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Eroica Fenice

La categoria Cinema e Serie tv contiene 443 articoli

Cinema e Serie tv

Curon, la vera storia della nuova serie italiana di Netflix

Curon, la serie italiana Netflix, si è piazzata fin da subito tra quelle più viste nel mese di giugno. Ottimi risultati anche in Germania e nel mercato latino-americano. Riscontri positivi anche in America, dove “Decider” nella sua rubrica Stream it or skip It, l’ha promossa a pieni voti. La prima cosa che salta all’occhio è senz’altro la sua ambientazione: la cittadina di Curon, un affascinante paese di Bolzano, ormai sommerso per metà. La trama di Curon Anna Raina, giovane madre di due gemelli adolescenti, torna dopo 17 anni nel paese dov’è cresciuta. L’accoglienza del padre Thomas, un uomo cupo e minaccioso che vive in un hotel abbandonato, e della comunità, arrabbiata con i Raina sin dai tempi della costruzione della diga, è decisamente ostile. Anche Daria e Mauro, i due gemelli, dovranno lottare per inserirsi nella nuova realtà ed essere accettati dai compagni di scuola. Quando Anna scompare, i gemelli partono alla sua ricerca. Diversi colpi di scena si susseguiranno, fino ad arrivare all’epilogo dove uno dei personaggi cardini della serie, con una frase darà la spiegazione finale a tutto: “Dentro di noi vivono due lupi. Uno è il lupo calmo, gentile. L’altro è il lupo oscuro, rabbioso, spietato”. Interpreti e addetti ai lavori La serie tv, scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, è stata diretta da Fabio Mollo e Lyda Patitucci. Tra i protagonisti principali compare Federico Russo, la cui carriera è legata principalmente alla serie “I Cesaroni”, dove interpretava il più piccolo della famiglia. Grande lancio anche per Margherita Morchio, che interpreta sua sorella Daria. Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, spiccano anche Alessandro Tedeschi (Albert), Juju Di Domenico (Miki), Valeria Bilello (Anna Raina) Giulio Brizzi (Giulio), Max Malatesta (Ober) e Luca Castellano (Lukas). Una serie di giovanissimi esordienti e non, che insieme agli addetti ai lavori hanno ideato ed interpretato una storia senza precedenti. La vera storia di Curon Quella che sembrerebbe una vecchia città come le altre, è un luogo intriso di mistero e storia. La serie è ambientata, infatti, in Curon Venosta, un comune di poco più di 2000 abitanti in provincia di Bolzano. Nella cittadina sorge il lago Resia, un bacino artificiale nato per la produzione dell’energia elettrica. Nel 1939 il consorzio Montecatini chiese di realizzare la diga che prevedeva l’innalzamento dell’acqua da 5 a 22 metri. A fermare tutto, compresa la preoccupazione dei cittadini, fu la Seconda Guerra Mondiale che bloccò la realizzazione della diga. Per la sua realizzazione nel 1950 il paese venne inondato, e i suoi abitanti dovettero abbondare le loro case e gli averi, per trasferirsi più a monte. Furono 677 gli ettari di terreno allagati, sfrattando circa 150 famiglie. L’unica cosa rimasta in piedi fu il campanile della vecchia chiesa, risparmiato poiché sotto la tutela dei beni culturali, essendo risalente al 1300. La distruzione della vecchia Curon non fu semplice e furono molti i malesseri generati da tale decisione. Il tema della rivalità fra italiani e tedeschi, viene infatti, ripreso anche nella serie. Niente […]

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Attualità

Via Col Vento, rimosso dal catalogo HBO: il caso

La HBO rimuove dal suo catalogo Via Col Vento dopo le accuse di razzismo mosse al colossal del 1939. Vento di Tempesta Sono davvero in pochi (sciagurati!), a non aver mai visto Via Col Vento. Il film di Victor Fleming, con uno straordinario Clark Gable e una superba (e a tratti odiosa) Vivien Leigh è ancora oggi un’icona del cinema mondiale. Rhett Butler e Rossella O’Hara sono due figure che difficilmente si faranno dimenticare: la loro storia d’amore/odio, fatta di tragedie, di lotte e risentimenti è sicuramente una delle migliori espressioni di quel cinema Hollywoodiano che, si può dire con trasparenza, non esiste più. Il saccheggiatore dei Premi Oscar del 1940 ( ben 8 premi vinti su 13 nomination, più due premi speciali) non ha mai smesso di appassionare i suoi spettatori, che ancora oggi si lasciano trasportare nel 1861 e rivivono le passioni, i dolori e le tensioni dei diversi protagonisti. Non a caso, parliamo di uno dei maggiori successi commerciali di sempre, inflazione permettendo. Eppure, anche Via Col Vento non è intoccabile, anzi. Proprio perché esponente maggiore dei tanti lavori prodotti dalla Mecca del Cinema, è stato spesso oggetto di critiche. Mai però si era arrivati a quanto successo negli ultimi giorni. In seguito infatti alle forti contestazioni e al momento sociale sicuramente difficile dopo il caso di George Floyd, l’America vive inevitabilmente una crisi profonda che scuote l’intero Occidente, e che nelle sue scosse sismiche non risparmia nemmeno gli edifici più solidi. Numerose infatti sono state le accuse promosse nei confronti dell’opera. Il film, ambientato come già ricordato nel 1861, ripercorrendo le intere vicende della guerra civile americana, non può che essere specchio di evidenti stereotipi razzisti, con episodi espliciti e con atteggiamenti che a tutto fanno pensare tranne che a posizioni paritarie per la popolazione di colore. Tale motivazioni hanno spinto la HBO a rimuovere dal catalogo la tormentata storia d’amore di Via Col Vento, non senza qualche riserva. Da segnalare, poi, che anche altri lavori sono entrati nel mirino dei contestatori: la serie ‘Cops’, il reality show che elogia la polizia mostrando i suoi inseguimenti e il blocco dei sospettati, è stato cancellato dopo 33 stagioni a seguito delle numerose critiche. Via Col Vento: dalla trama al caso Rivolgendoci ancora a quei pochi (che non saranno però più perdonati dopo la lettura del presente articolo) che non hanno ancora visto Via Col Vento, risulta difficile sintetizzare gli intrecci che ruotano intorno alla bella Rossella O’Hara, ma ci proveremo, senza rivelare troppo delle tre ore (quasi quattro) di film. Partendo dal 1861, alle porte dell’imminente scontro americano, Via Col Vento narra le vicende di un’incantevole e fin troppo vivace ragazza del Sud, Rossella O’Hara, figlia di buona famiglia, e delle vicende amorose che segneranno la sua vita. Innamorata perdutamente di Ashley Wilkes (Leslie Howard), rimarrà profondamente delusa dalla notizia delle nozze di quest’ultimo con Melania Hamilton (Olivia de Havilland), nonostante le promesse d’amore del giovane ragazzo. Complice un fortuito incontro con Rhett Butler (Clark Gable), e l’imminente […]

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Da 5 Bloods è l’America di oggi secondo Spike Lee

Da 5 Bloods è l’ultimo film di Spike Lee. “La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani..” Martin Luther King “A Spike Lee joint” è tra le citazioni più identificative e riconoscibili del panorama odierno della settima arte. Guardare un film che riporti quest’affermazione, nei titoli di testa e di coda, equivale a vedere un prodotto dall’impatto emotivo e sociale pressoché certo. BlacKkKlansman, Fa’ la cosa giusta, Malcolm X hanno difatti formato e sensibilizzato generazioni intere ai temi dell’ingiustizia sociale, della segregazione e del razzismo. Spike Lee, più che una vasta produzione cinematografica, potrebbe per l’appunto fregiarsi di un catalogo che rasenta lo storicismo per accuratezza, dedizione alla causa ed importanza artistica. Dopo aver mostrato il dramma dei soldati afroamericani con lo stroncato Miracolo a San’Anna, il regista di Atlanta, con Da 5 Bloods-Come Fratelli questa volta ha scelto la guerra più mediatizzata e cinematografica di sempre: la guerra del Vietnam, con il suo bagaglio di Việt Cộng, comunisti e anticomunisti, Ho Chi Minh, Richard Nixon e Lyndon Johnson e che paiono letteralmente appartenere ad un’altra epoca. Ma è proprio l’estrema attualità e attinenza ai giorni nostri a rappresentare al contrario l’aspetto più interessante di Da 5 Bloods. Il film, prodotto da Netflix e girato da Lee un anno fa, calza perfettamente a pennello con le proteste e le rivolte afroamericane delle ultime settimane per la morte di George Floyd. Un fatto di cronaca angosciante che ha mostrato ancora una volta come gli Stati Uniti non abbiano ancora fatto i conti con il problema intrinseco del razzismo sistemico. Lee, che ha quasi sempre scelto temi politici e sociali per i suoi film, ha così rivoltato completamente una sceneggiatura che girava ad Hollywood dal 2013 e che in origine era destinata ad Oliver Stone. Un film che sarebbe risultato praticamente già visto e sentito, con protagonisti e reduci bianchi alla ricerca di un tesoro nel Vietnam dove avevano combattuto la guerra cinquant’anni prima, pur nelle sapienti mani dell’ottima regista di Platoon e Nato il 4 luglio. Invece Da 5 Bloods è il primo film ad alto budget a raccontare la storia degli afroamericani mandati a combattere una guerra che, come e più di tutti gli altri, non era neanche la loro. Se nella popolazione americana essi rappresentavano infatti l’11% del totale, in Vietnam il 31% dell’esercito era completamente black. A Spike Lee joint Da 5 Bloods è dunque un coraggioso pretesto per fronteggiare tematiche diverse da quelle che potrebbero emergere dalla visione del trailer o da uno sguardo superficiale alla trama. La guerra, la violenza, la morte fanno sì parte del racconto corale di Lee ma non sono il motivo di interesse principale del regista di Atlanta: la storia […]

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Skam Italia, la serie cult che parla al cuore dei giovani

La quarta stagione di Skam Italia è giunta su Netflix il 15 maggio e in pochissimo tempo è divenuta un’amatissima serie di culto. Skam, prodotto seriale norvegese che ha sbancato in tutto il mondo, è ormai un fenomeno di culto anche in Italia. La quarta stagione, prodotta da Tim Vision e Netflix, è stata distribuita il 15 maggio ed è già stata letteralmente presa d’assalto, divorata da migliaia di adolescenti e non solo. Skam Italia è infatti una serie estremamente interessante e godibile anche da parte chi, a quelle dinamiche giovanili cui comunque tutti abbiamo avuto a che fare, è oramai estraneo per questioni anagrafiche. Temi quali l’omosessualità, l’integrazione, il rapporto tra le religioni, le malattie mentali, il revenge porn, spesso tabù nell’Italia contemporanea o comunque trattati con superficialità, trovano difatti ampio riscontro nelle quattro stagioni della versione italiana. Un successo strepitoso e che profila all’orizzonte, covid-19 permettendo, la produzione di una quinta versione. Skam Italia. Uno spaccato della gioventù nostrana in tutte le sue sfaccettature Sono in particolare due le stagioni che rispecchiano maggiormente quanto finora detto, a proposito di Skam Italia: la seconda e la quarta. Se la prima e la terza si perdono troppo facilmente negli stereotipi del teen adolescenziale e di conseguenza attecchiscono più difficilmente a un pubblico ampio, va comunque dato atto al prodotto, pur nelle sue fase iniziali, di mettere in scena un coraggio che raramente si è riscontrato in altre produzioni italiane dello stesso genere. Skam Italia, per il suo realismo, per la sua fedeltà ai fatti mostrati, per il suo essere cinico nella rappresentazione dei fatti, dovrebbe essere visto anche da chi non appartenesse a quella fascia d’età e vorrebbe capire di più sui giovani d’oggi. Specie a partire da quei genitori che con così tanta difficoltà riescono a crescere i figli nella suddetta fase e la cui assenza, o comunque presenza negativa, così tanto influisce sulla costruzione della personalità dei ragazzi. Skam Italia è costruita come una serie quasi antologica per il suo ruotare attorno a protagonisti diversi per ciascuna stagione. Eva ed Eleonora, tipiche adolescenti romane, sono le protagoniste della prima e della terza stagione, ed in particolare al centro della vicenda vi è il loro rapporto conflittuale con gli ipotetici fidanzati, rispettivamente Giovanni ed Edoardo. Teenager “normali”, specie se confrontate rispetto ad altri coetanei della serie dalla biografia forse più complessa, avranno comunque a che fare con i loro dilemmi esistenziali, che così tanto gravosi paiono a quell’età e poi magari scemano con il tempo. La serie è comunque preziosa per affrontare con coraggio e senso della realtà l’ambiente del liceo, troppo spesso stereotipato e trattato con superficialità nel nostro paese, perlomeno in prodotti analoghi. I sentimenti come l’amore e la paura cambiano nettamente da una generazione all’altra, così come i mezzi con cui questi vengono espressi. Prima di Skam difficilmente si era vista in Italia una serie parlare di Instagram come metodo di approccio o di Jamie XX ed Earl Sweatshirt come nuovi idoli musicali. Ma più in […]

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I miserabili di Ladj Ly sbarca in Italia

Diretto da Ladj Ly, I miserabili è una pellicola francese in bilico tra il filone della denuncia sociale e quello delle pellicole d’azione. “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini:  vi sono soltanto cattivi coltivatori.” (Victor Hugo, Les Misérables) Alain Juppé, primo ministro francese durante l’iniziale presidenza Chirac, all’uscita del film L’odio (L’Haine) organizzò una proiezione speciale per i membri del suo dipartimento nel 1995. Gli agenti, in segno di protesta, voltarono le spalle per manifestare il loro dissenso nei confronti della scelta dell’esecutivo. La pellicola cult diretta da Mathieu Kassovitz fu infatti duramente accusata di aver ritratto in modo troppo brutale il mondo della polizia e e delle forze dell’ordine. Sono in tanti ad aver comparato L’odio e I Miserabili, film di Ladj Ly e finalmente distribuito anche in Italia, on demand, sulle piattaforme Miocinema.it e Sky Primafila. Vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, si avvale dell’interpretazione di alcuni fra gli attori emergenti del cinema francese (Damien Bonnard, Alexis Mannenti e Djibril Zonga). I Miserabili, sinossi del film I Miserabili è la storia dei primi giorni di fuoco del poliziotto Ruiz, ultimo arrivato nel commissariato parigino turno. Incontrando i nuovi compagni Chris e Gwada scoprirà pian piano le tensioni e le lotte, sociali e quotidiane, che contraddistinguono la cittadina di Montfermeil, banlieue est di Parigi. La stessa Montfermeil, dove a mano a mano Hugo fa muovere i suoi personaggi attorno alla taverna dei Thénardier, punto di contatto più diretto e immediato con il classico della letteratura d’oltralpe. Il film si apre con i festeggiamenti francesi per la vittoria del Mondiale 2018. Migliaia di persone si riversano, prima e dopo la finale poi vinta con la Croazia, per i boulevard parigini e nella Place du Trocàdero. Una massa indistinta di anime, di misérables tra cui è possibile riconoscere lo stesso Ruiz, che giungono con ogni mezzo a disposizione e da ogni periferia in quello che, per il 15 luglio di quell’anno, sarà il centro del mondo. Almeno per qualche ora, ansie, tensioni e lotti sociali e quotidiane vanno in secondo piano e le vicende di Mbappé, Dembélé e compagni, direttamente dallo stadio Lužniki di Mosca, avranno la meglio. La scena si sposta successivamente sul primo giorno di lavoro di Ruiz, e da qui partono le vicende che daranno luogo allo sviluppo de I Miserabili. Ladj Ly predilige un uso quanto più realistico possibile del mezzo cinematografico, ed è questo che permette di ascrivere I Miserabili a pellicole come L’odio e al filone del cinema di denuncia. Il film non patteggia per nessuna tra le parti in gioco, non sta né dalla parte dei più forti e né tantomeno da quella dei vinti, lasciando allo spettatore la più totale interpretazione dei fatti mostrati. Una scelta coraggiosa, inusuale per i nostri tempi e che trova la propria summa nel meraviglioso finale corale, tra i più sorprendenti degli ultimi anni. Tra denuncia sociale e azione frenetica “Salam-Aleikum” esclamano spesso le minoranze musulmane della periferia di Montfermeil: “Che la […]

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Sabine De Barra: la giardiniera del Re Sole

Sabine De Barra: un personaggio che anticipa la storia Cosa accadrebbe se un architetto di paesaggi, figlio di un famoso giardiniere di corte, per cui “anche l’anarchia è agli ordini del Re e il caos deve attenersi al bilancio” ricevesse dal suo sovrano l’incarico di realizzare i giardini di Versailles, “una finestra sulla perfezione, così le persone potranno vedere il meglio di loro stessi”, dove sta per trasferirsi il Re Sole con la sua corte? Cosa accadrebbe se il Re chiedesse a questo architetto, cresciuto a pane e classicismo, qualcosa di diverso, qualcosa che si allontanasse dalla placida monotonia del già visto e che offrisse un diletto con cui colmare il vuoto offerto dalla corte reale? Cosa accadrebbe se la scrivania di questo architetto, sfinito dal paragone con l’illustre genitore, dalla fretta, dal bilancio reale e da un matrimonio imposto in cui si pretende la sua fedeltà senza riceverla in cambio, fosse presa d’assalto da progetti che ripropongono solo ed esclusivamente la stessa cosa: ordine? E se poi arrivasse lei, Sabine De Barra. Il caos? Con questa premessa prende il via la pellicola di Alan Rickman Le regole del caos del 2014, basata su fatti parzialmente accaduti alla corte del Re Sole, per imbastire una storia che va al di là della semplice vicenda d’amore tra i due personaggi principali, per mettere in gioco le coincidenze degli opposti ma, soprattutto, per celebrare lei, la regina indiscussa della pellicola, su cui si regge tutta la dinamica narrativa, con tutti i risvolti interpretativi possibili: Sabine De Barra. Le regole del caos: la trama Anno 1682. L’architetto di paesaggi André Le Nôtre è l’artista a capo dei lavori per la realizzazione dei giardini di Versailles. Gli resta l’ultimo da assegnare, quello che in seguito verrà conosciuto come il Bosquet de Rocailles, una sala da ballo a cielo aperto con fontane e giochi d’acqua, storicamente realizzata dallo stesso Le Nôtre tra il 1680 ed il 1683. Tra i vari candidati, decide di commissionare questo “giardino delle rocce” a una paesaggista inconsueta, Sabine De Barra, che lo colpisce proprio perché profondamente diversa da tutti gli altri, con la segreta speranza di presentare al Re Sole una contaminazione di idee così diverse dal classicismo da sbalordire il Re, l’intera corte dell’epoca e le generazioni future. Il lavoro gomito e gomito, la complicità, la scoperta della personalità dell’altro, in una cornice quale può essere la sontuosa ricostruzione storica della corte di Versailles, con un Luigi XIV ormai stanco, invecchiato e soverchiato dalle formalità da lui rese modo di vivere, guideranno i due personaggi in una storia d’amore, movimentata dagli intrighi della moglie gelosa di Le Nôtre, dalla confusione di Sabine De Barra, che dovrà districarsi a corte, dal suo bizzarro incontro con il re in persona in un anonimo vivaio dove le regole sociali verranno per un momento abbattute e dalla passione che questa donna tormentata mette nel suo lavoro. La cornice storica André Le Nôtre, nato a Parigi nel 1613 e morto nella capitale francese nel 1700, è considerato il creatore del giardino […]

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Easy, Chicago e relazioni sotto la lente di Joe Swanberg

Easy: la nuova stagione della nota serie tv su Netflix! Easy non è una serie come le altre. Assolutamente. Innanzitutto per il cast: un cast corale che comprende attori e attrici del calibro di Orlando Bloom, Elisabeth Reaser, Emily Ratajkowski. In secondo luogo, per la lavorazione che ha condotto all’uscita delle tre stagioni su Netflix: l’autore, produttore e regista Joe Swanberg (uno degli inventori del cosiddetto filone “mumblecore“, caratterizzato da improvvisazione dei dialoghi, recitazione naturalistica e un uso ridotto di location) ha tenuto segreto il tutto per molto tempo, rendendolo pubblico solo al termine delle riprese. La sua intenzione era quella di filmare, almeno la prima stagione, in completa libertà, senza senza essere osservato, girando la città di Chicago in lungo e in largo e con la possibilità di improvvisare ciò che stava prendendo corpo sul set. Proprio di Chicago è, infatti, il ritratto che, nonostante la coralità delle storie raccontate, l’autore intende realizzare. Una scelta comunque inusuale nel mondo delle serie tv, dove gli scenari preponderanti sono New York e Los Angeles. E ancora, Easy non è una serie come le altre perché è una serie antologica: ogni episodio è a se stante (può essere visto indipendentemente dalla volontà di completare l’intera stagione), e ogni episodio ha un titolo realizzato con stile e immagine differenti. Esplora le vicende di personaggi diversi che si destreggiano tra l’amore, le relazioni, la tecnologia e i problemi quotidiani della vita adulta. Una coppia con due figli che cerca una nuova intesa sessuale riappropriandosi di ruoli di genere stereotipati e convenzionali; una ragazza che si innamora di una vegana e prova a seguire il suo stile di vita per non sentirsi inferiore; due fratelli che realizzano una piccola distilleria di birra illegale; una coppia che cerca di avere un figlio, con l’intrusione di un amico (ed ex ragazzo della moglie); un “graphic novelist” di mezza età che si confronta con una “selfie artist”; una coppia di bell’aspetto che cerca di rivitalizzare la propria vita sessuale attraverso l’uso dell’app Tinder. Si tratta di trame moderne, spesso introspettive, anche provocatorie, sicuramente riconducibili a momenti di vita di coppia che moltissimi vivono quotidianamente, e che catturano le paure di entrambi i sessi, l’infedeltà, il terrore per il futuro, senza che emerga però alcun punto di vista giudicante. Lo strumento di analisi è il sesso, in tutte le sue forme, come semplice divertimento, come dovere coniugale da risanare disperatamente, come tabù da rompere, adultero, sicuro e incerto, etero e lesbico, a pagamento. In ogni caso, le diverse scene non hanno alcun filtro, con una verosimiglianza in cui è facile immedesimarsi, e sono state premiata dalla critica come “sex positive“. Infine, Easy è anche denuncia sociale, con uno sguardo alle tecnologie che rasentano l’assurdo, che incentivano la mera apparenza a discapito di un’etica che risulta necessaria nelle parole, ma mai coerente nei fatti. E Swanberg è molto attento nel suo approccio alle diversità che intende rappresentare: Danielle MacDonald, ad esempio, non appare in alcun modo come “cicciona emarginata”, ma come teenager […]

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Insatiable: nessun futuro per la serie Netflix su Patty Bladell

“Insatiable” sì, “Insatiable” forse, “Insatiable” no. Alla fine no, non ci sarà un futuro per la serie Netflix, ma forse… forse, vale la pena parlarne comunque. Premessa: chi scrive ha assolutamente amato la serie, così come tutto il genere “divertente”, che rasenta l’assurdo, con un pizzico di black humour. Il pacchetto è arrivato dagli Stati Uniti nel 2018, ideato da Lauren Gussis (con alle spalle titoli come “Dexter” e “Once upon a time”) e diretto da Julie Hampton. Protagonista è Debby Ryan, una giovane attrice e cantante di Huntsville, Alabama. Immediata è stata anche la diffusione della seconda stagione, nell’ottobre del 2019, dopo la quale Netflix ha deciso definitivamente di cancellare la produzione. Ma andiamo con ordine. Patty Bladell è un’adolescente con problemi di sovrappeso, bullizzata dagli altri studenti che frequentano la sua scuola. A farle da “spalla”, una madre un tantino “evanescente” e un’amica lesbica, Nonnie, che ha in comune con la protagonista un’inarrestabile passione per Drew Barrymore. A invertire le sorti della giovane Patty è un incidente che le causa un ricovero e l’impossibilità di mangiare cibi solidi per tre mesi. Patty perde trentasei chili e diventa bellissima ma soprattutto con un’insaziabile sete di vendette per tutte le torture subite. In particolare, diventano ben presto la sua ossessione principale i concorsi di bellezza, ai quali partecipa grazie al sostegno di quello che è a tutti gli effetti il co-protagonista della serie, l’avvocato Bob Armstrong. Addirittura, secondo Mark A. Perlgard del “Boston Herald”: “Patty è importante ma non è il piatto principale di “Insatiable”. Stranamente e in modo cruciale, il suo punto di vista spesso si perde, ignorato o trascurato, almeno nei primi episodi. Il fulcro di questa commedia oscura è Bob Armstrong“. “Insatiable” è stata ispirata da un articolo dello scrittore Jeff Chu, “The Pageant King of Alabama”, pubblicato sul “The New York Times Magazine”. Chu ripercorre la storia di Bill Alverson, un avvocato statunitense che ha “allenato” moltissime reginette di bellezza, vincitrici dei più importanti concorsi americani. In aggiunta a quelle di Alverson, diverse vicende del racconto si basano sulle esperienze adolescenziali della stessa Gussis. Tuttavia, nel mese di luglio del 2018, più di centomila persone hanno firmato una petizione online su Change.org per chiedere a Netflix di cancellare la serie, accusata di “fat-shaming”, ovvero di derisione nei confronti di persone in stato di sovrappeso/obesità. L’attrice Alyssa Milano, che interpreta il ruolo di Coralee, moglie di Bob Armstrong, ha risposto su Twitter: “Non stiamo svergognando Patty. Stiamo affrontando (attraverso la commedia) il danno che si verifica dal fat-shaming”. E insomma, chi scrive non può che dirsi d’accordo.   Foto in evidenza: https://www.netflix.com/it/title/80179905

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The Last Dance, ultimo tango a Chicago

The Last Dance, l’ultima annata di Jordan e compagni. Chicago, Illinois, primavera del 1998. Allo United Center vanno in scena le ultime partite di quella che è, secondo giudizio unanime, la miglior squadra di pallacanestro di tutti i tempi. I Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman, quelli che a fine stagione riusciranno nel secondo three-peat, una delle fatiche più incredibili della storia dello sport professionistico americano e non solo. La vittoria, in sequenza e per ben tre anni di fila (’96, ’97, ’98), del titolo NBA, il campionato di basket americano. Un’impresa inimmaginabile e che sancirà il definitivo ingresso di quella squadra nell’Olimpo della narrazione sportiva. The Last Dance è il racconto di quell’incredibile, ultima annata, di Jordan e compagni. Co-prodotto da ESPN e trasmesso, al ritmo di due puntate settimanali, da Netflix nell’ultimo mese, la docuserie si avvale di contributi inediti, ad oltre vent’anni di distanza dalla stagione NBA ’97-’98. La premessa, nell’analizzare un prodotto del genere, è di quelle scontate, ma necessaria. Scrivere, analizzare, raccontare qualcosa di nuovo, a proposito di un personaggio come Michael Jordan, indiscusso attore protagonista, è come farlo di Maradona, Gesù Cristo o Fidel Castro. Vite incredibili, che racchiudono in sé migliaia di altre esistenze “normali” e che, per la forza e la vitalità delle loro esperienze, sono trascese certamente ad un rango più alto di quell’humanitas che caratterizza noi comuni mortali. The Last Dance: ultimo tango a Chicago The Last Dance si cimenta perciò in un’impresa mastodontica e apparentemente insormontabile, dal quale tuttavia fuoriesce un prodotto estremamente godibile, anche ai non appassionati di basket. Per chi non conoscesse l’esito di quell’annata, delle memorabili Finals giocate contro gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, The Last Dance potrebbe avere le sembianze di una miniserie crime. Se The Irishman non fosse uscito mesi fa, a tratti, guardando The Last Dance, sembra di assistere all’ultimo film della coppia Martin Scorsese- Robert De Niro. Jordan, Pippen, il coach Phil Jackson sono infatti perfettamente a loro agio nella parte dei vendicatori di ingiustizie e dei torti subiti nel corso dei tanti passati insieme. E così, sotto a chi tocca, che sia il complessato ma geniale general manager Jerry Krause, i Detroit Pistons dell’odiato Isaiah Thomas, il povero ed ignaro compagno di squadra Kukoč, reo di guadagnare di più dei membri storici del gruppo. Durante le riprese dell’ultima annata i giocatori dei Bulls sanno perfettamente di star recitando una parte assegnatagli a tavolino da un copione già scritto da qualcuno lassù, e che vedrà Jordan, con la sua aura trascendentale, trionfale in qualche modo alle finali dei campionati NBA. Questo tuttavia non intacca minimamente il fascino della visione, seducente per chi non conoscesse l’intera vicenda così come per chi fosse in grado di recitare a memoria le imprese di quei Chicago Bulls. The Last Dance poi, è inutile negarlo, si avvale dell’interpretazione di quello che è uno dei più grandi attori degli ultimi trent’anni di intrattenimento americano. Michael Jeffrey Jordan. Michael Jordan e i Bulls come non li […]

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Unorthodox: trovare l’uguaglianza nella diversità

Unorthodox è la nuova miniserie del momento. Prodotta da Netflix e creata da Anna Winger e Alexa Karolinski, racconta in quattro episodi la sorprendente vita di Ester “Esty” Shapiro, una 19 di fede ulta-ortodossa chassidica, e ci accompagna alla scoperta di realtà lontanissime e stupefacenti. Manhattan è sormontata, in alcune zone, da un sottilissimo filo, invisibile per molti e di vitale importanza per altri, l’Eruv. Si tratta di una recinzione spirituale che delimita il dominio privato della comunità ebraica. Infatti, durante lo Shabbat, il sabato, agli ebrei non è concesso alcun tipo di attività, se non la preghiera. Fra i tanti divieti c’è quello che impedisce di trasportare oggetti al di fuori della propria abitazione. Così, l’Eruv estende il domicilio anche agli spazi pubblici. In Unorthodox si percepisce chiaramente come questo divieto sia in realtà più esteso e più pesante di quanto appaia. Lo capiamo ripercorrendo, passo dopo passo, la vita di Esty, una ragazza obbediente e devota, istruita allo Zaddiqu, il giusto rispetto delle regole, ma che rivela fin da subito il suo essere “diversa” rispetto alla comunità in cui vive. Si tratta di un gruppo di ebrei del movimento Satmar che, alla fine della Seconda Guerra mondiale, si sono trasferiti a New York, nel quartiere di Williamsburg, con un intento ben preciso: rinchiudersi in se stessi, dopo le profonde ferite provocate dal contatto con il resto d’Europa, per dar nuova vita a sei milioni di ebrei, gli stessi persi nell’Olocausto. Proprio questo ripiegamento verso il passato e quest’aria di dovere trasportano la vita della comunità in un contesto atemporale, chiaramente avverso a tutto ciò che è diverso. La sensazione inconscia di difformità si sviluppa in Esty di pari passo alla storia. Le piccole limitazioni dell’infanzia vengono amplificate quando compie l’età da matrimonio, 18 anni, e si trasformano in macigni sempre più pesanti perché, asfissiata dal senso di responsabilità, capisce di essere in trappola. Ma è proprio quella diversità a offrirle una nuova opportunità. Esty scappa e raggiunge la più lontana delle realtà, quasi un mondo parallelo: Berlino. La nuova città rappresenta l’antitesi perfetta della comunità: non solo è il fulcro metaforico della strage nazista, ma è colorata, moderna e senza regole. Il luogo da cui, durante la guerra, erano scappati in milioni, diviene per lei la meta salvifica. Proprio a questo punto, quando Esty trapassa fisicamente la distanza del suo mondo da tutto il resto, entriamo in contatto con la sua pura sensibilità: quella di una giovane donna che vive il cambiamento con tutti i suoi timori, con le sue contraddizioni e con forti sofferenze, piuttosto che con un’eroina fantastica capace di stravolgere la sua vita senza battere ciglia. La protagonista percepisce il peso di quel filo invisibile che sembra essere attorcigliato a lei e che la rende fragile, come fatta di cristallo. Questo aspetto è sostenuto magistralmente dalla scelta e dall’interpretazione della protagonista, l’attrice israeliana Shira Haas. Appare, infatti, capace di interpretare il suo ruolo con la giusta dose di pathos, senza eccedere nel sentimentalismo patetico e […]

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