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Teatro

Perla Navarra in Edward mani di forbice

Recensione dello spettacolo Edward mani di Forbice, in scena al Maschio Angioino per la regia di Perla Navarra Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore, e tra le tante cose che faceva, si racconta che diede vita ad un uomo. Un uomo con tutti gli organi: un cuore, un cervello, tutto. Beh, quasi tutto. Perché vedi, l’inventore era molto vecchio, e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato. Da allora, l’uomo fu abbandonato, senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward. Un balcone, una nonna e una bambina avida di storie. Inizia così la piece Edward mani di forbice, andata in scena domenica, 14 luglio, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, per la regia di Perla Navarra. Inizia così una delle favole meglio riuscite del regista americano Tim Burton. Il Maschio Angioino diventa il castello sulle cui scale e nelle cui ombre si nasconde Edward, un triste assemblaggio di parti umane, che si ritrova delle lame al posto delle mani. Vissuto da sempre in solitudine, viene d’improvviso catapultato tra la gente, nel mondo frivolo e conservatore della sua epoca. Edward mani di forbice, una fiaba gotica per la regia di Perla Navarra Una fiabesca, surreale commedia malincolica, fedele alla pellicola, che accende le luci sulla solitudine, sul dolore, sulla tristezza, ma soprattutto sulla bellezza che si cela nel “diverso”. Edward, come uno scrigno, mostra la sua immensa e inspiegabile bellezza solo a chi ne possiede le chiavi, solo a chi è dotato di quella sensibilità che permette di andare oltre la forma. Suscita molta curiosità, dettata dalla sua diversità: sarà prima accolto, fino quasi a diventare un mito, per poi essere ripudiato e ricacciato nel castello. Eppure lui, al quale le forbici, negano persino la possibilità dell’abbraccio, è capace di sentimenti puri, delicati, come l’amore per Kim, figlia della donna che lo ospita fuori dal castello. Estremamente attuale l’affascinante rivisitazione del tema della diversità, figlia della mente geniale di Tim Burton, e ben rappresentata dalla compagnia la Chiave di Artemysia, guidata da Perla Navarra. Estremamente attuale la critica del perbenismo borghese e dello strato superficiale che lo contraddistingue, smascherato dalla presenza di Edward che ne mostra il lato feroce e ipocrita. Estremamente attuale e necessario l’invito all’apertura verso la diversità, in un buio momento storico del nostro paese, che costruisce muri e fomenta odio verso il debole, verso il diverso, verso l’altro.   EDWARD MANI DI FORBICE REGIA Perla Navarra DRAMMATURGIA Livia Bertè IN SCENA Danilo Rovani, Livia Berté, Milena Pugliese, Diletta Acanfora, Flavio D’Alma, Annamaria Prisco, Nicola Caianiello FonteFoto:https://www.facebook.com/lachiavediartemysia/photos/p.695151167572370/695151167572370/?type=1&theater

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Libri

Ti chiamo domani: prima graphic novel di Rita Petruccioli

“Ti chiamo domani” di Rita Petruccioli  | Recensione Edita da Bao Publishing, “Ti chiamo domani” è la prima graphic novel scritta e disegnata da Rita Petruccioli. Classe 1982, Rita Petruccioli, dopo aver lavorato per anni come illustratrice e fumettista e aver contribuito a Storie della buona notte per bambine ribelli (Mondadori) e lavorato con Giovanni Masi a Frantumi (Bao Publishing), si presenta ai lettori con la sua prima opera da autrice unica. “Ti chiamo domani” è una graphic novel in cui i colori, in particolare le diverse tonalità di blu e di giallo, assumono notevole importanza e permettono all’autrice di distinguere con chiarezza luoghi, momenti ed emozioni. Chiara ha occhi marroni, capelli bruni ed un carattere espansivo e solare. È un’universitaria e aspirante artista che durante l’Erasmus a Tolosa ha conosciuto un gruppo di amici, che ha voluto rincontrare dopo il ritorno a casa. È per questo che è tornata a Tolosa ed è qui che la incontriamo per la prima volta quando, nel pieno della notte, dopo aver acceso la luce per leggere qualche pagina de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, chiama il padre per tornare a casa. Il modo per farlo, grazie alle amicizie del padre, è viaggiare con Daniele, un camionista con qualche anno in più che sta tornando in Italia dopo aver effettuato delle consegne. I due si incontrano e fin dai primi istanti Daniele sembra un po’ scostante, protetto dalle lenti nere degli occhiali e con poca voglia di parlare. Ma nonostante sembri inizialmente restio al confronto, col passare delle ore si lascerà andare sempre di più e renderà possibile un confronto intimo, alimentato dalla curiosità e utile ad entrambi. “Ti chiamo domani” è quindi il racconto di un viaggio in camion di due giorni da Tolosa a Sabina. Protagonisti della storia due sconosciuti, Chiara e Daniele, le loro parole e i loro silenzi. Silenzi che grazie alla bravura di Rita Petruccioli diranno comunque tanto al lettore.  La loro conoscenza sarà scandita dai ritmi di un viaggio in cui la conversazione è il miglior modo per ingannare il tempo. Data la differenza anagrafica, Chiara e Daniele hanno due storie diverse ma durante il viaggio capiranno che una storia può cambiare in base a chi la racconta, per il modo in cui lo fa, e in base a chi ascolta. Si può dire tutto, niente o qualcosa, si può ascoltare ma soprattutto si possono vedere le cose da un’altra prospettiva. Nell’intervista rilasciata a Alessandro Roncato per Repubblica, l’autrice ha spiegato come ambientare idealmente la storia nel 2004 le abbia permesso di non far usare ai protagonisti mezzi tecnologici in cui c’è una sovra comunicazione. «Essendo basato sullo scambio tra due persone che non si conoscono, Chiara e il camionista Daniele, non volevo mettere in mezzo la supermessaggistica da cellulare che ne avrebbe falsato il dialogo». L’autrice ha inoltre spiegato come nella storia ci siano alcuni riferimenti autobiografici. Infatti, proprio come Chiara, anche l’autrice ha vissuto la sua esperienza Erasmus a Tolosa ed tornata in […]

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I sistemi di controllo sociale in Cina

Il Sistema di Credito Sociale è il grande fratello cinese capace di assegnare premi e punizioni ai propri cittadini in base ai loro comportamenti Con un’estensione di circa dieci milioni di chilometri quadrati e con una popolazione di un miliardo e trecentomila individui, il controllo sociale dei suoi cittadini non è la mansione più facile per il governo cinese. La burocrazia, da sempre apparato amico dei governi comunisti, rappresenta l’unico strumento da dispiegare in modo capillarizzato, capace di raggiungere anche i villaggi più lontani, ma alcune delle pratiche di controllo, hanno origini molto più antiche della storia comunista cinese. L’hukou L’hukou, per esempio, è un sistema di registrazione della residenza che risale al quattordicesimo secolo ma che è stato perfezionato nella forma attuale nel 1958. Se la ratio storica dell’hukou era quella di un registro per l’imposizione fiscale, l’obbiettivo con il quale la legislazione è stata ridisegnata nel secolo scorso, è quello di garantire un’opportuna distribuzione dei cittadini, evitando un sovraffollamento delle aree urbane. Con il tempo il sistema si è trasformato in uno strumento di controllo degli spostamenti, impedendo agli abitanti delle zone rurali di recarsi nelle città, da sempre luoghi dove il partito faticava a mantenere il controllo. In cambio della residenza lontana dalle città, il governo garantiva servizi di welfare, come educazione gratuita e assistenza sanitaria. Con l’esplosione dell’economia cinese, la necessità di migrare per cercare fortuna in zone più industrializzate ha prevalso su quei servizi, creando a tutti gli effetti delle caste: da un lato i mingong, i migranti, senza protezioni e welfare, dall’altro lato i cittadini nativi delle zone urbane, più ricchi e spalleggiati dall’assistenza statale. Per di più, il governo cinese a partire dagli anni Ottanta, ha digitalizzato i registri dell’hukou, rendendo più “efficiente” il controllo degli spostamenti e tracciando possibili minacce alla sicurezza nazionale. Un vero e proprio occhio occulto del partito, capace di raggiungere anche le province più lontane. Il CNGrid Altro esempio di strumento di controllo è il “China National Grid project” (CNGrid). Questa volta la storia e la tradizione non c’entrano nulla, ma è tutta farina del sacco del partito comunista. Avviato nel 2004 come pilota nel distretto Dongcheng di Pechino e poi esteso nel 2015 in tutta la Cina, il progetto prevede la suddivisione del territorio in microaree, ognuna assegnata a dei controllori. Il controllore ha il compito, dietro compenso, di riportare alle autorità possibili minacce o accadimenti che minano la sicurezza della nazione. È possibile riconoscerli per la banda rossa che portano intorno al braccio e nelle zone più rurali, di solito sono tassisti. Socialmente i controllori non vengono ben visti dalla popolazione, che li reputa delle “spie” del governo centrale. Tutto ciò produce un’aria di diffidenza all’interno delle comunità, che vedono la loro privacy minacciata anche dalle telecamere per la videosorveglianza, connesse al CNGrid. Il Sistema di Credito Sociale Se tutto questo non bastasse, in Cina si è deciso di andare ancora più affondo con il controllo sociale, attraverso la creazione di un vero e proprio grande […]

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Sovranity, una drag queen che legge le fiabe ai bambini

Sovranity ha incantato decine di bambini e bambine dai cinque anni in su, vestita da Principessa dei Ghiacci, con la lettura di tre racconti contro gli stereotipi di genere. Nella Sala predisposta dalla CGIL di Catania sono accorse moltissime famiglie in occasione del Pride svoltosi in città. Nel mese di giugno, infatti, tantissime città Italiane hanno dato il via all’Onda Pride 2019, le parate festose e colorate nate il 28 giugno del 1969, quando un gruppo di poliziotti fece irruzione nel club gay Stonewall Inn di New York. Per la prima volta la comunità LGBT decise di rispondere alle manganellate con altrettanta violenza e, per tutti i giorni a seguire, scese in strada mostrando a tutti che era finito il tempo di nascondersi. Lo slogan era uno ed era chiarissimo: “Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud.” (Dillo in modo chiaro, e urlalo. Essere gay è giusto, essere gay è motivo d’orgoglio). Sovranity,  con il suo pomposo vestito argentato e una corona d’argento sopra a una folta chioma bionda, ha iniziato con la favola Piccolo uovo, che – prima di nascere – decide di partire in esplorazione nel mondo delle famiglie. Nel suo viaggio, incontra due mamme gatte, un ippopotamo single che cresce da solo il proprio cucciolo, due canguri che hanno adottato due orsetti, due pinguini maschi con due figli, una coppia formata da un cane bianco e una cagnolina nera. Tutte queste famiglie, «sembravano un bel posto in cui crescere». L’incontro è poi proseguito con la lettura della fiaba di Rosaconfetto, un’elefantina color grigio, diversa da tutte le altre elefantine della sua tribù che – grazie a una dieta a base di anemoni e peonie – avevano un bel manto rosa. A Rosaconfetto non piacevano anemoni e peonie e ci teneva affatto ad essere tutta rosa. Avrebbe voluto, invece, scorrazzare nel verde e fare il bagno nel fiume come gli elefantini maschi, liberi di mangiare ciò che volevano e con il manto grigio… proprio come lei! Infine, la storia di Ettore, l’uomo straordinariamente forte, che lavora in un circo ed è capace di cose incredibili, ma – una volta finito il suo numero – diventa un uomo solitario e schivo. Ha parcheggiato la sua roulotte in un luogo appartato, lontano da occhi indiscreti per custodire il suo segreto… Una passione sfrenata per l’uncinetto e il lavoro a maglia! Un brutto giorno due domatori invidiosi svelano a tutti le sue creazioni, senza prevedere di star svelando anche un suo grande talento! I bimbi, insieme dai propri genitori, sono rimasti affascinati dalla drag queen e una di loro si è accorta che in realtà fosse un uomo. Sovranity le ha spiegato quanto amasse indossare quei costumi e che i suoi genitori erano stati molto comprensivi a riguardo. Il “Baby Pride” ha riscontrato dure critiche da parte di alcuni politici Italiani, come Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, e l’assessore alla sicurezza del Comune di Catania (in quota Lega Nord). «L’unico messaggio che ho voluto trasmettere […]

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Huawei e Stati Uniti: le ragioni dello scontro

Le ragioni vere dello scontro tra Stati Uniti e Cina, passano per le vicende Huawei, e sono molto diverse dalle ragioni ufficiali. Il diciannove maggio scorso, l’ “affair Hawuei” è esploso di nuovo dopo che Google ha dichiarato di voler sottostare alla volontà dell’amministrazione Trump revocando la licenza andorid a Huawei. L’azienda cinese era stata inserita nella “entity list” il quindici maggio. Il giorno seguente, Intel e Qualcomm hanno seguito il gigante di Mountain View, per quel che riguarda la produzione di chip.  Mercoledì, anche l’inglese ARM ha deciso di non collaborare più con Huawei. Due verità per la vicenda Huawei. Come spesso accade in certe circostanze, coesistono due livelli di verità. Esiste una verità di facciata, ufficiale. Esiste poi l’altra verità, autentica, che non sempre viene rivelata. La prima motivazione dietro la scelta di Trump, quella ufficiale, è da ritrovarsi in una potenziale minaccia alla cybersicurezza americana. Huawei è leader mondiale per la creazione della rete 5G, con assicurati già 46 contratti per la costruzione dell’infrastrutture in 30 paesi del mondo. Prima del ban, Huawei avrebbe imposto la sua supremazia tecnologica anche negli States ma Washington non è riuscita a mandare giù il passato scomodo di Ren Zhengfei, CEO e fondatore dell’azienda cinese, storicamente vicino ai piani alti del partito e dell’esercito. Delle prove dell’avvenuto spionaggio ancora non c’è traccia, ma è bastato il sentore di contaminazione, a maggior ragione se cinese a innescare l’escalation. La provenienza geografica non è un fattore secondario. Questo ci porta alla seconda verità, quella non detta, ma probabilmente più autentica. Per comprenderla pienamente, bisogna inquadrare il contesto storico. Quando Trump è diventato presidente nel 2016, gli americani si sono svegliati una mattina e hanno capito che una guerra era in atto. La Cina era il nemico e il predominio tecnologico e commerciale era la posta in gioco. Quello di cui gli americani non si sono resi conto però, è che la guerra era in pratica già persa.  In circa trent’anni la Cina ha “allevato” un comparto industriale e tecnologico di prima qualità e ci è riuscita grazie alle risorse americane. Per anni, un esercito di programmatori e ingegneri ha inondato le università e le aziende americane. Studiavano, imparavano i trucchi del mestiere per poi riportare il prezioso “know-how” in madre patria, non sempre nel modo più legale. Le stesse aziende manifatturiere in Cina, presso cui gli occidentali si rivolgevano per la manodopera a basso prezzo, nel tempo si sono trasformate da “assemblatrici di pezzi” a eccellenti fucine di ricerca e sviluppo. Così quando gli americani hanno provato a erigere degli argini al “saccheggio tecnologico”, era già troppo tardi. In poche parole, l’allievo ha superato il maestro. Questa è la ragione “vera” per cui Huawei non può per nessun motivo essere leader per il 5G negli Stati Uniti. Rischi della “trade war”. La trade war portata avanti da Trump non fa altro che confermare la debolezza degli Stati Uniti in questo momento. Esiste sicuramente un complesso sistema di legami che rende Cina e Stati […]

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Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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Cinema e Serie tv

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Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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6 film su Napoli da vedere assolutamente

I film su Napoli da vedere assolutamente: le migliori pellicole in cui Napoli è protagonista assoluta. Da Totò a Troisi, da De Sica a De Filippo, passando per Sophia Loren e Luciano De Crescenzo. Attraverso questi grandi nomi e tanti altri, il cinema napoletano è stato un infinito palcoscenico di situazioni e sentimenti, e ha rispecchiato fino in fondo la innata carica di pathos partenopeo. Fantasia ed ironia, antica saggezza e grande euforia, ma anche solidarietà e sofferenza. La contraddittoria energia sprigionata dalla città è stata capace di produrre per il cinema un patrimonio inestimabile di immagini, che narrano storie impregnate di cruda realtà e preziosa sociologia Napoli è stata ampiamente rappresentata nella cinematografia nazionale e internazionale: grandi registi si sono succeduti negli anni, a partire dai Fratelli Lumière che nel 1898 effettuarono alcune delle loro prime riprese sul lungomare di Napoli, passando attraverso gli anni Sessanta e Settanta con i film di Mario Monicelli, Roberto Rossellini con Paisà, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola, Nanni Loy, Dino Risi con Operazione San Gennaro e tanti altri, fino ad arrivare ai giorni nostri con Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores, Matteo Garrone, John Turturro e Ferzan Özpetek con Napoli velata. Oggi la città vive un Rinascimento cinematografico: dopo il successo mondiale della fiction “Gomorra” basata sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano, è attraversata dalle riprese del colossal di produzione americana «L’amica geniale» ed ha vissuto un trionfo ai David di Donatello che hanno consacrato Napoli un set a cielo aperto (si pensi ad «Ammore e Malavita»). Ma quali sono state le pellicole che hanno meglio rappresentato la città o descritto la napoletanità? Ecco 6 film su Napoli rappresentativi delle controversie del nostro popolo L’oro di Napoli – 1954 Tratto dai racconti di Giuseppe Marotta, L’oro di Napoli è un must have del cinema napoletano. Alla regia dell’intreccio di storie abbiamo Vittorio De Sica, che dirige prima Totò nei panni del pazzariello (suonatore ambulante) sottomesso ed umiliato dal “guappo” del rione, poi Sophia Loren, pizzaiola alla disperata ricerca di un anello perso; Eduardo De Filippo è il Professore, il saggio del paese che dà consigli a tutti e la sa molto lunga in fatto di pernacchie, mentre negli ultimi due episodi, Teresa e I giocatori, De Sica dirige prima Silvana Mangano nei panni di Teresa, prostituta a cui un nobiluomo propone inspiegabilmente di sposarla, scoprendo solo dopo il perché del gesto, e ne I giocatori De Sica in persona recita nei panni del conte Prospero, uomo col vizio del gioco che è stato interdetto dalla ricca moglie, e passa le sue giornate a giocare (e perdere) a carte con un bambino di 8 anni. Il film è un meraviglioso prisma dei mille volti del popolo partenopeo. Le (sei) storie scelte ne raccontano la pazienza (o la sua mancanza/perdita), scandagliando luci e ombre di un’umanità vessata dalla fame e dalla povertà, dal sopruso e dal ridicolo, col gusto del bozzetto senza scadere nello stereotipo. Miseria e nobiltà – 1954 Dalla commedia di Eduardo Scarpetta, una sinfonia di risate orchestrate da un cast in stato di grazia, capitanato dal miglior capocomico sulla piazza. Non poteva naturalmente mancare Totò, il […]

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Toy Story 4, Woody e Buzz tornano al cinema per l’ultima volta

Toy Story 4, Woody e Buzz alla riscossa Toy Story 4 è l’ultimo film di animazione della Disney-Pixar. Uscito al cinema il 26 giugno, segue temporalmente i primi tre film della saga di giocattoli più famosi della storia. “Il mondo dei giocattoli”, “Woody e Buzz alla riscossa” e “La grande fuga” hanno riscosso, nel corso di oltre vent’anni, un successo e un’acclamazione universale da parte della critica e del pubblico. Un successo che poche altre saghe possono vantare, e non solo a livello di animazione. Nell’ultimo capitolo avevamo lasciato  lo sceriffo Woody e Buzz Lightyear in preda ai deliri di onnipotenza di Lotso, l’orsacchiotto rosa del Sunnyside. Sfuggiti alle grinfie di quest’ultimo, l’allegra combriccola, capeggiata tra gli altri dagli immancabili Jessie, Rex e Slinky, era approdata da Bonnie, grazie alla gentile donazione di Andy, il proprietario dei primi tre film, ormai diciassettenne e in procinto di andare al college. La compagnia può così cominciare una nuova vita. L’ultimo capitolo della saga è un film di nuovi inizi, un episodio che vuole letteralmente cambiare pagina rispetto alle precedenti puntate. Fa riflettere in tal senso come gli eventi che hanno inciso sulla produzione, sia italiana che internazionale, riflettano in modo cristallino le vicende di Woody e compagni. Impossibile non citare l’abbandono in corso d’opera di John Lasseter, guru dell’universo Pixar e recentemente accusato di molestie sessuali. Per non parlare poi dello strazio che lo spettatore italiano prova nel non associare più la voce di Fabrizio Frizzi al volto del cowboy Woody, a causa della scomparsa di un anno fa. Un vero colpo al cuore, che comunque viene sostituito degnamente dal pur ottimo Angelo Maggi, storica voce di Tom Hanks. Verso l’infinito e oltre! Toy Story 4 è ancora una volta la storia di un viaggio. Grazie al formato dell’animazione, che permette di esplorare più generi sotto la farsa della fiaba, si spazia contemporaneamente, come nella miglior tradizione Disney, dal comico al drammatico, passando per le sequenze quasi horror (memorabile le scene del negozio di antiquariato della bambola Gabby-Gabby, con le inquietanti marionette a fare da guardiani). Lo stacco ancestrale dall’età dorata dell’Andy bambino alla nuova Bonnie è devastante per la compagnia di giocattoli, in particolare per lo sceriffo Woody. Ormai dimenticato e relegato all’ultimo posto tra i divertimenti preferiti dalla bambina. Il viaggio è perciò parallelo e duplice: uno è compiuto da Bonnie e la sua famiglia, in procinto di partire per le tanto agognate vacanze estive prima di cominciare l’asilo. L’altro è compiuto da Woody, voglioso di mettersi in mostra dinnanzi alla nuova padrona e accompagnato dalla forchetta Forky, convinta di essere semplice spazzatura e non il giocattolo preferito di Bonnie. Un vero e proprio cammino di redenzione che sorprenderà anche i più appassionati della saga. Rispetto ai primi capitoli Buzz Lightyear viene relegato ad un ruolo più marginale. L’eroe dello spazio, quello dell’infinito e oltre, in questo capitolo svolge un ruolo perlopiù comico, quasi a sdrammatizzare i frequenti momenti di pathos della pellicola. Buzz è infatti presente in quasi tutte le scene […]

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Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Cucina e Salute

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Coppette mestruali: guida all’utilizzo

Coppette mestruali? Solo il nome ci fa dubitare. Eppure negli ultimi anni, moltissime donne nel mondo hanno deciso di risparmiare sull’acquisto di assorbenti e di preoccuparsi dell’impatto che l’usa-e-getta ha sull’ambiente. Le coppette mestruali, dopotutto, sono piccole, si inseriscono nella vagina per raccogliere il sangue mestruale, si rimuovono, si svuotano e si riutilizzano. L’impiego delle coppette mestruali risale al lontano 1930, ma nel nostro Paese non sembra essere una pratica particolarmente diffusa. In Italia, infatti, le donne preferiscono utilizzare assorbenti esterni o tampax durante le mestruazioni, probabilmente perché le coppette mestruali sono ancora poco conosciute o pubblicizzate. Il primo avvertimento per chi decide di provare una coppetta mestruale è: non la si dovrebbe sentire molto e sicuramente non deve fare male. Piuttosto dovrebbe far provare una sensazione simile a quando si indossa un assorbente interno. E’ abbastanza difficile imparare a usare le coppette mestruali, ci vuole tempo e pazienza per capire come si inseriscono e, in alcuni casi, quali sono la forma e la misura giusta per la propria vagina; in media, occorrono almeno tre o quattro cicli mestruali per imparare a usarle correttamente. Tuttavia, non è da sottovalutare la differenza fondamentale tra le coppette mestruali e gli altri metodi, ovvero raccogliere, e non assorbire, il flusso mestruale. L’assorbimento dei tradizionali sistemi, infatti, non si limita solo al flusso mestruale ma anche al muco cervicale, che è in realtà un forte anti-batterico, in grado di creare una naturale barriera protettiva tra vagina e utero nella cavità cervicale, impedendo così a batteri e ad altri organismi estranei di entrare nella cavità uterina. Possiamo individuare due tipologie di coppette mestruali: 1. il modello più comune, rappresentato da una coppetta riutilizzabile a forma di campana, fatta di silicone medico o TPE, lunga circa 5 cm escluso l’estrattore e di norma diffusa in due misure. 2. una coppetta usa-e-getta e mono-uso che sembra simile al diaframma contraccettivo, con un diametro di 7,5 cm circa. Generalmente, ogni coppetta presenta almeno due dimensioni: la coppetta piccola e la coppetta grande. La scelta della taglia della coppetta dipende principalmente dal numero di parti avuti, l’età, il flusso mestruale. La coppetta di taglia piccola è più indicata per donne con età inferiore ai 30 anni, le coppetta di taglia grande è più consigliata per donne di età superiore ai 30 anni che hanno partorito. In linea di massima, la coppetta è ben accetta dai ginecologi, soprattutto in sostituzione degli assorbenti interni, il cui utilizzo è meno igienico e più rischioso. Ne è comunque sconsigliato l’utilizzo dopo un parto naturale, un aborto o un operazione, che rendono la zona molto più sensibile. Le coppette mestruali hanno un range di prezzo che varia dai 10 ai 35 euro, ma è un costo che viene rapidamente ammortizzato nel giro di pochissimi cicli, considerando il fatto che la coppetta mestruale a forma di campana ha una durata di 10 anni e che in genere una donna utilizzi nel corso della sua vita all’incirca 10.000 assorbenti interni o esterni. L’ostetrica e divulgatrice Violeta […]

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Cenetta estiva: verdure, piatti freddi e tanto gusto

L’estate è la cosiddetta “bella stagione”, che porta con sé tanto relax e soprattutto tanti piatti gustosi da poter assaporare, a base di verdure, ortaggi, buoni e facili da preparare. Ecco alcuni consigli per una gustosa cenetta estiva! D’estate, il tempo a disposizione aumenta, il periodo di ferie è l’occasione perfetta per dimostrare le proprie doti culinarie e lanciarsi nella sperimentazione, preparando piatti freddi e variegati. Le calde serate d’estate, sono l’occasione perfetta per dedicarsi alla preparazione di una succulenta cenetta estiva, magari in compagnia di amici, da gustare all’aperto. Naturalmente, preparare una cenetta estiva che piaccia a tutti non è facile;  ogni persona presenta, ovviamente, dei gusti diversi e accontentare proprio tutti, è difficile. Idee per una gustosa cenetta estiva! Uno dei segreti per realizzare una buona cenetta estiva, è sicuramente quello di utilizzare frutta e ortaggi tipici della stagione. Una idea simpatica e d’effetto, potrebbe essere quella di creare un piatto a base di pesce, accompagnato da piatti a base di verdura oppure ortaggi, leggeri e colorati, simpatici da vedere. Pesce spada, salmone, orata, spigola, cozze e vongole, la varietà di pesce a disposizione durante l’estate, è notevole. Una cenetta a base di pesce, accompagnata da simpatici e soprattutto leggeri, involtini di zucchine o melanzane grigliate, magari ripieni di formaggi spalmabili, è un’ottima scelta, che delizierà i palati dei propri commensali, senza appesantirli. Oltre alle varie opzioni citate, è risaputo che l’estate è la stagione migliore per la preparazione di insalate; nutrienti e leggere, apportano vitamine e sali minerali, che in estate sono sempre utili da integrare e sono uno dei piatti cardine, per una cenetta estiva, saporita ma senza troppe calorie.  A tal proposito, come non citare la famosa “insalata di riso”, piatto tipico e diffuso soprattutto d’estate, che piace un pò a tutti, con i suoi tanti ingredienti e la freschezza che tutti desiderano. Ai piatti a base di insalata, con la quale è possibile creare delle vere e proprie ciotole (che spesso sostituiscono un primo piatto) ricche di alimenti e nutrienti diversi, si possono abbinare, per una cenetta estiva sana e giusta dal punto di vista calorico, carne o pesce, o semplicemente dei crostini, bruschette (tipicamente campana) conditi con emulsioni o salse rinfrescanti, ad esempio a base di yogurt greco. Chiacchierare in compagnia è piacevole e rilassante e in questo caso, ossia, se la propria intenzione è quella di trascorrere del tempo in compagnia, senza cimentarsi in piatti elaborati da preparare, si può optare per il cosiddetto  fingerfood, un’alternativa rapida e gustosa. Uno dei fingerfood più realizzati in estate, sono le uova ripiene, un piatto non di certo leggero, ma d’effetto. In base alla propria area di appartenenza, il ripieno dell’uovo cambia, dalla ‘nduja, al tonno, dalla maionese all’emulsione a base di yogurt magro, olive e capperi. Antipasti saporiti, tartine, spiedini a base di carne, pesce o semplicemente realizzati con pomodorini alternati a delle piccole mozzarelline, torte salate, focaccine, pizza, insomma, una varietà immensa di alternative tra le quali scegliere, adatte ad ogni occasione, ideali per una […]

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Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

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I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose

I 6 prodotti tipici del Piemonte: La cucina piemontese vanta una tradizione culinaria ricchissima di prodotti caratteristici che la rendono squisita. In tutte le ricette regionali vi é l’impiego di uno dei prodotti tipici del Piemonte come il tartufo, il vino Barolo ed i formaggi che servono come condimento per risotti e pasta fresca; come il tartufo che viene adoperato per condire i ravioli del Plin. I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose Riassumiamo qui i 6 prodotti tipici del Piemonte, pietanze dal gusto irresistibile che sono molto apprezzate dai piemontesi e dagli abitanti del Nord Italia. Vitello Tonnato o Vitel Tonné Nella cultura culinaria del Piemonte celebre e molto apprezzato è il Vitello Tonnato o Vitel Tonné. Dal nome sembra che questa pietanza sia un’eredità francese in realtà non è così, poiché questo prodotto è tipico del Piemonte, è un’antica ricetta rigorosamente Made in Italy che risale al Settecento italiano ed è stata rivendicata dal Piemonte a fine Ottocento. Il vitello tonnato è un antipasto dalle origini piemontese, semplice e veloce da realizzare, che viene servito anche come gustoso secondo piatto. Si tratta di un prodotto che negli anni ’80 era presente sulle le tavole di tutte le feste. Oltre che nel Piemonte, possiamo affermare che il vitello tonnato è una delle pietanze fredde più apprezzate e conosciute in tutta Italia. Sono sottili e morbidissime fettine di carne di vitello condite con una salsa a base di acciughe, capperi, tonno, uova e succo di limone. Tutti noi riteniamo che il suo nome “Vitel Tonné” si riferisca al tonnato cioè alla salsa che comprende il tonno tra i suoi ingredienti. Vi sveliamo che la definizione “tonnato” è una tecnica di cottura della carne: preparata alla maniera del tonno. Per la preparazione del Vitel Tonné, bisogna lasciar marinare per 12 ore la carne in una pentola con il vino Barolo. Aggiungere i chiodi di garofano ed il sedano a pezzettini. Per cucinare una buona salsa tonnata si necessita di frullare le acciughe, i capperi, il tonno ed i tuorli delle uova. La salsa tonnata serve per guarnire il vitello dopo averlo fatto raffreddare, perché è una pietanza che va servita fredda come antipasto o come secondo piatto. Ravioli del Plin Come primo piatto la tradizione culinaria del Piemonte vanta i ravioli del Plin che risalgono al 1846. Gli ingredienti tipici sono: farina, uova ed olio extra vergine di oliva. Come ripieno, invece, si usa la carne arrosto oppure spinaci, parmigiano ed una spolverata di noce moscata. La forma tradizionale di questi ravioli all’uovo è quadrata e la caratteristica fondamentale che la differenzia da altri ravioli è la carne arrosto per il ripieno, cotti nel brodo vegetale. Un’alternativa originale è quella di condire i ravioli del Plin con burro e una spolverata di tartufo bianco, tipico della città di Alba. Esiste una variante a questa ricetta ed è quella di sostituire il ripieno di carne con quello di cavolo o verza ed adoperare come condimento semplicemente burro, salvia […]

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Pantheon greco: alla scoperta delle divinità elleniche

La parola “Pantheon” viene dal greco pan= tutto e tèos= dio; indica perciò l’insieme di tutti gli dèi. Come tutti i popoli antichi, ad eccezione degli Ebrei, i Greci erano politeisti, credevano cioè nell’esistenza di un gran numero di divinità e di esseri semidivini. Oltre a poteri sovrumani tutti gli dèi greci erano molto simili ai mortali e ne possedevano una parte di limiti e difetti, erano molto litigiosi, si facevano spesso dispetti tra loro e diventavano accaniti avversari quando si trattava di proteggere un eroe invece di un altro, o parteggiare per due eserciti in guerra. Gli dèi erano immortali ma non onnipotenti, in quanto sottoposti alla volontà del Fato, una forza oscura che reggeva il destino degli uomini e degli stessi dèi. Tra le fonti per “conoscere” i racconti relativi al Pantheon greco vi è sicuramente Omero, con l’Iliade e l’Odissea. Il primo che ha messo per iscritto la storia e la genealogia degli dèi greci fu Esiodo con la sua Theogonía, realizzata intorno al 700 a.C. È stato seguito da vari altri drammaturghi e poeti greci, da Eschilo a Sofocle ed Euripide, che hanno fatto la loro parte nell’espandere e, a volte, rimodellare alcuni elementi del vasto ambito della mitologia greca. Proprio i miti raccontano che Zeus, re degli dèi, scelse di costruire la sua dimora su una montagna della Grecia, a quei tempi considerata la più alta del mondo: l’Olimpo. L’Olimpo, coperto da ghiacciai, era invisibile perché era sempre avvolto da un mantello di nuvole. Gli dèi (quasi tutti) lo raggiunsero là. Pantheon greco, ecco gli dèi più importanti Zeus: era il capo degli dèi, nato da Crono. Dio supremo dell’Olimpo, signore del fulmine. Fu sottratto dalla madre Rea al padre Crono, che voleva divorarlo, e fu nascosto in una grotta del monte Ditte. Diventato adulto, detronizzò il padre con l’aiuto di Meti (la prudenza) e sposò Era. Da unioni diverse ebbe molti figli, tra i quali Apollo e Artemide, Hermes, Dioniso, Perseo, Eracle, Elena, Minosse e le Muse. Dalla legittima moglie Era secondo la tradizione ebbe Ares, Ebe, Efesto e Ilizia. Tali rapporti amorosi venivano consumati da Zeus anche sotto forma di animali (cigno, toro, ecc.) infatti tra i suoi enormi poteri egli aveva anche quello di tramutarsi in qualsiasi cosa volesse. Da lui dipendevano i fenomeni atmosferici, come la pioggia, la neve e le nubi. I simboli sono la folgore, l’aquila, la quercia, lo scettro e la bilancia. Era: Regina degli dei, nel Pantheon greco è la dea del matrimonio e della famiglia. I simboli sono il pavone, il melograno, la corona, il cuculo, la leonessa e la mucca. La più giovane figlia di Crono e Rea. Moglie e sorella di Zeus. Essendo la dea del matrimonio, ha spesso cercato di vendicarsi sulle amanti di Zeus e sui loro figli illegittimi. È famosa appunto per la sua natura vendicativa: furiosa con Paride che le aveva preferito Afrodite in una gara di bellezza, ha aiutato i Greci durante la guerra di Troia ed è stata soddisfatta solo dopo la distruzione della città. Poseidone: Dio del mare ed in […]

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Cenosillicafobia e Nictofobia, reali patologie o suggestioni?

Cenosillicafobia e Nictofobia: reali patologie? Ebbene al mondo esistono svariate tipologie di fobie: si pensi alla più comune claustrofobia, ossia la paura degli spazi chiusi, o all’aracnofobia, la paura dei ragni. Esiste addirittura la filofobia, che si identifica con la paura di innamorarsi e/o instaurare una relazione importante e duratura, ciò per il timore dell’ignoto e di perdere il controllo di se stessi, esasperando così il bisogno di indipendenza. C’è ancora chi soffre di agorafobia, la paura degli spazi aperti, chi ha paura dei clown e chi rabbrividisce alla sola vista degli insetti. Ma cos’è propriamente una fobia? Cosa sono, infine, cenosillicafobia e nictofobia? Cenosillicafobia e Nictofobia: cos’è la fobia Il termine fobia (dal greco “phóbos”, panico, paura) indica la paura irrazionale ed eccessiva manifestantesi in determinate situazioni o in presenza di persone/oggetti senza che sussista un reale pericolo. La fobia, per le sue caratteristiche, costituisce una vera e propria limitazione del quotidiano, dal momento che comporta l’evitamento della situazione temuta o l’eccessiva reazione (ansia, attacchi di panico…) di paura nell’impossibilità dell’evitamento. Al di là delle più note fobie, ne esistono di inimmaginabili, poco conosciute eppure molto diffuse. Tra queste si annovera senza dubbio la cenosillicafobia. Cenosillicafobia: cos’è e come combatterla La cenosillicafobia è certamente una tra le fobie più strane ed insolite esistenti e si identifica con la paura di restare col bicchiere di birra vuoto. Sì, proprio così! La birra, una delle bevande più antiche, ha origine durante il V millennio in Mesopotamia, dove paradossalmente oggi c’è l’Iran che proibisce l’importazione, il consumo e il commercio di bevande alcoliche. In Occidente tuttavia la birra è la bevanda più bevuta ed amata e c’è appunto chi soffre di attacchi di panico rendendosi conto che il proprio boccale di birra si esaurisce fino a svuotarsi. La fobia insorge prendendo atto dello svuotamento di oltre la metà del bicchiere. A tal proposito diviene insostenibile per un cenosillicafobico la vista di un bicchiere di birra rimasto vuoto. Non bisogna confondere tali fobici con ubriaconi ed alcolisti, in quanto si tratta di una vera e propria fobia, e chi ne soffre va incontro ad autentici attacchi di panico, ma anche a comportamenti aggressivi. Secondo studi di ricercatori del Missouri, soffrirebbe tale fobia il 5% della popolazione negli USA, e tale insorge molto presto, già in età adolescenziale. Tuttavia un vero rimedio per combattere la cenosillicafobia non esiste. È possibile affrontare qualche seduta di psicoterapia se non si vuole che la situazione degeneri irrimediabilmente, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare alla salute e alla vita stessa. Esiste un’altra fobia, più comune della cenosillicafobia, diffusa particolarmente, ma non solo, in età infantile: la nictofobia. Nictofobia: cos’è e come esorcizzarla La nictofobia (o acluofobia) è la paura del buio, accompagnata da sensazioni di angoscia e disagio, percepite ritrovandosi in ambienti oscuri. È questo un disturbo fobico abbastanza diffuso tra i bambini, meno negli adulti. Di solito la nictofobia non risiede nella paura dell’oscurità fine a se stessa, bensì nel timore relativo a pericoli (reali […]

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Frasi di filosofi: vademecum per una vita di libero pensiero

Le frasi di filosofi vissuti secoli addietro continuano a suscitare il nostro interesse, la nostra curiosità e il nostro innato bisogno di una guida spirituale cui affidarci per condurre una vita di spessore, gioia e solidità. Si cercano per soddisfare la necessità di dare un senso alle cose, di interpretarle e orientarle con lungimiranza, per sete di una conoscenza antica ma universale, per amore dell’essere umano e di tutto ciò che lo rende appassionato e curioso ricercatore. Passiamo in rassegna le frasi dei filosofi da leggere e imprimere nella propria memoria, come un prezioso ricettacolo da consultare ogni volta che avvertiamo l’esigenza di pensare criticamente, di farci guidare dalla libera riflessione e dalla saggezza classica. Gli antichi filosofi sembrano davvero aver detto tutto: lo dimostra il fatto che il loro pensiero si adatti perfettamente a ogni epoca, rivelandosi sempre attualissimo. Quella dei filosofi è una saggezza ineluttabile inscritta nella civiltà stessa, che ha costituito la radice della nostra cultura e della nostra umanità, e che si esprime attraverso la parola. Ecco le 5 frasi di filosofi da ricordare, piccolo vademecum per vivere con spessore: Frasi di filosofi: da Aristotele a Nietzsche 1. Se c’è una soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione perché ti preoccupi? (Aristotele) La nostra rassegna di frasi di filosofi famosi non poteva non cominciare da Aristotele. Nel suo pensiero, affannarsi per i problemi senza essere risolutivi è totalmente controproducente. Se esiste un modo, esso va solo trovato, quindi non c’è ragione per turbarsi. Se non esiste un modo, niente potrà migliorare la cosa per cui ci si affligge. Quindi che senso avrebbe angosciarsi per qualcosa che è comunque destinata ad andare per il verso sbagliato? Aristotele metteva in guardia sull’importanza di affrontare i vari tempi della vita, senza violarli e preoccuparsi inutilmente per un futuro che non si potrà comunque controllare. La calma e la leggerezza interiore faranno fronte a qualunque avversità. 2. Ciò che dobbiamo imparare a fare, lo impariamo facendolo. (Aristotele) Tra le frasi di filosofi di cui ci stiamo occupando, questo pensiero breve ma di spessore è uno di quelli che più inneggia al valore dell’azione. Il pensiero, per essere d’utilità e non mera retorica, ha bisogno dell’agire, della messa in pratica di ciò che si apprende. Aristotele dà valore all’esperienza, all’atto, all’importanza di coniugare sapere e saper fare. Il miglior modo di verificare se si sa fare qualcosa è farla. I filosofi greci, infatti, non devono essere considerati teorici privi di attitudine alla vita. Al contrario, essi avvalorano l’accordo tra pensiero e atto. 3. Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare. (Socrate) Il pensiero di Socrate è impeccabile spia del suo metodo filosofico, che era dialettico e definito maieutico. Socrate crede nel dialogo e nel non insegnare qualcosa, ma nell’insegnare a pensare: la sua era una concezione dell’insegnamento originale e modernissima. Il focus della sua filosofia era l’apprendimento di un senso critico che permettesse di diventare liberi pensatori. Scardinare le proprie certezze e la fede […]

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Nascita di Roma: tra leggenda e verità storica

21 aprile 753 a.C., la nascita di Roma: il giorno in cui secondo la tradizione storica Roma fu fondata da Romolo che ne divenne il primo Re.  L’intera storia romana, ed in particolare quella relativa alla nascita di Roma, è ricca di riferimenti a personaggi ed episodi mitici, ricostruiti in piena Età Augustea per la glorificazione dell’intera gens Julia (alla quale apparteneva il primo imperatore Augusto, figlio adottivo di Cesare; il progenitore della gens Julia era considerato Enea, da cui proveniva lo stesso Romolo; Enea era a sua volta “imparentato” con la dea Venere). In tal modo si rendeva “divina” la discendenza di Augusto e di Roma stessa. Per gli storici è molto difficile ricostruire la nascita di Roma e le vicende dei primi secoli della città, perché i documenti disponibili sono molto limitati. Le opere più antiche che ci sono giunte si devono a Dionigi di Alicarnasso, Diodoro, Tito Livio: tutti storici che vissero secoli dopo la fondazione leggendaria di Roma. Anche i ritrovamenti archeologici non consentono di fare chiarezza sulle fasi d’origine della storia romana. L’area in cui sorse la città, infatti, vide nel corso dei secoli innumerevoli interventi di distruzione e ricostruzione. Così sono rimaste poche tracce dei monumenti e degli edifici più antichi. La leggenda della nascita di Roma Dopo la distruzione di Troia da parte dei Greci (è la guerra di Troia narrata da Omero nei suoi poemi), Enea, figlio della dea Venere e protagonista dell’Eneide di Virgilio, fugge con il padre Anchise, il figlio Ascanio e un gruppo di compagni dalla città in fiamme, e, dopo un lungo peregrinare nel Mediterraneo, giunge sulle coste del Lazio. Qui Enea sposa Lavinia, figlia di Latino, il re del luogo, e fonda la città di Lavinium. Anni dopo Ascanio fonda un’altra città nell’entroterra laziale, Albalonga, sulla quale regnarono i suoi discendenti almeno sino al re Numitore, il cui trono fu però usurpato dal fratello Amulio. Questa prima fase della leggenda è datata tra il XII e l’VIII sec. a.C. Numitore aveva una figlia, Rea Silvia, che fu costretta dallo zio Amulio a diventare Vestale e quindi a rispettare il voto di castità (in questo modo Amulio poteva evitare eredi da parte del fratello). Ma il dio Marte s’invaghì della ragazza e dalla loro unione nacquero i mitici gemelli: Romolo e Remo. La donna fu sepolta viva, pena inflitta alle sacerdotesse che mancavano al voto di castità. I due bambini furono abbandonati in una cesta nel Tevere e, trascinati dalla corrente del fiume, giunsero alla palude del Velabro (la valle compresa tra Palatino e Campidoglio), dove furono trovati e allattati da una Lupa (animale sacro a Marte) attratta dai loro vagiti. Il luogo del ritrovamento dei due bambini potrebbe essere il Lupercale, una grotta alle pendici del Palatino che fu poi trasformata in un santuario a memoria di questo storico avvenimento. In effetti nel 2007 sono venute alla luce alcune strutture sotto la casa di Augusto sul Palatino che potrebbero essere identificate con questo santuario. Gli scavi e le ricerche sono ancora in corso. I […]

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La concorrenza potente: la veloce ascesa di Iliad

Incredibile come la società Iliad sia stata in grado, in pochissimo tempo, di mettere in seria difficoltà le altre compagnie telefoniche, con offerte straordinarie che non potevano andare perdute. Le cifre mostrano un coraggio e un senso dell’affare unico, e così Iliad poco alla volta, ha conquistato la fiducia e la fedeltà di pi di 2 milioni di utenti, e questo solamente nei primi mesi del lancio. I numeri, destinati dunque ad una crescita esponenziale, derivano da una strategia di vendita e commerciale vincente, che propone un offerta tariffaria per tutta la vita, a costi assolutamente accessibili, offrendo un servizio di assistenza all’avanguardia, e di qualità. Andiamo però ad analizzare più da vicino, i numeri che hanno e che andranno a caratterizzare i numeri della compagnia telefonica. La nascita e lo sviluppo La compagnia telefonica Iliad nasce in Francia nel 1990, per mano dell’imprenditore Xavier Niel, che tutt’ora detiene più del 50% del pacchetto azionario. La società come precedentemente detto, si occupa di telefonia mobile, fissa, internet e addirittura servizi di Hosting. Solo nel 2003, la società ottiene i permessi per creare la propria linea DSL, e solo in Francia. L’anno successivo a questo traguardo, Iliad entra ufficialmente in borsa, prendendo immediatamente quota. Una società, quella Francese, che non conosce crisi, e che si ritrova ad investire addirittura del denaro, acquisendo nel 2008 Alice France, direttamente da Telecom Italia, per la bellezza di 775 milioni di euro, posizionandosi infine secondo nella classifica di utenza media in Francia, immediatamente dietro Orange. Bisogna però aspettare il 2016 per vedere finalmente giungere in Italia l’ormai grande e potente società telefonica Parigina, che brevemente conquista utenti in tutta la penisola nostrana. L’ascesa di Iliad in Italia La società Francese trova spazio in Italia, come precedentemente detto, solo nel 2016. Circa 3 anni fa. E’ però determinante sottolineare come il lancio della stessa compagnia telefonica in Italia risalga però allo scorso anno, proprio nel 2018. Una compagnia che, in Italia almeno, è assolutamente giovanissima, ma non priva di ambizioni e di potere economico. L’ascesa è rapida è spietata, con la compagnia che nel corso del tempo rilascia diversi annunci sul quantitativo di utenti che hanno aderito alle offerte presentate nel corso dei mesi del lancio: Il 18 Luglio dello scorso anno, Iliad Italia annuncia di aver raggiunto, dopo appena due mesi dal lancio della stessa società sul mercato, il milione di utenti. Questo, è il primo risultato a fronte di pochissimi giorni dal lancio. Il 4 settembre dell’anno passato, la società Francese ormai nota anche nella penisola tricolore, rende noti nuovamente i numeri di adesione alle tariffe, annunciando che, all’inizio di agosto, la società ha già raggiunto il milione e mezzo di untenti. Passano appena due giorni, e il 6 settembre del 2018, Iliad Italia annuncia fieramente di aver raggiunto i 2 milioni di utenti attivi. L’ultimo dato sull’affluenza, reso noto proprio dalla società Franco-Italica, parla di circa 3,3 milioni di utente nella penisola nostrana. Dato risalente, questo, al 31 marzo 2019. Insomma, straordinari i numeri […]

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E-commerce e shopping online in continua crescita

Amazon lo conosciamo tutti. Così come eBay, Zalando, Asos, Groupon e così via. Scommettiamo che tutti voi avete acquistato almeno una volta online. E come voi altre due miliardi di persone. Perché è questo il numero degli e-shoppers, ovvero gli utenti del web che acquistano prodotti online dai vari siti e portali. E secondo le ultime ricerche di mercato, questa tendenza non può che aumentare. Negli ultimi anni in Italia infatti gli e-shop presenti sul nostro territorio sono aumentati esponenzialmente e il numero di persone che acquista online ha fatto registrare un più 13% nel 2018. Certo, non siamo ancora ai livelli di Stati Uniti e Cina, ma anche gli italiani si affidano sempre più ai negozi virtuali per i loro acquisti. Ma a cosa è dovuto questo incredibile successo del commercio online? Sicuramente molto è cambiato anche con l’avvento degli smartphone che ha portato nelle nostre mani una potenza incredibile e la possibilità di esplorare il mondo attraverso il web in pochi secondi. Le app poi ci hanno permesso di acquistare tutto ciò che vogliamo in un solo click e attendere il prodotto comodamente seduti a casa. Insomma una vera rivoluzione. E ancora più rivoluzionario è stato l’avvento dei social che ha permesso agli utenti di scambiarsi informazioni, recensioni, consigli e ora pure comprare e vendere prodotti. Non solo nel marketplace di Facebook, in cui possiamo trovare oggetti usati – e non – nelle aree vicino a noi. Ci sono poi i post shoppable, ovvero dei post con link integrato che vi rimanda immediatamente al prodotto, pronto per essere acquistato. Molto usato dai marketers, meno apprezzato dalla gente che preferisce continuare le proprie ricerche online, leggere le review su siti come TrustPilot. La svolta forse arriverà con la nuova feature di Instagram, lanciata in versione beta ora negli Stati Uniti, con cui si potrà acquistare, pagare e tracciare il prodotto, tutto senza mai lasciare l’app! In questo modo social e e-commerce saranno sempre più legati, rendono la vita a noi utenti ancora più semplice. Certo, dovremo sempre tenere le solite precauzioni: verificare che il sito sia affidabile leggendo recensioni, verificare le coperture e le garanzie offerte, il metodo di spedizione e soprattutto quello di pagamento. Inoltre attenzione a diffondere i propri dati. Soprattutto, non effettuate mai questo tipo di operazioni mentre siete collegai ad una rete Wi-Fi pubblica: sono le più facilmente hackerabili. Se non avete altro modo per connettervi allora munitevi di un servizio come le virtual private network. Cos’è una VPN? Sono delle connessioni sicure che tengono alla larga hacker e possibili perdite di dati, permettendovi di navigare ed eseguire operazioni online in totale sicurezza. Insomma, le buone regole non vanno mai in vacanza, mentre le possibilità che ci vengono offerte aumentano sempre di più!

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Ray Kurzweil e la legge dei ritorni accelerati

Ray Kurzweil, imprenditore, inventore e futurologo, da sempre prova a immaginare il futuro della razza umana. A volte con precisione disarmante. Altre volte mancando il bersaglio di un po’.   La legge dei ritorni accelerati occupa un posto speciale nel cuore degli appassionati di tecnologia e innovazione. Quando ne sentono parlare, i loro occhi brillano. Funziona grosso modo come un negozio di giocattoli. Il bambino che passa davanti alle sue vetrine, resta incantato sognando il giorno in cui potrà averli tutti. Allo stesso modo, la legge promette un mondo in cui viaggi spaziali e teletrasporto sono all’ordine del giorno. La promessa verrà mantenuta? Difficilmente nel modo in cui ci figuriamo. Eppure, la promessa resta, incendiando di speranza e euforia le menti. Il progresso tecnologico, afferma la legge, non segue un ritmo di crescita lineare, ma esponenziale. Questo significa che nuove innovazioni, vengono prodotte ad un ritmo sempre crescente e tale da rendere spesso impossibile prevederle e adattare di conseguenza la società ad esse. In pratica, il giorno in cui potremo avere tutti i giocattoli della vetrina e meno lontano di quello che si può pensare. Chi è Raymond Kurzweil? A definire questa legge è stato Raymond Kurzweil. Nato nel 1948 nel Queens, New York, Kurzweil ha studiato al MIT di Boston, dove si è laureato in Informatica e Letteratura. È considerato uno degli inventori, imprenditori e futurologi più brillante dei nostri giorni, è stato addirittura a definito “il degno erede di Thomas Edison” e ha ricevuto oltre venti dottorati onorari. Al di là del suo brillante curriculum, quello che lo ha reso davvero famoso sono state le predizioni. Per dirla in parole povere, Kurzweil da molti è considerato una sorta di Nostradamus della Silicon Valley. In un suo paper scritto nel 2010 chiamato “How My Predictions Are Faring” (tradotto: “Come se la passano le mie predizioni”), l’inventore ha stimato la sua capacità di “azzeccarci” pari al 86%. Effettivamente, alcune delle sue previsioni si sono rivelate incredibilmente accurate, sollevando intorno al personaggio, come spesso accade nella Bay Area, un’aura di misticismo e venerazione. Molto spesso però, si tende a dimenticare delle volte in cui il futuro immaginato da Kurzweil, si è rivelato essere molto lontano dalla realtà. Non sono mancate anche critiche importanti, mosse a Kurzweil. Alcuni scrittori, tra cui Bruce Sterling, padre del genere cyberpunk, ha affermato che molte delle sue previsioni, per quanto affascinanti, difficilmente potranno prendere vita nella realtà. John Rennie, scrittore e biologo, ha dichiarato che le previsioni di Kurzweil spesso si avverano perché generiche e raramente approfondite. Altri ancora, hanno bollato il suo lavoro come basato su “spiritualismo new age” con una scarsa comprensione di alcuni fondamenti scientifici basilari. Eppure, il futurologo è stato assunto da Google, per guidare lo sviluppo di intelligenza artificiale, grazie ai suoi celebri studi in merito. Per molti un genio incompreso avanti anni luce ai suoi contemporanei. Per altri non proprio un ciarlatano, ma quasi. Le previsioni passate Prima di analizzare cosa il futuro ha in serbo per noi secondo Kurzweil, cerchiamo […]

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Fun e Tech

Libra, la nuova moneta di Facebook

Come funziona e quali pericoli si celano dietro Libra, la criptovaluta di Facebook che potrebbe cambiare la finanza come la conosciamo. Nel 2020, Facebook avrà una sua criptovaluta e si chiamerà Libra. Lo scopo di Facebook è quello di creare una moneta stabile (stablecoin), usufruibile da chiunque e in ogni parte del mondo. Una notizia storica che ha suscitato scalpore ma anche tanta incertezza. Se Libra dovesse essere veramente come è stata promessa, sancirebbe una linea di demarcazione nella storia della finanza. Rappresenterebbe la prima moneta globale per di più emessa da dei privati. L’impatto potrebbe essere enorme, considerando che ogni utente di Facebook e Whatsapp, potrebbero ritrovarsi da un giorno all’altro con un “e-wallet” (un portafoglio elettronico) pronti ad usare la nuova moneta. Una vera e propria irruzione nelle vite di miliardi di persone. Cerchiamo di capire come funzionerà e quali pericoli si celano dietro Libra. Libra Association Come riportato nel white paper, a gestire l’emissione e il valore della moneta sarà Libra Association, un’organizzazione non-profit che avrà sede a Ginevra, Svizzera. L’intento è quello di creare un’organizzazione indipendente, supportata da enti privati e pubblici che costituiscono i “fondatori” della moneta. Tra questi troviamo aziende più disparate. Ci sono colossi tech come Uber, Lyft, Booking ed Ebay, ma anche società di comunicazione come Vodafone e Iliad. Una grande parte dei fondatori è ovviamente costituita da aziende che si occupano di pagamenti come Mastercard, Paypal, Stripe e Visa. Infine, aziende di Venture Capital e di blockchain, organizzazioni accademiche e non-profit. Grandi assenti sono le banche, che temono una finanza decentralizzata e l’avvento delle cripto valute. È comunque probabile che entro il 2020, alcune banche parteciperanno alla fondazione, dato che, per funzionare, Libra ha comunque bisogno di interagire con i conti correnti tradizionali. Facebook è ovviamente tra i fondatori, ma il pericolo di interferenza è sventato tramite un sistema decisionale democratico, che assegna ad ogni fondatore un solo voto per quel che riguarda le decisioni cruciali sullo sviluppo di Libra. La stabilità Libra Association, inoltre gestirà le riserve di moneta con le quali sarà garantita la stabilità. Gli asset che compongono le riserve sono principalmente depositi bancari e titoli di stato in moneta con bassa fluttuazione di valore. Questo garantisce a Libra un enorme vantaggio rispetto alle altre cripto valute presenti, che non sono in grado di garantire un valore stabile. Il più grande problema delle monete come Bitcoin ed Ethereum sta proprio nell’incapacità di funzionare come riserve di valore. Il prezzo oscilla troppo, rendendo impossibile l’uso della moneta nel quotidiano, confinando le cripto valute a mero strumento speculativo. Libra, grazie alle sue riserve, sarà capace di mantenere pressoché invariato il suo valore nel tempo, prestandosi ad oscillazioni minime come possono essere quelle nel cambio euro dollaro. A differenza dei bitcoin, il processo di creazione di Libra è infinito e non richiede attività di mining. L’utente che vuole acquistare Libra, deve semplicemente depositare in banca il relativo ammontare in moneta legale, per esempio euro, ricevendo in cambio la valuta di Zuckerberg. […]

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Libri

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L’anno nuovo, lo sconcertante romanzo di Juli Zeh

L’anno nuovo di Juli Zeh: leggi qui la nostra recensione! È in libreria da giugno “L’anno nuovo” di Juli Zeh, un nuovo romanzo edito Fazi Editore tradotto dal tedesco da Madeira Giacci. Già autrice di bestseller, la scrittrice tedesca riconferma il suo talento con un romanzo che è una “sorpresa” in tutti i sensi. Juli Zeh ci narra la storia di Henning, padre a tempo pieno di due bambini e marito di una donna molto dedita al lavoro, Theresa. Tutto sembra  “funzionare” nella sua monotona vita, ma Henning sente che qualcosa non va, un senso di pesantezza lo soffoca. “Per Henning la vita era diventata una sequenza di stati interiori, cattivi, pessimi, più o meno buoni. Bel tempo e successi lavorativi non lo rallegravano più. Restavano dietro le quinte. A volte guardava Theresa o i bambini, ma non provava nulla”. In più c’è la “COSA” che lo perseguita: ogni volta che lo assale è simile a un mal di stomaco, talvolta assume le sembianze di un attacco cardiaco. Ma non è nulla di tutto questo, gli attacchi di panico sono qualcosa che oltre a logorarlo dentro, gli stanno rovinando la vita. Una svolta, attende, però, Henning Femés: c’è qualcosa in questo villaggio di Lanzarote, dove la coppia ha deciso di trascorrere le Feste, che lo aspetta da sempre. A decidere di festeggiare il Natale e il Capodanno alle isole Canarie è stato lui stesso, un posto ideale per le sue escursioni in bici. Il ciclismo è per lui puro relax, in bici sembra riuscire a combattere, seppure per poco, la COSA. Il mattino del primo dell’anno è deciso a raggiungere il picco più alto dell’isola, ma l’impresa lo ha sfinito e in cerca di aiuto, si imbatte nella casa di Lisa. Una sensazione strana lo pervade tutto, conosce quella casa, ci è già stato e lentamente  inizia a ricordare come allucinato. La descrizione di un’esperienza da brividi prende il posto del racconto, è il tuffo in qualcosa di raggelante. La scena è quella di una casa vacanze ora diventata un tremendo inferno: due bambini abbandonati a se stessi, la fame, la sete, la paura infantile dei mostri della notte, la speranza spossante del ritorno di una salvezza. L’orrido e la violenza possono impossessarsi anche di due bambini che seguono l’istinto di sopravvivere, seppure piccoli, troppo piccoli. “Sono state più le volte che l’ha portata in braccio e trascinata di quelle che la sorella ha camminato da sola. L’ha sgridata e implorata, le ha promesso premi e l’ha minacciata, l’ha strattonata per le gambe e per le braccia, l’ha spinta e l’ha presa a calci …” L’anno nuovo,  forse il miglior romanzo di Juli Zeh Non ci vuole molto a riconoscere l’abilità di una scrittrice il cui romanzo thriller-psicologico, nei punti più letterariamente validi, attraverso immagini vivide e potentissime, ci riporta a quelle di Saramago nella sua Cecità. Forse un paragone azzardato, eppure spiega come quella allucinazione (non è la prima) offerta da uno dei momenti di panico che contrassegnano la […]

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Giuseppe Raudino in Stelle di un cielo diviso | Recensione

Stelle di un cielo diviso è il nuovo libro di Giuseppe Raudino per l’Alessandro Polidoro Editore. La collana dei piccoli gioielli Perkins è una finestra sul mondo: dalle grandi Londra e Parigi alla realtà circoscritta ma complessa di Cipro. Intreccio di Storia e intimità è Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino, docente di comunicazione, antropologia culturale e ricerca sociale dell’Università di Scienze Applicate di Groningen. Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino: cambiare per vivere Indossati i panni di un io donna, Cathy, letta nelle sue gambe irrobustite dal perpetuo moto, ma anche nella sua testa leggera, «una donna in viaggio da sola, una donna che è fragile per definizione», Giuseppe Raudino dà voce a chi fa la Storia. Tra «scarpe smaltate e bicchieri scintillanti», Cathy viene a conoscenza dell’evoluzione ideologica della sua terra natia, Cipro, parla con i politici in politichese, comprendendo, spesso amaramente, quanto la divisione culturale sia accettata perché deterministicamente immutabile. L’insistenza su sguardo e memoria è indizio del modo che la protagonista ha di muoversi nel mondo. «Io adesso vedo solo blu, un blu intenso e abbacinante che va dal turchese vicino la riva al lapislazzuli più lontano». Il potere evocativo del colore impresso sulla retina genera un immediato legame con il ricordo di un tempo, un passato di amore e di rinuncia. Quindi sguardo e memoria così come memoria di uno sguardo. «Capii anche che nel suo guardarmi come un oggetto c’era un senso di ammirazione estetica mista a stupore». Le figure sensuali del suo passato si aggirano nei luoghi ritrovati nel presente, e ogni luogo ha la sua anima. «Ho imparato che la vita, quaggiù, segue il ritmo delle passioni che attraversano il cuore della gente». Cipro pulsa, Londra corre. Nella ricerca costante dell’ardimento, Cathy evade dalla sua piccola realtà d’origine conoscendo il grande mondo. Con la sua voce Giuseppe Raudino analizza il bivio che costantemente si presenta in una vita in transito, tra Londra, Cipro, Parigi. Il presente e il passato. «In fondo allontanarsi mi era sembrata una scelta naturale, come se avesse dovuto accadere insieme a tutte le altre cose che costituiscono l’ordine dell’universo». La partenza comporta la rinuncia della propria terra e del primo travolgente amore per Yasim, inevitabilmente vivo nel ricordo, evocato da oggetti feticcio e da un tremore indelebile. Partire, separarsi. «A volte la vita te la puoi cambiare radicalmente anche in meno di dieci minuti, anche in un istante, addirittura, ma bisogna stare al gioco». Stelle di un cielo diviso di Giuseppe Raudino è un libro sul potere vivificante del cambiamento, sulla pagina calda della vita raccolta e su quella scottante della Storia, sul senso della ricerca di cos’altro possa esserci al di là di una frontiera, al di là di un’abitudine.

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Melvina di Rachele Aragno (Recensione)

Edito dalla Bao Publishing, Melvina è il primo lavoro di Rachele Aragno, una graphic novel in bilico tra la fiaba e il racconto di formazione. Con acquerelli che riempiono le pagine e personaggi pieni di umanità, Rachele Aragno realizza un sogno tenuto nel cassetto per troppo tempo. Melvina ha folti capelli rossi, grossi occhiali rotondi, una salopette di jeans e un maglione verde. È una bambina che, sentendosi ignorata, desidera essere ascoltata dagli adulti che non prendono in considerazione le sue idee. Il suo gatto, Ottavio, scappando dalla finestra, porta Melvina ad incontrare Otto ed altri stravaganti personaggi che hanno bisogno del suo aiuto per sconfiggere Malcape. Ma cos’è successo? Perché tutti aspettavano proprio Melvina? Accompagnata da due stravaganti personaggi, Melvina intraprenderà un viaggio in un mondo ricco di sorprese in cui oggetti apparentemente comuni possono donare poteri straordinari. Scortata da Otto e Benjamino, Melvina dovrà orientarsi tra Il fiume della vita e La valle dei pensieri felici, tra Le foreste buie e Le paludi metafisiche, tutti luoghi ricchi di sorprese e insidie. Melvina è graphic novel di formazione in cui sono presenti gli elementi del viaggio che si manifesta nella duplice forma di crescita personale e scoperta di nuovi mondi. Solo uscendo dalla sua stanza Melvina riuscirà a vedere le cose da una prospettiva diversa riuscendo ad apprezzare pienamente ciò che ha già la fortuna di avere. L’Aldiqua non è solo la dimensione in cui Melvina dovrà intraprendere la ricerca di Malcape, l’antagonista da sconfiggere, ma anche il territorio inesplorato in cui per la prima volta dovrà mettersi in gioco e contare solo sulle sue capacità. Un personaggio principale come Melvina permette di coniugare l’incosciente coraggio dei bambini con i timori e le aspettative che accomunano tutti, grandi e piccini. I desideri possono essere un’arma a doppio taglio. È legittimo e necessario sognare ma bisogna farlo con cautela. Spesso gli slanci di fantasia verso mondi troppo distanti da quello in cui siamo ci portano solo a non goderci ciò che abbiamo e a commettere errori. Questa la morale di un’opera molto godibile consigliata soprattutto per una lettura condivisa con bambini più piccoli che apprezzeranno sicuramente l’atmosfera magica e l’intraprendenza e il coraggio con cui la protagonista affronta le sue sfide. Un ottimo modo per far capire ai bambini, ammesso che siano loro ad averne bisogno, che l’incontro con l’altro, seppur stravagante e inusuale, può essere il punto di partenza per superare i propri limiti. Gli acquerelli riempiono le pagine con colori che permettono di immergersi completamente nella storia. In alcuni casi i le tavole non hanno margini ed occupano tutta la pagina offrendo una sensazione bellissima di immersione totale nella storia. Melvina è uno di quei libri che merita di essere comprato in forma cartacea perché la lettura in formato digitale non può dare lo stesso piacere. La graphic novel di Rachele Ragno è la realizzazione di un lungo progetto legato alle paure e ai sogni dell’autrice. Melvina è stata un’amica su cui l’autrice ha potuto fare affidamento per […]

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Libri

Ferryman – Amore eterno, un romanzo fantasy di Claire McFall

Esce oggi in libreria nella collana LainYa di Fazi Editore, Ferryman – Amore eterno, il primo volume di cui si compone la trilogia fantasy young adult dell’autrice scozzese – due volte vincitrice dello Scottish Book Prize – Claire McFall. Dylan è una quindicenne, figlia di genitori separati, che vive a Glasgow con la madre Joan e frequenta la Kaitshall Academy, scuola che le è ancora più insopportabile da quando la sua amica d’infanzia, Katie, se n’è andata. Dopo un’altra orribile mattinata trascorsa con i detestabili compagni di classe, la ragazza decide di saltare il resto della giornata scolastica anticipando la partenza per andare a trovare il padre James che non vede da dieci anni. I passeggeri del treno diretto ad Aberdeen sul quale Dylan sta viaggiando, però, rimangono coinvolti in un terribile incidente dal quale la giovane sembra essere l’unica a esserne uscita illesa. Dylan, inizialmente spaesata e stordita, si incammina verso la fine della galleria dove si trova il convoglio ritrovandosi in aperta campagna. In un primo momento crede di essere sola ma, poco dopo, si accorge della presenza di un ragazzo seduto su una collina poco distante da lei e intento a fissarla. Dylan lo raggiunge e si presenta riuscendo a sapere il nome, Tristan, di quel biondo coetaneo dagli occhi blu cobalto freddi come il ghiaccio che non solo mantiene un atteggiamento distaccato, ma le dice che deve andare con lui. La ragazza, malgrado sia perplessa, decide di seguirlo e solo in seguito lui le rivela la triste verità: Tristan è un traghettatore di anime e lei non è l’unica sopravvissuta del disastro ferroviario, ne è la sola vittima. Sconvolta dalla notizia, la protagonista intraprenderà il lungo viaggio che dovrà condurla al suo paradiso, ma l’inaspettato e profondo coinvolgimento con la sua guida la metterà di fronte a un’importante e irreversibile decisione che non potrà più cambiare. Ferryman – Amore eterno : può l’amore sconfiggere la morte? Il primo romanzo che compone la saga ideata dalla creativa penna della McFall, si rivela essere un romanzo originale oltre che profondo dove viene riproposto, in chiave moderna, il mito della leggendaria figura dell’infernale traghettatore di anime Caronte. Qui assume le sembianze di un affascinante e misterioso ragazzo – è così che la protagonista lo immagina e lo vede – inizialmente distaccato e unicamente intenzionato a portare a termine il suo compito che, procedendo nella lettura, rivela di possedere e provare gli stessi sentimenti di un qualsiasi altro essere umano: interesse, gioia, paura, tristezza e, il più sorprendente considerata la sua condizione, amore. Dylan e Tristan, nonostante i ruoli di anima e traghettatore e la logica impossibilità a essere altro se non quello, affrontano insieme le insidie e i pericoli che li attendono per portare a termine il viaggio che condurrà la ragazza verso il luogo destinato alle anime ma, consci del forte legame che si è ormai instaurato tra loro, decideranno con coraggio di sfidare l’ignoto pur di non separarsi. Per sapere come proseguirà la loro avventurosa storia d’amore […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Universiadi 2019: Napoli è pronta per il futuro

Cerimonia di chiusura Universiadi 2019 allo Stadio San Paolo di Napoli | Recensioni La 30esima edizione delle Universiadi si è conclusa con una spettacolare cerimonia di chiusura nella città di Napoli. Cornice della serata è stato lo Stadio San Paolo, gremito di spettatori e amanti dello sport. Le Universiadi 2019 suggellano la volontà della capitale del Sud Italia di ripartire dalla propria cultura e dallo sport. 60 edifici ristrutturati lasciati in eredità ai giovani della Campania “Abbiamo riqualificato più di 60 strutture sportive” ha affermato il Commissario straordinario delle Universiadi, Gianluca Basile. Salito sul palco del San Paolo, Basile ha voluto sottolineare il senso più importante delle Universiadi 2019: la rinascita delle strutture sportive campane. “Facendo squadra, abbiamo vinto tutti. Napoli è pronta per essere al centro di eventi internazionali, questo è solo un arrivederci. Qui troverete sempre bellezza e accoglienza – ha aggiunto, riferendosi agli atleti provenienti da tutto il mondo – e impianti sportivi incastonati in un contesto storico e artistico millenario“. Le parole di Basile sono state riprese nel discorso del Presidente Internazionale della Fisu, Oleg Matytsin: “Grazie a tutti. Andiamo via da questa città ispirati“. Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha consegnato la bandiera delle Universiadi al sindaco di Chengdu, città della Cina che ospiterà l’evento sportivo nel 2021. Dopo il passaggio del testimone, il braciere italiano si è spento e anche il Vesuvio, posto alle spalle del palco, ha smesso di emettere lava, illuminandosi di brillanti gocce blu. Avevamo visto la rappresentazione artistica del Vulcano partenopeo accendersi di fuoco nel corso della cerimonia di apertura delle Universiadi dello scorso 3 luglio, grazie ad un calcio dato ad una palla incandescente dal capitano del Napoli Calcio, Lorenzo Insigne. Universiadi 2019: record di 44 medaglie vinte dagli Azzurri Hanno sfilato in ordine, ma mescolati tra loro, le centinaia di atleti che hanno gareggiato nei giorni di sfide agonistiche delle Universiadi 2019. In questo modo hanno salutato la città di Napoli, il popolo e gli organizzatori che li hanno ospitati. Uniti e non divisi, senza distinzione di confini né di razze. La festa del San Paolo si è svolta nel segno dell’allegria e della volontà di accomunare i popoli. I The Jackal hanno presentato la serata, tra gag e discorsi di alta riflessione. “In un momento storico dove è facile dividersi, stasera abbiamo capito che se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo farlo solo uniti“. La moglie di Pietro Mennea, Manuela Olivieri, ha ricordato quanto il successo di Mennea sia partito proprio dalle Universiadi. “Il suo record nella corsa è ancora imbattuto dopo 40 anni. Grazie per aver dedicato questa manifestazione alla memoria di mio marito“. Presente al San Paolo anche il Premier Giuseppe Conte che ha affermato: “Questa è stata una grande prova per Napoli e per l’Italia intera“. Danze, spettacoli pirotecnici, musiche e momenti di divertimento hanno intrattenuto il pubblico composto da adulti e bambini e soprattutto gli atleti, ai quali è stata dedicata questa grande festa. Sul palco, inoltre, si sono esibiti cantanti […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Alessio Arena: live al Nitsch con la musica del ritorno

Bello il clima napoletano, che si fa perdonare del gran caldo pomeridiano con una bellissima brezza in una domenica di luglio, giusto in tempo per godere della musica del cantautore Alessio Arena. Il cantautore si è esibito la scorsa domenica 7 luglio 2019 su quella che è una delle terrazze più belle di Napoli, presso la Fondazione Morra – Museo Nitsch, a Vico Lungo Pontecorvo. La serata con la musica di Alessio Arena rientra nel ciclo di eventi dal titolo Sunset [email protected] – rassegna di musica al tramonto. Da metà giugno a metà settembre, la terrazza con panorama mozzafiato del Museo Nitsch vede protagonista la musica d’autore. I primi due appuntamenti sono stati dedicati alla musica di Gnut&Sollo e Giovanni Block. Alessio Arena è stato il protagonista di questo terzo appuntamento; la rassegna vedrà ancora sul palco-terrazzo Fabiana Martone il 21 luglio e la chiusura con Scapestro il 15 settembre. Le serate iniziano con un plot ben definito: alle ore 19.00 c’è una visita libera e gratuita del museo Nitsch, tenuto vivo grazie alle opere della fondazione. Il museo Hermann Nitsch rappresenta un’unicità nel panorama museale campano, vera e propria fucina delle arti contemporanee. Il resto della serata è affidato all’estro della musica. Alessio Arena: la presentazione di Atacama! in trio Alessio Arena ha colto l’opportunità della sua unica data napoletana di questa tornata estiva per presentare a Partenope il suo ultimo lavoro, uscito in maggio: Atacama!, viscerale disco che si piazza esattamente a metà tra la musica d’autore e la world music, così come il poliedrico creatore è sia autore della musica che scrittore di libri. Alessio Arena è uno dei “classici e contemporanei” chansonnier, proveniente dal quartiere Sanità di Napoli, che prende a piene mani dalle esperienze vissute in giro per il Sudamerica ed inciso tra il Cile, Barcellona e Napoli. A loro modo, ciascuna terra è stata ed è la “sua” casa e nella musica questa connotazione è fortissima. Per l’occasione, Alessio Arena si è esibito in trio: oltre alla sua voce, alla chitarra ed al chitarrino napoletano troviamo Arcangelo Michele Caso al violoncello e mandoloncello e Michele Maione alle percussioni. La musica di Alessio Arena è un mondo a cui avvicinarsi piano. Un mondo sommerso, intimo e “fragile”. Fragile, non nel senso di “poterlo rompere facilmente”: dimensioni così profonde sono quasi impossibili da rompere, dimensioni così intime sono così radicate nella natura dell’uomo da essere inscindibili da essa stessa. Fragile perché, una volta entrate nella loro sacralità, bisogna starci attenti. È necessario non banalizzare il viaggio, il deserto, l’amore e il ritorno. Temi universali che Alessio Arena ha trovato sia nell’altro emisfero – e parliamo del Sud America – che nel suo ritorno alla città partenopea. Alessio Arena, con una bravura tecnica e vocale davvero invidiabile, ci accompagna nel suo viaggio intimo e profondo e quasi fa invidia la sintonia che gli altri musicisti della serata trovano con lui. Anzi, non c’è niente da far invidia, perché ci hanno letteralmente trasportato con loro, nel viaggio attraverso […]

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Napoli e Dintorni

Parchi giochi della Campania: scopriamoli insieme

Tutti i parchi giochi della Campania da visitare I parchi giochi sono i luoghi più amati dai bambini ma piacciono molto anche agli adulti.  Luoghi ideali per trascorrere un’intera giornata all’insegna dell’allegria e dello spasso e scordare per un momento i problemi quotidiani. La Regione Campania vanta la presenza sul territorio di moltissimi parchi divertimento. Scopriamoli insieme, da quelli più famosi ai meno conosciuti. Parchi giochi Napoli e provincia Parchi giochi della Campania si comincia con… Edenlandia Sapevate che la Regione Campania, insieme all’Emilia Romagna, ha uno dei parchi divertimenti più antichi d’Italia? Stiamo parlando dell’Edenlandia, il famoso parco situato nel quartiere Fuorigrotta, in viale Kennedy. Seppur facente parte di un progetto che risale al periodo fascista (nella Mostra d’Oltremare era previsto un parco giochi da affiancare alle celebrazioni delle conquiste italiane. Gli archi che accolgono i visitatori all’entrata del parco erano nel progetto ispirati alla firma di Mussolini), il parco divertimenti fu inaugurato il 19 giugno del 1965 grazie all’impegno dell’imprenditore Oreste Rossotto. Nello specifico, Edenlandia è nata dall’idea di Cesare Rosa che ha creato le giostre Autopista del sole, Cascate del Niagara (i tronchi) ed altre attrattive. Successivamente nel gruppo di Edenlandia è entrato a far parte Luigi Fachero con mansioni di direttore. Il nome Edenlandia fu scelto in quanto si pensò ad un luogo adatto sia ad adulti che bambini. Negli anni settanta il parco era un’attrattiva turistica a livello nazionale ed internazionale, fin quando poi nel 1975 aprì Gardaland, che a metà degli anni ottanta divenne il parco divertimenti italiano più famoso. Così, a partire dagli anni Ottanta in poi Edenlandia iniziò a registrare un calo di pubblico, fino ad arrivare ad un periodo di forte crisi. Nel 2003 la società Park&Leisure, gestita da Cesare Falchero, prende in gestione il parco, lo zoo e l’ex cinodromo di Napoli. Nel 2010 la stessa società introduce nuove giostre al parco. Tuttavia, a causa di un debito di 13 milioni di euro, il 13 ottobre del 2011 arriva la richiesta di fallimento da parte della Mostra d’Oltremare, proprietaria del terreno, alla società “Park and Leisure”. Nel novembre dello stesso anno il tribunale decreta la prosecuzione delle attività sino al 31 maggio 2012. Nel frattempo però, la struttura, comprendente Edenlandia, lo zoo di Napoli e l’ex cinodromo, viene messa a disposizione da Mostra d’Oltremare con un bando internazionale del 24 maggio 2012. Il bando viene vinto nel 25 gennaio 2013 dalla società Brain’s Park/Clair Leisure. Il parco viene chiuso per consentire l’inizio dei lavori il 31 gennaio 2013. Tuttavia nel marzo dello stesso anno l’investitore rinuncia definitivamente al progetto a causa di strutture abusive nel parco. Per i dipendenti della struttura inizia un periodo di cassa integrazione. Arriviamo al 13 ottobre 2015 quando il parco insieme all’ex Cinodromo Domitiano viene acquistato da un gruppo di imprenditori locali raggruppati sotto il marchio di New Edenlandia S.p.A. A dicembre partono i lavori di ristrutturazione del parco, curati dal project designer Giuseppe Klain e viene fissata la data di riapertura del parco per […]

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Miseno, amena terra tra mito e leggenda

Dall’alto del lieve poggio che s’avanza sul mare formando Capo Miseno, si vedono perfettamente il Vesuvio, il golfo di Napoli, le isole di cui è disseminato e la campagna che si distende da napoli sino a Gaeta; insomma la regione dell’universo ove i vulcani, la storia, la poesia hanno lasciato più tracce.  Madame de Staël   È risaputo che i Campi Flegrei, dal greco phlegraios, ardente, sono ammantati da un alone di mistero e fantasticheria. Quando si arriva a Bacoli, accoglie i visitatori un cartello con su scritto Terra di mito e storia, che già la dice lunga. Punto estremo della penisola flegrea è Capo Miseno, un’altura tra Miseno e Bacoli, che, con i suoi 164 metri di altezza, offre una vista mozzafiato per tutti gli amanti dei panorami, che abbraccia il golfo di Napoli, le isole di Procida e Ischia e segna, in un certo senso, il confine tra il golfo di napoli e quello di Gaeta. Miseno, una terra dove la storia incontra il mito Non è la sola bellezza paesaggistica a rendere Miseno un luogo ameno; nelle sue acque si nasconde, infatti, una tradizione mitologica di un certo rilievo. Miseno deve il suo nome al trombettiere di Enea che, avendo osato sfidare Tritone nel suono della tromba, era stato gettato in mare e in seguito annegato. Il suo corpo fu ritrovato in mare da Enea, che decise di seppellirlo sotto un enorme cumulo di terra, Capo Miseno, quasi a voler ricreare una tomba in memoria del prode compagno. Così ne parla Virgilio, nel VI libro dell’Eneide: Ma il pio Enea sovrappone un sepolcro di mole imponente/all’eroe, con i suoi arnesi, il remo e la tromba,/sotto un areo monte che ora è chiamato Miseno,/dal suo nome, e in perpetuo ne serba il suo nome nei secoli. Il porto di Miseno era, nell’antichità sede permanente di una parte della flotta romana, che sfruttava un doppio bacino naturale, quello più interno (detto Maremorto o Lago Miseno), dedicato ai cantieri e alla manutenzione navale e quello più esterno era, invece, il porto vero e proprio. Miseno fu luogo assai ricercato dagli imperatori anche per la villeggiatura. Proprio a Miseno si trovava Plinio, quale comandante della flotta, quando scoppiò la terribile eruzione del 69 d. C. che gli costò la vita. Estese rovine si osservano ancora sulla cima del promontorio, Capo Miseno, costituito di tufo giallo alla base e di tufo grigio nella parte più alta, su cui campeggia un enorme faro, punto di riferimento per la navigazione notturna.  Oggi Miseno è una famosa località balneare, le sue spiagge, a partire da giugno, sono affollate da ombrelloni rossi, arancioni, blu, a righe e da migliaia di bagnanti, che trovano nelle acque flegree ristoro dalla calura estiva. Di sera, invece, accoglie la movida, a ritmo di musica e drink. Una cittadina dalle origini millenarie in cui il vecchio si fonde con il nuovo, l’antico con il moderno.    Fonte foto: https://pixabay.com/it/photos/sea-boat-summer-vintage-beautiful-2480919/

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Musica

Musica

Intervista a Gino Giovannelli, pianista e compositore di Overwhelmed

Overwhelmed è il disco d’esordio di Gino Giovannelli, pianista e compositore napoletano, classe 1988, laureatosi presso il Conservatorio San Pietro a Majella e perfezionatosi a New York con artisti del calibro di Phil Markowitz, Kenny Werner, Kevin Hays e AAron Goldberg. Ha inoltre composto le musiche originali del cortometraggio “Feel Like Sharing” di Lorenzo Marinelli, premiato alla Official selection HP Master of Short Film Cannes 2017. 5 domande a Gino Giovannelli, autodidatta “megacurioso” Partiamo dalla domanda più difficile, chi è Gino Giovannelli? Sono un ragazzo di buona famiglia, padre medico, madre casalinga. Non so perché ho cominciato dicendo questa cosa: in qualche misura questo background mi ha penalizzato perché ha accresciuto le aspettative che le persone avevano nei miei confronti. Quasi come reazione all’ambiente sofisticato in cui sono cresciuto, ho cercato stimoli del tutto estranei a quel mondo, frequentando il liceo artistico e dedicandomi alle mie passioni per il disegno, la boxe e Stevie Wonder. La mia prof d’arte mi ha orientato verso la scelta di diventare un musicista: ascoltavamo Petrucciani, Herbie Hancock e i Take 6 durante le ore di lezione. In seguito mi sono imbattuto in Piano Blues, documentario prodotto da Martin Scorsese, con la regia di Clint Eastwood e da lì non ho più abbandonato questa strada. Ho iniziato a suonare il pianoforte da autodidatta a 15 anni, quando i miei mi regalarono una tastiera a Natale. Una sera, dopo il liceo, sentii un live di Frank McComb e, pressato dall’urgenza di cercarmi un impiego, il giorno successivo mi sarei dovuto presentare alla Feltrinelli per un lavoro nel reparto musica. Invece decisi di mettere su un trio. Com’è nata l’ispirazione per Overwhelmed? Prima di partire per New York, nell’inverno del 2014, conobbi una persona con cui ho vissuto una storia travagliata e che è stata determinante per la composizione del pezzo che ha dato il titolo al disco. “Sopraffatto” dagli eventi, dalle circostanze, dalla vita, in una città a 7000 km di distanza, con un visto turistico che mi costringeva a esibirmi nei locali senza poterne fare parola con nessuno, e questo mi trasmetteva un senso di malinconia e solitudine. Questo pezzo racchiude la mia esperienza di quei mesi: una notte mi sedetti alla tastiera e suonai tutta la melodia per intero, dal nulla. Tornato a Napoli, misi insieme un gruppo di musicisti e così è nata la partnership con Luigi di Nunzio (sax), Marcello Giannini (chitarra), Umberto Lepore (contrabbasso) e Salvatore Rainone (batteria). L’ingrediente fondamentale è stata la grande sinergia che ci ha uniti, che ha permesso di dar vita al disco. Quali sono i brani per te più significativi? Lonesome Child, dedicata a mio nipote. Il giorno della sua nascita, tornato a casa dalla clinica, mi misi al pianoforte e suonai l’intro del pezzo, venuta dal nulla, mentre il resto è frutto di una serie di interpolazioni, come quando mi sognai Brad Mehldau che mi suggeriva gli accordi. Like Sunday l’ho scritta un giorno in cui mi sembrava fosse domenica, ma non era domenica, ed […]

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Musica

Nell’universo di Luciano Tarullo: intervista a un cantautore cilentano

Luciano Tarullo: dal Cilento alla sua “Isola”, passando per Sanremo Rock. Intervista al cantautore originario di Agropoli Cilento e musica: un connubio inscindibile di cui si sente parlare sempre più spesso, come se in quei lembi di terra a Sud di Salerno si annidasse un’energia creatrice, feconda e vivida, a dispetto della desolazione delle sue vie di comunicazione e delle sue problematiche. Uno dei nomi di maggior spicco che risuonano in Cilento, è certamente quello di Luciano Tarullo, cantautore originario di Agropoli. Con lui abbiamo toccato, in un discorso che si è prospettato come un viaggio scosceso e interessante, punti cardinali che ci hanno portato dalla situazione culturale del Cilento alla musica, dalla condizione dei giovani che si accingono a fare arte fino ad approdare a temi più personali della storia intima di Luciano. Lasciamo la parola a lui, direttamente, per inerpicarci nell’universo di questo artista. Ciao Luciano, innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Ti pongo la domanda più banale, o difficile di tutte: chi è Luciano Tarullo e come lo racconteresti a chi non lo conosce? Luciano è prima di tutto un sognatore. Un ragazzo che punta sempre in alto ma che cerca di rimanere sempre con i piedi ben piantati a terra. Sono un tipo semplice, genuino e cerco di trasferire questo mio modo di essere anche nella musica e nella scrittura delle canzoni. Chi mi conosce bene sa che quello che scrivo rappresenta in pieno quello che sono nella vita di tutti i giorni. Questo è un rischio molto grande da un certo punto di vista, perché significa mettersi completamente a nudo, svelare completamente la propria anima agli altri, ma è anche l’unico modo che conosco per dire delle cose importanti attraverso la musica. Che rapporto hai con la musica? Le tue principali influenze e i “padri” da amare e uccidere. Ho un rapporto molto forte con la musica ma per niente ossessivo. Amo scrivere. Trovo che la canzone sia la forma di comunicazione più diretta e immediata che ci sia. Il rock è energia pura e mi piace utilizzare spesso questo linguaggio perché rappresenta a pieno il mio modo di essere. D’altra parte non sono bramoso di “successo” anche se, come ho detto prima, mi piace sognare in grande ed è anche giusto farlo quando dietro ad una canzone, ad un album, c’è tantissimo lavoro. Però preferisco sempre una sola persona che si emozioni ascoltando una mia canzone che 100 apatici like su Facebook. Mi chiedevi poi dei miei “padri”, come ho detto già tante volte in questi ultimi mesi non sarei nessuno senza aver ascoltato Battisti, De Gregori, De Andrè, Fossati, Vasco etc, tutti i grandi cantautori italiani, che amo molto e che non ho bisogno di “uccidere”. Sei originario di Agropoli. Cosa pensi della situazione musicale in Cilento? Domanda di riserva? A parte gli scherzi. Credo davvero che ci sia ancora molto pressapochismo, soprattutto da parte degli organizzatori di situazioni “live”. E purtroppo lo dico a malincuore. Non vedo che c’è […]

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Musica

Alosi e il suo esordio da solista con 1985 | Intervista

Alosi esordisce da solista con 1985 | Intervista «Un lavoro impulsivo e viscerale», Alosi (nome d’arte di Pietro Alessandro Alosi) definisce così 1985 (La Tempesta Dischi/ Khalisa Dischi), il suo disco d’esordio da solista. Dopo dieci anni come voce e autore del duo Il Pan del Diavolo, lo scorso aprile, Alosi ha scelto di mettersi in proprio. Il risultato sono undici energiche tracce dalle sonorità punk- rock. Un disco d’impatto che non lesina neanche dal punto di vista autoriale, dove emerge la fine penna di Alosi che in questi anni, oltre al Il Pan del Diavolo, ha potuto mettersi in mostra come autore con artisti come Piero Pelù, i Tre Allegri Ragazzi Morti e Motta, con il quale ha scritto Se continuiamo a correre. Abbiamo avuto l’occasione di fare qualche domanda a Pietro, questa è la nostra intervista. Intervista ad Alosi Come nasce questa decisione di pubblicare un album da solista dopo ben 10 anni con Il Pan del Diavolo? È una scelta artistica. Avevo bisogno di demolire e ricostruire, di lavorare esclusivamente guidato da uno spirito nuovo, da quello che non sai dove ti porterà. Come autore e musicista la ricerca è una parte indispensabile per fare venire fuori qualcosa di vero, sincero e inaspettatamente istintivo. Cosa puoi raccontarci dell’album? Ho lavorato canzone dopo canzone senza l’idea iniziale che avrei fatto un album intero. Solo la voglia di ascoltarmi e tirar fuori quello che sentivo. Anche se la lavorazione dell’album è stata lunga, considero “1985” un lavoro impulsivo e viscerale. Quale è stata la direzione musicale che hai voluto seguire? La musica è uscita contemporaneamente alle parole, sono cresciuto con il rock ed è venuto fuori un album rock. Completamente fuori dagli schemi del 2019 e perfettamente in sintonia con se stesso, parole e musica. Perché hai voluto registrarlo in presa diretta? È una scelta importante che rende la performance più umana e permette ai musicisti impegnati nelle registrazioni di essere più liberi. In questa maniera con ogni play rivive la performance di più musicisti contemporaneamente come nei grandi brani del passato. Cosa puoi dirci delle tue collaborazioni con Motta? Con Francesco abbiamo condiviso il palco in più occasioni e in diversi anni, ci davamo una mano a vicenda, suonavamo insieme e abitavamo nelle stesse città, collaborare è stato naturale. In “La mia vita in tre accordi” ti chiedi come sarebbe la tua vita in tre accordi: Do- Sol e Mi minore. Come sarebbe dunque questa tua vita in questi tre accordi? Perché proprio questi? Sono gli accordi del punk, di un famoso volantino di Londra del ’77 in cui si diceva che bastavano questi tre accordi per fare una band. Semplicità, cuore e tre accordi se ben usati bastano e poi d’altronde sono stato sempre più impegnato a scrivere canzoni che non a imparare accordi. Come procede fino ad adesso il tour di lancio del disco? Per certi versi sono ripartito da zero ed è una bella sfida, l’ennesimo round. Il live spacca, ci sono dei musicisti bravissimi […]

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Musica

I Notagitana ritornano con Consecuencia | Intervista a Salvi Defilippo

Partiti da Rubiera (provincia di Reggio Emilia) nel 2012, i Notagitana hanno fatto dei viaggi il motore propulsivo della loro musica. Composta da Salvi Defilippo (voce e chitarra), Donato Federico Auricchio (chitarra solista), Roberto Crotti (batteria) e Marco Cilloni (basso), la band, dopo il primo EP LAMONALOCA, ha pubblicato Consecuencia, il nuovo disco autoprodotto che nasce proprio dalla scia musicale tracciata dal primo lavoro. Il gruppo propone infatti una scelta di musica patchanka, ovvero quel genere ibrido che unisce gli stili delle diverse tradizioni musicali latine. La contaminazione è un concetto fondamentale per capire la musica dei Notagitana che vedono nel viaggio, ma anche nella condivisione e nella ricerca dell’altro, un’occasione di crescita personale. Di questo e di tanto altro ancora- come le dodici tracce che compongono Consecuencia– abbiamo avuto il piacere di parlare con Salvi Defilippo, frontman dei Notagitana. Intervista a Salvidefilippo, voce dei Notagitana Partirei subito chiedendoti di Soy, singolo del vostro primo EP LAMONALOCA, il cui videoclip è stato in parte girato in India. Cosa puoi raccontarmi di quel viaggio? Il viaggio in India è stato qualcosa di indescrivibile a parole, dovresti viverlo per poter capire veramente. È qualcosa di inimmaginabile per noi occidentali, qualcosa di magico ma allo stesso tempo spaventoso. Sorridi e piangi, impari tanto e poi ti chiedi dove sia veramente il giusto, occidente o oriente? Ti chiedi ad ogni angolo, come sia possibile. Viaggi su mezzi che neanche sai se arriveranno mai a destinazione, senti sapori e vedi colori che ti invadono l’anima, percepisci sensazioni sulla tua pelle che mai avevi provato. Percepisci energia, parli con gente che ti guarda stranita, come se guardasse un extraterrestre. Bambini che ancora giocano scalzi per le strade e si divertono a rincorrere uno scarafaggio, donne che con scialli scintillanti avvolgono attorno a loro i figli appena nati, famiglie intere su un motorino, mucche che pascolano lungo le vie della città, per poi girare un angolo e trovarti di fronte a un elefante…come vedi tante sono le cose che risulta quasi impossibile parlarti dell’India…ecco che nasce SOY. Ero a Varanasi, città sacra che sorge sulle rive del Gange, proprio lì mentre osservavo due vecchietti avvolti da una nuvola di fumo, creatasi dallo svampare del cilum (cercavano lo stono per raggiungere Shiva) mi sono chiesto quale fosse la giusta filosofia di vita!   Sempre a proposito di LAMONALOCA, come mai pubblicarlo sotto licenza Creative Commons? Volevamo dare libera e massima diffusione al nostro primo lavoro. Era un EP che aveva anche e soprattutto lo scopo di presentare il progetto Notagitana, doveva essere libero da qualsiasi vincolo. Ci bastava avere la paternità dell’opera, riscuotere eventuali diritti d’autore non ci interessava e non volevamo sostenere costi inutili in quel momento. Consecuencia è invece il vostro nuovo album, cosa puoi dirmi a riguardo? Consecuencia nasce nel momento esatto in cui doveva nascere, è l’arrivo e la partenza di un gran bel percorso, fatto soprattutto di stima e amicizia. È un punto a cui si doveva arrivare per poi ripartire a ricreare […]

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Teatro

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Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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Recensioni

”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’interiorità di Luigi Pirandello e Marta Abba

In scena l’11 ed il 12 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival in Sala Assoli, lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’intensa rappresentazione del conflitto interiore di una donna, Marta Abba, allieva e musa ispiratrice del celebre scrittore e drammaturgo italiano del Novecento Luigi Pirandello. La prima nazionale al NTF per la regia di Arturo Armone Caruso, testo di Katia Appiso e con una coinvolgente ed appassionata Elena Arvigo nei panni della giovane Marta. L’interiorità della musa ispiratrice senza eguali di Luigi Pirandello Collocato temporalmente nel 10 dicembre 1936, è lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”, data importante poiché segna quella che è la morte di uno dei più celebri artisti del Novecento italiano: Luigi Pirandello. Geograficamente collocato nella città di New York e più precisamente nella camera della giovane attrice Marta Abba, viene così presentata una delle più intense introspezioni nell’animo di una donna profondamente segnata dall’incontro, dalle esperienze vissute insieme e dalla morte del suo maestro. In una notte di veglia insonne vengono fuori tutti i mostri sotto il letto di Marta immensamente turbata e scossa dalla perdita appena subita. E così ripercorre il suo percorso con il maestro, tra lettere ricevute e pensieri mai detti tra il 1926 ed il 1936. Lettere che la donna legge con un tale trasporto ed una tale malinconia, che solo chi ha davvero amato una persona con sincera devozione riesce a provare. A partire dall’ultima ricevuta, scritta a lei qualche giorno prima di morire, alle prime in cui Pirandello stesso si rivolgeva a lei come musa ispiratrice e le dedicava ogni singola parola con attenzione e senza mai dire nulla di non intensamente pensato e sentito. Piovono poi i numerosi ricordi dei testi scritti appositamente per lei e di tutti i personaggi da lei interpretati che l’hanno fatta diventare un’attrice di fama nazionale e non, conquistando in poco tempo sia la critica, che gli spettatori più accaniti. Tra Marta Abba e Pirandello Un personaggio in continua ricerca quello di Marta Abba, magistralmente interpretata da Elena Arvigo che ha saputo cogliere tutte le sfumature di una personalità così singolare come quella dell’attrice. Una personalità che vuole cercare ed allo stesso tempo trovare ogni minimo frammento di ricordo che possa in qualche modo collegarla alla figura del maestro, alla figura di un qualcuno che ormai non c’è più e che ha lasciato un’inguaribile ferita sulla pelle della giovane. Una ferita che solo il ricordo può lontanamente risanare, ma mai definitivamente. Nell’oscurità della sua camera di New York, tra suoni psichedelici e luci ad intermittenza, si trasforma man mano l’inquietudine di Marta Abba in uno spazio che è un ”caleidoscopico comporsi e scomporsi di inquadrature” che influenzano e trascinano il testo e lo spettacolo in un vortice di emozioni sensoriali, ma soprattutto in un turbine di sentimenti così tanto altalenanti, senza eguali e, allo stesso tempo, intensamente forti. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/non-domandarmi-di-me-marta-mia/

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Teatro

”Processo a Fellini”: la rabbia di una donna in scena in Galleria Toledo

In scena l’11 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival presso il Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo lo spettacolo ”Processo a Fellini”: uno struggente ed intenso progetto teatrale di Mariano Lamberti con testo di Riccardo Pechini, interpretato da Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati, che portano sul palco le mille sfumature dei sentimenti di una donna, Giulietta Masina, moglie del noto regista Federico Fellini e tutte le influenze che essere ciò le comportava. Federico Fellini e Giulietta Masina in Processo a Fellini: un amore al di là dei riflettori In tutta la sua più cruda realtà, in tutta la sua più necessaria esigenza di esprimersi, Caterina Gramaglia porta sul palco l’essenza di una donna frustrata e rassegnata a vivere all’ombra di un marito troppo famoso e allo stesso tempo non propriamente rispettoso della moglie che aveva al suo fianco. Processo a Fellini è un percorso di singolare introspezione della donna, ripercorrendo tutte quelle che erano le sue fragilità, il suo abuso di alcol, i suoi tradimenti, ma soprattutto la sua disperazione nel sapere dei continui tradimenti di un marito poco presente fisicamente, ma troppo presente spiritualmente perché l’eco della sua fama arrivasse alle orecchie di tutti e facesse sì che la moglie fosse quasi completamente spogliata di una propria identità e vista solo come ”la moglie di”. Eccellente interpretazione di Giulio Forges Davanzati il quale riesce a cambiare rapidamente personaggio, ma comunque restando costante in un modo di stare sul palco e di trasmettere determinate emozioni, degno di un vero professionista. Nelle vesti di Federico Fellini o in quelle di Marcello Mastroianni, cambiando modalità e passando da un amico che comprende ad un marito che totalmente ignora il malessere di una moglie che andava man mano regredendo e che portava sul viso, sugli occhi, sulla pelle quelli che erano i segni di una relazione marcia, ma solo al di là dei riflettori e, quindi, del mondo intero. Le lacrime di Giulietta Già interprete di uno spettacolo su Giulietta Masina, ”Le lacrime di Giulietta”, l’attrice ormai riveste il ruolo del personaggio in maniera impeccabile, riuscendo a trasmettere tutto il lavoro che esce fuori quasi come un thriller psicologico nei confronti di una Giulietta delusa, amareggiata, ma allo stesso tempo mai stanca di seguire il marito, eterno ed inguaribile traditore, anche in capo al mondo. Un volto nuovo ad una figura di un’attrice eccellente che era l’iniziale musa ispiratrice del regista, che sotto i riflettori dell’epoca appariva come un essere rivestito di purezza infantile, mentre alle spalle vi era celata una donna consapevole, adulta, vendicativa, umiliata, rabbiosa e piena di mostri sotto il letto man mano che il tempo e gli anni passavano. Mariano Lamberti porta così sul palco del Napoli Teatro Festival ”Processo a Fellini”, uno degli spettacoli-rivelazione di questo Festival, un testo crudo, ma allo stesso tempo così forte, diretto e reale. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/processo-a-fellini/

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Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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