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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 496 articoli

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Non lo so: la musica sessuale di Sibode DJ

L’11 Maggio Simone Marzocchi, in arte Sibode DJ, pubblicherà per la casa discografica Brutture Moderne il suo terzo lavoro da solista, “Non lo so”. Il disco è dedicato a Mirko Bertuccioli, il compianto membro dei Camillas, una delle band di riferimento del pop psichedelico italiano. Il percorso che ha portato al disco è senza alcun dubbio tortuoso. Si parte innanzitutto dalla difficile coesistenza tra l’esuberanza artistica di Simone Marzocchi ed il rigore che contraddistingue la sua figura professionale. Sì, perché prima di essere Sibode DJ questo misterioso uomo, quando più gli fa comodo, assume le sembianze di compositore e musicista per l’orchestra Corelli e per il Teatro delle Albe di Ravenna. Questa esigenza espressiva si è ben presto tramutata in una necessità quasi epidermica, fino a divenire un’appendice dell’inerme corpo del povero Simone Marzocchi, ormai incapace di tenere a freno Sibode DJ che, in questo processo quasi di scissione molecolare, prende vita e “sibodizza” tutto ciò che lo circonda. Per capire che cosa si può trovare all’interno di questo disco si possono utilizzare le parole dell’autore stesso: “Roba forte, roba da ballare, roba da cantare e gridare, roba da stare lì piccoli piccoli, roba che ti fa respirare un po’ più profondo come quando mandi giù un pianto che non esce ma che c’è, roba scema, roba che fa ridere, roba che ci fai quello che vuoi, roba sexy, roba giusta”. Ed in effetti sono proprio tutte queste robe che si trovano dentro. Nel suo nuovo progetto infatti non c’è nessun riferimento classico, non c’è posto per la compostezza e il politically correct. E’ un folle flusso di coscienza, disordinato, a tratti affascinante, a tratti fastidioso ma, anche nel fastidio, si è colti da una sorta di fascino per l’oscuro perché, c’è poco da fare, per ascoltare questo disco bisogna rimboccarsi le maniche, sporcarsi la camicia ed entrare nell’oscura grotta che Sibode DJ ha progettato con le sue folli e psichedeliche sovrastrutture musicali. Il disco sin dalle prime note presenta interessantissimi riferimenti ad ambienti completamente disparati. Il brano di apertura ha delle melodie quasi classicheggianti, con un organo di vago ricordo bachiano di sottofondo ed un testo irriverente a fare da contorno. Segue “Sbagliato o No”, un bel brano che strizza l’occhio al cantautorato anni 70, con tanto di moog tipico di quell’epoca. “Meno male” ha una melodia tipicamente di pop psichedelico (e qui ci si riallaccia in qualche modo anche alla dedica al cantautore dei Camillas, venuto a mancare di recente causa covid) con un video ed una melodia molto anni ’80. “Suko” vede un altro stravolgimento sul tema proponendo una melodia che potrebbe funzionare perfettamente come sigla per un cartone animato giapponese dei primi anni 2000. “Gli Animali della Giungla” è invece un brano jazzato; sia le melodie che il testo riprendono fedelmente il tema annunciato nel titolo del brano tanto che i fiati presenti sembrano quasi simulare dei versi di elefanti. Già a questo punto del disco sono state raggiunte importanti vette di follia, stranamente però il […]

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BOAVISTA: il pop romantico dei nostri tempi

Titolo emblematico, scenografico, decisamente romantico: “Li dove ci sono le stelle” che in realtà ha forti richiami letterari più che tradizioni pop da cassetta. Tuttavia se il primo fosse stato un obiettivo da raggiungere, diciamo che non era questo il modo migliore visto il livello culturale della massa popolare. E sfogliando poi la tracklist di questo primo disco dei BOAVISTA diciamo che il pop magistralmente confezionato che si dipana al centro del tutto non aiuta a venir fuori dai cliché che il primo impatto regala. Disco che però mette in scena una gustosissima qualità, di trame ben fatte, di amore vissuto e di perseveranza quotidiana, di solitudine anche… se il suono si fa “Ruggine” per non mollare la presa, spesso lascia anche spazio a dolcissimi voli a planare per l’emozione che soltanto il bel pop d’autore macchiato di rock sa come mescolare. Perché questo esordio dei BOAVISTA mescola il suono alla vita di tutti i giorni… Esordio romantico e decisamente rock. Anzi direi severo nel romanticismo e dolce nel suo essere rock. Che ne pensate? Potremmo essere decisamente più rock, ma siamo esattamente quello che suoniamo a volte riflessivi e a volte più graffianti. Per scrivere d’amore devi forse arrivare ad odiare l’amore stesso. Che poi a parte i primi momenti, per il resto il disco è assai dolce nelle soluzioni… perché non avete mantenuto un tiro assai “radiofonico”? Me lo sarei atteso… Questo disco è il nostro modo di vedere e di pensare alle cose, non abbiamo badato molto a come comunicare quello che stavamo vivendo ma, ci siamo concentrati su cosa…ma prendiamo lo spunto Direi che un’altra parola affine è metropolitano. Quanto dovete alla città che avete attorno? A Bologna dobbiamo tanto soprattutto per averci fatto incontrare, ma dobbiamo tanto a tante altre città come: Savona; Roma; Céglie Messápica che hanno lasciato il segno dentro Ma soprattutto… quanto all’evasione dalla città che avete attorno? Più che altro dalle cose che non vanno di molte città ma a noi basta una sala prove ed essere tutti insieme…non esiste evasione migliore Il rock liquido e acido che arriva dall’Inghilterra è sicuramente un riferimento. Lo si legge spesso associato al vostro nome. Chi è il vostro vero riferimento? Non saprei darti una risposta precisa di chi sia il riferimento, siamo la somma di tanti ascolti dal rock al pop all’indie. Abbiamo ascoltato U2, Blur, The Killers ma anche tanto altro E dopo “Ruggine”? Stiamo scrivendo molto in questo momento, non so ancora bene quando, ma ci sarà un nuovo singolo a breve e forse anche un disco nel 2021, non pensavamo di avere così tante canzoni nel cassetto. Abbiamo un nuovo video fuori “Lí dove ci sono le stelle” per ora ci godiamo il momento e continuiamo a guardare avanti. Paolo Tocco

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Sfera Ebbasta non è l’artista italiano di punta: perché?

Sfera Ebbasta è l’artista italiano che ha venduto di più degli ultimi 10 anni. Così titolavano moltissimi articoli comparsi su diverse riviste musicali degli ultimi mesi. Ok lo straordinario successo di Sfera Ebbasta, ok l’incredibile lavoro di merchandising che c’è dietro le sue ultime pubblicazioni, ma addirittura arrivare a superare in vendite di artisti come Jovanotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi (insomma persone che negli ultimi anni hanno riempito stadi), è un qualcosa di quantomeno sospetto. Controllando nel dettaglio la metodologia utilizzata per l’attribuzione delle vendite ci si rende conto che il sospetto è più che fondato, anzi, sarebbe opportuno dire anche che i titoloni relativi alle vendite degli artisti negli ultimi  2/3 anni sono decisamente fuorvianti. Innanzitutto, risulta necessario specificare chi si occupa della gestione di questi numeri. La suddetta gestione è appannaggio della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), società che attraverso dei precisi modelli (che verranno a breve illustrati)  valuta il numero di copie vendute per ogni artista relativo sia ai singoli che agli album. La FIMI è anche la società che si occupa della attribuzione dei famosi dischi d’oro, di platino e di diamante, e quindi è inevitabilmente anche la società che fissa il numero di copie necessarie per potersi forgiare dei suddetti titoli. A causa della diffusione capillare dello streaming, il numero di copie fisiche vendute è però sceso drasticamente; motivo per il quale le vendite necessarie per ottenere un disco d’oro oggi sono lontane anni luce da quelle del passato. Per dare un’idea: prima del 1974 l’oro equivaleva ad un milione di copie, il platino a 10 milioni. Negli anni ’80 ci fu un primo collasso dell’industria discografica che portò l’oro ad essere attribuito per 250 000 copie ed il platino per 500 000. Oggi l’oro viene attribuito per 25 000 copie e il platino per 50 000. Per arrivare alla determinazione delle copie però il percorso è un po’ più tortuoso di quello del passato. La FIMI infatti nel 2019 ha pubblicato una nuova nota metodologica, facilmente consultabile sul suo sito ufficiale. Nella nota è specificato in che modo vengono conteggiati i risultati in termini di vendite degli artisti. Il numero di  copie vendute è ottenuto sommando il numero di copie fisiche, di quelle digitali e il numero di ascolti realizzati tramite gli abbonamenti streaming. E in che modo si tiene conto degli ascolti sulle varie piattaforme streaming? Dalla nota metodologica emerge che il conteggio viene effettuato considerando gli ascolti solo su servizi streaming in abbonamento premium, quindi sono esclusi tutti gli streaming gratuiti. Una volta fatto ciò si sommano gli ascolti relativi ai singoli brani di ogni disco, il numero ottenuto sarà diviso per un conversion rate di 1300, necessario per uniformare gli ascolti streaming alle copie vendute. L’unica eccezione è rappresentata dal caso nel quale c’è un disco che presenta un’unica traccia che ha più del 70% degli stream dell’intero album, in questo caso la traccia viene scartata per poter favorire una stima relativa all’ascolto dell’intero album e non di un singolo. Quindi, […]

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Grilli è l’ultima uscita di Lou Mornero

Il ritorno di Lou Mornero con Grilli Lou Mornero, cantautore milanese, è da poco uscito con un nuovo lavoro, “Grilli“, a cinque anni di distanza dall’omonimo EP, tra i prodotti più interessanti della recente scena indipendente italiana. “Grilli” è il frutto di nuova collaborazione con lo storico produttore di Lou, Andrea Mottadelli, e promette di ripetere il successo di quanto fatto in passato. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Lou Mornero del suo nuovo disco, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali, e quanto segue è il breve resoconto di quanto detto. Ciao Lou, come è nato “Grilli”? Raccontaci la genesi dell’album. Ciao Matteo, come forse sai, è passato del tempo dal precedente lavoro, si parla del 2017 e si trattava di un EP composto da cinque brani. E’ semplicemente riaffiorata la volontà di condividere canzoni inedite in un formato che ne contenesse un numero maggiore e così ne ho confezionate otto nella raccolta intitolata “Grilli”. Non si tratta esclusivamente di materiale nuovo; alcune canzoni infatti arrivano dal passato, anche parecchio in là, ma hanno trovato la giusta collocazione solo oggi. Qual è stato l’aspetto più complesso nel registrare l’album? Hai avuto qualche influenza in particolare? Sicuramente il fatto di lavorare a distanza con Andrea, la mente dietro agli arrangiamenti e alla produzione, non facilita le cose. Io a Milano e lui a Londra, immersi in lunghe sessioni di video call e con l’utilizzo di software che permettono di connettere i pc a distanza. In questo modo ne siamo venuti a capo prendendoci il tempo che ci è voluto, senza particolari pressioni. Questo forse l’aspetto più complesso, se si considera che tutto, eccetto “Ouverture”, è stato suonato e registrato nei nostri home studio evitando agilmente eventuali ostacoli dovuti alle recenti restrizioni che conosciamo bene. Parlando invece di influenze non me la cavo mai granché bene a citare nomi e cognomi. Ascoltando tanta musica diversa pesco inconsciamente un po’ di qua e po’ di là ed è un lato del mio far musica che reputo essenziale. Mi piace mischiare epoche, razze, culture e generi e fortunatamente è un approccio condiviso in egual misura anche da Andrea: per entrambi la musica è una questione che va oltre i generi e i tempi, appunto. C’è un filo comune che lega le canzoni di “Grilli”? Hai un processo creativo ben preciso che ti porta a modellare la tua musica? Il grande nesso tra le canzoni è la vita, di chi le scrive, che si narra al loro interno, l’intenzione sincera e umile di sviscerare i propri mondi attraverso un gusto e una poetica. Anche le musiche, pur spaziando ed esplorando sonorità diverse che ben si amalgamano tra loro, mantengono identità distinte e peculiari accomunate alla base dal livello di produzione che si rivela attraverso la varietà di suoni, accorgimenti e soluzioni che Andrea ha realizzato durante lo sviluppo di ogni canzone. Processi creativi consolidati non ne ho, nasce sempre un po’ tutto dal caso e dalla dose d’ispirazione che mi attraversa […]

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A Brave Introduction to Electronica: Bonobo

Bentrovata e bentrovato.  Sono Brave.   Spero tu abbia passato una buona Pasqua.  Celebrando la tua personale Resurrezione, perché so che è giunto il tuo momento, ho scelto una colonna sonora per l’occasione. Qui siamo nella top 10 dei musicisti elettronici che potrò mai scegliere per te. Attenzione però. Per godere appieno questo dono, devi avere il giusto approccio, la giusta mentalità. Devi essere  presente. Quando si saranno fatte le sette di sera, posa il cellulare: non ne hai bisogno. Stenditi sul letto, accendi il pc e indossa due paia di begli auricolari. Regalati un’ora per te stessa/o: niente altro ha bisogno di più attenzione da parte tua che il tuo personale qui ed ora. Ti garantisco che il passato e il futuro cammineranno insieme nella tua testa.  I brani come al solito li trovi sulla playlist ufficiale di questa rubrica. https://open.spotify.com/playlist/3EPCXkLM9rjY2LUO6JQHwJ?si=yPWEs94iRhCPDI1Ri_C0Dg Pronta/o? Cominciamo. Brano n. 1: Live at Alexandra Palace – London https://www.youtube.com/watch?v=Ca93bp-jpn8 Ti voglio fare capire subito di chi stiamo parlando, per questo ti spoilero subito il finale: Bonobo live è una delle esperienze musicali più belle che tu possa vivere. Te lo dico per vissuto personale. Orchestra, sassofono, giungla, magia. Voglio che tu possa assaggiare un briciolo di quello che proverai dal vivo, mostrandoti questo concerto allucinante e le parole del buon Diego Nardo, un autorevole sconosciuto che nei commenti di YouTube è riuscito alla perfezione a descrivere una canonica Bonobo experience and attitude: It was the 2006, in London was a rainy Friday afternoon when I decided that that night I was feeling to see some band live. Nothing interesting around..so I just checked the Ninja Tune website, cause I love Ninja Tune, they always have something interesting going on. They had this band Bonobo, ten pound, I say fuck it..let’s buy 2 ticket, don’t care who they are. When I entered the venue i see all these instrument, wow..fuck a full band, nice. Me and my girlfriend we had a nice charas blunt, this guy with the clarinet enter the stage, sounded so familiar, sounded so cinematic orchestra, and it blows my mind away. From then on I just remember me floating and smiling, loving any atoms that was crossing that room. That wasn’t a concert, was an experience.  And you, young generation, that spend the whole concert filming, sending, sharing you will never know that feeling. There is no battery, no memory card that can record the amount of information and emotions that gather inside me that day and that after 10 years still so vivid and intense that no even your iphone 12plus with Oculus 3d will ever been able to archive. Brano n. 2: Prelude + Kiara https://open.spotify.com/track/4cwDC2Yk2zqOp6NMX6v750?si=vc1rpqOfTvyOpO2lSxED2Q https://www.youtube.com/watch?v=D9f2KZvf9sk La prima volta che il mio amico Rami Kehops mi consigliava Black Sands di Bonobo non avevo tanta dimestichezza con la musica elettronica. E non lo capii. Qualche anno dopo, ho capito. Questo album consacra Bonobo al panorama internazionale: e il pattern di archi di Prelude insieme al primo brano Kiara ne sono il […]

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Anna Utopia Giordano: ombre e luci tra i suoni e le parole

Artista, poetessa anche, di immagine e di psichedeliche deformazioni dei tradizionali contorni, modella in scena ma anche visionaria della luce e delle sue ombre… come foglie e come fogli, bianchi o neri poco importa. Indaga sull’uomo, filosofia per niente spicciola ma che si mostra lisergica, da codificare dentro le linee per niente sfacciate di quegli stessi contorni che Anna Utopia Giordano ci mostra alterati nella loro composta definizione. Si intitola “Fogli d’ombra” questo esordio in cui accosta lo spoken word e la recitazione delle parole incastrate in un senso alto, al suono composto e disegnato da Giuseppe Fiori, Leonardo Barilaro e Un Artista Minimalista. Solo 3 composizioni che hanno in se la luce della parola ma anche l’ombra del cemento industriale, di atmosfere di caverne e nascondigli… La sensibilità sociale dietro un’opera come “Fogli d’ombra” … ci ho anche voluto leggere tanta violenza verso cui difendersi… dicci la tua… Questo tipo di sensibilità, secondo me, deriva anche dall’intuire che fare parte di una rete sociale significa trovarsi in una struttura in cui le azioni di ogni singola persona, un nodo di quella rete, possono portare a un movimento di tutti gli altri individui ad essa collegati, come un’onda che si propaga. Avere consapevolezza delle proprie azioni credo che sia importante per accorgersi che parole e gesti hanno effetti su di noi e sul mondo intorno a noi. A volte si dimentica che le nostre azioni possono essere percepite in modo differente dalle persone con le quali ci rapportiamo e che possono avere un impatto notevole sugli altri. Liquidità, velocità… contro questo down-tempo digitale, tra le pieghe di questo spoken word cadenzato… una controtendenza di questi tempi. Una provocazione o un altro modo di vestire la moda? I tre brani non hanno alcuna volontà di provocare oppure seguire la moda, scrivo perché sto bene mentre lo faccio, compongo seguendo il mio ritmo e attingo dalle tematiche del mio immaginario. Non posso prevedere, e neanche controllare, come verranno recepite le mie opere dal pubblico. Non ho mai avuto problemi con le critiche, anche quelle negative, anzi, sono curiosa dei pareri di chi osserva, ascolta o legge i miei lavori. E a proposito di mode: la creatività, secondo te, deve in qualche modo sposare il linguaggio popolare o lo deve rivoluzionare? O magari non deve proprio niente a nessuno… che ne pensi? Credo che non ci sia una regola precisa, dipende dal contesto. Sicuramente dietro ad ogni prodotto creativo c’è un lavoro considerevole. L’artista, seguendo il proprio impulso creativo, può scegliere di usare e sperimentare qualsiasi tipo di linguaggio al fine di aderire a ciò che prova e sente. Ad ogni modo, penso che riuscire ad astrarre totalmente dalla società in cui si è nati, dalle sue regole, abitudini e tendenze, sia una impresa illusoria. La creatività così intesa, forse, non ha altro motivo se non l’atto stesso di estendere sé stessi e di imprimere con parole, musica, movimenti o immagini, il proprio modo di sentire e recepire gli stimoli, senza alcuna altra […]

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Ghemon: E Vissero Feriti e Contenti, il nuovo album

Dal 19 Marzo è disponibile il nuovo album di Ghemon: E Vissero Feriti e Contenti, a solo un anno dal precedente lavoro. È il suo Momento Perfetto? Dopo la sua seconda partecipazione al Festival Di Sanremo con Momento Perfetto, ecco che E vissero feriti e contenti di Ghemon vede la luce. Il nuovo figlio del soulman 2.0 è, già dal suo concepimento, estremamente sorprendente. L’ultimo progetto musicale del cantante avellinese era infatti Scritto Nelle Stelle, targato 24 aprile 2020. In un anno dunque, il bottino è di due dischi ufficiali e una partecipazione alla kermesse musicale italiana per eccellenza. Non male. Ma cosa ci racconta in più di quanto già sappiamo del paroliere campano? E vissero feriti e contenti di Ghemon: un album che non ha bisogno di spiegarsi. Il nome è un programma. Fin da subito, tra una traccia e un interludio, si percepisce la matrice dell’intera opera. Colorato dal velo di malinconia che da sempre accompagna ogni produzione dell’artista, E Vissero Feriti e Contenti è un viaggio alla ricerca/conquista di un posto nel mondo. È una lunga riflessione sulle consapevolezze raggiunte da un “ragazzo” di 38 anni, che ha ormai compreso la morale della favola. Dalle migliori avventure, non si può uscire incolumi. Ma come ogni introspezione che si rispetti, vi è anche la certezza che queste consapevolezze potrebbero essere spazzate via, come è già accaduto in passato nella vita nel cantautore. E il viaggio si riflette in una camminata tra sonorità diverse: un’eterna fusione di soul, funk, disco, persino reggae, tutte condite dal tocco squisitamente pop (sempre utile sottolineare il senso positivo del temine). Il risultato? Le quindici tracce di E Vissero Feriti e Contenti: un Neffa che si mescola a Joe Barbieri, ma molto più attuale. Graffiante, come il gatto in copertina. Recensione del disco: Un Road Trip a volume alto e tinte soul. «Il suo era stato un cammino lungo e pieno di sorprese, un viaggio fatto di magnifiche rivelazioni ma anche lastricato di ostacoli.» Sono queste le parole pronunciate da Chiara Francesca nella prima traccia del disco, mostrando la strada di questo road-trip soul. Ogni brano si contraddistingue per una forte caratterizzazione ed elementi protagonisti ben rimarcati, seppur conservando la medesima identità. Impossibile non perdersi nel “rappato scuola Ghemon” di Piccoli Brividi. E poi diciamolo: «nella vita speri sempre di non cambiare / però alla fine ti lamenti che è tutto uguale / sei convinto che hai ragione tu / perché se prendi posizione, addio / ma poi alla fine cambi tanto per non cambiare.» È probabilmente il ritratto di un quadro umano che conosciamo tutti, e il pianoforte di Tanto Per Non Cambiare regala una melodia incalzante che da sola varrebbe l’ascolto. Molto groove (ma meno forza) nella successiva Nel Mio Elemento, che sembra essere un prolungamento di una scia funk aperta in precedenza. Molto più sperimentali i due brani che seguono. La Tigre apre con una batteria veloce, un ritmo afrojazz e trombe di sottofondo, preservando però un cuore che è spiccatamente disco-club. Quando scatta […]

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Paduano: raccogliere storie per scoprirsi Apolide

Antonio Paduano, in arte Paduano, è un cantautore napoletano della scuderia New Generation di Apogeo Records, etichetta napoletana che da anni si interessa alla scena musicale partenopea, selezionando progetti musicali innovativi. Il 19 febbraio, Paduano ha aperto le porte della sua musica, lanciando su tutte le piattaforme digitali il suo primo album, intitolato Apolide. Il disco è un insieme di racconti, che affrontano tematiche come lo scorrere del tempo, l’amore e la ricerca di se stessi. Con Apolide, Paduano suggella l’inizio di una carriera cantautoriale, composta da versi sottili e poetici, in accordo ad un suono folk, sempre d’impatto ma al contempo delicato. La produzione artistica di Apolide è affidata a Dario Di Pietro, il quale ha partecipato come musicista anche alla realizzazione del disco, insieme a Alessio Sica alla batteria, percussioni, drum pad, a Roberto Bozza al basso, a Marcello Vitale alla chitarra elettrica, a Monia Massa al violoncello. Vi proponiamo la nostra intervista a Paduano. In quanto tempo hai sviluppato il disco Apolide? Qual è stata la sua genesi e quali i passaggi più importanti che l’hanno reso così come suona oggi? Apolide è un lavoro durato più di un anno per quanto riguarda la registrazione; i brani che lo compongono sono stati scritti in periodi diversi e soprattutto in situazioni differenti, ad esempio la stessa canzone Apolide fu scritta tra il 2014/2015 e la storia che racchiude è la partenza di una riflessione da cui si sviluppano le altre canzoni dell’album che ho scritto in seguito. In Apolide c’è l’intenzione non solo di raccontarmi ma di raccontare storie di altri avvicinandole alle mie esperienze, questo connubio porta il disco a raccontare temi diversi tra loro seguendo però un filo logico ben preciso. Come definisci la tua musica? Quanto è importante per te il testo? Che stile hai? Mi piace pensare che la musica, in questo caso la mia, sia qualcosa di totalmente personale ed unico nel mondo; com’è del resto la musica creata da ogni singola persona. Le influenze le esperienze e le emozioni portano a creare e trasformare con il tempo la tua personalità musicale. Sono molto attratto dalle sonorità indie-folk d’oltre Manica, che si distaccano dal Pop britannico degli anni precedenti e questa passione provo a riproporla nei miei brani. Il testo per me è fondamentale ed è un ulteriore strumento per indurre in emozione e riflessione. Dipendentemente dal momento mi piace espormi in maniera diretta e palese quando ne ho il bisogno o nascondermi dietro le parole e lasciare all’ ascoltare la facoltà di trovarmi. Il passato, la fuga, il ricominciare da capo, sembrano essere questi i temi cardine del tuo disco, Apolide, un titolo che definisce la condizione duplice di chi è senza casa eppure cittadino del mondo. Chi è apolide oggi? Apolide oggi può essere chiunque di noi che non ha ancora trovato appartenenza e radici con il proprio essere e con la propria felicità. Spesso ci troviamo in panni che non sono nostri e ci sforziamo di essere qualcun altro per […]

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Damiano Davide: ecco l’anteprima il videoclip di Cold Spring

Il pianista, compositore e Direttore d’orchestra Damiano Davide ritorna sulla scena musicale con il videoclip di Cold Spring, uno dei brani presenti nel suo album d’esordio, Mirror, pubblicato lo scorso 29 gennaio per il roster New Generation di Apogeo Records. Oggi Damiano Davide racconta la traccia e in anteprima per Eroica Fenice presenta il suo videoclip: “Aprile è il mese più crudele perché genera lillà dalla terra morta mescolando memoria e desiderio”, dice T.S. Eliot. “E il risveglio della primavera, fredda e desolata purtroppo anche quest’anno, si fa ancora più drammatico nello sconforto di una foresta deserta ricoperta dalla neve. La sensazione di vuoto, il bianco senza vita e quelle poche note glaciali del pianoforte e del violoncello sottolineano l’incertezza del presente ma, allo stesso tempo, aumentano anche il desiderio per la luce e per i colori che arrivano, puntuali, insieme al primo sole di Aprile. Ecco che finalmente la bellezza di tanta solitudine diventa rinascita negli occhi di una donna al tramonto, che apre lo sguardo verso l’orizzonte insieme al suono chiaro e limpido del violino”. “Cold Spring, come l’intero album “Mirror” – racconta Damiano Davide – è nato nel periodo del primo lockdown tra il marzo e l’aprile del 2020. Quello che questo brano vuole raccontare è il deserto surreale di una stagione normalmente legata a sentimenti di rinascita, agli affetti, ma che l’anno scorso, e paradossalmente ancora di più quest’anno, è diventata l’immagine più forte dello sconforto collettivo. Il legame tra la musica e il video è molto stretto e c’è un rapporto diretto tra i suoni e gli elementi della natura: le note acute del pianoforte come se fossero gocce d’acqua, il violoncello grasso e corposo come i tronchi degli alberi e, infine, il suono del violino che arriva con la luce del sole, puntuale, sicura e limpida così come si spera sarà anche questa primavera appena cominciata”. Il videoclip di Cold Spring è stato girato a Landschaftspark Cospuden, la foresta che contorna il bellissimo lago di Cospuden a Lipsia, in Germania. Nello stesso luogo sarà ambientato il seguito di questo videoclip, con lo stesso paesaggio completamente trasformato dall’arrivo della primavera. Il video è stato scritto, diretto e prodotto da Damiano Davide e Enrico Catanzariti; anche le riprese sono a cura di Enrico Catanzariti, impreziosite dalla presenza dell’attrice Sofia Obregon Abularach.

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Teresa, il nuovo album di Marcello Giannini

Il 12 marzo è uscito l’album Teresa, quarta opera da solista di Marcello Giannini, disponibile in digitale e presto anche in versione vinile. L’album, prodotto da NoWords, è anticipato dall’omonimo singolo, in uscita con un video, curato da Loredana Antonelli, che tocca le corde giuste, malinconico senza mai essere triste, suggestivo ed evocativo come le note che accompagna. Teresa segue a distanza di un anno, che potrebbe tranquillamente contenerne dieci, l’uscita dell’album Delirium tremens ed è innanzitutto un omaggio alla nonna Teresa; ma Teresa è anche una sfida, un grido di vitalità nel forzoso silenzio dei palcoscenici, una sfida a tutte le restrizioni e costrizioni che da ormai un anno hanno fatto calare il sipario su tutte le forme di manifestazione artistica e culturale. Con Giannini c’eravamo lasciati un anno fa all’Auditorium Novecento, accalcati e festaioli, come in un’altra vita, a festeggiare un compleanno e un album che regalava grandi promesse, non ultima la promessa di rincontrarci presto ad ascoltarne le note con la stessa voglia di festa e buona musica. Ci ritroviamo dopo un altro compleanno con molta meno voglia di festa, o forse di più secondo gli umorali punti di vista, ma senza dubbio con una sete inappagata di creatività e speranza. E Giannini mantiene le sue promesse regalandoci un nuovo album che scorre coraggioso e cristallino come un rivolo tra impervie alture; perché coraggioso e faticoso è scrivere musica in un anno in cui tutto il mondo dell’arte è stato messo a tacere. Teresa aggiunge un nuovo tassello al percorso artistico di Marcello Giannini, che dopo e oltre le esperienze corali degli Slivovitz, dei Nu Guinea e dei Guru, ha ormai fatto molti passi attraversando poliedriche sperimentazioni e arricchendosi di preziosi spunti creativi. Con Teresa il sound di Giannini si allontana un po’ dalle sonorità jazzrock ed elettroniche per convergere verso strutture musicali più semplici ed essenziali, molto più vicine allo schema canzone ma sempre fedeli a quella cura e raffinatezza che è la cifra stilistica di Giannini. Tutti i brani hanno come genesi comune una traccia di batteria che si arricchisce attraverso la sovrapposizione di strati di melodie, ispirati alle sonorità rock e blues e sovrapposti senza mai alterare l’essenzialità della composizione. Non mancano le sperimentazioni e le contaminazioni di frammenti elettronici, così come è evidente in ogni traccia il tentativo di restituire la sensazione e il gusto di una composizione corale. Ed ecco che in ogni traccia trovano spazio ancora una volta strumenti e strumentisti diversi, dalle batterie di Marco Castaldo, Andrea De Fazio e Stefano Costanzo, alle percussioni di Michele Maione, il sax di Pietro Santangelo, l’armonica di Dereck di Perri, il violino di Riccardo Villari e ancora il contrabbasso di Paolo Petrella, nonché una traccia di basso elettrico di Stefano Mujura Simonetta. E allora non ci resta che lasciarci avvolgere dalle note di Giannini, nella speranza di rivederlo e rivederci presto dal vivo tra molto meno di un altro anno, accalcati e pieni di voglia di fare festa come un anno fa. https://www.facebook.com/marcello.giannini.1

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