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Eroica Fenice

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Gianni De Feo in Chapeau alla Sala Assoli

L’interprete e regista romano Gianni De Feo mette in scena Chapeau, ovvero i misfatti dell’istinto, uno spettacolo musicale che si ispira al kabarett berlinese, con riferimenti al mito di Orfeo ed Euridice, a Fabrizio De André e al gesto inconsulto di Zinédine Zidane durante la finale dei mondiali di calcio del 2006. La pièce scritta da Roberto Russo sarà in scena presso la Sala Assoli sita in Vico Lungo Teatro Nuovo 110, dal 15 al 17 gennaio. Gianni De Feo interpreta 2BARRA4, unico sognatore in uno scenario distopico Grande prova d’attore per Gianni De Feo nei panni del civis 2BARRA4, cittadino di una società/alveare collocata in un futuro distopico, in cui ogni azione e ogni forma di pensiero è controllata e repressa da un potere dittatoriale e castrante. La mise en scène è impregnata di riferimenti kafkiani e orwelliani, due mostri sacri della letteratura che continuano a fungere da modello per il teatro contemporaneo: le forme di istinto e i comportamenti sovversivi vengono giudicati in tribunale durante un processo, mentre le devianze mentali sono considerate pericolose dalle autorità e vengono corrette attraverso torture psico-fisiche (proprio come in 1984). Le musiche da cabaret accompagnano il fitto monologo, fatto di pensieri che scorrono come un flusso inarrestabile e di numeri e formule matematiche ripetute in modo ossessivo, dalle più semplici alle più complesse. 2BARRA4 soffre però di una forma di dislessia aritmetica causata dalla sindrome di Tourette, che lo porta a collegare la realtà al sogno, arrivando a rivendicare come atto liberatorio la sua “normalità”. Gli occhi del mondo si schiudono e invece io sogno ancora. Tourette continuava a sputarmi in faccia poesie e sogni. La narrazione frenetica e grottesca approda infine al mito di Orfeo che compie il gesto inconsulto di voltarsi verso Euridice, perdendola per sempre, proprio come la testata di Zidane, gesto privo di qualsiasi forma di razionalità e cautela, un vero e proprio “misfatto dell’istinto”. Le immagini proiettate di entrambi gli episodi possono essere quasi sovrapposte nella loro plasticità, dando origine ad una forma artistica che sublima gli impulsi mortali. Le atmosfere retro e decadenti tipiche di un ambiente mitteleuropeo che rimanda alla Repubblica di Weimar si accostano in modo stridente e quasi ossimorico al kabarett berlinese, sfociando in un poetico Fabrizio De André: Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. 

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Culturalmente

Poesie romantiche: 5 da conoscere con analisi

Poesie romantiche: perché conoscere la poesia d’amore? Chi è senza peccato, scagli la prima… poesia: almeno una volta nella vita, tutti noi abbiamo avuto l’esigenza di dedicare qualche verso, una poesia, o raccolte di poesie, a qualcuno. Sono moltissime, sterminate potremmo dire, le collezioni di poesie romantiche che durante il corso dei secoli, sin da quando l’uomo ha capito di avere la capacità di “fare poesia”, si sono “accumulate” per la nostra gioia e il nostro piacere. Conoscere le poesie, tra queste le poesie romantiche, fa bene al nostro animo ed anche al nostro cervello: nel 2013 l’Università di Exeter ha condotto diversi studi sulla poesia, ricavandone che il nostro cervello la percepisce in maniera molto simile alla musica, quindi la processa come musica. Allena il ritmo emozionale, favorisce l’empatia, l’introspezione e la riflessione, oltre che la logica, grazie alla metrica. Poesie romantiche: 5 da conoscere assolutamente Catullo – Carme numero 5 Sia per chi ha compiuto studi classici, che per i semplici appassionati di versi, il Carme numero 5 di Catullo rappresenta una sorta di canone imprescindibile quando si parla di poesie romantiche. È inoltre tra i carmi più conosciuti di Catullo; si pensi al suo verso iniziale “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci…” Il componimento si snoda lungo tre temi principali: la giovinezza (vista come tempo dove si può godere della vita), la luce (intesa come vita, che un giorno terminerà), e la ciclicità del tempo. Tutto quello che muove questo Carme è l’amore, nella sua forma più compiuta: il poeta fa un appello alla sua amata Lesbia affinché insieme possano vivere un amore libero da ogni costrizione e pettegolezzo, perché la vita non è altro che una “breve luce” al termine della quale dormiranno “un’unica notte eterna”. Dopodiché invita ancora l’amata a dargli mille baci, e ancora cento, e ancora altri mille, in un vero e proprio loop letterario che ha attraversato secoli e secoli di dediche e poesie romantiche. Negli ultimi versi, Catullo rimarca il potere taumaturgico di questi baci, perché porteranno i pettegoli a confondersi, difendendoli. “Viviamo, o mia Lesbia, e amiamoci, e le dicerie dei vecchi severi consideriamole tutte di valore pari a un soldo. I soli possono tramontare e risorgere; noi, quando una buona volta finirà questa breve luce, dobbiamo dormire un’unica notte eterna. Dammi mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento, poi senza smettere altri mille, poi cento; poi, quando ce ne saremo dati molte migliaia, li confonderemo anzi no, per non sapere (il loro numero) e perché nessun malvagio ci possa guardare male, sapendo che ci siamo dati tanti baci.” Dante Alighieri – Canto V dell’Inferno, incontro con Paolo e Francesca Dante Alighieri, poeta italiano per eccellenza, cantava moltissimo l’amore. Sebbene egli utilizzasse l’amore per Beatrice come allegoria per il suo amore verso il Divino, non mancano poesie romantiche, come ad esempio nella sua Vita Nova, o ancora molti punti della sua Commedia. In particolare, nell’Inferno, ricorderemo sicuramente il suo incontro con Paolo e Francesca, sorpresi dalla passione, ad essa […]

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Attualità

Attualità

Leva militare nel mondo: la storia e il futuro

Leva militare: indagine sulla sua storia e su cosa ci attende in futuro | Riflessione Con leva militare intendiamo il “servizio effettuato dal cittadino di uno Stato presso le forze armate dello Stato stesso”. Essa ha durata variabile: se è a ferma breve, dura da 1 a 4 anni, se è a lunga ferma, si parla di “militari di carriera”, in quanto il servizio è permanente. La leva militare può assumere altre denominazioni, altrettanto diffuse, quali “servizio militare, servizio di leva, coscrizione militare..” Inoltre, e questo sarà il focus di cui ci occuperemo, può essere obbligatoria o volontaria. La leva militare in Italia è stata istituita con la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e poi confermata con l’istituzione della Repubblica italiana. L’obbligatorietà della leva militare fu abrogata, in Italia, solo per mezzo della “legge 23 agosto 2004, numero 226”. Leva militare: dalle radici greco-romane alla modernità Quelle che tratteremo non saranno le radici più recondite della leva militare e quindi meno documentate. Partiremo, invece, dalle usanze in auge nell’Antica Grecia. Le leggi che regolavano la leva militare erano all’incirca le medesime per tutte le città-stato greche. I soldati erano gli stessi finanziatori degli equipaggiamenti necessari e quindi per adempiere alla leva occorreva far parte di un ceto sociale piuttosto elevato. Con il calare della grandezza dell’Antica Grecia, sempre più diffuso divenne il ricorso a mercenari o a soldati stipendiati. Anche nell’Impero romano per un primo periodo vigeva l’uso, nella classe militare, di equipaggiarsi a proprie spese. La fama legata alla grandezza dell’esercito romano risulta davvero imperitura: ovviamente l’evoluzione della struttura sociale a Roma ne ha condizionato profondamente l’assetto militare, soggetto a sua volta a continue ristrutturazioni. Una delle prime fasi dell’evoluzione della leva militare romana, tra le più significative, fu quella del servizio militare annuale obbligatorio, che doveva adempiere a doveri di protezione e fedeltà nei riguardi della Res Publica. Con il progredire della ricchezza e complessità in seno all’Impero, i soldati arruolati divennero professionisti sempre più specializzati. Essi erano salariati e costituivano unità militari profondamente compatte. La fanteria, composta da cittadini, era anche nota come legione ed era affiancata dalle truppe ausiliari (spesso formate da membri privi di cittadinanza romana). Roma ampliò smodatamente i propri confini e iniziò a necessitare di sorveglianza solerte: le guarnigioni fisse divennero il perno della sua tutela. Tuttavia, quando la grandezza della città eterna divenne talmente estesa da risultare difficilmente controllabile, fu necessario ricorrere sempre meno a criteri di omogeneità e di più a truppe mercenarie. L’avvento dell’Età moderna portò con sé quello della leva militare obbligatoria di massa, legata agli Stati nazionali. La Francia, a seguito della Guerra dei Cent’anni, fu la prima a introdurla. Tuttavia l’Età moderna è contrassegnata dal prevalere della leva militare volontaria, la quale beneficiò di numerosi progressi in campo scientifico e di introduzioni in quello tecnologico. Nel corso dei secoli la leva militare è stata oggetto di un dibattito non ancora esauritosi. La coscrizione obbligatoria spesso ricadeva su giovani, sottratti alle famiglie, privati della possibilità di dedicarsi […]

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Gli assorbenti in Italia sono un bene di lusso (il tartufo no)

Gli assorbenti in Italia sono un bene di lusso? | Riflessione Gli assorbenti, inutile dirlo, ci hanno letteralmente cambiato la vita. Pare che per noi donne, nell’antico Egitto, l’unica soluzione per quei cinque o sei giorni al mese di ciclo fossero le foglie di papiro, nell’antica Roma (e fino al Medioevo), invece,  un po’ di stoffa o di lana da lavare e rilavare. L’assorbente usa e getta fa la sua prima comparsa nella storia nel 1888 in America, ma per molti anni non fu accessibile a tutte le donne perché troppo costoso. Quando i prezzi diminuirono, le donne dovettero servirsi da sole nei negozi, mettendo i soldi in un’apposita scatola. Le mestruazioni, infatti, erano (e in molti Paesi lo sono ancora oggi) un vero e proprio tabù. Ma quanto costano, mediamente, le mestruazioni per una donna in Italia? Stimando l’inizio delle mestruazioni attorno ai 12 anni e la menopausa a 52 (il che significa circa 40 anni di fertilità), una donna ha mediamente 460 cicli mestruali in una vita. Ogni ciclo dura più o meno cinque giorni e l’assorbente viene cambiato ogni quattro ore. Una donna utilizza, quindi, circa 5 assorbenti al giorno e 25 nell’arco di un ciclo mestruale che, tradotti in una vita fertile, sono 11.500 assorbenti o tamponi. In Italia, una confezione di assorbenti esterni (di solito composta da dodici pezzi) costa circa tre euro, attestando a circa nove euro la spesa per ogni ciclo, 4.140 euro per una vita. Ma non è finita qui, perché le spese collaterali (come pillole, spirali, cerotti) per una donna sono di circa 2-300 euro all’anno, mentre quelle per analgesici e farmaci contro crampi, mal di testa e dolori articolari dovuti alle mestruazioni sono di circa mille euro. Gli assorbenti in Italia e nel mondo In Italia 21 milioni di donne utilizzano gli assorbenti e non possono farne a meno ma per la legge italiana non sono considerati beni di primaria necessità e sono tassati al 22%. Al contrario, invece, le scommesse o il gioco del lotto sono esenti da Iva; su latte e ortaggi (beni primari e deteriorabili) viene applicata l’aliquota al 4%, così come per gli occhiali, le protesi per l’udito, i volantini e i manifesti elettorali. L’Iva è ridotta al 10% anche per la carne, la birra, il cioccolato, il tartufo, le merendine, i francobolli da collezione e gli oggetti di antiquariato (che, in realtà, proprio indispensabili non sarebbero). Nel resto d’Europa, la Francia ha ridotto l’imposta per gli assorbenti dal 20% al 5,5%, l’Olanda e il Belgio al 6%, anche l’Inghilterra al 5,5%, mentre l’Irlanda, così come il Canada, l’hanno abolita del tutto. La Scozia, infine, sarà il primo Paese al mondo a garantire un accesso gratuito per le studentesse agli assorbenti all’interno di un piano che prevede un finanziamento di oltre 5,2 milioni di sterline. Alla fine dello scorso anno, sul web è stata lanciata una petizione per l’abbassamento della Tampon Tax al 4%.   Foto da TPI

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Legge di Bilancio: cosa prevede la manovra finanziaria

Ecco i principali cambiamenti previsti dalla Legge di Bilancio.  Legge di Bilancio. Partiamo dalla giustizia. E partiamo con il daspo: sarà a vita, in caso di condanna per i reati di corruzione, concussione e traffico di influenze, sia per il corruttore che per il corrotto, mentre per i reati contro la pubblica amministrazione, non ci saranno sconti sulla pena in carcere (permessi premio, misure alternative alla detenzione e lavoro esterno). Chi si autodenuncerà volontariamente entro quattro mesi dal reato, invece, godrà di una causa speciale di non punibilità. Sotto controllo anche le donazioni a partiti e movimenti che, sopra i 500 euro, andranno notificate entro un mese in un apposito registro. Per le politiche sul lavoro, invece, torna la Cassa integrazione straordinaria (CIGS) per le imprese che cessano l’attività produttiva per una durata massima di dodici mesi, e che verrà prorogata anche alle imprese di rilevanza economica e strategica a livello regionale con esuberi significativi. I Bonus riguarderanno l’occupazione nel Mezzogiorno, con la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato di under 35 o di disoccupati da almeno sei mesi, e le giovani eccellenze, ovvero un esonero contributivo fino a dodici mesi entro 8mila euro per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani laureati con 110 e lode. Per quanto riguarda le politiche messe in atto per le famiglie, le novità introdotte dalla Legge di Bilancio sono diverse: congedi più lunghi per i neo-papà lavoratori dipendenti (fino a 5 giorni entro 5 mesi dalla nascita) e possibilità di lavorare fino al parto per le mamme (e godere successivamente dei 5 mesi di maternità); aumento a 1.500 euro di bonus per l’iscrizione agli asili nido e proroga del bonus bebè; sconti fiscali per chi necessita di cani-guida; carta famiglia solo per le famiglie italiane con almeno 3 figli al di sotto dei 26 anni in casa; cartà d’identità 2.0 rilasciata dagli uffici postali; incremento del 1,35% e del 1,25% delle aliquote su new slot e videolottery; prescrizione delle bollette del gas come già avvenuto per l’elettricità. Tra le più discusse, la concessione gratuita di un terreno demaniale per almeno 20 anni per chi mette al mondo il terzo figlio (che ha suscitato non poca ilarità sui social) e, ovviamente, il reddito di cittadinanza. Il Fondo per il RdC avrà una dotazione di 7,1 miliardi di euro per il 2019, 8 miliardi per il 2020 e 8,3 miliardi per il 2021, e la misura sarà messa a punto con ulteriori provvedimenti attuativi nei prossimi mesi. Sulle pensioni, invece: introduzione di “Quota 100” per chi ha 62 anni di età e 38 di contributi e “Opzione donna” per le lavoratrici con 57 anni (se dipendenti) o 58 anni (se autonome) e 35 anni di contributi; taglio delle pensioni d’oro a partire dal 15% fino a 130mila euro per arrivare a un taglio del 40% per chi supera i 500mila euro lordi l’anno; tassazione fissa al 7% per 5 anni per i pensionati che vengono o ritornano dall’estero per trasferirsi al Sud. Le novità della Legge di Bilancio […]

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Attualità

India, catena umana di 620km per l’uguaglianza di genere

India. Stato meridionale del Kerala. Il primo dell’anno, tre milioni di donne si sono organizzate in un’infinita catena umana (lunga 620 chilometri) per rivendicare la piena uguaglianza di genere. Alla protesta hanno preso parte anche studenti e dipendenti statali, cui scuole e università hanno concesso il permesso di assentarsi. La catena umana di è sviluppata lungo tutte le principali autostrade del Kerala, dalla punta nord di Kasaragod fino a quella a sud di Thiruvanthapuram. Alle donne indiane in “età fertile” o “età mestruale” (ovvero tra i 10 e i 50 anni) è storicamente proibito l’accesso al tempio dedicato ad Appaya (il dio indù celibe), nella località di Sabarimala, meta di pellegrinaggio per la religione induista raggiungibile attraverso un percorso in salita e diverse ore di viaggio. Per l’Induismo, infatti, le donne che hanno le mestruazioni sono impure e non possono partecipare alle funzioni religiose. L’antica leggenda narra che, dopo essere stata liberata da una maledizione che l’aveva trasformata in diavolessa, una donna ebbe l’ardire di proporre al dio di sposarla, ignorando il suo voto all’eterno celibato. Il 28 settembre dello scorso anno, però, la Corte Suprema Indiana, adita dall’Associazione dei Giovani Avvocati Indiani, ha stabilito che a nessuna donna può essere precluso l’ingresso al tempio e che “la possibilità di praticare la religione deve essere data sia alle donne che agli uomini”. Una sentenza che il BJP (il partito Indiano nazionalista Bharatiya Janata) ha definito “un attacco ai valori tradizionali indù”, ma che ha rappresentato un nuovo passo progressista della giustizia Indiana, dopo la revoca ai divieti al sesso omosessuale e all’adulterio. Nonostante l’impegno del Governo a rispettare la sentenza della Corte, fin dal primo giorno di apertura dei cancelli che proteggono il complesso del tempio, gli estremisti indù si sono radunati davanti al luogo di culto per impedire alle fedeli di entrare e pregare. In seguito alla catena umana del primo gennaio, però, per la prima volta nella storia due donne sono riuscite a entrare nel tempio. Secondo la BBC, Bindu Ammini, 40 anni, e Kanaka Durga, 39 anni, sono entrate all’alba e i “custodi” del luogo sacro hanno poi deciso di chiuderlo per un’ora “per eseguire rituali di purificazione”. Il loro ingresso ha scatenato diverse proteste e scioperi fuori dal tempio. Negli scontri, un militante del partito nazionalista BJP è morto a causa del lancio di una pietra nella città di Pandalam, e 15  persone sono rimaste ferite. Il capo del governo del Kerala, Pinarayi Vijayan, ha ribadito la responsabilità del suo Governo di attuare la decisione della Corte Suprema, che affronterà un ricorso contro l’accesso femminile al santuario dal 22 gennaio, mentre alle donne resta vietato entrare in altri templi indù. – Foto di: Infoaut

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

Il CULT: “Suspiria” di Dario Argento

I film che non puoi non conoscere: il CULT Dal 1895 fino ad oggi, il cinema ci ha regalato tantissimi capolavori, capaci di emozionare e di far riflettere. Dal genere drammatico alla commedia, dall’espressionismo tedesco alla serializzazione del cinema, da George Méliès a Quentin Tarantino, la cinematografia ha acquisito in breve tempo sempre maggior spessore guadagnandosi la definizione di “settima arte”. L’impatto che il cinema ha avuto sulla nostra cultura è stato enorme, tanto da portare alcune opere a divenire il simbolo di una generazione. Questi film, ribattezzati con il termine “cult”, rappresentano non solo un importante aspetto della cinematografia ma anche un interessante elemento sociale, imprescindibili per chiunque si ritenga un appassionato del genere. È per questo che da gennaio 2019 nasce la rubrica il CULT, che ripropone mensilmente i film e le serie TV più apprezzate della storia! Analizzandole in 4 punti, scopriamo insieme cosa ha reso queste pellicole l’emblema di una generazione. In occasione dell’uscita del remake di Suspiria di Luca Guadagnino, il primo numero è dedicato al film che l’ha ispirato, opera del maestro dell’horror italiano: Dario Argento. Suspiria di Dario Argento Proiettato nelle sale italiane nel 1977, il film realizzato da Dario Argento è considerato da molti una pietra miliare della sua produzione, segnando il passaggio da uno stampo di tipo poliziesco al genere horror. Ma quali sono gli elementi che lo hanno reso un cult? 1) La fiaba in Suspiria Fin dalle prime sequenze è facile individuare l’influenza che la cultura del nord Europa ha avuto sul regista: un’innocente ragazza costretta a fronteggiare le forze del male, l’Accademia di danza simile ad un castello, la presenza di sortilegi e figure demoniache sono il frutto di un viaggio che Dario Argento ha compiuto in Francia, Svizzera e Germania alla ricerca d’ispirazione. Le ambientazioni sono infatti ricreate sul modello delle fiabe dei fratelli Grimm che, ben lontane dall’essere innocue favole per bambini, continuano ad esercitare fascino sui lettori di ogni età. A dimostrazione di ciò anche le citazioni a Biancaneve della Walt Disney, naturalmente in chiave più grottesca e macabra. 2) La fotografia Anche da un punto di vista tecnico possiamo ritrovare delle analogie con il classico Disney: entrambe le pellicole fanno uso del Technicolor, procedimento che si distingue per i suoi colori saturi ed aggressivi. Proprio la fotografia è uno dei punti forti dell’opera: realizzata da Luciano Tovoli, si avvale dell’uso di luci colorate poste dietro la carta da parati o al di fuori dell’inquadratura, colorando così i protagonisti e le ambientazioni e conferendogli un aspetto irreale. In questo modo lo spettatore si ritrova trasportato in un mondo onirico, richiamando inoltre l’uso che gli espressionisti tedeschi facevano del bianco e nero, metafora delle inquietudini dei  personaggi. 3) L’atmosfera Ciò che ha reso Suspiria un cult è l’inconfondibile atmosfera che Dario Argento è riuscito a ricreare, grazie anche alla scenografia di Giuseppe Bassan. Inizialmente l’idea del regista era di realizzare un film cui le protagoniste fossero bambine, ma la produzione si oppose temendo la censura. Si optò quindi per un abile stratagemma: […]

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Suspiria di Luca Guadagnino al cinema

Nelle sale italiane dal 1 gennaio 2019, Suspiria di Luca Guadagnino è un film che non rispetta le convenzionali regole dell’horror, a favore di una maggior attenzione sui complessi temi della memoria e del senso di colpa. Accompagnati dalla camaleontica Tilda Swinton e l’enigmatica Dakota Johnson, lo spettatore si ritrova immerso in una narrazione che si dimostra singolare e innovativa . Suspiria – La trama Ambientato a Berlino negli anni della guerra fredda, la pellicola narra le oscure vicende che hanno come protagonista Susy Bannion (Dakota Johnson), ambiziosa ballerina che riesce ad entrare nella prestigiosa Markos Dance Academy gestita da Madame Blanc (Tilda Swinton). Ma le articolate coreografie e la bravura delle insegnanti non sono le uniche componenti a rendere la Markos Academy unica nel suo genere: fra le sue mura si cela un antico ed oscuro segreto legato ad un’arcaica setta e alla misteriosa scomparsa di alcune studentesse. Il dottor Kemplerer, inconsapevole di quali forze stia sfidando, cercherà di far luce sul mistero, convincendo anche l’allieva Sarah (Mia Goth) ad aiutarlo nella pericolosa indagine. Suspiria – Non chiamatelo remake Nonostante il film porti il titolo e lo stesso incipit narrativo della celebre pellicola del maestro dell’horror italiano Dario Argento, le due opere sono in realtà molto diverse fra loro, tanto da chiedersi se sia giusto definire l’ultimo lavoro di Guadagnino un remake. Durante lo sviluppo del film si ha l’impressione che il regista abbia realizzato un’opera che si discosta dall’originale non soltanto per un diverso sviluppo di trama, ma sopratutto per i delicati temi che vengono affrontati con l’evoluzione della storia. Se nella pellicola del 1977 il professor Milius e Sarah, interpretati da Giorgio Piazza e Stefania Caselli, hanno un ruolo marginale e di contorno, nel lungometraggio del 2019 i due personaggi assumono un’importanza maggiore, non solo per il loro coinvolgimento attivo nell’indagine ma anche per il loro background. Il regista utilizza il passato dell’anziano psicologo per mostrarci il senso di colpa di una città che avverte ancora gli effetti della dittatura nazista, che si concretizzano nella rappresentazione dell’iconico Muro e nella divisione della città in due sezioni. Suspiria – La regia Dopo il successo di Call me by your name Guadagnino torna al cinema con una fiaba nera dalle tinte storiche. Nonostante le differenze, è chiaro l’omaggio che il giovane regista compie ad un cult del cinema italiano, che, afferma in un intervista, l’ha affascinato fin da ragazzo. Nel film Tilda Swinton (Ave Cesare, A bigger splash), sua musa ispiratrice e già protagonista di diversi film di successo del regista, dimostra tutta la sua abilità recitativa interpretando tre ruoli diversi ma metaforicamente legati fra loro: Madame Balnc, il professor Kemplerer ed Helena Markos. Ciò è stato possibile grazie alla bravura del make up artist Mark Coulier, che trasforma la talentuosa attrice rendendola irriconoscibile. Il film dimostra inoltre il suo valore attraverso un sapiente uso del montaggio e nella realizzazione delle atmosfere, merito anche della costumista Giulia Piersanti. La pellicola si impreziosisce inoltre con la colonna sonora realizzata da Thom Yorke, cantautore […]

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Van Gogh: “La follia è una benedizione per l’arte!”

«La follia è una benedizione per l’arte!» Questa é una delle più importanti citazioni del film Van Gogh sulla soglia dell’ eternità interpretato magistralmente dall’attore statunitense Willem Dafoe e diretto dal regista Julian Schnabel. Si tratta di un film importante e di grande sensibilità, dedicato al genio incompreso Van Gogh un maestro senza tempo. Vincent Van Gogh era un pittore istintivo e sregolato che dipingeva senza mai correggersi, prendendo per buone sempre i primi colpi di pennello. Le sue pennellate erano brevi e nervose che esprimevano il mondo interiore dell’ artista. Considerato dalla critica un capolavoro filmico Van Gogh sulle soglia dell’ eternità é proiettato dal 3 Gennaio 2019 nelle sale cinematografiche e vanta già un record di incassi. Van Gogh sulla soglia dell’ eternità – Trama Film Il film “Van Gogh: sulla soglia dell’eternità” prosegue con un ritmo ben determinato che riassume con grazia ed eleganza i 3 momenti chiave della vita del pittore Van Gogh. La prima tappa fondamentale é l’incontro tra Van Gogh (William Defoe) e Gauguin (Oscar Isaac) e il loro soggiorno ad Arles, il secondo momento é il ricovero al manicomio di Saint-Rémy ed il terzo é la permanenza di Van Gogh ad Auvers, dove il pittore mori’ misteriosamente. Tra Vincent Van Gogh e suo fratello Theo (Rupert Friend)vi era un rapporto viscerale che si evince durante tutto il film. Theo, convinto sostenitore dell’arte di Vincent, cercò di supportare il fratello con tutti i suoi mezzi fino alla morte del pittore. È di sole che ha bisogno la salute e l’arte di Vincent van Gogh, insofferente a Parigi e ai suoi grigi, il pittore olandese Vincent si trasferisce da Parigi ad Arles nel sud della Francia poiché la sua arte e la sua salute hanno un’ immensa necessità di sole e di vitalità, si ritrova a contatto con la forza misteriosa della natura. Vincent Van Gogh ha sfidato i suoi contemporanei che hanno biasimato la sua arte a tal punto da renderlo folle. Bandito dalla ‘casa gialla’ e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin e le visite del fratello Theo. Van Gogh sulla soglia dell’ eternità – Caratteristiche del film e del protagonista  Il regista Schnabel, trasportato come Van Gogh dalla luce della Provenza coglie quel passaggio folgorante che viene ritratto spesso nei dipinti del pittore olandese. Tutta la storia di Vincent Van Gogh, come quella di Gauguin, è segnata dal destino, marcata dall’insuccesso, e dall’incomprensione dei contemporanei che per questo motivo conduce l’artista all’isolamento. L’arte di Van Gogh contraddistinta da campi di grano, fogliame d’autunno, cipressi monumentali, giardini selvatici, fiori floridi, fondali gialli, arancio ardente dei crepuscoli, é colore vivo rovesciato sulla tela come magma incandescente, opere d’ arte poco apprezzato dai suoi contemporanei. Alieno al mondo che lo circondava, l’artista Van Gogh esprimeva un malessere profondo, una disperazione totale e una lucidità intensa che lo rendeva spesso odioso agli altri. L’ attore Willem Dafoe interpreta con successo il pittore Van Gogh esprimendone con gli occhi la visionarietà. Si […]

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Cinema & Serie tv

Film anni ’90, sette pellicole da vedere

I film anni ’90 sono entrati nell’immaginario collettivo di ognuno di noi. Scopriamo insieme quali sono quelli da vedere. Negli ultimi decenni del XX secolo il cinema attraversa un periodo particolare. Sono anni in cui il supporto della pellicola vive gli ultimi anni e in cui si sperimentano le prime innovazioni del digitale. Inoltre un universo di generi e tematiche spazia nel cinema di questi decenni: thriller, film catastrofici, fantascienza, commedie romantiche, film d’impegno e sul disagio giovanile, film d’animazione il cui emblema è il rinascimento Disney e blockbuster che hanno segnato l’immaginario collettivo. Consci che non si tratta di un qualcosa di esaustivo, vi proponiamo una lista di film anni ’90 da vedere, rivedere e scoprire. Preparate i popcorn e accendete il videoregistratore, si parte! Film anni ’90, sette pellicole da vedere Il silenzio degli innocenti – Johnatan Demme Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti è considerato uno dei più grandi thriller degli anni ’90. L’agente Clarice (Jodie Foster) viene incaricata dall’ FBI di catturare Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che rapisce giovani donne per poi ucciderle e scuoiarle. Alle indagini partecipa anche Hannibal Lecter (Antony Hopkins), ex psichiatra detenuto in un carcere di massima sicurezza per via delle sue tendenze al cannibalismo. Clarice scoprirà che il dottor Lecter è un abile lettore dell’anima e scaverà nel passato più profondo della giovane agente per aiutarla a catturare il pericoloso serial killer, ma riaprendo anche dolorose ferite del passato. Quello che colpisce di più de Il silenzio degli innocenti è la continua tensione e l’atmosfera cupa che si respira, complici la fotografia di Tak Fujimoto e le musiche di Howard Shore. A dare il suo contributo ci pensa anche Antony Hopkins, che con la sua interpretazione ha contribuito a plasmare l’immagine oscura ed inquietante di Hannibal Lecter come la conosciamo oggi. Il film ha vinto cinque premi oscar per il miglior film, miglior regia, miglior attore ad Antony Hopkins, miglior attrice a Jodie Foster e migliore sceneggiatura a Ted Tally. «Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti» (Hannibal Lecter/Antony Hopkins) Mediterraneo – Gabriele Salvatores Il cinema italiano ha sempre sfornato capolavori di film e lo dimostra anche Mediterraneo, pellicola di Gabriele Salvatores che ha vinto l’oscar per il miglior film straniero nel 1992. Siamo nel 1942 e un gruppo di soldati italiani viene mandato su un’isola greca del mar Egeo per costruirvi un presidio militare. Il gruppo è formato dal sergente maggiore Nicola Lorusso (Diego Abatantuono), il tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli) e un gruppo di soldati tra cui spiccano Antonio Farina (Gisueppe Cederna) e Corrado Noventa (Claudio Bisio). In quel luogo destinato a scopi bellici, ben presto i soldati riscopriranno il contatto con la semplicità della vita lontano dai clamori della guerra. Mediterraneo è forse il miglior film anni ’90 italiano mai realizzato. Il messaggio di fondo è prettamente antimilitarista, ma quello che colpisce di […]

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Cucina & Salute

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Come si fa il gelato? Istruzioni per l’uso

Come si fa il gelato? Il gelato, uno dei dolci più conosciuti al mondo, può essere preparato in vari modi, proviamo ad illustrarvi i nostri preferiti Il gelato è uno dei dolci più conosciuti al mondo. Anche se molti ne attribuiscono la paternità all’Italia, in realtà non si sa con certezza dove sia nato. Secondo alcuni il gelato è nato nel periodo dell’Impero romano quando gli antichi romani inventarono i “nivatae potiones”, veri e propri dessert freddi. Nel Cinquecento, Firenze crea il gelato moderno, fatto di latte, panna e uova grazie all’architetto Bernardo Buontalenti. Il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli aprì il primo caffè-gelateria della storia a Parigi, il famoso Caffè Procope. Alla fine del XVIII secolo l’italiano Filippo Lenzi aprì la prima gelateria in America, dove fu inventata la sorbetteria a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young. Ma il primo gelato industriale su stecco fu italiano, ed è stato il Mottarello al fiordilatte e nacque nel 1948.  (Fonte: www.istitutodelgelato.it) Ma come si fa il gelato? Per preparare il gelato occorre disporre di una gelatiera, ma se non ne siete provvisti ci sono vari modi per prepararlo usando il robot da cucina (es. il Bimby), l’estrattore o un semplice frullatore o usando solo il freezer! Gelato allo yogurt- Ricetta n. 1 (con gelatiera) Ingredienti per 700 gr di gelato Yogurt 500 ml Panna fresca liquida 125 ml Latte intero 125 ml Zucchero 120 gr Glucosio 10 gr Farina di semi di carrube 5 gr Procedimento: versare la panna e il latte in un pentolino, aggiungere lo zucchero , il glucosio e la farina di carrube  quindi mescolate per fare sciogliere tutti gli ingredienti: portate il composto a 80-85°, poi, mettete subito il pentolino a bagnomaria di acqua fredda e ghiaccio per abbattere velocemente la temperatura. Coprite il pentolino con un coperchio e mettete in frigorifero a raffreddare  per almeno due ore. Quando il composto sarà ben freddo unirlo allo yogurt (anch’esso molto freddo), mescolate per amalgamare gli ingredienti, successivamente mettete il tutto nella macchina per il gelato  e fate mantecare per almeno mezz’ora o fino a che il gelato non sarà cremoso e molto denso. Versate il gelato in un contenitore col coperchio e mettete in freezer per almeno tre-quattro ore. Buon appetito! Fonte: https://ricette.giallozafferano.it/Gelato-allo-yogurt.html Ricetta n. 2 Gelato di frutta (con il frullatore/tritatutto) Ingredienti: frutta 100 g (già congelata e tagliata in piccoli pezzi) zucchero a velo 4o g latte 150 g (già congelato nelle formine del ghiaccio) Procedimento: tirare fuori dal freezer 5 minuti prima frutta e latte congelati e poi mettere tutto nel frullatore, amalgamare fino a quando la consistenza non sarà buona e poi buon appetito! Fonte: http://www.piacerediconoscerti.it/2011/07/gelato-senza-gelatiera/ Ricetta n. 3- Gelato al caffè (senza gelatiera né frullatore) Ingredienti: 3 uova (da tenere prima in frigo) 100 gr di zucchero 500 ml di panna da montare (da tenere prima in frigo) 1 tazzina di caffè lungo (da tenere prima in frigo) 1 cucchiaino di caffè solubile 1 cucchiaino di cacao amaro 1 cucchiaino di liquore al caffè (opzionale, serve a non far ghiacciare il gelato) Procedimento:  Separare […]

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Le 11 regole di Orwell per una perfetta tazza di tè

Bere del tè, in Inghilterra come in Russia, è qualcosa di molto serio, che assomiglia a un vero e proprio rito. Per noi italiani, abituati a consumare tè a buon mercato, magari in filtri pronti per l’infuso, durante una veloce colazione o in ufficio, appare un’impresa davvero titanica credere che ci sia chi, alle cinque in punto o attorno ai preziosi samovar alimentati a carbone, si ritrovi a bere, con atteggiamento quasi religioso, una tazza fumante di questa squisita bevanda. Ignoriamo, in effetti, che la condivisione di un simil momento assuma, per un inglese fedele a secoli di tradizione e durante il freddo pietroburghese, un significato profondo: ossia, dichiarare il bene che si vuole all’altro, il rispetto che si nutre nei suoi confronti, la fiducia che si ripone in lui. Ancor più strano, per i non addetti, sarà leggere che esistono tantissime tipologie di tè – alcune più economiche, altre che costano, invece, un occhio della testa – e delle attrezzature necessarie (come il colino, per raccogliere le foglie, il termometro, per misurare la temperatura dell’acqua, e la teiera) per preparare una infusione a regola d’arte. Se quanto detto non è ancora sufficiente, un utile aiuto ci viene offerto dallo scrittore inglese George Orwell, grande amante dell’antica bevanda e autore di capolavori come La Fattoria degli animali e 1984, che pubblicò nel 1946, sul quotidiano Evening Standard, ben undici regole d’oro per assaporare una perfetta tazza di tè. Come si beve il tè: le undici regole d’oro di George Orwell 1) Si dovrebbe usare il tè indiano o di Ceylon. Quello cinese ha delle virtù che, al giorno d’oggi, non vanno disprezzate – è economico, e lo si può bere senza latte – ma non è molto stimolante. Non ci si sente più saggi, coraggiosi o positivi dopo averlo bevuto. Chiunque utilizzi la confortante frase “una bella tazza di tè” si riferisce sempre a quello indiano. 2) Il tè deve essere preparato in piccole quantità, cioè in una teiera. Preparato in un vaso è sempre insipido, mentre quello dell’esercito, che viene fatto in un calderone, ha il sapore del grasso e della calce. La teiera deve essere di porcellana o terracotta. Le teiere d’argento o di metallo Britannia producono tè di qualità inferiore. Le pentole smaltate sono ancora peggiori; stranamente, una teiera di peltro (una rarità, al giorno d’oggi) non è poi così male. 3) La teiera deve essere riscaldata in anticipo. Si consiglia di farlo posizionandola sul piano di cottura piuttosto che versandoci acqua calda, come invece si fa solitamente. 4) Il tè deve essere forte. Per una teiera da un litro, se hai intenzione di riempirla fino all’orlo, sono necessari sei cucchiaini. In tempo di crisi, ciò non si può fare tutti i giorni, ma sono convinto che una tazza di tè forte sia migliore di venti deboli. Tutti i veri amanti del tè lo preferiscono forte, e ancor di più con il passare degli anni – un fatto risaputo circa la quantità extra concessa alle persone più anziane. […]

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Zogan Massage: dal Giappone un rimedio naturale antiage

Dimenticatevi pure acido ialuronico, face-lift, bisturi, “punturine” ed altre diavolerie: dall’oriente arriva lo Zogan Massage, una soluzione facile ed efficace contro le rughe e non solo Una pelle del viso morbida, levigata, luminosa e giovane, senza quelle odiose occhiaie o quelle avvilenti rughe: un sogno? Pare proprio di no: arriva dal Giappone un massaggio che promette risultati sorprendenti, una tecnica facile ed accessibile a tutti, uomini e donne, senza dover ricorrere al bisturi e senza dover spendere una fortuna. Si tratta dello Zogan Massage, ideato dalla make-up artist ed esperta di bellezza giapponese Yukuko Tanaka, visagista delle più celebri stelle di Hollywood, seguitissima in patria ed anche oltreconfine: con soli pochi minuti al giorno, tutti i giorni, questo semplice ma rivoluzionario massaggio fai da te va ad eliminare le rughe e gli altri inestetismi che vanno a minare le bellezza del volto. Il nome “Zogan Massage” va tradotto letteralmente con “massaggio di costruzione del viso” ed il suo segreto consiste nella digitopressione basata sulla tecnica della MTC (Medicina Tradizionale Cinese) e nella stimolazione del sistema linfatico per agevolare la microcircolazione, eliminando così le tossine interstiziali della cute del viso, distendendo la pelle e tonificando i muscoli facciali (un ottimo approfondimento sulla cute lo si può trovare nella guida di Crema Viso sui tipi di pelle.) Zogan Massage: come imparare a praticarlo correttamente I movimenti da effettuare sono spiegati nel video di Yukuko, facilmente reperibile su Youtube. Innanzitutto, si comincia dalle clavicole per cercare di sciogliere i nervi: non tutti sanno, infatti, che i muscoli del viso si distendono solo quando spalle e collo sono rilassati. Si parte dalla fronte, si continua verso l’arcata sopracciliare e la palpebra dell’occhio. Poi si va a massaggiare il contorno delle labbra e quello del naso, infine si passa alle guance e alla mandibola. Ogni gesto va ripetuto tre volte, dall’interno verso l’esterno e al termine di ogni movimento è opportuno far scorrere le dita delle mani dalle tempie fino alla base del collo, proprio per espellere le tossine. Non solo le rughe dovute agli effetti del tempo, ma anche eventuali infiammazioni e gonfiori dovuti alla stanchezza verranno eliminati con questo rimedio applicabile comodamente a casa propria. Unica raccomandazione, la costanza di praticare lo Zogan ogni giorno e di accompagnare il tutto con una buona crema idratante o un olio per massaggi, preferibilmente quello di semi di cotone, per le sue note proprietà antiossidanti e la grande quantità di vitamine ed acidi grassi in esso contenuti, ottimi per rinforzare la barriera cutanea. D’altronde la millenaria cultura orientale ha sempre offerto una miriade di consigli e segreti di salute e bellezza: chissà quindi che non abbia ragione Yukuko Tanaka, che nonostante i suoi 60 anni, vanta ancora una pelle spettacolare, come numerose altre sue connazionali. E voi cosa aspettate dunque a provare questa sorprendente magia proveniente dal Paese del Sol Levante?

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Domesticazione delle piante: origini e curiosità

La “rivoluzione neolitica” e la domesticazione delle piante L’agricoltura è il risultato di fondamentali salti evolutivi: infatti, le specie coltivate nell’aspetto e nelle caratteristiche attuali sono il prodotto di un processo di selezione, semina intenzionale e domesticazione di piante spontanee iniziato, in modo relativamente sincrono, verso la fine dell’ultima glaciazione – tra 12.000 e 3.000 anni fa – in tre centri d’origine – centro medio-orientale, centro asiatico e centro americano – molto distanti e non in contatto fra loro. Tale decisivo processo, che è stato denominato “rivoluzione neolitica”, ha costituito la più importante transizione culturale, sociale e tecnologica nella storia dell’uomo, dall’economia di sussistenza all’introduzione dell’agricoltura, avendo determinato la sedentarietà, l’esplosione demografica, la formazione di classi sociali, lo sviluppo di strumenti e macchine. Successivamente, con la scoperta del “Nuovo Mondo”, furono introdotte e diffuse in coltura nuove specie in Europa intorno al XVI-XVIII secolo. Tuttavia, come scrive il noto chimico e divulgatore scientifico Dario Bressanini sul blog Le Scienze, «Gli alimenti hanno una storia spesso sconosciuta ai più. La nostra cucina è basata su alimenti che per arrivare nel nostro Paese hanno viaggiato attraverso i continenti, modificandosi nel tragitto. (…) Gli alimenti non solo hanno viaggiato ma, muovendosi nel tempo e nello spazio, hanno modificato i loro geni, spontaneamente o artificialmente. Sapete che (…) l’arancio dolce non esiste allo stato selvatico ed è il risultato di un incrocio tra un mandarino cinese e il pomelo?». L’aspetto originario di alcune varietà ortofrutticole prima della domesticazione «Diamo spesso per scontato che i prodotti agricoli che acquistiamo e mangiamo abitualmente siano rimasti immutati nel corso dei millenni. In realtà non è così: il lento processo di domesticazione di vegetali e animali ha modificato profondamente le proprietà e l’apparenza stessa di molti prodotti» (Contro Natura, Bressanini-Mautino, Rizzoli, 2015): la domesticazione, infatti, ha operato una selezione preferenziale di alcuni esemplari comparsi in seguito a mutazioni genetiche casuali, con caratteristiche vantaggiose e sfruttabili a scopi alimentari. Ecco perché, «sempre più spaventati e confusi dai messaggi allarmistici dei media, ci siamo convinti che la “manipolazione” del cibo sia uno dei tanti mali della società odierna, dimenticando che l’intervento umano sulle specie vegetali è antico quanto l’invenzione dell’agricoltura stessa». (Contro Natura). Conseguentemente, si sono del tutto opacizzate per l’odierno consumatore le caratteristiche originarie di molte varietà ortofrutticole. Il mais deriva dal teosinte, pianta selvatica messicana, che in origine ospitava una singola pannocchia lunga 2-3 centimetri, composta di 20-30 semi, non gialli e molto duri. I pomodori selvatici erano piccolissimi, una sorta di bacche, e soprattutto erano gialli. Le melanzane, introdotte in Europa dai mercanti arabi, domesticate in India, erano molto piccole e amare. Le carote, domesticate circa 8000 anni fa in Afghanistan e giunte in Europa nel X sec. d.C., erano viola o gialle – mentre le carote bianche selvatiche, già note ai Romani, non sono mai state domesticate poiché, essendo amarissime, erano impiegate solo per scopi medicinali – ed erano utilizzate soprattutto per estrarre il colorante rosso; studiando le scene di mercato dipinte dai pittori fiamminghi e […]

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Fuoco fatuo: tra chimica e leggende

Tra mito e realtà, il fuoco fatuo è uno di quegli elementi che sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo, spesso però sotto forma di leggenda più che di fenomeno a sé stante, completamente privo dell’alone misterioso che lo circonda. Se da bambini, la storia di questo fuoco ci è sempre stata presentata come legata ad alcune leggende popolari, molti ne ignorano la componente puramente chimica che colloca il fuoco fatuo tra i fenomeni più affascinanti sinora conosciuti. Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cosa genera questa fiamma dal colore bluastro: il fuoco fatuo Generalmente si tratta di un fenomeno chimico provocato dalla combustione di metano e fosfano, fuoriusciti dalla decomposizione di sostanze organiche: ad esempio resti umani di corpi le cui bare, come avveniva spesso in passato, non siano state sigillate correttamente, causando la fuoriuscita del metano che col fosfano origina fiammelle di colore verde-blu. I due gas interagiscono tra loro per effetto della combustione, e le molecole sovreccitate dal calore danno origine a fotoni con una particolare frequenza e lunghezza d’onda. All’interno di uno spettrometro, si può rilevare come a una certa lunghezza d’onda e frequenza -di questi fotoni- corrisponda il particolare colore della fiamma. Questo è il motivo per cui è possibile riscontrare la presenza di fuochi fatui, fluttuanti a livello del terreno, in luoghi quali cimiteri o brughiere. Il misterioso fascino di questo fenomeno, unito ai luoghi in cui generalmente si riscontrava, ha generato una serie di leggende e storie popolari legate al fuoco fatuo, termine italiano che non regge il confronto con la denominazione elargita in altri paesi e strettamente legata alle leggende tramandate. Tra le più comuni, e certamente più scabrose, c’è la leggenda di Will-o’-Wisp, diffusa nella contea inglese Shropshire, che narra del malvagio fabbro Will, il quale fu condannato a vagare sulla terra con in mano un carbone ardente, in cerca della via della Redenzione. Tuttavia Will se ne servì per attirare ignare vittime in foreste fittissime e paludi sconosciute dalle quali non sarebbero più state in grado di uscire. Allo stesso modo, la storia di Jack O’ Lantern narra dell’alcolizzato Jack che fu costretto a vagare per l’eternità sulla terra con una lanterna, escluso sia dal Paradiso che dall’Inferno per aver tentato di ingannare il diavolo. Sostanzialmente, tutte le leggende della Gran Bretagna legano il fenomeno del fuoco fatuo alla malvagità della luce o del personaggio che la trasporta. Di differente stampo sono invece le tradizioni degli altri paesi Europei, tra i quali la Scandinavia e la Francia. Nei paesi scandinavi, infatti, il fuoco fatuo è legato alla storia di un folletto che accende una lanterna in prossimità dei luoghi in cui ha nascosto i suoi tesori, portando ricchezza a chi si avventurava in queste zone. Mentre in Francia, le Feau Boulanger rappresenta lo spirito di una persona morta senza battesimo e per la quale bisognava pregare affinché fosse in grado di uscire dal Purgatorio e ottenere la pace. Se ci avviciniamo all’ambiente fantastico, rileviamo come queste leggende […]

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5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

Alla scoperta di 5 poesie di Alda Merini | Riflessioni Non possiamo, in questo articolo, parlare della nostra “top five” di poesie di Alda Merini, né prenderà qui forma un’analisi o un commento critico delle sue opere; tutto quello che si vuol fare è segnalare le «molecole di narratività» di cinque componimenti scelti per parola chiave nel tentativo di ripercorrere la poetica e la vita della poetessa. Dalla nascita, fino alla morte, contando la furia della pazzia, passando per l’orrore del manicomio e l’abbandono di un marito, odorando amanti senza tempo, ritrovando l’amore di una mamma che meglio di tutto seppe dare alle sue figlie i suoi versi. 5 poesie di Alda Merini Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano. Inaugurata la primavera con i suoi versi e fiorendo come un ciliegio che si riempie di rosso, lei, fiore riempito di linfa, si dice “poetessa della vita”. «Sono nata il ventuno a primavera»  canta, in suo onore, Milva sulle note di Giovanni Nuti (dall’album “Milva canta Merini“, 2004). «Il gobbo» da “Poetesse del Novecento” Il destino di Alda Merini è, sin dalla nascita, fatto di pane e poesia. Alda è una bambina subito forte: a soli 12 anni fa l’ “ostetrica”, portando alla luce il fratellino, sotto le bombe della guerra e le urla della mamma. Al contempo si svela ai suoi occhi l’identità salvifica della poesia e all’età di 15 anni Giacinto Spagnoletti è il primo ad essere considerato il vero scopritore del suo talento. «Il gobbo» è infatti tra le prime poesie pubblicate di Alda Merini: prima di finire in “Poetesse del Novecento“, fu pubblicata da Spagnoletti in “Antologia della poesia italiana 1909-1949″. Dalla solita sponda del mattino io mi guadagno palmo a palmo il giorno: il giorno dalle acque così grigie, dall’espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono, insoluta io stessa per la vita … e nessuno m’aiuta. Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una stana profezia. E perché vada incontro alla promessa lui mi traghetta sulle proprie spalle. «Quel sentirmi chiamare» da “Ipotenusa d’amore” “…allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti […] Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui.” (dall’intervista con Cristiana Ceci, 2004). Ettore Carniti è un uomo poco propenso alla letteratura; Alda non rinuncia alla poesia neppure con la fame… Un giorno Ettore torna a casa dopo aver speso tutti i soldi, lei gli lancia una sedia contro per ferirlo gravemente. Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta vengono strappate presto alla loro mamma: Alda è considerata psicolabile. Quel sentirmi chiamare mamma quando eri nel cortile, il cortile del canto, e muovevi un pallone tutto tuo per quel tuo sapiente rigiocare sulle scintille dell’adolescenza: era già un abbandono e non […]

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Aruspicina, disciplina etrusca

Aruspicina (disciplina etrusca) o interpretazione della volontà divina I Romani chiamavano “Etrusca disciplina” l’insieme dei riti, delle cerimonie e delle conoscenze che costituivano la scienza sacrale degli Etruschi. In particolare, la scienza degli haruspices era svolta da esperti sacerdoti e consisteva nella pratica dell’arte divinatoria dell’aruspicina: esaminare gli organi interni degli animali per scorgerne i presagi divini. L’aruspice o “esaminatore delle viscere”, accompagnando il rito con una preghiera, sacrificava l’animale, ne estraeva  l’organo per analizzarne i segni. La forma, il colore e l’aspetto saranno la chiave di volta per il presagio. Aruspicina: origini e tecniche Il mito etrusco narra che Tarconte( figlio di Telefeo e comparso nell’Eneide come capo degli etruschi e come fondatore della Tarquinia, una delle più potenti città etrusche)  già istruito nell’arte dell’aruspicina, stava arando i campi nei pressi del fiume Marta in Tarquinia,  quando vide una zolla di terra innalzarsi e assumere le sembianze di un fanciullo. Era Tagete, un ragazzo dalle virtù e dalla saggezza sconfinate tanto che veniva rappresentato con i capelli bianchi. Tagete tramandò i segreti della scienza sacrale al popolo dell’Etruria che si impegnò a riscrivere tutti i suoi insegnamenti nella lingua patria in tre libri: gli Aruspicini, i Fulgurali e i Rituali. Nella concezione religiosa etrusca vi era una stretta relazione tra macrocosmo e microcosmo: la terra è un riflesso dell’ordine divino che è in cielo. Proprio per questo motivo la ripartizione della volta celeste si rifletteva anche sui singoli elementi terrestri, tra cui appunto, gli organi interni degli animali. L’esame delle viscere svolto dagli aruspici, oltre che su organi come l’intestino, si focalizzava soprattutto, se non esclusivamente, sull’analisi del fegato. Il fegato veniva ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali corrispondeva a una certa divinità ed aveva quindi il proprio significato, positivo o negativo. Ognuna delle due facciate del fegato presentava un suo centro, una sua destra e una sua sinistra dove destra e sinistra erano rispettivamente segno di buono e cattivo auspicio. Del fegato contavano anche il colore e l’aspetto: se questo aveva un cattivo aspetto, delle anomalie, delle malformazioni o segni di malattia e di cattive influenze esterne si poteva parlare di segni “fortuiti” e quindi di una volontà nefasta. L’esempio più esplicativo e raffigurativo dell’arte dell’aruspicina è il Fegato di Piacenza, detto più semplicemente fegato etrusco: la lettura può essere rimandata a quella di una mappa in riferimento ai suoi punti cardinali. Rivolgendosi con le spalle verso il nord, si aveva alla propria sinistra la parte orientale che era di buon auspicio e alla propria destra quella occidentale di cattivo auspicio. La scienza degli haruspices: dagli etruschi ai romani Molti dei libri che costituivano la letteratura sacra detta Etrusca disciplina furono tradotti dall’etrusco al latino da due personaggi romani: l’Aruspice Tarquizio Prisco e Aulo Cecina. (Purtroppo però, i libri, fatti custodire da Augusto nel tempio di Apollo Aziaco sul Palatino, furono fatti distruggere da Teodosio e Onorio). Le popolazioni romane furono infatti, ancora prima della sconfitta etrusca da parte dell’Impero Romano, influenzate dalla cultura Tuscanica specialmente in […]

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Simboli massonici: i 19 più importanti

Simboli massonici, quali sono i più importanti?  La massoneria è un’associazione iniziatica le cui radici affondano nella notte dei tempi. L’atto di nascita ufficiale è del 1717, ma gli ideali massonici risalirebbero alla costruzione del Primo Tempio ebraico di Re Salomone (988 a.C.), quando l’architetto Hiram Abif avrebbe raggiunto una sorta di illuminazione spirituale attraverso i sacri ideali della costruzione. Massoneria Il termine Massoneria deriva dal francese franc-maçon (in inglese freemason ossia frammassoni, come erano chiamati i membri della massoneria), che significa “libero muratore”. Tale nome deriva dalla presunta discendenza della Massoneria da una corporazione di operai e muratori, riuniti in una associazione di mutuo appoggio e perfezionamento morale. La segretezza delle riunioni è uno dei capisaldi della Massoneria, aspetto che ha permesso ai massoni, soprattutto in passato, di operare in clandestinità, a volte anche con fini eversivi. Rifiutano gli atei e credono in un Dio ben diverso da quello cattolico, che è, piuttosto, un Grande Architetto. Altre caratteristiche massoniche sono la ritualità e la sacralità delle riunioni e il forte simbolismo. I 19 simboli massonici più importanti Nei Morals and Dogma di Albert Pike del 1871, l’autore, soprannominato il “papa della massoneria”, spiega come molti dei simboli massonici provenissero da culti pre-cristiani, in aperta polemica con la religione dominante nel mondo occidentale. Compasso e squadra Compassi e squadre sono da sempre gli strumenti per eccellenza dagli architetti, usati per stabilire le proporzioni tra le parti degli edifici e per dare bellezza e stabilità alle loro creazioni. Per questo motivo, la massoneria ha fatto propri questi simboli per sottolineare la rettitudine richiesta ai membri: il compasso disegnava una circonferenza all’interno della quale il buon massone doveva riuscire a circoscrivere le proprie passioni e i propri desideri. I due strumenti sono sempre visibili, intrecciati, in ogni stemma massone, a volte con una “G” nel mezzo. Il significato originario della lettera è andato in parte perduto. In Italia potrebbe indicare sia il Grande Architetto, sia la Geometria, sia il numero 7, dato che la G è la settima lettera dell’alfabeto. Per gli inglesi, la “G” sta per God, Dio. Può indicare anche Gnosi o Generazione. Il compasso è anche un simbolo del sole e della luce, perché l’unione delle due braccia dello strumento stabilisce un punto, che può essere identificato come una fonte luminosa, mentre le braccia rappresentano i raggi che da essa nascono. In sintesi, si può identificare nella squadra l’obbligo morale e nel compasso la spiritualità, la capacità, il genio. Filo a piombo e livella Il filo a piombo è l’elemento dell’equilibrio interiore e suggerisce l’idea dell’ascesa stabile, verticale, che guida alla perfezione. La livella indica la capacità di costruirsi un sistema di riferimento e quindi l’arricchimento spirituale. Simboleggia anche il comune destino della Morte ed ammonisce gli uomini a prepararsi alla Grande Livellatrice. Maglietto e Scalpello Il maglietto rappresenta la forza di volontà, la determinazione ad agire per il bene, secondo coscienza. Lo scalpello presuppone il discernimento, la capacità di distinguere le parti della pietra utili alla costruzione da quelle inutili e quindi la conoscenza di ciò che deve esser fatto e cosa […]

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Microsoft Office gratis se si è studenti

Microsoft Office gratis? Sí, se sei studente o insegnante Microsoft Office 365 Education comprende una varietà di servizi che consentono di collaborare e condividere i progetti scolastici ed include Office Online (Word, PowerPoint, Excel e OneNote), 1 TB di spazio di archiviazione di OneDrive, Yammer e siti di SharePoint. In tal modo le applicazioni principalmente utilizzate, come ad esempio Word o PowerPoint, possono essere reperite gratuitamente online, ed è possibile quindi scaricare direttamente dal proprio computer, documenti vari, oppure salvarli nello spazio di memoria virtuale del sito web Office. Anche se si decide di scaricare l’abbonamento direttamente sul proprio pc, la versione utilizzabile online è identica e facile da utilizzare. Tuttavia alcuni istituti consentono agli studenti di installare gratuitamente le versioni complete delle applicazioni di Office in un totale di 5 PC o Mac. Se il proprio istituto offre questo vantaggio aggiuntivo, apparirà il pulsante “Installa Office” nella home page di Office 365 dopo aver completato l’iscrizione. Come si fa ad avere Microsoft Office gratis? Naturalmente, per utilizzare Microsoft Office gratis è necessario che l’università o l’istituto scolastico che si frequentano abbiano aderito al programma di Microsoft Student Advantage (ma la maggior parte lo ha già fatto) e  occorrerà dare prova di essere effettivamente degli studenti. Farlo è facile, è possibile autenticarsi e quindi dimostrare di essere uno studente regolarmente iscritto, anche con l’e-mail personale fornita dall’università. Per usufruire di Office 365 basterà seguire le seguenti indicazioni: Innanzitutto bisognerà accedere alla Webmail studenti dal portale della propria università. Sarà poi necessario autenticarsi con codice fiscale e PIN (lo stesso PIN che si utilizza per l’accesso al Portale Studenti). All’interno della pagina web della posta elettronica, cliccare sull’ingranaggio in alto a destra per entrare nelle impostazioni del profilo. Cercare e cliccare la voce “Impostazioni delle app personali – Office 365”. Cliccare sulla voce “Software”. Selezionare Lingua e Versione. Verificare i requisiti di sistema e avvia l’installazione della versione più recente di Office cliccando su “Installa”. Infine, salvare l’eseguibile di Office 365 e installarlo. Microsoft Office 365 è già utilizzato da tanti studenti e sono numerosi gli atenei italiani, ma anche le scuole, che aderiscono. Una possibilità in più per gli studenti, nativi digitali, e anche per gli insegnanti, i quali potranno lavorare utilizzando il proprio computer e i servizi garantiti da Microsoft Office, innovativi e intuitivi. – Foto di: Webgeneration

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Le migliori 5 distro Linux per principianti

Quale distro Linux scegliere per un principiante? Esistono diverse decine di distribuzioni Linux (chiamate in modo gergale anche distro Linux ), e questo può disorientare chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Si parla di distribuzioni Linux perché quello che hanno in comune i sistemi operativi basati su Linux è il kernel (la parte del software che gestisce l’hardware), che è Linux. A questo ogni distribuzione aggiunge delle utilità di sistema, un ambiente desktop alias desktop environment (l’interfaccia grafica che si presenta all’utente) e dei software preinstallati (browser, suite per l’ufficio, lettori multimediali ecc.). A seconda del software incluso le distribuzioni Linux possono essere adatte a dei neofiti o meno, in questo articolo abbiamo scelto cinque distribuzioni Linux per principianti. Un avvertimento valido per tutte le distribuzioni: alcuni ambienti desktop hanno un design particolare, diverso dal “tradizionale” design di macOS e soprattutto di Windows. Se si cerca una distribuzione Linux per principianti e non si vuole familiarizzare con un tipo di desktop diverso può essere il caso di non usare ambienti come GNOME o Xfce. Ambienti con un design più tradizionale includono Cinnamon, LXQt, MATE e KDE. Inoltre le applicazioni preinstallate non sono quelle dei sistemi Windows o macOS, ma le loro controparti come software libero. Cinque distribuzioni Linux per principianti elementary OS Nata nel 2011, elementary OS è una distro Linux basata su Ubuntu, da cui deriva la compatibilità hardware e la facilità di trovare supporto. Utilizza Pantheon come un ambiente desktop, che richiama molto l’aspetto di macOS, il sistema operativo dei Mac. Tra i difetti, rimediabili grazie ai software per Ubuntu, la scarsità di applicazioni preinstallate e la scelta di avere un’utilità per l’installazione di programmi (AppCenter) autonoma e con pochi applicativi disponibili. Per scaricarla gratuitamente basta scegliere di “donare” 0$. Linux Mint Nata nel 2006, Linux Mint è basata su Ubuntu e Debian (sistema storico, efficiente e affidabile ma poco adatto ai neofiti). Consente di scegliere come ambiente desktop tra Cinnamon, MATE e KDE. Ha la stabilità e disponibilità di applicazioni di Debian ed Ubuntu, un ottimo numero di applicazioni preinstallate ed un’interfaccia con un design tradizionale e moderno allo stesso tempo. Distribuzioni Linux per neofiti: gli screenshot OpenSuse Nata nel 2005, OpenSUSE è la versione “comunitaria” di SUSE, una distribuzione Linux commerciale. Stabile e ben testata, richiede relativamente poche risorse rispetto ad altri sistemi. Offre Gnome o KDE come ambienti desktop, ed all’installazione offre già un sistema completo grazie alle applicazioni preinstallate. Notevole tra questi YaST, centro di controllo che permette di avere sottomano tutto il necessario alla gestione del sistema. PCLinuxOS Nata nel 2003, PCLinuxOS è pensata come distribuzione Linux per principianti, il suo slogan è “radically simple”, estremamente semplice. Come ambienti desktop propone KDE o MATE, con un’interfaccia semplice e moderna. Ha un’ampia scelta di applicazioni sia preinstallate che disponibili (grazie al gestore di pacchetti Synaptic), fino a qualche anno fa era popolare come scelta per neofiti, oggi non è più così diffusa. Ubuntu e derivate ufficiali Nato nel 2004, Ubuntu […]

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L’SMS: un tempo mezzo di comunicazione, oggi prezioso strumento di sicurezza

Gli SMS sono degli strumenti davvero utilissimi, e sebbene si creda che siano oramai del tutto obsoleti, in realtà continuano ad essere assai importanti nella nostra quotidianità. Può essere sicuramente utile, a tale riguardo, aprire una parentesi “storica”, evidenziando il fatto che l’SMS odierno sia un qualcosa di profondamente differente rispetto a quello di anni addietro. Il boom degli anni Duemila e il cambio di rotta nel decennio successivo Attorno agli anni Duemila gli SMS iniziarono a spopolare: l’idea di comunicare senza dover effettuare una chiamata, ma semplicemente scrivendo un breve messaggio testuale, trovò un grandissimo riscontro sul mercato, e nel mondo iniziarono ad essere scambiati milioni e milioni di SMS ogni anno. I giovani e i giovanissimi si innamorarono subito di questo nuovo metodo di comunicazione, rendendolo un vero e proprio “must”, ma la praticità degli SMS non è rimasta a lungo indifferente neppure tra le fasce di popolazione adulta. Un cambiamento radicale nell’utilizzo del classico messaggino di testo è avvenuto circa un decennio dopo, quando la connessione sul telefono cellulare ha iniziato a divenire efficiente, funzionale ed economica. Le App di messaggistica istantanea, completamente gratuite, hanno annientato gli SMS come strumento di comunicazione, tuttavia gli “Short Message Service” continuano ad essere assai utili ancora oggi, se pur in modo differente. Gli SMS come strumento per la sicurezza telematica Oggi, ad esempio, gli SMS sono fondamentali nelle varie procedure di autenticazione online, necessarie ad esempio quando si eseguono delle registrazioni. Per tantissimi servizi online, da quelli relativi alla Pubblica Amministrazione fino a quelli riguardanti l’Internet Banking e altri sistemi di pagamento e di ricezione di denaro online, l’SMS è fondamentale non solo ai fini dell’autenticazione, ma anche come Alert, dunque come notifica del compimento di una determinata operazione. Gli SMS oggi sono adoperati anche per fornire agli utenti dei PIN attraverso i quali potranno accedere ai più disparati servizi online, è dunque molto evidente il fatto che oggi la ricezione di un SMS abbia comunque una grande importanza e presenti caratteristiche diverse da quelle originarie, decisamente più informali. Possiamo affermare insomma che oggi è ben più raro, rispetto al passato, ricevere un SMS, ma quando ciò avviene vi prestiamo una grandissima attenzione in quanto sappiamo che con ogni probabilità si tratta di una comunicazione ufficiale, e non del messaggio di un nostro amico o di un nostro parente. I moderni servizi dedicati agli sviluppatori web Coerentemente con questa nuova “identità” dell’SMS si sono diffusi sempre di più dei servizi specifici, dedicati agli sviluppatori web. Aziende specializzate quali SMS Hosting, il cui sito Internet ufficiale è smshosting.it, offrono ad esempio dei servizi specifici di SMS OTP, attraverso i quali gli sviluppatori possono rendere assolutamente sicuro l’accesso degli utenti alle loro App e ai loro portali web. Grazie a tali strumenti, infatti, gli accessi vengono autenticati tramite l’inserimento di un codice PIN che viene inviato all’utente proprio via SMS, e questa è senz’altro una soluzione in grado di garantire la miglior sicurezza, sia all’utente che a chi gestisce il servizio online. Alla luce di quanto visto, dunque, è davvero improbabile che l’SMS possa essere, in un futuro, […]

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Libri in pdf: come scaricarli e leggerli (legalmente)

Libri in pdf, come e dove scaricarli gratis Non tutti sanno che esistono siti per scaricare ebook gratuitamente e legalmente. Questi libri solitamente sono disponibili perché le opere sono finite nel pubblico dominio una volta scaduti i termini di legge, o perché l’autore/la casa editrice le hanno rese disponibili disponibili gratuitamente per promozione. Abbiamo steso una breve e non esaustiva lista online di siti per scaricare libri, sia che siano PDF/ebook senza DRM (“lucchetti digitali” per la tutela dei diritti d’autore) utilizzabili ovunque, oppure ebook con sistemi di protezione (tipicamente quelli dei negozi online), con qualche consiglio per l’uso. N.B. Teoricamente questi siti non dovrebbero includere violazioni di copyright, ma è sempre buona norma verificare prima di scaricare. Come scaricare libri in pdf gratis Partiamo dai siti per scaricare ebook completamente in italiano o con una sezione dedicata ai testi in italiano. Biblioteca della letteratura italiana: una piccola raccolta di classici della letteratura italiana, realizzata da Pianetascuola ed Einaudi. Offre il download di libri pdf gratis senza DRM. LiberLiber: alias Progetto Manuzio, è una raccolta di oltre 4800 libri, 8000 brani musicali e decine di audiolibri, completamente in italiano. Permette il download in vari formati senza restrizioni, come EPUB, ODT e PDF; i libri sono sottoposti a diverse licenze che permettono comunque la lettura gratuita del testo. ManyBooks.net: libreria online gratuita nata nel 2004 con testi di Project Gutenberg, è arrivata ad offrire oggi oltre 50.000 ebook gratuiti, con una sezione per quelli in italiano. Negozi di ebook: molti hanno una selezione di testi offerti gratuitamente o nel pubblico dominio, accessibili solitamente tramite registrazione. Possono essere sia utilizzabili liberamente che vincolati tramite DRM e software del negozio. Li troviamo ad esempio su Amazon, Bookrepublic, Feedbooks, Google Play Store, IBS, La Feltrinelli, Mondadori Store e StreetLib (ex UltimaBooks). Project Gutenberg : un progetto per la digitalizzazione di libri nel pubblico dominio. Offre oltre 57.000 testi in più lingue, tra cui l’italiano, utilizzabili senza restrizioni. Wikisource: parte della fondazione Wikimedia (la stessa di Wikipedia), raccoglie testi di pubblico dominio o con licenze libere, ha una sezione completamente in italiano. I libri sono scaricabili gratuitamente in vari formati, ma una parte dei testi non è completa e/o formattata. Come scaricare ebook gratuitamente (siti multilingue) La maggior parte dei siti per il download di libri è in lingua inglese ed offre di solito un catalogo più esteso rispetto a quelli in italiano. In questo caso occorre prestare attenzione alle normative sui diritti d’autore che potrebbero essere diverse da quella italiana. Authorama: una raccolta di libri classici nel pubblico dominio e di testi sotto licenza Creative Commons. Free Computer Books: una raccolta di link a ebook gratuiti di informatica, ad esempio promozioni degli editori. Internet Archive (eBooks and Texts): è un progetto che si occupa di creare un archivio digitale di pagine web, libri, filmati e contenuti multimediali. Ospita tra l’altro oltre 11 milioni di libri e testi, disponibili gratuitamente. LibriVox: audiolibri di testi nel pubblico dominio negli Stati Uniti, scaricabili gratuitamente. Negozi di ebook: […]

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Libri

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I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici

Con il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici la talentuosa scrittrice Agnese Palumbo ci conduce nei meandri di Napoli, guardando la città con occhi diversi. Il libro I love Napoli è stato presentato dall’ autrice presso La Feltrinelli Point di Pomigliano D’ Arco il 12 Dicembre 2018. Un’ accogliente sala della Feltrinelli Point è in trepidazione per l’ inizio della presentazione del libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici. Il colore rosso delle sedie della sala è come il cuore pulsante di amore delle persone che amano la città di Napoli. I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici – Trama Si scende tra i vicoli, si sale ai quartieri, la gente canta, con pochi euro pranzi e se sei fortunato arrivi fino al mare. Le mura greche e le Madonne barocche, pezzi di templi incastonati e sacerdotesse nascoste a San Gregorio Armeno. Chiunque giunga a Napoli, trova quello che cerca, ‘o sole mio potente che s’ infrange sul giallo tufo, il filo d’olio che impregna le freselle, il vociare dei venditori ambulanti. Da San Martino, da Posillipo, dalle terrazze di Castel dell’Ovo, una città che cambia faccia e cambia bellezza: morbida, colorata e malinconica, il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici è il desiderio di andare oltre, non solo di guardare la bellezza del mare e del Vesuvio, ma guardare Napoli da un punto di vista del tutto diverso. I love Napoli : Storie insolite e luoghi magici – Intervista all’autrice  Cosa intendi dire quando affermi: “Questa città non è un luogo comune?” La scrittrice Agnese Palumbo risponde con un sorriso dicendo: “Ho giocato sul doppio senso di questa frase. La città di Napoli è una cartolina tutti la immaginano cosi’, in realtà per andare al di là del luogo comune Napoli non è solo una città bella da visitare, ma è soprattutto una città che coinvolge le persone che la visitano ricordo una coppia di milanesi che hanno subito una metamorfosi arrivano in città rigidi, passeggiando per le vie della città vengono ammaliati dalla magia e dalla napoletaneità.” Perché il ciuccio è simbolo del calcio napoletano? Il ciuccio ha un suo significato estremamente simbolico ed interessante originariamente era un cavallo simbolo di Napoli un cavallo rampante indomito che dava la sensazione di una libertà ingestibile il primo sovrano fu Corrado di Svevia che ad un certo punto mise le redini al cavallo perché lui stava imbrigliando Napoli. Il simbolo della città rimase il cavallo, perché Napoli è uno spirito libero come lo è l’anima del cavallo. Quando il Calcio Napoli decise quale identità dovesse avere il giorno della sua Fondazione nel 1926 scelsero come simbolo questo cavallo. Col passare del tempo il Napoli non vinceva partite e quindi le persone napoletane mormorando lo fecero divenire un ciuccio e nel paradosso ironico anche il ciuccio ha una grande valenza. Perché Napoli é definita la città del Sole? La sua indole straordinaria che vanta un clima straordinario, ha plasmato antropologicamente la natura dei napoletani […]

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10 romanzi da leggere, i nostri consigli

Romanzi da leggere, 10 consigli eroici Leggere significa conoscere e di conseguenza arricchire il proprio bagaglio culturale. Ma quali sono i libri della letteratura classica da leggere almeno una volta nella vita? Ebbene, abbiamo deciso di darvi una classifica dei 10 capolavori della letteratura mondiale dei romanzi da leggere assolutamente. Essendo grandi classici li si può trovare in formato ebook (PDF o ePub) e scaricabili anche online. A tal proposito vi consigliamo il portale Ebookgratis.biz dove sono disponibili migliaia di ebook gratis di centinaia di autori famosi, da scaricare gratis e legalmente (i diritti d’autore sono ormai caduti) tutte le opere menzionate in questa nostra classifica dei “top 10 romanzi da leggere” Romanzi da leggere, la nostra top 10 I Miserabili Bellissimo romanzo storico che porta la firma del noto scrittore, drammaturgo e poeta francese Victor Hugo. Pubblicato nel 1862, il libro pone l’accento sulle contraddizioni legate alla società francese dell’epoca. Il protagonista è Jean Valjean, un uomo di 40 anni che dopo aver scontato una lunga pena decide di chiedere aiuto ed ospitalità a Monsignor Myriel, vescovo di Digne. L’uomo aveva vissuto una lunga prigionia per aver rubato un pezzo di pane per la famiglia e dopo essere riuscito a scappare si è trovato a dover fare i conti con il disprezzo della società. In quanto ex detenuto infatti non riesce in nessun modo a reintegrarsi. Sarà proprio il cardinale Myreal l’unica persona a credere in lui e ad accoglierlo salvando la sua anima. Infatti grazie al cardinale, Jean Valjean potrà risollevare le proprie sorti ed iniziare finalmente una nuova vita. L’opera tratta tematiche molto attuali come la diffidenza verso il debole, lo sfortunato e il povero; Il Ritratto di Dorian Gray Scritto dallo scrittore irlandese Oscar Wilde e pubblicato nel 1890, questo romanzo ambientato nella Londra vittoriana del XIX secolo è considerato il manifesto dell’Estetismo. Dorian Gray è il protagonista. È un giovane orfano molto bello la cui vita è tormentata dalla paura di invecchiare. Dopo essersi fatto fare un ritratto da un pittore di nome Basil il giovane ottiene, con un sortilegio, che ogni segno del tempo non compaia sul suo viso ma solamente sul ritratto. Si abbandona quindi ad ogni eccesso più sfrenato, vive una vita fatta di lusso, droga e sesso mantenendo la bellezza e la perfezione del suo viso. La situazione cambierà dopo che Dorian deciderà di svelare il suo segreto a Basil, il pittore del quadro, il quale lo rimprovererà e lo costringerà a pentirsi. Dorian però non accetterà le accuse e a seguito di un impeto di rabbia ucciderà il pittore. L’omicidio però diventerà per lui un ossessione e una tortura e un giorno spinto dalla rabbia squarcerà il quadro con una pugnalata. A morire però sarà lui mentre il ritratto tornerà a raffigurare un giovane bello e puro. Il romanzo quindi mette in luce l’attaccamento dell’uomo alla giovinezza e la paura di invecchiare e morire. Ma la sorte di Dorian rivela quanto in realtà l’idea di un’eterna giovinezza sia un’illusione e nient’altro; Orgoglio e Pregiudizio […]

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Nestor Burma e il mostro di Léo Malet per Fazi Editore (Recensione)

Le avventure del sarcastico e politicamente scorretto investigatore privato Nestor Burma, nato dalla penna del maestro del noir Léo Malet, tornano in libreria con una delle ultime uscite Fazi Editore. In Nestor Burma e il mostro (prima edizione 1945), il caldo di agosto vede il celebre investigatore e la sua Agenzia Fiat Lux a corto di casi e alle prese con la spietata concorrenza di un giovane giornalista, che cerca di soffiargli gli incarichi per guadagnarsi il titolo di “detective che ha messo k.o. il mistero” e, con esso, le prime pagine dei giornali. Un affronto decisamente troppo grave per l’astuto investigatore che, impigrito dal caldo e dall’assenza di casi da seguire, viene coinvolto da un giovane amico, Jacques Bressol, quindicenne strillone di professione, nelle morti apparentemente accidentali, ma fin troppo ravvicinate per trattarsi di una coincidenza, di due ragazzini che lavoravano con lui. Bressol sembra infatti convinto, sebbene non possa dimostrarlo, che le due morti non solo non siano accidentali come sembrano, ma anche da attribuirsi ad una gang rivale. La bizzarra coincidenza che vede morire nel giro di poco due ragazzini in perfetta salute non passa inosservata all’investigatore, che inizierà ad indagare, parallelamente alla polizia francese, sul caso dei due ragazzini, fino alla drammatica scoperta che dietro la morte di uno dei due c’è avvelenamento da arsenico, nascosto nei cioccolatini che il ragazzino sembra aver ricevuto in regalo dal padre, Frédéric Tanneur, un tassista col vizio dell’alcool e del gioco, una labile memoria e una pessima fama. Il colpevole ideale per un delitto efferato e apparentemente inspiegabile. Nestor Burma e il mostro: riuscirà l’investigatore a mettere k.o. il mistero? Se tutti gli indizi sembrano convergere sul padre del ragazzino e di questo sembra esser fermamente convinta la polizia francese, che ufficialmente segue il caso, Nestor Burma, un po’ per spirito di contraddizione e un po’ per reale convinzione dell’innocenza dell’uomo, cerca altre strade, altre spiegazioni, senza il timore di indagare nelle torbide frequentazioni del tassista e, soprattutto, senza il timore di pestare i piedi ai malavitosi sui quali getterà luce nelle sue indagini. Coraggio che rasenta la spavalderia e l’incoscienza e che darà a questo noir i toni di un vero e proprio thriller. Tra continue rivelazioni e colpi di scena, gli immancabili flirt di Burma, con la sua innata e spiccata predilezione per le belle donne -unico e vero punto debole dell’investigatore- e travolgenti scene di pura azione, il lettore vedrà Nestor Burma, alla ricerca della verità e del vanto di aver messo k.o. il mistero, destreggiarsi abilmente, dando prova di scaltrezza e furbizia, oltre che di coraggio, tra loschi individui e pericolosi ed impalpabili mostri, che agiscono nell’ombra e colpiscono alla cieca, senza lasciar traccia di sé.

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Libri

Madonna col cappotto di pelliccia di Sabahattin Ali (Recensione)

Madonna col cappotto di pelliccia, in uscita il 10 Gennaio per la casa editrice Fazi Editore, può essere definito “il romanzo dimenticato di Sabahattin Ali“. Pubblicato per la prima volta negli anni ’40, è stato a lungo relegato nell’oblio e solo nel nuovo millennio è tornato alla ribalta grazie alla predilezione che gli hanno riservato i giovani che occupavano Gezi Park nel 2013. Il romanzo, ristampato in milioni di copie, da allora è divenuto un oggetto di culto non solo in Turchia ma in moltissimi altri Paesi sia occidentali che orientali,acclamato dalla critica e dal pubblico. La forza di questo romanzo, apparentemente romantico e politicamente disimpegnato, sta non solo nella scrittura limpida, pulita e, allo stesso tempo, forte: l’aspetto che colpisce più di ogni altro è quello della caratterizzazione dei personaggi, che tendono a ribaltare gli stereotipi sociali e di genere, profondamente radicati nella società turca degli anni ’40. I due protagonisti di Madonna col cappotto di pelliccia si muovono in un mondo fortemente patriarcale, in cui gli uomini devono essere forti e le donne possono abbandonarsi alla debolezza. Maria e Raif, invece, sovvertono tale equilibrio naturale, mescolando le carte e mostrando, più o meno liberamente, caratteristiche che vanno  oltre la solita stereotipia. Maria, giovane pittrice berlinese, è indipendente, fiera, un po’ sopra le righe. Raif Effendi, turco, sembra apparentemente un uomo mite, quasi estraneo al mondo che lo circonda. Eppure, guardando oltre le apparenze, si scopre un animo sensibile, capace di emozioni alte, vere e totalizzanti. Con la figura di Raif Effendi, Sabahattin Ali mette anche in evidenza che troppo spesso non riusciamo a considerare la profondità degli altri, limitandoci solo alle apparenze, semplicemente perché non abbiamo il tempo e l’interesse di conoscere le persone che abbiamo davanti. È proprio questo voler guardare in profondità le cose che, forse, ha reso questo romanzo tanto caro ai giovani turchi, che cercano di resistere ad un regime repressivo grazie ad un approccio romanticamente eroico alla vita. Madonna col cappotto di pelliccia. La trama Madonna col cappotto di pelliccia è scritto come un “romanzo nel romanzo”. La sua struttura a cornice ricorda un po’ quella delle scatole cinesi, nelle quali l’involucro più interno nasconde un gioiello prezioso, in questo caso, il racconto della vita giovanile di Raif Effendi e del suo amore eterno per Maria Puder. La voce narrante della cornice esterna è quella di un anonimo impiegato di Ankara. Siamo negli anni ’30 e il giovane, impiegato di banca disoccupato, viene assunto da una ditta che commercia macchine industriali. Come ultimo arrivato, si trova a condividere l’ufficio con Raif Effendi, il cui compito è tradurre in tedesco i documenti. Uomo solitario e schivo, Raif colpisce subito il suo compagno per la sua apparente mediocrità. Tutti lo trattano con sufficienza, tanto al lavoro quanto in casa. Nonostante ciò, i due entrano sempre più in confidenza, e il giovane comincia a sospettare che, dietro quell’apparenza così dimessa e subalterna, possa nascondersi dell’altro. Ma quale può essere la ragione di vita di una persona simile? Il taccuino di Effendi, […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Stand Up Comedy: Workshop + Open Mic con Filippo Giardina

Filippo Giardina torna a Napoli per un work-shop sulla Stand Up Comedy L’ultima volta che Filippo Giardina è stato a Napoli era il 22 Luglio 2018, per esibirsi con il suo monologo Lo ha già detto Gesù nella suggestiva cornice del Maschio Angioino. L’evento fu organizzato dal Kestè ed ora, nel locale di Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, il comedian romano ritorna per un due giorni di workshop sulla Stand up Comedy, per mettere a disposizione le sue conoscenze e le sue esperienze, condividendo con gli aspiranti comici – o magari soltanto curiosi di turno – trucchi e segreti del mestiere. Il workshop con Filippo Giardina Il workshop si svolgerà in due giorni, Sabato 12 e Domenica 13, per un totale di 12 ore di attività laboratoriale. Sabato 12 le attività si svolgeranno dalle 11 alle 14 e poi dalle 15 alle 18. Medesimi orari anche per il giorno seguente. Ciliegina sulla torta sarà l’open mic che si terrà Sabato sera alle 22, dove potrà esibirsi chiunque vorrà, non ci saranno paletti o limiti di sorta e, magari, si potranno mettere a frutto gli insegnamenti appresi in giornata. Attenzione però, per salire sul palco o partecipare al workshop, dovrete prenotarvi mandando una mail al seguente indirizzo standupcomedynapoli@gmail.com, oppure con un messaggio alla pagina Facebook Stand Up Comedy Napoli. I posti sono limitati anche per il pubblico, per assicurarvi un posto dovrete prenotare tramite questo sito: https://tinyurl.com/yaxdgbd2. L’ingresso sarà gratuito per tutti i soci del Kestè Abbash, i non soci, invece, potranno accedere tesserandosi per la modica cifra di 5 euro. Un laboratorio di Stand Up Comedy, il programma del workshop Il workshop verterà su precisi punti tematici: • Urgenza satirica e narcisismo • La ricerca del punto di vista attraverso l’analisi cosciente del proprio vissuto esistenziale e intellettuale • Il paradosso necessario • Le battute, le belle battute, le battute enigmistiche e le battute compulsive • Cuore e tecnica • Cinismo, nichilismo e sciacallaggio • Il prezzo da pagare per un buon monologo • La ricerca del personaggio non personaggio (essere comico non vuol dire fare il simpatico) • Satira e cabaret politico • Ideazione di un monologo collettivo A tutti i partecipanti sono richieste innanzitutto idee (che sono la cosa più importante), partecipazione e di munirsi di foglio e penna, gli strumenti del mestiere. Un’occasione da non perdere, si potrà non solo ascoltare e imparare da uno dei più importanti comedian italiani, ma anche lavorare in gruppo per condividere idee, confrontarsi, in poche parole vivere un’esperienza di crescita culturale. I prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè Un inizio scoppiettante per la Stand Up Comedy al Kestè con il workshop con Giardina al quale seguiranno tanti altri eventi ancora, per un anno tutto da vivere… e da ridere! 19 Gennaio – Clara Campi 26 Gennaio – open mic con Daniele Fabbri 27 Gennaio – Spettacolo di Daniele Fabbri al Teatro Nuovo 9 Febbraio – open mic con Giorgio Montanini 16 Febbraio – Luca Ravenna

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Food

Franco Pepe: chi c’è dietro la pizzeria migliore del mondo

A Franco Pepe, gli appassionati di pizza associano automaticamente la sua pizzeria: Pepe in Grani. L’esperienza da Pepe in Grani – per gli addetti ai lavori e gli appassionati – è una “missione” da compiere, prima o poi, per trarne un proprio giudizio; un po’ come quei libri da leggere prima o poi nella vita. Di seguito, anche grazie al tempo dedicato da Franco Pepe durante una cena, si cercherà di mettere in fila una pizzeria che è un mondo, fatta da un uomo che rivendica per sé un ruolo preciso nella società: quello di artigiano. Franco Pepe: i luoghi, i produttori, la persona La geometria è quella scienza primitiva che nasce dall’esigenza di rappresentare, di misurare il mondo che ci circonda. A Franco Pepe va il merito di aver codificato una geometria della pizza, sfrondando questo ambiente da molti pelucchi. Caiazzo dista da Napoli 50km; per chi conosce la geografia campana, è facile intuire che 50km di distanza sono sufficienti per generare flora e fauna completamente differenti da un luogo ad un altro. Poco più di cinquemila anime, dove il capoluogo più vicino (Caserta) dista ancora 17 km di vallate e montagne. Facile giungere alla conclusione che qui lo spopolamento, la migrazione, sono voci da mettere nel libro mastro giorno dopo giorno. Ci vuole amore per far sì che Caiazzo diventi meta e non punto di partenza per non tornare mai più; c’è una certa assonanza tra quello che predica Franco Arminio, il paesologo, e quello che fa Franco Pepe: c’è bisogno di tornare nei paesi, per capire dove stiamo andando. La panificazione è nel sangue di Franco Pepe: il nonno Ciccio, di ritorno dalla guerra in Libia, apre un forno dove vende pane ed altri generi di prima necessità; suo padre Stefano funge anch’egli da modello. Dai gesti ripetuti mille e mille volte nasce appunto l’idea di una pizza diversa, che sa di antico. Fondamentale in questo passaggio è il rapporto che il pizzaiolo ha con Caiazzo, i suoi abitanti, e i produttori degli ingredienti che utilizza per le sue pizze. Fondamentali i due rapporti che tesse con Il Casolare, caseificio, e La Sbecciatrice, azienda agricola. E ancora una miriade di collaborazioni fruttuose con i piccoli produttori ed artigiani dei presidi Slow Food. Tutto è senza soluzione di continuità, come un nastro di Mobius. Una scelta che appare evidente sin dalla struttura, al centro di Caiazzo, e che prosegue nella scelta e formazione del personale di sala, nonché dei prodotti utilizzate per le pizze, e ancora nella selezione di birre artigianali e vini. Da non dimenticare il respiro trans-campano ed internazionale: sue le pizze ed il comparto esperienzale ad esso dedicato de L’Albereta in Franciacorta, così come la collaborazione con il gruppo Kytaly, che vede due “filiali” ad Hong Kong e a Ginevra. Franco Pepe: e la pizza? Soltanto da un rapporto così stretto e diretto con i produttori ed il luogo in cui si cresce può nascere una grande pizza. L’impasto è lavorato esclusivamente a mano, in […]

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Food

Food trend: 10 ossessioni in Campania nel 2018

Paese che vai, food trend che trovi: ad esempio, se fate una ricerca su Google digitando “avocado bar”, (per chi l’ha dimenticato, l’avocado fu il cosiddetto superfood del 2017)  vi renderete conto che questa tipologia di format ha praticamente cloni su cloni in città come Amsterdam, Berlino, Milano. A Napoli, non c’è nemmeno un locale segnalato così (ehi, tu proprietario dell’unico bar a Napoli che propone avocado: segnalacelo!). Questo non vuol dire mica che siamo fuori dal mondo, anzi: significa che Napoli vive di food trend propri e li esporta anche altrove. Basti pensare alla pizza. Oppure alle salse, come il ragù o alla genovese. La cucina partenopea, con le mille contaminazioni di altre culture, è barocca, chiassosa, colorata, dannatamente buona da dettare legge e fare tendenza ovunque. All’interno della Campania stessa, possiamo osservare una miriade di food trend che si susseguono mese dopo mese. Alcuni, ci appaiono come dei food trend formato meteora, destinati purtroppo a sparire; altri, c’è da dirlo, rappresentano delle rinascite di cibi tradizionali che altrimenti sarebbero finiti nel dimenticatoio. Per queste rinascite, dobbiamo comunque dire grazie alle nutrite cricche di gastronomi, appassionati, giornalisti, che durante i loro lavori e i loro viaggi hanno indotto curiosità in molti palati. Senza dimenticarci del tam tam fatto da Facebook ed Instagram: i ristoratori sono diventati, praticamente, delle figure che fanno parte della nostra quotidiana vita social, favorendo la creazione dei food trend. Di seguito, in ordine assolutamente sparso, abbiamo raccolto 10 food trend che hanno accompagnato il nostro 2018 in Campania. Favorite! I panini Il revanscismo del panino, per circa trent’anni (dall’arrivo delle catene di fast food americane) relegato al ruolo di fast food, domina già da qualche anno. Possiamo affermare con una certa sicurezza che il 2018 è stato l’anno della consacrazione a food trend. Questo non può che farci piacere: la qualità delle materie prime si è alzata notevolmente, a partire dal patty (cioè il disco di carne, hamburger), passando per il bun (cioè il panino che accoglie il patty), terminando con i contorni e le salse. La parola d’ordine sembra essere recupero delle ricette tradizionali con un pizzico di cucina di altre culture. Inoltre, solitamente, accanto al panino d’autore trova spazio un buon calice di vino accuratamente selezionato oppure una birra artigianale, oltre che fritture – e qui la mente può viaggiare: dalle classiche chips fino a crocché dalle farciture complicate, ognuno ha il proprio fritto preferito. Qualche indirizzo giusto? Sciuè – Il panino vesuviano; Salotto FAME; Macelleria Hamburgeria da Gigione; Puok Burger Store. La pizza Attenzione: la pizza è di tendenza da praticamente sempre, questo è certo, ma c’è stato particolare movimento in Campania durante il 2018. I pizzaioli, ormai influencer rodati, hanno dettato legge sui social, proponendoci giorno dopo giorno (anzi, che dico: di ora in ora), i loro esperimenti, i grandi classici, e i progressi. Insomma, per la pizza è stato solo un altro anno in più come food trend. La diatriba tra canotto (pizza con cornicione molto pronunciato) e ruota di carro sembra […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Amici come prima: la conferenza di Boldi e De Sica all’Hotel Vesuvio

Amici come prima, la conferenza stampa Giovedì 20 Dicembre, nell’elegante ed esclusiva cornice della Sala Puccini dell’Hotel Vesuvio di Via Partenope (Napoli), Christian De Sica, Massimo Boldi e Maurizio Casagrande hanno tenuto una conferenza stampa sul loro nuovo film uscito nelle sale il 19 Dicembre: Amici come prima (Medusa Film, Indiana Production), la pellicola che sancisce una memorabile reunion tra Boldi e De Sica. Il legame di una delle coppie comiche più iconiche del cinema italiano, interrotto ben 13 anni fa dopo il loro ultimo cinepanettone “Natale a Miami” (2005, Neri Parenti), è ora rinato sulle ali dell’entusiasmo. Entusiasmo, ecco, forse è proprio questa la parola chiave, il Leitmotiv, di questo nuovo progetto cinematografico. Fin dal trionfale ingresso in sala, ornato dai flash dei fotografi, De Sica, con lo charme e l’avvenenza che da sempre lo contraddistinguono, racconta subito dell’entusiasmo che lo ha guidato nella realizzazione del film. Un entusiasmo donato dalla giovane età della troupe che li ha seguiti, ma soprattutto dalla ritrovata complicità con il partner. Una complicità ritrovata e non ricostruita come conferma Massimo, per l’appunto: «La nostra intesa era talmente sperimentata e collaudata da farci ritrovare subito l’entusiasmo di sempre, era come se il tempo non fosse passato, un giorno valeva l’altro». Infatti, entrambi smentiscono le voci su presunti litigi e divergenze che li avrebbero allontanati: «Il rapporto personale tra noi non si è mai incrinato, ma lui aveva firmato un contratto di esclusiva con la casa di produzione Medusa, mentre io ero legato alla FilmAuro di Aurelio De Laurentiis» precisa Christian. Balza subito all’occhio l’alchimia che scorre tra i due, coppia comica non solo sullo schermo ma anche dal vivo. Se nei film, De Sica è un avvenente seduttore e Boldi un personaggio dai tratti buffi e un po’ sfortunati, anche nella realtà Christian si destreggia con grande padronanza tra flash e interviste, ma, soprattutto, è molto attento a contenere l’esuberanza dell’amico Boldi, di cui tesse grandi elogi, definendolo un attore comico straordinario che riesce a conciliare in sé il candore e la follia di un bambino. Tempo degli ultimi scatti e delle ultime domande, i 3 prendono posto al tavolo e inizia così la parte clou della conferenza, incentrata principalmente sul film, sulla sua realizzazione e sulla buona riuscita al botteghino dove, a quanto pare, ha già raggiunto i 180mila euro di incassi dopo appena un solo giorno di proiezione; e passerà in breve, dalle 380 copie distribuite nelle sale, a 600 copie. La regia della pellicola è firmata Christian De Sica che però precisa di essere stato molto aiutato dal figlio Brando, il quale ha voluto omettere il suo nome nei credits per sfuggire all’etichetta di raccomandato: «La sua è stata una co-regia del film a tutti gli effetti, anche lui ha preferito evitare di aggiungere nei titoli di testa il suo nome al mio. Io mi sono occupato di recitazione degli attori, scene e costumi, mentre Brando ha curato i movimenti della cinepresa». Amici come prima, la storia Nel film De Sica […]

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Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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Musica

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nella musica che ha scritto la storia

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nei meandri della musica che ha fatto la storia Siamo tutti d’accordo nel dire che il metal è un genere musicale che si inserisce nell’alveo della musica rock. Figlio naturale dell’hard rock, è quasi una vera e propria religione che eleva la musica allo stato della spiritualità e della catarsi collettiva, realizzata attraverso ritmi martellanti, aggressivi e insistenti, che spesso si sciolgono in momenti più melodici e godibili, in distorsioni di bassi e chitarre, e in amplificazioni che rendono tutto surreale e quasi appartenente ad un’altra dimensione, all’oltretomba o al paradiso. Tracciare una geografia dei migliori gruppi metal di sempre non è un’impresa semplicissima, dal momento che tante sono le diramazioni, i sottogeneri e i chiaroscuri che questo genere assume, in biforcazioni sempre più sottili e multiformi. Ma, nel mare magnum delle varie tonalità di cui questo genere può fregiarsi, quali sono i migliori gruppi metal di sempre? Muniamoci di buone carte nautiche ed esploriamo le varie sfumature e gradazioni del metal, suddividendo grossomodo il tutto, per praticità e rapidità, nei vari sottogeneri, pur ricordando che non bisogna ragionare assolutamente per compartimenti stagni e che spesso uno o più sottogeneri possono felicemente fondersi e sparire l’uno nell’altro. I migliori gruppi metal di sempre: il sottogenere del thrash metal. Metallica, Megadeth, Slayer. Il thrash metal è un sottogenere dell’heavy metal classico, ed è anche quello più popolare, anche tra i neofiti del metal o tra le cerchie di coloro che non sono proprio espertissimi. Basti pensare alla popolarità di un gruppo come i Metallica, penetrato ormai nell’immaginario collettivo.  Il thrash metal deriva dal verbo “to thrash”, percuotere, battere, e caratterizza bene il sound di questi gruppi, dalle sonorità molto violente e veementi, come martelli pneumatici iperveloci, ma che spesso si stemperano in veri e propri momenti armoniosi e melodici. Il thrash metal ha raggiunto il picco di popolarità tra gli anni Ottanta e i Novanta, fino ad arrivare agli anni Duemila. Tra i migliori gruppi metal di sempre ve ne sono alcuni che appartengono a questo sottogenere: in primis i Metallica, fondati nel 1981 dal cantante James Hetfield e da Lars Ulrich. Si potrebbe dire che i Metallica siano una delle migliori manifestazioni del metal, poiché riuscirono a diffondere in tutto il mondo la cultura del thrash da cui nacque ogni derivazione metal possibile degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni album dei Metallica assumono quasi il carattere di un reliquiario per ogni appassionato di metal che si rispetti, da “Master of Puppets” , fino a “…And justice for all”,  passando per il “Black album” e “Ride the lightning”. La storia dei Metallica è densa di avvenimenti funesti, tragici e inusuali, come la cacciata di Dave Mustaine dal gruppo (che andò poi a fondare i Megadeth) e sostituito dal chitarrista Kirk Hammett, e la morte di Cliff Burton, bassista del gruppo, deceduto il 27 settembre del 1986 nei pressi di Ljungby in Svezia, dove i Metallica si erano recati per promuovere proprio “Master of […]

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A Smile from Godzilla debutta con Monday Morning

A smile from Godzilla e il suo Monday Morning | Recensione Pubblicato l’8 Novembre 2018, Monday Morning è il primo album del musicista napoletano Daniele Montuori, in arte A smile from Godzilla, realizzato grazie alla collaborazione della Vipchoyo Sound Factory di Giacomo Salzano. L’album si compone di 10 brani in inglese che si muovono tra il britpop e la spigolosità acustica dell’anti-folk, creando un prodotto musicale di notevole fattura e di ampio respiro. Monday Morning, l’album di A smile from Godzilla Daniele Montuori definisce A smile from Godzilla «Un cratere pieno di delicata violenza, un equilibrio che sta per vacillare, una hit arrangiata male, una band senza dinamiche, una chitarra e una batteria, la storia del caso, una lucertola in uno skate park, tristezza gioia rabbia e dintorni». Il “vacillare” e l’incertezza evocate da Daniele ci vengono immediatamente restituite dal nome del progetto e dell’album: cosa c’è di più incerto- e anche tenero se vogliamo- del sorriso di un mega mostro giapponese o del tedio del lunedì mattina? Convenzionalmente ci sarebbe imposto di fugare subito tale stato d’incertezza, prendendo immediatamente controllo di noi stessi e delle nostre attività; il disco e il suo autore sono però di parere diverso, fin dall’incipit del disco che inizia con un brano che è un po’ un inno ad abbandonare una certa condizione di sicurezza: Control Goodbye. Sopra un delicato arpeggio di chitarra eretto sopra un’essenziale linea di basso, prende forma un invito a riappropriarsi del proprio tempo, ad abbandonare un controllo fin troppo artificiale per liberare le proprie energie. Un brano che fa un po’ da manifesto teorico a tutto l’album, introducendo l’ascoltatore nell’immaginario leggero e sognante del lavoro. A seguire troviamo Daisy, brano musicalmente più ricco con l’introduzione degli archi e molto vicino alle tipiche sonorità britpop, seguito a sua volta da un brano dall’attitudine simile Dark. La quarta traccia è Forget your call, singolo, con annesso videoclip targato Alessandro Freschi, pubblicato il 22 Ottobre 2018 su YouTube in anteprima al disco. Continua così il racconto di A Smile from Godzilla, immaginoso e un po’ visionario, tra quadri di Van Gogh, divani verdi, stanze in fiamme, musica Lo-Fi, clown e sirene della polizia. Un vortice confusionario di immagini che l’autore lascia scorrere su di sé, perché non interessato alle cose superficiali ma ad aderire ad un qualcosa di più sincero e sentito: «It doesn’t matter/ my cigarette falls in the ground/ cos’ i don’t know why/ a police siren rings into the night» (Forget your call). Musicalmente coerente, oscillando tra il britpop e il più verace anti-folk, il disco prosegue con Green Monster, In The Garden, Letters from the Sky, Maya (brano nel quale c’è anche spazio per una strofa in italiano), Precious, per concludersi con T-Rex. T-Rex è un degno finale che conferma le atmosfere sfumate e sognanti dell’intero lavoro. Fuggendo dal feroce predatore dalle corte zampine anteriori, l’autore guarda al suo passato con serenità nonostante sia addobbato da vecchi giocattoli sbiaditi. Un punto di partenza per un nuovo sogno, una […]

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Musica

Canzoni anni ’60, il viaggio verso il Paradiso di un qualsiasi Dante odierno

Ci fu un tempo in cui non esistevano i mezzi e gli effetti di cui si dispone oggi per realizzare i dischi, eppure fu un tempo che mise al mondo stelle che continuano ancora a brillare, illuminando intere generazioni. Perciò ti propongo un viaggio attraverso alcune canzoni anni ’60, all’altezza di sintetizzare l’atmosfera musicale seduttiva di allora. Vorrei sottrarti all’Inferno per qualche minuto. Ti porto in Paradiso. Sessantesima cantica della Storia del Novecento (viaggio dall’Inferno per il Paradiso) Anno 2019. Il vecchio Caronte ci fa imbarcare sulla sua barca e, disgustato alla nostra vista, rei di aver prodotto musica orribile, ci scatarra in volto, alternando l’intonazione di una comune canzone dei giorni nostri a una bestemmia, in una sorta di contrappasso. Nessun’intro. Sound povero e scarno. Zero assoli strumentali. Ritornello/scatarro – strofa /scatarro – ritornello /scatarro. Bestemmia. E ricomincia. Caronte non ha pietà. Il tratto insieme a lui è una tortura, ma t’invito a mantenere la calma amico/a mio/a, perché siamo arrivati! Salutiamo e ringraziamo il nostro traghettatore, anche perché finalmente gli è passato il raffreddore e i suoi sputacchi presto diventeranno un lontano ricordo. Siamo giunti a destinazione. Li vedi questi schemi rigidi imposti dall’alto? Ti stanno facendo scaldare? La senti questa voglia di lotta? T’invade il bisogno di rivoluzione? Siamo catapultati nell’epoca degli sconvolgimenti sociali, siamo negli anni ‘60. Tocca a me guidarti. Non immaginarmi “angelicata”, non sono spirituale, non voglio indurti al bene, né alla salvezza eterna. Ho occhi da cerbiatta, basco di lana, caschetto corto e lenti sfumate color oro rosa. Il mio sguardo è seducente. Dimentica il tuo cane. Dimentica il tuo micio. Il tuo nuovo animale domestico sarà un maialino in terracotta che si nutre di lire, gli anni ’60 gridano al miracolo economico italiano! E, mi raccomando, contraccettivi a portata di mano, gli anni ’60 sono anni di liberalizzazione sessuale. Ehi, qui s’inizia a parlare di “sesso occasionale”, e si fa sul serio! Mettiamo su un po’di musica dell’epoca. Tu ascolta e sniffa questo profumo di libertà. Le canzoni anni ’60 che hanno fatto la storia Parigi, 1969. ’69… …69. Il famosissimo brano “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg, Arthur Greenslade e Jane Birkin viene pubblicato (udite, udite!) nel ‘69. Messaggio subliminale? Il simbolo del sommo rito sessuale che sopravvive ai giorni nostri e campeggia nei più svariati trattati di ars amatoria, è antico quanto il mondo. La sua pratica viene in qualche modo reitarata mediante la persuasione ipnotica di questa eccezionale canzone pubblicata nel ’69, che ci accoglie con un amplesso culminante in sospiri suadenti. Lei afferma «Ti amo!» E lui risponde «Neanch’io.», come se la donna dicesse il vero, presa semplicemente da un palpito di sensualità. Si ha l’impressione di ascoltare una conversazione tra due persone che hanno un vero rapporto sessuale. Radio e tv bandiscono il capolavoro erotico e il Vaticano lo scomunica, ma vengono venduti ben cinque milioni di dischi. In Italia, la canzone s’intitolerà “Ti amo…ed io di più“, con testo a cura di Claudio Fontana, […]

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Teatro

Teatro

Clara Campi, il lato comico del femminismo | Intervista

Intervista a Clara Campi, stand up comedian presto al Kesté di Napoli Clara Campi è una giovane attrice diplomata presso l’American Musical and Dramatic Academy di New York, dove ha partecipato a spettacoli teatrali e a numerosi film indipendenti. Dopo cinque anni negli USA è tornata a Milano dedicandosi alla televisione e ai social, trattando in chiave ironica e spietata i temi del femminismo e di una società troppo spesso maschilista. Ha preso parte a Natural Born Comedians su Comedy Central, a Lucignolo su Italia 1, a vari sketch mandati in onda su Italia 2, e collabora con i Pantellas e Paolo Noise ai loro video online. In occasione del suo prossimo spettacolo Non sono femminista ma… al Kestè di Napoli il 19 Gennaio, abbiamo incontrato Clara Campi per fare due chiacchiere e quattro risate. Clara Campi, l’intervista Come ha iniziato Clara Campi a fare stand up comedy? Non c’è stato un momento preciso in cui ho iniziato. Ho cominciato come attrice, ho studiato recitazione a New York e ho anche lavorato come attrice. Mentre ero negli Stati Uniti sono entrata in gruppo di sketch comedy dal nome Nomansland e abbiamo iniziato a frequentare i comedy club in giro per New York, avvicinandomi al genere. Anche se inizialmente sono rimasti tentativi, perché io volevo fare l’attrice. Tornata in Italia, paradossalmente ho iniziato a fare stand up comedy… Cioè in una città come New York, piena di stand up comedy, non l’ho presa molto sul serio, torno in Italia, dove ai tempi la stand up comedy non esisteva e inizio a farla. Ho iniziato facendo i Zelig Lab, comicità un po’ più tradizionale dove però mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Poi nel 2014 mi sono trovata con altri ragazzi che si sentivano come me e lentamente è nato il gruppo Melamercia, formato da me e altri tre comedians: Luca Anselmi, Edoardo Confuorto e Giorgio Magri. Da lì ho iniziato a fare stand up comedy. Chi sono i Melamarcia? Un gruppo di amici? No, inizialmente non conoscevo il resto del gruppo, siamo diventati amici in seguito. Ci siamo trovati perché eravamo tutti degli outsiders. Le realtà come Zelig non facevano per noi, le alternative a Milano erano molto limitate e chiuse, non riuscivamo a trovare un posto dove collocarci nella realtà milanese e quindi eravamo tutti nella situazione di non sapere dove andare. Ci siamo detti «eh vabbé, creiamola noi questa situazione!». E da lì è iniziato. Ti consideri una femminista ma ne parli con molta ironia. Perché quest’approccio? Il movimento femminista ha bisogno di ironia. È la cosa principale che manca nel movimento femminista, c’è un’incapacità di prendere le cose con leggerezza, c’è un’incapacità di autocritica e sopratutto c’è una mancanza di interesse per il divertimento, e secondo me questa è una lacuna molto molto grande che provo a riempire io. Pensa te che presunzione. Io scrivo i miei testi, ma non mi sono seduta a tavolino pensando «adesso scrivo una cosa femminista». È stato qualcosa di organico. È successo perché essendo l’ambiente dello stand up […]

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Compagnia Vulìe Teatro debutta al Caos Teatro con Hip Op

Sabato 12 e domenica 13 gennaio è andato in scena al Caos Teatro di Villaricca (NA) il debutto assoluto di Hip Op, uno spettacolo presentato dalla Compagnia Vulìe Teatro. Scritto da Marina Cioppa e Antimo Navarra, diretto e interpretato da Michele Brasilio (aiuto regia Stefania Remino e luci curate da Alessandro Benedetti), Hip Op è un monologo che ha come protagonista Marco, un trentenne e la sua fobia: l’hippopotomonstrosesquipedaliofobia (comunemente nota come Sesquipedaliofobia), la paura di pronunciare e scrivere le parole troppo lunghe. Un uomo e la sua fobia A causa della sua ossessione il protagonista della storia non riesce a pronunciare parole formate da più di nove lettere e ciò lo ha portato a modificare negli anni la sua vita, adattandola alla sua fobia, e a evitare di raccontarla. Marco prepara discorsi per ogni occasione e rifugge legami forti e duraturi. Si convince di dover far scorrere gli eventi secondo un ordine prestabilito. La paura delle parole lunghe condiziona a tal punto la sua vita che evita tutte le occasioni in cui si parla troppo: scappa da colazioni, pranzi e cene con amici, non canta ai concerti, non invita amici a casa, non legge a voce alta, non intrattiene lunghe conversazioni al telefono, non accetta imprevisti e così via. Marco vive da solo, fa il casellante in autostrada e ha la casa piena di scatoloni contenenti discorsi già pronti per ogni evenienza. Una delle poche cose che ama fare è andare al cinema, dove si parla poco, e ci va spesso col suo migliore amico, Andrea, che rappresenta il suo opposto, in quanto è spigliato e ha successo con le donne. Al contrario Marco non è proprio quello che suol dirsi un seduttore, pertanto si fida dei consigli di Andrea, più esperto di lui. Ad uno speed date Marco conosce Laura, che diventerà la sua fidanzata. Né Laura né Andrea però sanno del suo segreto. Il trentenne vive le sue relazioni nascondendosi dietro a parole già scelte, e questo lo porta ad allontanare anche le persone a cui tiene, a cominciare proprio dal suo amico Andrea che, dopo i suoi continui rifiuti, si allontana progressivamente. Anche Laura fa lo stesso, desidererebbe una convivenza ma Marco ha paura e quindi resta solo con la sua fobia e il timore di sentirsi giudicato se dovesse raccontarla. La Compagnia Vulìe Teatro porta in scena le paure degli esseri umani Hip Op è un viaggio tra le paure di un essere umano che teme il giudizio degli altri. Uno spettacolo intelligente e coinvolgente che nasce dalla volontà della Compagnia Vulìe Teatro di raccontare un frammento di mente umana. La scelta è ricaduta sulle fobie. La fobia delle parole lunghe è solo uno spunto per riflettere sulle paure che attanagliano l’essere umano a tal punto da condizionarne l’esistenza. Per quanto l’ossessione di Marco possa sembrare bizzarra è facile che lo spettatore si identifichi con lui e le sue angosce. Ogni persona ha infatti almeno una fobia che tiene ben nascosta e ha paura di […]

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Teatro

Open Mic con Filippo Giardina al Kestè

Open mic con Filippo Giardina Sabato 12 Gennaio, al Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, si è svolto il primo appuntamento di Stand Up Comedy di questo 2019. È toccato ai comici emergenti inaugurare l’anno ma non sono stati soli: accanto a loro c’è stato il comedian romano Filippo Giardina. La sua non è stata soltanto una presenza scenica sul palco, infatti non ha soltanto presentato l’evento prendendone parte con un piccolo monologo, ma ha anche tenuto in giornata un laboratorio sulla Stand Up Comedy, mettendo a disposizione dei partecipanti la sua lunga esperienza da comedian. Il workshop continuerà anche oggi, dalle 11 alle 14 e dalle 15 alle 18. Open mic con Filippo Giardina, la serata Ore 23:20. Sale sul palco Filippo Giardina, cerimoniere dell’Open Mic, che, come la scorsa volta al Maschio Angioino, non tarda a “fare amicizia” con il pubblico demolendo alcuni punti di riferimento della cultura e della tradizione napoletana: «La pizza fa schifo, il caffè è acqua sporca, Totò non faceva ridere e Troisi era una macchietta». Dopo questa breve familiarizzazione con gli spettatori, Giardina presenta la prima comedian, la “panterona della comicità italiana”: Gina Luongo. Chi ha frequentato i precedenti Open Mic, conoscerà molto bene Gina, l’indiscusso astro nascente della Stand Up Comedy targata Kestè. Anche ieri sera ha dato sfoggio al suo monologo sulla fine delle grandi narrazioni, un monologo sul crollo delle ideologie introdotto da uno dei più grandi interrogativi del nostro tempo: «Che fine hanno fatto ‘e guagliuni ‘ncopp’ ‘e motorin’?». Dopo Gina è il turno di Stefano Viggiani, anche lui un pilastro degli Open Mic del Kestè. Anche questa volta dà un taglio riflessivo alle sue battute, mostrando le contraddizioni dei razzisti e capovolgendo con sagacia il punto di vista di alcuni stereotipi. È poi il turno di Dylan Selina, acuto e sicuro sul palco, che ironizza su alcuni comportamenti dei napoletani e soprattutto su certi pregiudizi nutriti verso la provincia. Dalle battute di Dylan, passiamo poi all’esilarante racconto di Claudio Cimmelli su un suo sfortunato appuntamento d’amore, scritto nel pomeriggio durante il workshop. Giardina evidenzia il coraggio di Claudio nel portare in scena un monologo scritto soltanto qualche ora prima e invita il pubblico a fargli un caloroso applauso. L’ultimo degli emergenti a esibirsi è Flavio Verdino, anche lui un habitué degli Open Mic del Kestè. Se la scorsa volta scelse di parlare di un tema leggero e scanzonato come l’aborto, questa volta ha dedicato il suo monologo ai vantaggi e agli svantaggi dell’essere necrofilo e, ragazzi, sembrano davvero essere di più i vantaggi! Chiude il cerimoniere nonché special guest della serata, Filippo Giardina, con un pezzo tratto dal suo ultimo spettacolo “Lo ha già detto Gesù”, un piccolo monologo di Men Pride, di orgoglio eterosessuale ma che altro non è che una disanima acuta e perspicace delle contraddizioni del maschilismo. Gli altri appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè Dopo l’Open Mic con Filippo Giardina Giardina, ci saranno tanti altri eventi di Stand Up Comedy al Kestè: […]

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Teatro

“Creditori”, una “tragicommedia costi-benefici” di contabilità sentimentale

Venerdì, 11 dicembre è andato in scena al Piccolo Bellini la prima dello spettacolo Creditori, adattamento della tragicommedia del 1888 di August Strindberg di Orlando Cinque e Fiorenzo Madonna, con Orlando Cinque, Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa e per la regia di Orlando Cinque. Il dramma borghese mette in scena il cortocircuito di una storia sentimentale di stampo introspettivo, rischiarendo in modo prettamente naturalistico e scientifico il fenomeno di una deflagrazione di un rapporto sentimentale, ridotto a un linguaggio di mera contabilità sentimentale e giochi di potere, tipica dei rapporti interpersonali di una certa classe borghese. “Creditori” di Orlando Cinque, la dissezione di un amore come carne trinciata Un quarto di bue appare sullo sfondo del palcoscenico, intagliato a forma di  busto femmineo, segnato da rigagnoli ardenti di un rosso cruento della carne viva che convergono nella regione pelvica fino a mostrare le viscere impudiche di una donna, strappata dalla pelle polverosa della finzione, mostrando le croste della contraddizione di un’anima. È la carne di Tekla, una donna prorompente, concupiscente, scolpita tra i nodi, nella carne dal marito Adolf, quasi a volerne mostrare i dissapori di un rapporto sentimentale, minato da una miriade di dubbi come dardi infuocati, pronti a bruciare le pareti fragili di  una utopica serenità. È una scultura truculenta, scolpita nella carne nuda, quasi a voler addentare e sfilacciare quelli fibre muscolari, vivisezionandole e mostrando, in uno spietato e infimo realismo, lo scontro di lame affilate di forze irrazionali, pronte a intaccare le radici di anime affini e marchiando a fuoco la carne nuda di un rapporto sentimentale con la filigrana del realismo. Questo è Creditori: è la messa in scena di una spietata dietrologia di elementi realistici, che si nascondono dietro le recondite strade di una storia d’amore. Si potrebbe dire che tutto ciò nasce dalle fallite esperienze amorose di Strindberg, che nelle sue esperienze esistenziali ha cercato di esorcizzare, in una sorta riflessione autobiografica, un istinto di rabbia o di vendetta in un verecondo cinismo  da ateo dell’amore, come sentimento positivo e conciliante. Nella maestosa recitazione di Arturo Muselli e Maria Pilar Pérez Aspa, nell’adattamento di Orlando Cinque (che veste anche i panni di Gustav) e nella regia dello stesso Orlando Cinque, tutto ciò che auspicava Strindberg ha preso forma. La sobrietà della scena, la predominanza ai dialoghi e alla recitazione hanno spiattellato in grembo agli spettatori un’orda di tensione, le parole recitate e crude hanno avuto il sapore amaro della disillusione, tutto il teatro si è rinchiuso in una bolla bluastra che ha spazzato via le speranze di consolazione e le fantasticherie amorose. Adolf è il marito di Tekla. Sono una fresca coppia e, malgrado abbiano una buona intesa sessuale, il marito è colto da dubbi sulla sua relazione, scorge gli albori di una imminente crisi. Qui subentra in scena il personaggio cardine, cioè Gustav, nuovo amico di Adolf, ma che in realtà è un vecchio fidanzato di Tekla, rancoroso, vendicativo, manipolatore. Gustav subentra nella psiche di Adolf, tramando un piano vorticoso, […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Voli Pindarici

Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Voli Pindarici

Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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