Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Cinema e Serie tv contiene 382 articoli

Cinema e Serie tv

Film sulle truffe, tre che devi assolutamente vedere

Da quando esiste il mondo l’uomo non è mai riuscito a reprimere del tutto la tentazione di ingannare il prossimo attraverso vacue promesse per il proprio tornaconto personale. Stiamo parlando della truffa, di quell’azione che in ambito giuridico indica un vantaggio che una persona ottiene a discapito di un’altra tramite vari mezzi: raggiri, bei discorsi, promesse di successo ottenuto senza il minimo sforzo e così via. Tanti metodi che, nella maggior parte dei casi hanno un unico scopo: il denaro. La letteratura e il teatro hanno messo in scena tante figure di truffatori, ma anche il cinema con tanti film sulle truffe. Tra i tanti film sulle truffe, ne abbiamo scelti tre che ci hanno colpito particolarmente. Senza indugiare ulteriormente, scopriamo quali sono. Film sulle truffe, le nostre scelte Totòtruffa ’62 Iniziamo questa lista di film sulle truffe con un classico di Totò: Totòtruffa’62, diretto da Camillo Mastrocinque nel 1961. Antonio (Totò) e Camillo (Nino Taranto) sono due ex attori trasformisti che sfruttano le conoscenze apprese a teatro per racimolare qualcosa gabbando il prossimo e sono sempre sotto l’occhio del commissario Malvasia, ex compagno di scuola di Antonio. In realtà Antonio non inganna il prossimo per cattiveria, ma per mantenere la figlia Diana (Estella Blain) che studia in un prestigioso collegio. Tuttavia la ragazza, stanca della rigida disciplina dell’istituto, fugge e si rifugia a Roma dove si innamora di Franco (Geronimo Meynier), figlio proprio del commissario. Un classico della filmografia di Totò, che tratta il tema della truffa abbinandolo a quella che il popolo napoletano chiama “arte di arrangiarsi“. Non si può non provare simpatia per il personaggio di Antonio, uno dei pochi esempi di truffatori a fin di bene che riesce sempre a strappare una risata tramite gag divertenti. Una su tutti, quella del tentativo di vendita della fontana di Trevi ad un ignaro passante. Quiz Show Tra i film sulle truffe più interessanti si può citare anche Quiz Show, diretto da Robert Redford nel 1994. Nel 1958 il quiz Twenty – One spopola tra i cittadini americani grazie al suo campione Herbie Stempbell (John Tuturro), rimasto imbattuto per molto tempo. Tuttavia i produttori del programma, consci dei bassi ascolti che il programma sta registrando, pensano bene che sia giunta l’ora di mandare Herbie a casa e di dare lo scettro di campione a Mark von Daren (Paul Scofield), un giovane intelligente e di bell’aspetto appartenente ad una famiglia altolocata . Herbie non accetta di buon grado la decisione e decide di far venire a galla il marcio e la corruzione che invade il mondo dei quiz televisivi. Quiz Show è un buon esempio di film sulle truffe. Lo scandalo del quiz Twenty-One avvenne davvero negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 e sollevò le ire e lo stupore dell’opinione pubblica. Robert Redford usa così questa vicenda per dimostrare come le immagini che i mass media e in particolare la televisione ci propongono non sono altro che illusioni effimere fatte passare per vere e che, ovviamente, ci ingannano. […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

C’era una volta… Quentin Tarantino

Ogni generazione ha i suoi personaggi storici: gli anni ’90 hanno avuto Michael Jackson, gli anni ’60 Truffaut. Possiamo considerarci fortunati per essere testimoni di una delle personalità più importanti e rivoluzionarie della storia del cinema, Quentin Tarantino. L’italo-americano è in attività dal ’92 e ha sfornato, per ora, 8 film. Ciò che carica di significato la prossima uscita “C’era una volta a Hollywood” è che potrebbe essere il suo penultimo. Infatti il regista ha dichiarato più volte di voler essere produttivo fin quando ne ha la forza, fin quando può fare questo mestiere al cento per cento. “C’era una volta a Hollywood” ripercorrerà le vicende di Rick Dalton e Cliff Booth, interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, e sarà ambientato nella Hollywood dell’età dell’oro. Non è la prima volta che il regista collabora con i due attori protagonisti: Leonardo DiCaprio è apparso come Calvin Candie, ricco commerciante di schiavi e proprietario di campi di cotone in Django Unchained, mentre Brad Pitt, invece, è stato protagonista di Inglourious Basterds interpretando il tenente ebreo Aldo Raine a comando proprio dei “Bastardi senza gloria”, gruppo assemblato per dare la caccia e punire i nazisti. Ad accompagnarli ci sarà la meravigliosa Margot Robbie, che si è vista lanciata nella stratosfera del cinema da Martin Scorsese affiancando proprio Leonardo DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”. Tarantino, innamorato dei film di Sergio Leone con cui è cresciuto ed ha plasmato la sua identità come regista, finalmente riesce a comporre il suo “C’era una volta…”, titolo che cita due dei più grandi capolavori della storia del cinema: “C’era una volta il West” e “C’era una volta in America” entrambi del già citato Leone. Oltre a Leone, Tarantino è un fan accanito del cinema di genere italiano: Mario Bava, Lucio Fulci, Luchino Visconti sono tutti sue fonti d’ispirazione, affiancati al cinema giapponese, di serie B e non, e allo spaghetti Western del sopracitato Leone. Il regista italo-americano è abituato a sorprendere lo spettatore, prendendo un genere cinematografico e stravolgendolo completamente. Destrutturando ogni canone cinematografico e costruendone dei nuovi. Con la sua 9° opera ci si aspetta un insieme di tutto quello che ha assimilato per osmosi dal mondo cinematografico. Ha infatti anticipato che sarà un film sul cinema americano e le sue dinamiche. Come detto nell’introduzione: probabilmente tra non pochi anni, i film di Quentin Tarantino saranno saldamente nella Storia del Cinema. Siamo testimoni della Storia ed abbiamo la fortuna di poter visionare un’opera d’arte nelle nostre migliori sale cinematografiche!

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Thirteen reasons why – terza stagione | Recensione ed opinioni

Prima di far luce sulla terza stagione di Thirteen reasons why è bene riassumerne le “puntate precedenti”. Il titolo della serie rinvia alle tredici ragioni per le quali la protagonista della prima stagione Hannah Baker (Katherine Langford) sceglie di togliersi la vita. Queste sono legate principalmente alle difficoltà di essere adolescenti quali il bullismo, le violenze, le molestie e le insicurezze. Tali cause verranno incise e racchiuse dalla stessa Hannah in tredici cassette, ciascuna dedicata alla storia del ragazzo o della ragazza che ha contribuito al nascere della sua decisione. Per queste caratteristiche pressoché uniche, la seconda stagione non era stata accolta con molto entusiasmo, ma nonostante ciò i tredici episodi hanno spiegato la storia dal punto di vista dei “carnefici”, attraverso un processo giudiziario voluto dalla madre di Hannah. In questo modo, sebbene con molta lentezza, la seconda stagione è riuscita ad istillare una profonda riflessione sui comportamenti ed i segreti che un essere umano è in grado di supportare. La terza stagione di 13 (Tredici) e il suo non stare al passo … La terza stagione purtroppo non riesce a stare al passo con le sue sorelle più grandi, sebbene resti fedele alla morale della seconda, dimostrando che nessuno è linearmente buono o cattivo e che non esiste mai una unica e tragica versione della storia. In questi tredici episodi la tematica di base si perde più volte in colpi di scena, twist e segreti di vario genere che distraggono lo spettatore, portandolo a distaccarsi dalle tematiche principali. Inoltre c’era veramente bisogno che il bullo Bryce Walker (Justin Prentice) facesse una brutta fine o sarebbe stato meglio vederlo percorrere una direzione diversa da quella intrapresa sin dall’inizio? Chi ha già visto le prime stagioni sa bene che per far funzionare Tredici è necessaria una voce narrante, una che conosca diversi punti di vista. Ed è qui che entra in scena Ani (Grace Saif) “la ragazza nuova”. Figlia della badante del nonno di Bryce Walker e nuova studente alla Liberty High, Ani convive con “lo stupratore”, riuscendo ad osservarlo al di là delle critiche e degli insulti: vede in realtà un ragazzo con una vita tanto agiata quanto emotivamente complicata, motivo per il quale è riuscito a guadagnarsi un simile soprannome. Per puro caso, Ani viene accolta nel gruppo di Clay, Justin, Jessica e di tutti i protagonisti delle stagioni precedenti. La strategia di introdurre nel sistema qualcuno che non avesse vissuto gli eventi trascorsi garantisce una nuova luce a Clay come a Bryce. Il trailer inganna svelando subito la morte del bullo, mentre la serie si prende più tempo per arrivarci, unendo flashback del passato al presente in modo da scoprire cos’è successo, per far forse innamorare di nuovo Clay, per supportare la rinascita di Jessica dopo le violenze subite, per far scoprire a Tyler un amico in più dopo la tentata e mancata strage e per mostrare a tutti come anche un mostro come Bryce possa nascondere in sé un essere umano. Il cattivo di Thirteen reasons why lo […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Technicolor, storia del formato più celebre del cinema

Con il nome Technicolor si raggruppano tutti quei procedimenti utilizzati nell’ambito del cinema a colori. Il nome deriva dall’omonima azienda, la Technicolor Motion Picture Corporation, fondata nel 1914 da Herbert Kalmus, Daniel Frost Comstock e W. Burton Wescott. I primi tentativi di colorazione delle pellicole e il Technicolor process 1 Fin dalla nascita del cinema sono stati fatti molti tentativi per inserire il colore all’interno della pellicola. Le pellicole dei film delle origini potevano essere colorate o fotogramma per fotogramma o imbevute di un’unica tinta di colore con una tecnica detta viraggio. Un primo tentativo di procedimento per pellicole a colori risale al 1908 con il Kinemacolor. Inventato in Inghilterra da George Albert Smith e perfezionato da Charles Urban consisteva nell’uso di due filtri rossi e verdi per proiettare un film in bianco e nero tramite dei filtri verdi e rossi. In questo modo gli spettatori, osservando la pellicola, potevano vedere le immagini come se fossero colorate. Il primo film girato con il formato Kinemacolor fu il cortometraggio a Visit to the Seaside del 1908. Nel 1914 Herbert Kalmus assieme ai colleghi Daniel Frost Comstock e Burton Wescott fondò la Technicolor Motion Picture Corporation, un’azienda che si specializzò nel creare procedimenti per la coloritura delle pellicole. Il primo formato ad essere prodotto fu il Technicolor Process 1, usato per la prima in The Gulf Between di Wray Physioc del 1917. La tecnica consisteva nel proiettare una pellicola in bianco e nero, i cui fotogrammi scorrevano in una cinepresa dietro al cui obiettivo era posizionato un prisma. In questo modo la luce che entrava all’interno si divideva in due fasci, filtrati con due filtri rosso e ciano ad ogni apertura dell’otturatore. In questo modo si producevano due negativi di selezione. La pellicola negativa permette di ottenerne un’altra in bianco e nero detta positivo. Entrambe vengono poi proiettate su di un proiettore con due obiettivi rosso e ciano alla stessa velocità di due fotogrammi al secondo i quali, fondendosi, si uniscono tramite sintesi additiva e generando così una vasta gamma di colori. Per quanto tale procedimento fosse indubbiamente innovativo, non ci mise molto a mostrare le sue lacune che erano riassumibili in un unico difetto: le immagini andavano spesso fuori sincrono, cioè non combaciavano e bisognava continuamente regolare il prisma della cinepresa. Fatta eccezione per The Gulf Between, nessun altro film adopererà il Technicolor process 1. Il Process 2 Nel 1922 fu introdotto il Technicolor process 2, che non differiva molto dal primo procedimento se non per il fatto che fu adoperata una nuova cinepresa con un diverso prisma e che i positivi ottenuti erano direttamente a colori. In pratica dalla pellicola in bianco e nero, filtrata sempre attraverso i noti filtri rossi e ciano, si ottenevano due positivi che erano anche essi in bianco e nero. In seguito l’argento contenuto in esse veniva rimosso e restava soltanto uno strato di gelatina dove era tracciata l’impronta dell’immagini che venivano colorate (i fotogrammi in rosso con il colore ciano, i fotogrammi in ciano […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Blue Valentine di Derek Cianfrance: un film di successo

Blue Valentine di Derek Cianfrance – Trama Il film racconta la storia d’amore tra Dean Pereira (Ryan Gosling) e Cindy (Michelle Williams), una giovane coppia sposata. Il film si alterna con scene del passato che si alternano al presente per raccontare con maestria la differenza tra il corteggiamento e la fine del loro matrimonio diversi anni dopo. Dean è un ragazzo che ha abbandonato la scuola e lavora per una ditta di traslochi a Brooklyn. Cindy è una studentessa di medicina che vive con i suoi genitori sempre in lotta tra loro. Cindy e Dean si incontrano alla casa di cura della nonna di lei da lì inizia la loro storia d’amore. Cinque anni dopo, la coppia vive nelle campagne della Pennsylvania con la figlia Frankie. Dean lavora dipingendo case, mentre Cindy è infermiera in una clinica. Irritato dal fatto che la moglie ha lasciato l’hotel senza svegliarlo, Dean si presenta ubriaco alla clinica, arrivando ad un violento litigio con l’ex fidanzato di sua moglie Cindy. Lei chiede il divorzio, ma lui cerca di convincerla a dare un’altra possibilità al loro matrimonio, chiedendole se vuole che sua figlia cresca senza genitori uniti.  Blue Valentine di Derek Cianfrance – Struttura temporale e protagonisti La loro storia viene raccontata attraverso una tecnica precisa ideata dal regista Derek Cianfrance: utilizzare due linee temporali che si sovrappongono. Numerosi flashback raccontano i momenti felici della storia dei protagonisti Dean e Cindy che si alternano a quelli della fine del loro matrimonio in cui gli spettatori non possono trovare più la gioia e la speranza che sembrava potesse unire i due protagonisti. La differenza tra passato e presente è ben scandita da un buon lavoro di fotografia che alterna luci calde e luminose dei momenti della felicità quando hanno visto nascere la figlia Frankie a momenti cupi e freddi trasmessi dalle foto digitali. Il regista fa in modo che gli spettatori capiscano che Dean e Cindy sono due giovani che soffrono per il loro passato ricco di difficoltà che si riflette sul loro matrimonio. Dean non ha avuto una madre, non ha alcuna ambizione professionale; Cindy proviene da una famiglia disfunzionale con la madre e il padre che non sono stati un esempio di armonia familiare. La stessa routine, gli stessi ritmi rendono opprimente quel forte amore vissuto dai protagonisti infatti durante l’arco temporale del film si vede la trasformazione di un amore ricco di complicità in un amore triste e senza dolcezza. Blue Valentine di Derek Cianfrance – Effetto immersivo Il regista Derek Cianfrance con il film Blue Valentine getta le maschere dell’ipocrisia e mostra tutta la normalità di una difficile vita coniugale. Il verismo cinematografico è percepito tramite le inquadrature ravvicinate che permettono allo spettatore di immedesimarsi particolarmente durante tutta la durata del film e l’effetto diventa immersivo e travolgente. Blue Valentine è un film che non si dimentica facilmente perché coinvolge emotivamente con una storia interpretata magistralmente da Ryan Gosling e Michelle Williams. Alcune scene sono ambientate a casa dei protagonisti, altre nella […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Martin Eden, un anarchico napoletano al cinema

“[..] e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al di sopra della terra e della sua supina banalità.” (Jack London, “Martin Eden”) Anarchico, avventuriero, spirito libero in lotta con il proprio tempo. Il Martin Eden di Pietro Marcello e Maurizio Bracci, regista e sceneggiatore rispettivamente del lungometraggio, è un personaggio solo apparentemente ispirato all’opera di Jack London. Il film, tratto liberamente dal libro più autobiografico dell’autore americano, vive infatti di vita propria, grazie anche all’emozionante interpretazione di Luca Marinelli. Presentato in concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia, Martin Eden è frutto di una trasposizione temporale e spaziale estremamente innovativa. Se la baia di Oakland e la borghesia di San Francisco facevano da sfondo all’opera originaria, Marcello e Bracci hanno deciso di ambientare la redenzione del rozzo marinaio in scrittore di successo nella Napoli di inizio Novecento. Una scelta rischiosa ma vincente, grazie ad alcuni elementi peculiari che fanno del film un lungometraggio atipico per la produzione cinematografica nostrana. Numerosi sono infatti gli intermezzi documentaristici, nel bel mezzo della narrazione, che permettono allo spettatore di immergersi nella povertà e nella ricchezza della Napoli del tempo. Così come l’interpretazione di Luca Marinelli, preparatosi a tutto tondo per calarsi nei panni dell’anarchico Eden, sia da un punto di vista fisico, vista la prestanza del personaggio, sia da un punto di vista linguistico, per l’apprendimento della lingua napoletana. Premiato con la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, l’attore romano si conferma tra i volti più interessanti del cinema italiano degli ultimi anni. Martin Eden è l’apice, fino ad ora, di una carriera ancora giovane e con tanto da dire, ma forte già di ruoli memorabili, come in Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot. Martin Eden, diretto da Pietro Marcello e con Luca Marinelli, è nelle sale dal 4 settembre La storia di Martin Eden riprende dunque parzialmente quella dell’originale londoniano. Se confrontato con il romanzo, nel film verrebbe fuori tutta la fretta e la necessità di accorpare centinaia di pagine in due ore di girato. Nell’opera di Marcello, nella scelta di trasporre completamente luoghi e tempi della narrazione, emerge così non solo l’individualismo di Eden, ma anche la voglia di raccontare lo spirito di uno spaccato di secolo, il Novecento, teatro di aspre lotte sociali tra ideologie socialiste e liberali che infatti diventano centrali nella seconda parte del film. Solo così è possibile apprezzare il ritratto del personaggio interpretato da Luca Marinelli. Uno scrittore “frutto della mente degli altri” come recita l’attore romano nella delirante mezz’ora finale. La sua è la storia di un rozzo marinaio che si innamora perdutamente della giovane Elena (Jessica Cressy). Conosciuta dopo aver salvato il fratello da una rissa, Eden deciderà di intraprendere la carriera di scrittore dopo aver cominciato a frequentare i salotti altolocati della famiglia Orsini. La bella Elena, oltre che un’ossessione amorosa, diviene anche il simbolo dello status sociale cui il giovane mira ad elevarsi. Deluso successivamente dalla classe […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Mostra del cinema di Venezia: la 76esima edizione

Mostra del Cinema di Venezia: la 76esima edizione Appuntamento annuale a Venezia Lido per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che arriva alla sua 76esima edizione ed assegna il prestigioso Leone d’oro a Joker di Todd Phillips con tanto di ovazione a Joaquin Phoenix per la sua interpretazione. Venezia, quest’anno più degli scorsi anni, è fotografabile come un insieme di lingue, nazioni, personaggi uniti dall’universalità del linguaggio cinematografico, ma al contempo la 76esima edizione si ricorderà per le tematiche e  le vicende d’interesse mondiale affrontate. In un contesto culturale come quello della Mostra del Cinema di Venezia, poco prima della cerimonia di apertura, il red carpet è stato occupato da 300 attivisti per il clima, che hanno posto l’attenzione sul tema delle Grandi Navi in laguna, ed ancora, a chiusura del Festival, l’attore romano Luca Marinelli ha dedicato il premio ricevuto, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, a tutte le persone in mare che salvano le vite umane, ricordando ancora una volta la delicata faccenda umanitaria che da tempo affligge l’intera Europa. La giuria, presieduta dalla regista argentina Lucrecia Martel, ha assegnato a Ji Yuan Tai Qi Hao il premio per la Miglior sceneggiatura, No. 7 Cherry Lane; Ariane Ascaride vince la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile con Gloria Mundi; Roman Polanski vince il Gran premio della giuria, per il film J’accuse. Il film vincitore del Leone d’oro (Joker), che uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 ottobre, ha come protagonista Joaquin Phoenix, che interpreta il famoso antagonista di Batman. Ambientato nel 1981 è il racconto di Arthur Fleck, un comico squattrinato di Gotham City, passato alla storia come Joker. A suggellare l’eleganza della 76esima edizione, Alessandra Mastronardi, madrina della Mostra del Cinema: perfettamente calzante nel ruolo, durante la serata conclusiva ha aperto le premiazioni con un discorso semplice quanto veritiero: «Non pensavo che sarebbe stata un’esperienza così potente. Io auguro a tutti di tenere stretti i ricordi, le poesie, i personaggi e i paesaggi di questa edizione del festival. Proprio come farò io, che ho capito, una volta di più, perché faccio il mestiere dell’attrice: per emozionare». Look eterogenei e variegati, attori ed attrici che si sono avvicendati sul red carpet stregando obbiettivi a colpi di stile e sorrisi: dall’abito rosso fiammante di Scarlett Johansson, che con i capelli sciolti effetto bagnato tirati all’indietro e trucco smokey ha dominato l’esercito di fotografi, a Kristen Stewart, attesissima al Lido, che ha mescolato il suo stile punk rock di sempre con un abito lungo di Chanel a stampa floreale. Quest’anno colpisce particolarmente anche la presenza di influencer, invitate dai brand, che hanno raccontato attraverso le proprie stories di Instragram l’esperienza del Red Carpet, favorendo così l’integrazione di una fetta di pubblico che ha sempre visto la Mostra del Cinema di Venezia come un evento troppo lontano e irraggiungibile. Un esempio è stato il Red Carpet di Annie Mazzola (influencer e speaker radiofonica per Radio 105) e Cristina Fogazzi, conosciuta dai più con il nome di Estetista Cinica, che domenica 1 settembre hanno sfilato sull’amato tappeto rosso grazie […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Haifaa Al-Mansour, la prima regista saudita a Venezia76

Haifaa al-Mansour è arrivata alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia con “The perfect candidate” – in concorso – che racconta la battaglia per spezzare le antiche logiche del sistema patriarcale nella società saudita. Haifaa è la prima regista donna dell’Arabia Saudita. Nata ad Al Zulfi nel 1974, ottava di dodici figli del poeta Abdul Rahman Mansour, laureata in Lettere all’Università Americana del Cairo e con un master in Regia all’Università di Sydney, ha iniziato la sua attività di regista con tre cortometraggi: “Who?”, “The Bitter Journey” e “The Only Way Out”2. Il suo quarto documentario “Women Without Shadows” ha segnato il suo ingresso nel mondo del “tabù” del Regno Saudita, con argomenti che spaziano dalla tolleranza ai pericoli dell’ortodossia e la critica alla cultura restrittiva araba. Il documentario, che riguarda le vite nascoste delle donne in Medio Oriente (ad esempio nell’utilizzo dell’abaya, un indumento femminile che copre tutto il corpo eccetto la testa, i piedi e le mani, e utilizzato in alcuni Paesi musulmani con la funzione di hijab), è stato visto in 17 Festival Internazionali del Cinema e ha vinto numerosi premi. La regista ha sempre rigettato le lettere d’odio e le critiche che la accusavano di essere ostile alla religione, sostenendo che l’Arabia Saudita debba assumere una visione più critica rispetto a determinati aspetti della propria cultura. Con il film “La bicicletta verde”, Haifaa ha ottenuto una candidatura ai Premi BAFTA 2014 nella categoria “miglior film straniero”. Il suo lavoro era stato anche proposto nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia nel 2012, dichiarando Haifaa come prima donna saudita a dirigere un film nella storia del Festival. Se ne “La bicicletta verde” la lotta per l’emancipazione femminile passava per l’acquisto di una bicicletta, in “The Perfect Candidate”, la protagonista, Maryam (interpretata dall’attrice Mila Al Zahrani), è una giovane e ambiziosa dottoressa che ogni giorno lotta per farsi accettare e rispettare da colleghi e pazienti uomini, all’interno di un una società maschilista nella quale continuano ad esserci stereotipi di genere che condizionano scelte e comportamenti e limitano la libertà. Quando, per un problema con i documenti, le viene impedito di volare a Dubai per un convegno ed è costretta a misurarsi con la burocrazia, si imbatte per caso nel modulo di candidatura come Sindaca alle elezioni cittadine e decide di parteciparvi. Approfittando dell’assenza del padre, impegnato nel primo tour musicale consentito in Arabia Saudita dopo molti anni, e con la complicità delle sorelle, comincia a progettare una campagna elettorale puntando sulla ricostruzione della strada che conduce all’ospedale, scontrandosi con le barriere culturali e religiose che impongono alle donne ruoli tradizionali. «Oggi la società saudita è più aperta – spiega Haifaa Al-Mansour – accetta le donne che fanno le registe e concede spazio alle arti. L’arte rende la società più tollerante, il cinema è un importante strumento di cambiamento e nel mio Paese la gente ama andare a vedere film, soprattutto le donne. Ma è una società ancora conservatrice e le stesse donne sono ancora riluttanti ad […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Igort, intervista al regista di 5 è il numero perfetto

Igort, al secolo Igor Tuveri, noto fumettista e regista italiano, racconta ai nostri lettori 5 è il numero perfetto, il suo primo film noir uscito nelle sale il 29 agosto. Leggi l’intervista!  Il guappo in pensione Toni Servillo, l’amante di una vita Valeria Golino e il vecchio compagno Carlo Buccirosso sono i tre personaggi attorno a cui si sviluppa il film noir 5 è il numero perfetto. Uscito nelle sale il 29 agosto, è il primo lavoro alla regia di Igort, da sempre impegnato nel mondo del fumetto. È proprio dall’omonimo graphic novel, pubblicato nel lontano 2002, che Igor Tuveri è partito, rappresentando le avventure di Peppino Lo Cicero, un anziano camorrista che torna in attività per vendicare la morte del figlio. In una Napoli degli anni Settanta «notturna, deserta e metafisica», come l’ha descritta lo stesso regista, Lo Cicero si troverà ad affrontare questa pericolosa, e a tratti esilarante, avventura con l’amata donna Rita e il braccio destro Toto o’ Macellaio. In occasione della presentazione del film al Cinema Filangieri, avvenuta domenica 1 settembre, che ha fatto registrare il tutto esaurito, Igort si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Igort Questo è il suo primo film alla regia. Come ha affrontato questa responsabilità? Ho affrontato la direzione del film come affronto di solito le mie storie, cioè cercando di sfruttare al massimo le potenzialità del mezzo, in questo caso il cinema, che è uno strumento corale capace di offrire molte opportunità. Rispetto a lavorare sulla carta, ho dovuto far fronte a elementi completamente nuovi: il suono, l’immagine e anche il ritmo, che è molto diverso da quello di un libro. E gli attori, naturalmente. Certo. A tal riguardo, Coppola dice che non esiste il cinema senza gli attori – ovviamente, aggiungerei – proprio perché la storia prende vita grazie ai personaggi e alla umanità che trasmettono. Quando e perché è nata questa storia? Ho cominciato a scrivere e disegnare 5 è il numero perfetto in Giappone, a Tokyo, nel 1994. A quei tempi, mi serviva raccontare una storia nella quale ironia e dramma potessero convivere e Napoli mi è sembrato il teatro ideale per far muovere questi personaggi. È stato complesso adattare il graphic novel? No, tutt’altro. È simile a una partita a scacchi, in cui fai le prime mosse e le altre, come d’incanto, arrivano di conseguenza. Alcuni registi hanno confessato di essere spaventati all’idea di lavorare con un attore così bravo come Servillo. Ci racconta, invece, la sua esperienza? Io e Toni siamo diventati subito amici, abbiamo riconosciuto amori reciproci, comuni, e questo ha sicuramente facilitato le cose. Poi, come ogni grande artista, è estremamente esigente. Sin dal primo momento, ha voluto che fossi io a passare dietro alla cinepresa e a dirigere il film. Perché dovremmo andare a vedere 5 è il numero perfetto? Perché è un entertainment non vacuo. Cioè un film divertente, che si propone però di stuzzicare gli spettatori attraverso domande importanti. Girando e raccogliendo pareri, è questo quello che il pubblico sta percependo […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Il Re Leone 2019, un capolavoro di computer grafica

Mercoledì 21 Agosto è arrivato finalmente nelle sale italiane Il Re Leone 2019, l’atteso rifacimento di uno dei classici Disney più amati di sempre. “N’Aazvegnaaaaaaaa ma bagithi baba”. Sì, lo sappiamo che il verso corretto non è propriamente questo ma poco importa, cari amici trentenni e non solo: andate al cinema, alzatevi tutti in piedi, mano destra sul cuore, testa alta e cantate quest’intro come se fosse un inno. Un cielo arancio, il sole giallo che nasce all’orizzonte e in sottofondo le celeberrime note de “Il cerchio della vita”: era il 1994 quando per la prima volta questa magistrale scena de “Il Re Leone” veniva proiettata in sala, raccontando una storia che rivisitava in chiave animalesca la tragedia shakespeariana di “Amleto”. Dopo la lunga scia di live action, tra gli ultimi “Aladdin” e “Dumbo”, anche il trentaduesimo classico d’animazione Disney, dopo venticinque anni dalla sua prima uscita, ha una nuova versione, affidata a Jon Favreau (recentemente visto come attore in Spider-Man: Far From Home), che si era già approcciato a un prodotto simile, avendo diretto nel 2016 il remake de “Il Libro della Giungla”. In realtà trattandosi di una pellicola con protagonisti animali, e in particolare animali selvaggi, non si può parlare di live action, ma di fotorealismo, vale a dire una produzione che utilizza le più sofisticate tecniche di animazione digitale per realizzare un’opera che dia la sensazione di assistere a qualcosa di reale. Ebbene, Il Re Leone 2019 risulta il più definito film d’animazione in CGI finora realizzato, qualcosa di mai visto prima: tutto è stato ricreato al computer (tranne un frammento appositamente inserito per sfidare l’occhio dello spettatore a riconoscerlo). Nel 1994 gli animatori della Disney fecero un lavoro enorme, studiando di persona i movimenti e i comportamenti di leoni e altri animali della Savana per realizzare al meglio il Classico, ma insieme al realismo ovviamente il film aveva tanto del cartone animato, come scene impossibili in natura (Timon hawaiano) o espressioni buffe (le boccacce dei cuccioli) o piene di emozioni (rabbia, paura e dolore, a seconda della situazione). Nel 2019 tutto questo non c’è più, questo Re Leone è davvero un documentario, senza alcuna forzatura animata. La somiglianza con gli animali veri è assoluta e se non fosse per il bisogno di farli parlare le riprese sembrerebbero effettuate dentro qualche parco nazionale, tra autentici leoni e autentiche iene. Il Re Leone 2019: breve trama, analogie e differenze Simba è il futuro re, il cucciolo del saggio leone Mufasa, sovrano temuto e rispettato, che non cerca la guerra e sa stare entro gli ampi confini del proprio Regno. Ma qualcuno trama nell’ombra per sovvertire l’ordine costituito: è Scar, l’invidioso fratello di Mufasa, pronto a macchiarsi del più atroce delitto e a prendere il potere con l’inganno. Esiliato e convinto a torto di essere responsabile della fine dell’amato padre, Simba cresce lontano dalla Rupe dei Re, insieme a due amici molto particolari, finché il passato non torna a cercarlo e a domandargli di assumersi le sue responsabilità. Il leoncino un po’ boriosetto e ingenuo, costretto a fare i conti con le sue […]

... continua la lettura