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Naviga le tue stelle di Jesmyn Ward: un inno alla perseveranza

Recensione del monologo di Jesmyn Ward Naviga le tue stelle Esce il 3 dicembre per NN Editore Naviga le tue stelle, l’illuminante monologo sulla tenacia ed il coraggio di credere nei propri sogni che la premiata scrittrice statunitense Jesmyn Ward ha tenuto alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University, in Mississipi, dove la donna insegna Letteratura creativa, a partire dall’esperienza, tutta in salita, di una donna afroamericana del Sud che si confronta con un mondo razzista e sessista. Il libro di Jesmyn Ward si presenta davvero come un piccolo gioiello, in ogni sua parte e forma. Ad un contenuto illuminante, brillante e d’ispirazione si addice una forma che sia all’altezza, ed è questo il risultato raggiunto da questa pregiata edizione: un volumetto tascabile blu notte dai dettagli dorati, adornato delle magnifiche illustrazioni di Gina Triplett, che donano un’incantevole cornice ed arricchiscono il racconto, breve ed intenso, di una vita di sacrifici, di duro lavoro, di perseveranza, di cui è esempio la nonna dell’autrice, cui il monologo è dedicato, una donna che, nell’America del Sud degli anni Quaranta, ha dovuto lavorare duramente per tutta la vita per permettere, lei che un’istruzione non aveva potuto permettersela, ai suoi figli di diplomarsi, studiare, renderla fiera, attraverso lo studio ed un lavoro che li emancipasse da una condizione di povertà e schiavitù mascherata da lavoro, privo di tutele, di certezze, di stabilità. Se la vita è dura per tutti, per alcuna è più dura che per altri: obiettivo di questa nonna e dei suoi figli è stato garantire un’istruzione che potesse strappare i suoi figli ed i suoi nipoti non a tutte le asprezze della vita, ma a quelle che una vita priva d’istruzione ti conduce, spesso, inevitabilmente: tanto più se si tratta di afroamericani dell’America del Sud. Ma l’istruzione, se si vuole intendere con questo termine l’ottenimento di un diploma di fine ciclo, scopre ben presto Jesmyn Ward, è fondamentale ma non è tutto. L’istruzione è un processo lungo, complesso, un percorso che segue una vita intera: non si smette mai d’imparare, di formarsi, di crescere. La laurea non è il traguardo, ma soltanto un nuovo trampolino di lancio, che permetterà alle nuove leve d’inserirsi nel mondo del lavoro, fronteggiarne le sfide, lottare per i propri sogni, con incrollabile fede e perseveranza. Perseveranza è qui la parola chiave: la forza di chi non si arrende alle sfide del domani, di chi non si crede già arrivato, di chi accetta che la vita non sia semplice, e che forse la chiave del successo è proprio questa, accettare che la vita non è semplice, che la realizzazione è un processo lento, e che ciò che conta è raggiungere la meta, non il tempo impiegato a raggiungerla né il percorso scelto, strettamente soggettivo e soggetto a innumerevoli fattori anche e soprattutto indipendenti dal proprio volere. L’indulgenza, verso sé stessi e gli altri, non è una debolezza: è umanità.  Realizzazione è, dunque, fare il meglio che si può con le carte che la vita ci ha messo […]

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Notizie curiose

Il Sarto Volante: la folle impresa di Franz Reichelt

Il Sarto Volante era un inventore austriaco di nome Franz Reichelt. Filmato dai giornalisti mentre si lanciava dal primo piano della Torre Eiffel con un paracadute di sua invenzione, fu il protagonista di una tragica morte che lo rese più famoso di quanto fece la sua invenzione. La storia del Sarto Volante Franz Reichelt nacque a Vienna nel 1878. Trasferitosi a Parigi venti anni dopo, aprì un elegante negozio di abbigliamento femminile che riscosse un discreto successo. Ma la seconda grande passione di Franz era l’aviazione. Dopo il primo volo dei fratelli Wright nel 1903, diversi pionieri, all’epoca, sognavano di poter volare con un equipaggiamento leggero e minimo. Nel 1910 Reichelt sviluppò la sua grande idea: una tuta paracadute. L’invenzione consisteva in un abito che, in caso di caduta, si apriva come un deltaplano, assicurando un impatto più lieve. Un’idea precedente riguardo un dispositivo simile era già stata sviluppata da un certo Lois-Sebastien Lenormand, che nel Settecento si era lanciato con successo dalla torre dell’osservatorio di Montpellier con un abito di sua invenzione in stoffa, collegato ad un telaio in legno. Questa sorta di antecedente del paracadute fu poi ripreso da Charles Broadwick, che inventò nel 1911 un paracadute simile all’attuale, azionabile tramite una cordicella. Dopo aver ideato la sua tuta-paracadute, Reichelt effettuò diversi lanci di prova per sperimentare la sua idea. Egli lanciò dal quinto piano di un palazzo diversi manichini con indosso la sua tuta e le prove, qualche volta, ebbero successo. Incoraggiato da questi piccoli iniziali successi, l’inventore cercò di creare una versione realmente funzionante per l’uomo. Come primo tentativo creò un dispositivo dal peso di 70kg e con una calotta frenante non abbastanza robusta. Imperterrito egli continuò le sue ricerche ma invano; tutte le prove risultavano fallimentari. Reichelt provò in prima persona la sua invenzione, lanciandosi da una distanza di circa 8-10 metri; fu un covone di fieno ad attutire la sua sua caduta. Per il concorso indetto dall’Aéro-Club de France, Reichelt realizzò un prototipo dal peso di 25kg e con un’apertura alare di 12 metri quadri. Siccome le sue prove davano ancora risultati fallimentari, egli pensò che questi risultati fossero dovuti all’altezza da cui i voli venivano effettuati. Per questo motivo chiese autorizzazione alle autorità competenti di poter testare la sua invenzione dalla Torre Eiffel. Il volo dalla Torre Eiffel Correva l’anno 1912 quando Reichelt comunicò ai giornali la sua idea di sperimentazione del paracadute dalla torre francese. L’appuntamento era fissato per il 4 febbraio. Reichelt si presentò con indosso la tuta, che ormai pesava 9kg e aveva raggiunto un’apertura alare di 30 metri quadri. Arrivato sul posto fu ben chiaro alla polizia e ai trenta spettatori presenti che l’inventore non avrebbe provato la sua invenzione utilizzando un manichino ma se stesso. Molti, tra cui un esperto di sicurezza, cercarono di fargli cambiare idea ma egli disse di voler tentare l’esperimento in prima persona “per dimostrare il valore della sua invenzione”. Nonostante una guardia tentò di fermare il disastro imminente, egli salì al primo livello […]

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Giochi aquistabili vs free to play: scontro tra titani

Giochi acquistabili vs free to play Correva l’anno 1962 quando ”Spacewar!” decollò sul nuovo computer DEC PDP-1. Il gioco, incluso in tutti i nuovi computer DEC, proponeva un’idea semplice, ma originale: due navi nei due punti opposti dello schermo si battevano all’ultimo sangue cercando di affondare la navicella avversaria. Era l’inizio dell’ascesa videoludica. Giochi virtuali: dalle cartucce ai download Iniziò tutto dalle sale gioco. Da quel momento una serie di modelli sempre nuovi di console iniziarono una gara senza fine sugli schermi televisivi, investendo gli occhi sognatori dei bambini, quelli curiosi degli adolescenti e forse anche quelli più scettici dei loro genitori, di pubblicità sulle infinite possibilità che offrivano. Ognuna di loro proponeva un’esperienza di gioco attraverso decine di giochi dalle trame e i game play più svariati. Con gli anni la pila di cartucce dei giocatori più accaniti divenne sempre più alta, finché non arrivarono loro. I free to play. Giochi dall’aria illusoria di una demo, con le loro promesse di funzionare senza l’ausilio di un disco acquistabile, di un codice da inserire. Giochi che puzzavano di imbroglio, ma che altro non erano che l’avvento di un nuovo tipo di marketing: il marketing dell’ossessione. L’idea dei free-to-play era quella di lasciare che le persone si affacciassero ai giochi come qualcosa di completamente accessibile, permettendogli di sperimentare in lungo e in largo i mondi creati dagli sviluppatori per poi inserire elementi che richiedevano l’ausilio di soldi reali. La differenza tra un free-to-play e un gioco integralmente acquistabile Per analizzare la differenza tra questi due prodotti è necessario, in primo luogo, analizzare il pubblico a cui sono rivolti. I primi giochi integralmente acquistabili, rivolti alle generazioni di ragazzi comprese tra il 1970 e gli anni 1990, proponevano un modello di gioco semplice e lineare. Il giocatore interessato comprava la cartuccia che era utilizzabile in un unico tipo di console, iniziava il gioco e una volta concluso poteva scegliere se giocarci una seconda volta, rivenderlo per comprare un nuovo gioco o collezionarlo. Un meccanismo facile, che in qualche modo permetteva (attraverso la rivendita della cartuccia) di far provare il gioco anche a chi non aveva possibilità di acquistarlo a prezzo intero. Il game play di questo tipo di giochi era definito da un solo tipo di finale, al quale si poteva arrivare, a seconda del gioco, in un unico modo. Concluso il gioco non c’era possibilità di ampliare la cartuccia o di aggiornarla. La spesa iniziale affrontata per acquistarla risiedeva tutta nel contenuto dei chip che le persone tenevano tra le mani. La generazione a cui sono stati rivolti questa prima serie di giochi raramente collezionava prodotti per qualità, ma per quantità. Non c’è quindi da sorprendersi se la maggior parte dei giochi acquistabili si presentavano come Arcade. Con l’inizio degli anni 90’ e la nascita dei giochi online, il modello che fino a quel momento aveva contraddistinto le case di produzione videoludica viene a spezzarsi. Questa nuova generazione si caratterizza per l’improvviso interesse verso un solo tipo di gioco, a cui […]

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Market Action: Intervista a Connie Dentice

Market Action: Intervista a Connie Dentice. Azioni contro lo sfruttamento degli animali negli allevamenti del territorio partenopeo. Connie Dentice, attivista e fondatrice di “Animal Save Napoli“, gruppo antispecista che lotta contro la cultura carinsta, ci spiega in cosa consiste la sua nuova azione “Market Action” in un’intervista in cui scioglie molti dubbi per chi non conosce questo tipo di attivismo e che fa profondamente riflettere sulle condizioni che gli animali sono costretti a subire all’interno degli allevamenti intensivi, ma che mette alla luce tutti i problemi sociali legati ad esso.  Market Action. Intervista a Connie Dentice Com’è nato il progetto “Napoli Animal Save” e l’attenzione verso l’attivismo? Sono vegana e dal mio impegno contro l’antispecismo ho avuto la sensazione di dover fare di più, in un certo senso di agire, così ho trovato una manifestazione di attivisti fuori un macello a Roma e sono partita. Sul posto parlando con i fondatori di altre associazioni d’Italia ho notato che a Napoli non ne esisteva ancora una, così tornata a casa, dal nulla e indipendentemente ho fondato “Napoli Animal Save”, il quale si è ingrandito fino ad incorporare tante altre persone. Abbiamo manifestato sul territorio davanti a macelli, come quello di Agerola, a fiere, zoo e anche davanti a circhi. Voglio specificare che il nostro è un tipo di attivismo pacifico, si ispira ai principi della non violenza, non offendiamo e non usiamo parole come “vergogna” o “assassini”. Credo però che ci sarà un cambiamento verso una direzione più rivoluzionaria, poiché si tende a percepire le azioni non violente come inefficaci, quindi questo linguaggio pacifico dovrà trasformarsi in una voce più forte, arrabbiata… ci interroghiamo sul perché i toni arrabbiati vengono condivisi se si parla di sessismo, razzismo e omofobia e non quando si parla dei diritti degli animali. C’è un double standard, delle prime cause si può parlare con toni arrabbiati (come giusto che sia), con i diritti degli animali guai a porsi con toni più forti. Eppure lo specismo è alla base di tutte le altre discriminazioni. Cos’è e in cosa consiste “Market Action”? “Market Action” è una manifestazione di attivismo contro la cultura carnista, in cui chiunque può partecipare. Basta munirsi di bigliettini con frasi che esortino al veganismo e che facciano riflettere sulla sofferenza dell’animale, lasciarli nel banco della carne o del pesce, delle uova o del latte in un supermercato a vostra scelta. Ha avuto un riscontro inaspettato, hanno partecipato persone in tutta Italia, ma anche in tutta Europa, è stato un risultato molto importante per noi. Perché parlare di cultura carnista? Spiegaci meglio questo concetto, in che cosa consiste e come avviene La cultura carnista deriva da una struttura sociale che ci porta a dare per scontato un prodotto che non deve essere considerato come tale. Noi antispecisti vogliamo abolire la schiavitù animale e impedire che l’antropocentrismo umano si ponga al di sopra dell’animale, perché loro sono con noi. Ti leggo una parte di un libro di Melanie Joy– “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali […]

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Basta con la morale ridicola del buon esempio: la morte di Maradona l’ha dimostrato

Smettiamola con la morale retrograda e buonista del “buon esempio”. Perché abbiamo questo bisogno spasmodico di cercare exempla in qualsiasi cosa? La morte di Diego Armando Maradona lo dimostra chiaramente Il copione è sempre lo stesso, praticamente immutato. Ogni volta che un personaggio più o meno famoso esala l’ultimo respiro, inizia sempre lo stesso valzer, puntuale come un orologio svizzero. Il valzer del “Era un grande artista/ un grande sportivo/ un grande scrittore ma…”, seguito poi da una sequela di giudizi finalizzati a effettuare la vivisezione della vita privata dei suddetti personaggi. Perché la folla è un animale strano, intrisa di ferinità e fame, che non ci mette nulla a creare un altare su misura per i propri idoli, e quell’altare lo ricopre d’oro, argento e diamanti. Al tempo stesso, la folla pretende che i suoi idoli siano perfetti, immacolati e capaci di riproporre, anche nella propria sfera intima, quegli stessi ideali di perfezione aurea presenti nell’arte da loro plasmata. La morte di Diego Armando Maradona, leggenda indiscussa del calcio, ha scoperchiato questo meccanismo. Non sono mancati pareri e Twitter autorevoli, che ci hanno tenuto a sottolineare quanto El Pibe De Oro fosse stato sì un grandissimo calciatore, ma anche quanti chiaroscuri avesse avuto in vita, quante storture e quanti vizi non proprio da “mito”. E questi chiaroscuri sono stati incarnati, per inciso, dalla dipendenza dalla cocaina, dai problemi con la giustizia, magagne con figli e compagne. Qualsiasi mito, edificato in maniera più o meno consapevole, non dovrebbe mai essere idealizzato. Maradona era un uomo fatto di carne e di sangue, ed è stato capace di ispirare, con la sua parabola di vita, anche chi di chi calcio non capiva nulla e non sapeva nemmeno che forma avesse una palla. Maradona è stato il perfetto prototipo dello scugnizzo: partito dal nulla, dai campi di calcio polverosi del Sudamerica, è riuscito a incorporare nella sua vita tutti gli elementi tipici di un romanzo di formazione, di cui non è stato per niente il protagonista perfetto o l’eroe ideale. Il Bildungsroman di cui si è reso protagonista, non ha pennellate oniriche o fatate: si tratta di sudore, miseria e povertà, che poi sono state convertite in mito da un talento unico, straordinario e quasi demoniaco, a dimostrazione del fatto che il talento, quando sceglie di baciarti, non ti guarda in faccia, non guarda da dove vieni. Maradona, quando è morto, ha compiuto un miracolo degno di San Gennaro: è riuscito a far commuovere e piangere uomini di cinquanta, sessanta, sessant’anni, che magari non piangevano mai, uomini granitici che non erano riusciti a piangere nemmeno alla morte dei propri parenti; è riuscito a far disperare persone che il calcio nemmeno lo seguivano. Perché è stato possibile tutto questo? Perché Maradona non si è mai, mai, proposto come un esempio da seguire. Ogni mito è potente proprio perché proiettiamo, nelle sue fitte intelaiature, qualcosa di noi. Un pallone non è solo un pallone, così come una penna non è solo una penna e un pennello non è solo […]

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Divagazioni Superflue: racconti sparsi di Frank Iodice

Divagazioni superflue è l’ultima, nuova opera letteraria partorita dallo scrittore Frank Iodice e pubblicata per Eretica Edizioni. Nasce, Divagazioni superflue, dopo una gestazione dai limiti temporali effimeri e sfumati, poiché è una raccolta di racconti sparsi, nel mondo e nel tempo. Sono infatti, quelli in Divagazioni superflue, racconti già pubblicati su riviste oppure inediti; scritti in Francia o anche dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires (La Catedral del tango, pag.99) Come dichiarato da lui stesso, l’elemento autobiografico (La figlia di Rapaccini, pag. 9, è dichiaratamente autobiografico) dirige l’ispirazione di Frank Iodice, guardiano notturno nella città di Nizza, in Francia. La notte è la compagna della sua penna. Prendono così le forme dell’oscurità i suoi personaggi e l’atmosfera che esala ognuno di questi racconti, che non emanano luce se non quella del mistero di volti incontrati nella hall di un albergo o per le strade contraddittorie di città sudamericane, è quella macabra dei sottopassaggi ferroviari. L’impuro di questa raccolta, per non dire la sua sozzura o ancora semplicemente l’”umano”, è visivo: la copertina ce ne dà solo un’anticipazione, esattissima. Si intitola Cacacuo – Sapore di casa, il suo autore è Alessandro Bellucco e a sceglierla è stato lo stesso Frank Iodice: ha visto in essa tutta la bestialità racchiusa in Divagazioni Superflue. Cacacuo – Sapore di casa è facile da associare a un preciso racconto: si intitola Il mignolo rotto, a romperselo è Sabina mentre va in bici. Qui l’autore è interpellato chiaramente, in un racconto che diventa un interloquire con un altro sé immaginario che prende tante forme quante il lettore può intuirne. Un interlocutore che sbotta come esausto: «Frank, tu racconti soltanto storie, non credo a nulla di quello che dici». Divagazioni Superflue: come un veilleur de nuit è poeta Fermenta di vita Divagazioni superflue di Frank Iodice, vita autobiografica o vita che gli scorre davanti, da una hall di un albergo all’altra. Ma in questa raccolta la realtà non è distinguibile dalla fantasia, poiché hanno qualcosa di magico o di fantastico i suoi personaggi, come ricoperti da un velo di mistero che rimane il segreto inconfessabile che passa tra loro e lo scrittore, cavie di cui indebitamente si serve per arricchire il suo scrigno di visioni. Ma labile è anche il confine tra l’autobiografico e la vita di cui Iodice si fa testimone non richiesto: la prima persona che si intromette tra il lettore e i personaggi si confonde con esso o prende forme vive e palpabili, ma soprattutto uditive, si fa voce e il lettore non più legge, ascolta. È una voce netta e distinguibile, ha toni propri e il suo timbro è unico. Eppure nel suo confondersi, la voce di Frank Iodice non poteva essere più chiara di così. Ma la notte o la prima persona, sono solo due dei tanti leitmotiv in Divagazioni superflue: ci troviamo quasi sempre a Nizza- tranne che per alcuni racconti come Divagazioni superflue, pag. 54, qui siamo a Montevideo- è quasi sempre notte, gli occhi sono quasi sempre quelli […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Film sullo sport: F1, Tennis, Atletica, Wrestling e Football

Film sullo sport, dal tennis all’atletica leggera. Lo sport è parte integrante della nostra vita e di molte importanti trame cinematografiche. Ecco alcuni tra i migliori film sullo sport. Film sullo sport: le nostre proposte Formula 1 – Rush È la più celebre tra le storie delle quattro ruote, la più aspra e affascinante lotta tra piloti: Niki Lauda contro James Hunt. Questi due personaggi sono opposti e complementari: il primo è metodico, serio, così concentrato da occuparsi praticamente delle proprie vetture; il secondo è disorganizzato, una vera rockstar, che vive del brivido della corsa pericolosa. Sono proprio i personaggi a rendere affascinante questo film anche per i non appassionati di Formula 1, riportandoci a una storia passata ormai scomparsa in cui i piloti valevano più di qualsiasi sponsor. Tennis – Borg McEnroe Anche in questo caso, il film mette in scena la rivalità tra due grandi sportivi: Björn Borg contro John McEnroe, Svezia vs Stati Uniti. Al centro della storia è la leggendaria finale di Wimbledon 1980 dove per la prima volta questi due tennisti si trovavano uno contro l’altro: Borg, all’apice della sua carriera, cerca la sua quinta vittoria consecutiva sul campo inglese. McEnroe era la stella nascente del tennis mondiale. Ciò che rende speciale questo film, molto dettagliato nella narrazione reale dei fatti, è l’attenzione alla psicologia e alla personalità dei personaggi, che porta alla luce quegli aspetti che appaiono sempre secondari nell’immagine dei grandi campioni. Atletica – Race: il colore della vittoria Questa volta si tratta di una biografia: quella di Jesse Owens, velocista e lunghista afroamericano. Ripercorriamo la sua vita, tutta lavoro e sport, stravolta dall’arrivo dell’allenatore Larry Snyder, che lo sottoporrà a un faticosissimo programma di allenamenti. Tutti i sacrifici di Owens saranno magistralmente ricompensati: vincitore di quattro ori alle Olimpiadi del 1936 di Berlino, premiato sotto gli occhi di un severo Hitler, dopo aver rifiutato di compiere il saluto nazista, Jesse Owens scriverà una storia indimenticabile. Wrestling – The wrestler Il protagonista di questa pellicola è Randy “The Ram” Robinson, un campione degli anni ’80 ormai lontano dall’affascinante mondo del wrestling americano, paragonabile a quello dei grandi attori o delle rockstar, con vizi, sfizi ed eccessi. Al centro della storia, a tratti più o meno tragica, spicca fortemente la passione per lo sport, la dedizione per la propria fatica, la dimensione familiare di un pubblico che sta a guardare, il senso di rivalsa su un ring su cui si prendono botte meno dolorose di quelle inflitte dalla vita. Football – Altra sporca ultima meta Si tratta di un remake di un classico degli anni ’70, “Quella sporca ultima meta”. La storia racconta di Paul Crewe, un ex giocatore di football che, finito in galera, assume l’incarico di allenatore della squadra dei detenuti che dovranno sfidare, in uno scontro con un’importante carica morale, i secondini. Ciò che risulta interessante è come questo film si ponga a metà tra la parodia tipicamente americana, con i ragazzi pon-pon a fare il tifo, e la storia di […]

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Gli orologi del diavolo. La fiction ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi

Nuovo prodotto Rai, in onda dal 9 novembre 2020 in quattro puntate in prima serata, Gli orologi del diavolo è una fiction impegnativa ispirata alla storia di Gianfranco Franciosi, primo infiltrato civile testimone di giustizia. Prodotta da Rai Fiction, in collaborazione con Mediaset España e Picomedia, la miniserie ha come protagonista il talentuoso Giuseppe Fiorello. È tratta dall’omonimo libro scritto a quattro mani da Franciosi e dall’inviato di Presa Diretta Federico Ruffo, pubblicato da Rizzoli nel 2015 e narrante la storia dell’eroe Franciosi, che, come infiltrato, contribuì nel 2008 all’operazione “Albatros”, il più grande sequestro di droga in Europa (oltre 9 tonnellate di cocaina) e al successivo arresto del boss galiziano Elías Piñeiro Fernandez, avvenuto nel 2011. Il titolo Gli orologi del diavolo deriva dai Rolex che il boss spagnolo regalava a Franciosi, uno per ogni affare avviato insieme, fino all’ultimo, ricevuto con tanto di minaccia annessa per il giorno in cui l’avrebbe ucciso vendicandosi. Girato tra la Liguria, la Puglia, Torino e il Lazio, la fiction si incentra sulla figura di Franciosi, qui Marco Merani (Beppe Fiorello), meccanico nautico dalle brillanti qualità, ritrovatosi invischiato suo malgrado in qualcosa più grande di lui: da un lato complice e testimone di uno dei maggiori traffici internazionali di droga, dall’altro infiltrato e testimone di giustizia. Gli orologi del diavolo. Trama Marco Merani è un meccanico specializzato nella costruzione di piccole imbarcazioni, lavorando nel suo cantiere a Bocca di Magra in provincia di La Spezia, nei pressi del fiume. Considerato il migliore nel suo campo, ciò desta l’attenzione di potenti narcotrafficanti spagnoli, capeggiati dal giovane boss galiziano Aurelio Vizcaino (Alvaro Cervantes). Questi richiede a Marco dei gommoni, atti a trasportare la merce e veloci al punto da poter seminare in mare le forze dell’ordine. Insospettito dalle richieste, Marco chiede aiuto e consiglio al suo amico poliziotto Mario (Fabrizio Ferracane), scoprendo che lo SCO di Genova segue da mesi i narcotrafficanti, senza sortire successo. A questo punto viene proposto a Marco di collaborare con la giustizia, per aiutarli nella cattura del boss. Merani si ritrova suo malgrado sotto copertura, infiltrato tra gli affiliati di Aurelio e divenendo per lui un punto di riferimento, quasi un fratello. Mecánico, così viene chiamato dal boss, si ritrova a condurre una doppia vita: costretto a mentire alla sua famiglia e agli operai ed entrando in qualcosa più grande di lui. «Un poliziotto senza distintivo e un delinquente senza soldi», così Marco/Franciosi si definisce, in bilico tra giustizia e illegalità. Perde la sua vita, se stesso, tra rinunce, arresti, viaggi tra Spagna e Sudamerica. E quegli orologi, le catene che lo vincolano ad Aurelio, senza possibilità di scampo. Deluso poi più volte dallo stesso Stato, attraversa un periodo di estrema confusione e demoralizzazione. Gli orologi del diavolo. Chi è Franciosi La storia di Gianfranco Franciosi, per gli amici Giannino, balza agli onori della cronaca nel 2014, grazie ai servizi dei programmi Presa Diretta e Le Iene, e nel 2015 con la pubblicazione del libro Gli orologi del diavolo, che […]

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The Crown 4: tra femminismo e favole moderne

La quarta stagione di The Crown, grande successo della produzione Netlfix, in queste ultime settimane secondo solo a La regina degli scacchi, è in onda dal 15 novembre. Una prospettiva tutta femminile: Margaret, Diana, Elisabetta La serie è conosciuta, la storia della famiglia reale anche. Questa stagione però era più attesa del solito. Sicuramente perché propone un nuovo punto di vista, una prospettiva tutta al femminile; poi perché ha come protagoniste alcune delle più apprezzate figure della storia contemporanea, non solo anglosassone, Margaret Thatcher e Lady Diana; infine, non per importanza, per lo spessore delle varie interpreti: le già presentate ma mai noiose Olivia Colman e Helena Bonham Carter e le nuove arrivate Gillian Anderson e Emma Corrin. Incredibilmente affascinante è, ancora, la diversità di tutte queste donne. La Thatcher è una donna che si diverte lavorando tanto da non riuscire a godersi le vacanze, così rigida da non saper giocare con gli altri e da creare disagio in chi ne è capace. Ma è fiera delle sue origini, dedita al dovere e capace di tener testa alla moltitudine di uomini saccenti di cui era circondata. Nel vertice opposto c’è Diana. Porta solo scarpe comode, si diverte e sa far divertire, piace a tutti perché sa metterli a proprio agio, corre con i pattini per i corridoi di Buckingham Palace. Ma vive in una gabbia di vetro che esalta tutte le sue fragilità psicologiche e fisiche, esasperate da una sola cosa: la solitudine. È infatti incapace di tener testa agli uomini e alle donne che la circondano, al sistema che la spinge a tenere la testa bassa e ad accettare il non-amore di un uomo che non ha mai nascosto di non volerla. Nel centro esatto, l’equilibrio perfetto della regina Elisabetta II, agevolata da una posizione meno pratica, ma mai scomposta nonostante le consistenti difficoltà di questo periodo: nelle due decadi, Settanta e Ottanta, la crisi estera, legata alla celebre Guerra delle Falkland e ai conflitti interni al Commonwealth, si intreccia alle minacce interne, come le divergenze con il Primo ministro, le rivolte popolari e la diffusissima disoccupazione, che culmina con l’intrusione di Michael Fagan (9 luglio 1982) a Buckingham Palace. Con un fare così calmo da apparire immobile, Elisabetta II resta stabile e forte, sempre convinta che “i paesi e le persone si rialzano da sole perché devono”. The Crown 4. Carlo e Lady D, la preferita tra le favole moderne A percepirsi fortemente è poi l’immancabile senso di dovere che pare far sopravvivere la monarchia. Carlo è tartassato dalle sue responsabilità, anche quando richiede più tempo, anche quando si chiede cosa sia davvero l’amore, anche quando piange d’infelicità. Ma nessuno sembra disposto a scendere a compromessi perché “l’integrità dei matrimoni reali è l’integrità della monarchia” e mai nessuno ha costruito una storia d’amore così popolare quanto quella di Carlo e Diana. La vera essenza della favola si nasconde in ciò che è celato alle spalle dei felici e contenti. In quella favola, i momenti di gioia presentati sono […]

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Cinema e Serie tv

Johnny Bravo, il macho mammone di Cartoon Network

«Ehi, Baby!». Questa è una delle tante frasi pronunciate da Johnny Bravo, il mitico protagonista di una serie animata degli anni ’90. Chi ha vissuto la propria infanzia negli anni ’90 non potrà dimenticarsi di un canale che, per un bambino che aveva la fortuna di avere un decoder satellitare, era il paradiso dell’animazione: Cartoon Network. Fondato nel 1992, si può considerare il primo canale dedicato interamente all’animazione dove, accanto ai classici cartoni di Braccio di Ferro, di  Tom e Jerry e dei Looney Tunes, venivano trasmesse anche serie animate originali prodotte dai Cartoon Network Studios come Mucca e Pollo, Leone il cane fifone, Ed,Edd and Eddy , Il laboratorio di Dexter e il protagonista di questo articolo: Johnny Bravo, creato dall’animatore Van Patrible nel 1997. Johnny Bravo, trama La serie ruota attorno al protagonista Johnny Bravo, un ragazzone che è il classico stereotipo del macho: alto, muscoloso e narcisista, con un enorme ciuffo biondo e gli occhiali da sole perennemente attaccati agli occhi. In ogni episodio il nostro eroe prova in ogni modo a conquistare il cuore delle ragazze che gli capitano a tiro, puntando sul solo (e presunto) fascino. Peccato che finisca per essere umiliato, venendo scaricato senza troppi complimenti! Inoltre, nonostante l’aria da duro, Johnny dimostra una personalità ingenua e infantile venendo sempre ingannato dal prossimo. Gli altri personaggi della serie sono sua madre (o “Mama”, come viene spesso chiamata dal protagonista), una donna materialista che pensa soltanto ai ritocchini estetici e che tratta il figlio come se fosse un bambino; Suzy, una bambina di sei anni molto intelligente che assilla e ricatta Johnny con richieste assurde; Carl, lo stereotipo del nerd in fissa con la scienza che crede di essere amico di Johnny e poi Pops, l’avido proprietario del bar frequentato dai personaggi. Nel corso di tutte e quattro le stagioni compaiono anche diverse star del calibro Michael Jordan, “Weird Al” Yankovic”, Luke Perry e Mick Jagger. Il macho bamboccione di Cartoon Network Oltre ad essere il simbolo di quella che è stata la golden era di Cartoon Network, Johhny Bravo è anche un cartone dall’umorismo irriverente e sopra le righe. A cominciare dal suo personaggio principale, un guascone che non perde mai occasione di pavoneggiarsi e di pronunciare autoelogiative frasi ad effetto ( e il merito va soprattutto al suo doppiatore, quella del compianto Sergio di Stefano), ma che nasconde una personalità del tutto opposta: rude, ignorante e paurosa, al punto da avere una dinamica del tutto sbagliata con la madre che non lo tratta come un uomo adulto, ma come un bambinone fin troppo cresciuto. Il tutto è condito da espedienti comici che possono sembrare addirittura troppo “maturi” per un cartone che è, in fin dei conti, è rivolto a un pubblico di giovanissimi. Due curiosità: la prima è che gli sceneggiatori di alcuni episodi di Johnny Bravo sono stati Seth MacFarlane e Butch Hartman. Questi nomi non vi dicono niente? Sono le stesse menti dietro altre due celebri serie animante: I Griffin e […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Sistema immunitario ecco come rinforzarlo in modo efficace

Il sistema immunitario si compone di un organismo complesso di sistemi e cellule che operano per proteggerci dall’aggressione di batteri e virus responsabili di malattie e patologie. Contrarre virus e infezioni spesso dipende dalle difese immunitarie basse, che segnalano uno stato di salute del nostro corpo non proprio efficiente. E’ comunque possibile rinforzare in maniera efficace le difese immunitarie, ecco tutte le soluzioni per ottenere ottimi risultati. Osservare un’alimentazione ricca di antiossidanti Gli antiossidanti assicurano un enorme supporto al sistema immunitario, bloccano le reazioni a catena innescate dai radicali liberi, proteggono i grassi contenuti nelle membrane cellulari e svolgono un ruolo determinante nel riparare il DNA danneggiato, rafforzando le capacità di autoriparazione proprie dell’organismo. I cibi costituiscono la fonte migliore di antiossidanti, in particolare quelli che contengono la vitamina E, che si trova negli oli, soprattutto quello di girasole, nella frutta secca, ma anche nelle verdure a foglia verde come spinaci e broccoli. Altri cibi ricchi antiossidanti sono anche carciofi, cioccolato, pomodori, mele, fagioli rossi, caffè. Anche gli acidi grassi omega-3 sono importanti per rafforzare le difese immunitarie e per avere un apporto giornaliero sufficiente inserire nella dieta il pesce, in particolare quello azzurro, sardine, sgombro e tonno. Aglio e zenzero proprietà disinfettanti e disintossicanti Due alimenti particolari per risollevare un sistema immunitario debole sono aglio e zenzero. L’aglio è antisettico, antifungino, antibatterico e disintossicante naturale, contrasta la nausea e aiuta a combattere le infezioni. I sui effetti benefici risiedono anche nelle sue proprietà anti-infiammatorie, che aiutano il sistema immunitario a funzionare al meglio e favoriscono la moltiplicazione delle cellule che hanno il compito di proteggere dalle malattie. Anche lo zenzero svolge pressappoco le stesse funzioni e contiene numerosi antiossidanti che aiutano a contrastare l’invecchiamento cellulare, scongiurando l’ossidazione delle cellule. Lo zenzero è disponibile in polvere oppure sotto forma di radice da consumare a pezzetti o aggiungere alle pietanze. Praticare una regolare attività fisica Una regolare attività fisica, oltre che stimolare la circolazione, aumenta la circolazione dei globuli bianchi, il cui scopo principale è quello di distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie. Questo contribuisce ad aumentare la resistenza allo stress e quindi a rafforzare il sistema immunitario. In genere sono sufficienti 30 – 45 minuti al giorno di allenamento moderato all’aria aperta per ottenere come risultato un rafforzamento delle difese immunitarie, che può consistere in jogging, ciclismo, nuoto, sollevamento pesi oppure una passeggiata ad andamento sostenuto. Evitare di esagerare e non trasformare un’attività sana e benefica in stress che può invece indebolire le difese e ottenere l’effetto contrario. Il sonno rinforza le naturali difese dell’organismo Lo difese dell’organismo hanno una stretta relazione con la qualità del sonno e la sua durata. La quantità di cellule immunitarie naturali necessari al nostro corpo per difendersi da batteri e virus aumenta durante il sonno. Ecco perché bisogna dormire a sufficienza, ovvero almeno 7-8 ore, ritenute indispensabili per assicurare un ritmo equilibrato del ciclo sonno-veglia, per migliorare la produzione di citochine anti-infiammatorie e delle cellule killer. Un sonno ristoratore aumenta le capacità dell’organismo […]

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Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Autunno: le skills per viverlo alla grande!

È arrivato l’autunno. Le giornate diventano più corte, la luce va via prima, le piccole folate di vento secco inizieranno mano mano a diventare più intense così come l’umidità serale. Tutto ciò si ripercuote sul nostro benessere psico-fisico. Non è nuovo il concetto per cui gli umori delle persone subiscano inevitabilmente l’influenza dell’ambiente che le circonda e, in una fase di transizione come quella autunnale, ciò è valido anche per l’equilibrio dell’intero organismo. Si pensi ai repentini cambi metabolici, il senso di spossatezza, talvolta quasi apatia! Un toccasana per il benessere mentale è sicuramente in primis quello di stare all’aria aperta, approfittare delle belle giornate per riprendere l’attività fisica (abbandonata nella calure estive) ed entrare maggiormente in contatto con la natura. Con l’autunno la psiche affronta un progressivo ripiegamento interiore, al contrario della spinta propositiva della primavera, ora l’io riflette su se stesso. Può rappresentare un decisivo momento di introspezione e miglioramento se lo si affronta con un atteggiamento positivo ed equilibrato. La malinconia non deve essere quindi un nemico, si può vivere con dolcezza e scivolare con fluidità sugli alti e i bassi propri di questa stagione. Il senso dell’equilibrio e della natura ciclica della vita è proprio dello yoga e della meditazione, che diventano un ottimo strumento da adoperare in questa fase dell’anno. Autunno: tanta acqua ed energy food! Il corpo e la mente cercano di adattarsi all’inverno che verrà, quindi è nostro compito fornirgli tutti gli strumenti di cui avranno bisogno. Una delle prime cose che si notano in questa fase è un lieve rallentamento del metabolismo e sensazioni di gonfiore, a volte persino di disgusto, o attacchi di fame improvvisi! La prima arma è sempre e comunque l’idratazione. Non si contano le volte che le star e le modelle parlano dell’acqua come la soluzione a tutti i problemi e (anche se sono alquanto esagerate) si può dire che tutto comincia da lì. Una buona idratazione aiuta il metabolismo, mantiene la pelle idratata e fa smaltire meglio le tossine. Molto consigliati sono anche i cibi che apportano energia al corpo. Fanno al caso nostro le uova, ricchissime di vitamina B, le arance per la vitamina C e la frutta secca che è ricca di proteine. Via libera ai semini di tutti i tipi e dimensione: a base di frutta secca, semi di zucca, mandorle, noci, semi di sesamo. Rappresentano un po’ l’essenza della stagione che si lascia alle spalle la vita vissuta e semina nuovi propositi e idee su cui lavorare. La zucca in tavola non può mancare nei periodi down! Ricca di beta carotene, omega 3 e vitamine, contrasta l’ansia e lo stress, per non parlare delle sue proprietà antiossidanti. Invece le fibre, la melagrana, le castagne, le arance e le crucifere sono ideali per preparare il corpo all’inverno grazie all’azione di rafforzamento del sistema immunitario. La salute passa per la pelle del viso! Per prenderci cura del nostro corpo e della nostra pelle, bisogna inevitabilmente cominciare dal viso. La pelle è molto delicata e sensibile agli sbalzi […]

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Miele di Melata, proprietà e benefici

Scopriamo l’uso, le proprietà e i benefici del miele di Melata, un alimento ricco e prezioso adatto a ogni età. Come si forma il miele di melata? A differenza di quello comune il miele di melata non è prodotto dagli alveari, ma dalle foglie di alberi come il pino, la quercia, l’abete rosso, e l’acero. Sulle foglie di questi alberi vanno a poggiarsi alcuni insetti che le incidono e ne succhiano la linfa, rilasciando una sostanza zuccherina detta proprio melata. Questa viene in seguito raccolta dalle formiche e dalle api che la rielaborano trasformandola in miele. Questo miele viene prodotto prevalentemente in ambienti dal clima temperato come la Foresta nera in Germania, ma anche nei boschi delle regione italiani come la Romagna. Non a caso il nome con qui è conosciuto è anche “miele di bosco”, in riferimento alla zona in cui questo  viene prodotto. Quali sono le proprietà e i benefici? Rispetto al miele d’ambrosia, quello che viene prodotto negli alveari, questo tipo di miele presenta caratteristiche del tutto differenti. Innanzitutto ha una consistenza scura, tendente al nero, è molto denso e ha un sapore amarognolo, quindi molto “rustico”. Grazie alla sua alta concentrazione di sali minerali e oligoelementi, il miele di melata è una fonte inesauribile di proprietà benefiche per tutte le età. Viene spesso consigliato ai diabetici dal momento che, rispetto a quello normale, ha un indice glicemico molto basso. Viene anche indicato agli sportivi e chi segue uno stile di vita vegano dal momento che aiuta a recuperare i sali minerali che si perdono durante l’attività fisica. Il miele d melata è anche un ottimo rimedio per la tosse e la bronchite èd è un validissimo alleato contro l’invecchiamento cellulare, combattendo il fenomeno dello stress ossidativo. Anche per gli studenti e per chi deve concentrarsi molto il miele di melata è adatto, poiché protegge il sistema nervoso e aumenta la memoria e la concentrazione. Inoltre, regolando la flora intestinale, previene qualsiasi problema legato alla digestione. Come si usa? Il miele di melata può essere usato al posto dei comuni dolcificanti. Su una fetta di pane tostato, per esempio, invece della marmellata si può tranquillamente spalmare un po’ di questa crema scura, ma possono arricchire di gusto anche lo yogurt e le bevande come il tè e le tisane. Ovviamente nella scelta del miele bisogna fare molta attenzione. Innanzitutto non si trova sempre nei supermercati e nelle catene della grande distribuzione, ma solo nelle erboristerie, nei negozi di alimenti biologici e su internet. Inoltre è consigliato acquistare miele di melata biologico ed evitare quello che viene prodotto in prossimità di città e di grandi centri urbani, poiché potrebbe essere contaminato dai metalli tipici dell’inquinamento industriale. Immagine copertina: Pixabay

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Culturalmente

Culturalmente

Leblouh: l’alimentazione imposta alle bambine in Mauritania

In Mauritania, la tradizione impone che le bambine da circa sette anni in su vengano sottoposte a severi regimi di alimentazione forzata al fine di raggiungere l’obesità nella prima adolescenza, così da permettere l’accettazione in società e concretizzare la possibilità di trovare marito. In un contesto come quello delle popolazioni rurali della Mauritania sahariana dove la povertà è considerato un problema sociale ancora molto ingombrante, il valore e il prestigio delle donne viene misurato in base alla loro forma fisica. Per la popolazione mauri, piccola società patriarcale di origine berbera, l’obesità viene considerata manifesto di salute e di abbondanza. Infatti, la “Mbelha” (tradizione) prevede che una donna prima di trovare marito o prima di sposare il suo fidanzato raggiunga una soglia minima accettabile di peso, di solito intorno ai 100 kg. In lingua hassaniyya, dialetto arabo parlato in Mauritania, questa pratica di alimentazione forzata alla quale vengono sottoposte le bambine e le giovani donne viene definita Leblouh. Ciò che desta più preoccupazione rispetto a questo costume è che spesso per raggiungere l’obiettivo di un corpo grande, simbolo di opulenza, e magari anche in tempi brevi, si ricorre a mezzi estremi, molto dolorosi e dannosi per la salute. Nonostante questa pratica sia stata abbandonata quasi del tutto nelle zone urbane, continua ad essere fortemente radicata nelle aree più rurali del paese. Una fotografa francese, Carmen Abd Ali, ha raccontato questa tradizione attraverso un progetto fotografico intitolato proprio “mbelha”. Cosa impone la “Mbelha”? «La donna occupa nel cuore del suo sposo lo stesso posto che occupa nel suo letto», recita un vecchio proverbio autoctono. Ciò significa che fin dagli ultimi anni dell’infanzia si comincia con il processo di alimentazione forzata. Le bambine in Mauritania, a partire dai sette anni o poco più vengono costrette ad assumere latte, pappa d’avena, farina di miglio e cous cous in enormi quantità. Questi cibi, ricchi di grassi, contribuiscono a un repentino aumento del peso (si parla di quasi dieci chili in un paio di mesi). Spesso vengono condotte in centri che si occupano di sottoporle a regimi di dieta ipercalorica con più di quattro pasti al giorno che vengono somministrati anche di notte. La pratica è stata paragonata al trattamento riservato agli animali che crescono negli allevamenti intensivi. L’ossessione per la “forma perfetta” non si limita alla sola alimentazione – che comunque rappresenta il problema principale -. Le giovani donne, soprattutto in occasione delle feste, utilizzano ventose e olii contenenti fieno greco al fine di far apparire le braccia più gonfie. I rischi per la salute delle bambine e delle donne in Mauritania Come abbiamo già detto la Leblouh può essere estremamente dannosa per la salute delle donne che ne vengono sottoposte. Oltre agli evidenti disturbi legati al sovrappeso e all’obesità, questa pratica può comportare bulimia, disturbi digestivi, diabete e problemi di pressione sanguigna. Tutte le patologie che se non curate con grande attenzione, potrebbero facilmente portare alla morte. Non solo. Data l’enorme pressione psicologica alla quale vengono sottoposte, molti adolescenti che non riescono a prendere […]

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Franz Reichelt: il sogno di volare e la sua tragica sperimentazione

Franz Reichelt: la storia dell’inventore austriaco soprannominato il «sarto volante». Era il 4 febbraio 1912, ore 8 e 22 del mattino, quando Franz Reichelt tentò nell’impresa di volare gettandosi dal primo piano della Torre Eiffel a 60 metri di altezza. Il paracadute che usò era di sua invenzione, ma risultò fallace: non si aprì e il suo corpo si schiantò al suolo morente. Non è tuttavia certo che la sua morte fu dovuta all’urto col suolo: la sua autopsia rivelava una morte avvenuta prima, durante la caduta, provocata da un arresto cardiaco. Dal video qui riportato, è possibile notare un Franz Reichelt titubante che, salito sull’orlo della rampa della torre di ferro parigina, esita diversi secondi prima di decidere di lanciarsi nel vuoto. Un’esitazione però accompagnata da un sorriso in contrasto con la precarietà dell’invenzione che stava per sperimentare: un paracadute “homemade” a cui si affidò con l’entusiasmo cieco di un sognatore. Il primo ad aver tentato una simile impresa. Franz Reichelt: il sarto arrivato a Parigi con la passione per il volo Appassionato di moda, Franz Reichelt arrivò a Parigi dall’Austria nel 1898 all’età di venti anni. Il suo atelier sorgeva in Rue Gallion ed era frequentato dalle signore di alta società, soprattutto quelle viennesi, presso cui ottenne grande successo. Le sue abilità sartoriali erano notevoli e presto si cimentò anche nella costruzione di crinoline: quelle strutture rigide e a gabbia che si nascondevano sotto le gonne e le rendevano alte e gonfie. Ma la moda e la sartoria presto incontrarono l’altra sua grande passione, l’aviazione. Prima di lui, il 17 dicembre del 1903 erano stati i fratelli Wright, Wilbur e Orville, i primi ad aver compiuto quello che viene considerato come vero “primo volo”: erano riusciti a far compiere al loro Flyer, una macchina “più pesante dell’aria” con un pilota a bordo, un volo di diversi secondi per ben quattro volte. Varie e molteplici erano le sperimentazioni fatte dagli aviatori dell’epoca pionieristica. Quello che mancava però era uno strumento, un paracadute, appunto, che avrebbe garantito la sicurezza del volo e dell’aviatore in caso di caduta. L’Aero-club de France aveva poi messo in palio un premio in denaro per chi avesse costruito un paracadute efficiente. Franz Reichelt volle dare il suo contributo. Imbastì così il suo “abito da paracadute”. La “tragica sperimentazione” Prima di indossare la sua “tuta paracadute” Franz Reichelt utilizzò i manichini del suo atelier come cavie per la sua invenzione. Fece loro indossare dapprima delle ali pieghevoli e poi il suo paracadute casalingo, lanciandoli giù dal quinto piano del suo palazzo. I risultati ottenuti con le ali pieghevoli sembravano essere positivi. Incoraggiato dai parziali successi, Franz passò al perfezionamento della tuta adattandola all’uomo e rendendola quanto più leggera possibile. Il paracadute rimaneva tuttavia del peso di ben 70 chili. Sia il collaudo sui manichini che schiantavano al suolo mutilati, sia quello che fece lui stesso indossando la tuta e gettandosi da basse quote su balle di fieno, fallirono. Franz Reichelt si convinse così che il problema […]

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Gli effetti benefici delle piante d’appartamento

Il verde non è solo il colore della speranza, piccoli o grandi spazi di verde riservati alle piante, di cui ci circondiamo per vivere, che sia in città o campagna, si riconfermano ottimi alleati per la nostra salute psico-fisica. Siamo indissolubilmente legati alla natura, ne facciamo parte e l’ambiente che ci circonda ha influenza sul nostro benessere, abitare vicino al verde ridurrebbe la percezione dello stress e invoglierebbe a una maggiore attività fisica. Il contatto con la natura riporta l’uomo a uno stato di rilassatezza ed armonia, capace di porre cura a molti stati ansiosi e depressi; terapie dolci come l’ortoterapia sono estremamente efficaci: seguire il ciclo produttivo di frutta e ortaggi ci rimette in connessione con la nostra “madre” naturale. Riappropriarsi di quegli spazi fatti di terra e verde ci riportano alla nostra dimensione originaria. Si sviluppano creatività e manualità, si rilassa il cervello in una serenità tutta nuova ed appagante. Se non si ha la possibilità di disporre di un piccolo spazio di terra, si può ricorrere alle piante d’appartamento i cui benefici non sono da sottovalutare. Compagne silenziose, esse sono spesso considerate difficili o di breve durata, in realtà non è cosi, molte piante infatti possono vivere per anni. Oltre all’indubbia bellezza, ci sono altri motivi validi per avere in casa fiori e fogliame: è stato accertato scientificamente che le piante, hanno una notevole efficacia contro l’inquinamento provocato da sostanze presenti negli ambienti domestici: dall’anidride solforosa al biossido di azoto, dalla formaldeide a diversi tipi di solventi, fino alle famigerate polveri sottili (pm10) che affliggono le nostre città, soprattutto d’inverno, penetrando negli ambienti domestici, inoltre rendono l’aria meno secca. Alcune specie di piante non vengono danneggiate da queste sostanze nocive, il loro metabolismo è capace di confinarle all’interno di cellule particolari che fungono da deposito isolato dal resto dell’apparato vegetale. Alcune di queste piante sono: – Pothos: campione di durata in condizioni difficili (poca luce, poca umidità). Basta garantire quel poco serve e ne gioverete per anni. – Zamia: chiede pochissime attenzioni, consigliata anche a chi non ha esperienza, le uniche cose da non trascurare sono tanta luce e terriccio mai troppo bagnato – Sanseverina: non diventa ingombrante, rimane bella ed elegante anche senza particolari attenzioni, ideale per chi ha poco tempo e pazienza. I superpoteri delle piante Favoriscono la concentrazione nello studio e nel lavoro Lo sapevate che avere delle piante in casa può essere di grande aiuto sia per lo studio che per il lavoro? Il motivo è che sono un grande alleato per ridurre il rumore esterno e interno, assorbono il rumore attenuando il chiasso che proviene dall’esterno ed evitando che sia causa di distrazione, i benefici non si limitano a questo, infatti esse infondono calma e relax. Il risultato è che vi sentirete meglio, sarete più produttivi e meno stressati. Provare per credere. Riducono l’accumulo di polvere in casa Se nella vostra abitazione la polvere si forma con molta velocità a causa di determinate circostanze e caratteristiche e questo vi costringe a dover […]

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Abolizione della schiavitù negli Stati Uniti

Il 31 gennaio del 1865 è una data importante non soltanto per gli Stati Uniti d’America, ma anche per l’umanità intera. In quella data viene ufficializzato il tredicesimo emendamento della Costituzione relativo all’abolizione della schiavitù. Fin dal XVI secolo, ancor prima della fondazione dello stato americano, i coloni europei portarono gli schiavi dall’Africa nei loro territori allo scopo di coltivare i campi di caffè, tabacco, canna da zucchero e cacao. La colonia di San Miguel de Guadalupe, fondata nel 1526 in South Carolina, fu la prima a sfruttare la forza-lavoro di questi uomini. Come afferma lo storico e saggista Niall Ferguson, gli europei vennero a conoscenza di quella che fu nota come tratta degli schiavi dagli stati africani che affacciavano sul golfo di Guinea. Questi vendevano gli schiavi ai coloni, i quali venivano portati a lavorare nelle colonie. Gli schiavi neri divennero il motore di un’economia basata sulla piantagione concentrata nell’Oceano Atlantico. Con la spinta verso gli stati dell’ovest e la rivoluzione del 1776 che portò alla nascita degli Stati Uniti d’America, la schiavitù venne regolamentata all’interno della Costituzione. Tuttavia dall’Europa (i cui stati, va ricordato, avevano approfittato dei vantaggi della tratta) iniziarono a farsi sentire anche le prime voci di condanna contro questo procedimento disumano. Complici furono gli intellettuali illuministi che non potevano tollerare l’esistenza della schiavitù in un mondo basato sulla libertà e sull’uguaglianza degli uomini. Ma non bisogna dimenticare che nel 1760 la rivoluzione industriale inglese aveva portato una nuova idea di lavoro basata sull’impiego delle macchine, motivo per cui l’uso della manodopera era considerata obsoleta e primitiva. Fu proprio in Inghilterra a nascere nel 1787 il primo movimento per l’abolizione della schiavitù, guidato da William Wilberforce, che portò all’abolizione (seppur formale) della tratta il 1 gennaio del 1808. Con un provvedimento del 26 luglio del 1883 il Parlamento inglese ordinò l’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. Toccò poi alle nazioni europee, nonché grandi potenze coloniali, cercare di fare il passo più importante: la Conferenza di Berlino del 1885 vietò la tratta degli schiavi e il loro commercio, mentre la Conferenza di Bruxelles del 1890 obbligò l’ispezione delle navi sospettate di trasportare esseri umani a bordo. L’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti Tra il 1776 e il 1804 alcuni stati americani iniziarono ad abolire gradualmente la schiavitù. Questo avveniva principalmente negli stati del nord, dove andava a svilupparsi un’economia di stampo industriale con gli ex-schiavi neri che iniziarono a vivere come uomini liberi seppur con libertà limitate: essi non potevano votare, i loro figli non potevano andare nelle stesse scuole dei bambini bianchi e veniva loro proibito di compiere alcuni lavori. In pratica essi vivevano in uno stato di segregazione. Diversa era la situazione degli stati del sud, la cui economia agricola, basata principalmente sul commercio del cotone, necessitava della manodopera degli schiavi. In quegli stessi stati, tuttavia, nacque il primo movimento abolizionista volto a liberare i neri dal giogo dei loro padroni. Si tratta della Underground Railroad, una linea di “ferrovia sotterranea” organizzata da ex schiavi […]

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HONOR MagicBook 14, un portatile da portare via!

Nell’era del 5G, tutti hanno un alto standard nella portabilità e nella connettività dei dispositivi tra loro, la serie HONOR MagicBook è una delle pietre miliari che rafforza l’impegno del marchio nel creare intelligenza per tutti gli scenari. Combinando un design sottile e leggero, offre una potenza incredibile in un formato elegante e compatto, perfetto per i giovani in movimento. Di seguito descriveremo le caratteristiche che li fanno brillare nella folla: Il suo impressionante design completa lo schermo Full View da 14″. Disponibile in due colori, ha un telaio in alluminio minimalista. In contrasto con i suggestivi bordi smussati blu e con la vita tagliata a diamante che dona un abbagliante bagliore blu. Portatile al cento per cento: Con un peso di soli 1,38 kg e uno spessore di 15,9 mm, HONOR MagicBook è progettato per chi è sempre in movimento. È possibile impostare lo schermo sull’angolazione desiderata grazie alla sua cerniera a quasi 180 gradi, offrendo comfort e comodità ovunque ci si trovi. La sua visualizzazione dà vita ad ogni dettaglio: Grande schermo in un corpo compatto, fornisce una risoluzione di 1920x1080px, presentando lunette ultra strette di 4,8mm su 3 lati con schermo da 14″, massimizzando il rapporto schermo-corpo all’84%, fornendo un’esperienza di visione completa, dando vita ad ogni dettaglio. La riflessione della luce non sarà più un problema, grazie allo schermo laminato. Anche la luce diretta del sole non sarà un ostacolo alla visione. Potenza senza sforzo, grande efficienza grazie al processore AMD e alla RAM a doppio canale Dotato di un processore mobile AMD Ryzen 5 4500u con grafica AMD Radeon™, che adotta anche una RAM DDR4 a doppio canale da 8 GB e un’unità di archiviazione SSD PCIe ultraveloce NVME SSD da 512 GB. Veramente progettato per portare la vostra produttività al massimo e gestire gli scenari più impegnativi.   Software preinstallato: Ha Windows 10, con un mese di prova di Microsoft 365, con l’idea di migliorare la produttività. Dispone di un’applicazione di proprietà di HUAWEI e HONOR, “PC Manager”, che ha il compito di controllare lo stato generale e allo stesso tempo aiuta a mantenere aggiornati i driver e a identificare i problemi hardware. Fornisce anche un manuale d’uso e un link al centro di assistenza online. Caricamento ultraveloce con il massimo delle prestazioni: Onorando l’enorme batteria ad alta densità da 56Wh, fornisce 10,5 ore di prestazioni non-stop. Anche se utilizzato per la riproduzione di video a 1080p. Ha un caricabatterie di tipo C di soli 160 g, che accetta una carica veloce di 65W, che in soli 30′ genera il 46% della carica. Design innovativo della lama per un’efficiente dissipazione del calore: È caratterizzato da un innovativo design delle lame a forma di S. Efficiente, più sottile e con una densità più elevata, affermando un flusso d’aria pienamente funzionale. Aumento della dissipazione di calore del 38%. Un altro vantaggio del suo design è la mancanza di rumore, che lo rende un computer completamente silenzioso. Pulsante di accensione delle impronte digitali per un accesso rapido: […]

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Dal catcalling agli stereotipi: la guida di Babbel sulle parole della violenza di genere

Ancora oggi non è raro assistere a episodi di discriminazione di genere verso le donne: espressioni o azioni di questo tipo sono più diffuse di quanto si creda, sia nella quotidianità sia nella comunicazione dei media attuali. In occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, Babbel ha realizzato l’approfondimento “Sessismo e linguaggio: le parole della violenza di genere”. Uno dei fenomeni più rilevanti è quello delle molestie in strada: il catcalling è una problematica molto sentita, dato che l’84% delle donne ne è stata vittima almeno una volta (dati Hollaback! – Cornell University). Oggi, inoltre, i modi di esprimersi e il linguaggio discriminatorio sono all’ordine del giorno anche sul web: il 25% delle ragazze ha subito violenze verbali su internet e il 26% è vittima di stalking online (dati Pew Research Center). Espressioni e comportamenti violenti emergono come i primi segnali di episodi ancora più gravi, ed è dunque molto importante saperli riconoscere. Sono sufficienti alcuni esempi per capire quanto sia comune assistere a un episodio di discriminazione: basti pensare ai casi in cui ci si riferisce a un medico o a una professionista chiamandola “signorina” invece di “dottoressa”, errore che difficilmente riguarda il genere maschile. Numerosi altri esempi, relativi anche alle narrazioni dei media, sono disponibili online nell’approfondimento speciale realizzato da Babbel in questa pagina web: it.babbel.com/identificare-discriminazione-di-genere-nel-linguaggio  

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8 Pubblicità famose anni ’90-2000

8 Pubblicità famose anni ’90-2000. Diverse sono le pubblicità e gli slogan che riecheggiano nella mente di coloro che guardano la tv o seguono spot promozionali su YouTube. La promozione è fondamentale per rendere più accessibile e dare un carattere distintivo al prodotto che viene promosso, in modo che crei un’impronta nel cuore dei consumatori. 1 Ferrero Rocher (“Soddisfa la voglia di buono”) 1994 Tra le più famose pubblicità anni ’90 ed anni 2000 la prima che ricordiamo è quella della signora elegante in tailleur giallo che chiama il suo maggiordomo Ambrogio, perché “avverte un leggero languorino”. Sicuramente sarà saltato in mente a molti voi lettori il brand Ferrero Rocher con il suo slogan tipico Soddisfa la voglia di buono (1994). Uno spot pubblicitario raffinato che vuole esprimere il gusto delicato  della pralina di cioccolato. Tattica la scelta del colore giallo del tailleur della donna durante lo spot pubblicitario identico alla copertina della pralina. 2. Panatine Rovagnati (“5 minuti”) 2001 Panatine Rovagnati è un altro spot che ha riscosso un grande successo perché è un prodotto alimentare facile e veloce da preparare e perché lo spot si sofferma su un elemento essenziale: il senso della familiarità. “5 minuti solo 5 vedrai e delle Panatine ti innamorerai”. Il tempo di cottura rapido attira l’attenzione dei consumatori che vogliono in giornate feriali una cena rapida e veloce che sprigiona subito un ottimo profumo. 3. Caramelle Dufour (2006) Chi non ricorda lo spot delle caramelle Dufour con il ragazzo che scherza con il delfino? Uno spot amichevole che ricorda il valore delle caramelle, prodotto tipico della convivialità. Le caramelle dolci sono spesso mangiate  in un momento di pausa come un coffee break lavorativo o durante la merenda per gli adolescenti. Il delfino, simbolo di amicizia e condivisione, è l’animale adatto per esprimere questo concetto. 4. Parmigiano Reggiano “Quando c’ è si nota” (2006/2008) Una pubblicità molto famosa ma meno ricordata è quella del Parmigiano Reggiano. Gli adulti la ricordano con facilità perché è un prodotto nutriente e largamente utilizzato in cucina. Per i ragazzi è più difficile ricordarlo perché cattura di meno la loro attenzione. Lo slogan è vincente “Quando c’è si nota” è uno slogan tattico, chiaro ed incisivo, che lascia il segno. 8 pubblicità famose anni ’90-2000  5. Vigorsol  “A fresh air explosion” (2008) Di enorme impatto mediatico è lo scoiattolo che nel bosco corre e canta in maniera lirica rendendo il paesaggio tipico dell’inverno con una coltre di neve. Il senso di fresco del paesaggio è paragonabile alla sensazione fresca e piacevole della gomma da masticare che ha reso la Vigorsol uno dei brand di chewing-gum più acquistati, grazie al simpatico ed orecchiabile slogan “A fresh air explosion”. 6. Yogurt Muller “Fate l’amore con il sapore” (2009) Uno degli spot più sensuali degli ultimi 20 anni con la donna protagonista sensuale che percorre un viaggio al centro del sapore, assaggiando con le sue labbra carnose un cucchiaino di yogurt. Lo slogan Fate l’amore con il sapore è una sinestesia tipica […]

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Fun e Tech

6 pratici consigli per risparmiare su Amazon

Quando si pensa di acquistare qualcosa online è impossibile non fare riferimento ad Amazon. Negli anni il colosso dell’e-commerce statunitense ha costantemente ampliato la propria offerta, tanto da coprire pressoché qualsiasi categoria merceologica. Forte di questo monopolio, la creatura di Jeff Bezos presenta spesso una grande variabilità di prezzi, per quanto di norma inferiori a quelli dei suoi concorrenti. Con qualche accorgimento, però, è possibile risparmiare ulteriormente sul prezzo finale, anche se va messo in conto che le promozioni cambiano di frequente, così come i vantaggi associati al proprio account Amazon. 1 – Iscriversi ad Amazon Prime gratuitamente È il servizio di Amazon ideato per risparmiare sulle spese di spedizione, di solito gratuite solo per acquisti sopra i 29€. Iscrivendosi al periodo di prova di trenta giorni, Amazon Prime non ha alcun costo. Per attivare questa promozione è sufficiente accedere al proprio account e cliccare su “Iscriviti e usalo gratis per 30 giorni”, al termine dei quali scatterà il pagamento di 36€. Basterà tuttavia annullare l’iscrizione prima della scadenza per evitare di pagare l’abbonamento annuale e godere comunque del servizio fino al termine naturale del periodo di prova. I vantaggi di Prime, anche solo per un mese, sono numerosi e non si parla solo di evitare le spese di spedizione e di consegne veloci illimitate per importi di qualunque cifra, ma anche della possibilità di usufruire di altri servizi. Tra questi compaiono: Prime Video, per vedere in streaming serie tv e film; Prime Music, per ascoltare playlist e oltre 2 milioni di brani musicali senza pubblicità; Prime Reading, per leggere centinaia di ebook Kindle gratuiti; Twitch Prime, per ottenere gratis contenuti relativi a videogiochi e gaming online; Amazon Photos, per archiviare le proprie foto in un cloud; e, non da ultimo, l’accesso alle “Offerte Lampo” di Amazon con un anticipo di trenta minuti rispetto al lancio ufficiale. 2 – Buoni Regalo Amazon Il buono regalo è un’ottima soluzione per fare un dono quando si hanno poche idee. Amazon dispone della sezione “Buoni Regalo e Ricarica” che consente di creare card digitali prepagate da inviare tramite e-mail a un destinatario che potrà utilizzarle entro dieci anni. Spesso, soprattutto se non si è mai regalata una card in precedenza, Amazon la associa a un’offerta di benvenuto per il mittente. Ad esempio, in alcuni momenti, è possibile ricevere un buono sconto del valore di 5€ a fronte dell’acquisto di una card con un importo di almeno 50€, pari quindi a uno sconto del 10%. 3 – La ricarica Amazon È possibile ricaricare il proprio conto Amazon trasferendo denaro dalla propria carta di credito o di debito in modo da non dover aggiungere ulteriori dettagli di pagamento durante il check-out. Con questo sistema nell’account si creerà un “Buono Regalo Amazon” di importo corrispondente e spendibile nell’arco di dieci anni. Anche in questo caso possono esserci promozioni attive se si ricarica un certo importo o se si utilizza una determinata carta. Ad esempio, a fronte di una ricarica di 60€ è possibile ricevere un buono […]

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Libri

Libri

Cambieremo prima dell’alba, il nuovo romanzo di Clara Sánchez

Recensione di Cambieremo prima dell’alba, l’ultimo romanzo della famosa autrice spagnola Clara Sánchez Esce nel mese di novembre Cambieremo prima dell’alba, l’ultimo, atteso romanzo di Clara Sánchez, autrice spagnola in cima alle classifiche in tutto il mondo, edito Garzanti, nella collana Narratori Moderni come tutti gli altri successi dell’autrice (Il profumo delle foglie di limone). I lettori che ne hanno apprezzato le precedenti pubblicazioni apprezzeranno certamente quest’ultima, al centro della quale, com’è solito nei romanzi di Clara Sánchez, vi è una voce femminile forte e coraggiosa, quella di Sonia, impiegata in un lavoro stagionale come cameriera in un resort di lusso a Marbella, affascinante località di mare sulla Costa del Sol, in Andalusia, presa d’assalto ogni estate da sceicchi, ricchi uomini d’affari e personaggi dello spettacolo. La giovane donna è impiegata soltanto temporaneamente presso il resort di Fabián, un uomo che dell’accoglienza ha fatto un vero e proprio culto, per sostituire un’amica, non ha mai lavorato come cameriera e non è mai entrata in contatto col lusso e la raffinatezza, vivendo in difficoltà economiche ed impegnata com’è a risparmiare ogni centesimo per riscattare sé stessa e la propria madre da una situazione di indigenza nella quale sente, colpevolmente, di esser finita per assecondare le mire imprenditoriali, finite male, del proprio ex-fidanzato. Lavorando al resort, la donna entra in contatto con la vita, in apparenza perfetta, che ricchezza e lusso garantiscono, e fa la conoscenza della famiglia reale saudita, ospite del resort assieme ad un nutrito seguito di addetti alla sicurezza e cameriere personali: il sultano e le sue due mogli, Sultana e Amina, la cui avvenenza e giovinezza è, tuttavia, schermata e nascosta da pesanti veli. È nel rapporto con le due principesse, prima soltanto professionale e poi sempre più intenso, ed in particolare nel rapporto con la più giovane tra le due, Amina, sorprendentemente somigliante nell’aspetto a Sonia ma in tutto e per tutto diversa da lei, che la donna scopre che non è tutto oro ciò che luccica e che anche la vita di una principessa, apparentemente baciata dalla fortuna, può nascondersi un grandissimo dolore, e che è fin troppo facile immaginare di entrare nei panni dell’altro, quando si crede che l’altro, vivendo nel lusso e nello sfarzo, non abbia problemi di sorta, molto più difficile e pericoloso è, invece, entrare davvero nei panni dell’altro. Entrare nei panni dell’altro può costituire una gabbia dalla quale è difficile, se non impossibile, uscire: è così che la protagonista del romanzo di Clara Sánchez scopre una fitta rete di inganni tali da rendere impossibile il sottrarsi e non restarne invischiati, prigionieri, costretti da catene invisibili. Chi non ha mai desiderato, almeno una volta nella vita, di vivere una vita che non è la propria, sfuggire alle proprie catene ed indossare i panni di un altro, anche solo per qualche giorno? Ebbene, sfuggire alle proprie catene non significa liberarsi delle catene, ma soltanto indossare quelle di un altro. Cambieremo prima dell’alba, romanzo sull’indipendenza femminile Il tema dell’indipendenza femminile, nel confronto tra Sonia e Amina, così […]

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Libri

La felicità sulla porta di casa di Jason F. Wright

La felicità sulla porta di casa è il nuovo libro di Jason F. Wright edito da Garzanti. Un romanzo in cui fili, apparentemente differenti, verranno alla fine a congiungersi in un’unica trama. A fare da motore dell’azione, qualcosa di semplice, eppure sempre più raro: la solidarietà, il donare incondizionato e disinteressato, che prende vita e forma nel romanzo proprio nell’emblematico giorno di Natale. Un romanzo che riporta ognuno verso il proprio centro, verso qualcosa alla portata di tutti, eppure così sfuggente, in una società sempre più consumistica ed egoriferita. Perché spesso si dimentica quanto sia appagante rendere felici gli altri, e quanto sia facile. Jason F. Wright scrive per «The Washington Times», «The Chicago Tribune» e «Forbes», è un autore di grande successo, spesso presente nelle più importanti classifiche americane e non. Vive con la moglie e i figli nella Shenandoah Valley, in Virginia. La felicità sulla porta di casa – la trama Hope è una giornalista in erba, è giovane ma ha già conosciuto un grande dolore; è ambiziosa e caparbia, sembra procedere nella sua vita sempre spinta da un vento favorevole e da un’innata capacità di scelta che la porta sempre a perseguire la strada giusta. La sua vita è stata per casualità o forse no, affidata ad una donna, proprio nel giorno della vigilia di Natale, che l’ha cresciuta con amore. E quello stesso giorno non a caso diventerà per tradizione il suo giorno, fino a quando sua madre viene a mancare e anche la vigilia di Natale sembra perdere la sua magia. Al lutto si somma un altro dispiacere, ma proprio quando sta per crollare, Hope viene colpita da una sensazione nuova e inaspettata; la sorpresa di un gesto inatteso e irrazionale, al quale non riesce a trovare una spiegazione logica, e quindi fuori dalla sua quotidianità, sempre organizzata e puntuale. Un barattolo pieno di monete compare sulla sua porta, proprio quando pensava di aver perso tutto, ma senza mittente, come per magia. Ben presto Hope scoprirà che il gesto non è isolato; inizia così una ricerca che, da brava giornalista, la spinge a scoprire l’origine di quella che sembra una tradizione ormai consolidata e con un unico obiettivo: regalare un briciolo di felicità e speranza a chi crede di averla perduta. L’incontro con una famiglia di restauratori sarà per Hope rivoluzionario. La sua indole instancabilmente laboriosa e complessa dovrà scontrarsi con la semplicità e la bellezza delle cose piccole ma vere, che la metteranno di fronte a se stessa, per comprendere quanto anche un piccolo gesto, fatto con disinteresse e amore, abbia il potere di cambiare letteralmente la vita delle persone. Uno strano e inspiegabile equilibrio sembra farla da padrone nel microcosmo creato dall’autore; aiutare e comprendere richiede attenzione, premura, uno sguardo vigile, ma spesso anche solo essere visti realmente per la prima volta, può cambiare le carte in tavola e stravolgere destini, deviando la direzione di strade solo apparentemente senza via d’uscita. Jason F. Wright è riuscito ad imprigionare nelle parole e nelle pagine […]

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Libri

Generazione perduta, il libro di Gianluca Malato sul fenomeno "Blue Whale"

“Generazione perduta” è il nuovo libro di Gianluca Malato. Marco è un adolescente solitario, figlio di una famiglia onesta ma non molto abbiente. Frequenta alcuni amici dei Parioli, ricchi e spavaldi, che il padre spera gli procureranno un giorno le amicizie giuste per avere una vita migliore. Un giorno diventa vittima del curatore, uno strano individuo che gli ordina via Instagram di infliggersi del dolore e di fare altre cose che lo terrorizzano. Il libro parte con ritmi incalzanti, ponendo il lettore in una situazione d’immediato pericolo. Fin dalle prime pagine la visione sarà come quella di un grande obiettivo che inquadra oggetti e situazioni da vicino. Il personaggio principale è senz’altro Marco, un ragazzo di famiglia umile trovatosi che frequenta persone “vantaggiose”. Il gruppo dei pari, fin da subito, non segue il solito cliché “di porto sicuro”, quanto piuttosto si configurerà come una scala che porta all’ascesa del successo. Le amicizie di Marco non sono oneste né sincere. Ogni azione del gruppo sarà messa in moto da un senso di rivalsa, accettazione, adrenalina e da una gran dose di senso dispotico. Il libro indaga in modo eccelso e moderno i pensieri, i dubbi e i desideri di Marco. La narrazione sembra quasi riuscire a mettere letteralmente le “mani nella testa” di un adolescente. La quotidianità di Marco e dei suoi amici segue il filone che i media ci hanno più volte propinato. Il libro racconta, infatti, la vita “pariolina”, la droga, la prostituzione, il successo ricercato ad ogni costo. A prendere il sopravvento su questa narrazione street, ad un certo punto, sarà il terrificante fenomeno della Blue Whale. Marco, attraverso Instagram si imbatterà in uno strano soggetto, il cui nickname è Akira89. Il loro scambio di messaggi rivelerà fin da subito i ruoli: Marco è la vittima e Akira è il suo capo o, per meglio dire, il curatore. Il libro di Gianluca Malato racconterà con minuzia ogni sfida terrificante che il curatore imporrà a Marco. I video, le ferite autoinflitte, il senso di perenne angoscia. Queste saranno le parole d’ordine di un libro che indaga un momento storico definito e spaventoso. A dare man forte alla figura agghiacciante di Akira sarà per motivi diversi quella di Maurizio, l’amico facoltoso di Marco: le due figure si intrecceranno in più punti, sottolineando che non basta ergersi a capo per esserlo davvero. Le angoscianti sfide a cui è sottoposto giornalmente Marco, sotto ricatto, si accostano alla vita quotidiana dello stesso, fino a toccare un argomento saliente: l’amore. L’amore per Betty, una ragazza non vicina agli stereotipi sociali di bellezza e successo, donerà, infatti, al protagonista una forza nuova, forza che condurrà a molte sorprese nell’arco della lettura.. Generazione perduta che, oltre a raccontare in prima persona il tedioso fenomeno della Blue Whale, sottolinea come alla base di tutto ci sia la solitudine e la debolezza, sentimenti che spesso accompagnano l’adolescenza di tutto il mondo. Nella terza parte del libro ci sarà un finale inatteso, uno di quelli che non ci si aspetta. […]

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Libri

Un lago pieno di misteri di S.K. Tremayne

SK Tremayne, pseudonimo di Sean Thomas, scrittore inglese, conosciuto per i romanzi “La gemella silenziosa” (Garzanti, 2015) e “Il bambino bugiardo” (Garzanti, 2017) che hanno avuto grande successo in Italia, offre al pubblico dei lettori un avvincente romanzo. Infatti, ad ottobre è uscito nelle librerie l’ultimo libro dello scrittore inglese SK Tremayne, “Nelle profondità del lago” edito dalla casa editrice Garzanti (Collana Narratori Moderni), tradotto da Claudia Marseguerra. “Nelle profondità del lago” di SK Tremayne- La sinossi Siamo nella brughiera del freddissimo Dartmoor e Kath è appena sopravvissuta ad un incidente che le stava quasi costando la vita e non sa come la sua auto sia finita nel lago ghiacciato. Tutto lascia pensare ad un tentativo di suicidio ma lei non ricorda nulla: i medici parlano di amnesia temporanea. Intanto suo marito Adam è arrabbiato con lei perché con il suo gesto non ha pensato alle conseguenze che potrebbe arrecare alla loro figlia, Lyla, una ragazzina molto sensibile forse affetta dalla sindrome di Asperger. Lyla però ha visto qualcosa quella notte ma non sa spiegarlo: sicuramente questa cosa la inquieta e i genitori non sanno come aiutarla, è particolarmente nervosa, ha comportamenti strani e si isola spesso con i suoi amatissimi cani nel bosco. Come se non bastasse un uomo sconosciuto si aggira nella brughiera e lascia tracce strane, tipo simboli legati alla stregoneria, alle quali Kath non riesce a trovare una spiegazione, tanto che non sa se è la sua testa che le fa brutti scherzi o queste cose accadono davvero. Così inizia ad avere paura e a non fidarsi di nessuno, nemmeno di suo fratello Dan e di suo marito Adam. Poi, grazie all’aiuto di sua cognata Tessa, di professione psicologa, riesce pian piano a ricostruire i suoi ricordi e a capire con molta sofferenza cosa è accaduto quella notte e a comprendere anche qualcosa in più sulla sua famiglia, su suo fratello Dan, ma soprattutto su sua  madre, appassionata di stregoneria, morta qualche anno prima, che ha lasciato irrisolti molteplici misteri, come quello di aver lasciato in eredità la sua casa solo al fratello e niente a lei. “Nelle profondità del lago” di SK Tremayne L’opera di SK Tremayne è un romanzo ben scritto, con una trama avvincente che lascia il lettore con il fiato sospeso, sebbene la trama raggiunga il suo epilogo in breve tempo.  Bellissime sono le descrizioni della brughiera, del Dartmoor e dei paesaggi invernali che permettono al lettore di sentirsi immerso in questo splendido altopiano inglese.   Fonte immagine: https://www.ibs.it/nelle-profondita-del-lago-libro-s-k-tremayne/e/9788811605416?inventoryId=227542857

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Napoli e Dintorni

Food

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery L’aspetto conviviale di consumare un pasto con amici e parenti, a casa o fuori, deriva dal piacere dello stare con gli altri assaporando gusti e alimenti che hanno una storia e un significato simbolico spesso legato alle tradizioni locali di appartenenza. Il cibo è relazione e da quando nasciamo esso non si limita solo ad essere fonte di sopravvivenza biologica, ma veicola innumerevoli significati simbolici, relazionali e sociali. Se pensiamo alle riunioni familiari, agli spuntini fra colleghi, agli aperitivi tra amici e alle cene di coppia, il cibo rappresenta un momento fondamentale per costruire i legami sociali e d’affetto. Il distanziamento sociale e i ristoranti chiusi, hanno determinato l’aumento del delivery ma ciò che manca al mondo del food è il rapporto con i clienti. Provate però ad immaginare una consegna a domicilio diversa dal solito, che riserva qualcosa di speciale. Insieme alla pizza, al piatto o dolce preferito scelto, arriverà nelle nostre case un Qr-code con la voce del pizzaiolo, chef o pasticciere che non solo spiegherà il piatto, ma che vi saluterà con un messaggio vocale. Il valore che ha acquisito la tecnologia ultimamente è quello di abbattere le distanze e recuperare almeno in parte ciò che è il fulcro della ristorazione napoletana: il rapporto umano. Il “Racconta food” è un idea semplice e funzionale, pensata dalla giornalista Valentina Castellano e sviluppata dall’azienda tecnologica Wip Lab. L’ intento è quello di ristabilire una connessione tra cliente e ristoratore, rendendo di nuovo viva e coinvolgente l’esperienza di consumare una pietanza dalla propria abitazione. A sposare per primi questa idea sono Enrico e Carlo Alberto Lombardi della storica pizzeria Lombardi 1892 a Via Foria, che ci hanno raccontato la loro esperienza e motivazione: “Se il cliente deve restare a casa, abbiamo deciso di portare un pezzo di noi , della nostra storia insieme alla consegna a domicilio -ci spiega Enrico Lombardi – sui cartoni delle pizze verranno attaccati degli adesivi con Qr – code che una volta scaricati sui propri cellulari permetteranno di ascoltare dei nostri audio, con le nostre voci, in cui salutiamo il cliente, spieghiamo la pizza, gli auguriamo buon appetito”. “Ci manca il rapporto diretto, quello fatto di racconti, di storie, di confronti – aggiunge Carlo Alberto – ma non ci fermiamo e la tecnologia ci da una mano. Per questa prima fase abbiamo registrato 10 audio per 10 pizze tra quelle storiche e le nostre proposte”. Ed è con questa idea che da oggi chi ordina una pizza dai Lombardi una volta aperto il cartone della pizza potrà ascoltare la voce di Enrico, quinta generazione di piazzaioli, come nasce la “pizza figone” o la “Don Enrico”, quella dedicata al nonno, o gli ingredienti del ripieno al forno, o quelli della “Starace”. “Non rinunciamo al cuore del nostro lavoro, che è il rapporto con i nostri clienti– dice Enrico – Vogliamo che sappiano che noi ci siamo. E la nostra voce, il nostro racconto, siamo certi abbatterà le distanze. Nell’attesa […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Attualità

Luigi e Ugo: Napoli con altri occhi

Luigi e Ugo non sono il simbolo di una terra che da anni è martoriata dalla criminalità. Sono dei ragazzi che hanno sbagliato e finiscono per essere parte di un retaggio culturale che spesso giustifica o tende a incasellare gli eventi in una dimensione cromatica che prevede il bianco e nero, senza ulteriori sfumature. Ed ecco che alcune vicende si riducono a sentenze e le sentenze diventano avvenimenti che si replicano, senza riflessione. Per questo poi è importante cambiare prospettiva, accogliere i fatti per come sono e poi comprenderli nel più dignitoso rispetto della vita.

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Eventi/Mostre/Convegni

Le cortigiane arriva alla finale con tante proposte teatrali

“Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” nella sua terza edizione da spazio all’universo femminile, di cui si parla con penna teatrale e nei suoi diversi aspetti. La serata finale è prevista il 28 settembre alle 20.30 nell’intimo e suggestivo cortile del Convento di San Domenico Maggiore (vicolo San Domenico Maggiore, 8A). Il concorso per attrici e attori si colloca all’interno del programma “Estate a Napoli 2020”. La visione de La Corte dei Sognattori (compagnia teatrale organizzatrice del progetto) è quella di una maglia larga che abbraccia tutta Napoli. Il contest non vuole essere fine a se stesso ma, come l’arte spesso fa, intesse legami e nodi e svolte ad ogni passo. Nel concreto c’è il sogno di aprire percorsi e spiragli a tutti gli attori che riusciranno a conquistare la stima dei professionisti presenti. Si pensi che la direzione artistica de “I Corti della Formica” nel corso di ogni edizione seleziona uno o più corti da inserire nella successiva edizione del suo festival! Un clima di reciprocità e compenetrazione tra i diversi concorsi teatrali presenti sul territorio per mettere in risalto anche repertori nuovi ed originali, voci fuori dal coro oppure ritorni su vecchi argomenti ma con nuovi approcci. Il mondo del teatro ha sempre bisogno di possibilità ed occasioni da cogliere ed a questa esigenza che vuole rispondere il format de “Le Cortigiane”. “Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” non si è lasciata fermare dal covid! Di certo la situazione d’emergenza che ha travolto il Paese ha messo in ginocchio in diverse occasioni la cultura. Seppur aderendo alla campagna del Mibact restando a casa, “Le Cortigiane” e “La Corte dei Sognattori” sono riusciti a trovare una soluzione per non chiudere la porta al teatro da loro promosso. Ecco che quindi solo per quest’anno la terza edizione si è svolta on-line. Video di 10 minuti con le pièce teatrali dei partecipanti sono convogliati tutti al vaglio della Giuria tecnica che entro il 30 luglio ha decretato i 9 corti semi-finalisti. Da qui il viaggio è proseguito con votazioni a distanza: il pubblico ha potuto esprimere le proprie preferenze a suon di like fino al 6 settembre. Quindi tra la Giuria (composta dagli attori Ernesto Mahieux, Luca Gallone, Gianni Ferreri, Teresa Del Vecchio, Sergio Sivori, Ciro Priello, il compositore e direttore d’orchestra Domenico Virgili, i registi Mario Brancaccio, Gisella Gobbi, la casting director Marita D’Elia, la produttrice teatrale Laura Tibaldi De Filippo, lo scrittore comico Pino Imperatore, il critico teatrale Stefano De Stefano, il giornalista ideatore de “I Corti della Formica” Gianmarco Cesario e La Corte Dei SognatTori) e pubblico online il dado è stato tratto. La performance con maggior indice di gradimento è stata “Caffè Society” di e con Giulia Conte (compagnia “Alegrìa”), che con un totale di 1380 like ricevuti è entrata di diritto direttamente in finale. Gli altri corti avranno modo di esibirsi nel corso della serata finale: Alosya con Rossella Castellano, testo Luigi Parlato e Rossella Castellano; Le rose d’acciaio con Roberta Natalini, testo e regia Roberta […]

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Musica

Musica

A Brave Interview to: KEEMOSABE, Look Closer (2020)

Sono Brave. Benvenuta e benvenuto. Per piacere: come sempre, prima di continuare nella lettura, indossa le tue cuffie. Molto bene. Oggi ho una piccola sorpresa per te. Tu ti aspetti un altro album di elettronica, uno di quelli che solo Brave ti propone. Ma a Brave piace sorprenderti. Ti regalo una perla che devi condividere con le/i tue/tuoi amiche/amici più intelligenti, quelle persone che al fetido tepore del già noto preferiscono esplorare, ridisegnare i confini della propria conoscenza e scoprire inedite configurazioni di sé e del reale. Io, ovviamente, sono una di quelle persone. Se lo sei anche tu, prosegui la lettura. Se non lo sei, chiudi tutto e torna sotto al piumone. _ Il progetto di cui oggi ti parlo si fatica a definirlo italiano. È gente che si muove con disinvoltura tra Milano, New York e gli Abbey Road Studios di Londra (se mi leggi, già sai), precedentemente attraversati dalla loro musica nel 2019. Dietro al disco che ascolterai ci sono a) anni di tour europeo e mesi di reclusione b) una baita sul lago Maggiore senza internet né cellulari c) la mano di professionisti che hanno prodotto i Muse. E mi fermo qui. Oggi ti regalo la viva voce dei ragazzi di cui voglio parlare, che hanno avuto il piacere di rispondere alle mie ardite domande. Fa’ attenzione. Ti sto proponendo una gemma rara e che ti insegna una cosa importante: sintetizzatori non vuol dire automaticamente Elettronica. Cominciamo. https://open.spotify.com/album/5yJB0OPvInpbpGDwMjQGbu?si=aldK7yl7Qb279T-ssDvdbA _ Domanda n. 1 Ogni nuovo sentiero parte da una strada esistente. A quali artisti italiani e stranieri vi ispirate? Dunque, abbiamo artisti di riferimento in veramente tanti generi e stili diversi, proprio perché ci piace prendere ispirazione dalle qualità di ognuno e rielaborarle. I primi tre nomi che ci vengono in mente sono Queens of the Stone Age, Tyler the Creator e Motta. Domanda n. 2 Come sono nate le tracce del nuovo disco (Look Closer, ndr)? Raccontatemi un aneddoto. Queste canzoni sono il risultato di quattro anni vissuti insieme intensamente, con concerti, sessioni e giri per l’Europa che hanno influenzato il nostro modo di essere e pensare. Sono nate da veramente tante situazioni diverse, da sessioni notturne in mezzo ai boschi a feste post concerto. Un aneddoto è su AnythingAnything, quinto brano del nostro disco che ha una struttura molto complessa ma che è venuto fuori letteralmente in dieci minuti di prove in studio. Ancora oggi ci ricordiamo di quel momento come uno strano istante di connessione mentale. Domanda n. 3 Perché avete deciso di cantare in inglese piuttosto che in italiano? La scelta in realtà è stata molto naturale. Io (Alberto, voce/chitarra) e Sebastiano (batteria) abbiamo iniziato a mettere le basi di questo progetto quando vivevamo a New York, e già dal principio avevamo deciso di provare ad avviare questa band a Londra, perciò è stato spontaneo per noi pensare ad una musica che fosse accessibile a quel tipo di pubblico. Inoltre siamo cresciuti principalmente con il Rock e Funk americano ed inglese. Adoriamo anche […]

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Musica

Disordine: il nuovo lavoro di Chiara Ragnini

Disordine: il nuovo lavoro musicale di Chiara Ragnini. «Il Disordine porta all’ordine. Il caos porta allineamento. Lo scompiglio riporta agli appigli»: così Chiara Ragnini definisce il concetto di disordine e così s’intitola il suo lavoro musicale, di recente pubblicazione (16 ottobre 2020). In occasione della pubblicazione, abbiamo intervistato la cantautrice. Chiara Ragnini: intervista alla cantautrice Chiara, come e quando nasce il tuo progetto musicale? Ufficiosamente nel 2008 sotto lo pseudonimo Ceanne McKee, ufficialmente nel 2011 con il mio primo album Il Giardino di Rose uscito finalmente con il mio vero nome. Sul come ho qualche difficoltà a rispondere perché fino dai miei ricordi di bambina ho sempre cantato e suonato, prima il piano e poi la chitarra; la musica, insomma, non è mai mancata. Vuoi parlarci del tuo percorso professionale? Ho cominciato studiando canto e chitarra in età adolescenziale, dando vita, nello stesso periodo, alla mia prima band con la quale portavo in giro per i fumosi locali genovesi le mie prime canzoni, in bilico fra italiano e inglese. In seguito sono tantissime le persone che ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio passaggio: una strada splendida fatta di piccoli passi per gustare al meglio ogni singolo momento. Ho avuto e continuo ad avere le mie soddisfazioni, da artista fieramente indipendente. Lo scorso 16 ottobre è stato pubblicato – dall’etichetta CREA media – il tuo nuovo prodotto musicale, Disordine; a tal proposito dici: «Il disordine di cui parlo è quello interiore e fisico che la vita ci porta ad affrontare tutti i giorni: è un caos positivo, dal quale si ritorna all’equilibrio. Lo scompiglio è funzionale all’armonia»; come si traduce, in musica, tale disordine? Quali le scelte ritmiche da te concepite – fra note e pause – che più rappresentano questo tuo concetto di “disordine”? Il disordine non ha per me accezione negativa, al contrario è di grande stimolo per una ricerca interiore necessaria e importante che nei mesi scorsi si è rivelata essere essenziale più che mai, almeno per me: il lockdown mi ha colpita più nel profondo, privandomi di quel bisogno di socialità che da sempre mi caratterizza. Ho scelto quindi di dare alla luce un EP acustico molto intimo, lento, personale e al contempo universale, raccontando l’amore in quattro tracce diverse e trasversali, nelle quali spero in molti possano identificarsi. La tua musica – elegante, intensa e intima – si muove fra Liguria e Piemonte: quali le motivazioni profonde di questa scelta? Il destino mi ha fatto incontrare una bella persona che si chiama Fulvio Romano, insieme a sua moglie Gloria: piemontesi, hanno casa da tanti anni nel piccolo borgo in cui vivo dal 2009 (io sono di Genova) e che si chiama Lingueglietta, fra gli ulivi delle alture del ponente ligure. Fulvio partecipò tre anni fa al mio crowdfunding per realizzare il mio secondo album La Differenza e scelse come ricompensa la possibilità di dare vita ad un inedito, partendo però, in questo caso, da una sua poesia composta nel 1968. Così è nato […]

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Musica

Headlight: il lento scorrere del tempo

Decisamente una fusion di alto significato quella che troviamo nel concetto musicale dei giovanissimi Headlight. Band abruzzese che funge – dunque fusion – stilemi pop internazionali, riff che richiamano quel glamour funk digitale, alla melodia che si fa precisa e ricca di cliché… fino a sbocciare dentro un singolo come “This Love” che pare averlo ascoltato da anni. Brani degni aspiranti a rotazioni radiofoniche dove lo stampo inglese svetta su quello americano. E l’Italia sembra sparire delle volte, soprattutto quando la mente creativa è giovanissima, di grandi ascolti più che di contorte e ripetute tradizioni “indie”. Esordio internazionale in quel pieno stile pop mescolato a tantissimo altro… ispirazioni primigenie degli Headlight? Il panorama musicale inglese ha sempre esercitato una forte attrazione su di noi. I Coldplay sono la nostre fonte di ispirazione principale, la band che accomuna i gusti musicali di ogni componente degli Headlight. Un video come “This Love” ha sicuramente decretato un buon successo come primo passo. Secondo voi cosa ci regala il vostro disco che prima non c’era dentro le fila della scena indie italiana? A questa domanda è difficile rispondere, potremmo risultare “presuntuosi” se pensassimo di aver introdotto qualcosa di nuovo nella scena indie italiana. Sicuramente, ci troviamo davanti ad un disco puro, sincero, proveniente da 4 ragazzi che credono nel loro progetto ed in quello che fanno e questa è la cosa più importante. Riferimenti didattici di grandi stili. Torniamo alle ispirazioni. Secondo voi ascoltare musica di grande profilo è un freno alla personalità o uno stimolo a fare di meglio? Non esiste una ricetta per avere maggiori stimoli o maggiore creatività compositiva, tuttavia crediamo si debba ascoltare la musica in cui ognuno di noi si rispecchia maggiormente, che sia di nicchia o per il grande pubblico non ha importanza. La scena di oggi è forse molto meno ispirata di un tempo. Che ne pensate? Forse manca un po’ di personalità, il fatto che alcuni artisti affermati ripropongano modelli del passato la dice lunga, sarà che anche il mercato discografico non permette più di esprimersi liberamente, al 100%, senza essere messi immediatamente in un circuito di nicchia, perché non si rispecchia un modello “idealizzato” e non si rispecchiano i canoni imposti da qualcuno. “Timeline” secondo voi a quale domanda risponde prima di tutto? Al viaggio interiore che ognuno di noi compie in una fase della vita. Paolo Tocco Immagine in evidenza: https://www.facebook.com/HeadlightOfficial/photos/a.1759534294360776/2569772443336953

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Musica

Sky of Birds e il nuovo album: Matte Eyes / Matte Moon

Matte Eyes / Matte Moon è l’ultima uscita disponibile dal 20 Novembre della band Sky of Birds per MiaCameretta Records. L’album, composto da dieci tracce, è un turbine di esperienze e riflessioni che si perdono nell’atmosfera nebbiosa della notte, il tutto possibile grazie alla ricerca e allo stravolgimento dei suoni classici degli strumenti utilizzati. Matte Eyes / Matte Moon è un viaggio interiore che si consuma fino ai primi momenti dell’alba, in cui non mancano introspezione e risveglio. Dal sapore internazionale, non solo per il cantato inglese, gli Sky of Birds propongono un album ricco di sperimentazioni e contaminazioni; un esperimento musicale che ricorda la scia post-rock e sfocia a tratti nel low-fi. Nel panorama della musica alternativa italiana, gli Sky of Birds si presentano forti, e di certo ne è una prova il nuovo album. Matte Eyes / Matte Moon – Intervista alla band Sky of Birds Come descrivereste il percorso dal primo album Blank Love a Matte Eyes / Matte Moon? Il percorso tra i due dischi è stato di grande ricerca e di rinnovamento del suono della band. Già dalle prime canzoni scritte dopo Blank Love ci siamo resi conto che i pezzi stavano prendendo una piega molto diversa da quelli del disco precedente; che andavano verso sonorità più cupe, notturne, rispetto alla vecchia produzione, ma anche molto più “soniche” e meno cantautorali, e per certi aspetti più ossessive e minimali. Abbiamo lavorato moltissimo sul suono, sia in sala prove durante la pre-produzione che in studio al momento della registrazione e del mixaggio, cercando di non tralasciare nessun elemento, di fare attenzione al dettaglio anche più piccolo, ad ogni feedback di chitarra, all’intensità di ogni eco o delay. Abbiamo sperimentato sui nostri strumenti (e anzi abbiamo lavorato tutti da polistrumentisti) e abbiamo aggiunto strumenti nuovi (come la chitarra baritona, o il mandolino, stravolto con dosi massicce di delay e fuzz); e c’è stato poi un uso maggiore delle sonorità elettroniche (in un pezzo in particolare, “Haze daze dazzle”). C’è poi da considerare che durante la scrittura di questo disco la band ha subito un cambio di formazione (con l’abbandono di un membro e con la sostituzione del batterista), per cui, come succede spesso in queste occasioni, il lavoro di “ripensamento” del suono è stato ancora più evidente e importante. Matte Eyes / Matte Moon, insomma, è un disco che da un certo punto di vista rappresenta il “nuovo corso” della band, ma in fondo non ne snatura le caratteristiche fondamentali, né le peculiarità del songwriting. Come mai “Matte”? Cosa avete cercato di qualificare come opaco nelle vostre tracce? È un’opacità figurata, come quella di una persona con lo sguardo annebbiato che guarda una luna offuscata dalle nuvole. Un’opacità, dunque, sia reale che di percezione: un’incertezza di fondo, come quella di questi “strani giorni” che stiamo vivendo. Durante l’ascolto dell’album ci si sente catapultati in atmosfere notturne e nebbiose. È questo il genere di atmosfera che avete cercato di creare? È esattamente il genere di atmosfera che andavamo […]

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Teatro

Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Teatro

Don Giuann de Il Demiurgo, tra seduzione, resistenza e nichilismo

Breve recensione dello spettacolo Don Giuann della compagnia “Il Demiurgo” Resistere. Re – esistere. Esistere di nuovo, nonostante una fiumana di forze avverse vi si opponga. Il teatro oggi è uno dei correlativi oggettivi di questo verbo. E ogni spettacolo che riesce ad essere rappresentato è una vittoria per la cultura e per la collettività. Il 15 ottobre, la compagnia “Il Demiurgo” ha contributo a questa goccia oceanica di speranza con una pièce ben riuscita, a tratti meravigliosa, e che si è trascinata con sé una notevole quantità di risate e applausi. Nel perfetto rispetto delle regole anti-contagio la compagnia ha portato in scena, al Teatro Sannazaro, Don Giuann, una riscrittura molto interessante ed egregiamente diretta del Don Giovanni di Molière. A fare da sfondo alle vicende una Napoli simil onirica costellata di anime erranti, tutte alla spasmodica ricerca del loro baricentro. La scelta è stata estremamente funzionale per la caratterizzazione dei personaggi che hanno così assunto una patina più moderna e spendibile per la platea del 2020. Franco Nappi ha, inoltre, snellito il testo, eliminando i due atti finali, e dato alla conclusione un frustrante, quanto ineccepibile, messaggio malinconico e al suo protagonista una verve vagamente tragica. La vanità del possesso come risposta necessaria al vuoto cosmico. La bugia e il gioco della conquista come pedine di una scacchiera degradata e avvilente. Le acrobatiche peripezie amorose di Don Giovanni sono l’appiglio di un bambino nichilista che applica alla lettera, pur di sopravvivere alla pochezza della realtà, uno dei consigli de Il Principe di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora che sia, che inizi un nuovo spettacolo. Il tendone non può essere chiuso. C’è troppo silenzio da coprire. Troppo. Don Giuann de Il Demiurgo, missione riuscita! Esilarante e coinvolgente, il Don Giuann de “Il Demiurgo” ha visto performance eccellenti da parte di tutti gli attori coinvolti. In primo luogo dalla coppia Cioffi (Sganarello) – Balletta (Don Giovanni), la cui comicità farsesca ma mai sopra le righe ha colpito per freschezza e vivacità tecnica. Discorso analogo può essere fatto per i due “villici”, Roberta Astuti e Daniele Acerra che hanno portato in dote tantissime risate. Menzione va anche a Chiara Vitiello (donna Elvira) che è stata eccezionale, specialmente nel suo breve  ma intensissimo monologo. Bravi anche gli altri, bravi tutti, compresi gli spettatori che, muniti di mascherina, hanno contribuito ad alimentare la macchina teatrale. Bravi tutti, e in bocca al lupo per la vostra, la nostra, operazione di resistenza.

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Teatro

Soulbook, social e perversioni 2.0. Intervista a Fabiana Fazio

Mercoledì 21 ottobre, alle ore 21, al Teatro Sannazzaro nell’ambito del Teatro Solidale andrà in scena Soulbook, scritto e diretto da Fabiana Fazio, che è anche in scena con Annalisa Direttore e Giulia Musciacco. “Soulbook è un invasore. È il nuovo grande colonizzatore. Vuole conquistare sempre più territori. Possedere tutti i suoi utenti. E tutti siamo utenti. Tutti siamo territori appetibili. Tutti siamo di Soulbook. Anzi, tutti siamo Soulbook. Al di fuori di Soulbook tu non esisti. Io non esisto. Nessuno di noi esiste. O, almeno, nessuno di cui possa interessarci”. Di Soulbook ce ne parla l’autrice e regista Fabiana Fazio. 1 – Come nasce l’idea di Soulbook? L’idea è nata quando ci è stato chiesto di parlare a dei ragazzi dei social network e, nel cercare il modo migliore di farlo, ci siamo riscoperte a parlare di noi stesse come dei bambini che giocano ad un gioco di società… ma da soli. Ci siamo immaginate una scatola di Monopoli, per dirne una, con tutti i suoi componenti: carte imprevisti, pedine, case, alberghi, carte probabilità… e dadi, lanciati sempre e solo da una stessa persona… in una sciocca partita con sé stessa. E ci siamo ritrovate a dipingere un quadro grottesco, ma neanche tanto, di quello che accade quando siamo con la testa sul nostro smartphone o con gli occhi sul monitor. Siamo degli adulti che giocano ad un gioco in cui mettere in discussione le regole è solo un’ulteriore regola. Un gioco il cui obiettivo finale è… Aspetta c’è un obiettivo finale? Un gioco in cui vince chi perde. E chi perde festeggia la sua vittoria. E tutti lo invidiano. Sotto una lente d’ingrandimento… (perché il microscopio ci costava troppo… siamo pur sempre una produzione indipendente!)… Ci siamo guardate come si guardano i bambini giocare e litigare. Ed eccoci qui… a mandarci dei grossi cuori pulsanti o multicolore, delle faccine paralizzate in un ghigno o, peggio ancora, dei pollicioni ingessati (manco fossimo l’imperatore Commodo ne “Il gladiatore”). E discutiamo, stando animatamente seduti, usando parole tronche, compresse, recise ma forti (Cmq, nn t prmettr, TOP, tv… e via dicnd!!!). Parliamo del più e del meno e il meno la fa da padrone. Ci infervoriamo e ci scaldiamo ma mai quanto la sedia sotto il nostro sedere. E poi ci perdoniamo, e ci amiamo e ci stringiamo e ci sosteniamo senza neanche toccarci: che talento! Siamo una bella caricatura di noi stessi neanche troppo divertente. Goffa, buffa, preoccupante e drammatica. Mio nipote di 6 anni, quando gioca ai videogiochi o con i lego (posso dire la marca?), è molto più dignitoso… ma tra pochi anni anche per lui sarà finita! 2 – Nel tanto chiacchierato The Social Dilemma si afferma in merito ai social che “Questi servizi ammazzano le persone e portano le persone a suicidarsi”. Qual è il suo parere a riguardo? Non ho ancora visto il documentario… come sempre mi piace arrivare in ritardo e seguire il trend quando il trend è un altro. La vedrò a breve. Per […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amarcord – Diario di una quarantena

Amarcord s. m. [voce romagn., propr. «io mi ricordo», dal titolo dell’omonimo film del 1973 di F. Fellini]. – Ricordo, rievocazione nostalgica del passato. Caro Coviddì, ti è chiaro cosa è un “amarcord”? Amarcord è il mood che mi hai messo addosso con questa seconda ondata di contagi. La gente non si sgola più sul balcone a cantare “Abbracciame” di Andrea Sannino, il cielo è sempre molto cupo e sta arrivando l’inverno. Mi ritrovo a scriverti anche oggi, bimbo scemo che non sei altro. Sai perché? Perché mi costringi a vivere di ricordi e il passato è l’unica cosa che tu non puoi rubarmi. Allora non faccio che rievocarlo, e cerco di cristallizzarlo. Perché mai come oggi il futuro mi si preannuncia come una sfilza di giorni tutti uguali e il mio passato mi sembra super figo, adrenalinico e avvincente almeno quanto un romanzo di Stephen King o quanto quelle montagne russe ad alta velocità che ti mettono in subbuglio lo stomaco e ti gettano i capelli all’aria. Oggi mi è venuta in mente quella volta che mi diedi al volantinaggio. Vivevo ancora a Napoli e lo facevo in modo struggente, viscerale, quasi malsano. Non riuscivo a staccarmi da quella città – solo tu sei riuscito ad allontanarmene, cretino! – e la vivevo con l’ansia di chi, da un giorno all’altro, avrebbe preso coscienza di non avere più motivo di restare e sarebbe morta così, su due piedi. Forse d’infarto. Comunque, arrivai persino a fare volantinaggio pur di restare a Napoli. Percorsi per giorni interi tutta Via Toledo e l’intero centro storico. Non c’erano ancora arcobaleni pacchiani in giro e tra amici, parenti e amanti ci s’incontrava per strada o in un letto, non su Zoom. Amarcord, “io mi ricordo…” Sai, Coviddì, fare volantinaggio mi fece ridere assai. Eh sì, perché richiede spirito dʼavventura, si cammina un sacco, si vedono posti nuovi, ma soprattutto ci si relaziona con gli altri. È tipo un gioco di società. Semmai volessi provarci un giorno – quando maturi un poco, la smetti di fare il criaturo e diventi un cristiano normale che si vuole pigliare le sue responsabilità – sai che devi fare? Ti devi stampare in volto un bel sorriso da babbeo, e poi gli altri ti scanseranno come se fossi la peste bubbonica. Al massimo, faranno i maratoneti, e in questo caso ti passeranno a fianco velocissimissimi lasciando echeggiare un generico “Grazie lo stessooo o o o o!!!”. Se andrai forte, a un certo punto, potresti passare al livello successivo. Praticamente ti puoi improvvisare postino e lasciare volantini nelle cassette della posta, di palazzo in palazzo. Mò attenzione, Coviddì, perché subentra la mitologica figura del portiere! Se sarai abbastanza stanco, sudato e penoso da impietosirlo, questo non ti manderà via a calci in culo, quando si accorgerà che sei lì nel suo tempio per ficcargli i volantini sotto al mento. Si limiterà, però, a ipnotizzarti agitando la testa da destra a sinistra, con l’espressione di un orco che mangia e schiavizza i […]

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Voli Pindarici

Caro coviddì ti scrivo – Diario di una quarantena

Caro Coviddì ti scrivo, perché hai frantumato le scatole. Perché non la smetti più. Perché sei come quei bambocci un po’ tardi che non capiscono che certi giochi non sono belli neanche se durano poco. Caro Coviddì ti scrivo… Lo faccio perché sono alla duemilaottocentunesima quarantena dell’anno 2020 e oramai, tra plaid, strimpellate alla chitarra e maratone di film, letture e scrittura, vivo di ricordi. Osservo dalla finestra la natura che si spegne e gli spettri di quei ritmi frenetici – che caratterizzavano un tempo la nostra quotidianità – disperdersi nel vento. Sta scendendo pure il crepuscolo con le sue pennellate di rosso borgogna che la mia mente trasforma in uva spremuta, vino buono da assaggiare che mi accarezza il palato, mmh…maa. Ma. Ma bevo una tisana al finocchio fumante e sento pure la gola in fiamme, mentre scorro le foto della galleria del mio smartphone e mi ritrovo a piangere come una vecchia che aspetta solo di sdraiarsi nella tomba, prima che le gettino sopra la terra. Sono foto di bistrot, music – bar, viuzze strette e acciottolate, casette muticolor, calette rocciose, mare azzurro, spiagge bianche immense. Foto della Costa Blanca. Foto della Sc’pagna. Ohw, mi sembra di sentire il vociare della sua gente. «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Ok», «Perfetto», «Va bene», «Capisco», «Nessun problema», «Chiav**i pure a mamma», in loop! Giuro che ripetevano quest’espressione di consenso in ogni risposta; e lo facevano in un modo assolutamente adorabile. In Costa Blanca ci sono stata in vacanza l’estate del 2019. Ho alloggiato in quella parte della zona costiera che affaccia sul Mar Mediterraneo, tra Capo de la Nao e Capo di Gata, ad Alicante. Tra le mete più belle delle mie gitarelle sc’pagnole, quando ho avuto base ad Alicante, annovero località molto caratteristiche come Altea e Villa Gioiosa. Durante le esplorazioni, presi qualche appunto su questi posticini…che oggi, in preda a nostalgie furenti, voglio condividere qui. Me, passione guida turistica: C’era una volta un arcobaleno iberico. Stava adagiato nella culla delle playas e del sol. In fase di svezzamento, gli sostituirono il latte materno con della sangria e un giorno – ubriaco fradicio – vomitò colori e polvere di fata. Smaltò di blu e bianco le piastrelle di ceramica delle cupole di Altea e dipinse con le tinte più belle che aveva in corpo i gerani e i gelsomini presenti su tutti i balconi delle casette del borgo. Non contento, drogò la popolazione di Villa Gioiosa nel momento in cui stavano per scegliere il nome della propria terra. Le cagate di questa cittadina bellissima incastonata tra colline e montagne s’insaporirono di zucchero, e si materializzò una bella fabbrica di cioccolato. Nel dopo sbornia, l’arcobaleno prese a disegnare unicorni rosa in cielo e mise in bocca agli spagnoli melense canzoni d’amore mooolto seCsi e sensuali e dal ritmo ballabile. Con l’avvento dell’estate, ancor oggi le s’intonano in ogni dove. Wowwooo, ètuttocosìstupefacentee!! Avevo molto caldo, ricordo. Internet mi rassicurava dicendomi che “di norma, […]

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Voli Pindarici

7 minuti

«Cosa sono 7 minuti? Cosa rappresenta una piccola, insignificante manciata di minuti in un ampio intervallo temporale di otto ore lavorative?». Così esordisce un’operaia di un’azienda tessile francese, mentre sistema la stoffa nel telaio, pronta per essere lavorata! Tutto sembra perfettamente in ordine. Ogni ingranaggio è al proprio posto, pronto per essere azionato e consapevole del proprio piccolo contributo nell’ingente spazio della produzione. Tutto fila senza imprevisti, il movimento delle mani si fonde linearmente con i macchinari, insieme agli odori di fibre e polveri tutt’intorno. Così, ogni giorno uguale al precedente, ogni ora già auspica quella successiva, in una stanca ma sicura routine, che rende ogni azione, e persino ogni respiro, fine a se stessi. Non c’è spazio per riflessioni e interrogativi. E poi a che servirebbero? Non si vive mica di congetture! Ciò di cui si necessita è uno stipendio e la possibilità che nessuno possa sottrarlo, barattandolo persino con la dignità, con diritti che prepotentemente vengono calpestati, servendosi di paura e vulnerabilità. L’azienda rischia la chiusura e intanto la multinazionale che l’acquista è decisa a comprare anche la libertà di tante operaie disposte a scendere a compromessi, a ingoiare imposizioni che si vestono di altruismo e professionalità, disposte a calpestare persino la propria intelligenza, sottomettendola a una pigra ed urgente gratitudine. Qualunque decisione deve essere approvata, perché le cose non possono andare diversamente, non possono cambiare. La cosa più importante è non farsi licenziare! Ma in queste considerazioni non si celano volontà e consapevolezza ma solo paura. Paura di toccare il fondo, rinunciando a lottare e a scoprire magari che il fondo si trova un po’ più giù. Cosa sono dunque 7 minuti? Quei pochi e insignificanti minuti che troneggiano contemporaneamente su dignità e superficialità. I 7 minuti di un arrogante compromesso, di una maldestra decisione che lede libertà e personalità. E qui il consiglio di operaie è chiamato a votare, a dare valore a quei 7 minuti o a rinnegarli: 7 minuti da sottrarre alla pausa pranzo. «Tutto qui? Non ci cambiano la vita», qualcuna incalza, «ma perdere il lavoro, quello sì!». Lo scotto da pagare per non essere licenziate. «Ma quale scotto? Dobbiamo votare a favore e ringraziare anche, perché il lavoro non lo perderemo!». È subito scontro tra maternità, disabilità, ansia di mantenere una famiglia tra mille stenti e consapevolezza straniera di sapere ciò che si vuole difendere. In un periodo come quello attuale, così inedito e poco preparato alla reale paura di perdere tutto, nel periodo della confusione assoluta, della paura di precipitare irrimediabilmente, sconfitti dal virus dell’incoscienza, della superficialità e dell’egoismo. Qui ed oggi, il terrore dilaga e prende tutto, mette tentacoli ovunque, persino sul libero pensiero e sulla reale volontà di difendere ciò che è giusto. E quando in contesti come questo si inseriscono eventi come quello descritto, alcuni si rassegnano a un destino già scritto, uguale da sempre e dappertutto. Così i 7 minuti divengono esca di predatori per facili prede, quelle che rinunciano a perdere qualcosa di importante oggi, condannate […]

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Voli Pindarici

Il virus della diffidenza: mascherine sugli occhi

Il virus della diffidenza reciproca ci ha contagiati molto prima del ovid. Ci si ricorda a stento qual erano l’odore e la faccia della vita prima della pandemia, eppure era appena l’altro ieri. L’umanità si abitua presto al cambiamento, soprattutto a quello che tutela la sua sopravvivenza. A volte ci sembra che mani inumidite da gel disinfettante, pistole finte puntate alla fronte e maschere di carnevale da chirurgo sotto gli occhi facciano parte della nostra routine da sempre. Sembra già remoto, quasi inverosimile, il ricordo di calche, di abbracci libertini, di stanze affollate e sudori scambiati. Di spazi non misurati, di libertà ammassate, di giorni larghi e ariosi. E ci diciamo affamati della vita di prima, alla quale non facevamo troppo caso, nostalgici del privilegio di stare vicini, di conoscere la tempra dell’altro dalla stretta di mano. L’attuale situazione sanitaria innescata dalla diffusione del nuovo Coronavirus ha portato allo stremo alcune delle tendenze più pericolose della nostra epoca. E l’ha fatto con sottile e agghiacciante senso dell’umorismo. Eppure la vita di prima era già profondamente contagiata, solo che nessuno ne parlava. Non ne parlavano i giornali, inviluppati nella solita spirale triadica politica – economia – cronaca nera. Evitavano di parlarne anche gli amici, dietro alle loro nuvole di fumo nei bar, o gli amanti nella confidenza di una cena per due. Forse non ne parlavi nemmeno tu, e di certo non ne parlavo io. Prima della pandemia eravamo già ammalati, solo che non si diceva. Al virus che sta togliendo il fiato a tutti non manca un brillante sarcasmo, perché pare ostinato a mettere in evidenza alcuni vizi umani che circolavano ben prima dell’inizio del contagio, ma che si rinnegavano per omertà e paura, mettendosi quasi sulla difensiva. Questo è il virus della diffidenza, che si prende beffe dell’uomo come animale sociale decantato dai filosofi per la sua sacrosanta necessità di catene umane, di socializzazione ed empatia. È il virus di un’epoca già ammalata, già asociale. Un virus sardonico, più furbo di noi, che ci sta restituendo la nitida rappresentazione di un’umanità isolata, ritrosa, indifferente, allergica alla compassione. Il virus di una diffidenza non creata dal nulla, ma già esistente, portata solo all’attenzione da uno stravolgimento di abitudini. Mascherina in borsa, meglio anche i guanti, e laviamo le mani una, due, dieci volte, scrupolosamente, ossessivamente. Sparita qualunque traccia di cordialità dalle facce, meno persone incontro più sono salvo. Meno persone tocco, più proteggo me stesso. Mi è andata la saliva di traverso, ma non tossisco, ho paura della reazione della gente. Mi guarderebbe in cagnesco o spaventata, indietreggerebbe, si porterebbe tutte e due le mani sulla mascherina per indossarla meglio. E io mi sentirei portatore di uno stigma discriminatorio. Meglio tenere per me il mio disagio e rintanarmi nei miei spazi sicuri, senza alzare più gli occhi. La verità è che già da un po’ ci si teneva alla larga dall’altro. Una cuffietta schiacciata nelle orecchie e non c’era bisogno di prestare ascolto a qualcuno. Il virus lo ha solo […]

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