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Eroica Fenice

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OMBRE. Leggende metropolitane. Il progetto podcast in 8D prodotto da Rogiosi Editore e Università Telematica Pegaso

Niente maschere, costumi e “dolcetto o scherzetto” quest’anno. L’emergenza Covid 19 ha cancellato dal calendario la festa di Halloween, americana di origine, ma, ormai da anni, celebrata anche in Italia. Agli amanti del mistero, Rogiosi Editore e Università Telematica Pegaso offrono l’opportunità di uno straordinario viaggio virtuale con la serie inedita “OMBRE. Leggende metropolitane”, scritta e diretta da Noemi De Falco. Sei podcast in 8D caricati su Spotify. Sei storie che conducono gli avventori alla scoperta delle leggende urbane di Napoli, città millenaria avvolta da ombre di mistero e magia. Con le voci di sei speaker delle maggiori radio nazionali e di tre attori/doppiatori, ci si immergerà tra i rumorosi vicoli di Partenope e si entrerà nei suoi meravigliosi palazzi monumentali ricchi di segreti. Le sei storie inedite MURATA VIVA La storia di uno dei palazzi monumentali più particolari della città di Napoli, nonché l’unico con un cortile interno a pianta ellittica, si intreccia con la storia di Bianca, una giovane domestica rimasta orfana che, proprio tra le mura di Palazzo Spinelli, verrà brutalmente assassinata per mano della sua padrona. Voce narratore: Noemi De Falco Voce attore: Giampaolo Caprino GIOVANNA II, LA REGINA ASSASSINA Giovanna II d’Angiò Durazzo, ultima sovrana angioina a sedere sul trono del tumultuoso regno di Napoli per ben 21 anni. Durante la sua reggenza, dalle stanze di Castel Nuovo, difese il suo ruolo e il suo potere in tutti i modi, anche rendendosi artefice di efferati omicidi. Voce narratore: Nicola Vitiello Voce attore: Valentina Marchi IL FANTASMA DI PIAZZA SAN DOMENICO Una delle vicende di gelosia omicida più macabre della storia di Napoli. Maria D’Avalos, nobildonna napoletana di stirpe spagnola e Fabrizio Carafa detto “l’Arcangelo” scoperti insieme e brutalmente assassinati dal marito di lei, Carlo Gesualdo “il principe dei musici”. Voce narratore: Giancarlo Cattaneo Voce attore: Valentina Marchi L’OBLIO DI VICO PENSIERO Prima che l’ondata del risanamento, voluta per debellare il colera del 1884, cambiasse l’urbanistica della città di Napoli, nei pressi di Via Duomo esisteva una vietta stretta e buia, Vico Pensiero. Sulla facciata di uno dei palazzi del vicolo c’era una lapide, oggi conservata nell’Istituto di Storia Patria, che riportava una scritta enigmatica. Si trattava di un oscuro monito o solo di una poesia? Voce narratore: Rita Manzo Voce attore: Giuliano Maschio   LA STREGA DI PORT’ALBA Un sortilegio maledetto cambia le vite di due giovani innamorati divisi per sempre dallo spettro inquietante del demonio. La storia di Maria la Rossa, del suo amore e della sua trasformazione nella strega di Port’ Alba, imprigionata e lasciata morire per mano del Tribunale del Santo Ufficio. Voce narratore: Alfio Battaglia Voce attore: Giuliano Maschio   IL GALEONE DEI MISTERI, PALAZZO DONN’ANNA La storia di uno dei simboli della città, Palazzo Donn’Anna e della sua più illustre ospite, Anna Carafa, viceregina del Regno di Napoli si mescolano insieme, su una tumultuosa linea temporale che arriva fino a Masaniello. Amori, intrighi e rivolte. Quante voci accoglie questo misterioso galeone sul mare? Voce narratore: Rosario Pellecchia Voce attore: Giampaolo Caprino

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Cinema e Serie tv

Film da vedere per Halloween. Tra classici e commedie

Siete in cerca di film da vedere per Halloween? Noi di Eroica Fenice abbiamo scelto alcune pellicole adatte per il periodo. Da un po’ di anni a questa parte anche nel nostro paese si festeggia Halloween, nonostante i pareri di un paio di timorati che mettono in guardia dalle presunte “energie demoniache” che si risveglierebbero durante la notte del 31 ottobre e di altri ancora che la considerano un’ “americanata” o distruggono un paio di zucche con una mazza da baseball perché non fa parte della nostra cultura (cosa non vera, tra l’altro). Certo, quest’anno sarà del tutto differente: niente dolcetto o scherzetto alle porte dei vicini per i più piccoli, niente festini alcolici per i più grandi con la possibilità di filtrare con qualche ragazza travestita da vampiro e, soprattutto, niente veglie in campi di zucche assieme a Linus e alla sua coperta in attesa del Grande Cocomero.  Che ne dite allora di una bella maratona di film da vedere nella notte più spaventosa dell’anno? Decorate la vostra stanza con zucche intagliate e pipistrelli sul soffitto, mettete qualche ragnatela ai lati del vostro televisore, spegnete le luci, illuminate qualche candela rossa per creare l’atmosfera e mettetevi comodi. Ecco una lista di film da vedere per halloween tutta per voi. Freaks Una compagnia circense annovera tra le sue attrazioni alcuni fenomeni da baraccone, in realtà persone affette da malformazioni fisiche: una coppia di gemelle siamesi, una bambina affetta da microcefalia, un uomo nato senza arti e così via. Il nano Hans è uno di loro ed è perdutamente innamorato della trapezista Cleopatra la quale, con la complicità del suo amante Ercole, architetta un crudele piano: sposare Hans per poi ucciderlo e impossessarsi della sua cospicua eredità. Freaks, il capolavoro diretto da Tod Browning nel 1932, è considerato un film “maledetto” per la storia e i retroscena che lo caratterizzano. Si racconta che dietro le quinte il cast e la troupe furono oggetto di discriminazione da parte dei funzionari della MGM (la casa di produzione del film) e persino da personalità quali lo scrittore Francis Scott Fitzgerald il quale, durante una cena in un ristorante, vedendo alcuni degli attori avvicinarsi al suo tavolo si allontanò infastidito. Come se non bastasse il pubblico, alla prima del film, abbandonò la sala inorridito. E forse proprio questi aneddoti potenziano ulteriormente il messaggio di fondo del film: i veri mostri si nascondono spesso tra le persone “normali e civili” che in quelle con cui la natura è stata spietata e solo questo lo rende un film assolutamente da recuperare e da vedere. Dracula di Bram Stoker Francis Ford Coppola nel 1992 ci offre la sua personale rilettura di Dracula, il  romanzo di Bram Stoker che ha delineato il mito del vampiro nell’immaginario culturale e lo ricollega alla leggenda del conte Vlad, il quale viene trasformato in vampiro per via di una maledizione che lo colpì dopo aver rinnegato la propria fede cristiana in seguito al suicidio dell’amata moglie. Divenuto Dracula giunge nella Londra del 1897 […]

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Attualità

Attualità

Mascherine fai da te: come realizzarle in casa

Le mascherine oramai accompagnano le giornate degli italiani e sono sempre più numerosi i modelli realizzati con materiali di riciclo, che consentono di creare dei bellissimi ed originali modelli fai da te. Ricordiamo a tal proposito che nel nuovo DPCM a firma Conte, secondo quanto descritto nell’articolo 3: “Per la popolazione generale potranno essere utilizzate, in alternativa alle mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”. Mascherine fai da te, tanti modelli per ogni esigenza Durante gli scorsi mesi del lockdown il web era colmo di immagini ritraenti mascherine fai da te realizzate con i materiali più disparati, sempre più colorate e, per quanto possibile, comode. Realizzare una mascherina in casa è piuttosto facile, ma il risultato finale dipende sempre dalla bravura di chi le realizza. Esistono vari modelli: da quelle rettangolari, che richiamano le cosiddette mascherine chirurgiche (utilizzabili per un massimo di quattro ore) a quelle a forma di becco, più complicate da realizzare. Altrettanto numerosi sono i tessuti utilizzati. Dal semplice panno in cotone agli asciugamani in tela, dalle federe ai tessuti in flanella, dalle lenzuola ai jeans. Anche per quanto concerne i filtri interni alle mascherine fai da te i materiali usati sono disparati; dai filtri del caffè alle salviette umidificate, ma lasciate ad asciugare al sole o al microonde. Oltre a quelli elencati, gli scienziati e gli esperti del settore negli ultimi tempi hanno mostrato particolare attenzione nei confronti dei sacchetti HEPA ossia quelli utilizzati all’interno dell’aspirapolvere. Le mascherine fai da te possono essere realizzate sia a mano, sia utilizzando la macchina per cucire. Come abbiamo detto precedentemente, crearne una è semplice e per farlo sono necessari: un ago e un fiilo, tessuto, filtro ed elastici. Un altro procedimento facile e divertente, che può essere realizzato anche con i bambini, prevede l’utilizzo di un piatto e ovviamente della stoffa. La realizzazione della mascherina fai da te con la stoffa con il piatto è facile. Bisognerà appoggiare il piatto sulla stoffa e disegnare un cerchio, tracciando il contorno esterno del piatto. Ritagliare poi la sagoma e dividerla in quattro sezioni, ripiegandola a metà per due volte. Conclusi questi passaggi, si avranno degli spicchi, da cucire a coppia, lungo la parte tondeggiante. A questo punto basterà farli combaciare, lasciando qualche centimetro libero e aggiungere gli elastici lateralmente. Mascherine: alcuni dei principali procedimenti per realizzarle Per creare una mascherina personalizzata è necessario prima di tutto realizzare un rettangolo di circa 31 cm e 18 di larghezza con il tessuto scelto; fatto ciò, si proseguirà inserendo il filtro scelto e ripiegando il rettangolo su se stesso (dividendolo a metà). Lateralmente sarà poi posizionato l’elastico, cucendo successivamente i lembi. Questa indicata è una delle mascherine più semplici da assemblare, per la quale non serve l’ausilio della macchina per cucire. A questo punto, prima di proseguire è importante menzionare […]

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Attualità

Cile: ¡Quiere usted una Nueva Constitución!

In Cile trionfa il “Sì” al referendum per riformare la Costituzione di Pinochet. Alla domanda «Quiere usted una Nueva Constitución?» («Vuole una nuova Costituzione?»), più dei tre quarti degli elettori ha risposto «apruebo», sì, “approvo”. Una vittoria schiacciante, del 79,24% (con un flusso di affluenza intorno al 50%), che vedrà la nomina dei 155 membri dell’Assemblea Costituente nell’aprile del prossimo anno. La seconda domanda referendaria, infatti, riguardava proprio la scelta dei membri che redigeranno la nuova Costituzione, se gli attuali Parlamentari o una nuova Assemblea apposita. I Cileni hanno deciso di fare tabula rasa: l’Assemblea sarà composta al 100% da membri estranei al mondo della politica e delle istituzioni, scelti attraverso un voto popolare, sulla base di un criterio di parità di genere e con una rappresentanza di delegati delle popolazioni indigene, e il risultato del suo lavoro sarà sottoposto da un secondo referendum (di ratifica popolare) che si svolgerà nel secondo semestre del 2022. Nell’ottobre del 2019, decine di migliaia di persone scesero in piazza in tutto il Cile con la richiesta di più welfare e meno oligopoli. Le proteste, scoppiate in seguito a un aumento del prezzo dei trasporti pubblici, durarono per settimane, nonostante le restrizioni imposte per la pandemia da Covid-19, e portarono il consenso del Governo di Sebastian Piñera ai minimi storici, intorno all’8%. Dopo il risultato del referendum, il Presidente Piñera (che ha accolto ministri legati a Pinochet e si è mosso con quella linea di politica economica che l’ondata conservatrice in America Latina ha adottato in molti Stati) ha dichiarato: «I Cileni hanno espresso la loro volontà, scegliendo un’Assemblea costituente che avrà piena uguaglianza tra uomini e donne per redigere una nuova Costituzione. Ciascun voto ha avuto lo stesso valore, ha trionfato la cittadinanza e la democrazia, l’unità sulla divisione, la pace sulla violenza. Questo trionfo della democrazia ci deve riempire di gioia e speranza, perché abbiamo dimostrato che il dialogo è più fecondo dell’intolleranza». I tre pilastri di questa ripartenza saranno: la riscrittura di una nuova Carta senza traumi (quella di Pinochet nacque in un contesto di violenza e gravi soprusi nel 1980 ed è diventata poi simbolo della paralisi del sistema economico-sociale Cileno); il “recupero della legittimità politica della società Cilena” (come spiega Vicky Murillo, direttrice dell’Istituto latinoamericano della Columbia University); la “redistribuzione di poteri e beni pubblici”, ben illustrata da Miriam Henriquez, giurista dell’Università Alberto Hurtado. Cile: ¡Quiere usted una Nueva Constitución! La nuova Costituzione tutelerà la popolazione, le istituzioni e la libertà di parola. Quella di Pinochet, infatti, favoriva il privato a danno del pubblico, la classe imprenditoriale a scapito dei dipendenti, e concentrava nelle mani dell’esecutivo (che dipendeva direttamente dalla Presidenza), molti diritti fondamentali. Sul piano economico, si avvaleva della collaborazione dei “Chicago boys”, una vera e propria scuola di iper-liberismo. La sera del 25 ottobre scorso, alla diffusione delle prime proiezioni che confermavano la schiacciante vittoria del “Sì”, migliaia di persone si sono riversati nelle strade del centro di Santiago e di molte altre città del Cile (Iquique, La Serena, Valparaíso, […]

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Attualità

Luigi e Ugo: Napoli con altri occhi

Luigi e Ugo non sono il simbolo di una terra che da anni è martoriata dalla criminalità. Sono dei ragazzi che hanno sbagliato e finiscono per essere parte di un retaggio culturale che spesso giustifica o tende a incasellare gli eventi in una dimensione cromatica che prevede il bianco e nero, senza ulteriori sfumature. Ed ecco che alcune vicende si riducono a sentenze e le sentenze diventano avvenimenti che si replicano, senza riflessione. Per questo poi è importante cambiare prospettiva, accogliere i fatti per come sono e poi comprenderli nel più dignitoso rispetto della vita.

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Attualità

Fish Bar Burger: il pub di mare nel cuore di Chiaia

La squadra composta da Alfio Giacco, Raffaele Verde, Ivan Vigilante e Alberto Ruffolo si lancia in una nuova avventura con l’apertura di Fish Bar Burger nel cuore di Chiaia, a Napoli, precisamente in via Bisignano 3. Il format è quello di un pub di mare, con gustosi panini e proposte di pesce di alta qualità, accompagnati da salse homemade e abbinamenti di drink studiati per ogni piatto. Abbiamo intervistato il Sig. Giacco per entrare nel vivo del progetto Fish Bar Burger. Cosa ha ispirato l’apertura del Fish Bar Burger? In cosa si differenzia dal Fish Bar Marechiario? L’ispirazione è nata dal connubio perfetto dell’ingrediente di pesce, presente in tutti i piatti del nostro famoso locale di Marechiaro, e i panini fatti in casa da un forno di nostra conoscenza. Il locale di Via Bisignano si differenzia da quello di Marechiaro soprattutto nella location e nel menù.  Nello specifico come avete diviso i compiti nel vostro team? Qual è l’ingrediente fondamentale per far funzionare bene una squadra come la vostra? Abbiamo due dei nostri soci che sono anche dipendenti della nostra azienda. La nostra forza è la divisione dei ruoli e il rispetto degli stessi.  Durante la scrittura del menù, avete pensato a dei piatti che potessero descrivere gli odori e i sapori di Napoli? Si, nel nostro menù ci sono tanti ingredienti che vengono dalla terra campana . Dalla mozzarella di bufala ai limoni di Sorrento.  Quale abbinamento piatto&drink pensa sia il must-have del menù? Scugnizzo islandese con Gin Tonic alla menta.  Avete in mente altri progetti per il futuro? Se sì, ci sarà sempre di mezzo il mare? Si abbiamo in progetto un’altra apertura con lo stesso format improntato sui panini di mare.    Ringraziamo lo staff di Fish Bar Burger e, se lo scugnizzo islandese vi ha incuriosito, potrete trovare il locale in Via Bisignano 3.   Fonte immagine: Facebook

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Cinema e Serie tv

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The Social Dilemma: il docudrama di Netflix che denuncia il lato oscuro dei social media

The Social Dilemma. Il docudrama di Netflix, che denuncia il lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. The Social Dilemma. L’ultimo affascinante, chiacchierato, ragionato e sorprendente documentario diffuso su Netflix nelle ultime settimane, il cui obiettivo è la denuncia del lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il docudrama di Jeff Orlowski descrive gli effetti collaterali della massiccia diffusione dei social network nel XXI° secolo, soffermandosi sui danni che direttamente e indirettamente logorano la società. Già noto per aver diretto Chasing Coral – documentario sulla progressiva sparizione delle barriere coralline – e Chasing Ice – altro documentario che mostra i disastrosi effetti del riscaldamento globale -, il regista intende qui far luce sul marcio che si cela dietro ai social media: sfruttamento e commercio dei dati personali degli utenti, il consolidamento del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza”, la diffusione smodata di fake news e, non meno importanti, le gravi conseguenze sull’equilibrio mentale, in particolare sugli utenti più giovani. Ma andiamo ad analizzare la struttura del docudrama. The Social Dilemma. La struttura Il docudrama intreccia due filoni principali: da un lato l’insieme di interviste condotte ad alcune delle più note personalità del mondo della progettazione dei social, ben addentrate dunque nei subdoli meccanismi alla base della programmazione; dall’altro la narrazione cinematografica, che pone al centro la vita di una tipica famiglia americana, minata dai corrosivi effetti, che l’abuso nell’utilizzo dei social media produce. Potremmo pensare: cosa c’è di inedito? Intuiamo a sufficienza quanto l’ingombrante presenza della tecnologia nelle nostre vite le stia di fatto modificando, inducendo la società a profondi e radicali cambiamenti. Ma la novità risiede proprio nella struttura del documentario: il regista vuole sbatterci in faccia la verità, e lo fa servendosi del prezioso contributo offerto proprio dagli ex dipendenti e dirigenti delle più famose aziende della Silicon Valley quali Facebook, Google, Pinterest e Instagram. Personalità brillanti, ma progressivamente annientate dal peso del dilemma etico, che serpeggia sinuosamente sotto gli algoritmi di programmazione, dietro l’incanto della persuasione e la monetizzazione che ben si cela dietro like e cuoricini, sempre più confusi ormai per verità e autenticità, innescando ansia e depressione, fragilità e vulnerabilità crescenti, soprattutto tra gli adolescenti. È quel che accade infatti ai teenager protagonisti del filone narrativo: l’adolescente disadattato Ben (Skyler Gisondo), che vive la pesante dipendenza dai social, completamente sommerso dal cattivo utilizzo di Youtube e di Facebook, e assuefatto alle fake news. E così la sorella Isla (Sophia Hammons), vittima del costante confronto con le coetanee e del deleterio desiderio di consenso su Instagram, mostruosamente dipendente da like e commenti che possano rinforzare l’apparente autostima, che cela una “dismorfia da chat”. Ecco che i ragazzi divengono veri e propri avatar virtuali, modelli esagerati di se stessi, costruiti dagli algoritmi, impersonati da tre personaggi attaccati agli schermi e agli schemi, per monitorare costantemente gli interessi dell’utente e manipolarli, al fine di tenerlo “incollato” il maggior tempo possibile al display del proprio smartphone. Una sorta di esasperato Grande Fratello, […]

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Cinema e Serie tv

Vista per voi: Emily in Paris, nuova serie su Netflix

È uscita il 2 ottobre su Netflix la nuova serie Emily in Paris, spensierata commedia americana in dieci puntate diretta da Darren Star, creatore di Sex and the City. «Pardon her French»: è il motto scelto per accompagnare la locandina delle avventure di Emily, interpretata da Lily Collins, una giovane ragazza americana che si ritrova a dover partire per la meravigliosa capitale francese per cogliere al volo un’irripetibile offerta di lavoro. La direttrice dell’azienda di marketing per cui Emily lavora, infatti, le concede il posto di un anno di esperienza a Parigi, inizialmente a lei destinato, all’interno della piccola società francese “Savoir”, appena acquisita dal gruppo americano che la donna presiede. Dalla sua vita ordinata e squisitamente americana di ragazza sportiva «ovvia, priva di mistero, che pensa di poter aprire tutte le porte» e che corre otto chilometri in quarantuno minuti per le vie di Chicago, già nel corso della prima puntata Emily si ritrova a fare le valigie ed atterrare nella Ville Lumière, invero restituita in posa da cartolina, al massimo del suo splendore. Sin dall’arrivo della protagonista nella capitale francese, lo spettatore più attento potrebbe però avvertire “puzza di cliché”: addirittura l’agente immobiliare che le mostra l’appartamento al quinto piano senza ascensore in cui Emily abiterà – nell’esclusivissima Place de l’Estrapade, nel 5. arrondissement – finisce per corteggiarla, il che rappresenta, a nostro modo di vedere, uno dei leitmotiv (limitanti ed irrealistici) dell’intera serie, ovvero il piacere a tutti ed il doverlo per forza fare, pena l’essere esclusi dai cosiddetti “ambienti che contano”. Emily in Paris: recensione «Sono qui per aumentare la visibilità o per piacere a tutti?» è, del resto, un interrogativo che la stessa Emily pone al suo team, pardon: alla sua équipe, nei primi giorni in cui viene vessata dai colleghi di lavoro, inorriditi dal fatto (per loro inconcepibile) che la ragazza non parli il francese e che anzi pretenda di voler americanizzare la loro francesissima società. Ma Emily resta sul serio la ragazza americana alla conquista dell’Europa: esperta di marketing e social media come la maggior parte dei teenager statunitensi, Emily vive su Instagram. Non è un’esagerazione se pensiamo al fatto che il titolo stesso della serie – Emily in Paris – diventa il nickname del suo nuovo account, che passa dall’avere una cinquantina di follower ad arrivare a contarne più di ventimila. Come? Con un – alquanto poco probabile – coup de theatre: relegata dalla direttrice dell’agenzia ad occuparsi di pubblicizzare un prodotto sulla secchezza vaginale, Emily lo fa nel meno classico dei modi. Con un post in cui fotografa il prodotto e si pone una domanda grammatico-sociale: perché il termine “vagina”, in francese, è di genere maschile e non femminile. La questione incontra – di nuovo: addirittura! – l’attenzione di Carla Bruni e Brigitte Macron, che ritwitta il post della ragazza e la consacra ad un futuro di influencer, il che la renderà ancora più invisa ai già invidiosi colleghi di lavoro. Nel frattempo Emily ha almeno trovato un’amica: Mindy Chen, ragazza cinese […]

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Cinema e Serie tv

Enola Holmes: nascosti nei misteri di Londra

Enola Holmes come nuovo detective: la chiave degli enigmi La nostra recensione del nuovo film prodotto da Netflix: Enola Holmes. Perchè scegliere proprio questo da un lungo catalogo? Profumo di legna bruciata e di carta consumata. Soffi di vento che attraversano una finestra; il brivido di un mondo sospeso tra fantasia e realtà dove ogni situazione sembra così vicina al possibile e così legata all’improbabile. È in questo sogno ad occhi aperti che Enola Holmes ci trascina quasi prendendoci per mano. Millie Bobby Brown, vestita dalla protagonista di questa misteriosa storia, si trasforma dalla timida bambina di Stanger Things all’entusiasta sorella minore del più importante investigatore di tutti i tempi: Sherlock Holmes. Ad accompagnarla nella sua interpretazione, un cast vario formato da attori tra i più conosciuti del cinema americano; tra questi spicca Helena Bonham Carter riconosciuta per il suo ruolo di Bellatrix Lestrange in Harry Potter, che questa volta veste gli intriganti panni della signora Holmes, il tassello scomparso di una storia da completare pezzo per pezzo; e poi una serie di attori alle primissime armi, tra i quali riconosciamo l’eccellente interpretazione di Louis Partridge, già visto di sfuggita nella terza stagione de ‘’I medici’’ e questa volta impegnato nei panni del Visconte Tewkesbury, un giovane conte in fuga dal suo futuro. La regia, curata da Harry Bradbeer, è dinamica, ricca di continui spunti e altalenante tra momenti comici -ma mai banali- e spunti interessanti, battute dirette al cuore di ogni spettatore senza lunghi giri di parole.  Enola Holmes: la scelta del proprio futuro La Londra grigia e misteriosa che ci viene mostrata, stereotipo sempre apprezzato del carattere vittoriano che si lega tipicamente ai film di Sherlock Holmes, risalta con un contrasto; la vivacità della vita di campagna in cui Enola ha vissuto fino ai sedici anni e dalla quale sarà trascinata via. L’improvviso cambio d’atmosfera dipinge lo sfondo del percorso di crescita che la protagonista è costretta ad affrontare. E così la sua intera infanzia in campagna, con la sola compagnia della madre e della cameriera è dipinta di un giallo opaco, ricordo di un passato strappatole via, mentre l’intero presente è posto su uno sfondo più blu e grigio. La storia di Enola si costruisce lungo il suo percorso e tocca i temi più vari, dalla crescita, al futuro, alla singolarità, sfiorando anche se in piccola parte il femminismo. Lascia grandi e piccoli riflettere sull’importanza di ogni scelta, di ogni azione, di ogni parola. Ed è proprio la scelta per la costruzione di questo film a renderlo coinvolgente e mai noioso. I personaggi sembrano costruirsi insieme alle loro storie man mano che la pellicola scorre, l’intera trama, un po’ come la vita della protagonista, si svolge in un presente accattivante dove anche il più piccolo dei dettagli può trasformarsi in un indizio da seguire. L’immagine è dunque quella di un film interattivo, dove attraverso le parole – e i giochi che si possono creare con queste- la protagonista darà sempre occasione di conversare con il quarto schermo, coinvolgendolo e sottolineando la consapevolezza della sua presenza.   Vi è l’impressione di seguire Enola, di camminarle dietro, di nascondersi, lottare e sbagliare con […]

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Cinema e Serie tv

Attori italiani del momento: i più importanti del panorama cinematografico

Gli attori italiani del momento sono davvero tanti; l’Italia, negli ultimi anni, sta vivendo un momento molto importante per la storia del cinema. Basti pensare a Paolo Sorrentino e subito ricordiamo la vittoria agli Oscar, o a tanti e numerosissimi personaggi che sono amati in tutto il mondo, come ad esempio Luca Guadagnino. Si tornano a produrre grandi film e tra nuove scoperte e vecchie conferme, il cinema italiano continua a ricevere premi e riconoscimenti. Ricordiamo ora alcuni dei volti che, con la giusta grinta e determinazione, sono presenti nella scena cinematografica italiana ed internazionale. Attori italiani del momento: gli interpreti più famosi Stefano Accorsi: attore under 50 con una carriera ultraventennale alle spalle, l’artista bolognese può vantare di grandi successi sia in Italia che all’estero. Vincitore di due David di Donatello, tre Nastri d’argento (di cui uno come regista), due Ciak d’oro, un Globo d’oro ed il premio per la miglior interpretazione maschile alla Mostra del Cinema di Venezia. Alessandro Borghi: vincitore nel 2019 del David di Donatello come miglior attore protagonista per l’interpretazione di Stefano Cucchi nel film di Alessio Cremonini ”Sulla mia pelle”, l’attore romano è sicuramente uno degli interpreti più richiesti degli ultimi tempi. Pierfrancesco Favino: dopo l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, la sua carriera è iniziata fin da subito arrivando a recitare in ben 50 pellicole e portando a casa la vittoria di due David di Donatello, tre Nastri d’argento, due Ciak d’oro ed altri numerosi riconoscimenti che lo portano ad essere uno degli attori italiani del momento più apprezzati anche per le sue interpretazioni come showman e presentatore televisivo. Elio Germano: vincitore di tre David di Donatello, un Nastro d’argento e tre Globi d’oro, inizia la sua carriera già da piccolo e collabora con i più grandi registi come Paolo Virzì, Ettore Scola, Michele Placido, Ferzan Ozpetek e Mario Martone. L’attore pluripremiato, per il ruolo di Giacomo Leopardi nel film ”Il giovane favoloso” di Mario Martone, vince – oltre al David e al Nastro d’argento – il Premio Pasinetti al miglior attore alla 71esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Carolina Crescentini: è una delle attrici più in voga negli ultimi anni; riconosciuta da tutti come ”Azzurra” di ”Notte prima degli esami”, l’interprete romana è stata coinvolta in numerosi film che l’hanno portata a raggiungere importanti riconoscimenti come il Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista per ”Boris – Il film”. Luisa Ranieri: donna dalla grande tempra e dalla forte presenza scenica, l’attrice napoletana non solo è un grandissimo volto nel mondo del cinema, ma è anche un grande riscontro nel teatro e nella televisione. Protagonista di numerose fiction, ma anche protagonista di molti film, Luisa Ranieri è stata anche madrina del Festival del Cinema di Venezia nel 2014. Valeria Solarino: dopo aver frequentato la celebre scuola del Teatro Stabile, inizia una carriera rapidissima costellata da numerosi successi come anche il premio come miglior attrice femminile al Festival di Cannes del 2009 per l’interpretazione di Angela nel film ”Viola di mare”. Fonte […]

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Cucina e Salute

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Autunno: le skills per viverlo alla grande!

È arrivato l’autunno. Le giornate diventano più corte, la luce va via prima, le piccole folate di vento secco inizieranno mano mano a diventare più intense così come l’umidità serale. Tutto ciò si ripercuote sul nostro benessere psico-fisico. Non è nuovo il concetto per cui gli umori delle persone subiscano inevitabilmente l’influenza dell’ambiente che ci circonda e, in una fase di transizione come quella autunnale, ciò è valido anche per l’equilibrio dell’intero organismo. Si pensi ai repentini cambi metabolici, il senso di spossatezza, talvolta quasi apatia! Un toccasana per il benessere mentale è sicuramente in primis quello di stare all’aria aperta, approfittare delle belle giornate per riprendere l’attività fisica (abbandonata nella calure estive) ed entrare maggiormente in contatto con la natura. Con l’autunno la psiche affronta un progressivo ripiegamento interiore, al contrario della spinta propositiva della primavera, ora l’io riflette su se stesso. Può rappresentare un decisivo momento di introspezione e miglioramento se lo si affronta con un atteggiamento positivo ed equilibrato. La malinconia non deve essere quindi un nemico, si può vivere con dolcezza e scivolare con fluidità sugli alti e i bassi propri di questa stagione. Il senso dell’equilibrio e della natura ciclica della vita è proprio dello yoga e della meditazione, che diventano un ottimo strumento da adoperare in questa fase dell’anno. Autunno: tanta acqua ed energy food! Il corpo e la mente cercano di adattarsi all’inverno che verrà, quindi è nostro compito fornirgli tutti gli strumenti di cui avranno bisogno. Una delle prime cose che si notano in questa fase è un lieve rallentamento del metabolismo e sensazioni di gonfiore, a volte persino di disgusto, o attacchi di fame improvvisi! La prima arma è sempre e comunque l’idratazione. Non si contano le volte che le star e le modelle parlano dell’acqua come la soluzione a tutti i problemi e (anche se sono alquanto esagerate) si può dire che tutto comincia da lì. Una buona idratazione aiuta il metabolismo, mantiene la pelle idratata e fa smaltire meglio le tossine. Molto consigliati sono anche i cibi che apportano energia al corpo. Fanno al caso nostro le uova, ricchissime di vitamina B, le arance per la vitamina C e la frutta secca che è ricca di proteine. Via libera ai semini di tutti i tipi e dimensione: a base di frutta secca, semi di zucca, mandorle, noci, semi di sesamo. Rappresentano un po’ l’essenza della stagione che si lascia alle spalle la vita vissuta e semina nuovi propositi e idee su cui lavorare. La zucca in tavola non può mancare nei periodi down! Ricca di beta carotene, omega 3 e vitamine, contrasta l’ansia e lo stress, per non parlare delle sue proprietà antiossidanti. Invece le fibre, la melagrana, le castagne, le arance e le crucifere sono ideali per preparare il corpo all’inverno grazie all’azione di rafforzamento del sistema immunitario. La salute passa per la pelle del viso! Per prenderci cura del nostro corpo e della nostra pelle, bisogna inevitabilmente cominciare dal viso. La pelle è molto delicata e sensibile agli sbalzi […]

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Cucina e Salute

Miele di Melata, proprietà e benefici

Scopriamo l’uso, le proprietà e i benefici del miele di Melata, un alimento ricco e prezioso adatto a ogni età. Come si forma il miele di melata? A differenza di quello comune il miele di melata non è prodotto dagli alveari, ma dalle foglie di alberi come il pino, la quercia, l’abete rosso, e l’acero. Sulle foglie di questi alberi vanno a poggiarsi alcuni insetti che le incidono e ne succhiano la linfa, rilasciando una sostanza zuccherina detta proprio melata. Questa viene in seguito raccolta dalle formiche e dalle api che la rielaborano trasformandola in miele. Questo miele viene prodotto prevalentemente in ambienti dal clima temperato come la Foresta nera in Germania, ma anche nei boschi delle regione italiani come la Romagna. Non a caso il nome con qui è conosciuto è anche “miele di bosco”, in riferimento alla zona in cui questo  viene prodotto. Quali sono le proprietà e i benefici? Rispetto al miele d’ambrosia, quello che viene prodotto negli alveari, questo tipo di miele presenta caratteristiche del tutto differenti. Innanzitutto ha una consistenza scura, tendente al nero, è molto denso e ha un sapore amarognolo, quindi molto “rustico”. Grazie alla sua alta concentrazione di sali minerali e oligoelementi, il miele di melata è una fonte inesauribile di proprietà benefiche per tutte le età. Viene spesso consigliato ai diabetici dal momento che, rispetto a quello normale, ha un indice glicemico molto basso. Viene anche indicato agli sportivi e chi segue uno stile di vita vegano dal momento che aiuta a recuperare i sali minerali che si perdono durante l’attività fisica. Il miele d melata è anche un ottimo rimedio per la tosse e la bronchite èd è un validissimo alleato contro l’invecchiamento cellulare, combattendo il fenomeno dello stress ossidativo. Anche per gli studenti e per chi deve concentrarsi molto il miele di melata è adatto, poiché protegge il sistema nervoso e aumenta la memoria e la concentrazione. Inoltre, regolando la flora intestinale, previene qualsiasi problema legato alla digestione. Come si usa? Il miele di melata può essere usato al posto dei comuni dolcificanti. Su una fetta di pane tostato, per esempio, invece della marmellata si può tranquillamente spalmare un po’ di questa crema scura, ma possono arricchire di gusto anche lo yogurt e le bevande come il tè e le tisane. Ovviamente nella scelta del miele bisogna fare molta attenzione. Innanzitutto non si trova sempre nei supermercati e nelle catene della grande distribuzione, ma solo nelle erboristerie, nei negozi di alimenti biologici e su internet. Inoltre è consigliato acquistare miele di melata biologico ed evitare quello che viene prodotto in prossimità di città e di grandi centri urbani, poiché potrebbe essere contaminato dai metalli tipici dell’inquinamento industriale. Immagine copertina: Pixabay

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Cucina e Salute

Ricette autunnali vegane: tante idee gustose e saporite

L’autunno è una delle stagioni più amate dopo l’estate, sia per l’atmosfera che l’accompagna, sia per le tante ricette che si possono gustare. Ovviamente non tutti hanno i medesimi gusti culinari ed infatti, aumentano sempre più le persone che scelgono uno stile di vita vegano. Le ricette autunnali vegane sono tante, nonostante si possa pensare il contrario, ognuna caratterizzata da ingredienti ovviamente non di origine animale, ma particolarmente apprezzati e gustosi. Ricette vegane autunnali: non solo legumi Gli elementi cardine delle ricette autunnali adatte ad una dieta vegana, sono costituiti dai legumi, quasi sempre utilizzati in ogni preparazione. Presenti in ogni stagione, anche in autunno, le maxi-insalatone, con verdure, semi e noci, cui unire qualche fetta di pane per un pasto completo. Esempi: insalata di patate, rucola e ceci; di radicchio rosso, finocchi, mele, noci e senape; di carote, uvetta e pinoli; di rucola, pomodori, olive nere, tofu affumicato; di lattuga, avocado, fagioli neri, pomodori, cipolla, cumino. Ricordiamo che l’autunno segna la fine dell’estate, periodo ricchissimo di verdure ed ortaggi profumati, ma anche l’autunno non è da meno. Basta pensare a tutti i tipi di cavolo, radicchio, rape, per non parlare di finocchi, patate di ogni tipo, funghi e zucche. Infatti, a tal proposito, uno dei piatti vegani più amati e conosciuti, è la cosiddetta vellutata di zucca con crostini, curcuma, sesamo, noce moscata e tanto altro ancora. Ottenere una crema di zucca è semplicissimo, sarà sufficiente farla cuocere con un soffritto a base di aglio, olio (preferibilmente evo) e qualche pomodorino. Una volta cotta la zucca, frullare tutto, aggiungendo un filo d’olio a crudo e qualche crostino di pane raffermo o semplicemente pane aromatizzato e saltato in padella. Una ricetta autunnale semplice e che si presta perfettamente al clima suggestivo che si respira durante questi mesi. Si tratta di una preparazione che porta via poco tempo, quindi adatta a chi lavora, o studia, ma anche a quanti preferiscono gustare qualcosa di saporito che però non appesantisca troppo. Quando la cucina tradizionale si adatta alla cucina vegana La cucina italiana si caratterizza per la presenza di tanti piatti gustosi che allettano il palato dei commensali. Tante ricette a base di carne o pesce, che però ben si prestano, ovviamente eliminando gli alimenti animali, alle ricette vegane. A tal proposito, una delle preparazioni più originali, una vera e propria rivisitazione di un piatto di mare, sono le orecchiette con cime di rapa e acciughe, sostituite da un alimento piuttosto originale; ma procediamo con ordine.  Per quanto riguarda gli ingredienti, serviranno le orecchiette, gli spinaci, aglio, olio, peperoncino e anziché le acciughe, si utilizzeranno le alghe, che ricordano il mare della versione tradizionale, ma che trasformeranno il piatto in una perfetta combo vegana. Un’altra ricetta vegana molto interessante è basata sul farro, utilizzato come ingrediente principale di un’insalata. Il farro è un cereale dalle proprietà benefiche, la cui coltivazione è molto antica; esso è una componente importantissima della cucina vegana, utilizzato anche per zuppe e dolci, in quanto molto versatile. Infatti, il […]

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Cucina e Salute

Vuoi una pelle senza imperfezioni? Scopri come ottenerla

La pelle del viso non appare sempre curata e luminosa come vorremmo. Punti neri, arrossamenti, brufoletti e imperfezioni spesso ne deteriorano vistosamente l’aspetto, facendola apparire più trascurata e spenta. Ma il modo per minimizzare i difetti c’è. La pelle rispecchia la salute e il benessere di ogni persona. Stress e stanchezza, cambiamenti ormonali o mancanza di riposo tendono ad accentuare rughette e segni di espressione finendo con il contribuire all’insorgenza di arrossamenti e imperfezioni che ne rovinano l’aspetto. Ecco i segreti e le migliori strategie per trattare le impurità della pelle e farla apparire al meglio. Come trattare eventuali imperfezioni Poter avere ogni giorno una pelle uniforme, elastica, luminosa e idratata è il risultato di tanti fattori diversi. Uno stile di vita attivo ed equilibrato e un’alimentazione corretta, ricca di vitamine e minerali contribuiscono infatti al benessere psicofisico generale influenzando anche l’aspetto dell’epidermide. Nonostante ogni attenzione, in ogni caso, può succedere di vedersi comparire un piccolo brufolo o un’altra imperfezione non voluta. Ecco qualche semplice rimedio da tener presente all’occorrenza. Indipendentemente dall’applicazione dei prodotti cosmetici che ciascuno sceglie in base alle esigenze del proprio tipo di pelle, si può ricorrere a ricette naturali che possono coadiuvare i trattamenti abituali potenziandone gli effetti. Una volta a settimana, ad esempio, si può usare sulla pelle del viso un esfoliante naturale delicato, ottenuto mescolando con un po’ d’acqua due cucchiai di avena e uno di bicarbonato. Il composto ottenuto, massaggiato delicatamente sulla pelle del viso e lasciato in posa un quarto d’ora prima di essere risciacquato, aiuta a mantenere l’epidermide morbida e levigata. Grazie a una periodica esfoliazione la pelle si libera dalle cellule morte e viene stimolata a rigenerarsi mantenendosi più vitale ed elastica. Combattere i rossori A volte, con il cambiare delle stagioni o ai primi freddi, la pelle subisce una situazione di stress che si manifesta con la comparsa di piccole macchie e rossori. L’ideale è usare quotidianamente una crema protettiva idratante che eserciti un buon effetto lenitivo e addolcente, riducendo il rossore. Una soluzione naturale che addolcisce la pelle mostrandola da subito più compatta e uniforme si ottiene preparando un infuso a base di acqua bollente, rosmarino e miele. Basta portare ad ebollizione un po’ d’acqua, sciogliervi tre cucchiai di miele e immergervi qualche rametto di rosmarino. Non appena la soluzione sarà tiepida si potrà applicare con un batuffolo di cotone sul viso lasciandolo agire per una decina di minuti. Dopo tale arco di tempo la pelle andrà risciacquata con acqua tiepida e apparirà da subito meno arrossata, più addolcita e uniforme. Scegliere il trattamento giusto Se il problema delle imperfezioni sulla pelle è ricorrente e la pelle appare spesso rovinata da brufoletti e punti neri, è bene scegliere un tipo di trattamento specifico. Garnier propone una linea completa di prodotti concepiti per trattare al meglio la pelle con tendenza a brufoli e punti neri: dai detergenti alle creme idratanti c’è quanto occorre per agire quotidianamente in modo sempre attento e rispettoso delle esigenze individuali. Con il giusto trattamento […]

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Culturalmente

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Christopher McCandless: uno dei più grandi viaggiatori di tutti i tempi

Christopher McCandless, anche noto come Alexander Supertramp è stato un viaggiatore statunitense che dopo aver concluso gli studi, è partito per un viaggio in tutta la parte ovest degli Stati Uniti d’America e che aveva come unico obiettivo l’Alaska. Località che egli raggiungerà dopo un bel po’ di mesi nell’aprile del 1992 e che però sarà per lui fatale. Christopher McCandless: Nelle terre selvagge Christopher McCandless è un giovane americano che abita in Virginia, proveniente da una famiglia benestante e che nel 1990 si laurea con un voto molto alto all’Università Emory con una specializzazione in Storia ed Antropologia. Appena dopo la laurea decide di mollare tutto e di partire con la sua auto (una Datsun B210 gialla del 1982) con la quale amava fare viaggi, dopo aver donato 24mila dollari di risparmi all’Oxfam. L’auto dopo poco però fu ritrovata nel deserto del Mojave e molto probabilmente il ragazzo aveva abbandonato l’auto poiché inutilizzabile a causa di un’inondazione proveniente dal fiume accanto al quale si era accampato. Continuò il suo viaggio portando con sé solo i suoi documenti d’identità e camminando a piedi e facendo l’autostop, girovagò tra Stati Uniti occidentali e Messico settentrionale. Fino ad arrivare poi nell’aprile del 1992 nei boschi dell’Alaska, nel parco nazionale del Denali, dove trovò un bus abbandonato che soprannominò ”Magic Bus” e nella quale trovò oggetti semplici da campo, ma utili alla sopravvivenza come un fucile, una sacca di riso, un libro sulle piante commestibili del luogo ed una mappa del luogo. Dopo alcuni mesi, verso luglio, il giovane decise di ritornare a casa, ma dopo aver camminato per due giorni arrivò al fiume che aveva attraversato qualche mese prima, ma si rese conto che a causa del disgelo dei ghiacciai, il fiume era in piena e quindi non gli fu possibile oltrepassarlo e fu costretto a ritornare al Magic Bus. Nel settembre del 1992, due cacciatori ritrovarono il cadavere di Christopher McCandless che era già morto da due settimane e pesava circa 30 kg. La versione ufficiale sulla morte di Christopher è che egli sia morto di fame, ma alcuni parlano anche di freddo o del fatto che egli abbia potuto ingerire dei frutti di una pianta velenosa confondendoli con dei fagioli. Accanto a lui, nel vecchio autobus, furono ritrovati numerosi appunti scritti da lui, una macchina fotografica con cui aveva effettuato degli autoscatti, alcuni libri ed altri oggetti utili alla sopravvivenza. «Non amo di meno l’uomo, ma di più la Natura» Con questa frase di Lord Byron inizia il film diretto da Sean Penn sulla vita di Christopher McCandless: Into the wild – Nelle terre selvagge. Un film, di sicuro meno dettagliato del libro originale Nelle terre estreme scritto da Jon Krakauker e pubblicato nel 1997, ma che è stato molto discusso poiché il regista ha dovuto aspettare dieci anni prima di poter girare il film dato che la famiglia del giovane era restia a portare nelle sale cinematografiche la storia di loro figlio. Ma dietro tutto ciò vi era nascosto anche […]

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Culturalmente

Ceci n’est pas une pipe: la genialità del pittore surrealista René Magritte

Ceci n’est pas une pipe: o anche una delle opere che più hanno segnato la storia del surrealismo in epoca moderna. Si tratta di un quadro (olio su tela) dell’artista belga René Magritte, più noto con il titolo ”La trahison des images”, creato tra il 1928-29 ed attualmente esposto nel Los Angeles County Museum of Art in Los Angeles (Stati Uniti D’America). L’opera fu realizzata quando l’artista aveva trent’anni e rappresenta una pipa dipinta su uno sfondo monocromo e sotto la scritta (che ha creato enormi discussioni): Ceci n’est pas une pipe (in italiano: questa non è una pipa). Ceci n’est pas une pipe: la rivoluzione surrealista Citando lo stesso Magritte, egli sottolinea questa dicotomia ed afferma: ”Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”. Da ciò si può spiegare quello che era il reale intento dell’artista, ovvero quello di marcare la differenza tra una rappresentazione ed un oggetto reale poiché la pipa rappresentata non è una pipa reale bensì una raffigurazione pittorica dato che se si osservasse il quadro, senza la rivoluzionaria didascalia, alla domanda ”che cos’è?”, ognuno risponderebbe ”è una pipa”; invece l’artista vuole marcare il concetto che le due cose hanno proprietà e funzioni spiccatamente differenti. Egli punta il tutto sulla differenza di tangibilità e consistenza che il mondo della realtà ha con quello dei segni, invitando nello stesso tempo alla riflessione sulla complessità del linguaggio. Magritte con quest’opera va oltre gli schemi della pittura classica secondo cui vi era un legame indissolubile tra l’immagine e la realtà. L’artista non solo lo nega, ma dà la chiara dimostrazione del contrario, andando contro tutti i preconcetti e portando anche con sé, invece, un concetto profondo sul linguaggio e sulla comunicazione umana in quanto molto spesso i codici verbali e non verbali, per essere quanto più pratici ed operativi possibili si adeguano alla realtà e si ”semplificano”. Queste semplificazioni portano poi nell’oggetto un deficit comunicativo che è quello che Magritte continuerà sempre a sottolineare la differenza tra le due cose che, per quanto possa risultare banale, non lo è assolutamente se si analizzano i fattori linguistici che fanno di questa dicotomia una delle rivoluzioni più forti dell’arte moderna. Il quadro mette in contrasto l’atto di leggere e l’atto di guardare, facendo dell’uno la negazione dell’altro ed, inoltre, fa da stimolo per l’intelletto poiché pone un enigma così intrinseco di fondamenti logici e linguistici che fa della pittura un mezzo di conoscenza.   Fonte immagine: https://www.tumblr.com/privacy/consent/begin?redirect=https%3A%2F%2Fwww.tumblr.com%2Ftagged%2Fquesta-non-%25C3%25A8-una-pipa

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Re e regine inglesi: tra storia, politica e intrighi

Re e regine inglesi siedono sul trono britannico da più di mille anni, ma storicamente non è possibile stabilire chi sia stato il primo monarca del Regno unito. La monarchia britannica è un regime parlamentare dal 1215, quando con la Magna Charta vennero istituite la House of Commons e la House of Lords, le due camere del Parlamento. Il monarca è comunque riconosciuto come capo di stato, per quanto il suo potere sia ad oggi limitato dal parlamento e dalla costituzione. Il re è fonte del potere esecutivo, legislativo e giudiziario del Regno Unito. Tuttavia, la sovranità completa non risiede più nel monarca dal 1689, anno di approvazione del Bill of Rights, che stabilì il principio di sovranità parlamentare. La regina Elisabetta II, attuale monarca del Regno unito, salì al trono alla morte di suo padre, re Giorgio VI, il 6 febbraio 1952. A lei e alla sua famiglia spettano ad oggi varie mansioni ufficiali, cerimoniali e diplomatiche oltre che di rappresentanza, come conferire onorificenze e nominare il primo ministro. Il re o la regina sono inoltre tradizionalmente a capo delle Forze armate britanniche. Attualmente in Gran Bretagna la monarchia vede sicuramente ridotto il suo ruolo rispetto al passato, puramente formale e svuotato di significato. Eppure la monarchia in Gran Bretagna suscita ancora un ampio consenso nella popolazione (o nei suoi sudditi), forse come simbolo di unione e patriottismo. Ma guardando a ritroso alla storia della Gran Bretagna, ripercorriamo insieme il succedersi di re e regine inglesi che hanno lasciato un segno nella storia ormai da secoli. Re e regine inglesi: i più famosi Guglielmo I, detto anche Guglielmo il Conquistatore fu Duca di Normandia dal 1035 con il nome di Guglielmo II e re d’Inghilterra dal 1066 fino alla morte. Definito il Conquistatore ancor prima di diventare re, per le vittorie sui Bretoni, venne anche definito il Bastardo perché nato da un’unione non riconosciuta dalla Chiesa. Guglielmo ascese al trono d’Inghilterra dopo la vittoria nella battaglia di Hastings, le cui gesta sono immortalate nel famoso Arazzo di Bayeux. Con il suo regno ebbe inizio la dinastia dei Normanni, dalla quale discendono tutti i sovrani d’Inghilterra. Riccardo I d’Inghilterra, noto anche con il nome di Riccardo Cuor di Leone è stato re d’Inghilterra dal 1189 fino alla sua morte. Era il terzo dei cinque figli maschi del re Enrico II d’Inghilterra e della duchessa d’Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, Eleonora. Riccardo era, per parte di madre, il fratellastro minore di Maria di Champagne e di Alice di Francia. Era anche il fratello minore di Guglielmo, Conte di Poitiers, di Enrico e di Matilda d’Inghilterra, e il fratello maggiore di Goffredo II, Duca di Bretagna, di Leonora d’Aquitania, di Giovanna d’Inghilterra e di Giovanni senza terra. Nonostante fosse nato in Inghilterra, dove trascorse l’infanzia, la maggior parte della sua vita adulta la passò nel Ducato d’Aquitania, nel sud-ovest della Francia. Fu uno dei comandanti cristiani della terza crociata. Enrico di Monmouth fu re d’Inghilterra dal 1413 alla sua morte. Nonostante la brevità del suo regno, la sua azione […]

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Culturalmente

Don Chisciotte e i mulini a vento, battaglia contro le illusioni

Il celebre episodio di Don Chisciotte e i mulini a vento è all’origine di uno dei modi di dire più celebri della nostra lingua. “Lottare contro i mulini a vento”. Capita spesso di leggere o di sentire pronunciata questa espressione con il significato di intraprendere una guerra futile, inutile e che non esiste. L’origine è da ricercare in una delle opere letterarie più importanti e famose della letteratura spagnola: il Don Chisciotte della Mancia, scritto da Miguel de Cervantes nel XVII secolo. Don Chisciotte e i mulini a vento. Analisi dell’episodio Il romanzo di Cervantes vede come protagonista Alonso Quijiano, un nobiluomo (in spagnolo hidalgo) con la passione per i romanzi cavallereschi. Egli si lascia rapire da quelle pagine fatte di duelli e amori al punto da divenire lui stesso un cavaliere errante, spinto dalla necessità di una crociata contro il male che alberga nel mondo. Così adotta il nome di Don Chisciotte della Mancia, si procura un destriero che chiama Ronzinante e coinvolge nella sua impresa Sancho Panza, un umile contadino a cui promette un’isola come ricompensa. Inoltre, come ogni cavaliere che si rispetti, dedica le sue eroiche imprese a una damigella: Dulcinea del Toboso che altri non è se non una popolana. Le avventure di Don Chisciotte non si possono definire gloriose come quelle dei romanzi da lui letti. Il più delle volte si risolvono in disastri e guai causati dalla follia che si è impossessata della mente del protagonista e che rimodella la realtà che si trova davanti. Tutto ciò si esplicita in uno degli episodi più celebri dell’intero romanzo: la lotta contro i mulini a vento, narrata nel primo libro dell’ottavo capitolo. Don Chisciotte e Sancho Panza stanno cavalcando, quando l’improvvisato cavaliere osserva in lontananza una trentina di figure gigantesche. Si tratta di mulini a vento che, nonostante il suo fido scudiero glielo faccia notare più volte, il cavaliere scambia per dei giganti con delle enormi braccia e si impone di ucciderli. Così carica il fido Ronzinante e indirizza la punta della propria lancia verso una delle pale rotanti. Il risultato è prevedibile: la lancia rimane incastrata tra le pale e si spezza, facendo cadere Chisciotte e il suo destriero rovinosamente a terra. Il folle cavaliere però è convinto che in realtà i giganti abbiano mutato forma appositamente per ingannarlo e continua imperterrito a sostenere la sua tesi davanti a un rassegnato Sancho Panza. La lotta contro i mulini a vento, una lotta contro le illusioni L’episodio appena narrato è aperto a una moltitudine di significati, ma tra tutti prevale quello che è entrato nel linguaggio comune: lottare contro i mulini a vento, ovvero “intraprendere una battaglia inutile e impossibile da vincere”. Nell’insensato duello di Don Chisciotte contro i mulini a vento si cela una battaglia futile contro le illusioni o, per meglio dire, contro un nemico che non esiste. Ancora oggi quando vogliamo descrivere una situazione talmente difficile da cui è impossibile uscirne da vincitori si dice “lottare contro i mulini a vento”, per evidenziarne […]

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Pochette e clutch targate Carpisa: un accessorio ideale per le occasioni speciali

Non importa che siano della grandezza necessaria per contenere l’indispensabile: le pochette e le clutch sono diventate degli scrigni preziosi che nascondono il segreto dell’eleganza. Questa tipologia di borsette nasce come l’accessorio da donna perfetto per una cerimonia, diventando nel tempo un must have per ogni occasione, soprattutto per quelle donne che preferiscono l’essenziale senza rinunciare alla raffinatezza. Le pochette e clutch eleganti che propone Carpisa hanno un design minimalista che può essere abbinato sia con un outfit giornaliero sia con un look più formale e da sera. La loro particolarità sta appunto nella possibilità di inserire al loro interno quei pochi elementi dell’universo femminile, ma ai quali nessuna donna può rinunciare. Il nome di questa tipologia di borsetta deriva dalla sua caratteristica principale, ovvero che dovrebbe essere portata a mano ma non mancano i modelli dotati di tracolla e manici regolabili, perfetti da indossare a spalla nel tempo libero. Nonostante le loro dimensioni ridotte, le borse a pochette e le borsette a clutch Carpisa si rivelano incredibilmente utili, specialmente durante le giornate più impegnative e scandite da innumerevoli appuntamenti e commissioni da sbrigare e per gli eventi galanti e sofisticati. La differenza tra pochette e clutch   Sebbene sembrino molto simili, hanno alcune caratteristiche che le rendono diverse tra di loro. Le borse a pochette sono delle mini borse di tessuto morbido o rigido, quasi sempre accompagnate da una tracollina o da un manico. Sono molto semplici da abbinare sia con vestiti casual come i jeans che con abiti lunghi e raffinati. Per la sera, invece, è preferibile utilizzare una pochette con dettagli luminosi o le borsette a clutch. Queste sono molto piccole e senza manici, sono per lo più rigide, hanno la chiusura ad anello o a scatto e possono presentare una zip all’interno, perfette per conciliare versatilità ed eleganza. Borsette Carpisa da giorno: sobrietà e fascino   I modelli di borsetta a mano Carpisa si contraddistinguono per la loro sobrietà. Sono un accessorio ideale per qualsiasi occasione. Le pochette da giorno hanno colori vivaci e sono molto funzionali, come ad esempio le pochette in pelle in tinta unita o con fantasie, morbide e comode. Queste pochette da donna e da ragazza sono dotate di tasche esterne, hanno la tracolla staccabile per essere indossate su una spalla o portata a mano, a seconda dell’occasione. Questi modelli donano al look freschezza e vivacità; inoltre, grazie alla presenza di scomparti interni e tasche con zip, ogni donna può organizzare al meglio il contenuto e trovare in pochi istanti anche gli oggetti più piccoli. Pochette e clutch Carpisa da sera e da cerimonia: essenzialità ed eleganza   Per una cena di lavoro, un appuntamento galante, una serata tra amiche e specialmente per una cerimonia, Carpisa propone pochette rigide e clutch a catenella, dotate di una tasca aggiuntiva per riporre lo smartphone o le chiavi. Realizzate in tinta unita con dettagli frontali come le fibbie, sono un accessorio che unisce la grinta all’eleganza. La lavorazione della pattina in coccodrillo o in pelle […]

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Monnalisa, il marchio italiano giunge su Stileo.it

Monnalisa, da 52 anni leader nel settore dell’abbigliamento per l’infanzia, propone il proprio catalogo sul sito Stileo.it Fondato ad Arezzo nel lontano 1968 da un’idea del presidente del consiglio di amministrazione Piero Iacomoni e della direttrice artistica Barbara Berocci, Monnalisa è un marchio d’abbigliamento di fascia alta che in pochi anni si è imposto non soltanto in Italia, ma in ogni parte del mondo: dalla città natale agli Stati Unit,i passando per la Russia e la Turchia, Monnalisa è divenuto un nome facilmente riconoscibile e apprezzato da tutti grazie all’entusiasmo dei dipendenti che vi lavorano e all’alta qualità dei prodotti confezionati. Il segreto di tale successo? L’intuizione di aprire dei punti vendita monomarca, in modo da ridurre la competizione con gli altri marchi (e Monnalisa è stata la prima azienda italiana a mettere in pratica questa idea) e che le hanno permesso di imporsi nell’ambito childrenswear femminile, ovvero quello dell’abbigliamento dell’infanzia suddiviso in tre linee: Monnalisa bebè, riservata alle bambine fino ai 18 mesi e comprendente tutine, abitini e body color realizzati in cotone. Alle bambine dai 2 ai 12 anni è riservata Monnalisa Chic, quella che è anche conosciuta come la linea “originale” comprendente jeans, giubbotti in pelle e camicette molto colorate. Infine c’è Jakioo, linea riservata alle ragazze dai 13 ai 16 anni comprendente anche essa jeans, tutte e abiti per feste, cerimonie importanti e altre occasioni. Ma c’è anche spazio per l’abbigliamento maschile con due linee d’abbigliamento che vanno rispettivamente dai 0 ai 18 mesi e dai 2 ai 14 anni. Il minimo comune denominatore di tutte queste linee d’abbigliamento è senza dubbio la qualità, l’attenzione per i dettagli e la cura che vengono riservati a ogni capo, soddisfando sia le giovani indossatrici che le loro mamme. A ciò va aggiunta la garanzia di trovarsi davanti ad abiti al passo con i tempi e contraddistinti dalle onnipresenti stampe con protagonisti i personaggi della Banda Disney e con Olivia e Braccio di Ferro, soggetti che di certo non passano inosservati. Monnalisa giunge su Stileo.it Dopo essersi espansa a macchia d’olio un po’ su tutti e cinque i continenti Monnalisa, come ogni brand che si rispetti, si avvicina alle nuove tecnologie e oltre ad avere una pagina Facebook è anche entrata nel catalogo di Stileo.it, il più importante sito aggregatore di prodotti di fashion italiani che vanta collaborazioni con colossi quali Amazon, Yoox, Farfetch, Raffaello Network, iKRIX, Asos, Maxi Sport, Liu Jo, Guess, Quellogiusto, B-Exit, Maxstyle e molti altri. Il catalogo Monnalisa è vasto, comprendente abiti appartenenti a tutte le fasce d’età. Dalle tutine ai body per neonati ai pantaloni sportivi (dai 3 ai 16 anni), senza dimenticare le scarpe come gli stivaletti, gonne, cappellini  le borse a tracollo. Monnalisa giunge su Stileo.it in pompa magna, proponendo il meglio del meglio della propria collezione tramite prodotti di qualità, contrassegnati da colori vivaci e da una tendenza verso uno stile glamour, elegante e raffinato. Insomma, per le bambine che vorranno distinguersi e le mamme che vorranno dare un tocco di […]

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Auto e intelligenza artificiale: automobile.it presenta “Guido”, il primo assistente virtuale alla scelta dell’auto  

Tra le ultime tendenze in campo tecnologico troviamo senza dubbio l’intelligenza artificiale, il cui mercato nella sola Italia vale già più di 200 milioni di euro ed è in forte crescita. Anche nel settore automotive le applicazioni dell’AI sono in continua crescita – anche se sinora hanno riguardato soprattutto guida e diagnostica delle vetture. Ad allargare ulteriormente le aree di applicazione di questa innovativa tecnologia ci penserà “Guido”, assistente virtuale unico nel suo genere lanciato questo settembre da automobile.it – sito di annunci di proprietà del gruppo eBay. “Guido”, intelligenza artificiale con la quale è possibile comunicare tramite chat, aiuterà l’utente nella fase di ricerca della sua prossima vettura – indirizzandolo verso il mezzo più appropriato alle proprie esigenze. Per capire l’utilità di una simile tecnologia basta pensare a quanto sia complicato orientarsi tra i vari modelli di automobile e le decine di allestimenti e motorizzazioni oggi in commercio. L’assistente virtuale presente sul magazine online di automobile.it, dopo aver posto alcune domande all’utente e aver ascoltato le sue esigenze, è in grado di selezionare gli annunci delle vetture che rispondono alle caratteristiche e al budget individuati con estrema rapidità, velocizzando un processo che avrebbe altrimenti richiesto all’utente svariate ore. “Guido” (disponibile gratuitamente accadendo a questa pagina del magazine) può gestire migliaia di conversazioni in contemporanea ed elaborare in tempo reale le informazioni rilasciate dagli utenti, così da fornire un aiuto personalizzato e concreto.   Ma questa è solo una delle tante possibili applicazioni dell’AI per il settore automotive. Dal momento dell’acquisto si passa infatti a quello della guida: la tecnologia diventa essenziale per i nuovi sistemi di sicurezza e di comfort, tanto che secondo delle recenti analisi entro il 2025 il 98% dei veicoli sarà connesso e a distanza di altri 10 anni il 75% sarà a guida autonoma. Proprio quello della guida autonoma è oggi un tema molto discusso, visti i diversi passi in avanti fatti solo negli ultimi anni che hanno introdotto sistemi di assistenza alla guida sempre più avanzati. Oggi alcune automobili sono capaci di leggere la strada, capire i segnali e prevedere eventuali imprevisti o difficoltà a seconda della situazione in cui ci si trova, aumentando di conseguenza la sicurezza a bordo. L’intelligenza artificiale applicata al mondo dell’automobile si trova, dunque, solo all’inizio del suo percorso e ha ancora molto da offrire tra nuovi servizi e tecnologie sempre più all’avanguardia.

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Etichette adesive personalizzate, cosa sono?

Qualcuno disse, e tanti altri in seguito hanno ripreso questa frase al punto da farla poi diventare un luogo comune famosissimo, che “L’abito non fa il monaco”. Beh, in fondo in fondo un po’ mentiva e sapeva di farlo. Perché la prima cosa che vediamo di una persona, ma anche di un oggetto, di una casa, di un’auto e di qualsiasi cosa ci circondi, ci dà già una immediata sensazione da tanti punti di vista: facciamo inconsciamente una prima valutazione fondata su una impressione epidermica. Certo, non possiamo e non dobbiamo prenderla per oro colato, e dobbiamo sicuramente essere sempre pronti a cambiare idea o a ricrederci (per le persone ma anche per le cose), perché poi il contenuto può essere anche molto diverso da quello che ci aspettavamo, ma rimane il fatto che il primo sguardo ha sempre il suo importante peso nella nostra mente. Quindi in questo articolo parleremo di questo? Non proprio ad essere onesti, in realtà stiamo per parlarvi di etichette adesive personalizzate: queste ultime rappresentano esattamente ciò che mostriamo immediatamente di un prodotto commerciale o di qualsiasi oggetto, anche privato, ed è importante dare il giusto peso a questo elemento. Le etichette adesive personalizzate Le etichette adesive sono un ottimo strumento di presentazione di un qualsiasi prodotto, forse il primo che guardiamo, rappresentano in pratica il volto di un oggetto. Lì possiamo trovare tutto ciò che abbiamo bisogno di conoscere per poter scegliere con attenzione se quel prodotto fa proprio al caso nostro. Sulle etichette personalizzate infatti puoi inserire il nome della tua Azienda e del prodotto contenuto nel pack, descrivendo le sue caratteristiche e tutte le altre info necessarie: qualora si tratti di prodotti alimentari, ad esempio, sull’etichetta troverai gli ingredienti, la data di preparazione e di scadenza, le modalità di utilizzo e tutto ciò che vuoi che i tuoi clienti sappiano. Inoltre, grazie alle etichette personalizzate puoi inserire il tuo logo, che è l’immagine che ti rappresenta e attraverso la quale le persone sono in grado di riconoscerti con una sola occhiata, puoi scegliere il colore che più ti rappresenta, aumentare la personalizzazione con delle scelte grafiche e stilistiche che diano un carattere ai tuoi prodotti e renderli più visibili all’interno di una esposizione dove è necessario che risalti rispetto ai concorrenti. La qualità di stampa Prima di mandare in stampa etichette adesive ovviamente puoi scegliere ogni singola caratteristica delle stesse perché vengano perfettamente incontro alle tue esigenze: affidarsi a professionisti del settore vuol dire ottenere sempre una elevatissima qualità di stampa e, di conseguenza, una giusta qualità del prodotto. Puoi ovviamente scegliere la tipologia di etichette da stampare che preferisci e che più si adatta alle tue necessità: esistono infatti etichette a foglio, consigliate nel caso in cui il volume di stampa sia molto ridotto, e etichette adesive in bobina, le quali vengono realizzate su un supporto che al termine della fase di produzione viene arrotolato facilitandone il successivo utilizzo in serie: queste etichette sono davvero molto semplici da applicare, ad esempio, […]

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Libri

Libri

Il profumo sa chi sei, il nuovo libro di Cristina Caboni

Il profumo sa chi sei è il nuovo libro di Cristina Caboni, uscito qualche giorno fa per l’editore Garzanti. La storia riprende un filo già srotolato, quello della famiglia Rossini, o meglio delle sue donne, che l’autrice ci racconta nel suo romanzo d’esordio nonché bestseller europeo Il sentiero dei profumi. La storia riprende dove si era interrotta, ma questa volta il destino della protagonista, Elena Rossini, sembra essersi capovolto. Da giovane donna che si affaccia alla vita con il fardello di un passato ingombrante che le ha fatto perdere fiducia nell’amore, ma che ha piena consapevolezza di sé e delle sue passioni che diventano il suo mestiere, a donna smarrita, amata ma che non ha ancora fatto pace con i fantasmi del passato. Fil rouge indiscusso della narrazione è ancora una volta il profumo, che da costante indiscussa diventa variabile da riconquistare, e la sua riscoperta passa inevitabilmente per la riscoperta di sé, che forse risulta essere una rivelazione più che una acquisizione aprioristica. Non possiamo quindi fare a meno di seguire la scia e immergerci in un viaggio fisico e mentale, ma soprattutto olfattivo in grado di coinvolgere il lettore sin dalle prime pagine. Il profumo sa chi sei; il viaggio dei sensi per riscoprirsi Elena Rossini vive a Parigi e lavora in una boutique di profumi; il suo precedente negozio di profumi, dove creava fragranze personalizzate lo ha chiuso da poco. Da sempre l’olfatto è il suo strumento per decodificare il mondo; è quello che le è stato trasmesso sin da bambina, da sua nonna Lucia dove la madre l’ha lasciata e con la quale è cresciuta; nelle vene delle donne della famiglia Rossini scorre l’arte della profumeria; tutte conoscono i segreti, le virtù e le debolezze di ogni fragranza, e riescono in questo modo a combinarle nella giusta dose per creare qualcosa di unico e che ha un che di magico. Eppure è da tempo che Elena sente che quella magia è svanita; ha smarrito la strada e perdendo la sua arte e con essa la passione per le sue fragranze, Elena non riconosce più il suo posto, non sa più chi è. Ma una chiamata inaspettata sembra stravolgere i suoi piani e allo stesso tempo rispondere a una sua esigenza profonda, anche se inconsapevole. Sua madre Susanna, con la quale da sempre ha un rapporto conflittuale e dalla quale si sente molto distante, la invita a Firenze con una certa urgenza. Firenze è la città dove tutto ha avuto origine, dove Elena è cresciuta insieme alla nonna, dove ha imparato per la prima volta l’arte di famiglia, dove ha scoperto il suo talento. Firenze è anche il luogo dove il passato la aspetta al varco, annidato in quel palazzo dove hanno abitato tutte le donne della sua famiglia. Da qui partirà il suo viaggio, mentale e reale; in ogni luogo che visiterà, il profumo, che sente di aver smarrito, la accompagna e sembra quasi tracciare il percorso che la condurrà al centro di sé. Ogni persona […]

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Libri

Il gentiluomo inglese: recensione del libro

Il gentiluomo inglese è un libro di recente pubblicazione (giugno 2020) edito dalla casa editrice Valtrend editore (per la collana Romanzo storico). Il testo, scritto da Lucia e Maria Scerrato e liberamente ispirato alla vita di Thomas Ashby, può ascriversi al genere della narrativa storica. Il gentiluomo inglese: il testo Il gentiluomo inglese, fedelmente a quanto segnalatoci già in seconda di copertina («È un racconto che attraversa un secolo di storia e che mescola una realtà attentamente ricostruita ad una buona dose di finzione narrativa») è un testo intessuto “dal vero”: di fianco alla fictio letteraria – fatta di intrecci narrativi d’invenzione – corre la realtà storica, piano d’appoggio per la trama del testo. La favola del romanzo, incuneato in un preciso contesto storico, vuole innestarsi nelle storie veridiche dell’archeologo Thomas Ashby, direttore dell’Accademia Britannica di Roma (centro di studi per l’archeologia, la storia e la cultura dell’Italia e per l’arte e l’architettura contemporanee) e autore di monografie di archeologia e di numerosi contributi scientifici in topografia antica, architettura rinascimentale e urbanistica laziale. Di rilievo particolare è, inoltre, la commistione linguistica operata dalle autrici, che fa de Il gentiluomo inglese un esempio di testo in cui le autrici scelgono di cimentarsi nella tecnica narrativa della commutazione di codice, ripresa di un certo stile neorealista o verista di letteratura che ricalca il fenomeno linguistico omonimo. Insieme alla storia, all’arte, alla cultura, le autrici Lucia e Maria Scerrato, parlano di amore: è proprio questo sentimento a bagnare le pagine, una a una, man mano che la storia va avanti, man mano che la storia scende nel profondo; e l’amore è ciò che muove le vicende, che ne è l’aire: le due protagoniste – fanciulle omonime delle due autrici – vengono introdotte nei ricordi della loro cara zia – ricordi d’amore – attraverso l’apertura di una vecchia scatola contenente memorie: carteggi e lacerti diaristici che, seppur taciti, “interloquiscono” con le giovani fino al punto di motivare la ricerca dell’oggetto del romanzo: «E aprì il suo cuore per regalarci l’incanto di una narrazione intensa ed emozionante che, giorno dopo giorno, ci avrebbe avvinte per tutta quell’estate». Lo sviluppo delle vicende, si diceva, ha il suo abbrivo nella condivisione dei ricordi e nella scoperta di una storia, custode discreta e fedele di memorie del tempo che fu: un nodo classico, nella narrativa di questo genere, che porta a esiti tutti inscritti nel filone amoroso; questo sviluppo culmina in una conclusione che ci riporta praticamente al punto d’inizio: una sorta di spirale ci accompagna, ci sospinge e ci trattiene, per nulla lineare, come per nulla lineare è l’andamento personalissimo ed emotivamente denso del fenomeno mnestico, del ricordo («Quarant’anni dopo due donne si incontrarono per tornare ai tempi della loro adolescenza […] Si accomodarono alla scrivania, trassero dallo scrigno di latta le carte ingiallite dal tempo e si apprestarono a scrivere»). Un fatto particolare assume la scelta di iniziare la scrittura evocando, per mezzo di citazione, alcuni versi dell’intensissima poesia-canzone scritta da Mogol per le altrettanto intensissime musica e voce di Lucio Battisti: è con i passi di Pensieri e parole che […]

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Libri

Il mare senza stelle di Erin Morgenstern: una porta sulla magia

Il mare senza stelle è l’atteso nuovo romanzo  fantasy dell’autrice Erin Morgenstern, pubblicato in Italia da Fazi editore nella collana LainYa. Sebbene questa collana sia per lo più dedicata alla pubblicazione dei cosiddetti romanzi young-adult, Il mare senza stelle non rientra agevolmente in questa categoria, essendo un libro ben più complesso, nella trama e nella costruzione. Si tratta infatti di un romanzo formato da diversi nuclei narrativi che si alternano costantemente durante la lettura: abbiamo, da una parte, la storia del protagonista, Zachary Ezra Rawlins che si svolge nel presente ed ha una sua linearità, dall’altra troviamo una serie di racconti, fiabe, storie che, apparentemente, non hanno nulla a che fare con la vicenda principale ma che, alla fine, mostreranno di avere un senso. Il costante intrecciarsi di questi due piani narrativi, rende difficile il primo approccio a Il mare senza stelle ma, una volta superato il senso di smarrimento iniziale, si viene totalmente assorbiti dalla dimensione labirintica  e onirica tipica della Morgenstern. Il mare senza stelle- TRAMA Il romanzo si apre presentandoci il protagonista di uno dei due filoni narrativi principali: Zachary Ezra Rawlins, uno studente specializzando in Nuovi Media con una forte passione per la lettura e i videogiochi. Di indole abbastanza solitaria, Zachary ama frequentare la biblioteca universitaria e qui, in un’ala poco frequentata, scopre un vecchio libro, non particolarmente prezioso, con la copertina di seta sulla quale non è indicato né autore né anno di pubblicazione, ma solo il titolo: Dolci Rimpianti. Tornato al dormitorio, inizia la lettura, lasciandosi affascinare da racconti di prigionieri disperati, collezionisti di chiavi e adepti senza nome. Le storie contenute in Dolci rimpianti costituiscono il secondo nucleo narrativo del nostro romanzo, con una struttura a metà tra Se una notte d’inverno un viaggiatore e La storia infinita. Come accade nel romanzo di Ende, infatti, ad un certo punto Zachary trova un racconto, in Dolci Rimpianti, riguardante un episodio della sua infanzia, quando scoprì per caso un murales di una porta, che però era anche una porta vera, e che lui non ebbe il coraggio di aprire per vedere dove conducesse. In realtà, come avrà modo di scoprire nel corso del romanzo, quella porta conduce proprio nel Mare senza stelle, che è una sorta di mondo sotterraneo, nascosto nelle viscere della terra e visibile solo a chi sa cogliere gli indizi per poterlo trovare. Leggendo la sua storia in Dolci rimpianti, Zachary sente di dover cercare delle risposte, di dover trovare la porta e vedere finalmente cosa nasconde al di là e, una volta attraversata, si ritroverà completamente immerso in questo universo parallelo, fatto di stanze dentro ad altre stanze, come un vero labirinto, ma soprattutto fatto di storie. Il Mare senza stelle, infatti, custodisce tutte le storie del mondo, e Zachary scopre che c’è chi ha sacrificato tutto per proteggere questo regno ormai dimenticato (gli adepti di cui ha letto le storie nel volume trovato in biblioteca), trattenendo sguardi e parole per preservare questo prezioso archivio, e chi invece mira alla sua distruzione. Insieme […]

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Libri

Il segreto del castello, il nuovo giallo di Mariagrazia Giuliani

Uno scenario mozzafiato, un antico castello arroccato sul promontorio che domina il Golfo di Pozzuoli e una storia ricca di intrighi e misteri sono gli ingredienti de Il Segreto del Castello, ultimo romanzo della scrittrice campana Mariagrazia Giuliani. Il romanzo, pubblicato lo scorso febbraio per Valtrend Editore, fa rivivere le stanze del meraviglioso castello aragonese di Baia animandole di misteriosi echi e inquietanti segreti. Una storia che regala brividi e scuote la coscienza lasciando al lettore profondi interrogativi etici, ma allo stesso tempo una maledetta voglia di vedere con i propri occhi quegli stessi panorami e toccare con mano quelle stesse pietre. Il segreto del castello, trama Alessandro Donati è un giovane fotografo impegnato nella preparazione della sua prossima mostra personale a Parigi dedicata alla sua terra natia. Il suo arrivo al castello di Baia ha, dunque, un obiettivo ben preciso, trovare un luogo ritirato e tranquillo dove soggiornare durante la preparazione della sua mostra fotografica sui Campi Flegrei. L’impatto con il castello di Baia è da subito fortissimo e dominato da sensazioni contrastanti; le terrazze a picco sul mare e le possenti mura arroccate sul promontorio offrono, all’occhio curioso e attento del giovane fotografo, scorci mozzafiato su un golfo acceso dai colori di inizio autunno, ma sono anche scenario di inquietanti e misteriose apparizioni notturne. La vita tranquilla del castello, dove oltre a Donati soggiorna un nutrito gruppo di giovani in cerca di serenità per studiare o lavorare, viene improvvisamente turbata da un furto nella residenza della contessa Sofia Giardino, proprietaria del castello, e un’aggressione al burbero direttore del hotel. Gli episodi segnano l’inizio di una serie di efferati crimini e spettrali apparizioni che turberanno la quiete notturna degli ospiti del castello delineando i contorni di un mistero inquietante in cui restano confusi i confini tra reale e surreale, legittimo e criminale. L’innata curiosità di Alessandro e la sua attenzione ai dettagli lo spingeranno ad addentrarsi a fondo nelle ragioni di quel mistero che notte dopo notte appare più oscuro e terribile. Nell’ordine naturale che domina le vicende umane ogni pedina ritroverà il suo posto scegliendo da che parte della barricata schierarsi, ma il giudizio finale su quale sia la scelta giusta e sul senso stesso della sua giustizia resterà al lettore. Conclusioni Il segreto del castello è un romanzo avvincente che sorprende il lettore con i suoi colpi di scena e con misteriosi intrecci nei quali diventa labile il confine tra la giustizia del diritto e quella delle legittime reazioni. Ma è anche un romanzo che cerca, attraverso la minuziosa descrizione di incantevoli paesaggi e segreti scorci, di rendere giustizia a un luogo magico come il castello di Baia; una costruzione che ha visto muoversi la storia tra le sue mura resistendo orgogliosamente ai suoi colpi, ma che oggi mostra con più evidenza i segni del tempo. Il segreto del castello è, quindi, l’abbraccio affettuoso di una scrittrice alla sua amata terra e un grido accorato per salvare le sue preziose gemme dall’oblio e dall’abbandono, immaginando per esse […]

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Napoli e Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Le cortigiane arriva alla finale con tante proposte teatrali

“Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” nella sua terza edizione da spazio all’universo femminile, di cui si parla con penna teatrale e nei suoi diversi aspetti. La serata finale è prevista il 28 settembre alle 20.30 nell’intimo e suggestivo cortile del Convento di San Domenico Maggiore (vicolo San Domenico Maggiore, 8A). Il concorso per attrici e attori si colloca all’interno del programma “Estate a Napoli 2020”. La visione de La Corte dei Sognattori (compagnia teatrale organizzatrice del progetto) è quella di una maglia larga che abbraccia tutta Napoli. Il contest non vuole essere fine a se stesso ma, come l’arte spesso fa, intesse legami e nodi e svolte ad ogni passo. Nel concreto c’è il sogno di aprire percorsi e spiragli a tutti gli attori che riusciranno a conquistare la stima dei professionisti presenti. Si pensi che la direzione artistica de “I Corti della Formica” nel corso di ogni edizione seleziona uno o più corti da inserire nella successiva edizione del suo festival! Un clima di reciprocità e compenetrazione tra i diversi concorsi teatrali presenti sul territorio per mettere in risalto anche repertori nuovi ed originali, voci fuori dal coro oppure ritorni su vecchi argomenti ma con nuovi approcci. Il mondo del teatro ha sempre bisogno di possibilità ed occasioni da cogliere ed a questa esigenza che vuole rispondere il format de “Le Cortigiane”. “Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” non si è lasciata fermare dal covid! Di certo la situazione d’emergenza che ha travolto il Paese ha messo in ginocchio in diverse occasioni la cultura. Seppur aderendo alla campagna del Mibact restando a casa, “Le Cortigiane” e “La Corte dei Sognattori” sono riusciti a trovare una soluzione per non chiudere la porta al teatro da loro promosso. Ecco che quindi solo per quest’anno la terza edizione si è svolta on-line. Video di 10 minuti con le pièce teatrali dei partecipanti sono convogliati tutti al vaglio della Giuria tecnica che entro il 30 luglio ha decretato i 9 corti semi-finalisti. Da qui il viaggio è proseguito con votazioni a distanza: il pubblico ha potuto esprimere le proprie preferenze a suon di like fino al 6 settembre. Quindi tra la Giuria (composta dagli attori Ernesto Mahieux, Luca Gallone, Gianni Ferreri, Teresa Del Vecchio, Sergio Sivori, Ciro Priello, il compositore e direttore d’orchestra Domenico Virgili, i registi Mario Brancaccio, Gisella Gobbi, la casting director Marita D’Elia, la produttrice teatrale Laura Tibaldi De Filippo, lo scrittore comico Pino Imperatore, il critico teatrale Stefano De Stefano, il giornalista ideatore de “I Corti della Formica” Gianmarco Cesario e La Corte Dei SognatTori) e pubblico online il dado è stato tratto. La performance con maggior indice di gradimento è stata “Caffè Society” di e con Giulia Conte (compagnia “Alegrìa”), che con un totale di 1380 like ricevuti è entrata di diritto direttamente in finale. Gli altri corti avranno modo di esibirsi nel corso della serata finale: Alosya con Rossella Castellano, testo Luigi Parlato e Rossella Castellano; Le rose d’acciaio con Roberta Natalini, testo e regia Roberta […]

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Napoli e Dintorni

Teatro alla Deriva, una rassegna teatrale peculiare

Il Teatro alla Deriva torna con la 9° edizione. Anche quest’anno gli spettacoli si terranno alle Terme – Stufe di Nerone di Bacoli nei giorni  22, 25 e 29 Settembre 2020 alle ore 20:30. Il Teatro alla Deriva è una rassegna ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola che presenterà quest’anno tre appuntamenti naturalmente nell’ottemperanza di tutte le normative vigenti di sicurezza a seguito dell’emergenza Covid. La rassegna, unica nel suo genere per la peculiarità del luogo, ci viene presentata dalla viva voce di uno degli organizzatori: Giovanni Meola. Teatro alla deriva: l’intervista a Giovanni Meola  -Come nasce la rassegna “Teatro alla Deriva” e cosa offre in più rispetto allo scenario teatrale classico? R-La rassegna nasce quasi un decennio fa, grazie ad una chiacchierata tra me ed Ernesto Colutta, uno dei gestori delle Stufe di Nerone dove la manifestazione si volge quest’anno per la nona volta. Stavo raccontando ad Ernesto, che ha una spiccata sensibilità artistica e teatrale, di come immaginavo la scenografia di uno spettacolo che dovevo realizzare di lì a breve e, nel descrivergli il tutto, feci cenno all’ipotesi di voler isolare in qualche modo i personaggi dall’ambiente che li avrebbe circondati, di relegarli in un ambiente staccato da tutto. Dopo qualche giorno, ecco l’idea: una zattera. Solo che poi quell’idea non fu poi realizzata per lo spettacolo, bensì applicata  e realizzata direttamente alle Stufe, grazie al laghetto circolare, nel quale fu sistemata per ospitarvi, da allora, svariati artisti, attori, performer e musicisti che si sono succeduti nel nostro ‘Teatro alla Deriva’. -Il programma della rassegna presenta spettacoli molto diversi tra di loro. Secondo quale criterio sono stati selezionati? R-I criteri che determinano le mie scelte sono sempre legati al piacere che ho avuto nel vedere gli spettacoli, che poi invito, dal vivo. E così è stato anche quest’anno, anche se ho dovuto chiaramente cambiare alcune cose (il cartellone era di fatto pronto già a inizio marzo) quando poi è intervenuto il Covid-19. Ho dovuto rinunciare ad un paio di spettacoli, per motivi di estrema vicinanza in scena tra gli attori, e approfittare per invitare, per la prima volta, un concerto teatrale, “About Vega”, ovvero lo showcase di un disco di musica elettronica con parole e letture ad implementarlo. Il tutto firmato da La Claud, una musicista sorprendente per la sua versatilità e il suo approccio. Gli altri due lavori sono “’E Cammarere”, una intensissima riscrittura da ‘Le Serve’ di Genet, a firma di Fabio Di Gesto e, in apertura, per la prima volta ospite da noi, uno spettacolo di burlesque, “La Petite Revue”, genere poco frequentato nel nostro paese (a differenza del resto d’Europa), La Petite Revue, a firma di Floriana D’Ammora, la cui caratteristica principale è una ironia di grande eleganza e impatto. -Questo preciso momento storico è sicuramente molto difficile per il mondo artistico e teatrale nello specifico. Come state affrontando questo periodo, al fine di avvicinare di nuovo il pubblico al teatro? R-Questa è una gran bella domanda. Il momento non è difficile, ma molto più che difficile. […]

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Food

Barittico è la prima salumeria di mare nel vomerese

Ha aperto nel cuore del Vomero, in via Merliani 51A, la prima Salumeria di mare: il Barittico.Il progetto nasce dall’incontro di un gruppo vario ed eterogeneo unito dalla passione per il pesce e le sue svariate declinazioni. Stiamo parlando degli ingegneri Bruno Sensenhauser e Stefano Toscano, l’economista Marco Matrecano e lo chef Vittorio Zigarelli, già insieme nel progetto Panamar, specializzato nei panini di mare. “Barittico” nasce con un’idea innovativa e un format senza precedenti sul territorio. La Salumeria di mare fa della sperimentazione il suo punto forte proponendo piatti come il salame di tonno, la porchetta di ombrina e la pancetta di salmone. Abbiamo intervistato i fondatori, che ringraziamo per la loro disponibilità, per scoprire com’è nata questa proposta culinaria alternativa ed originale. Intervista ai titolari di Barittico C’erano una volta due ingegneri, un economista e uno chef. Com’è nato questo gruppo e l’idea di aprire un’attività insieme? Il gruppo nasce 3 anni fa, quando abbiamo deciso di aprire Panamar. Inizialmente eravamo 3 amici che, dopo esperienze lavorative diverse, avevamo il sogno di realizzare un progetto nuovo. Poche settimane prima dell’apertura del primo locale di via scarlatti, conoscemmo lo chef. Ci fu subito unione di intenti e il progetto partì immediatamente. Cosa rende unico il format del Barittico rispetto a tutte le altre offerte di cucina di mare nel vomerese? Barittico è un format unico nel suo genere. Proponiamo taglieri con salumi di mare.  Un prodotto nuovo, frutto di anni di studio e prove in cucina. Com’è nata l’idea di tagliare il pesce a mò di carne? L’idea è nata dalla necessità di creare un prodotto diverso, nuovo e unico. Con orgoglio possiamo dire che barittico è il primo format italiano dedicato esclusivamente ai salumi di mare. L’utilizzo del pesce in modo alternativo caratterizzava già il vostro precedente progetto Panamar. Come mai avete scelto di aprire un nuovo ristorante sempre sulla linea del pesce piuttosto che creare un’alternativa di carne? Abbiamo scelto di continuare aprendo un format con prodotti ittici piuttosto che carne, perché, dopo anni di esperienza,ci sentiamo molto preparati. Il lockdown ha costretto alla chiusura già nelle prime fasi di preparazioni del locale. Ciò ha inciso positivamente o negativamente sul progetto? Il lockdown ha inciso sicuramente in maniera negativa. Però ci ha spronato a migliorare, a cercare alternative e a creare valore aggiunto con misure straordinarie. Infine, a quale clientela si rivolge il Barittico? E’ da considerarsi un posto per mangiare a pranzo e cena o proponete anche aperitivi e piccoli assaggi? Barittico si rivolge a una clientela propensa a provare sapori nuovi. Proponiamo abbinamenti di prodotti ittici e cocktail. Al momento siamo aperti dalle 17 alle 2 di notte, siamo un format di aperitivi-apericena. Il menù è composto da 3 taglieri di dimensioni diverse, abbinati a prodotti di pasticcieria di mare, di rosticcieria di mare e crudi. Immagine copertina: ufficio stampa

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Libri

La signorina di Aldo di Mauro a In-chiostro

Aldo di Mauro presenta il nuovo romanzo La signorina nel chiostro di San Domenico Maggiore, nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro. «Conoscere il passato di una persona ce la rende più vicina». Questa frase pronunciata da Aldo di Mauro può riassumere la presentazione del suo ultimo romanzo La signorina, avvenuta venerdì 11 settembre a San Domenico Maggiore nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro che, fino alla fine del mese, promuove l’importanza della lettura e della carta stampata come strumento di rinascita dopo i mesi difficili del lockdown. Aldo di Mauro, biografia e opere dell’autore Nato nel 1947 a Napoli, città dove attualmente vive, Aldo di Mauro è una personalità con un ampio ventaglio di interessi: letteratura, musica, filosofia, poesia e molto altro. Esordisce come poeta nel 1970 con la raccolta Parole e Cose e nel 2001 pubblica per Tullio Pironti Editore Tracce di Vita, che gli vale il premio letterario dell’associazione internazionale Emily Dickinson. Tra il 2006 e il 2007 pubblica la raccolta Occhi negli occhi e il romanzo Ma tu chi sei, che gli vale un sacco di recensioni entusiastiche. Va anche segnalato il saggio Elogio della filosofia del 2007. Dal 1982 è iscritto alla S.I.A.E ed è autore di numerose canzoni, nonché di commedie e monologhi teatrali. La signorina. Romanzo di una Napoli che non esiste più La signorina (sottotitolo: storia di una pianista d’altri tempi) è stato presentato a San Domenico Maggiore in un incontro coordinato dal giornalista Giuseppe Giorgio, il quale l’ha definito «un romanzo di formazione di una donna di altri tempi». La protagonista è, per l’appunto, una donna che vive nei pressi del conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Ella passa gran parte del suo tempo isolata, suonando il pianoforte e cimentandosi in brani di musica classica e napoletana. La monotonia della sua vita sembra spezzarsi quando inizia a frequentare un giovane uomo, anch’egli pianista, ma una rivelazione è destinata a rimettere tutto in discussione. Una vicenda narrata sullo sfondo di una Napoli riconoscibile in ogni sua strada e via. Nel descrivere il suo romanzo Aldo di Mauro insiste sul tema del passato. Un qualcosa che nei tempi odierni sta scomparendo, soprattutto all’interno delle famiglie. «Nelle famiglie dove non si dialoga non c’è storia. I figli conoscono i genitori nella loro veste genitoriale, ma i genitori non conoscono i loro figli». Da questa massima l’autore ci conduce lungo un viaggio nella Napoli degli anni ’50, mostrando foto di persone e oggetti di quei tempi confinati in una dimensione archeologica come la vammana, la levatrice che aiutava le donne a partorire in casa o i grandi televisori che appartenevano alle famiglie benestanti di ogni condominio le quali invitavano le altre a guardare le prime trasmissioni della RAI. Ma viene rievocato anche il momento delle periodiche, riunioni che avvenivano nelle case private delle famiglie dove spesso e volentieri si recavano le donne nella speranza di trovare marito oltre a contenere, al loro interno, momenti dedicati alle esecuzioni di canzoni del repertorio napoletano e a divertenti poesie comiche che rivivono grazie […]

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Musica

Musica

Cecilia: quando un punto di domanda è un punto di partenza

Cecilia è una giovanissima cantautrice, cresciuta tra il soul e la musica italiana, che ha sperimentato la combinazione di queste due influenze nel suo EP di debutto “?” (punto di domanda). L’attitudine R’n’B unita al gusto classico della rima italiana portano il mondo internazionale all’interno dei confini del Mar Mediterraneo, rendendo l’EP il giusto compromesso tra novità e funzionalità, lasciando trasparire un’identità preponderante e ben delineata. Il timbro di Cecilia si accosta bene alla musicalità della penna italiana e al contempo riesce a risuonare nelle frequenze soul, in brani con arrangiamenti che non vogliono tornare indietro, ma piuttosto imporsi sulla scena come innovazione. Prodotto da Futura Dischi, distribuito da Sony Music Italy, “?” di Cecilia è un EP dal tocco delicato, malinconico, autunnale, da ascoltare mentre cadono le foglie. Ecco le nostre domande a Cecilia Un punto interrogativo come titolo dell’album: difficoltà a definirsi o volontà di non definirsi? Cosa rappresenta questo simbolo? Come si relaziona in rapporto alle canzoni dell’EP? “?” è un simbolo che si avvicina in maniera sincera alla mia persona e alle canzoni stesse. Ad un primo ascolto è possibile che non si percepisca, nella punteggiatura dei testi si possono individuare molti punti di domanda. Per esempio: “ciao, come stai?” “sono le due di notte, che te lo dico a fare?” “cosa posso farci se certe cose io le vedo tardi?” “cos’hai dentro a quegli occhi?” “cosa ti passa per la testa?” E questi sono solo alcuni. Mi sono sempre etichettata come ‘la perenne curiosa e l’eterna insicura’. Sono due parti che mi caratterizzano fortemente e non c’è una parte dominante: a seconda di come sto l’una prevale sull’altra. La curiosità emerge ogni volta che incontro qualcosa di nuovo, l’insicurezza mi spinge ad interrogarmi ed analizzare le esperienze che ho vissuto. Il concetto espresso nella canzone Karma: “l’ingenuità non mi porterà lontano” sembra espressione di chi è ferito e è stato tradito; se l’ingenuità non porterà lontano, cosa ti porterà lontano? L’analisi e la consapevolezza. Il mood dell’EP si muove su sonorità R’n’B mescolate a rime indie, così come il sound che viene fuori sottolinea l’incontro del mondo elettronico e del soul. Cecilia cosa preferisce musicalmente? Qual è la direzione principale della tua musica? Ho sempre prediletto ascolti appartenenti al soul e ai vari sottogeneri (nu soul, jazz, r&b). Per quanto riguarda la musica in sé, non c’è mai stato un indirizzo specifico, ci sono state le influenze (mie, di Danny Bronzini e di Peppe Petrelli) che sono state assorbite e maturate nel tempo e trasportate naturalmente in un secondo momento negli arrangiamenti e nelle produzioni di questo progetto. Qual è il pezzo che secondo te meglio rappresenta questo EP? Perché? Non saprei dire quali dei brani mi rappresenti di più. Appartengo ad ognuno di loro. Mi sento di essere tutte quelle sfumature. Alla fine nessuno di noi è definito da un unico colore.   Grazie a Cecilia per l’intervista [Foto di Ufficio Stampa]

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Culturalmente

Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Musica

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista

Arcadia Lost, il check point di Marius W. Arcadio: intervista Arcadia Lost è l’ultimo progetto discografico di Marius W. Arcadio, studente di Filosofia da poco trasferitosi a Torino, ma nato e cresciuto nel napoletano. Mario Salzano, questo il suo vero nome, agli studi accompagna anche la passione per la musica e ha da poco pubblicato uno splendido progetto discografico, un concept album, di quelli che non se ne vedono più in giro. Arcadia Lost è infatti un prodotto di pregevole fattura, che si compone di otto canzoni, quattro delle quali già note e incise nel precedente EP Belèm. Trentatré minuti intensissimi, legati però da temi e caratteristiche comuni che vanno a comporre il denominatore comune del progetto. La perdita di sé stessi, la crescita e la rivoluzione interiori sono infatti temi trasversali e comuni ad ogni generazione, ma che rivivono con forza ed originalità  nelle otto canzoni di Arcadia Lost. Gli elementi alla base del disco pochi ed essenziali, come qualsivoglia registrazione amatoriale si rispecchi: una voce profonda, la chitarra, accompagnata dalle necessarie sperimentazioni e variazioni elettroniche del caso, ed una scrittura tagliente nella quale qualsivoglia millennial può facilmente immedesimarcisi. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Mario di Arcadia Lost e quanto si legge è il resoconto di una simpatica ed informale chiacchierata telematica. Intervista a Marius W. Arcadio Da dove nasce l’idea di Arcadia Lost? «Arcadia Lost è il prodotto musicale dei miei due ultimi anni di vita, lo specchio dell’insieme di esperienze che mi hanno accompagnato e soprattutto segnato in questo lungo periodo. Tra queste c’è di sicuro il mio Erasmus a Lisbona, dove ho iniziato a costruire le fondamenta per questo album. Oltre questo ci sono stati tanti altri fattori successivi che hanno plasmato Arcadia Lost che, volendo sintetizzare semplicisticamente, parla di una ricerca della strada verso casa che passa prima da quella sbagliata. Non si tratta per forza di un lavoro autobiografico, per citare Conor Oberst dei Bright Eyes “se avessi voluto parlare esclusivamente di me stesso avrei scritto un’autobiografia”, ed è proprio per questo che non mi piace tanto andare nei dettagli del “concept” dietro l’album. La mia parte preferita è proprio quando un’altra persona viene a darmi un’interpretazione diversa dalla mia. Arcadia Lost rappresenta per me un certo tipo di “check point” e, non a caso, ho deciso di pubblicarlo subito dopo essermi trasferito a Torino per iniziare la magistrale del mio percorso di studio, come a mettere un punto ancora più significativo alla fine di questo capitolo e girare pagina in modo altrettanto deciso». Arcadia Lost è un disco dal forte impatto già dal punto di vista visivo, con quella copertina onirica e quel sottotesto lunghissimo, alla Fiona Apple. “The big mess we were building so carefully like a popsicle stick palace just to show it proudly to the universe” è parte del testo di una canzone che avrebbe dovuto rappresentare la “title track” dell’album (The Big Big Mess). Tuttaiva, durante la fase di ultimazione dell’album ho deciso di non includerla per […]

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Musica

Alla ricerca della perfezione: la sezione aurea in musica

Dalla sequenza di Fibonacci alla sezione aurea nella sua applicazione in musica Leonardo Fibonacci fu un matematico del XIII secolo che per spiegare l’andamento della crescita di una popolazione di conigli inventò la cosiddetta “successione di Fibonacci”. Senza entrare nelle oscure viscere del “matematichese”, per ricostruire questa serie di elementi basta partire da 0 e 1 e aggiungere i numeri successivi per addizione col termine precedente. Quindi, seguendo le regole imposte da questo perverso giochetto matematico dopo 0 ed 1, si arriverà a 2 (1+1), a 3 (2+1), a 5 (3+2), e così via, verso l’infinito (e oltre). Il risultato di tutto ciò è una infinita cascata di numeri. 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, 233, 377, 610, 987, 1597, etc, etc. Apparentemente sembrano non avere nessun significato particolare, o quantomeno niente che possa interessare né me né chi sta leggendo questo articolo. In realtà proprio quei numeri nascondono una proporzione le cui proprietà per molti assunsero caratteristiche al limite del divino. Infatti dividendo ogni termine per quello precedente (ad esempio 2 con 1, 3 con 2, 5 con 3, etc, etc), ci si avvicina gradualmente (nel suddetto “matematichese” dovremmo dire “si tende”) ad un misterioso numero, quel 1.618 che è ai più noto come “numero aureo”. Il rapporto così ottenuto viene considerato come valore ideale di bellezza e armonia. Due grandezze, distribuendosi in modo tale da rispettare le proporzioni auree, è come se acquisissero una superiorità estetica che le renda inconfutabilmente armoniche. Per avere un’idea basti pensare alla Gioconda o a l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci, entrambi raffigurati sfruttando la sezione aurea. Anche in architettura la sezione aurea ha trovato svariate applicazioni. Un esempio lampante è quello di Le Corbusier, il quale addirittura decise di progettare edifici i cui interni rispettassero fedelmente le suddette proporzioni con l’idea di creare ambienti domestici che fossero non solo funzionali ma che trasmettessero anche una sensazione di armonia e di benessere. La serie di Fibonacci e la sezione aurea in musica Una volta constatata la possibilità di poter utilizzare il rapporto aureo in diversi campi, in che modo si arriva all’applicazione nella musica? Innanzitutto gli strumenti: le componenti di molti violini per esempio sono costruite rispettando il rapporto aureo e, anche se non c’è una evidenza scientifica di ciò, il motivo sarebbe che questa disposizione renda ottimale l’acustica. Con il pianoforte il riferimento risulta ancor più evidente. I tasti bianchi e neri della tastiera infatti vengono idealmente suddivisi in ottave, ogni ottava è composta da tredici tasti, di cui otto bianchi e cinque neri a loro volta suddivisi in gruppi di due e tre. Tredici, otto , cinque, tre, due … se si dà uno sguardo a tutti quei numeri buttati a inizio pagina qualcosa inizia a tornare. Siccome la cosa inizia a diventare sospetta forse vale la pena approfondire. Innanzitutto, il primo dubbio, qualora qualcuno avesse la malsana idea di voler “suonare” la serie di Fibonacci, potrebbe farlo? Si può suonare una successione di […]

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Teatro

Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Teatro

Don Giuann de Il Demiurgo, tra seduzione, resistenza e nichilismo

Breve recensione dello spettacolo Don Giuann della compagnia “Il Demiurgo” Resistere. Re – esistere. Esistere di nuovo, nonostante una fiumana di forze avverse vi si opponga. Il teatro oggi è uno dei correlativi oggettivi di questo verbo. E ogni spettacolo che riesce ad essere rappresentato è una vittoria per la cultura e per la collettività. Il 15 ottobre, la compagnia “Il Demiurgo” ha contributo a questa goccia oceanica di speranza con una pièce ben riuscita, a tratti meravigliosa, e che si è trascinata con sé una notevole quantità di risate e applausi. Nel perfetto rispetto delle regole anti-contagio la compagnia ha portato in scena, al Teatro Sannazaro, Don Giuann, una riscrittura molto interessante ed egregiamente diretta del Don Giovanni di Molière. A fare da sfondo alle vicende una Napoli simil onirica costellata di anime erranti, tutte alla spasmodica ricerca del loro baricentro. La scelta è stata estremamente funzionale per la caratterizzazione dei personaggi che hanno così assunto una patina più moderna e spendibile per la platea del 2020. Franco Nappi ha, inoltre, snellito il testo, eliminando i due atti finali, e dato alla conclusione un frustrante, quanto ineccepibile, messaggio malinconico e al suo protagonista una verve vagamente tragica. La vanità del possesso come risposta necessaria al vuoto cosmico. La bugia e il gioco della conquista come pedine di una scacchiera degradata e avvilente. Le acrobatiche peripezie amorose di Don Giovanni sono l’appiglio di un bambino nichilista che applica alla lettera, pur di sopravvivere alla pochezza della realtà, uno dei consigli de Il Principe di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora che sia, che inizi un nuovo spettacolo. Il tendone non può essere chiuso. C’è troppo silenzio da coprire. Troppo. Don Giuann de Il Demiurgo, missione riuscita! Esilarante e coinvolgente, il Don Giuann de “Il Demiurgo” ha visto performance eccellenti da parte di tutti gli attori coinvolti. In primo luogo dalla coppia Cioffi (Sganarello) – Balletta (Don Giovanni), la cui comicità farsesca ma mai sopra le righe ha colpito per freschezza e vivacità tecnica. Discorso analogo può essere fatto per i due “villici”, Roberta Astuti e Daniele Acerra che hanno portato in dote tantissime risate. Menzione va anche a Chiara Vitiello (donna Elvira) che è stata eccezionale, specialmente nel suo breve  ma intensissimo monologo. Bravi anche gli altri, bravi tutti, compresi gli spettatori che, muniti di mascherina, hanno contribuito ad alimentare la macchina teatrale. Bravi tutti, e in bocca al lupo per la vostra, la nostra, operazione di resistenza.

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Teatro

Soulbook, social e perversioni 2.0. Intervista a Fabiana Fazio

Mercoledì 21 ottobre, alle ore 21, al Teatro Sannazzaro nell’ambito del Teatro Solidale andrà in scena Soulbook, scritto e diretto da Fabiana Fazio, che è anche in scena con Annalisa Direttore e Giulia Musciacco. “Soulbook è un invasore. È il nuovo grande colonizzatore. Vuole conquistare sempre più territori. Possedere tutti i suoi utenti. E tutti siamo utenti. Tutti siamo territori appetibili. Tutti siamo di Soulbook. Anzi, tutti siamo Soulbook. Al di fuori di Soulbook tu non esisti. Io non esisto. Nessuno di noi esiste. O, almeno, nessuno di cui possa interessarci”. Di Soulbook ce ne parla l’autrice e regista Fabiana Fazio. 1 – Come nasce l’idea di Soulbook? L’idea è nata quando ci è stato chiesto di parlare a dei ragazzi dei social network e, nel cercare il modo migliore di farlo, ci siamo riscoperte a parlare di noi stesse come dei bambini che giocano ad un gioco di società… ma da soli. Ci siamo immaginate una scatola di Monopoli, per dirne una, con tutti i suoi componenti: carte imprevisti, pedine, case, alberghi, carte probabilità… e dadi, lanciati sempre e solo da una stessa persona… in una sciocca partita con sé stessa. E ci siamo ritrovate a dipingere un quadro grottesco, ma neanche tanto, di quello che accade quando siamo con la testa sul nostro smartphone o con gli occhi sul monitor. Siamo degli adulti che giocano ad un gioco in cui mettere in discussione le regole è solo un’ulteriore regola. Un gioco il cui obiettivo finale è… Aspetta c’è un obiettivo finale? Un gioco in cui vince chi perde. E chi perde festeggia la sua vittoria. E tutti lo invidiano. Sotto una lente d’ingrandimento… (perché il microscopio ci costava troppo… siamo pur sempre una produzione indipendente!)… Ci siamo guardate come si guardano i bambini giocare e litigare. Ed eccoci qui… a mandarci dei grossi cuori pulsanti o multicolore, delle faccine paralizzate in un ghigno o, peggio ancora, dei pollicioni ingessati (manco fossimo l’imperatore Commodo ne “Il gladiatore”). E discutiamo, stando animatamente seduti, usando parole tronche, compresse, recise ma forti (Cmq, nn t prmettr, TOP, tv… e via dicnd!!!). Parliamo del più e del meno e il meno la fa da padrone. Ci infervoriamo e ci scaldiamo ma mai quanto la sedia sotto il nostro sedere. E poi ci perdoniamo, e ci amiamo e ci stringiamo e ci sosteniamo senza neanche toccarci: che talento! Siamo una bella caricatura di noi stessi neanche troppo divertente. Goffa, buffa, preoccupante e drammatica. Mio nipote di 6 anni, quando gioca ai videogiochi o con i lego (posso dire la marca?), è molto più dignitoso… ma tra pochi anni anche per lui sarà finita! 2 – Nel tanto chiacchierato The Social Dilemma si afferma in merito ai social che “Questi servizi ammazzano le persone e portano le persone a suicidarsi”. Qual è il suo parere a riguardo? Non ho ancora visto il documentario… come sempre mi piace arrivare in ritardo e seguire il trend quando il trend è un altro. La vedrò a breve. Per […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Il virus della diffidenza: mascherine sugli occhi

Il virus della diffidenza reciproca ci ha contagiati molto prima del ovid. Ci si ricorda a stento qual erano l’odore e la faccia della vita prima della pandemia, eppure era appena l’altro ieri. L’umanità si abitua presto al cambiamento, soprattutto a quello che tutela la sua sopravvivenza. A volte ci sembra che mani inumidite da gel disinfettante, pistole finte puntate alla fronte e maschere di carnevale da chirurgo sotto gli occhi facciano parte della nostra routine da sempre. Sembra già remoto, quasi inverosimile, il ricordo di calche, di abbracci libertini, di stanze affollate e sudori scambiati. Di spazi non misurati, di libertà ammassate, di giorni larghi e ariosi. E ci diciamo affamati della vita di prima, alla quale non facevamo troppo caso, nostalgici del privilegio di stare vicini, di conoscere la tempra dell’altro dalla stretta di mano. L’attuale situazione sanitaria innescata dalla diffusione del nuovo Coronavirus ha portato allo stremo alcune delle tendenze più pericolose della nostra epoca. E l’ha fatto con sottile e agghiacciante senso dell’umorismo. Eppure la vita di prima era già profondamente contagiata, solo che nessuno ne parlava. Non ne parlavano i giornali, inviluppati nella solita spirale triadica politica – economia – cronaca nera. Evitavano di parlarne anche gli amici, dietro alle loro nuvole di fumo nei bar, o gli amanti nella confidenza di una cena per due. Forse non ne parlavi nemmeno tu, e di certo non ne parlavo io. Prima della pandemia eravamo già ammalati, solo che non si diceva. Al virus che sta togliendo il fiato a tutti non manca un brillante sarcasmo, perché pare ostinato a mettere in evidenza alcuni vizi umani che circolavano ben prima dell’inizio del contagio, ma che si rinnegavano per omertà e paura, mettendosi quasi sulla difensiva. Questo è il virus della diffidenza, che si prende beffe dell’uomo come animale sociale decantato dai filosofi per la sua sacrosanta necessità di catene umane, di socializzazione ed empatia. È il virus di un’epoca già ammalata, già asociale. Un virus sardonico, più furbo di noi, che ci sta restituendo la nitida rappresentazione di un’umanità isolata, ritrosa, indifferente, allergica alla compassione. Il virus di una diffidenza non creata dal nulla, ma già esistente, portata solo all’attenzione da uno stravolgimento di abitudini. Mascherina in borsa, meglio anche i guanti, e laviamo le mani una, due, dieci volte, scrupolosamente, ossessivamente. Sparita qualunque traccia di cordialità dalle facce, meno persone incontro più sono salvo. Meno persone tocco, più proteggo me stesso. Mi è andata la saliva di traverso, ma non tossisco, ho paura della reazione della gente. Mi guarderebbe in cagnesco o spaventata, indietreggerebbe, si porterebbe tutte e due le mani sulla mascherina per indossarla meglio. E io mi sentirei portatore di uno stigma discriminatorio. Meglio tenere per me il mio disagio e rintanarmi nei miei spazi sicuri, senza alzare più gli occhi. La verità è che già da un po’ ci si teneva alla larga dall’altro. Una cuffietta schiacciata nelle orecchie e non c’era bisogno di prestare ascolto a qualcuno. Il virus lo ha solo […]

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Voli Pindarici

Percezione umana della realtà: tra meraviglia e desiderio di conoscenza

La percezione umana della realtà è varia e complessa e comprenderlo è la chiave per acquisire uno sguardo più empatico sul mondo. Definire la realtà è un’operazione complessa, perché non lo si può fare in maniera univoca. Bisogna considerare almeno tanti punti di vista quanti sono i soggetti senzienti. Ciascuno si pone dinanzi al reale in maniera originale e personalissima, neppure unica nel corso della sua stessa esistenza. L’esperienza cambia la percezione delle cose, il soggetto conoscitore e ciò che è conosciuto. Sulla base di nuove conoscenze e suggestioni di uno stesso luogo si generano di volta in volta infinite immagini, di cui si coglie un elemento prima sfuggito o si legge un dettaglio in una diversa ottica. Cade così il concetto di spazio come mero ambito d’indagine dell’uomo e si inverte il rapporto, conferendo allo stesso uomo un ruolo attivo nel processo conoscitivo. Il confronto con l’altro mette in luce la pluralità di punti di vista, cosicché il dialogo si fa sprazzo di infinito, chiave per accedere alla vastità del reale. Il problema del definire la realtà si è riscontrato dagli arbori della civiltà. I greci erano spaventati e disorientati di fronte alla grandezza e mutevolezza del reale, tanto che per l’intera metafisica prearistotelica è valsa la nozione di realtà come quel che permane eternamente identico a se stesso nelle sue determinazioni. Per la religione la realtà recupera in dinamismo e grandezza solo come leva per la dimostrazione della perfezione di Dio, unico essere in grado di concepire qualcosa di tanto bello e complesso. Cartesio fu tra i primi a sollevare il dubbio circa l’esistenza di un mondo esterno, dal momento che la realtà altro non è che la proiezione mentale del singolo uomo. E’ stato però Kant ad aver esercitato la maggior influenza ne l’approccio filosofico e speculativo al problema della percezione umana della realtà. L’uomo la interpreterebbe sulla base di giudizi sintetici a priori, niente più che i propri schemi mentali, simili a occhiali che consentono una differente vista sul mondo. Percezione umana della realtà. L’approccio scientifico al problema. L’immagine degli ‘schemi mentali’ in senso tecnico-scientifico è assimilabile a quella della rete neuronale, costituita dai contatti sinaptici tra le decine di miliardi di neuroni di cui disponiamo. E’ stata da tempo abbandonata l’idea di una rete statica e immutabile, che conservi le proprie caratteristiche geneticamente determinate (per quanto lo siano i principali circuiti nervosi). Ogni stimolo esterno di un certo rilievo, ogni associazione mentale, ogni atto motorio, si accompagnano a modifiche a carico delle sinapsi interessate, portando alla memorizzazione degli eventi, all’affinamento delle capacità percettive e motorie. In questo senso potremmo giustificare come l’esperienza modifichi la percezione umana della realtà. Inoltre l’esercizio fisico e mentale promuovono la neurogenesi, ovvero la nascita e il differenziamento di nuove cellule nervose. Il concetto di plasticità neuronale (che è valso a Eric Kandel il premio Nobel per la medicina nel 2000) è un po’ il fondamento neurobiologico della grandezza umana e della propria crescita nel mondo e in relazione a esso. […]

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Il sapore di un’estate che sbiadisce

Il sapore di un’estate che sbiadisce Settembre. La bella stagione annuncia la sua eclissi. Le calde sere d’estate cedono il posto al primo fresco, che si deposita sulla pelle sotto forma di brividi. Ma si tratta non di brividi d’eccitazione, bensì di silenziosa nostalgia, quale richiamo alla spensieratezza e alla “joie de vivre”. L’odore di pioggia e di pini umidi riempie i polmoni, mentre il profumo di iodio comincia a impallidire, insieme al mare increspato dalle prime tempeste. Persino la sabbia, prima così arroventata, diviene una sorta di freddo deserto, con piccole dune formate dal vento, che soffia ad annunciare il tiepido e incostante autunno. Cosa resta di una comitiva intorno al fuoco, che ride e intona a squarciagola Certe notti di Ligabue o Sapore di sale di Gino Paoli? Cosa resta di quei falò e di una chitarra che malinconica lascia risuonare Tears and Rain di James Blunt? Cosa resta delle notti bianche e giovani tra spiaggia e beach bar, a ballare come se non restasse altro da fare, come se fosse l’esperienza più intensa, come se non ci fosse un domani? Cosa resta delle passeggiate lungo il bagnasciuga, mentre il sole cocente dona alla pelle quella pigmentazione dorata, che pone in risalto il luccichio degli occhi che brillano speranzosi e felici sotto il firmamento di un cielo a ferragosto? Cosa resta di un bagno a mezzanotte e dell’inebriante desiderio di far l’amore sotto le stelle, avvolti dal chiaro di luna, che dipinge d’argento il mare melodico che culla cuori e corpi? Cosa resta degli acquazzoni improvvisi, che annunciano lo splendore di un arcobaleno? Cosa dei baci sotto la pioggia, che succhiano l’anima e alitano libido sulla pelle? Cosa resta dei piedi scalzi che improvvisano coreografie, delle ore piccole e dei drink ghiacciati? Cosa del beato ozio e della voglia di abbandonarsi alla musica che risuona negli auricolari? Traccia dopo traccia, vita dopo vita, sorriso dopo pianto, desiderio dopo apatia. Cosa resta dunque dell’estate e della sua allegria, delle giornate senza pensieri a dondolare su un’amaca e senza preoccupazioni, dell’audacia e della bellezza? Cosa resta della poesia dei tramonti, della magia di un amore appena sbocciato? Della carne, dei battiti sotto pelle, della fame di desiderio e sete di libertà? Resta il sogno imbevuto di realtà. Resta la vita da afferrare e tenere stretta. Resta il dovere di viverla questa vita, fino in fondo, perché la sopravvivenza è dei vili, perché vivere davvero richiede coraggio, qualche rischio in più, cambio pelle e battiti nella testa, più che pensieri nel cuore. L’estate che se ne va lascia addosso un senso di irrisolto, la sensazione di non aver concluso. Perché c’è ancora tanto da divorare, da mordere e addentare. C’è tanto da difendere e proteggere. C’è il tutto che si nasconde nelle pieghe del niente, quando la pigrizia inventa scuse, quando l’abitudine uccide la rivoluzione. Il sapore di un’estate che sbiadisce, ma che resta dentro di noi L’estate che si allontana lascia negli occhi la luce sbiadita di memorie e flashback, […]

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Macaulay Culkin compie 40 anni:cosa resta degli anni ’90?

Macaulay Culkin compie 40 anni. Il piccolo talento del cinema non è più tanto piccolo. Gli anni ’90 sono ormai un lontano ricordo? A long time ago in a galaxy far far away… In un universo parallelo, i Nirvana sono al loro tredicesimo album in studio, Non è la Rai ha sbancato l’ultima edizione del Telegatto e Willy è ancora il Principe di Bel-Air. Ma non qui, non oggi, non pochi giorni dopo il 26 agosto 2020. Può sembrare una data come tante ed invece non è affatto così. Il 26 agosto 2020 infatti, Macaulay Culkin ha compiuto 40 anni. Facendo un rapido calcolo, sono circa trent’anni che Kevin perde lo stesso identico aereo. È arrivato il momento di fare i conti con la dura realtà e accettare che non solo il tempo è passato, ma che niente è andato come ci si aspettava. La nostalgia per una decade che ormai non ci appartiene più non è certo cosa nuova. Fa parte dello spirito umano credere che il meglio sia sempre da ricercare alle spalle piuttosto che davanti a sé e non c’è Gil Pender che tenga. Ma è pur vero che le aspettative degli anni ’90 erano ben altre. Seriamente qualcuno pensava che un giorno Pamela Anderson avrebbe smesso di correre a rallentatore per le spiagge di Los Angeles? O che un giorno, alle 15:40, non ci sarebbe più stato Bim Bum Bam? Questi sono solo alcuni, piccoli esempi di come in realtà gli anni ’90 siano stati per tutti una grandissima illusione. Dalla Generazione X alla The Millennial Generation The millennials, o la “Generazione Y“, così come viene spesso definita, ha spazzato via ogni lascito della “superata” Generazione X.  I nati tra il 1990 e il 2000 sono fiori di un seme diverso. La forte esplosione della rete, gli SMS, Youtube. Nulla in confronto alle grandi emozioni degli anni ’90, con tutte le loro differenti declinazioni. Nel 1994 gli Oasis pubblicano il loro primo disco: “Definitely Maybe“, destinato ad entrare nella storia della musica mondiale. Nello stesso anno, in Italia si piangeva perché Mauro Repetto aveva appena lasciato gli 883. Ma questi sono dettagli. Quel che conta è che il 28 agosto 2009, quando Macaulay Culkin compiva 29 anni e 2 giorni, anche gli Oasis si sciolgono. La rock-band simbolo degli anni ’90 non riesce a reggere il peso dei Duemila. Cosa resta dunque di quegli anni? Primo indizio: non le videocassette. “Blockbuster” è fallita nel 2013. Dal 2019 sopravvive un unico negozio al mondo, presso la cittadina di Bend, in Oregon. Il mercato dei contenuti audiovisivi è oggi totalmente appannaggio delle piattaforme streaming o delle reti televisive. Si pensi solo a spiegare ad un diciassettenne del 1995 come condividere in 4 persone l’account Netflix! Secondo indizio: non la musica, o almeno, non tutta. Forse negli anni ’90 qualcuno si aspettava le Spice Girls in cima alle classifiche per anni, magari con una svolta rock sperimentale alla Beatles. E invece nulla, ifyouwannabemylover e poi il buio. Terzo indizio (che […]

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