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Eroica Fenice

La categoria Cinema e Serie tv contiene 465 articoli

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Cinema d’autore: i capolavori mondiali dei registi più grandi di tutti i secoli

Il Cinema d’autore comprende tutti quei film che rispecchiano la personalità del proprio regista che alle volte è anche lo sceneggiatore dell’opera. Si tratta di un concetto soggettivo, di cui non esiste una definizione rigorosa. I registi di questo tipo di film sono considerati come gli autori, nonché detentori del copyright originale poiché, in termini legali, questo è trattato come una vera e propria opera d’arte. Cinema d’autore: i più grandi registi di tutti i tempi Il Cinema d’autore nasce a cavallo tra il Neorealismo italiano e la Nouvelle Vague francese, anche se il termine viene coniato proprio in Francia, in quanto lì venne riconosciuta la prima paternità di un film inteso come ”opera d’arte”. Quando si parla di film d’autore, non si parla di un qualcosa di adatto al grande pubblico poiché comunque privo di elementi di interesse come architrama o svolgimento lineare degli eventi; si parla piuttosto di un cinema colto poiché si dedica alla struttura psicologica dei personaggi, alla loro evoluzione, a rappresentare la realtà e non necessariamente con scopi narrativi. Proprio per questo motivo questo genere di film non ha un grande successo con la massa, ma resta comunque nella storia del cinema in quanto pietra miliare. Anche se questo genere è molto singolare, vi sono comunque degli elementi comuni a tutti, ad esempio: le fasi di produzione e l’attenzione alla sceneggiatura, la somiglianza ad un romanzo o un’opera teatrale, un’originalità espressiva dell’autore, il poco peso al ”puro intrattenimento” e la maggiore focalizzazione sulla riflessione dello spettatore, spesso il film è inserito in un complesso di opere dell’autore stesso. Tra i primi autori, probabilmente il primo in assoluto, si ricorda l’inglese Charlie Chaplin col suo ”cinema muto” di cui ricordiamo capolavori come: “Il grande dittatore”, “Tempi moderni” o “Il monello”. Tra gli statunitensi si ricordano, principalmente, Alfred Hitchcock celebre per aver diretto film come “Nodo alla gola”, “Il delitto perfetto” e “Psyco”; ed anche Stanley Kubrick e Frank Capra. Tra gli europei lo svedese Ingmar Bergman con “Il settimo sigillo”, “Persona” o “Scene da un matrimonio”; i russi Sergej Ejzenstejn e Andrej Tarkovski, i francesi Jean Renoir e Jean-Luc Godard di cui si ricordano intense ed immense opere cinematografiche come “A bout de souffle”, “Masculin féminin” o “Deux ou trois choses que je sais d’elle”. Tra gli italiani come non citare Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Roberto Rossellini con “Roma città aperta” o “Paisà”, tra i tedeschi Fritz Lang con “Metropolis” oppure “Destino”, Friedrich Wilhelm Murnau con “Tabù” oppure “Tartufo” e il danese Carl Theodor Dreyer con “Il presidente” o anche “C’era una volta”. Spostandoci in Asia, possiamo ricordare Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, oltre a Takeshi Kitano (giapponese), al coreano Kim Ki-duk con opere dal calibro di “L’isola” o “Ferro 3-La casa vuota”, il regista di Hong Kong Wong Kar-wai e il regista di Taiwan Hou Hsiao-hsien. Quindi continuando ad andare avanti nei secoli non si possono non menzionare celebri autori/registi come Quentin Tarantino con “Pulp fiction”, Tim Burton, David Lynch, Pedro Almodovar con “La […]

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Luca Guadagnino e il teen drama moderno: WAWWA

We are who we are è la nuova serie di Luca Guadagnino, nonché la sua prima prova sul piccolo schermo dopo l’enorme successo di Chiamami col tuo nome. Cominciata il 9 settembre e da poco conclusa, è una miniserie di 8 puntate, prodotta da HBO e Sky, che vanta tra gli sceneggiatori Francesca Manieri, Sean Conway e Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi. L’Italia e il “microcosmo” di Chioggia Quello che Luca Guadagnino ci presenta è un teen drama di livello, arricchito da sviluppi complessi, moderni e all’avanguardia che lo rendono interessante per tutti. Ma, certamente, parla di giovani. Racconta infatti la vita di Fraser (Jack Dylan Grazer), giunto in Italia perché una delle sue madri è stata promossa a Colonello in una base militare americana in Veneto. Il ragazzo irrompe a Chioggia con i suoi vestiti stravaganti, la sua personalità irrequieta e lunatica e un modo tutto personale di percepire le cose. Proprio questo suo essere stridulo entra in contrasto con il microcosmo della base, omologato ed ordinato, che assume spesso i tratti di un luogo di vacanze e di una realtà sospesa e atemporale. Questa eccentricità attrae la figlia perfetta di un retrogrado graduato repubblicano, Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che proprio grazie a Fraser comincerà a conoscersi, a capirsi e a mettersi in discussione, cullata costantemente dall’immensa comprensione del ragazzo. We are who we are di Luca Guadagnino: l’adolescenza in tutte le sue dicotomie Ed è così che irrompono le più attuali dinamiche adolescenziali: dal sesso alla musica, dalla droga alla religione, dalle questioni di genere ai contrasti familiari. Alle loro spalle, con dinamiche più o meno invasive, c’è la guerra, lontana ma onnipresente, intrinseca di responsabilità ma anche il più divertente tra i giochi. I ragazzi, insieme al loro gruppo di amici, sembrano vivere perfettamente all’interno di numerose dicotomie, la maturità e l’infantilismo, il matrimonio e i giochi da ragazzini, l’Italia, presentata con immagini meravigliose, e un’America patriotticamente sfrenata, su cui risuonano i discorsi elettorali di Trump non ancora presidente. Come riportato sulle pagine di Vogue, Alice Braga, che interpreta la compagna della madre di Fraser, ha voluto sottolineare, l’importanza di una serie così in questo momento storico. “Mi sono subito entusiasmata per il progetto, nato dalla volontà precisa di portare sugli schermi una storia che tratta i temi dell’identità sessuale fluida degli adolescenti, in modo veramente inconsueto”. “Siamo personaggi che non si vedono spesso in Tv”, ha voluto aggiungere Faith Alabi, che interpreta la mamma di Caitlin. E il valore aggiunto di questa storia sta nella capacità di una ragazza di seguire davvero il suo cuore. Non sempre è facile”. Ancora una volta, Guadagnino dimostra la sua abilità di attraversare le singole sensibilità, di trattare gli stati d’animo, le interazioni più complesse, aderendo agli aspetta più profondi del comportamento adolescenziale, senza mai rinunciare alle meravigliose immagini che ci offre. Fonte immagine: Facebook (Pagina italiana di We are who we are)

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The Queen’s Gambit: la regina degli scacchi su Netflix

Recensione de “La regina degli scacchi” sulla piattaforma streaming Netflix È uscita il 23 ottobre sulla piattaforma di streaming Netflix la nuova serie sul gioco degli scacchi basata sul romanzo di Walter Trevis. Il titolo in lingua originale “The queen’s gambit” allude a una delle mosse d’apertura più famosa nel gioco, il gambetto di donna che poi nella traduzione italiana è diventato un titolo icastico: la regina degli scacchi. Beth Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, è davvero la regina indiscussa degli scacchi, perché lei ha un talento: un giorno si sveglia e scopre come muovere i pezzi sulla scacchiera. Scopre che lo sa fare, che lo sa fare bene, come nessun altro e che prima di impararlo quei pezzi si muovono da soli nella sua testa come se avessero vita propria. Beth è un genio, pure se ha nove anni e pure se la vita è durissima nei suoi confronti. Per,  rilegata nelle 64 caselle quella vita sembra meno cattiva, o forse lo è lo stesso però resta un gioco e lei è bravissima in quello. In un tempo controverso, nell’America della guerra fredda, in un gioco che è sempre stato primato dei russi e in un contesto di uomini, Beth è elegante, capace, ostinata, gioca con una naturalezza disarmante e brilla. Proprio lì dove vengono offuscati tutti gli altri, lei riesce a brillare. Eppure si sente il peso del talento, lei lo avverte, sa che si può perdere e perdere può persino significare perdersi quando si va al massimo. “Sei la più brava di tutti da così tanto tempo che non sai neanche come sia per tutti noi” le dirà qualcuno in un momento. Perché in fondo bisogna saper essere dei geni e non esserlo e basta. La “regina degli scacchi” non è semplicemente la storia di una donna piena di talento. È la storia di una riconciliazione, tra i ricordi del passato che a volte tornano prepotenti e il futuro, inesplorato, pronto a essere toccato eppure incredibilmente lontano. Ed è anche la Storia, quella con la S maiuscola, di conflitti ideologici e fisici, che però davanti alla competizione, sana, spronante, non può far altro che annichilire. Non importa niente se poi Beth è una donna, è americana o è atea o se i suoi avversari non lo sono perché i pezzi sulla scacchiera non lo vedono e il bianco e il nero è tirato a sorte. Per questo, poi, nella finale del mondo di Beth Harmon, quelle tre mosse d’apertura d4,d5,c4 le conoscono tutti gli spettatori a memoria: gambetto di donna. Sono certi, si chiamano così. Fonte immagine: https://tecnologia.libero.it/regina-scacchi-chi-e-anya-taylor-joy-40322

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Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa

Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa Se avete sempre desiderato che il vostro appartamento sembrasse il set di un film, vi consigliamo di leggere la nostra mini-guida all’arredo d’interni, direttamente dai migliori film thriller degli ultimi anni. Film thriller da vedere Cosa c’è di più rilassante, dopo una settimana di lavoro, di sedersi sul divano e mangiare pizza direttamente dal cartone mentre si seguono in televisione storie di rapimenti, brutali assassinii, vendette violente e sadiche torture? Siamo una specie strana. Se gli alieni ci visitassero, metterebbero la quarta in retromarcia. La cosa migliore, in ogni caso, è quando le vittime dei nostri film preferiti sono gente straricca, e gli schizzi di sangue vanno a finire sulle pareti di case elegantissime. Always classy, never trashy. Quattro film thriller, quattro location mozzafiato: il nostro team di esperti di cinema e arredo di interni ha accuratamente selezionato per voi le migliori pellicole degli ultimi anni con interni da sogno. Per un arredamento da scena del crimine sì, ma contemporaneo. (Causa mancanza di personale per emergenza da Covid-19 il team di esperti di cinema e arredo di interni è al momento costituito da me stesso).   1. Swallow – Carlo Mirabella-Davis (2019) Tutti conosciamo gli attacchi di fame da noia, e Hunter (Haley Bennett), protagonista della pellicola dell’esordiente Carlo Mirabella-Davis, è un po’ il simbolo di tutti noi. Ex commessa, ora moglie di un belloccio insipido ma pieno di soldi, Hunter passa le giornate girovagando tra le stanze della villa con piscina che non utilizza mai, ma proprio mai. Non so voi, ma anche io incomincerei a mangiare un po’ tutto quello che mi capita sotto tiro. Tappeti morbidi, divani accoglienti, mobili in mogano e tanti, tantissimi suppellettili per un arredamento che saprà stimolare il vostro appetito. 2. Parasite – Bong Joon-ho (2019) Vincitore dell’Oscar al miglior film straniero 2019 (ne abbiamo parlato qui), abbiamo visto tutti Bong Joon-ho gongolare di gioia con la statuetta in mano. Film sulla disparità di classe in Corea del Sud (ma che funziona un po’ ovunque), la casa-set della vicenda in realtà non esiste: è stata creata in studio appositamente per il film. Ma ciò non vi impedisce di ricrearla a modo vostro. Linee nette, arredamento minimal, parete-finestra direttamente sul giardino: l’ideale per ospitare vostri amici per una festa indimenticabile. 3. Gone Girl – David Fincher (2014) Un film che non ha bisogno di presentazioni. Se non l’avete visto, davvero, cosa state facendo? Avete priorità più importanti che ristrutturare casa. Perché è per questo che state leggendo questo articolo, no? La coppia Amy-Nick (Rosamund Pike e Ben Affleck) ci regala una delle migliori performance sullo stereotipo “moglie in carriera e marito perfetto idiota”, quasi ai livelli di Franca Valeri e Alberto Sordi. Ad oggi, resta il miglior film da guardare se vi siete appena lasciati col vostro ragazzo e siete assetati di vendetta. Non prendete Amy alla lettera, però. Per un arredamento country chic, American classic ed altre espressioni che sto usando a sproposito, […]

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Film giapponesi: 5 titoli che potreste tatuarvi

5 titoli di film giapponesi che potreste tatuarvi! Chi non adora un buon barbecue? Puoi cuocerci di tutto: verdure, carne, pesce, non importa che dieta tu segua. Questo lo sa bene Ariana Grande, che nel 2017 si è tatuata sul palmo della mano la scritta in giapponese “piccolo barbecue a carbonella”. Qualora stiate pensando di provare il brivido anni ’90 di tatuarvi parole sbagliate in una lingua a voi sconosciuta – secondo solo alla moda dei tatuaggi tribali sul fondoschiena – sono stato assunto dalla redazione di Eroica Fenice appositamente per venirvi incontro, in qualità di esperto in cinema d’autore e tatuaggi discutibili. Ed ecco per voi una lista di cinque film giapponesi-tattoo, dal più family-friendly (letteralmente) al più coraggioso, per tatuaggi cinefili dal sapore orientale. Film giapponesi: 5 consigli per tattoo! 1. Un affare di famiglia – Hirokazu Kore’eda (2018). Statisticamente parlando, ognuno di noi conosce almeno una persona che abbia un tatuaggio con la scritta “famiglia” in un font brutto. E “Ohana” rientra nella categoria, non fate i furbi. Quindi, perché non aggiungere una variante giapponese citazionista? Vincitore della palma d’oro al festival di Cannes, la storia segue le vicende di una famiglia povera, poverissima, che vive rubando cose di prima necessità: cibo, bagnoschiuma, bambini. Però sono tutti buoni di cuore. Se la famiglia è il vostro punto di riferimento nella vita, “Manbiki kazoku” (万引き家族) è il titolo per voi. 2. Ecco l’impero dei sensi – Nagisa Ōshima (1976). Qui ci si inizia a scaldare, letteralmente. Film di grande successo di pubblico al 29° festival di Cannes, racconta l’inadeguatezza alla quotidianità quando si è travolti da una passione erotica tanto intensa da diventare annichilente. Tipo quello che è successo a Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in un film della Wertmüller, ma di loro parliamo un’altra volta. Insomma, se siete tipi passionali, se fareste di tutto per amore senza dar conto alle conseguenze, invece del solito έρως και θάνατος tatuatevi “Ai no korīda” (愛のコリーダ) e mostratelo a chi il cuore vi dice. 3. Confessions – Tetsuya Nakashima (2010). Non avete visto un thriller psicologico se non avete mai visto Confessions. Omicidi plurimi? Check. Ossessioni? Check. Colpi di scena inaspettati? Check. Malattie autoimmuni? Check. E solo nei primi dieci minuti di film! Prendetevi una pausa prima di godervi la restante ora e mezza. Se siete imprevedibili, amate i plot twist e i crimini inconfessabili, “Kokuhaku” (告白) fa decisamente per voi. 4. Suicide Club – Sion Sono (2002). Fan di Suicide Squad? Solo perché non avete visto Suicide Club, primo capitolo della trilogia sull’alienazione di Sion Sono. D’altra parte, i membri della Suicide Squad sono sette, mentre nei primi cinque minuti di film muoiono già 54 membri del Club. Ah, non era una gara? Grande successo internazionale, la pellicola ha ispirato successivamente un romanzo e una serie di manga, portando in modo controverso riflessioni importanti sul suicidio giovanile e il senso di isolamento in una società sempre più interconnessa, ma solo sul web. Non fatelo a casa. Ma in un tattoo-studio, se […]

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Film da vedere per Halloween. Tra classici e commedie

Siete in cerca di film da vedere per Halloween? Noi di Eroica Fenice abbiamo scelto alcune pellicole adatte per il periodo. Da un po’ di anni a questa parte anche nel nostro paese si festeggia Halloween, nonostante i pareri di un paio di timorati che mettono in guardia dalle presunte “energie demoniache” che si risveglierebbero durante la notte del 31 ottobre e di altri ancora che la considerano un’ “americanata” o distruggono un paio di zucche con una mazza da baseball perché non fa parte della nostra cultura (cosa non vera, tra l’altro). Certo, quest’anno sarà del tutto differente: niente dolcetto o scherzetto alle porte dei vicini per i più piccoli, niente festini alcolici per i più grandi con la possibilità di filtrare con qualche ragazza travestita da vampiro e, soprattutto, niente veglie in campi di zucche assieme a Linus e alla sua coperta in attesa del Grande Cocomero.  Che ne dite allora di una bella maratona di film da vedere nella notte più spaventosa dell’anno? Decorate la vostra stanza con zucche intagliate e pipistrelli sul soffitto, mettete qualche ragnatela ai lati del vostro televisore, spegnete le luci, illuminate qualche candela rossa per creare l’atmosfera e mettetevi comodi. Ecco una lista di film da vedere per halloween tutta per voi. Freaks Una compagnia circense annovera tra le sue attrazioni alcuni fenomeni da baraccone, in realtà persone affette da malformazioni fisiche: una coppia di gemelle siamesi, una bambina affetta da microcefalia, un uomo nato senza arti e così via. Il nano Hans è uno di loro ed è perdutamente innamorato della trapezista Cleopatra la quale, con la complicità del suo amante Ercole, architetta un crudele piano: sposare Hans per poi ucciderlo e impossessarsi della sua cospicua eredità. Freaks, il capolavoro diretto da Tod Browning nel 1932, è considerato un film “maledetto” per la storia e i retroscena che lo caratterizzano. Si racconta che dietro le quinte il cast e la troupe furono oggetto di discriminazione da parte dei funzionari della MGM (la casa di produzione del film) e persino da personalità quali lo scrittore Francis Scott Fitzgerald il quale, durante una cena in un ristorante, vedendo alcuni degli attori avvicinarsi al suo tavolo si allontanò infastidito. Come se non bastasse il pubblico, alla prima del film, abbandonò la sala inorridito. E forse proprio questi aneddoti potenziano ulteriormente il messaggio di fondo del film: i veri mostri si nascondono spesso tra le persone “normali e civili” che in quelle con cui la natura è stata spietata e solo questo lo rende un film assolutamente da recuperare e da vedere. Dracula di Bram Stoker Francis Ford Coppola nel 1992 ci offre la sua personale rilettura di Dracula, il  romanzo di Bram Stoker che ha delineato il mito del vampiro nell’immaginario culturale e lo ricollega alla leggenda del conte Vlad, il quale viene trasformato in vampiro per via di una maledizione che lo colpì dopo aver rinnegato la propria fede cristiana in seguito al suicidio dell’amata moglie. Divenuto Dracula giunge nella Londra del 1897 […]

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The Social Dilemma: il docudrama di Netflix che denuncia il lato oscuro dei social media

The Social Dilemma. Il docudrama di Netflix, che denuncia il lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. The Social Dilemma. L’ultimo affascinante, chiacchierato, ragionato e sorprendente documentario diffuso su Netflix nelle ultime settimane, il cui obiettivo è la denuncia del lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il docudrama di Jeff Orlowski descrive gli effetti collaterali della massiccia diffusione dei social network nel XXI° secolo, soffermandosi sui danni che direttamente e indirettamente logorano la società. Già noto per aver diretto Chasing Coral – documentario sulla progressiva sparizione delle barriere coralline – e Chasing Ice – altro documentario che mostra i disastrosi effetti del riscaldamento globale -, il regista intende qui far luce sul marcio che si cela dietro ai social media: sfruttamento e commercio dei dati personali degli utenti, il consolidamento del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza”, la diffusione smodata di fake news e, non meno importanti, le gravi conseguenze sull’equilibrio mentale, in particolare sugli utenti più giovani. Ma andiamo ad analizzare la struttura del docudrama. The Social Dilemma. La struttura Il docudrama intreccia due filoni principali: da un lato l’insieme di interviste condotte ad alcune delle più note personalità del mondo della progettazione dei social, ben addentrate dunque nei subdoli meccanismi alla base della programmazione; dall’altro la narrazione cinematografica, che pone al centro la vita di una tipica famiglia americana, minata dai corrosivi effetti, che l’abuso nell’utilizzo dei social media produce. Potremmo pensare: cosa c’è di inedito? Intuiamo a sufficienza quanto l’ingombrante presenza della tecnologia nelle nostre vite le stia di fatto modificando, inducendo la società a profondi e radicali cambiamenti. Ma la novità risiede proprio nella struttura del documentario: il regista vuole sbatterci in faccia la verità, e lo fa servendosi del prezioso contributo offerto proprio dagli ex dipendenti e dirigenti delle più famose aziende della Silicon Valley quali Facebook, Google, Pinterest e Instagram. Personalità brillanti, ma progressivamente annientate dal peso del dilemma etico, che serpeggia sinuosamente sotto gli algoritmi di programmazione, dietro l’incanto della persuasione e la monetizzazione che ben si cela dietro like e cuoricini, sempre più confusi ormai per verità e autenticità, innescando ansia e depressione, fragilità e vulnerabilità crescenti, soprattutto tra gli adolescenti. È quel che accade infatti ai teenager protagonisti del filone narrativo: l’adolescente disadattato Ben (Skyler Gisondo), che vive la pesante dipendenza dai social, completamente sommerso dal cattivo utilizzo di Youtube e di Facebook, e assuefatto alle fake news. E così la sorella Isla (Sophia Hammons), vittima del costante confronto con le coetanee e del deleterio desiderio di consenso su Instagram, mostruosamente dipendente da like e commenti che possano rinforzare l’apparente autostima, che cela una “dismorfia da chat”. Ecco che i ragazzi divengono veri e propri avatar virtuali, modelli esagerati di se stessi, costruiti dagli algoritmi, impersonati da tre personaggi attaccati agli schermi e agli schemi, per monitorare costantemente gli interessi dell’utente e manipolarli, al fine di tenerlo “incollato” il maggior tempo possibile al display del proprio smartphone. Una sorta di esasperato Grande Fratello, […]

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Vista per voi: Emily in Paris, nuova serie su Netflix

È uscita il 2 ottobre su Netflix la nuova serie Emily in Paris, spensierata commedia americana in dieci puntate diretta da Darren Star, creatore di Sex and the City. «Pardon her French»: è il motto scelto per accompagnare la locandina delle avventure di Emily, interpretata da Lily Collins, una giovane ragazza americana che si ritrova a dover partire per la meravigliosa capitale francese per cogliere al volo un’irripetibile offerta di lavoro. La direttrice dell’azienda di marketing per cui Emily lavora, infatti, le concede il posto di un anno di esperienza a Parigi, inizialmente a lei destinato, all’interno della piccola società francese “Savoir”, appena acquisita dal gruppo americano che la donna presiede. Dalla sua vita ordinata e squisitamente americana di ragazza sportiva «ovvia, priva di mistero, che pensa di poter aprire tutte le porte» e che corre otto chilometri in quarantuno minuti per le vie di Chicago, già nel corso della prima puntata Emily si ritrova a fare le valigie ed atterrare nella Ville Lumière, invero restituita in posa da cartolina, al massimo del suo splendore. Sin dall’arrivo della protagonista nella capitale francese, lo spettatore più attento potrebbe però avvertire “puzza di cliché”: addirittura l’agente immobiliare che le mostra l’appartamento al quinto piano senza ascensore in cui Emily abiterà – nell’esclusivissima Place de l’Estrapade, nel 5. arrondissement – finisce per corteggiarla, il che rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei leitmotiv (limitanti ed irrealistici) dell’intera serie, ovvero il piacere a tutti ed il doverlo per forza fare, pena l’essere esclusi dai cosiddetti “ambienti che contano”. Emily in Paris: recensione «Sono qui per aumentare la visibilità o per piacere a tutti?» è, del resto, un interrogativo che la stessa Emily pone al suo team, pardon: alla sua équipe, nei primi giorni in cui viene vessata dai colleghi di lavoro, inorriditi dal fatto (per loro inconcepibile) che la ragazza non parli il francese e che anzi pretenda di voler americanizzare la loro francesissima società. Ma Emily resta sul serio la ragazza americana alla conquista dell’Europa: esperta di marketing e social media come la maggior parte dei teenager statunitensi, Emily vive su Instagram. Non è un’esagerazione se pensiamo al fatto che il titolo stesso della serie – Emily in Paris – diventa il nickname del suo nuovo account, che passa dall’avere una cinquantina di follower ad arrivare a contarne più di ventimila. Come? Con un – alquanto poco probabile – coup de theatre: relegata dalla direttrice dell’agenzia ad occuparsi di pubblicizzare un prodotto sulla secchezza vaginale, Emily lo fa nel meno classico dei modi. Con un post in cui fotografa il prodotto e si pone una domanda grammatico-sociale: perché il termine “vagina”, in francese, è di genere maschile e non femminile. La questione incontra – di nuovo: addirittura! – l’attenzione di Carla Bruni e Brigitte Macron, che ritwitta il post della ragazza e la consacra ad un futuro di influencer, il che la renderà ancora più invisa ai già invidiosi colleghi di lavoro. Nel frattempo Emily ha almeno trovato un’amica: Mindy Chen, ragazza cinese […]

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Enola Holmes: nascosti nei misteri di Londra

Enola Holmes come nuovo detective: la chiave degli enigmi La nostra recensione del nuovo film prodotto da Netflix: Enola Holmes. Perchè scegliere proprio questo da un lungo catalogo? Profumo di legna bruciata e di carta consumata. Soffi di vento che attraversano una finestra; il brivido di un mondo sospeso tra fantasia e realtà dove ogni situazione sembra così vicina al possibile e così legata all’improbabile. È in questo sogno ad occhi aperti che Enola Holmes ci trascina quasi prendendoci per mano. Millie Bobby Brown, vestita dalla protagonista di questa misteriosa storia, si trasforma dalla timida bambina di Stanger Things all’entusiasta sorella minore del più importante investigatore di tutti i tempi: Sherlock Holmes. Ad accompagnarla nella sua interpretazione, un cast vario formato da attori tra i più conosciuti del cinema americano; tra questi spicca Helena Bonham Carter riconosciuta per il suo ruolo di Bellatrix Lestrange in Harry Potter, che questa volta veste gli intriganti panni della signora Holmes, il tassello scomparso di una storia da completare pezzo per pezzo; e poi una serie di attori alle primissime armi, tra i quali riconosciamo l’eccellente interpretazione di Louis Partridge, già visto di sfuggita nella terza stagione de ‘’I medici’’ e questa volta impegnato nei panni del Visconte Tewkesbury, un giovane conte in fuga dal suo futuro. La regia, curata da Harry Bradbeer, è dinamica, ricca di continui spunti e altalenante tra momenti comici -ma mai banali- e spunti interessanti, battute dirette al cuore di ogni spettatore senza lunghi giri di parole.  Enola Holmes: la scelta del proprio futuro La Londra grigia e misteriosa che ci viene mostrata, stereotipo sempre apprezzato del carattere vittoriano che si lega tipicamente ai film di Sherlock Holmes, risalta con un contrasto; la vivacità della vita di campagna in cui Enola ha vissuto fino ai sedici anni e dalla quale sarà trascinata via. L’improvviso cambio d’atmosfera dipinge lo sfondo del percorso di crescita che la protagonista è costretta ad affrontare. E così la sua intera infanzia in campagna, con la sola compagnia della madre e della cameriera è dipinta di un giallo opaco, ricordo di un passato strappatole via, mentre l’intero presente è posto su uno sfondo più blu e grigio. La storia di Enola si costruisce lungo il suo percorso e tocca i temi più vari, dalla crescita, al futuro, alla singolarità, sfiorando anche se in piccola parte il femminismo. Lascia grandi e piccoli riflettere sull’importanza di ogni scelta, di ogni azione, di ogni parola. Ed è proprio la scelta per la costruzione di questo film a renderlo coinvolgente e mai noioso. I personaggi sembrano costruirsi insieme alle loro storie man mano che la pellicola scorre, l’intera trama, un po’ come la vita della protagonista, si svolge in un presente accattivante dove anche il più piccolo dei dettagli può trasformarsi in un indizio da seguire. L’immagine è dunque quella di un film interattivo, dove attraverso le parole – e i giochi che si possono creare con queste- la protagonista darà sempre occasione di conversare con il quarto schermo, coinvolgendolo e sottolineando la consapevolezza della sua presenza.   Vi è l’impressione di seguire Enola, di camminarle dietro, di nascondersi, lottare e sbagliare con […]

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Attori italiani del momento: i più importanti del panorama cinematografico

Gli attori italiani del momento sono davvero tanti; l’Italia, negli ultimi anni, sta vivendo un momento molto importante per la storia del cinema. Basti pensare a Paolo Sorrentino e subito ricordiamo la vittoria agli Oscar, o a tanti e numerosissimi personaggi che sono amati in tutto il mondo, come ad esempio Luca Guadagnino. Si tornano a produrre grandi film e tra nuove scoperte e vecchie conferme, il cinema italiano continua a ricevere premi e riconoscimenti. Ricordiamo ora alcuni dei volti che, con la giusta grinta e determinazione, sono presenti nella scena cinematografica italiana ed internazionale. Attori italiani del momento: gli interpreti più famosi Stefano Accorsi: attore under 50 con una carriera ultraventennale alle spalle, l’artista bolognese può vantare di grandi successi sia in Italia che all’estero. Vincitore di due David di Donatello, tre Nastri d’argento (di cui uno come regista), due Ciak d’oro, un Globo d’oro ed il premio per la miglior interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia. Alessandro Borghi: vincitore nel 2019 del David di Donatello come miglior attore protagonista per l’interpretazione di Stefano Cucchi nel film di Alessio Cremonini ”Sulla mia pelle”, l’attore romano è sicuramente uno degli interpreti più richiesti degli ultimi tempi. Pierfrancesco Favino: dopo l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, la sua carriera è iniziata fin da subito arrivando a recitare in ben 50 pellicole e portando a casa la vittoria di due David di Donatello, tre Nastri d’argento, due Ciak d’oro ed altri numerosi riconoscimenti che lo portano ad essere uno degli attori italiani del momento più apprezzati anche per le sue interpretazioni come showman e presentatore televisivo. Elio Germano: vincitore di tre David di Donatello, un Nastro d’argento e tre Globi d’oro, inizia la sua carriera già da piccolo e collabora con i più grandi registi come Paolo Virzì, Ettore Scola, Michele Placido, Ferzan Ozpetek e Mario Martone. L’attore pluripremiato, per il ruolo di Giacomo Leopardi nel film ”Il giovane favoloso” di Mario Martone, vince – oltre al David e al Nastro d’argento – il Premio Pasinetti al miglior attore alla 71esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Carolina Crescentini: è una delle attrici più in voga negli ultimi anni; riconosciuta da tutti come ”Azzurra” di ”Notte prima degli esami”, l’interprete romana è stata coinvolta in numerosi film che l’hanno portata a raggiungere importanti riconoscimenti come il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista per ”Boris – Il film”. Luisa Ranieri: donna dalla grande tempra e dalla forte presenza scenica, l’attrice napoletana non solo è un grandissimo volto nel mondo del cinema, ma è anche un grande riscontro nel teatro e nella televisione. Protagonista di numerose fiction, ma anche protagonista di molti film, Luisa Ranieri è stata anche madrina del Festival del Cinema di Venezia nel 2014. Valeria Solarino: dopo aver frequentato la celebre scuola del Teatro Stabile, inizia una carriera rapidissima costellata da numerosi successi come anche il premio come miglior attrice femminile al Festival di Cannes del 2009 per l’interpretazione di Angela nel film ”Viola di mare”. Fonte […]

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