Seguici e condividi:

Eroica Fenice

In Primo Piano

Libri

Absence 3. La memoria che resta di Chiara Panzuti

Absence. La memoria che resta è il terzo e ultimo capitolo dell’omonima trilogia dell’autrice Chiara Panzuti. Edito da Fazi, questo romanzo young adult si ambienta, come i precedenti, in una visione distopica del quotidiano, in cui un gruppo di ragazzi si ritrovano letteralmente ad essere invisibili per il mondo che li circonda, a causa di un siero l’NH1, che è stato loro iniettato da una branca dell’intelligence inglese allo scopo di testarlo prima di renderlo fruibile all’esercito. Absence: i capitoli precedenti I protagonisti della trilogia sono Faith e Jared, entrambi adolescenti ed entrambi, per motivi differenti, si sentono “invisibili” al mondo che li circonda. Forse proprio questa loro invisibilità emotiva li renderà, loro malgrado, le cavie perfette per testare l’NH1, un siero che ti rende invisibile davvero, e che cancella ogni traccia del tuo passaggio, persino nella memoria delle persone care. Come accade a Faith e Jared, anche a Scott, Christabel, Abigail ed Ephraim viene iniettato il siero e vengono coinvolti in un terribile gioco il cui premio è la sopravvivenza. I protagonisti, divisi nelle tre squadre degli Alfa, Beta e Gamma, combatteranno gli uni contro gli altri per arrivare alla fine, guidati nelle loro mosse da un uomo, vestito di nero, che si fa chiamare l’Illusionista. Si ritroveranno a viaggiare in luoghi a cui non avevano mai pensato da un giorno all’altro, ad affrontare nemici senza scrupoli vinti solo da un’insaziabile voglia di trionfare sugli altri e a girare in un labirinto senza uscita alcuna, mentre il percorso fisico per avvicinarsi al traguardo, e all’antidoto che li renderà di nuovo visibili, si accompagna ad un processo di crescita e maturazione di tutti i personaggi coinvolti. Absence. La memoria che resta: sinossi In questo episodio conclusivo della serie di Absence, la squadra Gamma è di nuovo riunita, ma i rapporti sono tesi e le liti frequenti: Jared e Christabel non si fidano più di Faith, dopo il periodo che ha trascorso con gli Alfa sull’isola di Bintan mentre Scott è l’unico a non dubitare della sua lealtà. Decisa a proteggere i suoi amici e a conoscere il vero scopo del gioco spietato che li ha resi invisibili al mondo, Faith segue le indicazioni della mappa lasciatale da Ephraim, prima dell’ultima prova a Clyde River. Raggiunge così la squadra Alfa a Iqaluit, Canada, dove la ragazza comincia a scoprire la vera identità di Davon − l’uomo in nero − i fantasmi che abitano l’impetuosa Abigail e la natura della sua attrazione verso Ephraim. A poco a poco tutti i tasselli andranno finalmente al loro posto, componendo il disegno crudele congegnato dall’Illusionista, un uomo ossessionato dal proprio passato e divorato dal desiderio di vendetta. Nella prova finale, il suo piano perverso condurrà Faith e i suoi amici a scontrarsi con i propri limiti, il dolore e la morte, ma soprattutto svelerà loro il valore dell’amicizia e la forza interiore maturata da ciascuno durante quell’atroce esperienza. Tornare a essere visibili è davvero essenziale per realizzare se stessi? La memoria che resta, un romanzo […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Silvian Heach spring/summer 2019, la nuova collezione è pronta!

Pop Tropicale Party: collezione spring/summer 2019 di Silvian Heach nello store di via Nisco. Nello store Silvian Heach di via Nisco è ufficialmente cominciata l’estate: la collezione Silvian heach spring/summer 2019 con i suoi colori vividi e vitaminici spazza via il grigio di queste piovose giornate di maggio. Per presentarci la sua nuova collezione, Silvian Heach ha organizzato un evento nel cuore del quartiere Chiaia: il party Silvian Heach in mood Pop Tropicale, punto di incontro per fashion hunter, amiche, clienti, shopaholic, gente a caccia di tendenze o anche semplicemente passanti attratti dagli accattivanti colori e dalla musica di un evento che ha i contorni di un fashion mob. L’evento si è tenuto venerdì 17 maggio dalle 18 fino alle 21, nella sede di via Nisco: a scaldare il clima ancora un po’ freddo di questo maggio così incerto ci hanno pensato il soudtrack del dj Marco Piccolo, che ha sapientemente mixato pop, indie ed elettronica, il dolci della pasticceria Gay Odin e il bar catering di Matteo di Stasio con i suoi drink dal sapore tropical, per rimanere in tema! Tra la folla di invitati e curiosi in & out store, le modelle in outfit Silvian Heach hanno svelato alcuni pezzi della collezione Spring Summer 2019. La collezione presentata è in linea con l’identità del brand: giovane, grintosa e versatile. Colori acidi e freddi, come il menta, il giallo, il fuxia, stampe floreali, fantasie optical, audaci e inediti mix, intramontabili black and white campeggiano su un backdrop fatto di piante tropicali e animali wild e si fondono con l’atmosfera jungle e safari che fa da cornice all’evento e alla collezione stessa. Silvian Heach, inoltre, presenta una novità: il denim customizzato. Il jeans, con bande laterali a contrasto, si apre alla personalizzazione: con la calligraphy, tendenza design e street attualissima, il jeans porta sul lato posteriore maxi lettering nei colori bianco, nero, rosso o blu metal, con cui customizzare e dare identità al proprio jeans. Il servizio di customizzazione gratuito, può essere effettuato negli store, presso i rivenditori del brand e sul sito del brand www.silvianheach.com.

... continua la lettura

Attualità

Attualità

Salone del Libro 2019, tra polemiche antifasciste e la cultura come antidoto

Da domani, fino al 13 maggio, al via il trentaduesimo Salone del Libro 2019, che si terrà anche questa volta al Lingotto Fiere di Torino: quest’anno però il Salone, luogo d’incontro culturale più atteso dal mondo editoriale e dagli avventori che giungono da ogni punto del Paese per partecipare all’evento, si è purtroppo tinto di polemiche, che hanno in questi giorni coinvolto politica ed istituzioni. Che cosa è successo? Il Salone Internazionale del Libro di Torino è un progetto di Associazione Torino, la Città del Libro e Fondazione Circolo dei lettori, con il sostegno di Regione Piemonte, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, e di MiBAC Centro per il libro e la lettura, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, Italian Trade Agency ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Fondazione Sicilia e Fondazione con il Sud. Con il riconoscimento della Direzione Generale Cinema del Ministero dei beni e delle attività culturali. Da sempre fulcro importantissimo per la difesa culturale e del sapere, la maggiore manifestazione letteraria italiana quest’anno si è ampliata ulteriormente nell’organizzazione e negli spazi espositivi del Lingotto. Quest’anno il tema centrale del Salone è “Il gioco del mondo”, tributo e celebrazione della lingua spagnola e di uno degli intellettuali e scrittori del Novecento più rappresentativi, Julio Cortázar. La cultura è un gioco proprio perché libera, priva di confini e capace, nella possibile mescolanza di più saperi, di espandere la mente e l’anima, e la lettura ne è la sua più grande artefice. Il Salone del Libro 2019: il caso della Altaforte Edizioni Una celebrazione che ogni anno il Salone del Libro regala ai suoi avventori, ma che in questa edizione purtroppo sembra essere compromessa a seguito della presenza tra gli stand, che ospiteranno gli espositori, della Altaforte Edizioni, casa editrice considerata sostenitrice della politica neofascista e di Casa Pound, anche nelle sua linea editoriale (tra le sue prossime uscite ci sarà il libro-intervista Io sono Salvini, quest’ultimo, secondo una notizia che sembrerebbe essere falsa, invitato alla kermesse proprio dalla casa editrice. Un incontro non ufficializzato tra gli eventi del festival). Le critiche al Salone del Libro 2019 non si sono fatte attendere, soprattutto contro l’organizzazione del festival e contro il direttore Nicola Lagioia; la situazione si inasprisce quando sabato il consulente Christian Raimo si dimette, con un lungo post su Facebook in cui difendeva il Salone come luogo di dibattito culturale e di incontro tutt’altro che di estrema destra e tutt’altro che politico. Da quella notizia, sono nei giorni scorsi seguite polemiche e defezioni da parte di alcuni autori e partecipanti, come la direttrice dell’Anpi Carla Nespolo, il museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau, la casa editrice People, il collettivo di scrittori Wu Ming, Carlo Ginzburg  e la giornalista Francesca Mannocchi la quale scrive sui social: “Non sarò al Salone di Torino a parlare del mio libro e di migrazioni, dell’oblio dei morti nel Mediterraneo e delle politiche che l’hanno generata […].Continuerò a fare il lavoro che faccio, come lo faccio. Che è la mia resistenza, il mio privato e politico antifascismo”. Al Salone del Libro […]

... continua la lettura
Attualità

Natural branding: il laser che sostituisce gli imballaggi

Un innovativo sistema di etichettatura laser: ecco il natural branding. Il settore alimentare è purtroppo notoriamente caratterizzato da un largo ricorso al packing, cioè alla necessità di incartare e confezionare i prodotti destinati alla vendita. Le procedure di confezionamento sono svariate, ma tutte hanno in comune l’utilizzo di materiali spesso inquinanti, primo tra tutti la plastica. L’utilizzo di confezioni per la vendita di prodotti alimentari è reso indispensabile dalla necessità di tutelare l’integrità dei prodotti, ed in secondo luogo, dalla necessità di apporre sugli stessi tutte le informazioni espressamente previste dalla legge, ed in particolare quelle relative alla loro provenienza e qualità. Le confezioni spesso appaiono indispensabili e di conseguenza i produttori si vedono costretti a ricorrere a contenitori ed imballaggi di vario genere, rendendo così il settore alimentare veicolo per l’utilizzo di materiali pericolosi per l’ambiente. Tale circostanza, alla luce della sempre più impellente necessità di ridurre l’inquinamento da plastica che attanaglia il nostro ambiente, ha portato alla nascita del natural branding, una particolare procedura mediante la quale alcuni prodotti vengono marchiati con tatuaggi indelebili apposti direttamente sulla buccia con l’ausilio di un laser. Tale innovativa tecnica permette alle aziende di apporre sui propri prodotti, i marchi e le informazioni richieste, senza dover necessariamente ricorrere all’utilizzo della plastica o di altri materiali potenzialmente inquinanti. Natural branding: tecnologia a servizio dell’ambiente L’innovativo sistema di etichettatura laser denominato natural branding è stato introdotto in Europa dall’azienda Olandese EOSTA, specializzata nella grande distribuzione di frutta e verdura biologica. Tale azienda, nel tentativo di sviluppare un sistema di confezionamento il più ecologico possibile, ha deciso di abbandonare gli imballaggi adottando un sistema decisamente a favore dell’ambiente. Il natural branding può essere sostanzialmente definito come un tatuaggio impresso con l’ausilio di un laser che rimuove i pigmenti presenti sullo strato esterno della buccia del prodotto. Ovviamente tale procedimento non prevede l’utilizzo di sostanze aggiuntive ed è quindi capace di marchiare il prodotto senza alterarne la qualità o il gusto. L’utilizzo della tecnica dell’etichettatura laser ha portato EOSTA a vincere il Packaging Awards 2018, un prestigioso premio, assegnato in Olanda, alle aziende che adottano le soluzioni di imballaggio più innovative e sostenibili. “Se sai che ogni giorno 3000 camion carichi di rifiuti plastici vanno nell’oceano, e se sai che su una piccola isola nel mezzo del Pacifico il 40% degli albatros muore mangiando plastica, ti rendi conto che abbiamo un grosso problema” afferma Michael Wilde, responsabile della sostenibilità e delle comunicazioni di EOSTA. “Ecco perché sono orgoglioso del nostro Natural Branding, che ci consente di contrassegnare avocado, patate dolci, zenzero e altri prodotti come biologici, senza doverli imballare“. Anche se non tutti i prodotti alimentari sono idonei ad essere sottoposti alla etichettatura laser, tale innovazione tecnologica riveste comunque una grandissima importanza in quanto essa si inserisce meritatamente nell’ampio panorama degli interventi volti alla riduzione dell’utilizzo, e quindi dello spreco, di sostanze potenzialmente inquinanti. Fonte immagine e citazione: https://www.eosta.com/en/news/eosta-nominated-for-innovation-award-thanks-to-plastic-saving-technology

... continua la lettura
Attualità

Ghosting e orbiting, come i social influiscono sulle relazioni

Ghosting e orbiting vi sembreranno dei termini nuovi, difficili, che poco hanno a che fare con le vostre vite. Eppure, come vedremo, chiunque abbia all’attivo un qualsiasi tipo di relazione e sia alle prese con il mondo dei social network, ne è stato sicuramente interessato almeno una volta nella vita. Partiamo, innanzitutto, dal significato. Per “ghosting” (da “ghost”, fantasma) si intende quel fenomeno che avviene quando la persona con cui si ha una relazione decide di porne fine semplicemente sparendo, completamente, all’improvviso, senza darne segnale in precedenza. È un fenomeno che riguarda, ovviamente, il mondo dei cosiddetti “Millennials” (ma non solo) perché sviluppano la maggior parte delle proprie relazioni proprio attraverso i social network. In questo modo, su questi canali, da un giorno all’altro, è possibile sparire senza spiegazioni: non leggere i messaggi, non visualizzarli oppure visualizzarli e non rispondere sono il segnale. L’”orbiting” (da “orbitare”), invece, si verifica nel momento in cui la persona sparita dalla circolazione ricompare all’improvviso, ma sempre interagendo attraverso i social network: mette il like a qualche stato di Facebook, visualizza le “stories” su Instagram, su WhatsApp etc. Questo secondo fenomeno si verifica prevalentemente nel momento in cui non si vuole eliminare qualcuno dalla propria vita in via definitiva, ma non si è pronti o nel momento di impegnarsi in una relazione più stabile. Rappresenta, in qualche modo, la preoccupazione che l’eliminazione completa del “contatto” possa rappresentare la perdita di una futura occasione di “riconnessione”. E’ un atto principalmente egoistico da parte di chi lo compie, e dovrebbe riscontrare la netta chiusura da parte di chi lo riceve. In realtà, i social network hanno solo amplificato e reso più complesso qualcosa di già molto diffuso: il fatto di scomparire all’improvviso dalla vita di qualcuno senza dare spiegazioni e quello di continuare a gravitare intorno alla vita dell’altro pur avendolo rifiutato. Basterebbe pensare, nel secondo caso, al fatto di frequentare gli stessi posti della persona con la quale si è deciso di chiudere i rapporti. Comportamenti che possono essere pericolosi per chi li subisce. Il ghosting lascia la persona nella più totale impossibilità di capire cosa sia successo. Mina non solo la possibilità di elaborare la chiusura, ma anche l’autostima. Una persona che viene lasciata senza sapere il motivo è costretta a ragionarci da sola. Il ghosting e l’orbiting sono pericolosi perché lasciano un aggancio sottile che alimenta continuamente una speranza fatta di segnali ambigui. Tra l’altro, in entrambi i casi, per chi lo fa, è tutto molto semplice. L’orbiting, in fondo, non è altro che un giochetto psicologico. Non presume una presenza costante, ma nemmeno un’assenza. Non presume un impegno, ma nemmeno una chiusura definitiva.

... continua la lettura
Attualità

Trash Challenge: la sfida social che fa bene all’ambiente

Avete sentito parlare della Trash Challenge? La nuova sfida nata sui social a tema ambiente. Nella realtà contemporanea, i social media influenzano enormemente la vita di moltissime persone. Soprattutto i giovani tendono spesso a rifugiarsi nel mondo virtuale, utilizzandolo come fonte di ispirazione per quelli che saranno i propri comportamenti nella vita reale. La volontà di allargare le proprie amicizie, mettersi in mostra e divenire popolari, porta milioni e milioni di individui a diventare letteralmente succubi di applicazioni sempre più accattivanti e persuasive. Il fenomeno della cosiddetta dipendenza da social network, fa molto discutere, ma non sarà questa la sede in cui verrà trattato il tema. Infatti l’aspetto su cui si focalizzerà la nostra attenzione è la capacità dei social di essere, talvolta, utilizzati anche per scopi positivi. Acconto ai  testi, alle foto e ai video, condivisi solo per accrescere il proprio seguito, ogni giorno migliaia di persone cercano di sfruttare il potentissimo strumento dei social per compiere opere benefiche e, in estrema sintesi, per migliorare il mondo. Raccolte fondi per scopi umanitari e campagne di sensibilizzazione sono solo alcune delle meritevoli iniziative che vengo avviate quotidianamente mediante il ricorso alle nuove tecnologie, e nell’ambito di queste, merita una menzione speciale la recente Trash Challenge. Trash Challenge: la sfida tutta green! Il gioco è tanto semplice quanto straordinariamente apprezzabile. Il soggetto, che accetta la sfida, non dovrà fare altro che trovare un luogo inquinato: più l’ambiente individuato sarà sporco, migliore sarà il risultato della challenge. Individuato il luogo (una spiaggia, una strada, un parco pubblico ecc…) il giocatore dovrà farsi fotografare dando risalto alla presenza dei rifiuti nella location scelta. Dopodiché si passerà alla parte difficile della sfida, il giocatore, armato di tanta buona volontà e sacchi della spazzatura, dovrà ripulire l’ambiente! Al termine delle operazioni di pulizia, verrà scattata una nuova foto nell’ambiente finalmente ripulito. Le foto del prima e del dopo saranno condivise sui social utilizzando l’hashtag #trashtag , e il giocatore potrà finalmente accumulare i meritatissimi likes! Probabilmente le ragioni che spingono molti giovani ad accettare la trash challenge non hanno a che vedere con la volontà di difendere l’ambiente, probabilmente una grande fetta di giocatori agisce solo al fine di seguire la moda del momento, ma, a prescindere da quelle che sono le motivazioni sottostanti, ciò che importa è che tramite questo gioco social migliaia di giovani si sono attivati per ripulire l’ambiente che li circonda, contribuendo concretamente alla lotta all’inquinamento. Iniziative come quella della trash challenge, dovrebbero essere d’esempio, in quanto sono capaci di canalizzare l’energia dei giovani e la loro voglia di essere “social” verso obiettivi e finalità più che meritevoli. [Fonte immagine: Instagram @pervin_caferi]

... continua la lettura

Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Joe Berlinger alla regia di Ted Bundy – Fascino criminale

Uscito il 9 maggio per la regia di Joe Berlinger, Ted Bundy – Fascino criminale è l’adattamento cinematografico del libro The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy – la prima edizione è del 1981 – scritto da Elizabeth Kendall. Seattle, 1969. Lo studente universitario di legge Theodore “Ted” Bundy (Zac Efron) conosce, iniziando con lei una lunga relazione, la giovane madre divorziata Elizabeth “Liz” Kendall (Lily Collins). Cinque anni dopo viene denunciata, nello stato di Washington e in Oregon, la scomparsa di numerose ragazze e, in seguito alla diffusione di un identikit del rapitore, Ted viene arrestato nel 1975. Gli anni seguenti sono un susseguirsi di accuse provenienti da altri stati del Paese fino a quando, nonostante sia riuscito a fuggire alcune volte, l’uomo arriva al processo durante il quale decide di assumere la propria difesa. Nel frattempo Liz ha iniziato a bere lasciando che l’amore che ancora prova per l’ormai ex compagno, la logori insieme ai sensi di colpa per essere stata proprio lei a denunciarlo. Nel frattempo il processo non volge a favore di Ted che viene condannato alla sedia elettrica. Dieci anni dopo – Liz si è sposata con Jerry (Haley Joel Osment) mentre Ted ha trovato nella vecchia amica Carole Ann (Kaya Scodelario) la sua compagna – Liz riceve una lettera dal suo ex e decide di andare a fargli visita in prigione decisa a scoprire se sia stato realmente lui a commettere quegli atroci delitti o se, per causa sua, un innocente sia stato condannato a morte. Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger: un avvincente thriller biografico Nel film di Joe Berlinger, malgrado ci si aspetti di vederne molte considerato che il protagonista è stato uno dei più pericolosi serial killer americani – le vittime accertate furono più di 30 ma si pensa che possano essere state almeno il doppio – le scene violente si riducono a una soltanto. Questo perché Joe Berlinger si è concentrato principalmente su Ted – dimenticatevi lo Zac Efron tutto zucchero, miele e muscoli dei suoi lavori precedenti – che è stato presentato in modo talmente normale da essere, per questo, intrigantemente disturbante e, aspetto non meno rilevante, sul suo rapporto con Liz e le conseguenze di quest’ultimo sulla donna. Azzeccata la scelta di inserire immagini e video dell’epoca sulla vicenda – non dimentichiamoci che Joe Berlinger ha firmato diversi documentari per il piccolo e il grande schermo – che si incastrano alla perfezione nel film permettendo allo spettatore di sentirsi partecipe di fatti accaduti anni e anni e addietro. Perfette, poi, le tante inquadrature in primissimo piano che contribuiscono a dare maggiore enfasi ai momenti in cui la tensione emotiva raggiunge il suo apice. Da lodare, inoltre, sono le impeccabili interpretazioni offerte dai due protagonisti così come dal resto del cast. Una menzione speciale e doverosa va al grande John Malkovic che ha vestito i panni del giudice Edward D. Cowart il quale, a conclusione del processo, rivolse all’imputato queste potenti, sentite e terribili parole: «Riconosco […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Alien, sei corti per festeggiare i quarant’anni del film

A 40 anni dall’uscita nelle sale Alien festeggia il proprio quarantennale con una serie di 6 cortometraggi diretti da registi esordienti. Era il 1979 quando il mondo del cinema fu sconvolto dall’arrivo sul grande schermo di un’inquietante creatura snella, veloce e letale che dava la caccia all’equipaggio di una nave mercantile nello spazio profondo e ignoto. Si trattava dello xenomorfo, l’antagonista principale di Alien. Il film di Ridley Scott, con la sua atmosfera oscura, le scenografie ascetiche e il suo ritmo incalzate, è divenuto negli anni un vero e proprio cult che ha dato il via ad un fortunato franchise comprendente tre sequel (1986, 1992 e 1997), due prequel (Prometheus del 2012 e Covenant del 2017), una serie di fumetti e videogiochi e anche una saga cinematografica crossover con un’altra celebre creatura fantascientifica: Predator. Di anni ne sono passati ben 40 e per festeggiare a dovere il compleanno della sua creatura la 20th Century Fox, in collaborazione con la piattaforma online Tongal, ha pubblicato tramite il canale YouTube di IGN sei cortometraggi diretti da sei registi esordienti, scelti tra una rosa di 550 cortometraggi inviati alla casa di produzione californiana. Alien 40th anniversary: recensione in breve dei sei cortometraggi I titoli dei sei cortometraggi sono Alone, Containment, Harvest, Night Shift, Ore e Specimen, rispettivamente diretti da Noah Miller, Chris Reading, Benjamin Howdeshell, Aidan Breznick, le sorelle Spear e Kelsey Taylor. Quello che accomuna questi corti, differenti l’uno dall’altro per trama e regia, è la volontà di rifarsi al primo Alien. Questi omaggi richiamano infatti alle cupe e paurose atmosfere del film del ’79, nonché ai suoi personaggi e momenti topici. Alcuni attori richiamano per caratterizzazione al tenente Ellen Ripley, interpretata nei film della saga da Sigourney Weaver e che con la sua caratterizzaione androgina ha creato l’archetipo della donna coraggiosa ed indipendente, ma non mancano nemmeno gli iconici Facehugger che stritolano il viso della vittima e ovviamente lo xenomorfo, la terribile e allo stesso tempo affascinante creatura aliena nata dalla mente del pittore e scultore svizzero Hans Ruedi Giger. L’operazione sponsorizzata dalla Fox è sicuramente interessante e permette a giovani registi di affacciarsi al mondo del cinema contribuendo all’espansione di un universo filmico importante e seminale come quello di Alien. Operazione che tuttavia non è esente da limitazioni. Se alcuni corti riescono a restituire le atmosfere claustrofobiche e angosciose del film di Scott grazie sia a colpi di scena inaspettati (Harvest) che richiami alla tematica della solitudine che porta alla follia (Alone) e della paura verso le persone più vicine a noi (Containment), altri risultano essere inanimate operazioni che con il primo Alien hanno poco o nulla a che fare (Night Shift, Ore e Specimen). In ogni caso il contributo di questi registi è sicuramente prezioso e alimenta ancora di più l’immaginario di uno dei franchise più celebri del genere fantahorror. Quarant’anni di “In space no one can you hear scream“ Alien festeggia il suo quarantesimo anniversario regalandosi una sestologia di cortometraggi che richiamano alle terrificanti atmosfere del primo film che […]

... continua la lettura

Cucina e Salute

Cucina e Salute

Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose

I 6 prodotti tipici del Piemonte: La cucina piemontese vanta una tradizione culinaria ricchissima di prodotti caratteristici che la rendono squisita. In tutte le ricette regionali vi é l’impiego di uno dei prodotti tipici del Piemonte come il tartufo, il vino Barolo ed i formaggi che servono come condimento per risotti e pasta fresca; come il tartufo che viene adoperato per condire i ravioli del Plin. I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose Riassumiamo qui i 6 prodotti tipici del Piemonte, pietanze dal gusto irresistibile che sono molto apprezzate dai piemontesi e dagli abitanti del Nord Italia. Vitello Tonnato o Vitel Tonné Nella cultura culinaria del Piemonte celebre e molto apprezzato è il Vitello Tonnato o Vitel Tonné. Dal nome sembra che questa pietanza sia un’eredità francese in realtà non è così, poiché questo prodotto è tipico del Piemonte, è un’antica ricetta rigorosamente Made in Italy che risale al Settecento italiano ed è stata rivendicata dal Piemonte a fine Ottocento. Il vitello tonnato è un antipasto dalle origini piemontese, semplice e veloce da realizzare, che viene servito anche come gustoso secondo piatto. Si tratta di un prodotto che negli anni ’80 era presente sulle le tavole di tutte le feste. Oltre che nel Piemonte, possiamo affermare che il vitello tonnato è una delle pietanze fredde più apprezzate e conosciute in tutta Italia. Sono sottili e morbidissime fettine di carne di vitello condite con una salsa a base di acciughe, capperi, tonno, uova e succo di limone. Tutti noi riteniamo che il suo nome “Vitel Tonné” si riferisca al tonnato cioè alla salsa che comprende il tonno tra i suoi ingredienti. Vi sveliamo che la definizione “tonnato” è una tecnica di cottura della carne: preparata alla maniera del tonno. Per la preparazione del Vitel Tonné, bisogna lasciar marinare per 12 ore la carne in una pentola con il vino Barolo. Aggiungere i chiodi di garofano ed il sedano a pezzettini. Per cucinare una buona salsa tonnata si necessita di frullare le acciughe, i capperi, il tonno ed i tuorli delle uova. La salsa tonnata serve per guarnire il vitello dopo averlo fatto raffreddare, perché è una pietanza che va servita fredda come antipasto o come secondo piatto. Ravioli del Plin Come primo piatto la tradizione culinaria del Piemonte vanta i ravioli del Plin che risalgono al 1846. Gli ingredienti tipici sono: farina, uova ed olio extra vergine di oliva. Come ripieno, invece, si usa la carne arrosto oppure spinaci, parmigiano ed una spolverata di noce moscata. La forma tradizionale di questi ravioli all’uovo è quadrata e la caratteristica fondamentale che la differenzia da altri ravioli è la carne arrosto per il ripieno, cotti nel brodo vegetale. Un’alternativa originale è quella di condire i ravioli del Plin con burro e una spolverata di tartufo bianco, tipico della città di Alba. Esiste una variante a questa ricetta ed è quella di sostituire il ripieno di carne con quello di cavolo o verza ed adoperare come condimento semplicemente burro, salvia […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Cene vegane, alcuni consigli: gusti diversi ma stessa bontà

Le persone che scelgono uno stile di vita vegano, sono in crescita e preparare delle cene che quindi accontentano i gusti di tutti i commensali, spesso non è semplice. Il menù da realizzare per delle cene vegane, va studiato in tutti i dettagli, con largo anticipo, soprattutto per riuscire a reperire tutti gli ingredienti, spesso non facili da trovare. Durante le cene vegane, uno dei consigli più semplici da seguire, è quello di preparare un primo piatto a base di riso, da condire poi con verdure, latte di cocco e curry. È una ricetta facile da preparare, gustosa e carina da presentare. Inoltre, in questo caso, anche l’apporto calorico, è giusto, e quindi non si avranno problemi dal punto di vista nutrizionale. Un altro consiglio per organizzare cene vegane di qualità, è quello di preparare un ricco aperitivo, con tante piccole leccornie, quali, polpettine di pane (ovviamente senza latticini e senza uova) insalate a base di avocado e semi vari, condite con spezie, frutta secca e noce moscata e degli spiedini, con pomodorini e formaggi senza lattosio. Quelle elencate sono una serie di preparazioni veloci, ma buone, che contribuiranno a donare gusto e colore ai propri aperitivi, senza impiegare troppo tempo. Chi sono i vegani Chi sceglie di adottare un’alimentazione vegana, rifiuta ogni cibo di derivazione animale. I vegani sono nati nel 1944 quando due animalisti britannici, D. e E. Shrigley crearono la Vegan Society britannica, lasciando la Vegetarian Society (la più antica organizzazione vegetariana mondiale) poiché dissentivano sullo sfruttamento animale nella produzione di latticini. Consigli pratici e adatti ad ogni occasione Naturalmente, i semplici consigli cui si faceva riferimento in precedenza, sono applicabili nell’ambito delle cene vegane preparate in casa. Per quanto riguarda le cene fuori, un vegano è perfettamente consapevole che potrà frequentare solo determinati ristoranti, pub, pizzerie, nella maggior parte dei casi, luoghi conosciuti, che propongono, oltre ai piatti tradizionali, anche preparazioni vegane. Spesso, può essere utile scegliere un ristorante giapponese; solitamente il menù giapponese piace a tutti, e un vegano avrà ampia scelta, tra hosomaki o uramaki con riso, alga nori e avocado, ma anche cetrioli/daikon, zuppa di miso, the verde o gelsomino. Un altro consiglio per delle cene vegane preparate in casa, è quello di evitare i cosiddetti piatti pronti, da riscaldare e servire; tali alimenti, infatti, potrebbero contenere tracce di panna, burro, o comunque, derivati animali spesso nascosti. Quando si struttura un menù per cene vegane, è opportuno non modificare delle ricette tradizionali, che prevedono l’utilizzo di derivati animali. In questo caso, il risultato sarebbe quello di portare in tavola dei “piatti modificati” ai quali mancheranno troppi ingredienti, che risulterebbero poco appetibili. Il consiglio che sembra in realtà il più banale, è quello di essere creativi e semplici al tempo stesso. Spesso si pensa che le verdure, onnipresenti nelle cene vegane, siano poco appetibili, in realtà non è così. Le verdure, se cucinate in modo saporito, e quindi non esclusivamente al vapore o alla griglia, risulteranno appetibili e di forte eco. Oltre ai piatti da preparare […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

... continua la lettura

Culturalmente

Culturalmente

Apokolokyntosis: la crudele vendetta di Seneca

Apokolokyntosis o deificazione di uno zuccone: la crudele vendetta di Seneca. L’Apokolokyntosis, satira menippea composta da un’alternanza di versi e prosa, deriva il suo stravagante titolo chiaramente dal greco ed è la contrazione dei termini kolokyntha (κολόκυνθα), che significa zucca, e apotheose (αποθέωση), che è il processo di deificazione post mortem. La traduzione di questa singolare crasi sarebbe “zucchificazione” ma non riuscirebbe a rendere a pieno la valenza satirica e dissacrante del termine: si è quindi più propensi a tradurlo come “deificazione di una zucca o zuccone” con un chiaro riferimento alla stupidità e alla vanagloria spesso attribuita all’imperatore Claudio. L’accanimento satirico a cui è sottoposto Claudio non si comprende a pieno se non si conoscono i retroscena del rapporto tra Seneca e l’imperatore della casa Giulio-Claudia. Le ostilità sorte tra i due sono da attribuire sicuramente alle abili quanto amorali macchinazioni di Messalina, la giovanissima moglie di Claudio. La donna, una volta salita al trono imperiale nel 41 d.C. assieme all’anziano marito, dopo l’omicidio di Caligola, provvede a vendicare la morte di quest’ultimo: a cadere vittima della vendetta di Messalina è anche Seneca, probabilmente amante di Giulia Lavilla, sorella di Caligola. I due subiscono l’esilio: Giulia nell’isola di Ventotene, dove verrà poi successivamente raggiunta ed eliminata dai sicari di Messalina; Seneca, invece, sarà spedito nella selvaggia e desolata Corsica, dove sconterà anni di esilio dal quale solo la nuova moglie di Claudio, Agrippina, lo richiamerà, restituendogli la libertà, riabilitando la sua fama e affidandogli l’educazione del figlio Nerone. Alla luce dei complicati rapporti tra i due è più facile comprendere la violenza dell’Apokolokyntosis, che suona quindi come una vendetta a lungo meditata dal filosofo nei confronti di un imperatore che lo ha condannato all’esilio, alla solitudine, alla lontananza dagli affari e dalle vicende della capitale. E la piega che prenderà la satira è chiara fin dall’esordio in cui Seneca annuncia i suoi propositi: “I fatti che si svolsero nei cieli il tredici ottobre dell’anno 54 primo di un’era di beatitudine, ecco quanto voglio tramandare alla storia.” Seneca pur professando una certa imparzialità nella narrazione dei fatti smaschera fin da subito la sua feroce ostilità e la gioia per la riacquisita libertà che coincide con la morte, sopraggiunta il 13 Ottobre del 54 d.C., di colui che aveva confermato la verità del proverbio: “o si nasce re o si nasce cretino”. La satira comincia con un divertente botta e risposta tra Mercurio e Cloto, una delle tre Parche, sull’esigenza di “staccare la spina” all’ormai anziano e agonizzante imperatore: dopo un riferimento acidamente polemico alla scelta di Claudio di allargare la cittadinanza romana a frotte di provinciali, Cloto tronca di netto il filo della sua inutile esistenza. La descrizione del trapasso ha dell’esilarante: “L’ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che ebbe lasciato partire un suono più forte del solito da quella parte con la quale si esprimeva con maggior facilità, fu questa:”Povero me, forse me la son fatta addosso”. Se l’avesse fatta, non lo so; certo è […]

... continua la lettura
Culturalmente

Adone, la dannazione della bellezza

Adone: il mito, l’arte e l’interpretazione. Approfondimento. Adone è un dio di origine asiatica collegato ai culti delle popolazioni semitiche di Babilonia e Siria. Il suo nome non è che il termine semita Adon che significa “Padrone”.  Ripresa dai Greci, la sua figura acquista importante rilievo nella cultura classica e diviene la più celebrata dai culti antichi. Il mito di Adone, l’intreccio Adone è una creatura concepita nel peccato, così come la definiva Ovidio nelle sue Metamorfosi. Il giovane nacque dall’unione incestuosa tra Mirra (o Smirna) e suo padre, Cinira, re di Cipro. Tale unione infausta fu voluta da Afrodite. Secondo la versione di Apollodoro la giovane principessa era colpevole di aver trascurato il culto della dea che adirata, istillò in lei il germe dell’amore incestuoso per il padre (altre versioni raccontano che a scatenare l’ira della dea fu invece Cancreide, madre di Mirra, che aveva osato affermare che la figlia fosse addirittura più bella di Afrodite). Per soddisfare la propria passione e unirsi a Cinira, Mirra attese la celebrazione della festa di Demetra durante la quale le mogli si astenevano dall’andare a letto con i propri mariti. Aiutata dalla sua nutrice Ippolita e fatto ubriacare Cinira, Smirna si introdusse nel letto del padre nascosta dall’oscurità. Per nove notti giacque con lui senza essere scoperta fin quando il re, preso dalla curiosità, smascherò l’inganno. La fanciulla costretta alla fuga nel disperato tentativo di scampare all’ira del padre che minacciava di ucciderla, supplicò gli dei. Afrodite la trasformò in un albero di mirra. Dopo nove mesi l’albero s’aprì dando alla luce Adone. “Ma sotto il legno la creatura mal concepita era cresciuta e cercava una via per districarsi e lasciare la madre. A metà del tronco il ventre della madre si gonfia,tutto teso dal peso del feto.[…] Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l’albero fa nascere un essere vivo, un bimbo che piange” (Ovidio, Metamorfosi) Afrodite (secondo quanto narra Apollodoro) a causa della sua bellezza, nascose Adone in una cassa di legno per poi affidarlo a Persefone, affinché lo tenesse al sicuro. Ma quando lo vide, la regina dell’oltretomba colpita anch’ella dalla bellezza del fanciullo, non volle più restituirlo. Furiosa Afrodite invocò l’intervento di Zeus e venne stabilito che Adone dovesse trascorrere un terzo della sua vita con Afrodite, un terzo con Persefone e il restante per conto suo. Adone però dedicò anche la sua parte di anno ad Afrodite. In un’altra variante è la Musa Calliope a stabilire tale tripartizione tanto che Afrodite non contenta prima punì la musa provocando la morte del figlio Orfeo e poi, bramosa di avere Adone tutto per sé usò una cintura magica per attirarlo a sé e toglierlo a Persefone. Ovidio ci offre invece una versione diversa. Secondo il poeta latino alla nascita Adone fu accolto e allevato dalle Naiadi divenendo un uomo tanto bello da piacere persino a Venere che, colpita per sbaglio da una freccia di Cupido, se ne innamorò. Durate i periodi passati insieme, Afrodite tentò invano di persuadere […]

... continua la lettura
Culturalmente

Medea di Seneca, quando la passione vince

Medea di Seneca: la tragedia e il personaggio. Approfondimento Medea è una delle preziosissime nove tragedie di argomento greco scritte da Lucio Anneo Seneca, le uniche pervenuteci dell’intera letteratura latina. La Medea di Seneca trae ispirazione dall’omonima tragedia greca di Euripide e ne condivide la trama. La trama Giunto nella Colchide presso il Tempio del Sole alla ricerca del Vello d’oro che qui era custodito, accompagnato dagli arditi e valorosi Argonauti, Giasone incontra Medea, figlia di Eeta, re della Colchide, e di Idia. Dopo aver ascoltato il motivo dell’impresa di Giasone, folgorata dalla sua bellezza, la donna è disposta a tutto pur di aiutarlo. Lo ravvisa sulla crudeltà del padre e gli promette di mostrargli il modo per conquistare il vello senza rischiare la vita. Medea  uccide il terribile drago custode e conquistata la desiderata preda, Giasone la fa sua sposa per poi scappare.  Ma seguiti da Eeta, per aver maggior tempo a disposizione, Medea fa in mille pezzi suo fratello Apsirto spargendo i resti delle sue membra dietro di sé così da ostacolare il cammino del padre fino a indurlo a cessare di rincorrerla. Imbarcatasi sulla nave Argo insieme al marito e agli Argonauti, Medea giungerà a Corinto dove vivrà insieme al consorte con cui avrà due figli. Dopo alcuni anni Creonte, Re di Corinto vuole concedere sua figlia Glauce in sposa a Giasone, dando a quest’ultimo il diritto di salire al trono. Giasone decide di sposare la giovane e ripudiare Medea, resosi conto di non poter contare su di lei come moglie e in nome dell’amore per i suoi figli. Il dolore del tradimento acceca Medea e alimenta la sua atroce vendetta. Intimata da Creonte a lasciare Corinto, chiede al re di concedergli un ultimo giorno presso la città per poter dire addio ai figli avuti con Giasone. Fingendosi rassegnata, Medea dapprima si vendica di Glauce inviandole come dono nuziale, per mezzo dei suoi due figli, un mantello infettato di “magici veleni”. Ignara di ciò, la novella sposa lo indossa morendo tra gli spasmi. Analoga sorte spetta al padre Creonte, che corso in suo aiuto, perisce avvelenato. Ma a Giasone spetta il male peggiore. L’ultima scelleraggine viene compiuta: Medea uccide prima uno e poi l’altro figlio. Infine, a bordo del Carro del Sole fugge ad Atene. Giasone a causa di queste terribili vicende, non potendo sopportare il dolore, si uccide. Medea, l’analisi del personaggio Medea è una delle personalità più dirompenti e complesse della mitologia greca. Figlia del Sole, maga dai poteri malefici, demoniaca e passionale, il suo nome deriva dal greco e significa “astuzia” , la sua indole è scaltra e vendicatrice. Oltre alla tragedia senecana ed euripidea, la tradizione classica vanta vari autori che trattarono il mito di Medea: Apollonio Rodio, Draconzio e lo stesso Ovidio che ce ne racconta nelle Metamorfosi e nelle Heroides. Ognuno tratta il mito di Medea da una prospettiva singolare, cogliendo di volta in volta una sfaccettatura diversa della sua personalità; ma tutti, unanimemente ritraggono in lei la figura  dell’amante tradita […]

... continua la lettura
Culturalmente

Combattere l’ansia e controllarla? Ecco tutti i rimedi

Com’è possibile combattere l’ansia e controllarla? Chiunque ogni giorno sperimenta quella particolare sensazione di disagio e malessere, che è l’ansia. Nessuno ne è esente: dai bambini alle prese con i bulli a scuola, all’adulto stressato dalle condizioni di lavoro o dal pensiero lacerante di non riuscire ad arrivare a fine mese per l’aumento dei costi di vita. Fino agli anziani, ansiosi di rimanere soli e spesso soggiogati dal pensiero della morte incombente. Oggi, nell’era moderna e digitale, sono soprattutto i ritmi tecnologico-sociali a destare negli individui stati d’ansia più o meno gravi e perenni. Seppur ormai abituati a ritmi frenetici e caotici, non si può fare a meno di notare come le generazioni precedenti vivessero in un clima di gran lunga più pacato, in un’atmosfera del tutto diversa. Le generazioni precedenti non subivano la vita, ma la vivevano profondamente e consapevolmente. Oggi invece, con l’idea del tutto e subito e con il deleterio sopravvento della tecnologia, sembra quasi impossibile fermarsi, respirare e ritagliare tempo prezioso per sé e per le persone che si amano. Viviamo costantemente seppelliti da una coltre di stress, che ostacola la possibilità di vivere al meglio e intensamente ogni istante che la vita offre. E lo stress è la fonte primaria d’ansia, che è una vera patologia che logora mente e corpo. Si pensi a quella forte sensazione di oppressione che si prova all’interno della cassa toracica, come se ci fosse qualcosa che stringe forte, senza possibilità di scampo e quasi fino a far mancare il respiro. Ma cos’è esattamente l’ansia? Cos’è l’ansia? È la particolare emozione provata di fronte ad una sensazione di minaccia reale o figurata, che ha l’obiettivo di prepararci ad affrontare il pericolo percepito. Spesso confusa con la paura, dalla quale in realtà si differenzia. La paura infatti è una reazione fisiologica agli stimoli esterni di reale pericolo, ad esempio la comparsa di un serpente nel bosco mentre lo si perlustra. L’ansia ha a che fare con la percezione di un pericolo, un pericolo che potrebbe anche non sussistere affatto. Si distinguono essenzialmente due tipologie di ansia: l’ansia fisiologica, che ci prepara ad affrontare in maniera adattiva una possibile situazione difficile, e l’ansia patologica, che è disfunzionale, perché, essendo persistente ed intensa, interferisce con la nostra prestazione, e può essere associata ad eventi neutri che non sono realmente pericolosi. L’ansia patologica è ovviamente considerata come forma più grave d’ansia, innescando attacchi di panico e sintomi fisici allarmanti. I sintomi dell’ansia possono essere suddivisi in tre categorie: I sintomi psicologici dell’ansia, quali forte apprensione non commisurata alla portata dell’evento reale, nervosismo, alterazione della memoria e della concentrazione, rimuginio continuo e preoccupazione, insicurezza e timore. I sintomi fisici dell’ansia, dovuti ad un’iperattivazione neurovegetativa, costituiti da palpitazioni, tachicardia, ipersudorazione, dispnea, vertigini, sintomi gastroenterici, insonnia con difficoltà ad addormentarsi e risvegli frequenti. Tensione motoria, con l’insorgere di tremori, irrequietezza, agitazione, contratture muscolari, cefalea. Spesso, a parte i ritmi eccessivamente frenetici che la routine oggi impone, l’ansia può essere generata da repentini cambiamenti di vita, quali una […]

... continua la lettura

Fun e Tech

Fun e Tech

Edoardo Adamuccio, intervista al Life Lover

Dire che Edoardo Adamuccio sia più di ciò che appare è comunque un eufemismo. Autoproclamatosi “Life Lover”, Edoardo è uno studente di farmacologia ed un attore. Si è iscritto ad Instagram nel 2013 ed il suo profilo è cresciuto ad oltre 13 mila follower. Il suo obiettivo è quello di intrattenere attraverso un mix di stile e arte e dimostrare che una persona può fare più di una sola cosa che lo appassiona. Abbiamo chiaccherato con Edoardo per discutere dei social media, del loro ruolo nella sua vita e di cosa avrebbe fatto un domani se i social dovessero essere spenti per sempre. Grazie per il tempo che ci dedichi Edoardo. Iniziamo con le generalità e qualche info di base, presentati. Salve a tutti, mi chiamo Edoardo Adamuccio, ho 22 anni, vengo da Martina Franca, Puglia. Edoardo Adamuccio, quand’è che hai iniziato ad utilizzare i social media e qual è stata la motivazione per iniziare? Il mio primo incontro con i social media è stato nel 2012 con Facebook. Ho aperto il mio account Instagram l’anno seguente. All’inizio, era tutto un gioco, erano app super popolari (lo sono tuttora) e mi sono iscritto perché tutti avevano un profilo. È stato un conformarsi. Il tuo account Instagram ha un pubblico di nicchia? Cosa speri di dare ai tuoi follower con i tuoi post? Cerco sempre di raggiungere il maggior numero di persone possibile senza limitarlo a un certo tipo o gruppo di persone. Ho fondato il mio profilo sull’originalità e un po’ di autoironia. Il mio obiettivo è far divertire le persone quando guardano le mie storie o sfogliano i miei post. Pubblico post che vanno dal lifestyle alla moda, ma anche foto che scatto per prendermi in giro da solo o immagini di cose bizzarre che vedo ogni giorno intorno a me. Le persone tornano se gli piace quello che vedono e mi piace quando le persone tornano… significa che abbiamo costruito un qualche tipo di fiducia. Edoardo Adamuccio, quanto tempo dedichi ai social media? È curioso il fatto che non dedico molto tempo al mio profilo instagram o ai social media in generale. Ho giorni prestabiliti in cui posto qualche contenuto, scelgo l’hashtag o scatto foto. Cerco solo di organizzare il mio tempo in modo da non sprecarlo. Parlando invece del mondo reale… come si è evoluto il tuo stile personale con Instagram? Cambia se sai che devi pubblicare qualcosa? Non ho uno stile personale specifico. Prendo ispirazione da ciò che vedo. D’altra parte, l’importante è sentirsi bene con se stessi. Dovremmo sempre cercare di dare una buona impressione di noi stessi, indipendentemente dal fatto che sia per i social media o meno. Se fai star bene le persone, starai bene anche tu. L’immagine non dipende da Instagram, ma è costituita dall’esperienza di vita di tutti i giorni. Dedico più attenzione ai dettagli quando so che sto per creare un post sul mio stile e cerco sempre di non lasciarmi influenzare dai commenti o dai “like” che ottengo dai […]

... continua la lettura
Fun e Tech

Videogiochi classici: 5 da riscoprire per browser online

Dai più celebri arcade fino ai giochi di ruolo, come riscoprire alcuni dei videogiochi classici giocando online in modo gratuito Una delle prime console ad utilizzo casalingo fu la Magnovox Odyssey, che venne progettata nel 1972 negli Stati Uniti da Ralph Baer ma messa in vendita in Italia solo 3 anni dopo nella sua versione Odissea. Conosciuta come la “Brown box” (la scatola marrone), la console non ottenne il successo commerciale sperato, ma oggi addirittura conservata nel National Museum of American History dello Smithsonian Institution a Washington e ricercata da tantissimi collezionisti di videogames. Cresce la tecnologia e anche l’entertainment digitale, anche se ancora ad una sola dimensione, e gli anni Ottanta sono stati il trampolino di lancio per molti videogiochi che oggi consideriamo dei grandi classici da giocare a tutte le età; giochi intramontabili nella loro semplicità, che hanno fatto la storia e, nonostante l’evoluzione dell’interattività e della tecnologia attuale, risultano essere i migliori proprio perché così d’impatto. Parole come Commodor 64 (home computer più venduta nella storia dell’informatica, che fu presentata in Italia nel 1982) e NES – acronimo di Nintendo Entertainment System – acquistano importanza in quella che sarà poi la storia dei videogiochi. I retro-games, quelli che chiamiamo ora “vintage”, che spopolavano rendendo la giusta fama mondiale a colossi del videogaming (come la Nintendo, Atari, SEGA console), acquistano maggiore virtualità e sviluppo a partire dalla quarta generazione di console, quando la grafica, la rappresentazione della storia e la giocabilità migliora e diviene più elaborata: la prima console firmata SEGA diventa mega drive e nasce il Super Nintendo, oltre ai primi videogiochi portatili, molto prima dell’immissione sul mercato della PlayStation o della più recente X-box. Grazie a piattaforme attuali di videogiochi per browser online gratuiti, molti videogiochi classici entrati nell’olimpo degli dei possono essere riscoperti in tante varianti, per ricordare (o provare per la prima volta) quella nostalgia che fa tornare la nostra mente ai pomeriggi passati a meravigliarci e divertirci da bambini… Le colonne portanti del videogaming di sempre: 5 grandi videogiochi classici Videogiochi classici Super Mario Bros Come non accennare in una qualsiasi classifica di videogiochi, classici o online, Super Mario? Sentendosi troppo stretto per poter spiccare nell’arcade game Donkey Kong, l’idraulico italo-americano più amato di tutti i tempi prende posto in prima fila per la prima volta in Giappone nel 1985, ovviamente per la Nintendo. Fu Shigeru Miyamoto che inserì nelle avventure di Mario tubi e tartarughe che da sempre popolano gli scenari del personaggio. Super Mario ancora oggi fa sognare i giocatori, e lo farà ancora per molto tempo. Pac-Man Ideato da Toru Iwatani e prodotto dalla Namco nel 1980 nel formato arcade da sala, è essenzialmente il videogioco classico per eccellenza. Chi non ha mai provato a mangiare tutti i puntini nel labirinto cercando di non farsi beccare dai quattro fantasmi? The Legend of Zelda Molto più di logica quanto di sviluppo della trama, Zelda e le sue successive saghe ebbero ed hanno un importantissimo successo nella storia dei videogiochi classici d’azione a tema fantasy. La principessa […]

... continua la lettura
Fun e Tech

Farmacie online, un settore in costante crescita

L’e-commerce è da un tempo un fenomeno in continua espansione: ormai è possibile reperire (quasi) ogni tipo di articolo rivolgendosi agli store online, dai capi d’abbigliamento ai libri, passando per i prodotti tecnologici di cosmesi. Uno dei settori che faticato maggiormente ad imporsi, approdando solo di recente alla dimensione digitale, è quello farmaceutico. La svolta del 2015 Naturalmente, i prodotti farmaceutici rappresentano una categoria merceologica quantomeno particolare rispetto ad altri venduti liberamente online. Fino al 2015, infatti, in Italia vigevano restrizioni tali da non consentire la vendita via internet di prodotti farmaceutici o parafarmaceutici. L’abrogazione dei vincoli restrittivi ha dato grande impulso allo sviluppo ed alla crescita di un nuovo tipo di commercio digitale; va però sottolineato come l’autorizzazione all’apertura di una farmacia online sia subordinata all’esistenza di una farmacia fisica (operante sul territorio nazionale in virtù dell’ottenimento delle autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti), sia per tutelare l’attuale quadro occupazionale sia per evitare un’alterazione dei prezzi. Resta inoltre vietato l’acquisto di prodotti da banco commercializzati da siti esteri. Per proteggere gli utenti da eventuali truffe, l’Unione Europea ha disposto un sistema di identificazione delle farmacie online autorizzate. Sul sito web legato all’esercizio commerciale compare un bollino verde; per quelli italiani, il simbolo contiene la bandiera italiana ed è affiancato da logo del Ministero della Salute. Cliccando sul ‘bollino‘, è possibile verificare se il sito in questione è legale oppure no, grazie al tool online messo a disposizione dal portale ufficiale del Ministero per la Salute: è possibile scegliere tra ‘farmacia’ ed ‘esercizio commerciale’, per poi scegliere regione, provincia e comune in cui si trova la farmacia fisica di riferimento. All’interno di una tabella vengono riportati tutti i dati, ovvero ragione sociale, denominazione, indirizzo, partita IVA, indirizzo web e, cliccando su ‘dettagli’, è possibile visualizzare anche l’autorizzazione ottenuta dalla farmacia. La crescita del settore Come detto, il settore farmaceutico è approdato solo di recente all’e-commerce. Dal 2015 in poi, il settore ha fatto registrare una crescita costante (anche per via della possibilità di assicurare una certa discrezione a chi acquista); sono molti, infatti, gli esercizi che cercano di farsi strada in questo nuovo segmento del mercato digitale, come ad esempio docpeter. A marzo 2019 il numero delle farmacie online ha superato le 800 unità; dopo la stasi che ha caratterizzato i primi due mesi del nuovo anno, il numero di esercizi online autorizzati alla vendita online di Sop e Otc è tornato a crescere, confermando la tendenza che caratterizza il settore. Nel mese di marzo le nuove attivazioni sono state in tutto 31, suddivise in 24 farmacie e 7 parafarmacie; il dato non tiene conto né delle attività che hanno online un proprio sito ma non lo utilizzano per la commercializzazione né di coloro che non utilizzano la propria autorizzazione per l’e-commerce. A livello regionale, primeggia la Lombardia; a marzo 2019, però, è stata la Campania a far registrare il più alto numero di attivazioni, confermandosi una delle regioni più aperte a questo settore di recente emersione assieme al Piemonte ed alla stessa Lombardia. Non sorprende, quindi, che il dato provinciale veda Napoli in testa (82 esercizi autorizzati), seguita […]

... continua la lettura
Fun e Tech

Youtuber italiani, chi sono e cosa li rende famosi

Scopriamo insieme chi sono gli youtuber italiani più famosi! YouTube è la piattaforma web che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video per eccellenza; negli ultimi tempi è utilizzata soprattutto per seguire una figura che negli ultimi anni ha avuto sempre più sviluppo e spazio nell’ambito del web: lo youtuber. Gli youtuber italiani sono tantissimi, sia coloro che registrano molti iscritti, sia quelli che, pur avendone pochi, riescono comunque a raggiungere un determinato pubblico. Esistono diversi canali YouTube che offrono contenuti vari, dalle rubriche di cucina, ai consigli make-up, dai suggerimenti o influenze di tipo commerciale, al mondo dei libri. Insomma, un vero e proprio mondo cui attingere e ispirarsi. YouTube, dopo Google, è la piattaforma web più visitata, con oltre un miliardo di utenti al mese che accedono ad oltre 4 miliardi di video al giorno. Gli utenti del web guardano i video principalmente per due motivi: per imparare qualcosa e risolvere un problema oppure semplicemente per passare del tempo. Dunque, ogni youtuber è perfettamente consapevole, in base all’impronta che decide di dare al proprio canale, della tipologia di video da pubblicare e del pubblico cui essi sono rivolti. Più il video sarà originale e attinente al tema del canale, più esso diventerà “appetibile”. Nel nostro Paese, i video più seguiti, sono quelli degli youtuber italiani che si occupano di ASMR, una vera e propria tecnica di rilassamento. Gli youtuber italiani che scelgono i video ASMR sono vari, ma tra i più seguite c’è “Chiara ASMR”; Chiara è una giovane ragazza che sussurra ai propri iscritti parole dolci, melodie, producendo suoni, sinfonie, e che è riuscita a collezionare quasi cento milioni di visualizzazioni su YouTube con l’arte di abbassare i toni. A giugno 2018 una ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield ha dimostrato che, mentre si guardano i video ASMR, nelle persone che provano i famosi formicolii, la frequenza cardiaca si riduce significativamente, in media di 3,14 battiti al minuto, e aumenta notevolmente il rilassamento. La youtuber citata ha scelto di improntare il proprio canale sull’ASMR, che non tutti amano, non tutti comprendono e, soprattutto, di cui non tutti beneficiano, ma, con tenacia e passione, è riuscita a collezionare sempre più visualizzazioni, regalando piacere e gioia a chi la segue. YouTube: crescita progressiva di contenuti YouTube è in progressiva crescita, quindi è importante seguire con costanza tutte le fasi di produzione e pubblicazione dei video, oltre a tutti i contenuti strettamente collegati, come: informazioni, descrizioni, didascalie, sottotitoli. In questo senso è importante stabilire una relazione duratura con i propri iscritti, interagendo con loro in modo costante. Ovviamente YouTube offre anche la possibilità di divertirsi e sorridere, con video leggeri e ironici al tempo stesso. Anche l’umorismo è un elemento interessante, in quanto crea uno spirito di gruppo. YouTube aiuta a instaurare un rapporto speciale tra follower e youtuber, facendo diventare i contenuti quasi una proprietà comune. È il caso di due youtuber italiani, Sofia Scalia e Luigi Calagna, ovvero i “Me contro Te”, la coppia […]

... continua la lettura

Libri

Libri

Sulle tracce del Nobel ecologista di Maria Laura Crescimanno

Sulle tracce del Nobel ecologista | Recensione Maria Laura Crescimanno è nata a Palermo nel 1962 e ha studiato Lingue e letterature straniere all’Università “Ca Foscari” di Venezia e si è laureata a Palermo. Dopo la laurea ha conseguito un dottorato di ricerca in Relazioni Pubbliche presso l’Università di Palermo. Giornalista professionista, è iscritta all’Ordine regionale. Ha collaborato come freelance con la Rai, Mondadori e Rizzoli. Inoltre collabora da oltre 20 anni con il mensile DOVE. I temi principali da lei trattati sono il turismo, l’ambiente, il mare, la gastronomia ed i beni culturali. Per alcuni anni ha lavorato come redattore ai programmi settimanali del TG3 Eureka e al  TG3  Sicilia.  Oggi lavora negli uffici stampa di enti pubblici e privati. Dottore di ricerca in Pubbliche Relazioni, collabora con master universitari ed enti formativi, ma la sua vera passione sono il mare, la vela e le immersioni, le isole, i fondali marini e la loro tutela.   Ha pubblicato il libro di itinerari “Suggestioni di Sicilia”, oltre a numerose guide turistiche sull’isola. È ideatrice, insieme al suo compagno skipper ed armatore Fulvio Croce, del programma di vela e cultura del mare Archeosailing per cui cura la comunicazione ed il blog Archeosailing in Atlantico. Sulle tracce del Nobel ecologista edito da Il Frangente è la sua ultima pubblicazione. Sulle tracce del Nobel ecologista  Sulle tracce del Nobel ecologista  è un romanzo di viaggio, una sorta di diario di bordo nel quale l’autrice ripercorre le tappe di una serie di viaggi dello scrittore ecologista francesce Le Clézio. Le Clézio, nelle sue opere, si dedica ampiamente alla scrittura di paesaggi marini. Inoltre nei suoi primi romanzi è chiara la volontà di ribellione dell’autore nei confronti del sistema costituito, la denuncia della guerra, dello sfruttamento umano e ambientale e dell’inquinamento. Per tutte queste ragioni, Le Clézio è da considerarsi uno scrittore militante, tanto che l’accademia svedese lo definì uno “scrittore ecologista impegnato”. Nei decenni successivi le sue opere assumono invece un tono più personale, nonostante egli tratti spesso il tema del viaggio e i ricordi della propria infanzia, senza tuttavia mai rinunciare alla contestazione degli aspetti più turpi della società contemporanea. Il viaggio comincia con l’arrivo a Rodrigues, la più piccola delle isole Mascarene. L’autrice descrive minuziosamente dall’arrivo sull’isola agli scorci di natura presenti sulla stessa. Poi Panama, sulle tracce degli indios della foresta. In seguito è il turno del Messico, il posto dell’ultima strage delle balene grigie. Il Marocco, il deserto. L’Oceano Pacifico: il continente invisibile. L’autrice compie un lavoro esemplare: facendo riferimento spesso a citazioni tratte dalle opere di Le Clézio, ripercorre gli stessi luoghi visitati. Il testo è scorrevole, lineare e ha la forma di un vero e proprio diario di bordo nel quale racconta ogni singolo dettaglio sui luoghi visitati. Analizza a fondo, s’interroga e ci interroga al fine di farci comprendere che, continuando ad inquinare, ad abusare di plastica, ad accumulare spazzatura, nel mare a breve ci saranno più rifiuti che forme di vita. “Ma noi contemporanei troveremo il modo […]

... continua la lettura
Libri

La donna scomparsa di Sara Blaedel: il nuovo giallo firmato Fazi (Recensione)

Sara Blaedel ritorna in libreria con La donna scomparsa, il quarto romanzo edito Fazi Editore di una delle voci danesi più interessanti del panorama letterario attuale, decisamente imperdibile per i lettori di noir e thriller. Protagonista è ancora una volta l’investigatrice Louise Rick, del Servizio Investigativo Speciale di Copenhagen, dove si occupa di persone scomparse insieme al collega e ormai convivente Eik Nordstrøm: lavorare a stretto contatto col proprio partner, mescolando carriera e vita privata, non è mai una cosa semplice, tantomeno lo è se si svolge un lavoro ad alto tasso di rischio e di stress come quello in polizia. Ma come giustificare la sparizione improvvisa di Eik, che lascia l’ufficio per una rapida commissione senza però farvi più ritorno, gettando Louise nel panico? Ma non finisce qui. Eik non è certo una donna e il titolo del romanzo di Sara Blaedel allude alla sparizione di una donna: nelle stesse ore, nella campagna inglese una donna danese, Sophie Parker, viene uccisa da un colpo di fucile che trapassa la finestra della villetta nella cucina di casa sua, intenta a preparare la cena assieme alla figlia adolescente. Il più classico incipit dei gialli: uno sparo misterioso nel buio, un cadavere, le indagini che cercano di far luce sull’accaduto. Se non fosse che, però, la donna uccisa risultava da anni, in Danimarca, nell’elenco delle persone scomparse: e a denunciarne la scomparsa, sedici anni prima, risulta essere stato Eik, il compagno di Louise: una sovrapposizione di casi che vedrà Louise districarsi pericolosamente tra lavoro e sentimenti. Chi è questa donna e perché è stata uccisa? E soprattutto, perché Eik è scomparso? Quale sarà il rapporto tra i due casi? La donna scomparsa di Sara Blaedel: al di là del bene e del male Ci sono azioni e temi ampiamente discussi e dibattuti dal punto di vista etico, temi che non riescono a mettere d’accordo le coscienze e che, semplicemente, per la loro stessa natura vanno al di là del bene e del male: il suicidio assistito, non ammesso in Danimarca, è uno di questi temi ed è sicuramente un azzardo trattare un argomento così spinoso e delicato in un romanzo: chi ne ha diritto? Che diritto ha l’uomo di togliersi la vita, se questa è divenuta troppo dura e fonte di sofferenza a causa di malattie gravissime ed inguaribili, e che diritto ha la medicina di aiutare un uomo a farlo, a darsi una morte dignitosa laddove ci si renda conto che la propria vita non lo è più? Ma quella di Sara Blaedel è un’operazione che non ha nulla di superficiale e che anzi, offre diverse prospettive sul medesimo argomento: quella medica, quella teologica, quella della legge, quella del paziente e quella dei suoi cari, che possono o meno comprendere ed accettare, per quanto possibile, una decisione che libererà il paziente dalle sue sofferenze ma le cui conseguenze si ripercuoteranno sull’intero nucleo familiare: il romanzo tratterà, infatti, la tematica anche e soprattutto dal punto di vista di chi resta e che […]

... continua la lettura
Libri

Gabriela Ybarra e il suo primo romanzo: Il commensale

Il commensale di Gabriela Ybarra, nella traduzione di Maria Concetta Marzullo, è il nuovo selvaggio dell’Alessandro Polidoro Editore I Selvaggi, collana diretta dall’ispanista Marco Ottaiano, vanta da aprile la presenza della famiglia Ybarra, raccolta a tavola tra le righe de Il commensale. Il primo romanzo della giovane autrice di Bilbao, nelle intenzioni autoriali espresse in una personalissima nota introduttiva, prende le sembianze di una vera e propria autofiction. L’epoca ipermoderna vede il coagulo di biografia, fonti documentarie e reportage nella trama proteiforme del romanzo. Contro il trionfo mass mediatico del pieno Novecento, gli autori a cavallo tra il secolo passato e gli anni 2000 sono tornati alla pagina calda dell’evento. Interpolato tra le fotografie del passato e le notizie raccolte in rete, ciò che Gabriela Ybarra immagina. Così l’autrice motiva: «spesso, immaginare è stata l’unica opzione che ho avuto per provare a capire». La difficoltà nella comprensione degli eventi che avevano segnato la storia della sua famiglia risiede nell’atrocità degli stessi e nella lontananza cronologica dal loro accadimento. Il risultato è un romanzo misto di storia e invenzione. Non un’esatta ricostruzione dell’accaduto, bensì l’effetto impresso dalla notizia sulla Gabriela bambina prima, su quella adulta poi. Il percorso di crescita di Gabriela Ybarra è infatti coinciso con un’indagine storica. Un viaggio a doppio senso tra futuro e passato che si traduce in una scelta narrativa tutt’altro che progressiva e cronologicamente ordinata. Il tempo della vita e il tempo della memoria non possono coincidere se a esser chiamato in causa è lo spirito di una famiglia che, segnata da drammi di dimensione storica, rivela a stento il suo vissuto. Scomparsa e memoria per Gabriela Ybarra Filo conduttore de Il commensale è la scomparsa. Un’oscura presenza che «di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti». In dissolvenza la figure di nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao, nonché referente intellettuale del quartiere problematico di Neguri. Nonno Javier è inquadrato storicamente al tempo degli attentati dell’ETA, che Gabriela Ybarra ha imparato a conoscere dalle sue ricerche. La scomparsa del nonno avviene infatti sei anni prima della nascita della scrittrice, ragion per cui la ricostruzione di questo tempo mitico deve fare i conti con il filtro dello schermo dei mass media, depauperato dal calore che solo la voce umana può garantire. Se Javier Ybarra rappresenta la grande Storia, il secondo cono d’ombra si proietta sulla vita dell’intimità, quella della madre di Gabriela. La seconda parte del romanzo è tutta dedicata a questa figura delicata, letta nell’estrema quotidianità della sua vita. Un colosso di fede e grande nome della rete contro una piccola donna nelle sue umane debolezze. Gabriela Ybarra trova però capacità combinatorie tra i due piani di intimità e spettacolarizzazione. Collante tra Storia e vita è la memoria. «La mia vita privata è ancora una questione politica […] La lingua, i silenzi, le case, la convivenza, i sentimenti… Tutto è politica. Perfino la letteratura». La scelta ideologica della scrittrice spagnola dialoga, dalla sua posizione privilegiata del […]

... continua la lettura
Libri

Il rumore dei passi di Luca Ispani | Recensione

Luca Ispani nasce a Modena il 19 maggio 1979. Ad 8 anni vince il primo premio presso un concorso giovanile in Veneto indetto da una radio locale. Vincitore e segnalato in numerosi premi nazionali e internazionali, studia da tempo da autodidatta diversi autori. Negli ultimi vent’anni si è appassionato alla paesologia. Inizia a fare letture poetiche nel 2004 per lo più in eventi di arte di strada dove si sente più a suo agio. Dal 2014 al 2015 ricopre il ruolo di vice-presidente presso l’associazione culturale “I Poetineranti”. Collabora con il collettivo di poesia nazionale “Bibbia d’Asfalto” dal 2014 al 2016. Segue il progetto “Grungeart”, che è la creazione di un vero e proprio spettacolo basato su testi performanti, musica e arte visiva riconducibili al movimento “grunge”dei primi anni ’90. Diversi suoi testi sono stati tradotti negli Stati Uniti, in Messico e in Australia. Il rumore dei passi di Luca Ispani è il suo ultimo libro di poesie. Il rumore dei passi di Luca Ispani è una breve raccolta di poesie, pubblicata dalla Roundmidnight edizioni. L’autore, all’interno del testo, tocca varie tematiche, nonostante i temi centrali, che fanno da filo conduttore, siano la natura, i paesaggi, i monti. Le poesie sono a tratti un urlo tacito e profondo, a tratti un grido di ribellione contro un mondo di ingiustizie che vede vittima i più deboli, i disabili, coloro i quali non hanno possibilità di parola in un mondo in cui è semplice divenire vittima dei più forti. L’occidentale non si cura Della guerra dei poveri Pensa al telefono nuovo Da cambiare ogni sei mesi. Dai letti d’ospedali e alla sofferenza dei malati, al Congo e alle tematiche riguardanti la guerra. Sono chi ha il corpo trafitto Da lame di parole Orgogliose e bisbetiche Funeste e malinconiche. [l’inettitudine del volere e potere. Così l’autore descrive se stesso e il suo essere. Il rumore dei passi di Luca Ispani Nelle poesie è chiara ed evidente la sua ispirazione alle liriche del poeta Franco Arminio, al quale, appunto, dedica anche dei versi. Ho scritto di vita, di piante e natura Di amore e di linfa, dice nella sua poesia intitolata Parole. Il rumore dei passi di Luca Ispani ha un lessico chiaro, semplice, diretto, accessibile a qualsiasi tipologia di lettore. Non occorre essere appassionati di poesia per lasciarsi travolgere e sopraffare dalle sue liriche, brevi, concise, toccanti. Volume breve, da leggere tutto d’un fiato. Tangibile l’armonia con cui l’autore vive il rapporto con il paesaggio, con le montagne, con i campi. La vita del paese, il focolare domestico intorno al quale ruota la pace delle famiglie, lo scorrere del tempo. Per acquistarlo: qui. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

... continua la lettura

Napol e Dintorni

Food

La Tavernetta Colauri: in tavola i bovini di razza piemontese

Nuovo menù con un ingresso eccellente alla Tavernetta Colauri di Napoli. Nel locale dei cugini Rosario Morra e Salvatore Morra la new entry è la rinomata carne dei bovini di razza piemontese allevati da Dario Perucca, che va ad impreziosire la già ricca proposta di carni pregiate della Tavernetta. La nuova proposta è perfettamente in linea con la filosofia di attenta ricerca di prodotti e materie prime da sempre seguita da Morra ed Esposito che propongono anche una variegata “carta degli olii extravergini di oliva”, nonché delle interessanti selezioni di formaggi e salumi. Niente soia né insilati, allevamento etico e benessere degli animali: queste le regole base dell’azienda agricola del cuneese Cerutti Laura Maria, diretta da Perucca, quarta generazione di allevatori, che conta attualmente 250 capi. Il risultato è una carne estremamente tenera e con pochi grassi, una buona parte dei quali sono Omega 3, che dà il meglio di sé battuta al coltello o poco cotta. La Tavernetta Colauri Certamente nelle strade strette che portano dall’Ospedale Monaldi a Chiaiano non si passa per puro caso. Ma proprio in un insospettabile anfratto dei Camaldoli, nel borgo Santa Croce Tavernetta Colauri (Via Comunale Margherita, 245) è una vera scoperta, sinodo perfetto per chi ama la buona tavola e gli ottimi vini. La tavernetta apre nel settembre del 2007 per volere di Rosario Morra e Salvatore Esposito, cugini tra loro e originari del parco che ospita il ristorante. Il sodalizio si realizza dopo che Morra ed Esposito hanno perfezionato la loro preparazione, rispettivamente in cucina e in sala, con esperienze in Italia e all’estero. Il nome del locale cela una storia interessante: la famiglia nobile dei Colauri alla fine del 1200, per evitare la tassazione imposta dal governo Angioino, si trasferì fuori dalle mura cittadine stabilendosi in quest’area chiamata “Rione dei Calori di sopra e di sotto”. Rustica l’atmosfera della Tavernetta Colauri che presenta travi a vista e attrezzi agricoli fissati alle pareti. La cucina, prevalentemente di terra, è incentrata sui piatti della tradizione partenopea che seguono la stagionalità dei prodotti e sulla ricca proposta di carni servite su pietre ollari e pietre di sale rosa dell’Himalaya. Di sotto, una fantastica cantina dedicata anche alle degustazioni. “Siamo dei ragazzi appassionati e pieni di sogni – spiega Rosario Morra – e ce la mettiamo tutta per coccolare i nostri clienti e offrire loro carne e vini di qualità”. L’azienda di Cerutti Laura Maria e Dario Perucca L’azienda agricola di Cerutti Laura Maria nasce nel 1900, ma solo nel 1986 con molti sacrifici ed altrettanta passione Francesco e Laura costruirono la prima stalla per l’allevamento dei bovini di Razza Piemontese. Dal 1999 ad oggi l’azienda ha subito costantemente delle modifiche per ampliare e semplificare il lavoro quotidiano, perché per la famiglia Cerutti-Perucca la passione per l’allevamento è sempre il fattore più importante. Una dedizione che è stata ed è ancora oggi la base per svolgere sempre al meglio l’allevamento della Razza bovina Piemontese con sistemi innovativi e ricercati. Salvaguardia del territorio, pochi fertilizzanti chimici […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Un nuovo concept per l’aperitivo al Kestè: si parte con Alessandro Cocchia

Un nuovo concept per l’aperitivo al centro storico di Napoli: al Kesté si parte il 16 maggio con una  sessione di live painting Il tramonto, quando le pietre del centro storico di Napoli cominciano a sussurrare le loro storie all’imbrunire, e il cielo comincia a tingersi di colori allucinati ed evanescenti, è il momento ideale per rimanere sospesi a mezz’aria, in uno stupore metafisico. E magari godere di un buon aperitivo, tra le ombre e il fresco della piazza più famosa del centro storico. Non aperitivo “fine a se stesso”, ma stuzzicato e solleticato da altro, innaffiato da arte e cultura, irrorato da uno spirito dell’”altrove” che è poi lo spirito autentico e puro di Napoli. Ed è proprio su una tensione verso “l’altrove” e il dialogo con le arti e le discipline, che si fonda il nuovo concept per l’aperitivo al Kestè, che propone una tripartizione articolata in tre giorni della settimana, giovedì, venerdì e sabato, ognuno di essi diverso e con una propria dinamica interna: si parte il 16 maggio con una sessione di live painting firmata Alessandro Cocchia. Cosa propone il Kesté per l’aperitivo il giovedì, il venerdì e il sabato? Intanto iniziamo col live painting di Alessandro Cocchia e il suo San Gennaro in chiave rivisitata. Il giovedì è la volta dell’ “ApertiArt- Live Painting & vinili”: la piazzetta del Kestè si tramuterà, ogni giovedì dalle ore 18 in poi, in un cantiere artistico dove sbizzarrirsi e dare sfogo alla propria creatività, osservare artisti tingere con il proprio talento la collezione di tavoli del Kestè e, perché no, dilettarsi anche a dare il proprio contributo, servendosi degli appositi spazi bianchi. Il tutto sarà accompagnato da una colonna sonora, da un’accurata selezione musicale in vinile, a firma delle crew Kestè Black Jam, Funkool, Vinyl Box e Kinky Sound. Una vera e propria officina di arte, idee e condivisione, il tutto intrecciato in un format originale che si svincola dall’ovvietà, dal già detto e dal già fatto, per cogliere le esigenze primigenie e artistiche che sono da sempre sopite sotto il manto pesante della città. Il venerdì, dalle 18:30 in poi, tocca invece a “Posteggia e Tammorra”, con la tradizione sdoganata dai live di pusteggia classica napoletana e tammorra, in compagnia della paranza di Vico Pazzariello, l’associazione culturale con sede nell’omonimo vico. Il sabato, invece, dalle 18, Green Aperitive + “Pollicini verdi”, un connubio originale tra sensibilizzazione sul tema della green economy e giochi e intrattenimento per i più piccoli. Giovedì 16 maggio, abbiamo cominciato con il live painting di Alessandro Cocchia, poliedrico artista che, sul suo sito, si definisce “visual surfer”, avviluppato strettamente tra le onde della sua Partenope di cui ha disegnato il profilo stilizzato, essenziale e incarnato nel volto di San Gennaro, che troneggia in una sala interna del Kesté, e che è ormai meta di pellegrinaggio da parte degli studenti che vanno a pregare al suo cospetto prima di un esame. Al Kesté ci ha regalato un momento di condivisione e arte tra sacro e […]

... continua la lettura
Napol e Dintorni

Sentiero degli Dei, la perla della Costiera Amalfitana

Il Sentiero degli Dei è tra i più famosi sentieri naturalistici e di trekking al mondo, ciò che ha reso famoso questo sentiero è sicuramente il panorama che riesce a regalare a chiunque si reca in questa posto, panorami e viste mozzafiato a strapiombo sulla Costiera Amalfitana e sui paesi che il Sentiero attraverso come Positano, Nocelle, Agerola. Il Sentiero misura nel complesso circa 9 kilometri parte da Bomerano una frazione di Agerola ed arriva fino a Positano, si tratta di un percorso che ogni anno viene visitato da circa 200.000 mila visitatori che restano affascinati dagli scorci e sentieri incontaminati che sono unici al mondo, una passeggiata di circa 4 ore immersi nella natura più incontaminata che fanno di questo posto un luogo magico. Sentiero degli Dei, tra Storia e Natura Il Sentiero degli Dei è anche oggetto di storie antiche e di leggende, da cui poi trae anche il suo nome, secondo le leggende infatti, l’attuale sentiero che oggi noi tutti conosciamo nell’antichità era attraversato anche dalle divinità greche, che percorrevano questi sentieri per salvare Ulisse dal famoso canto delle Sirene che si trovavano sull’Isola de Li Galli, che è possibile ammirare da diversi punti panoramici del Sentiero. Di questi posti ne hanno scritto e parlato Poeti e Scrittori come Italo Calvino che lo descriveva come “quella strada sospesa sul magico golfo delle “Sirene” solcato ancora oggi dalla memoria e dal mito”, una descrizione che oggi è presente all’inizio del Sentiero su mattonelle in ceramica, prodotto tipico della Costiera (Ceramiche Vietresi). Nel corso degli ultimi 5-6 anni questo Sentiero ha acquisito una notevole popolarità tra gli amanti delle escursioni e del trekking ma anche tra i tanti turisti che durante il periodo estivo trascorrono le vacanze nei tanti luoghi di turismo presenti in Campania come appunto la Costiera Amalfitana ma anche le famose isole di Ischia e Capri gettonatissime anche tra i Vip. Spesso in Costiera Amalfitana ed anche sul Sentiero degli Dei si organizzano eventi, escursioni e tante altre iniziative dedicate al turismo, al trekking ma anche legate alla gastronomia locale che negli anni è diventata famosa in tutto il Mondo, sul sito del Sentiero degli Dei è possibile trovare tutte le informazioni sulle escursioni ma anche sugli eventi che vengono organizzati soprattutto durante il periodo estivo, dove c’è il maggior afflusso di turisti che visitano le bellezze della Costiera Amalfitana ed in generale della Campania. Sul portale vengono inoltre segnalati anche tutti i punti ristoro con ristoranti dove è possibile assaggiare tutti i prodotti tipici della Costiera, ed anche Alberghi e Hotel per tutti coloro che vogliono trascorrere alcuni giorni e quindi pernottare nelle vicinanze del Sentiero. Il periodo migliore per visitare il Sentiero è sicuramente quello che va da Aprile ad Ottobre durante quindi la stagione estiva, sebbene il Sentiero sia quasi sempre aperto è sconsigliabile recarsi nei mesi invernali ed in generale quando il meteo è poco clemente, il Sentiero infatti è molto esposto alle intemperie inoltre molti tratti sono a strapiombo e privi […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Discodays 2019 a Napoli: la fiera che dà spazio ai giovani talenti

È tornato al Palapartenope di Napoli DiscoDays 2019, l’appuntamento per antonomasia dedicato alla musica, che si è svolto il week end del 11-12 maggio per l’unica grande edizione annuale della Fiera del Disco e della Musica. Aggregatore culturale di eventi e iniziative in anteprima ed esclusiva, un grande contenitore musicale del Sud Italia, 50 espositori nazionali per un totale di oltre 100.000 dischi nuovi, usati e da collezione a rappresentare tutti i generi musicali, questo è stato Discodays 2019. I due giorni sono stati animati da un calendario di ben 27 esibizioni live, una mostra fotografica, 2 presentazione di libri, 3 presentazioni in esclusiva di album, 2 anteprime live, una premiazione oltre alla fiera per etichette indipendenti, dibattiti, attività per bambini rivolte alla sensibilizzazione all’ascolto del vinile per una crescita culturale. Gli eventi svolti al Discodays 2019: largo ai giovani La fiera, organizzata con il patrocinio del Comune di Napoli e con la partnership di Radio Marte, Raropiù e SUONO, ha presentato in due giorni un programma ricco di eventi: dagli EPO, uno dei gruppi più seguiti della scena campana, che presenteranno l’ultimo album Enea uscito anche in vinile, al debutto live del cantautore Metalli che pubblicherà l’album della neonata etichetta Enjoy All Music; dal ritorno dal vivo degli ex Panoramics Ferraniacolor, con il nuovo singolo cantato da Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione e una manciata di brani inediti con un nuovo cantante, agli StereoRebus e The Rivati che presentano, con il loro sound che attinge dagli anni 70, i nuovi lavori discografici. Attesissima e di grande successo è stata l’esibizione di domenica 12 maggio della compagine targata La Canzonetta Record: Fede ’n’ Marlen, Roberto Colella de La Maschera, Piervito Grisù, Dario Sansone dei Foja e Francesco Di Bella, con la sua band al completo, padrini della compilation Napoli Sound System vol. 3, un disco dedicato ai nuovi talenti, nato da un contest on line de La Canzonetta Record per selezionare nuovi talenti campani. Supervisione artistica del progetto è stata a cura di Francesco Di Bella, che con Gigio Rosa ha introdotto, prima della loro esibizione, i 7 artisti esordienti vincitori del contest: Aliante (Tela e colori), DJ Cioppi & K-Yellow B (Storia d’amore), Francesco Verrone (Canzone del mattino dopo), Beelitz (Immagina), Francesco Amoruso (L’Ombroso), Rever Music (Continua a sunnà), Antonio Tonelli (Amore formato giocattolo). Preziosa la presenza femminile della cantante Shara, la cantautrice napoletana che proprio con “Vento del sud” è parte di un progetto molto ambizioso, iniziato sul finire del 2011, “Il Terronian Project”, teso a valorizzare e a promuovere i territori del sud che sono spesso tenuti nell’ombra. Hanno avuto la possibilità di esibirsi live in occasione di Discodays anche alcune significative realtà emergenti a Napoli, in Campania e nel Sud, giovani artisti indipendenti, selezionati dall’iniziativa “Suoni Giovani del Sud” strettamente legata al dibattito aperto che il comitato degli Stati Generali della Musica Emergente ha tenuto proprio negli spazi della fiera. Infatti discoDays ha organizzato e promosso la prima edizione dei “Suoni Giovani del Sud – Stati Generali […]

... continua la lettura

Musica

Musica

Ecco Sedici:noni, intervista ad Antonio Manco

Sugli schermi del cinema, così come in tv, nelle foto, si avvicendano immagini, ricordi a colori o in bianco e nero. Stavolta sono stampati in formato 16:9 e racchiusi in un disco folk, rock firmato per l’etichetta Apogeo Records, autoprodotto, suonato e cantato da Antonio Manco. Uscito due mesi fa, il 15 marzo 2019, Sedici:noni, il nuovo disco di Antonio Manco, descrive canzoni come se fossero fotografie in polaroid, da trasportare in giro per il mondo. L’anima viaggiatrice, che ha bisogno di esprimere tutto il suo mondo interiore, in questo disco esce fuori a 360°, anche supportata da un sound deciso, con toni blues mescolati ad un rock anni ’70, senza tralasciare quello spirito sempre più folk. Sedici noni, dimensione delle foto, del cinema. Coniugare due arti, intrecciandole insieme. Manco, da dove nasce questo disegno? Più che accomunare due arti, è stato naturale utilizzare un’espressione appartenente al mondo della fotografia, questo perché io sono molto legato alle foto, che siano il ricordo di viaggi, oppure legate a un’esperienza di vita di altra natura. L’idea è nata proprio dal voler evocare un ricordo, in particolar modo il ricordo di un viaggio. Quindi c’è stata una volontà più che artistica, umana. Ascoltando le tracce dell’album, una di seguito all’altra, mi sono reso conto di questo legame fotografico e che ogni singola traccia appariva come una singola foto. Il titolo dell’album è nato dopo, nella fase finale. Stavo cercando un titolo, così ho pubblicato su Facebook alcune foto di panorami, ed scrivendo in descrizione: “titolo dell’album?” Un amico, per prendermi in giro, mi dice: “sedici noni” ed io “sei un genio!” Quindi, non è venuto da me, anche se l’idea l’avevo dentro. Ciò di cui ero sicuro era come dovesse suonare l’album: il sound del blues, del folk non poteva mancare. Oltre il ricordo del viaggio, che è facilmente riconducibile come filo rosso dell’album, c’è qualcos’altro che collega i vari brani? La sensazione di rivalsa, che segue un periodo di malinconia, di difficoltà: tocchi il fondo, ma poi inizi a voler risalire e questo ti porta a compiere degli eccessi, poiché hai fame di quello che ti sei perso, e cammini, ma cammini nella direzione opposta: alzi il gomito, fai tardi, arrivi all’estremo. Poi ti fermi. Per me è questo il filo conduttore dell’album: la risalita. Due brani del disco che consiglieresti all’ascoltatore? Da quando è uscito l’album -ed ho avuto modo di vederlo anche in alcuni live- ci sono stati molti feedback positivi per il brano Necessità infernale… anche Federica Vezzo, la frontwoman dei Federa e Cuscini mi ha più volte ripetuto questa preferenza; un’altra canzone, questa volta a gusto mio, a cui sono molto affezionato per mood, è Alibi in Vetro. Manco, qual è stata la canzone più complessa da scrivere? Per scrivere Resilienza ho avuto difficoltà: si tratta di scrivere di battaglie interiori ed è una canzone che sento ancora molto addosso, nonostante sia passato tempo. Capita a volte che alcuni brani dopo un po’ non li senti più sulla […]

... continua la lettura
Musica

La terra sotto i piedi, il nuovo album di Daniele Silvestri

Venticinque anni di carriera e nove album in studio e Daniele Silvestri definisce ancora la musica come il suo più grande amore. Ne La terra sotto i piedi, il suo nuovo album, Silvestri alterna sonorità cantautoriali ed elettroniche senza rinunciare a brevi ma incisive incursioni nel mondo rap. «Ti è venuto in mente che a forza di gridare / Hai più di cinquanta anni / Dovresti riposare / E invece, ancora col megafono / Ma che malinconia». Sono le parole che un (non)-fan potrebbe rivolgere a Daniele Silvestri che in Complimenti Ignoranti sfrutta molti dei luoghi comuni per rappresentare il pubblico dei social, quello delle emoticon e degli insulti preventivi. Ma Daniele Silvestri ha ancora il coraggio e la voglia di gridare e La terra sotto i piedi lo dimostra. Infatti, ciò che si può sicuramente riconoscere a Daniele Silvestri, soprattutto dopo la partecipazione sanremese, è un impegno a “sporcarsi le mani” per costruire qualcosa di concreto. Necessario riconoscerglielo perché non era assolutamente scontato che un uomo di cinquanta anni con venticinque anni di carriera alle spalle salisse sul palco dell’Ariston per cantare un disagio giovanile. Un disagio diffuso, di cui tutti sono più o meno consapevoli ma che viene accettato con estrema rassegnazione.  Con Argento Vivo Silvestri ha perlomeno provato a mettere a fuoco quel disagio, cosa che inspiegabilmente un’intera generazione non prova neanche più a fare. Ed è emblematico che solo in Argento Vivo quello sguardo sempre un po’ malinconico ma mai triste sulla realtà sfoci in un finale senza speranza: «Se c’è un reato commesso là fuori / È stato quello di nascere». Niente mezze misure, nessun compromesso e niente giochi di parole. Diretto e tristemente reale. Necessario. Non c’è quella fiducia finale che troviamo di solito come in Qualcosa Cambia: «Qualcosa cambia / E se non cambia ancora / Cambierà / Impara a non guardare solo l’emergenza / Vedrai che in lontananza / Il cielo è rosa / Qualcosa cambia». Se in Acrobati le atmosfere erano dichiaratamente più rarefatte con un Silvestri in bilico che dall’alto guardava il mondo senza volersi tuffare nella frenesia, con La terra sotto i piedi si torna a quel mondo che dall’oblò dell’aereo sembrava ben organizzato perché «Tu ancora non ci credi, ma servono radici / Mi serve gravità, la stessa che negavo fino a ieri / Quando predicavo di essere funamboli sospesi». Infatti, in Scusate se non piango, canzone impreziosita da uno splendido video con la regia di Valerio Mastandrea, si racconta di spazi occupati, resistenze e sgomberi. Silvestri definisce il video “un piccolo miracolo” dati i pochi fondi e il risultato. “Miracoli” che si rendono possibili quando ci sono quelle reti umane e culturali che lavorano con tenacia e amore a progetti importanti, come nel caso del Collettivo Angelo Mai. In Scusate se non piango emerge l’esigenza di far convivere la vita “privata” e quella sociale. Pur parlando di sgomberi e resistenze, al centro della scena c’è semplicemente un ragazzo innamorato che vede il tutto da un’altra prospettiva. Le […]

... continua la lettura
Musica

Canzoni rap italiane: dai “conflitti generazionali” alla “quantità industriale”

Vediamo l’evoluzione delle canzoni rap italiane! Michele Monina, in un pezzo pubblicato da Il Fatto Quotidiano, scriveva così: “Il rap è morto, viva il rap”. Una formula che, come sottolinea Monina, “gioca ovviamente sul motto relativo alla longevità del monarca, ma siccome il rap è stato ciclicamente dato per morto, almeno in Italia, ed è ciclicamente risorto, è diventato una specie di nuovo canone, buono ogni decade”. Il che non è del tutto errato. Se non fosse che spesso si commette l’errore di vedere un genere solo in quanto genere, sottovalutando la sua costruzione e funzione sociale. Ad esempio negli anni ’90 era evidente la differenza “ideologica” tra i rapper old school (Radical Stuff, Sean, Kaos, Dj Gruff, The Next One, i Sangue Misto, ecc.) e le Posse con i centri sociali (Lions Posse, Radio Onda Rossa, o le Isole Posse All Stars). Lo scontro nasceva da modi diversi di intendere il rap italiano in una doppia dimensione sociale e musicale. Con le Posse, infatti, il genere toccava temi marcatamente politici su una base hardcore/punk. L’Hip Hop nasce come movimento culturale e in quanto sottocultura possiede un suo codice in opposizione o in alternativa a quelli della cultura preesistente. Ma accade, anche, che quei valori vengano assorbiti dal mainstream e dalle sue logiche di mercato e di consumo. Lo stesso è accaduto al punk, ad esempio. Già negli anni ’90 alcune figure di spicco della scena rap nostrana firmano con le etichette discografiche maggiori. Nel ’93 la BMG distribuisce l’album di debutto Verba manent di Frankie HI-NRG MC. E nel ‘97 il suo brano Quelli che benpensano (distribuito da Sony Music) conquista radio e reti musicali a copertura nazionale. Lo stesso farà Neffa  con Aspettando il Sole e i Messaggeri della Dopa. E ancora J-ax con la Sony Music e i suoi pezzi passati in radio da Dj Albertino. Solo poco dopo Fabri Fibra, che partiva negli anni ’90 con Uomini di mare, nel 2006 firma con la Universal spopolando poi su Mtv con Applausi per Fibra dall’album Tradimento. Il titolo dell’album non è casuale, anzi si riferisce proprio al fatto che viene visto come un tradimento “darsi” al mainstream. Lo stesso faranno Mondo Marcio, Fedez, Marracash e così via. Tutti personaggi che in futuro fonderanno delle loro etichette discografiche e si avvicineranno notevolmente al versante della popular music. Questo perché? Il rap non è più un genere di nicchia da ormai venti anni e ha sostituito i “conflitti” generazionali con i “lifting” generazionali. In aggiunta, le canzoni rap italiane, se ascoltate in modo retrospettivo, sembrano essersi “svuotate”, non di senso, ma di contenuto.   Allora “il rap è morto; senza viva il rap”? Il punto non è considerare il rap un genere morto per la sua commerciabilità, ma perché vive attraverso essa (salvo alcuni casi, è chiaro). Il rap, oggi, è il sintomo che sponsorizza il “prodotto”, e spesso accade non solo in ambito “commerciale”. Già Kaos One nell’album Fastidio del ’96 avverte un cambiamento nel “fare rap”: “L’amore per l’Hip […]

... continua la lettura
Musica

Alessandro Angelone: l’esordio discografico con Start at dawn | Intervista

Queste le parole di Alessandro Angelone sul suo esordio musicale: “Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra.” Classe 2002, alunno dell’Accademia Professione Musica, Alessandro Angelone è un giovanissimo chitarrista di Pescara e Stars at dawn è il suo esordio discografico pubblicato per Music Force lo scorso 5 Aprile e presentato nello stesso giorno presso la Mondadori di Pescara a via Milano. Coadiuvato dalla sola chitarra acustica, Alessandro compone dieci tracce strumentali mostrando una grande padronanza dello strumento e della tecnica del finger-style. Star at dawn costituisce così un primo biglietto da visita di un artista che varrà sicuramente la pena seguire in futuro, per poter osservare la crescita di un chitarrista ancora in erba che, ad oggi, mostra al pubblico il suo mondo attraverso le corde della sua chitarra. In occasione dell’uscita del disco, ma soprattutto per conoscere meglio il ragazzo, abbiamo intervistato il giovane chitarrista pescarese. Stars at dawn, intervista ad Alessandro Angelone 17 anni e già alle spalle un album solista strumentale. Parlaci un po’ di te. È una grande soddisfazione aver pubblicato un album tutto mio. Sono un appassionato della chitarra da quando ho approcciato il fingerstyle, un mondo che continuerò ad esplorare. Mi piace tenermi impegnato anche con altri hobby: pratico il karate Wado Ryu, sono stato otto anni negli scout e amo disegnare. È proprio il disegno il principale rivale della musica, da sempre. Una cosa è certa, trovo nell’arte, o meglio, in ciò con cui posso esprimermi, le mie passioni. Cosa puoi dirci dell’Accademia Professione Musica che frequenti? È un ambiente accogliente in cui mi sono trovato bene sin da subito, grazie soprattutto al mio maestro Benedetto Conte, che non ci ha messo molto a farmi innamorare della chitarra. Inoltre, l’Accademia è un contesto che permette di esibirci e sperimentare i nostri progetti. Da grande vuoi che la musica diventi il tuo mestiere oppure hai qualche altro sogno nel cassetto? Sono indeciso. Attualmente sto continuando a comporre e ad arrangiare brani. Vorrei sicuramente fare della mia arte un mestiere, magari riuscendo a combinare l’arte figurativa alla musica. Ora sono al liceo e intravedo altre possibilità. Suoni altri strumenti oltre la chitarra? Quale strumento vorresti imparare a suonare? No, non suono nessun altro strumento. Una volta ho provato il violino, ho un caro amico che lo studia e devo dire che, se dovessi scegliere, opterei per questo. Come nasce Stars at dawn? Che idea c’è dietro? Stars at dawn nasce dall’idea, o meglio l’esigenza, di mostrare a chiunque lo desideri il mio mondo, “nascosto” dentro le corde della mia chitarra. Spronato al meglio dal M° Beny Conte che mi ha fatto incontrare l’etichetta Music Force, ho deciso di pubblicare l’album che, fortunatamente, è in promozione e in vendita sia digitale che fisica.

... continua la lettura

Teatro

Teatro

Carmine Del Grosso, un comedian beneventano al Nord

Carmine Del Grosso si esibirà domani alle ore 22.00 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli Carmine, oltre ad essere un comedian, è anche autore e speaker radiofonico. Il suo show #Solo, uno spettacolo tra amici si presenta, appunto, come una semplice “chiacchierata tra amici” in cui dialogare e confrontarsi sui problemi della nostra società. Vincitore del Premio Ottovolante nel 2012, Del Grosso fa parte della StandUp Comedy di Sky Italia. Lo abbiamo intervistato prima della performance. Ciao, Carmine. Ci parli di te e della tua comicità? Sono beneventano e vivo a Milano da 5 anni. Ho scoperto la comicità a Roma dove ho frequentato l’Accademia Teatrale e alcuni laboratori comici. Sono sia autore che attore comico. Ho collaborato come autore per la Rai e attualmente faccio parte del team della StandUp Comedy di Sky Italia. Sto girando l’Italia con lo spettacolo intitolato #Solo. La mia comicità si basa sulla visione della realtà attraverso gli occhi dissacranti di un trentenne. Molte delle cose che racconto sono autobiografiche e altre parlano del nostro rapporto coi social network. Sono un campano atipico. Il mio accento e il mio stile di vita non vengono riconosciuti come campani. Sono astemio e non mangio molti carboidrati.  Credi ci siano delle differenze tra la Comedy Americana e quella Italiana? Mi fa piacere rispondere a questa domanda, perché, di solito, mi viene chiesto soltanto se c’è differenza tra il cabaret e la comedy. Noi abbiamo una tradizione diversa da quella americana, parlo di usi e costumi, di modi di fare. Veniamo dalla Commedia dell’Arte. C’è soprattutto una linea generale che tutti i comici del Mondo seguono: salire sul palco con i panni di se stessi. I monologhi possono essere satirici, oppure analizzano semplicemente la realtà quotidiana. Questo è il clima che troviamo ovunque, cambia solo il metodo. La percezione dell’arrivo della comedy in Italia è stata distorta. Si pensava fosse una sorta di satira accelerata e quindi si è creata una frattura comunicativa. Solo grazie a Netflix, negli ultimi 5 anni, siamo arrivati ad un’espansione verso un pubblico di giovani ed è questo il vero successo della comedy italiana. I ragazzi prima non andavano più agli spettacoli dei comici. Pensi che le barriere tra la comicità del Nord  e quella del Sud Italia siano state superate? A me piace quando ci si prende in giro sulle proprie origini. Molto probabilmente ci sono ancora delle differenze tra Nord e Sud ed è giusto che ci siano, parlo di differenze culturali. La comicità si basa su un’alterazione della realtà. Quindi se io sono nato a Napoli e voglio prendere in giro una persona che è nata a Milano lo faccio. L’importante è che ci sia parità tra i due. Quando un milanese mi sfotte chiamandomi terrone, non me la prendo perché cerco di sfotterlo di conseguenza. Bisogna essere alla pari nella presa in giro, non deve esserci alcun scalino tra le due parti. Abbiamo invece superato l’idea che chi è nato al Sud abbia una marcia in meno. Puoi […]

... continua la lettura
Recensioni

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia. Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno. Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro. Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia. Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate. Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo. Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa. Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare. A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano. La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse. Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione […]

... continua la lettura
Teatro

La comicità noir di Valerio Lundini alla Stand Up Comedy del Kestè

Si è esibito domenica 12 al Kestè di Napoli il comedian romano Valerio Lundini. Con il suo spettacolo Penultima Tappa del Tour Mondiale, Lundini ha portato in scena una comicità noir e surreale fatta di scene quotidiane e luoghi comuni. Valerio Lundini, un comedian dalla risata intuitiva “A volte cerco di raccontare cose che mi sono accadute rendendole divertenti”. Valerio Lundini “gestisce” un’ora e più di spettacolo con uno stile estremamente personale. Gli episodi di vita personale, protagonisti dello show, sono narrati attraverso una naturalezza impacciata mista ad un tono lento e surreale. Lo spettatore deve addentrarsi nei tempi comici di Valerio Lundini che si esprimono con una voce volutamente imprevista. L’italiano medio è il bersaglio preferito di Valerio, il classico cittadino grottesco che si crogiola nella sua ignoranza infastidendo coloro che gli sono attorno. Nel quiz a premi Duce non Duce, un irritato presentatore prova a dialogare con Giovanni da Guidonia, un giocatore tipo che non si sforza di capire il senso del gioco a cui sta partecipando ma approfitta dei cinque minuti di notorietà che la radio gli concede per parlare della sua vita e dei suoi amici. Nell’approfondimento giornalistico di una puntata di Ted Talk, un presentatore altezzoso ci spiega quanto siano diventati dannosi per la nostra società i social network. L’uso smodato di Facebook e delle altre piattaforme vincola la vita dell’essere umano fino ad imprigionarla in una cella. L’impossibilità dell’uomo di staccarsi dalla dipendenza dai social è un allarme dal quale dobbiamo fuggire. Anche in questo pezzo comico lo stereotipo dell’utente normale è oggetto di sberleffo. Il tono serioso e sconcertato di Lundini suscita una risata indotta nello spettatore, causata principalmente da tempi scenici imprevisti. Brillante è la gag sui tabù che mortificano il concetto di sesso nella nostra società. Il comedian ci spiega quanto sia irrazionale far passare per normale il messaggio che ruota attorno alle relazioni serie e rendere immorale la naturalezza dei rapporti sessuali. E lo fa attraverso una narrazione ribaltata che intreccia i ruoli e i significati dei contenuti. Una Stand Up Comedy metateatrale ed alternativa La peculiarità della comedy di Valerio Lundini sta tutta nella sua capacità di rendere metateatrale il proprio spettacolo. Lo show di Valerio è fatto di sketch supportati da video ed immagini. La sua “narrazione nella narrazione” serve a far cadere la quinta parete del palcoscenico. Ma anche il velo della realtà circostante svanisce davanti ai nostri occhi, per rendere più comprensibile il no sense che ci circonda. Tra giornalismo da sciacalli, eccessivi atteggiamenti della comunità contemporanea e prese di posizione di nicchia, Valerio Lundini propone una comicità poco italiana. Punta ad uno stile internazionale che si pone a metà strada tra il gusto retrò e quello futuristico. Ed è per questo motivo che il gradito ritorno di Lundini a Napoli appoggia pienamente il lavoro sperimentalista che il Kestè sta effettuando sulla Stand Up Comedy. Puntare sulla comicità naturale per dare voci a narrazioni coinvolgenti e giovanili. Riunirsi davanti ad un comedian è oggi, per il pubblico, sinonimo […]

... continua la lettura
Teatro

Manco per sogno al Tan, una risata vi seppellirà

Il 10 e 11 maggio, al TAN – Teatro Area Nord, è andato in scena “Manco per sogno“, spettacolo prodotto dalla compagnia teatrale Diapason. Lo spettacolo, scritto da Antonio Colursi e Gianpaolo Pasqualino, vede in scena gli stessi insieme a Tano Mongeri, Eleonora Pace e Giulia Mancini. Manco per sogno, qualcosa per cui vivere Se si studia il latino, cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti, non si può non soffermarsi, oltre che sugli aspetti linguistici, sulla straordinaria letteratura che ci ha lasciato in eredità. Il teatro latino, ad esempio, è fondamentale per cogliere le evoluzioni e la storia di ciò che vediamo in scena oggi. Una differenza fondamentale, per i latini, era quella tra il dramma e la commedia. Il primo era considerato un teatro “alto”, mentre la commedia era quello “basso”. Ad oggi, la concezione di dramma e commedia sono assai diverse e spesso assistiamo a produzioni dove la differenza tra le due anime è talmente sottile da essere quasi invisibile. Questa trasformazione la dobbiamo al lavoro e alle opere lasciate da tanti artisti nel corso del tempo. “Manco per sogno” si può tranquillamente collocare nel filone della commedia che non è fine a se stessa e non è semplicemente l’occasione per del buon riso. Approfittando, con saggezza, dell’innata vivacità dei dialetti italici, “Manco per sogno” racconta la storia di Noemi, influencer d’assalto, del suo agente e del suo compagno tra il desiderio della prima di maggiore clamore pubblico e il desiderio d’intimità dell’ultimo. Quello che si nota è la scelta degli autori di un fare uso particolare della forte comicità intrinseca nel testo. Se è evidente che il lavoro del duo artistico Pasqualino/Colursi è improntato sul dare all’opera un retrogusto dolce e piacevole, è altrettanto chiara la presenza di un’altra nota di sapore. Allo spettatore vengono posti, seppur come sottotraccia, problematiche reali, concrete e tragiche come quella  della perdita dell’identità e della dipendenza dai social. Ogni cosa però viene mostrata attraverso il gioco di specchi, come il bimbo che osserva il sole posando l’occhio su un vetro affumicato per non bruciarsi. Il destino di Noemi è appeso ad un filo, un filo governato da un vento di like e condivisioni. Solo lo spettatore può decidere quale fine farà, solo a loro è concesso di mettere realmente la parola fine all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

... continua la lettura

Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

... continua la lettura
Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

... continua la lettura
Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

... continua la lettura