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Eroica Fenice

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Comunicati stampa

DEGUSTI’- Ottava Tappa al Bakery Noschese

DEGUSTI’ il tour degustativo enogastronomico per eccellenza, promosso dalla Luigi Castaldi Group S.r.l., terrà l’ottava tappa giovedì 28 marzo alle ore 20.30 presso il Bakery Noschese a Pontecagnano Faiano. Bakery Noschese è un luogo sospeso, un locale gentile, dove è di casa l’accoglienza e la scelta di materie prime per una deliziosa pausa pranzo, una cena occasionale o per feste private e catering professionale. Bakery Noschese è la storia di 50 anni di cura e passione per il pane, tramandata di padre in figlio in una bottega artigianale dove si concentravano odori e fragranze di lieviti e farine. Da questa esperienza, nasce una visione moderna di bakery,  grazie soprattutto al  sapiente uso di lieviti naturali e grani antichi per la lavorazione di pani e pizze. Ed è qui che farà tappa Degustì, il viaggio dedicato agli amanti del buon cibo e dei prodotti di qualità, da scoprire, assaporare, promuovere e valorizzare. Degustì dà agli ospiti la possibilità di votare con un “like“ il prodotto proposto dalla Luigi Castaldi Group durante la serata, in quanto il  locale fornirà ai partecipanti un cavalierino da tavolo dotato di codice QR con rimando diretto alla pagina su cui votare. In questa tappa la Luigi Castaldi Group ha selezionato due aziende con le sue eccellenze, ovvero i pomodori “Di Mè” e i vini della cantina “Colli della Murgia”.   DiMè: Linea biologica di conserve di pomodoro, un ventaglio delle cultivar più pregiate del territorio campano coltivate nel comprensorio dell’oasi del WWF del Sele Tanagro, all’interno di un sito nei comuni di Campagna e Serre in provincia di Salerno,  una grande isola verde le cui caratteristiche naturali, nel tempo, si sono mantenute pressoché inalterate.  “Dal seme alla conserva” è escluso qualsiasi tipo di sofisticazione o alterazione chimica e fisica, garantendo al consumatore l’esperienza unica dell’incontro tra sapori naturali e integrità del prodotto, per una sicurezza alimentare assoluta. “Colli della Murgia”: Azienda vitivinicola che sorge in un territorio dalle caratteristiche uniche, all’interno di una sorta di riserva naturale, il Bosco Difesa Grande, nel territorio di Gravina in Puglia.  Inoltre il terreno calcareo e le importanti escursioni termiche caratterizzano in maniera determinante i vini che l’azienda produce.   Menù Panificio Noschese: –Montanarina con pomodorini gialli Di Mè e acciughe  di Sciacca –Trancio pizza in teglia con crema di ceci e pomodorini gialli Di Mè “Colli della Murgia”: Erbaceo Bianco Igp Puglia vino biologico certificato da blend di uve Fiano Minutolo e Greco –Bruschetta di pane di semola a lievito naturale, con Pacchetelle Di Mè –Trancio pizza napoletana con pomodorini di Dulcisio Di Mè “Colli della Murgia”: Tufjano Bianco Igp Puglia vino biologico certificato da uve Fiano Minutolo –Provolone con grissini,  crackers e pinzimonio mediterraneo –Trancio pizza scarpariello con pomodori pelati Di Mè “Colli della Murgia”: Sellaia Rosato Igp Puglia vino biologico certificato da uve Primitivo   –Ragù napoletano con candele spezzate “Colli della Murgia”: Symbol Primitivo Igp Puglia vino biologico certificato –Colomba Pasquale Artigianale Noschese “Cantina Colle Ciocco”-Sagrantino di Montefalco   Panificio Noschese Corso Italia, 133 Pontecagnano Faiano […]

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Cinema e Serie tv

Intervista a Diego Macario. Il coraggio di guardare avanti è un inno alla speranza

È stato presentato al Plaza di Napoli, in anteprima nazionale, il cortometraggio “Il coraggio di guardare avanti”, scritto, diretto e interpretato dall’attore e regista Diego Macario. Il progetto è nato in collaborazione con l’associazione “Angeli della Finanza“, con cui Macario condivide l’attenzione ad un tema molto sensibile di questi ultimi tempi: la crisi imprenditoriale. Realizzato con la partecipazione di Marilù Armani, Carmine Imbimbo, Nino de Santis e Paolo Perrotta, contiene le musiche originali di Luigi Scialdone – premio Donatello per le musiche di Gatta Cenerentola -. Nel corto si parla della crisi e di come si possa tradurre nel tentato suicidio da parte di chi viene repentinamente travolto dalla vergogna di perdere il proprio lavoro. Una storia verosimile che racconta il dramma personale di un uomo e del suo percorso per uscirne, intessendo un forte legame tra arte-cultura ed imprenditoria. Diego Macario con la sua produzione cerca di mandare un messaggio di speranza e di analizzare una crisi di cui i media parlano ancora poco. Lo abbiamo intervistato, per saperne di più. Intervista a Diego Macario Lei ha scritto, diretto e interpretato il cortometraggio “Il coraggio di guardare avanti”. Ci può raccontare di cosa parla? È un cortometraggio che descrive i momenti drammatici vissuti da un imprenditore, durante il peggiore periodo della crisi economica, che fu costretto a chiudere la propria attività, ritrovandosi poi soffocato dalle mancate commissioni, dai debiti e dall’aumento delle tasse. Il protagonista si trova al balcone e racconta ad uno suo fantomatico vicino di casa, ma più in generale al pubblico, la sua storia che finirà a lieto fine. La scena prende spunto dalla famosa scena del “caffè” tratta dall’opera “Non ti pago” di Eduardo De Filippo, al quale ho voluto rendere omaggio. Nel corto ci saranno delle similitudini anche con il clima attuale che cambia d’improvviso, così come può cambiare la vita inaspettatamente. Viene dato risalto alla realtà vissuta da molte piccole e medie aziende costrette dalla crisi economica a cessare la propria attività. Come è nata l’idea di trattare questo tema in particolare? Anni fa anche io avevo un’attività autonoma e proprio in quel periodo storico, mi sono ritrovato a “chiudere i battenti”. Da quel momento ho scelto di “rinnovare” la mia vita lavorativa attraverso l’arte ed il teatro ed oggi è il mio unico lavoro. A distanza di anni, ho avuto modo di incontrare l’associazione Angeli della Finanza, che si occupa di sostegno alle famiglie e agli imprenditori in difficoltà, con la quale, vedendo numeri spaventosi circa i tanti suicidi avvenuti (e che avvengono ancora oggi), ho proposto il mio progetto artistico, allo scopo di creare uno spunto di riflessione per dare utili informazioni a coloro che ne hanno bisogno. Nel suo percorso artistico ha spesso prediletto ruoli comici. La comicità è uno strumento da sempre usato per affrontare e dare risalto a tematiche sociali. Come mai in questo corto ha prediletto un approccio più “drammatico” e “realistico”, abbandonando il linguaggio comico? La comicità è il genere di teatro che preferisco e mi appartiene […]

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Attualità

Attualità

[email protected]: una cooperativa per fare la differenza

[email protected]: presentazione cooperativa sociale a Dugenta (Bn) [email protected] è una società cooperativa di tipo B, nata dalla passione di tre giovani donne per il no profit e presentata ieri nella sala consiliare del comune di Dugenta, (BN). “Abbiamo scelto la data del 21 Marzo perché, oltre ad essere il primo giorno di primavera, è anche la giornata mondiale della Trisomia 21, meglio conosciuta come Sindrome di Down”. Letizia Cinelli, presidente della cooperativa, con questa introduzione ha dato l’avvio ad un evento ricco di emozione e particolarmente sentito dalla cittadinanza e dalla categoria amministrativo-istituzionale intervenuta. [email protected]: come nasce “Disabilità non significa inabilità. Significa semplicemente adattabilità”: questa citazione di Chris Bredford esplica in maniera esaustiva la mission della cooperativa, la cui idea progettuale si determina dall’esigenza di creare un circuito lavorativo in cui inserire i cosiddetti “soggetti svantaggiati”. In questa categoria il legislatore fa rientrare non solo disabili o persone con patologie  ma anche esodati, persone in attesa di procedimenti giudiziari o provenienti da percorsi di recupero, madri che durante o a causa di una gravidanza hanno perso il lavoro. [email protected] è, dunque, aperta a tutte le categorie che hanno effettivamente una difficoltà di inclusione e di inserimento lavorativo nella società civile, in grado di attestare, all’ammissione in cooperativa, il proprio grado di svantaggio, con certificazioni del comune, dell’Asl o di Isee basso. Si tratta una start up sociale e digitale, che ha ottenuto il riconoscimento da Google come Ente NoProfits, con lo scopo di perseguire l’interesse generale della collettività, attraverso un sistema di servizi che permettano l’inserimento sociale e lavorativo dei soggetti facenti parte della cooperativa. Ciò maturerà durante un periodo di permanenza giornaliera nella struttura di accoglienza, durante il quale gli ospiti saranno coinvolti nelle attività progettuali di organizzazione di eventi, ludoteca lavorativa o laboratorio creativo, vendita di gadget realizzati dagli ospiti e gestione del sito e dei vari social della cooperativa. Valori fondamentali di riferimento di [email protected] sono il riconoscimento ed il miglioramento della qualità della vita dei soggetti, la partecipazione delle famiglie, lo sviluppo dell’impresa sociale, l’approccio al lavoro come strumento di inclusione sociale e l’integrazione con il territorio. “Ci proponiamo di essere effettivamente quel ponte che permetta l’incontro tra utenti e famiglie con la comunità e le Istituzioni, cercando di mettere concretamente in contatto queste due sfere che solitamente non comunicano” continua la Cinelli. Il team di [email protected] L’attuale compagine della cooperativa è composta da Letizia Cinelli, presidente dell’associazione, la quale, dopo una laurea magistrale in Giurisprudenza, ha conseguito un master di II livello in “Comunicazione, Event, Social Media e Web Management”, dal vicepresidente e direttore artistico Anna Russo, attualmente allieva del Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento, e da Genoveffa Fusco, tesoriere, perito e tecnico commerciale e wedding planner. La varietà di competenze dei soci determina la formula inedita della nuova realtà imprenditoriale, con cui coniugare i servizi erogati. Musa ispiratrice del progetto è Sonia Cinelli, che vive una condizione di disagio a seguito di una disabilità, inserita nella cooperativa “con piccoli compiti di segreteria per poter […]

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Attualità

La Fisarmonica di Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci anticipa di 300 anni la nascita della fisarmonica. Nel 1500 Leonardo disegna il suo organo portativo con tastiera verticale a mantice. Un’intuizione che porterà altri fino ai nostri giorni a sperimentare e filosofare sul processo di creazione del suono. Giovedi 16 e Venerdì 17 maggio 2019, a partire dalle ore 10,00, il “FIM – Salone della Formazione e dell’Innovazione Musicale” ospiterà una riproduzione dell’Accordion di Leonardo realizzata sulla base dei disegni originali in uno stand dedicato dove Denis Biasin, promotore di questo strumento, sarà disponibile per spiegarne il funzionamento, permettendo al pubblico di provarlo.  www.leonardoaccordion.com        

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Attualità

Greta Thunberg e la sua lotta contro i cambiamenti climatici

Greta Thunberg. Il suo volto ha invaso i media di tutto il mondo, le sue parole sono state riascoltate da migliaia di persone, sui social spopolano notizie sulla sua vita, meme, fake news. In poco tempo, la sedicenne svedese ha raggiunto una popolarità impressionante e, come tutte le popolarità, spesso è contesa tra fanatici e “haters”, al punto che in Italia i suoi “seguaci” hanno ottenuto l’appellativo di “gretini”. Ma chi è Greta Thunberg e come è arrivata a essere eletta come la teenager più influente del 2018 dal Time, come donna più influente in Svezia del 2019 e a ottenere perfino la candidatura al Nobel per la Pace? Un anno fa, il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, allarmata da un’estate svedese caldissima e da numerosi ed estesi incendi avvenuti nel paese, si sedeva per la prima volta davanti al Parlamento di Stoccolma per chiedere alle istituzioni di prendere immediati provvedimenti contro i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, adottando politiche più incisive per ridurre le emissioni di anidride carbonica (tra i principali gas serra). Era un venerdì, meno di un mese dopo in Svezia ci sarebbero state le elezioni politiche e, da quel giorno, Greta ha ripetuto la sua protesta ogni venerdì, lanciando così il movimento “Fridays for Future”. La storia di Greta Thunberg è stata ripresa da alcuni media locali e gradualmente ha superato i confini della Svezia, facendo sì che la sua protesta diventasse fonte d’ispirazione per tantissimi altri studenti che, in diversi Paesi, hanno iniziato a organizzare manifestazioni sul clima, sempre di venerdì. Si stima che negli ultimi mesi ne siano state organizzate circa 300 in varie città del mondo, con la partecipazione di alcune decine di migliaia di studenti, fino alla grandissima mobilitazione mondiale dello scorso 15 marzo, che ha portato in piazza più di un milione di persone e che solo in Italia ha avuto luogo in più di 150 città. A dicembre dello scorso anno, Greta Thunberg ha partecipato alla Cop24, la conferenza sul clima, in Polonia, arrivando in treno (a differenza di tutti gli altri partecipanti) a causa dell’eccessivo inquinamento prodotto dagli aerei. Successivamente è intervenuta all’Assemblea delle Nazioni Unite e ha partecipato agli incontri del World Economic Forum di Davos in Svizzera, dove ha accusato politici e grandi aziende di essere consapevoli da tempo dei rischi del cambiamento climatico, ma di non avere fatto quasi nulla per calcolo politico o per non ridurre i propri profitti. In un suo recente post su Facebook,  ha scritto: “Le persone continuano a chiedermi qual è la soluzione alla crisi climatica. E come possiamo risolvere questo problema. Si aspettano che conosca la risposta. Pensarlo è oltre l’assurdo perché non ci sono soluzioni all’interno dei nostri sistemi attuali. Non possiamo più concentrarci solo su questioni individuali e separate come le auto elettriche, l’energia nucleare, la carne, l’aviazione, i biocarburanti ecc. Abbiamo urgente bisogno di una visione olistica per affrontare la piena crisi di sostenibilità e il disastro ecologico in atto. Dobbiamo iniziare a trattare la crisi […]

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Attualità

Marcia per il clima, appuntamento il 23 marzo a Roma

Marcia per il Clima e contro le Grandi Opere Inutili: l’appuntamento lanciato dai comitati ambientali italiani è il 23 marzo a Roma. A lanciare la manifestazione nazionale, decine di movimenti, associazioni e singoli cittadini da sempre impegnati nelle battaglie contro le grandi opere (Tav, Tap, Ponte etc.). L’obiettivo è il lancio di una nuova stagione di mobilitazione contro i cambiamenti climatici e per la salvaguardia del Pianeta. Un percorso che parte da lontano, non solo dai lunghissimi anni di battaglie territoriali, ma da diversi incontri che hanno attraversato tutto il Paese: da Venezia e Venaus, in Val di Susa, per arrivare a Melendugno e Napoli, passando per Torino, Firenze, Sulmona, Niscemi. La Marcia per il clima metterà al centro del dibattito, innanzitutto, il modello di sviluppo legato alle Grandi Opere, ritenute non solo spreco di risorse pubbliche, sinonimo di corruzione, di devastazione ambientale dei territori, di danni alla salute, ma – appunto – l’incarnazione di un modello di sviluppo che sta conducendo il pianeta verso una vera e propria catastrofe ecologica. I cambiamenti climatici di cui oggi si discute nella società a tutti i livelli, dalle scuole, ai mass media, passando per le istituzioni, non sono più ormai un semplice e noioso argomento di studio, ma una realtà con cui tantissime persone nel mondo sono costrette a fare i conti. In Italia si declinano in modo drammatico: la mancanza di manutenzione delle infrastrutture, la corruzione e la cementificazione selvaggia seminano morti e feriti non solo con la venuta di catastrofi naturali, come i terremoti, ma ad ogni ondata di maltempo. Le catastrofi naturali colpiscono tutti allo stesso modo, ma chi vive ai margini della società ne paga doppiamente i costi, vista la mancata messa in sicurezza dei territori. La cementificazione e la devastazione ambientale colpiscono sia l’ambiente e la natura al di fuori dei grandi centri cittadini, sia i grandi agglomerati urbani, sempre più inquinati, in cui persino i rifiuti diventano un business redditizio. Molti dei migranti che vengono respinti ai confini dell’Europa, inoltre, sono migranti climatici, costretti a lasciare le proprie terre ormai rese inabitabili. Tra le Grandi Opere contestate dai comitati ambientali, oltre al TAV in Val di Susa e al TAP a Melendugno, le Grandi Navi e il MOSE a Venezia, l’ILVA a Taranto, il MUOS in Sicilia, la Pedemontana Veneta, le trivellazioni petrolifere che mettono a rischio lo Ionio, l’Adriatico, la Basilicata e la Sicilia. Le proposte della Marcia per il clima sono: la cessazione della contrapposizione tra salute e lavoro, come invece è avvenuto di fatto a Taranto; la riduzione dell’uso delle fonti fossili e del gas; lo stop al consumo di suolo per progetti impattanti e nocivi, gestendo il ciclo dei rifiuti in maniera diversa sul lungo periodo (senza scorciatoie momentanee) con l’obiettivo di garantire la salute dei cittadini; rigore e decisione nella costruzione di un modello energetico alternativo, in opposizione a quello centralizzato e spinto dal mercato; l’abbandono di progetti di infrastrutture inutili e dannose, con il finanziamento di interventi come la messa in […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Cristiano Anania dirige ”L’eroe”, il film con Salvatore Esposito

L’eroe è il primo film scritto e diretto da Cristiano Anania, un giallo che sfrutta le dinamiche mediatiche legate ai grandi eventi drammatici per sviluppare una storia i cui risvolti lasceranno lo spettatore stupito. Cristiano Anania dirige il suo primo film, L’eroe, e si circonda di grandi attori. Nella pellicola compaiono i volti ormai noti anche oltreoceano di Salvatore Esposito e Cristiana Donadio, celebri per i loro ruoli nella serie televisiva Gomorra. Nel film un ruolo fondamentale per lo sviluppo della storia è affidato alla bravura di Vincenzo Nemolato che può vantare la collaborazione con registi quali i fratelli Taviani, Matteo Garrone e per aver recitato in film come La Kryptonite nella borsa. Il film è poi impreziosito dalla presenza di Marta Gastini. Ambientato tra Maratea, Roma e Napoli, L’eroe è la storia di Giorgio (Salvatore Esposito), un ambizioso giornalista che viene trasferito dal direttore (Paolo Sassanelli) in una redazione di provincia per aver fatto domande scomode ad un ministro. Arrivato nella sua nuova sede, Giorgio conosce subito Marta (Marta Gastini) con cui intraprenderà una lunga frequentazione e Francesco (Vincenzo Nemolato), un ragazzo di cui Marta si è sempre preso cura date le sue difficoltà. L’elemento di rottura della storia è il rapimento del nipote di un’imprenditrice locale, Giulia Guidi (Cristina Donadio). L’evento sconvolge la comunità del piccolo paese ed offre a Giorgio la possibilità di dimostrare le sue competenze come cronista. Chi avrà rapito il bambino? E perché? Le due grandi tematiche del film sono sicuramente le reazioni dei mass media in occasioni di grandi eventi che da drammatici rischiano di trasformarsi in mediatici, e l’ambizione. L’eroe prova a riflettere sull’importanza dell’uso di alcune parole soprattutto all’interno dei circoli mediatici. Parlando del film, il regista ha detto che «quando una parola si usa troppo spesso significa che sta perdendo il suo significato». Salvatore Esposito ha descritto il protagonista come un italiano medio, un giornalista con capacità mediocri che a causa dei suoi errori viene trasferito ma che grazie alle circostanze finisce col diventare un eroe nazionale. Esposito ha poi aggiunto: «Credo che ognuno di noi possa essere un eroe. Si può essere eroe esasperando quelli che sono i pregi che ognuno di noi dovrebbe avere come la bontà o la cordialità. Per me può essere un eroe un automobilista che si ferma per far passare una vecchietta. Una normalità che oggi non sembra tale. Quello che mi è piaciuto del film è la volontà di raccontare la linea che separa eroe e antieroe». Cristina Donadio ha spiegato che «le opere prime in genere per un attore sono una cosa a cui ambire perché si trovano idee più interessanti e coraggiose. C’è una libertà totale di raccontare anche storie al di fuori dei cliché e L’eroe è una di queste. Parte dal racconto di fatti di cronaca per poi rappresentare personaggi ambigui che sono sempre molto più interessanti dal punto di vista dell’attore». Date le tematiche, L’eroe presenta tanti elementi che avrebbero meritato maggior sviluppo, ma proprio questo rende il  […]

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Cinema e Serie tv

Claudio Insegno omaggia le vittime della camorra con Ed è subito sera

Dedicato alle memoria delle vittime innocenti della camorra e in particolare a Dario Scherillo, il film Ed è subito sera di Claudio Insegno mostra una Napoli che non è solo violenza e criminalità organizzata, ma anche la città di chi vuole un’alternativa alla malavita. Ed è subito sera – la trama Ambientato a Casavatore in provincia di Napoli, il film narra le storie parallele di tre nuclei familiari di diversa estrazione sociale: il magistrato De Martino (Franco Nero) e suo figlio (Gianclaudio Caretta), l’umile ma onesta famiglia  di Dario Scherillo, ed infine il boss O’ Muccus (Paco De Rosa). La pellicola risulta divisa fra la violenza della faida camorristica che coinvolge O’ Muccus e i suoi associati, in contrasto con la vita tranquilla di Dario e dei suoi amici, fatta di speranze, amore e unione. Il film Ed è subito sera pone più volte l’accento sul pensiero comune che solo chi è invischiato in loschi affari può diventare un bersaglio, ma con il proseguire della narrazione ci viene mostrato ripetutamente che basta anche un minimo contatto con le persone sbagliate per essere coinvolti in pericolose azioni criminali. Il cast si arricchisce con la partecipazione di Sandro Ruotolo, giornalista da sempre impegnato contro la criminalità organizzata, che nella pellicola interpreta il ruolo di sé stesso. Oltre alla tragica vicenda di Dario Scherillo coinvolto in un agguato ai danni di un boss, il film ci mostra i tristi episodi di persone la cui unica colpa è stata quella di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Il titolo della pellicola è dato dalla celebre poesia di Salvatore Quasimodo, stravolgendo però il suo significato, che assume in questo caso un valore opposto: la condizione di Dario la cui vita viene troncata proprio quando realizza il suo sogno. Ed è subito sera di Claudio Insegno – le vittime innocenti della camorra Il film, che sarà proiettato nelle sale italiane a partire dal 21 marzo, è stato realizzato grazie al contributo della Fondazione Po.li.s, il cui obiettivo è quello di rinnovare la memoria delle vittime innocenti della camorra. Durante la proiezione stampa avvenuta al cinema Modernissimo il 15 marzo, il regista ed il resto del cast, alla presenza del fratello Marco, hanno nuovamente celebrato il ricordo di Dario Scherillo ringraziando il comune di Alabanella per aver dato disponibilità durante le riprese. Alla realizzazione della pellicola ha contribuito anche il Coordinamento Campano Vittime e Criminalità, il cui presidente Alfredo Avella che racconta la necessità di

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Cinema e Serie tv

Un giorno all’improvviso di Ciro D’Emilio, il cast al cinema Pierrot

Al cinema Pierrot il cast de “Un giorno all’improvviso” Un giorno all’improvviso, l’acclamato film vincitore nella sezione Orizzonti al recente Festival di Venezia, è stato presentato al pubblico di Arci Movie. La proiezione, avvenuta ieri sera nel Cinema Pierrot, è avvenuta alla presenza del regista Ciro D’Emilio e degli attori Giampiero De Concilio, Giuseppe Cirillo e Lorenzo Sarcinelli. Il film, che racconta storia di Antonio e del suo sogno di diventare un calciatore per una squadra importante, si è aggiudicato i premi Nuovo Imaie Talent Award (Giampiero De Concilio) e il Premio di Critica Sociale “Sorriso Diverso Venezia”. Anna Foglietta, altra grande protagonista della pellicola, per la sua prova è stata invece candidata come miglior protagonista ai David di Donatello 2019. Antonio ha diciassette anni e un sogno: essere un calciatore in una grande squadra. Vive in una piccola cittadina di una provincia campana. Con lui vive Miriam, una madre dolce ma fortemente problematica che ama più di ogni altra persona al mondo. Carlo, il padre di Antonio, li ha abbandonati quando lui era molto piccolo e Miriam è ossessionata dall’idea di ricostruire la sua famiglia. All’improvviso la vita sembra regalare ad Antonio e Miriam una vera occasione: un talent scout, Michele Astarita, sta cercando delle giovani promesse da portare nella Primavera del Parma e sta puntando sul ragazzo. Un giorno all’improvviso, di Ciro D’Emilio: continua il Cineforum dell’ArciMovie La storia, apparentemente semplice, si inserisce perfettamente in un momento storico particolare per il cinema italiano. Riaffiorano infatti a più riprese gli elementi tipici del neorealismo, un genere che ha dato grandi risultati e soddisfazioni al nostro panorama cinematografico. Sempre più registi, attori e sceneggiatori scelgono infatti di occuparsi di storie di vita quotidiana, in particolare di occuparsi dell’infanzia o, in questo caso dell’adolescenza. Di racconti di formazione è pieno il cinema internazionale ed italiano. Basti pensare al recente La Paranza dei Bambini, solo per rimanere nel panorama regionale nostrano.  Un genere ormai consolidato e spesso indigesto per retorica e luoghi comuni. Perché i Bildungsroman, specialmente di quella fase così delicata che è l’adolescenza, non bisogna darli per scontati, ma saperli condurre. Il regista Ciro D’Emilio applica alla perfezione queste regole apparentemente elementari. Viene fuori a mano a mano il racconto della crescita del giovane Antonio, posto di fronte ad un percorso e ad una serie di scelte importanti, al punto da sfidare il volere della figura più importante della sua esistenza, la mamma Miriam. Un giorno all’improvviso è uno splendido film, perché capace di intrattenere e far riflettere nella sua superficiale semplicità. Giampiero De Concilio, il protagonista all’esordio cinematografico, è eccezionale nella sua prova attoriale. Va dato atto del merito anche al regista Ciro D’Emilio, altro esordiente, alla sua prima opera personale. – Foto tratta da: MyMovies

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Cinema e Serie tv

Alexander McQueen – Il genio della moda

Alexander McQueen – Il genio della moda é un giovane di origine britannica considerato un vero talento della moda, un genio tutto energia e istinto! Genio degli elementi fantastici, Alexander McQueen é stato definito come l’hooligan dell’ alta moda per il suo stile totalmente diverso dalle regole tradizionali dell’ alta moda. Stilista dallo stile spregiudicato ha saputo creare un connubio perfetto tra il mondo della moda ed il mondo dell’ arte con raffinata sensibilità creativa e il suo tocco eclettico gotico-punk. La sua visione della moda é contemporanea e talvolta é stata definita provocatoria ha cambiato il modo di percepire gli abiti sulla passerella, contrastando le regole dell’ old fashion system. Alexander McQueen – Il genio della moda – Trama Dal 10 al 13 marzo al cinema é stato proiettato con immenso successo il film documentario Alexander McQueen – Il genio della moda diretto da Ian Bonhôte e Peter Ettedgui. Un evento speciale dedicato al talento creativo, alla genialità e all’energia creativa dello stilista Alexander McQueen che ha segnato la storia della moda degli ultimi 20 anni. Tutti gli spettatori sono invitati a conoscere la storia di questo genio che rivoluzionò il mondo della moda attraverso il suo lavoro e presentando i suoi abiti di alta moda come fossero opere d’ arte. Nel film documentario ci sono le interviste di archivio dello stilista inglese A. McQueen, le numerose testimonianze dei collaboratori e dei parenti, tra cui la madre dell’ artista creativo e l’ amica-musa intensa Isabella Blow. Il film ripercorre l’ intera evoluzione del processo creativo dello stilista Alexander McQueen: da giovane artista della prestigiosa scuola di sartoria di Savile Row alla consacrazione nel mondo della moda, fino alla sua tragica, prematura morte all’età di 40 anni. Alexander McQueen – Elementi chiave del film documentario Cressciuto nell’East London, Alexander McQueen era un semplice ragazzo della working class inglese senza grandi prospettive. Dopo aver studiato presso la prestigiosa scuola di sartoria di Savile Row, lo stilista A. McQueen é entrato nel gruppo fiorentino Gucci dal 2001. Nel corso della propria carriera, Alexander McQueen ha vinto il riconoscimento di “stilista inglese dell’anno” per quattro volte dal 1996 al 2003 ed il consiglio Fashion Designer Awards lo ha premiato come “stilista dell’anno” nel 2003. La sua produzione é stata incrementata grazie all’apertura di nuove boutique a Londra, Milano e New York e nel 2003 ha collaborato con la Puma, realizzando la linea di scarpe di ginnastica. Nel 2011 ha firmato anche uno degli abiti da sposa più celebri quello di Kate Middleton, Duchessa di Cambridge. Alexander McQueen – Il genio della moda –  Analisi del suo stile creativo La moda del brand Alexander McQueen é un connubio perfetto tra stile dark, fascino teatrale ed un estro fuori dagli schemi. Tutti i suoi abiti sono caratterizzati da una sensibilità haute couture e un tipico tocco ribelle e punk. Nella moda anticonvenzionale dello stilista Alexander McQueen fondamentali sono gli accessori in particolar modo scarpe e borse. Durante le sue numerose sfilate sono state presenti in passerella […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Piatti tipici tedeschi: viaggio nella cucina della Germania

Quando pensiamo alla cucina tedesca, le prime immagini che vengono sono quelle di würstel e patate. Solitamente non associamo la Germania a piatti variegati e gustosi, eppure i piatti tipici tedeschi nascondono dei segreti che riuscirebbero a sciogliere i dubbi anche delle forchette più scettiche. I piatti tipici tedeschi  Cominciamo dagli Spätzle, che sono degli gnocchetti a base di farina di grano tenero, uova e acqua. Provengono dalla regione della Germania meridionale, e non a caso sono diffuse anche nelle vicine zone di lingua tedesca, e cioè in Austria, in Svizzera e persino nel Trentino-Alto Adige. Possono avere forma irregolare o forma a goccia, ottenuta attraverso una particolare grattugia chiamata Spätzlehobel. Questa pasta antichissima nasce dalla tradizione contadina della Germania e può essere cucinata nei più svariati modi: col formaggio per i cosiddetti Käsespätzle, aromatizzati con erbe varie come timo o maggiorana per i Krautspätzle, ma anche con ciliegie o mele, zucchero e cannella nei casi dei Kirschespätzle e Apflespäztle. Insomma, ce n’è per tutti gusti con gli Spätzle, che abbattono il pregiudizio secondo cui la pasta è solo e unicamente italiana. La carne e i contorni Dalla zona della Baviera proviene un altro dei piatti tipici tedeschi: la Weißwurst con Bretzel. La Weißwurst è – come ci suggerisce anche il nome – una salsiccia bianca a base di carne di vitello e pancetta di maiale. Il colore bianco è dovuto al mancato trattamento con nitriti di sodio o potassio. È tipicamente servita con i Bretzel o Pretzel, il tipico pane duro tedesco. La ricetta classica, molto semplice, prevede che si faccia bollire la salsiccia e che venga poi servita con senape e Bretzel appunto. Tra i piatti tipici tedeschi è sicuramente da annoverare il Currywurst, uno street food tipico della capitale. Si potrebbe dire che il Currywurst è il simbolo di Berlino e lo si può assaggiare a ogni angolo di strada. Consiste in una salsiccia tagliata a pezzi, immersa in una particolare salsa di pomodoro impregnata di curry. È tendenzialmente piccante, ma potrete scegliere voi il grado del gusto piccante. Può essere accompagnato da patatine fritte e da altre salse. Non possono mancare certamente i Sauerkraut, che noi chiamiamo comunemente Crauti. I crauti sono un contorno che rientra nei piatti tipici tedeschi più conosciuti al mondo. I crauti non sono altro che cavolo tedesco tagliato finemente e sottoposto a fermentazione. La lunga fermentazione naturale – di circa due mesi – rende i crauti un cibo ad alto contenuti di vitamine e sali minerali. Si prestano a fare da contorno per i più svariati piatti. Tra i piatti tipici tedeschi annoveriamo anche il Quark, un formaggio fresco prodotto dal latte vaccino pastorizzato. Assomiglia molto alla nostra ricotta, sebbene i due formaggi non debbano essere confusi. Il Quark ha una consistenza semiliquida e viene spesso utilizzato per i dolci, in particolar modo per la famosa torta al Quark, la Käsekuche – letteralmente, torta al formaggio. Ha una base di pastafrolla molto simile alla cheesecake, e una consistenza morbida e cremosa. […]

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Cucina e Salute

Fragole blu: esistono davvero?

Avete mai provato a digitare su Google “fragole blu”? Probabilmente no, ma provandoci rimarreste stupiti dai risultati: le fragole blu hanno letteralmente fatto impazzire il web, che è ormai colmo di foto e notizie riguardanti questa nuova e strana tipologia di frutto. Fragole blu: come è successo? Secondo le varie notizie circolanti in internet, le fragole blu sarebbero state ottenute da un esperimento in laboratorio, con l’intento di modificare geneticamente le molto più comuni fragole rosse. Ma perché modificare le fragole? Perché anche se dal gusto deciso e gustoso, questo frutto ha un grande difetto: non resiste alle basse temperature; essendo praticamente impossibile mantenerle in un ambiente freddo, dunque, le fragole non possono essere conservate in frigorifero (o congelate), ed è perciò molto più facile che ammuffiscano o si rovinino in un tempo minore. Gli scienziati avrebbero trovato una soluzione a questo piccolo “handicap”: trasferire nel genoma classico della fragola un gene tipico di un pesce particolare, il Flounder Fish. Questo pesce artico è dotato di una sorta di antigelo naturale, che gli permette di sopravvivere anche a temperature molto basse. Il colore blu delle fragole sembrerebbe essere dovuto ad una conseguenza innocua dell’esperimento, che avrebbe quindi prodotto un tipo di fragole totalmente diverse da quelle a cui siamo abituati: fragole blu e capaci di resistere in ambienti freddi. Una vera e propria svolta… o forse no. Fragole blu: esistono davvero? In realtà, buona parte della leggenda delle fragole blu non è altro che una fake news (o, più comunemente, una bufala). Qualche origine scientifica però è rintracciabile: nel 1998 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicò un articolo proprio riguardante l’utilizzo dei geni del pesce Flounder per rendere le fragole più resistenti al freddo; un riferimento a questa procedura si trova perfino in un pezzo del New York Times del dicembre 2000. È anche possibile che siano effettivamente stati svolti degli esperimenti per testare questa teoria. Ma non c’è alcuna spiegazione o prova scientifica che questo tipo di intervento avrebbe potuto rendere le fragole blu. Infatti, il colore rosso delle fragole dipende semplicemente dal loro PH, che non sarebbe stato in alcun modo alterato dagli scienziati. Sembra, dunque, che qualcuno abbia voluto ingigantire e aggiungere un po’ di fantasia ad una notizia molto meno stravagante. Da sempre, infatti, l’essere umano ha tentato di perfezionare animali e vegetali in base alle proprie esigenze, soprattutto grazie alle tecnologie sempre più sviluppate e agli studi genetici (è il caso degli OGM). La bufala delle fragole blu è ormai in giro sul web da anni e perfino sui social, terreno fertile per dicerie e falsi miti, vengono continuamente condivise foto con le fantomatiche fragole blu (grazie all’aiuto di editor per immagini come Photoshop). A quanto pare un numero sempre maggiore di persone ha iniziato ad incuriosirsi ed interessarsi a questo insolito frutto, tanto che nell’ultimo periodo sono comparsi sui maggiori store online annunci per la vendita dei “rarissimi semi di fragole blu”. Spesso spediti da Cina, Thailandia e Filippine, ovviamente anche questi semi […]

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Mal di schiena: facili consigli per prevenirlo nel quotidiano

Il mal di schiena è un disturbo frequente e molto fastidioso, che colpisce fino a 8 persone su 10 almeno una volta nella vita, indiscriminatamente: sesso ed età, infatti, non sono agenti determinanti per risultare vittima di questa indisposizione. Si tratta di una patologia variegata, perché il dolore percepito può essere smorzato, acuto, alternato, continuo, persistente, cronico, in ogni caso risulta soggettivo; idiopatica, in quanto non è possibile definirne con certezza la causa,  e multifattoriale, ossia con una pluralità di cause possibili. Ansia e stress emotivo, per esempio, possono svolgere un ruolo determinante, perché le tensioni si scaricano sempre sulla schiena. Una modalità errata di movimento da parte della spina dorsale oppure un invecchiamento della colonna vertebrale sono altre cause molto frequenti. Persino Il fumo di sigaretta può causare il mal di schiena in quanto, diminuendo l’ossigenazione dei tessuti, indebolisce la muscolatura lombare, la quale ha maggiori difficoltà a sostenere i carichi che gravano su questa zona. Contrazioni, tensioni muscolari, lesioni della schiena, traumi gravi al rachide come ernia del disco, colpo di frusta, incidenti e patologie della colonna vertebrale concorrono a determinare questa situazione invalidante. Curare il mal di schiena si traduce nel ridurre la sofferenza il prima e il più a lungo possibile; le tecniche per realizzare questo proposito sono diverse ma un ruolo chiave esercitano, senza dubbio, le strategie di prevenzione. Dato che, molto spesso, responsabili del mal di schiena risultano essere anche abitudini di vita scorrette, appare prioritario uno stile di vita sano. Da qui uno dei migliori modi per prevenire il male alla schiena è quello di allenare la schiena con regolarità, per aumentare la forza dei muscoli addominali e della schiena, anche attraverso esercizi mirati ad incrementare l’equilibrio e ridurre il rischio di cadute. Tai chi, yoga e pilates sono ottimi percorsi in questo senso. Determinante è anche la pratica corretta di varie tipologie sportive, quindi anche essere seguiti da un personal trainer o da un allenatore è decisamente consigliabile. Mal di schiena, alcuni consigli per evitarlo Rispettare una dieta sana è altrettanto importante, per evitare che un peso eccessivo gravi troppo sulla schiena e per garantire il giusto apporto di micro e macronutrienti, in grado di prevenire l’osteoporosi, responsabile di molte delle fratture ossee che causano dolore alla schiena. Un’altra causa frequentissima del mal di schiena è l’eccessiva sedentarietà che oggi, per cause soprattutto lavorative, costringe la colonna vertebrale ad una prolungata posizione statica, talvolta curva ma troppo spesso scorretta, innaturale per la schiena. Pertanto, innanzitutto quando si è a lavoro, si dovrebbero utilizzare strumenti ergonomici, come una buona poltrona da ufficio,  dotata, magari, di misurazioni personalizzate. Inoltre, non si dovrebbe restar seduti per più ore consecutive ma ogni tanto è consigliabile alzarsi e muoversi un po’, al fine di sciogliere le articolazioni, che potrebbero irrigidirsi facilmente. Mantenere sempre una buona postura, sostenendo correttamente la schiena e fare attenzione nel compiere in maniera corretta movimenti quotidiani, infine, può aiutare a prevenire lesioni muscolo-articolari. Il sollevamento di oggetti pesanti dovrebbe effettuarsi senza piegare la schiena, bensì usando la forza delle gambe e […]

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Il latte fa male? La parola alla divulgazione scientifica

Negli ultimi anni, in concomitanza con lo sviluppo di intolleranze alimentari via via più diffuse, si è rivolta sempre maggiore attenzione alle eventuali motivazioni della loro insorgenza e alla chimica degli alimenti, al fine di stabilire la loro “idoneità” o meno alla nutrizione umana adulta. In tale contesto, ha assunto notevole rilevanza la riflessione sul consumo di latte vaccino, da alcuni individui ben tollerato, da altri abusato, da altri ancora perfino “demonizzato”. Pare utile, dunque, sfatare qualche mito e chiarire qualche dubbio, facendo costante ed ovvio riferimento alla divulgazione scientifica, l’unica in grado di districare la questione spesso confusa al riguardo e fornire dei punti fermi cui attenersi, senza gli inutili allarmismi di alcuni che sono giunti perfino a definire l’impiego di latte «innaturale» e «contro la stessa fisiologia umana» (Latte e uova: perché uccidono, AgireOra Edizioni). Innanzitutto, chiariamo che il lattosio è il principale zucchero del latte, un disaccaride composto a sua volta da una molecola di glucosio e una molecola di galattosio, ovvero da due zuccheri semplici; tutti i mammiferi neonati possiedono la proteina lattasi, che agisce spezzando il lattosio nelle sue due componenti, rendendole assorbibili e utilizzabili dall’organismo. In origine, la natura aveva previsto che la lattasi non venisse più prodotta negli adulti, nei quali, al termine dello svezzamento, l’eventuale latte ingerito e metabolizzato dai batteri intestinali originava la produzione di gas e il richiamo di acqua per effetto osmotico, generando gli spiacevoli effetti – quali flatulenza, diarrea, costipazione – associati alla cosiddetta “intolleranza al lattosio”. Tuttavia, 1/3 della popolazione mondiale presenta la “persistenza della lattasi”, ovvero non ha alcun problema a consumare il latte da adulto: quindi, gli individui hanno capacità diverse di digerire il latte. Una mutazione genetica all’origine della capacità di consumare latte da adulti Colpisce il fatto che la capacità di produrre lattasi anche da adulti non sia distribuita omogeneamente: in Scandinavia essa supera il 90%, ma si riduce procedendo verso l’Europa meridionale. Ci affidiamo, dunque, alla valutazione in merito del noto divulgatore scientifico Dario Bressanini, al quale abbiamo fatto riferimento in un precedente articolo: «L’avvento del latte animale come alimento per l’uomo è stato reso possibile all’inizio del Neolitico, circa 10.000 anni fa, con il passaggio dalla vita nomade del nostro avo cacciatore-raccoglitore alla vita più stanziale basata sull’allevamento e l’agricoltura. In quel periodo pecore, capre e bovini vennero per la prima volta domesticati in Anatolia e nel vicino oriente per poi diffondersi nei millenni successivi in tutta Europa. (…) I primi studi effettuati in Europa hanno dimostrato che negli individui “lattasi persistenti” è presente una mutazione genetica che dona la capacità di digerire il latte da adulti. I nostri antenati del Neolitico, però, non erano ancora in grado di farlo perché la mutazione è apparsa in tempi più recenti. Questo tratto geneticamente dominante è comparso e si è diffuso meno di 10.000 anni fa in alcune popolazioni dedite alla pastorizia solo dopo l’abitudine, culturalmente trasmessa, di nutrirsi con il latte munto. (…) Non è stata la presenza del latte come alimento a […]

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L’uomo della sabbia, il racconto di Hoffmann

Nel 1815 Ernst Theodor Hoffmann pubblica la raccolta dei Racconti Notturni. Da quest’opera è tratto uno dei racconti più disturbanti e misteriosi di tutti: L’uomo della sabbia. L’uomo della sabbia, la trama Il racconto segue due tipi di narrazione. La prima è di forma epistolare e vede Nathaniel, lo studente protagonista della vicenda, raccontare un episodio della sua infanzia all’amico Lotario. Egli ricorda di come sua madre lo esortasse ad andare a letto presto, altrimenti l’uomo della sabbia sarebbe giunto per cavargli gli occhi e darli in pasto ai propri figli. Colpito da questa immagine, Nathaniel giunge ad individuare il mostro nella figura di un amico di famiglia: Coppelius, un avvocato che assieme al padre compiva degli esperimenti alchemici. Una sera il ragazzino si nasconde dietro la tenda dello studio del padre per vedere l’arrivo dell’uomo della sabbia, ma viene scoperto. Questo irrita non poco Coppelius, il quale minaccia il bambino di strappargli via gli occhi. Preso dal terrore, Nathaniel sviene e cade malato. Successivamente suo padre muore in seguito alla seconda visita di Coppelius e quest’ultimo abbandona la città. A questo punto la storia viene narrata da un narratore esterno, il quale spiega il motivo per  cui Nathaniel abbia scritto a Lotario: trasferitosi nella città di G. avrebbe incontrato un ottico piemontese di nome Giuseppe Coppola. Nathaniel ha motivo di sospettare che in realtà si tratti del malefico Coppelius, il quale ha assunto una falsa identità. Tuttavia viene subito rassicurato sia dalla fidanzata Clara e dall’amico Lotario e dal professore Spalanzani, amico di Coppola fin dai tempi in cui vivevano assieme in Italia. Quando però la sua casa rimane distrutta in un incendio Lotario acquista per Nathaniel un appartamento di fronte alla casa di Spalanzani. Qui riceve la visita di Coppelius e Nathaniel, per toglierselo di torno, acquista da lui un binocolo. Durante una festa nella casa del professore tramite il binocolo osserva una ragazza bellissima che sta suonando il pianoforte. È Olimpia, figlia del Spalanzani. Nathaniel si innamora di lei e la frequenta, nonostante Lotario gli faccia notare che la donna è una “faccia di cera”, ovvero una donna priva di anima. Nathaniel ha conferma di ciò quando Spalanzani e Coppola si contendono la ragazza strattonandola da entrambi i lati. Nel tentativo di salvarla Nathaniel nota che non ha gli occhi, i quali giacciono sul pavimento. Il professore confessa allora che Olimpia altri non è che un automa e che il signor Coppola altri non è che il temuto Coppelius. Nathaniel impazzisce e viene rinchiuso in un manicomio. Ne esce guarito, ma la tragedia è inevitabile. Mentre si trova sulla cima di una torre assieme all’amata Clara, egli indossa il binocolo di Coppelius e scambia la ragazza per un automa. Cerca di ucciderla, ma Lotario accorre in tempo per salvarla. Nathaniel, impazzito del tutto, si getta dalla torre e muore. Tra la folla accorsa a vedere il cadavere c’è anche Coppelius il quale, scompare tra la gente. L’uomo della sabbia, l’interpretazione di Freud Nel corso degli anni sono […]

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Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Metrica latina: istruzioni per l’uso

Metrica latina, origini etimologiche La parola metrica, che si ricollega nell’etimologia al concetto di misura, indica l’insieme dei metri, ossia dei periodi ritmici dai quali veniva misurato, nella sua durata e variamente caratterizzato nel ritmo, il verso di tipo classico; essa, insieme ad altri espedienti della versificazione e all’eventuale raggruppamento strofico dei singoli versi, costituisce l’elemento basilare della poesia. La metrica classica, ideata dai Greci, adottata e rielaborata dai Romani, è la metrica quantitativa per eccellenza: in essa, cioè, il ritmo è strettamente connesso con la quantità o durata delle sillabe. Che cosa fosse precisamente tale quantità a base vocalica, non sappiamo; il senso vivo di essa si perdette sul finire dell’età pagana, pertanto i moderni solo imperfettamente percepiscono il verso antico, nel quale senza dubbio prevaleva un accento musicale.  Nozioni generali di prosodia e metrica  Richiedendo il ritmo intervalli fissi di tempo, le sillabe furono divise in due categorie e la durata delle sillabe brevi fu impiegata come unità di misura, mentre alle lunghe fu assegnata una durata doppia; la successione di sillabe brevi e lunghe in una stessa parola o in una serie di parole formava i diversi “piedi”, unità ritmiche analoghe alla battuta musicale; il gruppo di due o più piedi uguali formava la serie ritmica detta colon (gr. κῶλον); il gruppo di due o più cola formava il periodo ritmico detto “metro” che, se scritto sullo spazio di una riga, era chiamato dai Latini versus. Ogni piede si scompone in due parti: il tempo forte colpito dall’ictus – l’accento ritmico, o percussione – e corrispondente a maggiore intensità di voce, e il tempo debole. I versi classici, per lo più, si compongono di piedi uguali e desumono la denominazione generale dal piede che li costituisce, o talvolta dal poeta che per primo li adoperò. I principali piedi sono: il giambo, dal ritmo molto vicino a quello del linguaggio parlato; il trocheo, dal ritmo poco meno agile; il dattilo, il piede dell’epopea antica; lo spondeo, dal ritmo lento; l’anapesto, un dattilo a rovescio. La denominazione del verso evidenzia la tipologia dei piedi che lo compongono: ad esempio, l’esametro dattilico è formato da una sequenza di sei dattili; il senario giambico, il metro più adoperato dai Romani nei testi teatrali, è formato da una successione di sei giambi. Molti versi erano tipicamente connessi con determinati generi poetici: gli esempi più noti sono offerti dall’uso dell’esametro nell’epos e del distico elegiaco nella poesia amorosa; la satira, invece, si volse ai ritmi giambici e trocaici, che in seguito furono adottati dalla tragedia e dalla commedia per le parti dialogiche. Caratteristiche della metrica latina  Le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco e, soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei Romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini. La differenza più consistente rispetto a quella greca risiede nel fatto che, dato il diverso carattere della lingua e la natura […]

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L’Elzeviro, la rivista letteraria di prosa, poesia e critica degli studenti Unina

Il 15 Marzo è uscito il primo numero del 2019 de «L’Elzeviro», rivista letteraria nata in ambito universitario tra colleghi della Federico II di Napoli. La redazione raccoglie giovani voci del panorama letterario attuale, canalizzando l’attenzione sul verso e sulla prosa, fino al discorso critico. La sezione poesia è curata da Ciro Piccolo e Crescenzo Picca, la sezione di prosa è a cura di Ciro Terlizzo e Anna Battista, la sezione di critica annovera Vincenzo Borriello, Maria Chiara Caiazzo e la nostra articolista Federica Picaro. A parlarcene sono proprio loro in questa breve intervista rilasciata in esclusiva. Come nasce la rivista? Chi ne fa parte?  La rivista è stata partorita sulle scale del primo piano della sede della Federico II a Corso Umberto. È stato un parto inaspettato, una gravidanza nascosta in maniera subdola. Vincenzo Borriello mi propose di creare una rivista letteraria (quanto era entusiasta!) nella quale poter racchiudere i testi migliori di tutti i ragazzi migliori. Quello stesso pomeriggio ci incontrammo per scrivere il manifesto (https://www.lelzeviro.it/2017/12/29/lelzeviro-introibo/), creammo le pagine social e cominciarono ad arrivare i primi incoraggiamenti, quelli dei nostri amici.  Ci si aspettava poco da un parto prematuro: disillusione, inesperienza. Il destino sarebbe stato sicuramente quello di lasciare il pargoletto davanti alla ruota degli esposti, ma non è andata così. Il progetto resta sostanzialmente quello originario ma acquisisce a mano a mano nuovi valori e ambizioni, ma anche nuove sicurezze. Per noi valgono ancora le parole che Vincenzo scrisse nella premessa al numero di Febbraio, la nostra seconda uscita dopo il debutto di Gennaio: “Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”. Ed è proprio questo che è successo con la nostra rivista, un po’ come in Forrest Gump, io e Ciro Terlizzo abbiamo cominciato a correre, e sempre più persone adesso stanno correndo con noi, talvolta anche indicandoci la via. Se nella premessa al primo numero la dedica era per chi già correva con noi, questa invece va a quelli che, seduti su una panchina, ci guardano passare e fanno per alzarsi e raggiungerci. Sempre più forte è il rumore dei passi, ma lungi dall’essere unisoni come in una marcia militare: ognuno ha il suo ritmo. Vogliamo dirvi che è solo il secondo passo, il respiro ancora regolare, niente affanno…e sarà così ancora per un po’! Come lavorate in redazione? In che modo gli autori e i poeti possono collaborare con voi? La redazione lavora attraverso uno scambio sinergico, in cui però ciascuno mantiene un’individualità, un suo modo peculiare di percepire il discorso poetico o lo stile di una prosa. Decidiamo le pubblicazioni seguendo una linea affine al nostro gusto, alla ricerca di voci giovani e valide. Ciascuno di noi, del resto, scrive prosa o poesia, e dà il suo contributo ideologico alla sezione di appartenenza.  Gli autori interessati possono collaborare  contattandoci tramite l’indirizzo email presente sulla pagina Facebook de «L’Elzeviro», annettendo al proprio lavoro una biografia di presentazione. Parlateci di “23Pugnalate”, il primo numero del 2019, uscito il 15 Marzo.  “23Pugnalate” è […]

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Giochi di società per adulti – la top 10 dei party-game

Chi l’ha detto che i giochi da tavolo sono roba per bambini? I giochi di società per adulti sono un must per arginare la noia nelle serate tra amici: basta scegliere quelli giusti. Strategia, fortuna, velocità: non è importante in che modo si arrivi alla vittoria, ciò che conta è che sia divertente. Ecco, quindi, una lista di 10 giochi di società per adulti (alcuni molto diversi tra loro), per soddisfare tutti i gusti. Giochi di società per adulti – i migliori 10 1. DIXIT – Un’immagine vale più di mille parole Ottimo passatempo per chi è dotato di intuizione e capacità comunicativa. Il gioco è composto da un tabellone e 84 meravigliose carte illustrate. A turno si sceglie un narratore che ha il compito di descrivere una delle proprie carte, che gli altri giocatori tenteranno di indovinare. A seconda del numero di persone che riescono ad indovinare la carta, ogni giocatore procede con dei passi avanti sul tabellone. Vince ovviamente il primo che arriva alla fine del percorso. Il funzionamento del gioco è semplice e chiaro, fin dal primo giro diventa impossibile sbagliare. Unica pecca il numero ridotto di partecipanti possibili (da 3 a 6), che lo rende inadatto a gruppi numerosi. 2. DRINKOPOLI – il gioco che vi annebbierà i ricordi Forse uno dei giochi di società per adulti per eccellenza, ed infatti è vietato ai minori di 18 anni. Per questo gioco l’elemento fondamentale è soltanto uno: l’alcol. Nella scatola troviamo un tabellone con numerose caselle su cui spostare le pedine. Ogni casella indica un’azione da svolgere, una carta da pescare o suggerimenti divertenti. Ci si può aspettare di tutto da “prosegui di tre caselle” a “beve soltanto il più basso” o “beve chiunque indossi un jeans”. Classico intrattenimento adatto ad una festa di Capodanno o ad una nottata in compagnia. L’obiettivo del gioco, forse, è semplicemente quello di arrivare alla fine evitando un coma etilico. 3. TABOO – il gioco delle parole vietate! Come escludere Taboo da questa lista di giochi di società per adulti? E’ un party-game famosissimo in cui è possibile giocare anche in tanti, basta dividersi in due squadre. Ne esistono diverse versioni, ma il principio è sempre lo stesso: l’obiettivo è far indovinare una parola alla propria squadra senza pronunciarne altre “vietate”. Per esempio, come far indovinare la parola “lampo” senza mai dire “Temporale; rumore; suono; pioggia; nuvole”? Con un po’ di inventiva le risate sono assicurate. 4. RISIKO Un gioco basato sulla strategia che conta numerosi “professionisti” in tutto il mondo. Le regole sono più numerose e articolate rispetto ai giochi precedenti, ma basta prenderci la mano per adorare questo gioco di guerra ed eserciti. E’ possibile giocare da 3 a 6 giocatori, ognuno dei quali possiede un’armata di colore diverso con cui attaccare gli avversari. Il tabellone di gioco è suddiviso in 6 continenti: Nord America, Sud America, Europa, Africa, Asia e Oceania (che comprende Australia, Indonesia e Nuova Guinea). In totale sono disponibili 42 territori, ognuno dei quali può […]

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Regali per la festa del papà – idee per tutti i gusti

Il 19 marzo è tornato e, con lui, la fatidica domanda: cosa regalare al papà? Se cerchi il dono perfetto per ricordare al tuo papà quanto gli vuoi bene e farlo sentire speciale in questa giornata dedicata a lui, dai un’occhiata alle nostre idee per i regali per la festa del papà più originali. Regali per la festa del papà – Idee hi-tech Se il tuo papà va d’accordo con la tecnologia l’idea migliore è regalargli qualcosa di utile e collegato alle sue passioni. Action cam: Se è uno sportivo o ama viaggiare, potresti optare per una buona action cam accessoriata, piccola e facile da portarsi dietro praticamente ovunque: in bicicletta, in moto, sott’acqua. E perché non usarla per documentare le avventure di un intero viaggio? Power bank: Il regalo perfetto per chi è sempre con le pile scariche. Se il tuo papà passa molto tempo fuori casa e ha bisogno di restare sempre connesso, una power bank per il cellulare sarà una mano santa! Speaker bluetooth: Con un prezzo che può variare da poche decine a centinaia di euro, una cassa bluetooth è ottima per gli appassionati di musica che, oltre a portarla sempre con sé, vogliono poterla amplificare ovunque! E-reader: Se il tuo papà è un lettore vorace, non lasciarti scappare l’occasione di regalargli un modo più smart, ecologico ed economico di leggere. Dispositivi come Kindle o Kobo sono studiati per non stancare gli occhi durante la lettura, hanno una batteria di lunga durata e permettono di evidenziare o sottolineare le parole degli e-book. Insomma, gli manca soltanto il profumo della carta! Regali per la festa del papà – Idee home-made Non dimentichiamo che la cosa più bella da poter regalare a qualcuno è il nostro tempo. Perciò, perché non realizzare un regalo fai da te per il tuo papà? Dimostrerai di aver speso tempo ed impegno, il dono verrà sicuramente apprezzato. Album fotografico: Sfogliare le pagine di un album di foto di famiglia regalerà un momento molto dolce a te e al tuo papà. Bastano pochi euro per stampare qualche foto e comprare un album anche molto semplice, in modo da poter personalizzare con scritte ed adesivi la copertina e le pagine. Biglietto di auguri fatto a mano: Un po’ di creatività, forbici, colori e cartoncino; ecco tutto ciò che serve per realizzare un bel biglietto di auguri. Magari usando una bella frase per fare gli auguri al papà o, ancora meglio, scrivendola di tuo pugno. Lettera scritta a mano: Se è un po’ che non dici al tuo papà quanto gli vuoi bene, questo è il giorno giusto per farlo! Prova a scrivere una lettera in cui lo ringrazi, ricordi un momento importante vissuto insieme o semplicemente gli ricordi quanto ci tieni e lui. Un regalo del genere lo commuoverà. Regali per la festa del papà – Esperienze regalo Chi ha detto che un regalo debba per forza essere materiale? Perché non permettere al tuo papà vivere il suo regalo? Il biglietto del concerto del suo […]

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Professione influencer: intervista ad Alessio Mattarese

Professione influencer: la parola ad Alessio Mattarese. Che cosa è davvero questa figura mitologica, che si aggira tra i meandri della rete, soprattutto su Instagram, e che cattura, a macchia d’olio l’attenzione dei più? Se dovessimo trovare una parola che rimbomba miracolosamente sulla bocca di tutti, nella nostra epoca, è proprio “influencer“. Quella parola che si agita tra le labbra di tutti, e che in pochi riescono a definire. Tutti vogliono diventarlo: c’è chi li idolatra, chi vede in loro il male del secolo come quando, ai tempi della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si guardava alle invasioni barbariche, e c’è anche a chi serenamente non frega nulla di loro e continua la loro esistenza ignorandoli. C’è chi li guarda con diffidenza, chi crede che il loro non sia un lavoro, chi invece dà dei vecchi bacucchi a chi li stigmatizza e afferma fieramente che tra le loro mani risplende il fuoco dei mestieri futuri. Quei mestieri con quei nomi inglesi, altisonanti, che dieci anni fa non esistevano e che passano sul filo del rasoio degli hashtag, delle sponsorizzazioni, dei likes, delle views e dei followers. In quest’orda barbarica di concorrenza, in cui praticamente chiunque è portato ad aprirsi un profilo Instagram, comprarsi una manciata di migliaia di followers e mettere in mostra presunti (spesso inesistenti) talenti, c’è chi invece ha saputo sfruttare questo sistema ed è riuscito a costruirsi un vero e proprio mestiere di imprenditore digitale, con studio e passione: stiamo parlando di Alessio Mattarese. Con Alessio Mattarese abbiamo parlato di questo mondo, a tutto tondo. La verità è soltanto una, ed è sacrosanta: non ci si può improvvisare nulla, deve sempre esserci una discreta dose di lavoro dietro le quinte, perché è anche vero che gli influencer ormai sono trilioni, ma soltanto in pochi spiccano. Per fortuna. Alessio Mattarese, intervista 1) Come è iniziato il tuo percorso nel mondo dei social? Sapevi già che sarebbe diventato un lavoro o lo hai deciso in itinere? Ciao Monica buon pomeriggio, il mio percorso sui social è nato nel lontano 2016 con il mio primo blog su Blogspot. In quel periodo mi trovavo a Positano, una delle zone più belle della costiera amalfitana, ricordo ancora che scherzavo con i miei amici sugli influencer in generale al bar. Non ti nego che sono sempre stato attratto da questo mondo e piano piano sono riuscito ad entrarci. Ho capito che poteva diventare un lavoro durante questo percorso poichè vedevo che giorno dopo giorno ricevevo tantissimi feedback positivi e tantissime richieste di collaborazioni in tutt’Italia. 2) Molti faticano a capire, quindi ti chiedo: cosa è un influencer? L’influencer è un individuo con un ampio seguito. Viene pagato dalle aziende, che a loro volta guadagnano le interazioni dell’influencer in questione, con la speranza che queste interazioni che guadagnano possano trasformarsi in potenziali clienti. L’influencer ha la capacità di spostare l’attenzione da una cosa ad un’altra. Nel mio campo entrando nello specifico posso influenzare la tua scelta ad esempio da una giacca ad un’altra. 3) Come […]

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La Sicilia a portata di click. Intervista al titolare di DonCannolo.it

DonCannolo.it, e ora la Sicilia è a portata di click Sicilia. Terra pregna di storia, arte, cultura e… delizie! Nessuna regione come l’isola che fu dominio greco, romano ed arabo ha così tanto da offrire dal punto di vista gastronomico, con specialità che tutto il mondo ci invidia. Cannoli, cassate, arancini (o aracine), le paste di mandorla, sono solo alcune delle leccornie siciliane più apprezzate ma anche più imitate, troppo spesso in maniera approssimativa, svilente per chi invece porta avanti con passione tradizioni secolari.  E se fino a qualche mese fa andare in Sicilia era la soluzione migliore per gustarne i capolavori culinari, ora, grazie ad una idea di Marco Distefano, questi possono arrivare direttamente a casa nostra. Abbiamo avuto il piacere di fare chiacchiere con lui. Marco, cos’è DonCannolo.it? DonCannolo.it è il sito e-commerce che dalla Sicilia spedisce in tutta Italia e in numerose destinazioni nel mondo gli autentici prodotti tipici siciliani. Quali sono i vostri punti di forza? Ciò che ci distingue dagli altri sono essenzialmente 3 punti: – prepariamo i nostri dolci solo dopo aver ricevuto l’ordine. Così facendo garantiamo una freschezza dei dolci assoluta. Ciò fa davvero la differenza ed è molto impegnativo. – utilizziamo i migliori ingredienti siciliani DOP e IGP. – utilizziamo degli imballaggi speciali che permettono di gustare freschi e croccanti anche cannoli, arancini e cassatelle ricotta. Come riuscite a garantire la freschezza dei vostri prodotti? Per i cannoli il trucco consiste nel far viaggiare la ricotta in sac a poche, separata quindi dalle cialde. Il box che li contiene viaggia dalla Sicilia in tutta Italia per 48 ore a 4 gradi grazie a un sistema di refrigeramento. Una volta arrivato a destinazione il pacco, si mette la sac a poche con la ricotta in frigo con un tempo di conservazione di 4 giorni. Ed è anche divertente riempirli. Si potrà così gustare il vero cannolo siciliano fresco e croccante in tutta Italia. Riguardo gli arancini la particolarità consiste nel farli viaggiare  a 4 gradi non fritti. In questo caso lasciamo al cliente questo semplice compito e così facendo è possibile gustare i veri arancini siciliani caldi e croccanti. Anch’essi dal momento della consegna hanno un tempo di consumo di 4 giorni. E se volessi fare un regalo? I nostri dolci vengono confezionati in eleganti cofanetti col nostro logo e una finestra trasparente a forma di Sicilia attraverso la quale è possibile vedere i deliziosi dolci che contengono. Paste di mandorla, paste di pistacchio, torroncini, frutta martorana (conosciuta anche come marzapane), cassatelle di Agira, brioche siciliane col tuppo, vasetti di crema di pistacchio, pesto di pistacchio, crema di mandorla e tanto altro. Sono tutte soluzioni regalo originali oltre che deliziose. La Sicilia, con DonCannolo.it, non è mai stata così vicina!

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Libri

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Daniel Woodrell e la serie di West Table: La versione della cameriera (Recensione)

È l’estate del 1965 e Alek viene costretto dal padre a trascorrerla insieme alla nonna Alma, “sola, vecchia e fiera“, nella cittadina originaria di West Table, Missouri. In un giorno di noia, troppo calda e in mezzo ad un vento forte, Alma decide di raccontare la sua personale versione di quella che fu l’esplosione all’Arbor Dance Hall di quasi quarant’anni prima, dove persero la vita 42 persone tra cui sua sorella Ruby; un evento improvviso per il quale non fu condannato mai nessuno. Comincia così La versione della cameriera di Daniel Woodrell, primo capitolo della saga di West Table, appena pubblicato dalla NN editore. In realtà si comprende quasi subito che l’esplosione, come i fatti di cronaca avvennero davvero, è solo il pretesto che permette a Daniel Woodrell di soffermarsi sulla superficie di tantissimi personaggi, tra cui spicca Alma DeGeer: il suo passato viene scandagliato, con diversi flashback e ritorno, fin dal matrimonio con lo scapestrato Buster Dunahew, attraversando la sua professione di domestica al servizio di diverse famiglie facoltose della città, tra cui i Glencross. Una esistenza vissuta nella povertà, alla ricerca di cibo per sfamare i suoi piccoli e accontentandosi di piccole cose, sistemare case per non sentire il peso della povertà: “l’altezza di Alma non avrebbe potuto essere definita che “normale”, gambe e petto erano robusti, la chioma di un qualunquissimo castano, con onde sopra le orecchie che, al progredire del giorno, precipitavano invariabilmente in riccioli disordinati. Lavorare in cucina le imponeva di portare i capelli corti per evitare che adornassero i piatti che serviva. Indossava quel che offriva la Provvidenza, ringraziando il cielo se era della sua misura“. Proseguita nel buio più nero, quando l’ingrata malasorte le impone di affrontare non solo la miseria, ma la disgrazia della morte, alla quale sembra essere condannata da un maleficio, più e più volte, nel mezzo quella di Ruby, il cui ricordo è reso impeccabile da Woodrell nella commuovente scena in cui Alma fa visita alle tombe delle povere vittime uccise urlanti tra le fiamme, fatte a pezzi e arse dal fuoco implacabile, in cui c’è anche la sua cara sorella i cui resti non si riconoscono tra i mille. Daniel Woodrell e il suo romanzo corale “country noir” La versione della cameriera Qui ancora però l’autore è lontano dal raccontare finalmente dell’esplosione, e il lettore dal sapere la verità, o almeno la “versione della cameriera”. Il romanzo, un collettivo di vite immancabilmente intrecciate tra di loro proprio a causa di quella serata di festa all’Arbor Dance Hall, si alterna tra tale versione e queste piccole vite, alcune scritte in una pregna pagina e mezza, in cui Daniel Woodrell riesce a sintetizzare sogni e speranze, spezzate da un rovinoso evento in comune. Tra le tante, quella di Lucille Johnson, che si trova per caso ad essere la pianista di quella sera all’Arbor, che porta sempre con sè una spilla regalatele dall’amato Ollie Guthrie: “l’esplosione li scagliò in direzioni diverse, e tre giorni dopo lui identificò Lucille dalla spilla che […]

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Libri

8 e un quarto: intervista all’autore Paquito Catanzaro

8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere è il nuovo libro (recentemente pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens) scritto da Paquito Catanzaro. In occasione della pubblicazione del testo, abbiamo intervistato l’autore. 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere: intervista a Paquito Catanzaro Paquito, le attività interessantissime che curi sono numerose: scrittore, presentatore televisivo e radiofonico, organizzatore di eventi culturali e teatrali, docente di scrittura; vuoi parlarcene nel dettaglio? Citando Pirandello direi mi potrei definire “Uno, nessuno e centomila”. Scherzi a parte, il mio sogno è sempre stato quello di lavorare come operatore culturale, pertanto ho cercato di trasformare i miei numerosi interessi in una professione. Un obiettivo che sto riuscendo a concretizzare con tanti sacrifici (il tempo per me stesso è sempre poco), con una costante formazione (ho frequentato e frequento corsi di scrittura, di recitazione e di altre discipline), ma pure con dedizione e con una passione che si autoalimenta evento dopo evento. Nei tuoi testi compare spesso il tema della sfida (penso a Centomila copie vendute e a Quattrotretre, oltre che ad 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere): cosa rappresenta per te l’ostacolo e l’orizzonte che dietro esso – oltre esso – si profila? Dante, Hermes e Flavio hanno in comune il desiderio di realizzare un sogno. Per poter raggiungere questo traguardo devono necessariamente darsi da fare. Si mettono in gioco e sono consapevoli di due cose: 1) non sarà così semplice realizzare questo sogno; 2) dovranno dare il 100% senza mollare un istante. Questo è il mio modo di fare e questo è quel che mi ripeto ogni volta che mi metto alla prova, tanto nella scrittura quanto nel teatro. Per quel che concerne l’orizzonte uso una parafrasi marinaresca: ho sempre lo sguardo rivolto a nord, ma mi concedo – di tanto in tanto – qualche digressione, puntando gli occhi verso le stelle. Nel tuo libro 8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere ricordi: «La commedia è una cosa seria. Mica sono tutti bravi a far ridere»; quali sono i modelli comici a cui ti ispiri? Dal punto di vista della scrittura: Pino Imperatore, Stefano Benni e Andrea Vitali. Tre Scrittori (uso volutamente la lettera maiuscola) in grado di far ridere senza dover ricorrere alla banalità. La loro è una comicità intelligente, un’ironia in grado di farti riflettere (penso a Pino Imperatore che sbeffeggia la camorra nella saga degli “Esposito” oppure a Benni che dà voce a un disabile – in “Achille piè veloce” – capace come pochi di prendersi in giro da solo). Dal punto di vista televisivo, confesso che la serie “Boris” mi ha conquistato e ha ispirato diverse dinamiche del romanzo. Su 8 e un quarto ho scritto, fra l’altro, che mi pare costruito attorno all’adagio “volere è potere”; quanto ritrovi, da autore, in queste mie parole di lettrice delle […]

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Libri

Il secolo asiatico? di Parag Khanna

Edito da Fazi Editore, Il secolo asiatico? è il nuovo libro di Parag Khanna per la collana Le terre. Il ventennio che si sta per concludere può essere considerato come uno spartiacque dati i molti fallimenti del mondo occidentale. A partire dagli attacchi dell’11 settembre in poi, considerando le crisi finanziarie, le guerre condotte a distanza a discapito di altri popoli e l’incapacità di gestire il malessere sociale, economico e politico, l’Europa e il Nord America sembrano aver perso la legittimazione per guidare il mondo verso un futuro migliore. Al contrario però, come spiega Khanna, «nel corso degli ultimi due decenni, miliardi di giovani asiatici hanno conosciuto stabilità geopolitica, prosperità economica e crescente orgoglio nazionale. Il mondo che conoscono non è quello del dominio occidentale, ma quello dell’ascesa asiatica». Proprio per questo motivo, è lecito chiedersi se sia iniziato Il secolo asiatico. La tesi di fondo de Il secolo asiatico? è che, a differenza di quanto sostengono gli osservatori occidentali, l’ascesa asiatica non sia dovuta al declino occidentale ma alle grandi potenzialità dei tanti Paesi che la compongono. L’attuale fase geopolitica può essere interpretata come “un disordine globale” solo da analisti occidentali che osservano il mondo attraverso vecchi paradigmi. L’Asia non arriverà al successo attraverso la costruzione di una “Unione Asiatica” ma imparando a risolvere i tanti conflitti interni. L’aspetto più interessante di questa visione è che il futuro ordine globale non dovrebbe essere deciso da un paese o da un unico sistema valoriale ma, anzi, dai tanti e diversi sistemi. Tanto il sistema asiatico quanto quello statunitense ed europeo, spiega l’autore, forniscono servizi vitali per il mondo. Si prospetta la creazione di un ordine veramente multipolare e multi-civilizzato. Khanna scrive che: «Nessun Paese si inchinerà agli altri. Il futuro ordine geopolitico asiatico non sarà quindi né americano né cinese. Il Giappone, la Corea del Sud, l’India, la Russia, l’Indonesia, l’Australia, l’Iran e l’Arabia Saudita non accetteranno mai di raccogliersi sotto un unico ombrello egemonico o di riunirsi attorno a un unico polo di potere. In altre parole, non accetteranno mai di schierarsi apertamente con o contro la Cina. Ciò da cui cercano di difendersi, piuttosto, è un’eccessiva influenza sia degli americani che dei cinesi nei loro affari interni». I fattori che dimostrano l’ascesa asiatica sono di natura economica, demografica e geografica. La zona economica asiatica rappresenta il 50 per cento del PIL globale e due terzi della crescita economica globale. Tra il 2015 e il 2030 si prevede che i consumi della classe media incrementeranno di 30.000 miliardi di dollari mentre il contributo delle economie occidentali sarà di appena 1.000 miliardi. Mentre l’economia occidentale è ancora in crisi, i tassi di crescita asiatici continuano a crescere. Nel 2018 i tassi di crescita più alti del pianeta sono stati riscontrati in India, Cina, Indonesia, Malesia e Uzbekistan. «Il populismo – dalla Brexit a Trump – non ha contagiato l’Asia, dove governi pragmatici si sono concentrati sulla crescita inclusiva e sulla coesione sociale. In America e in Europa vengono creati nuovi […]

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Libri

Francesca Dego: sentirsi suono tra le note

“Credo si passino delle fasi in momenti diversi della vita, quindi per adesso e in questo momento mi sento molto a casa con i grandi concerti romantici come Brahms e Čajkovskij che li sento nel mio elemento, ma sono anche innamorata e mi sento molto vicina al Novecento russo quindi Prokof’ev e Šostakovič“. A parlare è la violinista Francesca Dego che ha pubblicato con Mondadori il libro Tra le note, una “novità assoluta” anche per lei a cui, raggiunta al telefono, avevo chiesto quale compositore la rappresentasse di più volendo trasporre le parole del testo in musica. Ventiquattro chiavi di lettura per altrettante tonalità, colori, sfumature, note su scale discendenti e ascendenti e poi armonia. Un linguaggio, quello musicale, che grazie all’autrice si presta con semplicità e intelligenza ad esplorare un Tutto intenso fatto di sintassi pentagrammata e divulgazione. Francesca Dego, la sua voce, il violino La lente di ingrandimento, il dettaglio da cui ogni cosa è creata parte da una custodia all’interno di cui è contenuta la sua voce, il violino. La lente si sposta e il viaggio prosegue a Cremona, dove nello spazio e nel tempo di quasi trecento anni fa quello strumento venne ideato, si dirige poi dall’età barocca alle avanguardie in Europa e in Russia, dove le radici della musica classica hanno sospinto la realtà e coltivato il dialogo.   La forza di questo testo è insita negli argomenti che non si esauriscono nella musica, già universale, ma che coinvolgono anche il diritto alla diversità. “La musica come un mezzo per trascendere le complessità e le differenze culturali tra popoli” nel duplice esempio della West-East Divan Orchestra fondata dal pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim con l’obiettivo di unire musicisti provenienti da Israele, Palestina e paesi arabi e quello del progetto educativo, El Sistema, voluto in Venezuela dal Maestro José Antonio Abreu con l’obiettivo di coinvolgere gratuitamente i giovani in percorsi di formazione musicale. Se cito dal testo che “la musica è infinitamente più grande dei nostri pregiudizi e dei nostri limiti, e dovrebbe rientrare nell’educazione di tutti, in quanto ha la capacità di arricchire il pensiero e concorrere in un percorso cognitivo estetico e morale di portata unica” è solo per sottolineare che ai cenni biografici dell’autrice, alle difficoltà patite dai compositori del passato (follia, povertà, isolamento, riscatto, dolore, etc.), ai mondi separati e distinti nei quali i musicisti con i loro diversi strumenti – un capitolo intero è dedicato ai corni, perché “in generale anche per gli altri musicisti gli ottoni vivono in un mondo a sé totalmente sconosciuto e quindi ho voluto farlo apposta perché credo invece sia molto interessante” – si trovano a vivere, vi è anche una forma narrativa potente che si mostra nella sua sincerità e spiazza. “Ho un rispetto e un’ammirazione enorme per chi scrive e lo fa di lavoro, so che è qualcosa che non si improvvisa assolutamente. La cosa che sapevo e che si è formata nella mia testa nei giorni successivi, attraverso un “blitz” in libreria […]

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Napol e Dintorni

Napol e Dintorni

Circumvesuviana: istruzioni per l’uso

Circumvesuviana: croce e delizia dei trasporti locali, quante vite sarebbero state diverse senza di essa? Decine di migliaia di studenti, innanzitutto, ogni mattina prendono il treno per almeno una o due fermate (ma anche una decina), per raggiungere gli istituti scolastici della propria provincia o di quelle limitrofe; quanti amori nati in Circumvesuviana; quante pagine Facebook nate in maniera autonoma per aiutare i viaggiatori a segnalare disservizi oppure cercare il colpo di fulmine avvenuto tra le fermate di Flocco e Sant’Anastasia; oppure, c’è chi ha creato delle piccole perle di poesia osservando ciò che accadeva intorno. Ma la Circumvesuviana per molti di noi è anche: The train to Sorrento is arriving on the track two! Il senso di comunità, nel bene e nel male, creatosi intorno alla Circumvesuviana ha radici molto profonde: recenti eventi che ne hanno portato il nome alla ribalta (purtroppo in negativo), non fanno altro, in realtà, che portare alla luce un problema che in realtà è diffuso in tutta Italia, cioè la messa in sicurezza delle tratte frequentemente utilizzate dai pendolari. Circumvesuviana: un po’ di storia La Circumvesuviana serve la zona orientale e meridionale della regione Campania, raggiungendo ben 3 province: la provincia di Napoli (coperta dal servizio nella parte Est e Sud), la provincia di Avellino e quella di Salerno. Un embrione di Circumvesuviana ci fu già nel 1884, cioè appena qualche decennio dopo l’istituzione della prima vera linea ferrata in Italia: infatti in questa data fu inaugurata una linea che da Napoli portava a Baiano (Avellino), tutt’oggi ricalcata dalla moderna linea (molti tratti in sopraelevata). Nel 1890, la Società Anonima Ferrovia fra Napoli ed Ottaviano inaugurò il tratto che collegava le menzionate città; successivamente, questa linea fu estesa fino a San Giuseppe Vesuviano; nel 1901, iniziò a crearsi l’anello immaginario intorno al Vesuvio, che collegava i comuni di Portici, Ercolano, Torre del Greco e Pompei, per poi innestarsi sul ramo principale di Napoli-Ottaviano; nel 1904, la linea si estese fino a Sarno (Salerno), in virtù dell’intenso collegamento industriale di questa città, che veniva chiamata la Manchester del Sud viste le floride imprese tessili (e successivamente conserviere). La Napoli-Sarno, possiamo dire, fu la prima vera di linea di Circumvesuviana completa. Negli anni 30 del Novecento, furono implementati i lavori sulla Costiera Sorrentina, in virtù di (almeno) due grandi centri turistici e bacini demografici: la città di Pompei (sede degli importanti scavi archeologici, nonché del Santuario Mariano più famoso del Sud Italia). Nella seconda metà del Novecento, ci furono altri lavori: la costruzione della Circumvesuviana a Pomigliano d’Arco ed Alfa Lancia ad Acerra. Insomma: la Circumvesuviana arriva dove c’è bisogno di trasportare lavoratori, studenti, professionisti. Una linea dal grande valore, che sicuramente ha subito delle tribolazioni finanziarie. Dal 2012, la società è stata incorporata all’Ente Autonomo Volturno, che ne gestisce tutte le attività. I numeri della Circumvesuviana sono decisamente consistenti: nel 2013, i dati riportano che su tutte le linee hanno transitato circa 25 milioni e mezzo di passeggeri! Circumvesuviana: linee ed indicazioni utili Le linee […]

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Attualità

Mafie e orizzonti di giustizia sociale, il 21 marzo di Libera

Mafie e orizzonti di giustizia sociale: il 21 marzo la manifestazione di Libera | Riflessione Mafie, camorra, criminalità: Libera (associazioni, nomi e numeri contro le mafie) si prepara alla “XXIV Giornata della memoria e dell’impegno“, in ricordo di tutte le vittime innocenti del crimine organizzato. La data, come ogni anno, sarà il 21 marzo, primo giorno di primavera. “Orizzonti di giustizia sociale“, il titolo scelto per la manifestazione di quest’anno. Libera è una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie, gruppi scout, coinvolti in un impegno non solo “contro” le mafie, la corruzione, i fenomeni di criminalità e chi li alimenta ma soprattutto “per” la giustizia sociale, la ricerca di verità, la tutela dei diritti, una politica trasparente, una legalità democratica fondata sull’uguaglianza, una memoria viva e condivisa, una cittadinanza all’altezza dello spirito e delle speranze della Costituzione. Tra le attività principali di Libera c’è il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, frutto di una legge per la quale la rete ha promosso nel 1995 una petizione che raccolse un milione di firme. Un primo censimento delle esperienze positive di uso sociale dei beni confiscati registra oltre 650 associazioni e cooperative assegnatarie di beni in Italia, che si occupano di inclusione e servizi alle persone, di reinserimento lavorativo, di formazione e aggregazione giovanile, di rigenerazione urbana e culturale, di accompagnamento alle vittime e ai loro familiari. Per Libera, infatti, è importante mantenere vivo il ricordo e la memoria delle vittime innocenti delle mafie. Una memoria condivisa e responsabile grazie alla testimonianza dei loro familiari che si impegnano affinché gli ideali e i sogni dei loro cari rimangano vivi. Da qui nasce la Giornata della memoria e dell’impegno. Quest’anno, Padova sarà la piazza principale, scelta per l’evento. Simultaneamente, nel resto d’Italia, d’Europa e in America Latina, altre piazze, organizzate, ospiteranno momenti di riflessione e di approfondimento, oltre che la lettura dei nomi delle più di 900 vittime innocenti della criminalità: semplici cittadini, magistrati, giornalisti, appartenenti alle forze dell’ordine, sacerdoti, imprenditori, sindacalisti, esponenti politici e amministratori locali, morti per mano delle mafie solo perché, con rigore, hanno compiuto il loro dovere. L’impegno di Libera nell’organizzazione del 21 marzo è iniziato nel 1996 con una sola grande manifestazione nazionale. Dal 2017, la Giornata della Memoria e dell’Impegno è stata istituzionalizzata dalla Legge n.20 dell’8 marzo del 2017 e, per rendere questo momento ancora più partecipato, Libera ha voluto intraprendere un percorso che rendesse protagoniste tutte le città. In Campania, la Giornata avrà luogo ad Avellino, con una manifestazione regionale, per accendere i riflettori su una città dove non è semplice parlare di fenomeni camorristici e di corruzione. Il corteo partirà dal Piazzale dello Stadio per raggiungere la piazza principale della città, Piazza Libertà. Una giornata che è un simbolo, ma non solo: è un impegno delle comunità nel contrastare le mafie, a partire dalle Istituzioni.

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival: al via la dodicesima edizione

Il Napoli teatro festival Italia è alle porte e, quest’anno, promette una dodicesima edizione sorprendente. Ruggero Cappuccio, confermato per la terza volta direttore artistico dell’evento, ha preannunciato l’inizio dell’ormai consolidata manifestazione che partirà a giugno, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival guidata da Alessandro Barbano con il sostegno della Regione Campania. Il nuovo assetto del Ntf è stato presentato in conferenza stampa giovedì 14 marzo nel magnifico Teatrino di Corte del Palazzo Reale, gremito di giornalisti, curiosi e addetti ai lavori. Quest’anno sono 12 le sezioni nelle quali si suddivideranno i 29 eventi internazionali , tra cui 19 prime in Italia tra prosa e danza e 44 prime di spettacoli italiani. Dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Dall’8 al 14 luglio 40 location d’eccezione tra Napoli, Salerno, Benevento, Baia, Amalfi, Carditello, Mercogliano e Pietralcina ospiteranno un susseguirsi di 150 eventi per ben 37 giorni di programmazione, con spettacoli che spaziano dal teatro alla danza, dalla letteratura alla musica, dal cinema alla video-performance passando per mostre e laboratori volti a coinvolgere un pubblico vastissimo, compreso quello giovanile, grazie ad una nuova sezione tutta dedicata al Teatro Ragazzi. Sono tantissime le iniziative e i progetti inscritti all’interno del grande palcoscenico multidisciplinare del Napoli Teatro Festival,e altrettanti gli organi e le associazioni coinvolte: non solo gli Istituti di cultura, come l’Institut Français, il Goethe Institut, il Cervantes e il British Council, ma anche Festival Internazionali di rilevanza mondiale e collaborazioni con le Università del Territorio. Tra i vari progetti troviamo un’importante collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Ntf  con il progetto Pina Baush, che verrà presentato il prossimo autunno al Madre e lo speciale Pompei Theatrum Mundi, organizzato da Teatro Stabile di Napoli e Fondazione Campania dei Festival, che porteranno quattro prime nazionali nella meravigliosa scenografia senza tempo del Teatro Grande di Pompei. Un Festival aperto all’innovazione e alla contaminazione Insomma, si prevede un’edizione molto ricca ed eterogenea, rivolta soprattutto all’ “inclusione” non solo intesa come apertura a nuove contaminazioni internazionali e a discipline diverse, ma anche come volontà di abbracciare un pubblico possibilmente vasto e variegato, non solo la solita élite che può permettersi di essere fruitrice della cultura: le nuove politiche del Ntf, rivolte alla crescita sociale e culturale, promuovono infatti prezzi popolari e una partecipazione attiva dei giovani. Impossibile, invece, individuare un tema o un filo conduttore che unisca gli eventi e gli spettacoli, come sottolineato da Ruggero Cappuccio: “costringere gli artisti a sviluppare le proprie idee e i propri lavori attorno a un tema unico ci sembra una costrizione, nonché uno svilire il concetto stesso di arte”. Ben venga quindi la sperimentazione, l’innovazione, la cooperazione tra enti e associazioni diverse, il confronto con artisti internazionali che provengono dall’Europa, dalla Cina, dal Medio Oriente e da ogni angolo del mondo, apportando un respiro multiculturale e transnazionale ad un evento che è un fiore all’occhiello del nostro Paese, ma soprattutto della città di Napoli, che investe soldi, idee e talenti in cultura, nel senso più alto del […]

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NapoliCittàLibro 2019: un approdo alla cultura

 “Approdi. La cultura è un porto sicuro”. Questo è il tema scelto per la seconda edizione di NapoliCittàLibro, il Salone del Libro e dell’Editoria, che torna dal 4 al 7 aprile a Castel Sant’Elmo. La fortezza, Patrimonio mondiale dell’Unesco che da secoli veglia sul Golfo di Napoli, oltre che centro polifunzionale per attività e iniziative culturali, ospiterà gli incontri e gli espositori di NapoliCittàLibro negli ambulacri del castello: intorno all’Auditorium, simbolicamente chiamato Rosa del venti, si svilupperanno le tre sale Levante, Ponente e Libeccio, spazi intimi in cui la contemporaneità del panorama artistico dialoga con l’atmosfera e le suggestioni storiche del luogo. La conferenza di presentazione, tenutasi a Palazzo Zevallos giovedì 7 marzo, ha visto la partecipazione degli Editori Alessandro Polidoro, Diego Guida, Plavia Cristiano, direttrice del Centro per il libro e la lettura, Anna Imponente del Polo Museale della Campania e l’assessore alla cultura Nino Daniele. “Napoli rivendica il suo ruolo di centralità nel panorama editoriale nazionale ed è per questo, che questa rassegna ha l’ambizione di diventare un prestigioso Salone del libro, italiano e internazionale. Per questo chiamiamo “alle armi della cultura” ancora una volta Napoli e i napoletani, veri protagonisti del Salone 2018, ai quali chiederemo un aiuto anche per candidare Napoli capitale europea della Cultura nel 2024” dice Alessandro Polidoro. L’iniziativa, promossa dall’Associazione [email protected], in collaborazione con il Centro per il libro e la lettura e il Polo Museale della Campania, con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e con il patrocinato di AIE – Associazione Italiana Editori, NapoliCittàLibro vanta un programma vasto e articolato in sezioni che coinvolgono il pubblico, a iniziare da Àncore, in cui si affronteranno problemi sull’attualità e la società con alcuni ospiti, come, tra i tanti, Alex Zanotelli e Armando Torno, e la sezione Sirene, dedicata sia alla figura mitologica che al suo significato metaforico di voci ingannevoli. Ancora saranno innumerevoli le conferenze, le presentazioni e i dibattiti nella sezione “Un’ora con…”, in cui il pubblico potrà anche confrontarsi con personaggi come Pippo Baudo, Gianrico Carofiglio, Rita Dalla Chiesa, Raffaele la Capria, vero e proprio ospite d’onore, che dopo la lectio inaugurale, ripercorrerà il rapporto, tra verità e trasfigurazione narrativa, con la sua città natale. Simbolo di questa edizione è Jhumpa Lahiri, autrice del Premio Pulitzer, che ha fatto dell’equilibrio fra libertà e appartenenza la propria bussola di vita. Protagonisti del weekend saranno gli scrittori Francesco Piccolo, vincitore del Premio Strega 2014 e Michele Serra, accompagnato dalle letture dell’attore e regista Andrea Renzi. Al Salone arrivano anche “I poeti dello specchio”, la più famosa collana italiana di poesia, che, dal 1942, dà voce a classici e sperimentatori. Non poteva certo mancare la prospettiva economica, di cui si fa portavoce Riccardo Petrizzi, già senatore della Repubblica e Deputato alla Camera, mettendo in risalto le potenzialità e gli strumenti dello sviluppo comunitario piuttosto che la mera caccia al profitto. Tra i numerosi approdi della cultura ci sarà quello della stessa città partenopea, cui rende omaggio la sezione Rotta su Napoli: […]

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“Je sto vicino a te” 64: l’amore senza fine

Martedì 19 Marzo, giorno in cui Pino Daniele avrebbe compiuto 64 anni, si è tenuto al Palapartenope la quinta edizione di “Je sto vicino a te”, l’evento in omaggio dell’immenso cantante partenopeo. Fortemente voluto dal sindaco Luigi De Magistris, ancora una volta regalato a cittadini e turisti dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo di Nino Daniele, il memorial è stato realizzato da Nello Daniele con la direzione artistica di Federico Vacalebre, giornalista musicale e amante della musica di Pino. In un’unica grande organizzazione confluiscono tante energie e tanti artisti pronti a celebrarlo in un omaggio sincero per forma e contenuto. Come Pino, inizialmente rifiutato dai signori della musica napoletana “perché sporco, brutto, coi capelli lunghi e di sinistra”, scommetteva su giovani talenti, così anche al Palapartenope artisti emergenti rileggono emozionati le canzoni del Nero a metà come in un rito laico, davanti ad un pubblico-famiglia. Anche quest’anno un cast di alto livello: artisti napoletani e del resto d’Italia che hanno lavorato o che semplicemente amano la musica di Pino Daniele si sono alternati sul palco intorno alla figura centrale dell’evento, il fratello dell’uomo in blues, Nello Daniele, che arriva sul palco vestito in nero e visibilmente emozionato. Je sto vicino a te,  la serata Apre la serata la figura del Pazzariello, simbolo di un forte legame con la tradizione napoletana, interpretato da Angelo Picone, che aveva aperto l’ultimo concerto di Pino Daniele. Sul palco Nello Daniele con la sua Band inizia a suonare, più che cantare, “Je so pazzo” e “Je sto vicino a te”. Dopo l’esibizione di Sara Tramma, carismatica cantautrice che aveva debuttato come voce solista nei Musicanova,  sul palco arriva una delle più grandi artiste poliedriche viventi, Lina Sastri. Una donna che non ha bisogno di presentazioni, un’ attrice che ha lavorato da giovanissima con Eduardo De Filippo e Peppino Patroni Griffi, una grande voce che portato in tutta Italia le canzoni della sua terra d’origine, vittima anche lei, come la sua città, di numerosi cliché. Canta infatti la canzone “Sud scavame ‘a fossa”, con un potente carico drammatico e “Assaje”, il brano scritto da Pino Daniele e affidato alla voce di Lina Sastri per la colonna sonora del film di Nanni Loy “Mi manda Picone”. Importante la presenza di un altro Uomo in Blues, Antonio Annona e di un rapper americano di Napoli nel segno della linea rossa che porta da Carosone a Liberato, passando per zio Pino: Speaker Cenzou con Il Nucleo, che portano sul palco un movimentato remake di “A testa in Giù” e tutta la riconoscenza della nuove generazione ad un idolo che ha toccato il cuore e steso la mano anche ai più giovani. E poi il trio Suonno d’Ajere, risultato di un progetto di tre giovani ragazzi nato dall’esigenza di conoscere e approfondire ciò che la città di Napoli ha prodotto nella sua storia musicale; Manuela Zero, in arte La Zero, protagonista di Sanremo Giovani 2019, canta tremante sul palco “Anna Verrà”. Problemi di audio, trascinati per tutta la serata, disturbano […]

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I Whitey Brownie debuttano con Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani

I Whitey Brownie debuttano con l’EP Another Pink | Intervista ad Alessandro Trani Another Pink è il lavoro discografico d’esordio della band Whitey Brownie, trio di Latina composto da Micol Touadi (voce), Alessandro Trani (batteria) e Alessandro Pollio (tastiere), che fonde musica Jazz ad altre sonorità della black music: dall’ R’n’B all’Hip-Hop, passando anche per il soul. Un prodotto sperimentale ben fatturato dal quale emerge chiaramente l’abilità musicale dei tre membri della band, capaci di creare un disco che riesce a coniugare la sperimentazione musicale di generi, forse un po’ ostici a un pubblico di ampio raggio, a un mood gradevole e orecchiabile, con testi che oscillano dall’italiano all’inglese. Pubblicato lo scorso 27 Dicembre per l’etichetta Rest in Press, l’EP si compone di cinque tracce (Green, Never, As You Like, Carillon e Clouds) ed è stato registrato presso il Sud Studio Digital Sound di Cosenza sotto la supervisione artistica di Pantu. In occasione dell’uscita dell’album, abbiamo parlato con Alessandro Trani che ci ha raccontato un po’ del mondo, delle esperienze, delle visioni musicali e degli obiettivi dei Whitey Brownie. Intervista ad Alessandro Trani dei Whitey Brownie Come nasce il gruppo Whitey Brownie? Il nucleo originario risale al 2015 circa, da una mia idea di suonare jazz ma non in maniera convenzionale. Abbiamo iniziato un po’ per gioco, soprattutto a livello strumentale perché all’inizio era più un progetto strumentale, a mescolare i classici del jazz a quelli dell’Hip-Hop. Quando abbiamo visto che questa cosa funzionava, soprattutto a livello live, abbiamo deciso insomma di farla crescere e, nel 2017, siamo arrivati alla formazione attuale, ovvero un trio che vede me alla batteria, Alessandro Pollio alle tastiere e Micol Touadi alla voce. Da lì abbiamo iniziato a scrivere i nostri pezzi e a farli diventare dei brani originali. Venite da esperienze musicali diverse? Tutti noi abbiamo una formazione accademica legata comunque al Jazz. Micol per esempio al Conservatorio ha fatto canto Jazz e anche noi proveniamo da esperienze musicali fortemente Jazz. Però eravamo stanchi del solito modo di suonarlo in Italia e quindi abbiamo provato a mescolarlo con altri generi della black music: il Funk, l’Hip-Hop, l’R’n’B… Quindi abbiamo creato questo sound che ci appartiene molto di più. A cosa ti riferisci con «il solito modo di suonarlo in Italia»? Te lo racconto con un esempio molto divertente. Quando si andava alle jam jazz, almeno fino a un po’ di anni fa, se provavi a girare il jazz un po’ più sul funk venivi guardato storto. Adesso, fortunatamente, non succede più e diciamo che la nostra è un po’ una risposta provocatoria a questo atteggiamento italiano. Un atteggiamento un po’ bacchettone? Esatto, troppo legato al “real book”, a quello che c’è scritto sulla parte, ad essere rigidi sulla struttura di un brano, ad essere un po’ troppo inquadrati quando si pensa al jazz, in generale. Per noi, invece, la black music non deve avere questi vincoli. Another Pink è dunque il primo EP dei Whitey Brownie. C’è un significato particolare dietro questo titolo? Guarda, […]

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Turning Point dei Buckwise | Intervista a Roberto Matarrese

Un sound elettronico convincente che unisce l’innovazione musicale di matrice anglo-tedesca a sonorità folk di matrice statunitense: parliamo di Turning Point, il primo progetto discografico dei Buckwise. Originari di Bari, Francesco “Gnappo” De Luca, Nicola Galluzzi, Lorenzo L’Abbate e Roberto Matarrese hanno pubblicato il 18 Gennaio, per l’etichetta  La Rivolta Records, Turning Point, un album che fa dei “punti di svolta” il suo Leimotiv che prende vita da due mondi musicali, apparentemente inconciliabili, che si uniscono creando un disco dal suono innovativo, strizzando l’occhio anche a sonorità più orecchiabili. Anticipato dal singolo Jasper, pubblicato con relativo videoclip lo scorso 17 Dicembre, l’album si compone di 8 tracce (Jasper, Turning Point, I’ll Begin, Freedom District, Due, Lost, Fall Down e Summer Down) attraverso le quali l’esperimento musicale dei Buckwise– che potremmo definire come Folktronic- si declina in vari mood, oscillando da sonorità elettroniche più marcate e potenti, ad altre più sfumate e morbide che richiamano atmosfere più introspettive. Per l’occasione dell’uscita del disco, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Roberto Matarrese che ci ha aiutato a conoscere meglio l’universo musicale e immaginativo di Turning Point. Buckwise, intervista a Roberto Matarrese Come nascono i Buckwise? Il progetto è nato da Nicola, Lorenzo e Gnappo che collaboravano già da tempo in altri progetti musicali. La necessità di includere nel progetto qualcuno che scrivesse e cantasse le parti vocali li ha portati ad aggiungere me, Roberto, alla band. Che ricerca musicale c’è stata dietro questo album? Non è stata una ricerca, bensì una propensione naturale dovuta ai differenti gusti musicali di ogni membro della band. Il sound è nato in maniera abbastanza naturale, in particolare l’avvicinamento di Gnappo all’elettronica (originariamente bassista) e di Nicola al banjo ed al bluegrass (lui ha cominciato con la tromba) hanno sicuramente dato una spinta importante a questo processo. Il mio ingresso nel gruppo, sono producer con alle spalle vari progetti musicali (Kinky Atoms, LogisticDubLab, fonico de La Fame Di Camilla, nda) ha contribuito a rafforzare la parte elettronica del progetto. In realtà non è stato troppo difficile trovare elementi simbiotici nei due generi, la famosa cassa dritta dell’elettronica non è altro che la cassa battente utilizzata nel folk e nel country, i roll del banjo sono assimilabili agli arpeggiatori dei synth usati molto nell’elettronica, eccetera. Anche il tipo di cantato usato da noi prende molto dal folk tradizionale americano, ma ha spiccati rimandi alle voci usate nell’elettronica più indie di matrice inglese e tedesca. Avete definito il punto di svolta (Turning point), che è anche il titolo dell’album e di un omonimo brano, il filo rosso che lega i brani di questo disco, perché? Veniamo da un periodo in cui ci sono stati molti cambiamenti nelle vite di noi quattro, ognuno per motivi diversi. Una volta finito il disco abbiamo notato che il cambiamento era il filo conduttore di tutti i brani, quindi è stato naturale prendere Turning Point, il titolo della della seconda canzone, come elemento fondativo di tutto il lavoro. È diventato un po’ un simbolo. C’è […]

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Enzo Avitabile porta Acoustic World al Teatro Cilea

Acoustic World: un viaggio nella Wold Music con Enzo Avitabile Il maestro Enzo Avitabile è al Teatro Cilea di Napoli con Acoustic World dal 14 al 17 marzo, un concerto che ripropone in chiave acustica (formazione in trio, con Gianluigi Di Fenza alla chitarra, il fratello Carlo Avitabile alle percussioni e con la collaborazione di Emilio Ausiello al tamburo) parte del suo vasto repertorio, proponendo brani tratti dai suoi lavori dal 2003 ad oggi, attingendo dagli album “Salvammo o’ Munno“, “Sacro Sud“, “Festa farina e forca“, “Napoletana” e “Black Tarantella“. In una serata d’incantevole poesia, Enzo Avitabile (voce, arpina, fiati e tamburo) guida il suo pubblico in un lungo percorso fatto di tradizione ed innovazione attraverso la World Music, della quale Enzo Avitabile, abilissimo sperimentatore e contaminatore di generi, è probabilmente il più grande interprete italiano, mescolando tendenze jazz, tradizione napoletana, blues e soul in una carriera lunga un trentennio e costellata di successi, che ha visto collaborazioni con i più grandi artisti della musica nera, come James Brown, Tina Turner, Randy Crawford e Afrika Bambaataa. Enzo Avitabile, esibendosi su un palco disadorno e adorno solo della bellezza della musica, diverte e coinvolge il pubblico con grandi classici ormai iconici come Soul Express e Napoli Nord (Megl’ na tammurriat’ ca na guerr’), ma con uno sguardo sempre al sociale e agli ultimi della terra, dei quali Enzo Avitabile è stato definito il poeta, con brani di grande impatto emotivo ed impegno come Tutt’egual song e criatur’, dedicata a tutti i bambini che vivono e soffrono situazioni di degrado e disagio, A nomm’ e’ Dio, che ci racconta le innumerevoli vittime cadute in nome di Dio, Man e man, una bellissima richiesta di solidarietà e fratellanza, e Attraverso l’acqua, un brano mai come oggi di grande attualità, scritto con Francesco De Gregori, che racconta la tragedia delle migrazioni, Don Salvatò, poesia in musica che vincitrice del Premio Luigi Tempo e definita “a metà tra preghiera laica e canto randagio“. Trovano spazio, come componente fondamentale della nostra cultura, il canto devozionale, con Faccia gialla, che racconta del Santo Patrono della città di Napoli, San Gennaro, il cui sangue “nun è acqua” e rinnova ogni anno il miracolo e, con esso, la speranza del suo popolo. In chiusura, un doveroso omaggio a Pino Daniele, con Terra Mia, e a Sergio Bruni, grande interprete della canzone classica napoletana, con Carmela. Enzo Avitabile canta il sud, non come ubicazione geografica ma come stato dell’anima, condizione umana: cantore del sud d’Italia e delle periferie, nato e cresciuto nel difficile quartiere di Scampia, ma anche cantore del sud del mondo, delle sofferenze ma anche delle speranze umane che non hanno colore: una musica che, veicolo da sempre di messaggi e tradizioni, si apre al prossimo, attraverso la contaminazione di stili e generi e, perché no, finanche attraverso il plurilinguismo, con un sentimento di solidarietà e fratellanza, nella comune ricerca della pace. – Foto tratta da: Avvenire

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Teatro

Teatro

Così non si va avanti in Sala Assoli per la stagione di Casa del Contemporaneo

Spiedo e Somma approdano in Sala Assoli Mercoledì 20 marzo, alle 20:30 in Sala Assoli, la rassegna “Fuori Controllo” ha portato in scena “Così non si va avanti” di Francesco Spiedo e Simone Somma. Casa del Contemporaneo si conferma un luogo dove i linguaggi teatrali si coniugano e si fondono. Un progetto di ampio respiro poetico che si attiva in tanti spazi tra cui a Napoli la Sala Assoli ed il Teatro dei Piccoli,  i luoghi dell’arte contemporanea ed a Salerno il Teatro Ghirelli. Lo spettacolo racconta la storia di Enrico, alle prese con il suo romanzo, quello che gli cambierà la vita: non più bistrattato e sfortunato scrittore di necrologi che, per sbarcare il lunario, serve panini al fast food, ma grande e riconosciuto scrittore. Ma come è che si diventa scrittori? Boris è la creazione di Enrico, un suo alter ego, la proiezione di quello che l’autore vorrebbe. Anna è la fidanzata di Enrico, ma i due sono sul punto di lasciarsi. Sullo sfondo, un musicista compone le sue canzoni, scrive e canta di questo gioco delle parti che è la vita. Così non si va avanti Tra citazioni cinematografiche – da Woody Allen su tutti – equivoci, sovrapposizioni delle realtà e colpi di scena, la vita di Enrico va in pezzi: la libertà delle proprie scelte richiede sempre un prezzo ed essere se stessi diventa l’unica alternativa, quando ci viene da pensare che così non si va avanti. L’abbiamo detto tutti, almeno una volta nella vita. Ed è così che la storia di Boris, Enrico e Anna, la storia di un autore e il suo personaggio, la storia di due amori impossibili diventano la storia di tutti noi. Così non si va avanti, o forse sì. I registi analizzano  a fondo quel complesso rapporto che instaura tra lo scrittore e le creature nate dalla sua fantasia. Tema centrale dell’opera è quel dialogo eterno che necessariamente coinvolge la realtà materiale e quella metafisica scaturita dalla mente dell’autore, nell’unione costituita dal foglio di carta. Evidente la passione degli autori, Spiedo e Somma, per Woody Allen. Dall’introduzione, che riprende la colonna sonora  di “Provaci ancora Sam”, ai nomi dei personaggi, Enrico ed Anna. Evidentemente un richiamo a ““Harry a pezzi” ed “Io e Annie”, tra le pellicole più celebrate del cineasta americano. La rassegna “Fuori Controllo” proseguirà in Sala Assoli con cinque appuntamenti che arricchiscono la stagione di Casa del Contemporaneo con musica, poesia, parola, nuove promesse e grandi ritorni.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/casadelcontemporaneo/photos/pcb.2212542258767245/2212542162100588/?type=3&theater

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Teatro

”Karenina and I” di Tommaso Mottola: esplosione di sentimenti al Mercadante

Dopo le anteprime al Teatro Argentina di Roma il 9 marzo e al Teatro Parenti di Milano l’11, ”Karenina and I” arriva al Teatro Mercadante di Napoli, presentato in esclusiva in questi tre prestigiosi teatri in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiana del film tratto dal celebre romanzo ”Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Il film è stato introdotto da Luca De Fusco, direttore del Teatro Stabile di Napoli, che ha invitato a salire sul palco Valerio Caprara, storico e critico cinematografico, Tommaso Mottola, regista del film, e Gorild Mauseth, attrice e protagonista del film. ”Viviamo nel sogno fin quando non ci innamoriamo” Ecco una delle più celebri frasi di Lev Tolstoj che racchiude il senso di ”Karenina and I”. Il duro lavoro di un’attrice nel riuscire ad entrare, con tutta se stessa, in uno dei più grandi miti della letteratura russa e mondiale la quale è Anna Karenina. Anna: un personaggio così apparentemente forte, ma allo stesso tempo così fragile e costantemente infelice nella sua ostinata e a tratti ossessiva ricerca della felicità. Una figura che per oltre un secolo ha accompagnato le vite di milioni di lettori i quali hanno provato nei confronti di questo personaggio i sentimenti più svariati: amore, odio, compassione, disprezzo, pietà, ammirazione. Anna Karenina, o anche l’alter ego di un Lev Tolstoj così vicino a questo personaggio tale da diventare a tratti egli stesso personaggio. Una Karenina che entra, volente o nolente, nel cuore e nell’anima di ogni lettore così come è entrata in Gorild Mauseth, che, nel lungo processo esposto nel film, riesce a portare in scena, alla fine, tutte le sfumature di Anna in ogni minimo particolare, lasciando alle spalle, ma non dimenticando, la fatica e l’impegno nel saper interpretare con tanta dedizione un personaggio così singolare. ”Un invito all’amore, a perseguire le speranze e i sogni e a vivere la vita al massimo!” Il viaggio di Gorild Mauseth e Tommaso Mottola Ciò che Gorild Mauseth vive e racconta nel film, insieme a Tommaso Mottola, è proprio questo: perseguire le speranze ed i sogni. Un’attrice norvegese che accetta il ruolo di Anna Karenina in russo, il lungo viaggio per circa 12 mila chilometri per tutta la Russia per entrare in tutto e per tutto nel personaggio a tal punto che l’attrice stessa si trova a convivere 24 ore al giorno con Anna. La forza del saper resistere, la profonda e riflessiva analisi di se stessa e del personaggio con la presa di coscienza di quelle che sono le più sottili analogie e le più radicali differenze in un mix di incontri e di storie che influenzeranno e motiveranno l’attrice durante il suo percorso. Il contributo come voce narrante di Liam Neeson rende ancora più intima e personale la ricerca del proprio essere e del personaggio che Gorild Mauseth attua nel film e che verrà poi portata a termine con l’esemplare messa in scena. Un’Anna Karenina, quella del film, che mai è stata rappresentata in questo modo e che mai ha raggiunto un contatto […]

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Teatro

Saverio Raimondo, incontro del terzo tipo al Kestè

Come anticipato nella precedente intervista, Saverio Raimondo si è esibito al Kestè, domenica sera 17 marzo. L’umanità è sommersa da miriadi di dubbi e, probabilmente, molti di questi non li risolveremo mai. Allora ci armiamo di pazienza e facciamo filosofia e ci serviamo del potere dell’immaginazione e ricorriamo alla scienza o alla religione, ma molti sono i quesiti a cui non siamo riusciti a dare ancora una risposta: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Esistono gli extraterrestri? Sapete, con l’approdo di Saverio Raimondo a Napoli, alla luce di quanto assistito domenica al Kestè, sono pronta a fornirvi le prove di vita aliena nel cosmo. Agli scettici mi sento di dire:«Vi tengono nascosta una verità indicibile, le testimonianze dell’esistenza aliena sono inopinabili e dovreste seguire Saverio Raimondo per convincervene». Non ho ben capito da quali viaggi interstellari provenga questo straniero, ma certo è che lui non appartiene al pianeta Terra. Non è verde e non è dotato di navicella spaziale. Possiede ben tre occhi, di cui uno grandissimo, che è quello comico. È lungo di poco, ha una voce buffa ed è alquanto indisciplinato, ma la sociologia aliena è materia ancora tutta da esplorare e non sono riuscita a redigere una tesi psicosociale in merito per spiegare la genialità che si cela nella sua irriverente comicità. Saverio Raimondo e il suo spettacolo Ad aprire lo spettacolo del 17 marzo ci pensano Maristella Losacco, con la sua irriverente comicità al femminile e un’adolescenza travagliata alle spalle, e Vincenzo Comunale, un giovanissimo talento partenopeo della comicità che, con sguardo vigile nei confronti della realtà, riesce con maestria a scaldare il pubblico di Saverio Raimondo. Quella di Vincenzo è una personalità artistica luminosa, dall’anima zen e il senso dell’umorismo trascinante. La sua positività è contagiosa. A breve, tra l’altro, sarà in scena il suo primo spettacolo al Kestè. Saverio Raimondo si è presentato al pubblico coniugando i congiuntivi, a causa del suo timore di essere scambiato per Di Maio, considerata l’innegabile somiglianza. Stiamo parlando di un’eccellenza della satira odierna, ma prima ancora Saverio Raimondo è un ansioso, sin dalla nascita, grazie a una madre apprensiva. L’ansia è, praticamente, la sua forza. Saverio ha scritto un libro su di essa (dal titolo Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia) perché ritiene che l’ansia meriti di trionfare su una civiltà che vive un’epoca di deresponsabilizzazione collettiva. Così ha imparato a convivere e a scherzare su questo sentimento, che per lui rappresenta ormai la forza motrice che lo spinge a migliorarsi. Nel suo tipico stile americano e senza mai prendersi sul serio, in un cocktail di humour surreale, comicità demenziale e paradossi, il nostro satiro offre il suo punto di vista politicamente scorretto sulle contraddizioni più profonde della società. Ci parla di disabilità, di Chiesa, di donne, di sesso, di perversioni feticiste (e di cunningulus!) con uno spirito estremamente romantico e sentimentale, ma a questo punto mi limiterei a mostrarvi una foto, perché ogni mia parola non sarebbe abbastanza. La satira di […]

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Recensioni

Nino D’Angelo in ”Dangelocantabruni”: l’omaggio alla ”Voce ‘e Napule” al teatro Trianon Viviani

Dopo aver solcato, ancora una volta, il palco del teatro Ariston di Sanremo nel febbraio scorso, Nino D’Angelo torna ad emozionare il pubblico con ”Dangelocantabruni”, uno spettacolo in memoria di uno dei più grandi artisti della musica napoletana: Sergio Bruni. In scena dal 14 al 17 marzo 2019 al teatro Trianon Viviani, Nino D’angelo porta sul palco i successi musicali senza tempo con passione e dedizione accompagnato dall’orchestra guidata dal maestro Enzo Campagnoli. Nino D’Angelo torna al teatro Trianon Viviani Lo spettacolo si apre con uno scenario piuttosto semplice: sul palco Nino D’Angelo con l’orchestra posizionata su una piattaforma che ruota e cambia musicisti a seconda della musicalità da dare ad un determinato brano; alla sinistra del pubblico, invece, il direttore d’orchestra. L’artista coinvolge i suoi fans fin da subito e per tutto il resto della serata, portando in scena canzoni come ”Vieneme nzuonno”, ”Na bruna”, ”O Vesuvio”. Un dinamico Nino D’Angelo che emoziona e meraviglia il pubblico come solo pochi artisti riescono a fare, voce del popolo che canta per il popolo e con il popolo, ricordando un grande maestro con stima e tanto cuore. Le canzoni erano, infatti, intervallate da una voce narrante (voce dello stesso cantante in scena), la quale ricordava tutti quelli che sono stati i momenti più belli degli incontri tra Nino D’Angelo e Sergio Bruni, dal primo all’ultimo, creando intimità con gli spettatori lì presenti. Sergio Bruni: un’eredità senza eguali ”Un artista senza eredi, inimitabile come Sinatra e Breil”, afferma sul palco del Trianon Nino D’Angelo, parlando del Bruni come uno dei pochi che ha dato voce al popolo di Napoli con canzoni che sono ancora oggi parte fondamentale della musica partenopea e, non a caso, Eduardo stesso lo definì, tempo fa, come ” ‘A voce ‘e Napule”. Voce di Napoli che lo stesso Nino D’Angelo vede come ”padre” e nel bel mezzo dello spettacolo, stupisce ancora una volta il suo pubblico cantando una sua canzone ” ‘O pate”, canzone che lo lega profondamente al maestro e che lui avrebbe tanto voluto dedicargli quando era ancora in vita poiché vedeva in Bruni un padre che lo aveva guidato (e lo guida tutt’oggi), artisticamente, per tutto il suo percorso. Lo spettacolo musicale si conclude con la splendida canzone ”Carmela” con cui D’Angelo conclude il concerto e lascia il palco davanti ad un pubblico senza parole. Senza parole poiché profondamente immerso in una Partenope che solo Nino D’Angelo, ancora oggi, riesce ad interpretare e raccontare. Una Napoli che resiste ancora con tutte le sue forze, le sue tradizioni, la sua musica, le sue originalità. E fin quando ci saranno artisti, come Nino D’Angelo, che racconteranno Napoli con così tanta passione ed emozione, la storia potrà non dirsi perduta, ma ancora viva tra l’eco dei vicoli e delle sfumature di questa immensa città.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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