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Eroica Fenice

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Culturalmente

Padre Gabriele Amorth, storia di una vita incredibile

Gabriele Pietro Amorth, meglio noto come Padre Amorth, è indubbiamente una delle figure più interessanti del nostro secolo. Da partigiano a politico, da sacerdote impegnato nel giornalismo fino alla fondazione dell’Associazione Internazionale degli Esorcisti nel 1990, ripercorriamo insieme le tappe di un personaggio che ha dedicato la sua vita a combattere il male in ogni sua forma. Gabriele Amorth – Prima dell’abito talare Gabriele Pietro Amorth è nato a Modena il 1 maggio del 1925. Cresciuto in una famiglia cattolica, Gabriele Amorth alla sola età di 18 anni viene convocato dalla Repubblica di Salò per essere arruolato contro le forze dagli Alleati che stavano rapidamente liberando l’Italia dalla dittatura nazi – fascista. Renitente alla leva militare, si unisce ai partigiani cattolici della Brigata Italia attiva in Emilia Romagna, ricoprendo ruoli d’importanza e partecipando attivamente alla Resistenza, tanto da ricevere nel settembre del 2015 la “Medaglia della Liberazione” dal prefetto di Roma Paola Basilone. In seguito alla conclusione del conflitto mondiale si iscrive alla facoltà di giurisprudenza  e, successivamente alla laurea, segue le orme del padre, fondatore del Partito Popolare a Modena, entrando in politica. Anche in quest’ambiente dà prova di possedere ottime capacità, tanto da portarlo a divenire il vice delegato del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana. Padre Gabriele Amorth – La vita monastica Nonostante la prospettiva di una brillante carriera politica, Gabriele Amorth decide di dedicare la propria vita a Dio che, a parer suo, l’aveva sempre difeso e guidato. In seguito all’incontro con Don Giacomo Alberione, decide di entrare a far parte dell’Ordine dei Paolini, e nel 1951 viene consacrato sacerdote a Roma. All’interno della congregazione si occupa della redazione del mensile Madre di Dio e collabora con diversi enti di divulgazione cattolica come Famiglia Cristiana e Radio Maria. Sorprende quindi, che dopo trent’anni dall’inizio del suo sacerdozio e all’età di 61 anni, Gabriele Amorth abbia intrapreso il difficile compito di esorcista. In più di un’intervista spiega che questo inaspettato cammino è stato intrapreso in seguito ad una conversazione con il cardinale Ugo Poletti, che gli propose di affiancare l’esorcista Candido Amantini. Nonostante l’iniziale scetticismo e la paura di non essere all’altezza del compito, Padre Gabriele Amorth accetta l’incarico affidatogli, iniziando così il percorso che lo porterà a divenire l’esorcista più famoso e attivo d’Italia, praticando esorcismi giornalmente. Nonostante il suo impegno nella lotta al male, Padre Amorth non abbandonò mai la scrittura, trascrivendo le sue esperienze più significative in diversi libri che hanno riscosso un notevole successo di pubblico, quali Un esorcista racconta ed  Esorcisti e psichiatri. Il suo impegno per la scrittura è dovuto anche al voler combattere l’idea che il Demonio sia un concetto anziché un essere senziente, poiché secondo Padre Amorth:“la strategia del Demonio consiste nel far credere che non esista”. Padre Gabriele Amorth – Il lascito spirituale   La notizia della morte di Padre Gabriele Amorth il 16 settembre 2016 in seguito ad un infezione polmonare, ha una grandissima risonanza, spingendo numerosi fedeli ad assistere ai suoi funerali nella Chiesa degli Apostoli a Roma. Padre Amorth godeva di una discreta notorietà non […]

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Cucina & Salute

Mammografia: quando farla, costi e convenzioni

Prevenire grazie alla mammografia, eventuali malattie al seno è di fondamentale importanza, dunque, ogni donna dovrebbe sottoporvisi, indipendentemente dai fattori di rischio che vedono alcune persone più esposte rispetto ad altre. Se c’è una parte del corpo femminile ricca di simbolismo, è senz’altro il seno. Per questo parlare di cura del corpo e soprattutto di salute, dunque prevenzione, soprattutto in ambito senologico, per una donna, significa toccare tasti profondi, una vera e propria intimità. La mammella, organo fulcro della femminilità e simbolo della sensualità e seduzione è una ghiandola esocrina, la cui funzione è quella di produrre il latte nel periodo post-partum. Che cos’è una mammografia e quando farla La mammografia è un’indagine radiologica che permette di analizzare in maniera approfondita ed accurata le mammelle, ma, soprattutto è un esame in grado di evidenziare eventuali modificazioni del tessuto mammario anche di dimensioni millimetriche, in stadi così iniziali da non essere ancora palpabili. Prevenzione e screening sono il primo passo per stare bene e in salute. Mammografie, ecografie mammarie e pap test sono esami onsigliati a tutte le donne per prevenire patologie oncologiche, che possono rivelarsi mortali. Di solito i medici consigliano di sottoporsi a mammografia nella prima metà del ciclo mestruale perché è il periodo in cui il seno è meno teso, i tessuti più dilatati, ed è quindi più agevole effettuare la necessaria compressione. Nelle donne in menopausa, è possibile eseguire l’indagine in qualunque momento. In cosa consiste la mammografia e chi può sottoporvisi Per effettuare una mammografia è utilizzata un’apparecchiatura radiologica specifica: il mammografo (utilizzato da tecnici di radiologia). Le apparecchiature moderne utilizzano bassi dosaggi di raggi X, consentendo la ripetizione routinaria dell’esame senza rischi. La radiografia viene eseguita su entrambi i seni; la durata dell’esame è di circa 15 minuti. Per ottenere un’immagine che sia nitida e quindi accurata, la mammella viene compressa delicatamente con l’ausilio di un apposito strumento; operazione che non causa dolore, ma solo un leggero disagio. In Italia ogni anno si ammalano 50.000 donne e ne muoiono circa 11.000. L’incidenza è in forte aumento, le stile contano moltissime vittime di tumore al seno, anche se la mortalità è leggermente in calo. Dopo i 40 anni aumenta il rischio di contrarre la neoplasia mammaria ed è quindi notevolmente importante, prevenire il rischio di insorgenza di tumori al seno, eseguendo una mammografia. Ovviamente, è risaputo che esistano dei fattori di rischio che espongono delle donne al rischio tumorale; tra questi sicuramente il fattore ereditario, ma anche uno stile di vita poco sano, poca attività fisica, l’età avanzata. L’attività fisica regolare, l’alimentazione mediterranea povera di grassi e ricca di verdure, le gravidanze in giovane età, l’allattamento dei figli e uno stile di vita sano possono ridurre il rischio di ammalarsi di tumore al seno. Dove è possibile eseguire una mammografia e quanto costa La mammografia si può eseguire presso gli ospedali che dispongono di attrezzature adeguate, il mammografo, o anche presso centri sanitari attrezzati Dunque, prevenire è importante, soprattutto per evitare che la malattia si sviluppi […]

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Culturalmente

Paola De Rosa e i suoi acquerelli (per Colour beginning)

Colour beginning è il titolo di un’esposizione artistica della pittrice (e architetto) Paola De Rosa, un’esposizione (inserita all’interno della III edizione della manifestazione artistico-culturale Rome Art Week) che ha visto come protagonista un ciclo di ritratti acquerellati a cui Paola De  Rosa si è dedicata con intensa profondità. Colour beginning (e non solo): un dialogo con Paola De Rosa Colour beginning non è che una parentesi del rapporto che Paola intrattiene con l’acquerello, intenso e produttivo: «un rapporto continuo, lunghissimo e profondo; il mezzo che ha coinvolto prima la pittura, come strumento intuitivo, e poi l’architettura, come strumento di pensiero. Perché l’acquerello ha una duplice caratteristica: può essere gestuale e rapido nel “macchiare”, riflessivo e lento nel “velare”. I due aspetti, però, possono fondersi; in questo senso Colour beginning è una “macchia” che “riflette” sul colore», ci dice. Un abbraccio felice e cangiante fra tinte immerse nell’acqua: un acquerello poeticamente può essere questo, un fluire dei sensi in volute armoniche, fino a che, intridendo – e gonfiando – le setole del pennello, le tinte si stendono sopra il supporto cartaceo che le accoglie. La tecnica della creazione ad acquerello è polivalente, poliforme, “improvvisa”, ma segue prassi ben definite: «è come dici tu; sulla macchia e sulla velatura c’è un margine di controllo, soprattutto sulla seconda, ma l’acquerello, a mio avviso, più di ogni altra tecnica artistica, fatta eccezione per la fotografia a cui io per altro lo assimilo, porta con sé molto degli stati ambientali, fisici e psichici del momento e questa sua contingenza e sensibilità lo rendono particolarmente vivace», ricorda l’autrice. Ma quali sono, per l’acquerello, i soggetti preferiti da Paola De Rosa? Quali gli elementi attraverso cui veicola il suo messaggio d’artista? È lo sguardo, lo sguardo dell’uomo e dell’artista – sia egli poeta, musicista, pittore – ciò che l’affascina; perché lo sguardo? In esso si cela l’immenso – e l’inconosciuto e (inconoscibile, forse) – mare del sé, dell’essere umano, del suo inconscio, della sua più profonda essenza creativa: «il Metronomo di Man Ray, uno degli artisti che ho ritratto in Colour Beginning, è diventato per me l’occhio che sente. Cosa intendo dire. L’occhio è l’organo che ci restituisce tutti i sensi: l’occhio vede, parla, sente, tocca, assapora e si fa sguardo dei sensi più interni, vale a dire dell’anima», soggiunge Paola. Una serie di suoi ritratti acquerellati sono corredati da alcuni versi, da alcuni pensieri e frasi, costruendo, così, un dittico fra parola e immagine: «la pittura è la poesia della visione», aveva ricordato l’artista riprendendo un pensiero del pittore James Abbott McNeill Whistler; un’altra serie di acquerelli è eseguita tutta sulla tinta del violetto: «ti stai riferendo al colore caput mortuum violet, il rosso-arancio-violaceo che ho scelto per una serie di ritratti ad acquerello: il punto dove il blu si brucia nel giallo come una sanguigna»; il più recente ciclo (formato dai lavori scelti per Colour beginning), segue norme cromatiche ispirate alla teoria dei colori di Goethe: «che si incardina sui due estremi, il giallo e […]

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Attualità

Attualità

Web influencer: può essere considerato un lavoro?

Il ruolo dei web influencer, è sempre stato molto discusso, soprattutto in questi ultimi anni, da quando il fenomeno si è ampiamente diffuso e viene definito un vero e proprio lavoro. Quando si parla di influencer, si fa riferimento a quelle persone che hanno il “potere” di influenzare delle altre persone, nel momento di un determinato acquisto, che sia esso un alimento biologico, un accessorio, oppure un cosmetico. È risaputo che il web rappresenti uno strumento di crescita molto potente, attraverso il quale, con la diffusione dei cosiddetti “influencer”, una impresa è in grado di creare diverse relazioni con i propri consumatori di natura differente. Prima di effettuare l’acquisto, i consumatori sono sempre alla ricerca di informazioni relative al prodotto che cercano. Diversi sono i fenomeni che si manifestano sul web come risultante della facilità di comunicazione da parte dei consumatori. I cosiddetti feedback positivi, la pubblicità o la semplice opinione di un personaggio del web, chiamato appunto influencer, daranno la giusta direzione all’acquisto, semplificandolo e rendendo tutto molto rapido. Il web come strumento di crescita e marketing Nell’ambito del web e degli acquisti effettuati tramite esso, si distinguono “marketing influencer”, persone che hanno influenza sui potenziali acquirenti in un dato settore; e “fashion influencer”, ossia colui che lavora nel settore della moda, quindi un personaggio molto seguito sul web e che è in grado di influenzare le persone. Queste due conosciutissime figure, sono onnipresenti nella quotidianità delle persone, così come lo è il web stesso; con un’attività costante e un uso professionale dei social network (e tra questi spicca di sicuro Instagram) è possibile raggiungere cifre elevate, sia in termini di seguaci che di guadagni veri e propri. Si può quindi innestare un circolo virtuoso per cui buoni guadagni e numerosi seguaci sul proprio profilo generano sempre più fama e visibilità e, di conseguenza, guadagni ancora maggiori. Il web influencer può essere considerato un lavoro vero e proprio? O è semplicemente un’occupazione temporanea? In rete impazzano spesso numerose polemiche sul reale ruolo degli influencer: una “lotta” tra chi lo definisce lavoro e chi invece solo un (remunerativo) hobby, non classificandolo come lavoro vero e proprio, ma soltanto un’occupazione che porta profitti. Sicuramente un web influencer deve lavorare molto in termini di strategie, per ottenere visibilità e soprattutto credibilità. Bisogna creare una strada da percorrere, in modo che quante più persone, in questo caso utenti, possano raggiungere un determinato contenuto. Di certo il ruolo degli influencer non è ben visto da parecchi utenti, soprattutto in riferimento alle fotografie e ai video che molti personaggi “famosi”, o presunti tali, postano ogni giorno in rete, nelle quali spesso si nascondono prodotti con i quali si ottiene una monetizzazione. Comunque sia, nella nuova era del web, riuscire ad avere un seguito, un pubblico, qualcuno che guarda con ammirazione, influenzare positivamente una scelta, non è semplice. La società si basa su questa vacuità, su fattori che molto probabilmente rischiano di finire e smaterializzarsi, ma che al contempo piacciono e permettono di scoprire nuove possibilità occupazionali, diverse […]

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Attualità

Me Too, storia del movimento femminista

È trascorso ormai un anno da quando sul web iniziò a diffondersi a macchia d’olio un nuovo hashtag, che però non veniva utilizzato per affiancare e descrivere le foto delle vacanze ma per dar vita ad una nuova ondata femminista, la versione del XXI secolo di ciò che accadeva fra gli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo: il movimento Me Too. Il tutto ebbe inizio con la pubblicazione da parte del “New York Times” di un’inchiesta sulle denunce per violenza sessuale presentate da molte donne dello star system statunitense nei confronti del regista e produttore cinematografico Harvey Weinstein. La notizia fece il giro del mondo, conquistando i titoli dei principali quotidiani. Le prime donne a farsi avanti e a sporgere denuncia furono Ashley Judd e Rose McGowan, entrambi celebri attrici americane. Il movimento Me Too nacque però su Twitter, quando Alyssa Milano esortò le altre donne iscritte sul social ad utilizzare l’hashtag per “dare alle persone un’idea della grandezza del problema“. E così è stato. Nel giro di pochi giorni #MeToo divenne di grande impatto mediatico conquistando l’attenzione di tutti. Le molestie sul posto del lavoro a discapito delle donne sono infatti un problema ancora molto diffuso nella società odierna, spesso non si sfocia nella violenza sessuale ma in diversi campi le donne vengono comunque relegate ad un ruolo marginale, perché considerate inferiori rispetto ai propri colleghi uomini. Le differenze salariali fra uomini e donne sono ancora molto evidenti in diversi Paesi del mondo, anche fra quelli più sviluppati e moderni. Il movimento Me Too quindi ha dato voce a tutte le donne, costrette per anni a dover subire molestie in ufficio o dietro le quinte di un set cinematografico. Dal movimento poi, è nata anche un’organizzazione per raccogliere fondi a favore di queste donne, la “Time’s Up“, fondata il 1° gennaio 2018. Fra le prime iniziative, ci fu l’invito a tutte le donne invitate alla 75esima edizione dei Golden Globe di vestirsi di nero, per denunciare gli abusi. E così è stato, ad aderire sono state infatti in tantissime. Le principali esponenti del movimento Me Too Paris Hilton, Emma Stone, Dakota Johnson, Elisabeth Olsen, Kate Hudson ma anche molti uomini, fra cui: Bruce Miller, Keith Urban e Kevin Ulrich. Pochi mesi dopo l’evento a Los Angeles, il movimento Me Too ha ottenuto un altro grandissimo riconoscimento. Il settimanale americano “Time“, lo ha proclamato infatti “persona dell’anno” con un’emblematica copertina di grande effetto: in posa Ashley Judd, Susan Fowler, Adama Iwu, Taylor Swift e Isabel Pascual con la didascalia “The silence breakers“. “Si tratta del moving social change più veloce degli ultimi decenni e che è partito da atti di coraggio individuale da parte di centinaia di donne, e anche di alcuni uomini che si sono fatti avanti per raccontare le loro (brutte) storie”, queste le parole di Edward Felsenthal, direttore del settimanale. Insomma, il movimento Me Too sembra essere un moving social change destinato a far parlare di sé ancora a lungo, perlomeno fino a quando tutte le donne al mondo non potranno sentirsi al sicuro nei posti di lavoro, […]

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Attualità

Forum dei brutti: i “single non per scelta”

Il Forum dei brutti è la prima piattaforma italiana “incel” per numero di utenti. I termini “Involuntary” e “Celibate” si fondono nel neologismo anglosassone “Incel”: “single non per scelta”, che definisce persone (per la maggioranza di sesso maschile) vergini, o che lamentano l’assenza di un partner stabile. Il Forum dei brutti, il rifugio dei racchi Tutto ha inizio nel 2007 con la creazione di un blog, il cui fine è quello di trattare l’argomento della “bruttezza” per far crollare il tabù e per reclutare brutti che potessero confrontarsi e comprendersi, senza sentirsi giudicati. L’età media degli utenti si aggira intorno ai venti, trentacinque anni e le discussioni vertono sull’aspetto fisico, sui rapporti sociali e sulle esperienze di vita quotidiana. Gli iscritti al Forum dei brutti sono convinti di essere gli unici a vedere le cose per quelle che sono e, non a caso, sono esposte vere e proprie teorie sulla società. Si tratta di una subcultura, sviluppatasi col tempo nei meandri della rete, che basa le sue fondamenta sulla Teoria LMS (acronimo di Look, Money, Status) secondo la quale “l’attrattività di un uomo nei confronti dell’altro sesso è direttamente proporzionale al suo livello estetico e socioeconomico“. Preso atto del fatto che l’estetica è un elemento cruciale delle dinamiche sociali, il Forum si dedica a un vero e proprio culto della bellezza, ritenuta oggettiva e misurabile in una scala da 1 a 10. Buona parte degli utenti sono, praticamente, ossessionati nel voler classificare le persone in base al loro aspetto. Il prototipo del “maschio alpha”, dunque il bello, viene identificato come “Chad” ed è seguito dai diversi livelli di “maschio beta”. Gli “Incel” si trovano in fondo a questa classifica. Un altro pilastro di quella che è diventata una vera e propria filosofia è la “Red Pill Theory”, per cui i brutti sarebbero estromessi dalla catena riproduttiva a causa della rivoluzione sessuale che ha reso le donne libere dai vincoli della monogamia. Le donne non sono affatto persone, ma una specie diversa, molto più vicina alla definizione di automi. Questa una delle “simpatiche” citazioni, provenienti direttamente dal Forum, dedicate a quelle “cose” dotate di una vagina. Il Forum dei brutti nasce come qualcosa di simile a una comunità online dedicata all’auto-aiuto e all’auto-miglioramento, ma dismorfofobia (la preoccupazione ossessiva per i propri difetti, reali o immaginari che siano) e ansia sociale troneggiano in questo posto virtuale, che non ha gli strumenti utili a offrire il giusto supporto. Si tratta di uno spazio in cui capita che gente che sta male è portata a rafforzare le proprie convinzioni e a nutrire l’odio con ulteriore odio, puntando il dito contro il mondo esterno, sempre e solo ipocrita e crudele. La verità è che viviamo in un mondo di furibondi dietro a uno schermo. Tutti si scagliano contro tutto e tutti, e la gente è sempre più sola. La gente. Bella e brutta. Tutti parlano e nessuno ascolta. Forum dei brutti: la sofferenza di chi si sente a disagio dinanzi a uno specchio e al cospetto dello sguardo […]

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Attualità

Salón Erótico de Barcelona: come cambia la pornografia

“E tu? Come hai imparato a scopare?”. Inizia, provocatoriamente, così il video-spot del Salón Erótico de Barcelona (SEB), il più importante evento internazionale sul sesso e l’erotismo in una città da sempre pioniera nella lotta per l’amore libero e responsabile. Un evento in cui la sessualità viene affrontata positivamente e sottratta ad ogni tipo di discriminazione e in cui – tra le decine di diverse attività proposte – convergono offerte ludiche, culturali, informative, formative e commerciali. Il tutto secondo un’etica che rispetta ogni sensibilità e non promuove atteggiamenti sessuali degradanti nei confronti di qualsiasi persona o genere.   Quest’anno, in una nuova area del Salón Erótico de Barcelona, denominata “Toca-toca”, come risposta all’impossibilità di esplorare il proprio corpo a livello sensoriale all’interno di una società che non educa a livello sessuale-affettivo, sono stati organizzati dei workshop pratici diretti da Noemí Casquet, giornalista specializzato in sessualità e collaboratore di “El País”. Tra i temi affrontati dai vari laboratori, il desiderio femminile e le mestruazioni, il dolore e gli orgasmi mestruali, la gestione emotiva nel poliamore, la respirazione e il massaggio tantrico, la masturbazione maschile e femminile. Ma non solo, la diffusione di un’educazione sessuale consapevole al SEB passa anche per il “PornoEducativo” e la “Classroom of Sex”, in cui sessuologi e artisti provano a raccontare la sessualità e tutti i suoi feticci in modo didattico e con dimostrazioni dal vivo. Tra i vari concorsi che il SEB propone: Bodypainting, per valorizzare l’arte erotica in tutte le sue espressioni, e Pole Dance, una forma di danza le cui origini risalgono all’Inghilterra degli anni ’80. Ma anche Photocall, in cui assistere a sessioni di fotografia dal vivo con alcuni dei migliori fotografi, e sfilate di abiti intimi e sensuali. Inoltre, all’interno del SEB, è possibile trovare: “X Cinema Area”, uno spazio per la proiezione di film erotici e pornografici di tutti i generi; un centro per professionisti del settore body art che realizzano tatuaggi e piercing intimi; “Boulevard Erotico”, una fiera con tutte le ultime novità in articoli, film, cosmetici, libri, biancheria e tutto ciò che può essere correlato al mondo della sessualità. Tra le altre attività: spettacoli realizzati da oltre 150 artisti nazionali e internazionali legati a film per adulti; la sezione “Artica”, con ospite il fumettista Milo Manara, per esplorare altri modi di sentire, godere e vivere il sesso, oltre a quello fisico e carnale; “EnClaveGay”, un’area specifica dedicata al pubblico gay e bisessuale. Il Salón Erótico de Barcelona è un luogo al di fuori di ogni tabù, ma soprattutto in profonda trasformazione. L’avvicinamento alla sfera sessuale di ogni individuo passa necessariamente attraverso la pornografia, che rappresenta una sorta di “libretto di istruzioni” per migliaia di adolescenti (e non solo). Tuttavia, la pornografia non educa alla sessualità, ma inculca l’idea che una donna poco vestita ha sicuramente un forte desiderio sessuale, che una ragazza ubriaca è un’opportunità e che se non oppone resistenza non è stupro. Il porno, incentrato su un’idea machista e maschilista del sesso (ovvero incentrata quasi esclusivamente sui bisogni e i desideri dell’uomo), è l’unico genere di “educazione sessuale” […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Stan Lee se n’è andato ma ci ha lasciato in buona compagnia

Stan Lee, il nostro ricordo di uno dei personaggi più influenti del ‘900 Il 28 dicembre del 1922 nasce, a New York, quello che diventerà una delle personalità più caratteristiche del mondo pop moderno. Maggiormente conosciuto oggi per i suoi famosi cameo nei film Marvel. Stan Lee: figlio di genitori rumeni, non particolarmente ricchi, cresce in una piccola casa di New York. Studia nel Bronx e crescendo fa piccoli lavoretti fin quando, attirato dal fascinoso mondo della scrittura e dell’intrattenimento comincia a scrivere negli anni ’60 per la, Timely Comics che, qualche hanno dopo si trasformerà nella Marvel. Fu nominato direttore ad Interim a 19 anni, per poi restare in carica fino al 1972 diventando presidente. Con l’aiuto e il contributo del disegnatore Jack Kirby comincerà l’ascesa della Marvel Comics. Lee troverà ispirazione per i suoi personaggi in un ciclo di romanzi della baronessa Emma Orczy, intitolati “La Primula Rossa”. Vicende che hanno luogo in Francia, durante la rivoluzione francese. All’interno del c’è uno sviluppo dei personaggi che ispirò Stan per i suoi lavori futuri. Stan Lee e i suoi supereroi umani Ma quello su cui vogliamo interrogarci oggi, a poche ore dalla morte di questa leggenda è: perché ricordiamo Stan Lee? La risposta è semplice: prima di Stan Lee il mondo di cui si è innamorato e di cui ci ha fatto innamorare era molto diverso. Gli eroi creati dalla DC Comics erano impavidi, senza macchia e senza paura…freddi. Ciò che Stan Lee ha regalato a noi e al mondo del fumetto e dell’intrattenimento è proprio questo, il calore. Ha cambiato la concezione di eroe, rendendo i già interessanti personaggi Marvel, eroi profondi ma soprattutto umani. Vivevano drammi, difficoltà. Cadevano, si rialzavano. Colpivano il lettore con battute taglienti o con profonde riflessioni. Erano vivi. Tutto questo grazie a un piccolo ometto cresciuto nel Bronx che si è fatto tagliare i capelli dalla moglie fin quando essa non è deceduta. Tutto questo grazie a Stan. Grazie Stan Lee.  

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Cinema & Serie tv

Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni: la nuova rivisitazione cinematografica

Nuova distribuzione da parte di Walt Disney Picture, che rilancia nelle sale cinematografiche la magica storia de Lo Schiaccianoci, con varianti nel racconto e il nuovo titolo Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni. In uscita al cinema il 31 ottobre 2018, il film raggruppa un cast d’eccezione con Keira Knightley (nel ruolo di Fata Confetto), Morgan Freeman (il Signor Drosselmeyer), Helen Mirrer (Madre Cicogna), Matthew Macfadyen (Signor Stahlbaum, padre di Clara) e la giovanissima Mackenzie Foy – già nota agli schermi nel ruolo di Murph in Interstellar (2014)  e di Renesmee Cullen in Breaking Dawn – Parte II (2012) – , nel ruolo della protagonista Clara. Diretto dalla doppia regia di Lasse Hallström e Joe Johnston, Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni si rifà al racconto originario Schiaccianoci e il re dei topi (1816) di E.T.A. Hoffmann, e più precisamente alla versione meno cupa proposta da Alexandre Dumas padre nel 1845, quella che ha poi ispirato il celebre Repertorio di Balletto Lo Schiaccianoci, musicato dall’incantevole genio di Pyotr Ilyich Tchaikovsky. Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni. Dalla trama originale…  È la Vigilia di Natale e il Signor Stahlbaum, in Germania, indice una festa per gli amici di famiglia e i giovanissimi figli, Clara e Fritz. Tra gli invitati spicca la particolare figura dello zio Drosselmeyer, che dispensa regali a tutti i bambini presenti. Clara, nipote prediletta, riceve in dono uno schiaccianoci a forma di soldatino, che Fritz, da bimbo dispettoso, rompe. Drosselmeyer riuscirà a riparare il dono che Clara prenderà a custodire teneramente. Giunge la mezzanotte e Clara, stanca e assonnata, si addormenta iniziando a sognare, e tutto intorno a lei, dai giocattoli ai soldatini di Fritz, si anima. Incombe intanto una schiera di topi che cerca di rubare il suo amato schiaccianoci. Clara tenta di cacciarli, aiutata dallo stesso Schiaccianoci che prende parte alla battaglia contro il Re Topo e la sua schiera. Al culmine della guerra, vinta dalla bambina e il soldatino, lo Schiaccianoci si trasforma in un Principe e accompagnerà Clara nel suo fantastico Regno, precedentemente minacciato da Re Topo. Qui il Principe Schiaccianoci mostra a Clara il Regno dei Dolci, passando per la foresta innevata in cui la ragazza assiste allo splendido Valzer dei fiocchi di neve. Giunti al Palazzo Reale, lo Schiaccianoci e Clara vengono ricevuti dalla dolce Fata Confetto (la cui figura coincide in alcune versioni con quella di Clara). Si dà il via ad un tripudio di danze, tra cui il magico Valzer dei fiori, fino al celebre ed emozionante Pas de Deux, in cui si esibiscono il Principe e la Fata Confetto. Il sogno di Clara termina, ritornando alla realtà felice dell’esperienza appena vissuta. … alla rivisitazione cinematografica Ne Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni la trama originale subisce qualche modifica, spostando il baricentro della narrazione sulla bravura e il coraggio di Clara che, rimasta orfana di madre, è tormentata dalla realtà circostante e afflitta per l’introversione paterna. In questa trasposizione cinematografica sarà il Signor Drosselmeyer ad organizzare una festa la sera […]

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Cinema & Serie tv

5 motivi per vedere Romanzo Criminale – La serie

In occasione del decennale della prima tv trasmessa il 10 novembre del 2008 su Sky, parliamo di uno dei telefilm italiani di maggior successo: Romanzo Criminale – La serie. B“bei tempi andati” o l’innocenza perduta, all’azione violenta contro chiunque si frapponga fra i protagonisti e i loro obiettivi. La macchina da presa, attraverso studiate composizioni, diviene un ulteriore elemento chiarificatore che aiuta lo spettatore a comprendere meglio le diverse gerarchie e i vari stati d’animo di chi è inquadrato in quel momento. Persino la sigla di testa non è lasciata al caso: i primi piani dei protagonisti che si stagliano in sovrapposizione su mucchi di banconote alternati da una stecca da biliardo che colpisce le palle sul panno verde sono la metafora non solo della smodata ricerca di potere dei protagonisti, ma anche di come tutti i personaggi, nessuno escluso, non siano altro che pedine coinvolte in un gioco ben più grande di loro. 4)  Il dettaglio che crea l’atmosfera Come detto in precedenza, la buona riuscita di Romanzo Criminale – La serie è dovuta non solo al regista e agli attori, ma soprattutto all’intera troupe coinvolta nel progetto che riesce in maniera magistrale nel proprio intento. In ogni puntata sono numerose le scene ambientate all’esterno che danno la possibilità allo spettatore di poter osservare uno spaccato di vita quotidiana di quel periodo: dalle insegne dei negozi ai pantaloni a zampa d’elefante, per finire alle auto d’epoca e ai segnali stradali, l’intera città di Roma è stata totalmente ricostruita, permettendo così alla capitale di mostrarsi in tutto il suo decadente splendore. Anche gli interni sono stati ricostruiti secondo la moda dell’epoca, con ampi spazi aperti e luminosi (l’abitazione del Freddo o di Scrocchiazeppe) che si contrappongono ad ambienti chiusi e con la forte presenza di disegni geometrici (il Bar Franco, iconico covo della banda). Ciliegina sulla torta è la colonna sonora a cura di Pasquale Cataleno (Napoli velata, L’uomo in più) che tramite un sapiente uso di strumenti ad arco e la splendida fotografia di Paolo Carnera (A.C.A.B, Suburra)  riesce a trasmettere allo spettatore tutto il carico emotivo che i protagonisti affrontano nel corso della vicenda. Ma non sono solo le composizioni originali a rendere il comparto musicale di Romanzo Criminale così incisivo: l’uso di canzoni dell’epoca quali Tutto il resto è noia di Franco Califano o Pazza idea di Patty Pravo scandiscono momenti narrativi fondamentali, assieme ad altri pezzi iconici di quegli anni quali The passenger di Iggy Pop o Figli delle stelle di Alan Sorrenti, che contribuiscono a far percepire l’inconfondibile atmosfera di quegli anni. 5) La serializzazione della fiction Romanzo Criminale – La serie segna un punto di svolta nella produzione della cosiddetta “fiction all’italiana”, abbandonando una narrazione che nasce e termina in ogni puntata in favore di una di più ampio respiro, che si sviluppa nel corso dei diversi episodi e dove gli eventi hanno una forte correlazione fra di loro. Concepita da Sollima come un film a puntate, la serie (assieme a Lost e Breaking Bad) si erge quindi a capostipite di […]

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Cinema & Serie tv

Il calendario di Natale, un film di Bradley Walsh

Uscito il 2 novembre sulla piattaforma streaming Netflix, Il calendario di Natale è una commedia romantica diretta dal britannico Bradley Walsh. Abby Sutton (Kat Graham) è un’aspirante fotografa che, in attesa di decidersi a trovare il coraggio e la grinta per realizzare il suo sogno di diventare una professionista nel settore, lavora presso il reparto fotografie di uno dei negozi di proprietà della catena di distribuzione Sears. A dicembre, la giovane riceve due sorprese: la prima è il ritorno del suo migliore amico Josh (Quincy Brown), la seconda è il regalo anticipato del nonno (Ron Cephas Jones) che le dona un antico calendario dell’avvento appartenuto alla defunta moglie perché quella sarebbe stata la sua volontà. Anche se inizialmente titubante, Abby prende lo strano oggetto e lo porta a casa. Dal primo dicembre, per ogni giorno, le finestrelle del calendario si aprono allo scoccare della mezzanotte rivelando al loro interno le miniature di alberi di Natale, bastoncini di zucchero, stivali, pattini e tanti altri oggetti, ognuno collegato a qualcosa che accade, nella realtà, alla giovane per tutto il periodo delle feste. Abby, allora, si convince che il calendario è magico perché prevede il futuro e le fa anche incontrare Ty (Ethan Peck), un affascinante medico separato e con una figlia con il quale inizia a frequentarsi. Gli eventi, finalmente, sembrano aver preso la piega sperata perché, oltre che sentimentalmente, anche sul lavoro alla protagonista viene offerta una grande opportunità. Tuttavia un imprevisto la costringerà a fare alcuni passi indietro e a mettere in discussione i rapporti appena nati e quelli consolidati ormai da anni fino a farle comprendere realmente chi e cosa voglia dalla vita e cosa sia disposta a fare pur di realizzare le sue aspirazioni. Il calendario di Natale, una commedia prevedibile e smielata Si sa, gli elementi tipici per i film romantici ambientati a Natale sono: decorazioni di ogni genere e niente affatto discrete; cori che intonano canti natalizi e nei quali ci si imbatte a ogni angolo di strada; zabaione – per gli adulti, preferibilmente, corretto –; abbigliamento tendente al ridicolo; albero superdecorato e carico di doni e, soprattutto, tanta, tanta neve anche quando gli attori indossano vestiti primaverili/estivi. Ecco, ognuna di queste cose è presente ne Il calendario di Natale di cui, se proprio si vuol citare una particolarità, lo si può fare soltanto riferendosi al magico calendario su cui poggia l’intera trama. La storia è alquanto scontata, scorrevole certo ma tendente a sconfinare nel banale e nel trito e ritrito; poco aiutano le interpretazioni degli attori – dotati di fin troppo savoir faire e con caratteri accomodanti e zuccherosi – che sono tanto carini ma niente di più. Peccato perché, puntando meglio sull’unico aspetto per cui Il calendario di Natale poteva distinguersi dalle altre pellicole del genere e, magari, aspettando anche il periodo dell’anno giusto invece di anticiparsi così tanto sui tempi, il risultato avrebbe potuto essere diverso e il prodotto finale avrebbe potuto essere qualcosa in più della solita commedia sentimentale prevedibile e smielata. […]

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Cucina & Salute

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Dolci con albumi d’uovo: 3 buonissime ricette

Dolci con albumi d’uovo, le nostre tre proposte   L’albume d’uovo è un alimento importante nella dieta, in quanto è composto principalmente da acqua e proteine, da sali minerali (magnesio, sodio, potassio), da vitamine del gruppo B e glucidi. Proprio per la sua composizione, l’albume d’uovo è uno degli alimenti preferiti dagli atleti che lo mangiano sotto forma di barrette o pasta proteica.  L’unico neo dell’albume d’uovo è che può causare manifestazioni allergiche nei bambini perciò va introdotto gradualmente nella dieta. Nell’alimentazione quotidiana il più delle volte è il tuorlo d’uovo ad essere preferito, sia perché più digeribile, sia perché più versatile in cucina, perciò spesso accade di ritrovarsi con avanzi di albume d’uovo da smaltire. Vi consigliamo pertanto 3 ricette facili e veloci per preparare dolci con albumi d’uovo. Ricetta n.1 di dolci con albumi d’uovo – Meringhe Ingredienti per 1 dose 130 g di albumi (circa 4 bianchi d’uovo) 130 g di zucchero semolato 130 g di zucchero a velo Procedimento: Mescola insieme lo zucchero semolato e quello a velo e dividi il composto in due parti più o meno uguali. Metti gli albumi in una ciotola perfettamente pulita e asciutta, aggiungi la prima metà degli zuccheri e monta a neve ben ferma con il frullino elettrico. Se usi una planetaria dovrai montare per circa 5-7 minuti, almeno 10 minuti con un frullino elettrico. Devi ottenere un composto bianco, sodo. Setaccia la parte restante degli zuccheri direttamente sopra la ciotola e incorpora lentamente usando una spatola di silicone, facendo attenzione a lavorare piano, dall’esterno verso l’interno. Metti la meringa in una sac-à-poche. La meringa si cuoce a 105°C nel forno statico. Se usi il forno ventilato, diventeranno gialline. Il tempo di cottura varia a seconda della dimensione delle meringhe, per ottenere le piccole meringhe da caffè basta spremerle sulla teglia rivestita di carta forno e cuocere per 1 ora. Quando il tempo di cottura è terminato, apri lo sportello del forno e lascia che le meringhe perdano calore tenendole all’interno. Staccale dalla carta solo quando saranno fredde. Conservale sopra un vassoio o in un barattolo (si mantengono 5 giorni). (Fonte: Csaba dalla zora) Ricetta n. 2 di dolci con albumi d’uovo – Lingue di gatto Ingredienti (per 30 lingue di gatto)  100 g burro a temperatura ambiente  100 g zucchero a velo  100 g farina 00  100 g albumi a temperatura ambiente Procedimento Per preparare le lingue di gatto metti il burro a temperatura ambiente in una ciotola insieme allo zucchero a velo e lavora il tutto con le fruste fino ad ottenere una crema liscia. Separa i tuorli dagli albumi, aggiungi metà dose di albume, mescola, e versa metà dose di farina setacciata poco alla volta, continuando sempre con le fruste. Unisci anche l’altra metà degli albumi e mescola, quindi il resto della farina fino ad ottenere un composto omogeneo. Trasferisci il composto ottenuto in un sac-à-poche munita di una bocchetta liscia da 10 mm  e metti in frigorifero per 10 minuti a riposare. Trascorso il tempo necessario, su una […]

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Salsicce in padella: 3 ricette facili e veloci

Le salsicce in padella si preparano in poco tempo e sono un piatto semplice ed economico. Oltre alla ricetta base, esistono varie modalità di preparazione: ne abbiamo scelte tre che ci sono piaciute particolarmente. Spesso la differenza la fanno i contorni, come vedremo in dettaglio nelle ricette. La ricetta base prevede di sciacquare la salciccia, asciugarla, tagliarla a pezzi e metterla a cuocere in una padella antiaderente da far riscaldare in precedenza a fuoco molto alto.  Per eliminare un po’ di grasso della salsiccia si può bucherellare con la forchetta quando è ancora cruda. Se si vuole, in fase di cottura, si può aggiungere alla salsiccia del rosmarino e dell’aglio tagliato a metà. Una volta che la salsiccia avrà rilasciato il grasso, bisogna farla cuocere a fuoco lento per altri 15 minuti circa finché non sarà cotta. (Fonte). Salsicce in padella con vino bianco ed alloro Ingredienti 500 gr. di salsiccia tipo luganega 1 foglia di alloro 1 spicchio di aglio 1 bicchiere e mezzo di vino bianco secco Pepe nero q.b. Procedimento: Punzecchiate la salsiccia con uno stuzzicadenti in modo tale che durante la cottura il grasso fuoriesca. Tagliatela in pezzi con le forbici. Prendete una padella antiaderente, accendete il fuoco e sistemateci i pezzi di salsiccia. Unite subito la foglia di alloro e lo spicchio di aglio pelato e intero. Lasciate colorire le salsicce girandole spesso con un forchettone di legno. Quindi spolverizzate con pepe nero appena macinato e sfumate con il vino bianco secco. Lasciate evaporare la parte alcolica e continuate la cottura per 10 minuti a fiamma medio bassa, girandola spesso. A fine cottura le salsicce si saranno dorate e il fondo di cottura si sarà quasi del tutto asciugato. Impiattate e portate in tavola le salsicce ben calde. (Fonte) Salsicce in padella con friarielli Ingredienti:  4 salsicce  3 fasci di friarielli  1 spicchio di aglio  1 peperoncino  vino bianco  olio evo  sale Procedimento: Mondate i friarielli (verdura tipica napoletana) togliendo i gambi e le foglie più dure. Cuocete le salsicce in una padella con un filo d’acqua.Dopo circa 10 minuti, con la forchetta, punzecchiate le salsicce. Eliminate l’acqua e aggiungete un filo d’olio, poi sfumate con il vino bianco e fate rosolare per circa 10 minuti. In una padella a parte, fate rosolare uno spicchio di aglio e un peperoncino nell’olio. Mettete i friarielli, salate e coprite con un coperchio. Appena i friarielli saranno ammorbiditi, togliete il coperchio e continuare la cottura a fuoco vivace per altri 5 minuti circa. Unite le salsicce nella padella con i friarielli e lasciare insaporire per altri 5 minuti. (Fonte). Questo è un piatto tipico della cucina parteneopea. Salsicce in padella con i lampascioni Ingredienti 1 kg. di salsiccia alla salentina 500 gr. di lampascioni puliti 1 bicchiere di vino bianco secco olio sale Procedimento: Lavate bene i lampascioni (simili a delle cipolle, sono tipici del Salento) e se volete ridurre un poco il loro tipico gusto amarognolo sbollentateli per qualche minuto.Tagliateli a spicchi. Mettete a rosolare la salsiccia in un po’d’olio. Poi aggiungete i lampascioni, fateli rosolare qualche minuto con […]

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Tiramisù alla frutta: un ottimo e fresco dessert

Tiramisù alla frutta: chi ha detto che il tiramisù deve essere solo al caffè?  Chi ha detto che il tiramisù debba essere solo nella classica variante al caffè? Esistono numerose alternative, che lo rendono un dolce saporito e gustoso. La frutta, per esempio, è un’ottima scelta, se si vuole dare un tocco di freschezza, consapevoli di star mangiando un dessert dall’apporto calorico decisamente più basso, rispetto al classico tiramisù con savoiardi e caffè. Per gli amanti della frutta, la buona notizia è che questo dolce ha svariate possibilità di realizzazione, dal limone ai frutti di bosco, dalla fragola alle arance. Di facile esecuzione, con un tempo di preparazione che si aggira intorno ai trenta minuti. Ingredienti per il tiramisù alla frutta per quattro persone: • 400 g di fragole • 300 g di frutti di bosco misti • 250 g di savoiardi • 250 g di mascarpone • 2 uova • 80 g di zucchero Preparazione del nostro tiramisù: Dopo aver mondato le fragole, frullatele insieme al succo di limone e 40 grammi di zucchero. Scaldate a fiamma bassa il composto ottenuto e lasciate che si raffreddi. Intanto, separate i tuorli dagli albumi. Montate questi ultimi a neve insieme allo zucchero restante, amalgamandoli al composto di frutta. Spugnate i savoiardi con il composto di fragole e disponeteli su un piatto fondo, proseguendo poi con uno strato di crema di mascarpone e frutti di bosco, ripetendo gli strati fino all’esaurimento di tutti gli ingredienti. Potete decorare il tiramisù con qualche fettina di frutta fresca. Bastano un paio di ore nel frigo ed il tiramisù alla frutta si potrà servire a tavola. Potete poi conservalo in frigorifero o anche in freezer (per la deperibilità delle uova). Semplice, gustoso e velocissimo da preparare. Leggi anche la ricetta del nostro leggerissimo quanto buonissimo tiramisù light e del dolce al limone con ricotta. Tiramisù alla frutta e altre torte buonissime  

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Pane e cioccolato: alcune gustose varianti

Merenda preferita di adulti e piccini, il pane e cioccolato non passa mai di moda. Ecco qualche suggerimento per gustarli al meglio! Pane e cioccolato: una merenda semplice e gustosa, che non passa mai di moda. Da sempre la merenda preferita di tutti i bambini e, diciamocelo, anche dei grandi, che di sovente cedono al piacere di gustare una fetta di pane con della crema spalmabile al cioccolato dopo una giornata stressante (o, per chi è a dieta e preferisce evitare i carboidrati, un cucchiaio di Nutella direttamente dal barattolo. Per la linea!) o, al contrario, per iniziare una giornata col ritmo giusto. Perché, come confermano gli studi (ed anche, empiricamente, il nostro umore), poche cose ci tirano su quanto il cioccolato: il cacao attiva infatti il cosiddetto “ormone della felicità”, la serotonina, che induce sensazioni di piacevole benessere pari a quelle di un soddisfacente rapporto sessuale, l’endorfina, che combatte il dolore, la feniletilamina, che il cervello produce quando ci innamoriamo. Insomma, il cioccolato è un vero e proprio elisir del buonumore. Invitiamo allora i più golosi a prendere spunto da queste fantasiose varianti del classico pane e cioccolato per rendere più gustosa la vostra pausa. Pane e cioccolato: oltre la Nutella, un mondo di idee La Nutella è senz’altro la più nota crema spalmabile a base di cioccolato e nocciola ed anche la preferita dai consumatori di tutto il mondo. Deliziosa sul pane in cassetta, sul pan brioche e finanche sul pane cafone, pane tipico napoletano, non manca mai nella dispensa dei golosi ed è la prima scelta che ci viene in mente quando si ha voglia di pane e cioccolato. La prima, ma non la sola. Infatti la Ferrero non è la sola casa ad aver prodotto creme spalmabili: ottime le spalmabili della gelateria e cioccolateria Casa Infante, come la Nocciobiancolato (cioccolato bianco e nocciola), la crema al pistacchio Pistacchiato o la Noccioinfante, tutte senza olio di palma e reperibili presso i punti vendita e ottime varianti al classico pane e cioccolato. In alternativa, tra le creme industriali è deliziosa la crema spalmabile Novi, senza olio di palma e col 45% di nocciole. Ma perché non provare a preparare personalmente la crema spalmabile al cioccolato, con questa ricetta? Ingredienti per due vasetti da 200 grammi: 250 g di cioccolato al latte 195 g di pasta di nocciole 10 g di cacao amaro in polvere 20 g di olio di semi un pizzico di sale fino un baccello di vaniglia Per preparare la vostra crema spalmabile al cioccolato, mescolate in una ciotola la pasta di nocciole, l’olio di semi, un pizzico di sale e la vaniglia, incidendo il baccello per tutta la lunghezza, fino ad amalgamare tutti gli ingredienti. Nel frattempo, fate sciogliere a bagnomaria (o nel microonde) il cioccolato, dopo esserlo fatto a pezzi con l’ausilio di un coltello. Una volta sciolto, unire il cioccolato fuso al cacao amaro e alla pasta di nocciole e mescolare bene fino ad ottenere una crema liscia ed omogenea, priva di grumi (in […]

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Culturalmente

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8 modi di dire inglesi da conoscere assolutamente

Modi di dire inglesi, i più interessanti Le frasi idiomatiche, i proverbi e i modi di dire sono molto frequenti nel parlare comune in inglese, sia in forma scritta che orale. Alcune di queste espressioni inglesi sono analoghe ai nostri modi dire, altre invece, tradotte letteralmente, non avrebbero alcun senso.  Imparare le espressioni idiomatiche inglesi è certamente utile per approfondire la conoscenza dell’inglese più colloquiale ma può anche essere molto divertente, soprattutto se si confrontano gli idiomi anglosassoni con quelli italiani. Ecco riportate 8 modi di dire inglesi tra le più famose e curiose.  8 modi di dire inglesi da conoscere assolutamente L’espressione “a piece of cake” sta ad indicare qualcosa di molto semplice. La traduzione letterale sarebbe “un pezzo di torta” ma in realtà quest’espressione corrisponde all’italiano “facile come bere un bicchier d’acqua” o “un gioco da ragazzi”. Le teorie sull’origine di questo modo di dire in inglese sono molte e curiose. Molti collegano questo modo di dire alla Royal Air Force, dove una missione semplice veniva definita “a piece of cake” ossia facile come mangiare una fetta di torta. Si può anche far risalire quest’espressione al diciannovesimo secolo in cui le torte erano dei premi per le competizioni. In particolare gli afroamericani cerano soliti competere in una danza chiamata “cakewalk” (=”camminata della torta”) che non era semplice ma era divertente e fattibile “senza sforzo”. I vincitori di questa sfida vincevano un pezzo di torta. A rientrare senza dubbio nella lista delle 8 espressioni inglesi da conoscere è “To cost an arm and a leg” che si traduce letteralmente come “costare un braccio e una gamba”. È l’equivalente italiano di “costare un occhio della testa”. Cambiano le parti del corpo ma il concetto è lo stesso: quest’espressione si usa per indicare qualcosa di troppo costoso. Alcuni fanno risalire quest’espressione alla Seconda Guerra Mondiale, quando i soldati rimanevano mutilati durante la guerra.  L’espressione forse più utilizzata è “break a leg” che letteralmente si traduce come “rompiti una gamba!” ma è l’equivalente italiano del “buona fortuna” o meglio dell’”in bocca al lupo”. Questo modo di dire è molto usato dagli attori prima di andare in scena. L’utilizzo di questa frase è legato alla superstizione: se qualcuno ti augura di riuscire bene in qualcosa, sicuramente andrà male. Anche in Italia agli attori si augura sempre “in bocca al lupo”. Ci sono molte altre superstizioni legate al monto teatrale come fischiare in un teatro o dire la battuta finale del copione. Tuttavia ci sono molte altre possibili derivazioni dell’espressione. Una di queste è che “break a leg” vada interpretata come “piegare il ginocchio” e quindi inchinarsi o, addirittura, chinarsi a raccogliere le monete gettate sul palco. “Letting the cat out of the bag” significa letteralmente “far uscire il gatto dalla borsa”. Quest’espressione tuttavia vuol dire “spifferare un segreto”, ciò che in italiano diciamo come “vuotare il sacco”. Anche in questo caso l’origine della frase non è chiara ma l’ipotesi più attendibile è che essa si riferisca a uno strumento di tortura simile alla frusta chiamato […]

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Culturalmente

5 musei di New York da non perdere

Difficile fare una selezione tra i tanti musei che si trovano nella Grande Mela, città nota a tutti per la grande varietà di stimoli artistici e culturali che ogni anno attira frotte di turisti curiosi di scoprire questa affascinante metropoli. Quali sono i 5 musei di New York da non perdere? Ecco qualche consiglio. Musei di New York: Metropolitan Museum of Art (MET) Il MET è uno dei più grandi ed importanti musei di New York. La sede principale si trova sul lato orientale del Central Park, lungo il cosiddetto Museum Mile (“Miglio dei musei”) ed ospita oltre 5000 anni di arte che abbraccia tutte le culture e tutti i periodi  storici. Il maestoso edificio, aperto al pubblico nel 1880, accoglie più di due milioni di opere d’arte in esposizione permanente, suddivise in diciannove sezioni tra cui l’egizia, la greco romana, l’asiatica, la medievale, l’islamica e la moderna. Tra gli artisti maggiori si annoverano Botticelli, Caravaggio, Rembrandt, Degas, Monet e Picasso. 1000 Fifth Avenue Domenica–Giovedì: 10.00–17.30 Venerdì e Sabato: 10.00–21.00 Adulti $25 Studenti $12 Under 12 Gratuito Museum of Modern Art (MoMA) Tra i principali musei di New York si trova il MoMA, che vanta una delle collezioni di arte moderna e contemporanea più ricca del mondo, aperta al pubblico a partire dal 1929. Come si legge nella descrizione «About us, we celebrate creativity, openness, tolerance, and generosity», secondo una filosofia di inclusione e condivisione di idee artistiche, culturali e politiche che stimola il confronto e talvolta anche la risposta a provocazioni mirate a risvegliare lo spirito critico dei visitatori. Tra gli artisti esposti si trovano Cézanne, Chagall, Dali, Pollock e Van Gogh, con la sua celebre Notte stellata. 11 West 53 Street 10:30–17:30 aperto 7 giorni su 7 Venerdì aperto fino alle 20:00 Adulti $25 Studenti $14 Under 16 Gratuito The Guggenheim Il Solomon R. Guggenheim Museum fu fondato nel 1937 ed è una delle icone architettoniche più significative del Ventesimo secolo. La sede attuale è un’opera di Frank Lloyd Wright del 1943, costruita per ospitare the Museum of Non-Objective Painting, ovvero le avanguardie artistiche che si andavano sempre più imponendo, come l’astrattismo i cui artisti principali erano Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian. La struttura a spirale capovolta somiglia molto ad uno Ziggurat rovesciato, tant’è che lo stesso Wright la denominò Taruggiz. Tale architettura può essere paragonata ad una Torre di Babele rovesciata (che era appunto uno ziggurat) col valore simbolico di voler riunire i popoli attraverso la cultura. Artisti maggiori: Gauguin, Manet, Miró, Picasso, Renoir, e Toulouse-Lautrec. 1071 5th Avenue Lunedì-domenica 10.00-17.45 Giovedì chiuso Sabato 10.00-19.45 Adulti $25 Studenti $18 Bambini Gratuito American Museum of Natural History Il Museo Americano di Storia Naturale è situato nell’Upper West Side di Manhattan ed è famoso per aver ospitato le riprese del film “Una notte al museo”. Notevoli sono le ricostruzioni di habitat di mammiferi africani, asiatici e nordamericani, per il modello in grandezza naturale di una balenottera azzurra che pende dal soffitto della sala degli oceani, per la canoa da guerra Haida […]

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Frasi inglesi (con traduzione): le 10 più belle e significative

10 frasi inglesi belle, quelle che devi assolutamente conoscere!    L’inglese è la terza lingua più parlata al mondo (dopo lo spagnolo ed il cinese) e la letteratura inglese è tra le più affascinanti al mondo. Chi non si è mai emozionato leggendo Shakespeare, o non ha riflettuto a lungo sugli enigmatici aforismi di Oscar Wilde? Leggere i classici in lingua originale, si sa, permette di assaporarne davvero il “gusto“,  di coglierne le sfumature. In fondo, ogni traduzione, per quanto fedele, è “tradimento”, in quanto non è sempre possibile riportare un universo culturale e linguistico in un altro così com’è. Napoletani che state leggendo quest’articolo, pensate ad esempio a quanto possa essere difficile tradurre in un’altra lingua, ma anche soltanto in italiano, una parola come “cazzimma“! Ma il mondo anglofono non è soltanto mondo di poeti: artisti, registi, pittori, politici, uomini dello spettacolo e del mondo della tecnica che, con le loro parole, hanno lasciato il segno. Abbiamo per questo raccolto una rassegna di aforismi inglesi, in lingua originale e tradotte. 10 frasi inglesi belle, let’s start!  “Ever tried, ever failed. No matter, try again. Fail again, fail better!” (Samuel Beckett) “Ho sempre tentato, ho sempre fallito. Non importa, ci provo di nuovo. Fallisci ancora, fallisci meglio!” Un invito a non arrendersi mai, a non darsi mai per vinti, perché è meglio provare ed affrontare un fallimento piuttosto che restare nell’immobilismo, non provarci affatto ed affrontare il rimorso. “All you need is love.“ (John Lennon) “Tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore.” L’amore: il centro permanente della vita dell’uomo, bisogno di amare e di essere amati. Amore per il proprio partner, per i propri familiari, per il proprio lavoro, per le proprie passioni. Amore per la vita stessa. Uno dei più semplici ma al contempo più belli aforismi inglesi! “Stay hungry, stay foolish.“ (Steve Jobs) “Siate affamati, siate folli.” Un invito ad essere sognatori, a non accontentarsi mai, ad essere “affamati” di vita, di successi, e avere il coraggio di crederci e perseguirli. “Life isn’t about finding yourself. Life is about creating yourself.“ (George Bernard Shaw) “La vita non è scoprire sé stessi. La vita è creare sé stessi.” È possibile costruire sé stessi con impegno e dedizione: non è dalla vita che dobbiamo dunque aspettarci delle risposte, perché queste sono fin dall’inizio dentro di noi. La vita è, in questa prospettiva, un dispiegarsi continuo di possibilità: sta a noi scegliere e diventare artefici del nostro futuro. “Be yourself: everyone else is already taken.” (Oscar Wilde) “Sii te stesso: gli altri sono già tutti presi.” Essere sé stessi è la chiave del successo ed è da preferirsi al vivere indossando una maschera, fingendosi diversi da ciò che si è. Altre 5 frasi inglesi belle “I can resist everything, except tentation.” (Oscar Wilde) “Posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni.” Resistere a tutto, tranne che alle tentazioni, equivale a non resistere, in verità, a nulla, perché solo ciò che costituisce per noi una tentazione ci seduce al punto da spingerci […]

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Un proverbio cinese per amico, i 5 più filosofici

Un proverbio cinese per amico, ovvero insegnamenti pronti ad accompagnarci in ogni situazione della nostra vita. Il numero sembra essere molto consistente; ci facciamo spazio in questa distesa semisconosciuta e ne scegliamo cinque tra i più filosofici. Il proverbio è un detto popolare che con incisività e sintesi accoglie in sé una morale o una norma tratti dall’esperienza. Se pensiamo ad un proverbio, pensiamo alla saggezza (in un contesto che è proiettato nel passato e nella tradizione) ed ogni volta che ne pronunciamo uno è facile per noi ricondurlo all’immagine di un anziano signore, dal volto scavato o magari bello cicciottello, con i capelli e la barba bianca, una pipa in bocca e le rughe degli occhi che sorridono. Perché no, potremmo pensare  all’archetipo Junghiano del Vecchio Saggio dei sogni simbolo di sapienza, riflessione, risorsa di esperienze e qualità morali. Insomma volendo dare un corpo al proverbio, potremmo dire che esso è il senex, il genitore dei nostri genitori: un ottimo consigliere e amico in momenti critici o dilemmatici. Schiettezza, ilarità e popolarità dei proverbi italiani, spesso dialettali, sono noti a tutti. Ma può accadere di ritrovarsi ad usare proverbi cinesi inconsapevolmente, senza riconoscerne la loro vera origine. Proverbi e “chengyu” cinesi: origini e tradizioni Nella lingua cinese i proverbi – così come i segni zodiacali – occupano un ruolo molto importante e saper padroneggiare con abilità la lingua significa conoscere almeno parte di quei proverbi che appartengono alla sua tradizione e che sono testimonianza della saggezza delle sue più antiche generazioni. Uno straniero che li inserisce nella conversazione informale sarà apprezzatissimo dal suo interlocutore cinese. I proverbi che in primis costituiscono la più profonda espressione dell’Antica Cina sono i così detti “chengyu”( 成語/成语 Chéngyǔ ) , frasi idiomatiche formate da soli quattro caratteri.  Ma un proverbio cinese può essere anche molto più lungo. Legati alla tradizione,  i proverbi  cinesi nascono in un contesto popolare e quindi basso: nelle aree rurali, presso i contadini essi sono perlopiù collegati a miti e leggende di cui ne sintetizzavano l’insegnamento, tuttavia molti traggono la loro origine dalla tradizione letteraria dei classici. Da una divulgazione unicamente orale, si passa per i  “chengyu” a  piccole raccolte scritte.  Arricchendosi col tempo, la realizzazione di libri di  “chengyu” richiedeva il contributo di burocrati che avessero studiato i classici: opere di maestri come Confucio o Mencio avevano un’importanza pari a quella che ha la Bibbia per i cristiani. Da letteratura popolare, presto quella dei proverbi diviene letteratura minore della grande tradizione: una sorta di seconda lingua nazionale (tali frasi idiomatiche non seguono la classica struttura grammaticale né la sintassi del cinese parlato attualmente) che viene inserita nello studio dei classici nei programmi scolastici cinesi. Essi sono oggi considerati parte fondamentale della cultura cinese. Un proverbio cinese per amico: la nostra top 5 Come già detto, i “chengyu” (proverbio cinese) sono frasi idiomatiche formate da quattro caratteri. Sappiamo che la grafia cinese prevede per ogni carattere (nel linguaggio specifico logogramma) un significato, quindi è importante per comprendere il senso […]

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Macchianera Internet Awards: chi ha vinto gli Oscar del web del 2018?

Sabato 10 novembre, nell’ambito del programma della Festa della Reste, sono stati assegnati i Macchianera Internet Awards. Ecco chi ha vinto, come e perché.   “Il web che ti meriti” questo il claim dell’edizione 2018 della Festa della Rete, manifestazione, nata a Milano nel 2005, nell’ambito della quale vengono assegnati i Macchianera Internet Awards. La festa della rete a Perugia Considerati oggi il premio più prestigioso della Rete italiana tanto da essere soprannominati “Oscar del web“, i Macchianera Internet Awards 2018 hanno premiato i migliori siti e blog, ma anche youtuber, influencer, community, pagine social, giornalisti o – più in generale – divulgatori digitali. La premiazione ufficiale (con tanto di consegna premi e cerimonia) si è tenuta sabato 10 novembre 2018 presso l’Auditorium S. Francesco al Prato di Perugia. La scelta del capoluogo umbro non è casuale in quanto la città è protagonista di un progetto che vedrà, nei prossimi mesi, la copertura della linea fibra per oltre l’80% del territorio. Progetto che – come il patrocinio della Regione Umbria e del Comune di Perugia alle due importanti manifestazioni – dimostra la sensibilità delle istituzioni al progresso digitale e a tutti i temi ad esso connessi. Dal 9 all’11 novembre, Perugia ha quindi ospitato una serie di presentazioni, mostre, incontri e workshop legati alla blogosfera. Dal movimento #metoo al fenomeno delle fake news, dal self-branding all’intelligenza artificiale. Tanti gli argomenti e tanti gli ospiti. L’evento più atteso della Festa della Rete era però, senza dubbio, l’assegnazione dei 34 Macchianera Internet Awards. Tante erano infatti i premi corrispondenti alle 34 categorie di una competizione in cui l’internauta è stato chiamato a partecipare fin dalla candidatura dei siti. La cerimonia è stata condotta da Gianluca Gozzoli. Come si candida un sito ai Macchianera Internet Awards? Ogni anno Macchianera, blog fondato da Gianluca Neri (celebre per le esperienze con Cuore e con Clarence, rispettivamente periodico satirico e uno dei primi portali italiani), chiede di segnalare quali sono i migliori siti e personaggi dell’anno. Offre pertanto un’occasione per dare supporto ai siti e ai personaggi più popolari e più seguiti. In base alle candidature viene poi stilata una lista di 10 nominati per categoria. Quest’anno è stato possibile esprimere una candidatura fino all’ 8 settembre 2018.  Come si vota un sito ai Macchianera Internet Awards? Per i migliori del 2018 è stato possibile votare fino a martedì 6 novembre tramite un apposito form che era possibile trovare sul sito Macchianera ma anche all’interno degli stessi blog candidati. Per far sì che il proprio voto fosse valido, era necessario votare per almeno 8 categorie a libera scelta.  A scegliere i vincitori sono stati quasi tre milioni gli internauti e il voto del pubblico non è stato “corretto” da nessuna giuria. Chi ha vinto i Macchianera Internet Awards 2018? Salvatore Aranzulla Ad aggiudicarsi il riconoscimento per Il miglior sito (con un totale di 27.017 voti) è stato l’uomo dalle mille risposte: Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico nonché fondatore di uno dei 30 siti più visitati d’Italia. Il guru del web ai MIA del 2017 arrivò […]

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Truffe online: 5 consigli per evitarle

Tutti, usando internet per diversi scopi, siamo vittime inconsapevoli (spesso) di truffe online. Ecco come difendersi! Nel bene o nel male, tutti utilizziamo internet e tutti siamo vittime inconsapevoli, spesso, di truffe online. Risulta ormai possibile svolgere ogni tipo di operazione in rete, dalla condivisione di pensieri personali, alla lettura di articoli di giornale, passando per lo shopping online. Anzi, quest’ultimo sembra essersi sviluppato in maniera esponenziale negli ultimi anni, al punto che in molti preferiscono acquistare, seduti comodamente sul proprio divano, invece di andare in giro per negozi, alla ricerca dell’abito perfetto. Tuttavia, se da un lato questa evoluzione ha portato a notevoli vantaggi, permettendo di svolgere una serie di attività con un minore dispendio di energie, dall’altro ci ha reso vulnerabili a un fenomeno che aumenta in maniera direttamente proporzionale alla comodità sopraccitata: la truffa. Tra i principali tipi di truffa, il falso annuncio è sicuramente quello più diffuso e consiste nella vendita di un oggetto  che sostanzialmente non esiste. O al cui pagamento, non corrisponde una reale spedizione dell’oggetto in considerazione. Generalmente queste queste truffe beneficiano di un pagamento anticipato attraverso un sistema non tracciabile, che permettono all’acquirente di sparire nel nulla con l’incasso. Come evitare, quindi, questi raggiri informatici. Ecco cinque consigli utili da seguire.  1. Acquistare su siti ufficiali. Sono molte le offerte vantaggiose che attirano la nostra attenzione in rete, ma non è tutto oro quel che luccica. Anzi, spesso, se un’offerta si presenta troppo conveniente, paragonata all’offerta di mercato, allora quasi sicuramente si tratta di una truffa. Motivo per cui si consiglia di acquistare unicamente su siti ufficiali e non dai singoli venditori. 2. Leggere le recensioni. Una sicurezza è data da commenti e feedback dei precedenti acquirenti, i quali possono risultare una garanzia contro le truffe online. Solitamente, infatti, se il sito non risulta affidabile, sarà sicuramente travolto da una mole di recensioni negative. Le voci circolano in fretta. 3. Utilizzare le app ufficiali. Per completare l’acquisto, si consiglia di scaricare le app ufficiali dei grandi negozi online e così evitare di essere reindirizzati a siti di dubbia provenienza, che potrebbero facilitare il pericolo di incappare in una truffa. 4. Limitarsi nel fornire dati personali.  Si consiglia, inoltre di non divulgare mai dati che non siano strettamente necessari per portare a termine l’operazione. Limitarsi quindi a fornire unicamente numero di carta, data di scadenza e indirizzo per il recapito del pacco. Le truffe online spesso risultano essere anche un modo per impossessarsi dei dati personali dell’acquirente. Pertanto, qualsiasi tipo di informazione privata non deve essere divulgata per nessun motivo. 5. Spedizione tracciabile. Assicurarsi sempre di scegliere una spedizione che sia possibile rintracciare in seguito al pagamento, anche se quest’ultima comporta l’aumento del costo del prodotto.    

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Una tv alternativa: 5 bizzarri show televisivi giapponesi

Un pudore ben lontano dagli standard europei, quello degli show televisivi giapponesi. Gli spettatori italiani sono abituati a quiz show dai toni relativamente pacati e, per quanto avvincenti, statici nella struttura: si pensi allo storico Chi vuol essere milionario. Ora, guardando alle “sfide” che i partecipanti ai game show giapponesi devono affrontare, possiamo senz’altro affermare che il pubblico in studio e da casa si annoierebbe guardando i programmi delle reti italiane! Infatti, se Ciao Darwin vi è sembrato spietato e a tratti disgustoso, in Giappone i livelli di stravaganza e immoralità raggiungono vette intangibili per la televisione continentale. Tagliando deliberatamente game show in cui si baciano “cose” poco convenzionali e karaoke che coinvolgono le più intime parti del corpo, vi proponiamo i 5 show televisivi giapponesi più bizzarri che la televisione nipponica trasmette in barba alle domande di cultura generale degli show che spopolano nel resto del mondo. I 5 bizzarri show televisivi giapponesi che vi sbalordiranno Takeshi’s Castle. Legato all’infanzia di tutti i bimbi sintonizzati su K2 dopo cena, il programma ideato dal regista e attore Takeshi Kitano è stato trasmesso in Giappone dal 1986 fino al 1989, per poi approdare anche in Italia per la prima volta all’inizio degli anni novanta, commentato dalla Gialappa’s Band nel suo Mai dire Banzai. Il nome dello show è anche l’obiettivo del gioco: espugnare il castello di Takeshi (e vincere un premio di un milione di yen). In ogni puntata, un gruppo di 100 concorrenti capitanati dal Generale Lee deve superare una serie di improbabili prove come il Deep Float, in cui i partecipanti devono cercare di rimanere in equilibrio su delle piccole piattaforme sull’acqua, o Skittles, in cui i concorrenti travestiti da birilli giganti devono rimanere in piedi mentre uno scagnozzo di Takeshi cerca di colpirli con un’enorme palla da bowling. Pochissimi sono stati i giocatori che, arrivati alla fine del gioco (lo Show Down), hanno sconfitto il conte Takeshi (interpretato dallo stesso regista) e hanno preso il suo castello. Candy or Not Candy? In italiano potremmo tradurlo in Caramelle oppure no?: un titolo parlante considerando che i concorrenti devono indovinare se gli oggetti che vengono loro sottoposti durante il gioco sono o non sono dolci commestibili. Dov’è la difficoltà? I pasticceri del programma preparano delle “caramelle” incredibilmente verosimili agli oggetti più disparati: i giocatori, ad esempio, vengono messi innanzi a due scarpe esattamente identiche, una soltanto, però, è commestibile. Ma poco importa perché qualunque sia la loro scelta, fortunata o meno, dovranno mangiarla comunque. Pena: la squalifica. Dero! Dero! Il livello di pericolosità, in questo caso, si alza vertiginosamente. Le sfide che i partecipanti, divisi in due squadre da cinque, sono chiamati ad affrontare, infatti, non hanno nulla a che fare con percorsi ad ostacoli o domande a cui rispondere a tempo: devono, ad esempio, disinnescare ordigni, risolvere il cubo di Rubik mentre parti del pavimento della stanza in cui sono rinchiusi spariscono, oppure attraversare strisciando o correndo cunicoli strettissimi mentre le pareti si restringono. Downtown no gaki no tsukai ya arahende!! Conosciuto […]

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Abbonamento Netflix condiviso, Together price è la soluzione

Sapete che esiste l’abbonamento Netflix condiviso grazie alla piattaforma Together price? Tutti ormai conoscono Netflix, probabilmente la piattaforma streaming più famosa del mondo mediante la quale è possibile vedere serie Tv, film e documentari. Naturalmente ha un costo: ci sono vari piani di abbonamento dove è possibile condividere le spese con i vari utilizzatori. Nella realtà non è così semplice, perché bisogna raccogliere le quote di ciascuno (e c’è sempre il furbetto che non paga) e fare attenzione all’utilizzo combinato dei dispositivi. Per ovviare a tali inconvenienti nasce “Together price”, vediamo come funziona. Step 1 per avere un abbonamento Netflix condiviso Innanzitutto si accede alla app mediante il seguente link: https://www.togetherprice.com. Da qui puoi scegliere se essere “Admin” o “Joiner”. In pratica sei Admin se metti a disposizione degli altri il tuo abbonamento,mentre sei Joiner se ti aggreghi all’abbonamento di un altro utente. Step 2- Admin Vai su login (puoi accedere anche mediante il profilo facebook o gmail ) Clicca sul tasto “Crea” Valida il tuo cellulare Clicca su “Abbonamenti” Seleziona l’abbonamento desiderato (Netflix, ecc.) Inserisci i dati del servizio Accetta i termini e le condizioni d’uso Accetta le richieste dei partecipanti Le quote sostano nel “Wallet” e dopo 25 giorni possono essere trasferite sul proprio conto il servizio è gratuito per l’admin Step 3-Joiner Vai su login (puoi accedere anche mediante il profilo facebook o gmail) Clicca sul tasto “Partecipa” Clicca sulla condivisione dell’abbonamento  che preferisci Invia una richiesta all’Admin Aspetta di essere accettato Invia la tua quota con carta Mastercard o Visa  comprensiva delle commissioni di Together Price per le spese di transazione bancaria e di gestione della condivisione che sono pari a 0,99 euro (che invece l’Admin non paga) Together Price è un network made in Italy, nasce nel 2016 e registra attualmente più di 140mila utenti.  Non è attivo solo per Netflix ma anche per altre piattaforme, quali Dazn, Spotify, Apple Music, Google Play Music, Now Tv, Tidal, Amazon Music. Together Price dà anche la possibilità di condividere gli acquisti di software con licenze multiutente, software gestionali o accessi multiaccount e servizi business  (come G­Suite, Dropbox, Office, Adobe ,  Xbox e Steam e provider di Vpn). Abbonamento Netflix condiviso e l’affidabilità di Together Price I trasferimenti di denaro (mediante carta di credito e iban)  avvengono mediante la piattaforma Together Price, questo conferisce affidabilità al sistema. Tutto si basa su un rating di affidabilità che si basa sulla valutazione che gli utenti fanno gli uni con gli altri. E se poi, la “fregatura” dovesse comunque verificarsi, Together Price ti rimborsa.  Tutto è perfettamente legale e coerente in un’ottica di sharing economy anche perché la condivisione è possibile solo per abbonamenti multiaccount. Unico neo:  la condivisione è ammissibile – nel caso di alcuni client come Spotify – solo per persone che condividono lo stesso indirizzo, non importa se parenti o coinquilini.

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Libri

Libri

Silvio Valpreda e La minaccia del cambiamento (Recensione)

Il nuovo romanzo di Silvio Valpreda su un futuro distopico; illustrato da Andrea Bruno e pubblicato da Eris edizioni. Ecco la nostra recensione! La minaccia del cambiamento è il nuovo romanzo di Silvio Valpreda, pubblicato a settembre 2018 da Eris edizioni. Con la stessa casa editrice ha dato vita a Finzione infinita (2015), da cui ha ripreso la stessa idea di mondo distopico di matrice orwelliana. Per quest’opera ha deciso di collaborare con il fumettista e disegnatore siciliano Andrea Bruno, creando un testo particolare ed estremamente evocativo. La minaccia del cambiamento: la trama Crenn è un uomo adulto che vive in una società proiettata nel futuro. L’era è quella chiamata “della Stabilità”, dove tutto è controllato e normalizzato, mentre il cambiamento viene esclusivamente visto come una minaccia incombente sull’umanità. Non ha un lavoro o, meglio, vive di mansioni che gli vengono affidate da agenzie per la “sicurezza”: il suo compito è presidiare per tempi imprecisati immobili sfitti e disabitati fino alla loro vendita, per evitare che vengano occupati da abusivi. Spesso viene pagato in cibi precotti e in alloggio, qualche altra volta riesce a ottenere qualche extra, soprattutto se ingaggiato per le pulizie una volta venduto lo stabile. Tra un incarico e l’altro vive, come molti altri cittadini, per strada, rovistando tra la spazzatura e ben attento a non farsi prendere dalle autorità che non tollerano l’accattonaggio e le persone senza fissa dimora. Per pagare i vari servizi basta una “carta moneta” da avvicinare a dispositivi, macchinari e telefonini, per aprire porte serve l’autorizzazione che arriva direttamente a un chip sottocutaneo, per mangiare non si consumano mai materie prime ma solo scatolame. Le materie prime fresche sono per i ricchi e si vedono solo nei programmi televisivi. Le macchine private sono solo per i ricchi e l’unica fede esistente è quella della Chiesa della Preghiera e della Morale. Silvio Valpreda, un autore internazionale Valpreda ha vissuto in Italia, Messico e Germania, ottenendo durante la sua carriera premi e riconoscimenti. Probabilmente è questa sua ricchezza culturale che ha dato vita a un testo molto particolare, che spinge alla riflessione e all’analisi della società in cui siamo immersi. Già il titolo è di per sé esplicativo. In un luogo come il mondo immaginario e futuro rappresentato dall’autore scegliere di stravolgere la propria vita è impensabile. Lo hanno fatto nell’Era della Pre-Stabilità (ovvero la nostra epoca attuale, il ventunesimo secolo) e ciò ha portato solo a conseguenze nefaste. La società è tranquilla e deve rimanere tale e unita per “combattere” un nemico comune e alieno; che sia o meno un pericolo reale i cittadini non lo sanno ma ripongono estrema fiducia nelle imprese belliche e nel sostegno alla causa. Ma la popolazione di alieni non ne ha visto nemmeno uno così come non ha mai visto uno scontro, che sembra essere combattuto ben oltre la stratosfera. Integrità, fiducia e ordine sono le chiavi d’accesso per la società La parola chiave è quindi la fiducia, seguita dal pudore e dalla compostezza che risuona sempre […]

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Libri

Il dolore in un sorriso di Giuseppe De Martino

Giuseppe De Martino con il suo Il dolore in un sorriso è uno dei protagonisti del salotto letterario del Chiaja Hotel de Charme, noi lo abbiamo intervistato. Durante la conferenza stampa Poeté 10&Lode 10 anni di Letture e Libertà, tenutasi al Comune di Napoli per dare l’avvio al salotto letterario che si terrà presso Chiaja Hotel de Charme, ho incontrato in qualità di referente di Eroica Fenice l’autore emergente del libro Il dolore in un sorriso di Giuseppe De Martino. Questo giovane autore sarà presente ad uno dei numerosi incontri letterari, parlando del suo testo dal significato profondo. Giuseppe De Martino ci ha svelato i retroscena del suo libro con grande naturalezza e con spiccata sincerità. Ha dimostrato una grande maturità, parlando dell’inutile e stupida discriminazione da egli subita, lasciando a tutti noi un grande messaggio: bisogna saper riemergere dalle situazioni difficili, a testa alta e finalmente sorridere. Il dolore in un sorriso – Intervista a Giuseppe De Martino Il dolore in un sorriso titolo significativo che Giuseppe De Martino ha dato al suo testo che inizia con un ossimoro (parole opposte che rivelano sentimenti opposti) e questa opposizione persiste come fil rouge di tutta la vicenda raccontata. Dalla sofferenza all’amore, dalle insicurezze alla rivincita, dalla catarsi al desiderio di vivere completamente. L’intervista all’autore inizia proprio con una domanda in merito al titolo: 1. Il titolo del tuo libro è molto originale, perché racchiude il dolore ed il sorriso, si può dire due parole dal significato opposto. Perchè lo hai scelto? Ho scelto questo titolo perché fin da piccolo mi è stata negata la possibilità di sorridere, sono stato vittima di bullismo e dell’omofobia più cruda, tanto da sviluppare un’omofobia interiorizzata, ovvero ho iniziato a credere davvero che la mia omosessualità fosse una malattia, che io fossi sbagliato e che mentre tutti sorridevano e si vivevano il loro amore alla luce del sole, io dovessi serrare la bocca e restare nel buio della mia stanza. Ma è stato in uno di questi momenti più bui che ho aperto Word e ho lasciato che le mie emozioni, le mie paure guidassero le mie mani. Ho iniziato quindi a scrivere il libro  e quando le mie mani hanno scritto la parola “fine” la mia bocca, che era rimasta serrata, si è aperta in un sorriso. Da qui appunto il titolo Il dolore in un sorriso. 2. Spesso si dice che dalle battaglie più dure nascono vincitori più forti. Questa idea é presente nel tuo testo? Assolutamente sì, Più grande è la lotta più glorioso sarà il trionfo (cortometraggio The Butterfly Circus – Joshua Weigel). Mi vengono queste parole in mente pensando alle storie di tutti noi combattenti, che se pure cadiamo sempre, che se pure ci vogliono spezzare le ali, noi riusciamo comunque a volare. Spero che la storia di Cameron (protagonista del mio romanzo), sia d’esempio a tutti quelli che sono caduti, esempio per alzarsi e sorridere di nuovo, ma questa volta farlo con più forza. 3. Dalla trama si evince che l’amicizia é stato un […]

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Libri

La custode dei bambini morti, il romanzo noir di Maria Ielo

La scrittrice Maria Ielo è uscita nelle librerie italiane con il suo primo lavoro, La custode dei bambini morti, pubblicato da GoWare nella collana I pesci rossi. Ambientato nella suggestiva campagna umbra, il romanzo inizia con l’incontro – casuale, ma non troppo – tra Cristiana e un barbone, Alessio. Quest’ultimo la avvicina proponendole un lavoro ben retribuito, ossia, quello di recarsi presso il casale della sua famiglia, chiamato I Cipressi, per fare compagnia alla figlia tredicenne Beatrice. Subito dopo averle esposto le sue intenzioni, l’uomo inizia a raccontarle della sua vita passata e delle persone a lui care. Tra queste, oltre alla moglie Federica – appassionata così tanto di cucina da trasformare parte del casale in una piccola trattoria – al fedele Fabrizio – suo aiutante nonché innamorato segreto – e Alessandra – una cara amica della moglie divenutane in seguito l’amante – e ovviamente, la figlioletta dell’uomo. Beatrice, però, è morta dopo essere stata investita mentre era in bicicletta nel 1977, quindi, trent’anni prima l’incontro tra il padre e Cristiana. Quest’ultima, alla quale si unirà poi la governante Myrsine – dotata di speciali poteri – non sarà affatto spaventata da quanto raccontatole da Alessio e, incuriosita, deciderà di accettare l’incarico propostole entrando in contatto con un mondo popolato da fantasmi di bambini morti dei quali diventerà la custode. La custode dei bambini morti, un’atipica ghost story di Maria Ielo Fermandosi al titolo, ci si aspetterebbe dall’opera di Maria Ielo una storia inquietante, magari raccapricciante e sanguinaria. Invece, ci si trova catapultati in una realtà malinconica, nostalgica e sentimentale dove, a predominare, è lo smodato desiderio di esserci per le persone amate andando persino oltre la morte. Il ritorno della Beatrice fantasma – che vorrebbe essere vista dalla madre per salvarla dal baratro dell’alcool e dello stato di abbandono in cui è piombata dopo la sua morte – simboleggia proprio questo. Tuttavia, la piccola non potrà nulla contro gli eventi che si succederanno inevitabilmente né con il tempo che passa inesorabile anche per lei che, dei suoi tredici anni ha conservato solo l’aspetto esteriore ma non più la sua essenza di fanciulla innocente. Passando alternativamente dal passato al presente, permettendo a più personaggi di raccontare la storia dal loro punto di vista, l’autrice ha dato vita a un’inconsueta ghost story dove a predominare sono i sentimenti. Sentimenti molto contrastanti che, da un’iniziale tormento che aumenta declinando fino a toccare il fondo, diventano serena accettazione di eventi che non possono essere cambiati ma con i quali si può e si deve imparare a convivere per poter ritrovare la perduta pace interiore. La custode dei bambini morti cattura e mantiene vivi l’interesse e l’attenzione proprio grazie alla mancanza di eccessiva melodrammaticità e, soprattutto, per l’incredibile lucidità narrativa che si staglia su uno sfondo di romanzata irrazionalità.

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Libri

La veste nera di Wilkie Collins torna in libreria con la Fazi

Fazi Editore ripubblica La veste nera di Wilkie Collins a più di un secolo dalla prima edizione. Leggi la nostra recensione! Era il 1881 quando nelle librerie uscì La veste nera di Wilkie Collins. A distanza di più di un secolo l’avvincente romanzo torna nelle librerie in un’edizione completamente nuova, a cura di Fazi Editore. Il libro è una miscela di generi letterari che trovano un punto di equilibrio perfetto tra loro: giallo, noir, romanzo psicologico si succedono e si confondono in un unico risultato coinvolgente, da togliere il respiro. Wilkie Collins è stato uno scrittore inglese, amico e collaboratore di Charles Dickens. Prima di scoprire la sua vocazione per la scrittura, Collins provò ad esercitare la professione di avvocato e commerciante di tè. Considerato uno dei padri fondatori del genere poliziesco, alcuni dei suoi successi maggiori sono La Pietra di Luna, La donna in bianco e La Legge e la signora. La veste nera di Wilkie Collins, un libro e mille emozioni I protagonisti della vicenda intricatissima e piena di colpi di scena sono Lewis Romaine e Stella Eyrecourt. Il primo è un giovane bello e tormentato che, in seguito ad un grave avvenimento, sarà per sempre coinvolto in una lotta contro se stesso fatta di rimorsi e sensi di colpa. L’incontro con Lady Eyrecourt avverrà un po’ per caso, un po’ per fortuna su una transatlantico e segnerà la sua vita per sempre. Dal suo canto, la giovane donna è determinata a conquistare Romayne e a sposarlo, ma anch’ella nasconde un segreto che in passato l’ha segnata e il cui effetto destabilizzante solo in parte è stato superato. L’incontro tra i due darà motore a tutta l’azione: la vicinanza di Stella sarà un vero e proprio toccasana per i nervi scossi del giovane, la cui serenità tuttavia sarà minata in continuazione. Romayne inoltre, non solo è un giovane di bell’aspetto, ma è anche incredibilmente ricco. La sua tenuta di Vange Abbey sarà oggetto di brama sfrenata da parte di molti, in particolar modo di Padre Benwell, uomo religioso ai vertici delle massime cariche cattoliche, il quale ordirà una serie di trame per irretire Romayne e convincerlo a convertirsi dal protestantesimo al cattolicesimo, in modo tale da potersi appropriare della tenuta, considerata di proprietà legittima della Chiesa. La veste nera è un romanzo affascinante, coinvolgente, strutturato in maniera complessa, la cui identità talvolta confusa non è per questo un ostacolo al suo completo godimento. Scorre via leggero, grazie soprattutto alle diverse tecniche narrative impiegate: il racconto in terza persona è alternato a documenti-testimonianza di due personaggi in particolare, molto vicini a Romayne e a sua moglie. Un romanzo corale, a più voci dunque, che a suo tempo raccolse un gran successo e che la Fazi Editore ha avuto il merito di recuperare attraverso una nuova traduzione.

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Napoli & Dintorni

Food

Ghe Kalè: il lusso possibile al centro della Campania

Ghe Kalè, ci siamo stati e… Mangiare bene, se possibile con ricercatezza e in un bell’ambiente, sembra essere il leitmotiv delle nostre uscite e dei nostri impegni economici abituali. Indubbiamente, la qualità media si è alzata sia per la cucina, per il mood, la location. Bisogna altrettanto ammettere che, purtroppo, a volte il rapporto qualità/prezzo non coincide e scoraggia molti “buoni palati” dall’uscire a cena e concedersi delle chicche gastronomiche, impauriti dai conti salatissimi. Ghe Kalè, ristorante di San Paolo Bel Sito (Napoli), ha tra i suoi mantra il “lusso possibile”. Eroica Fenice è stata invitata con mano a tastare questa realtà. Ghe Kalè: dove, come? Ghe Kalè: dal greco classico, gea kalè, buona terra. La stessa fraseologia dal quale, probabilmente, deriva il nome del Monte Cicala, sotto il quale si è stanziato il nostro ristorante. Ci troviamo a San Paolo Bel Sito, piccolo paese da tremila anime ad appena qualche passo dalla più famosa Nola. Il Monte Cicala, sopra menzionato, viene anche descritto dal filosofo Giordano Bruno, che qui ebbe i natali. Un monte che ha fatto la fortuna degli autoctoni, per posizione geografica e prosperità. Siamo pressappoco al centro della Campania, nè più nè meno che nella sua pancia; quasi equidistanti dalle cinque province, un perfetto crocevia. Il ristorante Ghe Kalè: le persone, l’ambiente La Famiglia Bifulco, proprietaria della tenuta dove alloggia il Ghe Kalè, è una di quelle famiglie dove l’ospitalità sembra innata. Proprietaria di diversi boutique hotel e bnb a Napoli (tra i quali, ricordiamo, Le Stanze del Vicerè, Dei Decumani e il nuovissimo Hotel Santa Brigida), porta il folklore artistico partenopeo in provincia. L’arredo, impreziosito con sapienza qui e lì tra le camere, è stato affidato a Le voci di dentro, storica bottega di artigianato partenopeo. Ci si muove agilmente tra kitsch, barocco e neoclassico. Il piano inferiore dell’edificio è dedicato al progetto bistrot, una perla rara aperta in alcune serate dedicate, con menu differenti (talvolta, semplificati), e una limonaia che vede vita in climi decisamente più clementi. Gli ambienti presentano un lusso distratto, intellettuale, con opere di valore sapientemente utilizzate come arredi. La cucina è affidata all’executive chef Raffaele de Rise, solida personalità nolana formatasi nelle cucine di Gennarino Esposito (La Torre del Saracino, due stelle Michelin) e al sous chef Simone Heredia Jimenez, esperto nei diversi tipi di cotture all’aperto (brace, barbecue all’italiana e all’americana, e molti altri). Il ristorante Ghe Kalè: le proposte, i prezzi Se “Lusso possibile” è il payoff di Ghe Kalè, non resta che andare a verificare sul menu. I piatti hanno un costo variabile: gli antipasti vertono intorno ai 16 euro, con una proposta ad appena 8 euro (la “zeppola salata”); i primi piatti, vanno dai 12 ai 16 euro; così anche i secondi piatti. Menzione a parte per le portate “della tradizione”, a prezzi decisamente più contenuti: presenti ragù e carne alla brace, rispettivamente ad 8 euro e 10 euro. Per quanto riguarda i vini, la carta è corposa ma le proposte abbastanza semplici. Intuibili le molte […]

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Comunicati stampa

Premio Cartagine 2018: fra i vincitori Luciano Ruotolo

Il Premio Cartagine, istituito nel 2001, è un premio rivolto a personalità che, in diverse declinazioni della cultura e del sapere, si sono distinte – in Italia e all’Estero, indistintamente  – per le loro attività divulgative e intellettuali. Il Premio Internazionale Cartagine conferito a Luciano Ruotolo Il 19 ottobre scorso si è tenuta, presso la Sala Protomoteca in Piazza Campidoglio, a Roma, la cerimonia di premiazione del Premio Internazionale Cartagine 2.0 2018; alla cerimonia ha preso parte anche Luciano Ruotolo, maestro di pianoforte e direttore artistico (e curatore di interessanti manifestazioni ed eventi musicali fra cui il Mimas Music Festival, svoltosi a Procida dal 21 al 31 agosto scorsi) nonché cofondatore dell’Associazione Mousikè e dell’Accademia Musicale Europea («un circuito musicale basato sull’eccellenza e sulla valorizzazione di giovani musicisti, rendendoli protagonisti all’interno dello scenario nazionale ed internazionale attraverso l’ideazione di rassegne, laboratori, masterclass, corsi ordinari di alta formazione musicale ed è impegnata nella divulgazione della musica considerata come un mezzo necessario alla crescita ed alla formazione sociale», aveva lui stesso affermato in una piacevolissima ed interessante intervista pubblicata qualche mese fa, sempre qui, per Eroica Fenice). Luciano Ruotolo si è formato artisticamente presso il Conservatorio San Pietro a Majella, di Napoli, e presso l’Accademia del Teatro alla Scala, di Milano, e come si ricordava, affianca alla carriera pianistica, quella di Direttore Artistico rivestendo prestigiosi incarichi in ambito musicale. Luciano Ruotolo e il Premio Cartagine Ho avuto modo di conoscere Luciano al Palazzo Venezia di Napoli, dove il maestro tiene un corso di pianoforte; lì, in quella cornice storica ed artistica – e colma di pace e tranquillità, un locus amoenus in cui il fascino delle note del pianoforte fra il vento e lo stormire delle chiome degli alberi rievoca suggestioni profonde – Luciano si dedica alle sue lezioni di pianoforte con amore e dedizione, lì tiene concerti-saggio con i suoi allievi di pianoforte e concerti (fra cui una suggestiva serata fra il suo pianoforte e la voce del soprano Romina Casucci) e da lì sono partiti molti dei progetti e delle idee che hanno avuto risonanza internazionale. Da qui, da questo spirito internazionale della sua arte musicale, la motivazione del Premio Cartagine conferito a Luciano Ruotolo: “[…] La sua Arte Pianistica, viene acclamata in tour in Europa e negli USA. Ideatore di prestigiosi Festival a centri di Alta Formazione è impegnato nella divulgazione della Musica […] in virtù dei meriti acquisiti rappresenta uno dei massimi e più noti esponenti in Italia e all’Estero del Panorama Musicale […]”. Cosa significa per Luciano Ruotolo questo premio? «Il Premio rappresenta per me prima di tutto un’enorme sorpresa: è arrivato come un fulmine a ciel sereno; è un riconoscimento davvero importante considerando l’albo d’onore precedente ed il respiro internazionale. Mi ha molto emozionato, come primo impatto, alimentando la consapevolezza che il solco tracciato, con tanta passione,  è quello giusto. Viviamo in una società velocissima, a tratti cinica, dove l’Arte e la sua Bellezza vengono spesso piegate per logiche di mercato: noi proviamo, e parlo al […]

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Napoli & Dintorni

Open-Mic al Kestè, la stand-up comedy per tutti

Open-Mic al Kestè In questi anni il Kestè, storico locale della movida napoletana in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, ci ha regalato grandi appuntamenti con i migliori comedian italiani come Filippo Giardina, Giorgio Montanini e Pietro Sparacino. Per questa nuova stagione culturale, inaugurata lo scorso 2 Novembre con Gnut&Sollo e il Lia Hide Trio, i protagonisti della stand-up comedy non saranno nomi importanti della comicità italiana bensì potreste essere voi! Ebbene sì, Sabato 10 Novembre, Kesté Abbash darà a tutti la possibilità di esibirsi con il proprio monologo comico, le proprie battute o perché no, i propri sfoghi personali. La libertà sarà totale, non ci saranno temi prestabiliti, censure o vincoli di sorta. Open-Mic al Kestè, come partecipare Per esibirsi bisognerà prenotarsi chiamando al numero 3519910444. Ad attendervi saranno soltanto il palco, un faro, un’asta e un microfono: un’atmosfera intima e raccolta, tipica della stand-up comedy. L’orario di inizio è fissato alle 22:30, l’ingresso sarà gratuito ma, come avverte la direzione del Kestè nell’evento Facebook, “se ridete troppo vi chiediamo i soldi”. Attenzione quindi a non lasciarvi troppo andare. Per ulteriori informazioni inerenti questo evento vi rimandiamo per l’appunto all’evento Facebook che potete trovare  cliccando qui. Un lungo e interessante programma per la stand-up comedy al Kestè Abbash Dopo il successo di tanti spettacoli comici, ultimo Diodegradabile di Pietro Sparacino, il Kesté vuole consolidare il suo intimo e forte legame con la stand-up comedy e, per farlo, forse l’occasione migliore è proprio quella di dare una possibilità di esibirsi a chi è un comico alle prime armi e non trova spazi per la sua comicità. Non solo grandi nomi, dunque, ma anche un sostegno agli emergenti. Sia ben chiaro però, che i grandi nomi non mancheranno, non certo al Kesté. Il prossimo appuntamento con la grande comicità sarà infatti con il comedian palermitano Emanuele Pantano che si esibirà al Kestè Abbash Sabato 17 Novembre e di cui, sempre sul nostro portale, potrete presto leggere l’intervista che abbiamo realizzato grazie alla sua disponibilità. Dopo quest’ultimo appuntamento sarà poi la volta della comedian romana Velia Lalli il 24 Novembre, il primo Dicembre tornerà la formula Open-Mic ma questa volta con Edoardo Ferrario come ospite speciale e, infine, il 15 Dicembre toccherà alla comedian biellese Chiara Avanzo. Una stagione di stand-up comedy assolutamente da non perdere, non mancate!

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Food

Pizzeria Jolly (Palma Campania): 10 anni tra gusto e sociale

Dieci anni di attività, soprattutto per quanto riguarda la ristorazione, non sono pochissimi. Valgono ancora di più se a condurla è un giovane Maestro, che nel nostro caso risponde al nome di Gennaro Catapano, che nella sua Pizzeria Jolly porta avanti un percorso che si snoda tra la ricerca del gusto (sempre legato alla territorialità) e l’impegno per il sociale. Il 5 novembre Gennaro Catapano ha festeggiato questi primi dieci anni di attività ristorativa offrendo una panoramica gastronomica di ciò che si è fatto e ciò che si farà. Gennaro Catapano e Jolly: una storia di studio, passione e famiglia Il progetto Jolly nasce da un disegno coerente ad opera di Gennaro e suo fratello Angelo (poi trasferitosi a Milano e pizzaiolo di un’altra interessante realtà, quella di Pizzium). I due fratelli da sempre hanno cercato di portare la cultura della pizza napoletana fino in provincia, anticipando sul tempo anche molti altri pizzaioli ed impegnandosi in progetti per la riqualificazione dei luoghi della città di Palma Campania e zone limitrofe, oltre che del recupero dei ragazzi in difficoltà grazie alla partecipazione ai progetti del parroco Luigi Meola. La posizione della pizzeria è confortevole, su una grande strada di passaggio che collega l’Agro-Sarnese Nocerino all’Agro-Nolano, cioè le due grandi distese che insieme coprono una bella parte della Campania extra-cittadina. Una zona certo non povera di spunti enogastronomici interessanti, dai quali Gennaro ha sempre attinto – e con riconoscenza – a piene mani. La Pizzeria Jolly: percorsi d’autunno e d’inverno per i suoi dieci anni In concomitanza con il decennale, Gennaro presenta al pubblico della Pizzeria Jolly il menu protagonista dei prossimi mesi, “Percorsi d’autunno e d’inverno”. Dopo molto labor limae, sono sei le pizze in carta dedicate ai mesi più freddi dell’anno ma non per questo meno gustosi; per quanto riguarda i fritti, ci sono quattro nuove montanare interessanti. Le novità vedranno come protagonista, ovviamente, la terra dove è nato e cresciuto non solo Gennaro ma anche il team dei suoi collaboratori, tutti giovanissimi. Un’intera parte del menu sarà declinata al pomodoro: infatti, durante l’ultima edizione di My Social Recipe (che abbiamo ampiamente documentato), Gennaro ha ricevuto la menzione speciale per la miglior pizza al pomodoro elargita da Francesco Franzese de La Fiammante. Il capitolo antipasti vede il territorio rappresentato con un appetizer fatto di bocconcini di baccalà impanati su crema di broccolo romano e fiori eduli. Il baccalà è molto diffuso in questa zona grazie alla vicinanza di Somma Vesuviana, dove c’è uno dei commerci più fiorenti d’Europa in tal senso. Una rinfrescata è stata data anche al menu beverage: confermati i ragazzi del vicinissimo birrificio Okorei di Mariglianella, new entry con due referenze di Birra di Paestum e due referenze del Birrificio Aeffe di Nocera Inferiore. Per i vini, Gennaro si è affidato alle vicine Cantine Villa Dora che propongono vini di qualità esclusivamente dell’area vesuviana. I dolci sono affidati, come da tempo a questa parte, all’arte della Dolciaria Marigliano di San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Menu della serata del 5 […]

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Musica

Musica

ArsMusic Point, il progetto nazionale di ArsMusic

ArsMusic (scuola di musica/studio discografico/agenzia di eventi, con sedi a Napoli, presso Via Emilio Scaglione, 312 e Via Chiaia, 66) diventa ArsMusic Point. Si tratta del grande progetto nazionale che unisce centri musicali di grande spessore affiliati, nei quali è possibile seguire uno stesso piano didattico formativo di alto livello, certificato da Conservatorio e Università Estere. Cos’è il progetto “ArsMusic Point”? Ci si avvicina alla musica per curiosità. Perché, magari, accettare la propria condizione arreca noia. Perché si è in cerca di un “altrove”. Perché si ha bisogno di un anestetizzante, se c’è qualcosa che non va. Ci si avvicina alla musica come il tossico si avvicina alla droga. La musica è una trappola che cattura chi ne resta incantato. Indipendentemente da un atto deliberato di volontà, tu la segui, la preservi, la custodisci. E non ne puoi fare più a meno. ArsMusic Point è il rifugio di questa tipologia di tossicomani. ArsMusic, scuola di musica ArsMusic è un Centro di Alta Formazione Musicale nato nel 2013 da una passione fortissima, quella di Gennaro Pedagno: professore di musica, musicista, cantante, attore e regista. ArsMusic organizza corsi pre-accademici, basati sui programmi ministeriali del MIUR e autorizzati dal Conservatorio di Musica, e offre l’opportunità di conseguire Diplomi in Canto e in Strumento Musicale, certificati da esaminatori di Università Estere. La scuola istituisce, inoltre, corsi di preparazione ai provini per i talent show televisivi e alle selezioni del mondo artistico. È prevista un’audizione a titolo gratuito e un colloquio tra il docente e l’aspirante allievo, prima d’intraprendere il percorso didattico più adatto alle proprie esigenze. ArsMusic, studio discografico Lo studio discografico di ArsMusic offre spazi disponibili per provare e registrare la propria musica. Permette di pubblicare e pubblicizzare i lavori tramite i più importanti Digital Store, come “iTunes”, “Google Play” e “Amazon”. Inoltre, si occupa della gestione dei social e della realizzazione di siti web, oltre che di quella di book fotografici e videoclip professionali. ArsMusic, agenzia di eventi  Avvalendosi di associati musicisti, artisti, conduttori, attori, servizi di allestimento e audio-luci, realizza eventi di notevole competenza e professionalità: concerti, spettacoli, rappresentazioni teatrali, serate di gala, feste private e di piazza, cene-spettacolo, ricevimenti e matrimoni. Forte dell’esperienza acquisita con il tempo e il costante aggiornamento, ArsMusic Eventi s’impegna a fornire le soluzioni migliori per ogni esigenza. “ArsMusic” diventa “ArsMusic Point” con una missione ben definita: quella di aggregare gli amanti della musica più disparati, per vivere di lei a trecentosessanta gradi.

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Playing 4 Time il nuovo ep di Mux: intervista al producer

Playing 4 Time è il nuovo Ep del producer napoletano Gian Paolo Fioretti in arte Mux. Pubblicato dall’etichetta discografica Elastica Records, sempre molto attenta alle produzione elettroniche del Meridione, l’album arriva sei mesi dopo il suo primo lavoro discografico ufficiale ArtificialScape. L’Ep si compone di 5 tracce strumentali ( Test of Heart, Evening Tide, Sunrise Spring, Awake, Playing 4 Time) che si condensano intorno a uno unico concept: il tempo. Mux descrive e scolpisce attraverso le sue sonorità elettroniche i diversi momenti della giornata. Un invito in musica a riappropriarsi del proprio tempo, a viverlo e sentirlo, liberandosi dalle convenzioni del tempo circolare e cronometrato. All’interno di Playing 4 Time, intervista a Mux Come inizia il percorso artistico di Mux? Come ti sei avvicinato alla musica elettronica? Per prima cosa vorrei ringraziare Eroica Fenice per l’interesse e lo spazio concessomi. Direi che il mio percorso artistico e l’avvicinamento alla musica elettronica sono due elementi inscindibili. Infatti il progetto Mux è nato a cavallo tra il 2015 ed il 2016. Producevo beat “tradizionalmente” Hip Hop già dai primi anni del 2000 (all’epoca il mio pseudonimo era “DjVis”: feci uscire anche un demo dal titolo “Fuego Desaparecido”). Dopo varie produzioni, esperienze e collaborazioni, ho sentito l’esigenza di muovermi verso altre sonorità, anche perché nel 2009 avevo iniziato a studiare basso elettrico con Mario “4MX” Formisano (Almamegretta), che m’introdusse alla musica elettroacustica, alle sue varie forme compositive, ed al Dub, facendomi così incuriosire verso il mondo dell’elettronica in generale. Nel 2011, insieme ad altri due miei amici, decidemmo di formare un gruppo, gli Ear Injury, con cui ho avuto la possibilità di calcare diversi palchi in giro per l’Italia e di collaborare con artisti nazionali ed internazionali. Grazie a queste esperienze ho sentito la necessità di approfondire e migliorare le mie competenze e così, nel 2013, mi sono iscritto al corso di Musica Elettronica del Conservatorio di Avellino. Come nasce Playing 4 Time? Qual’è il lavoro che c’è dietro? Playing 4 Time nasce dalla riflessione del rapporto che oggi ognuno di noi ha con il “tempo”. Sebbene il “tempo” sia la dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi e all’interno di una composizione indichi il suo andamento/velocità (dunque dei riferimenti oggettivi ed universalmente codificati), allo stesso momento è una percezione soggettiva e strettamente personale, quindi non un sentire rigido e fisso; basti pensare a come negli ultimi vent’anni si sia modificato questo rapporto, anche grazie alle nuove tecnologie. “Prendendo tempo” è la traduzione più fedele del titolo dell’EP. È un invito a riappropriarsi del proprio tempo nonostante si viva immersi in una società frenetica, nella quale vige il culto dell’immediatezza e della velocità, che spinge sempre più l’individuo a divenire automa manovrato dai propri impegni ed angosce, non più libero di scegliere i propri ritmi. La scelta più rivoluzionaria oggi diventa quella di tornare a godere del significato più profondo di ogni frammento che abbiamo a disposizione, riappropriandosi del proprio quotidiano. Gli elementi cardine dell’intero EP, su cui […]

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INCONTRI: il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto (intervista)

Incontri è il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto distribuito dalla Smoka Rec a partire dal 31 ottobre 2018. Noi abbiamo intervistato i due artisti dopo averne ascoltato il disco. Nella scena Hip Hop del Sud Italia il rap si fa prepotente. Dal Cilento le voci sono di Crazy Han (Only Smoke Crew) e Raptus (Poeti maledetti) che si uniscono e danno vita ad una nuova collaborazione per un progetto fatto di incontri ravvicinati grazie ai quali si mantiene viva e integra l’identità dell’Hip Hop. “Incontri” è totalmente autoprodotto, le tracce sono 5 ( Incontri, Nell’armadio, Con chi conta, Senza regole, Viagg ), la metrica e il flow sono violenti, i temi fondamentalmente classici. Le produzioni sono quasi tutte a cura di Crazy Han per posse track hardcore che vantano collaborazioni varie: Skiaffone (Only Smoke Crew), Crazy, Kekko Maye, Slaymer (Bra Familia), The Sniper aka TicSnip (Only Smoke Crew). La voglia di farsi sentire è parecchia: in un contesto in cui l’evolversi del rap va a rilento, certe battaglie lessicali sono necessarie. La forza di quest’album è la consapevolezza di una cultura intoccabile quale l’Hip Hop e la maturità di artisti che masticano e fanno rap con cura e passione. Incontri non è un disco per ciocci perché il RAP non è per ciocci. Con orgoglio il Cilento è linguisticamente presente in tutti le tracce in cui il dialetto presenzia alternato all’italiano. Dal 2014, il territorio è rappresentato nella scena Hip Hop dalla Cilento doppia H: un movimento indipendente che nasce grazie alla Only Smoke crew con l’intento di promuovere l’Hip Hop unendo tutti i producers, writers e MC del posto per formare un’unica famiglia cilentana. LA SMOKA REC DICE: N.B. «Questo è un disco RAP nato dalla passione per l’HIP HOP, se cercate autotune, “gang, gang, gang” e puttanate di questo tipo, avete sbagliato sia progetto che artisti.» Il resto ce lo dicono Raptus Molesto e Crazy Han. Incontri, intervista  a Crazy Han e Raptus Come nasce l’idea di questo progetto e come la collaborazione tra Crazy Han e Raptus Molesto? Crazy Han: L’idea mia inizialmente era di realizzare un mio progetto da solista in un periodo dove per motivi di lavoro abitavo fuori casa, successivamente Raptus è venuto a trovarmi e dopo avergli fatto ascoltare qualcosa decidemmo di portare avanti il progetto insieme. Raptus: Le fondamenta di questo progetto è l’amicizia, dopo svariati anni di collaborazioni e molteplici palchi calcati insieme, si è deciso di creare un qualcosa che avesse potuto racchiudere tutto il tempo passato a fare musica e non solo. Qual è il messaggio di fondo in questo EP che desiderate arrivi a chi ascolta ? Crazy Han: L’EP trasmette il personale punto di vista nei confronti di una cultura, che proprio grazie a certi “incontri” è diventata parte indelebile della nostra identità. Raptus: Quello di godersi della buona musica fatta con cuore ed umiltà, nel nostro piccolo cerchiamo di fare il possibile per far sì che le cose siano fatte bene, poi sta […]

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Musica

Parodie divertenti, le cinque canzoni che devi conoscere

Ogni opera originale, si sa, finisce inevitabilmente nella lente dissacratoria della satira, che può dare vita a parodie divertenti. Queste sono le nostre preferite Il mondo della musica è sicuramente una fonte inesuaribile per chi si vuole cimentare nel genere parodico e demenziale. Non si contano sulle dita di una mano il numero di canzoni famose deformate dalla comicità, variandone sia lo stile musicale che il significato originale in favore della satira politica e sociale, nonché per burlarsi di mode e tendenze culturali. In quest’articolo abbiamo raccolto cinque tra le parodie musicali più spiritose e irriverenti, fatte da gruppi e cantanti più o meno famosi. Buon ascolto (e buone risate)! 5 parodie divertenti tutte da ascoltare Tony Tammaro – Teorema La carriera di Tony Tammaro, nome d’arte di Vincenzo Sarnelli, è da considerarsi fondamentale per la storia della musica demenziale. Le sue parodie divertenti mirano a mettere alla berlina il mondo dei tamarri, nome con cui si raggruppa tutta quella fascia della gioventù napoletana dedita ad atteggiamenti lungi dall’essere eleganti e civili (e da ciò si capisce l’adozione del fittizio cognome “Tammaro”). Non è da meno la canzone che qui prendiamo in esame, Teorema. Tratta dall’album Da granto farò il cantanto, fa il verso all’omonima canzone di Marco Ferradini. Lo stile è pressoché identico, ma cambia decisamente il testo: nella prima parte Tony afferma che la donna, affinché ami un uomo, debba essere trattata male fisicamente e quasi senza dedicarle alcuna attenzione. Tutto cambia nella seconda parte dove prende la parola il suo amico, succube di una moglie manesca e crudele. Per quanto (erroneamente) la canzone ad un primo ascolto possa essere intesa come un incentivo alla violenza sulle donne, basta ascoltarla fino in fondo per osservare come il rovescio tipicamente parodico sia ben riuscito: e m’arricuordo ‘e parole ‘e mammà:/«tu in mano a chella fai a fine ‘e papà». Slashstreet boys – I’ll kill you that way Vi siete mai chiesti come sarebbero stati i Backstreet Boys, la boyband più in voga negli anni ’90, se fossero usciti dalla sceneggiatura di un film horror? La risposta a tale domanda sono gli Slashstreet Boys, band composta da cinque dei serial killer cinematografici più famosi: Freedy Krueger, Jason Voorhes, Ghostface, Michael Myers e Leatherface. In rete si trovano poche notizie sull’idea da cui è nato questo quintetto da incubo, ma quel che è certo è che i nostri eroi si cimentano nell’imitare lo stile e le movenze del complesso di Orlando. I’ll kill you that way, in particolare, fa il verso a I want it that way del 1999. Particolarità di questa parodia è la rielaborazione del testo originale, pieno di riferimenti ai film in cui i mostruosi membri sono protagonisti e che non passano inosservati ai fan dell’horror più attenti. Anche il videoclip viene rielaborato su modello di quello originale, con risultati davvero esilaranti. Se poi c’è il buon vecchio Freddy a fare da frontman, allora questa è davvero una band “da sogno”. ZeroDx – Una vita di panza Continuiamo la […]

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Teatro

Recensioni

Ebbanesis: Serenvivity al Teatro Sancarluccio

Serenvivity è lo spettacolo del duo Ebbanesis, composto da Serena Pisa e Viviana Cangiano, due giovani cantanti napoletane in ascesa nel panorama musicale italiano. Lo spettacolo, fra musica, canto e comicità, è in scena al Teatro Sancarluccio il 14 e il 15 novembre, nella meravigliosa cornice della Napoli alla moda di Via dei Mille. Ebbanesis: un progetto nato per gioco su internet La storia delle Ebbanesis è il perfetto esempio di come la nuova società delle comunicazioni e dei social network possa favorire l’emergere di differenti stili e forme artistiche: le due cantanti si sono fatte conoscere dal piccolo pubblico social grazie ad alcuni video su Faceboook, nei quali riarrangiavano pezzi della tradizione musicale, soprattutto partenopea, fra il serio e il faceto. In queste piccole, casalinghe performance, le Ebbanesis in favore di camera, voci più chitarra, divertivano un ristretto gruppo di spettatori, inserendo dei jingle all’americana su pezzi che hanno fatto la storia di Napoli (uno fra tanti, Carmela di Sergio Bruni, che diventa uno swing, o Ragione e sentimento di Maria Nazionale, presenti anche fra i pezzi di Serenvivity). In questo panorama si incastonano perfettamente alcuni pezzi inediti, come Pe’ mme di Alessio Bonomo e Marzo cu ‘tte della stessa Serena Pisa, che per la loro dolcezza e profondità completano il caleidoscopio di emozioni di uno spettacolo fuori dai canoni. All’origine del successo in ascesa per le Ebbanesis, dunque, qualche video su internet, alcune presenze in tv, qualche collaborazione che ha permesso loro di farsi notare in contesti più disparati, dalla partecipazione a Tu si que vales, alla richiesta di Maurizio De Giovanni, scrittore napoletano, di musicare Rondinella in occasione di una lettura d’opera, fino alla pubblicazione di un video con Fanpage con un medley sanremese, per non parlare di una serie di concerti sul territorio campano e internazionale . In Serenvivity le due talentuose promesse raccontano questi ed altri aneddoti che hanno segnato il loro percorso professionale. Le Ebbanesis in Serenvivity Le due cantanti si presentano sul palchetto del Sancarluccio nella massima sobrietà: una chitarra, un leggio, un baule per appoggiare alcuni essenziali oggetti di scena. Vestite con eccentrici abiti vintage, che ricordano un po’ le pin-up di un tempo, le Ebbanesis dimostrano che un palco non ha bisogno di grandi luci per mettere in evidenza il talento: sono le loro voci a fare da padrone sulla scena, i loro sorrisi e gli intermezzi per presentare i singoli pezzi, che donano un’aria di freschezza e comicità all’intero spettacolo. In Serenvivity si palesa non solo il talento, ma uno stile del tutto personale, una linea artistica spontanea ma ben definita, una volontà di portare avanti un progetto che ha tutte le carte in regola per imporsi anche all’esterno della nostra regione. In quell’ora e mezza di emozione e divertimento, le Ebbanesis stravolgono la tradizione, la rigirano a vantaggio di un sapore comico fra démodé, americano, grottesco, tragico. In Serenvivity trova posto non soltanto la musica della storia di Napoli, ma anche una rivisitazione in napoletano di Volevo un gatto […]

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Teatro

Emanuele Pantano a Napoli il 17 novembre, l’intervista

Emanuele Pantano è un comedian, autore, sceneggiatore, grafico, documentarista e pubblicitario. Vive in un mondo in cui tutti si definiscono “creativi”, con scarsi risultati. Guardare l’universo al contrario, sovvertire e creare non può essere appannaggio di chiunque, eppure la mamma dei creativi è sempre incinta. Emanuele Pantano sostiene che a volte per raccontare la verità, bisogna inventare una storia. È uno a cui piace giocare con le parole e lui fa questo da sempre, praticamente. Sabato 17 novembre sarà a Napoli, al Kestè, a raccontarci le sue verità. In attesa dello spettacolo, abbiamo assaggiato un po’della comicità di Emanuele Pantano, che si è reso disponibile per un’intervista. Emanuele Pantano, l’intervista Presenta Emanuele Pantano con il pezzo che più lo rappresenta. Di solito, la mia apertura è – Sono Emanuele Pantano, comedian, autore e sceneggiatore, grafico, documentarista, pubblicitario, in una parola “freelance”, che è la versione 2.0 di “disoccupato”, però io preferisco “freelance” perché mia madre non conosce l’inglese e pensa che faccio un lavoro vero. – Sono uno, quindi, che nella vita fa il “creativo”. Da sempre. Nei fatti, fare il “creativo” vuol dire anche non avere una stabilità in termini contrattuali, dunque, scherzo su questo. Se Emanuele Pantano potesse rinascere, in quale comico si reincarnerebbe? Forse, se Emanuele Pantano potesse rinascere si reincarnerebbe in Francesco Scimemi. Tu dici -Chi è?-, giustamente. È un prestigiatore pazzo, che però io adoro. Se dovessi nominarti persone che ammiro tantissimo dal punto di vista teatrale, tra i miei preferiti, ce n’è uno napoletano, Francesco Paoloantoni. L’ho conosciuto personalmente e  ho avuto la possibilità di lavorarci un pochino insieme. Hai presente quando ti dicono che è meglio non conoscerli i propri miti? Sì. Bene. Lui, invece, conferma esattamente l’opinione che ti fai quando sei un fan. Riassumimi la vita di un comico in tre parole. Direi: “Osservazione”, “Sofferenza” e “Cattiveria”. Lavorare con le parole richiede responsabilità. Il lavoro del comico è, dunque, una cosa seria? Le parole non servono a niente. Se ci pensi realmente, ti rendi conto che le parole non cambiano proprio nulla in quanto dette. Nello spettacolo, ad un certo punto, dico -Se io ti chiamo “stronzo”, a te nei fatti non è cambiato niente. L’importante, nella vita, sono i fatti. Se io ti prendo, ti uccido, ti cucino, ti mangio e ti “caco”, diventi uno “stronzo” e ti ho cambiato la vita.- Per questo dico che con le parole si può giocare. Sempre. In continuazione. Le parole non hanno nessun valore. Nessuno. Secondo me, diamo tantissimo peso alle offese, quando in realtà sarebbe bellissimo se riuscissimo a farci offendere, ad esserne felici addirittura, perché quando offendi gli altri ti liberi, sei sereno. Se tutti ci potessimo offendere vivremmo in un mondo più pacifico, perché non accumuleremmo violenza e rabbia. Se invece smetti di offendere le persone, esplodi, perché gli “stronzi” sono “stronzi”. Non c’è niente da fare. Quindi, o glielo dici o prima o poi esploderai. La scrittura è una compagna inseparabile di Emanuele Pantano. Quando e com’è nata quest’amicizia? […]

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Teatro

il Kestè aperto a tutti gli stand up comedian per l’Open-Mic

Open Mic al Kestè, quando la comicità è aperta a tutti gli stand up comedian Sabato 10 Novembre è iniziata un’altra grande stagione di stand-up comedy al Kestè, lo storico locale della movida napoletana in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli. Per questo inizio, nessun grande nome della comicità ma uno spazio e una possibilità di esibirsi per tutti gli stand up comedian emergenti e non. Noi di Eroica eravamo lì e questo è il nostro racconto della serata. Gli stand up comedian della serata Ore 23:15, comincia la serata e prende parola l’esperto Maurizio D. Capuano. “Ma sull’evento c’era scritto alle 22:30” direte voi, ma si sa che quando gioca il Napoli i tempi si allungano sempre in maniera indefinita. Maurizio dà il via allo spettacolo saggiando il pubblico, decisamente cospicuo e attivo, con un po’ di comicità slapstick, per intenderci, la comicità che sfrutta molto la corporeità e il linguaggio del corpo: quella di Charlie Chaplin per intenderci ancora meglio. Dopo numerose battute sul nuovo governo e sui ciccioni è il turno del primo vero emergente della serata: Antonio Giuzio, diciannovenne potentino. Antonio si mostra un po’ impacciato forse è l’inesperienza o forse fa soltanto parte del suo personaggio. Al di là di questo dilemma, si mostra molto divertente e interessante da ascoltare. Racconta del suo alcolismo precoce iniziato in tenera età al catechismo. Alcolismo iniziato per colpa delle ostie, unico cibo presente in Chiesa, che si attaccavano fastidiosamente sotto il palato e che quindi cercava di mandare giù con il vino, l’unica bevanda presente in Chiesa. Dopo Antonio è poi il turno di un altro potentino Valerio Bulsara, anche lui come Maurizio un comedian esperto e navigato. La sua esperienza si nota subito dalla sua presenza sul palco: imponente e d’impatto. Valerio trasmette grande energia con il suo vocione. A dispetto delle apparenze, Valerio dice di essere una persona molto timida. Una timidezza che deriva però non dalla sua insicurezza ma dalla convinzione di essere migliore degli altri. Sviscera così esilaranti aneddoti sulle sue incontinenze urinarie d’infanzia e sui modi surreali con cui cercava di mascherarle. La parte più esilarante del suo monologo è però quella riguardante la sua disavventura con Nino D’Angelo. Valerio aveva praticamente realizzato un video-montaggio in cui Micheal Jackson cantava una canzone del Nino nazionale (clicca qui per il video). Qualche tempo dopo il video gli venne “rubato”, privato del copyright e messo in rete in qualità scadente per divenire virale un po’ in tutto il web. Dopo svariate ricerche, Valerio scoprì che la fonte della viralità era proprio la pagina di Nino D’Angelo! Fatte le dovute spiegazioni, Nino diede appuntamento a Valerio per poter parlare di persona ma ecco, a quell’appuntamento si presentò soltanto Valerio… Arriva poi il turno di un altro giovanissimo, Stefano Viggiani che incentra il suo divertente monologo sulle assurdità che possono capitare su una piattaforma come Tinder. A chiudere lo spettacolo tocca di nuovo a Maurizio D. Capuano che continua con la sua irriverente ironia a prendere in giro […]

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Teatro

“Il Barbiere di Siviglia”, lo splendido remix di Gianmarco Cesario al Tram

Recensione dello spettacolo di Gianmarco Cesario “Il Barbiere di Siviglia” andato in scena il 9 novembre al teatro Tram di Napoli Può un’operetta buffa di Gioacchino Rossini essere rappresentata con successo nel 2018? A questa difficile domanda ha brillantemente risposto il regista Gianmarco Casario che, con la sua riscrittura in chiave moderna de “Il barbiere di Siviglia”, è riuscito nell’ardua missione di dare nuova vita al libretto rossiniano, così da poterlo rendere maggiormente fruibile ad una platea moderna, senza scimmiottamenti, senza farne una caricatura. Anzi, lo spettacolo presentato al teatro Tram di Napoli ieri sera è realizzato, cantato ed interpretato talmente bene da tutti i suoi interpreti da affermarsi, da avere un’anima e una dignità drammaturgica propria. “Il barbiere di Siviglia”, la rivisitazione di Gianmarco Cesario, factotum del Tram La pièce, una rivisitazione del  libretto originale attraverso la contaminazione con il copione di Beaumarchais, narra, nota dopo nota, l’amore del Conte d’Almaviva per la giovane Rosina. Ad aiutarlo nell’impresa di liberare la fanciulla dalle grinfie del suo tutore, Don Bartolo, ci sarà il factotum della città, il barbiere Figaro. La matrice comica che fa da sfondo alle vicende avvicina questa opera buffa alle opere di Plauto, dove la centralità dei servi – Figaro e Don Basilio in questo caso – è innegabile. Gianmarco Cesario ha scelto di riproporla in chiave moderna, in chiave rock – Figaro, ad esempio, assomiglia nel vestire al chitarrista  Santana  –  e tutte le arie mantengono il testo originale ma risultano arrangiate con sound e generi più vicini al gusto musicale contemporaneo. Dallo swing al soul, passando per il rap e il pop, il “Barbiere di Siviglia”, grazie agli arrangiamenti di Mariano Bellopede, non è mai stato così allegro e vitale. Nato proprio con l’intento di avvicinare i giovani alla musica classica, incuriosendoli con i remix proposti, lo spettacolo prodotto da Fratelli Di Versi è una gioiosa celebrazione della vita e dell’amore, una pirotecnica esplosione di colori, suoni e momenti che riconducono l’arte teatrale alle radici, alla sua essenza liberatoria. Da non perdere. “Largo al factotum della città“! — BIGLIETTI intero: € 12,00 | under 26 e Web: € 10,00 Biglietti on line: https://www.teatrotram.it/biglietti/il-barbiere-di-siviglia/ Card 5 spettacoli a soli € 40,00 — info e prenotazioni: cell: 342 1785930 (anche whatsapp) email: [email protected] — TRAM Teatro Ricerca Arte Musica via Port’Alba 30, Napoli www.teatrotram.it in collaborazione con Mestieri del Palco progetto Zeta e Teatro dell’Osso

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione. Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto. Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare. Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta. Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine. Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito. Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo. Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine. “Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile. Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante. E ti guardo, vedendoti per la prima volta.

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