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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 391 articoli

Musica

Niko Albano: se non cadi, non puoi rialzarti | Intervista

Domenico Albano, 1991, musicalmente conosciuto con il nome Niko Albano, è un cantautore e chitarrista campano. Autodidatta, istruito dal padre con rudimenti di musica, da dieci anni a questa parte si dedica alla composizione di brani originali, partecipando a Premi e concorsi nazionali, che lo hanno portato a pubblicazioni dai grandi riconoscimenti. Dopo aver vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini con il brano Non Serve Domani, Niko Albano auto produce il suo primo EP, intitolato Cadere, un brevissimo album di tre canzoni, che si intrecciano tra loro per tematiche trattate e melodie musicali pop-folk. È un EP suonato, in cui la chitarra è onnipresente e diventa protagonista di un andamento sonoro incalzante; spinta sull’acceleratore per quanto riguarda la voce, che riflette la grinta ed il bisogno di dover comunicare. I falsetti ed i giochi di intonazione sono una caratteristica del modo di cantare di Niko Albano: già dal primo brano inglese Forget Your Touch del 2017, si può comprendere la spinta folk che supporta l’iper melodico, marchio distintivo del territorio campano. Non Serve Domani, suo secondo fortunato singolo, è il miglior prodotto dell’artista, che attraverso un ritornello pop ed uno special serrato e  ritmato, costruisce l’equilibrio per portare al pubblico una canzone di buona fattura, con un messaggio altrettanto sincero. Niko Albano con l’EP Cadere riprende in parte questi due mondi, ma senza catarsi: il dolore, le difficoltà di un periodo complesso sono inevitabilmente sotto i riflettori; restano sentimenti ancora freschi, che si cantano per esigenza. Chi è Niko Albano? Qual è stato il percorso musicale che ti ha portato alla realizzazione dell’EP Cadere? Sono Niko Albano, cantante di giorno, ingegnere di notte: la crisi di identità è dietro l’angolo (ride). Suono e canto da più o meno 10 anni; ho iniziato con un concorso radiofonico per radio Crc, nel format “Fatti ascoltare da radio Crc”. Da lì ho cominciato a suonare live, facendomi conoscere musicalmente nel panorama campano. All’attivo oltre l’EP Cadere, ho tre singoli: Forget your touch del 2018; Non serve domani che ha vinto il Premio della Critica e il Secondo Posto al Premio Mia Martini e Volersi liberi del 2019. Cadere è il primo EP, nasce dopo un periodo di difficoltà, tra impegni e lavoro, ma era un progetto che avevo in cantiere da tempo e solo nel trambusto sono riuscito a portare a termine.  Cosa è cambiato dai primi singoli ad oggi? Quali sono state le influenze che ti hanno aiutato musicalmente e nella scrittura? Rispetto ai primi pezzi degli anni scorsi, l’EP è più maturo sia dal punto di vista di scrittura, sia dal punto di vista musicale, proprio perché adesso l’esperienza si fa sentire. A livello musicale mi sono staccato dal pop puro, il brit pop di Ed Sheeran per fare un esempio, andando verso uno stile, che poi è quello dell’EP, in cui sono riuscito ad unire il mio pop di background (James Morrison, Paolo Nutini) e la metrica del panorama italiano con gli autori […]

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Intervista a Godot.: scrivere canzoni allegre è una fatica

Intervista a Giacomo Pratelli, in arte “Godot.” Artista armato di sorriso e ukulele, che dal 2017 ha finalmente deciso di aprire le porte della sua camera per far arrivare la sua musica alle orecchie di tutti. Dopo il primo EP pubblicato nel 2017, chiamato Me ne vado a Londra, il cantautore ha preferito la strada dei singoli, pubblicando da un anno a questa parte quattro diversi brani: Controtempo, Come Ciliege, Milano Mon Amour e Oppure. In autunno uscirà il suo nuovo album Controtempo. L’intervista a Godot. Chi è Godot.? Come nasce la tua musica e qual è il tuo background? Mi chiamo Giacomo, in arte “Godot.” Sono una persona allegra, anche se molti dei miei brani riflettono la parte di me più malinconica. Sono cresciuto pane e cantautorato, infatti non ho ricordi che non siano associati alla musica italiana di De Gregori, Battisti, Dalla, anche perché i miei genitori sono appassionati di musica e suonano: papà batterista e mamma pianista, quindi ho sempre ascoltato tanto a casa. Da bambino volevo essere tutto tranne che simile ai miei, che invece mi hanno iscritto a molti corsi di musica e strumento… immancabilmente mollavo proprio perché non volevo entrare in questo giro ed essere come loro. Quello che invece mi ha sempre contraddistinto è la scrittura: ho sempre scritto, inizialmente di nascosto, non facevo ascoltare niente di mio. Dalla mia prima canzone a 13 anni, fino ai 20, ho sempre e solo cantato con mia cugina che mi accompagnava alla chitarra, buttando giù la musica insieme, dentro una cameretta. Nel frattempo a 15 anni mi sono iscritto a lezioni di canto ed ho incontrato un’insegnante strepitosa: la lezione è diventata un momento in cui fare arte, un momento in cui ero totalmente libero. Proprio a lei ho deciso di far ascoltare le mie canzoni e abbiamo lavorato insieme ai brani. Nel 2017, avevo 23-24 anni, la mia insegnante mi ha suggerito di fare qualcosa di più: mi ha presentato Simone Pirovano, attualmente il produttore con cui arrangio, dal nostro incontro è nato un EP auto-prodotto, intitolato “Me ne vado a Londra”. Così il 21 marzo 2017 per la prima volta sono uscito e ho fatto ascoltare agli altri la mia musica. Spulciando su Spotify, digitando il nome Godot, si nota la presenza di molti progetti musicali che utilizzano questo pseudonimo. Tu quando hai scelto di essere Godot.? Lavoro nel mondo del teatro e sono appassionato di Beckett, autore di Aspettando Godot. Oltre al testo che Beckett ha scritto, sono molto legato all’idea dell’attesa, la vivo come un’esperienza molto poetica, perché mentre aspetti, potrebbe accadere di tutto. L’attesa è un momento che vivo con ansia, nel suo senso più positivo, proprio perché al suo interno c’è il piacere di aspettare. Il mio nome d’arte è Godot., con il punto finale e devo dire che quel punto mi ha salvato: su Spotify infatti ho scoperto un caso di omonimia di una band Metal tedesca sciolta nel 2007 e la mia musica era finita sotto quel profilo lì. […]

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I Nonnon e l’inganno di un mondo ideale

“L’inganno di un mondo ideale” è il titolo dell’ultimo album della band lombarda dei Nonnon, pubblicato il 15 aprile 2019 da Reincanto Dischi e distribuito da Believe. Già conosciuti con il nome di Nemesi, gruppo nato nel maggio del 2003, i Nonnon, hanno rilasciato questo nuovo lavoro dopo un lungo periodo dedicato alla sperimentazione, ai live e alla crescita artistica in genere. Il disco, a cui hanno lavorato per tutto il 2018, contiene 11 brani inediti che raccontano storie e evocano immagini ed emozioni. L’arrangiamento e la produzione artistica sono curati da tutti i membri della band formata da Alec Gardini (basso elettrico), Dario Gubbiotti (Tastiere, Sintetizzatore, fender rhodes), Domenico Peluchetti (voce, chitarra acustica, chitarra elettrica), Luigi Viani (voce, pianoforte, tastiera, fender rhodes), Roberto Pittet (Batteria, percussioni e ukulele), Paolo Ghirardelli (chitarra elettrica e basso in “Nea”). Ospiti speciali nell’album sono Mario Ciardulli (voce narrante), Matteo Fiorin (banjo in “Fine condanna”) e Francesco Viani ( basso in “Questo bel viaggio”). Tutto il materiale è stato eseguito, catturato e mixato presso lo studio “Rumore Bianco” di Piero Villa a Esine (BS). La grafica, le fotografie e le illustrazioni sono dei Nonnon e sono state curate interamente da “Vianilab”di Luigi Viani. Nonnon: un impasto musicale perfetto “L’inganno di un mondo ideale” è un concentrato di storie e ritmi diversi che conferiscono solidità al disco. La voce calda e imponente di Peluchetti, la carica della batteria di Roberto Pittet, l’essenzialità del basso di Alec Gardini, “le chitarre” taglienti e accattivanti di Paolo Ghirardelli, le armonie del pianoforte e degli archi di Luigi Viani, guarnite dai travolgenti suoni del sintetizzatore di Dario Gubbiotti, generano un impasto musicale perfetto. L’Inganno di un mondo ideale: track by track “L’inganno di un mondo ideale” racconta, attraverso testi ben articolati, storie diverse. I Nonnon cantano la vita, la morte, l’amore in tutte le sue sfumature, i valori di solidarietà e amicizia, di umanità e passione; storie vere, spunto di riflessione su tematiche sociali di grande attualità. Il disco della band lombarda si apre con un prologo, “Preludio all’inganno”, in cui si racconta del passaggio all’età adulta di un ragazzino. Ormai uomo, si trova catapultato in un mondo più grande di lui, ricco di contraddizioni, un mondo che non lascia molto spazio al sogno e gli fa smarrire per sempre la sua spensieratezza. “Un abbraccio, un profumo, la luce che filtra da una finestra, una doccia calda – spiegano i Nonnon – Sono attimi, che ci regalano quell’appiglio per andare avanti giorno dopo giorno e di cui non faremmo mai a meno. Momenti tanto fugaci da sembrare una truffa, uno scherzo di cattivo gusto. Sono quei piccoli grandi inganni di cui ci circondiamo per scrivere le pagine del mondo in cui viviamo. Non fraintendeteci, non viviamo “l’inganno” in modo pessimistico, un modo per sfuggire alla realtà. L’inganno è uno strumento necessario per affrontare le nostre paure, i nostri ostacoli. Il mondo ideale è pronto a cadere di fronte alla nostra consapevolezza, perché siamo immuni ai giudizi. Dietro al nostro […]

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Benedetta Raina debutta con Frammenti, un EP Indie-Pop

Il biglietto da visita della giovane cantautrice Benedetta Raina è “Frammenti” (Noize Hills Records), un EP dai toni indie-pop di 5 tracce, disponibile su tutte le piattaforme dal 28 aprile Benedetta Raina si presenta fin da subito come un’incoraggiante promessa del panorama musicale italiano. Giovanissima, classe 2001, di Alessandria, fin da piccola legata alla musica, alla scrittura e alla composizione, si cimenta prima con testi in inglese e poi in italiano. Benedetta racconta e canta quella che è la sua realtà, quella della “generazione z” nelle sue sfumature, nei suoi Frammenti. Benedetta Raina e i primi passi, dai singoli all’EP Grazie anche alla collaborazione iniziata nel 2018 con l’etichetta Noize Hills Records, la cantautrice pubblica nel 2019 il singolo Basta, aprendo il sipario alla sua carriera in lingua italiana. Il brano (di cui è anche disponibile il video ufficiale su Youtube) riesce a dipingere perfettamente la condizione dell’artista e contemporaneamente quella di un’adolescente catapultata in un mondo molto più grande e caotico di quanto si possa a volte sopportare. L’esperimento del cambio lingua è sicuramente riuscito: ecco così arrivare, nel dicembre 2019, il nuovo lavoro “Davvero” e finalmente, la pubblicazione di Frammenti il 28 aprile 2020. L’indie pop al femminile di Frammenti Ricomprendendo anche i due singoli già rilasciati, Benedetta Raina esordisce con un EP “fotografico”. Le 5 tracce in cui il prodotto si snoda sono infatti 5 piccole istantanee della vita della cantante, scattate con gli occhi, ridisegnate con penna e produzioni musicali, per poi essere raccontate con il timbro estremamente particolare di Benedetta. Le atmosfere di Frammenti, perennemente in bilico tra spensieratezza e malinconia, richiamano sonorità che oscillano tra Lorde e California (Coma_Cose). Le produzioni colgono poi nel segno, riuscendo ad essere delicate ,ma di impatto. Meritevole di citazione in questo senso è sicuramente Non Me Ne Frega Se Non Ci Vedo Bene che riesce a cullare l’ascoltatore nelle strofe per poi lanciarlo in alto al momento giusto. Si sente chiaramente l’influenza di artisti contemporanei, e fra tutti il primo richiamo e punto di riferimento (forse scontato ma sicuramente coerente) è con Billie Eilish, campionessa di ascolti già nel 2019. Il velo di amarezza, sempre però accompagnato dall’impetuosità della giovinezza, è evidente in “Stata mai”, singolo estratto in rotazione radiofonica dal 1 maggio. La consapevolezza di raccontare un oggetto concreto e vicino a molti, la si evince già dal commento della cantautrice proprio su Stata mai:  «La delusione che ti provoca la fine di un’amicizia fa mettere in discussione prima di tutto te stessa, quando poi, ripensandoci, ti chiedi come hai fatto a screditarti per qualcuno che credevi amico. Una sorta di crisi d’identità». Sicuramente bisogna riconoscere anche il coraggio e la determinazione di questa giovane artista nel pubblicare il suo lavoro, Frammenti, in un contesto difficile come questo, nel quale però la musica può dimostrarsi (e sicuramente per molti è così) un importante strumento e motivo per andare oltre la finestra delle nostre stanze. E Frammenti è forse proprio questo: un’interessante finestra con vista sul mondo di Benedetta […]

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L’arte al tempo del Covid-19: per gli invisibili non andrà tutto bene

Sono gli artisti: i musicisti, i ballerini, i teatranti, gli organizzatori e gli operatori, gli stessi che con il proprio lavoro rendono la macchina dello spettacolo fruibile a tutti. Sono gli stessi che in questa quarantena e nella vita di tutti i giorni accompagnano con la propria arte ciascuno di noi e rendono possibile la realizzazione di quest’ultima. Esseri umani che si trovano in balia delle onde, ora più che mai, nel periodo di pandemia, durante il quale sono emersi i complessi meccanismi organizzativi e tutelativi che minacciano una categoria lavorativa, poco sistematizzata e desiderosa di un riconoscimento a livello economico ed assistenziale. Colpiti dall’effetto economico del Covid-19, i lavoratori del mondo dello spettacolo sono stati i primi a dover ridefinire l’assetto della propria occupazione, non potendo del tutto contare sui provvedimenti presi dallo Stato, né su tutele finanziare, in quanto le indennità Covid-19 sono rivolte ai lavoratori dello spettacolo iscritti al Fondo pensioni dello spettacolo, aventi almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 all’interno del Fondo, con un reddito annuo non superiore a 50.000 euro, come stabilisce l’indennità lavoratori dello spettacolo (art. 38, decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18). La potente macchina dell’arte paga infatti lo scotto di avere numerose figure non riconosciute, lavoratori cosiddetti “a nero”, artisti che per vivere della propria musica, ad esempio, hanno portato avanti la propria professione senza tutele a livello contributivo, fiscale e senza garanzie; sono proprio questi professionisti a pagare a caro prezzo l’intera emergenza. Ad oggi qualsiasi mestiere indipendente che abbraccia il comparto dello spettacolo è paralizzato, con un futuro incerto, senza possibilità di organizzazioni prossime: la prospettiva di ripresa a breve termine non prevede una data stabile per realtà come cinema, teatri, stadi, palazzetti, club, luoghi essenziali per lo svolgimento dello show; ma non solo, il danno sarà anche, psicologicamente parlando, ritornare alla mentalità pre-covid, al gusto dell’assembramento ad un concerto, al sedersi accanto ad uno sconosciuto in teatro. Cosa succederà post Covid-19? Quando riprenderà un tecnico di palco, un fonico, un musicista, un attore a poter svolgere il proprio lavoro con dignità (non parlate di dignità indicando i concerti al drive-in) e con le giuste tutele giuridico-finanziare? È questo forse il tempo per stabilizzare una norma, istituire un albo, un’organizzazione che difenda un intero mondo lavorativo, per troppi anni avvitato su se stesso, lasciato ai propri compromessi interni? Se l’arte è riscatto, allora è giunto il momento che la macchina dello spettacolo sia ri-organizzata tutta: dalla punta dell’iceberg fino a tutto ciò che è sommerso. La musica e la figura del musicista, del cantante, dell’operatore dello spettacolo al tempo del Covid-19, messa a dura prova, anche a causa delle poche agevolazioni e sovvenzioni per questa categoria. Ti va di esporre le tue paure, esigenze in quanto musicista, operatore dello spettacolo e la tua opinione riguardo ciò che si andrà ad affrontare? Risponde Elisabetta Serio, musicista, pianista, compositrice: Tempi veramente duri per chi lavora nel mondo dello spettacolo. È vero che si ha più tempo a disposizione per realizzare tutte quelle cose […]

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Farewell To All We Know: ultimo album di Matt Elliott

Il 27 marzo è uscito, per la Ici D’Ailleurs, Farewell To All We Know, ultimo album del cantante folk Matt Elliott, alias Third Eye Foundation, che ha lavorato assieme a David Chalmin (arrangiamenti), Gaspar Claus (violoncello) e Jeff Hallam (basso). Si tratta di un album lento, malinconico, ma con la speranza sempre presente sullo sfondo. Questo si riflette nelle suggestive melodie, che ispirano questi sentimenti, e nello stile di Elliott, che sembra quasi che reciti una lenta poesia più che cantare. Farewell To All We Know si apre con What Once Was Hope, brano strumentale con ruolo predominante della chitarra, in un clima lento e velatamente malinconico. Segue Farewell to All we Know, omonima dell’album, in cui la malinconia passata sembra dissiparsi nella speranza di un futuro diverso. Si tratta di una lenta e lunga ballata che è allo stesso tempo un mesto addio a ciò che si conosce ed un invito a continuare a danzare, in cui il ritmo rallenta man mano tra arpeggi di pianoforte e chitarra per poi chiudere il brano in un crescendo che si smorza nel finale. Farewell To All We Know: profonde e lente ballate In The Day After That invece una voce calda e lenta avvolge l’ascoltatore in una melodia a base di chitarra, pianoforte ed archi, con le sue intenzioni per il futuro di prendere la vita così come viene, con gentilezza e senza cinismo. Nella successiva Guidance is Internal si torna ad una strumentale, più veloce e sognante della precedente What Once Was Hope, ma sempre velatamente malinconica e per certi versi anche più cupa. Con Bye Now si torna a brani cantati, andando stavolta decisamente su una musicalità lenta, sognante e quasi fiabesca, teatro di un triste addio ad una persona cara. Con la sua atmosfera malinconica dall’inizio tra archi, pianoforte e voce profonda segue Hating The Player, Hating The Game. È un brano sul senso della vita vista come un “gioco” che si è obbligati a fare seguendo certe regole e che finisce inevitabilmente con la morte: una riflessione su occasioni non colte, rimorsi per errori passati e sull’inevitabilità della morte. Can’t Find Undo è invece un brano molto particolare, con un’atmosfera cupa data dalle voci in sottofondo e dall’incalzare della musica della chitarra e degli archi, con il testo che si incentra sui cambiamenti, passati e presenti, e sulla loro irreversibilità. Aboulia descrive appunto una condizione di abulia: una resa al mondo, percezione della “fatica di vivere” e mancanza di volontà di cambiare, il tutto evidenziato dalla melodia particolarmente lenta e avvolgente. Nella seguente Crisis Apparition la sonorità si fa quasi mistica, con il protagonista che ha come una visione della sua casa in fiamme, simbolo della fine di un grande amore e del dolore e della rabbia che ne conseguono. A chiusura dell’album Farewell To All We Know troviamo The Worst is Over, brano che chiude con un messaggio di speranza, ripetendo che forse il peggio è finalmente finito, su di una melodia rilassata e priva di […]

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Ghemon presenta il nuovo album Scritto Nelle Stelle

Dal 24 aprile, finalmente disponibile su tutte le piattaforme “Scritto nelle stelle”, il 6° album solista di Ghemon, ultimo progetto del rapper /bluesman avellinese Dopo un’iniziale spostamento della data d’uscita (originariamente prevista per il 20 marzo), Scritto Nelle Stelle (Carosello Records / Artist First) giunge sul mercato discografico. Ormai a 3 anni dal suo ultimo lavoro, Mezzanotte, Ghemon  (pseudonimo di Giovanni Luca Picariello) ritorna con il suo inconfondibile stile e la naturale capacità di fondere rap, soul, blues, funky e cantautorato italiano in un solo elemento inscindibile. Il cantante aveva già ottenuto recensioni positive sia con i precedenti lavori, sia con la sua partecipazione al Festival di Sanremo del 2019. Atteso dai fan, lo spostamento dell’uscita e del relativo tour (dal 4 aprile con partenza a Napoli, Common Ground) non hanno fermato l’artista campano, che arriva con un disco d’impatto, orecchiabile ma che non stanca, grazie anche al lessico ricercato e alle sonorità che variano dal jazz alla disco. Tra instore digitali, videoparty ufficiali e tracklist ipotetiche L’artista ha dimostrato un attaccamento ai fan non scontato, organizzando dirette Instagram e chiamate singole con coloro che hanno preordinato l’album. Sulla stessa frequenza è il video ufficiale del terzo singolo Buona Stella, visibile su Youtube. Il video risulta infatti essere un collage di numerose videochiamate di amici, fan e componenti della band intenti a cantare il brano, ciascuno nella propria casa, riuscendo a trasmettere un grande senso di positività e leggerezza che in questo momento risultano sicuramente non scontati, permettendoci una riflessione sul ruolo della musica anche in situazioni fuori dal comune come quella attuale. Durante la fase di rilascio dei singoli, l’artista aveva poi pubblicato sulla sua pagina Instragram diversi video in cui, raccontando il disco e la sua genesi, come un moderno Pollicino seminava briciole della tracklist da far indovinare ai suoi fan nei commenti, ricompensando i più intuitivi con pass backstage da utilizzare durante il tour. Track by track di Scritto Nelle Stelle: un incontro atteso tra rap e soul Il nuovo lavoro mette a nudo Ghemon come artista e persona, attraverso un album che ha come tema principale l’amore, le sue cause e relative conseguenze. Questioni Di Principio è il brano di apertura, già conosciuto in quanto primo singolo che il cantante aveva diffuso. Un’analisi pungente che l’artista compie su di sé, spingendosi a non accontentarsi o giustificarsi musicalmente e umanamente. In Un Certo Qual Modo: secondo brano, altro singolo. Ghemon tenta (e i numeri streaming gli danno ragione) la hit. La canzone ha chiare influenze disco, con un ritornello che entra in testa e fatica ad uscirne. Nel terzo brano Champagne, il cantautore ripercorre i passi di una vecchia storia conclusasi, brindando alla fine della relazione su una produzione estremamente funky. Segue nella tracklist Due Settimane, che riprende le vicende di un quotidiano diverbio di una coppia; traccia aiutata da una base particolarmente ricca, che rimanda ancora una volta alla disco anni ’70. Cosa Resta Di Noi è forse il lavoro più riuscito della prima parte dell’album . […]

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Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani

Itaca Reveski – 20:venti, una canzone scritta a cento mani Gianmarco Ricasoli, compositore, produttore e chitarrista romano è l’ideatore di 20:venti, un brano che uscirà il 3 maggio sulle piattaforme digitali, pensato, scritto e composto da più di cento mani durante il periodo di quarantena. Utilizzando come social instagram, Gianmarco ha proposto di scrivere una canzone insieme ai suoi followers, rendendoli protagonisti del brano: attraverso diverse fasi di creazione, il popolo di instagram ha potuto votare riff di chitarra, proporre parole e pensieri per la costruzione di strofa e ritornello, scegliere quale testo fosse più adatto per mettere nero su bianco le emozioni del momento storico che stiamo vivendo. Il progetto si è sviluppato in diverse settimane di lavoro ed uscirà sotto il nome di Itaca Reveski, alter ego artistico di Gianmarco; 20:venti sarà accompagnato da un video, che ancora una volta vedrà partecipare la community di instagram. 20:venti, l’intervista a Gianmarco Ricasoli Scrivere una canzone con l’aiuto dei followers di Instagram. Come nasce l’idea e come hai strutturato l’organizzazione: riff, testo, elaborazione di 20:venti? L’idea nasce un po’ per caso, come quelle idee che quando ti sfiorano per la prima volta, è come se fossero state lì da sempre. Dopo una diretta Instagram all’inizio della quarantena mi è apparso questo pensiero nella mente, “e se invece di fare live streaming mentre suono facessi una live streaming in cui scriviamo un pezzo tutti insieme?”. Poi l’idea si è evoluta e ha cambiato formato, inizialmente ho fatto una storia dove chiedevo di scegliere tra due riff musicali per scrivere una canzone tutti insieme. Pian piano si è evoluta ed è diventata: scelta tra i riff di introduzione, strofa, ritornello, special; pensieri, sensazioni, frasi ed emozioni attraverso il box “scrivi qualcosa” nelle stories (ho guidato tutti attraverso una fase intermedia chiamata “emotional workout” in cui parlavo di film o serie tv che mi ricordavano le emozioni che stiamo vivendo); dopo aver organizzato tutte le frasi e creato quattro testi diversi con le frasi di tutti, torneo tra i testi con due semifinali e una finale. Scelta del titolo con brainstorming collettivo in diretta Instagram e poi sondaggio tra due opzioni. Cosa è significato per te lavorare “da solo” supportato dalle mani e dalle idee di tante persone diverse? Quali sono state le sfide più complesse e quali invece i punti di forza che ti hanno reso sicuro che questa fosse una buona idea? Non ti nego che in certi momenti ho pensato di non potercela fare. Nella fase musicale è stato tutto molto fluido, io creavo due riff e le persone sceglievano quale gli piaceva di più, pensando che sarebbe dovuto venire dopo quello scelto il giorno prima. Nella fase della scrittura del testo ho ricevuto più di 100 frasi. Ho pensato “cavolo, mi sa che mi son messo nei guai, ma guai grossi!”. Ho preso un quaderno, da IG ho ricopiato tutte le frasi, una ad una, per sentirle “mie”. Già questo processo mi ha aiutato a sciogliere dei nodi che […]

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Stanza del rumore, intervista alla band veronese

In occasione dell’uscita del loro album omonimo, il gruppo rock Stanza del rumore ha rilasciato un’intervista a Eroica Fenice. Sotto il nome di Stanza del rumore suonano quattro ragazzi di Verona: Pierpaolo Pattaro (voce e chitarra), Martino Posenato (chitarra e seconda voce), Lorenzo Girardi (basso e cori) e Nicola Zonato (batteria). L’album omonimo, uscito a gennaio e anticipato dal singolo L’idea che ho di me, incuriosisce fin dal primo momento per i forti e coinvolgenti ritmi rock, nonché per la freschezza dei testi. Per Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il bassista Lorenzo, che ci ha rivelato alcune curiosità e dettagli riguardo l’album e i progetti musicali della band. Stanza del rumore, intervista a Lorenzo Girardi La prima cosa che ti chiedo riguarda il nome del vostro gruppo, “Stanza del rumore”. Che significato ha per voi? “Stanza del rumore” è per noi una nuova casa, uno spazio disordinato dove riusciamo a dare un senso alla nostra voce attraverso la nostra musica. È un nome che abbiamo cercato e voluto tanto e che ci piace tantissimo. Ascoltando il vostro album si rimane piacevolmente colpiti dal sound energico, che si richiama molto (correggimi se sbaglio) all’hard rock e al punk. Forti anche della vostra precedente esperienza con il progetto Days Before July, sentite di essere maturati rispetto al passato? Ci sono molte influenze nel nostro sound, tra queste si fanno spazio anche il rock e il punk, ci ispiriamo molto musicalmente a gruppi di matrice britannica ma cercando di mantenere una forte identità italiana. Days Before July siamo sempre noi, ma dopo 10 anni è un vestito che non ci rispecchiava più. Cambieremo sicuramente nel futuro, ma la cosa che ci contraddistingue rispetto ad allora è la consapevolezza di chi siamo, cosa che forse in quegli anni era improbabile avere. Per collegarmi alla domanda precedente, quella che sto per farvi mi sembra d’obbligo: quali sono gli artisti e i gruppi a cui vi siete maggiormente ispirati? Come dicevo in precedenza musicalmente prendiamo molta ispirazione dal Brit-rock a partire dai Beatles fino ai più recenti Muse e Biffy Clyro, per quanto riguarda invece l’Italia adoriamo il cantautorato e band come Ministri, FASK, Gazebo Penguins. Per quanto riguarda le canzoni, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album è “L’idea che ho di me”. Ascoltandolo si rimane piacevolmente colpiti dalle sonorità, che forse non si sentivano da parecchio sulla scena italiana. Siete soddisfatti del risultato? Noi sicuramente ci sentiamo pienamente soddisfatti dal brano, l’abbiamo scelto come singolo perché ci sembrava comunicasse in maniera diretta chi siamo e cosa vogliamo fare. Sempre riguardo le canzoni, voglio farti una domanda un po’ particolare sui testi. Se dovessi sceglierne uno o due che secondo te sono molto rappresentativi per la band, la tua scelta su quali ricadrebbe? Al risveglio e Correnti. Sono stati due pezzi chiave per capire a fondo il fil rouge che unisce i brani di questo album. Un pezzo per reagire e uno per ricominciare. Ultima domanda: nel futuro de la Stanza del rumore […]

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Chris Obehi, musica come umanità unita | Intervista

Chris Obehi, in occasione della pubblicazione di OBEHI, ha risposto ad alcune domande. Leggi qui la nostra intervista! Chris Obehi lancia il suo album d’esordio per 800A Records. Il titolo è OBEHI che in dialetto Esan vuol dire “mano dell’Angelo”.  L’album è un viaggio di 30 minuti in cui vengono racchiuse tante storie, ed in primis quella di Chris e dell’Africa che vuole raccontarci. Chris intraprende nel 2015 il suo viaggio per l’Italia, un viaggio che dura 5 mesi e durante il quale è stato incarcerato in Libia. Ancora minorenne, si stabilizza poi a Palermo dove continua a coltivare la sua passione per la musica frequentando il Conservatorio di Palermo. La storia che ci racconta è quindi materia viva, ricca di emozioni e bellezza. Grazie alla campagna crowdfunding su ProduzionidalBasso è stato possibile realizzare l’incisione dell’album, uscito venerdì 20 Marzo. In esso si alternano il pop al funk, percussioni e bassi che riportano all’afrobeat e il reggae. È un viaggio a tuttotondo sia nello stile musicale sia nella potenza narrante dei testi. Con Chris abbiamo parlato anche di plurilinguismo, umanità e ispirazione. Lasciamo direttamente la parola a Chris Obehi e ai suoi racconti. Ciao Chris, prima di tutto vorrei ringraziarti di aver accettato questa intervista. Da ex-studentessa di lingue vorrei subito partire con una domanda che mi è venuta in mente durante l’ascolto del tuo album. Nella canzone 100% Amore  hai cantato in almeno quattro lingue diverse. In che modo vivi e utilizzi il tuo plurilinguismo? Pensi che la commistione di più lingue possa descrivere al meglio le emozioni  che esprimi nei tuoi testi? Il mio plurilinguismo è l’espressione di me stesso e come lo utilizzo nella mia vita di tutti i giorni, lo uso anche in musica. Ciò che mi piace fare è mischiare più lingue all’interno della stessa canzone, perché esprimono me stesso. Credo infatti che usare diverse lingue all’interno dei miei testi possa unire le persone, perché la musica è per me uno strumento d’inclusione, che riesce ad avvicinare persone di background culturali diversi. Non scelgo la lingua più adatta per ogni mia canzone ma semplicemente scrivo nella lingua in cui mi sento di scrivere. Ci sono alcune canzoni dove la scelta della lingua non si pone, come con Mr Oga che non poteva che essere in pidgin per seguire la tradizione dell’afro-beat. Altre invece, come Non siamo pesci, dove la scelta della lingua è dettata dal messaggio che la canzone vuole dare. In questo caso, Non siamo pesci è stata ispirata dall’ esperienza che ho vissuto durante la traversata del Mar Mediterraneo. Volendo lanciare un messaggio a sostegno dei diritti umani, mi è venuto spontaneo scriverla in italiano, anche se quando l’ho scritta non era certo la lingua che padroneggiavo meglio. Walaho invece l’ho scritta in Esan, la mia lingua madre, perché è una canzone dedicata alla mia mamma. Tutte le lingue in cui scrivo i testi delle mie canzoni le considero parte di me. Inoltre nell’album c’è anche una traccia in siciliano, Cu ti lu […]

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