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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 355 articoli

Musica

Giallorenzo: una storia romanzesca a Milano Est

Mescolare due preesistenti progetti diversi per dar vita ad uno nettamente più sull’onda dell’hype, sigillato da una storica convivenza ed amicizia, di chi registra in cameretta e fa casino in sala prove. Sono questi gli ingredienti dei Giallorenzo, band pop lo-fi, con base a Milano, che ha unito il post rock del progetto Malkovic e il cantautorato bergamasco di Montag, per creare un primo disco testimone della musica fuori dal concept e lontana dall’idea di canzone stessa. Avanguardia? No, necessità di essere fuori, fuori dal centro. Sì, perché proprio come si evince dal titolo del loro album Milano posto di merda, il nocciolo  è un tributo provinciale alla città, che si districa in undici tracce sempre inerenti alla metropoli. L’idea futuristica di essere catapultati in una città veloce, folle, dove gli uomini vagabondano mentre da sfondo c’è solo l’indelebile delle scritte su muri. Le undici tracce non sembrano badare alla forma canzone, all’idea di un minutaggio preciso in cui far intervenire l’inciso: alcuni brani superano a stento il minuto, solo una canzone sfora di pochissimo i canonici tre minuti di audio, come se non fosse funzionale alla vicenda la struttura espressiva musicale, ma si voglia porre davanti alle orecchie una storia, raccontata più volte dai Giallorenzo, dai tratti paradossali e al contempo romanzeschi. È quella di un uomo, da cui la band ha preso il nome, trovato morto da due mesi in casa propria, nel palazzo in cui la band ha vissuto a Milano Est. Dietro il noir di quest’uomo, i Giallorenzo hanno ricucito un’identità che circola nei concerti e nei testi del disco. Dietro i Giallorenzo invece, Pietro Raimondi alla voce e alla chitarra; Giovanni Pedersini alla chitarra e ai cori; Fabio Copeta alla batteria; Marco Zambetti al basso. Milano posto di merda è uscito per La Tempesta Dischi lo scorso Settembre ed è disponibile su tutti gli store digitale. Milano Posto di Merda inizia con 118, che da subito fa immettere in una dimensione alternativa al solito, la dimensione dei Giallorenzo. Il suono ha sicuramente più impatto della voce, forse proprio un marchio stilistico, così come appare la decisione di scrivere testi costruiti da parole giustapposte, orecchiabili a cui dover dare un senso postumo. Andando avanti con l’ascolto, attraverso Rasta che fa le foto si afferma l’esigenza di un sound più che di un’idea, si delinea sempre più un mondo costituito da poca linearità e creazione di cortocircuito. Brilla tra tutte Condizioni meteo critiche, un buon mix di parole e musica suonata, con un incipit scandito che vede gli strumenti pian piano prendere il loro posto, costruendo una melodia che si ricorda. Esterno Notte ha i tratti di una ballad, chitarra voce, 1 minuto e 37 di verità, lasciato come ponte di collegamento tra un brano e l’altro, un vocale whatsapp inviato e reso pubblico, più o meno è quella la sensazione, vera ma grezza, troppo grezza. Festa, Krypton, Il Metodo Perindani sono underground e indie allo stesso tempo, rimarcano l’esigenza di un’identità, una pretesa quasi di identità, che si […]

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Opus Ludere, l’intervista: tango siculo-argentino e contaminazioni

Una commistione raffinata e unica, quella tra Sicilia e Argentina; l’arcaicità di una terra che non smette di produrre suggestioni e l’America Latina: cosa c’è di più sensuale? Gli Opus Ludere ci restituiscono questo connubio rarefatto, con le loro sonorità sanguigne ed eleganti. A loro la parola. Opus Ludere, intervista La vostra musica è sanguigna, raffinata ed elegante: quanto affonda le radici nella Sicilia? Che rapporto di contaminazione c’è tra la Sicilia e l’Argentina e che lavoro avete fatto, per renderlo al meglio? Il rapporto tra Sicilia (Italia, in generale) ed Argentina fonda le sue radici nelle grandi migrazioni a cavallo tra XIX e XX secolo, nella dignitosa povertà nutrita di speranze e, sovente, successi futuri. Il tango è un calderone di stili non privati di unicità e fascino ove modellati da creatori geniali e originali. In Argentina il genere nacque con flauto e chitarra. Per noi tutto ebbe inizio con Histoire du Tango, tra i capolavori di Astor Piazzolla. I compositori che hanno accettato il nostro invito a scrivere per Opus Ludere hanno espresso ciò che abbiamo definito “eufonia creativa”, un insieme di scritture, esperienze e provenienze, derivazioni colte e popolari, tutto amalgamato per giungere “al cuore delle origini “polverose” e oscure del tango, simbolo dell’unica memoria che rimane del tempo che travolge tutto. La sicilianità è nel suono: caldo, non pesante. La domanda più banale, o forse la più difficile: chi sono gli Opus Ludere e come si racconterebbero a chi non li conosce affatto? Raccontateci brevemente la vostra storia, dagli albori ad ora. Il nome del duo nasce da due parole che ci rappresentano in egual modo: lavoro e divertimento. Proponiamo un approccio non rigido nei confronti della cosiddetta “musica colta”, avvicinandoci al pubblico in modo simpatico (si spera) e abbattendo la “quarta parete” senza scadere nella banalità. Ci siamo conosciuti circa 10 anni fa (all’epoca il nostro flautista Domenico vantava ancora una folta chioma) collaborando all’interno di svariate formazioni cameristiche. In seguito, decidemmo che era arrivato il momento di “mettersi in proprio” o, più semplicemente, rimanemmo soli. L’impostazione classica di Domenico, frutto di innumerevoli esperienze orchestrali e cameristiche, ha aiutato ad interpretare partiture il più delle volte complesse e articolate. L’interesse per i linguaggi contemporanei, coadiuvato da una provenienza borderline di Davide, ha reso evidenti gli elementi extra-colti del repertorio. Dunque, il nostro percorso comincia dalle ultime tendenze moderniste del tango europeo, riscoprendo composizioni mai o raramente incise, inseguendo non solo una solidità tecnico-performativa, bensì la lettura “duale” delle partiture canoniche. Non è semplice “dedicarci” del tempo per progettare, ricercare, stimolare (minacciare) i compositori, provare, scoprire et similia, a causa di impegni lavorativi e familiari o, sovente, il risiedere in luoghi diversi. Eppure, lo abbiamo sempre trovato, ritagliandolo con cura. Di che concezione gode il tango in Italia? Esiste una cultura del tango e in che modo andrebbe incentivata, secondo voi? Aujourd’hui, il termine Tango sembra riferirsi soltanto al ballo. Opus Ludere invece ne indaga aspetti esecutivi e compositivi. Il disco è una sequenza di composizioni […]

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Mujeres Creando al Piccolo Bellini, un trionfo al femminile

Recensione e foto del concerto della Mujeres Creando al Piccolo Bellini Energia. Talento. Creatività. Se si potesse riassumere, con sole 3 parole magari, cosa significa assistere ad un concerto delle Mujeres Creando, sarebbero senza dubbio queste. Ma semplicemente non si può. È un inno alla gioia e alla vita così altisonante e pregno che è difficile da spiegare, si può solo vivere, avere la fortuna di farlo. Quel che è certo, invece, è che il penultimo appuntamento della rassegna firmata dalla Apogeo Records, che, oltre a produrla in collaborazione con Upside Production, ha affiancato il BeQuiet nella direzione artistica, è stato un successo. Un successo soprattutto per la qualità messa in scena dai suoi artisti, o meglio della sue artiste (esclusion fatta per gli O Rom e Massimo De Vita dei Blindur), a partire da Lena A. che, nonostante le non perfette condizioni di salute, si è confermata ad altissimi livelli ed ha aperto magnificamente lo show tenutosi al Piccolo Bellini. Discorso analogo vale per Dolores Melodia e Fabiana Martone, che hanno portato entusiasmo, colore e splendide vibrazioni partenopee sul palco e contribuito a rendere unico e indimenticabile un concerto che il pubblico aspettava da tempo, dato che l’evento è andato sold-out dopo pochi giorni. E questo non può che fare piacere. Nel marasma di spettacoli, performance, mostre e trambusto, riempire una qualsiasi sala è un piccolo miracolo. Ma le ragazze ci sono riuscite meritandosi ogni singolo applauso, ogni singola carezza dei loro amati sostenitori. Mujeres Creando, note biografiche Ma chi sono e da dove vengono le Mujeres? Le Mujeres Creando sono una band composta da cinque musiciste napoletane, che sperimenta sonorità il cui fil rouge è costituito dall’originale set strumentale utilizzato: violino, fisarmonica, chitarra cross-over, percussioni e loop station. Nasce nel 2010 con una formazione di trio, quando tre donne amanti della musica, Anna Claudia Postiglione, chitarrista, Igea Montemurro, violinista e Giordana Curati, fisarmonicista, si incontrano ed iniziano a suonare insieme. La motivazione cresce e arriva a coinvolgere l’interesse di una delle voci più interessanti del panorama partenopeo: Assia Fiorillo. È il 2011 e le quattro decidono di dar vita ad un vero e proprio gruppo: le Mujeres Creando. Il nome è mutuato dal collettivo femminista sudamericano, e in italiano significa “Donne che creano”. I brani che nascono, Tangorà, Once more, L’idea, Ex Valzer, Le stelle sono rare vengono inseriti in uno spettacolo che il gruppo porta in diversi locali. Nel 2014 le Mujeres Creando vengono ingaggiate dal comune di Marsala (TP) per un’esibizione in teatro in occasione dell’8 Marzo. A quella giornata, e alla storia dell’autodeterminazione delle donne, viene dedicata la scrittura di un altro inedito: A woman’s day. Per l’occasione del tour siciliano si unisce al gruppo Marisa Cataldo, eclettica musicista e specialista in percussioni e batteria. Nel luglio 2015, la band si esibisce alla serata di gala dell’ “AJD Alto Jonio Dance Festival”, selezionata come miglior band emergente. A giugno 2016 è selezionata tra le migliori band emergenti ed invitata a partecipare al festival “Meeting del mare […]

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Ivo Mancino: intervista al cantautore unplugged

Monologhi è il primo EP di Ivo Mancino, cantautore di Pozzuoli, classe 1998. Composto di 5 canzoni registrate unplugged presso Apogeo Records, l’album è un racconto teatrale, nudo e crudo, fatto di pensieri diversi e prospettive differenti, intessuto di cantautorato italiano, chitarra e voce, malinconia del passato, necessità di mostrare di avere una voce, una voce che dice e sa cosa dire. Intervista ad Ivo Mancino Un EP acustico, voce e chitarra, anacronistico nell’era del suono elettronico, del riempimento di ogni spazio all’interno di un brano. Come nasce l’idea di un EP unplugged? Esigenza o scelta? Dall’esigenza è nata una scelta. Trovandomi da solo a suonare e non avendo musicisti che mi accompagnano, ho deciso di dirigermi verso canzoni autosufficienti, cercando di arrangiarle in modo che bastassero da sole, nude e crude, come erano nate. L’ho scelto anche per una questione di gusto: ho sempre prediletto quel tipo di rappresentazione intima del cantautorato, chitarra e voce, poiché sono cresciuto ascoltando cantautori che si esibiscono unplugged. Infine, perché la mia performance live potesse essere fedele al mio EP, Monologhi. Quali aggettivi utilizzerebbe Ivo Mancino per descrivere la tua musica? Perché? 
È difficile, secondo me, azzardare incasellamenti riguardo la musica. Credo che la mia musica sia varia ma, più che utilizzare aggettivi, azzardo, dicendo i sentimenti che porto nelle mie canzoni: malinconia e speranza. Un po’ tutti noi cantautori ci trasciniamo questo velo di malinconia che pervade ogni musica e ogni testo, in fondo l’arte nasce da un dolore e da una mancanza. L’importante è sapere che c’è uno spiraglio di redenzione, appunto la speranza che tutto possa cambiare ed andare nel verso giusto. Qual è il compito del cantautore in questo secolo? Tu che obiettivi ti sei prefissato? Credo che il cantautore si sia un po’ perso: io l’ho sempre visto come un artigiano, uno scrittore di libri, un pittore. L’artigiano si è perso dietro Poltrone e Sofà, lo scrittore nei Talk Show stile Barbara D’Urso, il pittore nelle grafiche pubblicitarie. Il cantautore dietro certe cifre stilistiche discutibili o, forse, dietro un tipo di musica funzionale. Metto in discussione la parola cantautore, dove già dal nome, il centro erano gli argomenti: un determinato tipo di musica e parole. Oggi, il compito del cantautore è ritornare ad avere una certa autorevolezza ed importanza, senza essere anacronistico. Io, da cantautore, racconto storie, senza pormi obiettivi, perché è un’urgenza, un’emergenza che parte da me, con la speranza che gli altri la recepiscano: un amo che io getto, affinché l’altro possa cogliere nel piccolo, nel dettaglio, una breccia. La tua voce ha molte sfumature blues, si possono percepire anche nella costruzione melodica ed armonica diverse influenze. Quali sono i pilastri musicali da cui attingi? Quanto è importante per te avere dei riferimenti? Il blues è la musica dell’anima ed io sono cresciuto ascoltando blues; in primis perché sono un appassionato di chitarristi di questo genere: ho ascoltato BB King, Stevie Ray Vaughan ed anche il loro modo di cantare mi ha influenzato… mi viene da […]

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Luca Notaro e il suo primo album About It: intervista

Il blues è un’attitudine, scorre nelle vene, per suonarlo lo devi sentire dentro e, se lo ascolti da tempo, da quando sei bambino, quel mondo lì ti resta nella testa, ti invade le orecchie, non puoi ignorarlo, perché è parte di te. È blues Luca Notaro, chitarrista e cantante, 23enne campano, che nel maggio scorso ha pubblicato il suo singolo d’esordio intitolato Back Again, un assaggio dell’album “About it” uscito ufficialmente il 27 Novembre 2019, ora disponibile su tutte le piattaforme online. I brani sono portati live in trio: Luca è accompagnato da Valentina Teresa D’Amore al basso e da Diego Varchetta alla batteria, gli stessi musicisti che hanno lavorato alle registrazioni dell’album; una formazione essenziale ed asciutta, che fa emergere la voce scura del cantautore, portando chi ascolta in una dimensione da club inglese, dove le parole spesso non contano, quello che conta è il groove. I brani infatti sono cantati interamente in inglese, una scelta particolare, se si guarda al panorama del cantautorato napoletano, nel quale il dialetto occupa un posto d’eccezione e l’italiano risulta essere la scelta più ovvia per una comunicazione diretta. Una carta giocata bene, quella dell’inglese, perché è tutto molto british, tutto al posto giusto. E per un album così, la scommessa più importante è il live: About It è solo un tester, il live è il vero banco di prova. Intervista a Luca Notaro Da quali esperienze nasce il tuo singolo Back Again? Scrivere ”Back Again” mi ha fatto capire quanto sia importante lasciar andare le persone, anche quelle che non avresti immaginato fuori dalla tua vita. L’ho scritta sicuramente in un periodo di crescita musicale e personale. La chitarra è al centro del tuo lavoro discografico. Quanto lo strumento suonato influenza le sonorità di un brano? Di quali sonorità è costituito Back Again? Tanto! ”About It” è nato e cresciuto secondo l’ottica della performance dal vivo; per quanto riguarda ”Back Again” è nato tutto dal riff di chitarra che lo caratterizza. Mood andante e malinconico, dolcezza dei suoni e quel non so cosa che lo rende quasi etereo, frammentato, opaco nel complesso. Quali brani del tuo Ep consiglieresti a chi non ha mai ascoltato Luca Notaro? Per ”About It” abbiamo fatto una selezione di 5 brani che potessero incarnare in modo più completo possibile le nostre diverse influenze musicali, per cui consiglio di ascoltarle tutte! Di certo si può cominciare da ”Back Again” e ”Strange Kind Of Shuffle”! La scelta dell’inglese nella scrittura è una voglia di internazionalità ed una proiezione della propria musica oltre i confini italiani oppure un’esigenza stilistica? La scelta dell’inglese nasce da un’esigenza stilistica ma non mi dispiace puntare a confini più ampi. Non nascondo che però ho sempre scritto anche in italiano e in cantiere ci sono alcune collaborazioni con artisti del panorama emergente campano. Cosa non può mancare in un tuo live? I miei ragazzi! Valentina D’amore al basso e Diego Varchetta alla batteria. Quali sono i punti di forza della tua performance? La collaborazione e […]

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Cortellino canta la libertà di sbagliare

Solo quando sbaglio (LaPOP), pubblicato l’11 ottobre 2019, è l’ultimo album del cantautore Enrico Cortellino. Già conosciuto come Cortex, pseudonimo con cui ha esordito nel 2007, l’artista triestino ha poi deciso di cambiare nome d’arte per adottare semplicemente il suo cognome. Solo quando sbaglio è il suo quarto album, registrato tra Rimini e Trieste, nato anche grazie all’esperienza di Cortellino al CET di Mogol, dal quale fu notato nel 2008 suonando al Piper di Roma in occasione della finale del Tour Music Fest. Mogol lo premiò per i testi assegnandogli una borsa di studio per il Centro Europeo di Toscolano. Molti testi di Solo quando sbaglio sono stati realizzati proprio con la collaborazione di autori incontrati al CET. Il disco è stato anticipato dall’uscita di 140 Km/h, cover dello storico brano di Ivan Graziani, e contiene in totale otto tracce. Cortellino: la libertà anarchica dell’errore                                             Solo quando sbaglio è un album pop di chiaro stampo cantautorale che racchiude e rispecchia diversi momenti della vita dell’artista. Cortellino racconta in chiave malinconica e ironica allo stesso tempo, l’amore, il dolore e la bellezza del diventare adulti e la difficoltà del lavoro, dell’affrontare la vita con le sue delusioni, le ansie e i tormenti. Tematiche intime e profonde condensate in otto brani contrassegnati da uno sferzante umorismo – come è nello stile del cantautore triestino – accompagnato da musiche accattivanti e melodiose. Alle pressioni sociali e interiori che avverte, il cantautore triestino risponde con la creatività e l’amore. Solo quando sbaglio: track by track L’album si apre con il brano Usami, una tragicomica ballata che racconta la trasformazione di un rapporto di coppia. Segue Cuore logico, una sorta di monologo/dialogo con un dottore immaginario al quale l’autore rivolge domande sull’amore, Solo quando sbaglio, il brano che dà il titolo all’album, è la terza track. Una canzone che riflette sulla libertà anarchica del commettere errori per sentirsi vivi, liberi: «Solo quando sbaglio/ io mi sento vivo/ questa è la mia libertà», canta l’autore. « Mi piace molto suonare il brano live – ha dichiarato Cortellino – la canzone è nata chitarra e voce e si è evoluta grazie alla collaborazione con l’autrice Eleonora Rossi, con la quale ho curato il testo”. Il brano è accompagnato da un videoclip in bianco e nero “per – ha raccontato il cantautore- metterci la faccia e farsi vedere da vicino». Il disco prosegue con Un sorriso, un brano in cui Cortellino si avvale della collaborazione del rapper triestino Riccardo Civita, in arte Yane, e Elettra, uno dei pezzi più interessanti del nuovo lavoro del cantautore. Troviamo poi la cover di 140 km/H, brano che Ivan Graziani dedicò alla Bora di Trieste. Gli arrangiamenti del pezzo sono curati da Filippo Graziani, figlio di Ivan. La penultima traccia dell’album è Un discorso da coniglio, in cui Cortellino canta le riflessioni di un uomo che si appresta a diventare padre. Il disco si chiude con la bella e malinconica Mediterranea, un brano sulla perdita di un amore dalla melodia cullante. Un disco ben fatto che […]

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Terraferma, il terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio | Intervista

Chitarre battenti, zampogne e castagnette si scontrano con chitarre elettriche e sintetizzatori nel terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio, Terraferma, pubblicato il 15 giugno 2019 per Blue Bell Dischi. Composto da nove tracce, il disco ha giovato della direzione artistica di Fabio Rizzo. Attraverso il contrasto musicale tra sonorità tradizionali ed ‘elettriche’, Gerardo Attanasio racconta in Terraferma della contaminazione e dell’interazione reciproca dei miti antichi e moderni della provincia napoletana, espressioni delle istanze di una civiltà contadina e premoderna fagocitata e posta ai margini dall’affermazione tecnologica della modernità. Per approfondire questi aspetti, abbiamo intervistato Gerardo che ci ha aiutato a conoscere meglio Terraferma. Intervista a Gerardo Attanasio, autore di Terraferma Com’è nato Terraferma? È un disco dedicato interamente alla provincia napoletana, il luogo in cui sono cresciuto. Ho cercato di raccontarla individuando dei miti antichi e moderni che potessero parlare di questi posti. Poi musicalmente c’è stato un lavoro molto divertente, ho preso strumenti della tradizione e li ho declinati in ambito rock. Quali sono questi miti? Sono partito dalle sirene, queste sirene che non cantano più, e sono arrivato al mito moderno di Don Catellino Russo che è stato un grande velista stabiese che ha avuto una storia incredibile perché perse una gamba in guerra, a Tobruk (Libia), e malgrado ciò vinse di tutto a livello mondiale in categoria lightning. Un’altra storia è quella del generale Avitabile, famoso generale borbonico che governò l’Afghanistan e il Pakistan. Ancora oggi, alcune persone usano il suo nome per spaventare i bambini, storpiandolo in afghano il suo nome diventa Abu Tabela. Sono storie passate, insomma, che raccontano di un mondo scomparso, come la civiltà contadina. Il pezzo che chiude il disco, Nonna Nonnarella, parla appunto di questo. Prende ispirazione dalla musica popolare che però diventa un rock e in quel brano parlo appunto della fine di questo mondo contadino. “Sirene che non cantano più”, a cosa fai riferimento precisamente? Faccio riferimento al fatto che la modernità ha un po’ fagocitato i sogni, i miti e anche certe ingenuità facendo perdere qualcosina. Preciso che non sono assolutamente un nostalgico, però insomma, diciamo che il nostro territorio è stato divorato dalla modernità, dal cemento… Per me le sirene sono un po’ la voce della natura, oltre che delle illusioni che abbiamo distrutto. È un po’ un’elegia, ecco. Che ruolo ha avuto Fabio Rizzo all’interno del disco? Fabio Rizzo è stato fondamentale perché io avevo una sviluppato una mole notevole di materiale e avevo una direzione in testa ma avevo bisogno di qualcuno esterno che mettesse ordine a tutto quello che avevo preparato. Fabio mi ha proprio aiutato a scegliere cosa tenere e cosa rimuovere, poi è stato importante perché ha registrato delle bellissime chitarre che abbiamo suonato insieme: lui è la parte solistica mentre io sono ritmico e arpeggio. Mi ha aiutato a fare ordine e a chiudere il disco in una città nel cuore del Mediterraneo, Palermo, che mi ha ispirato tantissimo perché gli ultimi dieci giorni di lavoro al disco li abbiamo […]

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I Dade City Days ritornano con Free Drink | Intervista

I Dade City Days nascono a Bologna nel 2013. Formato da Michele Testi (batteria, drum machine), Mara Gea Birkin (basso, voce) e Andrea Facchini (voce, chitarra, synth), il gruppo fa il suo esordio discografico nel febbraio 2016 con VHS (etichetta Swiss Dark Nights), album dall’anima elettronica new wave e shoegaze. Nel nuovo lavoro, Free Drink, uscito per Nesc’i Dischi lo scorso 15 novembre, la band mantiene la sua attitudine dream new wave virando su una scrittura maggiormente narrativa che si affaccia su relazioni e storie d’amore fugaci, della durata di un drink. Da diversi anni in giro per l’Italia, da Cerea (Verona) a Reggio Calabria, con anche due date all’estero, in Austria e Slovacchia, i Dade City Days ci hanno raccontato di Free Drink e del processo creativo dal quale è nato. Intervista ai Dade City Days Cosa potete dirci di Free Drink? Avevamo voglia di sperimentare cose diverse, pur rimanendo ancorati a quello che avevamo fatto con il primo disco. Ci piaceva l’idea di riuscire a continuare a scrivere in italiano dando più spazio alla voce che in un genere come il nostro è spesso molto più dentro al suonato. Il primo pezzo abbozzato fu “Astro Pop”, era immediato e rimaneva molto in testa e capimmo che poteva essere la strada giusta per un nuovo lavoro. Volevamo che il disco e soprattutto i contenuti fossero più narrativi, che parlassero di cose reali, situazioni vissute, insomma un bel cambiamento per noi. I titoli dei brani corrispondono a nomi di cocktail? Non l’abbiamo deciso subito, abbiamo sempre chiamato le bozze dei brani in modi abbastanza semplici: jeans, dream, playlist, più che altro per capirci tra di noi quando le dovevamo provare. Poi è nata “Long Island” e ci piaceva il fatto che un titolo del genere trasmettesse subito un’immagine, un sapore, ed essendo un disco dai contenuti molto notturni e da club abbiamo pensato di identificare ogni pezzo con un cocktail che lo potesse caratterizzare. Alcuni sono drink molto popolari, altri come “Astro Pop” o “Hi-Fi” sono stati scelti più per il nome e il concetto che a sua volta richiamava. Avete tantissimi live in programma, qual è stato il riscontro del pubblico finora? È ancora presto da dire, ma abbiamo notato un po’ più di attenzione, forse perché dopo il primo disco c’è sempre un po’ più di curiosità di sentire i pezzi nuovi. È anche più difficile capire quali pezzi mettere in scaletta e come amalgamare i brani vecchi e nuovi tra di loro. Cosa è cambiato nel processo di composizione tra il primo disco e questo? “VHS” era più diretto, abbiamo suonato tanto durante le prove e da lì sono nate le idee per andare in studio. Abbiamo anche iniziato a suonare i brani dal vivo ancor prima che venissero incisi e quindi decidevamo cosa funzionava e cosa no anche grazie alla risposta del pubblico durante i live. “Free Drink” è stato praticamente l’opposto. Le idee dei brani sono partite da Andy con chitarra e voce, Mara dopo […]

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Kuadra: Cosa ti è successo. L’ultimo album | Intervista

I Kuadra sono Yuri La Cava (voce), Emanuele ‘Zavo’ Savino (chitarra), Van Minh Nguyen (batteria) e Simone Matteo Tiraboschi e Cosa ti è successo è il loro quarto disco uscito lo scorso 7 ottobre per Maninalto Records!. Sotto la direzione artistica di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori), tra sonorità rock, nu-metal con forti contaminazioni elettroniche, prendono vita le liriche rap dal forte gradiente immaginifico e onirico di Yuri che si sviluppano su temi politici ma anche su scene di vita quotidiana. Quella raccontata dai Kuadra è un’umanità degradata e sconfitta che, però, nel raccogliere i propri cocci e le proprie forze, riesce sempre ad afferrare un barlume di riscatto. In attività dal 2005, la band ha macinato in questi tanti chilometri, collezionando moltissimi concerti in Italia ma anche in Europa. Sulle loro attività e in particolare sul loro ultimo lavoro, abbiamo rivolto qualche domanda ai Kuadra durante la nostra intervista. Intervista ai Kuadra Come è nato il gruppo? Il gruppo è nato per condividere qualcosa insieme, come tutte le band che nascono quando si è giovani. Suonare perché suonare è la ricompensa di sé stesso. Trasformarlo in un progetto artistico solido è stato graduale. Il segreto è la comunione d’intenti. Nessuno di noi ha mai scelto il calcetto al posto delle prove o il compleanno della zia. Riguardo l’album cosa potete dirmi? Abbiamo discusso molto prima di metterci a comporre. Yuri ha deciso che il disco avrebbe parlato direttamente con il pubblico e che i testi avrebbero raccontato di tutti attraverso dei personaggi chiave, degli archetipi. Dopo un disco molto introspettivo avevamo l’esigenza di un disco espressivo, forte e aperto verso l’esterno. Qual è stata la direzione artistica che Giulio Ragno Favero ha voluto dare al disco? Partiamo dal presupposto che se facessimo una lista dei nostri 10 dischi italiani preferiti degli ultimi 25 anni Giulio apparirebbe nei primi 5 o come musicista o come produttore o come tecnico del suono. È stata la nostra prima scelta. Gli abbiamo spedito le preproduzioni il sabato e il lunedì ci ha risposto dicendoci che il materiale gli piaceva parecchio e che avremmo dovuto parlare di persona. Siamo andati da lui e ci ha detto come poteva valorizzare la parte più interessante del disco: sviluppare i temi musicali dei pezzi e aggiungere quella parte elettronica che non avevamo sviluppato completamente. Ci siamo fidati. È uno straordinario direttore artistico, di una sincerità disarmante nel bene e nel male. Poi ora abbiamo Kole alle tastiere che fa la differenza dal vivo. Focale. Punti di continuità e differenza con i tre precedenti lavori? I testi di Yuri sono uno dei fili conduttori, la sua retorica rap si è evoluta, si è raffinata fino all’intimismo del disco scorso. Questo disco ha preso il meglio e l’ha trascritto creando undici ritratti nitidi. Per quanto riguarda la musica sono cambiati diversi elementi, gli ultimi due dischi hanno la formazione attuale. Ci diamo la possibilità di suonare sia con il piglio vecchio che come ci va […]

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La maschera: il concerto della band napoletana alla Casa della Musica

Ritorna, a grande richiesta, sul palcoscenico di Casa della Musica a Napoli, il 19 dicembre 2019, la band partenopea ”La maschera” concludendo in bellezza, con l’ultimo concerto, quello che è stato un anno ricco di soddisfazioni. Accompagnati da altri grandi artisti come Vitorino, La Maschera arriva sul palcoscenico con grinta e tenacia, le stesse che hanno accompagnato il gruppo per tutto l’anno, andando anche oltre quelli che sono i confini nazionali. Sul palco Roberto Colella (voce, chitarra e tastiera), Vincenzo Capasso (tromba), Antonio Gomez (basso), Marco Salvatore (batteria) ed Alessandro Morlando (chitarra elettrica). La maschera: la grande scoperta del folk napoletano Nati nel 2013 dall’incontro tra Roberto Colella e Vincenzo Capasso, La Maschera partecipa ad un contest il cui premio era un videoclip. Il regista presente tra il pubblico decide di voler fare un videoclip con loro anche se il gruppo non aveva vinto il contest. Da lì nasce il video di quello che sarà il primo singolo della band: ”Pullecenella”. Pubblicano nel 2014 il loro primo album con l’etichetta ”Full Heads”: ”‘O vicolo ‘e l’alleria”. Continuando a crescere, la band nell’estate del 2015 incontra il musicista senegalese Laye Ba. Dall’incontro nasce il singolo ‘‘Te vengo a cercà” con il videoclip girato nel quartiere popolare di Dakar e pubblicato nell’aprile del 2016. Grazie a questo viaggio in Senegal, la band subirà numerose influenze musicali ed il loro sound sarà sempre più una fusione tra musica popolare napoletana e ritmi senegalesi. Nel novembre del 2017 esce il loro secondo album ”Parco Sofia” ed al centro del disco vi sono proprio gli incontri culturali e musicali tra Napoli e l’Africa. L’album è finalista per la Targa Tenco 2018 nella categoria ”Album in dialetto”. Nell’estate del 2018, i componenti partono per un tour italiano ed a settembre approdano in Portogallo con ben tre date. Nel novembre del 2018 vincono l’undicesimo Premio Andrea Parodi, contest italiano dedicato alla world music. Nell’estate del 2019, dopo un tour nella Corea del Sud, la band si esibisce al Giffoni Film Festival e allo Sziget Festival in Ungheria. Nel dicembre 2019 è uscito il singolo ”‘A cosa justa‘‘, anticipazione del terzo album previsto per l’autunno del 2020. La band è molto giovane, ma soprattutto piena di voglia di fare, influenzata dai pilastri della musica napoletana come Eugenio Bennato e Pino Daniele. ”Grazie uagliù” In questo modo la band napoletana ringrazia a fine del concerto e sui social tutti i fans che hanno supportato la loro crescita in questo ultimo anno e dall’inizio della creazione di questo progetto musicale che si fa sempre più strada nella realtà della musica napoletana. Una realtà che è molto spesso sottovalutata ma che con l’energia giusta e la grandissima bravura dei giovani artisti sta cambiando radicalmente prospettive e punti di vista. Una realtà che, dunque, si fa sempre più interessante. Grazie alla passione di questa band ed ai messaggi d’amore che manda con grande semplicità, tutta la bellezza arriva al cuore ed ai pensieri degli ascoltatori, che si ritrovano catapultati nella difficile quotidianità partenopea, […]

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