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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 344 articoli

Musica

AVA quando il sovranismo è femminile | Intervista

“Lo Squalo” è il disco d’esordio di AVA alter-ego della musicista e autrice Laura Avallone che lancia questo progetto solista a suon di moombahton e trap. «La femminilità è un’attitudine, un pensiero, un’indole che non hanno necessariamente solo le donne. Conosco uomini più femministi e femminili di moltissime altre donne e viceversa. Quindi la femminilità secondo me è una capacità di intendere tutto quanto in maniera elegante, intelligente con un enorme slancio verso la bellezza». AVA, alter ego di Laura Avallone, ci ha spiegato così la sua idea di femminilità. Il suo progetto d’esordio, Lo Squalo, propone un sound innovativo con il moombahton cantato in italiano, ma non mancano inoltre contaminazioni trap, latin wave e afrobeat. La cantante afferma di essere stata la prima ad aver portato questo genere in Italia e, attraverso esso, si fa portavoce di un messaggio rivoluzionario: sovranismo femminile. Siamo lontani dalle atmosfere musicali distese che per anni l’hanno contraddistinta con il suo precedente gruppo, le Calypso Chaos. Ora sono l’irriverenza e la spigliatezza a farla da padrone. Afferma in modo provocatorio, ma altrettanto convinto, che al potere dovrebbero esserci le donne. Lo squalo diventa dunque il simbolo ideale per rappresentare il potere e il dominio auspicato. L’animale è però anche il protagonista di un suo trauma di infanzia, di quando da bambina uno squalo le passò accanto, mentre era immersa in acqua, lasciandole una sensazione che non ha più dimenticato.  L’abbiamo intervistata e abbiamo parlato con lei di questo e di tanto altro ancora.  AVA, intervista Inizierei l’intervista partendo da questa tua esperienza traumatica d’infanzia. Sono una miracolata, è lì che è iniziata la mia passione per questi animali. Ho avuto questo incontro ravvicinato con uno squalo quando avevo 6 anni, ne sono uscita senza un graffio però sono quelle cose che ti segnano per tutta la vita. Infatti, ricordo benissimo alcune sensazioni e quindi diciamo che da quel giorno non mi sono più liberata di questo animale. Poi il fatto che lo abbia scelto come brand del progetto di AVA è una circostanza più che altro metaforica, perché lo squalo rappresenta in pieno quel progetto e quel messaggio di sovranismo femminile: la donna all’apice della catena alimentare, a livello metaforico chiaramente. Ma come sei passata dalle Calypso Chaos a questo progetto solista? Musicalmente è molto diverso. Sì, è molto diverso a livello sonoro, ma questo genere qua io ce lo avevo dentro già da molto tempo prima che si sciogliessero le Calypso. Tra i vari motivi dello scioglimento c’è anche questo: una non volontà collettiva di proseguire questa strada. Quindi inevitabilmente l’ho fatto da sola. Sono passata dall’occuparmi di cantautorato e di musica elettro-pop a un mood sonoro molto più esplosivo. Con le Calypso Chaos suonavamo sedute, vestitissime (ride, ndr), e per una marea di anni mi sono sentita dire che non avevo sufficientemente alzato la cresta, allora ho creato questo alter ego, AVA, l’esatto opposto di Laura. AVA non le manda a dire e ha questo mood sonoro molto più esplosivo. Poi alla […]

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Azul presenta live l’EP d’esordio allo Slash+

Viaggiare in continenti e mondi nuovi pur restando fermi. È questa la sensazione che pervade il corpo e la mente dopo aver ascoltato live Azul, un progetto partenopeo di inediti, ideato da Marilena Vitale (Fede ’n Marlen) e Dario di Pietro, accompagnati da Enrico Valanzuolo alla tromba e Riccardo Schmitt alla batteria e percussioni. Live d’esordio nel cuore del Vomero, allo Slash+, per presentare il primo EP omonimo, composto da 6 brani, prodotto da Apogeo Records in distribuzione dal 6 dicembre sia in copia fisica, che in forma digitale. Già il nome della band sposta il baricentro percettivo: Azul è infatti una parola berbera (Tamazight) che significa “Vieni verso il mio cuore”; in queste quattro lettere è racchiuso il profumo di Napoli, la scoperta di luoghi sempre nuovi, l’idea di apertura e mescolanza tra culture e vite. In un panorama musicale che pone l’accento sull’io, Azul sposta la chiave di lettura sul “noi”, cittadini del mondo. È una musica senza confini, quella di Azul: una musica che ha il giusto balance di parole e parte strumentali, un mix perfetto per poter essere trasportati in una dimensione diversa dal mainstream europeo, lontana dal cantautorato, lontana dal preconfezionato. Azul ha una sonorità che brilla e si fa riconoscere prepotentemente; nell’ EP infatti è proprio il suono a delinearsi traccia dopo traccia, fino a diventare il marchio distintivo dell’intero progetto. È un disco impregnato di musicalità, costruito da strumenti che si incastrano gli uni agli altri, ognuno al suo posto, eppure talmente ben amalgamati da non poter pensare un arrangiamento diverso. La voce di Marilena è un prezioso regalo, arriva diretta, senza bisogno di interpreti, in una lingua sempre diversa, che impasta lo spagnolo, il napoletano e l’italiano, creando una connessione di culture e di modus vivendi. Marilena guida l’ascoltatore attraverso le sue parole, poi lascia spazio agli strumenti, che prendono per mano e portano in nuove atmosfere; basta chiudere gli occhi, aprire le orecchie per iniziare un viaggio. Sul palco non soltanto alla voce e chitarra Marilena Vitale, alla chitarra Dario di Pietro, alla batteria Riccardo Schimtt e alla tromba Enrico Valanzuolo, ma anche il bassista Mirko Grande. Dopo aver presentato le sei tracce dell’EP, Azul si cimenta in alcune cover come “Talisman” di Rosana, e “Quizás, quizás, quizás” di Osvaldo Farrés, che raccontano il background musicale del progetto, chiudendo con Anda Levanta, un brano non presente nel disco, molto ritmato e ballabile, che come suggerisce il titolo è un invito al “muoversi e vivere”. Al centro del live c’è il divertimento: sguardi tra i musicisti, richiami, codici, che rendono piacevole l’esibizione e confermano l’idea di un progetto volto allo scambio. I sei inediti dell’EP vengono eseguiti nello stesso ordine della tracklist; il primo è Multiverso, unico brano interamente in italiano, che senza intro, apre le porte ed invita nel mondo musicale di Azul, nel quale Marilena è cantastorie, mentre la tromba è filo conduttore di melodia. Segue Contestas, la canzone che emana più luce, sicuramente ascoltandola si compie un viaggio: si cercano ricordi […]

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Fabrizio Moro torna ad incantare: grande successo all’Augusteo

Dopo lo splendido live del luglio 2018 all’Arenile Reloaded, Fabrizio Moro torna ad incantare il pubblico partenopeo in uno dei palcoscenici più prestigiosi della città: il Teatro Augusteo. Instancabile e mai pago di emozioni, il cantautore romano ha costruito questa tournée, che prende il nome dal suo nuovo album “Figli di nessuno”, intorno al concetto di rinascita. Una rinascita musicale, in primis, dato che erano anni che non lo si vedeva in una forma così smagliante. Troppo spesso relegato nel limbo del mainstream, Il cantante ha tirato fuori tutta l’energia rock che aveva latente imbastendo il suo concerto sulle sonorità che caratterizzavano i primi album –  agli esordi era noto per le sue cover degli U2 -. E non a caso, la canzone che dà il titolo al disco esemplifica, con la sua ruvidezza, la strana situazione di limbo (Noi siamo in mezzo // Fra una partenza ed un traguardo che si è infranto// Noi siamo figli di nessuno) in cui Moro si è trovato incatenato. Rinascita musicale, dicevamo, ma anche e soprattutto sentimentale. Una vita non semplice la sua, in cui le dipendenze e le fobie l’hanno fatta spesso da padrona, ma che il 44enne è riuscito a trasformare con la sua voce graffiante in poesia cantata. Sí, perché il vincitore di Sanremo 2018 è un ottimo paroliere, capace sia di interpolare nei suoi versi le venature più profonde dell’amore, sia di sdradicare e mettere alla gogna il degrado del suo tempo. Accompagnato, come sempre dalla sua consolidata band di talentuosi musicisti, il cantante al Teatro Augusteo ha messo su uno spettacolo di oltre due ore con una scaletta ben congeniata e che ha visto i suoi più grandi successi, tratti da ben 13 fortunati album di una carriera in crescendo, iniziata ormai più di 20 anni fa, alternarsi ai nuovi e ai meno noti. E i brani di apertura, “Quasi” e “Tutto quello che volevi” sono stati proprio l’emblema del suo volersi mettere in gioco, del suo continuo sperimentare con la musica, quasi sia “l’unità di misura per capire la distanza fra le bolle di speranza”. Discorso analogo vale per “La felicità“, tratta da “Pace“, raccolta di brani in cui il cantautore racconta sé stesso, le sue paure e le insoddisfazioni che attanagliano l’umanità intera. Dolore, ricerca e non solo, l’ex giudice di Amici ha portato sul palco anche le sue gioie e le sue aspirazioni che si ritrovano specialmente nella canzone più bella di Sanremo del 2017, “Portami via”, nella quale prega la figlia Anita di essere condotto per mano dall’amore, “da qui all’eternità“. Per il figlio Libero ha scritto, invece, il toccante brano “Filo d’erba”, in cui cerca di risollevare il ragazzo dalla devastazione che una separazione porta inevitabilmente con sé. Altro storico pezzo eseguito, simbolo del suo impegno sociale e civile, è “Pensa“, dedicato alle vittime di Mafia e Camorra, con il quale ha vinto la cinquantasettesima edizione del Festival di Sanremo nella categoria Giovani, e che ieri è stato cantato a squarciagola da tutti; […]

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Gli Animatronic debuttano con REC

Rec è l’album d’esordio del trio sardo-bergamasco degli Animatronic formato da Luca Ferrari (Verdena) alla batteria, Nico Atzori al basso e Luca Worm Terzi alla chitarra, pubblicato da La Tempesta Dischi lo scorso 8 novembre. Il disco è stato anticipato il 10 ottobre dal singolo Fl1pper# ed è stato registrato in analogico, in presa diretta, e mixato da Alberto Ferrari (Verdena) nell’Henhouse Studio di Albino (Bergamo).  Si compone di 15 tracce strumentali che danno vita a un magma caotico di riff e ritmi intricati, dalle atmosfere visionarie e allucinate. Come ci ha raccontato Luca Worm, è nato un po’ per gioco, spontaneamente ed inconsapevolmente: «Luca e Nico già facevano della jam insieme a casa di Luca, in una cameretta. Ad un certo punto, a Dicembre del 2017, mi han chiamato e abbiamo cominciato con delle jam che poi sono diventati dei riff e poi dei brani. Siamo andati avanti, quasi inconsapevolmente, a lavorare su questi brani strumentali. Il disco è nato così».  La consapevolezza che potesse diventare un disco è nata quando i brani -come ha continuato a spiegarci Luca- hanno iniziato ad essere più di cinque: «Dopo i cinque ci siamo accorti che era qualcosa di più. Abbiamo iniziato a registrare e a riascoltarci, i pezzi hanno preso forma così. È come se non ce lo fossimo detti chiaramente, però si capiva, l’uno con l’altro, che stavamo facendo qualcosa di serio» Seppur senza un’idea precostituita a monte, gli Animatronic si districano abilmente in questo magma caotico di suoni tra il math e il prog rock, con la convinzione e la speranza che si possa fare musica anche senza parole: «Speriamo che venga apprezzata la sincerità delle composizioni, specialmente dai musicisti, da quelli che già ascoltano musica strumentale e dagli amanti del prog. Io spero che anche altri la pensino un po’ come noi: non per forza la musica deve avere le parole, basta anche la melodia». Non siamo davanti, però, ad un estemporaneo ‘divertissement’, il progetto non esclude di avere longevità e di aprirsi anche a nuove sperimentazioni e perché no, anche al cantato, ammette Worm: «C’è un buon feeling, le idee non mancano e non si esclude nessuna cosa. Può essere che in futuro ci sia una voce, piuttosto che un sinth, o può essere che rimanga così».  Per il futuro, la band non esclude nessuna possibilità: «È nato talmente spontaneamente che alla fine siamo una band, non abbiamo un contratto tra di noi che dice domani finisce tutto e saluti, ognuno per la sua strada. Quindi per me non si esclude che ci sia un futuro» Lo scorso 7 Novembre hanno intrapreso il tour di promozione del disco al Covo Club di Bologna e dopo Roma (Largo Venue), Napoli (Galleria 19), Milano (Ohibo) e Torino (CAP10100) proseguiranno con Perugia, Brescia e tante altre ancora. Durante le loro esibizioni live sono accompagnati dalle proiezioni di video amatoriali, alcuni di questi con alcuni pupazzetti in animatronica, la tecnologia che grazie ad alcune componenti robotiche e meccaniche, permette loro il movimento. Guardando […]

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Ivan Costa, il dj e cantante italiano che fa ballare il Sudamerica | Intervista

Se il suo nome non vi dice niente, sappiate che Ivan Costa è un dj e cantante veneziano tra i più richiesti ed amati in Sudamerica. Approdato nel 2013 in Repubblica Dominicana, si è fatto conoscere reinterpretando la bachata latinoamericana in chiave pop italiana e riscuotendo da subito grande successo. È ospite fisso nei principali festival e carnevali del paese e, inoltre, compare stabilmente nelle più importanti playlist Spotify di musica latino americana come Bachata Lovers (1.705.844 followers). Te Amo y Te Amaré è il suo brano più famoso, contenuto nel suo ultimo EP  Ven Mami.  Intervistato da noi, Ivan Costa c’ha raccontato di come è nato questo progetto musicale sudamericano e dei nuovi progetti a cui sta lavorando. Intervista a Ivan Costa Come è iniziata la tua avventura in Repubblica Dominicana? Ero stato contattato dal mio attuale manager che era interessato ai miei dj set. Visto l’interesse decisi di andare in vacanza in Repubblica Dominicana, portando con me tutto il materiale per poter fare un paio di serate di prova per questa agenzia. Fin dalla prima serata ci fu una chimica speciale con il pubblico dominicano e mi proposero un contratto che firmai e da allora ci torno in tour due volte all’anno. Una scelta dettata più dalla voglia di andare via dall’Italia o semplicemente dalla curiosità di aprirsi a nuove esperienze? Un po’ entrambe le cose, avevo voglia di conoscere nuovi mondi, nuove culture, nuove persone… e nello stesso tempo in Italia mi sentivo frenato, sapevo che all’estero potevo dare e fare molto di più di quello che facevo e così è stato. Senti di rimproverare il nostro paese? Io amo l’Italia e non mi va di rimproverarla, purtroppo la nostra realtà è questa da anni, dobbiamo andare via per farci apprezzare e valorizzare, per poi un giorno tornare forti e vincitori. Quindi più che rimproverare l’Italia io credo che siamo noi Italiani che dobbiamo cambiare e cominciare a valorizzarci, apprezzarci e aiutarci di più, cosa che in America già esiste. Credere nei giovani e in nuovi progetti significa creare un futuro. Un paese lo fa il popolo che ci vive e quello che semino oggi lo raccolgo a suo tempo non subito. Che ambiente hai trovato in Repubblica Dominicana? Un ambiente molto accogliente, persone fantastiche che ti aprono le porte di casa anche senza conoscerti. Se possono ti aiutano senza pensarci troppo. Ovviamente hanno la loro cultura, i loro modi e i loro tempi. Apprezzano molto noi italiani comunque. Quali sono i festival e i principali carnevali del luogo in cui hai suonato? In Repubblica Dominicana i festival sono organizzati dai grandi marchi e della rete televisiva nazionale, io i primi 3 anni ero sponsorizzato da Brugal e ho suonato nei loro festival e feste in spiaggia incluso il Carnevale di Santiago de los Caballeros dove ero ospite nell’area Vip Brugal. Gli ultimi 3 anni ed ancora oggi sono sponsorizzato da “Presidente” (La Birra Nazionale) e quindi partecipo ai loro festival e feste in spiaggia e con […]

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Epic Fail: intervista all’artista Frabolo

In occasione dell’uscita il 13 settembre dell’album Epic Fail per la IndiePendente – Gruppo Prima o Poi Music, abbiamo intervistato l’artista Francesco Bolognesi, in arte Frabolo. Al disco hanno lavorato anche Dr. Noise, Jimmy Burrow e Dj Myke. Dieci i brani dell’album. Intervista a Frabolo Cosa significa la musica per Frabolo? Esprimersi cercando di mantenere una sincerità, un’onesta di fondo che per me è fondamentale. Io mi sono avvicinato al rap perché secondo me può comunicare tanto. Comunicare, farsi ascoltare e ascoltare, anche, credo sia importante, specialmente in un contesto storico come questo, che è un mondo che ci vuole tutti connessi ma fondamentalmente ci lascia soli. Per Epic Fail hai scelto temi che potrebbero essere definiti pesanti, come mai? Pensi che l’album sia effettivamente pesante come dicono i commenti negli skit? Avevo iniziato a scrivere le prime canzoni senza pensare minimamente che poi sarei riuscito a fare effettivamente un album: scrivendo e continuando a scrivere mi sono reso conto che i brani iniziavano ad amalgamarsi tra di loro. Il tema ricorrente in ogni brano era fondamentalmente il mio stato d’animo in quel momento, che poi si poteva riflettere in una considerazione politica o musicale. A proposito di visione nel mondo, nell’album da una parte c’è una critica alla situazione attuale del paese, dall’altra l’orgoglio di non lasciarlo e la necessità di una rivoluzione. Come vedi il futuro di questo paese? Mi auguro di sbagliarmi ma lo vedo molto buio perché ho l’impressione che si possa peggiorare ancora, e tanto, e questa cosa mi fa paura. Siamo un popolo ingovernabile, nonostante sia legato al mio paese. Sono fiero di essere italiano però non so, è un concetto difficile da spiegare, ma se c’è del disagio a parlarne è proprio perché ci vorrebbe una situazione diversa. Faccio fatica anche a vedere una startup dalla quale poter partire perlomeno per adesso. Epic Fail: il rap di Frabolo   Per il momento non vedi possibilità di miglioramento? Se non quello non di una rivoluzione – perché in realtà “Complimenti alla trasmissione” parla proprio del fatto che oggi si è anche perso il concetto di rivoluzione, parliamo tutti di rivoluzione, però poi ci incantiamo ad ascoltare i bei discorsi del mondo -; credo si possa partire sicuramente dall’ascoltarsi, dal comunicare. Secondo me in questo momento manca la comunicazione: è paradossale perché siamo in un momento dove siamo tutti connessi ma non si sa bene a cosa, a niente. Tornando alle tematiche di Epic Fail, c’è anche una critica alla musica commerciale. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale italiana? Non è una critica alla musica commerciale assolutamente, in realtà è una considerazione che faccio: in Italia la roba che ha successo diventa automaticamente migliore. E oggi, tornando al discorso di prima, visto che dovremmo essere tutti connessi, ognuno può andarsi a cercare quello che gli piace ma credo che la maggior parte delle persone si accontenti di quello che offre la mensa, non c’è ricerca. Non è una critica alla musica, è […]

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Francesco Renga all’Augusteo con L’altra metà Tour

Ha iniziato il suo lungo e fortunato viaggio venerdì 11 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano “L’altra metà tour“, il nuovo tour di Francesco Renga, che conterà oltre 50 date ed approderà in Europa a maggio 2020, e che nella serata del 18 novembre ha inaugurato la stagione di concerti del Teatro Augusteo di Napoli, dove si esibirà anche nella serata del 19. L’altra metà tour di Francesco Renga, una nuova stagione per un grande artista Accompagnato sul palco dai suoi musicisti Fulvio Arnoldi (chitarra acustica e tastiere), Vincenzo Messina (pianoforte e tastiere), Stefano Brandoni (chitarre), Heggy Vezzano (chitarre), Phil Mer (batteria) e Gabriele Cannarozzo (basso), Francesco Renga presenterà al pubblico in tour il nuovo album, “L’altra metà” (2019), l’album da cui è tratto Aspetto che torni, il brano che Francesco Renga ha presentato al 69° Festival di Sanremo. L’altra metà è stato prodotto da Michele Canova Iorfida e contiene 12 brani dal sound e dal linguaggio contemporaneo, volti a rappresentare l’altra metà della sua vita e carriera artistica trentennale, carriera già costellata di grandi successi come Uomo senza età, Angelo, La tua bellezza, Vivendo adesso, Meravigliosa, Era una vita che ti stavo aspettando e Il giorno più bello del mondo, classici intramontabili dell’artista. L’altra metà, sulla scia già di Tempo Reale (2014), si propone come un nuovo album dal sound e dai linguaggi contemporanei e che ha quasi il sapore di un bilancio, caratterizzato da una nuova consapevolezza, presentato in un live che ha il pregio di saper spaziare tra passato e presente con continuità ed innovazione. «Il fascino e la bellezza del teatro, la vicinanza fisica con il pubblico. Poterlo guardare in faccia, toccarlo, sentirlo. E sapere che loro possono fare altrettanto. Lo spettacolo che andrà in scena è pensato proprio per questo, per vivere una serata ricca di grande magia».  Un tour coinvolgente, che sfrutta a pieno le potenzialità del teatro e la possibilità di reale interazione col pubblico, che è l’altra metà dell’artista -quella in cui l’artista, come in uno specchio, può rispecchiarsi e nel quale, a sua volta, anche il pubblico si rispecchia- , e che porta in scena, insieme ai brani inediti del nuovo album, i più grandi successi del cantautore udinese, che emozionano ogni volta la platea come fosse la prima, perché raccontano un sentimento che, nella sua semplicità, è complicato come null’altro ed è il vero motore del mondo: l’amore, in tutte le sue sfumature. Quello che resta, quello che se ne va, quello che non è mai iniziato ma è stato a lungo desiderato, quello verso i propri familiari, quello verso gli amici ed il proprio compagno. L’altra metà della mela, o, se si preferisce, l’altra metà del cielo. Quell’altra metà che pochi cantautori italiani contemporanei sanno cantare e celebrare bene, con spontaneità e poesia, quanto Francesco Renga. – Foto di Toni Thorimbert in comunicato stampa.

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Parco Lambro: intervista al gruppo musicale

La consistenza sonora dei Parco Lambro, dal 2014 a oggi Risonanze jazz per i Parco Lambro, gruppo musicale nato nel 2014 da menti già attive nel panorama musicale italiano. Come affermano i suoi membri, nella scelta del nome risuona il senso di appartenenza alla vivacità di un mondo in fermento, sotto l’aspetto musicale e non. L’esperienza caotica degli anni ’70 presso il Parco Lambro, favorita dal fervore della redazione del Re Nudo, è il ricordo indelebile del delirio scoppiato nel parco milanese, la cui eco non poteva restare inascoltata nel territorio nazionale. Re Nudo, fondata da Andrea Valcarenghi, è il cuore di quegli anni, animata da intellettuali ed artisti della controcultura. Scegliere di creare nel nome del Parco Lambro ancora oggi vuol dire rivivere la cultura underground, contro la pedanteria di un moralismo ipocrita. Un Festival musicale, quello del 1974, che ha visto sul palco artisti come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Giorgio Gaber. E ancora, l’esplosione dello scandalo del Festival del 1976, le urla dei giovani. Sulla copertina dell’Espresso per l’occasione si legge: «Com’è difficile essere giovani». Se la musica possa davvero incarnare tutto questo, i Parco Lambro lo dimostrano dal 2014, chiedendo all’ascoltatore di ritrovare (per mai dimenticare) le proprie radici nella forza pulsionale della controtendenza. Radicarsi, però, per fiorire, in una posa elativa che proietta il gruppo italiano in una dimensione internazionale. Nel 2017 esce il loro lavoro di debutto per l’etichetta Music Force, Parco Lambro. Su una superficie solida elettronica per vibrazioni sonore di euforia e smodatezza, trionfa l’eccitazione del movimento allucinato, un concertato sfrenato di energia e fermezza. Tra jazz e rock, psichedelica e progressive, punk e metal, cercare di individuare un unico genere musicale, etichettare cosa si ascolta quando ci si approccia ai Parco Lambro non permetterebbe di restituire la complessità reale delle loro vibrazioni. Sette pezzi poliedrici, densi, di una notevole consistenza sonora. La band, nata in uno scantinato di Bologna dall’idea di cinque menti udinesi, comprende Giuseppe Calagno (chitarra elettrica, basso elettrico, microbrute); Mirko Cisilino (farfisa, nordlead, synth, moog, tromba, trombone); Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, effetti, voce); Andrea Faidutti (chitarra elettrica, basso elettrico); Alessandro Mansutti (batteria). Una formazione che passo tutt’altro che inosservata e che conferma la poliedricità e versatilità dei Parco Lambro. Lo spirito jazz dell’improvvisazione, alla base delle prime esperienze del gruppo, sopravvive, innervandosi degli impulsi accolti negli anni. Le prove nello scantinato approdano così alle registrazioni nel 2016, rendendo possibile nell’attimo della contingenza sonora di un album un’energia maturata nel tempo. Intervista ai Parco Lambro Quando e come è nato il vostro ardore per le vicende del Parco Lambro? Dare questo nome al gruppo è stata un’idea di Clarissa, la sassofonista. Ovviamente la musica e l’avanguardia rock italiana che fu protagonista di quell’evento è nel nostro DNA, in particolare gli Area, ma ci piaceva molto anche rievocare nella nostra musica il caos e l’anarchia che hanno caratterizzato i festival del Parco Lambro, quindi immaginare il rumore che fanno organizzazione e ideali quando scontrandosi con la realtà […]

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Konrad e il suo ultimo album, "Luce" | Intervista

Nato a Bari nel 1975, Alessandro Konrad Iarussi, in arte Konrad, cresce in una famiglia dalla grande vivacità artistica e questo lo spinge fin da ragazzino ad appassionarsi alla musica. Dagli anni ’90 è pienamente immerso in questo mondo: pubblica con gli Hype il suo primo disco, Sottosopra; con i Radiolondra, prima dello scioglimento nel 2008, partecipa a Spazio Giovani, Arezzo Wave e Sanremo Rock; diventa anche il protagonista di un film del regista Carlo Fenizi, Effetto Paradosso; nel 2013 entra nel roster dell’etichetta discografica Music Force con cui pubblica nel 2013 Carenza di Logica e ultimo, pubblicato lo scorso maggio Luce, un album che l’autore definisce l’antitesi del precedente lavoro. Dopo le tante e vive esperienze musicali, Luce è un lavoro che mette un po’ il punto al passato e lo mette in ordine, in modo tale da poter voltare pagina e raccontare un nuovo inizio: quello segnato dalla nascita di sua figlia. Il disco si sviluppa attraverso una prosa scarna ed essenziale, accompagnata da sonorità che uniscono il folk al rock americano degli anni ’90, il grunge di Seattle, per intenderci. Tutto questo ce lo ha raccontato lo stesso Konrad, durante la nostra intervista. Intervista a Konrad La tua è una famiglia di artisti, questo che importanza ha avuto nel tuo percorso musicale?  Mio nonno dipingeva, come mio padre e mia zia, che è anche scrittrice.Mio fratello è bassista, i miei cugini suonano. Mia nonna suonava la fisarmonica e sua sorella insegnava pianoforte. Questo è assolutamente normale ed è questo il punto, fare arte per noi è una cosa qualsiasi. Naturale. Cosa puoi raccontarmi degli anni con i Radiolondra? -potresti ritornare sulle cause che portarono allo scioglimento del gruppo? Anni belli ma soprattutto formativi. Ci siamo sciolti perché… Shhhh… Segreto… Ma sicuramente posso dire che siamo rimasti tutti grandi amici e con l’ex chitarrista Valerio Fuiano ho prodotto il nuovo album Luce. Cosa puoi raccontarci invece della tua esperienza da attore? Un gioco. Divertente. Ma io sono un musicista, un cantautore, non un attore. Perché Luce è la perfetta antitesi a Carenza di Logica? Perché è un disco logico. Racconta me, la mia vita, il mio amore, la mia musica ideale. In Carenza di Logica ho sperimentato generi musicali che non sono miei. Cosa hai voluto raccontare con quest’ultimo album? La felicità. La felicità dopo un dolore. La felicità di aver incontrato Giuliana. La felicità per la nascita di LUCE (mia figlia). La capacità di superare le difficoltà. Qual è il sound che hai ricercato per comporlo? Il giusto mix tra i cantautori italiani e quelli di Seattle. Ti esibirai dal vivo prossimamente? Prossima data certa il 27 dicembre a Foggia. Progetti futuri? Ho finito di scrivere il nuovo disco… Voglio registrarlo. È una bomba.   Fonte immagine: ufficio stampa Music Force. 

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Canzoni rock d’amore, otto da ascoltare

Il rock è da sempre un genere musicale duro e aggressivo, fatto di melodie energiche e forti che traggono origine da un sentimento preciso: la rabbia. Che sia giustificata da motivi politici e sociali o puramente intimi, i cantanti rock hanno costruito testi e melodie con le quali urlano in faccia a qualsivoglia autorità tutto ciò che gli passa per la testa. Ma questo non significa che i cantanti rock siano alieni a emozioni come l’amore. Nemmeno i più forti e anticonformisti tra i cantanti possono sfuggire ai dardi di Cupido ed ecco che finiscono per scrivere canzoni rock d’amore. Certo, non tutti i cantanti e gruppi del genere trattano l’amore allo stesso modo. C’è chi lo celebra come motivo di appagamento che rende leggeri come una nuvola e con un perenne sorriso stampato sul volto, chi come una passione oscura che tormenta e divora dall’interno, chi ancora ne indaga i lati più romantici e carnali e chi invece cerca di evidenziarne le sue contraddizioni. In questa playlist abbiamo deciso di scegliere quelle che, a nostro parere, sono le canzoni rock d’amore più significative e particolari spaziando un po’ tra tutti i generi del rock. Canzoni rock d’amore, le nostre scelte  1. Romeo and Juliet – Dire Straits Iniziamo con qualcosa di molto rilassato, come Romeo and Juliet dei britannici Dire Straits. Fondata nel 1977 da Mark Knopfler, la band si è distinta per essere lontana dagli stereotipi tipici dei rockettari. La musica dei Dire Straits è infatti pacata e melodica, merito soprattutto del virtuosismo tecnico di Mark che riesce a padroneggiare la chitarra in modo quasi etereo. Non rappresenta un’eccezione Romeo and Juliet, brano dell’album Making Movies del 1980. Il titolo a prima vista sembra richiamare alla celebre tragedia di William Shakespeare, ma in realtà non è così. Mark Knopfler scrisse la canzone in seguito a una delusione amorosa ricevuta dalla cantante Holly Beth Vincent e la imposta come un dialogo tra due giovani ragazzi chiamati rispettivamente come i due amanti di Verona più famosi. Il protagonista si reca sotto il balcone della propria amata intonando una serenata in suo onore, ma lei non sembra felice di vederlo: «you nearly gimme a heart attack!». Tutta la canzone è attraversata da un’ironia di fondo in cui il povero Romeo, deluso e sconsolato, ricorda alla sua Giulietta tutti i bei momenti trascorsi assieme per poi rinfacciarle la sua presunta fedeltà per poi scoprire che nello stesso tempo si vedeva con un altro. «You promised me everything/ you promised me thick and thin yeah,/ Now you just say “oh, Romeo, yeah, you know I used to have a scene with him”». Con la sua voglia di ingannare piuttosto che di amare la Giulietta dei Dire Straits sembra ricordare vagamente la ragazza che ingannava il nostrano Francesco de Gregori nella celeberrima Rimmel. Insomma, il leitmotiv della canzone è l’amore non corrisposto e il rifiuto di rassegnarsi alla fine della passione, anche quando questa non c’è mai stata davvero. L’ideale per i tanti Romeo […]

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