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Eroica Fenice

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Libri

Il Celtic protagonista de “Il prodigio di Lisbona” di Paolo Gulisano

Il Celtic, squadra di calcio scozzese, sfida la valente Inter di Moratti, team di fuoriclasse, nello scontro del 1967, per la conquista del titolo di Campione d’Europa: questa la premessa narrativa del libro di Paolo Gulisano, “Il prodigio di Lisbona. Da una periferia scozzese alla Coppa dei Campioni…passando per Fatima”. Il romanzo, appartenente alla collana “Storie di vita” della casa editrice Elledici, descrive in un coinvolgente affresco l’origine e lo sviluppo del Celtic, inserendo nella narrazione vicende personali di personaggi, reali e immaginari, che emergono dal racconto, fino al climax che dà il titolo all’opera: la storica partita, disputata nello Stadio Nazionale di Lisbona, in Portogallo. Il 25 maggio 1967 il Celtic realizza un prodigio a Lisbona Il Celtic Football Club, nato nel novembre del 1887 su iniziativa di fra’ Walfrid e chiamato così per evidenziare le radici celtiche, comuni a scozzesi ed irlandesi, dei giocatori, era una sorta di “squadra da oratorio”, nata a scopo caritatevole: le sue partite sarebbero dovute servire per raccogliere fondi da destinare ai poveri, che pativano la fame nei sobborghi di Glasgow. Dalla metà dell’Ottocento, infatti, Glasgow era passata sopra la propria storia come un rullo compressore, per fare spazio a fabbriche, stabilimenti e quartieri popolari per i tanti operai irlandesi che abbandonavano le misere terre natìe in cerca di lavoro. Questa minoranza di immigrati vivevano in quartieri ghetto, discriminati oltretutto per la loro fede cattolica. In questo panorama, quasi come fosse una fiaba, nasce tale “squadra dei cattolici”, soprannominata così nonostante l’appartenenza al team sportivo non comportasse una scelta religiosa obbligata, con i giocatori che vivevano entro trenta miglia dal proprio stadio, il Celtic Park. Il racconto di quel prodigio nelle librerie con Paolo Gulisano Il prodigio di Lisbona ripercorre gli avvenimenti a partire da un mese prima della storica finale. Incontriamo così Peter Smythe, precedentemente bombardiere della Royal Air Force, giornalista sportivo dello Standard Weekly, a cui viene dato l’incarico dal patriottico direttore Fletcher di scrivere una cronaca della partita, compito che gli dà la possibilità di ritornare in Italia, dove aveva trascorso anni drammatici in tempo di guerra. Qui rivede vecchi amici e si riaprono ferite mai guarite. Questi capitoli danno al lettore la possibilità di apprendere avvenimenti storici realmente documentati ma troppo spesso trascurati e offrono una panoramica inedita dell’Italia con spunti di riflessioni morali, che non si direbbe possano inserirsi in una storia sportiva ma che invece si sposano tra loro in maniera perfetta, quasi commovente, nel ritrarre anni turbolenti e di grande trasformazione. A questa sezione si deve la triste conclusione che l’”Italia, apparentemente di successo, è un gigante, sì, ma dai piedi d’argilla. Un Paese che sembra stia perdendo la propria anima”. Vicino alla vicenda di Peter, si sviluppano quelle di Brian Sweeney e di Desmond Flanagan, amici, ventidue anni, disoccupati, senza soldi, che si propongono come autisti per accompagnare un gruppo di pellegrini a Fatima, occasione che offre loro la possibilità di arrivare in Portogallo, per poi giungere a Lisbona. Questo viaggio nasconde un piccolo romanzo di […]

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Recensioni

Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

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Cinema & Serie tv

Netflix: le serie più belle da rivedere questa estate

Serie televisive bellissime, da non perdere, ecco le nostre preferite! Serie televisive bellissime, ma quante ce ne sono? Soprattutto da quando è arrivato Netflix, la migliore piattaforma per la fruizione di contenuti multimediali d’intrattenimento, che offre la visione di una vasta gamma di prodotti come film, serie TV, show, documentari in streaming su internet, in modalità on demand. Si tratta di un servizio a pagamento sottoscrivibile con abbonamento mensile, ottimizzato per un utilizzo tramite browser desktop, ma usufruibile anche su dispositivi mobili Android e iOS, grazie all’applicazione dedicata, oltre che su Smart TV e console per videogiochi. Grazie a tali punti di forza, Netflix ha riscontrato un rapido incremento di popolarità, dopo aver reso accessibile il servizio di streaming in oltre 190 paesi dal gennaio 2016 ed essersi affermato come leader del settore on demand con i suoi 125 milioni di utenti abbonati in tutto il mondo nel 2018. Entrato nel settore della produzione nel 2013 con la sua prima serie, House of Cards, ha in seguito ampliato notevolmente l’offerta pubblicando circa 126 serie o film originali nel 2016, più di qualsiasi altro network o canale via cavo. Ebbene, complici le vacanze, il tempo libero e i ritmi meno serrati, i mesi caldi sono il periodo perfetto per rilassarsi, recuperando le produzioni seriali arretrate: oltre a grandi nuove stagioni di serie già avviate e che hanno confermato il loro livello, ci sono, infatti, molti titoli inediti che hanno fatto il loro debutto, alzando l’asticella di un mondo seriale sempre più variegato e attento alla diversità. In questa piccola selezione sono presenti grandi cult, serie recenti e docu-serie più ibride, non propriamente fiction: insomma, moltissimi episodi da recuperare, in una stagione televisiva che ormai non si ferma più.  Serie televisive bellissime da non perdere su Netflix La casa di carta Si tratta di un prodotto televisivo spagnolo, che rappresenta senza dubbio il cult del momento e racconta in due stagioni – Netflix ha recentemente confermato la terza – quella che viene considerata la più grande rapina della storia, commessa all’interno della Zecca di Stato di Madrid da otto malviventi, che indossano le maschere di Salvador Dalì, per stampare oltre due miliardi di euro in biglietti da 50. È «un’allegoria della ribellione», come ha scritto Le Monde, perché la banda tecnicamente non ruba, ma si appropria dei mezzi di produzione del capitalismo, sputando in faccia all’alta finanza che tutti prende per i fondelli: non a caso, si cita la rivolta popolare de la Puerta del Sol a Madrid, nel 2011, quando nacque il movimento degli Indignados; «un mix tra colpo hollywoodiano y mucho amor», come lo ha definito Vanity Fair, pieno di paradossali colpi di scena, da non perdere. Breaking bad Uscita nel 2008 si piazza, senza dubbio, nel podio delle serie televisive bellissime da non perdere: un insegnante di chimica, con un cancro allo stadio terminale, comincia a produrre e spacciare metanfetamina con un suo ex studente per assicurare un futuro alla famiglia. Si tratta di un progetto atipico, che esula dai […]

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Attualità

Attualità

Reddito di cittadinanza: cos’è e come funziona

Il reddito di cittadinanza, l’aiuto economico che verrà destinato dal governo a 9 milioni di famiglie italiane in stato di indigenza, prive di reddito o con un reddito troppo basso, è stato al centro del dibattito politico e della campagna elettorale del Movimento 5 Stelle che alle scorse elezioni del 4 marzo 2018, col 32% dei voti, è divenuto la prima forza politica del paese (e c’è chi addebita proprio alla promessa del reddito di cittadinanza la vittoria del Movimento 5 Stelle, che ha conquistato una schiacciante maggioranza proprio nelle regioni del centro-sud maggiormente colpite dalla piaga della disoccupazione), stringendo un patto di governo con la Lega, capitanata da Matteo Salvini, il partito che, all’interno della coalizione di centro-destra, ha totalizzato il maggior numero di voti (17%). Ben oltre la campagna elettorale, il leader politico del Movimento 5 Stelle e attuale Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nonché vicepremier, Luigi Di Maio, definendo il reddito di cittadinanza una necessaria misura di contrasto della povertà, lo ha inserito con priorità tra gli obiettivi del contratto di governo, sottoscritto dai leader delle due forze politiche al governo, e potrebbe forse vedere la luce già nel 2019, contro le previsioni di chi credeva che l’argomento, per mancanza di fondi, non potesse entrare davvero nel dibattito politico e restasse dunque legato alla campagna elettorale e agli slogan di piazza. Ma vediamo subito di cosa si tratta, a chi spetterà e come funziona il reddito di cittadinanza. Reddito di cittadinanza: chi potrà richiederlo e secondo quali criteri? Il reddito di cittadinanza è una misura economica che cercherà da un lato di sostenere economicamente i nuclei familiari più fragili e vessati dalla povertà, dall’altro di ridare dignità al lavoro e favorire la formazione professionale attraverso corsi professionalizzanti, per combattere l’emarginazione e l’esclusione dei disoccupati e favorirne l’inclusione nel mondo del lavoro. Ma chi potrà beneficiarne? Secondo i dati ISTAT, si può parlare di povertà in Italia al di sotto dei 780€ al mese di reddito. Tale cifra varia, naturalmente, al variare del numero dei componenti del nucleo familiare e, all’aumentare del numero dei componenti del nucleo familiare -in particolar modo nel caso in cui ci siano minori a carico-, aumenta la cifra sotto la quale si possa parlare di povertà. Il reddito di cittadinanza prevede dunque l’erogazione di un contributo economico tale che ogni famiglia possa raggiungere questa cifra. Potrà richiederlo qualsiasi maggiorenne, che sia disoccupato o inoccupato, con un reddito mensile inferiore ai 780€, e ciò vale, naturalmente, anche per i pensionati con la minima pensione prevista, per i quali si parlerà dunque di “pensione di cittadinanza”. Ancora, il reddito di cittadinanza verrà in aiuto di quei lavoratori, part-time o full-time, che siano sottopagati, erogando loro la somma sufficiente a raggiungere la cifra di 780€ mensili, e saranno previsti vantaggi per le aziende che decideranno di assumere lavoratori beneficiari del reddito di cittadinanza. Per ottenere il reddito di cittadinanza, occorrerà essere iscritti ad un Centro per l’impiego e rendersi subito disponibili al lavoro, iniziare […]

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Attualità

«Il nostro Leopardi»: tre lettere autografe alla Biblioteca Nazionale di Napoli

«Firenze 06 Agosto 1827 Caro Puccinotti Sono qui da circa due mesi, e qui da Bologna ricevo la tua carissima de’ 29 di Luglio. Tu mi hai a perdonare il mio lungo silenzio, perch’io pochissimo posso scrivere, travagliato come sono da un’estrema debolezza (o comunque io la debba chiamare) de’ nervi degli occhi e della testa, la quale mi obbliga ad un ozio più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la sua giornata meglio di me.» L’incipit della lettera di Giacomo Leopardi è un’istantanea della vita allora condotta dal grande poeta, che si racconta apertamente al caro amico Francesco Puccinotti, docente di Patologia e Medicina Legale a Macerata. Corrispondente forse tra i meno noti del genio di Recanati, il professore marchigiano è il destinatario delle tre nuove lettere autografe acquisite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli e presentate “alla comunità scientifica e alla città” nella splendida cornice della Sala Rari a mezzogiorno di un particolarmente afoso martedì 31 Luglio. Tre epistole di Giacomo Leopardi all’asta Appena sette settimane prima, martedì 12 giugno, la Casa d’Aste romana “Minerva Auctions” mette all’asta le tre epistole dall’inestimabile valore, poste e proposte sul mercato per iniziativa privata. La Biblioteca Nazionale partenopea le intercetta, il Fondo Leopardi le reclama. Viene chiesto seduta stante l’immediato annullamento della seduta già calendarizzata. Questo ed altri aneddoti vengono svelati dalle tre voci invitate per narrare la storia di questa preziosissima acquisizione: il direttore della Biblioteca Nazionale, Francesco Mercurio, la direttrice generale, Paola Passarelli, ed il Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli. Voci che tradiscono emozioni. «Sono particolarmente orgoglioso del fatto che uno dei primi atti di cui sono stato testimone nell’esercizio delle mie funzioni sia stata quest’acquisizione. Prima di tutto per un legame affettivo che ho con Leopardi sin dai tempi della scuola. Poi perché ogni testimonianza può essere importante e decisiva per arricchire di particolari la sua biografia. In Leopardi vita e opere sono strettamente legate. Abbiamo deciso che queste lettere fossero custodite dalla Biblioteca Nazionale di Napoli perché qui è già depositato oltre l’80% del patrimonio del Poeta», rimarca il Ministro, che si sofferma sul significato e la funzione che una biblioteca degna di questo nome deve ricoprire. Per farlo, appronta un confronto efficace a partire dalla parola “ricerca”: nel caso specifico, avendo – il caso stesso – luogo in una biblioteca, una ricerca “bibliografica”. Dinanzi a quel gigante che è internet, in termini di rapidità e prestazioni, solo gli appassionati irriducibili preferiscono ancora il profumo della carta di una volta e lo spulciare e verificare titoli e autori da un cassettino impolverato da tirare a mano. Di recente, a Cremona, all’Archivio di Stato, è soltanto così, però, che uno studioso americano ha trovato un tesoro in un faldone dimenticato: il testamento di Stradivari, disperso e irrintracciabile da tempo non datato. Un fondo interamente dedicato al poeta Il Fondo dedicato a Giacomo Leopardi, all’interno della Biblioteca partenopea, ne rappresenta il fiore all’occhiello: oltre alla documentazione autografa della maggior parte dei Canti (tra cui Alla luna, […]

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Attualità

Cassazione: “Nessuna aggravante se la vittima di stupro si è ubriacata volontariamente”

Due uomini, una ragazza, una sera come tante, a cena. Quattro chiacchiere, cibo e qualche bicchiere di troppo. Poi, il dramma: i due cinquantenni abusano della ragazza, in quel momento in preda agli effetti dell’alcol, stuprandola. Dopo qualche ora la vittima si reca al pronto soccorso, dove racconta confusamente l’accaduto che ricorda a malapena. La vicenda risale al 2009, e nel 2011 il gip di Brescia assolve in primo grado i due accusati perché quanto detto dalla donna non è ritenuto attendibile. In base al referto dell’ospedale, da cui si evinceva la presenza di leggeri segni di resistenza, a gennaio 2017 la Corte d’Appello di Torino ha condannato entrambi i soggetti a tre anni di reclusione, con le attenuanti generiche e l’aggravante. Facendo leva sulla prima sentenza, la difesa degli imputati aveva negato l’esistenza del reato di violenza e riduzione ad uno stato di inferiorità, considerando che lo stato di ebbrezza della ragazza era stato generato da una condotta volontaria della stessa. Se la vittima ha bevuto volontariamente, lo stupro è senza aggravante: lo ha stabilito la Corte di Cassazione Ora la Cassazione, pronunciandosi su questo caso di violenza sessuale di gruppo, ha stabilito che il reato c’è stato, ma avendo la vittima assunto volontariamente alcool, l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti va eliminata. La terza sezione penale ha quindi rinviato la sentenza della Corte d’Appello per una modifica della condanna “al ribasso”. Secondo la sentenza depositata ieri, “Integra il reato di violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze”. Tuttavia, “si deve rilevare che l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché la norma prevede l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti (o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa)”, aggiungono i giudici. “L’uso delle sostanze alcoliche deve essere quindi necessariamente strumentale alla violenza sessuale, ovvero deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcool per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario, incide sì, come visto, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”, conclude la Corte. Le reazioni della politica alla sentenza Un simile provvedimento ha ovviamente scatenato reazioni molto dure da parte della politica: “Sul corpo e sulla vita delle donne, la cultura, soprattutto quella giuridica, non avanza di un passo, anzi. La sentenza della Cassazione ci porta indietro di decenni, rischia di vanificare anni di battaglie”, ha detto Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Pd. “Era il 1999 quando i giudici della Corte di Cassazione sentenziavano che se la vittima porta i jeans non può essere stupro, poi nel 2006 riconoscevano le attenuanti per […]

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Attualità

Anticoncezionali gratuiti: al via in Emilia-Romagna

Anticoncezionali gratuiti, l’Emilia Romagna è un passo avanti a tutte le regioni   Per gli Egizi erano il miele e le foglie di acacia; nel Libro della Genesi, Onan “versa il suo seme” sul terreno per non diventare padre di un figlio con Tamar; nell’antica Grecia venne raccolto il silfio fino a farlo estinguere. Se l’Amore (in tutte le sue forme) è antico come il mondo, anche la contraccezione lo è. Nonostante ogni tentativo di impedire una gravidanza sia stato ritenuto (ed è ritenuto tuttora) immorale dalla Chiesa Cattolica. I primi preservativi risalgono alla fine del XX secolo e il primo Paese a svilupparli e commercializzarli fu la Germania. Agli inizi del ‘900 furono aperte le prime cliniche per il controllo delle nascite negli Stati Uniti e nel Regno Unito e nel 1950 fu sviluppata la prima pillola anticoncezionale. Tuttavia, la contraccezione non era legale, anzi. Spagna e Stati Uniti la vietavano e proibivano l’utilizzo del servizio postale non solo per gli oggetti anticoncezionali, ma anche per il semplice materiale informativo. Anticoncezionali gratuiti in Emilia Romagna Sarebbe stato dunque arrestato, cinquant’anni fa, un uomo come Sergio Venturi, assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna, che – tramite delibera regionale num.1722 del 06/11/2017 – ha reso gratuita la contraccezione per tutti gli under 26 che si rivolgano a un consultorio ASL. Le sole condizioni necessarie all’utilizzo del servizio sono: la residenza in uno dei comuni della Regione e l’iscrizione al servizio sanitario nazionale. Una misura, quindi, che si rivolge a una platea molto ampia (richiedenti asilo compresi) e si estende alle donne fino ai 45 anni disoccupate o “con esenzione di lavoratrici colpite dalla crisi” dopo un aborto o nell’immediato post-partum. Ne confermano la validità i dati raccolti a poco più di un mese dalla partenza dell’iniziativa: al Poliambulatorio Roncati hanno già fatto richiesta di anticoncezionali 103 donne, nella stragrande maggioranza tra i 14 e i 19 anni, alle quali si aggiungono una decina di donne tra i 20 e 26 anni. L’iniziativa è destinata a crescere sempre di più, con l’apertura di 12 nuovi spazi e relativi servizi dedicati. Gli anticoncezionali che rientrano nel piano della Regione sono: preservativi, pillole (compresa quella del “giorno dopo”), spirali, anello e impianti sottocutanei. Finora la “pillola” viene distribuita in consultorio, dopo la visita ginecologica, ma tra qualche mese si potrà ritirare anche nelle farmacie ospedaliere. Anticoncezionali, in Puglia ci siamo quasi   Sulla scia dell’iniziativa Emiliano-Romagnola, anche la giunta regionale Pugliese ha disposto la distribuzione gratuita di estro-progestinici orali a basso dosaggio di fascia C, anelli vaginali, cerotti anticoncezionali e pillola del giorno dopo. In questo caso, la distribuzione gratuita è rivolta alle donne con basso reddito, con esenzione ticket, alle giovani, alle non comunitarie e neo-comunitarie e alle donne che hanno appena partorito. Il resto del Paese, invece, arranca: pillole e preservativi costano parecchio e nel 2016 anche le ultime pillole di fascia A sono passate in fascia C, ovvero non più rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale. Inoltre, non siamo ancora tra i Paesi che offrono un sito […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

I migliori film horror 2018, una lista per gli amanti del genere

Saranno i benefici prodotti dall’adrenalina, sarà la consapevolezza di avere comunque la situazione sotto controllo, certo è che la paura che proviamo guardando un film horror è una sensazione piacevole, divertente e stimolante. Proprio come una giostra in un parco, la visione di questo genere cinematografico è uno dei passatempi preferiti di molte persone. Sono tante le pellicole il cui tema principale è il terrore e molte hanno riscosso un successo planetario, da “Le manoir du diable” (1896), che si ritiene il primo film horror della storia, in poi. Se siete tra quelli che ritengono divano, pizza, birra e film horror un ottimo modo di trascorrere una serata piacevole in compagnia o anche da soli, ecco una lista dei titoli più interessanti in questo ambito per quanto riguarda il 2018. Ecco quali sono i migliori film horror 2018 secondo noi. I migliori film horror 2018, le nostre scelte Annientamento Genere: Drammatico, Fantascienza, Thriller Anno: 2018 Regia: Alex Garland Attori: Natalie Portman, Jennifer Jason Leigh, Tessa Thompson Paese: USA, Gran Bretagna Durata: 120 minuti Distribuzione: Netflix Quattro studiose partono per una spedizione in una zona protetta degli Stati Uniti, la cosiddetta Area X. Lo scenario che si presenterà ai loro occhi sarà quello di una natura inspiegabilmente malvagia. Il personaggio della biologa interpretato dalla Portman ha particolarmente a cuore la missione: suo marito è scomparso proprio nell’esplorazione precedente. Insidious 4: L’ultima chiave Genere: Horror, Thriller Anno: 2018 Regia: Adam Robitel Attori: Lin Shaye, Leigh Whannell, Angus Sampson Paese: USA Durata: 103 minuti Distribuzione: Warner Bros La casa di famiglia della dott.ssa Elise Rainier è infestata, perciò ella torna nella sua città d’origine nel New Mexico, determinata a scontrarsi con l’incubo che la perseguita sin dall’infanzia. Questo quarto episodio della saga “Insidious” ha tutti gli ingredienti per essere valutato come uno dei migliori film horror di quest’anno. Halloween Genere: Horror Anno: 2018 Regia: David Gordon Green Attori: Judy Greer, Jamie Lee Curtis, Virginia Gardner Paese: USA Distribuzione: Universal Pictures Il personaggio di Jamie Lee Curtis si troverà faccia a faccia con Michael Myers, la maschera che l’ha perseguitata da quando è sfuggita alla sua follia omicida la notte di Halloween di quarant’anni fa. La serie “Halloween”, lanciata nel 1978, ha incassato con i suoi 10 film $400 milioni in tutto il mondo. The Nun Genere: Horror, Thriller Anno: 2018 Regia: Corin Hardy Attori: Taissa Farmiga, Bonnie Aarons, Jonny Coyne Paese: USA Distribuzione: Warner Bros. Italia In questo spin-off di “The Conjuring 2” del 2016, vediamo Padre Burke giungere a Roma per indagare sulla misteriosa morte di una suora di clausura. Qui scoprirà il diabolico segreto dell’ordine. La prima notte del giudizio Genere: Horror, Thriller Anno: 2018 Regia: Gerard McMurray Attori: Y’Lan Noel, Lex Scott Davis Paese: USA Durata: 97 minuti Distribuzione: Universal Pictures Impossibile non annoverare questa pellicola tra i migliori film horror 2018. Quarta puntata della serie “La notte del giudizio” è il prequel che ancor di più dei film precedenti rivendica il suo legame con la realtà politica attuale americana. […]

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Cinema & Serie tv

Film tratti da libri: i 10 più belli di sempre

Il legame tra letteratura e cinema è profondo e trova una giustificazione radicata nell’animo umano, che da sempre ha la capacità di creare e ricreare nella propria mente, attraverso la fantasia, la memoria ed il racconto, non soltanto immagini di situazioni realistiche o possibili, ma anche di situazioni fantastiche ed irrealistiche, dando libero sfogo all’immaginazione, oppure lasciare che le immagini sorgano dalla parola scritta: è quello che fanno i registi che cercano di riportare sul grande schermo, secondo la propria immaginazione e sensibilità, le parole su carta dei libri più belli e di successo, in maniera più o meno fedele al testo letterario, a seconda dei casi. Se c’è un gruppo di lettori che affermerà sempre e comunque, a prescindere dal film in questione, che il libro è senz’altro “migliore”, spesso perché in realtà semplicemente il film non corrisponde all’immagine mentale che il lettore si era costruito da sé del libro al punto da vivere come un “tradimento” personale il tentativo altrui di creare un’immagine che, una volta giunta sullo schermo, diventa quella “canonica”, una schiera nutrita di lettori conta invece i giorni che li separano dall’uscita nelle sale cinematografiche del film tratto dal proprio libro preferito. Ecco dunque una rassegna dei 10 film tratti da libri più belli ed appassionanti, quelli che, a prescindere dall’aver letto il libro o meno, vale la pena guardare, e che forse potrebbero convincere anche i meno avvezzi alla lettura ad immergersi in un buon libro. Una rassegna (in ordine sparso) dei più appassionanti 10 film tratti da libri: da successi letterari a successi cinematografici Saga di Harry Potter (J. K. Rowling) Durante tutto il primo decennio del 2000 gli otto film tratti da libri della saga di Harry Potter, maghetto più famoso di tutti i tempi, hanno trascinato al cinema (e, in conseguenza, in libreria) ben più d’una generazione di bambini ed adolescenti: come resistere al fascino dell’eterna lotta fra bene e male, in chiave fantasy? Si tratta infatti della saga cinematografica col maggior numero di incassi. Quattro sono i registi che hanno lavorato ai film della saga: Chris Columbus ai primi due (senz’altro i più fedeli ai romanzi della Rowling), Alfonso Cuaròn al terzo, Mike Newell al quarto e David Yates dal quinto all’ottavo, tre i giovanissimi protagonisti che devono la loro fama al ruolo interpretato nella saga di Harry Potter: Daniel Radcliffe nel ruolo di Harry Potter e Rupert Grint e Emma Watson nei ruoli dei suoi amici, rispettivamente Ron Weasley e Hermione Granger. The Help (K. Stockett) Il film, uscito nel 2012 con la regia di Tate Taylor, è ambientato nel Mississipi degli anni ’60 e racconta le vicende della giovane aspirante scrittrice Skeeter (Emma Stone), interessata a documentare, con l’aiuto di alcune domestiche di colore, la dura vita delle nere nel suo paese, segnata dal pregiudizio, dal sopruso e dalla tirannia operata dalle signore bianche ai danni delle domestiche di colore. Il film ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, come il premio Oscar a Octavia Spencer, nel ruolo della domestica Minny […]

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Cinema & Serie tv

Film romantici degli anni 2000: quali guardare almeno una volta nella vita

Film romantici, quali sono i migliori degli anni 2000? Gli anni 2000 sono stati e sono ancora anni caldi per le poltrone dei cinema in città, anche in virtù del fatto che stiamo assistendo all’evoluzione di uno dei generi cinematografici più apprezzati: quello dei film romantici. Da tempo immemore considerati una categoria di genere, i film romantici sono, infatti, assimilati alla cinematografia chick flick, cioè quella serie di film che si rivolgono prevalentemente al pubblico femminile. Ma il cinema romantico e passionale ha saputo reinventarsi e andare oltre lo stereotipo delle trasposizioni su pellicola di Romeo e Giulietta, avvicinandosi alle storie d’amore di ogni giorno ma senza mai snaturarsi, senza rinunciare a quel tocco di magia che “succede solo nei film!”. Così, vi proponiamo una carrellata dei migliori film romantici usciti negli anni 2000: ce n’è per tutti i gusti e l’unico dramma sarà scegliere quello da cui iniziare la maratona. I film romantici ai tempi di Jennifer Lopez e del cinema francese Grandi titoli provengono soprattutto dal cinema straniero, nonostante il cinema disimpegnato delle commedie all’italiana e quello delle introspettive pellicole drammatiche trovino sempre spazio per una storia d’amore: tra i grandi nomi, si pensi a Sergio Castellitto e ai suoi film tratti dai romanzi della scrittrice Margaret Mazzantini, sua moglie (uno tra tutti Venuto al mondo). Ad ogni modo, che il cinema sentimentale sia stato creato per soddisfare l’immaginazione delle donne lo si deduce dal successo che hanno raggiunto film romantici con grandi protagoniste femminili: dalle bionde come la Bridget Jones di Renée Zellweger e la Elle Woods di Reese Witherspoon (protagonista de La rivincita delle bionde), alle ragazze che fanno squadra e che hanno conquistato il mondo, come le Quattro amiche e un paio di jeans, e la Grande Mela, come in Sex and the City. Ma i due estremi del cinema sentimentale sono, da un lato, le commedie romantiche e, dall’altro, i film strappalacrime: da un lato l’amore impacciato e imperfetto che fa sorridere, dall’altro l’amore dei cuori spezzati e delle lacrime amare. Insomma, l’amore che ognuno si è, per sbaglio o all’improvviso, versato addosso almeno una volta nella vita sta tutto lì, incastrato tra i titoli di coda di un film. Per chi ama l’amore agrodolce che non si prende troppo sul serio, quello che strappa una risata perché surreale e al contempo parecchio vicino alla nostra quotidianità, tra i più amati dal pubblico ci sono sicuramente Love Actually, che vanta un cast di grandi nomi (da Hugh Grant a  Keira Knightley) le cui storie si intrecciano in una romantica Londra natalizia, e La verità è che non gli piaci abbastanza, in cui altrettante storie parallele trovano il loro comun denominatore nell’amore e negli innamoramenti. Menzione d’onore anche alla storia “che non è una storia d’amore”, quella di (500) giorni insieme, e alle avventure di Cameron Diaz e Kate Winslet in L’amore non va in vacanza. Mente, inoltre, l’amante della commedia romantica che afferma di non aver mai visto un film con Jennifer Lopez: tra […]

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Cinema & Serie tv

Ocean’s 8: il nuovo spin-off di Gary Ross

Ocean: “Cinque anni, otto mesi e 12 giorni, il tempo necessario per progettare il colpo del secolo”. Ocean’s 8, film in cui Sandra Bullock è l’indiscussa protagonista, trae origine dalla trilogia firmata da Steven Solerbergh, Ocean’s Eleven (2001); Ocean’s Twelve (2004) e Ocean’s Thirteen (2007), prendendo le distanze da essa in modo originale, attraverso nuovi contenuti e personaggi, sull’onda inarrestabile del genere crime d’azione tutto al femminile. Il regista Gary Ross (che ricordiamo per “Hunger Games”), preferisce impostare il suo nuovo film come un heist–movie (tipico film dal colpo grosso) attraverso il quale i componenti di una criminosa banda cercano con ostinazione il colpo del secolo, in grado di cambiare il loro stile di vita ed esistenza. Gary Ross e il suo spin-off tutto al femminile “Fra tre settimane il Met ospiterà il suo ballo annuale, e noi lo rapineremo” – Tratto dal film. Un’irriducibile e tenebrosa Sandra Bullock, nel ruolo di Debbie Ocean sorella di Danny, personaggio conosciuto nei precedenti film della serie, una volta fuori dal penitenziario dove ha scontato una pena detentiva di 5 anni e dopo aver espresso falsi buoni propositi per una nuova vita da intraprendere nella società, decide con la complicità della sagace e diffidente Lou (interpretata dall’eccellente Kate Blanchett) di reclutare altre sei potenziali truffatrici di mestiere per mettere a segno un grande colpo criminoso. L’obiettivo è derubare un collier del valore di 150 milioni di dollari durante il Met Gala di New York, all’interno del Metropolitan Museum, annuale appuntamento del mondo dei vip e delle star internazionali, in occasione del quale, avrebbero causato di proposito disordine e subbuglio durante la cerimonia patrocinata da Anna Wintour. Per le 8 componenti della banda criminosa, non tutto è scontato, alcuni partecipanti alla festa, tra cui Richard Armitage, un curatore d’arte, James Corden, un noto broker d’assicurazioni e Dami, ben presto sospettano sugli strani movimenti che avvengono durante il Gala, complicando pertanto il piano architettato da Debbie. Nel nutrito gruppo dei componenti della banda di sole donne, prendono parte Lou (Cate Blanchett), Rose (Helena Bonham Carter), Daphne Kluger (Anne Hathaway), Nine Ball (Rihanna), Amita (Mindy Kaling), Tammy (Sarah Paulson) e Costance (Awkwafina). Ocean’s 8 di Gary Ross non sembra invidiare nulla ai precedenti capitoli della serie, in cui George Clooney si ritrovava a gestire una gang composta da 11 uomini (riguardo ai precedenti interpreti, nell’ultimo film ne restano solo due, Damian Lewis e Matt Damon nei rispettivi ruoli di Vilain e Linus Caldwell). L’idea è vincente e la sceneggiatura intrigante, ben scritta e trae forza nel proporre un cast al femminile (mature negli anni), nel tentativo di esaltare le qualità delle donne, ispirandosi al recente remake “Ghostbuster”, inoltre cercando di ottenere eguale interesse dal pubblico e allo stesso modo da “Splash” attualmente in fase di produzione. Alcune scene di Ocean’s 8 si avvalgono di una sottile ed ironica vena comica, patinata dal glamour tipico dei rotocalchi dedicati alla moda, soprattutto nelle intenzioni del regista di mettere bene in evidenza l’esteriorità, ben curata dal notevole make up […]

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Cucina & Salute

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Olio di jojoba: proprietà e usi per capelli, viso e non solo

Olio di jojoba, scopriamo insieme come utilizzarlo al meglio! La jojoba è una pianta di natura arbustiva ed è l’unica appartenente alla specie della Simmondsia, presente sotto forma di cespugli nel deserto di Sonora e di Mojave in California, e in Messico. Il termine scientifico è Simmondsia chinensis, attribuito erroneamente dal botanico Johann Link, in seguito fu proposta la correzione in Simmondsia californica, ma non fu accettata per le norme di priorità nella terminologia scientifica. L’etimologia comune del termine deriva, invece, dalla popolazione O’odham (nativi nordamericani, chiamati anche Pima) che utilizzano i semi della pianta per curare le scottature della pelle, e in effetti i semi di jojoba sono utilizzati anche a scopi curativi. Proprietà dell’olio di jojoba L’olio si ottiene con la spremitura dei semi della pianta: il composto ottenuto è simile alla cera, ricco di minerali e vitamine, che lo rendono particolarmente adatto all’utilizzo da parte dell’uomo, in particolare per la pelle e i capelli. Infatti è utilizzato soprattutto come base della crema per il viso, in quanto la sua morbidezza consente di oltrepassare lo strato superficiale del sebo, senza tuttavia lasciare la pelle unta, per mantenere i tessuti giovani e luminosi. È indicato sia per i tipi di pelle secca, in quanto la sua formula riesce ad attenuare lo stiramento del volto e le piccole rughe che si formano agli angoli degli occhi, che per la pelle grassa (mescolandone qualche goccia con l’olio essenziale di limone) perché riduce l’effetto lucido che si forma soprattutto sulla fronte e sul naso.  L’olio di jojoba è utile anche come crema dopo l’esposizione solare, in quanto lascia la pelle morbida e delicata, e affievolisce il rossore causato dalle prime abbronzature. Ottimo, in questo caso, anche per scottature dovute ad un’eccessiva esposizione al sole (da abbinare, magari, allo scrub fatto in casa). Si può applicare anche sui capelli per svariati scopi: ottimo come rimedio contro la forfora, basta aggiungerne qualche goccia dopo lo shampoo e lasciare agire per pochi minuti; ideale come crema per sciogliere i nodi o per pettinare più facilmente i capelli ricci o crespi; o semplicemente può essere utilizzato al posto del comune balsamo per rendere i capelli più setosi e brillanti. Funge anche da prodotto cosmetico: per le donne è una valida alternativa allo struccante, per l’uomo può sostituire il classico dopobarba. Olio di jojoba: scopi curativi L’olio di jojoba è utile anche per scopi curativi: è un ottimo rimedio contro l’acne, la psoriasi, i punti neri e le desquamazioni, in quanto lenisce il fastidio cutaneo e ne attenua la visibilità; è adatto anche in caso di verruche e funghi (può essere usato anche come prevenzione per coloro che praticano sport e sono, dunque, in continuo contatto con piscine o spogliatoi) o per eliminare le screpolature e la secchezza dei talloni; infine è una buona soluzione per affievolire le piccole cicatrici o le smagliature. Insomma l’olio di jojoba presenta una vasta gamma di proprietà benefiche e rimedi naturali e, una volta cominciato ad utilizzare, non se ne può più fare […]

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Bambù: ricette e utilizzi nel mondo della graminacea

Bambù: subito figura nella mente di ognuno un dolce panda avvinghiato a un verdastro  fusto cilindrico di cui gusta famelico le soffici foglie, sua primaria fonte di vita. Eppure questo sempreverde è molto di più e può rivelarsi meno docile di quello che siamo abituati a credere. Appartenente alla famiglia delle Graminacee (come riso, grano, mais …) e alla sottofamiglia Bambusoideae, il bambù prende il proprio nome dalla lingua Malai “Mambu” , poi tradotto in inglese con il comune termine “bamboo”. La maggior parte di queste graminacee nasce in Asia, ma possiamo trovare specie spontanee anche in America, Oceania e Africa. Esistono oltre 500 specie diverse di bambù in tutto il pianeta, la loro fioritura è eterogenea così come sono variegati i colori e le forme. Bambù: utilizzi È stato soprannominato ‘’acciaio vegetale’’ per la sua resistenza che non esclude flessibilità e leggerezza. Nel passato, in Estremo Oriente, il bambù veniva utilizzato per costruire i canali di irrigazione per le piantagioni di riso o per trasportare acqua e gas dai giacimenti fino ai villaggi. In India, il bambù veniva utilizzato per la realizzazione di utensili di uso quotidiano. Oggi, grazie alle tecniche avanzate di cui disponiamo, gli ambiti d’uso si sono ampliati. Non solo il bambù permette l’edilizia sostenibile (interi edifici costruiti tutti rigorosamente in bambù), ma nella fase iniziale della sua crescita la pianta si presta alla realizzazione di pigiami, lenzuola, tende e pannolini (questi ultimi sfruttano la sua caratteristica antibatterica) E non è finita qui! Aggiungiamo che è resistente agli urti, facile da pulire e antipolvere. Semplice immaginare il successo dei gadget in bambù: penne, calcolatrici, agende, ventagli, posacenere. Raffinati, leggeri ed economici. Tuttavia la coltivazione di questa pianta richiede molta cura. Chi decide di decorare il proprio giardino seminando o di utilizzandolo nella costruzione di recinti, deve essere al corrente della sua rapita e invadente crescita, talvolta incontrollabile, e di tutte le possibili conseguenze. Il genere Phyllostachys, che è il più conosciuto e usato in Italia, ha una crescita pari a circa un metro al giorno! Bambù: ricette Questa graminacea entra anche in cucina e non si smentisce. I più amati e usati nella cucina Orientale sono i germogli di bambù che contengono al loro interno la polpa di colore bianco crema. Possono essere mangiati anche crudi come contorno di pesce e carne o come condimento per l’insalata. Se colti in tempo, infatti, mantengono la loro croccantezza e il loro sapore delicato. Ricchi di fibre, vitamine e proteine i germogli ci offrono una vasta gamma di ricette semplici e veloci da cucinare. Super appetitoso è, per esempio, il pollo bambù e mandorle. Gli ingredienti : Petto di pollo: 500 g   Germogli di bambù: 80g   Mandorle spellate: 70g  Zenzero fresco: 15g Cipolle: 50g Olio di semi: 50g Salsa di Soia: 60g Acqua: 20g Farina: qb. Ecco i passi da seguire per prepararlo: Tostare le mandorle in un tegame antiaderente per qualche minuto Tagliare in piccoli pezzi i germogli di bambù Affettare la cipolla, grattigiare lo zenzero e far rosolare in […]

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I fiori di zucchina: il gusto emblematico dell’estate

Fiori di zucchina (o fiori di zucca): un dogma culinario Se c’è un dogma imprescindibile, è che i fiori di zucca non possono mancare sulle tavole estive: il loro gusto delicato, leggero e saporito non ha eguali e li rende amatissimi da grandi e piccini. I bambini sono affascinati dalla loro forma sinuosa e delicata, dal loro aspetto da fiori e dai loro colori sgargianti, giallo e arancione vivo, e li mangiano con gusto e piacere, contravvenendo alla regola secondo cui i bambini non amerebbero particolarmente cibarsi dei prodotti dell’orto. Nulla di più sbagliato, perché i fiori di zucchina sono irresistibili e trovare qualcuno a cui non piacciono è difficile quasi come scovare un ago in un pagliaio. Come potrebbe essere il contrario? Versatili più del classico vestitino nero onnipresente in qualsiasi armadio femminile, i fiori di zucca sono il jolly della cucina. Rispondono egregiamente a tutte le esigenze e sono perfetti in ogni versione, sono un grande classico come la Coppa del Nonno mangiata sul lido in riva al mare quando eravamo bambini, e non c’è casa in estate che non contempli l’omaggio floreale preferito dalle donne in questo periodo: il mazzolin di fiori di zucca. I fiori di zucchina: un jolly della cucina. Versatili e gustosi, possono essere declinati in una miriade di ricette diverse   Ci si può completamente sbizzarrire coi fiori di zucca. La prima declinazione dei fiori di zucca che viene in mente, è quella più peccaminosa e goduriosa, quella legata direttamente a qualche tasto del piacere e alle nostre papille gustative: i fiori di zucca fritti e in pastella. La leggenda narri che leggere “fiori di zucca fritti e in pastella” causi riti di esaltazione collettiva, per via della bontà intrinseca del suddetto piatto, nonché una voglia improvvisa di procurarseli e farne una scorpacciata epica. Si può scegliere di prepararli ripieni (generalmente ripieni di mozzarella e acciughe, oppure ricotta e prosciutto cotto), oppure avvolgerli in pastella e friggerli  senza riempirli; saranno comunque ottimi e capaci di stuzzicare e soddisfare praticamente chiunque. Si consiglia di utilizzare, per la frittura, olio di semi (girasole, mais o arachidi) e di realizzare la pastella con farina, acqua fredda e frizzante e un po’ di sale a piacere, scegliendo con sapienza la consistenza ideale per avvolgere i petali dei nostri fiori di zucca, rendendoli croccanti all’esterno e morbidi e fondenti all’interno. I fiori di zucchina sono perfetti anche nei primi piatti, specie quelli a base di pesce: è il periodo perfetto per coccolarsi con un ottimo piatto di trofie al salmone e ai fiori di zucca, oppure con gamberetti e fiori di zucca o con vongole e fiori di zucca. Si sposano con la pasta, specie quella fresca, per via della loro dolcezza, e possono prestarsi anche ad alcune varianti light. Basta farli bollire in abbondante acqua salata e condirli con un po’ di sale e olio a crudo, dopo averli scolati e raffreddati, oppure possono essere cotti in padella con un po’ d’olio, magari abbinati alle zucchine tagliate […]

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Ricette vegane veloci per l’estate: dall’antipasto al dolce!

Finalmente estate! Sole, mare e… caldo. Nonostante i nostri pronostici di stare sdraiati al sole a rilassarci, la triste realtà è che le lunghe giornate calde non saranno facili da sopportare.  Un rimedio semplice ed efficiente è un piatto fresco e facile che allevii questa fatica.  Ecco perché proponiamo una serie di ricette vegane veloci adatte anche ai meno esperti. Dagli antipasti al dessert, queste piccole ricette salutari saranno il rimedio ideale al caldo e un’ottima scusa per invitare qualche amico a pranzo. Ricette vegane veloci, le nostre proposte estive ANTIPASTO – Tartine di pera e formaggio vegetale con frutta secca Con i loro colori brillanti queste tartine sono belle da vedere e altrettanto buone da mangiare.  Ingredienti:  3 pere 250 grammi di yogurt non dolcificato 2 cucchiai di olio extra vergine di olivia 2 cucchiai di succo di limone 2 cucchiai di pistacchi 2 cucchiai di mirtilli rossi 2 cucchiai di noci 1 cucchiaio di semi di papavero sale e pepe Rivestiamo un colino a maglie fitte con un telo bianco e una garza e versiamoci lo yogurt. Facciamo colare il liquido dello yogurt in una ciotola per un’intera notte ponendo il tutto in frigorifero. La mattina seguente versiamo lo yogurt colato in una ciotola e lo condiamo con l’olio extravergine di oliva, succo di limone, sale e pepe. Il formaggio vegetale è anche aromatizzabile con erba cipollina o prezzemolo. Laviamo le pere e affettiamole in modo tale da ottenere dei dischi. Spalmiamo su ogni fettina un po’ di formaggio vegetale e decoriamo a piacere con la frutta secca da noi scelta – e precedentemente tritata – o con i semi di papavero. Le tartine possono essere conservate in frigo per un giorno. Il formaggio vegetale deve essere consumato in tre giorni. PRIMO PIATTO – Pasta fredda con edamame, pomodorini e olive Tra le varie ricette vegane questo è un piatto perfetto anche da portare a lavoro perché va consumato freddo o tiepido. Ingredienti: 360 grammi di penne integrali 100 grammi di edamame 150 grammi di pomodorini 70 grammi di olive nere 1 zucchina 1 mazzetto di basilico 30 grammi di noci 25 grammi di mandorle 1 spicchio d’aglio Sale e pepe Dopo aver cotto le penne integrali al dente, in una padella scaldiamo un filo d’olio con lo spicchio d’aglio, aggiungiamo gli edamame con un pizzico di sale e pepe e facciamo cuocere per cinque minuti. Per la crema alle zucchine basta frullare o tritare insieme la zucchina tagliata a tronchetti, mandorle, sale, olio e un goccio d’acqua. Il risultato da ottenere è una crema morbida. Laviamo e tagliamo in spicchi i pomodorini, tritiamo grossolanamente con il coltello le noci. Condiamo infine la pasta scolata con crema di zucchine, edamame, pomodorini, olive e noci. Questa pasta si conserva in frigo per due o tre giorni. SECONDO PIATTO – Panino con hummus al curry e melanzane alla menta Queste croccanti fette di pane farcite da una crema speziata fanno parte delle ricette vegane ottime anche come pranzo al sacco. Ingredienti: 4 fette […]

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Modi di dire e detti napoletani: origine dei più famosi

Modi di dire e detti napoletani, vediamo l’origine dei più celebri! La lingua napoletana vanta una viscerale tradizione di gestualità, proverbi e modi di dire, dotati di tale bellezza e musicalità da acquisire una propria identità nazionale ed internazionale, oltre che propriamente partenopea. Lingua, si ricordi, e non più mero dialetto, come affermato dall’Unesco, grazie alla sua innata e storica capacità di diffusione e conservazione di modi di vita, arte e genuinità. E insieme alla spiccata arte del gesto, che accompagna la parola e la completa, la lingua partenopea offre un vasto repertorio di tipici modi di dire napoletani che, nel corso del tempo, hanno contribuito a renderla sempre più unica e preziosa. Tali modi di dire napoletani affondano le loro radici nella storia, grazie anche all’influsso delle dominazioni straniere, ma anche nella tradizione religiosa, artistica, etimologica e folcloristico-onomatopeica. Il risultato è una ricca e colorita gamma di espressioni, spesso anche intraducibili per l’efficacia del messaggio originale che intendono trasmettere. Andiamo ad elencare alcuni dei più famosi detti napoletani, ormai radicati nella quotidianità partenopea. Modi di dire e detti napoletani. Origini storico-religiose Alcuni termini come buatta (barattolo) o sciantosa (cantante esibizionista) derivano dalla pronuncia dei termini francesi “boit” e “chanteuse”; o ancora ammuìna (confusione) e ‘ngarrà (indovinare), che derivano dai verbi spagnoli “amohinar” e “engarràr”. Ma uno tra i più diffusi detti napoletani, che affonda le sue radici nella storia, anche dal punto di vista religioso, è A Santa Lucia nu passe ‘e gallina, a Sant’Aniello nu passe ‘e pecuriello. Il chiaro riferimento è ai due santi, l’una siciliana e l’altro campano, vissuti a circa due secoli di distanza, eppure così vicini nell’immaginario della tradizione linguistica napoletana. Il 13 dicembre, in cui si festeggia Santa Lucia, indica il giorno più breve dell’anno, che dunque si allunga di poco come poca è la distanza tra i passi di una gallina. Il 14 dicembre, in cui si commemora Sant’Aniello, indica invece il giorno in cui cominciano a seguire giornate più lunghe come maggiore è il passo compiuto da un agnellino. Origini storico-etimologiche Nella lingua napoletana si è soliti definire una persona sveglia e spiccatamente astuta ed intelligente con l’espressione Figlio ‘e ‘ntrocchia. In tutto il mondo viene recepita come offesa, mentre in terra napoletana assume quasi le tinte di un complimento. ‘Ntrocchia infatti si riferisce a “prostituta”, ma nel senso positivo del termine. Un figlio di prostituta è colui che ha dovuto imparare a vivere per strada e cavarsela senza poter contare su aiuti altrui. Inoltre, la prostituzione è il mestiere più antico del mondo e già praticato nell’antica Roma, dove le prostitute, scendendo la notte in strada, utilizzavano per riscaldarsi piccole torce chiamate “antorcule”. Di qui l’espressione sopra indicata che si traduce con “figlio di lucciola”. Altri due modi di dire napoletani che trovano spiegazione nell’etimologia dei termini utilizzati sono Chillo tene l’arteteca e E’ fernuta ‘a zezzenella. Nel primo il termine “arteteca” deriva dal latino “arthritis”, a sua volta da “arthron” (giuntura). La parola è traducibile con “artrite”, una malattia che […]

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“Odissea” omerica: il dibattito sul frammento ritrovato a Olimpia

È recentemente riemerso ad Olimpia – noto sito archeologico nella penisola greca del Peloponneso, ospitante già nell’VIII secolo a.C. i Giochi Olimpici in onore di Zeus – un reperto dal valore davvero straordinario: si tratta, infatti, di una tavoletta d’argilla recante incisi ben tredici versi dell’Odissea che, dalle prime valutazioni, sembrerebbe cronologicamente ascrivibile al III-II secolo a.C. Il pregevole rinvenimento è stato effettuato nei pressi del santuario di Zeus ed è frutto del lavoro d’équipe del Servizio Archeologico Greco e dell’Istituto Archeologico Germanico, che proprio nell’area peloponnesiaca stavano eseguendo degli scavi da circa tre anni, unitamente a studiosi delle Università di Darmstadt, Tubinga e Francoforte. Dopo le prime analisi preliminari, il Ministero della Cultura ellenico ha, così, dichiarato in un comunicato: «Se la data sarà confermata, la tavoletta potrebbe essere il reperto scritto più antico mai scoperto dell’opera di Omero». L’appunto dei lettori sul ritrovamento del frammento dell’Odissea A seguito di ulteriori approfondimenti, gli studiosi hanno rettificato la notizia secondo cui questa tavoletta sarebbe la testimonianza più antica dell’Odissea omerica. L’annuncio riguardante la straordinaria scoperta è stato, infatti, divulgato in due momenti: dopo il clamore suscitato dall’unicità del ritrovamento, molti lettori ed esperti del settore hanno precisato l’esistenza effettiva di papiri più antichi che trasmettono il testo dell’Odissea, in particolar modo alcuni papiri egizi, risalenti ad epoca precedente. Dopo tale puntualizzazione condotta da Repubblica, all’AGI alcune fonti del Ministero della Cultura greco hanno ribadito il valore della scoperta comunicata dal dicastero stesso, nonostante le perplessità sollevate: l’ambasciata greca ha chiarito, pertanto, quello che era stato avvertito come un malinteso, spiegando di non avere affermato che si sia trattato del frammento più antico in assoluto dell’Odissea, data l’esistenza effettiva di testimoni papiracei precedenti, ma del reperto più antico in materia dura, ovvero su tavoletta di argilla, che rende considerevolmente pregevole il rinvenimento, reso noto dal ministero greco con grande entusiasmo. Il frammento è tratto dal XIV libro dell’Odissea Il comunicato del ministero prosegue, specificando la provenienza del frammento: si tratterebbe di un estratto dai versi iniziali del XIV libro del poema omerico, riguardante il ritorno di Ulisse a Itaca, nella capanna del porcaro Eumeo, fedele servitore del suo palazzo, che non esita ad aiutare il padrone benché travestito da mendicante. L’Odissea, il secondo dei poemi omerici, composta oralmente intorno all’XI sec. a.C. e messa per iscritto intorno all’VIII consta, nella forma che ci è pervenuta, di 12.007 esametri ed è suddivisa in 24 libri – divisione che risale, come quella dell’Iliade, a Zenodoto, filologo greco antico e primo direttore della biblioteca di Alessandria. Per secoli, nessun poema fu più largamente diffuso e apprezzato di quelli omerici: se ne ha una riprova, nei papiri egizi cui si è già accennato, e negli autori latini che sempre ad essi fanno costante riferimento, in primis Virgilio nella sua Eneide, che ne rielabora in contesto romano struttura e contenuti. La storia della fama di Omero dall’età alessandrina al Rinascimento forma un capitolo interessante nelle vicende della cultura europea: nel Medioevo, Omero poteva essere considerato con certezza “poeta sovrano” anche da […]

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Il caffè a Napoli: storia, benefici e rischi del nostro “oro nero”

Il caffè a Napoli è una cosa seria, e non è facile parlarne! Non è come raccontare di una qualunque altra bevanda. È una scommessa con la propria nascita, con la propria educazione e con le proprie abitudini. In questo caso, anche con il proprio lettore. Il caffè a Napoli non può essere descritto come una qualsiasi bibita, di cui indicare benefici e controindicazioni. Appellato spesso con l’emblematica espressione “oro nero”, il caffè a Napoli è simbolo di socialità, di incontro, di convivialità. Con il suo profumo riconoscibilissimo, che ci salva miracolosamente tutte le mattine da risvegli più o meno piacevoli, esso incarna perfettamente il calore, l’empatia, la freschezza e il bisogno di contatto umano che sono sempre state additate come caratteristiche del più autentico spirito napoletano. Il caffè si presenta: origini, evoluzione e curiosità In realtà, il caffè e il rituale legato ad esso non sono nati a Napoli. La pianta del caffè è originaria dell’Etiopia, poi diffusasi in Arabia e Turchia. L’oro nero di Napoli, dunque, è in realtà un prodotto importato. Diverse storie circolano sulla sua successiva diffusione in suolo partenopeo. Quella più nota racconta che il caffè, scoperto dalla città europea di Vienna, divenne centro degli elegantissimi Caffè viennesi, che ne avrebbero consacrato la fama. Fu poi Maria Carolina D’Asburgo, sposa del re Ferdinando IV di Borbone e grande bevitrice di caffè, a volerlo introdurre nei costumi di corte. Prima della sua fatidica scelta, il caffè circolava già a Napoli, ma demonizzato dalla Chiesa che, per il suo colore scuro, lo considerava la bevanda di Satana. Un’altra delle leggende più popolari circa la diffusione del caffè a Napoli riguarda il musicologo Pietro Della Valle. Stabilitosi a Napoli per un certo periodo, egli sarebbe partito per un viaggio in Terra Santa dove vi avrebbe trascorso dodici anni. Al suo ritorno, avrebbe portato con sé una squisita bevanda chiamata kahave, già acclamata in alcune lettere scritte ai suoi amici durante la lontananza. Altre versioni, invece, riconducono l’arrivo del caffè a Napoli ad Alfonso d’Aragona, le cui navi trasportavano in tutto il Mediterraneo (compreso il territorio partenopeo) prodotti derivanti dall’Oriente, tra cui si annovera il caffè. Si dovrà attendere l’Ottocento perché per le strade di Napoli si diffonda il buon odore di caffè: a partire da questo secolo, infatti, i vicoli meridionali si affollano di venditori ambulanti di caffè che contribuirono alla divulgazione di questa moda. Anche l’usanza del cosiddetto caffè sospeso risulta essere uno dei nerbi dell’anima partenopea. Sospeso, in quanto chi si apposta al bancone per consumare un caffè –perché il vero caffè napoletano deve, secondo i più, consumarsi al bancone, accompagnato da un bicchiere d’acqua e magari da qualcuna delle dolcezze tipiche della pasticceria napoletana– ne paga due per consentire questa piccola coccola anche ai meno benestanti. Un atto solidale, un gesto di umanità che ci contraddistingue e contribuisce a fomentare la nostra identità sociale. Il caffè appare proprio, per essere poetici, il sangue stesso dei napoletani, il loro veneratissimo oro nero. Il caffè, vizi e virtù […]

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Fra le rime «aspre e chiocce»: il conte Ugolino della Gherardesca

Il conte Ugolino della Gherardesca è uno dei personaggi che “popolano” la Commedia dantesca; in particolare, Dante incontra questa figura in una delle zone più tetre e “sozze” dell’Inferno: il cerchio dei traditori. Come ben si sa i personaggi cantati da Dante nelle sue terzine non sono tutti personaggi carpiti dalle tradizioni letterarie a lui note, anzi molti appartengono alla realtà – vuoi per com’era davvero, vuoi declinata per scopi poetico-didascalici – da lui stesso conosciuta; il conte Ugolino è uno di questi personaggi. Il Conte Ugolino della Gherardesca: il personaggio storico Ugolino della Gherardesca, era conte di Donoratico e appartenente ad una famiglia di antico casato; egli era signore di una parte del regno di Cagliari e fra i primi della città di Pisa. Di appartenza ghibellina, si alleò poi con la parte guelfa al fianco dei Visconti per questioni legati ai suoi feudi in Sardegna, feudi di cui non voleva pagare i tributi al Comune di Pisa. Venne per questo motivo accusato e bandito dalla città, ma dopo la battaglia della Meloria del 1284 – e in seguito al timore di Pisa nei confronti della lega di Genova – il conte Ugolino della Gherardesca fu riammesso nella città anche tramite l’appoggio della Lega guelfa e venne creato prima podestà nello stesso anno del 1284 e poi capitano del popolo nel 1285. In quel periodo si trovò contro associate le città di Genova, Lucca e Firenze, tutte di parte guelfa, e decise, per arginare almeno in parte la guerra, di cedere a Firenze alcuni castelli e Pontedera e a Lucca le zone di Viareggio e Ripafratta; con Genova la guerra continuava. Nel 1285 alla signoria di Ugolino della Gherardesca venne ammesso Ugolino Visconti, forse mossa questa voluta sempre in seno ad un qualche spiraglio di pace eppure nel 1287 fra i due si incrinarono i rapporti – forse anche in seguito al breve communis Pisani e al breve populi Pisani – fino al 1288 in cui parve che reggessero entrambi la signoria. Nello stesso anno, però, la parte ghibellina dei pisani, fra cui l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e le famiglie dei Gualandi, Sismondi e Lanfranchi spodestarono Ugolino della Gherardesca, accusandolo di tradimento, dopo che questi si era alleato con loro nell’intento di cacciare dalla signoria Ugolino Visconti. L’accusa di tradimento portò Ugolino della Gherardesca alla prigionia fino al 1289, anno in cui fu lasciato all’inedia. L’arcivescovo degli Ubaldini condannò alla prigionia (nella Torre sulla piazza degli Anziani di Pisa) anche i figli di Ugolino della Gherardesca, Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e Nino; la porta sbarrata della prigione venne aperta solo per traslare i corpi e seppellirli presso il convento di San Francesco a Pisa. Il Conte Ugolino della Gherardesca nella Divina Commedia Alla conclusione del XXXII canto dell’Inferno, Dante si trova con Virgilio nel IX cerchio, quello dei traditori e, in particolar modo sta sul limitare fra la prima zona (la Caina, dove sono puniti i traditori dei parenti) e la seconda (Antenora, preposta ai traditori della […]

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Fun & Tech

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Come entrare nel deep web: accedere alla rete Tor

Come entrare nel deep web, la nostra guida semplice e veloce Dark web, deep web, cosa indicano questi termini? E come entrare in queste sezioni del web? Partiamo con qualche precisazione. Il web “in chiaro” è quella parte di Internet indicizzata dai motori di ricerca e corrisponde a meno del 5% di tutte le pagine del web. Il deep web invece è costituito dalle pagine liberamente accessibili ma non indicizzate dai motori di ricerca. Quindi come entrare nel deep web? È più semplice di quanto non sembri: le pagine del deep web non appaiono nelle ricerche su Google ed altri motori di ricerca ma basta conoscerne URL o IP per accedervi, non occorre nessun software particolare. Ne fanno parte ad esempio contenuti accessibili solo a pagamento (archivi dei quotidiani), pagine di reti aziendali/universitarie e contenuti su richiesta (come le pagine archiviate da Wayback Machine). Discorso diverso per il dark web, che può essere visto come un sottoinsieme del deep web, pagine non indicizzate dai motori di ricerca e che richiedono particolari software o strumenti per l’accesso, pensati per garantire sicurezza e anonimato delle comunicazioni. Il dark web è costituito da varie reti, o darknet, tra cui Freenet, The Invisible Internet Project (alias I2P) e The Onion Router (TOR, di cui avevamo già scritto). Vediamo quindi come entrare nel deep web, o meglio nel dark web ed in particolare su Tor, probabilmente la più nota e popolare delle darknet. Un piccolo avvertimento, entrare nel dark web non è reato, ma alcune delle attività svolte sulle darknet lo sono (traffico di droga ed armi, hacking su commissione e simili). Inoltre non è detto che la navigazione nel dark web sia sicura, e potrebbero essere necessarie particolari precauzioni. Chi legge e segue queste procedure lo fa a proprio rischio e pericolo. Come entrare nel deep web: rete Tor, come trovare i link I siti presenti su Tor sono accessibili solo a patto di conoscerne il link, che termina in .onion. Esistono vari elenchi di link onion, non ne elenchiamo perché questi link sono continuamente soggetti a cambiamenti. Tor2Web Come entrare nel deep web in modo veloce e senza particolari conoscenze tecniche? Tor2Web è un servizio che permette di accedere ai siti siti su Tor senza utilizzare software particolari. Praticamente i domini di Tor2Web fanno da intermediario tra la rete Tor ed il normale web. Come scritto sullo stesso sito di Tor2Web non è un metodo sicuro per connettersi alla rete Tor: facilità d’uso in cambio di rinuncia alla sicurezza.  Tor Browser Tor Browser (in foto) è un browser preconfigurato per accedere alla rete Tor, creato dagli autori del Tor Project, disponibile per Windows, Linux e MacOS, mentre Orbot è l’equivalente per Android. È basato su Firefox ma si connette alla rete Tor e permette di navigare nel dark web come se si stesse utilizzando un normale browser (a patto di utilizzare delle precauzioni). Basta scaricarlo, verificare ed avviare l’installer, il programma è “portable” e può essere installato anche su una chiavetta USB. Tails […]

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UE multa Google per 4,3 miliardi: abuso di posizione dominante su Android

A luglio 2018 la Commissione Europea, organo europeo con numerose competenze tra cui l’antitrust, ha inflitto una nuova multa a Google per violazioni delle norme antitrust e pratiche illegali volte a consolidare la posizione dominante di mercato del motore di ricerca Google tramite il sistema operativo Android. La multa ammonta a 4,3 miliardi di euro, ora Google ha 90 giorni di tempo per mettersi in regola, pena nuove multe fino al 5% del giro d’affari medio giornaliero di Alphabet, società principale di Google. È il nuovo record come multa più alta mai sanzionata dalla Commissione Europea, dopo quella da 2,42 miliardi di euro sempre a Google per abuso di posizione dominante riguardo Google Shopping. La cifra record non deve stupire, per Alphabet bastano un paio di settimane per un volume d’affari simile: solo nell’ultimo trimestre ha registrato 32 miliardi di entrate. Google e la multa per Android: le motivazioni Sono tre le pratiche per cui Google è stata sanzionata: ha imposto ai produttori di smartphone l’installazione di Google Search e del browser Chrome come condizione necessaria per l’installazione del Play Store, principale market di applicazioni; ha pagato produttori ed operatori per installare esclusivamente Google Search sui loro dispositivi; ha impedito l’utilizzo di versioni alternative di Android ai produttori che volevano utilizzare il Play Store sui propri dispositivi. Queste pratiche hanno permesso a Google di ottenere il monopolio delle ricerche su dispositivi mobili e soprattutto dei conseguenti ricavi pubblicitari, impedendo l’emergere di eventuali concorrenti. Seguono nel dettaglio queste le motivazioni che hanno portato la Commissione Europea ad imporre la multa record da 4,3 miliardi di euro. Multa a Google per Android: abbinamento delle applicazioni Il Play Store è il principale mercato di applicazioni: per questo gli utenti si aspettano di trovarla preinstallata sui dispositivi, anche poiché non c’è modo di scaricarla legalmente se non già presente. Per i produttori l’installazione del Play Store è quindi una scelta quasi obbligata, che Google ha legato all’installazione di Google Search e del browser Chrome. Queste utilizzano il motore di ricerca della società stessa e poiché gli utenti tendono ad utilizzare le applicazioni predefinite dello smartphone restringe le possibilità della concorrenza (aumentando contemporaneamente gli introiti di Google dovuti all’utilizzo del proprio motore di ricerca). Multa a Google per Android: incentivi per Google Search Tra il 2011 ed il 2014 Google ha incentivato economicamente produttori di dispositivi ed operatori di reti mobili ad installare esclusivamente Google Search sui propri smartphone, ostacolando così la concorrenza. Se i produttori infatti avessero utilizzato applicazioni della concorrenza anche su un solo dispositivo avrebbero perso ogni incentivo economico da parte di Google. Multa a Google per Android: ostruzione all’utilizzo di sistemi Android concorrenti Abbiamo già visto come l’utilizzo delle applicazioni Google sia condizione necessaria per il successo di un dispositivo. Facendo leva su ciò Google ha ostacolato l’utilizzo di versioni alternative di Android, i cosiddetti fork. Se un produttore avesse venduto o progettato anche un solo dispositivo senza un sistema Android autorizzato da Google avrebbe perso la possibilità di preinstallare le applicazioni […]

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Nasce in India il centro Samsung più grande del mondo

Samsung. Lo stabilimento del colosso sud coreano è stato inaugurato alla presenza di numerose istituzioni locali e si prepara a battere tutti i record di produzione. La sua capacità produttiva, infatti, toccherà quota 120 milioni di unità in un anno. Noida, si produrrà tutta la gamma di modelli Samsung, dal top di gamma rappresentato dai costosi Corea del Sud. Per saperne di più sulle caratteristiche tecniche della produzione targata Samsung puoi consultare, ad esempio, le schede del portale www.puntocellulare.it, il riferimento giusto per sapere se il cellulare che vorresti comprare è proprio quello adatto alle tue esigenze. 120 milioni di unità all’anno. Nella sfida all’ultima innovazione e all’ultima novità con i suoi principali competitor, Samsung mette a segno un nuovo punto sul fronte della capacità produttiva. Stati Tasse di importazione Xiaomi e asiatico. Il produttore cinese, in particolare, aprirà qui nuove fabbriche, mentre il colosso di San Francisco sta avviando contatti strutturati con questa area del mondo che dimostra, giorno dopo giorno, di avere fame di connessione e mobilità. Due elementi strategici per una comunità e una società moderna e in crescita. ampi strati di povertà. Il cellulare sì ma che non sia troppo caro. Secondo questo principio, quindi, l’offerta Apple si classifica come di alta gamma, al di fuori delle reali possibilità di spesa della maggior parte dei cittadini indiani. Ecco che la sfida per la nuova sede produttiva Samsung non sarà solo quella di realizzare i prodotti di fascia alta della casa ma anche quella di dare vita a prodotti 

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Creature mitologiche: tra folclore e leggenda

Cerbero, l’araba fenice, Medusa, la Lamia, la nure-onna, la futakuchi-onna: scopriamo insieme le più famose creature mitologiche Le creature mitologiche vengono rappresentate come esseri formati dall’unione di animali diversi, o  di un animale e un essere umano. Certamente gli ibridi mitologici sono una rappresentazione misterica della cultura di partenza. Un esempio è la fenice, o l’araba fenice, che differisce tra la cultura egiziana e greca. Il Bennu egiziano, rispetto alla φοίνιξ greca, infatti, veniva raffigurato più come un airone cenerino, o inizialmente un passero, lontano, quindi, dalle striature rosse e tropicali dell’aquila reale greca. La fenice egiziana, inoltre, non risorgeva dalle sue ceneri, bensì dalle acque. L’araba fenice Dalle favole di Erodoto e Tacito sembra che l’Epifania della fenice sia stata trascurata, così come il motto: Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi”). Erodoto scriveva che un uccello dall’aspetto di aquila con piumaggio d’oro e cremisi, «ogni cinquecento anni volava dall’Arabia ad Eliopoli trasportando in un uovo la salma del padre per seppellirla nel Tempio di Ra, Dio-Sole». E ancora Tacito si riferiva ad un’aquila che si costruiva un nido in Arabia, dal quale, trascorsi cinquecento anni, sarebbe nata un’altra Fenice che avrebbe ucciso il padre, bruciandolo, per costruire poi un nuovo nido altrove. Queste sono favole lontane dalla rappresentazione di un uccello che sorge dalle sue ceneri e quindi che aspira al simbolismo di rinascita, anche egiziano. Il folklore giapponese certamente non è scevro da fascinazioni mitologiche e misteriche. Anche qui la fenice, dal nome Ho-ho o Karura, è una grande aquila dorata sputa fuoco con gemme magiche sul capo e che simboleggia l’arrivo di una nuova era. Tra le creature mitologiche questa è, ovviamente, la nostra preferita. Cerbero Il folklore ha in sé figure più diverse e agghiaccianti prese dal mito e rielaborate. Cerbero, ad esempio, è un mostro mitologico, figlio di Tifeo ed Echidna rappresentato con tre teste e con dei serpenti sulla pelle, priva di pelo, che ad ogni latrato sibilano in modo agghiacciante. L’animale è il custode degli Inferi con il compito di bloccare l’accesso ai vivi e negare la fuga ai morti. Infatti nel VI libro dell’Eneide Cerbero si oppone alla discesa agli Inferi di Enea e viene calmato da Sibilla con una focaccia di miele intrisa di erbe soporifere. Altro noto riferimento è nel VI canto dell’Inferno della Commedia dantesca nel quale Cerbero, posto al III Cerchio dei golosi, scuoia i condannati con i suoi artigli. Le tre teste rappresentano allegoricamente i tre segni del vizio di gola. Medusa Anche Medusa è collocata da Dante fra i demoni a guardia della città di Dite nel IX canto dell’Inferno, evocata dalle tre Furie allo scopo di pietrificare Dante. Medusa, con Steno e Curiale, è una delle tre Gorgoni, figlia di Forco e Ceto, divinità marine. La donna e le sorelle, infatti, presso la cultura più antica, venivano rappresentate come delle figure orrende, dalla testa rotonda e incorniciata dalla chioma serpentina, la bocca larga, le zanne di bestie, le mani di bronzo e a […]

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Il fiume della colpa di Wilkie Collins per Fazi Editore (Recensione)

Se la fama di Wilkie Collins (1824-1889), autore inglese, è legata principalmente ai suoi romanzi polizieschi e all’invenzione ne La pietra di Luna del fair-play, ossia l’opportunità data al lettore di sciogliere le fila del mistero attraverso gli indizi che lo scrittore dissemina sapientemente ed oculatamente nel testo, è da considerarsi ammirevole la scelta editoriale della casa editrice Fazi di riprodurre una nuova edizione non dei gialli che lo hanno reso celebre ma di altre opere forse meno visitate, che svelano un’accurata attenzione dell’autore, amico di Dickens, per le dinamiche sociali. È evidente infatti in questo romanzo il legame con l’autore del grande romanzo sociale inglese – verso le classi sociali ed i rapporti tra queste, al centro della trama de Il fiume della colpa, che racconta il ritorno del giovane ereditiero Gerard Roylake in patria in seguito alla morte del padre, dopo anni di forzata lontananza dalla sua famiglia e dai suoi possedimenti in Inghilterra, e della sua attrazione per la bella, ma ben più umile, Cristel, la figlia del mugnaio della sua tenuta, che ridesta nell’uomo dolci ricordi d’infanzia e al contempo un’inarrestabile passione. Il fiume della colpa: Wilkie Collins tra attenzione al sociale e mistero Fanciulle in pericolo, amori a prima vista, rigidi codici di comportamento, ferrea ed inflessibile moralità, padroni e servi, duelli e rivalità amorose: nel romanzo di Wilkie Collins ritroviamo tutti gli elementi della narrativa inglese ottocentesca, volta a disegnare con tratto preciso e sicuro e da un’ottica realista la società contemporanea. È il denaro a stabilire il peso e la rispettabilità di un uomo nelle campagne dell’Inghilterra vittoriana, che a tratti ricorda quella dipinta da Jane Austen. Se ne accorgerà ben presto il giovane Mr. Roylake, cresciuto ed educato in Germania, secondo un codice sociale meno rigido ed opprimente, notando con crescente stupore il peso del suo nome ed il modo in cui questo influisca nei rapporti con gli altri, al punto da impedirgli di frequentare il mugnaio e la sua incantevole figlia senza incorrere nelle chiacchiere e nel disappunto degli abitanti del villaggio. Consiste in questo la colpa, espiata nelle lunghe passeggiate lungo il tetro fiume che collega la tenuta al mulino: amare è una colpa laddove l’oggetto dell’amore non è quello previsto dalle aspettative sociali, che avrebbero voluto il giovane Mr. Roylake legato ad una donna del suo rango, quella designata per lui dalla famiglia.  È proprio l’incontro con Cristel che porterà Gerard ad imbattersi in un uomo affascinante e misterioso, il cui nome è sconosciuto a tutti: noto piuttosto come “L’Inquilino“, l’uomo è ospite del mulino, è sordo, infido e fin troppo interessato a nascondere la sua identità e la sua storia. La sua presenza inquieta e preoccupa la giovane, verso la quale l’uomo ha sviluppato un’insana ossessione, che mette la donna in una posizione di pericolo, ma ancor di più Mr. Roylake, percepito dal misterioso Inquilino come un pericoloso rivale in grado di portargli via l’unico sollievo alle sue sofferenze. Qui Wilkie Collins, attraverso la voce di Gerard, che […]

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“Il cadavere ingombrante” di Léo Malet: recensione

Il cadavere ingombrante dello scrittore francese Léo Malet (titolo originale del libro: “L’envahissant cadavre de la plaine Monceau”) è stato recentemente ripubblicato in Italia dalla casa editrice Fazi Editore, nella collana Darkside. La casa editrice, che ha pubblicato per i suoi tipi nel corrente mese di luglio il testo, ha riproposto al lettore la traduzione dal francese a cura di Giuseppe Pallavicini. Léo Malet e le indagini di Nestor Burma Léo Malet, scrittore del XX secolo, è considerato, insieme a Georges Simenon e André Hélèna, uno degli esponenti più importanti del genere letterario poliziesco francese. Vicino, negli anni ’30 del 1900, al movimento del Surrealismo e a Salvador Dalì e a Jacques Prevert, si rivolse poi al genere del romanzo poliziesco: nel 1943, tratteggiò con la sua penna i caratteri del personaggio di Nestor Burma, l’investigatore privato protagonista, anche de Il cadavere ingombrante-  Le sue storie vengono scelte come partenza per trasposizioni cinematografiche e televisive, in serie poliziesche: le indagini di Nestor Burma, infatti, non sono scritte solo per la trama de Il cadavere ingombrante, bensì fanno parte di una serie di romanzi iniziata nel 1943 con il testo 120, rue de la Gare (tradotto poi in Italia negli anni ’90 del 1990) e completatasi nel 1959 proprio con Il cadavere ingombrante. Autore, inoltre, di una “trilogia nera” e di altri romanzi, Léo Malet fu insignito nel 1948 del Gran Prix de littérature policière (premio annuale assegnato a quello che viene considerato dalla giuria il miglior libro francese giallo pubblicato in quello stesso anno) e nel 1958 del Gran Prix de l’Humour noir, premio letterario che viene riconosciuto a Malet per la serie I nuovi misteri di Parigi (serie, fra l’altro, incentrata sulle indagini di Nestor Burma scritte fra il 1954 e il 1959) in cui, in ognuna di queste indagini, l’azione principale è svolta in una diversa circoscrizione municipale di Parigi. Leo Malet, Nestor Burma e Il cadavere ingombrante: il libro Lo stile singolare di Malet emerge anche attraverso una semplicità sintattica spesso telegrafica, che potrebbe avere, nelle intenzioni, lo scopo di riflettere anche attraverso questa particolare “libertà” dell’uso dell’interpunzione le azioni spesso tese e nervose dei protagonisti: spesso i lunghi respiri sono dedicati alle descrizioni di ambienti o scene mentre per i dialoghi e le riflessioni particolari, l’andamento si fa più spezzato. Il testo inizia con una telefonata: una donna chiama Burma per affidargli un incarico ma, arrivato nella sua casa, l’investigatore trova due cadaveri: quello della donna che l’aveva contattato e quello di suo marito. La polizia sembra aver chiuso subito – e frettolosamente – il caso, mentre Burma continua le proprie indagini scoprendo delle verità “ingombranti”: il caso, dunque, non è da considerarsi chiuso e l’investigatore privato inizia a scendere – e a sprofondare come in una spirale vorticosa – in un groviglio di vizio e corruzione, di inganni, collere e tradimenti. Il caso è stordente e intricatissimo, ma pian piano i fili vengono sbrogliati e la matassa dipanata. Léo Malet: un consiglio per i lettori […]

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Sergio Toppi in Lo spazio dentro il corpo per NPE (recensione)

Lo spazio dentro il corpo è una raccolta in cartonato bianco e nero di alcune tavole disegnate dal maestro italiano del fumetto Sergio Toppi. Edito dalla Nicola Pesce Editore, fa parte della collana a lui interamente dedicata, assieme alle opere complete e apprezzatissime come Sharaz-De e Blues. Questa è la quarta uscita della collana dedicata al maestro e nasce come una specie di catalogo di una esposizione avvenuta alla Biennale di Rimini proprio in memoria di Toppi. Si avvale quindi del patrocinio del comune (con l’introduzione proprio dell’Assessore alla Cultura di Rimini Massimo Pulini) e della cura di Egisto Quinti Seriacopi. Si colloca così come un chiaro approfondimento dell’opera di uno dei più talentuosi esponenti della Nona Arte italiana. Sergio Toppi e Lo spazio dentro il corpo A contribuire all’analisi dei suoi lavori anche personalità internazionali come Michel Jans, editore per una quindicina d’anni dal 1995 di Toppi. Ne parla con nostalgia e affetto, ripercorrendo il loro percorso editoriale e artistico che ha proprio con Sharaz-De il suo «giro di boa». Si sperava infatti in un seguito che l’artista però vedeva con estrema titubanza. Ciò che emerge è sempre stata l’estrema fiducia e libertà accordata al maestro: in rari casi ha infatti ottenuto specifiche commissioni e limiti di lunghezzaper le proprie storie. In più laprolificità è uno degli elementi che lo ha caratterizzato sempre, persino e soprattutto dopo la malattia. Toppi era un turbinare continuo di idee e proposte, dimostrando – con i suoi lavori – non solo una grande sapienza tecnica, ma anche un estremo piacere nel creare e scrivere storie, nel dedicarsi anche alla loro sceneggiatura. L’insieme: la capacità di unire l’eterogeneo Come la stessa raccolta sottolinea, Sergio Toppi ha ricevuto onori e premiazioni di alta caratura, anche internazionali. Oltre a essere un fine scrittore e un incomparabile disegnatore, nelle sue opere ha sempre mostrato tuttala sua conoscenza e il suo eccletismo. Non è difficile intuirlo dalle storie, sempre permeate dalla multiculturalità, mai fossilizzata in singoli e ormai conosciuti elementi. L’Oriente e il Vecchio West, ad esempio, si pongono l’uno di fronte all’altro,mostrando l’abilità del maestro di padroneggiare perfettamente entrambi i contesti e farvi muovere i suoi personaggi alla perfezione. E oltre alla conoscenza degli spazi e dei territori,di mondi differenti, mostra anche quella dell’antropologia e persino della zoologia. Il miglior esempio ne è il Bestiario, che mette in mostra il perfetto realismo con cui Toppi manifesta la propria fascinazione verso il mondo dei volatili. Lo spazio dentro il corpo: i disegni che superano ogni struttura All’interno della raccolta Lo spazio dentro il corpo, ogni saggio accuratamente scelto ha ad accompagnarlo tavole esplicative prese dalle opere di Toppi. Nulla è al caso, ogni singola immagine descrive la spiegazione precedente senza avarizia nel mostrare i preziosi contenuti delle opere del maestro. Tra le spiegazioni più significative e affascinanti ci sono quelle legate alle tecniche artistiche, in particolar modo alla scelta del fumettista di ricreare – con china e pennino – sempre figure capaci di occupare spazi importanti all’interno del […]

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Pacifico: termina la trilogia di Grouse County di Tom Drury

Oceano Pacifico, Redondo Beach, il mare della California fino alle ginocchia, un vestito giallo a galla sull’acqua: “Micah e Lyris rimasero in piedi, mano nella mano, con le onde che si frangevano sulle loro gambe, senza arretrare di un passo.”  Lontani da Grouse County, eppure a casa. Finisce così Pacifico e termina  la trilogia di Grouse County al suo terzo capitolo edito da NNEditore che si è occupata della pubblicazione dell’intera trilogia. I personaggi sono quelli che già conosciamo e che abbiamo visto crescere nei primi due capitoli La fine dei vandalismi e A caccia nei Sogni: Tiny, Joan, Mary, Dan, Louise, Lyris e Micah… Questa volta  scossi  da piccoli avvenimenti, a volte spiacevoli, ma fonte di importanti cambiamenti. L’epica di Grouse County è,  anche in Pacifico, macina di  compromessi, furti, bugie, morte, fughe e investigazioni. Pacifico: tra Grouse County e la California Micah è il viaggiatore tra due mondi:  Grouse County e Los Angeles, il mondo di suo padre Tiny Darling e quello di sua madre Joan. Il piccolo Darling è il nodo del romanzo, con sensibilità e attenzione, partecipiamo alla sua nuova vita fatta di eccitanti prime volte: l’amore per Charlotte, la droga, i primi sbandamenti e le prime punizioni scolastiche. Ma per lui, ancora adolescente, l’impatto con la nuova città- che è l’opposto della rurale contea natale –  è sconvolgente  e Micah non potrà negare il suo bisogno d’aiuto. Grazie alla cura che Tom Drury dedica alla crescita di  questo personaggio, noi tutti inevitabilmente ne rimaniamo inteneriti. Ma se Micah lascia casa, Tiny rimane solo e, succube di un’involuzione, torna ad essere il Charles da cui Louise aveva divorziato: un vandalo che si caccia nei guai. Louise,  invece,  sente nostalgia della sua bambina e inconsapevolmente rimedia a  questo vuoto dedicando a Lyris le attenzioni materne che la ragazza non ha mai avuto. Joan, infatti, si è creata una nuova vita in California: sposata con Rob, è un’attrice. L’arrivo di Micah le dà una seconda possibilità: essere di nuovo mamma dopo sei anni senza, però, riuscirci come vorrebbe . A Grouse County arrivano però anche nuovi personaggi a creare scompiglio. Sandra Zulma è il personaggio più strambo e stravagante del romanzo. Una mentecatta che attira la curiosità di tutti coinvolgendo in primis Dan  Norman – marito di Louise –  ex sceriffo, ora investigatore privato. L’enigma ruota intorno ad una antica pietra Celtica di cui Sandra è alla ricerca spasmodica. Incidente stradale, evasione da un carcere, fuga in un bosco… un elenco di piccole tragedie che Tom Drury trasforma in sorrisetti e risolini per noi lettori. La trilogia di Grouse County e Tom Drury La trilogia di Grouse County nasce come un puzzle di racconti che si combinano in un momento postumo alla scrittura degli stessi. Il primo volume della trilogia, La fine dei vandalismi, è anche il titolo del primo racconto di Tom Drury  pubblicato sul New Yorker  – periodico statunitense con cui lo scrittore inizia a collaborare a partire dal 1990. Da allora, Tom Drury continua a scrivere degli stessi personaggi. […]

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Napoli & Dintorni

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Giorgio Montanini al Kestè: la comicità come missione

Come preannunciato pochi giorni fa, ieri sera è andato in scena lo spettacolo di Stand Up Comedy di Giorgio Montanini al Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli. Giorgio Montanini al Kestè, la serata Ore 21:00. Un cospicuo numero di spettatori attende fuori l’ingresso e inizia a scambiarsi le prime impressioni e aspettative su questo nuovo spettacolo del comico di Fermo, contenente alcuni dei suoi vecchi monologhi non conosciuti dal grande pubblico. Ore 21:30. Si inizia a scendere nella saletta sotterranea e subito si invoca a gran voce il comedian marchigiano:”Giorgio! Giorgio!”. L’attesa è delusa, ma soltanto momentaneamente, il primo a salire sul palco non è Giorgio Montanini ma il comico romano Mauro Kelevra che, con un irriverente monologo sul suo astio verso i bambini, riscalda l’atmosfera per il protagonista della serata. Ore 22:30. Giorgio sale sul palco acclamato da tutta la platea: è finalmente giunto il suo momento. Dopo una breve introduzione allo spettacolo, entra a gamba tesa nel cuore della narrazione, scagliandosi contro due delle più grandi piaghe sociali del nostro paese: le cover band e la Lega ( ci ripromettiamo di non menzionarla più perché la leggenda narra che essa salga nei sondaggi ogni volta che viene nominata). Con lo sguardo indemoniato e fermandosi pochi volte, Montanini sviscera uno dopo l’altro i suoi monologhi. Espone gli effetti negativi e le contraddizioni di temi come l’omofobia e la religione, mostrando le loro fallaci fondamenta, costruite sulla paura e l’ignoranza. Squarciando quel rassicurante velo di Maya, costruito apposta per loro dalla nostra società capitalista, dietro il quale esse si rifugiano . La forza della dialettica di Montanini, nonostante abbia più volte incitato il pubblico a malmenare i cantanti delle cover band, è nel non essere violenta. Mi spiego meglio. Quando critica qualcuno o qualcosa, non lo fa in maniera approssimativa ma ne scioglie i nodi più stretti e presenta quella cosa per quello che davvero è, nella maniera più cruda e cinica possibile. Non cade nella polemica perché, se è vero che la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, essa è soltanto una reazione isterica, seppur a volte inevitabile non è una risposta intelligente perché fin troppo semplice e conveniente. Giorgio si assume quindi la piena responsabilità dell’essere uomo, che non consiste in una vaga serie di buoni propositi e buone intenzioni, ma nell’obbiettivo di essere creature ragionevoli che si emancipano dagli istinti. Assumendo quasi i connotati di un invasato profeta, il comico marchigiano non preannuncia salvezze edeniche o imminenti apocalissi, ma ripudia qualsiasi forma di coercizione o repressione della parola e mostra al pubblico quella che, in fondo, è l’unica via per essere uomini: la ragione. Ma la  Stand Up Comedy non si ferma qui Ebbene sì, la Stand Up Comedy a Napoli non si ferma con l’esibizione di Giorgio Montanini al Kestè ma ritornerà il 29 Settembre con il comico Pietro Sparacino, dove? Sempre al Kestè!

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Timeline alla scoperta del Castello di Baia

I segreti del Castello Aragonese Debutto assoluto per Timeline Napoli al Castello di Baia. In collaborazione con il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, l’associazione culturale sbarca infatti nel maniero aragonese per quattro appuntamenti imperdibili (20 e 27 luglio, 1 e 8 settembre). I visitatori avranno la possibilità di esplorare luoghi fino ad ora difficilmente raggiunti dal grande pubblico. Dalla cappella della Madonna di Pilar alle antiche prigioni, il giro permette così una visita totalmente inedita della fortezza, troppo spesso ignorata dal turismo locale nonostante la sua innegabile bellezza. Eretto durante il regno di Alfonso II d’Aragona (1490-1493), il Castello di Baia vanta una storia secolare. Esso fu più volte modificato,  soprattutto per volontà di Pedro de Toledo nel secolo successivo, a causa dell’eruzione da cui si formò il Monte Nuovo. Il Castello rimase praticamente inespugnato nel corso del tempo per via della sua posizione strategica, posto tra il mare e i profondi valloni dei Fondi di Baia. La difficoltà di conquista fece desistere anche le 150 navi di Khair ad-Din, detto il Barbarossa, nel 1544. L’importanza del Castello Aragonese rimase fondamentale fino all’Unità d’Italia. Spagnoli, austriaci e borbonici stabilirono le proprio funzioni militari in questo luogo. Successivamente il castello fu adibito alla custodia dei prigionieri durante la seconda Guerra Mondiale, venendo dotato anche di una batteria antiaerea. La passeggiata nella storia prosegue ininterrotta tra i panorami mozzafiato che il maniero offre sul golfo circostante. In particolare il culmine della visita viene raggiunto con la salita sulla sommità del castello. Qui è infatti possibile ammirare i luoghi segreti e fino ad ora nascosti, resi accessibili grazie all’impegno e alla passione dei ragazzi di Timeline. I resti della villa romana su cui fu originariamente costruito la fortezza, ad esempio, una testimonianza importantissima del rapporto viscerale che legava le ricche famiglie patrizie alla costa napoletana. Tradizionalmente la villa è stata ritenuta per lungo tempo di Giulio Cesare, ma successivamente fu inglobata nella residenza di Nerone. Timeline e la fortezza del tempo Circa la Chiesa del Castello, è impossibile non fare riferimento ai numerosi significati esoterici cui essa rimanda, narrati negli aneddoti delle guide di Timeline. Una contrapposizione con la semplicità stilistica che invece caratterizza il complesso. Splendidi sono gli affreschi di stampo caravaggesco, che permettono di datare la costruzione della cappella agli inizi del Seicento. Entrando dall’ingresso ad est, sulla destra è situata la tomba del Marchese Don Diego Quintano de Rosales, il quale è effigiato in uno stupendo busto marmoreo. Armato di torcia ed elmetto, il visitatore è guidato da Timeline nelle prigioni del Castello di Baia. Le prigioni erano in tre zone diverse: in prossimità dei Corpo di Guardia, all’ingresso del Castello e nei locali sottostanti alla “Prima Batteria S. Antonio”. Successivamente furono nuovamente utilizzate durante la Grande Guerra. Rimangono sulle mura le agghiaccianti testimonianze dei prigionieri, costretti a condizioni disumane per tutta la durata della loro reclusione. Timeline guida il visitatore alla scoperta di un luogo magico e che troppo spesso viene sottovalutato. Proprio questa è la forza dell’associazione culturale, che permette di […]

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«Luigi Necco ci appartiene»: il PAN ricorda il giornalista-archeologo

Per un classicista, PAN è la forma neutra di  πᾶς, “tutto”. Per un filosofo, quel tutto è uno: en kai pan, “uno-tutto”. Per un archeologo, quel Pan è il dio-pastore, dio della campagna, dei pascoli e delle selve. Per un napoletano, è il PAN: il Palazzo delle Arti di Napoli. Lunedì 23 luglio, alle 18, quel Palazzo si fa salotto e ricorda il compianto giornalista Luigi Necco, venuto a mancare il 13 marzo 2018. Madrina dell’appuntamento dal titolo “Il ricordo di Luigi Necco” è Daniela Wollmann, che prende la parola dicendo di condurre l’incontro «Napoli con…» “ignobilmente”, mancandole colui che ne fu l’ideatore e prima era la sua spalla, e la di lui capacità eclettica e dialettica. Esordisce con un ricordo personale: l’incontro a Piazza Vanvitelli, il giorno che lo vide, lo fermò, prese il coraggio a quattro mani e gli parlò. Lui era già noto, lei una giovane appassionata di subacquea archeologica che desiderava condividere un libro su Tarquinia. «Mi diede il suo numero di telefono, e così nacque il lavorare insieme», complice la “pulce della Magna Grecia” posta l’uno nell’orecchio dell’altra e che andava costantemente a pungolarli, a vicenda. Il ricordo di Luigi Necco Nella sala gremita al secondo piano del Palazzo, l’atmosfera è questa. A percorrere le vie del ricordo ci sono la figlia del giornalista, Alessandra, l’assessore alla cultura Nino Daniele, il direttore del Museo Archeologico Paolo Giulierini, l’archeologo amico di lungo corso Giuseppe Maggi e Massimo Perna, docente di antichità minoiche e micenee. La figlia ha gli stessi occhi del padre, ed è emozionata nel «rinnovarlo in questo contesto, lui che amava l’arte e la vita in tutti i suoi aspetti» e nel definire questo incontro «un regalo», con l’auspicio che «questo piccolo angolo dedicato a lui» possa tenersi ogni anno. A differenza del filmato che nel messaggio d’invito si diceva sarebbe stato mostrato, in cui Luigi Necco raccontava la storia di Pompei per un’emittente giapponese, viene invece proiettato un video meno lungo ma ugualmente appassionante girato al MANN: «Il Tesoro di Priamo». «Guardate questo signore», ammonisce Necco circondato dalle statue dell’Archeologico, con il suo stile inconfondibile, da “cantastorie d’altri tempi”. Parla di Heinrich Schliemann e del tesoro di Troia trovato e donato, dal grande archeologo tedesco, al suo Stato, da cui poi scomparve, in circostanze misteriose, nel 1945. Fu «un giovane italiano» a recuperarlo, negli anni ’90. Uno che seguiva una «pista russa», convinto, a dispetto dei più, che dalla Germania non avesse preso il volo per l’America così come alcuni sostenevano, ma si trovasse ancora vicino, nascosto da qualche parte. Quel “giovane”, classe 1934, aveva deciso di fare il giornalista a 4 anni. Il Giallo di Troia gli costò anni di ricerche minuziose, un passo paziente dopo l’altro, sino alla scoperta sensazionale, espressa in forma risoluta: «Il tesoro sta nella cassaforte del Museo». Si riferiva al Museo Puskin, a Mosca, la cui direttrice, Irina Antonova, lo custodiva da sempre, senza poterne fare parola con anima viva, per ordine categorico del KGB. Insospettabile “anima viva” riuscì ad essere Luigi Necco, che alla Antonova, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Filippo Giardina al Maschio Angioino con “Lo ha già detto Gesù”

Domenica 22 Luglio nella suggestiva cornice del Maschio Angioino, il comico Filippo Giardina si è esibito con il monologo “Lo ha già detto Gesù” per l’evento culturale promosso dal Kesté “Ma che bel Kestello- Marcondirondirondello!”. Filippo Giardina al Maschio Angioino, la serata Una fresca brezza estiva si espande tra le mura del cortile dello storico bastione angioino, i gabbiani volteggiano tra le torri e i capitelli, alla luce di una affascinante gibbosa crescente. L’incantevole atmosfera viene interrotta dal black humour del giovane stand-up comedian napoletano Davide Diddielle che, con buon ritmo, sviscera le sue battute e le sue freddure su temi di attualità e non solo. All’insegna del politicamente scorretto, il giovane prepara il terreno per Filippo Giardina, offrendo al pubblico un piccolo assaggio di una stand-up comedy senza filtri o paletti di sorta, che sceglie la via dell’irriverenza con totale disincanto ma anche con grande coerenza. Così, dopo Diddielle sale sul palco l’ospite più atteso della serata: Filippo Giardina. Si mostra fin da subito sfrontato e bramoso di provocare il pubblico, demolendo i miti e i capisaldi della cultura napoletana: Totò, Troisi, il caffè, la pizza… Il pubblico in larga parte (non tutti) apprezza e partono i primi scroscianti applausi. Giardina presenta il monologo “Lo ha già detto Gesù”, come il suo primo lavoro scritto grazie a un’ispirazione esterna. Partendo dal concetto cristiano del male che può diventare bene, il comico pone sotto il vaglio sovversivo della sua satira i “mostri” creati dalla nostra società (quindi noi stessi) individualista ed egocentrica che, sotto il velo del politicamente corretto, cerca di nascondere i suoi scheletri nell’armadio. Una società ancora profondamente maschilista e patriarcale, rea di concentrare tutte le sue forze sull’efficienza dei singoli individui e non nella collaborazione e nella solidarietà tra essi. Attraverso il racconto della sua vita, sfata tabù e visioni stereotipate sul sesso e sull’autoerotismo, mostrandone con puntuali esempi le loro assurdità logiche. Sono infatti visioni che, seppur razionalmente paradossali, vengono accettate pedissequamente, perché radicate nella nostra cultura. Filippo Giardina ne ha per tutti: le donne, le modelle curvy, Gesù, i suoi genitori, il popolo indignato dei social… Dietro il monologo di questo quarantaquattrenne depresso, menefreghista, cinico, spudorato e non più sicuro nei panni di comico, c’è però un importante sottotesto che va colto. Filippo Giardina rifiuta il diktat del “Credi in te stesso”, ne smantella con sagace ironia tutti gli effetti negativi, ma non si siede sulle sponde del fiume a guardare il cadavere del nemico, offre un’alternativa: quella della gentilezza. Non ne tratta fino in fondo, ne accenna per non venir in meno al suo personaggio crucciato e alla sua ideologia politica del “menefreghismo di sinistra”. Prima di conoscere e focalizzarci soltanto su noi stessi dovremmo conoscere gli altri, perché sono gli altri a costituire il metro di giudizio per conoscersi. Quindi, un atto di gentilezza, seppur minimo, è un primo importante passo per costruire una vasta rete di solidarietà. Giardina distrugge, diverte, provoca e sguazza tra le macerie culturali del nostro paese ma quello […]

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Musica

Musica

Tommaso Paradiso e Fabio Rovazzi, la nuova frontiera dei tormentoni estivi

Tormentoni estivi, parliamone! Il contenuto del seguente articolo è ironico, il lettore è dunque gentilmente invitato a non indignarsi e a non prendere seriamente niente di ciò che è scritto. Sono ovunque, ci inseguono, non c’è modo per fuggirli o anche soltanto evitarli: sono i tormentoni estivi! Ogni anno, con l’arrivo della primavera, decine e decine di cantanti spagnoli e sudamericani si destano dal sonno letargico per invadere il mercato musicale con le loro canzoni (tutte uguali!) sulla bellezza dell’estate: i balli, gli amori, le passioni… Li vedi ballare sulle spiagge, sulla sabbia bollente senza alcuna difficoltà. Hanno per tutta la durata del videoclip un sorriso a 32 denti stampato in faccia perché loro non sono persone normali. Una qualsiasi persona normale, in quelle condizioni, suderebbe o inciamperebbe rovinosamente, ma loro no perché non sono umani: sono cyborg creati dall’industria discografica! Come se non bastassero i vari J Balvin, Alvaro Soler, Daddy Yankee, Luis Fonsi (quello di Despacito, il cyborg latino-americano più potente di sempre), anche l’industria discografica italiana ha deciso di passare al lato oscuro e seguire le orme della musica latino-americana, la più grande fabbrica al mondo di tormentoni estivi preconfezionati. Ci siamo dovuti sorbire Baby-K e J-Ax & Fedez che, per fortuna, non canteranno più insieme per un po’ (speriamo a lungo). Quest’ultimi tra una ventina/trentina d’anni saranno probabilmente ricordati come gli Al Bano & Romina Power del XXI secolo. Possiamo già immaginare un distopico film di un ormai ottuagenario Checco Zalone, che sulle note di Italiana di J-Ax & Fedez, si indigna con il ristoratore norvegese di turno, reo di non portare rispetto alla cultura italica. Qualcosa negli ultimi anni, però, è cambiato, l’azione pervasiva e dissacrante del web che, originariamente, avrebbe dovuto contrastare i grandi monopoli industriali musicali, li sta invece cambiando. A poco a poco, il liquame informatico postmoderno sta ricoprendo l’industria, potenziandola, rendendola ancora più pericolosa di prima, creando dei mostri ancora più paurosi: Tommaso Paradiso e Fabio Rovazzi. Sì, proprio loro, apparentemente innocui ma decisamente più malvagi di qualunque altro cantante. Tommaso Paradiso, l’uomo vaporwave  dei tormentoni estivi postmoderni Si presenta come un belloccio, tutto passione e romanticismo. Si narra che sia nato da un amore galeotto tra Jerry Calà e Sophie Marceau (la protagonista de Il tempo delle mele), ma in realtà fonti attendibili-di cui non possiamo svelare il nome- ci hanno svelato in esclusiva che Tommaso Paradiso è nato da un progetto militare segreto di un nucleo della Democrazia Cristiana ancora in vita. Il suo compito è quello di ristabilire l’egemonia culturale del partito ormai estinto. Ha iniziato a mostrare il suo potere con Completamente nel 2016, ma è stato un tentativo che non ha portato grandi frutti. La svolta è arrivata l’anno scorso con Riccione. Gli anni ’80 sono risorti e sono tornati a prendersi ciò che gli apparteneva. Insieme agli anni ’80 è ritornata la riviera romagnola, troppo a lungo accantonata per altre località moderne e più esotiche. Paradiso, a colpi di vaporwave, synth anni 80 e amori […]

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Interviste

I Fiori di Mandy e la loro creatura, Carne

Nell’universo dei Fiori Di Mandy, dalle origini al loro disco, Carne Quella de I Fiori Di Mandy è una storia che sa di Sardegna, di terre ancestrali, di sincretismo e radici che si discostano dai luoghi natii per abbracciare la globalità del mondo. La loro è una storia che sa anche di Irlanda, del volto di una ragazza, Mandy, e della sensibilità che porta a dischiudere l’animo al cambiamento, che è l’unica vera costante dell’esistenza. Questa è la loro storia, per aggiungere un altro tassello al dettato della musica italiana emergente, ricco di sfaccettature da esplorare con curiosità. La parola a I Fiori Di Mandy. 1) Buongiorno! Innanzitutto grazie per la disponibilità. Vorrei iniziare con la domanda più banale, o forse più difficile: cosa significa il nome I Fiori di Mandy? Da dove deriva? Sembra molto baudeleriano. 1) Il nome deriva da un’importante conoscenza fatta durante un viaggio a Dublino. Mandy, ragazza particolare, una personalità che colpisce, che lascia il segno. Fu un incontro come tanti altri e come nessuno prima. Il suo carattere rispecchiava esattamente ciò che noi volevamo ricreare in musica, una mancanza di punti fermi, e una sensibilità disposta ai cambiamenti. I fiori non hanno un vero e proprio significato, si tratta solo di una scelta in funzione del suono delle parole e del loro semplice potere evocativo. 2) Quali sono i rapporti con le vostre radici, con la Sardegna? Cosa pensate quando andate con la mente alla vostra terra? Come è la tradizione musicale lì? 2) C’è sicuramente una bella e variegata scena musicale, ci sono differenti realtà di diversi generi, con cui è sempre piacevole confrontarsi. Siamo legati alla Sardegna, senza dubbio la sentiamo “casa” pur consapevoli della grande necessità di doverla lasciare, in un modo o nell’altro. 3) Le vostre maggiori influenze musicali, artistiche, letterarie? 3) Veniamo tutti da differenti influenze musicali, ma ritroviamo in noi dei punti comuni, che si rifanno alla scena underground italiana, ma allo stesso tempo anche la scuola del punk anni settanta. 4) Qual è la storia della vostra creatura, Carne? 4) Carne è un disco che nasce un po’ di tempo fa, le registrazioni son state fatte nel dicembre del 2016, e dal nostro punto di vista appartengono al nostro primo periodo artistico. E’ stato registrato a Sinnai (CA) da Christian Mandas e Mattia Cuccu, amati e fondamentali fonici, che ci hanno permesso di trovare le soluzioni migliori per definire il nostro suono e le nostre idee. Dopo qualche peripezia abbiamo deciso di pubblicare il disco, autoprodotto e indipendente, accompagnato da un’opera di Tonino Mattu, apprezzabile in copertina. Ringraziamo molto Tonino, per averci prestato questa sua bellissima opera, siamo particolarmente felici di questa collaborazione. 5) Progetti futuri? 5) Abbiamo iniziato da poco tempo una campagna crowdfunding su MusicRaiser, per finanziare il nostro tour che avverrà questo inverno. Sarà la nostra prima esperienza fuori dalla Sardegna e faremo circa una decina di tappe nella penisola. Inoltre quest’estate saremo di nuovo in studio, per registrare qualcosa di nuovo, nuovi pezzi, nuovi […]

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Interviste

Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël

Addentrarsi nella scena musicale napoletana vuol dire cogliere diverse sfumature, prestare attenzione a realtà emergenti e allenare l’animo a scorgere la bellezza nei meandri dei vicoli e del cuore pulsante del centro storico di una città multiforme. A farlo sono i Babël, gruppo musicale della scena napoletana, tra torri di Babele, progetti futuri e sogni. Abbiamo scambiato due parole con loro, raccogliendo la loro storia di vita, di scambi e di espressione poliedrica. Nella scena musicale napoletana: intervista ai Babël Grazie per la disponibilità. Mi piacerebbe cominciare con una domanda forse banale ma a tratti difficile: cosa vuol dire il nome del vostro gruppo, Babël? Il nome nasce in seguito a diversi eventi, tra cui la visione dell’ omonimo film di Iñarritu, che tratta il tema della vicinanza e della connessione tra le persone, al di là della distanza e delle barriere linguistiche. Evidenzia, inoltre, l’eventualità dell’esistenza di un invisibile filo che ci collega tutti per chissà quale motivo. Un’altra ragione risiede nel fatto che ognuno di noi proviene da realtà personali e musicali diverse, che però convergono e trovano ragione di essere ed esistere nello sviluppo di un’estetica il più possibile corale nella forma, ma unica nella sostanza e nell’obiettivo comune. Babël, in primo luogo, è un chiaro riferimento alla leggenda della torre di Babele, struttura imponente che fu costruita dagli uomini stessi per avvicinarsi a Dio e in secondo luogo come rappresentazione del caos che ne seguì. Il mito infatti parla proprio di una confusione linguistica vera e propria, di un misto di lingue che permette a ognuno di avere una propria identità. Non a caso, i nostri testi sono spesso in diverse lingue, proprio per rendere concreto il nostro concetto. Come è nato il vostro gruppo? Il nucleo dei Babël, ha origine dalle ceneri di un vecchio progetto in cui figuravano Andrea e Luigi, rispettivamente chitarrista/compositore e voce/paroliere. Babël ha quindi ereditati vecchi inediti riarrangiati in seguito, grazie a Luca (batteria e percussioni) e Gabriele (bassista/producer). L’attuale formazione, prevede anche Daniele, il nostro manager e responsabile della Comunicazione. Cosa ne pensate della realtà musicale napoletana? E quanto ha influito Napoli sul vostro sound? Parlare di una sola realtà musicale a Napoli è sbagliato e riduttivo, in quanto questa città sta vivendo una forte attenzione mediatica ed un ricambio generazionale sotto qualsiasi aspetto. D’altronde, la realtà musicale napoletana è estremamente complessa. Per quanto ci riguarda, non consideriamo minimamente l’aspetto “neomelodico” del termine e di ciò che può essere considerato il “lato oscuro” di Partenope. La musica oltre che essere intrattenimento è anche una forma d’espressione, ma vi è l’impressione che in alcuni ambienti si presti attenzione solo alla seconda, dalla serie “Suoni se porti gente e se fai guadagnare il locale”, spesso non avendo nemmeno un compenso, o percependone uno assolutamente minimo. Dal canto nostro, ci siamo sempre allontanati da questi personaggi e da chi c’è dietro. Di contro, ammiriamo e siamo estremamente affascinati da tutti i nostri colleghi “emergenti” e dalle varie organizzazioni musicali, in primis il […]

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Interviste

Eduardo De Felice: quando la musica sogna un tempo che non c’è più

Dimenticate Coez, Calcutta, i Viito. Mettete pausa alla vostra playlist spotify Indie Italia. È pur vero che siamo nel 2018, epoca di autotune e della trap, ma esistono ancora oggi generi come il cantautorato italiano della vecchia scuola, che non smettono di combattere la loro battaglia contro il nuovo mondo musicale che li circonda. Eduardo de Felice ne è un esempio. Eduardo De Felice, un cantautore vecchio stampo Puntiamo il dito sulla scena napoletana, terra eterogenea che pulula di musica; a Napoli il genere cantautoriale continua a resistere e torna in auge grazie a De Felice, classe 1981, cantautore vecchio stampo, uno di quelli nati con i vinili di Battisti, cresciuto a pane e Dalla, innamorato del passato al punto da volerlo celebrare nel suo ultimo lavoro discografico: È così. Prodotto e distribuito dall’etichetta Apogeo Records, il lavoro di De Felice è accompagnato dalla produzione artistica di Gnut, cantautore acclarato della scena partenopea. Il disco si arricchisce di una copertina amarcord, in cui si tasta con mano il ricordo di Eduardo bambino, con una fetta di anguria tra le dita. Così come la fotografia di infanzia, immediato e semplice si presenta il disco È così: fin dal primo ascolto si percepisce la volontà di riportare in vita le sonorità degli anni ’70-’80 italiani, in un lavoro coerente a se stesso, proprio perché il sound retrò accompagna tutte le 11 tracce del disco. Il passato non piace a tutti, ma sicuramente Eduardo De Felice è un ottimo ponte di collegamento con il cantautorato che si ascoltava sul giradischi alla fine degli anni ’70: un farmaco da prescrivere ai nostalgici della musica che è stata. È così. Un’affermazione forte. Da dove nasce l’idea di chiamare l’album in questo modo? È nato proprio perchè volevo che l’album fosse racchiuso in una breve affermazione, in grado di rievocare la semplicità del disco. Inoltre “È così” richiama l’album di Battisti “È già”, quindi un valore aggiunto al titolo. Volevo che questo disco mi rispecchiasse del tutto, diversamente dal vecchio EP; avevo voglia di curare io ogni dettaglio, per creare un album che avesse il suono degli anni ’70-’80 italiani. L’idea era anche quella di fare il vinile, proprio per ricalcare il concetto ed il valore che ho dato al passato. Sei l’autore dei testi e compositore della musica dei brani presenti nel tuo album. Come nasce una tua canzone? Quali sono le tue ispirazioni? Riprendo le parole di Vasco: “Le canzoni nascono da sole, già con le parole”. A volte può capitare che inizi dal testo, altre dalla musica, certe volte anche testo e musica insieme. Il lavoro creativo può terminare in mezzo pomeriggio, o a volte ci vuole più tempo. Per quanto riguarda le ispirazioni possono essere fatti accaduti a me, episodi che mi riguardano indirettamente; basta anche una sensazione, una frase, un oggetto. Sarà il mio segno ziodacale, il Sagittario, ma sono una persona distratta, forse proprio per questo se qualcosa mi colpisce è perchè davvero mi interessa. L’idea del cantautorato anni ’70-80, […]

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Teatro

Teatro

Teatro TRAM: la nuova stagione 2018-2019

Riparte a ottobre il TRAM (Teatro Ricerca Arte e Musica) di Via Port’Alba con la stagione teatrale 2018-2019. Giunto alla sua terza stagione, il Tram prosegue la sua attività di promozione, sperimentazione e ricerca di spettacoli teatrali all’insegna dell’interdisciplinarietà, della tradizione e della modernità.   Teatro TRAM: la stagione 2018-2019. A inaugurare la terza stagione del TRAM è lo spettacolo Audizione di Chiara Arrigoni, vincitore della I Edizione del TrentaTram Festival, rivolto agli under 30, che ha animato le serate di Via Port’Alba nel mese di maggio 2018. Seguirà, poi, Buco nell’acqua, il nuovo spettacolo del direttore artistico del TRAM Mirko Di Martino, che a marzo proporrà anche un altro suo spettacolo inedito: Run Baby Run interpretato da Titti Nuzzolese. In cartellone ci saranno nomi importanti del teatro italiano, a partire dall’attore Roberto Latini, più volte Premio Ubu, che proporrà uno spettacolo ispirato alle poesie della poetessa Mariangela Gualtieri. Tornerà al TRAM anche l’autore e regista siciliano Rosario Palazzolo con Lo zompo. Il napoletano Giovanni Meola proporrà ad aprile il nuovo progetto Il bambino con la biciletta rossa, ispirato a un cupo e doloroso fatto di cronaca. La sperimentazione con i classici sarà al centro di This is not what it is di Marco Sanna e Francesca Ventriglia, che rielaboreranno Otello di Shakespeare. Giovanni Del Prete proporrà Start, spettacolo inedito ispirato a una storia di calcio e shoah, mentre il giovane attore e regista Daniele Marino rifletterà sulle dinamiche del contemporaneo con The influencer. Infine, in occasione dei 150 anni dalla morte di Gioacchino Rossini, a novembre Gianmarco Cesario proporrà una rilettura pop del Barbiere di Siviglia. L’opera del TRAM prevede, inoltre, dei focus dedicati a particolari temi di grande interesse, con spettacoli tutti rigorosamente inediti. Il primo di questi si intitola “Surround” e racconterà alcuni grandi protagonisti della musica: in scena, ci saranno Break on trough, incentrato sulla figura di Jim Morrison, di Bruno Barone, Lontano lontano, incentrato su Luigi Tenco, di Roberto Ingenito, Io francamente, su Franco Califano di Ivano Bruner. Il secondo focus racconterà invece Napoli in una chiave contemporanea che guarda al passato per reinventarlo nel presente: “Napoli Dos” vedrà sul palco del TRAM gli spettacoli Pulcinella morto e risorto di Alessandro Paschitto, Regine Sorelle di Mirko Di Martino, Le Follie di Don Fausto di Vittorio Passaro. Il terzo focus si intitola “Hashtram” e proporrà tre spettacoli che riflettono sul contemporaneo: Audizione della già citata Chiara Arrigoni, Un pallido puntino azzurro di Roberto Galano e La terroristica fase lunatica di Armando Kill di Massimo Maraviglia. L’ultimo focus si divertirà a reinventare i classici con Il Gioco dell’amore e del Caso di Marivaux e Yerma – Jetteca di Fabio Di Gesto da Federico Garcia Lorca. Le attività del TRAM. La nuova stagione comprende numerosi eventi e Festival: si comincerà a ottobre con la tredicesima edizione de I corti della Formica, Festival di Corti teatrali diretto da Gianmarco Cesario. Tornerà TrentaTram Festival, il concorso dedicato alle compagnie under 30 che l’anno scorso ha avuto un notevole successo alla sua […]

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Recensioni

El Pirata Boat e Teatro in pillole: divertimento e arte in mezzo al mar!

La rassegna Teatro in pillole, nata da un’idea di Stefania Russo, si caratterizza come un innovativo format di intrattenimento capace di coniugare arte, divertimento e soprattutto la passione per il teatro.  Gli eventi, tutti organizzati nei minimi dettagli, sono pensati in modo tale da permettere ai partecipanti di vivere un esperienza innovativa ed entusiasmante, in cui il piacere di una serata tra amici, si fonde con gli stimoli di un contest teatrale. Nel corso dell’evento, tra un boccone ed un bicchiere di vino, il pubblico, potrà assistere ad esibizioni di svariato genere, tutte elaborate su di un tema predefinito ed aventi una durata massima di 10 minuti. Al termine della serata le esibizioni saranno votate dagli spettatori e sarà così decretato un vincitore. Ad arricchire ulteriormente il contest vi è poi la presenza, ad ogni serata, di un ospite proveniente dal settore teatrale, chiamato ad assegnare il premio della critica. Al termine di questa rassegna, fatta di splendide cene-spettacolo, i punteggi degli attori saranno cumulati e vi sarà poi un superpremio finale!! “Tutti possono partecipare, come attori o come spettatori, tutti quelli che hanno voglia di provare e condividere BELLE EMOZIONI” Il Teatro in pillole a bordo della El Pirata Boat Mercoledì 25 luglio, per l’ultima serata di Teatro in Pillole, Stefania Russo ha deciso di stupire i partecipanti con una location eccezionale, “El Pirata Boat”, un brigantino moderno che rievoca perfettamente un galeone pirata!  La serata ha avuto inizio al Molo Sena, dove a partire dalle ore 21.00 un gommone ha iniziato a traghettare i partecipanti, tutti vestiti secondo il dress code balneare, al galeone ormeggiato nelle splendide acque del porto di Coroglio. Saliti a bordo della maestosa nave, gli ospiti sono stati catapultati in una eccezionale festa in barca! Un ricco buffet accompagnato da vino bianco e cocktail, e la fresca selezione musicale ad opera del dj set by Stefano Romano, hanno regalato ai presenti una serata divertente ed inusuale. Nel corso dell’evento, le scatenate danze degli ospiti sono state interrotte 4 volte dal suono di una sirena che preannunciava l’inizio delle esibizioni di teatro in pillole. In ordine cronologico gli spettatori hanno potuto assistere alla seguenti interpretazioni: La toccante lettura, posta in essere da Doc Carlo Alfaro e Stefania Ciancio, di un testo avente ad oggetto il viaggio della speranza, intrapreso ogni giorno, dai profughi in fuga da guerra e fame. Un divertente spettacolo di ventriloquio ad opera del bravissimo Salvatore Santoro, in arte mago Sasà, e la sua adorabile scimmietta. Una passionale rappresentazione teatrale avente ad oggetto la storia di due ladri innamorati, scritta da Giuseppe Cerasuolo ed interpretata da quest’ultimo insieme ad Anna Letizia. (Vincitori della serata) Ed infine uno spettacolo presentato dagli Improvvisa-Ment, due giovani interpreti Campani. Ospite d’onore di quest’ultimo appuntamento con teatro in pillole è stato Francesco Paolantoni, attore di grandissima fama, che con la sua grande simpatia è riuscito a regalare inaspettati momenti di humour. Merita particolare menzione il divertentissimo scenario comico che si è venuto a creare nel momento della votazione., Paolantoni, grazie […]

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Teatro

Teatro Totò: innovazione e tradizione nella stagione 2018/2019

«Non è una cosa facile fare il comico, è la cosa più difficile che esista […]: è più difficile far ridere che far piangere». La celebre affermazione del “Principe della Risata” è impressa a chiare lettere nel credo del Teatro Totò, vivace centro culturale nel difficile quartiere a ridosso di Foria, in via Frediano Cavara, a due passi dal Teatro San Ferdinando, in Piazza Eduardo De Filippo. L’appuntamento per la presentazione del cartellone della stagione teatrale 2018/2019 è di quelli che non si dimenticano, nella Saletta San Ferdinando attigua al Teatro omonimo, lunedì 23 Luglio alle 11:30. Qualcuno del pubblico, numeroso ed entusiasta, riadatta il classico detto sulle «3 C» caratteristiche dell’autentico caffè partenopeo basandosi sulle condizioni atmosferiche del giorno, sì da farlo suonare con un più che tragicomico: «Comm’ Cazz’ Chiov’». La tempesta del mattino causa qualche ritardo logistico, ma non blocca l’affluenza dei tanti interessati a conoscere in anteprima i dettagli del nuovo programma. Ad illustrarlo, il direttore artistico Gaetano Liguori insieme a quella che del Teatro Totò è “una colonna portante”, Davide Ferri, accompagnati da tanti artisti-protagonisti di spettacoli presto in scena, tra cui Gino Rivieccio, Rosalia Porcaro, Federico Salvatore. «Il Teatro Totò ha aperto le porte alla città dal punta di vista artistico e sociale»: esordisce così Liguori soffermandosi sulle difficoltà patite dal Teatro che dirige e che, tuttavia, non getta la spugna. Un Teatro che conta 2100 abbonati ed offre ancora prezzi popolari, con 300 iscritti all’Accademia di Recitazione. Un risultato di cui non si può non andare fieri, se si pensa che i primi allievi, negli anni ’90 in cui l’Accademia aprì i battenti, erano appena 10. La sottile vena polemica riguarda i tagli ministeriali alla Cultura, questione annosa che il Teatro Totò affronta seguendo fedelmente il suo maestro, dato che dell’assegnazione di quei fondi non ha mai goduto, «e non perché le cose non le sappiamo fare, ma perché le facciamo troppo bene», puntualizza Liguori. Teatro Totò, cartellone e spettacoli 2018 – 2019 La nuova stagione imminente vanta 12 spettacoli in abbonamento, 3 in omaggio per gli abbonati e 2 eventi fuori abbonamento. Ad aprire le danze sarà l’esuberante Gino Rivieccio presente in sala, con il suo “Mamma… ieri mi sposo!” dell’autore inglese Clive Exton, a partire dal 25/10. Sua spalla sul palcoscenico l’intramontabile Sandra Milo. Si prosegue con “I casi sono due” di Armando Curcio dall’8/11, “Core ‘ngrato“ di e con Rosalia Porcaro dal 22/11, “Stasera le canto io” con Francesca Marini dal 6/12, “Mettimmece d’accordo e ce vattimme” con Oscar Di Maio dal 20 dicembre. Il 2019 si inaugura con “Casa Corella“, direttamente da Eduardo Scarpetta, per la regia di Gaetano Liguori, a partire dal 10 gennaio. Il 24/1 è la volta di Mariano Bruno in “Una notte con Dora“, il 7/2 Claudio Tortora in “Amori e non…“. Particolare menzione merita lo spettacolo che debutta il 21 febbraio e che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione “Libera” di Don Ciotti, del “Comitato don Peppe Diana“, del Comune di Casal di Principe e del Comune di Napoli. Ciro Liucci […]

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Recensioni

La Bella e la Bestia all’Aperia della Reggia di Caserta

Il 21 e 22 Luglio 2018, L’Aperia della Reggia di Caserta ha fatto da cornice allo splendido spettacolo messo in scena da Il Demiurgo, La Bella e la Bestia. La rappresentazione è basata sulla prima versione della fiaba, quella narrata da Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. In un piccolo villaggio della Francia del ‘700 la vita scorre serena e monotona. Un piccolo mondo rassicurante che sta stretto a Belle, giovane donna sognatrice e caparbia. Un giorno, il suo destino si intreccia con quello di un’orrida bestia che governa un castello nascosto nei boschi. Per amore di suo padre, Belle si offre come prigioniera ma, come in ogni fiaba che si rispetti, nulla è ciò che sembra: e combattendo contro il pregiudizio del volgo, un’antica maledizione e un aspetto mostruoso “la Bella e la Bestia” finiscono per innamorarsi. Ma la strada per il classico, e noto a tutti, “e vissero tutti felici e contenti” è lunga e complicata. Il grande merito de La Bella e la Bestia è stato sicuramente riuscire a fondere egregiamente nella tradizionale trama della storia elementi di modernità e ilarità, con personaggi dalla battuta sempre pronta a far sorridere, apprezzatissimi dagli spettatori. L’opera infatti ha incantato grandi e piccini, che col tramontar del sole si sono trovati trasportati nella più classiche delle fiabe. Senza dubbio uno spettacolo dalla piacevole leggerezza in cui il ballo, il canto e la musica hanno accompagnato una recitazione impeccabile. Degna di nota soprattutto la performance del personaggio di Lumière (Andrea Cioffi), candelabro dall’accento francese che ha tenuto viva la vivacità dell’opera, così come Tockins (Peppe Romano) e Gaston (Massimo Polito). Senza dimenticare ovviamente i due protagonisti, Angelo Sepe nel misterioso ruolo della Bestia e Chiara Vitiello che con la sua dolcezza è riuscita perfettamente ad impersonare Belle. A rendere il tutto più suggestivo è stata poi la location, L’Aperia che, posta alla sommità dello splendido giardino inglese, ha svolto il ruolo di naturale scenografia. Magnifica, dunque, la magnifica iniziativa de Il Demiurgo  e da tenere d’occhio i prossimi eventi: presso l’Aperia della Reggia di Caserta il 28 e 29 luglio si svolgerà la rappresentazione di Alice nel paese delle meraviglie, mentre il 25 agosto sarà la volta di Il ritratto di Dorian Gray. La Bella e la Bestia- 21/22 luglio: Coreografie: Federica di Benedetto Belle: Chiara Vitiello Bestia: Angelo Sepe Lumiere: Andrea Cioffi Tockins: Peppe Romano Madame. Duvet: Federica Di Benedetto Madame Plume: Manuela Urga Madame Teapot: Mariachiara Vigoriti Monsieur chien: Antonio Ferraro MadameChat: Valeria Napolitano Gaston: Massimo Polito Le Tont: Gabriele Borriello Mourice: Roberto Ingenito Audry: Ester Esposito Didier: Antonio Torino Comelacittà

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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Voli Pindarici

Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. Estate in famiglia Buone vacanze a quelle tante, tantissime mamme che, […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

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