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Piaghe di Egitto, la liberazione del popolo ebraico

Le piaghe di Egitto rappresentano il più importante episodio della Bibbia raccontato all’interno del libro dell’Esodo. Uno dei racconti più celebri narrati all’interno della Bibbia è quello delle piaghe di Egitto e della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù degli egizi da parte del profeta Mosè. L’episodio è raccontato nell’Esodo, dove nel settimo libro Dio si rivolse a Mosè dicendogli queste parole: «Ma io indurirò il cuore del faraone e moltiplicherò i miei segni e i miei prodigi nel paese d’Egitto. Il faraone non vi ascolterà e io porrò la mano contro l’Egitto con grandi castighi e farò così uscire dal paese d’Egitto le mie schiere, il mio popolo Israel. Allora gli Egiziani sapranno che io sono il Signore quando stenderò la mano contro l’Egitto e farò uscire di mezzo a loro gli Israeliti!» (7, 4-5) Il fatto che sia lo stesso Dio a “indurire il cuore del faraone” rivela il fatto che Dio distingua il popolo egizio da quello ebraico, con il primo che vive nel peccato rispetto al secondo. Le piaghe d’Egitto Tramutazione dell’acqua in sangue: il signore disse a Mosè di ordinare ad Aronne di prendere il proprio bastone e di “stendere la mano” sui fiumi, i laghi e gli stagni degli egizi, trasformando l’acqua in sangue. I maghi d’Egitto però compirono lo stesso prodigio e il faraone rifiutò di liberare il popolo ebraico. La conseguenza di ciò fu che gli egizi dovettero scavare delle fosse nel Nilo per trovare acqua potabile. Invasione delle rane: come accaduto prima, Mosè, per volontà del signore, ordinò al fratello Aronne di “stendere la mano” nuovamente sui laghi e sugli stagni, in modo da far uscire fuori le rane. Queste furono guidata da una rana più grossa e iniziarono ad invadere le botteghe e le case degli egizi, entrando nei corpi di quelli colpevoli. Giunsero poi al palazzo del faraone. Tramite la preghiera di Mosè il Signore fece finire la piaga e così uccise le rane. Ma i loro cadaveri restarono a marcire e il fetore che ne usciva si sparse per tutto l’Egitto. Le zanzare della polvere: Aronne fece percuotere il bastone sul terreno, dal quale si alzò una nube di polvere. Questa si tramutò in sciami di zanzare che tormentarono gli uomini egizi e il loro bestiame. I maghi d’Egitto fecero la stessa cosa, ma le zanzare a cui detterò la vita punsero anche loro. Il faraone, seppur spaventato, continuò a rifiutarsi di liberare gli ebrei come predetto da Dio. I mosconi: Su ordine di Dio Mosè si reca a casa del faraone, pregandolo di liberare il suo popolo. In caso contrario manderà su di lui, sui suoi ministri e sul suo popolo uno sciame di mosconi. Il faraone rifiutò e ben presto le case degli egiziani furono invase dagli insetti. La morte del bestiame egizio: ancora una volta Mosè esortò il faraone, per volere del Signore, a liberare il suo popolo. All’ennesimo rifiutò si scatenò una pestilenza che uccise tutto il bestiame egizio, fatta eccezione per quello posseduto […]

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Fun e Tech

Presente e futuro oltre la legge di Moore

Mentre la legge di Moore volge al termine, emergono nuovi interessanti scenari che potrebbero cambiare gli assetti politici mondiali È il 1965, quando la rivista Electronics chiede a Gordon Moore, direttore del settore ricerca e sviluppo della Fairchild Semiconductor, di formulare un’ipotesi sull’evoluzione del mercato dei semiconduttori per i successivi dieci anni. Il risultato, un articolo pubblicato il 16 aprile, prevedeva che per il 1975 sarebbe stato possibile inserire 65000 componenti su un semiconduttore di mezzo centimetro. Le stime si rivelarono esatte, dando vita ad una legge che avrebbe cambiato per sempre l’industria elettronica: la legge di Moore. Per circa 50 anni, la legge di Moore ha dettato i ritmi dell’evoluzione tecnica, ricoprendo il duplice ruolo di metro e obbiettivo per i colossi del settore. È stata a tutti gli effetti una profezia autodeterminante. “La complessità di un microcircuito, così come il numero di transistor al suo interno, raddoppia ogni 18 mesi”, così dettava la legge e così le imprese tech spingevano la miniaturizzazione dei processori fino ai limiti della fisica. Ma oggi qualcosa si è rotto e la giostra, che per anni ha girato vorticosamente regalando processori sempre più performanti, rallenta inesorabilmente. Questo perché la miniaturizzazione non può procedere all’infinito. Al diminuire della dimensione dei circuiti (attualmente Intel sta producendo processori a 10 nanometri) diventa infatti sempre più complicato contenere l’elettrone nel gate del transistor. Poiché il funzionamento del transistor è di tipo booleano, ovvero prevede due stati, 0 e 1 (acceso e spento per intenderci), il passaggio incontrollato di elettroni inficerebbe la determinazione di uno stato rispetto all’altro, rendendone impossibile il funzionamento. I problemi non finiscono qui. All’aumentare della complessità di lavorazione dei transistor, i costi di produzione salgono vertiginosamente. Produrre transistor più piccoli dei 7 nanometri, potrebbe quindi essere antieconomico oltre che difficile da realizzare dal punto di vista ingegneristico. Possibili scenari Per sfuggire alla secca in cui l’industria dei processori rischia di incagliarsi, vecchi e nuovi players muovono verso rotte alternative. Se da un lato c’è chi grida all’inesorabile morte della legge di Moore e immagina un futuro guidato dall’ottimizzazione della potenza di calcolo più che da un incremento della stessa, lo sviluppo di nuove tecnologie potrebbe dare nuovo vigore alle previsioni di Moore e permettere ulteriori livelli di miniaturizzazione. Intel, che fatica a mantenere le promesse sulla produzione di transistor a 10 nanometri, accetta il rallentamento dello sviluppo tecnologico e concentra i suoi sforzi prevalentemente sul perfezionamento di strutture già esistenti. Sull’altro versante ci sono AMD e Samsung, che spingono per transistor sempre più piccoli grazie a tecnologie alternative. AMD, grazie al design “chiplet”, ovvero parti di silicio che possono essere assemblate in moduli per creare chip, ha battuto sul tempo Intel, annunciando transistor a 7 nanometri mentre Samsung, in contemporanea con GlobalFoundries, ha promesso i 3 nanometri per il 2021 (tramite la creazione di nanosheet transitor). Qualora la legge di Moore dovesse arrivare veramente al capolinea, non cambierebbe solo le prospettive per l’aumento di capacità computazionale, ma potrebbe mettere in discussione lo storico predominio […]

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Attualità

Attualità

L’energia rinnovabile che viene dal mare

L’acqua, elemento indispensabile per la vita sul nostro pianeta, si è rivelata nel corso degli anni un valido strumento per la produzione dell’elettricità di cui la società moderna ha costantemente bisogno. Nell’ottica di quelle che sono le tecniche utilizzate per trarre energia rinnovabile dal H2O, assume sempre maggiore rilievo la considerazione dell’immensa potenza sprigionata dai mari e dagli oceani. La tecnologia attuale non è ancora in grado di gestire a pieno le potenzialità delle acque, ma anno dopo anno, i ricercatori di tutto il mondo fanno passi da giganti verso la piena utilizzazione di questa inesauribile risorsa. Le tecnologie che traggono energia rinnovabile dai mari Sono svariati i fenomeni marini, che potrebbero essere astrattamente utilizzati per la produzione di energia pulita, ed in tale ottica assume particolare rilievo lo sfruttamento del moto ondoso, infatti le onde del mare, possono essere convertite in energia e tale consapevolezza sta portando molti paesi ad investire nella ricerca tecnologica volta a perfezionare gli strumenti necessari per sfruttare questa straordinaria forza della natura fino ad oggi sottovalutata. Ad oggi esistono svariate tipologie di impianti capaci di convertire in elettricità il moto ondoso, a titolo esemplificativo è possibile citare i sistemi che utilizzano il cosiddetto  Salto idrico, dove il passaggio delle onde in un canale di larghezza decrescente determina il riempimento di un contenitore sopraelevato rispetto al livello del mare. L’acqua raccolta, durante il deflusso, fa girare delle turbine così producendo elettricità. O ancora possiamo considerare gli impianti basati sul principio di Archimede. Tali sistemi sfruttano il cambio di pressione che viene generato dall’aumento della colonna d’acqua soprastante un impianto sommerso che è costantemente soggetto a cicli di compressione e decompressione. Un importante esempio di impianto capace di utilizzare il moto ondoso per produrre energia, è il progetto Pelamis, posizionato nelle acque del Portogallo, esso è una struttura galleggiante che è in grado di trasformare l’energia meccanica in energia elettrica. Accanto alle onde, anche le Maree sono divenute oggetto di studio, infatti il giornaliero innalzamento ed abbassamento di ampie masse d’acqua (oceani, mari e grandi laghi) dovuto alla attrazione gravitazionale esercitata sulla Terra dalla Luna, permette la creazione della Energia maremotrice. Esistono diverse tipologie di impianti strutturati per lo sfruttamento di tale fenomeno, ma quello più comune fonda il proprio funzionamento sulla predisposizione di un sistema di bacini che si riempiono e svuotano in funzione delle maree, nello specifico gli impianti basano il proprio funzionamento sul passaggio di enormi masse d’acqua attraverso delle turbine collegate a dei generatori. In Francia, alla foce del fiume Rance, negli anni sessanta è stata costruita una centrale che sfrutta la marea che in quelle zone raggiunge i 13,5 m di dislivello, tale impianto copre ogni anno il 3 % del fabbisogno elettrico della Bretagna francese. Proseguendo la disamina delle modalità mediante le quali è possibile trarre energia dal mare, occorre dare rilievo al concetto di Energia talassotermica, indicata comunemente con l’acronimo Otec (Ocean thermal energy conversion), la quale nasce dalla differenza di temperatura tra le profondità oceaniche e la superficie marina. Le installazioni necessarie per produrre questa tipologia di energia necessitano […]

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Attualità

Salone del Libro 2019, tra polemiche antifasciste e la cultura come antidoto

Da domani, fino al 13 maggio, al via il trentaduesimo Salone del Libro 2019, che si terrà anche questa volta al Lingotto Fiere di Torino: quest’anno però il Salone, luogo d’incontro culturale più atteso dal mondo editoriale e dagli avventori che giungono da ogni punto del Paese per partecipare all’evento, si è purtroppo tinto di polemiche, che hanno in questi giorni coinvolto politica ed istituzioni. Che cosa è successo? Il Salone Internazionale del Libro di Torino è un progetto di Associazione Torino, la Città del Libro e Fondazione Circolo dei lettori, con il sostegno di Regione Piemonte, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT, e di MiBAC Centro per il libro e la lettura, Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte, Italian Trade Agency ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Fondazione Sicilia e Fondazione con il Sud. Con il riconoscimento della Direzione Generale Cinema del Ministero dei beni e delle attività culturali. Da sempre fulcro importantissimo per la difesa culturale e del sapere, la maggiore manifestazione letteraria italiana quest’anno si è ampliata ulteriormente nell’organizzazione e negli spazi espositivi del Lingotto. Quest’anno il tema centrale del Salone è “Il gioco del mondo”, tributo e celebrazione della lingua spagnola e di uno degli intellettuali e scrittori del Novecento più rappresentativi, Julio Cortázar. La cultura è un gioco proprio perché libera, priva di confini e capace, nella possibile mescolanza di più saperi, di espandere la mente e l’anima, e la lettura ne è la sua più grande artefice. Il Salone del Libro 2019: il caso della Altaforte Edizioni Una celebrazione che ogni anno il Salone del Libro regala ai suoi avventori, ma che in questa edizione purtroppo sembra essere compromessa a seguito della presenza tra gli stand, che ospiteranno gli espositori, della Altaforte Edizioni, casa editrice considerata sostenitrice della politica neofascista e di Casa Pound, anche nelle sua linea editoriale (tra le sue prossime uscite ci sarà il libro-intervista Io sono Salvini, quest’ultimo, secondo una notizia che sembrerebbe essere falsa, invitato alla kermesse proprio dalla casa editrice. Un incontro non ufficializzato tra gli eventi del festival). Le critiche al Salone del Libro 2019 non si sono fatte attendere, soprattutto contro l’organizzazione del festival e contro il direttore Nicola Lagioia; la situazione si inasprisce quando sabato il consulente Christian Raimo si dimette, con un lungo post su Facebook in cui difendeva il Salone come luogo di dibattito culturale e di incontro tutt’altro che di estrema destra e tutt’altro che politico. Da quella notizia, sono nei giorni scorsi seguite polemiche e defezioni da parte di alcuni autori e partecipanti, come la direttrice dell’Anpi Carla Nespolo, il museo-memoriale di Auschwitz-Birkenau, la casa editrice People, il collettivo di scrittori Wu Ming, Carlo Ginzburg  e la giornalista Francesca Mannocchi la quale scrive sui social: “Non sarò al Salone di Torino a parlare del mio libro e di migrazioni, dell’oblio dei morti nel Mediterraneo e delle politiche che l’hanno generata […].Continuerò a fare il lavoro che faccio, come lo faccio. Che è la mia resistenza, il mio privato e politico antifascismo”. Al Salone del Libro […]

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Attualità

Natural branding: il laser che sostituisce gli imballaggi

Un innovativo sistema di etichettatura laser: ecco il natural branding. Il settore alimentare è purtroppo notoriamente caratterizzato da un largo ricorso al packing, cioè alla necessità di incartare e confezionare i prodotti destinati alla vendita. Le procedure di confezionamento sono svariate, ma tutte hanno in comune l’utilizzo di materiali spesso inquinanti, primo tra tutti la plastica. L’utilizzo di confezioni per la vendita di prodotti alimentari è reso indispensabile dalla necessità di tutelare l’integrità dei prodotti, ed in secondo luogo, dalla necessità di apporre sugli stessi tutte le informazioni espressamente previste dalla legge, ed in particolare quelle relative alla loro provenienza e qualità. Le confezioni spesso appaiono indispensabili e di conseguenza i produttori si vedono costretti a ricorrere a contenitori ed imballaggi di vario genere, rendendo così il settore alimentare veicolo per l’utilizzo di materiali pericolosi per l’ambiente. Tale circostanza, alla luce della sempre più impellente necessità di ridurre l’inquinamento da plastica che attanaglia il nostro ambiente, ha portato alla nascita del natural branding, una particolare procedura mediante la quale alcuni prodotti vengono marchiati con tatuaggi indelebili apposti direttamente sulla buccia con l’ausilio di un laser. Tale innovativa tecnica permette alle aziende di apporre sui propri prodotti, i marchi e le informazioni richieste, senza dover necessariamente ricorrere all’utilizzo della plastica o di altri materiali potenzialmente inquinanti. Natural branding: tecnologia a servizio dell’ambiente L’innovativo sistema di etichettatura laser denominato natural branding è stato introdotto in Europa dall’azienda Olandese EOSTA, specializzata nella grande distribuzione di frutta e verdura biologica. Tale azienda, nel tentativo di sviluppare un sistema di confezionamento il più ecologico possibile, ha deciso di abbandonare gli imballaggi adottando un sistema decisamente a favore dell’ambiente. Il natural branding può essere sostanzialmente definito come un tatuaggio impresso con l’ausilio di un laser che rimuove i pigmenti presenti sullo strato esterno della buccia del prodotto. Ovviamente tale procedimento non prevede l’utilizzo di sostanze aggiuntive ed è quindi capace di marchiare il prodotto senza alterarne la qualità o il gusto. L’utilizzo della tecnica dell’etichettatura laser ha portato EOSTA a vincere il Packaging Awards 2018, un prestigioso premio, assegnato in Olanda, alle aziende che adottano le soluzioni di imballaggio più innovative e sostenibili. “Se sai che ogni giorno 3000 camion carichi di rifiuti plastici vanno nell’oceano, e se sai che su una piccola isola nel mezzo del Pacifico il 40% degli albatros muore mangiando plastica, ti rendi conto che abbiamo un grosso problema” afferma Michael Wilde, responsabile della sostenibilità e delle comunicazioni di EOSTA. “Ecco perché sono orgoglioso del nostro Natural Branding, che ci consente di contrassegnare avocado, patate dolci, zenzero e altri prodotti come biologici, senza doverli imballare“. Anche se non tutti i prodotti alimentari sono idonei ad essere sottoposti alla etichettatura laser, tale innovazione tecnologica riveste comunque una grandissima importanza in quanto essa si inserisce meritatamente nell’ampio panorama degli interventi volti alla riduzione dell’utilizzo, e quindi dello spreco, di sostanze potenzialmente inquinanti. Fonte immagine e citazione: https://www.eosta.com/en/news/eosta-nominated-for-innovation-award-thanks-to-plastic-saving-technology

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Attualità

Ghosting e orbiting, come i social influiscono sulle relazioni

Ghosting e orbiting vi sembreranno dei termini nuovi, difficili, che poco hanno a che fare con le vostre vite. Eppure, come vedremo, chiunque abbia all’attivo un qualsiasi tipo di relazione e sia alle prese con il mondo dei social network, ne è stato sicuramente interessato almeno una volta nella vita. Partiamo, innanzitutto, dal significato. Per “ghosting” (da “ghost”, fantasma) si intende quel fenomeno che avviene quando la persona con cui si ha una relazione decide di porne fine semplicemente sparendo, completamente, all’improvviso, senza darne segnale in precedenza. È un fenomeno che riguarda, ovviamente, il mondo dei cosiddetti “Millennials” (ma non solo) perché sviluppano la maggior parte delle proprie relazioni proprio attraverso i social network. In questo modo, su questi canali, da un giorno all’altro, è possibile sparire senza spiegazioni: non leggere i messaggi, non visualizzarli oppure visualizzarli e non rispondere sono il segnale. L’”orbiting” (da “orbitare”), invece, si verifica nel momento in cui la persona sparita dalla circolazione ricompare all’improvviso, ma sempre interagendo attraverso i social network: mette il like a qualche stato di Facebook, visualizza le “stories” su Instagram, su WhatsApp etc. Questo secondo fenomeno si verifica prevalentemente nel momento in cui non si vuole eliminare qualcuno dalla propria vita in via definitiva, ma non si è pronti o nel momento di impegnarsi in una relazione più stabile. Rappresenta, in qualche modo, la preoccupazione che l’eliminazione completa del “contatto” possa rappresentare la perdita di una futura occasione di “riconnessione”. E’ un atto principalmente egoistico da parte di chi lo compie, e dovrebbe riscontrare la netta chiusura da parte di chi lo riceve. In realtà, i social network hanno solo amplificato e reso più complesso qualcosa di già molto diffuso: il fatto di scomparire all’improvviso dalla vita di qualcuno senza dare spiegazioni e quello di continuare a gravitare intorno alla vita dell’altro pur avendolo rifiutato. Basterebbe pensare, nel secondo caso, al fatto di frequentare gli stessi posti della persona con la quale si è deciso di chiudere i rapporti. Comportamenti che possono essere pericolosi per chi li subisce. Il ghosting lascia la persona nella più totale impossibilità di capire cosa sia successo. Mina non solo la possibilità di elaborare la chiusura, ma anche l’autostima. Una persona che viene lasciata senza sapere il motivo è costretta a ragionarci da sola. Il ghosting e l’orbiting sono pericolosi perché lasciano un aggancio sottile che alimenta continuamente una speranza fatta di segnali ambigui. Tra l’altro, in entrambi i casi, per chi lo fa, è tutto molto semplice. L’orbiting, in fondo, non è altro che un giochetto psicologico. Non presume una presenza costante, ma nemmeno un’assenza. Non presume un impegno, ma nemmeno una chiusura definitiva.

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Lorenzo Baraldi, intervista allo scenografo de Il postino

Nel fine settimana del 18 e del 19 maggio si è tenuta nella meeting room dell’hotel Bellini di Napoli una Master Class in scenografia cinematografica tenuta da Lorenzo Baraldi. Un nome di prestigio per il nostro cinema, che ha lavorato accanto a registi quali Mario Monicelli, i fratelli Taviani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Dino Risi e Massimo Troisi. Sono sue infatti le scenografie di capolavori del cinema italiano come Il Marchese del Grillo (David di Donatello e Nastro d’argento alla scenografia nel 1982), Il postino (Premio festival del cinema italiano e Time for Peace award nel 1994), ma anche di miniserie televisive come la recente Trilussa – Storia d’amore e di poesia. Per Eroica Fenice abbiamo avuto l’onore di poter intervistare Lorenzo Baraldi da vicino, ponendogli alcune domande. Ne approfittiamo per ringraziarlo della sua disponibilità e gentilezza nel rispondere ai nostri quesiti dai quali traspare tutta la storia del cinema italiano dagli anni ’60 in poi. Un cinema che, dalle parole dello scenografo, sembra continuare a vivere ancora oggi. Intervista a Lorenzo Baraldi – Lorenzo Baraldi, lei ha avuto l’onore di lavorare con grandi nomi del cinema italiano: Mario Monicelli, Paolo e Vittorio Taviani e soprattutto Massimo Troisi ne Il postino. Che sensazioni ha provato nel mettere la sua arte da scenografo al servizio di questi importanti nomi e che ricordi ha? Già quando ero aiuto assistente ebbi molti incontri importanti con diversi registi e scenografi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte di Parma e  l’Accademia di Belle arti di Brera a Milano sono arrivato a Roma, poiché ero appassionato di cinema. Ho incontrato i grandi maestri di scenografia Bulgarelli e Schiaccianoce. Per un giovane come che aveva 25 anni e che giungeva Roma chiedevo alle persone dove si potevano incontrare queste personalità. Tutte si riunivano a Piazza del popolo, nei bar Rosati e Canova. Lì ho conosciuto Ennio Flaiano, Federico Fellini, ma anche letterati, romanzieri e scultori che si riunivano tutti assieme, in una dimensione che metteva in comunicazione tutte le arti. Era un mondo in cui ci si incontrava ancora nei caffè, un mondo splendido nonostante i momenti politici difficili per un giovane di 25 anni. – Rispetto a quello del regista, dell’attore o dello sceneggiatore, quello dello scenografo è forse uno dei ruoli meno ricordati quando si pensa al cinema. A cosa è dovuta secondo lei questa mancanza? A tale proposito, quanto è importante il ruolo dello scenografo per la buona riuscita di un film? Purtroppo noi scenografi siamo invisibili, ma il problema è che nemmeno lo sceneggiatore è visibile ed è colui che scrive la storia. Eppure questi sono i cardini del film. Si dice che il regista faccia il film, in realtà non fa lo scenografo né l’autore. Il regista ti lascia mano libera e significa che tu sei l’autore. Il problema è che nemmeno i critici sanno cosa sia una scenografia: parlano del film, parlano della regia, parlano degli attori e finisce lì. Oggi come oggi organizzo mostre dove  faccio bozzetti e mia moglie fa […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Cinema e Serie tv

Joe Berlinger alla regia di Ted Bundy – Fascino criminale

Uscito il 9 maggio per la regia di Joe Berlinger, Ted Bundy – Fascino criminale è l’adattamento cinematografico del libro The Phantom Prince: My Life With Ted Bundy – la prima edizione è del 1981 – scritto da Elizabeth Kendall. Seattle, 1969. Lo studente universitario di legge Theodore “Ted” Bundy (Zac Efron) conosce, iniziando con lei una lunga relazione, la giovane madre divorziata Elizabeth “Liz” Kendall (Lily Collins). Cinque anni dopo viene denunciata, nello stato di Washington e in Oregon, la scomparsa di numerose ragazze e, in seguito alla diffusione di un identikit del rapitore, Ted viene arrestato nel 1975. Gli anni seguenti sono un susseguirsi di accuse provenienti da altri stati del Paese fino a quando, nonostante sia riuscito a fuggire alcune volte, l’uomo arriva al processo durante il quale decide di assumere la propria difesa. Nel frattempo Liz ha iniziato a bere lasciando che l’amore che ancora prova per l’ormai ex compagno, la logori insieme ai sensi di colpa per essere stata proprio lei a denunciarlo. Nel frattempo il processo non volge a favore di Ted che viene condannato alla sedia elettrica. Dieci anni dopo – Liz si è sposata con Jerry (Haley Joel Osment) mentre Ted ha trovato nella vecchia amica Carole Ann (Kaya Scodelario) la sua compagna – Liz riceve una lettera dal suo ex e decide di andare a fargli visita in prigione decisa a scoprire se sia stato realmente lui a commettere quegli atroci delitti o se, per causa sua, un innocente sia stato condannato a morte. Ted Bundy – Fascino criminale di Joe Berlinger: un avvincente thriller biografico Nel film di Joe Berlinger, malgrado ci si aspetti di vederne molte considerato che il protagonista è stato uno dei più pericolosi serial killer americani – le vittime accertate furono più di 30 ma si pensa che possano essere state almeno il doppio – le scene violente si riducono a una soltanto. Questo perché Joe Berlinger si è concentrato principalmente su Ted – dimenticatevi lo Zac Efron tutto zucchero, miele e muscoli dei suoi lavori precedenti – che è stato presentato in modo talmente normale da essere, per questo, intrigantemente disturbante e, aspetto non meno rilevante, sul suo rapporto con Liz e le conseguenze di quest’ultimo sulla donna. Azzeccata la scelta di inserire immagini e video dell’epoca sulla vicenda – non dimentichiamoci che Joe Berlinger ha firmato diversi documentari per il piccolo e il grande schermo – che si incastrano alla perfezione nel film permettendo allo spettatore di sentirsi partecipe di fatti accaduti anni e anni e addietro. Perfette, poi, le tante inquadrature in primissimo piano che contribuiscono a dare maggiore enfasi ai momenti in cui la tensione emotiva raggiunge il suo apice. Da lodare, inoltre, sono le impeccabili interpretazioni offerte dai due protagonisti così come dal resto del cast. Una menzione speciale e doverosa va al grande John Malkovic che ha vestito i panni del giudice Edward D. Cowart il quale, a conclusione del processo, rivolse all’imputato queste potenti, sentite e terribili parole: «Riconosco […]

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Cinema e Serie tv

Umbrella Academy, recensione della serie tv Netflix

Se non conosci la serie tv in onda su Netflix, The Umbrella Academy, scoprine di più! The Umbrella Academy: la trama Nello stesso giorno del 1989, in diverse parti del mondo, nascono 43 bambini da donne che inspiegabilmente non avevano mostrato alcun segno di gravidanza. L’eccentrico miliardario Sir. Reginald Hargreeves reputa la situazione un evento inspiegabile quanto eccezionale, e decide di adottare quanti più bambini possibile, raggiungendo la modica cifra di sette neonati. Intuisce subito che c’è qualcosa di particolare in loro: la presenza di alcune doti atte a rendere il mondo un posto migliore. Per questo ritenne giusto addestrarli all’arduo compito di protettori, o per meglio dire supereroi. Nasce così l’ Umbrella Academy. Questa è la premessa della nuova serie tv targata Netflix, tratta dall’omonimo fumetto ideato da Gerard Way, cantante dei My Chemical Romance. La serie è molto diversa rispetto ai classici film dei supereroi ai quali siamo abituati. Si basa sull’equilibrio tra dark e humor, tra sovrannaturale e realismo, mostrato attraverso l’analisi dei distinti tratti psicologici di ciascun personaggio. Da supereroi a disadattati, i supereroi di The Umbrella Academy La trama si svolge al contrario: i sette protagonisti passano da un infanzia eroica al perdersi tra le difficoltà della vita, arrivando addirittura a dividersi. Ciò richiamerebbe la dinamica della crescita: da bambini ci sentiamo un po’ supereroi fino a comprendere che l’esistenza ci mette a dura prova. La trama è organizzata su diversi piani temporali: flashback rivolti al passato e richiami ad un possibile futuro post apocalittico. Ma la storia è incentrata principalmente sul presente, quando i membri dell’accademia hanno raggiunto l’età adulta. Il primo episodio si apre con la morte di Sir. Reginald. In occasione del suo funerale gli ex membri dell’accademia decidono di ritornare a casa. Il loro incontro dopo tanto tempo scatenerà una serie di eventi che li poterà a vestire nuovamente i panni dei supereroi, pronti a salvare il mondo da un imminente apocalisse. I ragazzini invincibili però sono diventati il loro opposto, percorrendo strade ed esperienze diverse: uno dei membri muore anni prima, schiacciato dai suoi stessi poteri, un altro esce di casa senza far più ritorno e i restanti sono cresciuti con il risentimento, in parte rifiutando la propria natura, in parte desiderosi di assecondarla, come Luther/Nr.1 (Tom Hopper) dotato di una forza straordinaria e Diego/Nr.2 (David Castaneda) vigilante abile con i coltelli. Altri invece come Allison/Nr.3 (Emmy Raver-Lampman) e Klaus/Nr.4 (Robert Sheehan) rifiutano le proprie abilità, attribuendone la causa di tutte le loro sofferenze. In ultimo troviamo Vanya/Nr.7 (Ellen Page) che non avendo dimostrato alcuna dote particolare cresce insicura, esclusa dai membri del gruppo come da suo padre. A riavvicinare tutti sarà Nr.5 che, avendo la capacità di viaggiare nel tempo come nello spazio, ritornerà dal  futuro, nel quale è rimasto bloccato per più di 50 anni a causa della sua scarsa padronanza dei poteri. Sarà lui a diventare testimone del destino del pianeta, deciso ad impedirne la rovina chiedendo aiuto ai suoi fratelli. Ogni episodio è incentrato sulla storia […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

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I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose

I 6 prodotti tipici del Piemonte: La cucina piemontese vanta una tradizione culinaria ricchissima di prodotti caratteristici che la rendono squisita. In tutte le ricette regionali vi é l’impiego di uno dei prodotti tipici del Piemonte come il tartufo, il vino Barolo ed i formaggi che servono come condimento per risotti e pasta fresca; come il tartufo che viene adoperato per condire i ravioli del Plin. I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose Riassumiamo qui i 6 prodotti tipici del Piemonte, pietanze dal gusto irresistibile che sono molto apprezzate dai piemontesi e dagli abitanti del Nord Italia. Vitello Tonnato o Vitel Tonné Nella cultura culinaria del Piemonte celebre e molto apprezzato è il Vitello Tonnato o Vitel Tonné. Dal nome sembra che questa pietanza sia un’eredità francese in realtà non è così, poiché questo prodotto è tipico del Piemonte, è un’antica ricetta rigorosamente Made in Italy che risale al Settecento italiano ed è stata rivendicata dal Piemonte a fine Ottocento. Il vitello tonnato è un antipasto dalle origini piemontese, semplice e veloce da realizzare, che viene servito anche come gustoso secondo piatto. Si tratta di un prodotto che negli anni ’80 era presente sulle le tavole di tutte le feste. Oltre che nel Piemonte, possiamo affermare che il vitello tonnato è una delle pietanze fredde più apprezzate e conosciute in tutta Italia. Sono sottili e morbidissime fettine di carne di vitello condite con una salsa a base di acciughe, capperi, tonno, uova e succo di limone. Tutti noi riteniamo che il suo nome “Vitel Tonné” si riferisca al tonnato cioè alla salsa che comprende il tonno tra i suoi ingredienti. Vi sveliamo che la definizione “tonnato” è una tecnica di cottura della carne: preparata alla maniera del tonno. Per la preparazione del Vitel Tonné, bisogna lasciar marinare per 12 ore la carne in una pentola con il vino Barolo. Aggiungere i chiodi di garofano ed il sedano a pezzettini. Per cucinare una buona salsa tonnata si necessita di frullare le acciughe, i capperi, il tonno ed i tuorli delle uova. La salsa tonnata serve per guarnire il vitello dopo averlo fatto raffreddare, perché è una pietanza che va servita fredda come antipasto o come secondo piatto. Ravioli del Plin Come primo piatto la tradizione culinaria del Piemonte vanta i ravioli del Plin che risalgono al 1846. Gli ingredienti tipici sono: farina, uova ed olio extra vergine di oliva. Come ripieno, invece, si usa la carne arrosto oppure spinaci, parmigiano ed una spolverata di noce moscata. La forma tradizionale di questi ravioli all’uovo è quadrata e la caratteristica fondamentale che la differenzia da altri ravioli è la carne arrosto per il ripieno, cotti nel brodo vegetale. Un’alternativa originale è quella di condire i ravioli del Plin con burro e una spolverata di tartufo bianco, tipico della città di Alba. Esiste una variante a questa ricetta ed è quella di sostituire il ripieno di carne con quello di cavolo o verza ed adoperare come condimento semplicemente burro, salvia […]

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Cene vegane, alcuni consigli: gusti diversi ma stessa bontà

Le persone che scelgono uno stile di vita vegano, sono in crescita e preparare delle cene che quindi accontentano i gusti di tutti i commensali, spesso non è semplice. Il menù da realizzare per delle cene vegane, va studiato in tutti i dettagli, con largo anticipo, soprattutto per riuscire a reperire tutti gli ingredienti, spesso non facili da trovare. Durante le cene vegane, uno dei consigli più semplici da seguire, è quello di preparare un primo piatto a base di riso, da condire poi con verdure, latte di cocco e curry. È una ricetta facile da preparare, gustosa e carina da presentare. Inoltre, in questo caso, anche l’apporto calorico, è giusto, e quindi non si avranno problemi dal punto di vista nutrizionale. Un altro consiglio per organizzare cene vegane di qualità, è quello di preparare un ricco aperitivo, con tante piccole leccornie, quali, polpettine di pane (ovviamente senza latticini e senza uova) insalate a base di avocado e semi vari, condite con spezie, frutta secca e noce moscata e degli spiedini, con pomodorini e formaggi senza lattosio. Quelle elencate sono una serie di preparazioni veloci, ma buone, che contribuiranno a donare gusto e colore ai propri aperitivi, senza impiegare troppo tempo. Chi sono i vegani Chi sceglie di adottare un’alimentazione vegana, rifiuta ogni cibo di derivazione animale. I vegani sono nati nel 1944 quando due animalisti britannici, D. e E. Shrigley crearono la Vegan Society britannica, lasciando la Vegetarian Society (la più antica organizzazione vegetariana mondiale) poiché dissentivano sullo sfruttamento animale nella produzione di latticini. Consigli pratici e adatti ad ogni occasione Naturalmente, i semplici consigli cui si faceva riferimento in precedenza, sono applicabili nell’ambito delle cene vegane preparate in casa. Per quanto riguarda le cene fuori, un vegano è perfettamente consapevole che potrà frequentare solo determinati ristoranti, pub, pizzerie, nella maggior parte dei casi, luoghi conosciuti, che propongono, oltre ai piatti tradizionali, anche preparazioni vegane. Spesso, può essere utile scegliere un ristorante giapponese; solitamente il menù giapponese piace a tutti, e un vegano avrà ampia scelta, tra hosomaki o uramaki con riso, alga nori e avocado, ma anche cetrioli/daikon, zuppa di miso, the verde o gelsomino. Un altro consiglio per delle cene vegane preparate in casa, è quello di evitare i cosiddetti piatti pronti, da riscaldare e servire; tali alimenti, infatti, potrebbero contenere tracce di panna, burro, o comunque, derivati animali spesso nascosti. Quando si struttura un menù per cene vegane, è opportuno non modificare delle ricette tradizionali, che prevedono l’utilizzo di derivati animali. In questo caso, il risultato sarebbe quello di portare in tavola dei “piatti modificati” ai quali mancheranno troppi ingredienti, che risulterebbero poco appetibili. Il consiglio che sembra in realtà il più banale, è quello di essere creativi e semplici al tempo stesso. Spesso si pensa che le verdure, onnipresenti nelle cene vegane, siano poco appetibili, in realtà non è così. Le verdure, se cucinate in modo saporito, e quindi non esclusivamente al vapore o alla griglia, risulteranno appetibili e di forte eco. Oltre ai piatti da preparare […]

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Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

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Significato delle carte napoletane, tra simbologia e mistero

Significato delle carte napoletane. Quale la lettura e la simbologia L’utilizzo delle carte per predire il futuro e lo sviluppo degli eventi è una pratica antica, che affonda le sue radici nella cartomanzia. Una tra le più conosciute concerne le carte napoletane, dirette discendenti dei tarocchi, precisamente derivanti dagli “arcani minori”, perdendo, rispetto a questi, carte come Otto, Nove e Dieci, che vengono sostituite rispettivamente da Fante, Cavaliere e Re. Nella cartomanzia napoletana si utilizzano le quaranta carte che compongono il mazzo. Diversamente dai tarocchi, il mazzo partenopeo è privo degli “arcani maggiori” (le carte più dense di significato esoterico), ed è costituito dalle carte numerali che vanno dall’Asso al Sette (ciascuno suddiviso nei quattro semi di Denari, Coppe, Spade e Bastoni), completato dalle già citate tre figure di corte: Fante, Cavaliere e Re. L’utilizzo delle carte napoletane non è identico a quello dei tarocchi: alcune carte infatti incarnano significati in tutto o in parte differenti. È dunque doveroso rispettare i valori che la tradizione attribuisce a questo mazzo, evitando di confondere le regole. Significato delle carte napoletane. Dritto e Rovescio Durante la lettura delle carte è importante ed indispensabile tener conto non solo del singolo significato attribuito a ciascuno dei quattro semi e ad ogni numero e figura, ma anche del modo in cui si presentano. A tal proposito, le carte napoletane possiedono una dignità, ossia possono uscire dritte oppure rovesciate. A tal riguardo, il significato da considerare sarà differente a seconda di come compariranno nella stesura: in genere positivo per le carte dritte e negativo per quelle rovesciate. Tale caratteristica non è comune a tutti i mazzi di carte regionali: in molti di questi infatti le figure vengono rappresentate tagliate a metà, dunque perfettamente simmetriche. Tuttavia nel mazzo napoletano alcune carte sono perfettamente simmetriche, caratteristica che rende impossibile definire se siano dritte o meno. In tal caso il significato della carta non sarà veicolato dalla dignità, bensì saranno le carte limitrofe a determinarne il senso positivo o negativo. Significato delle carte napoletane. La simbologia dei quattro semi I quattro semi delle carte napoletane rappresentavano i quattro ceti sociali: le coppe erano legate ai sacerdoti, le spade alla nobiltà, i denari alla borghesia e ai commercianti, i bastoni ai lavoratori. La simbologia a questi attribuita è così spiegata: Le Coppe simboleggiano sentimenti, innamoramento, amicizie, allegria, famiglia, rapporti sociali. Le Spade simboleggiano aspetti connessi alla giustizia, ai tradimenti, inganni, giochi di potere, sofferenze ed aspetti negativi e limitanti in generale. I Denari simboleggiano il commercio, i beni materiali, gli aspetti economici e gli affari. I Bastoni, infine, simboleggiano il lavoro, la forza di volontà, il vigore fisico, la sensualità. Figure di corte e carte numeriche Le figure di corte, che compongono parte del mazzo napoletano, sono dodici, tre per ognuno dei quattro semi. Fanti e Re rappresentano persone, mentre i Cavalieri situazioni in divenire. Le figure possono fornire informazioni sulle caratteristiche fisiche, ma principalmente esprimono ruoli e specifiche caratteristiche psicologiche. L’interpretazione delle figure delle carte napoletane consente di comprendere chi […]

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La gioia di vivere di Henri Matisse: fusione uomo-natura

La gioia di vivere è un celebre dipinto di Henri Matisse del 1906; l’opera è conservata a Merion, presso the Barnes Foundation. Henri Matisse è il rappresentante più conosciuto del fauvismo. Il movimento dei Fauves è il contributo francese alla nascita dell’espressionismo. I fauvisti, tendevano ad abolire la prospettiva e l’utilizzo dei chiaroscuri, preferendo pennellate libere ed esplosive. Uno dei dipinti più noti di Henri Matisse, è La gioia di vivere, che rappresenta un vero e proprio sconvolgimento del pensiero pessimista che accompagnava numerosi artisti del tempo. Così come suggerisce il nome del famoso dipinto, La gioia di vivere, è un nuovo modo, non più negativo, di guardare ed osservare l’esistenza. Lo stesso Matisse, durante la propria esistenza, cercò di raggiungere una condizione di piena felicità e gioia, fondamentali a qualsiasi essere umano, per vivere bene la propria vita. Dunque, proprio quest’ottimismo, questa voglia di positività, si legge nelle opere del pittore, il quale mescola colori allegre e strutture semplici, che contribuiscono a creare un dinamismo che va oltre il semplice sguardo complessivo. L’opera rappresenta dei nudi femminili dipinti a macchie, senza rispettare i colori naturalistici. Nel dipinto Henri Matisse ripropone il tema di Cèzanne delle bagnanti, elaborandolo secondo la propria visione personale, posizionandole in uno scenario innocente, dalle sembianze paradisiache, all’interno del quale l’umanità gioiosa si muove, danzando gioiosamente. All’interno del dipinto, uno dei fattori da sottolineare, è l’uso di colori piuttosto innaturali; infatti, si può notare a tal proposito, l’uso del colore rosa, sia per raffigurare un albero, sia alcune parti del corpo umano, per sottolineare una sorta di fusione uomo-natura. I critici d’arte, suppongono che l’utilizzo “sbagliato” dei colori, sia in realtà il modo, attraverso il quale Matisse, invitava chi osserva, a guardare il bello attraverso la semplicità, senza lasciarsi schiacciare da dinamiche predefinite, dalla quotidianità. La gioia di vivere, rappresenta un’immagine mitica del mondo come vorremmo che fosse, dove non esistono differenze tra mondo naturale e umano e tutto è armonico. Uomo e natura si fondono in una sorta di ritorno al primitivo. Sullo sfondo, Matisse, propone il ritmico motivo del girotondo, immagine dinamica della visione propria dell’artista. Le figura immerse in una sorta di vortice, sembrano quasi elevarsi al cielo. I colori, il dinamismo, quelle figure, esprimono gioia e sinuosità al tempo stesso, caratteristiche proprie dell’identità artistica del pittore. La tecnica è leggermente puntinista e per questo motivo l’opera fu criticata da Signac, che lo definì «un dipinto con colori ripugnanti».  Henri Matisse è stato con Pablo Picasso, suo rivale e amico, un grande maestro della pittura del XX secolo. Si è dedicato ai nudi, ai paesaggi e al tema della felicità di vivere: «Bisogna guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino», amava dire. In realtà, quella di Henri Matisse rappresenta un’estrema semplicità definibile lineare, un linguaggio plastico e sinuoso al tempo stesso, del tutto nuovo per l’arte occidentale; tutto ciò è realizzato grazie ad una riduzione cromatica così sottile che gli consentì di raggiungere quella dimensione spirituale da lui tanto desiderata. La […]

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Afrodite. Dea dell’amore, della bellezza e non solo

Accostata comunemente all’elemento dell’amore e della bellezza, Afrodite è in realtà la dea protettrice di molte altre cose. La caratteristica peculiare di ogni religione politeista (che adora più di un dio) è quella di accostare ad ogni divinità il culto verso un determinato elemento. Tutti sappiamo bene che la stessa cosa la facevano gli antichi greci con le divinità del loro pantheon e che anche loro avevano una dea che rappresentava l’emblema dell’amore e della bellezza. Il suo nome è Afrodite. A quella che dai Romani fu chiamata Venere, erano tuttavia affidati altri culti di cui ci testimoniano gli autori greci e latini Storia di Afrodite: la nascita e gli amori La storia della nascita della dea è molto controversa. Esiodo nella Teogonia racconta che Afrodite sarebbe nata dalla spuma del mare fuoriuscita dai testicoli di Urano, i quali erano stati strappati via dal figlio Crono. Questa versione legittimerebbe così l’origine del suo nome, dato che in greco aphros significa “spuma di mare”. Ma non sono pochi gli autori che conferiscono alla dea un’origine orientale. Erodoto afferma che un suo tempio era presente ad Ascalona, nell’odierna Israele, dove da lì i ciprioti avrebbero importato il culto in Grecia. Invece Pausania dà ai Fenici il merito di aver importato il culto in terra ellenica, costruendo un tempio a Citera. Afrodite era quindi nata dalla spuma del mare ed emersa su di una enorme conchiglia. Zefiro la spinse sull’isola di Cipro presso la quale si trovava un tempio nella città di Pafo. Le divinità dell’Olimpo festeggiarono la nascita di Afrodite la quale, non troppo tardi, si conquistò le antipatie di Era ed Atena. Esse erano consapevoli del fatto che nessuna creatura, tanto umana quanto animale, poteva resistere al suo richiamo. Lo sapeva bene Paride, figlio di Priamo, il quale, scelto dagli dei, le dette il celebre pomo d’oro grazie al quale la definì “la più bella” preferendola alla dea della famiglia e a quella della sapienza. Per ricambiare il favore si dice che Afrodite fece innamorare il giovane troiano dell’achea Elena, moglie di Menelao, portandola con sé a Troia e scatenando la celebre guerra che Omero raccontò nell’Iliade. Furono tanti gli uomini che caddero ai piedi di Afrodite. Il primo di questi fu Adone, semidio e abile cacciatore che morì a causa delle ferite infertegli da un cinghiale. Afrodite, per ricordare il suo amato, fece in modo che ad ogni primavera le sue spoglie si trasformassero nel fiore a lei caro: l’anemone. Anche il principe troiano Anchise fu uno dei suoi amanti più celebri, nonché tra i più importanti. Dall’unione tra i due nacque infatti Enea, l’eroe che fuggì da Troia per raggiungere il Lazio dove avrebbe gettato i semi fondatori di Roma. Celebre è anche la storia che ebbe con Efesto, dio del fuoco e delle fucine, esteticamente opposto alla bellezza sprigionata da Afrodite: egli era zoppo e con la pelle sempre sporca per via della cenere onnipresente nelle fucine dell’Etna in cui dimorava. Ecco perché la dea lo tradiva spesso […]

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Apokolokyntosis: la crudele vendetta di Seneca

Apokolokyntosis o deificazione di uno zuccone: la crudele vendetta di Seneca. L’Apokolokyntosis, satira menippea composta da un’alternanza di versi e prosa, deriva il suo stravagante titolo chiaramente dal greco ed è la contrazione dei termini kolokyntha (κολόκυνθα), che significa zucca, e apotheose (αποθέωση), che è il processo di deificazione post mortem. La traduzione di questa singolare crasi sarebbe “zucchificazione” ma non riuscirebbe a rendere a pieno la valenza satirica e dissacrante del termine: si è quindi più propensi a tradurlo come “deificazione di una zucca o zuccone” con un chiaro riferimento alla stupidità e alla vanagloria spesso attribuita all’imperatore Claudio. L’accanimento satirico a cui è sottoposto Claudio non si comprende a pieno se non si conoscono i retroscena del rapporto tra Seneca e l’imperatore della casa Giulio-Claudia. Le ostilità sorte tra i due sono da attribuire sicuramente alle abili quanto amorali macchinazioni di Messalina, la giovanissima moglie di Claudio. La donna, una volta salita al trono imperiale nel 41 d.C. assieme all’anziano marito, dopo l’omicidio di Caligola, provvede a vendicare la morte di quest’ultimo: a cadere vittima della vendetta di Messalina è anche Seneca, probabilmente amante di Giulia Lavilla, sorella di Caligola. I due subiscono l’esilio: Giulia nell’isola di Ventotene, dove verrà poi successivamente raggiunta ed eliminata dai sicari di Messalina; Seneca, invece, sarà spedito nella selvaggia e desolata Corsica, dove sconterà anni di esilio dal quale solo la nuova moglie di Claudio, Agrippina, lo richiamerà, restituendogli la libertà, riabilitando la sua fama e affidandogli l’educazione del figlio Nerone. Alla luce dei complicati rapporti tra i due è più facile comprendere la violenza dell’Apokolokyntosis, che suona quindi come una vendetta a lungo meditata dal filosofo nei confronti di un imperatore che lo ha condannato all’esilio, alla solitudine, alla lontananza dagli affari e dalle vicende della capitale. E la piega che prenderà la satira è chiara fin dall’esordio in cui Seneca annuncia i suoi propositi: “I fatti che si svolsero nei cieli il tredici ottobre dell’anno 54 primo di un’era di beatitudine, ecco quanto voglio tramandare alla storia.” Seneca pur professando una certa imparzialità nella narrazione dei fatti smaschera fin da subito la sua feroce ostilità e la gioia per la riacquisita libertà che coincide con la morte, sopraggiunta il 13 Ottobre del 54 d.C., di colui che aveva confermato la verità del proverbio: “o si nasce re o si nasce cretino”. La satira comincia con un divertente botta e risposta tra Mercurio e Cloto, una delle tre Parche, sull’esigenza di “staccare la spina” all’ormai anziano e agonizzante imperatore: dopo un riferimento acidamente polemico alla scelta di Claudio di allargare la cittadinanza romana a frotte di provinciali, Cloto tronca di netto il filo della sua inutile esistenza. La descrizione del trapasso ha dell’esilarante: “L’ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che ebbe lasciato partire un suono più forte del solito da quella parte con la quale si esprimeva con maggior facilità, fu questa:”Povero me, forse me la son fatta addosso”. Se l’avesse fatta, non lo so; certo è […]

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Edoardo Adamuccio, intervista al Life Lover

Dire che Edoardo Adamuccio sia più di ciò che appare è comunque un eufemismo. Autoproclamatosi “Life Lover”, Edoardo è uno studente di farmacologia ed un attore. Si è iscritto ad Instagram nel 2013 ed il suo profilo è cresciuto ad oltre 13 mila follower. Il suo obiettivo è quello di intrattenere attraverso un mix di stile e arte e dimostrare che una persona può fare più di una sola cosa che lo appassiona. Abbiamo chiaccherato con Edoardo per discutere dei social media, del loro ruolo nella sua vita e di cosa avrebbe fatto un domani se i social dovessero essere spenti per sempre. Grazie per il tempo che ci dedichi Edoardo. Iniziamo con le generalità e qualche info di base, presentati. Salve a tutti, mi chiamo Edoardo Adamuccio, ho 22 anni, vengo da Martina Franca, Puglia. Edoardo Adamuccio, quand’è che hai iniziato ad utilizzare i social media e qual è stata la motivazione per iniziare? Il mio primo incontro con i social media è stato nel 2012 con Facebook. Ho aperto il mio account Instagram l’anno seguente. All’inizio, era tutto un gioco, erano app super popolari (lo sono tuttora) e mi sono iscritto perché tutti avevano un profilo. È stato un conformarsi. Il tuo account Instagram ha un pubblico di nicchia? Cosa speri di dare ai tuoi follower con i tuoi post? Cerco sempre di raggiungere il maggior numero di persone possibile senza limitarlo a un certo tipo o gruppo di persone. Ho fondato il mio profilo sull’originalità e un po’ di autoironia. Il mio obiettivo è far divertire le persone quando guardano le mie storie o sfogliano i miei post. Pubblico post che vanno dal lifestyle alla moda, ma anche foto che scatto per prendermi in giro da solo o immagini di cose bizzarre che vedo ogni giorno intorno a me. Le persone tornano se gli piace quello che vedono e mi piace quando le persone tornano… significa che abbiamo costruito un qualche tipo di fiducia. Edoardo Adamuccio, quanto tempo dedichi ai social media? È curioso il fatto che non dedico molto tempo al mio profilo instagram o ai social media in generale. Ho giorni prestabiliti in cui posto qualche contenuto, scelgo l’hashtag o scatto foto. Cerco solo di organizzare il mio tempo in modo da non sprecarlo. Parlando invece del mondo reale… come si è evoluto il tuo stile personale con Instagram? Cambia se sai che devi pubblicare qualcosa? Non ho uno stile personale specifico. Prendo ispirazione da ciò che vedo. D’altra parte, l’importante è sentirsi bene con se stessi. Dovremmo sempre cercare di dare una buona impressione di noi stessi, indipendentemente dal fatto che sia per i social media o meno. Se fai star bene le persone, starai bene anche tu. L’immagine non dipende da Instagram, ma è costituita dall’esperienza di vita di tutti i giorni. Dedico più attenzione ai dettagli quando so che sto per creare un post sul mio stile e cerco sempre di non lasciarmi influenzare dai commenti o dai “like” che ottengo dai […]

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Videogiochi classici: 5 da riscoprire per browser online

Dai più celebri arcade fino ai giochi di ruolo, come riscoprire alcuni dei videogiochi classici giocando online in modo gratuito Una delle prime console ad utilizzo casalingo fu la Magnovox Odyssey, che venne progettata nel 1972 negli Stati Uniti da Ralph Baer ma messa in vendita in Italia solo 3 anni dopo nella sua versione Odissea. Conosciuta come la “Brown box” (la scatola marrone), la console non ottenne il successo commerciale sperato, ma oggi addirittura conservata nel National Museum of American History dello Smithsonian Institution a Washington e ricercata da tantissimi collezionisti di videogames. Cresce la tecnologia e anche l’entertainment digitale, anche se ancora ad una sola dimensione, e gli anni Ottanta sono stati il trampolino di lancio per molti videogiochi che oggi consideriamo dei grandi classici da giocare a tutte le età; giochi intramontabili nella loro semplicità, che hanno fatto la storia e, nonostante l’evoluzione dell’interattività e della tecnologia attuale, risultano essere i migliori proprio perché così d’impatto. Parole come Commodor 64 (home computer più venduta nella storia dell’informatica, che fu presentata in Italia nel 1982) e NES – acronimo di Nintendo Entertainment System – acquistano importanza in quella che sarà poi la storia dei videogiochi. I retro-games, quelli che chiamiamo ora “vintage”, che spopolavano rendendo la giusta fama mondiale a colossi del videogaming (come la Nintendo, Atari, SEGA console), acquistano maggiore virtualità e sviluppo a partire dalla quarta generazione di console, quando la grafica, la rappresentazione della storia e la giocabilità migliora e diviene più elaborata: la prima console firmata SEGA diventa mega drive e nasce il Super Nintendo, oltre ai primi videogiochi portatili, molto prima dell’immissione sul mercato della PlayStation o della più recente X-box. Grazie a piattaforme attuali di videogiochi per browser online gratuiti, molti videogiochi classici entrati nell’olimpo degli dei possono essere riscoperti in tante varianti, per ricordare (o provare per la prima volta) quella nostalgia che fa tornare la nostra mente ai pomeriggi passati a meravigliarci e divertirci da bambini… Le colonne portanti del videogaming di sempre: 5 grandi videogiochi classici Videogiochi classici Super Mario Bros Come non accennare in una qualsiasi classifica di videogiochi, classici o online, Super Mario? Sentendosi troppo stretto per poter spiccare nell’arcade game Donkey Kong, l’idraulico italo-americano più amato di tutti i tempi prende posto in prima fila per la prima volta in Giappone nel 1985, ovviamente per la Nintendo. Fu Shigeru Miyamoto che inserì nelle avventure di Mario tubi e tartarughe che da sempre popolano gli scenari del personaggio. Super Mario ancora oggi fa sognare i giocatori, e lo farà ancora per molto tempo. Pac-Man Ideato da Toru Iwatani e prodotto dalla Namco nel 1980 nel formato arcade da sala, è essenzialmente il videogioco classico per eccellenza. Chi non ha mai provato a mangiare tutti i puntini nel labirinto cercando di non farsi beccare dai quattro fantasmi? The Legend of Zelda Molto più di logica quanto di sviluppo della trama, Zelda e le sue successive saghe ebbero ed hanno un importantissimo successo nella storia dei videogiochi classici d’azione a tema fantasy. La principessa […]

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Farmacie online, un settore in costante crescita

L’e-commerce è da un tempo un fenomeno in continua espansione: ormai è possibile reperire (quasi) ogni tipo di articolo rivolgendosi agli store online, dai capi d’abbigliamento ai libri, passando per i prodotti tecnologici di cosmesi. Uno dei settori che faticato maggiormente ad imporsi, approdando solo di recente alla dimensione digitale, è quello farmaceutico. La svolta del 2015 Naturalmente, i prodotti farmaceutici rappresentano una categoria merceologica quantomeno particolare rispetto ad altri venduti liberamente online. Fino al 2015, infatti, in Italia vigevano restrizioni tali da non consentire la vendita via internet di prodotti farmaceutici o parafarmaceutici. L’abrogazione dei vincoli restrittivi ha dato grande impulso allo sviluppo ed alla crescita di un nuovo tipo di commercio digitale; va però sottolineato come l’autorizzazione all’apertura di una farmacia online sia subordinata all’esistenza di una farmacia fisica (operante sul territorio nazionale in virtù dell’ottenimento delle autorizzazioni rilasciate dalle autorità competenti), sia per tutelare l’attuale quadro occupazionale sia per evitare un’alterazione dei prezzi. Resta inoltre vietato l’acquisto di prodotti da banco commercializzati da siti esteri. Per proteggere gli utenti da eventuali truffe, l’Unione Europea ha disposto un sistema di identificazione delle farmacie online autorizzate. Sul sito web legato all’esercizio commerciale compare un bollino verde; per quelli italiani, il simbolo contiene la bandiera italiana ed è affiancato da logo del Ministero della Salute. Cliccando sul ‘bollino‘, è possibile verificare se il sito in questione è legale oppure no, grazie al tool online messo a disposizione dal portale ufficiale del Ministero per la Salute: è possibile scegliere tra ‘farmacia’ ed ‘esercizio commerciale’, per poi scegliere regione, provincia e comune in cui si trova la farmacia fisica di riferimento. All’interno di una tabella vengono riportati tutti i dati, ovvero ragione sociale, denominazione, indirizzo, partita IVA, indirizzo web e, cliccando su ‘dettagli’, è possibile visualizzare anche l’autorizzazione ottenuta dalla farmacia. La crescita del settore Come detto, il settore farmaceutico è approdato solo di recente all’e-commerce. Dal 2015 in poi, il settore ha fatto registrare una crescita costante (anche per via della possibilità di assicurare una certa discrezione a chi acquista); sono molti, infatti, gli esercizi che cercano di farsi strada in questo nuovo segmento del mercato digitale, come ad esempio docpeter. A marzo 2019 il numero delle farmacie online ha superato le 800 unità; dopo la stasi che ha caratterizzato i primi due mesi del nuovo anno, il numero di esercizi online autorizzati alla vendita online di Sop e Otc è tornato a crescere, confermando la tendenza che caratterizza il settore. Nel mese di marzo le nuove attivazioni sono state in tutto 31, suddivise in 24 farmacie e 7 parafarmacie; il dato non tiene conto né delle attività che hanno online un proprio sito ma non lo utilizzano per la commercializzazione né di coloro che non utilizzano la propria autorizzazione per l’e-commerce. A livello regionale, primeggia la Lombardia; a marzo 2019, però, è stata la Campania a far registrare il più alto numero di attivazioni, confermandosi una delle regioni più aperte a questo settore di recente emersione assieme al Piemonte ed alla stessa Lombardia. Non sorprende, quindi, che il dato provinciale veda Napoli in testa (82 esercizi autorizzati), seguita […]

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Fun e Tech

Youtuber italiani, chi sono e cosa li rende famosi

Scopriamo insieme chi sono gli youtuber italiani più famosi! YouTube è la piattaforma web che consente la condivisione e visualizzazione in rete di video per eccellenza; negli ultimi tempi è utilizzata soprattutto per seguire una figura che negli ultimi anni ha avuto sempre più sviluppo e spazio nell’ambito del web: lo youtuber. Gli youtuber italiani sono tantissimi, sia coloro che registrano molti iscritti, sia quelli che, pur avendone pochi, riescono comunque a raggiungere un determinato pubblico. Esistono diversi canali YouTube che offrono contenuti vari, dalle rubriche di cucina, ai consigli make-up, dai suggerimenti o influenze di tipo commerciale, al mondo dei libri. Insomma, un vero e proprio mondo cui attingere e ispirarsi. YouTube, dopo Google, è la piattaforma web più visitata, con oltre un miliardo di utenti al mese che accedono ad oltre 4 miliardi di video al giorno. Gli utenti del web guardano i video principalmente per due motivi: per imparare qualcosa e risolvere un problema oppure semplicemente per passare del tempo. Dunque, ogni youtuber è perfettamente consapevole, in base all’impronta che decide di dare al proprio canale, della tipologia di video da pubblicare e del pubblico cui essi sono rivolti. Più il video sarà originale e attinente al tema del canale, più esso diventerà “appetibile”. Nel nostro Paese, i video più seguiti, sono quelli degli youtuber italiani che si occupano di ASMR, una vera e propria tecnica di rilassamento. Gli youtuber italiani che scelgono i video ASMR sono vari, ma tra i più seguite c’è “Chiara ASMR”; Chiara è una giovane ragazza che sussurra ai propri iscritti parole dolci, melodie, producendo suoni, sinfonie, e che è riuscita a collezionare quasi cento milioni di visualizzazioni su YouTube con l’arte di abbassare i toni. A giugno 2018 una ricerca del dipartimento di Psicologia dell’Università di Sheffield ha dimostrato che, mentre si guardano i video ASMR, nelle persone che provano i famosi formicolii, la frequenza cardiaca si riduce significativamente, in media di 3,14 battiti al minuto, e aumenta notevolmente il rilassamento. La youtuber citata ha scelto di improntare il proprio canale sull’ASMR, che non tutti amano, non tutti comprendono e, soprattutto, di cui non tutti beneficiano, ma, con tenacia e passione, è riuscita a collezionare sempre più visualizzazioni, regalando piacere e gioia a chi la segue. YouTube: crescita progressiva di contenuti YouTube è in progressiva crescita, quindi è importante seguire con costanza tutte le fasi di produzione e pubblicazione dei video, oltre a tutti i contenuti strettamente collegati, come: informazioni, descrizioni, didascalie, sottotitoli. In questo senso è importante stabilire una relazione duratura con i propri iscritti, interagendo con loro in modo costante. Ovviamente YouTube offre anche la possibilità di divertirsi e sorridere, con video leggeri e ironici al tempo stesso. Anche l’umorismo è un elemento interessante, in quanto crea uno spirito di gruppo. YouTube aiuta a instaurare un rapporto speciale tra follower e youtuber, facendo diventare i contenuti quasi una proprietà comune. È il caso di due youtuber italiani, Sofia Scalia e Luigi Calagna, ovvero i “Me contro Te”, la coppia […]

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Libri

Libri

Alessandro Orlandi e il suo saggio sul culto degli antenati nel mondo antico

Genius Familiaris, Genius Loci, Eggregori e forme pensiero- Culto degli antenati nel mondo antico e trasmissione iniziatica è un saggio del matematico, museologo e musicista Alessandro Orlandi, pubblicato dalla casa editrice napoletana Stamperia del Valentino, per la collana I Polifemi. Come c’ha lui stesso rivelato, questo lavoro nasce da un interesse di lunga data: «Si può dire che l’interesse per il culto degli antenati nel mondo antico e per la trasmissione iniziatica mi accompagni da quando ero adolescente. Verso i miei 13 anni mi capitò di leggere alcuni libri di Mircea Eliade e di René Guenon e, da allora, questa passione non mi ha più abbandonato» Nonostante la brevità, il saggio riesce a ripercorrere in maniera esaustiva i culti iniziatici e religiosi del mondo classico greco e romano, ma anche di altre civiltà del mondo antico. La struttura del saggio di Alessandro Orlandi sul culto degli antenati nel mondo antico Il saggio è basato su una ricerca che si muove in due direzioni. La prima descrive le differenze e le analogie dei culti degli antenati tra le civiltà del mondo antico; la seconda ruota intorno tre interrogativi: -Qual è il ruolo della Tradizione e dell’Iniziazione nelle grandi Tradizioni spirituali? -Si può ancora parlare di Tradizione e Iniziazione nel XXI secolo? -Come è cambiato il nostro modo di intendere la Tradizione e l’Iniziazione rispetto agli antichi culti misterici? Alessandro Orlandi segue queste due linee guida e risponde alle tre domande unendo alla minuzia accademica un tocco di misteriosa solennità, molto consona alla materia trattata.  I culti degli antenati nel mondo antico si legavano indissolubilmente alla sfera della morte ed erano caratterizzati da una complessità difficilmente comprensibile ai giorni nostri. Ai nostri occhi di uomini digitalizzati e razionalmente regolatori, questi culti potrebbero erroneamente sembrare il frutto di civiltà non sviluppate come la nostra, ma invece rivelano una profondità e una saggezza peculiari. Una saggezza frutto di culture che concepivano il mondo e la vita organicamente, come qualcosa di estremamente correlato tra loro. Principi diversi dagli schemi del pensiero occidentale moderno che invece tende a frammentare il mondo per poterlo successivamente dominare e regolare. Su questo punto, facendoci un esempio su un’antica tradizione romana, l’autore tende a precisare:«Ogni 110 anni i romani celebravano la festa dei Ludi saeculares, che segnava il chiudersi di un ciclo di generazioni e l’aprirsi di un altro, differentemente caratterizzato. Si festeggiava la generazione che aveva perso genitori, nonni e bisnonni, destinata ad aprire un nuovo ciclo. Si apriva il Mundus del Tarentum, sacrario sotterraneo sulla riva sinistra del Tevere, in cui era seppellito un altare dedicato a Dite e Proserpina sul quale un sacrificio notturno era dedicato a Llithie e alle Parche. La terza notte si sacrificava alla Terra madre. Nella cerimonia si evocava lo srotolarsi fatale dei fusi delle Parche. Il Mundus, creato alle origini di Roma con il compito di contenere un esemplare di tutto ciò che sarebbe servito in seguito alla vita della città, era anche una porta per gli Inferi, tra il mondo visibile […]

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Libri

Gocce: raccolta poetica della scrittrice Lavinia Alberti

Spesso le parole di un libro o di una raccolta, si dispongono come delle Gocce, che gradualmente bagnano la mente di chi legge. Sicuramente catturare l’attenzione dei lettori con una raccolta di poesie non è semplice, ma riuscire nell’intento arrecherà molte soddisfazioni all’autore o all’autrice in questione. Ne è consapevole la scrittrice siciliana Lavinia Alberti, la quale, con una scrittura che racconta delusione, nostalgia, speranza, attese e ricordi malinconici, ha esordito con la sua prima raccolta poetica intitolata Gocce edito Controluna. Lavinia Alberti nasce a Torino nel 1991, ma di fatto è siciliana, di Palermo, città nella quale ha studiato. Ha una formazione umanistica e una passione per il giornalismo, la musica e l’arte in tutte le sue declinazioni. Laureata in Lettere moderne e in Teatro, cinema e spettacolo multimediale all’Università di Palermo. Gocce, edita da Controluna a gennaio di quest’anno, è una raccolta poetica scritta di getto. Si tratta di un lavoro che nasce da una profonda esigenza interiore, da una pulsione intima e fragile al tempo stesso, dal desiderio di dar sfogo ad esperienze di vita: delusioni, nostalgie, attese, speranze o amari ricordi. Le poesie di Lavinia Alberti, sono racchiuse in 87 pagine, suddivise in 4 atti; ognuna di esse, proprio come delle gocce, si delinea come presenza, testimonianza. Grazie alle poesie raccolte in Gocce, si capta la voglia concreta di lasciare una o più testimonianze della propria vita e della propria anima, che nei versi poetici ritrova un valore e una sua affermazione. Leggendo man mano tutte le poesie, si è travolti da un ritmo leggero grazie all’incontro tra rime e il lettore si ritrova, involontariamente, catapultato in processo di conoscenza di sè, una concretizzazione della propria realtà interiore. Questo perchè le gocce “poetiche” non sono altro che microtraumi di una poetessa, che attraverso la poesia, riesce ad ascoltare finalmente la propria voce interiore, offrendo strumenti di lettura anche al proprio lettore. In questo modo anche le ferite più dolorose si rimarginano nella loro ricostruzione metaforica e la scrittura ne diventa testimone. I versi di Gocce, godono di una musicalità ricercata e fortemente simbolica, che permette alla scrittrice di fare i conti con i propri fantasmi e gli abissi per proprio Io.Attraverso una scrittura leggera, memorabile ed enfatizzata dai ricordi personali, il lettore si ritrova in un vortice di emozioni e riflessioni spesso taciute o semplicemente riposte in un angolo. Infatti a trarre vantaggio da questa narrazione non è solo l’autrice, che può finalmente sentirsi libera di raccontarsi e raccontare, ma anche il lettore, che prende consapevolezza di una crescita interiore necessaria. Ed è questo il punto forte di Gocce: l’autrice, Lavinia Alberti invoglia il lettore a leggersi e capirsi, senza troppe metafore e figure retoriche da salotto. Segretamente le parole, poste l’una dopo l’altra, suscitano emozioni, sensazioni, sogni, speranze, ideali, passioni, desideri, speranze, timori, aspettative, intuizioni. È come se ogni poesia, rompesse gli schemi del silenzio, rendendo il lettore consapevole, in una percezione tematica e metaforica, che va oltre ogni limite, attraversando mente e cuore. Tale visione […]

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Libri

Lise Ama Lolita: il romanzo d’esordio di Chiara Squarise

Lise ama Lolita è il romanzo d’esordio di Chiara Squarise edito da Intrecci Edizioni Lolita è una docente universitaria, insegna alla facoltà di Lettere Antiche ermeneutica artistica e mitologia. È una donna di quarantadue anni, sposata da venti con Nicola, un uomo straordinario, che ormai vede solo come un amico. Durante una sua lezione noterà una ragazza messicana di nome Lise. Questo incontro sarà cruciale, e cambierà il corso della sua vita in modo travolgente. Il romanzo di Chiara Squarise mette alla luce diverse tematiche, tutte diverse, ma che si avvicendano in un filo logico avvincente. Una delle questioni è senz’altro il tema della “gabbia familiare”, infatti Lolita è incastrata in un rapporto matrimoniale ormai spento. Ciò rende la sua vita una ripetizione di eventi e abitudini, che da un lato la rassicurano e dall’altro la rendono schiava di una monotonia senza via d’uscita. Il matrimonio appare quindi come una gabbia feroce per i sentimenti, che a lungo andare porta l’estinzione dell’amore stesso. In tutto il romanzo di Chiara Squarise ci sono diversi riferimenti alla mitologia, infatti Lolita, essendo insegnante della materia, accosta spesso alcune vicende della sua vita a mitologie antiche (Olimpo o Era la dea della gelosia). Le descrizioni dei personaggi sono funzionali e precise, in particolare le due protagoniste sono descritte in modo impeccabile sia per quanto riguarda l’estetica che l’aspetto interiore. Le descrizioni particolareggiate infatti, rimandano alla mente del lettore l’immagine precisa dell’una e dell’altra, fornendo un’esperienza di lettura quasi “interattiva”. Si dà molta importanza alle loro diversità: primo fra tutti è l’elemento età. Lolita infatti ha quarantadue anni, mentre Lise ne ha quattordici di meno. La professoressa universitaria è la tipica donna di mezz’età, con un corpo ormai non più scolpito a dovere, con un abbigliamento casual, e un’estetica non particolarmente curata. Al contrario Lise è nel fiore della sua giovinezza, ha un fisico scolpito, ma soprattutto uno degli elementi distintivi della giovane sono i suoi occhi verdi, a cui si farà riferimento più volte. Lolita più volte sarà presa da un senso di inadeguatezza, ma alla fine l’amore giustificherà ogni domanda, e le preoccupazioni inerenti ai fattori anagrafici ed estetici si dissolveranno. Essi sono temi molto caldi nella società odierna, dove la differenza di età nelle coppie, e la disomogeneità del bello oggettivo è ormai prassi cui è sottoposta ogni storia d’amore. Uno dei temi ricorrenti che si riprenderà in tutto il romanzo è senz’altro il sesso. Le numerose descrizioni sessuali, precise e dettagliate, immergono il lettore in un’atmosfera piuttosto rouge. Il romanzo non lascia intendere, ma arriva chiaro e diretto nelle sue esposizioni. In diverse pagine ci sono lunghe descrizioni di amplessi e giochi sessuali, ma la narrazione non risulta mai volgare o esagerata. A dare maggiore risalto ai temi rossi del romanzo è senz’altro la questione del sadomasochismo. Il romanzo permette al lettore di capire le meccaniche di questa pratica sessuale in modo esaustivo. Esso descrive le idee e i meccanismi alla base di tale pratica. Il romanzo tocca diversi tempi piuttosto […]

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Libri

Non ti lascerò, il thriller da brividi di Chevy Stevens

Pubblicato lo scorso mese da Fazi Editore nella collana Darkside, Non ti lascerò è l’ultimo romanzo della scrittrice canadese specializzata in gialli intrisi di suspense Chevy Stevens. Lindsey ha 19 anni quando incontra l’affascinante Andrew del quale si innamora e con cui convola a nozze poco tempo dopo. Tuttavia, non passa molto tempo prima che il giovane innamorato e premuroso lasci il posto a un uomo dedito al bere, geloso, manipolatore e violento che le renderà la vita un vero e proprio inferno. Lindsey non confida a nessuno, né ai suoi genitori né al fratello, cos’è costretta a subire e la situazione non migliorerà neanche dopo la nascita della piccola Sophie che verrà usata da Andrew come pretesto per non farsi lasciare dalla moglie sempre più preoccupata e terrorizzata da quello che potrebbe succedere. “Penso che potrebbe farmi davvero del male. Non sai come si comporta. Non mi dà respiro. È gelosissimo. Mi spia (…). Vorrei lasciarlo ma ho il terrore che in qualche modo mi porti via Sophie. Non ho niente di mio. Cosa dovrei fare? Come posso tirarmi fuori da questa situazione? Non ho una carta di credito né un conto in banca. È tutto a suo nome. Sono in trappola.” Sarà proprio per proteggere la figlioletta che Lindsey scapperà con lei nella speranza di salvare entrambe da quel marito amorevole e devoto che si è rivelato essere in realtà un mostro. Passano dieci lunghi anni da quella fuga precipitosa avvenuta nel cuore della notte. Lindsey e Sophie, che ormai ha quasi diciotto anni, si sono rifatte una vita felice con Andrew lontano da loro e in carcere per aver ucciso una donna in un incidente stradale. Tuttavia, la sua condanna è ormai giunta la termine ed è tornato libero e, da quando ha appreso la notizia, Lindsey ha una sola domanda che la assilla continuamente e alla quale non riesce a dare una risposta: lascerà in pace lei e Sophie o tornerà a tormentarla e fargliela pagare per averlo abbandonato? Non ti lascerò, un giallo mozzafiato di Chevy Stevens dal finale inaspettato Costruito su una trama che parte e verte sulla violenza domestica, il romanzo della Stevens cresce di intensità man mano che gli sviluppi della storia si susseguono in un crescendo inarrestabile. L’autrice non abbandona mai il lettore che tiene per mano capitolo dopo capitolo narrando e spiegando, attraverso le voci dei suoi personaggi, con parole semplici ma accuratamente selezionate, gli eventi ai quali assiste. Scopriamo così – questa non vuole essere una giustificazione ma, appunto, una spiegazione – che Andrew è quello che è perché suo padre è stato violento con lui e con la madre e, nonostante ami – di un amore che ha il sapore dell’ossessione – Lindsey e Sophie, rovina tutto perché incapace di gioire e godere della fortuna che ha avuto perdendo l’amore sincero della moglie e privandosi della possibilità di crescere la sua bambina. A quest’ultima chiede una seconda possibilità per dimostrarle che tiene a lei e le vuole bene, […]

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Napol e Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Massimo Piccolo: Sincronia Fiabesca tra magia e sapori

Tra arte, sogni, immaginazione, magia e sapori, raccontare una fiaba non significa solo raccontare una storia, ma abbandonarsi al mondo delle suggestioni, lasciarsi trasportare da una dolce melodia e imparare a riflettere sulla realtà.  Sincronia Fiabesca è stato proprio questo: un viaggio dalla tradizione letteraria alle suggestioni artistiche della fiaba moderna, che si racconta attraverso tanti linguaggi artistici, dalla musica al cibo. Venerdì 17 maggio la Feltrinelli Point Distilleria di Pomigliano d’Arco a Napoli ha dato il via alla XII edizione di Serata d’Autore Sincronia Fiabesca, un evento a cura dell’Associazione Luna di Seta e di Massimo Piccolo, scrittore di “Estelle –storia di una principessa e di un suonatore di accordion”, una favola contemporanea che, attraverso la metafora, racconta temi esistenziali affini ad ogni essere umano e si propone come una storia vera e disperata, una ribellione degli stereotipati personaggi delle favole. Sincronia Fiabesca: l’evento Sincronia Fiabesca è stata una serata dedicata alla letteratura, alla musica e all’importanza che le fiabe ricoprono nell’immaginario collettivo contemporaneo: ad aprire l’evento, la proiezione del book trailer dell’opera di Massimo Piccolo “Estelle – storia di una principessa e di un suonatore di accordìon”, girato nelle sale del Palazzo Reale di Napoli con protagonista Giorgia Gianetiempo, la giovane attrice che interpreta Rossella Saviani nella soap “Un posto al sole”, con le musiche del Maestro Claudio Passilongo. Non poteva che partire da Napoli, negli stessi luoghi che hanno creato il mito di Cenerentola ancora prima di arrivare alla Francia di Charles Perrault e alla California di Walt Disney, il book trailer di Estelle,  che si interroga su grandi temi contemporanei. “Cosa può desiderare chi ha tutto?”, ci chiede la bella Giorgia. “E quando l’amore, anche se più che legittimo come quello di un padre per una figlia, non è più un sentimento nobile?”. Dopo la proiezione, Massimo Piccolo, accompagnato in questa magica avventura  dalle musiche della bassista Sara Di Maio, le cantanti Sara Piccolo e Adriana Cardinale, il chitarrista Antonio De Falco e il pianista jazz Franco Piccinno, ha raccontato alcune storie, alcune suggestioni, dalla Llorona, spettro del folclore dell’America Latina, anima in pena che ha ucciso o perso il figlio, e che continua a cercarlo, ad alcuni “cunti” di Giambattista Basile. “La scarpetta di Cenerentola simboleggia un incastro, l’idea romantica che per ogni uomo possa esistere una sola donna che lo completa. Con il tempo la scarpetta è diventata di cristallo, simbolo della fragilità di questo incastro” – commenta Massimo Piccolo, per poi iniziare a leggere alcuni passi di Notre-Dame de Paris, romanzo a sfondo storico di Victor Hugo, dove “l’incastro, invece, pare impossibile, come nel caso dell’amore di Frollo per la bella Esmeralda”.  La  protagonista della serata, dunque, è la lunga tradizione orale della fiaba, che affascina da sempre grandi e piccini, catapultati in un mondo fantastico fatto di castelli, principesse, maghi, orchi e principi azzurri. Le storie di questo genere hanno abbracciato in maniera trasversale varie culture, da quella tedesca dei Fratelli Grimm a Giambattista Basile, autore della raccolta di fiabe in lingua […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Ciak Irpinia 2019 – i vini irpini scendono in passerella

Ciak Irpinia apre le porte alla sua terza edizione Le eccellenze del vino irpino si riuniscono ad Atripalda, in provincia di Avellino, il giorno sabato 18 maggio 2019 nella terza edizione di “Ciak Irpinia”, evento di settore gestito dal Consorzio di Tutela Vini d’Irpinia con il patrocinio del Comune di Atripalda, della Provincia di Avellino e del Gal Irpina-Sannio. L’appuntamento, svoltosi nll’Ex Dogana dei Grani di Atripalda, è stato aperto non solo all’intera filiera vitivinicola, ma anche ad appassionati e wine lover, i cui accrediti hanno raggiunto i 300 iscritti. Passione & Strategia  La giornata è stata ricca di appuntamenti. Un meeting introduttivo e  interessante ha visto la presenza in cattedra del Sindaco di Atripalda Giuseppe Spagnuolo, del Professore Piero Mastroberardino rappresentante dell’azienda vinicola Mastroberardino, l’endorser del consorzio di tutela Maurizio Petrarca, l’amministratrice ed enologa della Tenuta Cavalier Pepe Milena Pepe, ed in ultimo ma non per importanza il Professore ordinario di enologia presso il Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II Luigi Moio. Ciak Irpinia dà un idea di cosa sia il consorzio di tutela: si tratta di un soggetto animato da una pluralità di persone della filiera del vino irpino, formato oggi da 530 soci. Esso rappresenta l’80% del vinificato in Irpinia, e ogni anno, ogni mese si aggiungono sempre nuove imprese. All’evento è legata una degustazione da parte degli ospiti, i cui campioni d’assaggio sono stati selezionati accuratamente da una commissione tecnica territoriale di enologi irpini, presieduta dal Professore Moio. Sarà lui a sottolineare l’importanza dei “retroscena” tecnici che condurranno il prodotto, attraverso la qualità, a diventare passione. Durante la conferenza il professore ha introdotto le annate presenti all’evento, spiegando l’importanza del clima, del territorio e della lavorazione dell’uva. Rivolgendo in primis l’attenzione ai vini bianchi, ha sottolineato l’interessante disponibilità idrica nell’anno 2018: l’annata ha avuto una primavera piovosa (aprile/ottobre quasi 500ml di acqua) insieme ad un altrettanta instabilità in autunno (850 ml) causata dell’escursione termica, evento positivo per le piante e i frutti. Mentre il 2017 è stata un annata maggiormente asciutta. Ciò che favorisce la terra irpina è il blocco appenninico delle perturbazioni mediterranee: grazie alla protezione della catena montuosa si generano copiose piogge. Dunque il consorzio è favorito da una posizione strategica nel territorio italiano. Ha sottolineato poi la differenza fra bianco e rosso: il clima piovoso favorisce qualità ai vini bianchi più acidi, ma non è lo stesso per i rossi, la cui qualità è prevista da un clima mite. Questo perché l’importanza nei vini rossi risiede nella buccia, e la pioggia causa il dilavamento del chicco con possibili danni sulla superficie. Dunque non esiste un’ottima annata per entrambe le categorie contemporaneamente. Dalle spiegazioni accennate si evince lo studio al di là della passione e l’esperienza dei tecnici per legare i clienti al consumo di un buon prodotto. Aziende vinicole di spicco La degustazione ha lasciato un impronta qualitativa molto forte, e con un parere personale, elenco le cinque aziende i cui vini mi hanno maggiormente colpito: Mastrobernardino  Tenuta Scuotto Tenuta […]

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Napol e Dintorni

Un Eco per tutti: mostra su Umberto Eco alla casa di Bacco

Eco protagonista di una mostra itinerante a Guardia Sanframondi | Riflessioni Umberto Eco diventa la fonte di ispirazione per una mostra itinerante, intitolata  “Un Eco per tutti”, che ha fatto tappa alla Casa di Bacco di Guardia Sanframondi, con una grande risposta di pubblico ed appassionati. Dalle parole di Amedeo Ceniccola, fondatore della Casa di Bacco, ringraziamenti per la partecipazione dei ragazzi dell’Istituto Comprensivo locale “Abele De Blasio”, in quanto “tutto il progetto della Casa di Bacco è legato al mondo della scuola” ed al presidente dell’associazione napoletana Tempo Libero Clorinda Irace che, con Tony Stefanucci, ha avuto l’idea della mostra, per aver permesso anche ad un piccolo comune dell’entroterra sannita di partecipare a questa straordinaria iniziativa, nata nel 2016. La Casa di Bacco “Non è sempre facile per i paesi dell’entroterra potersi avvicinare al mondo dell’arte, della cultura, troppo spesso solo prerogativa delle città” ha esordito Ceniccola. La Casa di Bacco è progetto culturale, economico e sociale, nato nel 2014, che valorizza Bacco e ciò che ha rappresentato per la storia dell’umanità, quale ispiratore del pensiero superiore dell’uomo, e si connota come un luogo dove poter celebrare questa divinità dalle mille sfaccettature. La Casa di Bacco è nata senza alcun tipo di contributo pubblico e vuole svolgere un ruolo propulsore dal punto di vista economico, in quanto a supporto dell’economia primaria della provincia, l’agricoltura, e come strumento di promozione della cantine del territorio; culturale, perché luogo dove promuovere la cultura del vino, vivificando nel contempo le nostre radici giudaico-cristiane, proprio a testimonianza di come la Chiesa cattolica, intorno all’anno Mille, sia stata l’artefice della rinascita di quel patrimonio vinicolo che oggi è forse la punta di diamante del made in Italy; sociale, perché nel parlare di cultura del vino, la Casa di Bacco intende farla diventare l’antidoto in contrapposizione alle culture dominanti dei drink, dei superalcolici, della birra, della droga, vera causa di tanti fenomeni di devianza sociale con cui fare i conti ogni giorno. Intenzione della Casa di Bacco è, quindi, quella di emulare ciò che negli anni ’30 avvenne negli Stati Uniti d’America, quando le strade d’America erano insanguinate da omicidi e su impulso del presidente Roosevelt si iniziò ad importare vino e coltivare vigneti, constatando, parallelamente al consumo di questo nuovo prodotto, una diminuzione della violenza delle strade, dovuta perlopiù all’uso ed all’abuso di superalcolici. “A questo progetto da 5 anni io sto dando tutto me stesso e mi fa piacere intersecare il mio agire con quella che è l’azione dell’associazione Tempo libero” ha concluso Ceniccola, nel suo intervento introduttivo. Il progetto Il secondo intervento ha visto Mario Lanzione,  grazie al quale l’evento è stato possibile a Guardia Sanframondi, raccontarne le varie tappe. Tutto è partito dalla morte di Umberto Eco, avvenuta il 19 febbraio 2016, che ha offerto l’occasione per la mostra itinerante, inaugurata al Museo Archeologico di Napoli, il 16 giugno 2016, con cui, attraverso l’arte, si è voluto ricordare Eco, uno dei Grandi della nostra letteratura, conosciuto in tutti il mondo soprattutto per […]

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Food

La Tavernetta Colauri: in tavola i bovini di razza piemontese

Nuovo menù con un ingresso eccellente alla Tavernetta Colauri di Napoli. Nel locale dei cugini Rosario Morra e Salvatore Morra la new entry è la rinomata carne dei bovini di razza piemontese allevati da Dario Perucca, che va ad impreziosire la già ricca proposta di carni pregiate della Tavernetta. La nuova proposta è perfettamente in linea con la filosofia di attenta ricerca di prodotti e materie prime da sempre seguita da Morra ed Esposito che propongono anche una variegata “carta degli olii extravergini di oliva”, nonché delle interessanti selezioni di formaggi e salumi. Niente soia né insilati, allevamento etico e benessere degli animali: queste le regole base dell’azienda agricola del cuneese Cerutti Laura Maria, diretta da Perucca, quarta generazione di allevatori, che conta attualmente 250 capi. Il risultato è una carne estremamente tenera e con pochi grassi, una buona parte dei quali sono Omega 3, che dà il meglio di sé battuta al coltello o poco cotta. La Tavernetta Colauri Certamente nelle strade strette che portano dall’Ospedale Monaldi a Chiaiano non si passa per puro caso. Ma proprio in un insospettabile anfratto dei Camaldoli, nel borgo Santa Croce Tavernetta Colauri (Via Comunale Margherita, 245) è una vera scoperta, sinodo perfetto per chi ama la buona tavola e gli ottimi vini. La tavernetta apre nel settembre del 2007 per volere di Rosario Morra e Salvatore Esposito, cugini tra loro e originari del parco che ospita il ristorante. Il sodalizio si realizza dopo che Morra ed Esposito hanno perfezionato la loro preparazione, rispettivamente in cucina e in sala, con esperienze in Italia e all’estero. Il nome del locale cela una storia interessante: la famiglia nobile dei Colauri alla fine del 1200, per evitare la tassazione imposta dal governo Angioino, si trasferì fuori dalle mura cittadine stabilendosi in quest’area chiamata “Rione dei Calori di sopra e di sotto”. Rustica l’atmosfera della Tavernetta Colauri che presenta travi a vista e attrezzi agricoli fissati alle pareti. La cucina, prevalentemente di terra, è incentrata sui piatti della tradizione partenopea che seguono la stagionalità dei prodotti e sulla ricca proposta di carni servite su pietre ollari e pietre di sale rosa dell’Himalaya. Di sotto, una fantastica cantina dedicata anche alle degustazioni. “Siamo dei ragazzi appassionati e pieni di sogni – spiega Rosario Morra – e ce la mettiamo tutta per coccolare i nostri clienti e offrire loro carne e vini di qualità”. L’azienda di Cerutti Laura Maria e Dario Perucca L’azienda agricola di Cerutti Laura Maria nasce nel 1900, ma solo nel 1986 con molti sacrifici ed altrettanta passione Francesco e Laura costruirono la prima stalla per l’allevamento dei bovini di Razza Piemontese. Dal 1999 ad oggi l’azienda ha subito costantemente delle modifiche per ampliare e semplificare il lavoro quotidiano, perché per la famiglia Cerutti-Perucca la passione per l’allevamento è sempre il fattore più importante. Una dedizione che è stata ed è ancora oggi la base per svolgere sempre al meglio l’allevamento della Razza bovina Piemontese con sistemi innovativi e ricercati. Salvaguardia del territorio, pochi fertilizzanti chimici […]

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Musica

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Simona Molinari: dal Teatro Augusteo parte Sbalzi d’Amore Tour

L’incipit del nuovo tour di Simona Molinari è a Napoli, più precisamente, al Teatro Augusteo, un teatro che, a detta della cantante, l’ha sempre colpita profondamente, poiché ogni qual volta passeggiava per via Toledo, lo ammirava con aria sognante, desiderando un giorno di poterci cantare. Oggi, 22 maggio 2019, quel sogno è diventato realtà. Dopo aver viaggiato per dieci anni, portando la sua musica in tutto il mondo, dal Blue Note di New York al Teatro Estrada di Mosca, cavalcando i palchi di Toronto, Rio, Parigi, Pechino; dopo aver duettato con Peter Cincotti, Ornella Vanoni, Danny Diaz, Gilberto Gil, protagonisti di canzoni dei precedenti album dell’artista; dopo la breve parentesi cinematografica, con il film di Walter Veltroni “C’è tempo”; dopo tutto questo Simona è sul palco, inaugurando nella sua città natale, Sbalzi d’amore Tour. Simona Molinari al Teatro Augusteo, un sogno che si avvera Luci spente in sala, un pianoforte, un basso, una batteria, un sax e un clarinetto sono il complesso strumentale che si trova sul palco. Tutto prende forma, all’arrivo del maestro Claudio Filippini, che sedutosi al piano, dà il LA per il primo brano: In Cerca di Te, riproposto dalla cantante aquilana d’adozione per la prima volta nel 2011 e contenuto nell’album Tua. Tra gli applausi e quel filo d’emozione per i nuovi inizi, Simona Molinari avvia la narrazione di una storia, che si protrae per tutto il concerto. A metà tra un’autobiografia e un romanzo di finzione, si cuce il racconto che vede protagonista Simona ed il suo rapporto con l’amore. Prima di proseguire infatti, Simona si diverte a spiegare il suo primo amore, il suo primo incontro con la musica, avvenuto intorno agli 8 anni, quando sentì Mr. Paganini di Ella Fitzgerald e decise di imitare le acrobazie vocali che la cantante statunitense aveva registrato in quel brano. Oggi lo ripropone in una versione sofisticata, che permette di mostrare l’abilità nell’improvvisazione jazz e tutto lo studio che da bambina fino ad ora ha compiuto, per arrivare ad essere la cantante che è. Continua divertita tra i ricordi, parlando di arte, riproponendo così una versione in cinese della Carmen, già intuibile dalle note di basso che sostentavano il suo chiacchierare. La Molinari arriva poi a raccontare come sia stato necessario non solo porre le fondamenta del suo amore per la musica, ma anche voler costruire un progetto discografico, scrivendo canzoni, cercando una band, un produttore che la supportasse, ma sopratutto un pubblico a cui arrivasse ogni singola nota: così si rannoda alla prima esibizione di Sanremo, cantando Egocentrica affiancata da Fabrizio Bosso alla tromba, il primo ospite della serata. “Così come ci sono gli standard americani, ci sono anche gli standard napoletani”: esordisce Simona Molinari ed attacca con Anema e Core. Salutato Fabrizio Bosso, continua il fil rouge della serata, stavolta dall’amore per la musica, si passa all’amore per un uomo, una digressione sulla vita sentimentale che termina sulle note di Sorprendimi ed ancor ritorna nella strofa parlata di Amore a Prima Vista, brano della Molinari […]

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Anima Popolare, cabaret e libero pensiero | Intervista a Flavio Oreglio

Cabarettista, cantautore, scrittore nonché laureato in Biologia con specializzazione in Ecologia, Flavio Oreglio, conosciuto al grande pubblico come il poeta catartico di Zelig, ha fatto della sperimentazione, della creatività e del rigore gli assi portanti della sua arte. Anima Popolare è la sua ultima fatica artistica realizzata insieme al gruppo folk degli Staffora Bluzer e pubblicata dall’etichetta discografica di Luca Bonaffini, la Long Digital Playing Edizioni Musicali. In questi anni Flavio Oreglio si è distinto anche per la ricerca e la documentazione della storia del cabaret, cosa che, prima della fondazione dell’Archivio Storico Cabaret Italiano sito a Peschiera Borromeo (MI), risultava alquanto deficitaria. Erroneamente da quanto si pensa, il cabaret come forma artistica ha poco a che vedere con la comicità trasmessa in tv. Esso affonda le sue radici nell’opera dell’impresario teatrale e pittore dell’800 Rodolphe Salis che, nel 1881, riunì nel locale Cabaret Artistique, poi divenuto l’iconico Le Chat noir, gruppi eterogenei di poeti e artisti d’avanguardia. Il suo fu un tentativo di dare un taglio maggiormente poetico ed elevato al varietà, inserendo componenti umoristiche e satiriche. Da lì nacquero i poeti performer, poeti che non si limitavano soltanto a scrivere poesie, ma che si esibivano recitandole e in seguito mettendole in musica. Incontrato e intervistato il 16 Maggio, durante la prima giornata del FIM, Flavio Oreglio c’ha spiegato della profonda connessione esistente tra il cabaret e la canzone d’autore. Possono infatti essere considerati membri della tradizione cabarettistica artisti come De André, Fo e Jannacci. Cabaret, dunque, forma molto lontana da quelle televisive con le quali viene spesso identificato, che esauriscono invece un’altra forma del ridere: la comicità. Oltre agli interessi musicali, cabarettistici e storici, Flavio Oreglio ha anche coltivato interessi scientifici. Autore di libri di divulgazione scientifica come i tre della serie “Storia curiosa della scienza”, Oreglio concepisce la scienza come disciplina meticolosa e rigorosa ma che allo stesso tempo deve risultare leggera, per stimolare la curiosità e la creatività. Soprattutto, questa sua idea di scienza è strettamente legata alla filosofia nel suo senso più antico e originario. Una forma di pensiero critico e libero dall’esito parresiasta, ovvero quell’esito di verità destabilizzante che trova le sue origini proprio nella filosofia dell’antica Grecia. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga e stimolante intervista. Intervista a Flavio Oreglio Come sono nati Anima Popolare e questa collaborazione con gli Staffora Bluzer? Dunque, questo disco nasce del tutto casualmente e la progettualità nasce altrettanto casualmente, è stata una delle cose strane che succedono nella vita. Sostanzialmente cos’è successo? È successo che dal 2015 al 2018 ho festeggiato il trentennale di carriera. Avevo creato il contesto del gruppo dei poeti catartici nell’oltrepò pavese, nel Passo del Brallo. Se hai presente la cartina della Lombardia, che ha quella punta che va verso il basso, è quell’ultimo comune della punta il Passo del Brallo. Lì ho costituito questo circolo dei poeti catartici e, durante una delle feste, si presentarono due ragazzi, Stefano Faravelli e Matteo Burrone, che sono un due […]

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Dario Dee e il suo ultimo progetto discografico | Intervista

Domenico Dario Dipalo, in arte Dario Dee, è un cantautore con all’attivo diverse esperienze e diversi concorsi musicali. Ultimo quello del PAE della fiera FIM, il Premio Autori Emergenti, che l’ha visto tra i dieci finalisti selezionati per la compilation scelta dalla direzione del FIM. Dario è uscito dalla stanza è l’ultimo lavoro discografico da solista di Dario Dipalo, uscito lo scorso 5 Aprile, a quattro anni di distanza dal suo precedente album Sopra Le Righe 2.015. Anticipato dal singolo Il mio pesce corallo rosso, il brano che è stato appunto selezionato nella compilation del FIM, l’album si compone di 16 tracce che spaziano dal soul all’elettro-pop, sonorità che si legano alle esperienze di vita emotive che l’autore ha voluto raccontare. Il 16 Maggio abbiamo incontrato, durante la prima giornata del FIM,  Dario Dee e scambiato quattro chiacchiere con lui. Intervista a Dario Dee Cosa puoi raccontarci di Il mio pesce corallo rosso, il brano che ha anticipato il tuo secondo disco. Il titolo, come puoi immaginare, è abbastanza ironico. È uscito quest’anno ed ha anticipato l’album Dario è uscito dalla stanza e sono autore e produttore di questo brano. Ha delle vene un po’ vintage anni ’70, ricorda un po’ la dance degli ABBA. Su questa struttura ho messo questo testo che racconta delle varie delusioni d’amore, di quel periodo in cui ci si chiude in casa e non si vuole avere a che fare con nessuno. Ho scritto appunto questa filastrocca per dire lasciatemi solo a casa con il mio pesce corallo rosso. È nato così questo brano. Cosa puoi dirci del PAE? Come sta andando questa tua esperienza al FIM? Siamo una decina di artisti a essere stati inseriti in una compilation. È comunque il primo anno che vengo qui e lo trovo molto interessante. Che venga dedicato uno spazio alla musica, che troppo spesso viene messa in un angoletto, in una sede così importante come questa a Milano, è molto importante. Andando invece un po’ indietro, cosa puoi dirci di te? Come hai iniziato a fare musica? Ho cominciato a far musica da bambino ed ho studiato in conservatorio pianoforte. Poi di lì ho iniziato ad ascoltare la soul music e mi sono affacciato al mondo pop. Per un periodo ho avuto una doppia vita: di mattina in ufficio e la sera ero nei club a far musica. A un certo punto mi sono scocciato di questa cosa e mi sono dedicato completamente alla musica. Oggi tra insegnamento e produzioni faccio questo. Sei insegnante di musica quindi? Sì, sono un insegnante di musica, sono un vocal coach. Poi, avendo una grande passione per il gospel ho creato vari cori. Dal soul e dal gospel come sei passato a fare questa filastrocca in stile ABBA? Diciamo che all’inizio scrivevo in inglese. Mi ero accorto però che con il nostro pubblico italiano era come alzare un muro perché molto di quello che cantavo non arrivava. Ho cominciato così a scrivere in italiano avvicinandomi di più al cantautorato, anche […]

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I viaggi di Pietruccio Montalbetti | Intervista

Intervista a Pietruccio Montalbetti «La curiosità è quella che ti porta avanti nel tempo, bisogna sempre essere curiosi» Pietro “Pietruccio” Montalbetti è lo storico leader del gruppo beat/pop italiano dei Dik Dik. In attività dal 1965, il musicista milanese si esibisce ancora oggi con il gruppo in giro per tutto il mondo. Spinto da un’insaziabile curiosità, Pietro Montalbetti ha scoperto negli ultimi anni una prolifica verve da scrittore, ha infatti scritto 5 libri: “I ragazzi della via Stendhal”, “Settanta a settemila. Una sfida senza limiti di età”, “Io e Lucio Battisti“, “Sognando la California. Scalando il Kilimangiaro” e “Amazzonia. Io mi fermo qui. Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili”. L’ultima pubblicazione, edita nel 2018 da Zona Music Book, è il resoconto di un suo viaggio in solitaria attraverso la foresta amazzonica del Perù e dell’Ecuador, che ha raccontato anche attraverso l’ultimo disco da solista Niente, edito da Saar Records. Non è stato comunque il primo viaggio in solitaria. Montalbetti ha infatti affrontato altri itinerari estremi, esplorando l’Africa o per esempio scalando la vetta dell’Aconcagua, la cima più alta della catena montuosa delle Ande. Soprattutto, non sarà il suo ultimo libro, ci ha infatti rivelato di averne già pronti altri otto! Abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo Giovedì 16 Maggio alla fiera FIM di Milano e ci ha raccontato dei suoi interessi, che cerca sempre di stimolare in maniera eterogenea. Per esempio, usa il suo account Instagram per raccontare aneddoti e curiosità su alcuni dei grandi nomi della storia della musica rock e legge libri di astrofisica. Ciò che proprio non riesce a digerire sono il calcio, la politica e il rap italiano (il rap italiano è proprio un tabù). «Non ti allarmare di invecchiare perché è una prerogativa negata a molti», di questo antico detto indiano Pietro Montalbetti ha fatto un mantra. Nel viaggio ha scoperto una possibilità per conoscere se stesso ma soprattutto le svariate ed eterogenee sfumature del pianeta. Il viaggio (in solitaria) è secondo lui un’esperienza dalla forte valenza formativa che insegna l’umiltà e il rispetto per il diverso. Abbiamo parlato di questo e di tanto altro ancora in una lunga chiacchierata. Intervista a Pietruccio Montalbetti Inizia il suo libro dicendo che esistono tre tipologie di viaggio, quali sono? C’è quello estremo, poi c’è quella del viaggio tutto organizzato con pullman e grandi alberghi e infine c’è la mia tipologia: io me ne vado da solo, facendo anche delle cose molto impegnative. Non ho mai rischiato la vita ma ho comunque scalato montagne da solo, come il Kilimangiaro. Sono stato in Africa, in Tibet, in Nepal, in India. Ho sempre viaggiato da solo con un sacco, adeguandomi alle situazioni del momento. Questo tipo di viaggio ti insegna molte cose. Ti insegna che cos’è questo pianeta e com’è la gente nel resto del mondo. Non bisogna guardare sempre il mondo attraverso gli schermi dei cellulari, soprattutto per i più giovani: è alla lunga molto dannoso. Un messaggio che voglio dare è che per essere rock non è […]

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Il teatro Sannazaro presenta una stagione ricca e variegata

Il teatro Sannazaro di Napoli è riconosciuto dai cittadini partenopei come il teatro della tradizione, dove trovano giusta collocazione le prose più classiche. Con al sua elegante struttura, i decori dorati e i rivestimenti di pregio, mantiene un forte legame con le sue radici, rispettando e salutando anche il pubblico della contemporaneità. Ma quest’anno, la stagione teatrale 2019-2020 fa un salto definitivo nella scelta degli spettacoli offerti. Seppure la propensione a restare attento e vigile nei confronti delle proposte più moderne si era già fatta notare negli ultimi anni, il nuovo programma porta definitivamente a compimento questa visione. Un cartellone ricco di offerte, che spazia dai modelli dei grandi classici ad innovative proposte contemporanee con la regia e le performance di artisti noti e giovanissimi talenti. Stagione teatrale 2019-2020 tra tradizione e modernità La nuova stagione stringe forte la mano al teatro più tradizionale con spettacoli che vedono il coinvolgimento di artisti del calibro di Peppe Barra con I fantasmi del Monsignore. A seguire Eduardo Traglia con Quanto spazio tra di noi che lo vedrà protagonista con Veronica Mazza; Enzo de Caro in Non è vero ma ci credo di Peppino de Filippo per la regia di Leo Muscato. Il nuovo Cafè Chantant di Lara Sansone un vero classico del teatro Sannazaro, Masaniello di Armando Pugliese ed Elvio Porta, con un cast numerosissimo e con la partecipazione di Leopoldo Mastelloni. Una Tragedia Reale di Giuseppe Patroni Griffi per la regia di Francesco Saponaro con Andrea Renzi, Lara Sansone, Luciano Saltarelli, Ingrid Sansone. Il nuovo lavoro di Benedetto Casillo,  I papà nascono negli armadi ed ancora Casa di frontiera scritto e diretto da Gianfelice Imparato con Francesco Procopio. Non mancano, come anticipato, le incursioni dedicate al teatro contemporaneo sotto l’ala degli eterni modelli Platonov di Anton Cechov con Michele Sinisi, ma anche Tutta casa letto e chiesa di Dario Fo e Franca Rame con Valentina Lodovini. Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami con Massimo Dapporto. Pochos uno spettacolo di Benedetto Sicca; Molière/Il Misantropo diretto ed interpretato da Valter Malosti, Non Farmi perdere tempo con Lunetta Savino per la regia di Massimo Andrei. Cassandra con Elisabetta Pozzi, Trascendi e Sali con Alessandro Bergonzoni. L’opera olofonica di Luca Cedrola, Offelia, con Graziano Piazza e Viola Graziosi che si avvale delle musiche di Arturo Annecchino. Modo Minore con Enzo Moscato. Ettore Bassi nel Sindaco Pescatore, tratto da Dario Vassallo testi di Edoardo Erba per la regia di Enrico Maria Lamanna. E Scende giù per Toledo di Giuseppe Patroni Griffi, con Arturo Cirillo. Il cartellone prosegue nella presentazione degli spettacoli di riconosciutissime identità artistiche che andranno in scena le Prime di Settimana, aprendo le porte del teatro Sannazaro anche nei giorni non classicamente dedicati al teatro. Si tratta di Tornò al nido di Titina de Filippo diretto ed interpretato da Antonella Stefanucci con Carmine Borrino, Luciana de Falco, Gino Curcione, Adele Pandolfi, Eva Sabelli  ed ancora Moby Dick, la bestia dentro regia di Davide Sacco con Stefano Sabelli e Gianmarco Saurino. Nummere spettacolo sull’antica arte della tombola napoletana di e con Gino Curcione; Io […]

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Sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare tra Eros e Freud

Sogno di una notte di mezza estate, recensione dello spettacolo di Gianmarco Cesario Alle cose più umili e vili e senza pregio l’amore può dare forma e dignità; l’amore non guarda con gli occhi, ma con gli affetti e perciò l’alato Cupido viene dipinto bendato; l’amore non ha il gusto del distinguere: alato e cieco, è tutta foga senza giudizio; perciò si dice che l’amore è un fanciullo: perché nelle scelte sbaglia quasi sempre. Pochi autori nella letteratura sono stati in grado di definire i labili e incostanti tratti dell’amore come il bardo. Nelle sue opere, infatti, William Shakespeare scandaglia per poi raccontare verso dopo verso, atto dopo atto, il sentimento in tutte le sue forme, dalle più innocenti e puerili alle più tragiche ed estreme. E in questa operazione, in questo suo studio dello scibile amoroso umano, egli anticipa quelli che saranno poi gli studi psicologici di Freud. Un esempio è riscontrabile in “A midnight summer dream” (Sogno di una notte di mezza estate), in cui la trasposizione onirica e surreale delle emozioni provate dai personaggi non è altro che un transfer del loro subconscio. Un subconscio che è destinato a rimanere tale e non arrivare mai al livello successivo di consapevolezza, a causa della società e delle sue dinamiche ancor più perverse. Su questo aspetto Gianmarco Cesario ha improntato la sua particolare riscrittura dell’omonima opera shakesperiana, che ieri è andata in scena nel Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, nel corso della rassegna, di cui è anche il direttore artistico, “Tutto il mondo è palcoscenico”. Nella splendida cripta – uno dei tesori sconosciuti di Napoli – il regista e i suoi attori hanno incantato gli stanti con una rappresentazione dalla spiccata vis comica, nella quale l’elemento farsesco della rappresentazione di Piramo e Tisbe degli artigiani, e delle sue prove nel bosco, è arricchita da una caratterizzazione napoletana del gruppo (Capechiuovo, Strummolo e Zeppola sono i loro nomi). Sogno di una notte di mezza estate, tra Eros e folletti In Sogno di una notte di mezza estate è presente, come anticipato pocanzi, uno dei più famosi esempi di transfer onirico della letteratura inglese. Il mondo di Oberon, re degli elfi, del folletto Puck e della regina delle fate Titania, non è altro che uno scenario fantastico in cui l’Es possa esprimersi senza remore, senza rischiare di trovare ostacoli come invece accade nella città, paragonabile per questo al Super-io. Interessante è notare, inoltre, come praticamente tutte le tipologie di amore siano presenti sulla scena. Analizzando le varie coppie troviamo: l’amore ottenuto con la violenza (quello di Teseo e Ippolita), quello sincero e corrisposto (di Ermia e Lisandro), quello imposto (Ermia e Demetrio), quello non ricambiato (di Elena per Demetrio), quello perverso (di Titania e Bottom), quello dalla conclusione tragica (di Piramo e Tisbe), quello “incestuoso” (Egeo ed Ermia, Titania con il ragazzo indiano) e quello infedele (Titania e Oberon). Sogno o realtà? Il finale della commedia di William Shakespeare vede ancora una volta il sogno protagonista. Il monologo […]

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Teatro

Carmine Del Grosso al Kestè. Una comedy tra amici

Si è esibito sabato 18 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli il comedian beneventano Carmine Del Grosso. Il suo spettacolo intitolato #Solo si è presentato come una vera e propria chiacchierata tra amici. Confidenze e confronti sulla realtà quotidiana dei trentenni sono state messe a nudo su un palco intimo. Carmine Del Grosso, un uomo semplice e atipico del Sud Carmine sale sul palco intorno alla mezzanotte. Un orario insolito per lui, non abituato ad esibirsi così tardi. “Sono di Benevento, l’Isernia del Sud. Qualcuno ci è mai stato?”. Le sue prime parole denotano subito un tono colloquiale, dimesso, fraterno. Lo show si apre con riflessioni personali sul meteo che sta cambiando. “Ho rischiato davvero di non essere qui stasera a causa di una brutta influenza intestinale dovuta ai cambiamenti climatici. Quante stagioni ci sono in una settimana?”. Le considerazioni sul clima impazzito si soffermano sul personaggio di Greta, la piccola attivista svedese che allarma la società col problema del Global Warming. “Come fa una ragazza di 16 anni a parlare davanti ai politici? Noi italiani chi avremmo potuto mandare al Parlamento Europeo? Il ragazzino di ‘saluta Antonio?’”.  Da uomo del Sud trapiantato al Nord, Del Grosso ci racconta di quanto viaggi spesso scegliendo le soluzioni low cost. Ryan Air e Flixbus sono la sua prima scelta. “Una volta ho viaggiato su un Flixbus (che è la Ryan Air degli autobus) e l’autista era così umile da averci detto: vi ringrazio per avermi fatto viaggiare con voi”. Dalle incertezze degli spostamenti con i mezzi di trasporto, Del Grosso passa alla “follia dei social network” e all’influenza che questi assumono nella nostra società. “Avete notato quelle immagini condivise su Facebook dove la gente scrive ‘Amen’ per fare in modo che, ad esempio, un bambino africano non venga mutilato? Immagino il social media manager di Facebook che va in Africa e ferma un’esecuzione dicendo: Stop! Siamo arrivati a 1000 like!“. La vita del trentenne è davvero strana per Carmine: “Sia gli adulti che i bambini mi danno del Lei”. Racconta di avere mille paranoie, di andare la mattina presto in palestra insieme agli anziani e di divertirsi a stare la sera a casa guardando Un Giorno in Pretura alla televisione.  Ed è ancora più strano per lui essere del Sud ma vivere da astemio: “Quando devo chiedere ad una donna di uscire non so come fare dato che non bevo. Cosa le offro? Del cibo?”. Carmine e la sua vita da single al Nord “Perché una persona del Sud va a vivere al Nord? Parliamoci chiaramente. Lo fa solo per la carriera!”. Milano è per Del Grosso la città del marketing, dove tutto è in vendita, anche le cose più brutte. La gente non ha il tempo di innamorarsi  e lui non sa come relazionarsi in una città così frenetica. “Il mio coinquilino gay ha una vita sentimentale più felice della mia. Lo invidio!”. La ricerca del successo in una società competitiva porta, inevitabilmente, alla perdita dell’umiltà e della semplicità. “Posso […]

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Carmine Del Grosso, un comedian beneventano al Nord

Carmine Del Grosso si esibirà domani alle ore 22.00 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli Carmine, oltre ad essere un comedian, è anche autore e speaker radiofonico. Il suo show #Solo, uno spettacolo tra amici si presenta, appunto, come una semplice “chiacchierata tra amici” in cui dialogare e confrontarsi sui problemi della nostra società. Vincitore del Premio Ottovolante nel 2012, Del Grosso fa parte della StandUp Comedy di Sky Italia. Lo abbiamo intervistato prima della performance. Ciao, Carmine. Ci parli di te e della tua comicità? Sono beneventano e vivo a Milano da 5 anni. Ho scoperto la comicità a Roma dove ho frequentato l’Accademia Teatrale e alcuni laboratori comici. Sono sia autore che attore comico. Ho collaborato come autore per la Rai e attualmente faccio parte del team della StandUp Comedy di Sky Italia. Sto girando l’Italia con lo spettacolo intitolato #Solo. La mia comicità si basa sulla visione della realtà attraverso gli occhi dissacranti di un trentenne. Molte delle cose che racconto sono autobiografiche e altre parlano del nostro rapporto coi social network. Sono un campano atipico. Il mio accento e il mio stile di vita non vengono riconosciuti come campani. Sono astemio e non mangio molti carboidrati.  Credi ci siano delle differenze tra la Comedy Americana e quella Italiana? Mi fa piacere rispondere a questa domanda, perché, di solito, mi viene chiesto soltanto se c’è differenza tra il cabaret e la comedy. Noi abbiamo una tradizione diversa da quella americana, parlo di usi e costumi, di modi di fare. Veniamo dalla Commedia dell’Arte. C’è soprattutto una linea generale che tutti i comici del Mondo seguono: salire sul palco con i panni di se stessi. I monologhi possono essere satirici, oppure analizzano semplicemente la realtà quotidiana. Questo è il clima che troviamo ovunque, cambia solo il metodo. La percezione dell’arrivo della comedy in Italia è stata distorta. Si pensava fosse una sorta di satira accelerata e quindi si è creata una frattura comunicativa. Solo grazie a Netflix, negli ultimi 5 anni, siamo arrivati ad un’espansione verso un pubblico di giovani ed è questo il vero successo della comedy italiana. I ragazzi prima non andavano più agli spettacoli dei comici. Pensi che le barriere tra la comicità del Nord  e quella del Sud Italia siano state superate? A me piace quando ci si prende in giro sulle proprie origini. Molto probabilmente ci sono ancora delle differenze tra Nord e Sud ed è giusto che ci siano, parlo di differenze culturali. La comicità si basa su un’alterazione della realtà. Quindi se io sono nato a Napoli e voglio prendere in giro una persona che è nata a Milano lo faccio. L’importante è che ci sia parità tra i due. Quando un milanese mi sfotte chiamandomi terrone, non me la prendo perché cerco di sfotterlo di conseguenza. Bisogna essere alla pari nella presa in giro, non deve esserci alcun scalino tra le due parti. Abbiamo invece superato l’idea che chi è nato al Sud abbia una marcia in meno. Puoi […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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