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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 398 articoli

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Sigur Rós: uomini, natura, poesia

Sigur Rós e l’Islanda. Secondo un recente sondaggio dell’Università di Reykjavík, l’80% della popolazione islandese crede alla presenza di esseri e spiriti sovrannaturali quali fate ed elfi. Se la costruzione di un edificio si prolunga più del previsto, per l’islandese medio non c’è alcuna domanda da porsi: sicuramente si sta importunando la dimora di qualche elfo e, di conseguenza, si provvede rapidamente a spostare la zona dei lavori. La magia è dunque parte integrante della vita nella “Terra del Ghiaccio”, traduzione letteraria di Ísland, termine con cui gli islandesi chiamano la propria terra. È dai tempi di Ingólfur Arnarson, primo colonizzatore normanno dell’isola, che nell’immaginario collettivo l’Islanda rappresenta una terra lontana e inaccessibile, dove sono più numerosi i vulcani e i geyser piuttosto che gli insediamenti umani. Non è un caso che Giacomo Leopardi nelle sue Operette Morali abbia scelto un islandese come simbolo dell’uomo esistenzialista che rimane solo di fronte agli orrori della Natura. “Sono un povero Islandese, che va fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa”. Jón Þór Birgisson probabilmente avrà pronunciato queste parole presentandosi a Björk, la più celebre artista islandese nel mondo, quando nel dicembre del 1994 aveva tra le mani Fljúgðu, la copia del primo singolo dei Sigur Rós. Ai più noto come Jónsi, il frontman, chitarrista e cantante del gruppo, allora formato anche dal batterista Ágúst Ævar Gunnarsson e dal bassista Georg Hólm, diede così alle stampe la prima canzone del gruppo, che in islandese significa “volare”. Fljúgðu, pur essendo rudimentale in taluni suoi tecnicismi, rivela quelle che sono le caratteristiche principali della musica dei Sigur Rós e in particolare la fascinazione dei tre giovani musicisti per determinate atmosfere psichedeliche e spaziali tipiche del canzoniere progressive rock degli anni ’70. I Sigur Rós e il linguaggio della Speranza La crescita graduale del gruppo continua tre anni dopo con la pubblicazione del loro primo album, Von, dal titolo emblematico (letteralmente vuol dire “speranza”). Troviamo infatti per la prima volta i timidi solfeggi di Jónsi abbinati a melodie sospese e caratterizzate da quello che diventerà il loro marchio di fabbrica: l’utilizzo dell’hopelandic, o vonlenska, un linguaggio inventato privo di messaggi, che Jónsi è solito utilizzare reputando la voce come uno strumento musicale. Inoltre, per suonare la chitarra, Jónsi utilizza un archetto di violoncello, consuetudine nata quando Àgúst ne ricevette uno per il suo compleanno e Georg provò a usarlo per il suo basso; poiché il suono era pessimo, Jónsi lo provò sulla sua chitarra, il che diede risultati migliori. Von ottenne uno scarso successo di pubblico, ma ha il merito di far circolare il nome dei Sigur Rós al di fuori dell’Islanda, permettendo al gruppo di pubblicare, nel 1999, il loro secondo album nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Ágætis Byrjun ha un titolo casuale ma anche in questo caso fortemente simbolico: letteralmente significa “buon inizio”. Ed è proprio una nuova partenza quella dei Sigur Rós, intrapresa sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi dell’Islanda […]

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Black Flowers Cafe. Viaggio tra le sonorità di Flow

Flow è l’ultima fatica musicale dei Black Flowers Cafe, un viaggio all’interno di armonie musicali eteree e differenti tra di loro. I Black Flowers Cafe sono un progetto nato a Cosenza dall’unione di Angelo, Antonio, Fernando e Gaetano, quattro amici che dieci anni fa decisero di creare un’esperienza musicale che nel 2011 e nel 2012 confluisce negli EP Rising Rain e Falling Ashes, giungendo alla pubblicazione del loro album omonimo nello stesso 2012. Il successo all’estero per questa band calabrese non tarda ad arrivare, con siti e blog musicali che ne elogiano entusiasti il sound. Il capitolo successivo dei Black Flowers Cafe ricopre un arco di anni che vanno dal 2015 al 2018, dove registrano i singoli Be/polar, Mintaka II e Never Trust Me, che confluiscono nell’EP Islands. Si giunge poi al 2020 con la pubblicazione del loro ultimo lavoro sotto l’etichetta La lumaca Dischi: Flow, un viaggio sonoro negli emisferi variegati della musica. Flow, l’ultimo album dei Black Flowers Cafe Flow è un album che rappresenta il culmine delle sonorità testate dai Black Flowers Cafe. Un’esperienza musicale che attira, come una calamita, undici brani differenti per tono e per stile concepiti per essere inseriti all’interno di una struttura armonica che cattura l’ascoltare sin dalla prima nota. Fin dalla breve Intro che apre l’album capiamo di trovarci davanti al flusso (flux), di un fiume da cui bisogna lasciarsi trasportare. I Black Flowers Cafe cullano le nostre orecchie con brani molto differenti tra di loro. Alcuni riconducono ad atmosfere eteree e paradisiache come January, Up the River, Kinshasha e Caribe (questi ultimi due, in particolare, sono arricchiti da elementi della musica africana uniti a un ritmo pop rock), altri invece strizzano l’occhio al rock più indie come Cocktail Party e Who, brani frizzanti e dall’andamento veloce che si oppongono ad altri più riflessivi come Never trust me e Stage one, in un saliscendi continuo tra tonalità liete e tonalità cupe, che riescono a convivere in armonia. Anche i testi delle canzoni rispondono a questa varietà, con tematiche che vanno dall’introspezione psicologica alla letteratura, di cui vengono nascoste citazioni tra un verso e l’altro che l’ascoltatore scopre a ogni riascolto. Un viaggio tra gli umori della musica Con Flow i Black Flowers Cafe proseguono il loro lavoro fatto di sperimentazioni e contaminazioni tra generi diversi, regalandoci un album davvero singolare. Un percorso fatto di salite e ricadute lungo gli emisferi della musica, dove all’ascoltatore viene precluso il lusso di poter scegliere liberamente da quale brano iniziare. Quello che dobbiamo fare è soltanto immergerci in questo “flusso continuo” e lasciarci trasportare dalla sua corrente sonora. Magari in giornate estive come queste, dove il tempo è un’entità sospesa che trasforma i giorni in un flusso lento e indistinto. Fonte copertina: Ufficio stampa  

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Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Lobina: l’esordio discografico con Clorofilla | Intervista

Lobina è una cantautrice genovese che con Clorofilla , il suo EP uscito il 12 giugno, compie il primo passo discografico e mostra la sua musica nel mercato italiano, facendosi spazio tra le tante uscite settimanali con la sua arma più preziosa: la sincerità. Cinque tracce con cinque titoli monoparola, essenziali e descrittivi collegati da una condizione di caduta e rincorsa, che sottolinea un processo di rigenerazione, una risalita verso la luce, verso l’energia motore della vita. La voce di Lobina è pulita, le melodie si intrecciano con elementi elettronici di tendenza, diventati parte integrante della nuova musica cantautoriale; la proposta musicale arriva senza mezzi termini, senza pretese, semplice e minimale.Il suono è definito dal produttore Simone Carbone e riflette lo stato d’animo di dover fare i conti con la volontà di scoprirsi sempre nuovi, sempre diversi, sempre pronti a respirare aria pulita. Clorofilla è un titolo evocativo, così come lo sono il timbro di Lobina e l’arrangiamento dei brani. Evocativo è l’aggettivo che descrive una musica nata dal pensiero, pubblicata per pensare, per creare un legame tra ascoltatore e artista, per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Clorofila , intervista a Lobina Partiamo dal titolo: Clorofilla . La clorofilla è vitale per la fotosintesi, poiché permette alle piante di ottenere energia dalla luce. Perché hai scelto questo titolo per il tuo primo EP? E nell’ambito musicale qual è la tua clorofilla? Il titolo viene dalla necessità di assorbire la luce, che per me significa circondarmi di energia positiva per tornare a respirare e rinascere. La mia clorofilla musicale è quell’esatto momento in cui istintivamente inizia un buttar giù un testo o una melodia e tutto ciò che ho bisogno di esprimere diventa canzone. In Precipitare, prima traccia dell’EP, dici «non resterò a guardarmi precipitare», un invito a ribellarsi, rialzandosi prima dello schianto. Qual è la caratteristica della tua musica, in grado di non farla “precipitare” nel mucchio di ascolti che poi cadono nel dimenticatoio? Di base la mia voglia di lontano di ascoltare la mia musica equivale a voler trasferire, a voler comunicare qualcosa che faccia stare bene, che faccia vedere o che regali comunque un’emozione. La caratteristica della mia musica sicuramente è la sincerità e la necessità di entrare in empatia con le persone, chiaramente c’è un poi lavoro di arrangiamento, la scelta degli strumenti e di altri dettagli, ma deve sempre essere in linea con quello che sento. Qual è la canzone a cui sei più legata di questo EP? Da quale esigenza nasce e cosa racconta? Non ce n’è una a cui sono più legati, ma posso dirti che quella che mi sembra di più è Caos. Sono messo a nudo completamente, ho mostrato le mie fragilità senza vergogna, la amo molto. In Leggera canti insieme a Marcelo ECE, come si è sviluppata questa collaborazione? Quando è nata Leggera io sentivo già una voce maschile. Non così come spiegato, ma mentre cantavo e provavo immaginavo proprio un timbro specifico e quello di Marcello lo trovavo perfetto per […]

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Francesco Vannini e il pop-rock di Non Siamo Mica Le Star

Francesco Vannini presenta Non Siamo mica le star, disponibile dal 15 maggio sulle principali piattaforme musicali, quarto lavoro in studio del cantautore siciliano e terzo da solista: nove tracce a tinte pop-rock. Non Siamo Mica Le Star di Francesco Vannini: un disco di velluto Dopo i risultati più che positivi raccolti con Tornando A Noi nel 2015, a tornare stavolta è proprio Francesco Vannini con Non Siamo Mica Le Star, disco interamente scritto, arrangiato, suonato e prodotto dallo stesso artista nel proprio studio di registrazione “DNV Production”. Anticipato dal singolo “Iene” (qui il video del singolo), quello presentato è sicuramente un lavoro che riesce a fondere e alternare una buona e valida critica sociale con tematiche più intime e personali. Il pendolo che oscilla tra le due estremità è però sempre appeso allo stesso filo conduttore, ossia una piacevole delicatezza. Questo forse è il miglior pregio di Non Siamo Mica Le Star: il disco è leggero, fluttuante, sicuramente più pop rispetto ad altri lavori del cantautore originario di Palermo; però riesce a non perdere il mordente necessario a mantenere il tutto vivo e non ripetitivo. Le 9 tracce garantiscono un piacevole ascolto, di quelli da gustarsi in un pomeriggio nuvoloso; quelli in cui si schiaccia il tasto play e si attende di essere trasportati. Un disco di velluto, tocca e si lascia toccare, ma senza che esso risulti aggressivo; qualcosa che ascoltato ricorda A Casa Tutto Bene di Brunori Sas. Da “Iene” a “Se son bravi tutti”, passando per “Cobalto” L’album si apre con il singolo di annuncio “Iene“, sprezzante visione della società moderna dove sembrano perdersi le ultime briciole di umanità rimasta e dove il tutti contro tutti sembra essere l’unica risposta. Di tutt’altro sapore è il secondo brano “Non siamo mica le star“,che dà il nome all’intero lavoro: una romantica presa di coscienza di ciò che l’uomo comune affronta ogni giorno, consapevole della sua routine e forte proprio nel non essere colui che è sotto i riflettori. L’ascolto prosegue con “Resta comodo“ prima e “Canzoni dentro di me” poi: un’attenta analisi del (terribile) utilizzo dei social da una parte, dall’altra la bellezza di ritrovarsi grazie alla riscoperta dei sentimenti più veri. “Cobalto“ è il quinto brano del disco, nonché secondo singolo. Vannini qui si lascia andare con un blues con contaminazioni elettroniche, ed accompagnato da forti spinte di basso non perde l’occasione per lanciare la pietra verso la situazione politica italiana. Proseguendo ci si imbatte in “Preghiera“, la richiesta laica di poter continuare a fare ciò che realmente si desidera nonostante le avversità. “Lascia in pace il tempo” e“Qui ora“ sono entrambi brani estremamente pop, dolci e coinvolgenti immersioni in amori (forse) finiti e di un amore che invece persiste, come quello per la musica. A chiudere il disco, “Se son bravi tutti“, ulteriore specchio della nostra società: la testimonianza che ci vuole più coraggio a fallire che «a essere belli e bravi, siamo bravi tutti». Giudizio finale su Non siamo mica le star Francesco Vannini ritorna dopo […]

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Bad Vibes: intervista al rapper Ganoona

In occasione dell’uscita del suo ultimo brano Bad Vibes abbiamo intervistato Ganoona Nome d’arte Ganoona, come mai questa scelta e quale il nome all’anagrafe? All’anagrafe mi chiamo Gabriel, nome esotico perché sono italo-messicano. Il nome d’arte è preso in prestito da un romanzo, “Amore a Venezia. Morte a Varanasi”: il personaggio principale di questo libro fa dei viaggi fino ad arrivare a Varanasi, in India, dove impazzisce e inizia a vedere questa presenza, Ganoona, che gli fa delle rivelazioni sulla vita. L’ho preso in prestito per fare un po’ la stessa cosa nella mia di vita: con la mia musica cerco di dire e di dirmi quello che non sempre ho il coraggio di dire nella vita reale. Cosa cerchi di far emergere nella tua musica? Riassumerlo per tutta la mia musica è un po’ complicato: in generale la mia scrittura è volta a conoscere me stesso. Poi nel momento in cui una canzone esce diventa di tutti, ognuno dà la sua interpretazione e ci si rispecchia in maniere diverse, che io non posso neanche immaginare. Se dovessi scegliere una costante nelle mie canzoni a livello di messaggio forse è quella di non voltare mai le spalle alle nostre sensazioni, di scappare quindi da quello che è il quieto vivere e cercare il conflitto interiore che porta sempre a qualcosa di buono. Passando alla carriera, dal Messico all’Italia, qual è stata la tua carriera fino ad oggi? Sono arrivato a fare musica “seriamente” abbastanza tardi, artisticamente parto facendo l’attore: ho studiato teatro, ho lavorato come attore e ai tempi ho anche fondato una compagnia teatrale itinerante. Nel frattempo facevo rap poiché la mia prima passione musicale è stato il rap, ma lo facevo segretamente, quasi non credendoci tanto, poi il teatro stesso mi ha aiutato a guardarmi allo specchio e dire “no, è questo quello che vuoi fare veramente, è quello che sei veramente”. Ci è voluto un po’ per ammetterlo e quando l’ho fatto ho avuto la fortuna di iniziare subito a girare la scena rap underground. Mi sono messo in gioco, mi sono messo a studiare musica, mi sono diplomato in canto e pianoforte moderno e grazie a questi studi si sono molto allargate le mie prospettive musicali. Hai detto che il teatro in un certo senso ti ha anche aiutato a capire che la tua strada sarebbe stata la musica, in che senso? Il teatro ti mette davanti a te stesso: spesso si fa l’errore di pensare che il teatro ci insegni a mettere su delle maschere, in realtà ci insegna a toglierle. Se non siamo veri e non siamo noi stessi su un palco veniamo percepiti come finti, non siamo credibili anche se stiamo recitando un personaggio diverso da noi. Però è sempre da noi, dal nostro essere umani che dobbiamo attingere, dentro di noi c’è di tutto: ci sono gli istinti d’amore, gli istinti violenti, gli istinti meschini, quelli nobili. Dentro di noi abbiamo un po’ tutti tutta l’umanità, quindi in realtà è un conoscersi […]

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Squeamish Factory, intervista alla band caudina

Eroica Fenice ha intervistato gli Squeamish Factory, gruppo alternativo rock / metal italiano in occasione dell’uscita del nuovo singolo Humandrome Il 10 aprile è uscito su You Tube il videoclip di Humandrome , il nuovo singolo degli Squeamish Factory. Formatosi nella Valle Caudina, tra Benevento e Avellino, questo complesso alternative rock / metal è incluso da quattro membri che hanno al loro attivo la partecipazione al Desert Sun Stoner Rock Festival di Vienna e nel 2017 allo Sweet Leaf Festival di Foglianise, uno dei più importanti eventi di musica rock indipendente dell’Italia meridionale. Nel 2016 gli Squeamish Factory pubblicano il loro omonimo album di debutto e Humandrome è il loro ultimo singolo, pubblicato nell’aprile di l’anno Eroica Fenice ha chiacchierato con i membri della band, sulla loro musica e sui progetti futuri. Ringraziamo l’ufficio stampa e gli stessi Squeamish Factory! Squeamish Factory, intervista Nella nostra biografia, nella vostra pagina ufficiale Facebook, la legge che gli Squeamish Factory sono « la fabbrica che si ciba delle nostre contraddizioni, delle nostre paure, del nostro odio per noi stessi e per il mondo che ci circonda. Si alimenta di mali, li distilla in armonia dissonanti ed eteree, e li restituisce al mittente. Che sia bello o brutto non ci è dato saperlo ». Mi ha incuriosito molto questa descrizione e vorrei conoscere, un po ‘meglio da voi, la filosofia che sta alla base della vostra band. Il nostro scopo è veicolare, tramite la musica, un messaggio che nasce dall’approcciarci, in modo dialettico, alla realtà che ci circonda. Come una fabbrica, prendiamo dall’esterno materiale che viene studiato e spezzettato punto di vista influenza su questo procedimento. Nella tua biografia si legge poi che sei « quattro anime diverse » che « un giorno hanno capito di non poter trovare un modo di esprimersi migliore della musica ». A questo punto mi sembra lecito chiedervi: chi erano queste quattro anime prima di diventare gli Squeamish Factory? Prima di diventare gli Squeamish Factory erano quattro amici con progetti musicali avviati, che volevano provare a fare qualcosa di diverso da ciò che facevano tutti i gruppi della zona, prendendo spunto dalle cose in comune. Giulio e Mario suonavano insieme in una band già da tempo, Biagio e Antonio integrati condividevano progetti temporaneamente e il tutto è partito con il jam of divertimento, qualche copertina reinterpretata dalla band che piacevano a tutti e quattro e da lì sono usciti fuori dai primi pezzi . Nell’ascoltare i vostri brani, sia quelli dell’album omonimo del 2016 che il recentissimo Humandrome, uscito in digitale il 10 aprile scorso, sono rimasti colpiti dal ritmo graffiante e dalle sonorità distorte che però non sono mai uguali tra loro. Per fare un esempio, si passa dalle melodie eteree di Spacetrip a brani “puri e duri” come Sons of Apathy o Wake up . Vi chiedo quindi quali artisti vi sono necessariamente influenzati nella composizione dei vostri brani. Siamo in una costante sperimentazione, sempre alla ricerca di nuovi suoni e nuove “fasi musicali”. Le nostre […]

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Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Intervista a Godot.: scrivere canzoni allegre è una fatica

Intervista a Giacomo Pratelli, in arte “Godot.” Artista armato di sorriso e ukulele, che dal 2017 ha finalmente deciso di aprire le porte della sua camera per far arrivare la sua musica alle orecchie di tutti. Dopo il primo EP pubblicato nel 2017, chiamato Me ne vado a Londra, il cantautore ha preferito la strada dei singoli, pubblicando da un anno a questa parte quattro diversi brani: Controtempo, Come Ciliege, Milano Mon Amour e Oppure. In autunno uscirà il suo nuovo album Controtempo. L’intervista a Godot. Chi è Godot.? Come nasce la tua musica e qual è il tuo background? Mi chiamo Giacomo, in arte “Godot.” Sono una persona allegra, anche se molti dei miei brani riflettono la parte di me più malinconica. Sono cresciuto pane e cantautorato, infatti non ho ricordi che non siano associati alla musica italiana di De Gregori, Battisti, Dalla, anche perché i miei genitori sono appassionati di musica e suonano: papà batterista e mamma pianista, quindi ho sempre ascoltato tanto a casa. Da bambino volevo essere tutto tranne che simile ai miei, che invece mi hanno iscritto a molti corsi di musica e strumento… immancabilmente mollavo proprio perché non volevo entrare in questo giro ed essere come loro. Quello che invece mi ha sempre contraddistinto è la scrittura: ho sempre scritto, inizialmente di nascosto, non facevo ascoltare niente di mio. Dalla mia prima canzone a 13 anni, fino ai 20, ho sempre e solo cantato con mia cugina che mi accompagnava alla chitarra, buttando giù la musica insieme, dentro una cameretta. Nel frattempo a 15 anni mi sono iscritto a lezioni di canto ed ho incontrato un’insegnante strepitosa: la lezione è diventata un momento in cui fare arte, un momento in cui ero totalmente libero. Proprio a lei ho deciso di far ascoltare le mie canzoni e abbiamo lavorato insieme ai brani. Nel 2017, avevo 23-24 anni, la mia insegnante mi ha suggerito di fare qualcosa di più: mi ha presentato Simone Pirovano, attualmente il produttore con cui arrangio, dal nostro incontro è nato un EP auto-prodotto, intitolato “Me ne vado a Londra”. Così il 21 marzo 2017 per la prima volta sono uscito e ho fatto ascoltare agli altri la mia musica. Spulciando su Spotify, digitando il nome Godot, si nota la presenza di molti progetti musicali che utilizzano questo pseudonimo. Tu quando hai scelto di essere Godot.? Lavoro nel mondo del teatro e sono appassionato di Beckett, autore di Aspettando Godot. Oltre al testo che Beckett ha scritto, sono molto legato all’idea dell’attesa, la vivo come un’esperienza molto poetica, perché mentre aspetti, potrebbe accadere di tutto. L’attesa è un momento che vivo con ansia, nel suo senso più positivo, proprio perché al suo interno c’è il piacere di aspettare. Il mio nome d’arte è Godot., con il punto finale e devo dire che quel punto mi ha salvato: su Spotify infatti ho scoperto un caso di omonimia di una band Metal tedesca sciolta nel 2007 e la mia musica era finita sotto quel profilo lì. […]

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I Nonnon e l’inganno di un mondo ideale

“L’inganno di un mondo ideale” è il titolo dell’ultimo album della band lombarda dei Nonnon, pubblicato il 15 aprile 2019 da Reincanto Dischi e distribuito da Believe. Già conosciuti con il nome di Nemesi, gruppo nato nel maggio del 2003, i Nonnon, hanno rilasciato questo nuovo lavoro dopo un lungo periodo dedicato alla sperimentazione, ai live e alla crescita artistica in genere. Il disco, a cui hanno lavorato per tutto il 2018, contiene 11 brani inediti che raccontano storie e evocano immagini ed emozioni. L’arrangiamento e la produzione artistica sono curati da tutti i membri della band formata da Alec Gardini (basso elettrico), Dario Gubbiotti (Tastiere, Sintetizzatore, fender rhodes), Domenico Peluchetti (voce, chitarra acustica, chitarra elettrica), Luigi Viani (voce, pianoforte, tastiera, fender rhodes), Roberto Pittet (Batteria, percussioni e ukulele), Paolo Ghirardelli (chitarra elettrica e basso in “Nea”). Ospiti speciali nell’album sono Mario Ciardulli (voce narrante), Matteo Fiorin (banjo in “Fine condanna”) e Francesco Viani ( basso in “Questo bel viaggio”). Tutto il materiale è stato eseguito, catturato e mixato presso lo studio “Rumore Bianco” di Piero Villa a Esine (BS). La grafica, le fotografie e le illustrazioni sono dei Nonnon e sono state curate interamente da “Vianilab”di Luigi Viani. Nonnon: un impasto musicale perfetto “L’inganno di un mondo ideale” è un concentrato di storie e ritmi diversi che conferiscono solidità al disco. La voce calda e imponente di Peluchetti, la carica della batteria di Roberto Pittet, l’essenzialità del basso di Alec Gardini, “le chitarre” taglienti e accattivanti di Paolo Ghirardelli, le armonie del pianoforte e degli archi di Luigi Viani, guarnite dai travolgenti suoni del sintetizzatore di Dario Gubbiotti, generano un impasto musicale perfetto. L’Inganno di un mondo ideale: track by track “L’inganno di un mondo ideale” racconta, attraverso testi ben articolati, storie diverse. I Nonnon cantano la vita, la morte, l’amore in tutte le sue sfumature, i valori di solidarietà e amicizia, di umanità e passione; storie vere, spunto di riflessione su tematiche sociali di grande attualità. Il disco della band lombarda si apre con un prologo, “Preludio all’inganno”, in cui si racconta del passaggio all’età adulta di un ragazzino. Ormai uomo, si trova catapultato in un mondo più grande di lui, ricco di contraddizioni, un mondo che non lascia molto spazio al sogno e gli fa smarrire per sempre la sua spensieratezza. “Un abbraccio, un profumo, la luce che filtra da una finestra, una doccia calda – spiegano i Nonnon – Sono attimi, che ci regalano quell’appiglio per andare avanti giorno dopo giorno e di cui non faremmo mai a meno. Momenti tanto fugaci da sembrare una truffa, uno scherzo di cattivo gusto. Sono quei piccoli grandi inganni di cui ci circondiamo per scrivere le pagine del mondo in cui viviamo. Non fraintendeteci, non viviamo “l’inganno” in modo pessimistico, un modo per sfuggire alla realtà. L’inganno è uno strumento necessario per affrontare le nostre paure, i nostri ostacoli. Il mondo ideale è pronto a cadere di fronte alla nostra consapevolezza, perché siamo immuni ai giudizi. Dietro al nostro […]

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