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5 ricette spagnole, ingredienti e consigli per preparare le più famose

Alla scoperta delle tradizioni gastronomiche iberiche, 5 ricette spagnole gustosissime che vale la pena provare La mejor medicina es la buena comida (La migliore medicina è il buon cibo): recita così un vecchio proverbio spagnolo che, come tutti i proverbi, contiene una grande verità. Come tutti i Paesi dell’Europa meridionale, anche la Spagna ha una cultura gastronomica di tutto rispetto: amanti della vita e dei suoi piaceri, i nostri cugini iberici non potrebbero essere indifferenti alle gioie della buona tavola. Chiunque abbia avuto la fortuna di visitare questa meravigliosa nazione, avrà avuto modo di scoprire che il popolo del flamenco e dei toreri anche in cucina non se la cava affatto male: di tradizione molto antica, l’arte culinaria ispanica ha avuto il merito di aver introdotto nel vecchio continente, a partire dal XVI secolo, prodotti sconosciuti fino ad allora (patate, pomodoro, caffè, mais, cacao, ecc.). Scopriamo nel dettaglio quali sono i piatti tipici di questa nazione e, nel caso vi voleste cimentare nella preparazione di qualcuno di essi, eccovi le 5 ricette spagnole più famose, in dosi per 4 persone: Paella Nata a Valencia a metà del XIX secolo, sulle rive della laguna de L’Albufera, è la regina indiscussa delle tavole spagnole ed in assoluto il piatto più rappresentativo della terra di Don Chisciotte: il suo nome deriva dal latino patella, da cui anche l’italiano padella, in riferimento alla padella usata per la sua preparazione, bassa, larga e con due piccoli manici ai lati. Fate soffriggere 3 spicchi di aglio. Tagliate 200 gr di lombo di maiale e 1 kg di pollo a pezzettoni e unitelo al soffritto. Fateli colorire a fuoco basso per qualche minuto. Bagnate il tutto con 1/2 bicchiere di vino bianco e fate sfumare. Aggiungete 400 gr di pomodori sbucciati e tagliati a pezzi, qualche foglia di alloro e fate cuocere per 10 minuti. Intanto pulite il pesce (8 code di gamberoni, cozze, vongole, 200 gr di totani, 2 calamari, 8 scampi) e aggiungetelo nella padella con 200 gr di piselli, due peperoni rossi o verdi privati dei filamenti e dei semi. Cozze e vongole devono essere cotte a parte prima in una padella coperta e con poco olio). Aggiungete 2 o 3 bicchieri di brodo caldo e fate cuocere per 5 minuti. Aggiungete 300 gr di riso che non scuoce (la qualità Bomba è la migliore) spargendolo uniformemente su tutti gli ingredienti. Bagnate con altro brodo caldo nel quale avrete sciolto 2 bustine di zafferano. Fate prendere bollore e aggiungete sale e pepe. Infornate il tutto per 15-20 minuti a 180°, oppure cuocete sul fornello. Al posto del pollo potete utilizzare la salsiccia o il coniglio. Gazpacho Un ottimo rimedio contro l’afa delle giornate estive, questa zuppa fredda è originaria dell’Andalusia. Ingredienti: – 1 kg e 500 g di pomodori – 1 cetriolo grande – 2 cipolline novelle – 1 cucchiaio di basilico tritato – 1 cucchiaio di prezzemolo tritato – 1 limone – 3 cucchiai d’olio – sale – pepe Spellate i pomodori, eliminate […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Corto Maltese al MANN: Hugo Pratt sbarca a Napoli

Corto Maltese in mostra al MANN dal  25 Aprile al 9 Settembre 2019 Corto Maltese, l’affascinante antieroe di Hugo Pratt, maestro del fumetto mondiale, sbarca a Napoli, più precisamente al MANN. La mostra, che si terrà dal 25 Aprile al 9 settembre 2019, nasce dalla collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il CONG, nella persona di Patrizia Zanotti, il COMICON e Rizzoli Lizard, ed è patrocinata dal Comune di Napoli: tale collaborazione fa parte del più ampio progetto di OBVIA (Out of Boundaries Viral Art Dissemination) dell’Università Federico II di Napoli. L’esposizione dedicata al famoso marinaio di Hugo Pratt, in realtà, rientra tra gli eventi previsti da “Thalassa. Mare, mito, storia ed archeologia”, una raccolta delle meraviglie dell’archeologia subacquea del Mediterraneo, provenienti dai più importanti musei del mondo, che si terrà da settembre 2019 a marzo 2020 nel salone della Meridiana del MANN. Obiettivo della partnership tra MANN e COMICON è instaurare un dialogo duraturo e fecondo tra archeologia e nuove forme artistiche che avvicini giovani e giovanissimi alla fruizione dell’arte in ogni sua forma: accolto all’interno delle mura di un così ricco e importante museo, al fumetto, quindi, viene esplicitamente riconosciuta piena dignità letteraria ed artistica. La mostra di Corto Maltese, ospitata nelle sale interrate del museo archeologico, propone stampe, chine e acquerelli tratti da alcune delle più famose opere di Pratt, come La ballata del mare salato, Anna della giungla, L’uomo di Sertao: le tavole esposte sono suddivise in sezioni tematiche (donne, avventure, mare, viaggi) o per tappe geografiche (Samarcanda, Amazzonia, Venezia, Africa). Qui l’inchiostro delle stampe si confonde con i reperti archeologici dell’area portuale della Napoli greco-romana, ritrovati durante gli scavi delle linee metropolitane di Municipio e Università. Il filo conduttore che unisce passato e presente, archeologia e disegno, arte e letteratura è, dunque, ancora una volta, il mare. Ma la mostra di Corto Maltese al MANN è solo uno dei tanti eventi previsti dal fitto calendario del COMICON 2019. L’evento, che si svolgerà alla Mostra d’Oltremare dal 25 a 28 aprile, giunge alla XXI edizione forte dei risultati dell’edizione precedente (record di 150000 presenze e più di 20milioni di indotto) e di una crescita costante che è ormai una certezza e non più una speranza. Tra gli eventi in programma si segnalano le mostre The Art of Pugni, un percorso nell’iconografia dei pugni, quella di Casimiro Teja, alla riscoperta degli albori della fumettistica italiana, Epoxy, mostra di Paul Cuvelier, maestro belga del fumetto erotico. Ospiti più attesi della rassegna sono Maurizio De Giovanni, che presenterà l’adattamento a fumetti de I Bastardi di Pizzofalcone, Jerome Flynn, il mercenario Bronn della saga del Trono di spade, Cristina dell’Anna e Arturo Muselli, protagonisti di Gomorra- la serie, Manetti Bros, che daranno alcune anticipazioni sul film Diabolik. Inoltre, a dimostrazione che il COMICON non è solo divertimento disimpegnato, ma anche possibilità di riflessione, Gipi, Magister dell’edizione 2019, presenta Migrando, Gridando, Sognando, dove in mostra ci sono storie di migranti filtrate attraverso lo sguardo del fumetto mediterraneo. Tra testimonianza […]

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Attualità

La scuola di musica Cluster al FIM con una serata speciale

La scuola di musica Cluster al FIM di Milano con una serata speciale In occasione del FIM – Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale, Giovedì 16 maggio 2019 alle ore 21.00, presso l’Auditorium Testori, all’interno del Palazzo della Regione Lombardia, Cluster presenta una serata unica nel suo genere: quattro diverse formazioni, quattro diversi generi: pop italiano e straniero, jazz e gospel. • Cluster Pop Choir • Cluster Voices (Special guest: Rossana Casale) • Cluster Gospel Choir • Cluster Big Band (Special guest: Giovanni Falzone) Ingresso al pubblico dalle ore 20.30 Lo speciale concerto, con cui gli allievi dei corsi intermedi e avanzati della Scuola si esibiranno, ricalca il tradizionale stile degli spettacoli Cluster, un grande e travolgente pot-pourri musicale in cui l’esibizione sarà affidata, come la tradizione Cluster vuole, solo ed esclusivamente ai giovani allievi della scuola. Special guest della serata saranno Rossana Casale e Giovanni Falzone che duetteranno con gli allievi della scuola per creare qualcosa di unico nel suo genere. La prima parte del concerto vedrà protagonisti i cori ragazzi, un’armonia di voci al servizio delle grandi hit pop che hanno fatto la storia. La seconda parte sarà un omaggio alla musica di Rossana Casale, grande artista della musica italiana che duetterà, insieme agli allievi dei corsi intermedi e avanzati di canto, sulle note dei grandi successi che l’hanno resa famosa. Nella terza parte il coro gospel adulti di 40 elementi, con i giovani solisti dei corsi di canto e una band di 4 giovani e talentuosi musicisti (pianoforte, chitarra, basso e batteria), ci condurrà nel groove del Black Traditional Gospel. Infine, l’ultima parte sorprenderà il pubblico con la Big Band Cluster diretta da Valentino Finoli e che vedrà la partecipazione, come special guest, del celebre trombettista Giovanni Falzone. L’intera serata sarà all’insegna del contagioso spirito Cluster: Music&Life! 20€: Prezzo scontato per allievi e familiari Cluster 30€: Prezzo al pubblico La Scuola di Musica Cluster, nata nel 1999, oggi conta oltre 1.000 allievi e un corpo docenti stabile di 40 insegnanti ed è un importante centro di formazione musicale a livello nazionale. • Ente accreditato dalla Regione Lombardia per i Servizi di Istruzione e Formazione • Certificata per la qualità ISO 9001:2015 • Sede autorizzata dal Trinity College of London per il rilascio di certificazioni internazionali Rock&Pop e Classical dal livello base al diploma • Scuola convenzionata con il Conservatorio di Milano per i corsi preaccademici. Grazie ai percorsi formativi offerti e alle numerose specializzazioni dei docenti, l’allievo acquisisce tutti gli strumenti utili alla propria crescita musicale. Con le lezioni individuali (Canto; Pianoforte; Chitarra; Flauto; Violino; Clarinetto; Sassofono; Tromba; Basso elettrico; Percussioni; Batteria) e gli oltre 80 corsi collettivi complementari (Teoria Musicale; Armonia moderna; Storia della Musica ad indirizzo Jazz, Classico e Rock&Pop; Teoria ritmica e percezione musicale; Armonia; Computer Music; Songwriting; Coro gospel e pop-moderno; Musica d’insieme; Big Band; Ensemble di Fiati; Orchestra; Chitarra d’accompagnamento; Musica da camera e prima vista; Improvvisazione e prima vista;) nel corso degli anni di studio, l’allievo si trova a vivere una […]

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Natural branding: il laser che sostituisce gli imballaggi

Un innovativo sistema di etichettatura laser: ecco il natural branding. Il settore alimentare è purtroppo notoriamente caratterizzato da un largo ricorso al packing, cioè alla necessità di incartare e confezionare i prodotti destinati alla vendita. Le procedure di confezionamento sono svariate, ma tutte hanno in comune l’utilizzo di materiali spesso inquinanti, primo tra tutti la plastica. L’utilizzo di confezioni per la vendita di prodotti alimentari è reso indispensabile dalla necessità di tutelare l’integrità dei prodotti, ed in secondo luogo, dalla necessità di apporre sugli stessi tutte le informazioni espressamente previste dalla legge, ed in particolare quelle relative alla loro provenienza e qualità. Le confezioni spesso appaiono indispensabili e di conseguenza i produttori si vedono costretti a ricorrere a contenitori ed imballaggi di vario genere, rendendo così il settore alimentare veicolo per l’utilizzo di materiali pericolosi per l’ambiente. Tale circostanza, alla luce della sempre più impellente necessità di ridurre l’inquinamento da plastica che attanaglia il nostro ambiente, ha portato alla nascita del natural branding, una particolare procedura mediante la quale alcuni prodotti vengono marchiati con tatuaggi indelebili apposti direttamente sulla buccia con l’ausilio di un laser. Tale innovativa tecnica permette alle aziende di apporre sui propri prodotti, i marchi e le informazioni richieste, senza dover necessariamente ricorrere all’utilizzo della plastica o di altri materiali potenzialmente inquinanti. Natural branding: tecnologia a servizio dell’ambiente L’innovativo sistema di etichettatura laser denominato natural branding è stato introdotto in Europa dall’azienda Olandese EOSTA, specializzata nella grande distribuzione di frutta e verdura biologica. Tale azienda, nel tentativo di sviluppare un sistema di confezionamento il più ecologico possibile, ha deciso di abbandonare gli imballaggi adottando un sistema decisamente a favore dell’ambiente. Il natural branding può essere sostanzialmente definito come un tatuaggio impresso con l’ausilio di un laser che rimuove i pigmenti presenti sullo strato esterno della buccia del prodotto. Ovviamente tale procedimento non prevede l’utilizzo di sostanze aggiuntive ed è quindi capace di marchiare il prodotto senza alterarne la qualità o il gusto. L’utilizzo della tecnica dell’etichettatura laser ha portato EOSTA a vincere il Packaging Awards 2018, un prestigioso premio, assegnato in Olanda, alle aziende che adottano le soluzioni di imballaggio più innovative e sostenibili. “Se sai che ogni giorno 3000 camion carichi di rifiuti plastici vanno nell’oceano, e se sai che su una piccola isola nel mezzo del Pacifico il 40% degli albatros muore mangiando plastica, ti rendi conto che abbiamo un grosso problema” afferma Michael Wilde, responsabile della sostenibilità e delle comunicazioni di EOSTA. “Ecco perché sono orgoglioso del nostro Natural Branding, che ci consente di contrassegnare avocado, patate dolci, zenzero e altri prodotti come biologici, senza doverli imballare“. Anche se non tutti i prodotti alimentari sono idonei ad essere sottoposti alla etichettatura laser, tale innovazione tecnologica riveste comunque una grandissima importanza in quanto essa si inserisce meritatamente nell’ampio panorama degli interventi volti alla riduzione dell’utilizzo, e quindi dello spreco, di sostanze potenzialmente inquinanti. Fonte immagine e citazione: https://www.eosta.com/en/news/eosta-nominated-for-innovation-award-thanks-to-plastic-saving-technology

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Ghosting e orbiting, come i social influiscono sulle relazioni

Ghosting e orbiting vi sembreranno dei termini nuovi, difficili, che poco hanno a che fare con le vostre vite. Eppure, come vedremo, chiunque abbia all’attivo un qualsiasi tipo di relazione e sia alle prese con il mondo dei social network, ne è stato sicuramente interessato almeno una volta nella vita. Partiamo, innanzitutto, dal significato. Per “ghosting” (da “ghost”, fantasma) si intende quel fenomeno che avviene quando la persona con cui si ha una relazione decide di porne fine semplicemente sparendo, completamente, all’improvviso, senza darne segnale in precedenza. È un fenomeno che riguarda, ovviamente, il mondo dei cosiddetti “Millennials” (ma non solo) perché sviluppano la maggior parte delle proprie relazioni proprio attraverso i social network. In questo modo, su questi canali, da un giorno all’altro, è possibile sparire senza spiegazioni: non leggere i messaggi, non visualizzarli oppure visualizzarli e non rispondere sono il segnale. L’”orbiting” (da “orbitare”), invece, si verifica nel momento in cui la persona sparita dalla circolazione ricompare all’improvviso, ma sempre interagendo attraverso i social network: mette il like a qualche stato di Facebook, visualizza le “stories” su Instagram, su WhatsApp etc. Questo secondo fenomeno si verifica prevalentemente nel momento in cui non si vuole eliminare qualcuno dalla propria vita in via definitiva, ma non si è pronti o nel momento di impegnarsi in una relazione più stabile. Rappresenta, in qualche modo, la preoccupazione che l’eliminazione completa del “contatto” possa rappresentare la perdita di una futura occasione di “riconnessione”. E’ un atto principalmente egoistico da parte di chi lo compie, e dovrebbe riscontrare la netta chiusura da parte di chi lo riceve. In realtà, i social network hanno solo amplificato e reso più complesso qualcosa di già molto diffuso: il fatto di scomparire all’improvviso dalla vita di qualcuno senza dare spiegazioni e quello di continuare a gravitare intorno alla vita dell’altro pur avendolo rifiutato. Basterebbe pensare, nel secondo caso, al fatto di frequentare gli stessi posti della persona con la quale si è deciso di chiudere i rapporti. Comportamenti che possono essere pericolosi per chi li subisce. Il ghosting lascia la persona nella più totale impossibilità di capire cosa sia successo. Mina non solo la possibilità di elaborare la chiusura, ma anche l’autostima. Una persona che viene lasciata senza sapere il motivo è costretta a ragionarci da sola. Il ghosting e l’orbiting sono pericolosi perché lasciano un aggancio sottile che alimenta continuamente una speranza fatta di segnali ambigui. Tra l’altro, in entrambi i casi, per chi lo fa, è tutto molto semplice. L’orbiting, in fondo, non è altro che un giochetto psicologico. Non presume una presenza costante, ma nemmeno un’assenza. Non presume un impegno, ma nemmeno una chiusura definitiva.

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Attualità

Trash Challenge: la sfida social che fa bene all’ambiente

Avete sentito parlare della Trash Challenge? La nuova sfida nata sui social a tema ambiente. Nella realtà contemporanea, i social media influenzano enormemente la vita di moltissime persone. Soprattutto i giovani tendono spesso a rifugiarsi nel mondo virtuale, utilizzandolo come fonte di ispirazione per quelli che saranno i propri comportamenti nella vita reale. La volontà di allargare le proprie amicizie, mettersi in mostra e divenire popolari, porta milioni e milioni di individui a diventare letteralmente succubi di applicazioni sempre più accattivanti e persuasive. Il fenomeno della cosiddetta dipendenza da social network, fa molto discutere, ma non sarà questa la sede in cui verrà trattato il tema. Infatti l’aspetto su cui si focalizzerà la nostra attenzione è la capacità dei social di essere, talvolta, utilizzati anche per scopi positivi. Acconto ai  testi, alle foto e ai video, condivisi solo per accrescere il proprio seguito, ogni giorno migliaia di persone cercano di sfruttare il potentissimo strumento dei social per compiere opere benefiche e, in estrema sintesi, per migliorare il mondo. Raccolte fondi per scopi umanitari e campagne di sensibilizzazione sono solo alcune delle meritevoli iniziative che vengo avviate quotidianamente mediante il ricorso alle nuove tecnologie, e nell’ambito di queste, merita una menzione speciale la recente Trash Challenge. Trash Challenge: la sfida tutta green! Il gioco è tanto semplice quanto straordinariamente apprezzabile. Il soggetto, che accetta la sfida, non dovrà fare altro che trovare un luogo inquinato: più l’ambiente individuato sarà sporco, migliore sarà il risultato della challenge. Individuato il luogo (una spiaggia, una strada, un parco pubblico ecc…) il giocatore dovrà farsi fotografare dando risalto alla presenza dei rifiuti nella location scelta. Dopodiché si passerà alla parte difficile della sfida, il giocatore, armato di tanta buona volontà e sacchi della spazzatura, dovrà ripulire l’ambiente! Al termine delle operazioni di pulizia, verrà scattata una nuova foto nell’ambiente finalmente ripulito. Le foto del prima e del dopo saranno condivise sui social utilizzando l’hashtag #trashtag , e il giocatore potrà finalmente accumulare i meritatissimi likes! Probabilmente le ragioni che spingono molti giovani ad accettare la trash challenge non hanno a che vedere con la volontà di difendere l’ambiente, probabilmente una grande fetta di giocatori agisce solo al fine di seguire la moda del momento, ma, a prescindere da quelle che sono le motivazioni sottostanti, ciò che importa è che tramite questo gioco social migliaia di giovani si sono attivati per ripulire l’ambiente che li circonda, contribuendo concretamente alla lotta all’inquinamento. Iniziative come quella della trash challenge, dovrebbero essere d’esempio, in quanto sono capaci di canalizzare l’energia dei giovani e la loro voglia di essere “social” verso obiettivi e finalità più che meritevoli. [Fonte immagine: Instagram @pervin_caferi]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello (Recensione)

Paola Cortellesi in “Ma cosa ci dice il cervello” interpreta il ruolo di Giovanna, un’impiegata del ministero che conduce una vita apparentemente mediocre ed è troppo presa dal lavoro per poter svolgere adeguatamente il ruolo di mamma o per rifarsi una vita sentimentale. La verità è che Giovanna, oltre a firmare documenti ufficiali, è un’agente dei servizi segreti costretta a far missioni a Mosca ed a Marrakech e di tempo ne ha veramente poco, nemmeno per partecipare ad una rimpatriata con gli amici del liceo (Vinicio Marchioni, Claudia Pandolfi, Stefano Fresi e Lucia Mascino). Quando decide, però, di rivederli scopre che le loro vite sono turbate dal costante confronto con persone arroganti. Grazie a molteplici travestimenti, Giovanna vivrà situazioni esilaranti che serviranno a portare ordine nella vita dei suoi amici di sempre. Paola Cortellesi in Ma cosa ci dice il cervello: Intento del regista e messaggio chiave della commedia L’intenzione del regista Riccardo Milani èquella di contaminare i generi, mescolando elementi della commedia tradizionale a scene di azione, infatti Ma cosa ci dice il cervello è una commedia dinamica e di forte impatto sociale. L’intento del film è quello di mostrare le esagerazioni della nostra società tramite elementi di spy-story, è un film specchio dei vizi dell’Italia che risulta essere caratterizzata dall’aggressività e dalla tuttologia legata ad Internet. Questo film è una fotografia spietata di un paese che ha perso le basi della convivenza civile e dunque lo sguardo del regista è critico nei confronti della società e di un’ Italia che è divenuta una nazione intorpidita, quasi addormentata, che non reagisce più. Il regista Riccardo Milani, con questa commedia, vuole raccontare un pezzo di questo paese, nel quale manca la responsabilità sociale e gli italiani sono sottoposti alle angherie della quotidianità. Si avverte l’urgenza di far riflettere gli spettatori, infatti l’obiettivo principale di questa commedia è quello di far aprire gli occhi e di far luce su tutto ciò che non funziona nella società odierna. Il nostro vivere quotidiano è costellato da violenze, prevaricazioni ed eccessi di maleducazione e la commedia è un metodo intelligente per veicolare un messaggio contrario a ciò che provoca malessere tra le persone. Il risultato è una trama senza dubbio divertente, che non analizza i motivi delle cattive azioni che colpiscono la società, ma li descrive con attenzione ed assoluta chiarezza, mostrandone le conseguenze e mettendo così lo spettatore dinanzi a situazioni che ricorrono nella vita quotidiana. “Ma cosa ci dice il cervello” è un atto d’amore verso l’Italia, bellissimo paese, ma troppo complicato da vivere, dove i cittadini vanno rieducati ad una giusta convivenza civile. Paola Cortellesi in Ma che ci dice il cervello – Caratteristiche della protagonista Giovanna L’attrice Paola Cortellesi recita magistralmente i ruoli double face di donna sedentaria come impiegata del ministero e di donna coraggiosa e dinamica nel suo lavoro come agente dei servizi segreti. La sua trasversalità e la sua mimica facciale la rendono molto espressiva, doti già apprezzate nel film La befana vien di Notte, nel quale […]

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Cinema e Serie tv

I film più belli di Audrey Hepburn, meravigliosa attrice senza tempo

Scopriamo insieme la nostra selezione dei film più belli di Audrey Hepburn, questa meravigliosa attrice senza tempo, nonché le curiosità legate a questi ultimi. Audrey Kathleen Ruston, conosciuta come Hepburn, dal cognome della nonna materna, è stata sicuramente una delle attrici più conosciute e amate di tutti i tempi. Vincitrice dei più ambiti premi cinematografici, tra i quali due premi Oscar, diversi Golden Globe, Emmy, Grammy, BAFTA e David di Donatello, è stata inoltre annoverata sul podio delle più grandi star della storia del cinema. In seguito al successo ottenuto negli anni ’50, ha lavorato al fianco dei più grandi attori dell’epoca, tra i quali Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Sean Connery ed altri. Alcune scene dei suoi film, nonché gli abiti da lei indossati (anche in seguito al sodalizio con la raffinata casa di moda fracese Givenchy), sono divenute topiche e hanno segnato la memoria degli appassionati, nonché un vero e proprio codice di bellezza che si rivoluziona: un viso pulito, con due occhi enormi e scuri, come i capelli che lo incorniciano, che risulta bello qualsiasi espressione ella assuma. Nasce come ballerina, ma i suoi ruoli prima teatrali e in seguito cinematografici non possono che dare lustro alle sue indiscutibili doti di attrice carismatica ed elegante. Sarà la scrittrice Colette a volerla a tutti i costi come protagonista della versione teatrale del suo romanzo “Gigi”, e da qui la sua ascesa fu formidabile. La sua ultima apparizione sul grande schermo sarà negli anni ’80, e in seguito a tale scelta l’attrice si dedicherà alla famiglia, oltre che all’assiduo lavoro umanitario, ottenendo la nomina di ambasciatrice dell’UNICEF, grazie al suo instancabile ruolo nel sostegno delle popolazioni meno fortunate. I film più belli di Audrey Hepburn Vacanze Romane (1952) Oltre ad essere il film che sancirà il debutto dell’attrice nel panorama hollywoodiano, la sua interpretazione le valse la vittoria del premio Oscar come migliore attrice protagonista. La Hepburn interpreta il ruolo di una principessa che, stanca del suo ruolo nobiliare, decide di immergersi nella caotica vitalità romana, dove incontrerà un giornalista che ben presto si scoprirà innamorato di lei, ma che dovrà decidere se salvarsi la carriera, a scapito dell’innamorata. Topica è l’immagine della Hepburn in giro per le stradine della capitale sulla vespa guidata dal meraviglioso Gregory Peck, che ha fatto sognare intere generazioni, e continua a farlo. La magia della città eterna è lo scenario perfetto per l’interpretazione dei due magistrali attori, e la Hepburn dimostra ben presto la sua facilità nell’interpretare un volto regale, grazie alla sua finissima bellezza. Sabrina (1954) Un successo sembra incalzare l’altro, e la Hepburn, poco dopo il film di debutto, interpreterà l’indimenticabile Sabrina, figlia dell’autista di una famiglia abbiente, diverrà ben presto l’oggetto del desiderio nonché della disputa di entrambi i fratelli della famiglia, per arrivare poi a scegliere quello dei due che meno ci si sarebbe aspettati.  In questo film è affiancata da Humphrey Bogart e William Holden e i meravigliosi abiti indossati dall’artista sono targati Givenchy. Questa volta […]

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Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio

Voce ‘e Sirena è il recente lungometraggio (prodotto da C.eT.R.a nel 2017) girato dal regista Sandro Dionisio e interpretato da Cristina Donadio, Rosaria De Cicco e Agostino Chiummariello. In occasione della proiezione del lungometraggio al cinema Delle Palme, abbiamo intervistato il regista. Voce ‘e Sirena: intervista a Sandro Dionisio Il filo narrativo lungo cui si svolgono le vicende di Voce ‘e Sirena è l’episodio dolorosissimo dell’incendio a Città della Scienza. In quali termini il bisogno d’espressione emotiva ha preso forma e corpo nella trama registica del lungometraggio? Lo shock visivo ed emotivo che ha provocato in me il bisogno di realizzare Voce ‘e Sirena si è presto tramutato nel  bisogno di  cercare una ragione alla ciclica necessità che Napoli ha di mortificare la propria invincibile bellezza. Ho pensato così ad un dialogo filosofico tra due anime della città, quella popolare borghese, per porre domande più che dare risposte e, nel contempo, tracciare una narrazione non convenzionale della storia di Partenope attraverso le sue icone e le sue voci nobili. Ovviamente altro protagonista del mio racconto sono state le rovine ancora fumanti del rogo: un teatro di allucinata bellezza che ha distanziato il mio racconto oltre che dare alle performance di tutta la troupe un pathos ed una potenza imprevedibile nel kì momento della scrittura del progetto. In Voce ‘e Sirena scorrono, parallele e intrecciate a un tempo, i vissuti di due donne (impersonate da Cristina Donadio e Rosaria De Cicco) e testimonianze “dal vero”; come ha fuso insieme, il disegno registico, queste voci alle «voci più nobili e antiche della storia millenaria della città»? Da anni il mio percorso artistico mi ha portato a sperimentare la contaminazione linguistica e semantica alla ricerca di un nuovo modello di cinema che io chiamo “crossover” più aderente, rispetto al racconto classico, alle realtà meticce della contemporaneità. Il concetto codificato negli anni della nouvelle vague di cinema antitrama mi è sembrato particolarmente attuale e declinabile in contesti di un cinema d’autore low budget volto a pedinare e stanare il reale in vorticoso movimento. Reale, quotidiano, mitologico: come trovano voce e armonia nel suo lungometraggio queste grammatiche del Vero? Da Basile a De Simone a Moscato, Partenope è patria del realismo magico e ogni manifestazione del reale nasconde e comprende nel racconto della Città elementi mitologici o ancestrali: così ho dato voce a progressivi svelamenti dei miei personaggi che rivelassero dietro le fattezze realistiche l’anima misterica e mitologica della città che prende il suo nome da una Sirena. Qual è stato il rapporto che si è creato fra regista e attore durante le riprese? Quali le emozioni profonde che vi hanno legati? Voce ‘e Sirena è stato scritto pensando ai volti ed al temperamento degli attori che lo hanno interpretato; senza la preziosa disponibilità di Rosaria De Cicco, Cristina Donadio e Agostino Chiummariello il film non sarebbe mai stato realizzato. Tutti amici e collaboratori delle mie imprese cinematografiche da  anni: con i tre protagonisti abbiamo rinnovato e saldato un sodalizio umano oltre che artistico grazie […]

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Cinema e Serie tv

Dumbo ri-vola al cinema con Tim Burton

Dumbo ri-vola sul grande schermo: al cinema dal 28 marzo il live action diretto da Tim Burton. Sono passati quasi ottant’anni da quando Dumbo, l’elefantino volante, debuttava nei cinema. Era il 1941, e, a causa delle ingenti perdite di Fantasia, Walt Disney optò per un film semplice e a basso costo per realizzare il suo quarto Classico. Partendo da un soggetto già esistente (Dumbo era protagonista di un libro per bambini), nacque così il film: un lungometraggio dalla durata di “soli” sessanta minuti, ma perfetto nella sua poetica lineare. Sulla scia di riportare i suoi classici al cinema in versione live-action, la Disney ha chiamato il genio visionario Tim Burton (recentemente premiato ai David di Donatello 2019) per far volare ancora una volta il piccolo elefante; stavolta in CGI, ma dagli stessi occhioni blu che riescono a esprimere tutte le sue emozioni. Nonostante le divergenze creative del passato (Burton lasciò la Disney quando era un animatore), il regista torna a lavorare con la major realizzando un film che, sebbene non sia un capolavoro, porta con sé aspetti positivi. Solo il pittore dei freaks, colui che è stato in grado di dare voce e dignità agli outsider (con Edward mani di forbice, primo fra tutti) poteva avvicinarsi a Dumbo, una delle figure più strazianti della cinematografia, simbolo di inadeguatezza ed emarginazione. È sempre difficile confrontarsi con i classici, e, come già era successo per Alice in Wonderland, Burton rivisita il materiale originale. Qui la scelta è quella di dare maggiore spazio agli uomini e lasciare gli animali a un ruolo quasi secondario. Eliminata ogni forma di antropomorfismo, Dumbo e le altre creature del circo non parlano, comunicano con gli occhi e con i loro versi.  Dumbo versione live-action: la trama 1919. Holt Farrier (Colin Farrell), dopo aver perso un braccio ed essere rimasto vedovo, torna dalla guerra e riabbraccia i figli Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins). La loro casa è il Circo Medici, diretto dall’inarrestabile Max Medici (Danny DeVito) che spera di risollevare le sorti della sua attività grazie a un cucciolo di elefante la cui nascita è imminente, ma il piccolo messo al mondo da mamma Jumbo ha orecchie enormi ed è considerato un mostro. Mentre gli altri lo prendono in giro, Milly e Joe consolano l’elefantino, distrutto dalla separazione dalla mamma. Per caso, grazie a una semplice piuma, scopriranno che Dumbo può volare. Il successo del magico elefantino cambia le sorti dell’intera famiglia del Circo Medici, che si trasferisce a “Dreamland”: incredibile parco giochi del villain Mr. Vandevere (Micheal Keaton). Ma basterà l’aiuto dei piccoli Farrier e dell’acrobata Colette Marchant (Eva Green) per riunire Dumbo e la sua mamma? Dumbo, analogie e differenze con il Classico animato Il Dumbo di Tim Burton, come accennato poco sopra, si prende le sue libertà creative rispetto al classico degli anni ’40. Meno malinconico e più lungo (il film originale durava circa un’ora, quindi nuovi inserti sono stati inevitabili), le avventure dell’elefantino volante puntano sempre e comunque al tema del diverso (tanto caro a Burton) e della famiglia aggiungendo però un senso ecologista di contrarietà all’utilizzo di animali nei […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

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Dolci senza uova e latte: 3 ricette per tutti i gusti

Si possono preparare dolci senza uova e latte? Si tratta degli ingredienti base della maggior parte di ricette ma se questi mancano nessuno si accorgerà della differenza! Una torta può essere deliziosa, leggera e soffice anche senza proteine animali. I dolci senza uova e latte sono buoni proprio quanto quelli più tradizionali. Questo articolo è per gli intolleranti alle uova e al latte, per i vegani, per chi si sta preparando alla prova costume e per chi vuole preparare un dolce ma gli manca sempre qualche ingrediente! Dolci senza uova e latte: come fare un dolce senza questi ingredienti? Gli ingredienti secchi (farina, zucchero, cacao, lievito…) non devono essere mescolati necessariamente con latte o uova. Il trucco è trovare sempre la giusta proporzione tra polveri e parte liquida. Le alternative al latte possono essere latte vegetale (soia, mandorle, cocco…), olio, succo d’arancia o di limone. Le alternative alle uova sono farina di riso, amido di mais, fecola di patate o semi di lino che immersi in un liquido diventano molto gelatinosi, quasi quanto l’albume d’uovo. La consistenza finale che si otterrà non sarà molto diversa dalla classica torta con uova e latte. Preparare dolci senza uova e latte è possibile e come! Dolci senza uova e latte: torta all’acqua Ingredienti: 330 g di acqua 300 g di farina 00 200 g di zucchero 90 g di olio di semi 1 bustina di lievito per dolci baccello di vaniglia (facoltativo) Iniziamo setacciando la farina e il lievito in una ciotola. In un altro recipiente versiamo lo zucchero e aggiungiamo l’acqua a temperatura ambiente, mescolando con una frusta affinché lo zucchero si sciolga e aggiungiamo i semini di un baccello di vaniglia. A questo punto all’impasto liquido va aggiunto anche l’olio di semi. Dopo aver mescolato aggiungiamo le polveri un cucchiaio alla volta e mescolando sempre per evitare la formazione dei grumi. L’impasto finale deve essere liscio e morbido. Uno stampo da 22 cm di diametro va rivestito di carta da forno o imburrato e infarinato (in alternativa al burro si può usare l’olio di semi). L’impasto va cotto in forno preriscaldato a 180° per 50 minuti circa. Il colore della torta all’acqua deve essere più chiaro rispetto al tipico dolce con le uova. Se la torta sembra che si colori troppo dopo la prima mezz’ora basta ricoprirla con un foglio di carta stagnola e continuare così la cottura. La particolarità di questa torta è il fatto che se ne possono realizzare tante varianti: al cioccolato, al caffè, al limone e così via… Torta alle banane Ingredienti: 3 banane mature 100 g di zucchero di canna 250 g di farina integrale 1 bustina di lievito per dolci 100 g di olio di semi 130 g di acqua noci e nocciole cannella (facoltativo) La prima cosa da fare è schiacciare la polpa delle banane mature con una forchetta. Quando queste avranno ottenuto la consistenza di una crema, ad esse vanno aggiunti progressivamente lo zucchero e l’olio.  Dopo aver mescolato il tutto è il […]

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Piatti tipici tedeschi: viaggio nella cucina della Germania

Quando pensiamo alla cucina tedesca, le prime immagini che vengono sono quelle di würstel e patate. Solitamente non associamo la Germania a piatti variegati e gustosi, eppure i piatti tipici tedeschi nascondono dei segreti che riuscirebbero a sciogliere i dubbi anche delle forchette più scettiche. I piatti tipici tedeschi  Cominciamo dagli Spätzle, che sono degli gnocchetti a base di farina di grano tenero, uova e acqua. Provengono dalla regione della Germania meridionale, e non a caso sono diffuse anche nelle vicine zone di lingua tedesca, e cioè in Austria, in Svizzera e persino nel Trentino-Alto Adige. Possono avere forma irregolare o forma a goccia, ottenuta attraverso una particolare grattugia chiamata Spätzlehobel. Questa pasta antichissima nasce dalla tradizione contadina della Germania e può essere cucinata nei più svariati modi: col formaggio per i cosiddetti Käsespätzle, aromatizzati con erbe varie come timo o maggiorana per i Krautspätzle, ma anche con ciliegie o mele, zucchero e cannella nei casi dei Kirschespätzle e Apflespäztle. Insomma, ce n’è per tutti gusti con gli Spätzle, che abbattono il pregiudizio secondo cui la pasta è solo e unicamente italiana. La carne e i contorni Dalla zona della Baviera proviene un altro dei piatti tipici tedeschi: la Weißwurst con Bretzel. La Weißwurst è – come ci suggerisce anche il nome – una salsiccia bianca a base di carne di vitello e pancetta di maiale. Il colore bianco è dovuto al mancato trattamento con nitriti di sodio o potassio. È tipicamente servita con i Bretzel o Pretzel, il tipico pane duro tedesco. La ricetta classica, molto semplice, prevede che si faccia bollire la salsiccia e che venga poi servita con senape e Bretzel appunto. Tra i piatti tipici tedeschi è sicuramente da annoverare il Currywurst, uno street food tipico della capitale. Si potrebbe dire che il Currywurst è il simbolo di Berlino e lo si può assaggiare a ogni angolo di strada. Consiste in una salsiccia tagliata a pezzi, immersa in una particolare salsa di pomodoro impregnata di curry. È tendenzialmente piccante, ma potrete scegliere voi il grado del gusto piccante. Può essere accompagnato da patatine fritte e da altre salse. Non possono mancare certamente i Sauerkraut, che noi chiamiamo comunemente Crauti. I crauti sono un contorno che rientra nei piatti tipici tedeschi più conosciuti al mondo. I crauti non sono altro che cavolo tedesco tagliato finemente e sottoposto a fermentazione. La lunga fermentazione naturale – di circa due mesi – rende i crauti un cibo ad alto contenuti di vitamine e sali minerali. Si prestano a fare da contorno per i più svariati piatti. Tra i piatti tipici tedeschi annoveriamo anche il Quark, un formaggio fresco prodotto dal latte vaccino pastorizzato. Assomiglia molto alla nostra ricotta, sebbene i due formaggi non debbano essere confusi. Il Quark ha una consistenza semiliquida e viene spesso utilizzato per i dolci, in particolar modo per la famosa torta al Quark, la Käsekuche – letteralmente, torta al formaggio. Ha una base di pastafrolla molto simile alla cheesecake, e una consistenza morbida e cremosa. […]

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Fragole blu: esistono davvero?

Avete mai provato a digitare su Google “fragole blu”? Probabilmente no, ma provandoci rimarreste stupiti dai risultati: le fragole blu hanno letteralmente fatto impazzire il web, che è ormai colmo di foto e notizie riguardanti questa nuova e strana tipologia di frutto. Fragole blu: come è successo? Secondo le varie notizie circolanti in internet, le fragole blu sarebbero state ottenute da un esperimento in laboratorio, con l’intento di modificare geneticamente le molto più comuni fragole rosse. Ma perché modificare le fragole? Perché anche se dal gusto deciso e gustoso, questo frutto ha un grande difetto: non resiste alle basse temperature; essendo praticamente impossibile mantenerle in un ambiente freddo, dunque, le fragole non possono essere conservate in frigorifero (o congelate), ed è perciò molto più facile che ammuffiscano o si rovinino in un tempo minore. Gli scienziati avrebbero trovato una soluzione a questo piccolo “handicap”: trasferire nel genoma classico della fragola un gene tipico di un pesce particolare, il Flounder Fish. Questo pesce artico è dotato di una sorta di antigelo naturale, che gli permette di sopravvivere anche a temperature molto basse. Il colore blu delle fragole sembrerebbe essere dovuto ad una conseguenza innocua dell’esperimento, che avrebbe quindi prodotto un tipo di fragole totalmente diverse da quelle a cui siamo abituati: fragole blu e capaci di resistere in ambienti freddi. Una vera e propria svolta… o forse no. Fragole blu: esistono davvero? In realtà, buona parte della leggenda delle fragole blu non è altro che una fake news (o, più comunemente, una bufala). Qualche origine scientifica però è rintracciabile: nel 1998 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicò un articolo proprio riguardante l’utilizzo dei geni del pesce Flounder per rendere le fragole più resistenti al freddo; un riferimento a questa procedura si trova perfino in un pezzo del New York Times del dicembre 2000. È anche possibile che siano effettivamente stati svolti degli esperimenti per testare questa teoria. Ma non c’è alcuna spiegazione o prova scientifica che questo tipo di intervento avrebbe potuto rendere le fragole blu. Infatti, il colore rosso delle fragole dipende semplicemente dal loro PH, che non sarebbe stato in alcun modo alterato dagli scienziati. Sembra, dunque, che qualcuno abbia voluto ingigantire e aggiungere un po’ di fantasia ad una notizia molto meno stravagante. Da sempre, infatti, l’essere umano ha tentato di perfezionare animali e vegetali in base alle proprie esigenze, soprattutto grazie alle tecnologie sempre più sviluppate e agli studi genetici (è il caso degli OGM). La bufala delle fragole blu è ormai in giro sul web da anni e perfino sui social, terreno fertile per dicerie e falsi miti, vengono continuamente condivise foto con le fantomatiche fragole blu (grazie all’aiuto di editor per immagini come Photoshop). A quanto pare un numero sempre maggiore di persone ha iniziato ad incuriosirsi ed interessarsi a questo insolito frutto, tanto che nell’ultimo periodo sono comparsi sui maggiori store online annunci per la vendita dei “rarissimi semi di fragole blu”. Spesso spediti da Cina, Thailandia e Filippine, ovviamente anche questi semi […]

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Satanismo spirituale: che cos’è?

Satanismo spirituale, il nuovo orizzonte del satanismo al di là dei luoghi comuni. Di cosa stiamo parlando? Quando qualcuno osa nominare la parola “satanismo”, una spia al neon nel nostro cervello si accende automaticamente con la stessa prontezza con cui vengono fatte fuori uova di Pasqua e pastiere in questo periodo, puntando la torcia su terrificanti immagini di diavoli pingui e rossi con corna ricurve degne di un muflone delle Alpi, caproni intenti a fare lussuriose orge notturne e pentacoli utilizzati per  compiere sacrifici umani. Quella stessa torcia illumina anche aberranti memorie di racconti alla “Chi l’ha visto?”, riviste a caratteri cubitali con notizie di crimini commessi dalle famigerate “Bestie di Satana” e anche le parole di quella vecchietta in fila al supermercato, che una volta ci disse che ormai il diavolo aveva infettato il mondo. Ma cos’è alla fine il diavolo? Una specie di virus contagioso al pari dell’ebola, come ci aveva detto quella vecchietta sdentata, oppure il diavolo affascinante e ammiccante alla “Simpathy for the devil” dei Rolling Stones? Ed ecco che sovviene soavemente, alla mercé dei nostri timpani, anche un ululante Piero Pelù che ci sorprende col suo “El Diablo”, a confonderci ancor di più le idee e a lasciarci confusi e frementi in balia di questo concetto che non ha età, sesso, forma e contorni ben precisi, ma che avviluppa i nostri incubi con i suoi tentacoli foschi fin dall’infanzia. Immaginiamo un calderone, magari preparato da una schiera di ridenti streghe durante un incontro notturno misterioso: possiamo già sentire l’odore, l’olezzo e l’aroma muschiato di tutte le leggende, i luoghi comuni e le parole che hanno sempre circondato questo Satana, questo tizio che a quanto pare non incontra la simpatia e il plauso generale. Insomma, Satana non è nazionalpopolare. In questo calderone troveremmo sagome urlanti ispirate alla storia di Emily Rose o alla bambina dell’Esorcista che ha rischiato di bloccare le nostre crescite, troveremmo i testi al contrario dei Led Zeppelin o “The Number of the beast” degli Iron Maiden, qualche sprazzo di “Paradise Lost” di John Milton, loschi figuri che parlano in greco antico e aramaico e anche l’ultimo sketch sanremese di Virginia Raffaele. Una volta riemersi da questo tragico e multiforme pantano, avremmo ingerito abbastanza informazioni per tenere una conferenza su Satana e i suoi luoghi comuni e forse, ci saremmo anche accollati l’odio di quella simpatica vecchietta che era in fila al supermercato, ormai pronta a sfoderare un crocifisso contro di noi e a pronunciare le ultime parole famose: “Noli me tangere”.   Oltre la superficie Invece, al di là di questi succulenti luoghi comuni, il satanismo spirituale è tutt’altra cosa. Le sue parole d’ordine sono bellezza, libertà, scienza e politica. Il satanismo spirituale è il fratello progressista del satanismo dalle corna ricurve e intrecciate, quello che sale sul pulpito e cerca di far dimenticare ai suoi ipotetici elettori i casini combinati in passato dal suo scellerato predecessore. Nell’ambito del satanismo spirituale, esistono varie correnti e scuole di pensiero: una di queste è Joy […]

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Ciuccio, simbolo del Napoli calcio

Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Qual’è il suo significato? | Curiosità In molti, tifosi e non, ancora si chiedono quale sia il profondo ed autentico motivo per cui il simbolo del Napoli calcio sia l’asino, un animale così poco fiero ed indolente. Come mai una squadra, che da tempo è riconosciuta come una delle migliori nella serie A in Italia e che si è distinta spesso in Europa, grazie al gioco spettacolare offerto, viene rappresentata da un animale così poco nobile come “’o ciuccio”? Ricordiamo che, proprio in riferimento al tipo di gioco, è stato anche coniato il termine “sarrismo”, inteso come concezione del gioco propugnata dall’ex allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva, e, per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri è diventata espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo. Ciuccio, simbolo del Napoli calcio. Storia e simbologia  La storia che ha portato la Napoli calcistica a riconoscersi in un somaro, ‘o ciuccio appunto, affonda le sue radici nell’orgoglio  partenopeo. Tutto ha origine nel 1926, quando l’Internaples Foot-Ball Club di Giorgio Ascarelli, nato nel 1922 e catapultato nella Divisione Nazionale dalla riforma del CONI fascista (che non accettava la separazione tra campionati del Nord e del Sud voluta dalla FIGC milanese-torinese), cambia nome, abbandonando l’inglesismo sgradito al regime e preferendo “Associazione Calcio Napoli”, antesignana della “Società Sportiva Calcio Napoli” (l’attuale SSC). Ma qui l’asino, ‘o ciuccio, non fa ancora la sua comparsa. Il simbolo della squadra nel suo primo anno di militanza nel campionato nazionale (stagione 1926-1927) era di tutto rispetto: un ovale azzurro (colore ufficiale borbonico) dai contorni dorati, con all’interno un cavallo bianco rampante, posizionato su un pallone e circondato dalle lettere A, C, N (Associazione Calcio Napoli). Un simbolo che trasudava fierezza e nobiltà. “Il Corsiero del Sole”, così chiamato in epoca borbonica, simboleggiava Napoli durante il Regno delle Due Sicilie. Poi fu scelto dagli Svevi per testimoniare l’indomabilità e l’impeto del popolo napoletano. Carlo di Borbone, affascinato dal cavallo e da ciò che simboleggiava per la città di Napoli, ne fece una vera e propria razza: puntò all’accoppiamento tra fattrici orientali e stalloni arabi, andalusi e inglesi ricevuti in dono. Nacque così la pregiata stirpe equina del “Cavallo Persano”, una delle più apprezzate razze al mondo per eleganza, bellezza e morfologia. Ciò fino al 1874, quando, dopo l’ultima e definitiva invasione del Sud operata dai Savoia, la razza del Cavallo Persano fu fatta sopprimere per decreto del nuovo governo, invidioso dell’eccellenza altrui. Intanto il cavallo rampante perdeva dunque il suo spessore simbolico per Napoli. La prima stagione del Napoli nel campionato nazionale, il primissimo davvero nazionale della storia, fu una catastrofe, dipanata tra 17 sconfitte in 18 partite e un misero pareggio con il Cagliari, senza peraltro riuscire a “gonfiare la rete”. Ora l’asino comincia a fare la sua comparsa. Si racconta che nel bar Brasiliano (poi Pippone), sito in Via Santa Brigida, dove peraltro era prima situato lo Stadio del Napoli, un tale tifoso partenopeo Raffaele […]

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Vignette di Mafalda, le più divertenti

Negli anni ’60 il vignettista argentino Quino, pseudonimo di Joaquín Lavado, dà vita alla sua più celebre creatura: Mafalda, l’energica e acuta bambina dai capelli ricci e neri preoccupata per i problemi che affliggono il mondo. Le vignette di Mafalda furono pubblicate per dieci anni (dal 1964 al 1973) sulla rivista El Mundo, così come sulle riviste di molte altre nazioni. Tra le tante vignette di Mafalda abbiamo scelto le quattro più divertenti e riflessive, che ben rappresentano il mondo di questa ribelle e intelligente bambina di sei anni entrata nell’Olimpo dei personaggi più iconici del mondo delle strisce a fumetti. Vignette di Mafalda, le quattro più significative Minestra con ricatto Come quasi tutti i bambini della sua età anche Mafalda non sopporta la minestra. Quino ha più volte voluto sottolineare questa avversione in molte delle vignette, ma questa che vi proponiamo è davvero divertente. La nostra eroina si trova seduta al tavolo faccia a faccia con l’odiato piatto e dalla cucina la madre minaccia di non darle il dolce se non mangerà la minestra. Mafalda si lancia allora in un’accesa filippica, con tanto di pugno che batte sul tavolo, con la quale rivendica il diritto di non mangiarla: «Sarei ben meschina se per una qualsiasi lusinga disertassi i miei princìpi, tradissi le mie convinzioni e vendessi il mio credo!». Peccato che basti la parola “meringhe” pronunciata dalla madre per far cedere Mafalda la quale, senza esitazione finisce per mangiare la minestra. Un mondo malato Nelle vignette di Mafalda un tema spesso ricorrente, come già anticipato, è quello dei problemi che affliggono il mondo. La nostra bambina sembra preoccuparsene seriamente, tanto da portare sempre con se un globo terrestre che tratta come se fosse una persona in carne ed ossa. Questo concetto è ben evidente in questa vignetta. Il padre di Mafalda osserva la figlia che ha poggiato il globo sopra una brandina e le chiede se il mondo è malato. Mafalda risponde di sì e l’uomo, credendo che si tratti di un gioco infantile, le chiede se il mondo ha la febbre. La risposta di Mafalda è spiazzante: «Ha un’infiammazione alle masse». La chiave di lettura della vignetta sembra risiedere in più di una possibilità: Mafalda infatti potrebbe riferirsi tanto alle “masse tettoniche” quanto al concetto di “massa” inteso come insieme dei popoli che non riescono a ribellarsi all’autorità. Sogni ad occhi aperti Tra i vari personaggi che popolano il mondo delle vignette di Mafalda c’è il suo amico Felipe. Ciuffo biondo e denti sporgenti, Felipe è il tipico sognatore ad occhi aperti poco incline allo studio e più portato nel progettare cose irrealizzabili. Questa vignetta ne è l’esempio perfetto. Felipe sta camminando per strada e si imbatte nella statua commemorativa di un certo dottor Juan Pufì che ne celebra l’opera. Felipe immagina allora che venga dedicata anche a lui una statua commemorativa che ha le sue sembianze e anche una dedica “per la sua opera”. Ben presto però il bambino si chiede per quale opera potrebbe mai essere […]

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Figure retoriche di suono e di significato, quali sono

Cosa e (quali) sono le Figure retoriche di suono e di significato? Nell’arte poetica ricorrono frequentemente alcuni “artifici”, modi particolari di servirsi delle parole che si allontanano dal normale uso linguistico e grammaticale: sono le cosiddette figure retoriche. La loro funzione è quella di comunicare una particolare carica emotiva. Poiché in poesia la parola non è usata solo nel suo valore denotativo ma si carica di sensi diversi da quello letterale, il poeta sente l’esigenza di potenziare l’efficacia delle immagini e di ravvivare il linguaggio per renderlo più espressivo: ricorre così a figure e simboli che contribuiscano a dare forza, vigore e musicalità a quanto intende comunicare. L’aggettivo “retorico” allude al fatto che si tratta di un abbellimento del linguaggio col quale si intende impressionare chi legge o ascolta. Bisogna aggiungere, però, che le figure retoriche non sono esclusive dello stile letterario o poetico. Ricorrono infatti anche nel comune parlare quotidiano, e in ogni tipo di linguaggio.  Ci sono varie categorie di figure retoriche, tra le più usate troviamo le figure retoriche di suono e di significato. Figure retoriche di suono e di significato, scopriamo quali sono Le figure di suono Le figure di suono riguardano il livello delle strutture foniche, la ripetizione, il parallelismo, la musicalità dei suoni; modificano il suono delle parole per ottenere un effetto poetico, diverso da quello del linguaggio comune. Si tratta di espedienti stilistici che conferiscono alla lettura del testo un particolare suono: dolce, aspro, piano, solenne, vivace. Tra le più comuni figure di suono si trovano: allitterazione, assonanza, consonanza, onomatopèa, paranomàsia. – allitterazione: ripetizione di una lettera (suono) o di un gruppo di lettere all’inizio o all’interno di più parole. Esempio: Di me medesimo meco mi vergogno (F. Petrarca) – assonanza: due parole sono legate da assonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse vocali, ma diverse consonanti. Esempio: Piove sui nostri volti silvani (G. D’Annunzio, da La pioggia nel pineto). – consonanza: due parole sono legate da consonanza quando nella loro parte finale (la parte che va dalla vocale che porta l’accento in poi) presentano le stesse consonanti, ma diverse vocali. Esempio: Tra gli scogli parlòtta la marétta (E. Montale, da Maestrale) – onomatopèa: è una parola o una frase che riproduce il suono o il rumore di una cosa o il verso di un animale. Esempio: Nei campi / c’è un breve gre-gre di ranelle (G. Pascoli, da La mia sera). – paranomàsia: accostamento di due parole che presentano suoni simili ma significato diverso. Esempio: sedendo e mirando (G. Leopardi, da L’Infinito) N.B. la figura retorica della paranomàsia non ricorre solo nel testo poetico ma anche nel parlato quotidiano (giochi di parole, frasi fatte, slogan pubblicitari), basti pensare a “detti” come “Ogni riccio un capriccio” o “Chi non risica non rosica”. Le figure di significato Le figure di significato incidono sul significato della parola, ampliandolo, connotandolo e rendendolo diverso dal senso comune; in questo caso l’effetto è prodotto da un uso particolare e inconsueto del significato delle parole stesse ed è chiamato in causa soprattutto il lessico. Esse sono utilizzate sia in prosa, sia in poesia […]

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Youtuber italiani, chi sono e cosa li rende famosi

Scopriamo insieme chi sono gli youtuber italiani più famosi! YouTube è la piattaforma web che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video per eccellenza; negli ultimi tempi è utilizzata soprattutto per seguire una figura che negli ultimi anni ha avuto sempre più sviluppo e spazio nell’ambito del web: lo youtuber. Gli youtuber italiani sono tantissimi, sia coloro che registrano molti iscritti, sia quelli che, pur avendone pochi, riescono comunque a raggiungere un determinato pubblico. Esistono diversi canali YouTube che offrono contenuti vari, dalle rubriche di cucina, ai consigli make-up, dai suggerimenti o influenze di tipo commerciale, al mondo dei libri. Insomma, un vero e proprio mondo cui attingere e ispirarsi. YouTube, dopo Google, è la piattaforma web più visitata, con oltre un miliardo di utenti al mese che accedono ad oltre 4 miliardi di video al giorno. Gli utenti del web guardano i video principalmente per due motivi: per imparare qualcosa e risolvere un problema oppure semplicemente per passare del tempo. Dunque, ogni youtuber è perfettamente consapevole, in base all’impronta che decide di dare al proprio canale, della tipologia di video da pubblicare e del pubblico cui essi sono rivolti. Più il video sarà originale e attinente al tema del canale, più esso diventerà “appetibile”. Nel nostro Paese, i video più seguiti, sono quelli degli youtuber italiani che si occupano di ASMR, una vera e propria tecnica di rilassamento. Gli youtuber italiani che scelgono i video ASMR sono vari, ma tra i più seguite c’è “Chiara ASMR”; Chiara è una giovane ragazza che sussurra ai propri iscritti parole dolci, melodie, producendo suoni, sinfonie, e che è riuscita a collezionare quasi cento milioni di visualizzazioni su YouTube con l’arte di abbassare i toni. A giugno 2018 una ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield ha dimostrato che, mentre si guardano i video ASMR, nelle persone che provano i famosi formicolii, la frequenza cardiaca si riduce significativamente, in media di 3,14 battiti al minuto, e aumenta notevolmente il rilassamento. La youtuber citata ha scelto di improntare il proprio canale sull’ASMR, che non tutti amano, non tutti comprendono e, soprattutto, di cui non tutti beneficiano, ma, con tenacia e passione, è riuscita a collezionare sempre più visualizzazioni, regalando piacere e gioia a chi la segue. YouTube: crescita progressiva di contenuti YouTube è in progressiva crescita, quindi è importante seguire con costanza tutte le fasi di produzione e pubblicazione dei video, oltre a tutti i contenuti strettamente collegati, come: informazioni, descrizioni, didascalie, sottotitoli. In questo senso è importante stabilire una relazione duratura con i propri iscritti, interagendo con loro in modo costante. Ovviamente YouTube offre anche la possibilità di divertirsi e sorridere, con video leggeri e ironici al tempo stesso. Anche l’umorismo è un elemento interessante, in quanto crea uno spirito di gruppo. YouTube aiuta a instaurare un rapporto speciale tra follower e youtuber, facendo diventare i contenuti quasi una proprietà comune. È il caso di due youtuber italiani, Sofia Scalia e Luigi Calagna, ovvero i “Me contro Te”, la coppia […]

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Social network: quali sono i più conosciuti ed utilizzati

Il termine social network tradotto in italiano significa “reti sociali”; essi rappresentano una sottocategoria dei social media. Il primo social network ad essere riconosciuto come tale fu lo statunitense Sixdegrees.com, lanciato nel 1997 dalla MacroViewCommunications con sede a New York. Si tratta del primo sito ad offrire agli utenti la possibilità di creare un proprio profilo pubblico online, di gestire una lista di contatti e di interagire con altri utenti attraverso messaggi privati. Nella storia del web tutto ebbe inizio nel 2002, quando Internet divenne una piattaforma multinazionale, all’interno della quale gli utenti possono condividere contenuti, basando le proprie attività sull’interconnessione tra produttori e utilizzatori finali. Inoltre, l’avvento dei cosiddetti social network è stato favorito dall’evoluzione delle nuove tecnologie di connessione, che consentono uno scambio di contenuti molto più rapido rispetto al passato. Quali sono i social network più famosi Tra i più famosi social network il primo da menzionare per utilizzo e fama è Facebook, creato e sviluppato nel 2004 da Mark Zuckerberg; ovviamente è uno dei tanti social esistenti, che però si distingue tra tutti poiché le ultime stime parlano di circa 175 milioni di iscritti nel mondo (in Italia circa 7 milioni). Facebook, almeno inizialmente, non presentava nessun aspetto che lo discostasse dagli altri social esistenti: era semplicemente una community, grazie alla quale tutti potevano creare un profilo personale e comunicare con amici, parenti, anche di vecchia data, oltre a poter postare foto o video. Altro social network famoso è Twitter, il cosiddetto “social dei cinguettii” (dal quale deriva il nome, legato al verbo inglese “to tweet”, appunto, cinguettare) nato nel 2006. Si tratta di una piattaforma gratuita, che permette di condividere messaggi non superiori ai 140 caratteri, con la possibilità di allegare anche foto o indicare la propria posizione geografica; tale social network è utilizzato anche da numerosi professionisti, per pubblicizzare attività commerciali e per instaurare un rapporto diretto con le persone. Naturalmente, ogni utente può liberamente creare una propria pagina, cioè un profilo in cui inserire informazioni come nome e cognome, foto profilo, copertina, breve biografia personale ed eventualmente un sito. Oramai sono sempre più numerose le persone, che si tratti di aziende o di semplici utenti, che possiedono un blog o un sito personale, curati nei minimi dettagli e ai quali si dedicano costantemente, condividendo anche aspetti personali, o anche solo per farsi conoscere. A tal proposito, un altro social network molto utilizzato è Instagram; si basa proprio sulla condivisione di contenuti (brevi video o fotografie) da gestire con i cosiddetti “hashtag”, ossia delle parole chiave che permettono delle interazioni rapide e ad ampio raggio di azione. Instagram attualmente risulta il social network più utilizzato dalle aziende per monitorare i comportamenti e le attitudini commerciali degli utenti. Un altro dei tanti social network esistenti, particolarmente indicato per chi desidera investire nella propria attività e farsi conoscere, è Linkedin: un social network disegnato specificatamente per chi è interessato a fare business. L’obiettivo del sito è quello di registrare membri che condividano con gli altri le proprie […]

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La carta carburante e i suoi benefici

Prima di parlare delle carte carburante, è importante precisare la differenza tra la carta carburante e la scheda carburante. La prima è solitamente una prepagata che viene fornita dall’azienda al dipendente per pagare diesel o benzina durante gli spostamenti di lavoro, mentre la seconda è un documento che serve principalmente alle aziende o ai professionisti per detrarre l’IVA per l’acquisto di benzina, diesel o gas. La carta carburante è dunque un metodo di pagamento che viene adottato per tracciare le spese per il consumo di carburante e permettono a privati, liberi professionisti e aziende una più semplice gestione dei consumi relativamente agli spostamenti di lavoro. Alcune vengono emesse con il nome della società e il numero di targa del veicolo stampato, per poter raccogliere i dati di quella specifica carta. Le carte finalizzate al pagamento di rifornimenti permettono al consumatore di usufruire di alcuni servizi e numerosi benefici. Per prima cosa propongono una semplificazione della certificazione dei rifornimenti effettuati e una semplificazione della gestione dei consumi a fini fiscali. In secondo luogo garantiscono una superiore sicurezza nel controllo dei rifornimenti determinando in questo modo un considerevole risparmio, dovuto alla riduzione dei costi e alle numerose offerte sul prezzo del carburante. Quanti tipi di carte ci sono? Le carte carburante possono essere almeno di due tipologie: la carta carburante pura e quella multifunzione. La carta carburante pura è destinata solo al pagamento, la gestione e la certificazione dei rifornimenti. Consentono di controllare e gestire in maniera personalizzata un’intera flotta di auto a disposizione delle aziende e possono essere usate per effettuare acquisti di carburante e lubrificante. La carta multifunzione è una carta prepagata che può essere usata per diversi tipi di pagamento ed ha il pregio di semplificare la gestione della certificazione dei rifornimenti. L’uso di queste carte è in particolar modo utile per le aziende perché facilita la scelta dei distributori in cui fare rifornimento e permette di stabilire limitazioni sul prezzo, l’ora, la data, in funzione della regione da percorrere. La carta può essere brandizzata e usata presso alcuni distributori (Q8,Eni, etc), oppure utilizzata presso qualunque distributore. La novità: Soldo Drive Soldo Drive è la prima carta carburante elettronica messa a disposizione dal circuito MasterCard. Grazie ad essa si potranno sostituire le vecchie carte carburante e rispettare la normativa riguardante la nuova fatturazione elettronica entrata in vigore a gennaio 2019. Ha una funzionalità simile a quella di una carta ricaricabile, poiché è collegata ad un conto corrente Soldo Drive cui si avrà accesso al momento della registrazione al sito. E’ possibile collegare le carte, ricaricarle in pochi secondi, direttamente dal conto on-line e controllare di volta in volta le spese effettuate. Grazie a questa carta si potranno scaricare i costi e l’IVA riguardanti questa spesa direttamente da Computer o smartphone. La carta Soldo Drive garantisce sicurezza alle aziende perché può essere bloccata e sbloccata istantaneamente e garantire limiti di spesa mensili, settimanali e giornalieri anche per ogni singola operazione. fonte immagine: Newsauto

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Fun e Tech

Giochi di società per adulti – la top 10 dei party-game

Chi l’ha detto che i giochi da tavolo sono roba per bambini? I giochi di società per adulti sono un must per arginare la noia nelle serate tra amici: basta scegliere quelli giusti. Strategia, fortuna, velocità: non è importante in che modo si arrivi alla vittoria, ciò che conta è che sia divertente. Ecco, quindi, una lista di 10 giochi di società per adulti (alcuni molto diversi tra loro), per soddisfare tutti i gusti. Giochi di società per adulti – i migliori 10 1. DIXIT – Un’immagine vale più di mille parole Ottimo passatempo per chi è dotato di intuizione e capacità comunicativa. Il gioco è composto da un tabellone e 84 meravigliose carte illustrate. A turno si sceglie un narratore che ha il compito di descrivere una delle proprie carte, che gli altri giocatori tenteranno di indovinare. A seconda del numero di persone che riescono ad indovinare la carta, ogni giocatore procede con dei passi avanti sul tabellone. Vince ovviamente il primo che arriva alla fine del percorso. Il funzionamento del gioco è semplice e chiaro, fin dal primo giro diventa impossibile sbagliare. Unica pecca il numero ridotto di partecipanti possibili (da 3 a 6), che lo rende inadatto a gruppi numerosi. 2. DRINKOPOLI – il gioco che vi annebbierà i ricordi Forse uno dei giochi di società per adulti per eccellenza, ed infatti è vietato ai minori di 18 anni. Per questo gioco l’elemento fondamentale è soltanto uno: l’alcol. Nella scatola troviamo un tabellone con numerose caselle su cui spostare le pedine. Ogni casella indica un’azione da svolgere, una carta da pescare o suggerimenti divertenti. Ci si può aspettare di tutto da “prosegui di tre caselle” a “beve soltanto il più basso” o “beve chiunque indossi un jeans”. Classico intrattenimento adatto ad una festa di Capodanno o ad una nottata in compagnia. L’obiettivo del gioco, forse, è semplicemente quello di arrivare alla fine evitando un coma etilico. 3. TABOO – il gioco delle parole vietate! Come escludere Taboo da questa lista di giochi di società per adulti? E’ un party-game famosissimo in cui è possibile giocare anche in tanti, basta dividersi in due squadre. Ne esistono diverse versioni, ma il principio è sempre lo stesso: l’obiettivo è far indovinare una parola alla propria squadra senza pronunciarne altre “vietate”. Per esempio, come far indovinare la parola “lampo” senza mai dire “Temporale; rumore; suono; pioggia; nuvole”? Con un po’ di inventiva le risate sono assicurate. 4. RISIKO Un gioco basato sulla strategia che conta numerosi “professionisti” in tutto il mondo. Le regole sono più numerose e articolate rispetto ai giochi precedenti, ma basta prenderci la mano per adorare questo gioco di guerra ed eserciti. E’ possibile giocare da 3 a 6 giocatori, ognuno dei quali possiede un’armata di colore diverso con cui attaccare gli avversari. Il tabellone di gioco è suddiviso in 6 continenti: Nord America, Sud America, Europa, Africa, Asia e Oceania (che comprende Australia, Indonesia e Nuova Guinea). In totale sono disponibili 42 territori, ognuno dei quali può […]

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Libri

Luna rossa, Kim Robinson e la Fanucci ancora insieme

“Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson, autore della fortunata  e pluripremiata “Trilogia di Marte” è qui edito da Fanucci Editore nella collana Narrativa. Luna Rossa, un viaggio dove siamo già stati Caleidoscopico. Appena finito un libro da recensire, mi fermo sempre qualche giorno a pensarci su e a cercare una parola, una singola parola che lo riassuma totalmente e da cui far partire tutto. Un solo termine, secco. Caleidoscopico è la parola chiave per “Luna Rossa” di Kim Stanley Robinson. Come ci avvisa lo strillone in copertina, siamo dinanzi ad un’opera fantasy. Robinson, per chi lo conosce, è uno degli autori fantasy più in auge del momento. Eppure quest’opera vira chiaramente su altre tematiche e stili nel mostrarsi al pubblico, usa gli aspetti fantascientifici come sfondo, prendendo a piene mani da quel mondo immaginario a cui siamo già abituati e educati ormai, senza aggiungerci nulla di veramente nuovo e rivoluzionario. Lontani dal solito brand, dall’idea che maestri come Asimov e Dick ci hanno dato di genere fantascientifico, Robinson scegliere di porre il focus del lavoro su un caso da risolvere, su un colpevole da trovare e un rocambolesco groviglio di personaggi e avvenimenti che sta al lettore districare con cura pagina dopo pagina. Insomma, più che fantasy, direi puro noir. Non troviamo l’azione ad ogni costo in questo libro, né dialoghi da cardiopalma e taglienti come lame, è più uno studio sull’uomo e sul suo spettro emotivo. Una riflessione che l’autore sembra voler fare sul mammifero più diffuso sulla terra, lasciandosi andare spesso a variazioni sul tema e voli pindarici. Non c’è una narrazione diretta e precisa, è un trattato, quello che Robinson fa, e sceglie di farlo con lentezza e parsimonia. Usa un ritmo discontinuo, preme sull’acceleratore e poi frena bruscamente, e concede grandi lezioni antropologiche e storiche al lettore, imponendo così il suo stile e prendendosi in pieno il rischio di condurre lontano il lettore dalla trama principale. Non è un cattivo libro quello che ci troviamo a stringere tra le mani, alla fine. Neppure un libro eccelso, bisogna dirlo. Una lettura assolutamente godibile e di qualità, ma non imprescindibile. Il consiglio è di non pensare di ingoiarlo in un sol boccone, come certi lupi fanno con le bimbe indifese e certi lettori con i libri che hanno amato, ma di sorseggiarlo, come un tè caldo e rilassante nell’ultima ora di luce della giornata, finché non si freddi il giusto per poterne sentire tutto il sapore.

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Black Hammer: Volume 3 – l’Era del Terrore ha inizio

Con l’uscita il 28 marzo di Black Hammer – Volume 3 la Bao Publishing prosegue la pubblicazione della serie a fumetti Black Hammer di Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart. Come già anticipato nel secondo volume c’è un “cambio di serie”, ora denominata Black Hammer: Age of Doom. Questo terzo volume ne raccoglie i primi cinque numeri sotto il nome di Black Hammer: l’Era del Terrore parte 1. I precedenti volumi del fumetto narrano il passato dei supereroi Abraham Slam, Barbalien, Black Hammer, Colonnello Weird, Golden Gail e Madame Butterfly. Per proteggere la città di Spiral City, sconfiggendo il despota cosmico Anti-Dio, i sei assieme a Talkie-Walkie, l’aiutante robotica del colonnello, si ritrovano bloccati in un mondo dove i supereroi non esistono. Poco dopo Black Hammer muore nel tentativo di lasciare quella “prigione” dove i suoi compagni di sventura rimarranno intrappolati per un decennio, senza alcuna novità fino all’arrivo improvviso di Lucy Weber. Figlia di Black Hammer, alla fine del precedente volume era divenuta lei stessa una supereroina grazie al martello del padre. In questo terzo volume di Black Hammer sarà lei, anche affrontando un viaggio tra altri mondi e dimensioni, ad aiutare gli altri supereroi. Riuscirà infatti a risolvere l’enigma del loro esilio, con una risposta che solleverà molte altre domande e problemi. Un’anteprima del fumetto a cura della Bao Publishing Black Hammer: l’Era del Terrore parte 1 – continuo di L’Evento In questo volume, grazie al viaggio di Lucy Weber, l’ambientazione principale si sposta dalla fattoria e da Spiral City ad un insieme di mondi paralleli, abitati da creature bizzarre od inquietanti, immerse in atmosfere da incubo. Queste non richiamano più i fumetti della Golden Age, si fanno anzi più cupe ed inquietanti, grazie ai nuovi intrighi legati all’esilio ed ai mondi paralleli attraversati da Lucy. Si arriva al punto in cui nemmeno il mondo/prigione rurale nel finale non è più così tranquillo, con l’azione che finalmente lo travolge dopo anni di sonnolenza. I ritmi della narrazione sono meno veloci dei fumetti precedenti, ed è necessario l’intero volume a svelare il mistero dell’esilio, ma restano avvincenti, anche per via dei viaggi interdimensionali di Lucy. Infatti lungi dall’essere un diversivo per allungare la trama, mondi e personaggi che incontra sono accattivanti e singolari. Per questo il volume è godibile anche senza aver letto i precedenti, tuttavia per poter seguire agevolmente la trama sarebbe meglio averli letti prima di iniziare questo terzo volume della serie. Il tutto si chiude con un cliffhanger che lascia con il fiato in sospeso ed impazienti di sapere come proseguiranno le storie dei protagonisti della serie. Francesco Di Nucci

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Pierfranco Bruni e La leggenda nera | Recensione

Nato in Calabria, archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, Pierfranco Bruni ricopre numerosi incarichi istituzionali riguardanti la cultura e la letteratura anche all’estero. Dopo la pubblicazione di saggi, racconti, raccolte di poesie e romanzi, occupandosi soprattutto di letteratura italiana ed europea del Novecento, è oggi in libreria con La leggenda nera. L’Inquisizione tra storia e cinema, pubblicato dalla Ferrari editore. Cos’è la leggenda nera? Il saggio breve di Pierfranco Bruni Un saggio breve ma pieno di parentesi e considerazioni storico-filosofiche quello del Professore Pierfranco Bruni, che si dipana attraverso i secoli alla ricerca dei momenti topici della “leggenda nera” dell’Inquisizione. Prima però di addentrarci nelle attente valutazioni di Pierfranco Bruni sull’Inquisizione tra storia e cinema, è utile ricordare cos’è la “leggenda nera” e cosa è stato detto a riguardo. Siamo nel Cinquecento quando contendendosi l’Atlantico, l’Inghilterra inizia una dura lotta propagandistica contro la nemica Spagna, allora centro nevralgico di grande potenza; al fine di limitarne sia la grandezza politica che la nomea di terra di conquistatori, secondo una recente teoria revisionista, la verità sull’Inquisizione – che secondo la documentazione storica funzionava come un qualsiasi tribunale – sarebbe stata distorta per infamare l’Impero spagnolo, che ben presto assunse le caratteristiche di una realtà terrificante e crudele. Al termine Inquisizione quindi venne ben presto affiancato quello di “leggenda nera”, a causa delle sue procedure di giudizio, dell’utilizzo indiscriminato della violenza e delle torture inferte agli imputati, privi di qualsivoglia possibilità di difesa. Una visione alla quale ha partecipato anche la Chiesa ufficiale, per stabilire l’ordine tra il giusto e lo sbagliato. Infatti, tuttora nei libri di storia ci viene insegnato che l’Inquisizione fu davvero così atroce e va considerata come un’eccezione. Passeggiando attraverso un percorso che va dai fatti storici, tra l’Inquisizione spagnola e poi cattolica, Pierfranco Bruni compie, senza dimenticare il rigore logico e accademico, un confronto con quella parte della cinematografia che si è occupata della “leggenda nera”; dando ovviamente risalto alle eclatanti condanne tra le più celebri come quella inferta a Giordano Bruno e Galileo Galilei, l’autore vi inserisce nell’excursus anche la caccia alle streghe, legata alla violenza e alla persecuzione proprie dell’Inquisizione. «C’è uno stretto legame tra Inquisizione e immaginario. […] È doveroso affidarsi ai fatti, alle storie, alle cronache, ma il più delle volte diventa necessario percepire, intuire e lasciarsi catturare dalle emozioni di una storia, di un vissuto, di un destino. Inquisire è accusare, ma non significa avere ragione». Piacere, innocenza e fuoco. Sono questi tre concetti che Pierfranco Bruni dice di ritrovare nella cinematografia dedicata alla “leggenda nera”; ciò sottintende come, alla luce di tutto il saggio, l’arte può imbellettare il tragico e rappresentarlo come il bello: ed è alla fine proprio ciò che fa un film o un libro, con l’immaginazione, la fantasia, la “spettacolarizzazione”. Come utile confronto tra Inquisizione e cinema, con lo zampino sempre presente della letteratura, nel saggio è citato Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud, il celebre film tratto – si deve assolutamente sottolineare  che fu liberamente tratto – […]

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Libri

I provinciali: recensione del romanzo di Jonathan Dee

In libreria dal 4 aprile “I Provinciali” di Jonathan Dee, già finalista al premio Pulitzer. Edito da Fazi con la traduzione di Stefano Bertolussi, I Provinciali è un romanzo corale in cui, attraverso i pensieri e le voci dei vari personaggi, si mette in scena il vero volto dell’America moderna, ben diverso da quello perfetto e patinato che è parte dell’immaginario comune. Se, infatti, pensiamo all’America, immaginiamo villette monofamiliari abitate da persone ricche, felici, bionde e sorridenti; creiamo, nella nostra mente, l’immagine di scuole bellissime e funzionanti e di piccole cittadine in cui tutti aiutano tutti. Ebbene, il romanzo di Jonathan Dee non fa altro che scardinare tutte le nostre false convinzioni, mostrando un’America cinica e animata dal rancore e dal desiderio di rivalsa, fotografata negli anni dal post undici settembre fino alla crisi economica. I Provinciali di Jonathan Dee: la trama Howland, Massachusetts. Mark Firth è un imprenditore edile con grandi ambizioni ma scarsa competenza negli affari, tanto da aver affidato tutti i suoi risparmi a un truffatore; lo sa bene sua moglie Karen, preoccupata per l’istruzione della figlia: sarebbe davvero oltraggioso per lei se la piccola dovesse ritrovarsi nei pericolosi bassifondi della scuola pubblica. Il fratello di Mark, nonché suo eterno rivale, è un agente immobiliare che ha mollato la precedente fidanzata sull’altare e ha una relazione con la telefonista della sua agenzia. C’è poi Candace, la sorella, che è insegnante alla scuola pubblica locale e coltiva una storia clandestina con il padre di una delle sue allieve. Gli abitanti della cittadina sono tutti accomunati dalla diffidenza nei confronti dei turisti della domenica, abitanti della grande metropoli che possono permettersi una seconda casa in provincia: gente disposta a spendere cinque dollari per un pomodoro, perché ignora il valore di un pomodoro quanto quello di cinque dollari. Sarà proprio uno di loro a far precipitare il fragile equilibrio della comunità. In seguito all’Undici Settembre, infatti, il broker newyorkese Philip Hadi, sapendo grazie a “fonti riservate” che New York non è più un posto sicuro, decide di traslocare a Howland insieme a moglie e figlia. Arriverà a tentare la carriera nella politica locale, suscitando idolatria in alcuni e odio feroce in altri. Lo spietato ritratto dell’uomo medio Attraverso la sua scrittura spigolosa, pungente e divertente, Jonathan Dee crea un microcosmo in cui tutti  i rapporti appaiono guidati dalla logica dell’utilitarismo e dalla disillusione comune. È l’autore stesso che, attraverso le parole di uno dei personaggi, mette in guardia il lettore dal finto buonismo e dalla carità fasulla che anima i Newyorkesi del post-11 settembre. Egli pare volerci dire, fin dall’inizio del romanzo, che non bisogna tener conto delle impressioni, perché ciò che appare non sempre coincide con ciò che realmente è.  Dietro la linda e compunta facciata di empatia e interessamento per il prossimo, si nasconde un cinico risentimento e un desiderio di sopravvaricare gli altri. Di fregare il prossimo prima che lui freghi te.  D’altra parte, tutti i personaggi dell’ecosistema provinciale creato da Jonathan Dee, sono estremamente complessi  e […]

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Napol e Dintorni

Food

Gran Caffè Romano: un’eccellenza tra grandi lievitati e mixology

Gran Caffè Romano: espressione di Irpinia Tutto il resto d’Italia, da qualche anno sembra aver ri-scoperto l’Irpinia: una terra con una tradizione ricchissima da un punto di vista gastronomico: dalle carni, alle zuppe, ai vini ovviamente che sono in gran ribalta, finendo con i dolci. Una terra che ha moltissimo da offrire in ogni campo e che sta vivendo un momento tutto nuovo, affacciandosi sul mondo. Nella provincia di Avellino, Solofra è crocevia di diverse realtà industriali, e da qualche anno anche di realtà gastronomiche. Tra queste, spicca sicuramente il Gran Caffè Romano, bar-pasticceria che negli ultimi anni fa incetta di premi nazionali e soprattutto porta alcune novità che nel campo della pasticceria finora hanno stentato a trovare una collocazione: l’offerta dei dolci di matrice campana ed italiana è vasta e ben eseguita, oltre a granite e gelati; ma la storia si fa ancora più interessante quando ci dedichiamo ai loro grandi lievitati festivi (colomba e panettone) e soprattutto all’offerta di cockail e liquori da fine pasto offerta dal Gran Caffè Romano, che ben si accompagna all’aperitivo oppure – perché no! – all’offerta di dolci proposta. Il successo di questo binomio tra alcolico e dolci si sta rivelando solido nel tempo: infatti, le proposte dei fratelli Romano viaggiano per il mondo anche attraverso la partecipazione  ad importanti fiere del settore alimentare. Gran Caffè Romano: la passione per i lievitati Il Gran Caffè Romano, guidato dai fratelli Raffaele e Gianfranco Romano, sta vivendo una forte e produttiva crescita soprattutto con i grandi lievitati.I progetti maggiori in questo campo del Gran Caffè Romano sono Pantheon (panettone artigianale) e Venus (colomba), hanno portato ottimi risultati in Irpinia a livello nazionale. Il lato pasticceria è curato da Raffaele. Il panettone Pantheon, nome che riprende lo splendido monumento, ha partecipato e vinto lo Sweety of Milano per il miglior panettone tradizionale nel 2018; successo che si è replicato con Venus, la delicatissima colomba messa a punto dopo molto studio per la Pasqua. La colomba Venus, invece, ha portato in casa irpina poche settimane fa la medaglia di bronzo come miglior colomba nell’ambito della prestigiosa kermesse indetta dalla Federazione Internazionale Pasticceria, Gelateria e Cioccolateria (Fipgc). Gran Caffè Romano: la colomba Venus, l’assaggio In effetti, un premio per la colomba Venus ci sta tutto. Il packaging è lussuoso, nei toni del rosa antico e tonaca di frate, logo impresso sulla scatola e nome della colomba sul fronte, in bei caratteri vintage che rievocano tempi passati. Una volta fatto l’unboxing, la colomba Venus è bellissima a vedersi, elegante e slanciata, giustamente corposa al centro senza eccessi. Una volta tagliata, la pasta del lievitato “fa il filo”, cioè si sfilaccia tra le mani, così come dovrebbe fare un grande lievitato prodotto in maniera corretta. L’odore preminente è quello di burro, con una lieve nota tostata; i canditi sono belli da vedere, caramelle golose fatte di arancia e limoni biologici, una leccornia da gustare quasi da soli. La glassa sopra è bella uniforme, con gli zuccherini decorativi grandi, così come […]

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Colomba pasquale: 10 da provare in Campania

Colomba pasquale: diciamoci la verità, è tradizione da pochi decenni. Si è diffusa di più negli ultimi anni. La sorella minore del lievitato che spopola da qualche anno a questa parte – Sua Maestà il Panettone, declinato in Milanese e Campano ormai – la Regina Colomba Pasquale sembra non spiccare mai propriamente il volo della notorietà. Complici sicuri diversi fattori: il tempo abbastanza risicato delle festività pasquali, la diffusione – giusta – dei dolci tipici del periodo ancora molto forte, oppure le uova di cioccolato in ogni foggia, misura e gusto (graditissime dai bambini). Un vero peccato: perché la colomba pasquale (che sia essa classica oppure farcita con creme, o ancora salata!) ottiene delle ottime performance nelle mani di esperti pasticcieri. La colomba pasquale, come simbolo, in realtà affonda le radici nel regno lombardo del VI secolo: il re Alboino conquistò Pavia nel 572 d.C.; i cittadini riuscirono ad ingraziarsi il nuovo sovrano offrendogli pani dolci lievitati a forma di colomba. L’altra leggenda, sempre del VI secolo, riguarda il miracolo di San Colombano: durante la quaresima trasformò la selvaggina in pane dolce e zuccherato, permettendo così ai credenti di cibarsi in quel periodo. La colomba pasquale moderna è frutto di un grande pubblicitario, l’avreste mai detto? Signore e signori, Dino Villani, pubblicitario dell’azienda Motta, oltre a creare il logo, perfezionò un business che era soltanto stagionale: quello dei dolci natalizi. Si riprese così la forma della colomba, la si declinò nel pirottino, il resto è stata storia. Così tanto storia che oggi la colomba si fregia del PAT, Prodotti Agroalimentari Tradizionali italiani. Solitamente, la colomba pasquale differisce dal panettone per l’assenza di uvetta nell’impasto (ma qualcuno l’aggiunge), ed ovviamente per la forma. La forma della colomba può incidere su lievitazione e cottura: infatti, la parte centrale è più gonfia e ben lievitata/cotta, mentre le ali potrebbero avere difetti in questi senso. La nostra Pasqua è iniziata presto: la scorsa settimana abbiamo assaggiato un certo numero di pastiere napoletane; abbiamo chiamato in causa gli stessi pasticcieri campani (più qualche new entry), per vedere come se la cavano con la colomba, dolce “importato”. Questa è la nostra pratica guida con i consigli per gli acquisti per le colombe pasquali in Campania in ordine assolutamente sparso. Non dimenticate di segnalarci le vostre preferite! Pasticceria Pansa, Amalfi Ci troviamo nel tempio del limone, della delizia al limone e di tanti altri buonissimi dolci costieri. Bellissimo l’incarto a mano, classico, della colomba pasquale della Pasticceria Pansa di Amalfi. La carta è quella lussuosa di Amalfi, fatta a mano dai migliori cartai, con il nastrino tipico del “cartoccio di paste” ad avvolgere il nostro lievitato. Meno zuccherini in questo caso, con mandorle grosse e una crosta lievemente più asciutta, che dona consistenza. Tra gli ingredienti spicca il sale artigianale di Trapani e la bacca di vaniglia Bourbon. Al taglio, il lievitato si presenta compatto, facile da tagliare, con pasta setosa. Il sentore di vaniglia e burro è minimo, godibile anche dai palati più raffinati. Un regalo […]

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Di Pizza: il format della pizza fa tappa a Salerno

Di Pizza è il nuovo format di eventi che ha l’obiettivo di far incontrare le pizzerie più rappresentative del territorio con un selezionato pubblico di esperti di settore, giornalisti, blogger e opinion leader del mondo food. Avrà sette appuntamenti che attraverseranno l’Italia. Per ogni città verranno individuate le sette realtà pizzaiole d’eccellenza che saranno protagoniste dell’evento, con performance live e momenti di presentazione della propria attività e confronto con media e appassionati del settore, per raccontarsi e migliorarsi. Dopo la tappa di Milano l’8 novembre 2019 e quella di Salerno (1° aprile 2019), arriverà a maggio a Verona. Di Pizza: come nasce? È un evento a marchio Dissapore (www.dissapore.com) e della neonata realtà Garage Pizza: insieme, questi due modi totalmente innovativi di raccontare il cibo si propongono di indagare nelle eccellenze riconosciute e meno riconosciute di tutta Italia, entrando nelle pizzerie, mostrando un nuovo modo di comunicare il cibo e la persona. Garage Pizza sarà dalla mentalità mobile oriented, senza sacrificare la scrittura, spesso dimenticata. Di Pizza: tappa a Salerno – 1° aprile, I Borboni (Pontecagnano Faiano) La seconda tappa  (la prima in Campania) si è svolta il 1° aprile a Pontecagnano Faiano: ospiti della pizzeria I Borboni, c’è stata l’esibizione dei “Magnifici Sette” e la premiazione dei “Sottosopra”, cioè di altri sette tra i migliori pizzaioli di Salerno e provincia. Presenti anche gli sponsor delle tappe: Molino Denti (con la sua selezione di farine per pizza e panificazione), Birrificio Balabiott (con la sua nuova linea di birre), Salvatore Martusciello Wines (con il suo Gragnano), Solania srl (con la sua selezione di pomodori: San Marzano DOP, pomodoro pelato lungo, pomodoro giallo), Fior d’Agerola (con latticini e formaggi). Buffet dolce offerto dalla Pasticceria Palumbo, di Roccapiemonte, specializzata in creazione farcite al pomodoro, tra le quali la famosa zizzinella: uno scrigno ripieno di ricotta di bufala e con perline di confettura al pomodoro San Marzano. Dopo un abbondante finger food ed un altrettanto abbondante “menu caldo” dedicato a mini arancini in varie declinazioni offerto dai padroni di casa, si è passati rapidamente all’esibizione dei sette pizzaioli chiamati: Madia – con Francesco Miranda: datterino giallo, provola affummicata, pancetta arrotolata di Gioi Cilento, scaglie di cacioricotta di capra, fili rossi di peperoncino In Voga – con Fabio di Giovanni: pizza con crema di zafferano, chips di riso e foglia d’oro edibile; L’oro di Napoli – con Pierino Cardonia: pizza con pomodoro San Marzano DOP, mozzarella di bufala e perline di mozzarella di bufala; La locanda dei feudi  – con Francesco Capece: pizza con pomodoro, sbriciolata di salsiccia pezzente, barilotto di bufala e basilico ‘o sarracin – con Angioletto Tramontano: pizza con base di crema di zucca, salsiccia rossa di Castelpoto, melanzane arrostite, mozzarella misto bufala, rughetta. I Borboni – con Daniele Ferrara e Valerio Iessi: pizza con fondo di pomodoro giallo, all’uscita: stracciata di bufala, maionese di riccio di mare, pesto di menta con noci di Sorrento e zeste di limone. Resilienza – con la crew intera di Gennaro Coppeta: pizza con provola, pesto […]

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Pastiera napoletana: storia e consigli per gli acquisti

Pastiera napoletana: già il nome è godurioso, nulla manca a questo dolce partenopeo ricco di ingredienti e sapore. Tradizionalmente preparato durante la Pasqua (e quindi, in primavera), intorno a questo dolce ruotano leggende, storie e aneddoti. Sovente, la pastiera napoletana originale è preparata in casa da veri team di maestri pasticcieri casalinghi: è una preparazione lunga e laboriosa, dove i differenti ingredienti richiedono attenzione e maestria. C’è chi compra il grano per il ripieno ancora da cuocere, c’è la crema da fare, la sottile pastafrolla, la ricotta da setacciare. Una ritualità che non sembra scomparsa nel tempo, anche a fronte della miriade di dolci pasquali proposta, tra i primi uova di cioccolato e colombe. Pastiera napoletana: miti, leggende e qualche risata Un piatto così abbondante rimanda facilmente ai miti di Cerere, alle funzioni celebrative primaverili di rinascita. Molte le storie, alcune davvero leggendarie, che ruotano intorno alla nascita della pastiera napoletana. La prima fa risalire il nostro dolce addirittura alla sirena Partenope, dandogli così una connotazione pagana: gli abitanti del golfo, per ingraziarsi la sirena che aveva scelto quel luogo dove abitare, le inviarono sette bellissime fanciulle cariche di doni della natura: farina, grano, zucchero, ricotta, acqua di fiori d’arancio, uova, spezie. La sirena mischiò insieme gli ingredienti: da qui nacque la nobilissima pastiera napoletana. Ancora una leggenda lega la pastiera napoletana al mondo dei pescatori: le mogli di questi ultimi, a quanto pare, solevano lasciare doni al mare affinché i loro mariti ritornassero (e a reti piene, s’intende). Cesti ricchi di doni (grano, farina, ricotta, fiori d’arancio, uova) venivano lasciati sulla riva. Un mattino, dopo questo solito rituale, le donne non solo videro i loro mariti tornare, ma il mare aveva mischiato gli ingredienti e dato loro un dolce particolarissimo. Qui è decisamente chiaro il simbolismo degli ingredienti: il grano la fecondità, le uova la vita che nasce, la farina la ricchezza, i fiori d’arancio il profumo della terra, lo zucchero la dolcezza. Altra leggenda, forse più veritiera, attribuisce la creazione della pastiera napoletana alle monache di un indefinito convento a San Gregorio Armeno, nelle viscere di Napoli. Qui le sorelle cercavano un dolce per celebrare la morte e la resurrezione del Cristo: nell’impasto degli ingredienti, ognuno con la propria simbologia, crearono un dolce che affascinò i pellegrini, oltre che riempire le strade del centro storico di un odore inebriante. I patrizi erano ben contenti di ricevere pastiere in dono! Forse, aveva proprio ragione Ferdinando II, rivolgendosi a sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Teschen: “magnatell ‘na risata!“ Infatti, la regina, che non rideva mai, si lasciò scappare un sorriso di compiacimento addentando la pastiera napoletana, della quale il marito era molto ghiotto. Pastiera napoletana: alcune delle migliori interpretazioni dei pasticcieri napoletani e campani – Diteci la vostra pastiera napoletana preferita! Antica pasticceria Giovanni Scaturchio Dire Scaturchio è dire, praticamente, la casa della pastiera napoletana. La Napoli bene da secoli ormai acquista esclusivamente la pastiera di questa Antica Pasticceria che, oltre a produrre un dolce di assoluto garbo e rispetto, ne […]

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Psycho Club ed il loro EP-r1mo | Intervista a Giovanni Russo

Psycho Club: vi presentiamo il nostro EP-r1mo | Intervista Pubblicato lo scorso 5 Aprile, EP-r1mo è il primo disco ufficiale di inediti dello Psycho Club, progetto musicale Hip-Hop fondato nel 2009 da Giulio “Eba” Valentino. Al servizio del progetto musicale ci sono anche Giovanni “Jorys Mantello” Russo, Oreste “Xero” Mitrotti e il producer KD Music. Originari della Puglia, i quattro artisti danno vita a un album Hip-Hop dalla costituzione eterogenea e trasversale, che spazia da sonorità più vicine al rap sperimentale ad altre più moderne e sperimentali che strizzano l’occhio alla trap. Il disco mostra inoltre come il gruppo abbia utilizzato diversi approcci di scrittura: da brani aggressivi con metriche piene di tecnicismi ad altri con un imprinting più disteso ed introspettivo. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con Giovanni Russo, Jorys Mantello, che ci ha raccontato un po’ dello Psycho Club. Psycho Club, intervista a Giovanni Russo Come è nato lo Psycho Club? Il progetto Psycho Club nasce nel 2009, dalla volontà di Giulio “Eba”, il fondatore. Ha voluto lasciare il gruppo “aperto” quindi “Club”, è inteso in questo modo. Nel corso degli anni ci sono state infatti diverse collaborazioni con davvero tanti artisti locali. Il progetto è così, la formazione non è sempre fissa ma potrebbe variare di volta in volta. Eba è dell’83, tu sei dell’81 e Xero è del 93, appartiene dunque ad una generazione diversa dalla vostra. Cosa vi accomuna e cosa vi differenzia? Xero è un ragazzo maturo ma per la sua età è più vicino alla sfera della ‘trap’. Devo dire che, non per essere di parte, è davvero un talento, è davvero molto bravo e sicuramente si farà sentire. Mentre magari io ed Eba siamo più vicini come età e siamo più per l’old school. Per quanto riguarda il rap, siamo legati ad un genere più tradizionale anche se l’idea che abbiamo è quella di esprimerci come dei cantautori attraverso il rap. Vogliamo cercare di scrivere dei testi significativi, cercando di essere il meno scontati possibile. Oltre l’amicizia, dato che Xero ha collaborato con il progetto fin dall’inizio, a lui ci lega la musica, insomma. Vi alternate tra due approcci, uno più vicino alle sonorità old school ad altre che strizzano l’occhio alle sonorità “trap”. Cosa ci puoi dire di più a riguardo? Il sound è stato curato da Marco “KD Music”, un produttore molto bravo e molto conosciuto nell’ambiente rap. Tutte le tracce del disco, eccetto una (Fuck You Merde, nda), sono state prodotte da lui e quindi, per quanto riguarda il sound, hanno questo filo conduttore. Mentre le tematiche sono abbastanza varie. Come avviene la creazione di un brano? Lavorate insieme a KD Music sul lato musicale, oppure lui realizza il beat e dopo voi scrivete le strofe? Allora, a volte lavoriamo insieme ma altre volte basta soltanto dargli delle indicazioni: lui quasi ci legge nel pensiero e ci dà ciò che vogliamo. È sempre riuscito a rispecchiare le nostre esigenze ed è sempre stato parte integrante del brano ma anche […]

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Musica soul, la musica dell’anima: origini e protagonisti

 Musica soul: Musica soul | Riflessioni Soul, letteralmente “anima” in inglese, è un termine usato per riferirsi essenzialmente ad un genere musicale, la “musica dell’anima”, sviluppatasi negli Stati Uniti intorno agli anni ‘50, dalla commistione di sonorità jazz e del rhythm&blues con la musica gospel, dalla quale provenivano moltissimi interpreti della musica soul, passati in pochi anni dalle cappelle delle chiese protestanti alle sale da concerto. Le origini stilistiche del soul sono da individuarsi nel jazz, nel rhythm&blues sviluppato in una versione urbanizzata e commerciale, nel gospel, nel pop, nel blues e nello swing. La musica soul risultò essere la base per i gruppi r&b degli anni ‘70, ‘80, e ’90 e fu sempre fonte d’ispirazione per i musicisti di tutto il mondo, che ne riproposero la tipologia tradizionale. Diritti civili ed aspetto religioso I primi due decenni della musica soul, che vedono affermarsi i caratteri distintivi di questo genere, basato su ritmo trascinante, virtuosismi vocali, cori e fiati, sono gli anni in cui la minoranza nera rivendica i propri diritti in modo sempre più convinto e la musica non può fare altro che diventarne espressione. Sbagliato, tuttavia, sarebbe scindere la religiosità dalla musica soul, di derivazione prettamente afroamericana, in cui appare costante un atteggiamento di esaltazione spirituale, legato peraltro all’esistenza terrena, con una carica religiosa che finisce per diventare caratteristica musicale, anche in ambito laico. La musica è sempre cornice, ed anzi finisce addirittura per scandire i vari momenti, della vita collettiva. Il soul, nello specifico, si esprime con la vicinanza dello spirito religioso ad aspetti della vita profana, persino sessuali. I protagonisti della musica soul Il creatore della musica soul fu Ray Charles, che, con “I got a woman” nel 1955,  riuscì a fondere il lamento di derivazione gospel con l’impeto del r&b, fusione che fece scalpore, dividendo coloro che si elettrizzarono per il nuovo sound da chi rimase sconcertato e indignato per la commistione di sacro e profano. Ma l’artista andò oltre, introducendo nella sua musica anche rimandi jazz e country, predominante nel sud segregazionista, dove era cresciuto. Alle sue spalle, fortunatamente, Charles aveva Atlantic, come casa discografica, tra le prime, insieme a Modern, Specialty, Imperial, Motown ed Aristocrat (la futura Chess), a promuovere la musica nera in tutte le sue declinazioni. In effetti l’Atlan­tic rappresenta una delle eti­chet­te-chia­ve del soul, seguendo successivamente ar­ti­sti come Solomon Burke, Wil­son Pic­kett, Otis Redding e Aretha Franklin. Coloro che aiutarono Charles a trasformare la musica nera dal r&b al soul furono poi  Sam Cooke e Jackie Wilson. Cooke, considerato non a torto “il più grande interprete soul di tutti i tempi,” fu anche tra i primi a firmare personalmente le proprie canzoni, da quelle più vicine alle forme tradizionali del doo wop come “You Send Me” alla splendida “A Change is Gonna Come”, una delle espressioni più belle del soul “socialmente impegnato”. Altrettanto importante anche se spesso ignorato è Jackie Wilson, con maggior predisposizione per i live: animale da palco impareggiabile, dotato di grinta e di aggressività coinvolgenti, Wilson è penalizzato dalla registrazione in studio con pezzi spesso melodici e lenti, poco affini alla sua verve. A livello […]

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Crazy Over You, il debutto di Cloud, l’artista dall’identità anonima

Un basso e una chitarra funky seguite dalle atmosfere elettroniche evocate da un synth: stiamo parlando di Crazy Over You, il recente singolo rilasciato lo scorso 8 marzo da Cloud per Smilax Publishing Srl. L’identità di questo progetto musicale non è ancora stata rivelata. Sappiamo soltanto che dietro di esso c’è la sola mente creativa di un uomo che ha deciso di rimanere nell’anonimato per far sì che a parlare sia soltanto la musica, accantonando l’esigenza di apparire. Forse un po’ per gioco, forse per una sorta strategia di marketing, l’identità segreta e i caratteri musicali del singolo lasciano presagire a un qualcosa di sfuggente, proprio come una ‘nuvola’.  Un qualcosa arduo da da fissare in caratteri precisi, che con molta probabilità si evolverà in qualcosa in continuo divenire, sperimentando un’ampia e miscellanea gamma di sonorità. Crazy Over You potrebbe forse essere un primo piccolo manifesto di quello che (forse) sarà il suo primo album. O magari, chissà, questo ipotetico primo album potrebbe completamente disattendere le nostre aspettative, consegnandoci qualcosa di totalmente inaspettato. Noi di Eroica siamo riusciti ad entrare in contatto con lui (ovviamente non abbiamo scoperto la sua identità) e a porgli qualche domanda. Non abbiamo scoperto molto ma, forse, la nostra intuizione sul carattere in fieri del progetto di Cloud è giusta. Intervista a Cloud, autore di Crazy Over You Non hai ancora rivelato la tua identità: strategia di marketing? A prima vista potrebbe sembrare. In un mondo in cui tutti si mostrano 24 ore su 24 è altrettanto proficua l’antimoda di non mostrarsi. Da quando ci vuole un casco per essere bravi dj? Nel caso di Cloud purtroppo è una necessità dettata dal fatto che mostrarsi nell’ambiente che al momento ci circonda crea problemi e tensioni quindi evitiamo gli abiti di scena, ci concentriamo sulla musica e sarà divertente essere accanto alle persone che ti hanno sempre ostacolato e che non sanno di essere sedute accanto all’artista che sta cantando alla radio…un po’ come se qualcuno parlasse a Bruce Wayne di Batman, no? L’identità segreta sarà soltanto una misura temporanea? Assolutamente sì, non c’è cosa più bella di incontrare qualcuno per il quale la tua musica significa qualcosa. Che ricerca musicale c’è dietro questo primo brano e quale sarà quella che farai per il futuro disco? Sono semplicemente le influenze e i gusti che si fondono e vengono espressi, se qualcuno dice “in quella chitarra ci sento questo”, “quel synth mi ricorda quest’altro” allora vuol dire che si è entrati in contatto con la propria audience, che poi è la cosa più importante. Cosa vuole rappresentare Cloud? Uno spazio infinito in cui tutte le personalità, stili, influenze si fondono per creare musica…non è eclettico, è Cloud.   Fonte immagine: https://cdn.parcle.io/billboard-it/2019/03/Cloud-Crazy-Over-You-2.jpg

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Canzoni sensuali: la nostra top 10!

Canzoni sensuali: la nostra top 10! | Opinioni La musica. Quel vasto e caleidoscopico universo, in cui genio ed emozione si fondono per dar vita al più miracoloso spettacolo che esista. Terreno fertile di composizioni, arrangiamenti, parole che divengono poesia, esprimendosi nei generi più diversi. Canzoni popolari, melodiche, rock, jazz, metal, romantiche, soul, leggere, impegnate. Poi loro, le canzoni sensuali, così calde e feline da surriscaldare i sensi e l’anima a suon di note. Come un plettro che sfiora le corde di una chitarra e le dita che scivolano sui tasti di un pianoforte. Talvolta è la musica con la melodia allo stato puro a trasportare cuore e mente in un universo divino. Si pensi a I put a spell on you di Annie Lennox del 2014, il cui sound ammicca più di uno sguardo ammaliante. Le note fanno vibrare ogni fibra dell’essere, così avvolgenti ed erotiche, che sembra quasi possibile farci l’amore. Ma quando alla musica sensuale si uniscono le parole, una trama e un significato, allora si assiste davvero ad un’esplosione languida e coinvolgente. Quelle note cantate abbandonano la mente a fantasie, storie e percezioni, soprattutto se gli stessi testi descrivono nel dettaglio le emozioni più recondite poggiate tra pelle e labbra. Segue una rassegna di dieci canzoni sensuali, selezionate dal panorama della musica rock, pop e leggera. Canzoni sensuali. Top dieci 1. I Touch Myself dei Divinyls «I love myself, I want you to love me. When I feel down, I want you above me. I search myself, I want you to find me. I forget myself, I want you to remind me. I don’t want anybody else. When I think about you, I touch myself». Autentico inno al piacere e all’erotismo, questo sensuale testo del 1990 dei Divinyls porta la mente ad abbandonarsi alle più calde fantasie. Il corpo è musa ispiratrice dell’erotismo e in questo brano il senso si palesa senza veli. 2. Closer dei Nine Inch Nails «You let me violate you, you let me desecrate you. You let me penetrate you, you let me complicate you… I want to fuck you like an animal. I want to feel you from the inside… Help me tear down my reason, help me it’s your sex I can smell… I drink the honey inside your hive…». Puro erotismo, fuoco e piacere. Questo testo del 1994 dei Nine Inch Nails, dal ritmo ipnotico ed incalzante, esprime sesso al massimo livello. Forte e spregiudicato, più che semplicemente ammiccante, viola qualsiasi candore e induce a pensieri rudi e lontani dal mero romanticismo. Tutto ciò si percepisce particolarmente in alcune strofe riportate, in cui non c’è spazio per delicatezza, pudicizia e lenzuola di seta. L’istinto feroce predomina, seppur infine attutito dalla metafora del “miele dentro l’alveare”. Immagine pazzesca e delicata insieme di una pratica tra le più simboliche nel panorama dell’erotismo. 3. Whole Lotta Love dei Led Zeppelin «A-way down inside. A-way honey you need it… Shake for me girl. I wanna be your backdoor man. Oh. Cool, my baby. […]

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Vincenzo Comunale, una ventata d’aria fresca al Kestè

Vincenzo Comunale al Kestè | Recensione Vincenzo Comunale, giovane talento comico, conquista il pubblico del Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo spettacolo di Stand Up Comedy “Titolo provvisorio”, la sera del 19 aprile. Il titolo del suo monologo rende bene un aspetto che è peculiare della situazione esistenziale generale odierna, la precarietà. Il ragazzo conferma le sue doti comiche e, con franca ironia e molta leggerezza, riesce a mettere in luce le contraddizioni e le distorsioni di una mentalità per certi versi gretta e ancora molto diffusa nella nostra società, dando luogo a un monologo frizzante e dinamico e tenendo alta l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine. Lo spettacolo di Vincenzo Comunale Vincenzo Comunale, napoletano, classe 1996, è tra i più giovani stand up comedians italiani. Si fa notare presto nei circuiti di Stand Up Comedy e in tv (come protagonista a Zelig) e ottiene importanti riconoscimenti, come il “Premio Massimo Troisi” in quanto “Miglior Comico” (per ben due anni consecutivi), il premio della giuria tecnica al “Festival Nazionale di Cabaret Re di Bronzo”, e arriva finalista alla XX edizione del “Festival Nazionale BravoGrazie – La Champions League della Comicità”. Il nostro comico dispone le carte sul tavolo e se le gioca con maestria, snocciolando temi come la pigrizia, l’attesa, l’ansia, la depressione causata dai ritmi frenetici, il difficile rapporto tra genitori e figli, quello con Dio, la politica, l’economia e il razzismo. Analizza a suon di battute ironiche e taglienti il fallimento della nostra società per approdare a una conclusione drammatica, ma colma di speranza. La verità è che siamo tutti delle m**de, ma “se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, diceva il buon Fabrizio De Andrè. Per questo è importante prenderne consapevolezza, secondo Vincenzo Comunale. La coscienza genera la volontà. La passione per la recitazione e la comicità ha bussato presto alla porta di questo ragazzo che, salito sul palco per la prima volta a dodici anni, non è voluto più scendere e il nostro augurio è quello che possa metterci le radici. Ascoltare Vincenzo Comunale su un palco significa avere l’impressione di essere seduti davanti a un bar insieme a un amico sincero che non sta lì ad autocelebrarsi o a leccarti il c**o, ma ride con te della vita e della tragicomicità che è insita in lei. Lo fa in maniera naturale e senza orpelli. Con maturità e senso critico. Soprattutto, c’è un’estrema sensibilità nelle sue parole, una sensibilità acuta e “diversa”. La sua comicità è una ventata d’aria fresca che speriamo possa farsi sempre più spazio nel nostro panorama artistico. “Titolo provvisorio” è una sorta di “best of” dei suoi due one man show precedenti (“Quasi Adulto” e “Sono confuso, ma ho le idee chiare”) che ha portato in tour in vari teatri e locali d’Italia. Ad aprire lo spettacolo è Gina Luongo, una bravissima comedian che ha parlato dell’amore ai tempi dello stalking, suscitando l’ilarità di tutti, nonostante l’argomento scottante. La complessità del tema scelto e […]

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La stagione 2019/2020 della ”Grande magia” al Teatro Stabile di Napoli

Presentata il 16 aprile 2019 al Teatro Mercadante di Napoli, la ”stagione della grande magia” così chiamata la programmazione 2019/2020 del Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale diretto da Luca De Fusco e presieduto da Filippo Patroni Griffi. Ai tre palcoscenici standard (Teatro Mercadante, Ridotto e Teatro San Ferdinando), si aggiungono altre due location singolari ovvero la Basilica di Santa Maria della Sanità ed il Museo Madre. Una ricca programmazione quella della stagione 2019/2020 al Teatro Stabile, piena di riscritture e rivisitazioni di classici teatrali, capolavori del Novecento, drammaturgia contemporanea, progetti ed eventi extra a partire da ottobre 2019 fino a maggio 2020. Grandi registi e grandi attori solcheranno i palchi dello Stabile come Lluis Pasqual, Arturo Cirillo, Enzo Moscato e anche Nando Paone, Cristina Donadio, Lello Arena, Mimmo Borrelli e tanti altri ancora. Fare teatro, non spettacolo Questo è il rinnovato impegno per la stagione 2019/2020 del Teatro Stabile che Luca De Fusco dirige e di cui, in conferenza stampa, ha sottolineato i notevoli progressi dall’inizio della sua direzione e la continua dedizione nell’assicurare al suo pubblico spettacoli di altissima qualità. La stagione inizia al Teatro San Ferdinando con lo spettacolo, fuori abbonamento, La grande magia, in scena dal 17 ottobre al 10 novembre 2019 e che riprende il capolavoro di Eduardo De Filippo, per la regia di Lluis Pasqual con in scena Nando Paone, Claudio di Palma, Alessandra Borgia, Gino De Luca, Angela De Matteo, Gennaro Di Colandrea, Luca Iervolino, Ivana Maione, Dolores Melodia, Francesco Procopio, Antonella Romano, Luciano Saltarelli e Giampiero Schiano. In contemporanea andrà in scena al Teatro Mercadante, dal 23 ottobre al 10 novembre 2019, La tempesta, di William Shakespeare per la regia di Luca De Fusco ed interpretato da Eros Pagni, Gaia Aprea, Alessandro Balletta, Silvia Biancalana, Paolo Cresta, Gennaro Di Biase, Gianluca Musiu, Alessandra Pacifico Griffini, Alfonso Postiglione, Carlo Sciaccaluga, Francesco Scolaro, Paolo Serra ed Enzo Turrin. Continua poi al Teatro Mercadante con L’onore perduto di Katharina Blum tratto dal romanzo di Heinrich Boll con l’adattamento di Letizia Russo per la regia di Franco Però ed interpretato da Elena Radonicich, Peppino Mazzotta, Filippo Borghi, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Maria Grazia Plos. Sempre al Teatro Mercadante, in scena dal 27 novembre all’8 dicembre 2019, La panne di Friedrich Durrenmatt, per la regia di Alessandro Maggi e con Nando Paone, Vittorio Ciorcalo, Stefano Jotti, Alberto Fasoli e Giacinto Palmarini. Allo stesso tempo, dal 28 novembre all’8 dicembre 2019, andrà in scena al Teatro San Ferdinando, lo spettacolo Festa al celeste e nubile santuario, testo e regia di Enzo Moscato e con Cristina Donadio, Vincenza Modica, Anita Mosca e Giuseppe Affinito. Segue al Teatro Mercadante, dal 10 al 15 dicembre 2019, Il maestro e la margherita di Michail Bulgakov, riscrittura di Letizia Russo per la regia di Andrea Baracco e con Michele Rondino, Francesco Bonomo, Federica Rosellini, Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe e Oskar Winiarski. Per il periodo natalizio, invece, al Teatro San Ferdinando, dal 20 […]

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Teatro

Vincenzo Comunale prestissimo sul palco del Kestè | Intervista

In questa difficile era dei social, dove molti ragazzi credono di far ridere i propri followers (senza riuscirci nemmeno per sbaglio), dove vanno forti i tormentoni e vige quel tipo di umorismo da pacche sulle spalle fondato su aberranti stereotipi, si accende una speranza: Vincenzo Comunale. Un monologhista napoletano di ventitré anni che, con determinazione e umiltà, ha sempre studiato e continua  a farlo per non profanare l’arte della comicità e alimentare i suoi talenti e le sue passioni. Abbiamo avuto il piacere di ascoltare un pezzo di Vincenzo Comunale al Kestè proprio di recente, e Napoli può ritenersi orgogliosa dei figli che mette al mondo. La comicità di Vincenzo, infatti, le somiglia: semplice, luminosa, alla portata di tutti e dall’ironia trascinante. Ma soprattutto matura, e in pieno stile Stand Up. In occasione del suo prossimo spettacolo, che si terrà venerdì 19 aprile al Kestè, ho scambiato due chiacchiere con lui. L’intervista a Vincenzo Comunale Se dovessi rappresentarti con un personaggio di una serie tv comica, quale sarebbe il primo a venirti in mente? Domanda difficile! Il primo che mi viene in mente è Chuck Burtowsky, della serie tv “Chuck” (action-comedy): un nerd che viene costretto dal “destino” a tirar fuori la parte migliore di sé. In realtà, credo ci sia un po’ di ognuno di noi anche nei vari personaggi di “How I Met Your Mother”: sognatori come Ted Mosby, determinati come Robin, innamorati e fedeli come Lily e Marshall… mi piacerebbe dire di essere anche Barney Stinson, ma l’unica cosa che condividiamo sono le cravatte orribili. Giovane e stracolmo di passione. Come hai trovato la tua strada? In maniera naturale, spontanea. È questo il bello delle passioni: non te le vai a cercare, sono loro che all’improvviso bussano alla tua porta e ti fanno capire che non puoi farne a meno per essere felice. Sono salito sul palco per la prima volta a dodici anni e non sono voluto più scendere. Ho scoperto nella Stand Up Comedy la forma d’arte a me più congeniale per esprimere ciò che avevo da dire e ho iniziato a scrivere i miei pezzi. Veicolare dei messaggi attraverso la risata è un lavoro difficile e soddisfacente. Non c’è niente di più bello di sentire la gente ridere (a meno che tu non sia nudo). Regista, sceneggiatore, attore, autore e comico. Quali sono i panni in cui ti senti più a tuo agio? D’istinto, mi verrebbe da dirti in quelli del “comico”, perché è il ruolo nel quale mi identifico meglio, che sento più “mio”. La comicità è una dimensione nella quale riesco a muovermi più agilmente; salire sul palco e fare il comico mi rende felice. In realtà, però, la cosa importante per me è esprimermi, mostrare il mio punto di vista, i miei contenuti; farlo tramite un monologo comico è ciò a cui sono più abituato, ma il cinema resta la “grande ambizione”; sento di poterci riuscire anche rivestendo il ruolo di regista e sceneggiatore (cosa che, anche se in piccolo, sperimento […]

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13 assassine al TRAM: un format da non perdere

“13 assassine”: una storia lunga quanto il mondo | Recensione Cosa hanno in comune 13 donne, di diverse epoche, età, mansioni, fattezze? Semplice, quanto crudo: tutte hanno commesso almeno un omicidio, per i più svariati motivi. È questo il filo conduttore di “13 assassine”, il format messo in scenda dal 2 al 14 aprile al teatro TRAM di Napoli, ideato dal regista Mirko de Martino. L’assassinio è il casus belli della messa in scena ma i motivi sono decisamente più profondi: si cerca di indagare nella fine composizione psicologica delle “assassine”, nel loro passato, sui loro eventuali aguzzini oppure complici. “13 assassine” è un format assolutamente indicato a chi – come chi vi scrive – aspetta il mercoledì per vedere Chi l’ha visto? con Federica Sciarelli oppure si sente un po’ Leosiner, cioè fan accanito di Franca Leosini: l’analisi della cronaca nera va forte in Italia e c’è da dire che la facciamo benissimo. “13 assassine”: l’ultima serata tra gli omicidi della storia recente e passata L’ultima serata del format, il 14 aprile scorso, ha visto in scena le assassine di ieri e di oggi, con omicidi passati alla storia per tantissimi motivi. È anche questo il bello di “13 assassine”: non importa lo status sociale, l’impiego, l’età, le motivazioni. L’assassinio “livella” tutte e mette le protagoniste a nudo, cosicché lo spettatore può – in cuor suo, s’intende – trovare una spiegazione logica ad un comportamento altrimenti illogico. 13 assassine, quindi, spogliate dei condizionamenti dati dai mass media e presentate a noi come donne. Si parte con la storia di Daniela Cecchin, la donna che, vittima di un forte disturbo della personalità, uccide una ex compagna di classe del marito perché “invidiosa della troppa felicità“. E’ giustamente “disturbante” la doppia personalità creata da Daniela: da un lato, ossequiosa e rispettosa dei dettami religiosi; dall’altra, una donna alla ricerca spasmodica della bellezza estetica, così tanto da sottoporsi a svariati interventi. Il secondo spettacolo ha visto in scena una giovanissima attrice, interprete di Erika de Nardo, protagonista del caso che è passato alla storia come il delitto di Erika ed Omar a Novi Ligure: la coppia di fidanzatini allora sedicenni infierì con 57 coltellate sulla madre e sul fratellino di lei. Erika appare sulla scena come una persona oppressa, un’adolescente inquieta ed incompresa da una famiglia tradizionale, che cerca svago e conforto negli eccessi: alcol, droghe, finanche il sesso per lei era uno strumento di liberazione. Una personalità fragile e corrotta ha portato al compimento dei due omicidi: sarebbero stati tre, includendo anche il padre assente in quel momento, se il “vigliacco Omar” non fosse andato via. Si prosegue quindi con un fortissimo momento storico, con una Lucrezia Borgia completamente avvinta dai giochi di potere che si svolgevano con lei ed intorno a lei. Bellissima sulla scena tanto quanto afflitta ed avvinta, dopo che per secoli le si sono attribuiti omicidi e veleni. In realtà, si cela in lei una personalità molto più complessa della semplice assassina per potere: infatti, la giovane […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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