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Eroica Fenice

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“Giovanni Capurro. L’eredità, l’antologia”

Un docufilm realizzato dall’associazione Giano Bifronte L’associazione Giano Bifronte ha coinvolto esperti, musicisti, performer, dj, appassionati del linguaggio e della poetica di Capurro per realizzare lo straordinario documento “Giovanni Capurro. L’eredità, l’antologia”, che sarà trasmesso in anteprima in una diretta Facebook sui canali dell’associazione venerdì 23 aprile alle 20.30. Poi, inizierà il tour di proiezione del lavoro nell’ambito di festival tematici italiani ed Europei. «Aver realizzato questo progetto ci inorgoglisce – dichiara Paolo Nappi dell’associazione Giano Bifronte –, perché vogliamo regalare alle nuove generazioni un tesoro prezioso e raro quale è quello di Capurro. Un cristallino autore e poeta. Credo sia imprescindibile che i più giovani abbiano coscienza delle radici creative che diventano la nostra cultura contemporanea». Giovanni Capurro è l’essenza del patrimonio culturale napoletano. Poesia, canzone, storie, novelle. Lo è nel suo modo di intendere la vita, con leggerezza, senza farsi mai trascinare nell’abisso dalle proprie miserie. Quasi un vademecum introspettivo, quello dell’istrionico e geniale poeta, autore – fra le altre composizioni – della celeberrima ‘O sole mio, e di Lilì Kangy – testimonianza di una Napoli povera ma fiera – o del ritratto metropolitano Totonno ‘e Quagliarella. Naturalmente sono decine, i memorabili brani da lui firmati che una schiera infinita di cantanti ha interpretato in oltre un secolo di spettacoli, album, recital. Con i suoi versi, Capurro cattura e illumina continue fotografie della Napoli dell’Ottocento/Novecento, proprio a partire da suggestioni urbane che nel tempo hanno ispirato pure il suo “figlioccio” d’arte, Raffaele Viviani. È da queste intuizioni che durante il 2020, anno del centenario dalla sua morte, l’associazione Giano Bifronte ha ideato un docufilm intitolato “Giovanni Capurro. L’eredità, l’antologia”, curato nella regia di Fabiana Fazio e realizzato con il sostegno della Regione Campania. L’approfondimento d’autore è stato fatto dagli studiosi Ciro Daniele e Antonio Raspaolo, raccogliendo memorabilia dell’artista sia grazie ad archivi privati che per gentile concessione della Fondazione Bideri. Numerosi, altrettanti, sono i contributi artistici girati ad hoc: il trio Suonno d’Ajere ha interpretato le canzoni Ammore che gira e ‘A vongola. Lo scrittore e performer Gianni Valentino ha recitato le poesie Sfratto ‘e casa e Scunferenza. Luigi Scialdone ha eseguito col suo mandolino l’iconica ‘O sole mio. Nel docufilm “Giovanni Capurro. L’eredità, l’antologia” c’è anche il dj-producer Uncino che ha creato un mashup, tratto dal progetto Neapolitan Classic Beat Making, un’immersione nel battito e nel groove di Partenope, la cui fonte oscilla dall’Ottocento ai giorni nostri. Neapolitan Classic Beat Making è un altro progetto che si muove nella stessa direzione e con le stesse intenzioni del docufilm dedicato a Capurro: «fare ascoltare alle giovani generazioni quei capolavori della musica napoletana che, in epoca di streaming feroce, consumo inconsapevole attraverso le piattaforme, utilizzo cieco del patrimonio culturale, fa scivolare nel dimenticatoio tante perle composte in due secoli di canzoni», come spiega Paolo Nappi, che sempre con l’associazione Giano Bifronte, ha setacciato il roster urbano del golfo sino ad assoldare una compagine all star, in collaborazione con Ammontone Production. Su etichetta Sponda Sud arriva, così, su tutte le […]

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Libri

L’ultima estate: l’attesissimo ritorno di André Aciman

L’ultima estate: l’ultimo, avvincente romanzo di André Aciman, noto per Chiamami col tuo nome André Aciman è uno scrittore egiziano naturalizzato statunitense, autore di romanzi e saggi, nonché grande esperto a livello accademico delle opere di Marcel Proust. Insegna letteratura comparata alla City University di New York e vive con la famiglia a Manhattan. Guanda ha pubblicato nel 2008 il suo romanzo d’esordio Chiamami col tuo nome, da cui è stato tratto nel 2018 il fortunatissimo film diretto da Luca Guadagnino e i cui protagonisti tornano nel romanzo del 2019 Cercami. Sempre per Guanda pubblica il suo nuovo romanzo, L’ultima estate, il 25 febbraio 2021, tradotto da Valeria Bastia. L’ultima estate, trama del romanzo André Aciman ambienta il suo romanzo in una costiera amalfitana sospesa nel tempo, dove tutto sembra possibile. Qui, in un lussuoso hotel affacciato sulla spiaggia, si ritrova un gruppo di giovani americani a seguito di un guasto alla barca. In attesa di poter ripartire, sospesi in questo paradiso terrestre, i giovani cercano di godersi al meglio questa fermata inaspettata: escono in locali diversi ogni sera, gustano il buon cibo dell’hotel, ridono e scherzano, non badando agli altri ospiti, tutti di una certa età, che trascorrono con tranquillità le loro vacanze. Ma una sera al loro tavolo si avvicina Raùl, un sessantenne dall’aspetto distinto e alquanto intrigante. I ragazzi, inizialmente incuriositi e divertiti, man mano che approfondiscono la conoscenza di Raùl, finiscono per allarmarsi. Raùl sembra sapere tutto su di loro, conosce i loro nomi, le date di nascita, il loro passato, sentimenti inespressi e segreti che non sono mai stati svelati. Nonostante i sospetti suscitati per le sue rivelazioni, Raùl conquista il suo pubblico eccetto Margot, la più diffidente e sarcastica del gruppo: non le piace e non si fida in alcun modo di questo uomo misterioso che arriva dal Perù, sembra aver vissuto ovunque e parla di anime morte e cuori spezzati. Detesta soprattutto quando lui insiste nel chiamarla Maria, quello che lui considera il suo vero nome. Giorno dopo giorno, Raùl cercherà di avvicinarsi sempre di più a Margot, e di abbattere lo scudo protettivo di cui lei si serve. Tra pranzi al sole e passeggiate in antichi uliveti la conduce in un viaggio della memoria, alle origini di un sentimento nato lì vicino, in una casa in collina, immersa in un pacifico silenzio, interrotto solo dai suoni della natura. Grazie alla figura di Raùl, André Aciman ci spiega che siamo esseri fatti di memoria, e che il nostro è un continuo errare, tornando indietro, ai nostri molteplici “io”, che sono ombre inquiete. Siamo anime che viaggiano cercando continuamente di correggere la propria vita passata, attraversando la caducità del tempo e le nostre azioni sbagliate, solo per trovare l’eternità dell’amore. E non importa se serviranno molte vite per riuscirci, il senso della vita è proprio questo, cercare l’allineamento ideale. “Perché? Perché nessuno vuole accettare chi è veramente, ecco perché. Tutti reclamano per sé l’io che ritengono migliore, sperando di essere amati per ciò che […]

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Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni

Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni Il principe d’Inghilterra Filippo, precedentemente duca di Edimburgo, vanta una storia personale di grande interesse. Nato a Corfù in Grecia, imparentato con tutte le famiglie reali d’Europa, 73 anni fa per sposare la futura regina d’Inghilterra Elisabetta II rinunciò alla successione al trono e si allontanò dalla carriera della Marina Militare. Uomo severo e di principi saldi, nonostante non fosse cittadino inglese di nascita, ebbe la cittadinanza britannica e si convertì alla religione anglicana. Padre di 4 figli, il primo figlio Carlo, principe di Galles, e futuro erede al trono nacque nel 1948. Dopo il principe Carlo la figlia Anna classe 1950, Andrea classe 1960 ed Edoardo classe 1964. Tutti credono che il principe Filippo abbia nobili origini britanniche, giusto? In realtà il principe Filippo ha subito la perdita della sua famiglia in giovane età. Figlio del principe Andrea di Grecia e della principessa Alice di Battenberg per eredità sin da giovane ha ottenuto il titolo di principe di Grecia e Danimarca. Per essere accolto dalla Chiesa d’Inghilterra converte il suo cognome con quello dello zio materno, Mountbatten. Da principe di Danimarca a principe d’Inghilterra Il principe Filippo ha ottenuto con grande onore e orgoglio il suo titolo nel 1957 ed è proprio la regina Elisabetta II, dopo 18 anni di matrimonio, che gli assegna il titolo con una cerimonia regale. Il principe d’Inghilterra Filippo Mountbatten è stato anche patrono di una serie di organizzazioni tra cui The Duke of Edinburgh’s Award, ed è stato uno dei membri fondatori della Cambridge University di Edimburgo. Nel 1961 (esattamente 60 anni fa) divenne presidente del WWF per il Regno Unito. Durante il giubileo d’oro di Elisabetta II, 19 anni fa nel 2002 il ruolo del principe del Regno Unito Filippo Mountbatten è stato fondamentale, infatti gli attribuirono l’onore di essere principe per 50 anni come consorte della Regina Elisabetta II. Nel 2013 è stato proclamato Compagno straordinario dell’Ordine del Canada, poiché è storicamente riconosciuto abbia avuto rapporti stretti con le Forze Armate del Canada. Attraverso le sue numerose visite in Canada, sia da solo sia in compagnia di sua moglie, ha mostrato la sua cura per lo sviluppo del Canada. Il 4 Maggio 2017, dopo ben 65 anni di servizio e circa 22.000 impegni ufficiali, il principe Filippo si congeda dalla vita politica reale con una cerimonia nei giardini di Buckingham Palace. Principe Filippo Mountbatten a un passo dai 100 anni – Lutto per il  popolo inglese Tutti i cittadini inglesi erano pronti a festeggiare i 100 anni di Filippo Mountbatten il 10 Giugno 2021. Nel suo castello di Windsor era già in corso l’organizzazione di una cerimonia in grande stile in suo onore. Il principe d’Inghilterra oltre che per il suo prestigio sempre accanto alla moglie Regina Elisabetta II per oltre 60 anni di regno è conosciuto da tutto il mondo per essere un amante di corse equestri e di polo e per essere definito il Principe Gaffeur. Ha fatto spesso notizia […]

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Ddl Zan: quando importante è parlare

Di recente il rapper italiano Fedez è intervenuto sul dibattito legge Zan, rispondendo in particolare ad alcune affermazioni del senatore Pillon che un po’ con fare polemico e un po’ con negligenza, ha ritenuto il ddl Zan non di imminente priorità. È chiaro che possono esserci valutazioni differenti in merito e che il disegno di legge, per ora osteggiato dalla Lega, necessita di riflessioni di ampio respiro e di una attenta valutazione, forse però non procrastinabile veramente. Il ddl prevederebbe un aggravamento della pena per reati e violenze fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità della persona. In Italia esiste già una legge contro qualsiasi tipo di discriminazione e il ddl Zan si inserirebbe come sorta di precisazione e ampliamento di quella vigente. Ancora, nonostante i pareri più o meno favorevoli, il botta e risposta del cantante ha fatto discutere molto. Non è una cosa cattiva che una persona con tanta visibilità tenti di lanciare un messaggio positivo, visto che ce ne sono altre di stessa “levatura” che fanno meno bene (come le considerazioni poco felici di Er Faina circa il catcalling). Impiegare i social come strumento di sensibilizzazione ed informazione resta una mossa che ai più scettici può apparire meramente furba, ma che in realtà si presenta parecchio efficace per far fermentare idee e creare discussioni. È indubbio che, se a sollevare una questione x, risulti Fedez, la cosa ha un riverbero enorme e si sviluppa con maggiore incisività. Sarebbe però da interrogarsi sul perché a pronunciarsi su questioni cruciali sia un rapper, che non è competente e che di professione fa tutt’altro, e non si esprima un senatore (Pillon ha liquidato l’argomento in una manciata di battute) o chiunque sia in prima linea per tutela e diritti. Poi, che qualcuno possa criticare il cantante circa la sua posizione privilegiata che gli ha permesso di eludere alcune misure stringenti anti-covid, è pure giustificabile. Pur ricordando, non con arrendevolezza, che chi ha i soldi “sguazza meglio” di chi non li ha e che questo è un problema secolare e una piaga (che non riguarda solo Fedez ma un pochino tutti direi). Resta di fatto che, nonostante il teatrino venuto fuori dopo le storie Ig, si apre una concreta possibilità di confronto che non va snobbata o ridimensionata. Il ddl Zan è un passo significativo su tantissimi fronti e che, tornando su applicazioni già esistenti, evidenzia la drammaticità di alcuni eventi. Che sia Fedez a farne parlare o il panettiere sotto casa ora non ha importanza. Importante è parlarne fino alla noia perché solo così si possono formare idee ed essere liberi. Fonte immagine: https://www.ilgiornale.it/news/politica/ddl-zan-pd-pressing-ora-lega-insorge-manovra-contro-noi-1934935.html

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Matrimoni omosessuali in Giappone: la Corte dice sì

“Un grande passo verso l’equità matrimoniale”, è questo lo slogan che si legge sulle bandiere arcobaleno sventolate al di fuori del tribunale di Sapporo, città principale della regione di Hokkaido, nel Giappone settentrionale. Il 17 Marzo 2021, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali in Giappone ha rappresentato, infatti, un giorno storico per la tutela dei diritti della comunità LGBT+ alla quale, sorprendentemente, il Sol Levante ha sempre dato poco spazio ed attenzione. Seppur l’omosessualità sia considerata legale dal 1880, essa continua ad essere motivo di scherno e di discriminazione nel paese, rendendo particolarmente difficile agli omosessuali di vivere in maniera serena la loro sessualità. I dettagli della nuova legge sul matrimoni omosessuali in Giappone Non sorprende, infatti, che il Giappone sia l’unico dei paesi del G7 a non aver ancora preso una posizione stabile e chiara in materia. Nonostante ciò, la corte di giustizia di Hokkaido ha accolto la richiesta da parte di tre coppie omosessuali (una coppia di donne e due coppie di uomini) richiedenti diritti matrimoniali e alle quali tali possibilità sono state negate. Per questo motivo, le coppie hanno richiesto un risarcimento economico per danni psicologici che, però, non è stato accolto. In compenso, la corte ha dichiarato incostituzionale la negazione del matrimonio per coppie dello stesso sesso, in quanto tale assunto viola profondamente il principio di uguaglianza che caratterizza la costituzione giapponese. Dal punto di vista legislativo, la situazione risulta piuttosto variegata: In alcune prefetture giapponesi è possibile ottenere un “certificato” che permette alle coppie omosessuali di ricevere permessi speciali in casi di malattia del partner, ma il matrimonio effettivo resta ancora impossibile: il codice civile nipponico sul tema delle unioni non solo non considera validi i matrimoni omosessuali non celebrati in Giappone, ma cita testualmente “l’approvazione di entrambi i sessi”. I commenti A questo proposito, la Professoressa Yayo Okano, docente presso il Dipartimento di Global Studies della Doshisha University, considera questo passo come una svolta necessaria all’interno di una società che ha sempre dato un’importanza fondamentale alla famiglia tradizionale composta da uomo e donna. Su tale questione si è anche espressa l’attivista LGBT e personalità politica Kanako Otsuji la quale si dice estremamente felice dei recenti avvenimenti, sollecitando il Governo a muovere ulteriori passi verso la modifica del codice civile giapponese in materia matrimoniale e, in particolare, verso il riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali. Si tratta davvero di uno straordinario passo verso il riconoscimento dei diritti della comunità LGBT+ che, ormai da troppo, è costretta alla discretezza e al silenzio dettati dai valori di un paese che sta, a piccoli passi, andando nella direzione dell’equità. Immagine: ilMeteo

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Attualità

La lingua che parliamo influenza le nostre sensazioni?

La lingua che utilizziamo può davvero influenzare la nostra percezione della realtà? Linguisti, antropologi e filosofi si sono posti spesso questa domanda e la risposta non è per nulla scontata. Il modo in cui percepiamo e concettualizziamo la realtà può essere influenzato dalle strutture linguistiche che adoperiamo? La lingua ha, davvero, il potere di cambiare la nostra visione del mondo? Rispondere a queste domande non è affatto semplice e, in effetti, anche linguisti ed antropologi sembrano avere delle posizioni molto differenti fra di loro. Uno dei primi a porsi tale interrogativo fu Ludwing Wittgenstein. All’interno del suo Tractatus Logico Philosophicus, il filosofo viennese afferma che le strutture del linguaggio rispecchiano la struttura del mondo: «Le proposizioni della logica descrivono l’armatura del mondo, o piuttosto, la rappresentano». Esse vanno a descrivere gli stati di cose e rappresentano la realtà, in quanto sono delle immagini della stessa. Non a caso, scrive: «La proposizione è un’immagine della realtà: io conosco la situazione da essa rappresentata se comprendo la proposizione. E la proposizione la comprendo senza che me ne si dia il senso».  Se conosciamo i significati dei termini che compongono una proposizione, non abbiamo bisogno che questa ci venga spiegata: la comprendiamo immediatamente, proprio come, guardando una figura, ne intuiamo il significato senza che questa debba esserci spiegata. Ciò può essere anche dedotto dal fatto che, nel tentativo di voler chiarire il senso di una preposizione, dovremmo farlo necessariamente attraverso un’altra proposizione, ritrovandoci così in un vicolo cieco.  Secondo Wittgenstein, una proposizione può rappresentare l’intera realtà, ma non la relazione tra il linguaggio stesso e il mondo, poiché questa si mostra da sé ed è la forma logica del mondo: «Ciò che nel linguaggio esprime sé, noi non possiamo esprimere tramite il linguaggio. La proposizione mostra la forma logica della realtà. L’esibisce». Non è dato pensare al mondo indipendentemente dal linguaggio, non c’è realtà senza la sua rappresentazione, che non è che lo stesso linguaggio. Pertanto, scrive: «I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo». Se la lingua influenzi o meno la propria visione del mondo se lo chiesero, a partire dagli anni Trenta del Novecento, anche due importanti studiosi americani: Edward Sapir, noto linguista strutturalista, e Benjamin Lee Whorf, che non era un linguista di professione, bensì un ingegnere chimico impiegato in una compagnia di assicurazioni che aveva seguito le lezioni di Sapir presso l’Università di Yale. Secondo questi, «gli esseri umani dipendono in maniera importante dalla singola lingua che è divenuta il mezzo di espressione della loro società. […] Noi vediamo, udiamo e in generale proviamo le esperienze che proviamo proprio perché le abitudini linguistiche della nostra comunità ci predispongono a scegliere certe interpretazioni». A sostegno di queste idee, Whorf tentò di confrontare la differente organizzazione grammaticale delle lingue amerindiane rispetto a quelle europee, che unificò sotto la sigla SAE (Standard Average European, ossia “europeo medio standard”). Studiando, in particolar modo, l’hopi – utilizzata nel Nord-Est dell’Amazzonia – Whorf arrivò a considerare questa come una lingua “senza tempo” o, […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Ted Mosby e la ricerca del vero amore

Ted Mosby: chi è? Ted Mosby è il personaggio della sitcom americana “How I Met Your Mother”, interpretato dall’attore Josh Randor. La sua storia melodrammatica ha accompagnato le serate, i pomeriggi e forse un’intera generazione di persone con la sua personalità alquanto particolare, facendo diventare lo stesso Ted Mosby un tipo di personalità. Ted è un architetto di New York e vive con i suoi migliori amici, Marshall e Lily. Il suo sogno è progettare un grande edificio nella Big Apple, ma la cosa che più cerca e brama è l’amore. Quell’amore folle e folgorante che incanta che porta al matrimonio e alla creazione di una famiglia, l’amore eterno. Pensa di averlo trovato non appena conosce Robin Scherbatsky, una giornalista canadese trasferitasi a New York. Ma non appena Ted le dice “Ti amo” al primo appuntamento, lei lo respinge, eppure lui, caparbio, fa di tutto per conquistarla e alla fine si fidanzano ma, tra le varie peripezie dei diversi episodi, capiranno di essere troppo diversi per stare insieme e si lasceranno. Da quel corno blu regalatole per riconquistarle il cuore, la serie proseguirà alla ricerca del suo vero amore. L’evoluzione di Ted Da qui in poi seguiranno una serie infinita di amori che Ted pensa di aver trovato, l’anima gemella in tutte le dozzine di donne che incontrerà e per cui perderà la testa. Tra queste, la sua futura sposa e madre dei suoi figli, Tracy McConnell, è il motore narrativo di tutta la serie. Viene mostrata per la prima volta nell’episodio finale dell’8a stagione, anche se viene nominata fin dal primo episodio, e vari “indizi” sulla sua identità e che la riguardano sono rivelate nel corso della serie. Ted le aveva già intravisto i piedi nell’appartamento di una sua studentessa con la quale esce per qualche tempo, e aveva per sbaglio preso il suo ombrello giallo. Ma Ted la vede per la prima volta al matrimonio di Barney e Robin, in cui è la bassista della band: i due si parleranno alla stazione di Farhampton e due giorni dopo inizieranno a uscire insieme. Ted le chiederà di sposarlo al faro di Farhampton, anche se i due si sposeranno solo nel 2020. Lei morirà a causa di una malattia nel 2024. Eppure, nonostante il tempo, egli non smetterà, nel suo cuore, di amare Robin. Spinto dai figli, alla fine dell’ottava stagione, si presenta sotto casa della donna con in mano il corno blu che aveva rubato il giorno del loro primo appuntamento, facendo intuire che i due hanno ancora una possibilità di avere un futuro insieme. L’amore e Ted Ted è innamorato dell’amore stesso, ha disperatamente bisogno di questo sentimento, tanto da elemosinarlo in ogni persona che incontra. Questa sua personalità lo porta ad essere quasi un parassita dell’amore, mente a se stesso pur di provare questo sentimento, a volte anche a discapito degli altri. Il personaggio però, si evolve tra le stagioni, magari odiato o amato dal pubblico, e lo si vede crescere e raggiungere una più acuta consapevolezza […]

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Cinema e Serie tv

Perché il “binge watching” non è sempre la scelta predominante

Netflix ha cominciato nel 2013 a pubblicare le serie tutte-e-subito, iniziando con la prima stagione di House of Cards, fu una mossa molto azzardata e poco compresa ai tempi, ma ora con le conoscenze che abbiamo adesso si può dire che il fenomeno del binge watching, vale a dire la visione consecutiva di più episodi della stessa serie, ha preso sempre più piede e ad ora è una scelta molto diffusa dalle piattaforme di streaming. Alcune persone hanno addirittura pensato che dopo l’ultimo episodio di Game of Thrones, non ci sarebbero più state serie con uscita settimanale nell’arco di più anni come eravamo abituati fino a quel momento, ma per il momento la tendenza non sembra assolutamente quella. Sono numerosissime le serie che sono uscite ultimamente con cadenza settimanale, con uno o due episodi alla volta, come è successo ad esempio per The Mandalorian eWandaVision, due serie di Disney+ che hanno avuto un ottimo seguito da parte del pubblico. Le serie che si possono assaporare poco alla volta sono quindi salve ed è probabilissimo che una variabile molto significativa è il fattore economico, infatti le serie divise in più anni hanno il tempo di racimolare i capitali necessari per produrla di anno in anno, magari si potesse sempre vincere su Slot Gratis per avere un super budget ogni volta. La svolta di Netflix Prima di Netflix per potersi fare una maratona di serie TV bisognava o comprare i DVD oppure aspettare le maratone televisive dedicate al recupero delle stagioni vecchie. Poi però la svolta, con Netflix che in quattro e quattr’otto mise online tutta la prima stagione di House of Cards e tutti a Hollywood pensavano fosse una follia, ma invece l’idea piacque talmente tanto agli spettatori che fu la carta vincente del colosso di streaming, pubblicando così anche tutte le stagioni successive e dopo di essa tutte le sue produzioni. La tradizionale programmazione settimanale è comunque prevalente sulla TV vera e propria, più che nei servizi legati allo streaming, ma ad esempio di recente Amazon Prime Video, che è sempre stata della scuola “serie disponibili tutto-e-subito, ha provato con alcune produzioni, come la seconda stagione di The Boys, a caricare gli episodi online a cadenza settimanale e ha avuto molto successo. Il fatto che certe serie stiano uscendo alla vecchia maniera e che quasi di certo continueranno a farlo per anni, non vuol dire necessariamente che il modello pensato per il binge watching non sia efficace, anzi ci sono serie per cui le maratone sono consigliate. La scelta tra programmazione one-shot e quella tradizionale è molto difficile per i produttori, ma sono tutte questioni di gusti del pubblico, infatti c’è chi si è lamentato dell’uscita settimanale di WandaVision, ma c’è anche chi si è trovato a fare binge watching, anni dopo l’uscita di serie come ad esempio Friends che ai tempi era stata pensata per essere vista in maniera del tutto diversa.

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Cinema e Serie tv

L’ultimo paradiso, su Netflix dal 5 febbraio

Recensione de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli La bellezza sa essere, a volte, un’arma a doppio taglio. Una luce che oscura la bravura. Non è il caso di Riccardo Scamarcio, celebre attore italiano, che ha dimostrato di avere, oltre a bellezza e fascino, grande bravura. Dopo aver vestito i panni di Vincenzo, nel film Il ladro di giorni di Guido Lombardi, approda su Netflix, come produttore, co-sceneggiatore e attore protagonista de L’ultimo paradiso di Rocco Ricciardulli (su piattaforma dal 5 febbraio). In pochi giorni si è piazzato tra i titoli più visti, fotografando scorci di un Sud soffocato dall’oppressione del caporalato, ma animato dalla ribellione dei braccianti. Ciccio Paradiso (interpretato da Riccardo Scamarcio) è un contadino intrappolato in un sistema che ha origini in un passato senza tempo, ma è soprattutto un sognatore, uno sciupafemmine innamorato delle donne e della vita, che cerca, a caro prezzo, di spogliarsi della sua condizione di lavoratore oppresso e marito infelice.  Siamo negli anni Cinquanta in Puglia, in un profondo Sud, baciato e bruciato dal sole, dove i padroni fanno il buono e il cattivo tempo. Compare Schettino (Antonio Gerardi) non è solo il padrone di Ciccio, ma è anche il padre di Bianca (Gaia Bermani Amaral), giovanissima donna di cui lui è innamorato: amore, sogni e diritti per cui combattere sono i fili narrativi di una vicenda che rimanda, inevitabilmente, a realtà ancora presente. Come afferma lo stesso Scamarcio: «La storia di questo film, pur essendo ambientata negli anni Cinquanta, non è così distante dalla nostra realtà. Lo sfruttamento esiste ancora oggi, solo che a pagarne le conseguenze sono gli extracomunitari che ricevono un salario pari a due euro all’ora.» Forse troppi gli spunti narrativi, forse per questo tutti poco sviluppati e spesso tendenti al cliché. Lasciati in superficie personaggi, vicende, aspetti che andrebbero approfonditi, o comunque meglio definiti, come Antonio (interpretato dallo stesso Scamarcio), fratello di Ciccio che, dopo sviluppi inattesi della sua storia, lascia il Nord, risucchiato dalla sua terra, dal suo passato e dalla necessità di rivalsa verso il suo stesso sangue. In una realtà ancestrale che non ammette cambiamento, in cui la vendetta resta l’unico modo di farsi giustizia, la sola via concessa è il vagheggiamento nel sogno, reso nel film da un finale dal sapore visionario.  Fonte foto: Netflix  

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Cinema e Serie tv

Boris ricalca un’amara realtà socio-politica

A distanza di dieci anni dalla messa in onda su Fox dell’ultima stagione, la ‘fuoriserie’ italiana Boris fa ancora parlare di sé, a maggior ragione a seguito dell’annuncio attesissimo di una quarta stagione, accolto con trepidazione dai fan. Certo non sarà semplice dare un seguito degno al lavoro degli sceneggiatori Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, essendo peraltro il loro prodotto perfettamente concluso e chiarissimo negli intenti già nelle prime tre stagioni. É complicato dare una definizione alla serie, poiché descriverla come comica o satirica appare indegnamente riduttivo. La sua potenza sta nella maniera sagace e graffiante di delineare le caratteristiche non solo della televisione e del cinema nostrano, ma di un intero paese. Boris è denuncia politica e sociale, sincera e disinibita e il suo suscitare risate è solo il pretesto per una presa di coscienza amara sulla realtà italiana. Boris fornisce un nitidissimo spaccato tragicomico della società italiana e di alcune sue falle. Racconta l’Italia dei compromessi e degli arrampicatori sociali, dell’arrivismo e delle raccomandazioni, dei soprusi e delle umiliazioni. Il quadro è quello di un set televisivo, in cui si lavora alle riprese de ‘Gli occhi del cuore 2’, tipica sitcom all’italiana dall’ambientazione ospedaliera, il cui protagonista Stanis La Rochelle è proprio ironicamente lo stesso Piero Sermonti noto al pubblico per l’interpretazione del dottor Guido in ‘Un medico in famiglia’. Le dinamiche del set ricalcano molto una società frustrata, divisa tra il sognatore che si trova a scendere a compromessi per pagarsi da vivere e il mediocre che si limita a fare poco e male, cullandosi sugli allori del posto di lavoro fisso e garantito. Questa frustrazione si risolve in una piramide di sopraffazione, per cui ognuno bistratta il sottoposto: Biascica con ‘lo schiavo’ Lorenzo, così come Arianna con l’ultimo arrivato, lo stagista Alessandro. Con la sua personalità timorosa, Alessandro incarna perfettamente lo stallo e l’incertezza delle nuove generazioni che stentano a tenersi al passo con le dinamiche di una società che non li sostiene e svilisce i sogni e le aspettative per il futuro: così Alessandro si presta a tutto e accetta quel che può, tenendo a mente una meta che probabilmente neanche esisterà. La televisione non fa altro che riflettere, con i contenuti proposti, i connotati per molti versi discutibili del pubblico cui si rivolge, risultando inondata da produzioni mirate ad un intrattenimento frivolo, che susciti una risata facile e che distolga dal dramma socio-politico in cui attualmente versiamo. Il punto principale è che questo è proprio quel che desidera l’italiano medio, che tendenzialmente preferisce programmi anche insulsi e di bassa qualità, che tuttavia gli offrano una via di fuga e di svago. Ma la televisione italiana non vuole forse gettare in pasto al pubblico la propria vittima, come Lorenzo per Biascica? Ci troviamo spesso di fronte a spettacoli televisivi spazzatura, con protagonisti personaggi eccentrici e discutibilissimi, che divertono e soprattutto nutrono l’ego del telespettatore, che, paralizzato davanti allo schermo, trova qualcuno con cui confrontare la propria mediocrità e sollevarsene, traendo soddisfazione dalla constatazione […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

La Pastiera: la bontà ed il gusto della variante ischitana

La Pastiera, dolce tipico napoletano, tra i più apprezzati non solo in Campania, è stata riconosciuta come “Prodotto Agroalimentare Tradizionale”. Così come per ogni dolce, ne esistono molte varianti, ognuna con caratteristiche organolettiche diverse, in grado di catturare anche i palati più sopraffini. Rispetto alla ricetta napoletana, probabilmente in molti avranno assaggiato o sentito citare la variante ischitana, diversa da quella tradizionale. Pastiera ischitana e Pastiera napoletana: quali sono le differenze Gli ingredienti propri della ricetta tradizionale sono: la frolla, lo strutto (che spesso viene sostituito dal burro, soprattutto da chi sceglie una dieta vegetariana) e la crema col grano. Per quanto riguarda questo ingrediente, è stato attestato che storicamente veniva preparato esclusivamente in casa, quindi con tempi di ammollo e cottura molto lunghi. Etimologicamente, sembrerebbe che il nome ‘Pastiera’, derivi molto probabilmente dall’abitudine che un tempo prevedeva l’utilizzo della pasta cotta al posto del grano. Ad Ischia, conversando con le donne di un tempo, si scopre che in realtà non esiste una vera e propria ricetta standard, ma che ogni famiglia realizza la pastiera rifacendosi a vecchie tradizioni tramandate da generazioni.  Ed è così che ad ogni cucchiaio di grano si associa una buona dose di fantasia, storia e passione e anche qualche segreto, uniti a dolci ricordi.  La ricetta della Pastiera ischitana prevede una preparazione molto lunga, nella quale si annovera tra gli ingredienti, la crema pasticciera, aromatizzata con bucce d’arancia o di limone. Come abbiamo detto, il ripieno tradizionale napoletano, non prevede la crema pasticciera, ma, aggiungendola si otterrà un composto più omogeneo e ricco di sapore. Oltre alla realizzazione della crema pasticciera, che in tanti frullano per evitare grumi (soprattutto perché la consistenza del grano non piace a tutti) esistono alcuni alcuni accorgimenti sui quali ancora si dibatte. Qualcuno spennella sulla superficie della pastiera, il tuorlo dell’uovo, per renderla più lucida. Ad Ischia, così come dolcemente raccontano le tante persone che vivono sull’isola verde, questa tradizione è considerata una vera e propria eresia. Non si aggiunge né uovo, né zucchero a velo, e nemmeno la cannella, soprattutto perché in questo caso il dolce tipico pasquale rischierebbe di scurirsi e presentare un brutto aspetto. Sull’isola d’Ischia, e ovviamente in Campania, così come nel resto dell’Italia meridionale, mangiare è un momento importante, che va oltre la semplice necessità di nutrirsi. Indipendentemente dal culto religioso che si abbraccia, la Pastiera è un dolce che rappresenta una vera e propria “istituzione culinaria”. Il grano, le uova, la ricotta, la pasta frolla, le essenze, sono tutti elementi che s’intrecciano tra loro, creando un mix perfetto di storia, cultura e tradizione. Storia e tradizione in un dolce amato da tutti Storicamente, è noto che la ricetta originale della tradizione napoletana, prevede che la Pastiera sia nata in un convento, a San Gregorio Armeno: tutto grazie a una suora che, nel Settecento pensò di abbinare gli ingredienti simbolo della Pasqua cristiana alla ricotta e ad altri ingredienti da poco arrivati dall’Oriente, come la cannella. Inoltre, si narra che la Pastiera fece sorridere Maria Teresa […]

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Cucina e Salute

L’importanza del bere acqua per una buona idratazione

Perché è importante bere tanta acqua? La Dott.ssa Martina Chiurazzi, biologa nutrizionista e PhD Student in Terapie Avanzate Biomediche e chirurgiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” spiega quali sono i benefici di una ricca idratazione L’acqua è considerata una componente importante del corpo umano (circa il 60% del nostro corpo è composto da acqua) ed è coinvolta in numerosissimi importanti attività fisiologiche.  L’assunzione e l’eliminazione di acqua dal corpo umano sono in un equilibrio dinamico: un’assunzione insufficiente di acqua, infatti, influenza lo stato di idratazione del corpo umano che, a sua volta, influisce negativamente sullo stato di salute. Per questa ragione, è fondamentale prestare attenzione a ciò che beviamo per assicurarci di soddisfare il nostro fabbisogno giornaliero di acqua. Non farlo potrebbe avere effetti negativi sulla nostra salute. Biomarcatori dell’urina e del plasma sanguigno oppure un esame bioimpedenziometrico sono in grado di valutare lo stato di idratazione del corpo. In risposta alla disidratazione, l’uomo sviluppa la sensazione di sete,  fondamentale per la sopravvivenza in quanto motiva il bere, con successiva correzione del deficit di liquidi. Secondo i Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti (LARN) in Italia, l’assunzione adeguata per un uomo adulto (>18 anni) dovrebbe essere di  2500 ml/die  mentre per una donna adulta (>18 anni) 2000 ml/die di acqua. I LARN variano a seconda delle fasi della vita e del sesso, quindi è importante prendere sempre come riferimento le tabelle dei LARN per valutare l’assunzione raccomandata e il Livello massimo tollerabile di assunzione. Le fonti idriche possono essere di 3 tipi: –l’acqua che introduciamo bevendo, –quella che introduciamo con gli alimenti e -quella che produciamo come risultato dell’ossidazione di macronutrienti. Spesso però introduciamo liquidi non per dissetarci, ma attraverso bevande consumate per puro piacere (caffè,  alcol o bevande zuccherate) e soprattutto perché aiutano l’interazione sociale. Il consumo di queste bevande può essere vantaggioso perché permette di sostituire le perdite d’acqua prima che si verifichi una disidratazione che induce lo stimolo della sete ma allo stesso tempo comporta alcuni svantaggi in quanto bere liquidi diversi dall’acqua può contribuire a un apporto di nutrienti calorici superiore al fabbisogno. Inoltre, il consumo di alcol in alcune persone può provocare dipendenza con conseguenti problematiche di salute. Per questo motivo il mio consiglio è quello di preferire acqua naturale o minerale limitando invece tutte le altre bevande. Inoltre, poiché capita spesso di dimenticarsi di bere se assorbiti da un impegno, suggerisco di impostare un promemoria che vi aiuti a ricordare di bere e a monitorare la quantità di acqua ingerita, soprattutto se si ha uno stile di vita attivo e si pratica regolarmente sport. Alcuni studi che hanno confrontato le risposte di sete e l’ingestione di liquidi tra le persone anziane e i giovani hanno rivelato che, in seguito alla mancanza di acqua, le persone anziane hanno meno sete e bevono meno liquidi rispetto ai giovani e sembra che la diminuzione del consumo di liquidi sia principalmente dovuto ad una diminuzione della sete poiché il rapporto tra sete e assunzione di […]

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Hygge e i sinonimi di benessere e relax

«Che cos’è la felicità? Una casa con dentro le persone che ami». Amy Bretley Hygge è un sostantivo danese, ma usato anche nella lingua norvegese, che indica un concetto legato ad un’atmosfera o una sensazione connesse al senso di accoglienza, di benessere fisico e psichico e quindi di comodità e relax. Questa parola, dall’etimologia connessa al germanico hyggja (letteralmente sentirsi soddisfatti), al norvegese hugge (abbracciarsi, in inglese hug) o al norreno hygga (consolare), sembra sia apparsa solo nel XIX secolo nella lingua danese e da essa è derivato anche un verbo (omografo del sostantivo) e l’aggettivo hyggeligt. Data la difficoltà di esprimere in altre lingue significati connessi alla cultura nordica, si è cercato nell’inglese hominess e nel tedesco Gemütlichkeit un corrispettivo di questa parola inserita nell’Oxford Dictionary fra le nuove parole del 2016. La ricerca dell’hygge è da connettersi al bisogno dei popoli nordici di creare un ambiente accogliente, familiare, comodo, caratterizzato dal calore intimo delle abitazioni in una situazione di scarsa luminosità e pungente freddo. Una delle caratteristiche dell’hygge è proprio la luce, infatti. Il senso profondo di comunità, di aggregazione e di coesione e il soddisfacimento dei bisogni primari hanno poi spinto i nord europei a dedicarsi alla propria personale condizione di benessere. Le sensazioni create da ambienti hyggeligt portano ad una situazione di felicità semplice, costruita quotidianamente e gradualmente nella propria casa, secondo elemento fondamentale di questa “filosofia” di vita. Si tratta quindi di un piccolo nido le cui porte sono sempre aperte per gli amici con cui stare insieme (sì, è questa la terza componente dell’hygge). Anche in estate, fra falò in spiaggia, festival di strada, mercatini delle pulci e pic nic nel bosco. Hygge: cosa ci fa stare bene? Quali sono i fattori irrinunciabili della quotidianità e della felicità di ciascuno? A queste domande risponde un decalogo da noi rielaborato di questa pratica da perseguire quotidianamente: 1-2-3. Luci e atmosfera, Desiderio di comfort, Senso di sicurezza Le luci da preferire per ricreare un senso di comfort zone sono quelle con una luminosità bassa e calda, magari regalate da abatjour posizionate in più punti della stanza o da candele non intensamente profumate (scegliete sentori di rosa, lavanda, vaniglia, melissa, sandalo) o, se ne avete in salotto, da un camino. Sedetevi su una comoda poltrona per dormire, leggere un libro di viaggi, ascoltare musica rilassante e con i suoni della natura: mettete in pausa i pensieri e le preoccupazioni. Oppure fate un bagno caldo o, ancora, uscite a fare un giro in bicicletta, soprattutto se avete montato un cestino in vimini sul manubrio e dovete comprare il pane di segale. 4-5-6. Stare insieme, Accoglienza di quello che si ha, Armonia Dopo aver spento dispositivi e “silenziato i rumori”, godetevi una chiacchierata con i familiari, con gli amici, giocate con i Lego oppure coccolate il vostro animaletto domestico, magari preparando per voi stessi o per loro comfort food da assaggiare insieme. Ricreare un ambiente in cui tutti si sentono a proprio agio, azzera anche le preoccupazioni e le ansie da stress […]

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Come rimettersi in forma dopo gli eccessi di un’alimentazione sbagliata

Alimentazione sbagliata? La Dott.ssa Martina Chiurazzi, biologa nutrizionista e PhD Student in Terapie Avanzate Biomediche e chirurgiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” spiega come rimettersi in forma  Dopo aver discusso di come la pandemia abbia inciso negativamente sul nostro peso, è arrivato il momento di capire come correre ai ripari per perdere quei kili di troppo aiutando il nostro organismo a prevenire alcune malattie. Ovviamente è fondamentale specificare che bisogna affidarsi sempre ad un professionista del campo quale un medico o un biologo nutrizionista poiché le diete fai da te e i social non sono in grado di consigliare uno schema personalizzato che tenga conto di fattori importanti quali l’età, il livello di attività fisica, la presenza di patologie ecc., ma al contrario in alcuni casi possono addirittura peggiorare la situazione. Si raccomanda fortemente di diffidare anche di tutte quelle figure che s’improvvisano esperti in nutrizione e dispensano consigli per una corretta alimentazione senza però avere alcuna laurea specifica (Medicina o Biologia) che dia loro le competenze per prescrivere piani dietetici. Attenzione perché con la salute non si scherza! Un nutrizionista (medico o biologo) attraverso una visita accurata basata su un’ indagine personale e alimentare del paziente, misurazioni antropometriche e valutazione della composizione corporea mediante bioimpedenziometria, è in grado di formulare uno schema dietetico personalizzato in grado di garantire il giusto apporto di calorie e nutrienti, prevenire malattie legate all’obesità e ad abitudini alimentari scorrette ma soprattutto di educare ad uno stile di vita sano da mantenere per il resto della vita evitando l’effetto yo-yo. Un’alimentazione corretta e bilanciata è necessaria per la cura della nostra salute e del nostro benessere psico-fisico. Di seguito alcuni sani consigli da adottare giornalmente: 1. Mantenere una dieta sana, equilibrata e varia consumando prevalentemente cereali integrali, legumi, verdura e frutta (ottime fonti di carboidrati, vitamine e sali minerali; cereali e legumi sono anche ottime fonti di proteine); limitando cibi molto calorici, fritti, cibi ricchi di sale e bevande alcoliche; 2. bere molta acqua (circa 2 litri di acqua al giorno); 3. preferire spuntini sani (es. yogurt magri a frutta o frutta di stagione) a snack preconfezionati ricchi in grassi; 4. non saltare mai i pasti (il digiuno è sconsigliato) – La colazione è il pasto principale della giornata; 5. non esagerare con le quantità. Consiglio di consumare abbondanti quantità di verdura che presentano un elevato potere saziante; 6. attenzione al condimento (usare preferibilmente olio extravergine di oliva a crudo): limitare il consumo di grassi di origine animale (es. burro, lardo, strutto, panna); 7. preferire la cottura al vapore o nel forno, tecniche di cottura più salutari, in grado di preservare il contenuto vitaminico e minerale degli alimenti; 8. masticare lentamente per migliorare la digestione e aumentare il senso di sazietà: ​9. non andare a fare la spesa a digiuno, in quanto si rischia di essere tentati dall’acquistare cibi non sani e ricchi di calorie; 10. mantenere uno stile di vita attivo: per raggiungere un peso corporeo corretto, infatti, è importante associare […]

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La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Cromofobia. Storia della paura del colore

Cromofobia di David Batchelor, artista e scrittore scozzese, vissuto intorno al 1955, analizza la storia e i motivi della cromofobia, dai suoi inizi, attraverso gli esempi letterari del XIX secolo, all’architettura e la filmografia del XX secolo, la Pop art, il minimalismo, l’arte e l’architettura dei nostri giorni. Lui spiega come la paura della contaminazione attraverso il colore sia una costante all’interno della storia dell’Occidente. Si cerca di eliminare il colore da ogni tipo di raffigurazione artistica, rimpiazzandolo con il bianco. Cromofobia: l’uso del bianco Questo bianco era bianco in maniera aggressiva. Imponeva la sua influenza su tutto quello che gli era attorno, e niente gli sfuggiva. Il bianco puro di cui era impossibile per l’Occidente liberarsene, in molti testi prevale solo ed esclusivamente il bianco; Cuore di tenebra è colorato quasi esclusivamente di neri e bianchi. Una contrapposizione, questa, che non coincide con l’altra grande contrapposizione su cui è costruito il racconto, quella fra tenebra e luce, ma che vuole accentuare elementi di bianchezza che diventano lo snodo fondamentale del racconto. dalla “grande balena bianca” di Melville al “Viaggio verso est” di Le Corbusier, agli esperimenti con la mescalina di Huxley, ai viaggi di Dorothy nel Regno di Oz; il tutto “in connessione agli esperimenti di artisti contemporanei con i materiali e le vernici industriali e che riflettono l’uso del bianco da parte dell’Occidente”. L’uso del colore La cromofobia si manifesta nei tanti e vari tentativi di respingere il colore dalla cultura, di svalutare il colore, di diminuirne la rilevanza, di negarne la complessità. Più specificamente: questa liberazione dal colore è di solito realizzata in due modi. Nella prima, il colore viene considerato come proprietà di un qualche corpo “estraneo”: di solito il femminile, l’orientale, il primitivo, l’infantile, il volgare, il bizzarro o il patologico. Nella seconda, il colore viene relegato al regno del superficiale, del supplementare, dell’inessenziale o del cosmetico. Nell’una, il colore è guardato come alieno e perciò pericoloso; nell’altra, è percepito soltanto come una qualità secondaria dell’esperienza, e quindi non meritevole di seria considerazione. Il colore è pericoloso, è banale. “In entrambi i casi, comunque, il colore è di solito escluso dalle più elevate occupazioni della Mente. È altro rispetto ai più alti valori della cultura occidentale. O forse è la cultura che è altro rispetto ai più alti valori del colore. O il colore è la corruzione della cultura”.

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Il carnevale degli animali: la celebre opera di Camille Saint-Saens

Il carnevale degli animali è un’opera molto celebre, composta da Camille Saint-Saens nel 1886, durante un periodo di riposo del compositore a Vienna. Camille Saint-Saens, fu un compositore, pianista e organista francese; la sua celebre opera fu eseguita pubblicamente per la prima volta nel 1922 diretta da Gabriel Pierné. Il carnevale degli animali: fascino senza tempo L’opera venne eseguita per la prima volta nel 1887, in forma strettamente privata, in occasione del martedì grasso. In realtà, l’idea di realizzarla in tale modo fu dell’autore stesso, il quale desiderava che l’opera fosse realizzata in pubblico solo dopo la sua morte. Secondo il compositore stesso e i critici del tempo, ma anche attuali, Il carnevale degli animali si contraddistingue per l’ironia e la forte retorica con cui paragona celebri artisti parigini a vari animali. L’opera si compone di quattordici brani, relativamente brevi e molto suggestivi, ciascuno dedicato ad un animale. Il primo componimento, La marcia reale del leone, descrive l’andamento sicuro e deciso dell’animale, sottolineato da accordi molto intensi. Il leone si prospetta come un animale fiero e forte, superiore agli altri, sui quali predomina. Con musicalità nettamente marcata si alternano archi e pianoforte. Il secondo brano che costituisce l’opera è Galline e galli. La musica rende orecchiabile anche lo starnazzare delle galline che chiassosamente cercano di farsi notare dai galli. Tutto è perfettamente reso con pianoforte, violini, viola e clarinetto. Il terzo brano è dedicato agli Emioni (degli animali velocissimi, asini e cavalli). La corsa veloce degli asini selvatici è resa dalla melodia sinfonica di due pianoforti, che con andamento rapido conducono agli arpeggi finali, altrettanti tali. Tartarughe è il simulacro dell’ironia propria dell’opera; quella nota simpatica e retorica soprattutto che la contraddistingue, rendendola immortale. Camille Saint-Saens sceglie il celebre Can-can dell’Orfeo all’Inferno di Jacques Offenbach, originariamente un travolgente balletto, proposto in versione lenta, in un certo senso adattato all’andatura di certo non rapida, delle tartarughe. Non manca un altro riferimento famoso nel quinto brano; si tratta de La Danza delle silfidi di Hector Berlioz, che anche in questo caso conferisce ironia al brano. Il protagonista è l’elefante che ovviamente è contrapposto alla leggiadria delle silfidi, creature leggiadre ed aggraziate: l’opposto rispetto al grande, goffo e simpatico elefante. Il sesto componimento è dedicato ai Canguri, i cui salti scattanti sono realizzati grazie a brevi successioni di note dei pianoforti; tutto è caratterizzato da un anelito di mistero e suggestione che accompagna e quasi “presenta” il brano successivo. Fraseggi, alpeggi, ma anche gli archi ed i pianoforti, accompagnano in un misterioso ed affascinante acquario, che dà il nome al settimo componimento. Gli strumenti scelti conferiscono briosità al brano, esprimendo musicalmente il suono onomatopeico delle bollicine che si intravedono nell’acqua, in un’atmosfera quasi onirica. Gli asini sono i protagonisti dell’ottavo componimento, il cui raglio è reso dall’alternanza tra note acute e basse, dei violini. Il titolo: Personaggi dalle orecchie lunghe può essere letto in chiave metaforica. Si allude ai critici che spesso si presentano con chiave saccente e saputa. A loro si riferisce il celebre […]

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Il Behaviorismo e il perché del nostro comportamento

Cosa influenza davvero le nostre azioni? Una domanda moderna si potrebbe pensare, risultato di studi moderni dovuti all’uso della tecnologia e dei social network, che ogni giorno, involontariamente, modificano i nostri comportamenti. Ed è qui che ci sbagliamo. Il behaviorismo è nato molto prima E se tutto quello che ci circonda fosse una grande scatola che controlla i nostri comportamenti e influenza le nostre azioni? Che ci sia un’ombra di complottismo è senza dubbi, ma quanto di ciò che noi osserviamo e che fa parte del nostro ambiente influenza le nostre azioni? A interrogarsi su questo strano argomento per la prima volta fu John Watson in persona, all’inizio del Novecento. Il movimento creato dallo psicologo chiamato ”comportamentismo” o  ”behaviorismo” non si distanzia troppo dai metodi scientifici utilizzati attualmente perché faceva della scienza e dell’osservazione il suo metodo di verifica. Il suo studio era quindi fondato sullo studio scientifico del comportamento, cioè degli aspetti esteriori, praticamente osservabili, dell’attività mentale. Chicca interessante è sapere che gli studi di Watson si basavano su una psicologia intesa diversamente da quella attuale, credeva infatti che grazie allo studio della mente era possibile prevedere e controllare il comportamento umano. Il suo intento era del tutto benevolo e attribuito a una visione utopica di una società che traesse beneficio da questa scoperta, ma resta un carattere inquietante dei suoi studi. Cos’è il C? Inquadriamo il ”comportamento” (o behavior) nel termine generale come una risposta a uno stimolo, perché risultato di un input sensoriale proveniente dall’ambiente esterno. Ma che tipo di stimolo è necessario per ottenere un una risposta? A rispondere a questa domanda furono due studiosi: Il primo fu quello effettuato da I. Pavlov, fisiologo Russo famoso per aver sperimentato uno degli esempi più caratteristici questa scuola di pensiero. Pavlov aveva sviluppato un procedimento semplice ma ingegnoso, in cui ogni volta che portava da mangiare al suo cane faceva tintinnare una campanella; Presentando insieme i due stimoli per un discreto tempo, lo studioso notò come l’animale iniziava a salivare al solo sentire il suono. In questi esperimenti, il suono fungeva da stimolo (un input sensoriale proveniente dall’ambiente esterno) che influenzava la risposta di salivazione del cane, il quale costituiva la risposta (un’azione o una modificazione fisiologica evocata da uno stimolo). E’ semplice osservare come in questo esperimento l’animale preso in considerazione sia totalmente passivo, in balia dell’esperimento dell’uomo con unico ruolo quello di vivere l’esperimento. L’esperimento di Pavlov è il più caratteristico perché il più vicino alla nostra contemporaneità, basti pensare al nostro animale domestico che scodinzola o abbaia ogni volta che sente suonare alla porta. Behaviorismo: L’uomo risponde passivamente agli stimoli dell’ambiente? Nonostante l’efficacia dell’esperimento di Pavlov è bene ricordare che l’uomo non effettua un comportamento passivo di fronte a uno stimolo, ed è qui che il secondo esperimento prende forma. L’esperimento più attivo è stato condotto da B. F. Skinner il quale iniziò a studiare gli animali in base ai loro comportamenti nel loro habitat. Il perché? Semplice, questo permetteva di osservare come, in una […]

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Voglia di shopping in lockdown? Consigli per gli acquisti

Si sa, poche cose risollevano il morale quanto una sana giornata di shopping. Secondo alcuni studi, lo shopping (a meno che non diventi compulsivo e dunque patologico) potrebbe rivelarsi addirittura terapeutico: fare compere allontana ansia, stress e malumore ed indossare abiti che ci fanno stare bene e ci stanno bene aumenta l’autostima, per non parlare degli incredibili vantaggi in termini di occasioni sociali che lo shopping porta con sé. Lo shopping è, a tutti gli effetti, un modo per prendersi cura di sé stessi ed un’occasione di convivialità – niente di meglio che fare shopping con le amiche, per molte donne – che allontana problemi e preoccupazioni ed offre una valvola di sfogo dalla quotidianità. Oggi più che mai abbiamo bisogno di leggerezza e di quel senso di serenità, per quanto effimera e passeggera, che lo shopping sa donare. Ma come soddisfare al tempo del lockdown questa esigenza? Cosa può sostituire lo shopping in lockdown? Internet può soddisfare l’esigenza di shopping, spesso risparmiando rispetto al commercio tradizionale al dettaglio e, al contempo, rivelarsi un’ottima strategia per tirarci fuori dalla tristezza da pandemia: acquistare capi per la bella stagione rivela la speranza di poterli indossare, immaginando dunque un futuro prossimo più roseo del presente che viviamo. Shopping in lockdown: oltre Amazon Indubbiamente il colosso di Jeff Bezos, Amazon, domina il mercato virtuale mondiale, soprattutto per quanto concerne la tecnologia ed i libri, ma per uno shopping in lockdown che sia soddisfacente e di qualità vale la pena di conoscere le alternative, non meno convenienti dal punto di vista della qualità, dell’efficienza del servizio e dei costi! Per l’abbigliamento di qualità ed il Made in Italy, sono imbattibili store online come Zalando e Stileo dov’è possibile acquistare a prezzi scontati articoli di abbigliamento ed accessori dei più noti marchi mondiali. Stileo non è un vero e proprio store online, come Zalando, ma un sito aggregatore, che reindirizza gli utenti ai siti web dei negozi dov’è possibile acquistare i prodotti scelti. Notevole, su Stileo, la sezione dedicata al Made in Italy, una vetrina che espone i marchi più conosciuti della moda italiana, apprezzata in tutto il mondo, con sconti che possono superare il 70%. Se gli acquisti online perdono sicuramente qualcosa in termini di convivialità, possiamo senza dubbio affermare che compensano ampiamente questa mancanza proponendo offerte imbattibili che il commercio tradizionale non offre neppure in periodo di saldi! Shein è tra i siti preferiti delle giovanissime: abbigliamento low cost, per essere sempre di tendenza a prezzi decisamente competitivi. Il sito cinese ha magazzini europei ed è dedicato soprattutto al commercio in Europa e negli USA, ragion per cui le taglie sono conformi alle nostre. Il sito si rivela, oltretutto, una validissima risorsa per le curvy più giovani – troppo spesso condannate dal mondo della moda ad uno stile che non si addice alla loro età e le mortifica – offrendo una scelta ampia e variegata negli stili e nei modelli. Le spedizioni sono piuttosto rapide (una o due settimane di attesa) se confrontate con […]

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Crittografia e sicurezza informatica: come funziona?

La crittografia – letteralmente “scrittura nascosta” – è un sistema pensato per rendere illeggibile un messaggio per coloro che non possiedono la chiave per decodificarlo. I primi metodi crittografici tramandatici risalgono all’Antica Grecia perché fanno capo a un bisogno, quello della privacy, antico quanto l’uomo. La crittografia oggigiorno rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta contro il cybercrime. Diversi sistemi sono infatti utilizzati per proteggere i nostri dati e per garantire la nostra privacy. Nel mondo dell’informatica, la crittografia indica dunque la conversione dei dati da un formato leggibile in un formato codificato, decodificabile solo con la chiave opportuna. L’approdo della crittografia nel campo informatico Uno dei primi metodi crittografici veri e propri e che si trova alla base della crittografia moderna è il Cifrario di Cesare, un sistema utilizzato da Giulio Cesare per cifrare i suoi messaggi sostituendo di tre posti la lettera del testo in chiaro con quella del testo cifrato. È ben immaginabile che, dall’epoca di Cesare, la crittografia ha avuto delle notevoli evoluzioni – basti pensare alla complessità dei cifrari di Vigenère – e ciò ha permesso il suo impiego in campi in cui il diritto alla privacy è irrinunciabile. Impiegata sia dai singoli utenti che dalle grandi aziende, la crittografia è oggi ampiamente utilizzata su Internet per tutelare le informazioni scambiate, che possono essere dati di pagamento o anche informazioni personali. La comunicazione ha acquisito un ruolo sempre più centrale nella vita degli uomini e, di pari passo, ha generato il bisogno di un sistema per tutelare la sua segretezza nella rete. La cifratura informatica è infatti un sistema in continua evoluzione che, anno dopo anno, deve essere aggiornato per far fronte a standard sempre più elevati. Il metodo crittografico nell’informatica è un sistema che, tramite l’utilizzo di un algoritmo matematico, agisce sulla sequenza di caratteri che vengono inviati, cifrandoli in base ad una chiave segreta, che corrisponde al parametro stesso della cifratura e decifratura. La validità del metodo si misura sulla sicurezza di questa chiave. La prima classificazione possibile in tale ambito di applicazione è proprio data dalla chiave, che può essere simmetrica o asimmetrica. Nel primo caso essa è unica e usata sia per criptare che per decriptare, mentre nel secondo caso è duplice: quest’ultimo metodo è anche detto “a chiave pubblica” perché si compone di una chiave pubblica per la cifratura e una privata per decifrare il messaggio. È chiaro che la crittografica simmetrica risulta molto più veloce, sebbene non altrettanto efficace. L’algoritmo più diffuso a chiave simmetrica è l’Advanced Encryption Standard (AES), sviluppato alla fine degli anni ’90 dai crittografi belgi Joean Daemen e Vincent Rijmen per il National Institute of Standards and Technology. Ma lo svantaggio della crittografia simmetrica è che le parti coinvolte devono scambiarsi la chiave per poter criptare e decriptare il messaggio e questa esigenza di distribuire un alto numero di chiavi implica la necessità di fare uso anche di altri tipi di cifratura. Al contrario, gli algoritmi asimmetrici, più complessi e più lenti, presentano una chiave pubblica […]

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Regali aziendali? Ecco alcuni consigli per sceglierli al meglio

In determinati periodi dell’anno i regali aziendali diventano quasi una necessità. Un appuntamento a cui non ci si può sottrarre per tenere vivi i rapporti coi clienti e coi partner commerciali, per aumentare la visibilità del proprio brand, ma anche per premiare l’operato dei propri dipendenti. Optare per il regalo sbagliato può rivelarsi un’arma a doppio taglio che non sortirà alcun effetto positivo e che anzi, potrebbe andare ad offendere la sensibilità di qualcuno. Per evitare brutti scivoloni, basterà armarsi di pazienza e di un piano ben preciso, partendo dalla finalità del regalo, passando per l’importanza strategica del destinatario, sino ad arrivare ovviamente al budget di cui si dispone per questo tipo di attività promozionale.    Acquistare il regalo aziendale perfetto non è mai stato più facile e la rete ci dà una grossa mano. A chi è a corto di idee e ha bisogno di trovare lo spunto giusto, basterà farsi un giro tra i tantissimi store specializzati presenti online. Per chi invece non ha tanto tempo da perdere in ricerche snervanti, scegliere i gadget personalizzati low cost da Maxilia renderà il compito più semplice e senza spendere una fortuna. Questo tipo di regali sono un grossa opportunità per rafforzare il proprio business, e affrontare l’impegno col giusto approccio permetterà di renderlo meno stressante e addirittura piacevole. Ecco un serie di consigli che possono essere d’aiuto per scegliere nel miglior modo possibile.   1) Occhio alle regole aziendali Molte compagnie, ma lo stesso discorso può essere fatto nell’ambito della pubblica amministrazione, hanno delle regole ben precise che regolano questo tipo di attività, sia in entrata che in uscita. In alcuni casi esiste addirittura un divieto che determinerà quindi l’automatico ritorno al mittente del dono offerto. Per evitare brutte sorprese e di spendere soldi inutilmente, è sempre meglio capire se esistono delle limitazioni.    2) Sapere cosa comprare Sapere cosa comprare a ciascun cliente o partner commerciale è l’aspetto più impegnativo di tutto quello che ruota attorno ai regali aziendali. Questo perché conoscere i gusti personali di persone con cui si ha a che fare a livello di affari non è sempre agevole. La cosa migliore sarebbe chiedere al diretto interessato, ma si andrebbe a incidere sull’effetto sorpresa. Un’altra idea è quella di fare delle ricerche magari aiutandosi con le piattaforme social.   3) Non sottovalutare le differenze culturali Ogni contesto produttivo viene influenzato ed è regolato dal patrimonio culturale dello stato lo ospita. Rispettare gli usi e i costumi è segno di rispetto ed è il primo passo per evitare di fare figuracce. In Cina, ad esempio, i regali non devono mai essere impacchettati in bianco perché in quella cultura è il colore del lutto.   4) Il valore di un biglietto scritto a mano Da quando siamo diventati esperti delle risorse presenti in rete non riusciamo a fare cose semplici ma significative che possono fare ancora la differenza. Se si fa un acquisto su qualsiasi piattaforma di e-commerce c’è la possibilità di inserire i propri auguri all’interno del pacco. […]

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Internet e calcio tra dirette sempre più streaming, social e scommesse

Il mondo del calcio vive un periodo di profondo cambiamento. Un cambiamento dettato dalle nuove tecnologie che non riguardano solo il mondo arbitrale, ma il modo di vivere il calcio. Internet è diventato infatti il nuovo eldorado per il calcio. I grandi player che detengono i diritti tv sono sempre più rivolti verso un futuro che porta dritti verso internet. Pensiamo ad esempio a DAZN che da anni ha deciso di trasmettere online le partite di calcio. Oppure a Sky con il servizio Sky Go e Now Tv. Si parlava, inoltre, di un possibile approdo in Italia anche di Amazon per la trasmissione della partite di Serie A ma da quanto si è appreso nelle ultime ore questa possibilità è svanita del tutto visto che il colosso di Jeff Bezos non ha presentato nessuna offerta. Se per il momento ha deciso di “snobbare” non dobbiamo però dimenticare che ha già investito per i diritti della Champions League ma anche per una fetta di quelli della Premier League. Sembra essere soltanto questione di tempo. I social network ed i club Altro fattore che sta influenzando parecchio il mondo del calcio è quello dei social network. Oggi, infatti, i club hanno ben capito l’importanza di un canale diretto con i propri tifosi per amplificare in maniera importante le proprie entrate. La Juventus negli ultimi anni ha investito pesantemente su questo fattore ed oggi è il brand italiano con più seguaci sui social. Secondo gli ultimi dati la Juventus è di gran lunga la squadra più seguita d’Italia. Con 66 milioni di interazioni nel mese sulle varie piattaforme (Facebook, Instagram, Twitter e Youtube) e 71,7 milioni di visualizzazioni dei video pubblicati, la squadra bianconera stacca Milan e Inter, rispettivamente seconde e terze nella graduatoria. Al quarto posto, non lontano dai 22 milioni di “interactions” rossonere e i quasi 19 milioni nerazzurri, c’è il Napoli con 15,7 milioni. Poi ecco le romane. Il club giallorosso è quinto con 4 milioni e mezzo di interazioni e un dato competitivo sui video: quelli pubblicati dai canali giallorossi (Youtube e Facebook in questo caso) nel mese di novembre sono stati cliccati dagli utenti 6,9 milioni di volte, più dei 5,6 milioni dell’Inter e i 2,4 del Napoli. La Lazio segue come sesta squadra più seguita sui social. Le interazioni sono poco più della metà di quelle della Roma, 2,6 milioni, i video biancocelesti a novembre sono stati visualizzati 1,9 milioni di volte. Le scommesse online Oltre al modo di fruire il calcio in termini di contenuti, è cambiato il modo di seguirlo e di scommettere sugli eventi sportivi. Come possiamo leggere grazie alla guida alle scommesse presente sul blog di Starcasinò, oggi le scommesse sul calcio sono più semplici, veloci ed avvincenti. Oggi basta avere uno smartphone ed una connessione internet per poter scommettere praticamente su qualsiasi cosa, compreso il festival di Sanremo. Se un tempo si giocava al totocalcio con la schedina cartacea dove si poteva giocare solo vittoria o pareggio e si era costretti a giocare […]

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I giorni più belli: il romanzo d’esordio di Giancarlo Melosi

I giorni più belli è l’avvincente romanzo d’esordio di Giancarlo Melosi, edito da Newton Compton Editori. Trama de “I giorni più belli” di Melosi “La famiglia Di Segni è una delle molte famiglie che abitano a Roma, nel serraglio degli ebrei, dove la sera si chiudono i cancelli e nessuno può più entrare né uscire. Michael, nonostante la giovane età, è un ottimo capofamiglia; è un cerusico, specializzato nella cura delle malattie curabili con elementi naturali, ma, a causa delle pesanti difficoltà economiche, vive in una casa fatiscente insieme alla moglie Ruth e la loro piccola Ariela. Un giorno, Michael viene convocato dal banchiere Agostino Chigi detto il Magnifico, da tempo affetto da una patologia che non gli dà scampo, tormentandolo giorno e notte. Il potente e ricco mecenate vive nel fasto di Villa Chigi con la moglie Francesca Ordeaschi, ex cortigiana, e pur di guarire è disposto anche ad ignorare che il giovane sia ebreo”. Si comprende quasi subito che in realtà, all’interno di quel serraglio, con tantissime persone ammassate, le cose non andavano bene. Il lettore, sin dalle prime pagine, ascolta pianti della piccola protagonista, Ariel, figlia di Michael, affamata. Un romanzo affascinante, in una Roma antica, ai tempi di Michelangelo e Raffaello, una città affascinante all’interno della quale una famiglia ebrea lotta contro i pregiudizi e le maldicenze di una società nefasta. Un mondo nel quale gli ebrei non possono vivere liberamente in una quotidianità pullulante, dinamica, vivace che, però, la famiglia protagonista dell’interessante romanzo intitolato “I giorni più belli” non può vivere. “Bastarono pochi minuti per arrivare a destinazione”. Così si legge in un passo di questo intenso romanzo: in realtà, tale frase, apparentemente semplice, esprime pienamente un concetto importante che richiama un parallelismo nel libro. In pochi minuti si comprende la grandezza narrativa dell’autore Giancarlo Melosi che, con grande padronanza linguistica, riesce a descrivere luoghi, personaggi, dinamiche interpersonali, quotidianità, storie. I giorni più belli: riflessione su ciò che è stato Sicuramente si tratta di un libro fluttuante e in perenne evoluzione, realistico, terribilmente vero. La lettura spesso lascia senza fiato, soprattutto per le tante informazioni in ciascun capitolo, ognuno con un titolo fortemente eloquente. L’esperienza degli ebrei, in questo caso “al Serraglio”, è certamente di fondamentale importanza per comprendere la fitta trama, apparentemente semplice, ma in realtà notevolmente acuta. Le vicende che coinvolgono il protagonista rappresentano il fulcro strutturale e tematico del romanzo, il vettore compositivo che orienta la lettura, scatenando innumerevoli emozioni e riflessioni. L’autore Giancarlo Melosi, riesce a trasmettere lo spirito proprio dei protagonisti, ma anche le relative condizioni sociali (piuttosto precarie) attraverso dettagli realistici, mescolando realtà ed invenzione. I giorni più belli è un romanzo con una forte identità storica, che accompagna il lettore in descrizioni accurate tra vita quotidiana, ingiustizie e tasselli apparentemente mancanti che si congiungono in un finale che sicuramente sorprenderà.   Immagine in evidenza: www.newtoncomptoneditori.com

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Kiley Reid: L’inganno delle buone azioni

‘Recensione del romanzo L’inganno delle buone azioni di Kiley Reid edito Garzanti Kiley Reid, autrice americana, pubblica con Garzanti nel mese di febbraio il suo potente romanzo d’esordio, L’inganno delle buone azioni (Such a fun age). Il romanzo, che ha riscosso un enorme successo per le tematiche trattate, la prosa scorrevole e lo sguardo sarcastico e disincantato sul reale, ha consentito all’autrice di entrare in lizza per il Booker Prize 2020. Il romanzo, provocatorio e pungente, sa attrarre il lettore con facilità, sebbene racconti vicende quotidiane, delle quali tutti possono avere esperienza, o forse proprio in virtù di ciò, a dimostrare che, se non è necessaria ad un grande romanzo una grande storia, è invece necessaria una grande idea, ridefinendo magistralmente il concetto di classe e portando alla luce l’America del black lives matter, in cui il colore della pelle può determinare la qualità della vita di una persona finanche più delle sue doti personali, ed il razzismo è malcelato dalle buone intenzioni. Al centro delle vicende narrate, due donne che più diverse non potrebbero essere. Alix, Mrs. Chamnberlain, è una scrittrice di lettere professionista, una trentenne bianca impigrita dalla vita matrimoniale e dalla mancanza di stimoli a seguito del trasferimento a Filadelfia, che le sembra così provinciale. Emira è una ventiseienne nera, una giovane laureata che non ha ancora trovato la sua strada e che vive con gran preoccupazione l’ingresso nel mondo degli adulti, non riuscendo a trovare un lavoro che le consenta di avere un’assicurazione sanitaria e permettersi un appartamento che sia qualcosa di meglio di una stanzetta umida in un quartiere degradato. La sola dote che la ragazza riconosce a sé stessa è la semplicità con cui riesce ad approcciare i bambini e prendersi cura di loro, tanto da decidere di farne un mestiere che possa, provvisoriamente, consentirle di sbarcare il lunario: è proprio grazie al lavoro di Emira, baby-sitter della dolce e curiosa bambina di Alix, Briar, che le due donne, appartenenti a due mondi opposti, s’incontrano. Il romanzo si apre nel momento in cui Alix chiama Emira nel cuore della notte, mentre la ragazza era ad una festa, affinché porti via da casa Briar il prima possibile, a seguito di un incidente, e la distragga portandola in un minimarket notturno della zona, dove la baby-sitter viene accusata di aver rapito la bambina, perché di certo una ragazza, vestita in modo disdicevole e per giunta nera, non può essere la baby-sitter di una famiglia così a modo. Da questo evento, raccontato con una prosa schietta e diretta e che fin dalle primissime pagine chiarisce al lettore, con amarezza, quanto l’accaduto sia per Emira spiacevole ma purtroppo nient’affatto inaspettato, nasce in Alix l’irrefrenabile esigenza di mostrarsi diversa e migliore, un’esigenza fin troppo ostentata per essere sincera. Il romanzo di Kiley Reid sa raccontare brillantemente l’ipocrisia dei benpensanti, incarnata nella figura di Alix, ossessionata dall’opinione degli altri, la privilegiata per eccellenza del romanzo, che non solo non riconosce i suoi privilegi ma, dall’alto di questi, dispensa nelle sue lettere consigli sulla […]

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Blu, il nuovo romanzo di Giorgia Tribuiani

Blu è il nuovo romanzo dell’autrice Giorgia Tribuiani, edito da Fazi Editore. Trama “Blu è in realtà Ginevra, una diciottenne intrappolata in un circolo vizioso fatto di scaramanzie e rituali ossessivi. La ragazza è fidanzata, ma in realtà proprio quell’amore lei non riesce a sopportarlo e, divorata dai sensi di colpa, non lascia quella persona. L’unico suo vero amore è nei confronti dell’arte, con e attraverso la quale riesce ad esprimersi pienamente, senza nascondersi, oscurando qualsiasi mania o gesto ripetitivo”. Blu è blu, ma in realtà non lo è. Ha diciassette anni ma in realtà ne potrebbe avere anche otto. È una giovane donna, ma anche una bambina. “Questo” o “quello” non esistono: convivono, in un romanzo estremamente interessante e scattante. Piano piano il lettore imparerà a conoscere Blu, personaggio fuori dal comune, non semplice da capire, raccontato in seconda persona da qualcuno di cui non si conosce l’identità. Il libro può essere definito un vero e proprio “romanzo di formazione”, magari di difficile comprensione, almeno nei primi capitoli. Blu: un romanzo il cui filo psicologico è simile alla narrativa di Italo Svevo Sicuramente occorre una buona dose di concentrazione nella lettura, forte attenzione ad ogni minimo dettaglio, descrizione, frammento; solo così si riuscirà a progredire insieme alla protagonista del romanzo. Ricordiamo che uno dei dogmi su cui pone le basi il “romanzo di formazione” è quello della crescita personale di uno o più personaggi, attraverso il superamento di varie prove. Possiamo sicuramente dire che per il lettore accade una cosa simile: inizialmente Blu sembrerà un libro un po’ fuori dagli schemi, inusuale. Però la narrazione, pagina dopo pagina, troverà un proprio senso, insieme alla protagonista principale che vivacizza il tessuto narrativo. Leggendo Blu, viene fuori un vero e proprio universo artistico, quasi pittorico, all’interno del quale la protagonista, seppur con manie e fisime, si muove con leggiadria. Al contempo questo elemento si mescola alla visione femminile, o meglio, verso uno stile poetico femminile. È come se l’autrice si sdoppiasse per raccontare i disturbi di Blu, che magari alla fine del romanzo sarà chiamata in un altro modo, o assumerà un’altra dimensione personale. Un anelito di mistero e suggestione, abbraccia le parole del fitto romanzo, grazie alla bravura dell’autrice Giorgia Tribuiani. Raccontare i problemi di una ragazza la cui mente è piena zeppa di ossessioni, non è semplice. Comprenderli ancora meno. Potrebbe però accadere che proprio una narrazione, così ricca e vivace e così contrastante e a tratti dilaniante, risulti utile a chi soffre di una patologia simile, fungendo da supporto o conforto. Alla maniera di Italo Svevo, potremmo dire, l’autrice ripercorre cosa si nasconde dietro a quei gesti ossessivi, ripetitivi, ostinatamente perfetti. Così come ne La Coscienza di Zeno, in Blu si evidenzia una condizione psicologica che non ha una propria dimensione, strana, ma al tempo stesso affascinante, che si pone al limite tra passato, presente e un futuro incerto. Blu è tutto ciò: l’identità di una ragazzina appassionata d’arte, ripetutamente sbilanciata, afflitta da un disturbo di cui è […]

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Libri

Quello che non sai, lo strabiliante romanzo di Susy Galluzzo

Recensione di Quello che non sai, lo strabiliante ed emozionante romanzo della scrittrice Susy Galluzzo edito da Fazi Editore Michela, detta Ella, ha passato gli ultimi anni a crescere la figlia Ilaria, dedicandosi a lei in ogni momento anche a scapito del suo lavoro di medico e del rapporto con il marito Aurelio. Ella conosce tutte le manie e le ansie di Ilaria, sa quanto è brava a tennis ma anche quanto le è difficile concentrarsi a scuola. Dopo un allenamento, Ilaria si distrae guardando il cellulare, ferma in mezzo alla strada, mentre una macchina avanza veloce verso di lei. Ella non fa niente per avvisarla: rimane immobile a osservare la figlia che, salva per un soffio, se ne accorge. In quell’istante, inevitabilmente, tra loro si rompe qualcosa.  Quello che non sai, recensione Quello che non sai è un romanzo sulla maternità e sul timore di non essere mai all’altezza. Attraverso la storia di un distacco necessario, narrata in un crescendo di sentimenti contrastanti, l’autrice inscena il fallimento personale della protagonista cambiando continuamente prospettiva in un gioco psicologico complesso e molto appassionante. Fin da subito, il romanzo mette alla luce l’argomento principale: un passaggio di frasi, emozioni e vicende che si alternano in tre punti, Ella, Aurelio e Ilaria. Il nucleo familiare di cui si parla non brilla di una luce perfetta e, fin dall’inizio, nel profondo delle dinamiche, si evincono problemi irrisolti e forti tensioni. Michela, detta Ella, è uno dei personaggi cardini della storia. Il libro, di fatto, si compone essenzialmente dal suo punto di vista, lato della storia che troverà la sua massima esposizione nelle continue lettere dedicate a sua madre. Ella è una ex cardiochirurgo che, in seguito ad un dramma, decide di cambiare rotta lavorativa. È una donna decisa e forte che, trovatasi in balia di numerosi eventi, cambia faccia, tradendo sé stessa e quelli che la amano. La trasformazione della donna è repentina e veloce, in ogni parte del libro, non è mai la stessa. Michela passa da status e ruoli assolutamente agli antipodi, è mamma chioccia, eccellente lavoratrice, instancabile donna del focolaio, è la moglie della Roma bene, è persino autonoma, indipendente e distaccata dai bisogni di sua figlia Ilaria. Saranno molte le vicende che la riguarderanno in prima persona, soprattutto per ciò che concerne il rapporto figliare. Michela, infatti, testimonierà più volte di come sia stato facile e bello essere figlia, piuttosto che diventare madre, scelta che dapprima rifiutava categoricamente. Il romanzo indaga da vicino il tabù che ancora oggi contraddistingue la realtà odierna. Nella sostanza, si avverte in più punti, di come il diventare madre non sia la scelta felice e spontanea delle giovani di oggi, quanto piuttosto una decisione obbligata, pregna di morale, costrizione, e intesa con la naturalità delle cose. Michela diviene prima l’angelo bianco, incarnando poi la figura di una donna che ha voglia di pensare a sé stessa, talvolta quasi in preda al pentimento di aver messo al mondo una vita difficile da controllare. La figura di Aurelio, […]

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Napoli e Dintorni

Attualità

La Mostra d’Oltremare compie 81 anni

La Mostra d’Oltremare, il più grande centro congressi e di espansioni di Napoli, compie 81 anni. La prima realizzazione risale al 1939 secondo la planimetria dell’ architetto Chiaromonte. Il Padiglione fu danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1952 fu denominato il Padiglione della Marina Mercantile. Fino agli anni 2000 è stato la sede dell’ Istituto Superiore di Eduzione Fisica. La Mostra d’ Oltremare al suo interno possiede 54 edifici ed un’altissima Torre del Partito di circa 40 metri. Durante le riprese dell’ inaugurazione nel 1940 dalla torre del Partito era possibile vedere l’attuale teatro Mediterraneo, le fontane, la piscina ed anche elementi che oggi non sono presenti come la statua della Vittoria e la riproduzione a grandezza naturale di una nave della battaglia di Lepanto.  Dal 2012 la Mostra d’Oltremare ha ristrutturato l’intera struttura per adibirla ad attività congressuali. Il Palacongressi è articolato su una superficie complessiva calpestabile di circa 6000 mq e vanta 9 sale convegni e numerosi espositori per le aree sponsor. La Mostra d’Oltremare è il più grande spazio espositivo di Napoli, in cui cittadini e turisti possono fruire di una struttura del ‘900, del parco naturale e di spazi espositivi per il tempo libero, la cultura e lo sport. La Mostra d’Oltremare compie 81 anni – Importanti fiere e manifestazioni  Numerose e molto celebri sono le fiere che la Mostra d’Oltremare ha ospitato con successo di ingressi. Presentiamo le più importanti: NauticSud Si tratta del Salone Internazionale della Nautica da diporto ospitato dalla Mostra d’ Oltremare in cui yacht, gommoni, motori marini, accessori per la nautica, vela, canoe, moto d’acqua sono esposti. Nel 2003 il Presidente della Mostra d’Oltremare Cercola decise di aggiungere un’ulteriore area espositiva situata presso il “Molo di Sopraflutto Sannazzaro” con un sistema temporaneo di pontili galleggianti. Grande innovazione é rappresentata dalla possibilità di provare in acqua le imbarcazioni esposte. Non esiste un unico obiettivo a questa iniziativa: oltre alla compravendita vi é anche il continuo tentativo di sviluppare la portualità turistica. Questo Salone espositivo risulta essere un punto di riferimento per la nautica del Centro e del Sud dell’Italia. Fiera della Casa Una tra le fiere della Mostra d’ Oltremare più apprezzate é la Fiera della Casa. Accoglie numerosissimi stand di arredamento, arredo giardino, antiquariato, casalinghi, oggettistica, prodotti tipici, sapori, tempo libero. enogastronomia, prodotto tipici locali. Viene considerata una fiera-evento consumer, rivolta al grande pubblico, che rappresenta un appuntamento di particolare aggregazione per i napoletani da oltre 60 anni ed é una delle Fiere più longeve del Sud Italia. Dieci giorni da vivere intensamente per campani e turisti che possono partecipare a questa festa della città, tutti i giorni ad ingresso gratuito. Napoli Bike Festival Questo festival è stato ospitato dall’ enorme spazio e parco verde della Mostra D’Oltremare. Appuntamento di rilevanza nazionale dedicato alla promozione della cultura della bicicletta con numerose aree expo, permette ai partecipanti del concorso Bike Designers di godere di svariati spettacoli musicali, prevede un’ area kids e soprattutto diverse tipologie di Bike Tours per 10 […]

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Napoli e Dintorni

La Casina Vanvitelliana, gioiello di età borbonica

Alla scoperta di un luogo incantato: la Casina Vanvitelliana. A Nord di Napoli, lungo il versante occidentale dei Campi Flegrei, in un’area vulcanica, si estende il lago Fusaro, usato dagli Angioini per la macerazione della canapa (il suo nome deriva infatti dal lemma latino infusarium, inzuppato d’acqua, ‘nfuso) e, prima ancora, usato dalle genti greche e romane per l’allevamento di ostriche e mitili.  Era il 1752 quando Carlo di Borbone decise di acquistare il Lago Fusaro, facendovi costruire nel mezzo una casetta ottagonale, destinata alla caccia e alla pesca. Trent’anni dopo, nel 1782, Ferdinando IV di Borbone affidò all’architetto Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi, l’incarico di costruire la casina Reale del Fusaro, nota ai più come la Casina Vanvitelliana. Collegata alla riva del lago da un lungo pontile in legno, l’opera del Vanvitelli presenta una struttura assai particolare, una pianta composta da tre corpi ottagonali che si intersecano l’uno alla sommità dell’altro con finestre disposte su due livelli. Al piano terra si estende la Sala Circolare, che era destinata a serate ed eventi di gala; salendo si accede al Piano Nobile, riservato solo al Re o a un suo ospite, e alla Sala delle Meraviglie, così chiamata per il meraviglioso gioco di prospettive creato tra le finestre e le tele sulle pareti raffiguranti le quattro stagioni, che oggi possiamo solo immaginare, essendo state trafugate durante i moti rivoluzionari giacobini.     Un vero gioiello architettonico, impreziosito all’interno da svariate opere d’arte, che all’ora del tramonto, con i suoi colori freddi, si fonde con le tinte calde del cielo, creando un ossimorico abbraccio mozzafiato sullo specchio d’acqua formatosi dalla chiusura del tratto di mare tra Cuma e Torregaveta, che il mito vuole essere la palude infernale del fiume Acheronte.  Nel corso dei secoli ha accolto numerosi personaggi illustri come Gioacchino Rossini, lo Zar di Russia, Vittorio Emanuele III ed è stata spesso location cinematografica, si pensi a Ferdinando e Carolina della grande Lina Wertmüller, Luca il contrabbandiere di Lucio Fulci e L’imbroglio nel lenzuolo di Alfonso Arau. Erroneamente confusa, per anni, con la palafitta incantata della Fata Turchina del celebre sceneggiato del ’72 di Luigi Comencini, è stata ribattezzata La casa di Pinocchio e i più fedeli continuano a chiamarla così. In effetti, l’atmosfera da favola c’è.  Oggi la Casina Vanvitelliana, la cui sala dell’Ostrichina in questi giorni è stata  adibita a centro per la campagna di vaccinazione Anti-Covid, oltre ad essere un’importante meta turistica, ospita riti nuziali. Percorrere il suo pontile, lasciarsi incantare dai suoi colori e dall’atmosfera di fantasticheria in cui è immersa sono solo uno dei tanti validi motivi per visitare Baia, Bacoli e i Campi Flegrei tutti, da sempre terra di storia e leggende, da sempre terra di fuoco e mito. Fonte foto: © Angelo Re Barone – angelo_re_barone (IG)        

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Napoli e Dintorni

Pio Monte della Misericordia, sulle rovine di Casamicciola

Pio Monte della Misericordia di Casamicciola: ventiquattromila metri quadrati di degrado La fortuna più grande dell’insegnare è che, proprio mentre lo fai, impari tante cose. Gli studenti, con i loro dubbi, le loro domande, le loro riflessioni, spesso ti aprono mondi, ti fanno affacciare su verità che prima non possedevi. E proprio loro, da allievi, diventano grandi maestri. La fortuna più grande dell’insegnare a Ischia è scoprire ogni giorno, attraverso i racconti di chi ci vive, dettagli su un’isola incredibile, ricca e multiforme, generosa verso le esigenze di chiunque. Mare e monti per gli sportivi, tradizioni a non finire per i curiosi, tracce di storia per i più dotti, angoli intimi per i più romantici. Insomma, un’isola amata e amabile. Dopo anni di esplorazioni con gli stessi occhi affamati di bellezza, che Ischia non lascia mai delusi, lo sguardo è caduto sul grosso edificio, forse tra i più grandi dell’isola, che campeggia al centro di Casamicciola: il Pio Monte della Misericordia.  Non tanto la bellezza, quanto lo stato di rovina sono stati stavolta fonte di attenzione, motivo di indagine. Ridotto ad uno stato di abbandono da circa quarant’anni, vittima di innumerevoli tentativi di speculazione, il Pio Monte della Misericordia è al centro di una polemica, civile, economica, sociale che, più rovinosa del terremoto, dal 1973 ha spento l’aura che lo rendeva motivo di lustro per il comune di Casamicciola.  Ma che cos’è il Pio Monte della Misericordia?  Fondato a Napoli nel 1602, in piena controriforma, da sette nobili per esercitare le sette opere della Misericordia corporali, tra cui curare gli infermi, fu poi replicato, nel 1604 nell’isola di Ischia, a Casamicciola: un ospedale in cui le cure avvenivano attraverso la miracolosa acqua termale, decantata dal medico Julio Jasolino nel suo libro De remedii naturali che sono nell’isola di Pithecusa. Dopo due secoli dalla costruzione, questa struttura inseriva Casamicciola tra le più importanti stazioni di cura d’Europa.  28 luglio 1883: le cronache locali raccontano di un disastroso terremoto. Un terremoto così disastroso da incidere nel nome di Casamicciola il ricordo di quei tredici secondi che devastarono l’isola. Inciso a tal punto da cristallizzarsi in un modo di dire: “É successo Casamicciola“. Non bastò la sua imponenza a salvare il Pio Monte della Misericordia, che, dodici anni dopo il terribile sisma, fu ricostruito giù verso la Marina, segnando, con i suoi ampi giardini e depositi di acqua miracolosa, la prima rinascita di Casamicciola. Se, come una fenice, è rinato dalle ceneri di una calamità, il Pio Monte della Misericordia non si è più risollevato dalla crisi finanziaria dell’Ente Morale, che ne ha decretato la chiusura dal 1973.    Nel 2019 sulla straordinaria architettura è apparsa una scritta: Misuro il tempo. Ispirata alle Confessioni di Sant’Agostino, l’installazione ambientale ideata da Bianco-Valente, ha tentato di estendere il concetto del passato che esiste attraverso la nostra memoria all’edificio del Pio Monte della Misericordia, omaggiando lo spirito di un luogo che, nonostante lo stato di forzato abbandono, non conosce la scalfitura del tempo.  Sembra, tuttavia, che […]

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Napoli e Dintorni

Il chiostro delle clarisse, Spaccanapoli e Santa Chiara

Il Chiostro delle Clarisse a Napoli, e in generale l’intero complesso monumentale di Santa Chiara, prospiciente alla grande Chiesa del Gesù Nuovo, costituisce un elemento rappresentativo della cultura napoletana, nonché delle sue vicende incastonate fra le pieghe della Storia del Novecento. Il Chiostro delle Clarisse e il Monastero di Santa Chiara Camminare lungo Spaccanapoli è sempre un’esperienza suggestiva in quanto l’occhio che ritrae gli angoli del Decumano Inferiore nota sempre la presenza di qualcosa di nuovo che in precedenti passeggiate era sfuggita. Non ci si riferisce ai marchi di rinnovati e rinomati negozi che adescano fiumi di turisti con la promessa di sapori e profumi tradizionali, ma a quei silenziosi che attendono un curioso passante che si fermi a osservare la sua bancarella: ecco il vecchio che rivende antiche locandine delle passate edizioni della Festa di Piedigrotta, o volumi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, ecco il giovane intento a disegnare quadretti di nature morte o animali, ed ecco lo spigliato venditore che offre, a quegli stessi turisti, in varie dimensioni un flaconcino sigillato trasparente, certificando che esso contiene realmente “aria di Napoli”; tendendo poi l’orecchio, oltre il chiacchiericcio e gli schiamazzi, si percepiscono voci femminili e fisarmoniche che così cantano: “Sta donni, comme de’ i’ fari p’amà sta donni? Di rose l’ei ’a fa nu bellu ciardini ’ndorni ’ndorni lei a annammurari…”. Ed ecco apparire, circondata di uditori, una donna che danza e suona, posseduta dal ritmo della sua taranta; e, più avanti ancora, superato il Palazzo Venezia e il Palazzo Filomarino, residenza di don Benedetto Croce, una voce tenorile così ricorda: “Dimane? Ma vurria partì stasera. Luntano no, nun ce resisto cchiù. Dice ch’ è rimasto sulo ’o mare, che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu…”. Lì, di fronte la Basilica di Santa Chiara, ben vestito ed alto c’è chi ancora pensa Napoli com’era e a Napoli com’è. Oggi ricostruita, Santa Chiara, il cui complesso ebbe origine nel Trecento con la costruzione di una vera cittadella ospitante allora due conventi (uno maschile, per i francescani, e uno femminile, per le clarisse), fu vittima dei bombardamenti del 4 agosto 1943, che lo ridussero quasi in cenere. Tale e tanta fu la disperazione che, tra la folla, sopraggiunse anche don Benedetto dalla vicina dimora a contemplare in lacrime la ferita inflitta al cuore di Napoli. Salvo fu, per fortuna, il chiostro delle clarisse maiolicato e le “riggiole” (le piastrelle) che lo compongono. Esso è testimone delle trasformazioni che nel corso del tempo attraversarono Napoli dal Medioevo ad oggi: originariamente in stile gotico, per la volontà angioina che commissionò la strutture nel XIV secolo, subì trasformazioni ad opera di Antonio Vaccaro nella prima metà del Settecento, per cui si fusero i riferimenti all’arte gotica con gli elementi della cultura architettonica e pittorica barocca. A testimonio di questo intreccio, ecco gli affreschi di Storie francescane, che si leggono camminando lungo il porticato, o il giardino verdeggiante con le Fontane dei leoni, vera e propria Arcadia, in cui si assiste […]

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Sfera Ebbasta non è l’artista italiano di punta: perché?

Sfera Ebbasta è l’artista italiano che ha venduto di più degli ultimi 10 anni. Così titolavano moltissimi articoli comparsi su diverse riviste musicali degli ultimi mesi. Ok lo straordinario successo di Sfera Ebbasta, ok l’incredibile lavoro di merchandising che c’è dietro le sue ultime pubblicazioni, ma addirittura arrivare a superare in vendite di artisti come Jovanotti, Tiziano Ferro, Vasco Rossi (insomma persone che negli ultimi anni hanno riempito stadi), è un qualcosa di quantomeno sospetto. Controllando nel dettaglio la metodologia utilizzata per l’attribuzione delle vendite ci si rende conto che il sospetto è più che fondato, anzi, sarebbe opportuno dire anche che i titoloni relativi alle vendite degli artisti negli ultimi  2/3 anni sono decisamente fuorvianti. Innanzitutto, risulta necessario specificare chi si occupa della gestione di questi numeri. La suddetta gestione è appannaggio della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), società che attraverso dei precisi modelli (che verranno a breve illustrati)  valuta il numero di copie vendute per ogni artista relativo sia ai singoli che agli album. La FIMI è anche la società che si occupa della attribuzione dei famosi dischi d’oro, di platino e di diamante, e quindi è inevitabilmente anche la società che fissa il numero di copie necessarie per potersi forgiare dei suddetti titoli. A causa della diffusione capillare dello streaming, il numero di copie fisiche vendute è però sceso drasticamente; motivo per il quale le vendite necessarie per ottenere un disco d’oro oggi sono lontane anni luce da quelle del passato. Per dare un’idea: prima del 1974 l’oro equivaleva ad un milione di copie, il platino a 10 milioni. Negli anni ’80 ci fu un primo collasso dell’industria discografica che portò l’oro ad essere attribuito per 250 000 copie ed il platino per 500 000. Oggi l’oro viene attribuito per 25 000 copie e il platino per 50 000. Per arrivare alla determinazione delle copie però il percorso è un po’ più tortuoso di quello del passato. La FIMI infatti nel 2019 ha pubblicato una nuova nota metodologica, facilmente consultabile sul suo sito ufficiale. Nella nota è specificato in che modo vengono conteggiati i risultati in termini di vendite degli artisti. Il numero di  copie vendute è ottenuto sommando il numero di copie fisiche, di quelle digitali e il numero di ascolti realizzati tramite gli abbonamenti streaming. E in che modo si tiene conto degli ascolti sulle varie piattaforme streaming? Dalla nota metodologica emerge che il conteggio viene effettuato considerando gli ascolti solo su servizi streaming in abbonamento premium, quindi sono esclusi tutti gli streaming gratuiti. Una volta fatto ciò si sommano gli ascolti relativi ai singoli brani di ogni disco, il numero ottenuto sarà diviso per un conversion rate di 1300, necessario per uniformare gli ascolti streaming alle copie vendute. L’unica eccezione è rappresentata dal caso nel quale c’è un disco che presenta un’unica traccia che ha più del 70% degli stream dell’intero album, in questo caso la traccia viene scartata per poter favorire una stima relativa all’ascolto dell’intero album e non di un singolo. Quindi, […]

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Musica

Grilli è l’ultima uscita di Lou Mornero

Il ritorno di Lou Mornero con Grilli Lou Mornero, cantautore milanese, è da poco uscito con un nuovo lavoro, “Grilli“, a cinque anni di distanza dall’omonimo EP, tra i prodotti più interessanti della recente scena indipendente italiana. “Grilli” è il frutto di nuova collaborazione con lo storico produttore di Lou, Andrea Mottadelli, e promette di ripetere il successo di quanto fatto in passato. Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con Lou Mornero del suo nuovo disco, disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali, e quanto segue è il breve resoconto di quanto detto. Ciao Lou, come è nato “Grilli”? Raccontaci la genesi dell’album. Ciao Matteo, come forse sai, è passato del tempo dal precedente lavoro, si parla del 2017 e si trattava di un EP composto da cinque brani. E’ semplicemente riaffiorata la volontà di condividere canzoni inedite in un formato che ne contenesse un numero maggiore e così ne ho confezionate otto nella raccolta intitolata “Grilli”. Non si tratta esclusivamente di materiale nuovo; alcune canzoni infatti arrivano dal passato, anche parecchio in là, ma hanno trovato la giusta collocazione solo oggi. Qual è stato l’aspetto più complesso nel registrare l’album? Hai avuto qualche influenza in particolare? Sicuramente il fatto di lavorare a distanza con Andrea, la mente dietro agli arrangiamenti e alla produzione, non facilita le cose. Io a Milano e lui a Londra, immersi in lunghe sessioni di video call e con l’utilizzo di software che permettono di connettere i pc a distanza. In questo modo ne siamo venuti a capo prendendoci il tempo che ci è voluto, senza particolari pressioni. Questo forse l’aspetto più complesso, se si considera che tutto, eccetto “Ouverture”, è stato suonato e registrato nei nostri home studio evitando agilmente eventuali ostacoli dovuti alle recenti restrizioni che conosciamo bene. Parlando invece di influenze non me la cavo mai granché bene a citare nomi e cognomi. Ascoltando tanta musica diversa pesco inconsciamente un po’ di qua e po’ di là ed è un lato del mio far musica che reputo essenziale. Mi piace mischiare epoche, razze, culture e generi e fortunatamente è un approccio condiviso in egual misura anche da Andrea: per entrambi la musica è una questione che va oltre i generi e i tempi, appunto. C’è un filo comune che lega le canzoni di “Grilli”? Hai un processo creativo ben preciso che ti porta a modellare la tua musica? Il grande nesso tra le canzoni è la vita, di chi le scrive, che si narra al loro interno, l’intenzione sincera e umile di sviscerare i propri mondi attraverso un gusto e una poetica. Anche le musiche, pur spaziando ed esplorando sonorità diverse che ben si amalgamano tra loro, mantengono identità distinte e peculiari accomunate alla base dal livello di produzione che si rivela attraverso la varietà di suoni, accorgimenti e soluzioni che Andrea ha realizzato durante lo sviluppo di ogni canzone. Processi creativi consolidati non ne ho, nasce sempre un po’ tutto dal caso e dalla dose d’ispirazione che mi attraversa […]

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A Brave Introduction to Electronica: Bonobo

Bentrovata e bentrovato.  Sono Brave.   Spero tu abbia passato una buona Pasqua.  Celebrando la tua personale Resurrezione, perché so che è giunto il tuo momento, ho scelto una colonna sonora per l’occasione. Qui siamo nella top 10 dei musicisti elettronici che potrò mai scegliere per te. Attenzione però. Per godere appieno questo dono, devi avere il giusto approccio, la giusta mentalità. Devi essere  presente. Quando si saranno fatte le sette di sera, posa il cellulare: non ne hai bisogno. Stenditi sul letto, accendi il pc e indossa due paia di begli auricolari. Regalati un’ora per te stessa/o: niente altro ha bisogno di più attenzione da parte tua che il tuo personale qui ed ora. Ti garantisco che il passato e il futuro cammineranno insieme nella tua testa.  I brani come al solito li trovi sulla playlist ufficiale di questa rubrica. https://open.spotify.com/playlist/3EPCXkLM9rjY2LUO6JQHwJ?si=yPWEs94iRhCPDI1Ri_C0Dg Pronta/o? Cominciamo. Brano n. 1: Live at Alexandra Palace – London https://www.youtube.com/watch?v=Ca93bp-jpn8 Ti voglio fare capire subito di chi stiamo parlando, per questo ti spoilero subito il finale: Bonobo live è una delle esperienze musicali più belle che tu possa vivere. Te lo dico per vissuto personale. Orchestra, sassofono, giungla, magia. Voglio che tu possa assaggiare un briciolo di quello che proverai dal vivo, mostrandoti questo concerto allucinante e le parole del buon Diego Nardo, un autorevole sconosciuto che nei commenti di YouTube è riuscito alla perfezione a descrivere una canonica Bonobo experience and attitude: It was the 2006, in London was a rainy Friday afternoon when I decided that that night I was feeling to see some band live. Nothing interesting around..so I just checked the Ninja Tune website, cause I love Ninja Tune, they always have something interesting going on. They had this band Bonobo, ten pound, I say fuck it..let’s buy 2 ticket, don’t care who they are. When I entered the venue i see all these instrument, wow..fuck a full band, nice. Me and my girlfriend we had a nice charas blunt, this guy with the clarinet enter the stage, sounded so familiar, sounded so cinematic orchestra, and it blows my mind away. From then on I just remember me floating and smiling, loving any atoms that was crossing that room. That wasn’t a concert, was an experience.  And you, young generation, that spend the whole concert filming, sending, sharing you will never know that feeling. There is no battery, no memory card that can record the amount of information and emotions that gather inside me that day and that after 10 years still so vivid and intense that no even your iphone 12plus with Oculus 3d will ever been able to archive. Brano n. 2: Prelude + Kiara https://open.spotify.com/track/4cwDC2Yk2zqOp6NMX6v750?si=vc1rpqOfTvyOpO2lSxED2Q https://www.youtube.com/watch?v=D9f2KZvf9sk La prima volta che il mio amico Rami Kehops mi consigliava Black Sands di Bonobo non avevo tanta dimestichezza con la musica elettronica. E non lo capii. Qualche anno dopo, ho capito. Questo album consacra Bonobo al panorama internazionale: e il pattern di archi di Prelude insieme al primo brano Kiara ne sono il […]

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Anna Utopia Giordano: ombre e luci tra i suoni e le parole

Artista, poetessa anche, di immagine e di psichedeliche deformazioni dei tradizionali contorni, modella in scena ma anche visionaria della luce e delle sue ombre… come foglie e come fogli, bianchi o neri poco importa. Indaga sull’uomo, filosofia per niente spicciola ma che si mostra lisergica, da codificare dentro le linee per niente sfacciate di quegli stessi contorni che Anna Utopia Giordano ci mostra alterati nella loro composta definizione. Si intitola “Fogli d’ombra” questo esordio in cui accosta lo spoken word e la recitazione delle parole incastrate in un senso alto, al suono composto e disegnato da Giuseppe Fiori, Leonardo Barilaro e Un Artista Minimalista. Solo 3 composizioni che hanno in se la luce della parola ma anche l’ombra del cemento industriale, di atmosfere di caverne e nascondigli… La sensibilità sociale dietro un’opera come “Fogli d’ombra” … ci ho anche voluto leggere tanta violenza verso cui difendersi… dicci la tua… Questo tipo di sensibilità, secondo me, deriva anche dall’intuire che fare parte di una rete sociale significa trovarsi in una struttura in cui le azioni di ogni singola persona, un nodo di quella rete, possono portare a un movimento di tutti gli altri individui ad essa collegati, come un’onda che si propaga. Avere consapevolezza delle proprie azioni credo che sia importante per accorgersi che parole e gesti hanno effetti su di noi e sul mondo intorno a noi. A volte si dimentica che le nostre azioni possono essere percepite in modo differente dalle persone con le quali ci rapportiamo e che possono avere un impatto notevole sugli altri. Liquidità, velocità… contro questo down-tempo digitale, tra le pieghe di questo spoken word cadenzato… una controtendenza di questi tempi. Una provocazione o un altro modo di vestire la moda? I tre brani non hanno alcuna volontà di provocare oppure seguire la moda, scrivo perché sto bene mentre lo faccio, compongo seguendo il mio ritmo e attingo dalle tematiche del mio immaginario. Non posso prevedere, e neanche controllare, come verranno recepite le mie opere dal pubblico. Non ho mai avuto problemi con le critiche, anche quelle negative, anzi, sono curiosa dei pareri di chi osserva, ascolta o legge i miei lavori. E a proposito di mode: la creatività, secondo te, deve in qualche modo sposare il linguaggio popolare o lo deve rivoluzionare? O magari non deve proprio niente a nessuno… che ne pensi? Credo che non ci sia una regola precisa, dipende dal contesto. Sicuramente dietro ad ogni prodotto creativo c’è un lavoro considerevole. L’artista, seguendo il proprio impulso creativo, può scegliere di usare e sperimentare qualsiasi tipo di linguaggio al fine di aderire a ciò che prova e sente. Ad ogni modo, penso che riuscire ad astrarre totalmente dalla società in cui si è nati, dalle sue regole, abitudini e tendenze, sia una impresa illusoria. La creatività così intesa, forse, non ha altro motivo se non l’atto stesso di estendere sé stessi e di imprimere con parole, musica, movimenti o immagini, il proprio modo di sentire e recepire gli stimoli, senza alcuna altra […]

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Teatro Patologico e Odissea: un viaggio nel viaggio

Alla scoperta del Teatro Patologico, fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi Gli uomini non nascono tutti uguali. Una profonda diversità li caratterizza fin dalla nascita, purtroppo o per fortuna. Per fortuna, la diversità è ricchezza. Purtroppo, è più spesso intesa come mancanza.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: così recita l’art. 3 della nostra Costituzione. In teoria belle parole, nei fatti solo parole.  Correva l’anno 1978 quando la legge Basaglia imponeva la chiusura dei manicomi e il recupero della dignità dei malati in essi reclusi. L’obiettivo era ridare valore alla singola persona, porla al centro di un processo maieutico capace di tirar fuori da ognuno il meglio, spesso annichilito dai farmaci e, ancor più spesso, dal pregiudizio della diagnosi. Prima della legge 180, venivano internate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale. Tra i soggetti deviati non solo i malati di mente, ma anche le prostitute, i delinquenti, i sovversivi e gli omosessuali. Soggetti considerati pericolosi, da legare, sedare, emarginare. Rivoluzionario dunque l’approccio di Basaglia che vedeva, non nella reclusione, ma nella relazione con il mondo esterno possibilità di cura, possibilità di ritrovare il filo perduto dell’esistenza.  Tanta strada è stata fatta in cinquant’anni, ma, sebbene si parli sempre più di inclusione, del valore della diversità, tanta ancora resta da farne. La disabilità fisica e mentale, ancora oggi, è un ostacolo spesso invalicabile, ma capita, a volte, che alle mancanze delle istituzioni si sostituisca quanto di più prezioso oggi ci resta: la solidarietà umana.  E proprio nella solidarietà umana, nella filantropia, affonda le sue radici una realtà incredibile nata, a Roma, grazie a Dario D’Ambrosi: il Teatro Patologico. E, in effetti, quale luogo migliore delle tavole di un palcoscenico, per uscire dall’isolamento e annullare la distanza tra sé e l’altro? Il teatro diventa allora viaggio, terapia, senso del vivere. Venerdì 2 aprile, la Rai ha acceso i riflettori sull’encomiabile lavoro che nelle mura del Teatro Patologico getta, ostinato, un ponte tra la disabilità e l’avventurosa ricerca di quella normalità negata. Con grande delicatezza, Domenico Iannacone racconta la storia di una rappresentazione teatrale: l’Odissea. Un metaviaggio: il doloroso nostos di Odisseo verso la sua Itaca come specchio della quotidiana sfida della malattia mentale, i versi omerici fanno eco alle vite di chi li ha messi in scena. E allora, con quella magia di cui il Teatro è maestro, la finzione si fonde con la realtà, facendo crollare il castello di carta, quel sottilissimo confine tra sanità e follia.  Impossibile non emozionarsi entrando nel mondo di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, che hanno trovato nel teatro uno scopo, che è sempre importante avere, che è vitale quando si ha una fragilità mentale, e non solo. Il Teatro Patologico ha assunto per loro le fattezze di Itaca, il porto sicuro in cui tornare e riconoscersi. Un film-documentario (visibile su […]

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Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Teatro

Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio in Un’ora senza regole

Show teatrale online: Un’ora senza regole Da ieri 25 marzo al 23 aprile i due giovani attori Fabio Canciello e Giovanni Chiacchio di anni 19 e 23 anni saranno protagonisti dello show teatrale Un’ora senza regole, in diretta su OnTheatre con lo scopo di portare una leggera allegria e tanti sorrisi, sdrammatizzando un clima pandemico grigio come le nuvole scure.   Questo show teatrale rappresenta una forte reazione alla chiusura prolungata dei teatri tramite i nuovi metodi digitali in streaming particolarmente agevoli per tutti. Lo spettacolo si apre con la raffica di eventi negativi che si sono abbattuti sul mondo teatrale. Lo performance teatrale si traduce in un’ ora di sana ribellione tra una lacrima ed sorriso, rendendo piacevole e diversa almeno un’ora del nostro monotono lockdown. L’intervista  Con piacere abbiamo intervistato i due giovanissimi protagonisti di questo show teatrale napoletano che con grande ironia ci hanno illustrato dettagli inediti.  Un’ora senza regole è un titolo provocatorio e che dà una forte idea di libertà. Perché avete deciso di intitolare così il vostro show teatrale online? La prima cosa che vogliamo dire è che non riusciamo a spiegare ciò che facciamo, per cui per capirlo l’unica strada è vedere lo show. Provocatoria è l’arte che proponiamo, amiamo vestire panni diversi ed in quest’ora non rispetteremo né minutaggio né logica. Abbiamo un solo obiettivo fare Arte… A modo nostro.  Che cosa rappresenta per voi il maestro del teatro Eduardo de Filippo al quale dedicate un omaggio finale? Il MaestroEduardononrappresentama “è” per noi un vero e proprio punto di non arrivo: inarrivabile per ciò che ha fatto, ma stimolante nel tentativo illusorio di accostarsi minimamente a lui. La sua delicatezza nell’unire momenti totalmente comici a momenti prevalentemente drammatici…questo è il nostro obiettivo. Quanto vi manca il contatto con il pubblico? Tanto, ma grazie alla piattaforma On Theatre abbiamo rivissuto la magia che solo in teatro si può provare. Per noi questo show rappresenta, grazie a questa piattaforma, la possibilità di essere visti da tutti in tutta Italia. Non vediamo l’ora. Tre buoni motivi per vedere assolutamente il vostro show Pace, amore e fantasia. Scherzi a parte, da spettatori saremo curiosi di vedere uno spettacolo senza regole e che per poco tempo ci allontani da questa assurda normalità. Ultimo consiglio: guardando questo spettacolo vi innamorerete de I SENZA REGOLE, perché non li comprenderete. Ringraziamo il nostro partner ufficiale Legea e le altre nostre collaborazioni: Teatro bellavista, Suburbia studio e Macaia boat.  Show teatrale online: Un’ora senza regole  Dalle domande si può dedurre che Un’ora senza Regole é uno spettacolo da non perdere, pieno di senso di libertà ed utilissimo per chi vuole evadere da questo periodo di grande incertezza. I giovani protagonisti recitano e si impegnano davvero per far divertire e riflettere contemporaneamente il pubblico, proponendo una performance teatrale napoletana dalla grande vis comica.  Fonte immagine:  http://www.synpress44.com/

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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TRESY GAMBACORTA – episodio 1: Che travagliu!

“TRESY GAMBACORTA” è il nome della rubrica narrativa seriale che – tramite la finzione – andrà a indagare prototipi umani, difetti, pregi e particolarità di un territorio specifico, “lu Titu”. Tito è un piccolo centro, un borgo montano lucano, sito in provincia di Potenza. Un lucano fuori regione si ritrova sempre a puntualizzare: Ma che hai capito?! Non vengo da Lugano… Non sono un “basilichese”! Ma nooo, neanche un “basilico”!!! La Basilicata è, di fatto, una terra ancora tutta da scoprire. Poco si conosce del suo popolo, della sua genuina cultura contadina, delle sue tradizioni, delle sue suggestive lande desertiche e altri paesaggi che si presentano, tutt’oggi, nudi e crudi ai nostri occhi. Tresy Gambacorta, Episodio 1 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Nome: Teresa. Per gli amici: Trёsina. Quelli stretti: Tresy. Cognome: Gambacorta. Età: psicologica. Occhi: azzurri. Pelle: cerea. Pel: di carota. Insofferenza: al pettine. Tresy è stata partorita in casa da Mariannina “la manilunga”, in una notte di febbraio alle 3.00 in punto, mentre fuori scrosciava un acquazzone impetuoso. Il sonno tranquillo de “la manilunga” fu rotto dalle prime contrazioni. Era sola. Era sempre sola quando aveva bisogno di qualcuno, e rubava per questo quando andava a far la spesa, perché in cuor suo si era sedimentata l’idea che il mondo le doveva qualcosa. Aveva sposato un buon uomo, Mariannina; lei ci credeva fermamente. Il problema di mastu Cicciu era il bar della piazza, tutto qui. Quando usciva, beveva sempre abbondantemente e con smisurato piacere, poi tornava a casa e lei non lo riconosceva più, perché diventava un altro: attaccabrighe, arrogante, spavaldo. Si autoproclamava “lu rrè” e iniziava a tiraneggiare senza porsi alcun limite, come se – puntualmente – quella messa in scena nella vita gli servisse per consolarsi un po’, e per ricaricarsi. Mastu Cicciu era conosciuto da tutti come “lu beccamortu” e la morte altrui era per lui fonte di reddito, fonte di vita. Al suo cospetto, i maschietti venivano sempre sopraffatti da un incontrollabile prurito nelle mutande e le fanciulle non facevano altro che molestarsi la tetta sinistra. Nessuno gli dava corda, erano tutti molto freddi con lui. Più freddi del gelo del marmo dei tavoli nei sotterranei dell’ospedale di Potenza, dove il sole “lu beccamortu” non lo aveva mai visto. Mariannina era sola nel letto, quella notte. Come sempre, quando aveva bisogno di qualcuno. Non aveva un telefono fisso, non potevano permetterselo lei e suo marito, e al suo cellulare mancava il credito. Allora si alzò, si rimboccò le maniche e sterilizzò un paio di forbici da cucina. Riempì la vasca da bagno con acqua tiepida e prese due asciugamani – uno da mordere e uno per avvolgere il neonato – e, quando le contrazioni si fecero più fitte, iniziò a spingere. Sapeva benissimo come comportarsi perché la sorella Felina, Internet, ce l’aveva! E quando andava a trovarla ai Calangoni, trascorreva ore ed ore su YouTube a guardare parti, perché aveva sempre sognato di essere mamma, ma il Signore pareva non […]

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Ciò che siamo

Ciò che siamo veramente. La sveglia suona. Apri gli occhi un po’ riluttante. I muscoli ancora addormentati invocano Morfeo, come te, come la tua mente, come le voglie e i desideri assopiti. Tiri un sospiro deciso, un sospiro che decreta la fine di quell’intorpidimento notturno, come se l’anima si fosse staccata dal corpo in quelle ore, per volare e sognare chissà dove, per inseguire ciò che le membra di giorno dimenticano e accantonano, persino il cuore, per poi ricongiungervisi, ritornare e tentare di instillare nuova ispirazione. Per qualche istante resti seduto in mezzo al letto, quasi ancora incosciente di ciò che accada, di ciò che vada fatto, anche oggi. Ti alzi e osservi la tua immagine riflessa allo specchio. Quasi fatichi a riconoscerti. Le prime rughe solcano alcuni tratti del volto. Ti guardi con più attenzione e più introspezione, chiedendoti chi sei. Chi sei veramente? Già. Chi siamo veramente? Siamo proprio noi o qualcosa che vive in funzione dei doveri che ci impongono, che noi stessi ci imponiamo? Siamo medici, insegnanti, scrittori, artisti. Siamo infermieri, avvocati, camerieri, imprenditori. Siamo agenti, giudici, netturbini, cassieri, pensatori e filosofi. Ma chi e cosa siamo in realtà? Cosa ci tiene realmente in vita? Cosa fa pulsare il caldo sangue nelle nostre vene? Cosa celiamo ormai sempre più sovente nel cuore e nell’anima? Cosa seppelliamo ogni giorno in nome di un’identità imposta ed autoimposta, che dà progressivamente forma a individui, più che a persone, uomini e donne degni di tale essenza e sostanza? Ebbene, non viviamo forse noi tutti (o almeno in gran parte!) come burattini, come se qualcuno o qualcosa scrivesse un copione che siamo impeccabilmente chiamati a recitare, e muovesse costantemente i fili delle nostre azioni, delle nostre decisioni, persino dei nostri pensieri? Conduciamo la nostra esistenza come spettatori di un film, di un’opera lirica, di un repertorio di balletto, di un musical, rinunciando ad essere noi i protagonisti, dimenticando cosa si prova a calcare il palcoscenico della vera vita, quella scaldata da emozioni irripetibili, da azioni guidate dal cuore e dalle passioni. Noi possediamo il dono più prezioso che potesse esserci concesso. Noi abbiamo la vita, ma dimentichiamo di viverla! Ci svegliamo, facciamo colazione, ci prepariamo ad affrontare ogni giorno nuove sfide, facciamo programmi e ci chiediamo cosa possiamo fare oggi per il mondo, dimenticando di chiederci cosa oggi il mondo può fare per noi, cosa noi possiamo fare per noi. Andiamo a lavoro, a scuola, studiamo, ci impegniamo nelle faccende domestiche e ci immergiamo a capofitto in compiti e doveri quotidiani. Ma dov’è la scintilla divina? Dove la soffochiamo ogni giorno? Molte donne dedicano corpo e anima alla casa, ai propri figli, ai partner, alla carriera. Ma cosa fanno per loro? Dove finisce il tempo da dedicarsi? Siamo genitori, siamo figli. Ma cosa siamo prima di questo? Siamo studenti e professori. Ma quale il nostro compito più prezioso? Siamo impiegati immersi in una miriade di scartoffie fredde ed insensibili, tra protocolli, burocrazia e planning. Ma è questa la nostra missione di […]

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Voli Pindarici

L’era della Telecomunicazione: dalla telepatia al teleamore

L’era della Telecomunicazione: dalla telepatia al teleamore Gennaio 2021 Il coronavirus era ormai diventato parte integrante della vita di ognuno di noi, costretti a vivere attraverso schermi virtuali tanto protettivi quanto alienanti. Luca, dopo quasi un anno di DAD, aveva dimenticato cos’era la scuola. Era in Seconda elementare, e ormai era più di un anno che non ci metteva piede in aula. A casa gli avevo arrangiato un banchetto e una sedia più vicini possibile a quelli che aveva a stento toccato in Prima; volevo che mantenesse almeno la memoria tattile e visiva di quel materiale, per quanto il volto della maestra dallo schermo era spesso bloccato o pixelato, e si sdoppiava, si divideva, come in un film di paura. Quando accadeva così, prontamente mi richiamava all’ordine, e io dovevo improvvisarmi tecnico informatico, cosa che i miei studi umanistici mi permettevano a malapena. Silvio invece a scuola ci andava, a fasi alterne. Era in terza media, l’età di mezzo, che è anche quella più intensa, quella delle prime cotte, oltre che della scelta della scuola superiore. Credo che all’inizio dell’anno avesse iniziato a whatsappare con una sua compagna di classe in maniera più insistente e assidua. Ma a scuola c’era il termoscanner all’entrata e il tragico distanziamento sociale con tanto di mascherina protettiva a coprire i timidi sorrisi che avrebbero dovuto scambiarsi perché dal vivo non c’era lo schermo del cellulare a proteggerli. E quindi niente, solo teleamore per loro, un amore a distanza, platonico, che passava inesorabilmente per le emoticon del cellulare piuttosto che per le parole sussurrate della mia epoca, e per i baci rubati nell’ora della ricreazione. Nessun contatto. Nessuna sensazione trasmessa, ché c’era il coronavirus a correre più veloce di qualsiasi emozione, congelata, messa in pausa, che faceva ormai ghosting, come gli amanti non troppo presi e che preferivano sparire, complice la tecnologia. La sera però era concessa una pausa scelta da me, e che insieme condividevamo: li costringevo alla tortura della visione di un film animato di mia elezione, ma puntualmente io lo avevo già visto e quindi, qualora la storia li appassionasse, arrivava deciso e canzonatorio l’ammonimento: “Mamma, non spoilerare!”. Ci preparavamo così al nuovo lockdown che ci aspettava, arrangiando un cinema fatto in casa, in attesa di ritornarci, prima o poi. Ci eravamo ripromessi però che ci saremmo andati tutti i mesi, quando avrebbero riaperto. Avrei tanto voluto entrare nelle loro teste per conoscere le evoluzioni emotive che questo periodo aveva creato in loro; erano bravi a nascondersi dietro quegli schermi, io invece non riuscivo ancora ad abituarmici, nostalgica di un tempo in cui tele voleva dire distante e nient’altro.     Fonte immagine: Pixabay.  

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