decisamente ostile alle orecchie umane, è parte della produzione di Aphex Twin, quella dura da digerire. Bisogna che tu la ascolti per una introduzione onesta a questo artista. Brano n. 3: 4 https://open.spotify.com/track/00wT7HAtqZ2BnemrR34vbO?si=06a5ae39c18a4939 https://www.youtube.com/watch?v=y8YGRvnvENU Il mio album preferito di Aphex Twin. Questo è il vero Aphex Twin (ma perché esiste un falso?). Qui subentrano melodie e armonie estranee al disco dell’anno prima, ma soprattutto i beat in 64esimi che saranno il suo marchio di fabbrica – riconoscibili anche a orecchio nudo.     Brano n. 4: Bbydhyonchord https://open.spotify.com/track/35GYDmixAiE0d36qSPqfuO?si=8e52a4b95038459c https://www.youtube.com/watch?v=HCKzsxN0h50 In un disco dai titoli impronunciabili ci si diverte a mischiare brani estremi a dolcissime melodie di pianoforte (come la famosissima Avril 14th troppo spu***nata per far parte della mia lista). Ma anche vie di mezzo, come il brano bofdshfiufhdiufh che ti ho allegato qui sopra.   Brano n. 5: XMAS_EVET10 [120] https://open.spotify.com/track/6CUxhtTkH0fSwfmsiOKPNV?si=7fa70f322e884e2c https://www.youtube.com/watch?v=eEO56WG0p48 Ultimo album del maestro. Il quale però si è divertito a rilasciare miriadi di EP che trovi sulla sua pagina spotify e da cui sono tratti brani assurdi (vedi Windowlicker). Il nostro amico inglese – eh sì, siamo alle solite – ha una parabola evolutiva che lo ha reso sempre più avanti di tutti. Le trame degli ultimi tessuti sonori, anche in rmx, sono di una complessità e di una densità fuori dal comune e anche dal non comune. – Oggi ti ho regalato un po’ di storia. La prossima volta che vai a ballare ricordatelo di quanta ricerca, quanta sperimentazione, quante emozioni e quanti anni si nascondono dietro a quella musica che senti.   Brave

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Gianfranco Mauto: come far rivivere Piero Ciampi

Gianfranco Mauto ci regala una doppietta di pubblicazioni interessanti. Un disco realizzato in studio dal titolo Il tempo migliore che di recente si arricchisce di un suo duplicato ma in versione acustica. Esce Il tempo migliore – Acustico dove, va sottolineato, gli stessi brani sono realizzati rigorosamente dal vivo con solo pianoforte e voce. La chicca è inoltre racchiusa in questo nuovo brano che non troviamo nel primo disco: si intitola Nero bianco e blu, uno scritto inedito del grande Piero Ciampi che Mauto musica su richiesta di una grandissima come Miranda Martino. Non contenti, in questa release acustica, i due duettano anche assieme per restituire una vita nuova alla penna di un riferimento assoluto della canzone d’autore italiana, mai troppo illuminato come forse meriterebbe. Il pop d’autore di Gianfranco Mauto si fa dunque suono di dettaglio pregiato nel tempo e nella bella saggezza. L’amore e il quotidiano incontrano la storia. Intervista a Gianfranco Mauto Un disco che si divide in due ed è quella la prima curiosità. Dopo la versione in studio, di Il tempo migliore esce la versione acustica di solo piano e voce. Perché? Le canzoni nascono in modi diversi, spesso in modo casuale, semplice, con un solo strumento o una melodia nella testa, e solo successivamente si colorano di arrangiamenti più o meno ricercati; ma nel momento in cui nascono così “nude” che conservano secondo me la loro forza, la loro “verità”, per questo ho voluto fermarle così, pianoforte e voce dal vivo, proprio per fermare nel tempo la loro ragione di essere. Una versione ricca della featuring di Miranda Martino che canta con te un testo inedito scritto da Piero Ciampi… Come nasce tutto questo? Ho conosciuto Miranda e siamo subito entrati in empatia. Lei è una donna ed una artista  eccezionale, piena di energia e sentimento, mi ha sempre raccontato con passione la sua vita ricchissima di esperienze ed incontri ed uno di questi con Piero Ciampi, suo amico, che, frequentando la sua casa romana negli anni ’70 decise, come gesto d’affetto, di regalarle una poesia. Un giorno Miranda mi ha chiesto di musicarla, da lì è nato tutto… Come hai trovato la musica giusta per questo brano? Mi sono avvicinato in punta di piedi a quelle parole scritte nel ’77 da questo grandissimo artista. Ho lasciato che quell’emozione provata nel leggerle la prima volta arrivasse sui tasti del pianoforte: quando l’ho fatta sentire a Miranda e lei si è commossa come me ho capito di aver forse interpretato nel modo migliore che potessi quelle sensazioni. Ad ascoltare i tuoi suoni, il mondo cantautorale di Ciampi come di tanta parte di quella scuola, è assai lontano da te. Come hai vissuto questo accostamento? Nonostante il grande onore che mi è stato concesso ho vissuto questa esperienza come un grande onere ed ho fatto l’unica cosa che potevo fare: rimanere me stesso, con il mio mondo musicale, cercando di rendere attuali quelle frasi e moderno il loro grande messaggio. Delle due anime, di quella in […]

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La Colpa è Tutta Tua: il nuovo singolo di Ragazzino

Alessio Lucchese, in arte Ragazzino, pubblica un nuovo singolo dal titolo La Colpa è Tutta Tua, un brano incentrato sui piccoli dettagli presenti nelle relazioni. Prodotto da Molla, La colpa è tutta tua presenta gli stilemi del pop cantautoriale odierno, arricchito da una voce presente, vocalmente intonata e chiara, che lascia il giusto spazio e respiro a musica e testo, in un balance che cattura l’attenzione e lascia scorrere la canzone dall’inizio alla fine. Com’è nata questa canzone? A livello musicale, come si è delineato il percorso sonoro di La Colpa è tutta tua? Questa canzone è partita dalla mia chitarrina, tutto il percorso musicale è stato dettato da me, ed il mio produttore ha fornito al brano un abito idoneo, sia per quanto riguarda il tema, sia per quanto riguarda la modernità del suono. C’è stata da subito un’intesa tra me e Molla, produttore del brano, in quanto siamo simili dal punto di vista umano, quindi è stata naturale l’intesa musicale. La colpa è tutta tua parla di piccoli dettagli, piccoli momenti di una relazione. È un brano autobiografico? Di solito scrivi di te o ti lasci ispirare dal mondo che ti circonda? Ho voluto risaltare le connotazioni positive che sono presenti in una relazione, più che altro mi sono concentrato sulle piccole cose, i piccoli dettagli. Io scrivo in base a ciò che mi succede: credo che una situazione la si debba vivere, così da far arrivare la verità alle persone che poi ascoltano.  Qual è la caratteristica necessaria per un cantautore? L’autenticità è il primo passo da muovere se uno vuole intraprendere questo percorso artistico. La scena musicale è scarna di verità; solitamente in contesti come quello che stiamo vivendo, la musica è una catena di montaggio, un fiume che passa, passa e passa, senza lasciare davvero qualcosa. Quindi metterei l’autenticità al primo posto, solo così si può arrivare ad una connessione tra chi canta e chi ascolta. Raccontaci della tua esperienza di busker… L’estate duemilaventi a causa del Covid-19, mi sono dato al busking. Una sera ho incontrato un busker e ho parlato con lui fino alle tre di notte: dopo quella chiacchierata, mi ha invitato a suonare ad Ostuni per dividersi la piazza. Da quella volta, ho suonato in strada, in giro per la Puglia ed è stata un’esperienza molto interessante: il live ti forma, gestisci pubblico, capisci come usare la voce… è una bella scuola. Qual è stata l’esperienza live che porti nel cuore? Quando ho suonato in strada a Polignano a Mare, la mia prima esperienza da solista come busker: ricordo si creò un blocco di gente per ascoltarmi; mi sentivo come se fossi ad un concerto vero, mancava solo il palco, il pubblico cantava insieme. Poi, io sono abituato a suonare ad occhi chiusi, in questo modo mi calo nella canzone, ma durante quella sera, li aprii e vidi tutte le persone disposte a ferro di cavallo con le torce accese: una cosa assurda. La Colpa è tutta tua ha avuto un […]

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