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La gatta della regina per La Lepre Edizioni

La gatta della regina per La Lepre Edizioni | Recensione Con La gatta della regina, pubblicato lo scorso febbraio per La Lepre edizioni, continuano le avventure della famiglia de Mesa nell’intreccio di amori e intrighi politici sapientemente tessuto da Marco Calamai de Mesa e Domitilla Calamai. Il romanzo riprende il filo della narrazione de La mantella rossa spostando le lancette in avanti di vent’anni e concentrando l’attenzione sulle vicende della nuova generazione, i tre fratelli Álvaro, Inés e Juan de Mesa. A pochi anni dalla scoperta dell’America, l’improvviso ampliamento dei confini del mondo conosciuto ha profondamente alterato gli equilibri geo-politici del vecchio Continente costringendoli a continui e convulsi mutamenti. Dall’osservatorio privilegiato del las Islas Afortunadas, Diego de Mesa e la moglie Clara Fonseca guardano con curiosità e apprensione ai repentini cambiamenti sociali e politici in atto nell’Impero di Carlo V provando a cogliere in essi le più propizie occasioni di successo e affermazione per i tre figli. Diversi tra loro per carattere e attitudini, i tre giovani de Mesa sono alle prese con le prime sfide e i turbamenti dell’età adulta, tutti in egual misura divisi tra il desiderio di mettere alla prova il proprio valore e la paura di misurarsi con uno scenario immensamente più grande di quello, limitato e ormai familiare, dell’isola di Tenerife. Álvaro lascerà l’isola natia per seguire il mercante genovese Francesco Parodi, seguendo la rete commerciale di Parodi tra le Canarie, l’Andalusia e Genova, e sarà coinvolto dall’Ammiraglio Andrea Doria in un’importante missione diplomatica presso la corte dell’imperatore Carlo V. Inés si trasferirà presso la residenza della regina Giovanna, madre di Carlo V, a Tordesillas, con l’obiettivo dichiarato di contrarre un matrimonio adatto al suo rango, ma si lascerà coinvolgere nelle vicende politiche dell’epoca, partecipando attivamente alla rivolta dei comuneros capeggiati da Maria Pacheco. L’amore per questa donna carismatica e la scoperta della sua vera identità sessuale porteranno Inés ad una maggiore consapevolezza di se stessa e del ruolo che intende assumere nei confronti della propria famiglia. Juan, appassionato di botanica, otterrà dalla famiglia il consenso a prendere parte ad una spedizione nel Nuovo Mondo con l’obiettivo di studiare e proteggere la flora locale minacciata dalla violenza dei conquistadores. Sullo scenario delle vicende familiari dei de Mesa c’è un mondo in subbuglio ed in continua espansione. Gli intrighi di corte per isolare e controllare la regina Giovanna, le manovre di Carlo V per consolidare il potere sul suo immenso impero, le rivolte dei comuneros castigliani per difendere i propri interessi commerciali e il violentissimo impatto del colonialismo sulle popolazioni indigene del continente americano sono i molteplici temi che si sovrappongono alle vicende personali dei protagonisti. Con precisione e rigore, La gatta della regina ci riporta indietro nel tempo ad un mondo e ad un contesto storico lontanissimi dal nostro, offrendoci una chiave di lettura equilibrata e oggettiva per comprenderne le dinamiche e i risvolti sociali. Senza mai oltrepassare il confine del giudizio etico, la narrazione ci fa rivivere dinamiche sociali che potrebbero sembrare inaccettabili al […]

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Diario di una quarantena. Il rumore nel silenzio

Ciao Covid-19. È una ventinovenne che ti parla, una ventinovenne alle soglie dei trenta, restia e un po’ timorosa nell’immergersi. Lo sai che stai mettendo a dura prova cuori, umori e desideri di quanti rimpiangono la libertà di un contatto, di una passeggiata di fronte al mare, di un bacio che sa di universo? Tra queste migliaia di cuori stropicciati c’è anche quello di una ragazza, donna e fanciulla a seconda della Luna. Lei è una sognatrice. Ama volare senza freni, senza direzioni, senza inibizioni. Ama l’arte, in tutte le sue forme. La musica nutre la sua anima, insieme all’amore, con cui e per cui vive. La danza scandisce il tempo, che come un bradipo si trascina lento nel suo cuore, ma a ritmo deciso. La scrittura accompagna le sue giornate, tristi e gioiose, inducendola a vomitare catarticamente quell’oceano di segreti e pensieri, i più reconditi dell’essere. Lei avverte in sé quell’infinito, quell’immenso che trova spazio in un corpo piccolo, pronto ad esplodere e inondare tutt’intorno di magia e bellezza. Lei sente un’energia, che si propaga dentro e fuori, come in un flusso di onde gravitazionali, brillando come stelle e ardendo come il fuoco della passione. Ma sai bene, Covid-19, che in un periodo come questo, di ardue restrizioni e limitazioni alla libertà di movimento e contatto, tale incredibile iperuranio dell’anima non può che esprimersi in uno spazio infinitamente più piccolo di quanto possa essere quello del mondo intero o di una grande città. Ma l’anima di questa ventinovenne è determinata a cercare la luce, anche nell’apparente tunnel di disagio e crisi personale. L’anima di questa eterea sognatrice prende forma in passioni concrete, decidendo di porre la mente al servizio del cuore e il cuore al servizio della mente. Testarda e viva, solleva i cerotti dalle ferite della sfiducia, decidendo sicura di continuare a concedersi il nutrimento che merita. Qui interviene Lei, oasi nel deserto e cibo in periodo di carestia: la musica. Ecco che quell’anima bisognosa d’amore e assetata di emozioni che spezzano il fiato rispolvera passioni assopite. Si ritrova lì, davanti a quel vecchio pianoforte, quanto mai inedito ora nei suoi pensieri. Lo scruta, lo sfiora, passando delicatamente i polpastrelli dal nero al bianco dei tasti, producendo suoni delicati alternati a quelli più gravi o acuti. Sfiorando quel magico strumento comincia ad avvertire in sé la primavera del cuore. Nella mente immensi campi, alberi e sentieri si colorano di una caleidoscopica fioritura. Gli uccellini inscenano spettacoli canori, accompagnati dallo scroscio di un ruscello e dal vento che crea con le foglie soavi percussioni. Ecco che in quell’anima, spesso insicura, a volte un po’ claudicante, si insinua l’orchestra dell’armonia universale, qualcosa di immenso e vibrante pur nello spazio fisico di una stanza. Lancia una sfida con se stessa: riuscire a suonare e cantare I’ll Never Love Again di Lady Gaga e Bradley Cooper, con tutta la bellezza e la forza che ad ogni nota si rigenerano nel cuore. Le labbra cominciano ad emettere suoni incantevoli e le mani intraprendono […]

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Teatro virtuale, iniziative per superare l’isolamento

Il teatro diventa virtuale riaprendo le sue porte per superare questo momento così critico, e uscire dall’isolamento forzato. “Senza arte, letteratura, teatro, musica non esistono popoli, ma soltanto masse senza identità.” Nei giorni in cui l’Italia faceva i conti con le proporzioni del contagio e prendeva le misure delle strategie più adatte ad arginarlo, i primi ad essere chiamati al sacrificio della sospensione delle attività sono stati teatri, luoghi di cultura e divertimento. Troppo pericoloso tenere aperti luoghi di grande aggregazione, troppo difficile garantire la sicurezza di artisti e spettatori, così le porte si sono chiuse per tutti sui palcoscenici italiani lasciandoci un po’ orfani di poesia e bellezza. Ma in una città come Napoli il teatro non è solo spettacolo e diversione, il teatro è cultura ed identità civile, il teatro è coscienza e senso di appartenenza ad una collettività viva e creativa. Nella piena consapevolezza del ruolo che l’arte teatrale può avere in un momento così critico, il teatro ha riaperto virtualmente le sue porte per continuare a regalare momenti di arte e riflessione, o semplicemente per fare compagnia ai suoi smarriti figliastri. Con questo spirito il Teatro San Carlo ha lanciato, fin dai primi giorni di applicazione delle misure preventive, l’iniziativa #stageathome con l’intento di continuare a diffondere arte e musica in tutte le case. Il teatro (virtuale) San Carlo a casa tua L’iniziativa prevede una fitta programmazione di spettacoli delle passate Stagioni che potranno essere fruibili direttamente da casa attraverso i canali social del Teatro, tra cui spiccano Cavalleria Rusticana, Manon Leascaut e la coreografia di Cenerentola. Accanto alla programmazione artistica, viene inoltre proposta una lunga serie di contenuti extra che vanno dalla possibilità di fare tour virtuali del teatro alla fruizione di approfondimenti storici, backstage e interviste disponibili attraverso le piattaforme RaiPlay, YouTube e Opera Vision. Alle iniziative del San Carlo fanno eco molti altri teatri partenopei tutti accomunati dallo sforzo di tenere vivo il patto d’amore che li lega alla propria gente e alla propria terra. Il Teatro Stabile di Napoli mette a disposizione dei suoi fedelissimi spettatori una selezione di video di spettacoli che hanno lasciato il segno nelle passate Stagioni, ad aprire la rassegna virtuale ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli e Mal’essere di Davide Iodice. Ma anche per lo Stabile i contenuti si diversificano nelle forme creative, lasciando spazio a monologhi sperimentali dei giovani studenti della scuola teatrale attraverso la campagna #teatroacasa; una forma di comunicazione e interazione che unisce l’esigenza di sperimentazione dei giovani attori alla voglia d’arte degli spettatori il tutto chiuso nella scatola del web. Infine gallerie fotografiche e raccolte di citazioni tratte dalle più famose produzioni del Teatro Stabile trovano spazio nell’iniziativa Memorie d’archivio a ripercorrere i momenti più belli della giovane storia del Teatro. Da segnalare sono poi le iniziative virtuali e le condivisioni di video e materiale creativo da parte di molte altre associazioni teatrali. Ricordiamo la stagione virtuale inaugurata dal Nest Napoli Est Teatro, inaugurata il 9 Marzo con la diretta streaming dello spettacolo “Muhammed Ali” […]

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Come affrontare la quarantena, i consigli della dottoressa Gaetana Polo

Vi proponiamo di seguito la nostra intervista alla psicologa e psicoterapeuta Gaetana Polo, impegnata da anni in ambito clinico, forense e delle cooperative sociali, per affrontare con più serenità questo periodo di isolamento. È un momento difficile. L’essere umano è per natura un essere sociale. La frenesia della vita quotidiana ci risucchia in una spirale di impegni e faccende che spesso ci allontanano dal nostro io più profondo, ed è per questo che in situazioni di emergenza, come quella che ci troviamo a vivere oggi a causa del Coronavirus, siamo spesso disorientati e la paura prende il sopravvento. L’isolamento forzato a cui siamo costretti, per quando sia per il nostro bene, ci mette di fronte al confronto con noi stessi, quello che spesso ci spaventa più di tutti. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso cercare aiuto in persone competenti come psicologi e psicoterapeuti può essere una vera e propria salvezza. In un momento come questo, più che mai, l’aiuto di un esperto può essere fondamentale come lo è la dottoressa Gaetana Polo, la quale ci ha concesso la seguente intervista. Come affrontare la quarantena, l’intervista alla psicologa Gaetana Polo -L’essere umano è per natura spinto alla socialità; la mancanza di contatto sociale in che modo influisce sul benessere del singolo? L’essere umano è di per sé un individuo che, durante la sua evoluzione, ha sviluppato un comportamento collettivo che lo induce a intrattenere delle relazioni interpersonali e a sentirsi pienamente realizzato se è in relazione. Sicuramente esse sono fonte di appagamento e senso di sicurezza. La “mancanza di contatto sociale” a cui ci sta costringendo la presenza del COVID-19 incide sul benessere del singolo creando un innalzamento dei livelli di stress emotivo. In questo momento è normale sentirsi spaventati, soli e confusi, quindi bisogna trovare un nuovo adattamento a questo cambiamento spazio-temporale. Fortunatamente dentro ognuno di noi si attivano delle modalità di reazione che ci permettono di tollerare lo stress. Basti pensare alle persone che in questo momento si dedicano di più ai propri hobby, a cucinare o alle tante iniziative che si stanno diffondendo (flash mob), all’utilizzo dei social che in qualche modo mantengono il “senso di collettività” e di “contatto” in un modo diverso. -Cosa possiamo fare per non essere sopraffatti dalla negatività delle informazioni che ci arrivano? Sicuramente la capacità di adattarsi a questo cambiamento di vita dipende da vari fattori, tra cui anche l’agente stressante. Se quest’ultimo viene amplificato notevolmente con numerosi stimoli informativi, tendiamo a essere sovraccaricati e a sentirci sopraffatti, in quanto stiamo ancora costruendo il nostro nuovo adattamento essendo una situazione ancora in fase di emergenza. Pertanto bisognerebbe attenersi solo alle notizie divulgate dalle testate giornalistiche nazionali e rifarsi solo a fonti scientifiche per comprendere al meglio la problematica e il rischio in modo da poter poi prendere precauzioni ragionevoli. Bisognerebbe, in ogni modo, ridurre il tempo che si trascorre a guardare o ascoltare informazioni che possiamo percepire come spaventosi, al fine di limitare anche la preoccupazione e l’agitazione. […]

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Amuchina: il disinfettante made in Italy compie 70 anni

Il disinfettante Amuchina compie 70 anni ed é considerato uno dei prodotti più utili e conosciuti dagli italiani ed é adoperato per la pulizia, disinfezione ed igiene della cute e delle superfici. La sua realizzazione é avvenuta a Genova nel 1939 ideata da Pietro Giaviotto e suo figlio Giorgio ed é considerata il miglior disinfettante utilizzato in tutta Italia con grande frequenza e composto da un’alta percentuale di cloro ed alcool che lo rendono altamente antibatterico. La storia dell’Amuchina è genovese e rappresenta un orgoglio nazionale tutto italiano. L’Amuchina, potente disinfettante dalla forte azione antibatterica ed antivirale, diventò nel periodo che va dagli anni ’50 fino agli anni ’70 prodotto leader negli ospedali per sterilizzare e rendere igienici le sale operatorie ed in particolar modo per i macchinari della dialisi. Negli anni ’80 si stima che l’Amuchina sia stata largamente utilizzata per la sua azione antimicrobica sia la cute che per igienizzare le superfici di luoghi pubblici condivisi da centinaia di persona come poste, banche ed uffici e per disinfettare sia frutta e verdura sia capi di abbigliamento. Amuchina: prodotto fondamentale contro il Colera e il CoronaVirus Essendo uno dei disinfettanti più conosciuti e potenti a livello europeo, l’Amuchina é stato un prodotto chiave ed essenziale per combattere l’epidemia di colera che colpì il Sud Italia in particolar modo la città di Napoli nel 1973. È stato indispensabile utilizzarla per rendere l’acqua potabile e senza batteri e per disinfettare grandi quantità di frutta e verdura provenienti dai mercati. Oltre al boom economico che l’Amuchina, prodotto Made in Italy per eccellenza, ha ottenuto negli anni 2000 quest’anno a distanza di 20 anni ha raggiunto picchi vertiginosi di vendita a causa del Coronavirus, il male del 2020, che sta colpendo in Italia oltre 30000 persone. L’Amuchina è considerata un disinfettante prezioso che è andato a ruba nei mesi di Febbraio/Marzo 2020, risulta essere il prodotto più venduto per poter contrastare il Coronavirus che si sta espandendo rapidamente per tutta la penisola italiana. Considerato da oltre 50 anni un orgoglio nazionale, si è rivelata davvero molto valida ed utile per disinfettare la cute delle persone che lavorano o viaggiano e per tutti coloro che sono anziani o malati, di conseguenza particolarmente fragili. Il disinfettante Amuchina compie 70 anni: Speculazioni sul prezzo Il prezzo dell’Amuchina é salito esponenzialmente ed é stato spesso definito prezzo stellare, poiché nel giro di un paio di settimane tutte le farmacie, i supermercati ed in negozi specializzati di igiene della persona sono rimasti sprovvisti. È iniziata così una corsa sfrenata per acquistare online il disinfettante ed é proprio tramite gli e-commerce che si sono avute le più grandi speculazioni ad esempio la vendita di 4 confezioni di Amuchina di 800ml al prezzo superiore ai 100 Euro. Ricetta pubblicata dall’ OMS L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per far realizzare un disinfettante forte simile all’Amuchina in questo periodo di emergenza Coronavirus, ha pubblicato la ricetta in modo da poterlo preparare a casa. Occorre procurarsi un recipiente ben pulito, l’alcool per liquori […]

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La Cultura non si Ferma di Maurizio de Giovanni

La cultura non si ferma! Maurizio de Giovanni, il famoso scrittore napoletano conosciuto ed apprezzato in tutta Italia per i suoi romanzi gialli avvincenti che scrive da oltre 10 anni, si impegna a contrastare la forte tristezza e paura che in questo periodo di epidemia del Coronavirus alberga nel cuore di tutti. Da persona colta comprende l’importanza di coinvolgere diverse generazioni in qualcosa di positivo e propositivo e lancia la nuova iniziativa socio-culturale online “La cultura non si ferma!” proponendo diverse tematiche e riunendo numerosi followers tramite dirette Facebook. Durante queste ha promesso di illustrare alcuni passi del suo nuovo interessante romanzo “Una lettera per Sara” edito da Rizzoli, la cui pubblicazione era prevista a marzo prima dell’emergenza sanitaria nazionale Coronavirus annunciata dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte. La Cultura non si Ferma di Maurizio de Giovanni: Di che si tratta? L’obiettivo dell’ iniziativa online “La Cultura non si ferma” mira a far divertire, riflettere ed unire tutte le persone, la maggior parte giovani che si sentono soli perché seguono il #iorestoacasa in queste settimane di permanenza a casa, per discutere in merito a diverse tematiche socio-culturali che possano spronare la mente ed il cuore contrastando cosi’ questo periodo nero che l’Italia sta vivendo. Oltre il #IoRestoaCasa divenuto virale sui social network, lo scrittore vuole esprimere un altro messaggio efficace: possiamo essere uniti anche se lontani, possiamo quindi stare insieme nello stesso tempo anche se a km di distanza. Tra i diversi obiettivo di questa iniziativa online lo scrittore Maurizio De Giovanni vuole dare impulso a tutti coloro hanno la passione per la lettura e per la scrittura, in particolar modo agli aspiranti romanzieri. La Cultura non si Ferma di Maurizio De Giovanni: Prima diretta La prima diretta che fa parte dell’ iniziativa online “La cultura non si ferma” è stata svolta dallo scrittore Maurizio de Giovanni sulla sua pagina Fanclub venerdì 13 marzo alle ore 17 ed ha ottenuto un successo incredibile perché seguita da oltre 300 persone tra cui molti giovanissimi. Solare e simpatico si presenta in diretta accogliendo con entusiasmo le numerose domande. Una tra le prime è “Ha intenzione di scrivere un romanzo sul Coronavirus? e lo scrittore risponde: “Non scriverò una storia sul Coronavirus perché il mio stile è quello di raccontare una storia, prendendo spunto dalla vita reale non descrivendo e riportando in un libro una storia totalmente vera. Consiglio ai giovanissimi di tenere un diario intimo non da pubblicare“. L’ invito dello scrittore Maurizio De Giovanni è quello di scrivere un diario personale dove la scrittura risulta essere un’ arma vincente per vincere la paura, per distrarre la mente e per fare un confronto tra passato e presente. Un’ altra domanda che viene rivolta allo scrittore è su quale musica predilige in questo momento e Maurizio De Giovanni risponde: “Grazie per la domanda è davvero molto importante in questo periodo ascoltare la musica personalmente preferisco quella jazz dalla sonorità calda, il pianoforte ed il sassofono. La musica è un ottimo rimedio […]

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Cinema e Serie tv

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American Crime Story – Il caso O.J. Simpson

Il caso O.J. Simpson è la prima stagione di American Crime Story, serie antologica dedicata a casi giudiziari che hanno avuto grande risonanza mediatica. La prima stagione è dedicata al processo giudiziario contro O.J. Simpson, ex stella del baseball con qualche partecipazione hollywoodiana alle spalle, accusato dell’omicidio dell’ex moglie Nicole Brown Simpson e del suo amante Ronald Lyne Goldman. Prodotta da Ryan Murphy, già produttore di American Horror Story, questa prima stagione è stata scritta e diretta da Scott Alexander e Larry Karaszewski. Se la stagione avesse l’obiettivo di raccontare un semplice processo giudiziario probabilmente inizierebbe col ritrovamento dei cadaveri, ma la scelta di Alexander e Karaszewski dimostra sin dal principio che Il caso O.J. Simpson sarà un caso mediatico prima che giudiziario. Infatti, O.J. Simpson è una persona di colore accusata di omicidio in un Paese che solo due anni prima è stato tramortito dai disordini di Los Angeles del 1992 provocati dell’assoluzione di alcuni agenti dall’accusa di uso eccessivo della forza nell’arresto di Rodney King, tassista afroamericano. Sono proprio le immagini, di quei tafferugli a dare l’inizio della prima stagione di American Crime Story. Questo contesto è fondamentale per comprendere Il caso O.J. Simpson. Gli avvocati saranno brillanti nello sfruttare quelle ferite non ancora rimarginate per raggiungere i loro obiettivi. Scott Alexander e Larry Karaszewski sfruttano le storie dei vari personaggi coinvolti per mostrare come Il Caso O.J. Simpson sia stato non solo caso giudiziario e mediatico, ma anche evento che ha sconvolto delle vite.  Ogni puntata è fondamentale per comprendere le conseguenze dei due processi sulle esistenze dei protagonisti con un’attenzione particolare agli avvocati dell’accusa e della difesa che hanno avuto un ruolo fondamentale in un processo ricco di colpi di scena e seguitissimo negli Stati Uniti. Il processo per la morte di Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson, e del suo amante Ronald Lyne Goldman inizia il 3 ottobre 1995. Durato 253 giorni e concluso con un verdetto emesso in meno di quattro ore, il caso è stato ricco di contraddizioni e contrapposizioni. Quella messa in scena dai registi è un’America in cui sono ancora evidenti le differenze tra uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e neri. Binomi mostrati allo spettatore attraverso le storie di personaggi difficilmente inquadrabili in una sola categoria e che per questo sono perfetti per rappresentare tutti i paradossi. Tra i tanti paradossi c’è sicuramente quello di O.J. che è sì nero, ma è soprattutto ricco e famoso ed è questo che gli permetterà di ottenere una serie di privilegi che non sarebbero mai stati concessi ad una persona povera e sconosciuta, al di là del colore della pelle. Tra i privilegi dell’essere ricco rientra la possibilità di permettersi un avvocato come Robert Shapiro, interpretato da uno John Travolta in grande rispolvero. L’elemento è importante se si considera che saranno proprio i rapporti privilegiati di Shapiro con la polizia a permettere la fuga spettacolare di O.J. seguita  da milioni di telespettatori. L’essere famoso, invece, comporta avere su di l’attenzione morbosa […]

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Cinema e Serie tv

3 film sul coraggio da vedere assolutamente

Consigliamo 3 film sul coraggio, tratti dagli ultimi 15 anni di filmografia, che hanno evidenziato il coraggio delle donne e degli uomini che combattono per raggiungere la loro serenità e la loro autorealizzazione. Il coraggio che si evince da queste storie, recitate magistralmente da Cate Blanchett, Robert De Niro, Meryl Streep e Anne Hathaway è una caratteristica fondamentale che dovrebbe guidarci nei momenti difficili. 3 film sul coraggio da vedere assolutamente Blue Jasmine (2013) A distanza di 7 anni resta uno dei film più apprezzati del panorama cinematografico. La talentuosa attrice Cate Blachett interpreta la protagonista Jasmine, una donna dalle mille sfaccettature emotive, che regala numerose sensazioni agli spettatori del grande schermo. L’attrice Cate Blachett per l’interpretazione profonda di Jasmine ha vinto il premio Oscar 2014 come miglior attrice protagonista. Jasmine, una donna elegante e mondana, vive a New York ed è obbligata a trasferirsi dopo il fallimento del suo matrimonio nell’umile casa di sua sorella Ginger. Questo trasferimento segna un importante momento nella vita della protagonista Jasmine dopo aver lasciato suo marito Hal, ricco uomo d’affari che riusciva a farle vivere una vita agiata. Da uno stile ricco ed aristocratico di vita, Jasmine si ritrova a condurre uno stile di vita caratterizzato da una fragilità emotiva evidente che lei tende a placare con i farmaci antidepressivi. L’instabilità psicologica della protagonista le fa vivere un’esperienza difficile e la convivenza con sua sorella Ginger ed il fidanzato Chili diventa pesante. Jasmine invece intravede la sua ancora di salvezza nell’incontro con Dwight, un diplomatico infatuato dalla sua bellezza, dalla sua raffinatezza. Il più grande difetto di Jasmine, che si evince lungo tutta la durata della pellicola, è la paura costante del giudizio degli altri. Woody Allen propone, quindi, tramite la sua regia, la storia di due sorelle e del loro conflitto interpersonale, di antichi rancori e senso di inadeguatezza, che termina con azioni di grande coraggio da parte della protagonista Jasmine.

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Storia del nuovo cognome, secondo capitolo de “L’amica geniale” di Elena Ferrante

A più di un anno dallo straordinario successo televisivo partenopeo de L’amica geniale, ispirato al romanzo di Elena Ferrante, dal 10 febbraio 2020 è ritornato ad emozionare su Rai Uno la storia di grande amicizia tra Lila e Lenù, con il secondo capitolo della tetralogia Storia del nuovo cognome, ancora diretto da Saverio Costanzo. Un’autentica serie evento, trasmessa in anteprima mondiale, così attesa dopo il successo del primo capitolo che ha conquistato nel 2018 non solo Napoli, ma l’Italia e il mondo intero. Merito della trama, così come della talentuosa interpretazione delle protagoniste Gaia Girace (Lila) e Margherita Mazzucco (Lenù) insieme agli altri attori, dell’ambientazione e del linguaggio, che hanno reso la storia così vera e genuina. Le due attrici hanno sostenuto una prova più che convincente, grazie ad una recitazione intensa, vibrante e spontanea che, in maniera eccellente, ha descritto le storie di miseria, lotta, tradimenti, sfiducia e crescita di due bambine divenute poi donne tra difficoltà, audacia, rassegnazione e volontà di svolta. Storia del nuovo cognome. Trama Come anticipato, Storia del nuovo cognome è il secondo capitolo della storia di Lila e Lenù , la storia di questa straordinaria amicizia raccontata da Elena Ferrante nei suoi quattro romanzi e riadattata dalla Rai per la prima visione mondiale in TV, grazie all’egregia regia di Saverio Costanzo. La seconda serie de L’amica geniale riporta lo spettatore tra le strade del rione, tra i drammi socio-familiari, tra la voglia di emergere e strapparsi alla Napoli decadente di Elena e quella di rinnegare il “nuovo cognome” di Lila. Il periodo narrato pone al centro la fase adolescenziale e la prima età adulta delle protagoniste. Alla fine della prima stagione il pubblico ha lasciato Lila nel giorno del suo matrimonio, pronta a credere in una rimonta sociale e familiare e nell’amore, ma già affacciata alle prime amare consapevoli disillusioni. E la seconda stagione inizia da qui, dalla vita di Lila intrappolata a Napoli nel ruolo di moglie e in quel cognome che detesta giorno dopo giorno, quello del marito Stefano Carracci (Giovanni Amura), vittima tra l’altro di una violenza tipica della forma mentis maschilista fortemente in auge negli anni del dopoguerra e ancor più in certi ambienti infimi e piatti come quello che fa da sfondo alle vite di Lila e Lenù, il Rione Luzzatti di Gianturco. Dall’altra parte c’è Lenù, desiderosa di sfuggire al marcio della propria città e soprattutto all’ombra della sua “amica geniale”, che incombe sulla sua personalità, come un limite dal quale sembra non riuscire mai a liberarsi. Lila giunge a rassegnarsi alla sua condizione e a un destino già scritto, mentre Elena cerca consolazione e salvezza negli studi, decidendo dopo la maturità di proseguire con l’Università alla Normale di Pisa, imparando ad acquisire maggiore sicurezza di sé e farsi strada nel mondo, tra delusioni d’amore e voglia di emergere. Storia del nuovo cognome. La frustrazione di Lila tra lotta e consapevolezza Sin dalla prima stagione non sembrano esserci dubbi: Lila è l’amica geniale! Dotata di intelligenza fuori dal […]

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Conferenza Stampa Ultras di Francesco Lettieri

Per la regia di Francesco Lettieri, in uscita Ultras, soggetto e sceneggiatura di Peppe Fiore e Francesco Lettieri, musiche di Liberato, in uscita il 9-10-11 marzo nei cinema selezionati mentre su Netflix dal 20. Ecco un breve resoconto della conferenza stampa in streaming tenutasi il 3 marzo. Napoli. A quasi cinquant’anni Sandro è ancora il capo degli “Apache”, il gruppo di ultras con cui ha passato tutta la vita allo stadio: una vita di violenza, scontri, passioni e valori incrollabili. Ma ora che un Daspo gli impedisce di avvicinarsi alla curva, quei valori iniziano a vacillare. Sandro sente per la prima volta il bisogno di una vita normale, di una relazione, magari anche di una famiglia. E ha incontrato Terry che è bellissima e non ha paura di niente. Angelo ha sedici anni e considera gli Apache la sua famiglia, Sandro la sua guida, la persona che ha preso il posto di  suo fratello Sasà, morto anni prima durante gli scontri di una trasferta. Ultras è la storia della loro amicizia, di una fede e di un amore scanditi dalle ultime settimane di un campionato di calcio. E dell’inevitabile incontro di entrambi con il proprio destino. La conferenza stampa del film si è tenuta in streaming live su Youtube, diretta alla quale hanno partecipato da Napoli Francesco Lettieri e Ciro Nacca. Da Roma invece Aniello Arena, Antonia Truppo, il produttore Nicola Giuliano e lo sceneggiatore Peppe Fiore. Francesco Lettieri ha affermato che l’idea del film è “storia nata assieme a Peppe Fiore. Dopo i videoclip mi sono sentito pronto a scrivere un film. Questo film doveva essere un videoclip di Calcutta ma abbiamo ampliato il tutto raccontando la storia del Moicano.” Queste le prime parole del regista del film, che per la prima volta fa il grande salto nel mondo del cinema con una produzione Netflix e Indigo Film. Nicola Giuliano dalla sua ha affermato: “è stato un atto di coraggio esordire con questo film, ma è meraviglioso vedere il percorso di Francesco dai videoclip a questo risultato”. Dopo aver confessato di temere quali sarebbero potute essere le reazioni del pubblico, parla dell’affezione al progetto e della innata capacità di Francesco di mischiare realismo ed epica. Si dilunga a proposito dell’amore, da parte di tutti i membri della produzione, nei confronti dei personaggi e di come sia contento del fatto che siano riusciti a trasmetterlo. Ancora Lettieri parla della città di Napoli e del suo legame con il calcio: “Napoli è unita nel tifo, alimentata da un senso di riscatto del sud. Tema del calcio non è il fulcro, ma quello della tribù e della fede.” Ultras, l’idea registica di Francesco Lettieri Attraverso la narrazione Francesco Lettieri cerca di rendere partecipi gli spettatori anche di una condizione sociale e di un tema molto importante. Con assenza di giudizio morale verso quest’individui, Lettieri racconta la loro storia. Il regista prende a modello “Estranei alla massa” e confessa che senza quell’opera non ci sarebbe stato Ultras. Attraverso lo studio del mondo ultras […]

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Cucina e Salute

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Pesce crudo e operazioni di abbattimento della temperatura: che cosa sono e perché è necessario prevederle

Le operazioni di abbattimento del pesce crudo, al pari di tutta un’altra serie di prodotti, caratterizzano la linea freddo di un’attività dedita alla ristorazione. Il pesce crudo, tipico di una tipologia di cucina come quella giapponese,deve essere trattato in una maniera specifica per preservare intatti gusto e qualità durante la conservazione. Il trattamento per eccellenza è quello che considera l’abbattimento, ovvero l’insieme di operazioni che portano velocemente il pesce ed il cibo da conservare a temperature estremamente basse, una scelta essenziale per evitare che il prodotto debba aver a che fare con la spiacevole formazioni di parassiti o di tutta un’altra serie di microrganismi pericolosi. Le operazioni di abbattimento importanti per pesce ed altri alimenti Le operazioni di abbattimento si considerano estremamente importanti nella preparazione di sushi e sashimi, ma anche in tutta un’altra serie di operazioni di preparazione e conservazione del cibo, visto che l’utilizzo del pesce crudo è ormai una realtà nella stragrande maggioranza dei ristoranti che servono prodotti ittici. Il mercato di settore propone un’ampia gamma di attrezzature professionali ad uso e consumo di attività dedite alla ristorazione. Parliamo di una linea mirata di proposte concernenti la cosiddetta ‘Linea Freddo’, che offre articoli quali banchi e tavoli refrigerati, abbattitori, armadi frigo e congelatori, macchine e banchi per il gelato, vetrine per pasticceria e bibite. Per chi è alla ricerca di un articolo specifico per la propria attività si rivela utile scorrere le pagine web della Linea Freddo su Ristoattrezzature, una proposta commerciale che è sinonimo di autentica convenienza. L’abbattimento del pesce per consumare il prodotto senza rischi per la salute La procedura di abbattimento del pesce crudo è importante perché ne va della salute di chi consuma questo prezioso alimento. Procedere nella maniera adeguata è essenziale per mantenere intatta la qualità e le caratteristiche organolettiche del prodotto. Grazie all’uso di un abbattitore è possibile far scendere la temperatura del pesce e di altri alimenti in tempi brevi. Nell’arco di 90 minuti si può  raggiungere la soglia dei 3° C, e in tempi più lunghi si può toccare quota -40°. L’abbattimento dei prodotti ittici è una procedura rigorosa e come tale deve essere eseguita nel pieno rispetto delle normative europee ed italiane in vigore. La normativa europea di riferimento è la CE 853/2004, la stessa che obbliga a portare il pesce a -20° per 23 ore. In Italia la soglia della temperatura per l’abbattimento del pesce è stata stabilita dal Ministero della Salute, così come le fasi e la procedura che portano al completamento dell’abbattimento. L’abbattimento non può essere eseguito in maniera artigianale. E’ bene sapere che nessun freezer si può sostituire ad un abbattitore professionale perché non è in grado di predisporre il pesce crudo e renderlo sicuro per essere consumato. Quando un pesce crudo si può consumare senza danni per la salute? Se abbattuto nella maniera corretta il pesce crudo può essere regolarmente consumato. In caso contrario può provocare gravi danni. Ma come si può valutare se un pesce crudo risulta adatto alla consumazione? Tre elementi […]

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Cucina e Salute

Ricette del riciclo per valorizzare la dispensa casalinga

In questo articolo vi mostreremo alcune ricette semplici e gustose, per preparare dei piatti con pochi ingredienti che tutti noi abbiamo in dispensa. Non sempre è necessario disporre di ingredienti nobili, costosi o reperibili a fatica per approntare dei piatti singolari, ma è bene – soprattutto in queste lunghe giornate da trascorrere in casa, angustiati dalla quarantena causata dal Coronavirus, in cui non abbiamo modo di fare la spesa con la comodità normale e consuetudinaria – dedicare un po’ di energie ad ingegnarsi nell’ideazione e nella preparazione di ricette “antispreco”, con pochi ingredienti di base, presenti nella dispensa di ciascuno di noi. Vi proponiamo, dunque, una serie di ricette la cui formulazione è basata proprio su principi di riciclo genuino di avanzi e sulla rifunzionalizzazione di piatti già pronti, che possono trasformarsi in alternative di recupero ancora più sfiziose ed appetibili.  Ricette dolci, facili e veloci, da gustare a colazione o a merenda Biscotti di Muesli e polpa di frutta 250 g. di polpa di frutta molto matura che si ha in casa (banana, mela, pera) 150 g. di muesli Farina q. b. Cannella Quest’idea golosa è l’ideale quando si hanno pochi ingredienti a disposizione nella dispensa: serviranno, infatti, solo due ingredienti principali e una manciata di minuti per la preparazione e la cottura. Occorre sbucciare la frutta scelta, ridurre la polpa in purea con una forchetta e raccoglierla in una ciotola; aggiungere il muesli che si ha in casa, di qualsiasi tipo esso sia (ad esempio al cioccolato o ai frutti rossi), amalgamare perfettamente gli ingredienti, perfezionando la consistenza con della farina, e aggiungere un buon sentore di cannella spolverizzandola all’interno. È importante lasciare riposare il composto per 10 minuti, in modo che i cereali assorbano l’umidità del frutto. Realizzare dei ciuffetti d’impasto con due cucchiaini, adagiarli su una piastra foderata con la carta da forno e cuocere in forno preriscaldato a 180 °C per 15-20 minuti. Torta di amaretti e frutta secca 250 g. di pane secco 500 ml di latte 2 uova 70 g. di amaretti 50 g. di zucchero Noci, pinoli, mandorle, uvetta a piacere (a seconda di ciò che si ha a disposizione in casa) Una tazzina di caffè 40 g. di cacao amaro Questo dolce di recupero nasce principalmente per utilizzare il pane vecchio e per svuotare la dispensa. Non vi è un vero e proprio procedimento, perché il principio su cui si fonda è quello di unire ciò che abbiamo a casa, valutando la consistenza finale del composto, che non deve essere né troppo liquida né troppo compatta. L’unico passaggio fondamentale consiste nel tagliare il pane a pezzi, porlo in una ciotola capiente con il latte, lasciarlo in ammollo in frigo per un paio d’ore e rimescolare accuratamente in modo da ottenere un composto il più possibile omogeneo. Dopo aver aggiunto e amalgamato i restanti ingredienti, trasferire in una teglia, imburrata e infarinata, e porre in forno preriscaldato a 180 °C per 50-55 minuti, valutando la cottura con uno stecchino. Il dolce dovrà […]

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La ricetta che vale: intervista a Valentina Cappiello

La ricetta che vale è il blog di cake design di Valentina Cappiello, food blogger e cake designer, nonché autrice del libro Nude per ogni occasione.  Valentina Cappiello si presta ad un’intervista eroica per raccontarci un po’ del suo mondo e della sua passione per i dolci e di come, nel blog La ricetta che vale, abbia cercato di tradurre in bellezza la bontà. Food blogger. Cake designer. Produttrice seriale di torte e di sogni. Cercatrice di bellezza. Uova, zucchero, farina e burro a farmi felice. E una planetaria. E il sole, il mare, gli abbracci, i sorrisi, gli animali. La mia creatività nasce dalla calma, dalla tranquillità e dal silenzio. Perfezionista, amo l’ordine e il Bello in ogni sua forma. Less is more, in ogni caso. Intervista a Valentina Cappiello Da cosa nasce la passione per la cucina e per la pasticceria? La passione per la cucina e per la pasticceria nasce relativamente tardi, all’incirca verso i trent’anni, nel momento del boom dei programmi televisivi di cucina, da La prova del cuoco alle lezioni di pasticceria del Maestro Luca Montersino. Sono sempre stata una golosa, una buona forchetta e una attenta osservatrice di nonna e mamma, bravissime in cucina, ma è proprio Luca Montersino con le sue lezioni a farmi appassionare e a farmi venire la voglia di mettere in pratica ciò che vedevo. Con mio stupore ho poi scoperto di riuscire bene e di divertirmi. Avevo trovato il mio posto.   Nel campo della pasticceria la tradizione americana è molto forte e lancia sempre nuove tendenze. C’è una tradizione culinaria che senti più forte e che maggiormente ti influenza? Sicuramente la tradizione pasticceria napoletana ha avuto ed ha su di me una notevole influenza. Parto dalle mie radici per elaborare, giocare, abbinare e dare forma a nuove idee, nel massimo rispetto della tradizione e della materia prima. Quali sono le ultime tendenze nel campo della pasticceria? Credo che nel tempo si sia avvertita forte l’esigenza di spogliarsi di ogni eccesso, ridondanza, tornando alle linee pulite per quanto riguarda l’estetica e alla sostanza per quanto riguarda il gusto. Sicuramente le torte nude sposano un concetto di elegante e semplice bellezza senza dimenticare la bontà. C’è una torta o un dolce al quale sei particolarmente legata o viceversa un dolce che proprio non riesci a preparare? Amo la pasticceria tradizionale napoletana, italiana e quella di derivazione anglosassone. Tutto è migliorabile e se non si riesce, si riuscirà con impegno e dedizione. Non esistono limiti ma solo limitazioni mentali! Immagino che la cucina sia cominciata come una passione da coltivare. Come è cambiato il tuo rapporto con la cucina quando questa è diventata un mestiere? È amore puro, il primo pensiero al mattino e l’ultimo quando vado a dormire. È parte di me, non potrei immaginare la mia esistenza senza il mio mestiere che è anche la mia passione più grande e la luce di ogni giornata. Il tuo libro Nude per ogni occasione è un ricettario di torte nude, eleganti […]

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Kepurp: lo chef del Calcio Napoli reinventa l’iconico kebab

Sembra solo un neologismo divertente e senza senso ma il Kepurp esiste davvero ed è la nuova creazione dello chef Ciro Salatiello Ecco l’ideatore di Kepurp. Nato a Calvizzano, un paese a nord di Napoli, Ciro Salatiello ha frequentato l’istituto alberghiero di Formia. Autore di tre libri di successo: “In cucina con Ciro Salatiello”, scritto in collaborazione con i medici sociali della SSC Napoli, “Gli ingredienti di una vita”, che narra la scoperta della storia che si cela dietro antiche ricette e documenti storici inediti, e “La cucina napoletana”, Salatiello è stato ospite di numerosi programmi televisivi e di una rubrica gastronomica in radio, “Le ricette dei Campioni”. Il Kepurp nasce durante un viaggio di famiglia a Londra. Le giovani figlie di Salatiello avevano voglia di fermarsi a mangiare il rinomato kebab. Lo chef, che desiderava invece provare le ricette anglosassoni, propose alle sue figlie che al rientro a Napoli le avrebbe portate a mangiare il “Kepurp”. La parola nata per scherzo e per dissuadere le adolescenti dalla richiesta è così diventata, al loro rientro, il nome di un vero e proprio piatto. Il kebab di polpo (‘o purp, come si dice nel dialetto partenopeo) divenne, infatti, presto realtà. Il prodotto inizialmente veniva assemblato grazie all’utilizzo di banalissimi silos di succhi di frutta presenti negli hotel, ed adibiti per la prima colazione. Negli anni si è arrivati quindi al “kepurp da tavola”, riscontrando successi e plausi da colleghi e personaggi di spicco, quali Cannavacciuolo, dal presidente della Repubblica di Malta Wella G, fino ad arrivare a New York. Il kepurp si presenta in varie forme, il suo punto di forza è comunque la freschezza, il profumo, e soprattutto è adatto per chi segue un regime dietetico a basso contenuto di grassi. Al momento conta l’interesse di numerosi finanziatori per l’apertura di un nuovo concept per la nascita di uno street food Kepurp. La versione 2.0 è stata presentata da Ciro Salatiello anche nel suo libro “La grande cucina napoletana“. Il Kepurp di Ciro Salatiello: la ricetta Il piatto, in apparenza difficile, è possibile da preparare anche in casa. Occorrono solo pochi ingredienti ed il gioco è fatto: 1,5 kg di polpo eviscerato (uno di grosse dimensioni o più polpi piccoli); 1 bottiglia di plastica da 1,5 l; sale q.b. Il procedimento consiste nel coprire il polpo con acqua fredda e lasciarlo cuocere per circa 40 minuti, aggiungere quindi il sale e terminare la cottura per altri 5 – 10 minuti. Lasciar raffreddare il polpo nell’acqua di cottura. Nel frattempo preparare la bottiglia tagliandone la parte curva superiore. Scolare quindi il polpo e, possibilmente senza tagliarlo in pezzi, inserirlo delicatamente nella bottiglia, pressandolo ed avendo cura di non lasciare spazi. Praticare dei fori sul fondo e sui lati della bottiglia in modo tale da consentire all’acqua restante di fuoriuscire completamente. Meglio sarebbe mettere un peso sulla bottiglia per pressare ulteriormente il polpo e mantenerlo in pressione. Riporre la bottiglia in frigo e lasciarla raffreddare per tutta la notte. In alternativa si può […]

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Culturalmente

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Tradizioni giapponesi: la storia di un popolo tra ieri e oggi

Conoscere la cultura giapponese vuol dire conoscere il Giappone e i suoi abitanti. Si propone qui un viaggio attraverso le tradizioni giapponesi. Ancora oggi le tradizioni giapponesi restano alla base della vita del suo popolo, ma in un mondo multiculturale. Infatti, anche l’occidente sembra aver aperto le sue frontiere ad usi e costumi esteri, come quelli del Giappone. Tradizioni giapponesi: le più famose Una delle caratteristiche più iconiche del Giappone è la cosiddetta cerimonia del tè, chiamata “Sado” o “Cha no yu”. La storia della cerimonia risale a più di 1000 anni fa. Generalmente essa viene fatta con il Matcha o il Sencha, entrambi derivati dal tè, ma con foglie diverse: il primo deriva dal tè verde, mentre il secondo da foglie comuni di tè. La cosa più importante della cerimonia del tè è senz’altro come essa viene svolta. Esistono infatti due modi: “Omoto Senke” e “Ura Senke”. La differenza sostanziale è il modo in cui si tiene la tazza (chawan) e come si beve il tè. Durante la cerimonia sono in genere serviti anche dei dolci tipici (wagashi). È importante ricordare che alla cerimonia è possibile partecipare solo indossando un kimono. Un’altra tradizione importante è quella della disposizione dei fiori (Ikebana oppure Kado). La tradizione sembrerebbe risalire al VII secolo. Ad oggi ci sono più di 1000 scuole in tutto il mondo che la insegnano. I fiori vengono disposti in un vaso e tenuti insieme con una sorta di spilla (Kenzan), tenendo conto di colori, linee e forme. Questa tradizione, insieme a quella del tè in genere viene insegnata per lo più alle giovani spose prima del matrimonio. A proposito di matrimonio, esso viene celebrato con il rito shintoista. La cerimonia si svolge presso il santuario o la casa dello sposo. Ad ufficializzare il rito è un sacerdote con abiti tradizionali (veste bianca, cappello di taffettà e uno scettro). La sposa indossa il solito abito bianco o un colorato kimono ricamato. La donna in genere indossa anche un voluminoso copricapo di seta bianca, che simboleggia calma ed obbedienza. Lo sposo invece indossa un kimono cerimoniale con gonna-pantalone, un sotto kimono e un kimono con gli stemmi di famiglia. Prima di iniziare il rito, gli sposi e i parenti necessitano di una purificazione nell’acqua delle fontane all’ingresso del tempio. Durante la cerimonia gli sposi sono invitati a bere tre sorsi di sakè (bevanda alcolica al riso) da tre tazze di dimensioni diverse poste sull’altare, insieme a riso, frutta e sale. Anche i genitori degli sposi dovranno bere tale bevanda. Per ultimo, la coppia prima di recarsi al ricevimento, deve fare un’offerta agli dèi. Anche il judo rientra nelle tradizioni orientali. È da ricordare che esso compare nello sport olimpico ufficiale, oltre che essere una delle arti marziali più famose del Giappone. Esso viene praticato da uomini e donne, ed è fitto di tecniche e regole chiamate anche “waza”. L’arte della calligrafia chiamata anche “Shodo” è famosa in tutto il mondo. Diverse sono le scritture esistenti, ma le più famose restano […]

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Monumenti di Londra, dieci da vedere assolutamente

Sei alla ricerca di posti da vedere per il tuo prossimo viaggio? O ti interessa conoscere solo meglio Londra? In entrambi i casi questo è l’articolo giusto per te. Londra, capitale dell’Inghilterra, è una delle città più moderne, nonostante le sue origini risalgano all’antica Roma. Numerose sono le ragioni che attraggono i turisti, rendendo Londra ad oggi, la terza città più visitata al mondo. Scopriamo insieme quali sono i monumenti caratteristici di questa magnifica città. Monumenti di Londra: la nostra classifica Primo fra tutti, ricordiamo il Big Ben. Di sicuro è la prima immagine che viene in mente quando si pensa a questa città. Fu costruito in seguito alla distruzione del palazzo di Westminster nel 1834. Una delle cose più curiose che lo riguarda è senz’altro la sua conformazione: esso misura 2.28 metri di altezza e 2.75 metri di larghezza, essendo di fatto più largo che alto. L’unico modo per visitare i suoi interni è il Tour of Elizabeth Tower. Per raggiungere la parte più alta della torre è necessario percorrere 334 scalini a spirale. L’unica pecca è che solo ai residenti in UK è permesso fare il tour. La St. Paul’s Cathedral fu costruita da Christopher Wren. L’idea dell’architetto era di poter dare ai cattolici britannici un posto per pregare al sicuro. La sua storia è piuttosto controversa, la cattedrale fu infatti costruita nel 604, venne distrutta nel 1559, e nel 1657 venne avviato il progetto di ricostruzione che durò fino al 1710. Il Tower Bridge resta senz’altro uno dei monumenti più iconici di Londra. Venne costruito nel diciannovesimo secolo, in un periodo in cui grazie alla forte espansione britannica, si avvertì l’esigenza di attraversare in altro modo il Tamigi. Costruire questo ponte fu alquanto difficile: si impiegarono infatti 8 anni. La visita guidata permette di godere di una vista panoramica di 42 metri percorrendo il Tamigi. Ben diverso è il Tower of London. Numerosi sono stati i suoi utilizzi: fortezza, arsenale, residenza reale, ma la cosa per cui viene più ricordato è senz’altro il suo uso detentivo. Esso infatti veniva usato come luogo di terribili torture. Arriviamo al cosiddetto London Eye o col nome meno conosciuto di Millenium Wheel. Ci vollero sette anni per terminare la ruota panoramica, che detenne il titolo di ruota più alta del mondo fino al 2006, surclassata dalla cinese “Singapore Flyer”. Ogni cabina può ospitare fino a 25 persone, e nel punto più alto è possibile godere di una vista londinese a 360 gradi. Il Buckingham Palace venne usato per la prima volta nel 1837 come residenza ufficiale dei sovrani britannici. Ad oggi è usata come quartier generale amministrativo della monarchia. Le sue stanze sono usate anche per eventi formali come concerti o performance. Le istituzioni del parlamento britannico convogliano la loro presenza presso il Palace of Westminster. Il palazzo nuovo, così chiamato, perché anch’esso fu distrutto dal fuoco nel 1834, è una delle principali attrazioni turistiche londinesi. Di sicuro più informale è Covent Garden. Il suo uso più comune è senz’altro quello di […]

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Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

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Aforismi filosofici: 10 da conoscere

L’esistenza umana tende continuamente a nutrirsi di filosofia. Quanto spesso capita di interrogarsi sul senso del tempo, dell’amore, della vita! Persino nelle cose più semplici e quotidiane, la filosofia interviene saggia e sinuosa a risolvere interrogativi o porne di altri. E così ogni azione, pensiero, decisione trova riscontro nella miriade di aforismi filosofici, autentiche massime di vita per far luce sull’esistenza e infondere attenzione e serenità. Di seguito verranno descritte e analizzate dieci tra le massime più conosciute. Aforismi filosofici. Dieci tra i più saggi ed attuali « Per vivere con onore bisogna lottare, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima » (Lev Tolstoj) Il noto filosofo e scrittore russo del XIX° secolo esprime un concetto tanto saggio quanto attuale. Non abbiamo mistero della viltà dell’animo. Quanto poco coraggio si impiega per vivere, per vivere davvero! Si è così impegnati a gestire e sopravvivere. Impegnati a lottare per non soccombere, per non fallire. Ma è questa la vera lotta? È qui che fiorisce la vitalità che scaccia l’inerzia? Ebbene no. Si è così poco abituati a perdere, riscoprendosi più fragili di quel che si crede. Sì. Perché la vera forza non risiede nel camminare senza inciampare mai, bensì nella capacità inedita di rialzarsi ad ogni caduta, di riprendere il volo dopo essere scivolati nel precipizio. Non è affatto semplice “mutare pelle, cuore e mente ad ogni stagione” ma è parte essenziale dell’essere umani. Non è onorevole resistere di fronte all’errore e ai sentieri impervi. È onorevole perdersi per ritrovarsi migliori di prima, più completi e consapevoli. È saggio ricominciare a sorridere, soprattutto quando la vita non sembra offrire la possibilità di farlo con gusto e voluttà. Ma se ci si abbandona alla pigrizia dell’anima, la viltà prenderà il sopravvento sul coraggio. Pertanto, occorre non smettere mai di mettersi in gioco e alla prova. E ad ogni gradino scalato e ad ogni ruscello saltato, il cuore sarà più vicino alla maturità e un punto sempre più prossimo alla felicità.  « Non cercare di sapere, interrogando le stelle, che cosa Dio ha in mente di fare: quello che decide su di te, lo decide sempre senza di te » (Lucio Anneo Seneca) Lo stoico filosofo romano del I° secolo esprime in uno dei nostri aforismi filosofici il connubio tra filosofia e fede. Spesso la nostra quotidianità è pervasa da detti che ben sostengono il concetto di Seneca, come ad esempio “Lascia fare a Dio”, che richiamano il fatalismo o la divina provvidenza, secondo la morale manzoniana. Ma quanto saggia e rassicurante è questa fede! Certo, gli agnostici storcerebbero il naso, ma per chi ha fede e crede in un “macro progetto” – che molto probabilmente non combacerà con la miriade di “micro progetti” che l’uomo testardamente costruisce – sarà giusto abbandonarsi al volere superiore, a quell’Àgape che è l’amore assoluto e incondizionato. Un amore che ha a cuore il nostro vero bene, quello che […]

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5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione

5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione: tra i numerosi programmi i più celebri sono il Festival di Sanremo (70esima edizione conclusa pochi giorni fa), le partite dei Mondiali, il Palio di Siena, le celebrazioni del Papa e l’Eurovision Song Contest. Che cosa si intende per Eurovisione? L’Eurovisione è un organismo internazionale che coordina e regola tutti le emissioni radiofoniche e televisive dell’Europa, rendendole visibili ed interconnesse tra loro. 5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione Iniziamo con il Palio di Siena, storicamente famoso perché risale al 1633. Si tratta di una manifestazione riesumata ed organizzata a scopo turistico, caratterizzata da cavalli e fanti che hanno corso sin dal 1633 rappresentando le 17 Contrade della città. L’evento è stato interrotto solo dalla violenza delle Guerre Mondiali, ed è di grande rilievo: tutti i toscani, non soltanto gli abitanti di Siena, ne vanno fieri. Apprezzato da numerosi turisti provenienti da tutta Italia e dai confini internazionali in particolar modo la Svizzera, questa corsa di cavalli è davvero suggestiva e simbolica. La corsa vera e propria consiste nel percorrere per tre volte il giro della Piazza del Campo, opportunamente sistemata e attrezzata allo scopo, montando a pelo (senza sella) il cavallo. Ogni Contrada è come un piccolo stato presieduta da un Seggio, da un Priore e guidato nella “giostra” da un Capitano, coadiuvato da due “tenenti”. Apprezzato e seguito in Eurovisione, il Palio di Siena corrisponde ad un evento targato Made In Italy e diffuso in tutta Europa. Un altro evento Made In Italy trasmesso in Eurovisione con grande successo da oltre 70 anni è Sanremo, il Festival della canzone italiana. Rappresenta uno dei principali eventi italiani che ottiene grande riscontro di share anche all’estero. Ogni anno un direttore artistico sceglie testi musicali che rappresentino la musica italiana e nell’arco di 70 anni il Festival di Sanremo ha ospitato sul palco dell’ Ariston i migliori compositori della musica italiana tra cui i Ricchi e Poveri riuniti proprio durante Sanremo 2020, Mina, Mia Martini, Toto Cotugno e Gianni Morandi, al quale i conduttori Amadeus e Fiorello hanno dedicato un omaggio canoro a Sanremo 2020. Al termine delle 5 serate della kermesse musicale più famosa d’ Italia il vincitore viene premiato con la prestigiosa statuetta del Leone di Sanremo. Dal 1956 il vincitore del Festival di Sanremo ottiene il diritto di rappresentare l’Italia al programma musicale Eurovision Song Contest. Quest’anno parteciperà a questo programma il vincitore Diodato con la canzone Fai Rumore, un invito a non tacere e ad esprimere il nostro pensiero qualunque sia la circostanza (d’amore, d’amicizia, di lavoro o di un qualsiasi altro contesto sociale). Un altro evento famosissimo, sportivo ed internazionale è il Campionato mondiale di Calcio, definito in breve “I mondiali” ed in inglese FIFA WORLD CUP, un enorme torneo calcistico che riunisce in una sola sede ogni 4 anni le squadre nazionali di calcio. Creato nel 1930 da Jules Rimet, dirigente sportivo francese, è curato nei minimi dettagli per creare una competizione sana e costruttiva per tutte le squadre di calcio […]

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Come avere una PEC gratis, consigli ed indicazioni

La PEC (posta elettronica certificata) è un servizio utile e soprattutto sempre più diffuso in Italia, per poter comunicare con enti pubblici e pubblica amministrazione; a possederla, non sono esclusivamente professionisti del settore, per far fronte ad obblighi di legge, o prerogative di natura economica, ma sempre più persone comuni. Per le imprese, i liberi professionisti, e le Pubbliche amministrazioni, avere una PEC è obbligatorio per legge, in quanto ogni messaggio inviato con posta certificata, assume un vero e proprio valore legale; caratteristica che ovviamente perderebbe se si inviasse la mail ad una casella di posta normale. Naturalmente, la PEC ha un costo, seppur non esorbitante, che però assicura un servizio eccellente, grazie ad uno strumento che assume il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma esclusivamente se i messaggi vengono scambiati tra due indirizzi PEC e non tra un account email di tipo tradizionale e una PEC. Come ogni servizio, anche la PEC, si può ottenere in forma gratuita; creare un account di posta elettronica certificata gratuita, è possibile solo in alcuni casi e solo per un determinato periodo di tempo (esistono a tal proposito varie promozioni, semestrali o annuali, che permettono di “provare” il servizio). Si può ottenere una PEC gratuita, o attivando LegalMail, che offre una prova di sei mesi, e poi un abbonamento mensile che può variare in base alle proprie esigenze. In questo caso, il costo, qualora si decidesse di creare una casella a pagamento, è pertanto elevato, a causa dei diversi servizi connessi alla mail stessa. Altro sistema è Register.it anch’esso con durata semestrale e un vincolo per quanto riguarda la grandezza e lo spazio della casella, che è di 2 giga. Trascorso il periodo di prova, si potrà attivare la PEC, creandone una personale a pagamento, ad un costo contenuto, inferiore ai 3 euro ai quali bisognerà aggiungere l’IVA. Quelli citati sono i due siti web più sicuri e affidabili per ottenere una PEC che sia gratuita o quantomeno per provarne i benefici, in un tempo limitato, ma non troppo. Naturalmente, qualora si volesse creare una propria casella di posta certificata, o semplicemente provare, sarà necessario verificare che sul proprio dominio sia attivabile; è questa una procedura di verifica da effettuare direttamente sui siti di riferimento. Ricordiamo che la PEC, offre numerosi vantaggi e benefici a chi ne usufruisce, trasparenza e protezione sono le due qualità più apprezzate da chi la utilizza. Il servizio era gratuito fino al 2014, offerto dal Governo, ogni cittadino poteva attivarlo, mediante un apposito sito web istituzionale. Pur avendo un costo, (talvolta eccessivo) è pur vero che è possibile provare il servizio gratuitamente prima di abbonarsi. In realtà, il servizio è simile a quello di una casella di posta normale, anche se grazie ai sistemi e ai protocolli di sicurezza utilizzati, è in grado di garantire la sicurezza del messaggio, attribuendogli un’identità legale.   Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/illustrations/posta-elettronica-newsletter-3249062/

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Come avere WhatsApp nero: consigli e novità

Come avere WhatsApp nero o meglio la dark mode della rinomata chat di messaggistica istantanea, è piuttosto semplice, soprattutto se si possiede un sistema Android o iOS. Chiariamo subito che con la dicitura “WhatsApp nero” si intende la versione notturna dell’applicazione; secondo gli esperti infatti, tale versione alternativa, consentirebbe di utilizzare l’applicazione anche di notte, senza arrecare danni agli occhi e soprattutto evitando di consumare la carica del proprio smartphone. Le ultime novità dell’applicazione però, riguardano solo la versione beta, anche se presto sarà disponibile su tutti i dispositivi. WhatsApp nero, funziona sostanzialmente invertendo i colori, consentendo di utilizzare l’applicazione in bianco e nero e quindi senza colori. Per quanto riguarda il colore delle chat relative alle conversazioni presenti sul proprio cellulare, esse diventeranno grigio scuro, i font diventeranno invece bianchi, mentre i messaggi e gli spazi saranno verde scuro ed intenso, tendente al nero. Una soluzione che permetterà di utilizzare WhatsApp più a lungo, senza inficiare negativamente né sulla batteria del cellulare, né sulla propria vista, inoltre, le diverse ricerche effettuate, dimostrano che tale scelta potrebbe rivelarsi molto efficace, soprattutto perché notevolmente apprezzata dal punto di vista prettamente estetico. La modalità scura di WhatsApp è attualmente disponibile solo all’interno del programma beta, accessibile attraverso la versione 2.20.13. Può avere tale versione, sia chi ha un sistema Android, sia chi invece utilizza IOS; essa sarà accessibile a tutti (o quasi) gli iscritti, ma da quanto si apprende, il numero dei possessori sarà limitato, anche se ampliato periodicamente per consentire a quante più persone di provarla. Attivare WhatsApp nero è facile, sarà sufficiente aprire le impostazioni e selezionare la voce Tema per seleziona una delle opzioni presenti: scura, per attivare la Dark Mode, luminosa, per tornare alla versione standard, o di default per allineare i colori della chat alla Dark Mode attivata o meno sul sistema operativo. Naturalmente, anche per quanto riguarda la versione Web di WhatsApp, la conosciuta ed utilizzata versione desktop della famosa applicazione di messaggistica istantanea, sarà attivabile in modalità “nera”, grazie a pochi semplici passaggi. Sarà però necessario, avere l’ultima versione di Google Chrome o Mozilla Firefox, e un’estensione che funzioni e che permetta al tempo stesso di modificare l’aspetto di WhatsApp Web, in questo caso. Per quanto concerne le ultime indiscrezioni relative a WhatsApp nero, per ora è stato ribadito che il colore predominante potrebbe essere appunto il nero, anche se alcune fonti ufficiali fanno riferimento ad un blu molto scuro, che secondo gli esperti del settore, stancherebbe meno gli occhi, rendendo la lettura dello schermo più facile. Ricordiamo comunque che per ora la versione nera di WhatsApp è ancora provvisoria, tuttavia, la versione ufficiale dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, magari dopo aver sistemato alcuni problemi che degli utenti hanno segnalato nella versione beta. Immagine in evidenza: pixabay.com

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Fun e Tech

PlayStation 4, i 5 videogiochi più giocati di sempre

Dal rilascio di PlayStation 3 la Sony ha investito molto sulla evoluzione del mondo videoludico, proiettando l’utenza verso l’interazione online. Nel corso degli anni ha proposto ai propri clienti numerosi servizi: a partire da un account PlayStation Network è possibile usufruire di servizi come lo storico PlayStation Plus, abbonamento che offre pacchetti di videogiochi gratis a cadenza mensile e di poter giocare online (solo su PlayStation 4); arrivando al più recente PlayStation Now che permette agli utenti di giocare in streaming. Oltre ai vari servizi gratis e a pagamento, popolare è anche il sistema di trofei integrato che permette di arricchire il proprio profilo PlayStation Network con dei “traguardi” raggiunti per ogni videogioco giocato. Ogni videogioco è infatti composto da un numero definito di trofei, suddivisi in categorie di prestigio, in ordine bronzo, argento, oro e platino: quest’ultimo è ottenibile soltanto una volta ottenuti tutti gli altri trofei. Nel corso degli anni, sono stati tantissimi i videogiocatori a possedere una console Sony, ad acquistare, giocare e di conseguenza a sbloccare trofei di videogiochi. Questi dati statistici sono stati utilizzati dalla squadra di Gamstat per effettuare delle stime sui videogiochi delle console Sony, ad esempio per scoprire quali siano i 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4. I 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4: i più apprezzati dai videogiocatori 1. GTA V Il famosissimo quinto capitolo del titolo principale di casa Rockstar conquista il podio con più di 80 milioni di giocatori. Il merito del primo posto è dovuto alla godibilissima e longeva trama che impegna il videogiocatore per parecchie ore con numerose missioni, assieme a GTA online che aumenta infinitamente le possibilità di intrattenimento. 2. Fortnite Il videogioco che ha portato alla ribalta il genere dei battle royale si aggiudica la seconda posizione con ben 65 milioni di giocatori. La singolare combinazione di meccaniche sparatutto con l’esplorazione di un mondo gigante e la costruzione di fortezze è risultata a dir poco vincente, intrattenendo milioni di videogiocatori online. Il gioco ha conosciuto, inoltre, un’immensa popolarità tra i giovanissimi dovuta ai numerosissimi gameplay sulle piattaforme YouTube e Twitch, seguiti ogni giorno da milioni di utenti. 3. Call of Duty: Black Ops III Il terzo capitolo della apprezzata serie Black Ops di Call of Duty si aggiudica il terzo posto con circa 63 milioni di giocatori. I meriti vanno alle meccaniche di gioco che rendono il titolo uno dei più apprezzati del suo genere, gli sparatutto in prima persona. 4. Minecraft Il fortunato titolo di Mojang è stato un successo mondiale, rivoluzionando il modo di intrattenere attraverso una piattaforma videoludica. Si guadagna il quarto posto tra i 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4 con ben 41 milioni di giocatori. Le meccaniche di gioco intuitive, le illimitate possibilità date al giocatore per interagire col mondo generato casualmente e le componenti multigiocatore garantiscono numerose ore di divertimento. 5. FIFA 18 Il simulatore calcistico di EA Sports, fortunatissimo format di fama sempre crescente, dal ’93 ai giorni nostri, […]

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L’unica notte che abbiamo di Paolo Miorandi | Recensione

“L’unica notte che abbiamo” è un romanzo di Paolo Miorandi, edito da EXòrma, un libro che sin dal principio, catapulta in una lettura impegnativa, che richiede un’intensa concentrazione, ricca di spunti di riflessione. Infatti, si sentono voci che il lettore non può capire, voci incomprensibili ma in realtà perfettamente delineate nell’immaginazione dell’autore. Il racconto nasce da un incontro causale, non programmato, un errore nella consegna della posta, tra due ignari vicini di casa, nello stesso palazzo ma a qualche km di distanza. Trama È notte, un uomo si trova alla finestra e ascolta voci che sembrano riecheggiare nel buio. Le voci sono quelle di un’anziana signora, poco prima di tramutarsi anche lei in pulviscolo di parole, ha consegnato all’uomo che ne diventa il custode. Una serie di voci, di persone, realtà, situazioni e vicende diverse, racchiuse in quello che potrebbe essere un ricordo. L’anziana signora rivive le vicende della sua famiglia che nessuno ha mai voluto né raccontare né ascoltare. Cerca tra i confini immaginari (presumibilmente mentali) di un paese senza vita la ragazza che ha abbandonato il figlio, suo padre, poco dopo averlo messo al mondo. Ripercorre le fasi della propria infanzia, unico ricordo di una labile felicità. Rivive rapporti conflittuali, vicende intimamente segrete, la propria famiglia, la propria dimora, il proprio Pese, alla ricerca di un possibile perdono dei protagonisti, irrimediabilmente colpevoli. La scrittura del libro di Paolo Miorandi è quasi ossessiva, ma non nell’accezione negativa del termine, è un’ossessione che va oltre la realtà, con una serie di dettagli che man mano si legano l’uno all’altro. L’autore non si serve di giri di parole, va dritto al fulcro della questione, raccontando, in modo coinciso ma diretto, concetti e vicende diverse, soprattutto per delineare un punto di vista, che si discosti da una prospettiva tradizionale. In questo spazio ben definito, dato da una cornice narrativa dunque ‘ossessiva’, si delineano i personaggi, i cui destini e le cui attività si incrociano. Come se fossero tutti sulla stessa strada. Miorandi è infatti uno psicoterapeuta che dedica gran parte del proprio tempo alla scrittura. “L’unica notte che abbiamo”, è il suo nuovo romanzo, all’interno del quale l’autore di Rovereto, riesce a concentrare tutta l’adrenalina che oscilla tra casualità e incontri. Tra memoria e ricordo. Tra voce ed evocazione. Tra la finzione che sembra prendere il sopravvento sulla realtà, inspiegabilmente deforme. “L’unica notte che abbiamo”, è un libro coinvolgente, nel corso del quale, tra le pagine che lo compongono, si “confrontano” tre generazioni nell’arco di un secolo, da fine Ottocento a fine Novecento, narrando una storia reale che l’autore sembra però trasfigurare, attraverso la propria penna, e mediante ciò che è avvenuto, mescolando vicende di famiglie, bambini abbandonati, mutilati, matrimoni falliti e tutto ciò che ne consegue. I personaggi del libro (come l’anziana signora) sembra che desiderino esser ricordati a tutti i costi. Ciò nasce probabilmente da un bisogno intrinseco di voler raccontare per necessità. In realtà, man mano che si procede nella lettura si comprende il motivo per il quale l’anziana donna desideri […]

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Una storia straordinaria, l’entusiasmante romanzo rosa di Diego Galdino

  Diego Galdino torna in libreria con “Una storia straordinaria” con Leggereditore. Luca e Silvia sono due ragazzi come tanti che vivono vite normali, apparentemente distanti. Eppure ogni giorno si sfiorano, si ascoltano, si vedono. I sensi percepiscono la presenza dell’altro senza riconoscersi. Fino a quando qualcosa interrompe il flusso costante della vita: Luca perde la vista e Silvia viene aggredita in un parcheggio.  Eppure, due anni dopo, la loro grande passione, il cinema, li fa conoscere per la prima volta e Luca e Silvia finiscono seduti uno accanto all’altra alla prima di un film d’amore. I due protagonisti, feriti dalle vicissitudini degli eventi passati, si ritrovano, così, loro malgrado, a vivere una storia fuori dall’ordinario. Il romanzo si apre con una narrazione fitta di eventi, in un flashback che si rivelerà essere cardine di tutto il romanzo. Luca, protagonista dalle mille sfaccettature, incarna il ragazzo buono e generoso “della porta accanto”. Di lui, il racconto pre- incedente, farà conoscere il lavoro, le giornate frenetiche e la quotidianità, e poi tutto ciò che riguarderà la sua nuova vita, da persona disabile. Interessante è l’approccio iniziale fra i due personaggi. Silvia e Luca: infatti, si guardano, si incontrano più volte, e si conoscono, ancora prima di riscoprirsi innamorati. La magia di un –bacio frappè– darà un tocco quasi del tutto fatalista al romanzo. Il personaggio di Silvia, invece, in seguito all’aggressione subita, cambia del tutto. La Silvia sfrontata delle prime pagine, si rivelerà poi un essere fragile e fitto di paure, con un grande timore del prossimo, e tanta titubanza che, al cospetto di Luca, sembra svanire del tutto. L’alternanza di narrazione tra il punto di vista di lei e di lui fornisce al romanzo un ritmo incalzante, permettendo al lettore di rivolgere la propria attenzione ad ogni azione, gesto o sguardo. Se da una parte –l’incontro-scontro- fra i due protagonisti sembra incarnare il tipico cliché da film e libro romantico, al contempo, il fatto di avere una narrazione quasi simultanea di ciò che avviene all’uno e all’altro, sembra rivelarsi come un espediente letterario molto interessante. Una storia straordinaria sembra essere basata tutta sull’avvicendarsi dei cinque sensi: i capitoli sembrano essere dedicati all’olfatto, al gusto, all’udito, al tatto e alla vista. I protagonisti, al di là delle difficoltà fisiche e psicologiche di entrambi, entreranno in pieno contatto fra di loro usando i cinque sensi. I profumi di Silvia e Luca, il gusto delle cose buone da mangiare, il desiderio di toccarsi e di sentirsi stretti in un abbraccio, la voglia di ascoltare solo una voce, e il fatto di essersi visti, anche se per poco, renderanno l’amore dei due ragazzi, di fatto, una storia emozionante e completa. La disabilità di Luca (necrosi retinica acuta) è affrontata in modo leggero ed approfondito. Non ci si ritrova mai dinanzi alla storia di una persona mestamente rassegnata. Gli alti e i bassi e lo sconforto di una vita totalmente cambiata, rendono veritiero, ma non funesto, il racconto di un ragazzo a cui è stata strappata […]

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Giovanissimi: il romanzo di formazione di Alessio Forgione

Alessio Forgione con il suo libro Giovanissimi (NNEditore) si inserisce ufficialmente tra i dodici finalisti del Premio Strega 2020, raccontando Napoli nella sua contraddizione e natura bipartita di odio/amore. In questo contesto prende corpo la storia di Marocco, un ragazzo di quattordici anni che deve il suo nome al cespuglio nero di capelli crespi. Ha piedi leggeri che danzano sui campi da calcio, ma ha anche pensieri troppo rumorosi che lascia rinchiusi tra le mura della sua stanza. Possiamo considerare Giovanissimi un romanzo di formazione che l’autore ha suddiviso in cinque fasi: il rifiuto, la rabbia, il patteggiamento, la depressione e l’accettazione. Una parabola che abbraccia tutto il primo anno di superiori di Marocco, un’altalena che oscilla tra nichilismo ed eccitazione. Marocco assaggia la vita futura a piccoli morsi e abbuffate improvvise, ma non tra i banchi di scuola. Gli scenari in cui sembra sentirsi a suo agio sono i muretti vicino alla chiesa, le partite improvvisate di calcetto, i tetti da cui poter vedere le traverse della metro e le sale da gioco. Fumo, alcol, sogni e desideri prendono vita in questi luoghi e allo stesso modo vengono distrutti. L’entrata nel periodo adolescenziale dona a Marocco la curiosità nei confronti dei piaceri e delle emozioni, la volontà di autonomia rispetto alla figura del padre, ma toglie a lui l’innocenza e, materialmente, gli amici che, chi per scelta, chi per necessità, chi per caso, perdono la vita. La periferia, specialmente quella napoletana del secolo scorso, non è l’ambiente più semplice in cui crescere e la perdita dell’innocenza può diventare cruda e traumatica.  A tutto questo caos, si contrappone la calma della sua camera, pervasa da un silenzio a tratti insopportabile, lo stesso che si traduce nel vuoto che la madre ha lasciato andandosene di casa cinque anni prima. È un vuoto che lo inghiotte e lo fa sprofondare nella tristezza e nel dolore. Ogni tanto Marocco sogna la madre, la insegue ed è assettato del suo amore. Se questa è la vita, se bisogna provare così tanta sofferenza, allora la violenza è la risposta, pensa Marocco, rimanendo poi stordito dall’imprevedibilità degli eventi. Ad un tratto semplicemente scopre l’amore e la violenza non sembra essere più una valida risposta. Le tenebre cedono il passo al sole e all’arrivo dell’estate, con il profumo di salsedine e la riscoperta della propria purezza. Ma se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, l’altra faccia della medaglia si svela nella sua natura malvagia e brutale. «La vita non è altro che un’inconsapevole attesa. Poi arriva, e fa male.» La scrittura di Forgione graffia il foglio con estrema forza, donando corpo e realtà alle immagini descritte. Il suo è un linguaggio che fa a meno della retorica e dei moralismi e la voce di Marocco diventa la voce collettiva di tutti i giovanissimi di ieri e di oggi. Gli episodi che investono il percorso di crescita del protagonista si illuminano come investiti da flash improvvisi, descrivendo in modo calzante quello che è il punto […]

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Imparare a cadere: un storia di inclusione | Mikael Ross | Recensione

Imparare a cadere è una narrazione grafica per i testi e i disegni di Mikael Ross, edita da BAO Publishing nel 2018, in cui si raccontano le vicende della vita di Noel, giovane sessantaquattrenne con disturbi mentali, che si ritrova improvvisamente a dover fare i conti con la perdita degli affetti e la difficoltà nel ritrovare se stesso. Imparare a cadere di Mikael Ross: il fondamento del judo, il fondamento della vita La pubblicazione di Imparare a cadere combacia con il centocinquantesimo anniversario della fondazione tedesca Neuerkerode, che ebbe origine dalla volontà di tre filantropi di aiutare le persone bisognose. Nel 1868, il pastore Gustav Stutzer, il dott. Oswald Berkhan e Luise Löbbecke (figlia di una nota banca dell’epoca) unirono i loro sforzi in una iniziativa privata che, nel corso del tempo fino ai giorni nostri, si è trasformata in una impresa di carattere sociale che, animata ancora da valori cristiani e, come si diceva, filantropici, opera nell’ambito dell’inclusione nella vita sociale di persone (tra cui anziane e disabili) altrimenti tagliate fuori. In particolare, Imparare a cadere di Mikael Ross riesce a dare voce, o meglio, a ricostruire le immagini di un mondo complesso e non facile attraverso gli occhi del giovane (apparentemente) Noel, affetto da disturbi mentali, che in seguito ad un tragico e fatale incidente domestico perde sua madre, sua tutrice e unica persona a cui egli possa fare riferimento. La vicenda, sviluppata per episodi e narrata graficamente attraverso le immagini percepite dallo stesso Noel, prende pieghe ora tragiche ora ironiche, ora comiche ora serie, grazie alla varietà di caratteri introdotti e che con lui interagiscono. Dopo il principale episodio legato alla madre, infatti, Noel viene catapultato in un luogo affine a quello della Neuerkerode, in cui con difficoltà egli riesce a integrarsi e a instaurare intensi rapporti con gli altri abitanti della comunità. In particolare emblematico è l’episodio legato al judo, per cui l’arte marziale, la “via della cedevolezza”, attraverso un sistema di prese a atterramenti, ha come obiettivo principale quello di insegnare a cadere senza accusare il colpo, allo scopo di riuscire a rialzarsi più saldi e forti di prima. Imparare a cadere di Mikael Ross si configura dunque come una narrazione per immagini, che, pure se nella sua veste grafica classica, ha come intento quello di sensibilizzare il lettore verso determinate tematiche che gli sono costantemente sotto gli occhi, ma a cui non si fa spesso caso. Emblematiche appaiono, infine, le parole della postfazione al libro, per cui «Imparare a cadere è una finestra sul nostro mondo, dove con un’impronta dal forte valore cristiano ci prendiamo cura di quelli che, a un primo sguardo, non sembrano essere stati baciati dalla fortuna e che, nonostante tutto, spesso e volentieri sanno perfettamente in cosa consista la propria felicità» (p. 128).

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Maria Mazzotta a Napoli con Amoreamaro

Lo scorso giovedì 13 Febbraio 2020 in una location del centro storico, l’Auditorium Novecento, Maria Mazzotta – una cantante che ha dell’incredibile vocalmente parlando, con un passato nel “Canzoniere Grecanico Salentino” – ha presentato con il fisarmonicista Bruno Galeone il suo nuovo album “Amoreamaro” (Agualoca Records), in anteprima a Napoli, con la produzione di I Zimbra Culture. La musica popolare è il fil rouge della serata – musica di gente che si sporca le mani, che sta a contatto con la terra e con la realtà e conosce il peso delle cose – alla quale prendono parte gli ArsNova, il gruppo dall’anima gipsy che è facile incontrare girando per le piazze del centro storico partenopeo e che propone un repertorio musicale intriso di atmosfera meridionale, senza fronzoli o sovrastrutture. Una formazione che “rilegge la tradizione con occhi moderni” e che è stata superlativa nel condividere più di un’esibizione con la regina della world music europea, giovedì sera. Maria Mazzotta e la sua appassionata riflessione sull’amore amaro Un’intensa e appassionata riflessione, da un punto di vista femminile, sui vari volti dell’amore ha preso corpo sul palco dell’Auditorium. La voce ipnotica di Maria Mazzotta ci ha rivelato la complessità e il mistero di un sentimento dalle mille sfaccettature: grande, disperato, tenerissimo, malato, possessivo e abusato. In un mondo in cui siamo ammaestrati a interpretare svariati stereotipi, finiamo per essere ormai caricature di noi stessi persino sotto le lenzuola. Si cerca disperatamente di anestetizzare l’angoscia che infonde la luce malata del sole e siamo sempre un po’ più tossici in un mondo di tossici. Ogni giorno, perdiamo un po’della nostra umanità e abbiamo quasi dimenticato ormai quale sia la vera essenza dell’amore, quella che ti cambia la vita e che rende il nostro pianeta meno ostile e più colorato. Cerchiamo tutti l’amore, ma lo facciamo poco. Siamo bombardati da grida e insulti in tv, da haters sui social network e da aggressività e rabbia volti ad affermare le proprie idee. La gentilezza e i sentimenti nobili sono considerati “roba da sfigati”, che pare essere passata di moda. Ma probabilmente stiamo sbagliando tutto. Se solo costruissimo più ponti, potremmo essere tutti più felici. E questo è il messaggio che Maria Mazzotta, come un arciere dall’arco dorato, lancia sulla platea scoccando frecce d’amore. [Fonte immagine: v-news.it]

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Napoli e Dintorni

Napoli Animal Save e Napoli Climate Save al Liceo Pansini | Intervista

Venerdì 14 Febbraio le associazioni di attivisti di Napoli Climate Save e Napoli Animal Save interverranno al Liceo Classico A. Pansini di Soccavo (Napoli) per tenere una lezione informativa sulle conseguenze delle azioni umane sugli attuali cambiamenti climatici e le correlazioni che esistono tra quest’ultimi e le industria zootecnica. L’obbiettivo è quello di far conoscere la complessità di queste tematiche che richiedono studio e forte responsabilizzazione da parte di tutti. Organizzatisi sotto l’egida del movimento internazionale abolizionista Save Movement nato a Toronto nel 2010 e anche sotto la spinta del movimento Friday’s for Future di Greta Thunberg, queste associazioni svolgono diverse attività per la tutela dell’ambiente e dei diritti degli animali. Ne abbiamo parlato con Connie Dentice, rappresentante del gruppo Napoli Animal Save.  Cosa sono Napoli Climate Save e Napoli Animal Save, e quali sono i loro obbiettivi? Sono dei gruppi locali di attivisti, il primo per la tutela dell’ambiente mentre il secondo per la tutela dei diritti degli animali. Nascono dall’organizzazione internazionale Save Movement che conta gruppi in tutto il mondo. Il primo obbiettivo è quello di informare le persone sulle conseguenze dei cambiamenti climatici e promuovere l’antispecismo, ovvero, che tutte le creature viventi sono sullo stesso piano: non esistono animali da compagnia o animali da reddito. Le attività di Animal Save Movement consistono nell’andare in ogni luogo di sfruttamento animale: allevamenti, macelli, fiere, zoo, circhi, negozi che vendono animali. Lo facciamo sempre in maniera pacifica parlando anche coi lavoratori e riscontrando che spesso neanche loro vogliono fare certi lavori. Portiamo quindi la testimonianza di chi vive nell’ombra, parliamo di persone che fanno uso di alcool e droghe, persone che chiaramente non vogliono uccidere ogni giorno, sentire urla e sporcarsi col sangue… non è umano. Si parla tanto della classe operaia ma non si parla mai di queste persone che spesso sono immigrati che non hanno altra scelta. Il nostro atteggiamento è di comprenderle, non di giustificarle e di guidarle verso la transizione. Poi siamo contro la trivellazione, siamo contro gli inceneritori e facciamo manifestazioni per questo. A marzo faremo una manifestazione a Milano fuori la sede della Cargill, una multinazionale che, disboscando intere foreste, rifornisce gli allevamenti di mangimi e distribuisce carne a grandi colossi come McDonald’s e Burger King. Napoli Climate Save, nello specifico, si occupa di far capire e informare sul come l’industria zootecnica incida in maniera consistente sull’inquinamento e i cambiamenti climatici. Ma tra le diverse attività ci sono anche azioni di riqualificazione e pulizia di zone degradate, oppure azioni di rimboschimento. In cosa consiste la lezione che terrete al Liceo Pansino? È una lezione di quattro ore incentrata sulle cause e conseguenze del cambiamento attualmente in atto. Parleremo dei combustibili fossili, della fast fashion, della plastica e dell’industria zootecnica. Sarà una lezione frontale con un dibattito alla fine. Avete già svolto attività simili in altre scuole? Abbiamo svolto la stessa lezione in un istituto professionale a San Giorgio a Cremano per gli studenti del triennio e abbiamo riscontrato che c’è poca informazione ed è […]

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Food

Giallo datterino presenta le nuove pizze invernali

Si è svolta martedì 28 gennaio la presentazione delle nuove pizze winter edition della pizzeria Giallo Datterino a Villaricca, provincia di Napoli: dalla collaborazione con lo chef stellato Paolo Gramaglia. Sono cinque le pizze che si vanno ad aggiungere alla rosa di quelle già presenti nel menù della pizzeria. Giallo Datterino le cinque proposte winter edition Lo chef Paolo Gramaglia ha presentato le cinque nuove pizze della Giallo Datterino winter edition, che decide di cavalcare l’onda della fusione tra tradizione e modernità. Con la volontà di accontentare un pubblico sempre più esigente ed attento ad abbinamenti e rivisitazioni dei grandi classici, così come i palati di clienti di qualsiasi età. Si parte con Porgi l’altra guancia, una pizza ricca e tipicamente invernale, che presenta stracotto di guanciale di maiale, provola di Agerola, all’uscita perlacee di cicorietta, chips di cotica croccante, quenelle di patate ai 3 pepi, basilico, parmigiano e olio extravergine d’oliva. Il carciofo della domeniche napoletane, una pizza che strizza l’occhio al tipico contorno domenicale delle famiglie napoletane, ‘a carcioffola, che si presenta con una vellutata di carciofo di Schito, provola di Agerola, all’uscita carciofo in 2 cotture al vapore e alla brace, pancetta tesa, mousse di alici, servita in una cloche al fumo di carciofo. Bruschetta…Mi, una pizza più fresca e leggera delle precedenti, ma che comunque richiama i sapori e le sensazioni della tradizione più povera e semplice, composta da fumetto di suino al vino rosso in pomodoro corbarino, provola di Agerola, all’uscita filetti di pomodoro semi-dry, fonduta di provolone del Monaco e spuma all’essenza di bruschetta. La zeppola di genovese di Paolo Gramaglia incontra il forno di Ciro Spinelli, una pizza alla cui base troveremo una vera e propria ciambella di pasta choux, fritta e cotta al forno, ripiena di genovese su salsa di pecorino. Il goloso del cioccolato, per concludere in bellezza con un dolce fatto di un tris di sfere fritte, cuore ripieno di ricotta al miele, ricoperte di cioccolato bianco, fondente e al latte. Non resta che andarle ad assaggiare tutte alla pizzeria Giallo Datterino Corso Europa 310-322 Villaricca.

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Eventi/Mostre/Convegni

Be Green: intervista a Franco Rendano

Lo scorso venerdì 24 gennaio si è tenuta, negli spazi del Lanificio 25 (piazza Enrico De Nicola, 46, a Napoli), la mostra fotografica “Mi rifiuto” e il primo degli incontri d’ecologia e ambiente “Be Green“. Per l’occasione, abbiamo intervistato Franco Rendano, chirurgo e presidente del Lanificio 25. Be Green: intervista al professor Franco Rendano Professor Rendano, il “Lanificio 25” è spesso impegnato in attività e progetti culturali; vuole raccontarci la storia della struttura e del sito ov’è ubicata? Comincia nel 2005: fui affascinato dall’edificio che, come dice Francesca Rigotti (Il pensiero delle cose – Ed. Maggioli), mi disse di avere tante cose da raccontare. Con il tempo queste cose sono venute a galla; un’affascinante storia di oltre 500 anni: nel ‘400 monastero come “Insula Monastica di Santa Caterina a Formiello”, nell”800 fabbrica di lana (Lanificio SAVA), importante industria dove lavoravano oltre seicento operai, poi sede di varie attività artigianali. Oggi rappresenta un edificio storico, tipico reperto di archeologia industriale di epoca borbonica la cui vocazione non è più la produzione di beni materiali ma “immateriali” (cultura, arte, musica, danza…). Porta Capuana si trova accanto al complesso ed identifica tutto il quartiere caratterizzato da antiche tradizioni culturali e culinarie oltre che per la presenza di importanti monumenti. “Be Green” è un progetto sull’ambiente per l’ambiente; vuole offrircene una descrizione in dettaglio? Il quartiere che ho citato è in abbandono e negletto dalle istituzioni. Lo è ancor più oggi che i lavori del progetto UNESCO hanno creato da lunghi mesi notevoli disagi agli abitanti ed alle attività del luogo. In una situazione di tanto degrado con questo progetto vogliamo lanciare un messaggio speciale alle nuove generazioni sull’importanza di una coscienza “GREEN” a partire dalle piccole cose che tutti noi possiamo mettere in pratica. Per questo, in occasione della presentazione del progetto, abbiamo organizzato con l’aiuto della dottoressa Valeria Panella e di Giuseppe Perrini il primo convegno BE GREEN invitando i ragazzi della scuola “Bovio Colletta”, situata a pochi metri, e nomi illustri dell’ecologia nazionale ed internazionale. Circa cento ragazzi dagli 8 ai 15 anni, accompagnati dalle famiglie e dai docenti della scuola, hanno ricevuto dai presidenti di Legambiente Edoardo Zanchini e Maria Teresa Imparato una lezione pratica con dieci consigli “per contrastare i cambiamenti climatici”. In conclusione ho consegnato a ciascun bambino una spilla/stemma da portare con orgoglio sul petto insieme al decalogo e ad una pergamena personalizzata che li diplomava “Ambasciatore Be Green per salvare il Pianeta”. I bambini hanno preso molto sul serio il messaggio del quale si faranno portavoce anche in seno alle famiglie. È stato emozionante. Il tutto seguito poi da un dibattito più “serio” sulle problematiche ambientali. Dopo la presentazione del nostro progetto sono intervenuti Edoardo Zanchini (vicepresidente nazionale di Legambiente), Carmine Maturo (portavoce nazionale di “Green Italia”) con “Essere green a Napoli”, Enzo Russo (Mobility manager Ufficio di presidenza “Green Italia”) con “Politiche, strategie, azioni concrete per una mobilità sostenibile”, Cristina Di Stasio (Quartiere Intelligente) con “Educazione all’ambiente come educazione civica”. Gli incontri di “Be Green” […]

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Musica

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Bipuntato e l’interessante esordio con Maltempo

Nell’immensa galassia del panorama indie italiano è nata una nuova stella, che porta il nome di Bipuntato e del suo album d’esordio: Maltempo. Dietro lo pseudonimo di Bipuntato si nasconde Beatrice Chiara Funari, ex voce dei Diamine divenuta nota nell’ambiente romano grazie alle collaborazioni con il rapper Carl Brave nei brani E10 e Scusa di quest’ultimo, a cui sono seguite aperture di concerti di vari artisti e la partecipazione allo Sziget Festival di Budapest, il più importante festival estivo dell’Europa dell’est. Maltempo, l’album d’esordio uscito il 6 marzo, rappresenta la consacrazione di un lungo cammino che coincide con il suo esordio da solista. Maltempo. Album dalle sonorità “umorali” Il minimo comune denominatore che lega tutti le canzoni dell’album è, come si può benissimo capire fin dal primo ascolto, il tempo che scorre. Un tempo che non ricopre il ruolo di entità indipendente, ma che influenza il destino di ogni singolo individuo: stiamo parlando delle meteoropatia che la stessa cantautrice, in un’intervista rilasciata per Insidemusic, definisce come «uno stato d’animo» o anche «un modo di vedere la vita». Lungo questa matrice si dipanano gli otto brani dell’album, dai titoli che lasciano ben poco all’immaginazione: Meteo, Previsioni, Della notte, Maltempo, giusto per citarne alcuni. Sono tutti brani che risentono di varie influenze a livello musicale. La melodia accattivante e accessibile di Maltempo, la canzone che dà il titolo all’album, ricorda molto il pop. In brani come Cassetti, Circostanze e Previsioni a dominare sono le sonorità R’n’B che ricordano moltissimo il Neffa degli anni ’90, mentre qualche traccia di blues unita a tastiere synth pop colora la già citata Della notte, una malinconica riflessione su un amore conclusosi e di cui non restano che cocci, immagini spezzettate e istantanee sbiadite. Immagini di un amore finito Proprio i testi rappresentano l’altro punto d’interesse di questo album. Bipuntato (o B. , come preferisce firmarsi), dimostra di saper usare molto bene la penna, anche se la materia dei brani è pressoché identica: le riflessioni sulla fine di un rapporto. Un tema già anticipato dalla copertina dell’album, uno scatolone di fazzoletti che richiamano quelli di una nota marca e che, come si è detto sopra, viene espresso tramite prelievi di frammenti della propria memoria e in sincronia con il tempo nuvoloso e a tratti piovoso in cui si possono inserire. Un buon esempio è Meteo, brano in cui la cantautrice ricorda gli attimi trascorsi con la persona amata tramite elementi (per citare le stesse parole di Bipuntato) “di poco conto“: un vecchio messaggio sul cellulare, il ricordo di lui impegnato in varie faccende…tutte cose che vengono incamerate in una «una valigia di parole che non ho detto» e che oramai hanno perso la loro importanza. Lascia stare, il brano di chiusura, testimonia l’impronta intimista di cui l’album è cosparso. Il ritornello rasenta la classica diatriba odi et amo (Lascia stare/Davvero, non importa, lascia stare/Ti amo, non ti amo, non è questo l’importante/Sono un mostro da evitare e questo basterà alla gente) che descrive benissimo la paura di […]

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Musica

Lucia Manca e il nuovo album Attese, vol.1

Lucia Manca pubblica il suo terzo EP dal titolo Attese, vol.1, prima parte di quello che si preannuncia come un lavoro diviso in due parti e legato a un percorso di maturazione artistica ben ragionato. Nella cultura di ogni tempo la parola attesa si è prestata a più significati. L’attesa di una notizia, di una persona, di un qualcosa che più o meno è ineluttabile. Allo stesso modo le figure dell’attesa possono essere le più varie: la sottile colonna di fumo emanata da una sigaretta accesa, il mare contemplato nel tardo pomeriggio, una passeggiata in solitaria la sera. Lungo questa direttrice si sviluppa Attese, vol.1, terzo EP di Lucia Manca prodotto da Matilde Davoli e Gigi Chord per Factory Flaws/peermusic Italy e uscito il 12 marzo scorso. Classe 1985 e originaria di Lecce, Lucia Manca si avvicina sin da bambina al mondo della musica e nel 2011 pubblica il suo primo disco omonimo a cui seguirà, sette anni dopo, l’album Maledetto e benedetto. Durante questo arco di tempo Lucia ha avuto modo di compiere un percorso di maturazione artistica tramite collaborazioni con nomi di punta del panorama indie: Jolly Mare, Populous e Le luci della centrale elettrica. Attese, vol.1, il viaggio di Lucia Manca tra le figure della malinconia Attese, vol.1 rappresenta un nuovo capitolo di questa maturazione artistica e, come suggerisce il nome, ne costituisce  soltanto la prima parte, in attesa di una seconda. Si spiega così la presenza di soli quattro brani, ma ciò non implica una minore qualità. Anzi, Lucia Manca ci mette dentro tutta sé stessa per confezionare un prodotto davvero raffinato. «Mentre scrivevo le canzoni nuove, mi sono resa conto che ricorreva spesso il tema dell’attesa, come se ogni canzone fosse una scena dello stesso film, dove il momento più bello è l’incontro finale con se stessi». Le parole della stessa Lucia sono utili per capire quella che potremmo definire la “chiave di lettura” dell’album: una sequenza di immagini diverse che finiscono per convergere verso un unico punto, rappresentato dalla malinconia. Fin da Come un’onda, brano di apertura dell’album, veniamo trasportati all’interno di questo mondo dolceamaro, fatto di atmosfere jazz e accompagnato dalla voce calda e passionale di Lucia che viene accompagnata dagli arrangiamenti di tastiera dal retrogusto synth pop, ai quali si alternano i già citati Davoli Chord e Populous, e dal contributo di altri due musicisti: Emanuele Coluccia al sax e Andrea Rizzo alla batteria e alle percussioni. Se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo tutti e quattro i brani di Attese, vol. 1, non dovremmo stupirci di immaginare di star seduti al tavolino di un bar, magari affacciato sulla riva del mare, sorseggiando un bicchiere di vino e osservando, assorti nei nostri pensieri, i cerchi designati dal fumo di una sigaretta (figura ricorrente in tutte le canzoni) poggiata sul posacenere. Poi, in quello stesso momento, su di un immaginario palco sale una donna, un po’ malinconica e un po’ innamorata, che illustra ai presenti un trattato sull’attesa in forma di lunga canzone. Questo […]

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Acini, Paolo Saporiti: il mondo che ruota intorno al live

«Siamo di fronte ad un lavoro, che live può avere un ottimo riscontro, anche per la scelta degli strumenti, che ben si presta all’esecuzione dal vivo», così scrivevo tempo addietro, nella recensione del disco Acini di Paolo Saporiti. Ad oggi, un concerto live è diventato un vero e proprio disco, fisico e digitale, suonato in trio, in maniera asciutta come il cantautorato vuole. Uscito il 21 febbraio per Orange Home Records, Acini Live è realizzato da Paolo Saporiti insieme al chitarrista Alberto Turra e il batterista Lucio Sagone. L’album è frutto di un live, registrato in presa diretta, che dà la possibilità di comprendere il respiro di una sessione dal vivo di Saporiti: attraverso i commenti dei brani, il rumore di sottofondo, gli scricchiolii degli strumenti, ci si immerge in qualcosa che va oltre l’acustico. Cosa c’è dietro Acini nella versione live? Qual è stata l’esigenza di fare una versione diversa da quella in studio? L’aspetto di questo disco è una forma di celebrazione a quello che è successo. Acini era un disco campionato, fatto in studio, ciò che mi interessava di più era portarlo in giro, insieme al chitarrista Alberto Turra e al battterista Lucio Sagone. Live dopo live sono arrivato, insieme ai musicisti, ad una qualità della sensazione molto alta, avvertivo il bello che accadeva sul palco. L’idea, quindi, è stata quella di fissare un momento, abbastanza inconsapevole di quale sarebbe stato il risultato; sicuramente ero convinto di quello che stava succedendo e di quello che io e gli altri stavamo suonando, ma la riprova del voler stampare l’album in questo modo è stata ascoltare il disco ed essere sicuro di star camminando per la strada giusta. Come affronti un live? Quali canzoni non possono mancare mai, e cosa non può mancare mai in un tuo live? Mi piace molto essere sul pezzo, vale a dire, suonare i brani del disco che ho composto; ho sempre suonato anche canzoni di lavori futuri e ripreso dai dischi vecchi, facendo una scelta tra diversi brani che mi piacciono. Un esempio è Rotten Flowers, che non è presente nel disco live a causa di un problema tecnico. Sono solito, a fine concerto, staccare l’alimentazione e finire in acustico, ed è valso anche per questo concerto qui: ero solo con la chitarra in mezzo al pubblico, ma purtroppo il condizionatore era acceso ed ha disturbato la registrazione. In un mio live non può mancare questa versione acustica; si può condividere l’emozione sottile, è un nuovo linguaggio, che provoca e trasforma: abbassando la soglia del rumore, la gente ti concede un nuovo modo di suonare. Un cantautore, deve essere una persona che chitarra e voce riesce a sostenere una situazione, quindi suonare con gli strumenti che hai. C’è un rituale che fai prima di salire sul palco, come acquisti la concentrazione prima di buttarti nell’esperienza del live? Vari rituali: dato che arrivo dal teatro, sono passato dal tai-chi, continuando con il training di stampo teatrale. In questo momento, mi concedo una sambuca prima […]

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Canzoni spagnole: 5 da ascoltare assolutamente

Ami la musica spagnola? Ti consigliamo 5 canzoni spagnole che devi assolutamente conoscere! La musica spagnola con i suoi ritmi allegri, frizzanti ed orecchiabili è fortemente apprezzata dal pubblico italiano ed è super ascoltata in radio o tramite YouTube. Qui riportiamo la nostra top 5! 5 canzoni spagnole da ascoltare assolutamente Si tú no vuelves di Miguel Bosé Nonostante siano trascorsi 20 anni dal debutto della canzone Si tú no vuelves, il famoso cantante Miguel Bosé l’ha riproposta in diverse occasioni e trasmissioni, perché risulta essere particolarmente gradita da un pubblico di tutte le età. Si può dire che sia il testo che la sonorità rappresentano un fenomeno mainstream che ha una rapida diffusione. Il testo è stato scritto nel 2006 da Miguel Bosé, in partnership con Lanfranco Ferrario e Massimo Grilli, ed è un brano contenuto nell’album Bajo el Signo de Caín del cantante. In Italia ebbe un grande successo, conquistando nel giro di poche settimane la seconda posizione in classifica. Nel 2007 viene eseguito un remake assieme alla cantante Shakira, riproposto nell’album Papito. Si tu no vuelves è una canzone dal ritmo lento e melodico, raggiunge un climax al centro ma, soprattutto, quando Shakira termina la canzone. Shakira non usa il suo tipico timbro di voce, ma uno più leggero, più sinuoso, quasi un sussurro. Un inno all’amore ed alla condivisione, insomma, come ben esprimono le parole del ritornello “Y cada noche vendrá una estrella / e ogni notte verrà una stella A hacerme compañía / a farmi compagnia Que te cuente como estoy / e ti racconterà come sto Y sepas lo que hay / affinché tu sappia ciò che accade“. Malo di Bebe Canzone tratta dall’album Pafuera telarañas, è quella vincente per la cantante Bebe e le conferisce una grande popolarità in Italia.  Nel 2005 Bebe ottiene 5 nomination ai Latin Grammy Awards vincendo un Grammy come miglior nuovo artista. Conquista cinque dischi di platino in Spagna, restando per oltre 100 settimane in cima alle classifiche spagnole. Con il successo di Pafuera telarañas, Bebe inizia un lungo tour in giro per il mondo. Nel 2006 il singolo Malo debutta anche in Italia e si rivela subito un grande successo. Gli italiani fin da subito la considerano un vero tormentone estivo; il brano, con il suo ritornello facilmente orecchiabile, in realtà ha un testo molto significativo e triste, che fa riflettere su un tema che esiste da oltre 30 anni ed è fortemente attuale: il tema della violenza domestica sulle donne. Il titolo, infatti, è la chiave per comprendere il significato del testo: Malo, in spagnolo, significa cattivo. La Libertad di Alvaro Soler “Recuerdo el momento /Ricordo il momento Nos fuimos a buscar / Siamo andati a cercare Un mundo más allá / Un mondo oltre La libertad (La libertad) / La libertà La libertà” Questa è la traduzione delle parole-chiave di una delle canzoni spagnole di Alvaro Soler più popolari nell’estate 2019 La Libertad. Un inno alla libertà, alle nuove scoperte ed all’entusiasmo, che può animare il […]

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Teatro

Teatro a un metro: il coronavirus si combatte con la creatività e la cultura

L’assalto ai supermercati. Gli atti di razzismo. L’assenza di una reale alternativa alla didattica frontale. L’inarrestabile quanto imprevedibile avanzata del coronavirus sta evidenziando quanta pochezza ci sia nel nostro sistema culturale, sociale ed organizzativo. Il fatto stesso che ci si nasconda dietro un “nessuno poteva prevedere” riassume egregiamente la miopia dei governi e l’incapacità di adattamento dell’essere umano italico, che da due settimane a questa parte non fa che lamentarsi, che piangersi addosso. E la stessa pandemia si sta diffondendo anche nella macchina dello spettacolo che purtroppo rischia di essere tra le più colpite dal (giustissimo) decreto firmato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che prevede la sospensione delle manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportino affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro. Ma a differenza del mondo scuola, completamente allo sbando in termini di soluzioni, delle prime idee per evitare il tracollo del settore stanno fiorendo. Una di queste è la fruizione in streaming dei contenuti, un’altra (in perfetta simbiosi con l’Art 2./e che invita le associazioni a creare eventi alternativi)  ci viene da Sara Guardascione, Andrea Cioffi e Franco Nappi, giovane gruppo di attori, di cui abbiamo scelto di supportare la causa, pubblicando il seguente appello: Teatro a un metro Lettera al pubblico e ai teatranti per sopravvivere alla crisi. Gentile pubblico, gentili colleghi, stiamo vivendo un momento difficile, e lo sappiamo. Lo abbiamo letto e riletto. Lo abbiamo detto in tutti i modi. Il nostro meraviglioso mondo, il teatro, è in ginocchio e a farne le spese siamo tutti, al di là e al di qua del sipario. Mentre le compagnie, i direttori artistici, gli amministratori si stanno battendo per noi tutti, per far fronte all’impossibilità di tenere aperti i teatri, la nostra casa, noi vogliamo affiancarli e darci da fare perché il teatro non resti muto per così tanto tempo e perché il lavoro dell’attore, che da sempre si dedica a rallegrare, commuovere, sensibilizzare, divertire, far riflettere la società, non si spenga e perda di valore. Abbiamo a cuore il benessere nostro e del pubblico. Benessere fisico, che ci vede costretti, giustamente, a rispettare delle norme di cautela, per la nostra salute; benessere d’animo, poiché il bisogno di arte, di bellezza e di teatro è forte più che mai in momenti come questi; e anche benessere economico, poiché sospendere ogni attività significa privare un’intera categoria professionale della possibilità di sostentamento. Per questo noi non vogliamo che la macchina teatrale si fermi. Pertanto, in ottemperanza al Decreto Ministeriale del 4 Marzo, proponiamo un evento teatrale d’emergenza: Teatro a un metro Sfruttando uno spazio privato e all’aperto, garantendo la distanza minima di un metro tra uno spettatore e l’altro ed evitando ingressi stretti e attese affollate, facciamo partire oggi piccoli eventi teatrali, a pochissimi attori, per un massimo di dieci spettatori per volta. Invitiamo tutti i colleghi che ne hanno la possibilità a unirsi a noi, […]

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Recensioni

I ragazzi che si amano di Gabriele Lavia al Teatro Nuovo

Una panchina verde, lampioni, qualche foglia morta, un tavolo con dei fiori e qualche sedia. Un uomo vestito di grigio, con un impermeabile e un cappello, in mano una Gauloise “papier mais”. Parigi, deve essere Parigi. Le parole dell’uomo, i suoi versi, ci riportano nell’atmosfera magica d’una sera parigina, l’ambientazione tipica di una delle più celebri poesie d’amore. Ma no, l’uomo rompe l’incanto. Siamo a teatro, precisamente al Teatro Nuovo di Napoli; l’attore e sceneggiatore è Gabriele Lavia, che presenta il suo recital ispirato al beneamato poeta Jacques Prevért intitolato I ragazzi che si amano (in scena fino all’8 marzo). L’intento dell’autore è quello di rileggere i versi del poeta d’amore sotto una veste diversa; al centro le poesie, contorniate da una prosa che, come afferma lo stesso Lavia, si adatta di volta in volta al pubblico a cui si rivolge. L’amore la fa da padrone. Quello che però viene messo in rilievo è il contesto dal quale le poesie di Prevért partono. Una Parigi novecentesca ed esistenzialista, dove è il monumentale Jean-Paul Sartre a farla da padrone, che sembra fare a pugni con la semplicità delle poesie di Prevért; sarà sempre a lui che il poeta si rivolgerà. Lavia però sembra sollevare il velo del senso letterale delle sue poesie, per portare in auge qualcosa di più profondo e concreto, partendo da quella più famosa: I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è la loro ombra soltanto Che trema nella notte Stimolando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Essi sono altrove molto più lontano della notte Molto più in alto del giorno Nell’abbagliante splendore del loro primo amore. Sotto il linguaggio semplice e spontaneo, apparentemente lontano dalla profondità esistenzialista, l’attore riscopre un mondo che affonda le sue radici nel mito fondatore della cultura occidentale: il platonico mito della caverna. Rileggendo la poesia d’amore, le immagini del mito sono tutte lì: la luce del giorno, le ombre proiettate, e poi un amore che si fa universale e che non smette di ripetere ciò che ha scoperto, anche se gli altri non lo comprendono. Ma gli amanti sono altrove. E partendo dalla lingua originaria della poesia, “les enfants“, ingiustamente tradotto con “i ragazzi“, sembra riecheggiare il primo verso della Marsigliese, e allora non è traducibile con due entità circoscrivibili, né bambini né ragazzi, bensì l’umanità intera, che si ama, baciandosi in piedi, opponendosi alle tenebre, ultimo baluardo/barricata di fronte al buio dell’esistenza. E l’uomo è come la rosa, che vive e basta, senza un perché, per natura destinato a farsi attraversare dall’amore e dall’odio. L’amore, declinato dall’attore attraverso i versi del poeta, è sempre universale e quotidiano, è la vita stessa, come nella poesia Canzone: Che giorno siamo noi Noi siamo tutti i giorni […]

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Teatro

Eros e Priapo, il libro delle furie alla Galleria Toledo

Eros e Priapo, il libro delle furie: Massimo Verdastro porta Gadda alla Galleria Toledo dal 3 all’8 marzo. Massimo Verdastro, in collaborazione con la Compagnia Diaghilev e con Galleria Toledo, è regista, ma sopratutto interprete appassionato e appassionante di Eros e Priapo, satira antifascista velenosa e corrosiva scritta da Gadda durante il secondo conflitto mondiale e pubblicata solo nel ’67. Del duce, acclamato dalle folle in estasi amorosa come Ku-ce, non viene mai pronunciato il nome: eppure la sua presenza è costante, martellante e la si percepisce plastica e viva nelle decine di nomi e nomignoli che Gadda gli affibbia. Il Ku-ce è Pirgopolinice, il minchione, il gran tamburone del nulla, il culone, il trebbiatore di Pomezia, il mascelluto, l’autoerotomane, il babbeo, il Priapo statolatra, lo spiritato, il porcello, il primo ministro delle bravazzate.  Eros e Priapo: la folla come una donna Il furioso babbeo emette rutti magni da un balcone e la folla è in delirio, demente, alcolizzata. Ammaliata e stordita dalla voce suadente e sensuale del Ku-ce la folla, come una donna sporca e nottivaga si eccitata e si lascia sedurre. Ma questo non è logos politico, bensì turpe eros. Un duce tutto fallo parla alla folla: la folla si trasforma in una donna, in un’infinita vagina che vede nel suo primo ministro, a torso nudo e armato di trebbiatrice, un virile e spermatoforico salvatore della patria. In nome di questa letale e morbosa attrazione sessuale la folla asseconda i folli e omicidi piani colonialisti e imperialisti del suo Ku-ce. Il Ku-ce vuole donne gravide, coniglie che figliano, figli partoriti ogni nove mesi, ogni tre se è possibile: il Ku-ce chiede alla sua “donna” giovani vite da sacrificare alla patria, da mandare in guerra a morire, da lasciare in casa a patire la fame. La “donna” narcotizzata dalla retorica virile e narcisista del mascelluto, resta incinta alla sola visione della sua immagine. Ma Gadda, così come Parini, Verga, Fattori, conosce anche un altro modello femminile: la curva e sofferente bellezza delle mietitrici, la dignitosa povertà delle donne che arano i campi. Questa è l’Italia che manda avanti la carretta, che soffre la fame, che non si lascia sedurre dal turpe eros del porco, che per il dente di quel vile porco piange i suoi fratelli. La lingua di Gadda è dantesca fino all’eccesso, barocca, plastica, fusiva, fertile di neologismi e nuovi significati. Latino, napoletano, greco, francese, fiorentino, lingue romanze e lingue morte, dialetti e tecnicismi, terminologia scientifica e parole gergali: una babele di lingue ha asilo nel testo di Gadda. Il groviglio di parole riesce a produrre immagini potentissime, riproduce con le sole lettere, i soli suoni la psicologia dell’attrazione, l’anatomia dell’atto sessuale, l’eccitazione e l’estasi degli amanti, la biologia della riproduzione, il delirio delle masse, l’amentia a cui porta il nazionalismo. Verdastro, con Eros e Priapo, inanella una serie di miracoli, di piccole ma impensabili imprese: strapparci alla misera isteria da corona virus, mostrarci la rara bellezza delle cose complesse, dare voce, ordine e compostezza ad un groviglio […]

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Teatro

Capote, questa cosa chiamata amore al Piccolo Bellini

In scena dal 3 all’8 marzo al Piccolo Bellini è in scena Truman Capote, questa cosa chiamata amore con un bravissimo Gianluca Ferrato che, concedendo tutto sé stesso, ridà vita, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, al genio di Capote. Capote e le sfaccettature del tutto Truman Capote è di certo uno di più affascinanti e controversi autori di tutta la narrativa statunitense. Nato in un contesto familiare molto difficile, si dimostra fin da subito straordinario: ad 8 anni comincia a scrivere, a 12 possiede le conoscenze letterarie di un adulto ed è miglior amico del futuro Premio Pulitzer Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe. Tre le sue opere più note c’è sicuramente Colazione da Tiffany, reso eterno dall’interpretazione di Audrey Hepburn in una delle più romantiche storie del grande schermo, e A sangue freddo, di tutt’altra fattura, inauguratore del genere de “il romanzo verità”, come da Capote stesso definito. Ma Truman è stato molto più che un semplice autore. Massimo Sgorbani, attraverso l’interpretazione di uno sfrenato Gianluca Ferrato, ha appunto proposto un’immagine poliedrica di Capote, rappresentato in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue controversie e in tutte le sue fragilità. Ripercorrendo la sua storia concede a chi lo osserva di rivivere i suoi tempi, esasperando il positivo e il negativo, sia del suo vissuto che dell’America – il più potente e sfarzoso stato del mondo – indossando un velo luccicante, tentava di celare le controversie della guerra in Vietnam, il bigottismo, il pregiudizio e la morte di alcuni tra i più importanti uomini della storia. Allo stesso modo, Truman si svela e si riconosce come il giullare di una società falsa ma poi si giustifica e si incorona re indiscusso della festa. Racconta i suoi disagi e le sue sofferenze, dalla voce acuta agli atteggiamenti effemminati, e vanta il lusso e i vizi, come il Black and White Ball lo sballo da alcol e farmaci. Ancora, decanta la sessualità e si dichiara amante delle donne nella maniera più pura, quella priva di contatto. Il rapporto con Perry Smith Tutta la sua frivolezza svanisce nelle parole che regala a Perry Smith, assassino dell’omicidio trattato in A Sangue Freddo. Per quell’uomo controverso, che fa poggiare su un cuscino una delle sue vittime per permettergli di stare più comodo, Truman proverà un affetto inspiegabile, al punto tale da sostenerlo fisicamente nei momenti più difficili. Ammette, così, di riconoscere in Perry una versione incontrollata di sé stesso, la forma possibile che avrebbe potuto assumere se si fosse fatto trascinare dagli eventi e se non avesse amato la scrittura. Riconosce nella sua necessità di essere stridulo per liberarsi dall’imbarazzo, come nel gesto incomprensibile dello sterminio di un’intera famiglia, una sola e pericolosa radice: la solitudine. Così afferma il dovere morale di scendere nelle cose, di andare oltre e urla ad alta voce il bisogno della verità, senza la quale diventeremo qualcosa di molto lontano da ciò che siamo. Capisce allora di aver interpretato sé stesso per tutta la vita e […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Diario di una quarantena. Decalogo per la sopravvivenza

E così ci siamo. Giorno 21 di quarantena. Poche auto in strada, ma ancora troppe per i miei gusti. Pochi passanti, ma sarebbe meglio non ce ne fosse alcuno. Tanti, troppi flash-mob per sentirci vicini anche se lontani. Gente dai balconi che canta “Abbracciame”, il giorno dopo “Fratelli d’ Italia”, per poi passare alla musica popolare per farsi coraggio, ma soprattutto per fare le dirette su Facebook. Sono certa che, finita la quarantena (Signore, fa’ che finisca presto), tutti questi ambasciatori del “Volemose bene, semo tutti fratelli” torneranno a fare quello che hanno sempre fatto: ignorare i vicini, sparlare del prossimo, bestemmiare al semaforo. Ma intanto, siamo in quarantena, qualcosa bisogna fare, quindi vai di flash-mob che almeno ci perdiamo ‘na mezz’oretta. Per la cronaca, io sono coerente, e non socializzo con i vicini nemmeno in questo momento: se una persona mi sta antipatica in situazioni di vita normali, in cui posso uscire e vedere gente che mi piace, figuriamoci adesso che la reclusione forzata mi mette in antipatia anche il mio riflesso nello specchio! Quarantena: decalogo per la sopravvivenza Qualcuno ha paragonato la quarantena che stiamo vivendo agli “arresti domiciliari”, non solo per il tassativo divieto di uscire (soprattutto se, come me, vivi in Campania e ti ritrovi Vincenzo De Luca a capo della Regione), ma soprattutto per la convivenza forzata con genitori, fratelli, mogli, mariti. È la mancanza di uno spazio personale che fa un brutto effetto, specie se si è in tanti in un appartamento piccolino. Altro problema è, per contro, l’essere completamente soli, magari in una città che non è la propria, senza la possibilità di vedere un volto amico se non tramite videochat (sia lodato Whatsapp sempre!). In un caso o nell’altro, ci si ritrova a pregare che la tortura finisca presto e che tutto torni alla normalità. Intanto, ci tocca vivere questa realtà pseudo-apocalittica, sperando che, alla fine, il mondo del futuro post-Covid19 non sia come quello di Will Smith in Io sono leggenda. E mentre aspettiamo, una sola domanda ci accomuna tutti: come sopravvivere alle avversità di fronte alle quali ci pone la quarantena? Ecco 10 attività che possiamo svolgere per uscire indenni (o quasi) da questo periodo. Muoviti. Sia che tu sia uno sportivo, una fitness girl o un sedentario seriale, questo è il momento ideale per allenarti. Sì, lo so, le palestre sono chiuse e non si può fare jogging all’aperto. Beh, basta YouTube, un tappetino, qualche bottiglia d’acqua e tanta buona volontà. L’obbiettivo è uscire dall’emergenza col ventre piatto e i glutei sodi… O almeno cercare di non assomigliare a un ippopotamo quando potremo rivedere il mondo. Leggi. Sai quella pila di libri che hai acquistato ma non hai mai letto? Sì, quelli che stanno lì a prendere polvere da tempo immemorabile. Sfrutta questi giorni di reclusione per immergerti nelle loro pagine, lasciati trasportare dalle parole, annusali, sfogliali. Innamorati di loro. Coltiva le tue passioni. Ognuno di noi ha una passione che, magari, accantona a causa del lavoro, della famiglia, […]

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Diario di una quarantena. Il signor Peppe

Il Signor Peppe, storia di un uomo “strano” Un cappello di paglia con un nastro colorato (sembrerebbe blu), una sedia di quelle da spiaggia in tela verde, un sigaro e una salopette di jeans. Dal mio balcone vedo il “Signor Peppe”, così lo chiamano tutti, un uomo sulla settantina che ogni pomeriggio siede fuori al terrazzo di casa sua e fischietta, osservando chissà cosa. Qualcuno lo dà per matto, qualcun altro invece lo guarda di nascosto con curiosità in quella sua posa quasi scultorea, mentre i tiepidi raggi di sole di questa stagione strana e contaminata lo riscaldano. Il Signor Peppe è solito dare confidenza a nessuno. Non chiacchiera, non incrocia gli sguardi. Se ne sta lì, solo, a osservare e ad ascoltare sempre nella stessa posizione, in perfetta solitudine. L’altro giorno, per caso, i nostri sguardi si incrociarono e in un attimo mi parve di vedere il mare. Due grandi occhi chiari, color acqua, la carnagione scura, i capelli bianchi appoggiati delicatamente sulle spalle. Mi chiese una sigaretta, mostrandomi il suo pacchetto vuoto. Senza pensarci su mi avvicinai con discrezione e gliene porsi una. Lui accennò un timido sorriso, facendo cenno di sedermi su un muretto ricoperto di maioliche scolorite, accanto a lui. Trascorsero dei lunghi minuti in silenzio riempiti da sorrisi accennati, rapidissimi secondi durante i quali mi lasciai coinvolgere dai mille colori e suoni della natura primaverile, lasciandomi trasportare da tutto ciò che mi circondava. Minuti semplici e puri, che allontanarono dalla mia mente la paura del Coronavirus. Il virus c’è, esiste e purtroppo miete vittime: tante, troppe. Ma a volte, per stare bene, basterebbe accontentarsi di poco. Oltrepassare la soglia del proprio portone e catapultarsi altrove, dove solo l’immaginazione può arrivare. Il Signor Peppe mi ha concesso l’immensa possibilità di godere del proprio tempo, provando l’ebrezza di un nuovo sapore: quello della semplicità. Mi ha rassicurata senza parlare, con distacco, ma con lo sguardo di chi vorrebbe dire tante cose pur tacendo. Il Signor Peppe è sempre stato descritto come “n’omm stran”. Un uomo strano, seppur la maggior parte della gente sa poco di lui. Poiché casa mia è posizionata più su rispetto alla sua, l’ho sempre osservato dall’alto. Ho sempre aspettato che si girasse e non lo ha mai fatto, ma l’altro giorno improvvisamente ha scelto di dedicarmi il proprio tempo: un’occasione di crescita personale. In questi giorni ho ripensato più volte a quell’episodio, al motivo di quell’apertura nei miei confronti. Mi è capitato di leggere dei libri e improvvisamente riscoprire l’immagine del Signor Peppe, che si materializzava in quelle parole. Sembra quasi un personaggio di quelli che s’incontrano nei libri. Sarà per questo che, decisa a leggere Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, ho subito notato un uomo con cappello di paglia e salopette blu raffigurato sulla copertina. «Coincidenze», ho pensato. Proseguendo nella lettura dal mio balcone, quando il meteo lo permette e con il Signor Peppe, sempre nella propria posa statuaria, ho ritrovato un biglietto con un nome e una data: 1991, […]

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Voli Pindarici

Il profumo di un mondo che ha vinto

Marzo 2050. Sono fuori, in veranda, sorseggio una tisana allo zenzero, in compagnia di Louis Armstrong che intona in sottofondo una soave What a Wonderful World. E così a seguire Etta James con At Last, Nina Simone con Feeling Good e Billie Holiday con I’ll Be Seeing You. Dolce poesia per quest’udito un po’ stanco dell’assordante rumore dell’abitudine, del traffico, del lavoro e di qualche parola vomitata di troppo. Sono qui in un momento tutto mio, ritagliato dall’insensibile routine. Qui nella mia comfort zone ad osservare l’orizzonte, riuscendo addirittura a sentirlo l’odore inebriante di quel mare che lambisce la costiera sorrentina, così come quello dei limoni e dei fiori di pesco che in questo periodo dell’anno compiono lo straordinario miracolo della fioritura. La primavera esplode meravigliosa, infondendo un senso di bellezza ed ottimismo. Il sole scalda la pelle e scava nella mente fino a raggiungere i ricordi più reconditi. Il profumo di arance appena spremute desta l’appetito e il desiderio di sapori genuini. Che pace, che serenità in questi istanti di pausa, in compagnia di se stessi! Ma una leggera fitta attraversa il petto. Una contorta e gelida sensazione di perdere una beatitudine conquistata con rinunce e sacrifici. Quella sensazione bruciante, che apre una finestra spazio-temporale socchiusa per tanto tempo, subito collegata ad un passato che bussa delicatamente. Un passato che di tanto in tanto torna a scuotere mente e membra, cuore e anima, lasciando addosso qualche brivido di timore, di pericolo, come se da un momento all’altro tutto dovesse ripetersi di nuovo, con la stessa forza, con la stessa dirompenza. Ma il suono del citofono giunge a distrarre e scompigliare pensieri e sensazioni. È mia nipote, la mia dolce nipotina che periodicamente viene a farmi visita, donandomi istanti di gioia con quel suo fare così curioso ed estroverso che la rendono irresistibile. Una forza della natura, un tenero e deciso contagio di buonumore e vitalità. «Ciao nonnina», mi viene incontro come uno tsunami d’amore. «Sai, oggi a scuola sul libro di storia ho letto di una pandemia che si è diffusa ai tuoi tempi, nel marzo 2020. Di cosa si tratta? Cosa è successo?» Esito per un attimo, poi comincio a risponderle avvertendo brividi che solcano la schiena. «Sai piccola, è una storia triste. La storia di un Paese e del mondo intero che hanno vissuto un periodo surreale, tra terrore e speranza. Ma è anche una storia di vittoria. La storia di una comunione globale animata dalla forza e dal coraggio di non mollare, mai, anche quando il male insiste nel prevalere, anche quando tutto sembra destinato a perdersi per sempre». «Racconta nonna, raccontami cos’è accaduto…». 20 marzo 2020. Sono già trascorsi più di dieci giorni ormai dall’inizio di questa innaturale quarantena, questa lacerante chiusura con qualunque tipo di contatto esterno. Questo maledetto virus sta decisamente mettendo a dura prova resistenza e lucidità. Lo hanno battezzato “Covid-19”, una variante del già esistente Coronavirus giunta maldestramente dalla Cina, che sottilmente comincia a falciare vite in patria, giungendo aggressivo in […]

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Voli Pindarici

Quarantena di una tredicenne: pensieri, riflessioni e idee dal divano di casa mia

«Mi mancano i miei amici, mi manca scherzare e giocare all’ora di ricreazione. Spero che tutto finirà presto, che tutte le persone colpite da questo virus possano guarire presto, che si possa giocare liberi senza avere paura di abbracciarsi, senza avere paura di ammalarsi, e che tutte le persone in quarantena possano essere libere di uscire dalle proprie case e sentire il sole sulla pelle. Mi ricorderò di questo brutto momento per tutta la mia vita, mi ricorderò l’odore della candeggina che mamma mi fa usare sulle mani tutti i giorni». Queste sono le emozionanti parole della piccola Nunzia, una bambina di 8 anni che vive a Codogno, in Veneto, in una delle zone più colpite dal Coronavirus. In questi primi mesi del 2020, non si fa altro che parlare di Coronavirus, il virus, che inizialmente si è diffuso in Cina, nella città di Wuhan, e che pian piano è arrivato anche in altri Paesi, come in Italia dove, a partire dal 19 febbraio, ha iniziato a registrare numerosissimi casi, concentrati soprattutto in alcune regioni del Nord, portando le autorità governative e regionali a imporre periodi di isolamento e “quarantena” per alcuni paesi della Lombardia e del Veneto assieme all’applicazione di misure restrittive per alcune aree e città, tra cui Milano. Ma con il decreto del 9 marzo 2020, il governo ha esteso le misure d’emergenza, compresa la chiusura delle scuole fino al 3 aprile, in tutte le regioni, facendo dell’Italia un’unica zona protetta. Dunque, in questo difficile periodo in cui ci ritroviamo dinanzi una situazione di emergenza nazionale, ognuno di noi è chiamato a collaborare per il bene del Paese, per il bene di questo territorio comune interamente protetto e sopratutto per far sì che tutto questo finisca il più presto possibile, con la speranzosa possibilità di ritornare ai nostri consueti giorni con noi ragazzi di nuovo a scuola, gli adulti a lavoro e i bambini, proprio come Nunzia, dai loro amichetti per scherzare e giocare sotto i raggi calorosi del sole. Tuttavia si registrano ancora gesti irresponsabili da parte di concittadini, seppur il Governo abbia già applicato misure drastiche comuni all’intero territorio nazionale. C’è chi da Veneto e Lombardia preferisce passare la quarantena nella propria casa al mare in un’altra regione, gli emigrati meridionali che affollano treni e stazioni per tornare al Sud, i falsi comunicati su presunti vaccini miracolosi contro il coronavirus. Spiagge piene, piste da sci prese d’assalto, locali affollati nel weekend. Per egoismo, irresponsabilità e ignoranza stavolta ci si sente tutti “Fratelli d’Italia”: una lunga linea da tracciare da Nord a Sud fatta di piccoli e grandi gesti di incoscienza pur di non rispettare le direttive delle autorità per arginare il contagio da coronavirus evitando gli assembramenti. Confusione, spesso generata da una comunicazione degli organi preposti imprecisa, ma anche incomprensione delle conseguenze che il Covid-19 sta causando al nostro sistema sanitario nazionale. Tanti, troppi che agiscono come se il virus non esistesse. La percezione del pericolo è completamente alterata, soprattutto al Sud. A Napoli qualche sabato […]

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