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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 419 articoli

Musica

Cecilia: quando un punto di domanda è un punto di partenza

Cecilia è una giovanissima cantautrice, cresciuta tra il soul e la musica italiana, che ha sperimentato la combinazione di queste due influenze nel suo EP di debutto “?” (punto di domanda). L’attitudine R’n’B unita al gusto classico della rima italiana portano il mondo internazionale all’interno dei confini del Mar Mediterraneo, rendendo l’EP il giusto compromesso tra novità e funzionalità, lasciando trasparire un’identità preponderante e ben delineata. Il timbro di Cecilia si accosta bene alla musicalità della penna italiana e al contempo riesce a risuonare nelle frequenze soul, in brani con arrangiamenti che non vogliono tornare indietro, ma piuttosto imporsi sulla scena come innovazione. Prodotto da Futura Dischi, distribuito da Sony Music Italy, “?” di Cecilia è un EP dal tocco delicato, malinconico, autunnale, da ascoltare mentre cadono le foglie. Ecco le nostre domande a Cecilia Un punto interrogativo come titolo dell’album: difficoltà a definirsi o volontà di non definirsi? Cosa rappresenta questo simbolo? Come si relaziona in rapporto alle canzoni dell’EP? “?” è un simbolo che si avvicina in maniera sincera alla mia persona e alle canzoni stesse. Ad un primo ascolto è possibile che non si percepisca, nella punteggiatura dei testi si possono individuare molti punti di domanda. Per esempio: “ciao, come stai?” “sono le due di notte, che te lo dico a fare?” “cosa posso farci se certe cose io le vedo tardi?” “cos’hai dentro a quegli occhi?” “cosa ti passa per la testa?” E questi sono solo alcuni. Mi sono sempre etichettata come ‘la perenne curiosa e l’eterna insicura’. Sono due parti che mi caratterizzano fortemente e non c’è una parte dominante: a seconda di come sto l’una prevale sull’altra. La curiosità emerge ogni volta che incontro qualcosa di nuovo, l’insicurezza mi spinge ad interrogarmi ed analizzare le esperienze che ho vissuto. Il concetto espresso nella canzone Karma: “l’ingenuità non mi porterà lontano” sembra espressione di chi è ferito e è stato tradito; se l’ingenuità non porterà lontano, cosa ti porterà lontano? L’analisi e la consapevolezza. Il mood dell’EP si muove su sonorità R’n’B mescolate a rime indie, così come il sound che viene fuori sottolinea l’incontro del mondo elettronico e del soul. Cecilia cosa preferisce musicalmente? Qual è la direzione principale della tua musica? Ho sempre prediletto ascolti appartenenti al soul e ai vari sottogeneri (nu soul, jazz, r&b). Per quanto riguarda la musica in sé, non c’è mai stato un indirizzo specifico, ci sono state le influenze (mie, di Danny Bronzini e di Peppe Petrelli) che sono state assorbite e maturate nel tempo e trasportate naturalmente in un secondo momento negli arrangiamenti e nelle produzioni di questo progetto. Qual è il pezzo che secondo te meglio rappresenta questo EP? Perché? Non saprei dire quali dei brani mi rappresenti di più. Appartengo ad ognuno di loro. Mi sento di essere tutte quelle sfumature. Alla fine nessuno di noi è definito da un unico colore.   Grazie a Cecilia per l’intervista [Foto di Ufficio Stampa]

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Culturalmente

Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista Arcadia Lost è l’ultimo progetto discografico di Marius W. Arcadio, studente di Filosofia da poco trasferitosi a Torino, ma nato e cresciuto nel napoletano. Mario Salzano, questo il suo vero nome, agli studi accompagna anche la passione per la musica e ha da poco pubblicato uno splendido progetto discografico, un concept album, di quelli che non se ne vedono più in giro. Arcadia Lost è infatti un prodotto di pregevole fattura, che si compone di otto canzoni, quattro delle quali già note e incise nel precedente EP Belèm. Trentatré minuti intensissimi, legati però da temi e caratteristiche comuni che vanno a comporre il denominatore comune del progetto. La perdita di sé stessi, la crescita e la rivoluzione interiori sono infatti temi trasversali e comuni ad ogni generazione, ma che rivivono con forza ed originalità  nelle otto canzoni di Arcadia Lost. Gli elementi alla base del disco pochi ed essenziali, come qualsivoglia registrazione amatoriale si rispecchi: una voce profonda, la chitarra, accompagnata dalle necessarie sperimentazioni e variazioni elettroniche del caso, ed una scrittura tagliente nella quale qualsivoglia millennial può facilmente immedesimarcisi. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Mario di Arcadia Lost e quanto si legge è il resoconto di una simpatica ed informale chiacchierata telematica. Intervista a Marius W. Arcadio Da dove nasce l’idea di Arcadia Lost? «Arcadia Lost è il prodotto musicale dei miei due ultimi anni di vita, lo specchio dell’insieme di esperienze che mi hanno accompagnato e soprattutto segnato in questo lungo periodo. Tra queste c’è di sicuro il mio Erasmus a Lisbona, dove ho iniziato a costruire le fondamenta per questo album. Oltre questo ci sono stati tanti altri fattori successivi che hanno plasmato Arcadia Lost che, volendo sintetizzare semplicisticamente, parla di una ricerca della strada verso casa che passa prima da quella sbagliata. Non si tratta per forza di un lavoro autobiografico, per citare Conor Oberst dei Bright Eyes “se avessi voluto parlare esclusivamente di me stesso avrei scritto un’autobiografia”, ed è proprio per questo che non mi piace tanto andare nei dettagli del “concept” dietro l’album. La mia parte preferita è proprio quando un’altra persona viene a darmi un’interpretazione diversa dalla mia. Arcadia Lost rappresenta per me un certo tipo di “check point” e, non a caso, ho deciso di pubblicarlo subito dopo essermi trasferito a Torino per iniziare la magistrale del mio percorso di studio, come a mettere un punto ancora più significativo alla fine di questo capitolo e girare pagina in modo altrettanto deciso». Arcadia Lost è un disco dal forte impatto già dal punto di vista visivo, con quella copertina onirica e quel sottotesto lunghissimo, alla Fiona Apple. “The big mess we were building so carefully like a popsicle stick palace just to show it proudly to the universe” è parte del testo di una canzone che avrebbe dovuto rappresentare la “title track” dell’album (The Big Big Mess). Tuttaiva, durante la fase di ultimazione dell’album ho deciso di non includerla per […]

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Musica

Alla ricerca della perfezione: la sezione aurea in musica

Dalla sequenza di Fibonacci alla sezione aurea nella sua applicazione in musica Leonardo Fibonacci fu un matematico del XIII secolo che per spiegare l’andamento della crescita di una popolazione di conigli inventò la cosiddetta “successione di Fibonacci”. Senza entrare nelle oscure viscere del “matematichese”, per ricostruire questa serie di elementi basta partire da 0 e 1 e aggiungere i numeri successivi per addizione col termine precedente. Quindi, seguendo le regole imposte da questo perverso giochetto matematico dopo 0 ed 1, si arriverà a 2 (1+1), a 3 (2+1), a 5 (3+2), e così via, verso l’infinito (e oltre). Il risultato di tutto ciò è una infinita cascata di numeri. 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, etc, etc. Apparentemente sembrano non avere nessun significato particolare, o quantomeno niente che possa interessare né me né chi sta leggendo questo articolo. In realtà proprio quei numeri nascondono una proporzione le cui proprietà per molti assunsero caratteristiche al limite del divino. Infatti dividendo ogni termine per quello precedente (ad esempio 2 con 1, 3 con 2, 5 con 3, etc, etc), ci si avvicina gradualmente (nel suddetto “matematichese” dovremmo dire “si tende”) ad un misterioso numero, quel 1.618 che è ai più noto come “numero aureo”. Il rapporto così ottenuto viene considerato come valore ideale di bellezza e armonia. Due grandezze, distribuendosi in modo tale da rispettare le proporzioni auree, è come se acquisissero una superiorità estetica che le renda inconfutabilmente armoniche. Per avere un’idea basti pensare alla Gioconda o a l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, entrambi raffigurati sfruttando la sezione aurea. Anche in architettura la sezione aurea ha trovato svariate applicazioni. Un esempio lampante è quello di Le Corbusier, il quale addirittura decise di progettare edifici i cui interni rispettassero fedelmente le suddette proporzioni con l’idea di creare ambienti domestici che fossero non solo funzionali ma che trasmettessero anche una sensazione di armonia e di benessere. La serie di Fibonacci e la sezione aurea in musica Una volta constatata la possibilità di poter utilizzare il rapporto aureo in diversi campi, in che modo si arriva all’applicazione nella musica? Innanzitutto gli strumenti: le componenti di molti violini per esempio sono costruite rispettando il rapporto aureo e, anche se non c’è una evidenza scientifica di ciò, il motivo sarebbe che questa disposizione renda ottimale l’acustica. Con il pianoforte il riferimento risulta ancor più evidente. I tasti bianchi e neri della tastiera infatti vengono idealmente suddivisi in ottave, ogni ottava è composta da tredici tasti, di cui otto bianchi e cinque neri a loro volta suddivisi in gruppi di due e tre. Tredici, otto , cinque, tre, due … se si dà uno sguardo a tutti quei numeri buttati a inizio pagina qualcosa inizia a tornare. Siccome la cosa inizia a diventare sospetta forse vale la pena approfondire. Innanzitutto, il primo dubbio, qualora qualcuno avesse la malsana idea di voler “suonare” la serie di Fibonacci, potrebbe farlo? Si può suonare una successione di […]

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La raffinata denuncia di “Be Kind”: intervista a Franca Barone

“Be smart, not too much”: così esordisce Franca Barone in questo testo che dipinge una donna rinchiusa nel paradigma della società moderna. Il brano appena uscito sa essere al contempo orecchiabile e complesso, si muove per i suoi due minuti di durata su una sottile linea di demarcazione tra un jazz “classico” ed uno “moderno” che si manifesta attraverso i cambi ritmici imposti nel pezzo. Abbiamo incontrato l’artista per comprendere meglio il significato del brano ed i suoi riferimenti musicali. Franca Barone: intervista all’autrice di Be kind Ho notato una vicinanza non solo per la metrica quanto per le atmosfere musicali al Dave Brubeck di “Take Five“. Quello fu un brano che rappresentò un po’ uno degli “ultimi sussulti” per il genere che poi divenne più di nicchia. Lei il suo brano lo vede più “un ultimo sussulto” o ritiene abbia una precisa collocazione nel mercato musicale moderno. In effetti il tema di “Be Kind” è in 5/4 come Take Five, anche se nella parte dell’improvvisazione passa in un 6/8 con un groove wonky. Chiaramente la matrice del jazz tradizionale c’è e si sente, ma credo parli un linguaggio musicale diverso. Non penso al mercato della musica quando compongo, tutti i brani che scrivo sono il frutto degli ascolti che ho fatto e che faccio shakerati con la mia vita di tutti i giorni. Ho ascoltato moltissima musica dagli anni ’40 in poi ma ho sempre amato il cantautorato italiano e il pop internazionale. Rimango una persona che vive totalmente il suo tempo, questo entra necessariamente nella mia musica e soprattutto nei miei testi. Considerando il testo del brano, qual è la sua visione della donna nel 2020? In Italia, credo stiamo assistendo ad una nuova ondata di femminismo. Grazie al movimento #quellavoltache e #metoo le donne sono sicuramente più consapevoli di prima della loro situazione e, ognuna a suo modo, spero stia cercando di riprendersi i propri spazi e di chiedersi davvero cosa vuole fare, che ruolo vuole avere nella famiglia e nella società. Spero che la stessa cosa la facciano anche gli uomini. Questo brano parla di stereotipi di genere e di diktat che sono imposti alle donne, ma gli stereotipi esistono anche per i maschi. Spero davvero comincino anche loro a farsi delle domande e a darsi delle risposte oneste. Qual è il suo rapporto con le nuove correnti musicali? Ottimo, sono sempre alla ricerca di suoni nuovi per le mie orecchie e quando trovo qualcosa che mi piace mi entusiasmo molto. Sto seguendo il nu jazz ma sopratutto il nu soul, con artiste come Noname, The Internet, Nao, H.E.R.. C’è veramente tanta roba bella. Grazie! Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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I Settembre debuttano con l’album Grattacieli di Basilico

‘Grattacieli di basilico’ è l’album d’ esordio del duo campano Settembre, pubblicato il 25 settembre 2020 dall’etichetta romana Oltre Le Mura Records. Si tratta di un progetto che prende vita grazie a un crowdfunding sulla piattaforma libera Produzioni Dal Basso e ritardato nella sua uscita attesa in primavera per via del generale caos Covid. Eppure, a dispetto del nome del duo e del coerente mese di lancio, il disco dà una ventata di calore tiepido, di desiderio di viaggio, di scoperta e d’amore, oltre ad infondere una tranquillità quasi onirica particolarmente auspicata in questo particolare periodo storico. Grattacieli di Basilico dei Settembre Angela Cicchetti e Ivan Imperiali sono entrambi campani, ma si conoscono a Roma, nel quartiere del Pigneto, dove si innamorano l’uno della musica e dell’essenza dell’altro.  La voce di Ivan per prima incanta Angela, che pur attualmente fa da solista nel duo, con il partner alla chitarra classica. I due si spostano nella frenetica metropoli londinese, dove diventano effettivamente una band, inizialmente omaggiando la tradizione cantautoriale italiana suonando in giro per locali. Nel 2018 il ritorno in Italia vede l’ammissione al Conservatorio Jazz di Salerno e la costituzione di un piccolo studio di registrazione nelle campagne di Teggiano, il Red Temple Studio, dove si dedicano pienamente al progetto, così che i primi singoli escono già nel 2019. I Settembre si fanno per prima notare proprio nel 2019, aggiudicandosi il primo posto al Music Indie Contest organizzato dal NEM (Nuove Energie Musicali), arrivano in finale al premio Donida e partecipano ad Area Sanremo. Nonostante quest’ultima esperienza non sia valsa nessuna vittoria, la loro presenza ingombrante non ha tardato a farsi notare, così che a quella son seguite partecipazioni a programmi storici quali il Barone Rosso di Red Ronnie e Rai StereoNotte. Grattacieli di Basilico è stato scritto, prodotto e mixato interamente dal duo, mentre il mastering è stato affidato a Julian Lowe, direttamente dai Metropolis Studios di Londra. L’album è un onesto omaggio alla tradizione musicale italiana, di cui sono chiari gli influssi, acquisiti e sapientemente mescolati in modo da inserirsi in maniera delicatissima tra passato e innovativa sperimentazione presente. I due giocano bene con le influenze e aggiungono una nota poetica, fatta di motivi soprattutto autobiografici, lasciandoci immergere nella genuina spontaneità del loro amore e dunque in universi distanti, in atmosfere fantastiche al di fuori dello spazio e del tempo, come solo l’amore sincero (in questo caso unitamente alla buona musica) è in grado di fare. La musica richiama così la partecipazione all’intensità del rapporto che lega Angela ed Ivan, la cui esperienza è raccontata in maniera romantica e potente: l’innamoramento si fa motivo di evasione in una realtà accessibile ai due soli amanti, sospensione del tempo, dimensione dell’irrazionale. Quasi invidiamo i Settembre e il loro amore, che ci fa sognare, magari identificarci, ma sicuramente ci spinge alla ricerca, in linea con il tenero richiamo che riecheggia in ‘Luna e Luca’, terza traccia dell’album: ‘Ma dove sei amore mio? Ti troverò a modo mio’. Il sound è suggestivo […]

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Toni Tonelli: mettersi a dieta è una filosofia di vita

È uscito il 2 ottobre 2020 l’EP di Toni Tonelli , cantautore napoletano, classe 1993, giovane artista che coniuga da sempre la passione per la musica ed il teatro. Il nuovo album, composto da sei tracce, si intitola Mi sono messo a dieta e può definirsi come la svolta indie del cantante, ormai deciso ad esprimersi attraverso un suono contemporaneo, scuola Calcutta-Coez, che però strizza l’occhio anche all’itpop, utilizzando un registro linguistico tratto dal quotidiano, in cui gli esempi di vita sono impastati ai cliché, ai detti pop, nonché al gergo della generazione 2.0. Il fulcro dell’album è l’amore in tutte le sue fasi e tutto il romanticismo che c’è dietro: dall’innamoramento evanescente alla fine di una storia. Un album, quello di Toni Tonelli che racconta le disavventure, i patimenti, le piccole soddisfazioni di un ragazzo come tanti e forse per questo potrà strappare un sorriso a chi l’ascolterà.  Il titolo dell’EP, Mi sono messo a dieta, sembra presagire una condizione di cambiamento, una scelta vissuta come cesura tra un modo di essere, ed uno nuovo. Credi sia significativo anche del tuo percorso musicale? Mettersi a dieta per te è stato compiere passi verso una direzione più indie e contemporanea? “Mi sono messo a dieta” indica sicuramente una serie di cambiamenti ma non credo nel modo di essere, mi sento sempre lo stesso, quanto piuttosto in quello di vivere le cose. Ad un certo punto ho sentito la necessità di mandare a quel paese una serie di situazioni che cominciavano a starmi strette. Questo credo sia stato necessariamente significativo anche nella mia musica ma non per quanto concerne la contemporaneità, non mi sono mai chiesto se la mia musica fosse contemporanea o meno, quanto piuttosto nel linguaggio. Avevo il vaffanculo facile e mi serviva un linguaggio adatto. Trovo interessante però che questo linguaggio sia contemporaneo. In giro c’è tanta necessità di mandare a quel paese e allo stesso tempo “sentirsi compresi” e secondo me bisognerebbe chiedersi “come mai?”. Quando hai sentito l’esigenza di registrare un EP? Come hai scelto i brani da inserire all’interno del tuo progetto? L’esigenza di registrare un Ep l’ho sentita subito dopo aver scritto il primo brano (facciamo qualche mese dopo) e la sento ancora oggi, un giorno sì e l’altro no. Ho iniziato a scrivere per necessità e ho bisogno di sapere poi come la pensa la gente. Questo mi fa sentire bene con me e con gli altri. Diciamo che i miei brani sono il modo molto personale che ho trovato per conoscere meglio me stesso e le persone. Proprio per questo le canzoni che fanno parte di questo Ep credo di non averle scelte io o se così è stato non lo ricordo. Suppongo siano solo le cose che avevo bisogno di dire in questo momento. L’amore è una predominante dei tuoi brani; lo si vede vestito con diversi abiti, raccontando quella che può essere una “fissazione” come cantato in Capata Storta, ma anche in Il fatto che ti sei messa con un […]

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Musica

Adelasia: la scelta più intelligente è essere se stessi

Sì, si chiama proprio Adelasia, la cantautrice nata a Lucca, classe 1995, della scuderia Sbaglio Dischi, che svela il suo universo musicale malinconico e sussurrato, attraverso un album di 9 brani, dal titolo 2021 . Dopo la pubblicazione dei singoli Aliena e Umido, Adelasia ha continuato a spalancare le porte del suo mondo interiore con altri due brani: Acqua e Meglio soli, che confermano la scelta dello stile elettronico e della voce soffiata, utilizzando stavolta due proverbi come ritornelli, facendo assaggiare una piccola fetta di torta al pubblico. Oggi il lavoro è completo e racchiude anni di vita, principalmente i 20 e 21 anni dell’autrice, perciò divenuti anche il titolo del progetto. Prodotto, registrato e mixato da Pietro Paroletti, masterizzato da Giovanni Versari, 2021 si presenta come un album semplice e diretto, che dimostra che non c’è sempre bisogno di osare: talvolta la scelta più intelligente è essere se stessi. Adelasia, intervista alla cantante Cosa rappresenta per te l’aggettivo indie associato alla tua musica? E cosa significa essere una donna della scena indie italiana? Rappresenta la realtà dei fatti: il mio disco uscirà per un’etichetta indipendente (Sbaglio Dischi), poi non so quanto sia indie come genere musicale però è sicuramente indipendente. Essere donna e fare musica per me significa lavorare principalmente con i maschi e, in alcune situazioni, faticare un po ‘di più per far capire il mio punto di vista. Ma in generale per ora il mio percorso è stato molto lineare, molto piacevole, nessuno mi ha mai fatto sentire inadeguata. “Meglio soli che male accompagnati”, “ne passerà di acqua sotto i ponti”, sono due ritornelli presenti nel nuovo album. Rendere incisivo un detto popolare, un proverbio? Cosa c’è dietro questa scelta? Il linguaggio che uso nelle mie canzoni è molto semplice, scrivo come parlo e i modi di dire sono stati utili per spiegare alcuni pensieri. 2021: un titolo che sicuramente proietta al futuro, dato che ricorda il prossimo anno che dovremo affrontare, insomma qualcosa di non visto e non vissuto ancora. Cosa ha il tuo album di innovativo, che non abbiamo ancora ascoltato nel mare di musica che ogni giorno si inonda? Non lo so, mi mette un po ‘in crisi questa domanda. Vorrei che fossero gli altri a dirmelo. Io spero solo che lo riteniate un disco sincero e piacevole, per essere innovativa devo fare ancora tanta strada, innovare è molto difficile. Valerio è una traccia intima, delicata dalla profonda verità. Una poesia in rima. Ci racconti com’è nata questa canzone? Hai scelto tu che fosse la chiudifila dell’album? Si ho deciso io che lo fosse, è una traccia diversa sia come arrangiamento che come tematica. È nata molto velocemente, l’ho scritta in poche ore di getto, seduta sul letto in camera dopo aver letto la storia di Valerio Verbano, mi sono commossa e mi è venuta voglia di scrivere di lui. Sei tu autrice dei tuoi testi, dunque sicuramente cantarli li autentica ancora di più. Su cosa punti maggiormente, alle parole o al tuo timbro? […]

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05/10/1970: 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato

  05/10/1970: i 50 anni del disco dei Led Zeppelin che trovò il mondo impreparato 5 Ottobre 1970, cinquant’anni fa i Led Zeppelin pubblicano “Led Zeppelin III”. Una data che bisognerebbe festeggiare ogni anno, e a maggior ragione se si spengono 50 candeline. Incredibilmente però una parte abbondante della critica quel 5 Ottobre 1970 sostenne che qualcosa in quel supergruppo si fosse rotto. La band giusto un anno prima pubblicando “Led Zeppelin II” era di fatto entrata nell’olimpo del rock. Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham divennero i nomi che qualsiasi appassionato del genere doveva saper recitare a memoria, perché non si trattava solo di musica, si trattava di dare voce ad una generazione che aveva una terribile voglia di urlare il proprio malessere ma una claustrofobica sensazione di non essere ascoltata da nessuno. Per questo motivo dietro l’hard rock e la psichedelia dei primi Led Zeppelin si nascondeva un mondo che finalmente si sentiva rappresentato; dietro le visionarie ritmiche di John Bonham, l’erotismo della voce di Plant, gli tsunami sonori di Page c’era una generazione che finalmente sapeva di esistere, e che soprattutto si sentiva meno sola. Per questo un nuovo disco dei Led Zeppelin non era un evento come un altro e il minimo cambio di registro poteva essere visto come un tradimento verso tutti quelli che riuscivano a ritrovare il senso della propria esistenza dietro la loro musica. La verità però è che molto semplicemente quando vivi un’epoca d’oro come quella vissuta dal gruppo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, anche reinventandoti, innovando, sperimentando, sei fatalmente destinato a produrre qualcosa di incredibile. “Led Zeppelin III” non è il disco che fa da ponte tra il II e il IV (che poi divenne il più grande successo del gruppo), il III è concepito come un manifesto di libertà espressiva, è un capolavoro che con gli anni ha messo d’accordo tutti, come solo i migliori dischi sono stati capaci di fare. Su cosa si appoggiarono allora coloro i quali criticarono aspramente questa pubblicazione? Si appoggiarono sul fatto che i Led Zeppelin erano i portavoce di una generazione arrabbiata, ma nel III vennero rispolverate delle sonorità folk e blues che misero in difficoltà tante persone che scrivevano di musica e che credevano di aver inquadrato bene il fenomeno “Led Zeppelin”. La conclusione di tutto ciò fu che la band venne accusata di essersi “rammollita” e di aver perso il furore sonoro dei primi lavori. Chi sosteneva ciò non aveva evidentemente capito la portata del gruppo del quale stava scrivendo. Seppur il risultato di essere uno dei principali simboli della rivoluzionaria generazione sessantottina già fosse un grande traguardo, in realtà le pretese di Page e compagni erano molto più alte, l’obiettivo era quello di costruire qualcosa destinato a vivere per sempre. Il disco nasconde tutta la complessità del gruppo che lo ha generato, è come una intricata figura tridimensionale che ripetutamente si rigira su se stessa senza chiudersi mai. Perché quando pensi di […]

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A BRAVE INTRODUCTION TO ELECTRONICA: KIASMOS, “KIASMOS” (Erased Tape, London 2014)

Sono Anthony Brave. Benvenuta e benvenuto. Prima di continuare a leggere mettiti le cuffie per piacere. Oggi iniziamo con una domanda: quanto fa 1+1? Brava e bravo. Hai sbagliato. Mi rispondi meglio dopo. Cominciamo. https://open.spotify.com/album/7pBDu7nc2KaMsh0SfZMc2d?si=uUHB-hT7QiGe6MHbE2Pubg https://www.youtube.com/watch?v=fmzzX5E_f1o&t=2480s&ab_channel=Mt.Sound – Regola n. 1 Il disco è un disco di ritorno. Per ascoltare questo disco devi essere in movimento nello spazio, e devono essere passate le due del pomeriggio altrimenti non vale la pena. Se sei a casa a farti la doccia, a fare le pulizie ed è mezzogiorno, accendi Radio Italia Solo Musica Italiana o sentiti Maluma. Quando invece saranno le 19 e sarai in metro, macchina, a piedi, di ritorno dalla palestra o da lavoro, clicca sul link e premi play.   Regola n. 2 Se sei il tipo di persona che mangia in piedi in 10 minuti perché ha troppo da fare, e magari nel frattempo risponde a sua cugina su WhatsApp, chiudi questa pagina, vai su una playlist qualunque di Spotify e ti fai una bella scorpacciata di adrenaliniche e sexy canzoni casuali di artisti sexy casuali. Se invece la tua priorità è dedicare del tempo di qualità a te stessa e te stesso, fa’ che il tuo ritorno a casa duri un po’: magari scegli il tragitto un po’ più lungo, spegni le notifiche e premi play. Non te ne pentirai. I due giovanotti, nemmeno trentenni quando hanno ideato questo album, non lo hanno concepito come l’unione di canzoni, come noi siamo abituati a concepire la musica, ma come un percorso che passa attraverso tappe obbligate. In Kiasmos non ci sono 12 tracce di tre minuti l’una che puoi ascoltare in riproduzione casuale. Il primo brano non ha senso senza l’ultimo. È proprio nel segno della loro unitarietà che i titoli dei brani sono tutti aggettivi. C’è un solo viaggio, o lo fai tutto o non lo fai. Se sei troppo occupata/o e non hai 50 minuti da dedicare a una nuova esperienza, la domanda è inevitabile: perché diamine stai leggendo questo inutile articolo di un tale che si chiama Anthony Brave? Regola n. 3 Ti aspettavi la musica elettronica. Ti aspettavi il tunz-tunz ignorante, la voce femminile che cantava parole inglesi incomprensibili su una base superadrenalinica, come quando avevi 17 anni e andavi a Riccione a limonare con ignoti sulle note di this is the rythm of the night. E invece senti un pianoforte e dei violini. Questo è perché a) l’elettronica che ti descrivo non è quella che senti in discoteca, anche se la passo sempre nel locale da me acquistato nell’ormai lontano 2033; b) se Janus è un musicista elettronico, Ólafur è un compositore classico, ed entrambi sono estranei alle logiche dei locali estivi. E hanno dei nomi improbi perché sono islandesi. Regola n. 4 Il disco è un crescendo. E pure le canzoni sono un crescendo. All’inizio le musiche disegnano paesaggi sognanti. Lit comincia con suoni provenienti dal cielo delle Alpi Giulie, poi ti rendi conto che stai muovendo la testa a tempo quando entra l’hihat, e magari stai pure sorridendo. All’ingresso del kick, ormai hai capito tutto, e […]

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