Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Cinema e Serie tv contiene 544 articoli

Cinema e Serie tv

Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuto nella sala hall dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Joe Berlinger alla regia di Ted Bundy – Fascino criminale

Uscito il 9 maggio per la regia di Joe Berlinger, Ted Bundy – Fascino criminale è l’adattamento cinematografico del libro The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy – la prima edizione è del 1981 – scritto da Elizabeth Kendall. Seattle, 1969. Lo studente universitario di legge Theodore “Ted” Bundy (Zac Efron) conosce, iniziando con lei una lunga relazione, la giovane madre divorziata Elizabeth “Liz” Kendall (Lily Collins). Cinque anni dopo viene denunciata, nello stato di Washington e in Oregon, la scomparsa di numerose ragazze e, in seguito alla diffusione di un identikit del rapitore, Ted viene arrestato nel 1975. Gli anni seguenti sono un susseguirsi di accuse provenienti da altri stati del Paese fino a quando, nonostante sia riuscito a fuggire alcune volte, l’uomo arriva al processo durante il quale decide di assumere la propria difesa. Nel frattempo Liz ha iniziato a bere lasciando che l’amore che ancora prova per l’ormai ex compagno, la logori insieme ai sensi di colpa per essere stata proprio lei a denunciarlo. Nel frattempo il processo non volge a favore di Ted che viene condannato alla sedia elettrica. Dieci anni dopo – Liz si è sposata con Jerry (Haley Joel Osment) mentre Ted ha trovato nella vecchia amica Carole Ann (Kaya Scodelario) la sua compagna – Liz riceve una lettera dal suo ex e decide di andare a fargli visita in prigione decisa a scoprire se sia stato realmente lui a commettere quegli atroci delitti o se, per causa sua, un innocente sia stato condannato a morte. Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger: un avvincente thriller biografico Nel film di Joe Berlinger, malgrado ci si aspetti di vederne molte considerato che il protagonista è stato uno dei più pericolosi serial killer americani – le vittime accertate furono più di 30 ma si pensa che possano essere state almeno il doppio – le scene violente si riducono a una soltanto. Questo perché Joe Berlinger si è concentrato principalmente su Ted – dimenticatevi lo Zac Efron tutto zucchero, miele e muscoli dei suoi lavori precedenti – che è stato presentato in modo talmente normale da essere, per questo, intrigantemente disturbante e, aspetto non meno rilevante, sul suo rapporto con Liz e le conseguenze di quest’ultimo sulla donna. Azzeccata la scelta di inserire immagini e video dell’epoca sulla vicenda – non dimentichiamoci che Joe Berlinger ha firmato diversi documentari per il piccolo e il grande schermo – che si incastrano alla perfezione nel film permettendo allo spettatore di sentirsi partecipe di fatti accaduti anni e anni e addietro. Perfette, poi, le tante inquadrature in primissimo piano che contribuiscono a dare maggiore enfasi ai momenti in cui la tensione emotiva raggiunge il suo apice. Da lodare, inoltre, sono le impeccabili interpretazioni offerte dai due protagonisti così come dal resto del cast. Una menzione speciale e doverosa va al grande John Malkovic che ha vestito i panni del giudice Edward D. Cowart il quale, a conclusione del processo, rivolse all’imputato queste potenti, sentite e terribili parole: «Riconosco […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Alien, sei corti per festeggiare i quarant’anni del film

A 40 anni dall’uscita nelle sale Alien festeggia il proprio quarantennale con una serie di 6 cortometraggi diretti da registi esordienti. Era il 1979 quando il mondo del cinema fu sconvolto dall’arrivo sul grande schermo di un’inquietante creatura snella, veloce e letale che dava la caccia all’equipaggio di una nave mercantile nello spazio profondo e ignoto. Si trattava dello xenomorfo, l’antagonista principale di Alien. Il film di Ridley Scott, con la sua atmosfera oscura, le scenografie ascetiche e il suo ritmo incalzate, è divenuto negli anni un vero e proprio cult che ha dato il via ad un fortunato franchise comprendente tre sequel (1986, 1992 e 1997), due prequel (Prometheus del 2012 e Covenant del 2017), una serie di fumetti e videogiochi e anche una saga cinematografica crossover con un’altra celebre creatura fantascientifica: Predator. Di anni ne sono passati ben 40 e per festeggiare a dovere il compleanno della sua creatura la 20th Century Fox, in collaborazione con la piattaforma online Tongal, ha pubblicato tramite il canale YouTube di IGN sei cortometraggi diretti da sei registi esordienti, scelti tra una rosa di 550 cortometraggi inviati alla casa di produzione californiana. Alien 40th anniversary: recensione in breve dei sei cortometraggi I titoli dei sei cortometraggi sono Alone, Containment, Harvest, Night Shift, Ore e Specimen, rispettivamente diretti da Noah Miller, Chris Reading, Benjamin Howdeshell, Aidan Breznick, le sorelle Spear e Kelsey Taylor. Quello che accomuna questi corti, differenti l’uno dall’altro per trama e regia, è la volontà di rifarsi al primo Alien. Questi omaggi richiamano infatti alle cupe e paurose atmosfere del film del ’79, nonché ai suoi personaggi e momenti topici. Alcuni attori richiamano per caratterizzazione al tenente Ellen Ripley, interpretata nei film della saga da Sigourney Weaver e che con la sua caratterizzaione androgina ha creato l’archetipo della donna coraggiosa ed indipendente, ma non mancano nemmeno gli iconici Facehugger che stritolano il viso della vittima e ovviamente lo xenomorfo, la terribile e allo stesso tempo affascinante creatura aliena nata dalla mente del pittore e scultore svizzero Hans Ruedi Giger. L’operazione sponsorizzata dalla Fox è sicuramente interessante e permette a giovani registi di affacciarsi al mondo del cinema contribuendo all’espansione di un universo filmico importante e seminale come quello di Alien. Operazione che tuttavia non è esente da limitazioni. Se alcuni corti riescono a restituire le atmosfere claustrofobiche e angosciose del film di Scott grazie sia a colpi di scena inaspettati (Harvest) che richiami alla tematica della solitudine che porta alla follia (Alone) e della paura verso le persone più vicine a noi (Containment), altri risultano essere inanimate operazioni che con il primo Alien hanno poco o nulla a che fare (Night Shift, Ore e Specimen). In ogni caso il contributo di questi registi è sicuramente prezioso e alimenta ancora di più l’immaginario di uno dei franchise più celebri del genere fantahorror. Quarant’anni di “In space no one can you hear scream“ Alien festeggia il suo quarantesimo anniversario regalandosi una sestologia di cortometraggi che richiamano alle terrificanti atmosfere del primo film che […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Stanlio e Ollio, la storia vera di un’amicizia irresistibile

Una storia di amicizia “dietro le quinte” quella del commuovente e dolce biopic di Jon S. Baird, Stanlio e Ollio, che, attraverso i retroscena dell’ultima tournée teatrale del due comico più amato, ci racconta il profondo legame tra i due e le incomprensioni nella vita reale di Stan Laurel e Oliver Hardy. Da pochissimo nelle sale italiane. Nel 1937 i comici attori Stan Laurel e Oliver Hardy, in arte Stanlio e Ollio, sono all’apice del successo quando stanno per girare “I fanciulli del West” (conosciuto in Italia anche come “Allegri vagabondi”) e registrare il loro celeberrimo balletto, che utilizzeranno per tantissimi futuri sketch, “At the ball, that’s all” sulle note degli Avalon Boys. Subito però il lungometraggio di Baird vuole trasportarci nella vita dei due comici, di cui finora poco, e da fonte non affidabile, si conosceva. Infatti, vediamo Stan e Ollie (soprannominato “Babe”) che chiacchierano amichevolmente dei loro numerosi precedenti matrimoni, in un camerino mentre ripassano una parte. Il film suscita da subito un’allegria e una dolcezza nel rivivere le gag e l’empatia consolidata del duo comico, soprattutto grazie alla bravura e all’assoluta somiglianza con i veri Stanlio e Ollio dei due attori principali, il britannico Steve Coogan e John C. Reilly, entrambi conosciutissimi nel mondo del cinema ma che prima di questa brillante interpretazione non avevo avuto mai un ruolo così importante. Una prova attoriale anche di responsabilità, che viene superata a pieni voti grazie alla bravura con la quale riescono a far rivivere le caratteristiche dei veri Stanlio e Ollio, sopra e fuori dal palco. Il film biografico, che in realtà è l’adattamento cinematografico del libro “Laurel & Hardy – The British Tours” di A. J. Marriot, racconta dell’ultimo periodo della carriera del duo, quando intorno al 1953 i comici decisero di partire per un tour europeo e mettere in scena i loro più famosi sketch sui palcoscenici teatrali, seguiti in Europa da un pubblico che ancora li amava molto, in attesa che un produttore con il quale aveva contatti Stan decidesse di dare l’okay definitivo al loro nuovo film tratto dalle avventure di Robin Hood (nonostante la pellicola non fu mai girata e, come si vede in Stanlio e Ollio, Laurel da vero stakanovista, come lo ricordano, davvero lavorava alacremente alla stesura della sceneggiatura e ne discuteva con il collega Hardy). L’era d’oro era per la loro lunga e prolifica carriera terminata, e gli anni di screzi tra Stan e il produttore cinematografico Hal Roach ormai passati. Dopo un flashback che sarà determinante per comprendere la crisi che la loro amicizia affrontò a causa di un abbandono e di una incomprensione conseguente durata nel tempo, passano sedici anni e Stanlio e Ollio si trovano in Inghilterra per cominciare il tour, stanchi per l’età e una vita difficile tra gli spettacoli senza sosta e pubblicità, che sono costretti ad affrontare a causa di un inizio sottotono della tournée. Un bellissimo biopic che ci fa rivivere le avventure di Stanlio e Ollio, tra risate e lacrime In quel […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Film muto: storia dal 1895 agli anni ’10

Il film muto ha rappresentato per 32 anni, dal 1895 al 1927, l’espressione principale del cinema. Senza l’ausilio non soltanto della voce ma anche di mezzi che noi, oggi, diamo per scontati, i registi e gli attori dovevano far fronte ad un gran numero di limitazioni. Ma, nonostante ciò, riuscirono a girare film che hanno influenzato e influenzano tuttora i registi. In questo articolo ci concentreremo sul periodo degli albori del cinema, quello che va dalla nascita del cinema agli anni ’10. La materia è, come si vedrà, talmente vasta che è impossibile trattarla in un solo articolo e quindi al cinema degli anni ’20 e delle avanguardie verrà dedicato un articolo a parte. Film muto, alcuni miti da sfatare La prima cosa che viene in mente quando si parla dei primi film della storia del cinema è che si tratta di pellicole generalmente prive di qualsiasi suono e musica e con le immagini in bianco e nero, quindi prive di colore. Si tratta di credenze del tutto errate. Per quanto riguarda il sonoro, pur non essendo presente nelle prime pellicole la traccia sonora, i suoni e la musica potevano essere comunque ascoltati. In sala era infatti presente un pianista che forniva l’accompagnamento musicale alle immagini che scorrevano sullo schermo. Con lo sviluppo dell’industria cinematografica il pianista viene sostituito dalle orchestre vere e proprie, le quali compongono degli spartiti appositi per le pellicole. Importante era anche la figura dell’imbonitore il quale, oltre ad invitare il pubblico ad entrare in sala, aveva anche il compito di commentare e descrivere le scene del film muto agli spettatori (non bisogna dimenticare che il pubblico era formato anche da analfabeti). Quanto alla questione delle immagini vere e proprie, seppur il bianco e nero si può considerare un marchio di riconoscimento del film muto è anche vero che le pellicole potevano essere colorate. L’operazione consisteva nel colorare ogni singolo fotogramma tramite coloranti all’anilina, ma si poteva anche optare per una colorazione monocromatica del singolo fotogramma. Si trattava tuttavia di un’operazione lunga e faticosa, se si tiene a mente che la pellicola era un supporto facilmente deteriorabile e infiammabile. Limiti che hanno irrevocabilmente causato la perdita di gran parte del cinema delle origini. Le diverse modalità del film muto: rappresentazione attrattiva ed istituzionale Lo storico del cinema Noël Burch ha suddiviso l’immenso corpus di pellicole dell’età del film muto in due distinte modalità di rappresentazione: il Metodo di Rappresentazione Primitivo (MRP) e il Metodo di Rappresentazione Istituzionale (MRI). Il Metodo di Rappresentazione Primitivo è tipico degli albori del cinema. Le caratteristiche peculiari di questo genere di film sono principalmente due: la concezione delle inquadrature  come scene indipendenti in cui si svolgono e si esauriscono le azioni (quindi non collegate tra loro) e il fatto che più che ad una storia vera e propria i registi si concentrano sullo stupire lo spettatore con delle “attrazioni”. Le vedute dei fratelli Lumiére, per quanto in genere vengono spesso identificati come documentari, sono in realtà film di attrattiva per due […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Santa Clarita Diet, quando l’horror ha incontrato il genere commedy

Sheila è una donna con una vita semplice, sposata con Joel, un bell’uomo con cui condivide anche la professione di agente immobiliare. Insieme alla loro figlia adolescente Abby, vivono a Santa Clarita in California, il tipico “american suburbs” dal clima mite con staccionate bianche e arredamento standard medio-borghese. La loro esistenza prende una piega inaspettata quando Sheila si trasforma in una zombie che non riesce più a cibarsi di frutta e verdura ma solo di carne umana. Questo è l’incipit di Santa Clarita Diet, una serie tv “dark commedy” di Victor Fresco in onda su Netflix alla sua terza stagione, e ultima, rilasciata a marzo. Purtroppo Netflix ha rilasciato poco tempo fa la notizia della cancellazione della serie; i motivi sono ancora incerti, ma non desta stupore visto le volte in cui la casa di produzione ha preso questa decisione, sconcertando fan e pubblico. Tra le serie prodotte da Netflix, Santa Clarita Diet non ha destato tanta attenzione, né ha ricevuto particolari menzioni, più esaltanti, rispetto a tv series attese come “Sex education” o la nuova stagione de “La casa di carta“; ma si è rivelata comunque un successo perchè si è subito presentata con una trama originale, e sicuramente con un cast all’altezza: nel ruolo della protagonista, Drew Barrymore è perfetta. Divertente e ironica, quando pian piano il corpo della protagonista sembra cadere in decadimento (come un occhio fuori dall’orbita o un dito che non vuole proprio stare al suo posto), capace di far intendere allo spettatore un pregresso, il cambiamento di personalità di Sheila tra il prima e il dopo la trasformazione, quando diventa più sicura di sé e irriverente, alla ricerca di carne umana appetitosa ma sempre amareggiata dalla scarsa morale che comporta uccidere un’altra persona per sopravvivere (spassose le prime scene in cui, insieme alle sue amiche durante un pomeriggio di jogging, beve sangue umano dal suo thermos come fosse un frullato proteico). Splatter, horror o dark commedy? Santa Clarita Diet Questo lato macabro e splatter, che è la horror side di Santa Clarita Diet insieme ai successivi sviluppi che porteranno la famiglia a sapere di più sulla trasformazione di Sheila, è con accondiscendenza e a tratti mista ad un pizzico di sana follia condiviso anche dal marito Joel, un Timothy Olyphant che per la prima volta interpreta un ruolo così vivace, che oscilla tra un ghigno e il baratro di una prossima pazzia. Infatti, l’amore dei due coniugi supera anche quest’ostacolo, perché Joel decide di aiutare la moglie a tenere nascosto il suo segreto al vicinato così come di procacciarle cibo, però decidendo di ammazzare solo chi se lo merita – vedremo i due in fantomatiche avventure, in stile cavaliere e il suo ronzino, dare la caccia ad un gruppo di nazisti. E se la carne dovesse finire ben presto, Sheila porta sempre con sé un frigo bar per mantenerla fresca. Accanto ai due Hammond, troviamo anche la figlia Abby, che scoprirà in seguito il segreto di Sheila ma che, il dna non mente, saprà […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello (Recensione)

Paola Cortellesi in “Ma cosa ci dice il cervello” interpreta il ruolo di Giovanna, un’impiegata del ministero che conduce una vita apparentemente mediocre ed è troppo presa dal lavoro per poter svolgere adeguatamente il ruolo di mamma o per rifarsi una vita sentimentale. La verità è che Giovanna, oltre a firmare documenti ufficiali, è un’agente dei servizi segreti costretta a far missioni a Mosca ed a Marrakech e di tempo ne ha veramente poco, nemmeno per partecipare ad una rimpatriata con gli amici del liceo (Vinicio Marchioni, Claudia Pandolfi, Stefano Fresi e Lucia Mascino). Quando decide, però, di rivederli scopre che le loro vite sono turbate dal costante confronto con persone arroganti. Grazie a molteplici travestimenti, Giovanna vivrà situazioni esilaranti che serviranno a portare ordine nella vita dei suoi amici di sempre. Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello: Intento del regista e messaggio chiave della commedia L’intenzione del regista Riccardo Milani èquella di contaminare i generi, mescolando elementi della commedia tradizionale a scene di azione, infatti Ma cosa ci dice il cervello è una commedia dinamica e di forte impatto sociale. L’intento del film è quello di mostrare le esagerazioni della nostra società tramite elementi di spy-story, è un film specchio dei vizi dell’Italia che risulta essere caratterizzata dall’aggressività e dalla tuttologia legata ad Internet. Questo film è una fotografia spietata di un paese che ha perso le basi della convivenza civile e dunque lo sguardo del regista è critico nei confronti della società e di un’ Italia che è divenuta una nazione intorpidita, quasi addormentata, che non reagisce più. Il regista Riccardo Milani, con questa commedia, vuole raccontare un pezzo di questo paese, nel quale manca la responsabilità sociale e gli italiani sono sottoposti alle angherie della quotidianità. Si avverte l’urgenza di far riflettere gli spettatori, infatti l’obiettivo principale di questa commedia è quello di far aprire gli occhi e di far luce su tutto ciò che non funziona nella società odierna. Il nostro vivere quotidiano è costellato da violenze, prevaricazioni ed eccessi di maleducazione e la commedia è un metodo intelligente per veicolare un messaggio contrario a ciò che provoca malessere tra le persone. Il risultato è una trama senza dubbio divertente, che non analizza i motivi delle cattive azioni che colpiscono la società, ma li descrive con attenzione ed assoluta chiarezza, mostrandone le conseguenze e mettendo così lo spettatore dinanzi a situazioni che ricorrono nella vita quotidiana. “Ma cosa ci dice il cervello” è un atto d’amore verso l’Italia, bellissimo paese, ma troppo complicato da vivere, dove i cittadini vanno rieducati ad una giusta convivenza civile. Paola Cortellesi in Ma che ci dice il cervello – Caratteristiche della protagonista Giovanna L’attrice Paola Cortellesi recita magistralmente i ruoli double face di donna sedentaria come impiegata del ministero e di donna coraggiosa e dinamica nel suo lavoro come agente dei servizi segreti. La sua trasversalità e la sua mimica facciale la rendono molto espressiva, doti già apprezzate nel film La befana vien di Notte, nel quale […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

I film più belli di Audrey Hepburn, meravigliosa attrice senza tempo

Scopriamo insieme la nostra selezione dei film più belli di Audrey Hepburn, questa meravigliosa attrice senza tempo, nonché le curiosità legate a questi ultimi. Audrey Kathleen Ruston, conosciuta come Hepburn, dal cognome della nonna materna, è stata sicuramente una delle attrici più conosciute e amate di tutti i tempi. Vincitrice dei più ambiti premi cinematografici, tra i quali due premi Oscar, diversi Golden Globe, Emmy, Grammy, BAFTA e David di Donatello, è stata inoltre annoverata sul podio delle più grandi star della storia del cinema. In seguito al successo ottenuto negli anni ’50, ha lavorato al fianco dei più grandi attori dell’epoca, tra i quali Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Sean Connery ed altri. Alcune scene dei suoi film, nonché gli abiti da lei indossati (anche in seguito al sodalizio con la raffinata casa di moda fracese Givenchy), sono divenute topiche e hanno segnato la memoria degli appassionati, nonché un vero e proprio codice di bellezza che si rivoluziona: un viso pulito, con due occhi enormi e scuri, come i capelli che lo incorniciano, che risulta bello qualsiasi espressione ella assuma. Nasce come ballerina, ma i suoi ruoli prima teatrali e in seguito cinematografici non possono che dare lustro alle sue indiscutibili doti di attrice carismatica ed elegante. Sarà la scrittrice Colette a volerla a tutti i costi come protagonista della versione teatrale del suo romanzo “Gigi”, e da qui la sua ascesa fu formidabile. La sua ultima apparizione sul grande schermo sarà negli anni ’80, e in seguito a tale scelta l’attrice si dedicherà alla famiglia, oltre che all’assiduo lavoro umanitario, ottenendo la nomina di ambasciatrice dell’UNICEF, grazie al suo instancabile ruolo nel sostegno delle popolazioni meno fortunate. I film più belli di Audrey Hepburn Vacanze Romane (1952) Oltre ad essere il film che sancirà il debutto dell’attrice nel panorama hollywoodiano, la sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar come migliore attrice protagonista. La Hepburn interpreta il ruolo di una principessa che, stanca del suo ruolo nobiliare, decide di immergersi nella caotica vitalità romana, dove incontrerà un giornalista che ben presto si scoprirà innamorato di lei, ma che dovrà decidere se salvarsi la carriera, a scapito dell’innamorata. Topica è l’immagine della Hepburn in giro per le stradine della capitale sulla vespa guidata dal meraviglioso Gregory Peck, che ha fatto sognare intere generazioni, e continua a farlo. La magia della città eterna è lo scenario perfetto per l’interpretazione dei due magistrali attori, e la Hepburn dimostra ben presto la sua facilità nell’interpretare un volto regale, grazie alla sua finissima bellezza. Sabrina (1954) Un successo sembra incalzare l’altro, e la Hepburn, poco dopo il film di debutto, interpreterà l’indimenticabile Sabrina, figlia dell’autista di una famiglia abbiente, diverrà ben presto l’oggetto del desiderio nonché della disputa di entrambi i fratelli della famiglia, per arrivare poi a scegliere quello dei due che meno ci si sarebbe aspettati.  In questo film è affiancata da Humphrey Bogart e William Holden e i meravigliosi abiti indossati dall’artista sono targati Givenchy. Questa volta […]

... continua la lettura