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Eroica Fenice

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Recensioni

La Bella e la Bestia all’Aperia della Reggia di Caserta

Il 21 e 22 Luglio 2018, L’Aperia della Reggia di Caserta ha fatto da cornice allo splendido spettacolo messo in scena da Il Demiurgo, La Bella e la Bestia. La rappresentazione è basata sulla prima versione della fiaba, quella narrata da Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve. In un piccolo villaggio della Francia del ‘700 la vita scorre serena e monotona. Un piccolo mondo rassicurante che sta stretto a Belle, giovane donna sognatrice e caparbia. Un giorno, il suo destino si intreccia con quello di un’orrida bestia che governa un castello nascosto nei boschi. Per amore di suo padre, Belle si offre come prigioniera ma, come in ogni fiaba che si rispetti, nulla è ciò che sembra: e combattendo contro il pregiudizio del volgo, un’antica maledizione e un aspetto mostruoso “la Bella e la Bestia” finiscono per innamorarsi. Ma la strada per il classico, e noto a tutti, “e vissero tutti felici e contenti” è lunga e complicata. Il grande merito de La Bella e la Bestia è stato sicuramente riuscire a fondere egregiamente nella tradizionale trama della storia elementi di modernità e ilarità, con personaggi dalla battuta sempre pronta a far sorridere, apprezzatissimi dagli spettatori. L’opera infatti ha incantato grandi e piccini, che col tramontar del sole si sono trovati trasportati nella più classiche delle fiabe. Senza dubbio uno spettacolo dalla piacevole leggerezza in cui il ballo, il canto e la musica hanno accompagnato una recitazione impeccabile. Degna di nota soprattutto la performance del personaggio di Lumière (Andrea Cioffi), candelabro dall’accento francese che ha tenuto viva la vivacità dell’opera, così come Tockins (Peppe Romano) e Gaston (Massimo Polito). Senza dimenticare ovviamente i due protagonisti, Angelo Sepe nel misterioso ruolo della Bestia e Chiara Vitiello che con la sua dolcezza è riuscita perfettamente ad impersonare Belle. A rendere il tutto più suggestivo è stata poi la location, L’Aperia che, posta alla sommità dello splendido giardino inglese, ha svolto il ruolo di naturale scenografia. Magnifica, dunque, la magnifica iniziativa de Il Demiurgo  e da tenere d’occhio i prossimi eventi: presso l’Aperia della Reggia di Caserta il 28 e 29 luglio si svolgerà la rappresentazione di Alice nel paese delle meraviglie, mentre il 25 agosto sarà la volta di Il ritratto di Dorian Gray. La Bella e la Bestia- 21/22 luglio: Coreografie: Federica di Benedetto Belle: Chiara Vitiello Bestia: Angelo Sepe Lumiere: Andrea Cioffi Tockins: Peppe Romano Madame. Duvet: Federica Di Benedetto Madame Plume: Manuela Urga Madame Teapot: Mariachiara Vigoriti Monsieur chien: Antonio Ferraro MadameChat: Valeria Napolitano Gaston: Massimo Polito Le Tont: Gabriele Borriello Mourice: Roberto Ingenito Audry: Ester Esposito Didier: Antonio Torino Comelacittà

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Eventi/Mostre/Convegni

Filippo Giardina al Maschio Angioino con “Lo ha già detto Gesù”

Domenica 22 Luglio nella suggestiva cornice del Maschio Angioino, il comico Filippo Giardina si è esibito con il monologo “Lo ha già detto Gesù” per l’evento culturale promosso dal Kesté “Ma che bel Kestello- Marcondirondirondello!”. Filippo Giardina al Maschio Angioino, la serata Una fresca brezza estiva si espande tra le mura del cortile dello storico bastione angioino, i gabbiani volteggiano tra le torri e i capitelli, alla luce di una affascinante gibbosa crescente. L’incantevole atmosfera viene interrotta dal black humour del giovane stand-up comedian napoletano Davide Diddielle che, con buon ritmo, sviscera le sue battute e le sue freddure su temi di attualità e non solo. All’insegna del politicamente scorretto, il giovane prepara il terreno per Filippo Giardina, offrendo al pubblico un piccolo assaggio di una stand-up comedy senza filtri o paletti di sorta, che sceglie la via dell’irriverenza con totale disincanto ma anche con grande coerenza. Così, dopo Diddielle sale sul palco l’ospite più atteso della serata: Filippo Giardina. Si mostra fin da subito sfrontato e bramoso di provocare il pubblico, demolendo i miti e i capisaldi della cultura napoletana: Totò, Troisi, il caffè, la pizza… Il pubblico in larga parte (non tutti) apprezza e partono i primi scroscianti applausi. Giardina presenta il monologo “Lo ha già detto Gesù”, come il suo primo lavoro scritto grazie a un’ispirazione esterna. Partendo dal concetto cristiano del male che può diventare bene, il comico pone sotto il vaglio sovversivo della sua satira i “mostri” creati dalla nostra società (quindi noi stessi) individualista ed egocentrica che, sotto il velo del politicamente corretto, cerca di nascondere i suoi scheletri nell’armadio. Una società ancora profondamente maschilista e patriarcale, rea di concentrare tutte le sue forze sull’efficienza dei singoli individui e non nella collaborazione e nella solidarietà tra essi. Attraverso il racconto della sua vita, sfata tabù e visioni stereotipate sul sesso e sull’autoerotismo, mostrandone con puntuali esempi le loro assurdità logiche. Sono infatti visioni che, seppur razionalmente paradossali, vengono accettate pedissequamente, perché radicate nella nostra cultura. Filippo Giardina ne ha per tutti: le donne, le modelle curvy, Gesù, i suoi genitori, il popolo indignato dei social… Dietro il monologo di questo quarantaquattrenne depresso, menefreghista, cinico, spudorato e non più sicuro nei panni di comico, c’è però un importante sottotesto che va colto. Filippo Giardina rifiuta il diktat del “Credi in te stesso”, ne smantella con sagace ironia tutti gli effetti negativi, ma non si siede sulle sponde del fiume a guardare il cadavere del nemico, offre un’alternativa: quella della gentilezza. Non ne tratta fino in fondo, ne accenna per non venir in meno al suo personaggio crucciato e alla sua ideologia politica del “menefreghismo di sinistra”. Prima di conoscere e focalizzarci soltanto su noi stessi dovremmo conoscere gli altri, perché sono gli altri a costituire il metro di giudizio per conoscersi. Quindi, un atto di gentilezza, seppur minimo, è un primo importante passo per costruire una vasta rete di solidarietà. Giardina distrugge, diverte, provoca e sguazza tra le macerie culturali del nostro paese ma quello […]

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Attualità

Cassazione: “Nessuna aggravante se la vittima di stupro si è ubriacata volontariamente”

Due uomini, una ragazza, una sera come tante, a cena. Quattro chiacchiere, cibo e qualche bicchiere di troppo. Poi, il dramma: i due cinquantenni abusano della ragazza, in quel momento in preda agli effetti dell’alcol, stuprandola. Dopo qualche ora la vittima si reca al pronto soccorso, dove racconta confusamente l’accaduto che ricorda a malapena. La vicenda risale al 2009, e nel 2011 il gip di Brescia assolve in primo grado i due accusati perché quanto detto dalla donna non è ritenuto attendibile. In base al referto dell’ospedale, da cui si evinceva la presenza di leggeri segni di resistenza, a gennaio 2017 la Corte d’Appello di Torino ha condannato entrambi i soggetti a tre anni di reclusione, con le attenuanti generiche e l’aggravante. Facendo leva sulla prima sentenza, la difesa degli imputati aveva negato l’esistenza del reato di violenza e riduzione ad uno stato di inferiorità, considerando che lo stato di ebbrezza della ragazza era stato generato da una condotta volontaria della stessa. Se la vittima ha bevuto volontariamente, lo stupro è senza aggravante: lo ha stabilito la Corte di Cassazione Ora la Cassazione, pronunciandosi su questo caso di violenza sessuale di gruppo, ha stabilito che il reato c’è stato, ma avendo la vittima assunto volontariamente alcool, l’aggravante dell’uso di sostanze alcoliche o stupefacenti va eliminata. La terza sezione penale ha quindi rinviato la sentenza della Corte d’Appello per una modifica della condanna “al ribasso”. Secondo la sentenza depositata ieri, “Integra il reato di violenza sessuale di gruppo con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze”. Tuttavia, “si deve rilevare che l’assunzione volontaria dell’alcol esclude la sussistenza dell’aggravante, poiché la norma prevede l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti (o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa)”, aggiungono i giudici. “L’uso delle sostanze alcoliche deve essere quindi necessariamente strumentale alla violenza sessuale, ovvero deve essere il soggetto attivo del reato che usa l’alcool per la violenza, somministrandolo alla vittima; invece l’uso volontario, incide sì, come visto, sulla valutazione del valido consenso, ma non anche sulla sussistenza dell’aggravante”, conclude la Corte. Le reazioni della politica alla sentenza Un simile provvedimento ha ovviamente scatenato reazioni molto dure da parte della politica: “Sul corpo e sulla vita delle donne, la cultura, soprattutto quella giuridica, non avanza di un passo, anzi. La sentenza della Cassazione ci porta indietro di decenni, rischia di vanificare anni di battaglie”, ha detto Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Pd. “Era il 1999 quando i giudici della Corte di Cassazione sentenziavano che se la vittima porta i jeans non può essere stupro, poi nel 2006 riconoscevano le attenuanti per […]

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Anticoncezionali gratuiti: al via in Emilia-Romagna

Anticoncezionali gratuiti, l’Emilia Romagna è un passo avanti a tutte le regioni   Per gli Egizi erano il miele e le foglie di acacia; nel Libro della Genesi, Onan “versa il suo seme” sul terreno per non diventare padre di un figlio con Tamar; nell’antica Grecia venne raccolto il silfio fino a farlo estinguere. Se l’Amore (in tutte le sue forme) è antico come il mondo, anche la contraccezione lo è. Nonostante ogni tentativo di impedire una gravidanza sia stato ritenuto (ed è ritenuto tuttora) immorale dalla Chiesa Cattolica. I primi preservativi risalgono alla fine del XX secolo e il primo Paese a svilupparli e commercializzarli fu la Germania. Agli inizi del ‘900 furono aperte le prime cliniche per il controllo delle nascite negli Stati Uniti e nel Regno Unito e nel 1950 fu sviluppata la prima pillola anticoncezionale. Tuttavia, la contraccezione non era legale, anzi. Spagna e Stati Uniti la vietavano e proibivano l’utilizzo del servizio postale non solo per gli oggetti anticoncezionali, ma anche per il semplice materiale informativo. Anticoncezionali gratuiti in Emilia Romagna Sarebbe stato dunque arrestato, cinquant’anni fa, un uomo come Sergio Venturi, assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna, che – tramite delibera regionale num.1722 del 06/11/2017 – ha reso gratuita la contraccezione per tutti gli under 26 che si rivolgano a un consultorio ASL. Le sole condizioni necessarie all’utilizzo del servizio sono: la residenza in uno dei comuni della Regione e l’iscrizione al servizio sanitario nazionale. Una misura, quindi, che si rivolge a una platea molto ampia (richiedenti asilo compresi) e si estende alle donne fino ai 45 anni disoccupate o “con esenzione di lavoratrici colpite dalla crisi” dopo un aborto o nell’immediato post-partum. Ne confermano la validità i dati raccolti a poco più di un mese dalla partenza dell’iniziativa: al Poliambulatorio Roncati hanno già fatto richiesta di anticoncezionali 103 donne, nella stragrande maggioranza tra i 14 e i 19 anni, alle quali si aggiungono una decina di donne tra i 20 e 26 anni. L’iniziativa è destinata a crescere sempre di più, con l’apertura di 12 nuovi spazi e relativi servizi dedicati. Gli anticoncezionali che rientrano nel piano della Regione sono: preservativi, pillole (compresa quella del “giorno dopo”), spirali, anello e impianti sottocutanei. Finora la “pillola” viene distribuita in consultorio, dopo la visita ginecologica, ma tra qualche mese si potrà ritirare anche nelle farmacie ospedaliere. Anticoncezionali, in Puglia ci siamo quasi   Sulla scia dell’iniziativa Emiliano-Romagnola, anche la giunta regionale Pugliese ha disposto la distribuzione gratuita di estro-progestinici orali a basso dosaggio di fascia C, anelli vaginali, cerotti anticoncezionali e pillola del giorno dopo. In questo caso, la distribuzione gratuita è rivolta alle donne con basso reddito, con esenzione ticket, alle giovani, alle non comunitarie e neo-comunitarie e alle donne che hanno appena partorito. Il resto del Paese, invece, arranca: pillole e preservativi costano parecchio e nel 2016 anche le ultime pillole di fascia A sono passate in fascia C, ovvero non più rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale. Inoltre, non siamo ancora tra i Paesi che offrono un sito […]

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Stop al divieto di guida per le donne in Arabia Saudita

Le donne dell’Arabia Saudita possono finalmente guidare. Da poche ore il Governo Saudita ha infatti revocato la legge che impediva alle cittadine di mettersi alla guida delle automobili. Nel Paese si è diffusa subito la speranza per una civiltà più moderna e meno settoriale. Le donne arabe potranno guidare automobili, moto e camion. Al volante con il velo ma con il sorriso sulle labbra Il veto sulla patente di guida per le donne era in Arabia Saudita una questione spinosa che gettava il Regno in un vortice di oscurità. Da decenni, infatti, il Paese era rimasto l’ultimo al mondo ad impedire la guida alle donne. Perché alle donne non era concesso guidare? Cosa c’era di scandaloso nella possibilità di far viaggiare autonomamente una donna lungo le strade saudite? La cultura politica e nazionale predilige una femmina strettamente addomestica, inattiva nella società e incapace di muoversi sul territorio. Se in Italia il detto “donna al volante, pericolo costante” è una formula fraseologica sessista che ancora oggi crea fastidio nella popolazione femminile, in Arabia Saudita era una vera e propria legge. Nel Regno Saudita, infatti, le donne sono considerate esseri inferiori e quindi incapaci di poter svolgere le attività che sono proprie del sesso maschile. E, in quanto esseri inferiori, a loro era negato poter guidare le automobili proprio perché, essendo dotate di abilità ed intelletto scadenti, avrebbero potuto creare danni al traffico urbano. Sappiamo tutti però che questa legge di fatto è una mera scusa partorita dal Governo Saudita con il solo scopo di relegare la popolazione femminile in un antro nascosto e buio della collettività. Cosa cambierà ora che le donne in Arabia Saudita possono guidare? Oggi in Arabia Saudita è possibile assistere ad una rivoluzione mutilata del Sistema. Le donne sono al volante ma indossano ancora il velo. Quel simbolo dell’abbigliamento che identifica il loro ruolo all’interno della civiltà. Coperte dalla “coltre della pudicizia”, sfrecceranno lungo le autostrade saudite avvolte da un fascino torbido e sensuale. L’economia dello Stato Saudita, inoltre, trarrà giovamento da questo cambiamento. Numerose scuole guida per donne, infatti, saranno inaugurate sul territorio. L’abolizione del veto, inoltre, contribuirà alla circolazione di più denaro grazie alla necessità di acquisto di automobili e benzina per le suddite del Regno. Le donne non dovranno più richiedere ad autisti o a tassisti di essere trasportate lungo i centri nevralgici delle città.  

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Attualità

“Non perdere l’allerta” – Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta

Pierfrancesco Diliberto (Pif) e quel Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta che si inserisce alla perfezione nella recente polemica del ministro Salvini   «Se un giornalista scrive di mafia, io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito. Io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate» Si chiede questo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, correndo per le strade di Roma sotto il sole, accompagnato dalla sua telecamerina. Sono le battute finali del delicato documentario da lui girato e da maggio disponibile su Netflix, intitolato Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta. Un documentario da vedere e rivedere non solo nei giorni roventi di quest’estate, stagione in cui la mafia non dimentica di uccidere e l’attuale Ministro degli Interni mette in dubbio la necessità stessa del protocollo di protezione assegnato all’autore di Gomorra il 13/10/2006. “Scorta con isolamento ambientale“. All’inizio tre uomini, dal 2008 cinque, che quasi hanno trascorso più tempo con l’autore campano che con le proprie famiglie da accudire. “Gli uomini della scorta” : quelli che del documentario sono i co-protagonisti, e compaiono senza apparire. Pierfrancesco Diliberto racconta lo scrittore napoletano Ad emergere dal bel lavoro di Pierfrancesco Diliberto – nato nel 2013 come puntata de Il Testimone, rimaneggiato con scene inedite nel 2016, a dieci anni dal romanzo e dalla scorta – non è “il Saviano” accusato da Salvini di risiedere all’estero spesato dallo Stato italiano, bensì Roberto, il rapporto d’amore ed odio con la sua terra, nel suo profilo più umano. È questo l’aspetto messo squisitamente a fuoco sin dalla prima inquadratura, che con l’inconfondibile stile-Pif domanda: «Lo vedete questo cono gelato? È un cono gelato con cioccolato, crema e panna». È Roberto a nominarlo tra le cose più semplici che sogna di concedersi come un qualsiasi libero cittadino ma alle quali – per via del suo stato di “sorvegliato speciale” – non può fare altro che rinunciare. È proprio questo il verbo che utilizza: “rinunciare”. Pif lo sottolinea mentalmente ed elenca le “conseguenze pratiche” del suddetto status: «Non può alzarsi al mattino e decidere cosa fare; tutti i suoi spostamenti vanno decisi due giorni prima per poter organizzare la sicurezza dello spostamento […]. Non può fare il bagno in mare da solo perché anche in acqua deve essere presente la scorta […], non può guidare l’auto, non può guidare la bici, non può andare in moto, non può andare al cinema, a meno che non sia vuoto; non può vedere troppo frequentemente la stessa persona per non farla diventare un bersaglio o un indizio che porti a lui; se vuole andare all’estero deve chiedere un permesso al paese ospitante con un anticipo che va da una settimana a un mese, e non è scontato che lo ottenga». Laddove Pierfrancesco Diliberto riflette sui combattenti “in carne ed ossa” che si assumono “il lavoro […]

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Attualità

Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemerge il calco di un cavallo

Recentemente è stata effettuata una nuova scoperta archeologica a Pompei, il calco integro di un cavallo è stato rinvenuto presso Civita Giuliana, nell’area settentrionale del sito archeologico di Pompei, al di fuori delle mura: si tratta di «un ritrovamento eccezionale che sta facendo il giro del mondo», come ha avuto modo di spiegare Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ancora più sorprendente perché avvenuto casualmente, nell’ambito di operazioni volte a captare alcuni passaggi segreti illecitamente realizzati dai “cacciatori di antichità”. Proprio al fine di individuare tali cunicoli clandestini utilizzati per il furto e il contrabbando di reperti antichi, da svariati mesi il Parco Archeologico di Pompei era al lavoro congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli: un lavoro di squadra, dunque, il cui intervento di scavo, messo in atto nel corso delle indagini, ha consentito di recuperare la straordinaria sagoma integra di un cavallo pompeiano. L’operazione, infatti, ha fatto riemergere svariati ambienti di servizio di una grande villa suburbana eccezionalmente conservata e una tomba, risalente al periodo successivo al 79 d.C., con i resti inumati di un defunto, di sesso maschile, di età stimata tra i 40 e i 55 anni. Una nuova scoperta archeologica a Pompei, le parole degli archeologi «Tra i vari ambienti è emersa una stalla con resti equini» spiega Greta Stefani, archeologa: si tratta di una mangiatoia esclusivamente visibile mediante il proprio calco in gesso, giacché plausibilmente costruita in materiale deperibile. «L’individuazione di un vuoto causato dal deperimento del materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono” – continua – ha consentito la realizzazione del calco in gesso»: la tecnica del calco, ideata a Pompei dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nella seconda metà del XIX secolo e nuovamente sperimentata con successo da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico, consiste proprio nel riempimento del vuoto di sedimento, prodotto dal deterioramento di materiale organico. La villa ha, altresì, restituito numerosi reperti, ovvero anfore, utensili da cucina e il calco di un letto.   Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemersa la sagoma integra di un cavallo pompeiano  Il cavallo è disteso sul fianco sinistro, volge lo sguardo dal fianco destro, ha un’altezza al garrese di circa 150 centimetri e i resti ossei ne denotano una discreta ossificazione correlabile a un esemplare adulto. L’esame autoptico della morfologia della sagoma, delle proporzioni, dell’altezza e dell’impronta dell’orecchio sinistro ha rilevato peculiarità che rendono ragionevole l’identificazione dell’animale con un Equus ferus caballus, piuttosto che con un mulo o un bardotto. Inoltre, in virtù del fatto che i cavalli antichi dovevano avere una taglia ridotta rispetto agli esemplari attuali, tale cavallo recuperato nel sito pare essere di notevoli dimensioni per l’epoca; a ciò si aggiunga che è stata rilevata la presenza di finimenti in ferro nell’area del cranio, muniti di borchie in bronzo. Alla luce di ciò, pare verisimile il ruolo e il valore elevato di tale animale, che indurrebbe a ipotizzare l’esistenza di esemplari altamente selezionati nell’area pompeiana nel lontano 79 […]

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Cinema & Serie tv

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12 Soldiers: un film di Nicolai Fuglsig tratto da un’incredibile storia vera

Uscito in Italia l’11 luglio, 12 Soldiers segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per il danese Nicolai Fuglsig. All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, l’esercito statunitense si prepara a reagire alla minaccia rappresentata da Osama Bin Laden e dal movimento terroristico da lui fondato, Al-Qaeda, che rivendica i terribili attacchi condotti quel giorno in America. Il capitano Mitch Nelson (Chris Hemsworth), che nell’esercito ha sempre svolto mansioni di stratega senza mai scendere in campo a combattere, grazie all’aiuto del compagno Cal Spencer (Michael Shannon), riesce a farsi assegnare una squadra composta da lui e altri undici soldati delle Forze Speciali che verrà mandata immediatamente nel deserto roccioso dell’Afghanistan. Il loro compito – un’impresa impossibile e di dubbia riuscita – sarà quello di mettersi in contatto, in un Paese a loro ostile e ormai nelle mani dei feroci e sanguinari talebani, con il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum (Navid Negahban), per poter ricostituire l’Alleanza del Nord e lottare uniti contro il nemico comune. 12 Soldiers, la guerra raccontata da chi l’ha fatta e da chi l’ha vista Nicolai Fuglsig, ex reporter di guerra, adatta per il grande schermo il libro Horse Soldiers del giornalista Doug Stanton ,che narra quanto vissuto dall’agente della CIA nonché militare delle Forze Speciali Mark Nutsch a un mese dall’attentato alle Torri Gemelle. La storia di Nutsch e dei suoi valorosi uomini, che si ritrovarono a dover combattere in inferiorità numerica – 5000 nemici per ognuno di loro – e con poco tempo a disposizione – si parla di 21 giorni – è rimasta sconosciuta ai più per poi essere svelata al mondo. Della pellicola colpiscono, in particolar modo, le scene dei combattimenti girate sapientemente e con la camera sempre pronta, capace di cogliere anche i più piccoli particolari. Ammirevole anche l’impeccabile fotografia che cattura i paesaggi di una terra impervia e selvaggia ammantandola di fascino e bellezza malgrado la devastazione che l’ha impietosamente colpita. Il tutto è costantemente accompagnato da una colonna sonora essenziale ma d’impatto. Per quanto riguarda gli attori, Chris Hemsworth non delude le aspettative e il suo personaggio viene supportato, oltre che dai colleghi che interpretano i compagni d’impresa, soprattutto da Navid Negahban che si rivela essere la chiave di volta per far comprendere ciò che anima il suo popolo e ciò che realmente serve a un soldato come il capitano Nelson per diventare un vero guerriero. 12 Soldiers non è soltanto un film di guerra tutto esplosioni, strategie e uccisioni, ma è innanzitutto una storia vera che ha dell’incredibile per ciò che dodici uomini sono riusciti a fare con l’intento – purtroppo non realizzatosi visto che la minaccia del terrorismo, assumendo volti e nomi nuovi, non è stata ancora estirpata  – di compiere il loro dovere verso se stessi, le loro famiglie e la loro Patria.

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Dalia de las Hadas, intervista ad Anna Mirabile e agli attori della serie

Dalia de las Hadas (Dalia delle fate) è una serie musicale per teenager scritta e diretta dalla giornalista, scrittrice e sceneggiatrice Anna Mirabile. In onda su La5 dall’11 Giugno, dal lunedì al venerdì alle 13:40, la fiction parla del sogno della giovane Dalia (Miriam Planas), abbandonata dalla madre adottiva a 4 anni e cresciuta con il padre Walter, di diventare una cantante. La serie, girata tra Buenos Aires e l’Italia, vanta un cast internazionale composto da un perfetto mix di attori già esperti ed affermati nel mondo della telenovela come Florencia Ortiz ( “Il mondo di Patty”, “Violetta”, “Esperanza mia”, “Somos familia”, “Muneca brava”), Sol Moreno (“Mujeres Asesinas”, “Peter Punk”, “Soy Luna”, “La Antena”), Paula Brasca (“Vite rubate”), Aida Flix (“El secreto de Puente Viejo”, “Gran Hotel”, “Matilde Navalón”) e Nicolas Maiques ( “Rebelde Way”, “Floricienta”, “Peter Punk”, “La Trinity”) che ha inoltre composto e scritto le canzoni in spagnolo della serie; e altri attori giovanissimi come il quindicenne Tiziano Colabucci alla sua prima esperienza in una telenovela musicale, Ian Lucas di 18 anni con già alle spalle esperienze in “Soy Luna” e “Once” e la stessa protagonista Miriam Planas, anche lei di 18 anni, che ha recitato in tre film: “Psychophony”, “Paranormal Xperience 3D”, “Barcelona nit d’estiu”. Il 2 Luglio, in occasione del PromoDay della serie alla libreria Open di Milano, abbiamo avuto l’occasione di intervistare telefonicamente Anna Mirabile e molti degli attori della serie. Ecco a voi. Dalia de las Hadas, intervista ad Anna Mirabile Lei è una giornalista professionista, scrittrice, produttrice, soggettista e una sceneggiatrice. Cosa l’ha spinta a realizzare una telenovela musicale come Dalia de las Hadas? Ho un trascorso di giornalista Rai dove sono rimasta fino al 2010, ma ho sempre coltivato questo sogno della telenovela teen. Ti posso raccontare un aneddoto su questo: quando ero piccola sul balcone di casa di mia madre, dove c’erano una serie di scope, avevo messo dei cartoncini con dei nomi a ogni scopa creando dei personaggi; e ogni giorno giravo una puntata di una telenovela. Per dirti quanto è antico questo sogno. Quindi, appena ho avuto l’opportunità di realizzare questa telenovela, l’ho voluta fare con gli attori che secondo me meglio la rappresentavano, quindi con l’Argentina in prima linea. Anche se poi la protagonista è spagnola e ci sono italiani, colombiani, peruviani… Però insomma, che l’Argentina fosse in prima linea era molto importante perché per me la telenovela è argentina. Rimanendo in tema telenovela, ci sono delle differenze o delle analogie tra la fiction italiana e quella sudamericana? Secondo me non c’è nessun collegamento perché la fiction italiana tende molto a rappresentare la realtà nei suoi aspetti anche più crudi, con un grande disincanto a volte. Mentre, la componente sudamericana, anche nelle serie tv più drammatiche, è sempre portata al trascendere la realtà: a vedere lo straordinario nell’ordinario. C’è molto più spazio per la fantasia e anche per la fede, la speranza e l’immaginazione. Diciamo che gli attori sudamericani hanno le briglie più sciolte, gli italiani invece sono più […]

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Stronger – Io sono più forte, la storia vera di Jeff Bauman

Uscito il 4 luglio nei nostri cinema, Stronger – Io sono più forte (qui il trailer) è l’ultimo lavoro drammatico diretto dal regista, produttore e sceneggiatore cinematografico americano David Gordon Green. Basato sull’omonimo libro autobiografico scritto da Jeff Bauman in collaborazione con Bret Witter, il film ha per protagonista proprio Bauman (interpretato da Jake Gyllenhaal) il quale, in seguito all’attentato avvenuto durante la maratona di Boston il 15 aprile 2013, perse entrambe le gambe. Jeff, all’epoca ventottenne, si era recato all’evento per incitare l’ex-ragazza Erin (Tatiana Maslany) che partecipava alla competizione, aspettandola al traguardo e dandole così prova dell’amore che provava per lei e della sua intenzione a tornare insieme. L’esplosione di due ordigni rudimentali a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro getta la folla nel caos lasciando dietro di sé morti e feriti. Tra questi ultimi c’è anche Jeff che si risveglia in ospedale senza le gambe, stordito per quanto è accaduto – eppure pronto a fornire una descrizione di uno degli attentatori – con al suo fianco i familiari, gli amici ed Erin che si sente responsabile per ciò che gli è accaduto. Determinata a non abbandonarlo, la giovane decide di trasferirsi da lui che vive ancora con la madre Patty (Miranda Richardson) – un’incallita bevitrice e fumatrice pronta a organizzare gli eventi mediatici cui il figlio dovrà prendere parte perché divenuto il simbolo del movimento Boston Strong e che non vede di buon occhio la loro relazione amorosa; Erin rinuncia a tutto pur di stargli accanto e prendersene cura. Tuttavia, la ragazza non dovrà occuparsi soltanto delle difficoltà pratiche sopravvenute con la condizione di invalido di Jeff ma, piuttosto, dovrà confrontarsi con il grave e forte trauma psicologico da lui subito e che rischierà di mettere nuovamente in discussione la loro relazione e il loro futuro. Stronger – Io sono più forte : strepitoso Jake Gyllenhaal Trama toccante a parte – le storie vere hanno sempre quella marcia in più che fa da subito presa sull’animo degli spettatori – la pellicola di Green deve gran parte, se non tutto, il suo successo alla perfetta interpretazione di un irriconoscibile Jake Gyllenhaal. Che questo attore si sia affermato nel panorama cinematografico internazionale distinguendosi per la sua bravura – molti lo ricorderanno nel ruolo del cowboy gay in I segreti di Brokeback Mountain del 2005 accanto al talentuoso collega scomparso prematuramente Heath Ledger – è ormai noto, ma che riuscisse a sorprendere trasformandosi come per questo ruolo è stata una vera e propria rivelazione. A dare maggiore risalto alla sua prova hanno contribuito le due figure femminili che spiccano nel film per importanza e per il loro essere antitetiche l’una all’altra: l’espressiva Tatiana Maslany e l’impeccabile, nel suo essere una madre complicata, Miranda Richardson. Stronger – Io sono più forte parte da un evento drammatico che ha cambiato irreversibilmente chi è stato vittima del terrore insensato di quel 15 aprile di cinque anni fa, si sviluppa sulle conseguenze concentrandosi più sulla forza dell’amore e della dedizione che sul dolore e […]

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Mamma Uovo, il libro promosso dall’ospedale Pascale diventa un film d’animazione

Tornano i piccoli chemio! Stavolta la storia si fa animata. Mamma Uovo, il grande successo promosso dall’ ospedale Pascale torna a  far parlare di se. A pochi mesi dall’uscita della versione dedicata ai papà, la storia che riesce a far parlare i genitori del percorso chemioterapico con i propri figli diventa il corto di animazione “Mamma uovo. La malattia spiegata a mio figlio”. Con le animazioni 3D realizzate da Mauro Catena e Alfonso Pontillo per Tech4Care s.r.l., Giorgio vive la sua avventura tratta dall’omonimo libro. Il protagonista riesce a trasmetterci le sue emozioni narrandoci come sia possibile comprendere cosa succede all’interno del corpo della sua mamma quando viene curata. Il cartone animato non delude le aspettative del pubblico che ha già tanto amato la storia ideata da Gabriella De Benedetta, Silvia D’Ovidio e Antonello Pinto del UOSC di Oncologia Ematologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori, Fondazione G. Pascale, IRCCS Napoli. Abbiamo chiesto proprio ad uno degli autori perché si è ritenuto necessario realizzare una trasposizione animata di “Mamma Uovo”, il libro promosso dall’ospedale Pascale. Silvia D’Ovidio ha spiegato che il libro non potrà mai essere sostituito dalla sua versione animata, ma è un valido strumento per usare un ulteriore canale che ne veicola i contenuti. «L’idea di base è che le due pubblicazioni si completeranno a vicenda, diventando un unico e valido strumento per spiegare la malattia ai propri figli». Quali difficoltà avete incontrato lungo il percorso di trasposizione di “Mamma Uovo”? «Riuscire a trasmettere le proprie idee è sempre difficile. Riuscire a farlo quando il tuo interlocutore non proviene dal tuo percorso è ancora più complesso. Trovare la chiave di lettura non è stato semplice da nessuna delle parti, ma alla fine siamo riusciti nell’intento». Durante la visione del corto, ci accorgiamo di come può essere semplice raccontare qualcosa. Le immagini ci accompagnano alla fine del racconto lasciandoci con il messaggio positivo, un aforisma di G.K. Chesterton. “Le favole non insegnano ai bambini che i draghi esistono. Le favole insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”. Questa frase presente nella prima di copertina, ci ha accompagnati prima nei libri illustrati da Sergio Staino e ora ci regala un sorriso con le animazioni del corto. Dobbiamo aspettarci altre sorprese dai piccoli chemio? «Questo progetto ha sorpreso sempre anche noi. Da una piccola pubblicazione dedicata esclusivamente ai nostri pazienti, poi ci ha fatto conoscere il grande Sergio Staino per poi avvalerci della collaborazione con la Marotta&Cafiero. Inizialmente realizzammo una piccola clip “casalinga”, poi c’è stata la possibilità di fare la trasposizione del libro in questo bellissimo cortometraggio animato. Sorprese? Bhe, ce le aspettiamo anche noi, percé questo progetto cresce con il nostro amore per lui». Il corto animato è visibile in chiaro su Youtube e dal sito lamalattiaspiegataamiofiglio.com distribuito con licenza internazionale Creative Commons 4.0.  “Mamma Uovo – la malattia spiegata a mio figlio” è un’iniziativa editoriale promossa dall’ospedale Pascale. Potete acquistare il libro cliccando il banner sottostante.

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Cucina & Salute

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Marmellata fatta in casa: ricetta, ingredienti e consigli

Siamo nell’era della tecnologia, che ha indubbiamente portato i suoi vantaggi, ma non solo. Il punto è che tutto questo progresso, questa scienza, hanno abbassato la qualità dei prodotti, quelli alimentari si intende in questa sede, o almeno questo è quello che ci portano a credere. Certo è che trovare un ceppo di banane che emana quel profumo inebriante e pescare, tra i tanti, quel melone dal sapore dolce, sembra sia diventata una rarità. E allora, convinti che il cibo industriale sia ricco di conservanti, polifosfati e quant’altro, e che verdura e frutta vengano innaffiati con prodotti chimici per aumentarne la produzione, ci si affanna a cercare prodotti bio, ad evitare lo zucchero raffinato, e a preparare i prodotti da sé, tra le propria mura domestiche e con gli ingredienti accuratamente selezionati. Un esempio lampante è quello della marmellata fatta in casa. Non quella con la pectina, o altre miscele aggiunte. Semplicemente frutta fresca e zucchero. La marmellata: un po’ di storia Corrono alcune leggende sull’origine della marmellata. La più conosciuta riguarda Caterina d’Aragona, che dopo il matrimonio e il conseguente trasferimento in Inghilterra, per non sentire la malinconia della propria patria, si fece preparare la marmellata di arance, in ricordo di quei frutti che popolavano la Spagna.  Un’altra versione vede protagonista Maria de Medici che in seguito alla carenza di vitamina C diagnosticatale dal medico, si richiese una scorta di agrumi siciliani e per conservarli a lungo, data la durata del viaggio, furono disposti in alcune casse recanti la scritta “Per Maria ammalata“, “Por Maire ammalate“, divenuto tra una voce e l’altra del popolo “Por Marimalade” e trasformato in “Por marmalade“. Tuttavia l’origine della marmellata risale a tempi più antichi, infatti già i Greci erano soliti bollire le mele cotogne e unirle al miele per realizzare le conserve. Marmellata fatta in casa,  alcuni consigli Per preparare la marmellata in casa non serve altro che qualche oretta di tempo a disposizione, frutta fresca, zucchero (io utilizzo quello di canna) e qualche spruzzo di limone. Inoltre bisogna avere l’accortezza di sterilizzare bene i vasetti che si andranno ad utilizzare (vedi qui). Arance, mirtilli, albicocche, ciliegie, sono tanti e vari i frutti da poter utilizzare, a seconda della stagione e dei gusti personali. Il metodo è generalmente lo stesso, cambiano soltanto i tempi di macerazione e di cottura, in base al tipo di frutta scelta. Per conservare la marmellata in maniera ottimale, si consiglia di bollire i vasetti in una pentola capiente per circa trenta minuti. Marmellata fatta in casa alle ciliegie   La settimana scorsa una gentile collega mi ha regalato una busta di ciliegie del suo albero e una parte l’ho utilizzata per realizzare una conserva. Di seguito la ricetta: Ingredienti 1 kilo di ciliegie (prive del picciolo e del nocciolo) 180 grammi di zucchero di canna (io ne ho utilizzati 160 grammi perché le ciliegie erano molto dolci) succo di mezzo limone Preparazione Privare le ciliegie del nocciolo e del picciolo, lavarle accuratamente e tamponarle con uno strofinaccio pulito, […]

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I ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018

L’estate si avvicina e non possiamo farci trovare impreparati di fronte al torrido caldo di cui avvertiamo già le tracce. Ecco perché ci serve una ricetta facile su come fare i ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018. Sono il cocktail di questa estate. Semplici e deliziosi non necessitano di strumenti complicati né di molto tempo. Possono essere comodamente preparati e serviti a casa. Sono la soluzione ideale per il caldo estivo e un motivo in più per invitare i vostri amici a casa per un drink. Ghiaccioli alcolici: il trend dell’estate 2018 Mojito, Sangria, Piña Colada, Caipirinha e molti altri.Sono solo alcuni esempi di cocktail ghiacciati.  Quest’anno la società inglese POP ha lanciato sul mercato ghiaccioli alcolici ai gusti di Prosecco, Bellini e Moscow Mule. Dopo il grande successo ha proseguito con Champagne, Rosé & Raspberry e Watermelon Martini. Poiché non ci sono rivenditori in Italia di questi ghiaccioli, proponiamo qualche ricetta per preparare degli ottimi cocktail-ghiacciati da fare a casa! Ricordiamo che l’alcool etilico puro ghiaccia a -114° C. Quindi, per poter congelare l’alcool bisogna aggiungere una parte di acqua e di zucchero e proprio per questo i ghiaccioli di qualunque tipo hanno sempre una base di sciroppo zuccherato. I ghiaccioli alcolici sono perfetti per un aperitivo, da accompagnare a tartine, focacce, sandwich e stuzzichini di ogni genere. Questi ghiaccioli sono anche perfetti per un dopocena, per esempio serviti con della frutta tagliata. Come fare i ghiaccioli alcolici: ecco la ricetta per 4 persone 1 cetriolo 2 limoni 16 cl di gin 40 cl di acqua tonica 8 gocce di Angostura 8 cl di sciroppo liquido Spremete i limoni per ottenerne il succo che deve essere filtrato. Tagliate i cetrioli, sia a fette che a cubetti In una caraffa mescolate tutti gli ingredienti e versate il composto nello stampo per ghiaccioli. Lasciare riposare in freezer per almeno 12 ore e, infine, servite! Zenzero, frutti di bosco, polpa di pompelmo, pesca, anguria, salvia… Ogni ingrediente può essere aggiunto alla ricetta a seconda dei gusti personali di ognuno. Continua a leggere per sapere come fare i ghiaccioli alcolici al prosecco Ecco invece la ricetta dei ghiaccioli al prosecco  50 ml di acqua 40 g di zucchero 300 ml di prosecco Prima di tutto bisogna preparare uno sciroppo a base di acqua e zucchero. Dopo aver messo questi ingredienti in un pentolino lasciate che lo zucchero si sciolga nell’acqua a fuoco basso. Fate raffreddare tutto e aggiungete il prosecco. I cocktail saranno pronti dopo che saranno rimasti in freezer per qualche ora. Potete aggiungere alla base di prosecco e sciroppo anche dei pezzi di frutta o della frutta frullata. Potete anche mixare più frutti e aggiungere delle foglioline di erbe aromatiche come menta, basilico e lavanda per dare colore e profumo ai vostri ghiaccioli. Come fare i ghiaccioli, qualche utensile

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Cevapcici al barbecue: la ricetta delle polpette alla griglia

I cevapcici al barbecue Ho assaggiato la prima volta i cevapcici al barbecue in Trentino durante un weekend primaverile. Quando la cameriera me li ha proposti, ho storto un po’ il naso: il nome proprio non mi attirava, ma ha insistito così tanto da convincermi. E menomale, devo aggiungere.  Dai Balcani all’Italia I cevapcici, conosciuti anche come cevapici, provengono dalla cucina balcanica e si dice che siano stati serviti per la prima volta in una trattoria di Belgrado a metà dell’Ottocento. Sono giunti in Italia da alcuni anni, principalmente al Nord, dove sono soliti chiamarli anche cevapi. Approssimativamente la traduzione della parola in italiano è carne arrostita, e in effetti si tratta di polpette lunghe cucinate sulla griglia (in alternativa al forno o in padella). Di forma e di sapore diverso dalle nostre polpette tradizionali, ma buone e gustose. La ricetta dei Cevapcici Ingredienti:  200 grammi di macinato di manzo 200 grammi di macinato di maiale 100 grammi di macinato di agnello una cipolla bianca  100 grammi di olio extra vergine di olive sale, pepe e paprica dolce q.b. Preparazione Per preparare i cevapcici al barbecue, bisogna innanzitutto tritare finemente la cipolla (deve essere usata cruda, ma in alternativa la si può far appassire in padella con un filo di olio extravergine di oliva); in una ciotola capiente unire i tre diversi tipi di macinato con la cipolla tritata e mescolare a lungo, infine aggiungere pepe, sale e paprica dolce e continuare ad amalgamare. Stendere il composto ottenuto nella terrina e coprirlo con la pellicola trasparente, lasciare riposare in frigo per circa 30 minuti. Trascorso il tempo necessario, prendere il composto e formare dei cilindri della lunghezza di 8 cm circa, ungere con l’olio extravergine di oliva la griglia e lasciare riscaldare il barbecue (per la scelta di quest’ultimo consigliamo la visita al portale passionebbq) per qualche minuto, prima di cominciare a cuocere. Girarli spesso per ottenere una cottura ottimale. Servire con un salsa di accompagnamento. Buon appetito!

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Attualità

Avocado, il frutto proibito nel paniere Istat

È diventato facile trovare l’avocado soprattutto tra le “grandiose” apericene. Il guacamole forse si sposa bene con il Negroni. Sicuramente gli avocado toast sono tra i più gustosi. Tra i menù si trovano senza poca difficoltà i “tipici” risotti al sentore di tropical fruit. Le verdure pastellate della nonna se trasformate in tempura, accolgono l’avocado a braccia aperte come il paniere dell’Istat. Durante le festività, quando ci concediamo vizi e sfizi, il consumo di avocado cresce a dismisura. “Chiamatemi un avocado!”. Tutti si ricordano quando le battute sul frutto esotico si sprecavano Grazie al brand “Sicilia Avocado” da qualche anno la produzione è un primato tutto italiano. È il risultato di un’intuizione di alcuni imprenditori agricoli, con coltivazioni a regime biologico certificato. Le leggi del mercato sono sempre le stesse: ad una domanda corrisponde un’offerta. Se la domanda cresce l’offerta deve rispondere, in caso contrario il prezzo sale. L’acquisto mondiale del frutto tropicale è divenuto qualcosa che va oltre il “newtrend”e la richiesta supera i 3,4 kg procapite annui, ben cinque volte superiore agli anni ’90. Tale richiesta ha fatto superare di ben 50$ il costo per cassetta rispetto allo scorso anno. È chiaro che l’analisi del problema fa emergere ben altre complicazioni legate alla coltivazione dell’avocado. L’avocado fa gola persino alla Cina. Purtroppo però, come sempre accade in casi analoghi, non mancano le speculazioni, stavolta il giro di affari è enorme e pochi vogliono starne fuori Gli USA da qualche anno stanno facendo intuire che vorrebbero uscire dal trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement, accordo nord americano per il libero scambio tra USA, Canada e Messico). La paura ha fatto tremare le borse soprattutto da quando Donald Trump ha dichiarato di voler ridefinire gli accordi commerciali con il resto dei paesi ripristinando i dazi. Il 2017 inoltre si è dimostrato un anno particolarmente difficile per le coltivazioni di avocado Le condizioni meteo non hanno garantito alle piantagioni del Cile e del Messico, maggiori produttori mondiali, l’acqua necessaria per evadere le richieste. Alla forte siccità si aggiungono i fenomeni di desertificazione dovuti molto probabilmente all’uso intensivo e sconsiderato del terreno. Bisogna considerare che per produrre 500g di frutta, due o tre frutti,  occorrono circa 272 litri d’acqua. In Cile l’agronomo e attivista locale Rodriguez Mandaca ha fatto notare che per coltivare un ettaro di frutteto servono centomila litri d’acqua al giorno, il quantitativo per soddisfare il fabbisogno giornaliero di circa mille persone. Anche per chi non possiede una cultura agricola, sembrerà facile capire come per ottimizzare le coltivazioni è necessario irrorare con concimazioni e pesticidi. Ingerire e respirare pesticidi e concimi porta gravi conseguenze alla salute delle persone. L’avocado assume la definizione di “oro verde” perché ha un mercato redditizio che in molte circostanze supera quello della marjuana Anche i Caballero Templarios hanno capito da tempo che il mercato della “pera del coccodrillo” è un’occasione da non farsi scappare. In un’inchiesta riportata dal Newsweek (Mexican cartels used government data to kidnap and extort avocado farmers) emerge inoltre come avvengono vere e proprie […]

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Culturalmente

Culturalmente

Aforismi dall’antica Grecia: le 10 frasi greche più famose

La civiltà greca ha lasciato in eredità al mondo moderno un enorme bagaglio culturale. Frasi celebri, massime e sentenze sono il segno di un mondo non dimenticato, un mondo che corrisponde alle radici della nostra umanità. Gli antichi greci, padri della filosofia, ci hanno lasciato lezioni riguardo felicità, amore, morte e giustizia. Il fascino forte e magnetico del greco, dovuto in parte ai suoi caratteri arcaici, conserva dentro di sé l’acme della filosofia, dell’arte e della letteratura del mondo antico. Filosofi tutt’oggi inconfutabili, pillole di saggezza ancora valide. Quando si parla degli antichi greci non si fa che sottilinearne l’attualità. Ecco le nostre 10 frasi greche preferite. Aforismi dall’antica Grecia: le 10 frasi greche più famose Conosci te stesso (in greco γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón). Questa massima religiosa scritta nel tempio di Apollo a Delfi è una delle più note frasi greche. Probabilmente voleva ammonire gli uomini ed esortarli a riconoscere la loro inferiorità rispetto agli dei. L’equivalente latino di questa frase è nosce te ipsum. In molte filosofie greche c’era l’idea che l’anima provenisse dal Tutto; conoscere se stessi era quindi il primo modo per arrivare alla conoscenza di Dio. Sant’Agostino, secoli dopo, dirà di cercare la Verità non nel mondo, ma nel proprio io. Tutto scorre (in greco πάντα ῥεῖ, pánta rheî). Questa massima è attribuita al filosofo Eraclito ma in realtà da lui non fu mai scritta. Tutto scorre è la frase che meglio riassume il pensiero di Eraclito sul divenire. Il filosofo pensava che non ci si potesse bagnare due volte nello stesso fiume perché seppure a distanza di pochi attimi ogni elemento naturale muta, sottoposto a una legge inesorabile. So di non sapere (in greco Έτσι, δεν γνωρίζω, estì den gnōthizo). La celebre frase di Socrate è tutt’oggi un grande esempio di saggezza. Dopo che la sacerdotessa dell’oracolo di Delfi rivelò che Socrate era l’uomo più saggio di tutti egli non poté accettarlo. Decise di dialogare con coloro che si consideravano i migliori oratori del tempo ma capì che in loro c’erano solo arroganza e presunzione. Socrate dunque ammise di essere il più sapiente di tutti per un solo motivo: lui sapeva di non sapere, ammetteva la sua ignoranza. Ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza. Vivi nascosto (in greco λάθε βιώσας, láthe biósas). Epicuro con questa frase contesta l’identificazione dell’uomo con il cittadino, anche se riconosce l’utilità per la società delle leggi.  Per lui la politica era «un inutile affanno» e l’uomo doveva essere contento del vivere appartato. A causa di queste affermazioni l’epicureismo, al suo tempo, godeva di una concezione alquanto distorta e non era visto di buon occhio. Simile a un dio mi sembra quell’uomo (in greco Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν ἔμμεν’ ὤνη, fainetai moi kenos isos theoisin emmen’oner). In questi famosissimi versi la poetessa Saffo paragona l’uomo amato ad un dio, in una poesia che ha esercitato il suo fascino su molti. Molte sono le sue traduzioni: da Catullo in latino a Salvatore Quasimodo in italiano. Le parole di Saffo che parla dell’amore […]

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Emilio Salgari, un approfondimento sul padre del pirata Sandokan  

Nell’Italia di fine 800’, divisa tra analfabetismo e i salotti buoni della Bell’epoque, uno scrittore veronese catalizzò l’attenzione del pubblico con i suoi romanzi d’avventura. Dotato di una fantasia senza pari, Emilio Salgari non è soltanto tra gli autori più prolifici e letti della letteratura italiana ma il padre di eroi immortali che ancora affascinano, stupiscono nel loro difendere con tenacia e vigore un mondo e i suoi valori che sembrano ormai scomparsi. Numerosi sono gli aspetti che il veronese ci lascia in analisi. Il laboratorio salgariano è quanto mai ricco di suggestioni, idee e intuizioni che hanno dato vita a un corpus che, seppur uniforme dal punto di vista stilistico, è incredibilmente vario per quanto riguarda personaggi, vicende, ambientazioni. Dal Golfo del Bengala alle coste dell’oceano Pacifico, da Mompracem al Polo Nord, numerose sono le location, esotiche e non, nelle quali l’azione si svolge. Nessuna di esse era mai stata visitata in realtà dall’autore che non conseguì mai l’agognato brevetto di ‘Capitano di gran cabotaggio’, anche se lasciò intendere di esserne in possesso. Era, tuttavia, un gran sognatore e un ottimo giornalista tale da ricordare ogni minimo particolare di ciò che leggeva che lasciava poi trasudare nelle sue pagine di vivido realismo. Disegnate con maestria sulle fredde indicazioni di atlanti, enciclopedie e diari di viaggio, queste ambientazioni sono in perfetta simbiosi con i suoi personaggi, eroi vinti in cerca di perenne riscatto che, seguendo le passioni più istintive e veraci, combattono furiose battaglie. La gloria, l’onore, e il rispetto, Sandokan, Yanez, Treamail Naik rispettano un codice etico che non deve essere violato e che va difeso ad ogni costo. Gli invasori delle loro terre, le sette religiose, i ribelli voltagabbana, invece, sono i nemici che hanno violato il patto, il cui unico scopo è arricchirsi e conquistare, distruggendo, così, quelle oasi in cui regnava sovrano l’equilibrio tra uomo e natura. L’instancabile penna dell’autore veronese trasmette questi dissidi con una semplicità disarmante e con la vibrante passione di chi non è mai cresciuto davvero. Le sue opere, che rappresentano un unicum nel panorama letterario italiano di fine 800’, sono difficili da inquadrare. Estraneo al verismo, alle questioni sulla lingua e al romanzo di formazione, il mancato capitano impegna tutte le sue energie su un genere che in pochi avevano praticato prima, il romanzo d’avventura, e in cui si predilige la forza espressiva ad uno stile ricamato. Gli echi classici, le illustri citazioni, la complessità psicologica dei personaggi e delle vicende lasciano, così, il posto alla spasmodica ricerca dello stupore sensoriale del lettore che tramite le sue descrizioni riesce a viaggiare pur rimanendo seduto in poltrona. Queste scelte tematiche e una scrittura non sempre impeccabile lo hanno relegato, nel corso degli anni, ai margini della letteratura, tra gli scrittori d’appendice o per l’infanzia, con un dibattito critico tendente molte volte a sminuirne il corpus. Solo nell’ultimo ventennio di studi, a ottanta anni dal suo macabro suicidio, Salgari comincia ad essere pienamente apprezzato e il tesoro di opere lasciato da lui lasciate […]

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Culturalmente

La Villa Romana di Positano riapre finalmente al pubblico

È stata inaugurata alle 18 di mercoledì 18 luglio, la Villa Romana di Positano (Salerno), uno dei siti archeologici sotterranei scoperti di recente nel sud Italia. I residenti del comune campano, celebre nel mondo per la sua incomparabile bellezza, potranno visitare la villa gratuitamente dal 19 al 31 luglio, mentre l’apertura definitiva al pubblico è prevista per il 1° agosto. La villa, sepolta dalla cenere dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., è venuta alla luce dopo anni di scavi ed ora le sue meraviglie sono pronte a lasciare a bocca aperta i visitatori. Durante la conferenza svoltasi a Palazzo “Ruggi D’Aragona”, coordinata da Michele Faiella, Funzionario per la Promozione e Comunicazione – Responsabile dell’Ufficio Stampa della Soprintendenza ABAP di Salerno, sono stati illustrati i dettagli del restauro e della valorizzazione dell’area. Presenti all’evento Francesca Casule, soprintendente ABAP di Salerno e Avellino; Michele De Lucia, sindaco di Positano; Silvia Pacifico, funzionario archeologo; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori e Walter Tuccino, restauratore del Mibact. Villa Romana di Positano, un tesoro sepolto troppo a lungo La costruzione, situata al di sotto della chiesa di Santa Maria Assunta, “fu costruita alla fine del I secolo a.C. In quell’epoca l’élite romana aveva scelto le coste del Golfo di Napoli e della Penisola Sorrentina per edificarvi lussuose residenze ove trascorrere il tempo libero tra giardini e ricchi ambienti affrescati con spettacolari vedute sul paesaggio costiero”, spiega Maria Antonietta Iannelli, funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino. Già nel 1758, Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, segnala l’esistenza di affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò si trattasse della villa di Posides Claudi Caesaris, liberto dell’imperatore Claudio, a cui andrebbe attribuita l’origine del nome di Positano. Il sisma del 62 creò la possibilità di rinnovare gli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso “triclinium” venuto alla luce nella cripta. Architetture a più piani, tipiche del Quarto stile pompeiano (metà del I secolo d.C.), occupano le pareti. Decisamente suggestive le scene mitologiche rappresentate, come il centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille. E poi, la raffigurazione del paesaggio marino, con una baia circondata da edifici porticati e da scogli, suggerisce che la vista da questa sala triclinare, sulla baia di Positano, doveva essere molto simile. Gli scavi dopo il terremoto del 79 Nei secoli successivi al terremoto del 79, da cui la villa fu completamente distrutta, nella stessa zona furono costruiti edifici religiosi. Le ricerche hanno fatto emergere due cripte, una superiore di epoca settecentesca ed una inferiore più antica. Lungo il perimetro della sala principale della cripta più recente, sono allineati 69 sedili in muratura per l’essiccazione dei defunti: come spiegato in una nota di Lina Sabino, funzionario storico del’arte della Soprintendenza ABAP di Salerno, la finitura plastica degli stucchi è unica nell’intero territorio amalfitano. La cripta più antica, dedicata alla Vergine Maria del 1159, appartiene all’epoca medievale: la sua pianta è simile […]

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Culturalmente

Il treno dei Foja continua ad andare. Intervista a Dario Sansone

E piglio ‘stu treno che va luntano ‘a tutt”e paranoie addò ‘nu biglietto nun se fa ‘nu suonn’ ‘e binari e stazioni lassamme ‘a casa tutt”e guaje cercanne chell’ ca nun saje.                                                                                                                     ‘O treno che va, terzo album dei Foja, band partenopea, è il simbolo di un viaggio in cui la lingua napoletana sposa il rock. In cui la tradizione sposa il moderno. Ogni canzone è una stazione, un pretesto per esplorare e scandagliare le passioni che abitano l’animo umano con quella foja, quella foga che li accende, e da cui è impossibile non lasciarsi accendere.   Dario Sansone, intervista al frontman dei Foja Partiamo dal titolo, ‘O treno che va. Dario Sansone, ma dove va questo treno? Lo sto ancora scoprendo: è un treno che va per andare. Quello che c’importa è la dimensione del viaggio più che l’arrivo. Il nostro treno si è fermato in varie stazioni, regalandoci tante soddisfazioni e intanto continua ad andare e, a dire il vero, non so, non sappiamo ancora dove vogliamo arrivare. Intanto, in autunno, questo treno vi porterà oltre i confini nazionali…  Esatto. Da novembre porteremo la nostra musica all’estero. Sono previste almeno dieci tappe. Sicuramente Barcellona, Parigi, Londra. Poi si vedrà. Avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano, di rimanere ancorati alle vostre radici. Pensi che questo possa essere, in qualche modo, un limite? Tutt’altro. Credo che cantare in napoletano sia un punto di forza. Cantare in napoletano mi sembra il modo più sincero di esprimere le mie emozioni. E poi alcune parole del nostro dialetto hanno una capacità di sintesi che altre lingue non hanno. Eppure convieni con me che il napoletano è una lingua intraducibile… Come sono intraducibili molti slang americani, eppure sono cresciuto ascoltando Bob Dylan. In più il Regno di Napoli ha subito molte dominazioni, il napoletano si è miscelato con lo spagnolo, con il francese. Sono tanti i vocaboli stranieri assorbiti dal napoletano. Per dirne uno: ‘a buatt’! Abbiamo già suonato all’estero, a Londra, ed è stato bellissimo, la musica, se ha qualcosa da dire, arriva comunque. Touché. I nostri nuovi progetti sono basati proprio su scambi linguistici. Cagnasse tutto sarà tradotto in catalano; la collaborazione con la grandissima cantautrice Pauline Croze ha portato alcuni nostri pezzi, come A chi appartieni, oltre le Alpi. Napoli è da sempre una città internazionale pronta allo scambio, una città di mare aperta al dialogo con il mondo e il nostro obiettivo è proprio quello di varcare i confini. Il treno va, appunto, e deve continuare ad andare. Domanda un po’ scomoda. In un tuo pezzo bellissimo, canti Fosse pe’ me cagnasse tutto… È davvero possibile secondo te il cambiamento? In che modo? Sicuramente la chiave non […]

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Fun & Tech

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Nasce in India il centro Samsung più grande del mondo

Samsung. Lo stabilimento del colosso sud coreano è stato inaugurato alla presenza di numerose istituzioni locali e si prepara a battere tutti i record di produzione. La sua capacità produttiva, infatti, toccherà quota 120 milioni di unità in un anno. Noida, si produrrà tutta la gamma di modelli Samsung, dal top di gamma rappresentato dai costosi Corea del Sud. Per saperne di più sulle caratteristiche tecniche della produzione targata Samsung puoi consultare, ad esempio, le schede del portale www.puntocellulare.it, il riferimento giusto per sapere se il cellulare che vorresti comprare è proprio quello adatto alle tue esigenze. 120 milioni di unità all’anno. Nella sfida all’ultima innovazione e all’ultima novità con i suoi principali competitor, Samsung mette a segno un nuovo punto sul fronte della capacità produttiva. Stati Tasse di importazione Xiaomi e asiatico. Il produttore cinese, in particolare, aprirà qui nuove fabbriche, mentre il colosso di San Francisco sta avviando contatti strutturati con questa area del mondo che dimostra, giorno dopo giorno, di avere fame di connessione e mobilità. Due elementi strategici per una comunità e una società moderna e in crescita. ampi strati di povertà. Il cellulare sì ma che non sia troppo caro. Secondo questo principio, quindi, l’offerta Apple si classifica come di alta gamma, al di fuori delle reali possibilità di spesa della maggior parte dei cittadini indiani. Ecco che la sfida per la nuova sede produttiva Samsung non sarà solo quella di realizzare i prodotti di fascia alta della casa ma anche quella di dare vita a prodotti 

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Creature mitologiche: tra folclore e leggenda

Cerbero, l’araba fenice, Medusa, la Lamia, la nure-onna, la futakuchi-onna: scopriamo insieme le più famose creature mitologiche Le creature mitologiche vengono rappresentate come esseri formati dall’unione di animali diversi, o  di un animale e un essere umano. Certamente gli ibridi mitologici sono una rappresentazione misterica della cultura di partenza. Un esempio è la fenice, o l’araba fenice, che differisce tra la cultura egiziana e greca. Il Bennu egiziano, rispetto alla φοίνιξ greca, infatti, veniva raffigurato più come un airone cenerino, o inizialmente un passero, lontano, quindi, dalle striature rosse e tropicali dell’aquila reale greca. La fenice egiziana, inoltre, non risorgeva dalle sue ceneri, bensì dalle acque. L’araba fenice Dalle favole di Erodoto e Tacito sembra che l’Epifania della fenice sia stata trascurata, così come il motto: Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi”). Erodoto scriveva che un uccello dall’aspetto di aquila con piumaggio d’oro e cremisi, «ogni cinquecento anni volava dall’Arabia ad Eliopoli trasportando in un uovo la salma del padre per seppellirla nel Tempio di Ra, Dio-Sole». E ancora Tacito si riferiva ad un’aquila che si costruiva un nido in Arabia, dal quale, trascorsi cinquecento anni, sarebbe nata un’altra Fenice che avrebbe ucciso il padre, bruciandolo, per costruire poi un nuovo nido altrove. Queste sono favole lontane dalla rappresentazione di un uccello che sorge dalle sue ceneri e quindi che aspira al simbolismo di rinascita, anche egiziano. Il folklore giapponese certamente non è scevro da fascinazioni mitologiche e misteriche. Anche qui la fenice, dal nome Ho-ho o Karura, è una grande aquila dorata sputa fuoco con gemme magiche sul capo e che simboleggia l’arrivo di una nuova era. Tra le creature mitologiche questa è, ovviamente, la nostra preferita. Cerbero Il folklore ha in sé figure più diverse e agghiaccianti prese dal mito e rielaborate. Cerbero, ad esempio, è un mostro mitologico, figlio di Tifeo ed Echidna rappresentato con tre teste e con dei serpenti sulla pelle, priva di pelo, che ad ogni latrato sibilano in modo agghiacciante. L’animale è il custode degli Inferi con il compito di bloccare l’accesso ai vivi e negare la fuga ai morti. Infatti nel VI libro dell’Eneide Cerbero si oppone alla discesa agli Inferi di Enea e viene calmato da Sibilla con una focaccia di miele intrisa di erbe soporifere. Altro noto riferimento è nel VI canto dell’Inferno della Commedia dantesca nel quale Cerbero, posto al III Cerchio dei golosi, scuoia i condannati con i suoi artigli. Le tre teste rappresentano allegoricamente i tre segni del vizio di gola. Medusa Anche Medusa è collocata da Dante fra i demoni a guardia della città di Dite nel IX canto dell’Inferno, evocata dalle tre Furie allo scopo di pietrificare Dante. Medusa, con Steno e Curiale, è una delle tre Gorgoni, figlia di Forco e Ceto, divinità marine. La donna e le sorelle, infatti, presso la cultura più antica, venivano rappresentate come delle figure orrende, dalla testa rotonda e incorniciata dalla chioma serpentina, la bocca larga, le zanne di bestie, le mani di bronzo e a […]

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Forum PA, anche quest’anno nel segno della sostenibilità

Ambiente, energia e salute. Questi i temi al centro della maggior parte dei progetti candidati per il premio “PA sostenibile. 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”. Forum PA, luce sul futuro Il tradizionale appuntamento annuale con Forum PA, le giornate (idal 22 al 24 maggio) dedicate proprio alla scoperta e alla riflessione sul ruolo e la trasformazione della Pubblica Amministrazione. Cambiano i modi di comunicare e interagire con il cittadino (anche, ad esempio, con l’introduzione della fatturazione elettronica tra privati e PA, a cui offre una pratica soluzione Fatture in Cloud) ma si trasformano anche gli approcci e le funzionalità. Ecco, quindi, che diventa importante incontrarsi per favorire il confronto tra tecniche e modelli, nell’interesse del cittadino. Sostenibilità, punto chiave per la crescita Tra le numerose iniziative messe in campo nella giornate del Forum, imperdibile l’appuntamento con “Premio PA sostenibile. 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”. Un’iniziativa che vede in gara 258 progetti, presentati per lo più da associazioni, pmi e startup. Gli ambiti preferiti per la realizzazione dei progetti sono stati quello economico, il sociale e quello ambientale. La premiazione è in programma nella giornata del 23 maggio. Una sfida appassionante La sida lanciata dal premio ha appassionato molti. Il futuro della Pubblica Amministrazione, nella definizione di nuovi ruoli e nuovi compiti, infatti è un tema capace di suscitare grande interesse. I progetti pronti a sfidarsi, nell’ambito del contest organizzato in collaborazione con ASviS, per conquistare la palma d’oro sono stati centinaia. I temi protagonisti spaziano dalla salute all’ambiente, dall’energia all’educazione. Senza dimenticare città ed economia circolare. A sfidarsi le iniziative presentate da enti locali, a partire dalle Regioni, ma anche piccole e medie imprese e giovani startup. Molto attive anche le associazioni. Perché una sfida a colpi di innovazione La ragione di questa iniziativa è semplice, nella sua complessità. L’obiettivo degli organizzatori, infatti, è quello di raccogliere i migliori progetti/prodotti concreti capaci di coniugarsi adeguatamente con l’utopia sostenibile. Iniziative concrete per contribuire a consentire all’Italia, e in particolare ai singoli territori, di affrontare e superare le debolezze dell’attuale modello di sviluppo. Proiettando la crescita del Paese verso un modello diverso, quello disegnato sul sentiero di crescita sostenibile da percorrere fino e oltre il 2030. Le candidature, 258 quelle finali, al 16 aprile giornata di chiusura della call lanciata dal Forum PA, sono pubbliche e possono essere consultate sul sito realizzato proprio per la sfida innovativa e sostenibile. In occasione del convegno “Italia 2030: come portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile”, in programma il 23 maggio, si terrà la premiazione 2018. Gli sfidanti A una prima analisi dei progetti pronti a contendersi il titolo è possibile creare delle macro-categorie. Sono 54 i progetti afferenti all’ambito Ambiente, energia, capitale naturale; sono, invece, ben 50 quelli che rientrano nell’ambito Salute e welfare; passano a 43 le iniziative per l’ambito Capitale umano ed educazione; 34, invece, interessano l’ambito Città, infrastrutture e capitale sociale; 27 quello Economia circolare, innovazione, occupazione; lo stesso dato (27) è relativo all’ambito Giustizia, trasparenza, partecipazione. Infine, sono 23 i progetti per l’ambito Diseguaglianze, pari opportunità, resilienza.

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Fun & Tech

Malattie intestinali, sono arrivati i Batteri-chip per la loro diagnosi

“Da qualche parte, qualcosa di incredibile è in attesa di essere scoperto”: con queste parole, Carl Sagan esprimeva l’essenza della scienza, la cui forza motrice è sempre stata la curiosità dell’uomo e la sua voglia di superare i presunti limiti e confini della realtà. In effetti, il progresso scientifico è un qualcosa in cui la parola “oltre” sembra non far altro che spostare i limiti solo un po’ più in là, senza soluzione di continuità. È di questo periodo la messa a punto, da parte di alcuni ricercatori del gruppo del Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston, di un prototipo di pillola destinata alla diagnosi di eventuali patologie gastrointestinali, con tanto di esito inviato tramite app sul telefonino. Proprio come una qualsiasi pastiglia, si ingoia con un bicchiere d’acqua e, una volta all’interno dell’organismo, senza tubi né cicatrici, in maniera del tutto indolore, ispeziona a fondo tutto l’intestino. A differenza delle già note capsule dotate di telecamera in grado di effettuare un’endoscopia dell’apparato intestinale nelle stesse modalità per nulla invasive, questo modello, raggiungendo le zone più recondite dell’intestino, consentirebbe di verificare la presenza di malattie e di controllarne l’evoluzione. IMBED (Ingestible Micro-Bio-Electronic Device), un cilindro lungo 4cm, è composto da batteri disposti su un sensore avvolto da una membrana semipermeabile, richiede 13 microwatt di energia e presenta una batteria da 2,7 volt che ne garantisce il funzionamento continuo per oltre un mese. La membrana permette alle molecole dell’ambiente circostante di introdursi e diffondersi all’interno. Tali batteri vengono geneticamente modificati per poi segnalare con una spia luminosa la presenza di una determinata molecola. È poi un transistor a misurare la quantità di luce trasmessa e a comunicare il dato ad un microprocessore. Questo, a sua volta, invia un segnale wireless a un computer o a uno smartphone. Tutto ciò praticamente in tempo reale. Batteri-chip per individuare malattie intestinali infezioni e tumori, combinando biologia ed elettronica In attesa di impiegarlo sull’uomo, l’esperimento del “batterio su chip” condotto sui maiali per rilevare l’ulcera e altri problemi legati alle malattie intestinali, è stato pubblicato su “Science” ed ha dimostrato che il sistema può funzionare: nella fattispecie, si è visto che i batteri del ceppo Escherichia Coli hanno reagito alla presenza del componente eme nel sangue, consentendo così di individuare un’emorragia nello stomaco. Infatti, la spia luminosa del chip, trasformata in corrente elettrica, è stata poi inviata mediante un trasmettitore ad un telefono cellulare. A seconda di come viene programmato il batterio-rilevatore, possono essere intercettate diverse molecole infiammatorie e quindi si potranno monitorare varie malattie intestinali come il morbo di Crohn, e perfino infezioni e tumori dello stomaco e dell’intestino. Il dispositivo può essere utilizzato una sola volta o permanere nello stomaco per più giorni o addirittura settimane. Inoltre, introducendo più ceppi di batteri modificati, sarà possibile diagnosticare più malattie. Un connubio tra la biologia e l’elettronica quindi, che vede la combinazione di cellule viventi con strumenti elettronici, a bassissimo consumo di energia, rappresentare un altro grande passo avanti nel campo della medicina.

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Libri

Libri

La strada dei sogni, l’ultimo libro di Chiara Zanini (recensione)

La strada dei sogni è il nuovo libro della giornalista e scrittrice milanese Chiara Zanini, già autrice del best seller “Cinque piedi e un funerale”, dedicato alla stella NBA Allen Iverson (Feltrinelli Editore). Il nuovo volume della Zanini, pubblicato a fine 2017 e realizzato in completa indipendenza editoriale (Youcanprint), si compone di tre racconti diversi, tutti uniti però da un filo comune: la strada. Le strade protagoniste della narrazione sono quelle di Napoli, Durban (Sudafrica) e Sarajevo. Tre storie, ambientate in tre angoli diversi del mondo, molto distanti tra loro, in cui tutto parte dalla strada, della quale la scrittrice parla così nel prologo: “C’è qualcosa di magico nel fare un pezzo di strada assieme, nella vicinanza dei corpi, nell’addomesticarsi a vicenda. La strada è un tipo di spazio e di tempo che giorno dopo giorno copre le distanze degli anni, delle menti, dei ricordi, riempiendo vuoti che si sono creati dentro di noi altrove. La strada qualche tempo fa era dove si diventava grandi, dove s’imparava ad unirsi al mondo, ciascuno con il proprio passo, chi più lento, chi lieve, chi goffo o chi defilato. Era in strada che si trovavano i sorrisi veri, le pacche sulla spalla, le sbucciature alle ginocchia, le merende che ungevano le mani, i silenzi pieni, le assenze, i ritorni, gli odori buoni, e una miriade di sogni inseguiti, abbandonati o infranti. (…) Qualche anno fa ho letto che la terra ruota attorno al proprio asse per un solo motivo: per farci avvicinare gli uni agli altri prima che sia troppo tardi. C’era una volta un tempo in cui le strade le davano una mano.” La strada dei sogni di Chiara Zanini: Napoli, Durban, Sarajevo Le prime strade che incontriamo sono quelle della Napoli dei primi anni ’80, in particolare del quartiere Secondigliano. Protagonista è Vincenzino, un bambino di otto anni con la passione per il calcio. La narrazione parte, non a caso, dall’estate del 1984 (per poi arrivare ai primi anni 2000), quella dell’arrivo a Napoli di Diego Armando Maradona. Vincenzino è convinto di essere il gemello del Pibe de Oro, ma gli amici lo chiamano Sandokan, per via della sua carnagione scura. Rosario è il suo migliore amico, ribattezzato Asso di Spade per il suo successo con le donne. Sarà lui a presentargli gli altri protagonisti del racconto: Domenico, soprannominato Dobberman, perché si attacca alle caviglie degli avversari e non le molla più e Cosimino, il più piccolo di tutti, ma troppo bravo a passare la palla per non far parte del gruppo. Diventeranno grandi insieme giocando a pallone tra i vicoli del loro quartiere e in una delle piazze più conosciute di Napoli, Piazza Dante. “Voi sape’  cosa si fa in strada tutto ‘o tiempo?                                   Si sogna. E poi si sogna in gruppo. Na cosa ca è capace ‘e sollevarti da terra.” L’esperienza da giornalista sportiva della Zanini emerge molto in queste pagine, che fanno rivivere gli anni d’oro del Napoli calcio, quelli di Maradona e degli scudetti. E’ un racconto […]

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Libri

Tra poesia e quotidianità: un inedito Valentino Zeichen in Diario 1999

A due anni e poco più dalla sua scomparsa, Valentino Zeichen rivive nella raccolta Diario 1999, pubblicata dalla Fazi editore. Un’opera di poesia e riflessioni, ma non solo: stralci di vita quotidiana che permettono al lettore di viverla con gli occhi di Zeichen. Chi è Valentino Zeichen? Il poeta, che conosciamo come Valentino Zeichen all’anagrafe e che porta il nome di Giuseppe Mario Zeichen, è nato a Fiume nel 1938 ed è venuto a mancare il 5 luglio del 2016, per colpa di un infarto. Zeichen, che lasciava spesso che tanto la mente quanto l’istinto parlassero al suo posto, è stato uno dei personaggi letterari più affascinanti e controversi che la nostra storia moderna abbia conosciuto. Parliamo di un uomo il cui tratto distintivo erano degli improbabili sandali di cuoio, un uomo che da quando si traferì a Roma fino all’ultimo dei suoi giorni ha vissuto in una baracca sulla via Flaminia (oggi la Casa del Poeta, spazio gestito dalla Capitale, presso cui è stata organizzata, lo scorso 4 lulgio, la prima presentazione proprio della raccolta Diario 1999), un uomo che si autoelesse giudice unico della prima edizione del riconoscimento poetico che ancora oggi è il Premio Zeichen. Un uomo unico, che ha vissuto, sperimentato e raccontato di tutto ciò che gli attraversava la pelle. Nessuno, neanche la storia, potrà toccarlo con i suoi giudizi. “Non parlo di mondi onirici. Nella mia poesia entra la comicità, l’ironia, la precisione. Ci sento lo zampino della matrigna, e quindi la diffidenza verso il sentimento. O meglio: verso la menzogna del sentimento. Esiste una purezza della poesia alla quale sono fedele: l’esclusione del cuore. Non mento mai”, confessava ad Antonio Gnoli in un’intervista per Repubblica, e non ha tradito il suo modo di pensare e percepire la poesia neanche nelle sue riflessioni di ogni giorno. L’amarezza del tempo che passa coesiste con la voglia di stare al centro del proprio tempo, così come il sole che sorge e “la luna che tramonta”, come si legge in uno stralcio di poesia raccolta nell’opera messa su dalla Fazi editore, sono momenti di naturale bellezza che non va assimilata come scontata, sono punti da cui partire, sono spunti per la mente per vagare ancora. I versi di Zeichen sono ragionati, sono frutto dell’istinto della ragione, sono la verità che non conosce sovrastrutture e abbellimenti. Unico nel suo genere, di quell’onestà che ricorda D’annunzio e di quell’impegno intellettuale che nasce con Petrarca, il modo in cui Zeichen fa poesia è spontaneo e al contempo mai superficiale: una profondità che Diario 1999 non smentisce, bensì conferma. Un eterno Zeichen, quello del Diario 1999 Diario 1999 è un album di dettagli, di appunti di vita quotidiana, un insieme di pezzi che hanno composto un anno tra i tanti: da venerdì 1° gennaio, festeggiando l’inizio dell’anno nuovo a casa di Carla Accardi (la pittrice delle “Pietrose distanze”, la raccolta di suoi dipinti accompagnati dai testi di Zeichen e dell’amico Achille Bonito Oliva), fino al 30 dicembre, con gli auguri per […]

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Libri

Ricciardi si confessa: si avvicina l’epilogo della saga di De Giovanni (recensione)

Il celebre scrittore napoletano Maurizio De Giovanni ha da poco pubblicato per la casa editrice Einaudi (collana Stile libero big) “Il purgatorio dell’angelo. Confessioni per il Commissario Ricciardi”, uno degli ultimi libri della saga che vede il Commissario Ricciardi come protagonista. Come gli assidui lettori di Ricciardi sanno, infatti, la saga terminerà a breve: lo scrittore ha già da tempo annunciato che questo che è appena uscito è il penultimo libro. Per chi non lo conoscesse, il commissario Luigi Alfredo Ricciardi vive nella Napoli Anni Trenta, quindi in piena epoca fascista. Ricciardi è dotato di grande intuito e ha un grande senso della giustizia, che supera il rispetto dei superiori e delle convenzioni sociali. È un personaggio sui generis, non porta il cappello (per l’epoca era un segno di eccentricità), vive con la sua tata e non fa vita sociale. Malgrado sia ricco di famiglia- è barone di Malomonte, in Cilento- ha deciso di diventare poliziotto perché ha un “dono” che per lui rappresenta una maledizione e che ha deciso di mettere a disposizione della polizia. Riesce a vedere le anime dei morti, quelli uccisi per cause violente e, soprattutto a percepire le loro ultime parole. Questa abilità lo aiuta nelle indagini ma rende la sua vita molto dolorosa.  Da qualche anno il commissario si è innamorato- contraccambiato- di Enrica, la sua vicina di casa, una ragazza tranquilla che ama ricamare la sera. Siamo a maggio e mentre la città si appresta ad abbracciare la primavera, Ricciardi e l’ispettore Maione, indagano su un caso di omicidio che vede come protagonista un sacerdote gesuita, Padre Angelo, amato da tutti. Il prete è stato ucciso mentre era in ginocchio, come se fosse stato in confessione. E saranno le confessioni a svolgere un ruolo di primo piano nel romanzo di De Giovanni. Ricciardi, perso tra mille pensieri, decide finalmente di fare una scelta coraggiosa nella sua vita e a dare una possibilità al suo amore per Enrica. Maione, invece, sente la mancanza di suo figlio Luca, anch’egli poliziotto e ucciso in servizio: ciò lo rende poco lucido nelle relazioni e lo allontana dalla amata moglie Lucia. De Giovanni e gli altri romanzi Maurizio De Giovanni è uno dei giallisti più apprezzati in Italia. Più volte recensito da Eroica Fenice, è autore della saga “I Bastardi di Pizzofalcone” che vede come protagonista l’ispettore Lojacono e, oltre alle opere con Ricciardi (la saga inizia con “Il senso del dolore” del 2008, edito da Fandango), De Giovanni ha pubblicato anche romanzi e racconti sulla squadra del Napoli come “Il resto della settimana”, edito da Rizzoli nel 2015 mentre “I Guardiani” (2017, Rizzoli) e “Sara al tramonto”(2018, Rizzoli) inaugurano due nuove saghe.  

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Libri

Svenimenti a distanza: il prosimetro di Mario Fresa (Recensione)

Cosa significa fare poesia oggi e quale valore è possibile attribuirle? Tessere e decostruire la propria identità personale attraverso il verso permette di veicolare un messaggio trasfigurando le sue componenti – che diventano universali e particolari insieme – ma non è un’operazione facile. L’edificio storico della letteratura richiede importanti strategie persistentive in un mondo ormai estetizzato, e le logiche di mercato ignorano le opere che raccontano l’estinzione dell’umano, il suo senso di estraneità e di sradicamento. Mario Fresa tenta di rispondere al quesito iniziale con una raccolta edita Il Melangolo, in cui parola e discorso poetico giocano sull’assenza, o meglio, sull’afasia del linguaggio comunicativo: per scarti e per sottrazioni gravitano attorno a un punto di tensione che fa da filo conduttore tra le pagine. Svenimenti a distanza si avvale per questa operazione della tecnica narrativa del prosimetro, di dantesca memoria, sapientemente alternando prosa e versi. I noduli tematici di Svenimenti a distanza, l’ultimo lavoro poetico di Mario Fresa  Procedendo per capitoli, secondo una suddivisione tematica, si affolla di motivi, di luoghi, di personaggi e di detriti memoriali. Al centro c’è l’esperienza della perdita, anzi la sofferenza risultante da una serie di perdite. Il dolore si traduce in uno svenimento, come il titolo richiama, che funge da convalescenza o fuga relazionale: chiudere gli occhi, disfarsi di sé, perdersi nell’illusione di esserci ed esistere sono le drastiche soluzioni dominanti. Tutti i personaggi di Mario Fresa, a un certo punto della loro vita, danno forfait, rinunciano, e lo fanno a distanza di tempo e di spazio l’uno dall’altro, pur accomunati dalla sorte comune. Nove sono i capitoli della raccolta, da Convalescenza a La mala fiaba, il primo e l’ottavo in prosa, i restanti in versi. Accanto al motivo della sofferenza, la malattia e la morte spingono il poeta a cercare un anestetico per eludere lo sguardo dalla Medusa, dal proprio stato inerme di fronte al Male metafisico, e ritrovare la spensieratezza e la speranza dell’Eden. Fresa racconta di scene ospedaliere, siparietti scolastici e teatrini familiari con un linguaggio che si avviluppa in se stesso, si torce fino allo stremo, rivelando l’illusione di ogni forma o compiutezza del verbo. Simbolicamente, si tratta di una resa coraggiosa, volta a chiarire che le afferenze percettive non arricchiscono i cassetti della cognizione, ma spesso ci lasciano barcollanti, presi da un “terrore da ubriaco“, citando il poeta Montale. L’Altro-da-noi procura l’angoscia che un disperato ha di fronte l’enigma della Sfinge, e scontiamo la sua alterità con la perdita del senso – o dei sensi – in occasione dell’ incontro. L’uomo, senza vergogna per la propria vergogna, dovrebbe liberarsi “dell’illusione di essere o poter essere qualcosa o poter volere qualcosa“. A seguito, una poesia contenuta nella raccolta Svenimenti a distanza e le informazioni relative alla bibliografia dell’autore Mario Fresa: Il rapporto tra noi è una gengiva azzurra; e tanto si dimentica lo stesso. (Come i gamberi e l’acqua nodosa, che li fanno diventare eterni). Ancora un ospite e odore di esempi finiti male. Meglio svenire in qualsiasi continente che […]

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Napoli & Dintorni

Food

La pizzeria Imperatore lancia Wine Vs Pizza, una sfida tutta da gustare!

Giovedì 19 luglio la pizzeria Imperatore ha inaugurato l’evento “Wine Vs Pizza”, dando il via ad un match all’ultimo sangue tra deliziosi ingredienti e vini raffinati, una lotta tutta campana tra gusti eterogenei. Allo scoccare del gong un incontro di dionisiaco valore ha delineato dei ghirigori di gusti con vino alla mescita, che in un brio di sperimentazione, ha richiamato in una sola serata quella che è la maggiore tradizione culinaria ed enologica campana. Gli abbinamenti di gusto sono stati il tocco di raffinatezza della serata che non ha fatto sconti al palato, traducendo prelibati sapori in emozioni al sapore di terra e vicoli. Le pizze e le fritture, prodotti dalla pizzeria Imperatore, frutto di più di un secolo di tradizione nell’arte della pizza, pregni di ingredienti DOP, si sono miscelati a eccellenti vini di produttori campani, che sono scesi in campo a rappresentare le varie province. Le aziende protagoniste sono state Tenuta Cavalier Pepe pepe, che con un rosato DOC  di Taurasi  ha rappresentato l’Irpinia; per il Sannio, l’azienda Castelle di Castelvenere (BN), che ha presentato una originale Falanghina DOP; per il salernitano,l’azienda Casula Vinaria con un vino spumante Brut. “Wine Vs Pizza”: uno scontro di prelibati sapori alla Pizzeria Imperatore Ad aprire il sipario della sfida è stato il vino “Chiena” di Casula Vinaria, un vino spumante che è la somma di tre vini bianchi, tutte e tre diversi tra loro: il Fiano, la Falanghina e la Malvasia. Con il “Chiena” ad avvicendarsi è stato il fritto della tradizione, composto da crocché di patate, frittatina di maccheroni e ciurilli (fiori di zucca pastellati, ripieni di ricotta e mortadella classica in vescica Slow Food e granella di pistacchio di Bronte). Lo scontro di sapori in Wine Vs Pizza ha ottenuto il risultato sperato in questa prima fase della serata. I due cugini, Gennaro e Salvatore, proprietari della Pizzeria Imperatore, hanno presentato la fatidica sfida, delineando, anche con sprazzi di tecnicismo,  la sensazione ideale dell’interazione di gusto tra vino e cibo. Presupponendo la soggetività in materia di gusto, lo scopo di un buon vino è  quello di ripulire il palato in modo da spingere nuovamente ad un inebriante e soave morso di eccellenti sapori. Difatti, tra le bollicine dell’ ebbrezza del particolare vino spumante “Chiena” si sono rifugiati i sapori appetitosi delle fritture e da lì hanno spinto le nostre papille gustative a richiedere altri boati di paradisiaci sapori ed emozioni. La sfida è continuata con la margherita, composta da pomodoro Bio, fior di latte di Vico Equense, basilico e olio Imperatore. Il vino che è sceso in campo è stato il beneventano “Kydonia” dell’azienda Castelle di Castelvenere. La Falanghina dal colore oro è un richiamo di sapori tipici della Falanghina, inframmezzati da un venereo tocco mieloso, che conferisce al vino quella sapidità dolce che ricorda visioni della antica Magna Grecia. La margherita, che in tutto il suo prelibato sapore di eccellenti ingredienti (caratterizzata da una  perfetta consistenza della pasta, fino a raggiungere un perfetto equilibrio) è stata sovrastata dalla forza […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Filippo Giardina al Maschio Angioino il 22 luglio

Grande attesa per lo spettacolo di Filippo Giardina al Maschio Angioino. Il comico romano, classe ’74, si esibirà Domenica 22 Luglio alle 21:00, nella suggestiva cornice del bastione angioino, grazie alla collaborazione del Kestè e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli. L’evento suggella la terza edizione del “Marcondirondirondello – ma che bel Kestello!”, il festival organizzato dallo storico locale della movida napoletana, che si inscrive nella rassegna di eventi culturali promossa dal comune di Napoli: Estate a Napoli 2018. Uno dei più famosi e irriverenti stand-up comedian italiani, reduce inoltre da ben quattro sold-out al Kesté a Largo San Giovanni Maggiore, potrà tornare a esibirsi nel capoluogo campano con il suo monologo “Lo ha già detto Gesù” (spettacolo rigorosamente vietato ai minori di 18 anni). Un’analisi impietosa e senza mezzi termini del nostro paese che offre, attraverso l’ironia, non un pretesto per ridere e non pensare, ma uno spunto per riflettere e ragionare. Giardina sfata miti e tabù con approccio cinico e sarcastico, affidando alla sua satira non soltanto il compito di sovvertire e distruggere gli stereotipi, ma anche quello di creare un terreno ideale per poter costruire una nuova consapevolezza, più pura e sincera. Filippo Giardina al Maschio Angioino, alla scoperta del comico Filippo Giardina, come scritto precedentemente, è uno dei più famosi stand-up comedian italiani, autore di otto spettacoli comici. La sua satira pungente e la sua ironia irriverente vantano ormai anni di decennale esperienza. Giardina ha infatti iniziato a esibirsi come monologhista satirico in locali e teatri dal 2001. Arriva al grande pubblico nel 2013 quando, contattato dal produttore televisivo Gregorio Paolini, partecipa al programma di Rai 2 “Aggratis!”, insieme al collettivo da lui fondato Satiriasi. Nello stesso anno diventa anche autore del programma “Nemico Pubblico”, targato Rai3. Dal 2014 fino al 2016 partecipa e coordina il programma “Stand Up Comedy” su Comedy Central, per poi diventare, nella stagione televisiva 2016/2017, autore e panelist delle cinquantacinque puntate di “Sbandati” su Rai2. Filippo Giardina al Maschio Angioino, non solo stand-up comedy Dopo il monologo di Giardina la serata non giunge affatto al termine: il pubblico potrà infatti assistere a ben due spettacoli musicali. A esibirsi saranno i Barabba e i Mantrika. I primi sono un energico trio Rockabilly che porta avanti un vivace sound che spazia da Chuck Berry a Buddy Holly. Batteria, contrabbasso, piano, chitarra e un pastrocchio linguistico napoletano, italiano e inglese all’insegna del “Politically Incorrect”. I Mantrika, invece, sono il gruppo teatrale musicale/teatrale di Danilo Rovani e Cosimo Alberti. Nacchere, tammorre e voci partenopee per far rivivere il suono antico del capoluogo partenopeo, trasportando il pubblico in una grande festa popolare.

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Eventi/Mostre/Convegni

Ottavo Cielo – Infinity Sunset “White Emotion”, aperitivo stellato all’Hotel Excelsior

Venerdì 13 luglio il Roof Garden dell’Hotel Excelsior (Via Partenope 48 Lungomare Caracciolo, Napoli) si è tinto di bianco con uno degli appuntamenti più esclusivi dell’estate napoletana, l’aperitivo stellato Ottavo Cielo – Infinity Sunset by Skip Events. Nella suggestiva cornice del Roof Garden dell’Hotel Excelsior, hotel di grande fascino, dagli arredi che riportano indietro nel tempo ed una posizione di estremo prestigio sul golfo di Napoli, l’aperitivo White Emotions è pensato per un pubblico selezionato e d’eccezione, per dare vita ad un evento unico e da sogno, all’insegna dell’eleganza e della sobrietà. Appuntamento alle 19:00 per ammirare un incantevole tramonto da una location d’eccezione, al di sopra di tutto e guardando dall’alto la sera che cala sul lungomare e sul Castel dell’Ovo, mentre tutt’intorno si accendono lentamente le luci del golfo di Napoli. L’aperitivo Ottavo Cielo – Infinity Sunset proposto dalla Skip Events è curato nei minimi dettagli, dalla vasta scelta di cocktails degli esperti bartenders alla musica della deluxe selection di Filippo Arienzo, che coccolano gli ospiti e li accompagnano verso l’ottavo cielo, in una delle calde serate dell’estate napoletana. Dalle 20:00 alle 22:00 un buffet internazionale preparato dal top executive chef Ciro Salatiello offre al pubblico una vasta scelta in grado di soddisfare tutti i palati, dagli amanti del raffinato finger food ai sostenitori dei piatti tipici della tradizione partenopea, come pasta e patate e pasta e fagioli (proposta anche nella variante con le cozze). Il dress code total white e l’incantevole vista sul Castel dell’Ovo completano la splendida cornice dell’evento e sono gli elementi fondamentali del tema White Emotion, contribuendo a creare un’atmosfera quasi “celestiale”. Ottavo cielo – Infinity Sunset, un evento d’eccezione in una location mozzafiato Per il secondo ed ultimo appuntamento di questa estate 2018, dopo il grande successo riscosso già a giugno, la scelta del tema White Emotion mira a creare uno scenario suggestivo e quasi “surreale”, per un evento dal gusto ricercato, in linea con la filosofia della Skip Events & public relations, fondata nel 2000 da un’idea di Filippo Arienzo, insieme con Massimo Arienzo e la collaborazione di Paola Fiorenzano, che propone al pubblico solo eventi esclusivi e raffinati, con ingresso a numero chiuso e su invito, in locations d’eccezione. Grazie ad un’organizzazione che punta alla massima cura dei dettagli, giochi di luci soffuse ed un’accurata selezione musicale, gli ospiti dell’evento Ottavo Cielo – Infinity Sunset sono avvolti in un’atmosfera da White Emotions e partecipano ad un evento dall’eleganza e la raffinatezza difficile da dimenticare.

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Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

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Musica

Musica

Chester Bennington, un ricordo ad un anno dalla scomparsa

È trascorso un anno da quella calda serata di luglio in cui, scorrendo la home di Facebook con la solita aria annoiata, ci siamo ritrovati davanti ad una notizia che ci ha lasciato increduli: Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park, era morto. Prima un susseguirsi di «Ma no, sarà la solita bufala messa in giro da qualche cretino!» e di «Che cavolo state dicendo?», poi, una volta che la notizia è stata ufficializzata anche dalle maggiori testate, un rassegnarsi alla verità amara e tragica. Qual giorno, è andato via un pezzo fondamentale della generazione degli anni ’90. Quando In the End e Numb erano nella mente di tutti Che si è o meno amanti del rock e del metal, è indubbio che i Linkin Park abbiano segnato una buona parte delle tappe della nostra giovinezza. In quegli anni di transizione tra la disperazione del grunge e la frenesia delle boybands, loro si inserivano nel mezzo. Chester Bennington e Mike Chioda sono stati due pionieri di quello che è conosciuto come nu-metal, ma quando si è giovani non si bada tanto al genere musicale. Bastava sentire una loro canzone e subito ci si “gasava” a mille, in un periodo in cui lo streaming e il download di musica (fatta eccezione per il caso Napster) ancora non esistevano e uno dei pochi metodi a disposizione per ascoltare le proprie canzoni preferite era quello di sintonizzarsi il pomeriggio su MTV. Si attendeva stoicamente, fino a quando il veejay si degnava di passare Crawling, In the end, Somewhere I belong e Numb. Queste e altre canzoni non sarebbero quel che sono senza la potente voce di Chester, quella rabbia e quella disperazione che uscivano da un’anima segnata nel profondo, un ruggito che incitava a non arrendersi e farsi forza, ad affrontare la vita a muso duro. Per chi viveva quell’inferno interiore che l’adolescenza comporta, la voce di Chester Bennington era quasi catartica: esprimeva quello che non si aveva il coraggio di dire. La voce di Chester Bennington continua a vivere E quando quel 20 luglio dell’anno scorso Chester si è tolto la vita, non se ne è andato solo il frontman di uno dei gruppi più rappresentativi del suo genere e degli anni ’90. Se ne era andato uno dei pilastri della giovinezza di molti, un personaggio che ha segnato profondamente nel bene e nel male. A dispetto di chi in quegli acuti vedeva solo un’accozzaglia di grida gratuite e senza tempo, molti giovani vi vedevano l’incarnazione di una rabbia repressa e di una voglia di riscatto ineguagliabili. I moralisti dell’ultim’ora e certi giornalisti solo di nome, alla vigilia della sua scomparsa, non hanno perso occasione di sparare giudizi sulla sua condotta di vita e si sono avventati su di lui, come avvoltoi pronti a spolpare la carcassa di turno. Le loro parole, pronunciate soprattutto sul presunto cattivo messaggio che un genere come il metal può veicolare perché associato con ignoranza al satanismo, sono durate quanto dovevano. La voce di Chester Bennington, quella durerà […]

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Musica

Sponz Fest 2018, in scena il Festival diretto da Vinicio Capossela

Sponz Fest 2018: musica, arte e non solo! “Salvagg’, salvataggi dalla mansuetudine” è il tema della sesta edizione dello Sponz Fest 2018, in scena in Alta Irpinia dal 21 al 26 agosto, sotto la direzione artistica di Vinicio Capossela. “Sponz Fest 2018, sviluppa il doppio tema del salvaggio, del salvamento, della salvazione, e quello del selvatico in opposizione al mansueto. L’Irpinia prende il suo nome dall’Hirpos, il lupo nella lingua osco sannita. Terra di selve, di animali e uomini selvatici. Ammansiti dal “contributo”, ma di indole selvatica, come le faine, le volpi e i lupi dell’immaginario totemico locale. Un Fest per s-fasciarsi dall’idiocrazia. Per praticare la fierezza, a partire dalla fiera non domesticata che è in noi. Per salvarsi inselvatichendo.” – si legge in una nota dello stesso cantautore. Sponz Fest 2018,  programma e gli ospiti di quest’anno Si partirà il 19 agosto, con un’anteprima durante la “Festa del Libro” di Sant’Andrea di Conza, insieme alla scrittrice Michela Murgia. Dal 21, poi, lo Sponz farà tappa in altri 5 comuni dell’Alta Irpinia. A Calitri andrà in scena il momento clou: la “Notte Selvaggia” del 25 agosto, durante la quale il paese sarà percorso da uomini-bestia e uomini-alberi, dal tramonto all’alba, sulle note del Concerto “La Cupa ‘nta la Cupa” dello stesso Capossela, accompagnato dall’attore Mimmo Borrelli. Ma diversi saranno i protagonisti dello Sponz 2018. Per l’intera settimana, il popolo Mapuche, originario del Sud del Cile e dell’Argentina, darà vita a cerimonie ancestrali, riti propiziatori, musiche e danze collettive, preparazione di cibi, terapie collettive, medicina naturale. I Rumita, maschere ancestrali del Carnevale di Satriano di Lucania, richiameranno lo spirito dei boschi della Basilicata, mentre i Merdules, maschere sarde di Ottana, sveleranno le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico, tra cui il culto della fertilità. Infine, i diavoli dei Krampus di Canazei (Tn) che si aggireranno nel buio delle strade del paese assumendo, attraverso lo “spavento”, il ruolo rituale punitivo/educativo per rendere coscienti i più piccoli della scelta fra il bene e il male. Tra gli artisti, invece, A Hawk and A Hacksaw, duo americano affascinato dall’est Europa e dalla natura selvatica; Teho Teardo con Music for Wilder Man insieme al fotografo francese Charles Fréger; il polistrumentista spagnolo Vurro; il maestro Angelo Branduardi in un concerto speciale accompagnato da un ensemble di musica antica; i Tarantolati di Tricarico; Alfio Antico, il tamburo più selvaggio della Trinacria, accompagnato al marranzano e all’armonica da Giuseppe Milici; il Chinchinero, artista da strada Cileno che suona un tamburo da spalla al contrario; il pianista e compositore Stefano Nanni che dirigerà l’orchestra degli allievi del conservatorio di Avellino nel Requiem per animali immaginari. SponzArti: la collaborazione con i centri SPRAR locali Sponzarti, in dialetto irpino “metterti a bagno”, è la sezione di arti visive dello Sponz Fest e quest’anno sarà ovviamente centrata sulle potenzialità del selvaggio e del selvatico, intesi come strumenti liberatori e salvifici, e sulla declinazione del selvaggio nel rapporto con l’alterità. “Selvaggio, io o tu?” è il titolo-domanda di SponzArti che si propone di creare incontri tra chi arriva e chi è partito. In collaborazione con il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e la cooperativa Irpinia 2000 onlus, verranno selezionati tre progetti artistici per essere […]

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Musica

“Simply”, l’album d’esordio del giovanissimo Horus Black

Il nome fa pensare ad una rock-metal band, ma in realtà Horus Black è un giovanissimo, nonché italianissimo cantautore. Riccardo Sechi, questo il suo vero nome, è nato infatti a Genova nel 1999. Lo scorso 11 maggio è uscito il suo primo album dal titolo “Simply”, su etichetta Sonic Factory. Horus Black: gli anni ’50-’70 incontrano il pop contemporaneo         Se dovessimo utilizzare una sola parola per descrivere l’album di debutto di Horus Black, quella sarebbe “contaminazione”, sì, perché in “Simply” convivono atmosfere vintage che rimandano al rock’n’roll anni ’50 e a quello psichedelico anni’ 70 e alle atmosfere del pop contemporaneo. Sono evidenti infatti le influenze di diversi artisti che hanno fatto la storia della musica dalla seconda metà degli anni ’50 fino alla prima metà dei ’70: Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Tom Jones, i Rolling Stones, I Turtles, i Memphis Hornes, i Doors, i Led Zeppelin, i Queen. All’interno dell’album coabitano dunque diversi stili: rock’n’roll/rockabilly, funk, rock psichedelico, pop, ballate. Non mancano però anche influenze classiche. Questo è dovuto, ha spiegato Horus Black, al fatto “di essere figlio di due violinisti classici e nipote di un trombettista classico”. Classica è anche l’impostazione nel canto. Il modo di cantare di Riccardo Sechi ci riporta infatti indietro nel tempo e ricorda, in modo particolare, quello di Elvis. «Non sono un amante di sintetizzatori o suoni finti in quantità imbarazzanti – ha dichiarato il giovane cantante –  anche se nel caso siano usati in maniera giusta possono sicuramente aggiungere molto”. Simply è in definitiva un disco dal sapore antico ma che strizza l’occhio anche al “digitale” e, dunque, a sonorità più moderne. Il “vecchio” si mescola perfettamente al nuovo e il risultato è un’esplosione di classe e gusto. Simply: 10 entusiasmanti tracce                      Sono 10 in totale i brani che compongono la prima fatica discografica del giovane Riccardo Sechi. In apertura la traccia che dà il titolo all’album, “Simply”, un pezzo che racconta la fine di un’avventura d’amore. Il protagonista, rimasto solo, ancora innamorato, promette che resterà per sempre ad aspettare la lei che gli ha spezzato il cuore. A seguire “We are alone tonight”, un pezzo di stampo rock, dai suoni decisi e dall’energia dirompente. La terza traccia, “Lonely melody”, è una ballata dalla melodia struggente e malinconica, una “melodia solitaria” per parafrasare il titolo. Il brano racconta dell’impossibilità di raggiungere l’amore di una ragazza, perché quest’ultima è innamorata di un altro che però le procura solo dispiaceri. Il protagonista resta così nella sua solitudine e tutto ciò che può fare è cantare, gridando la sua disperazione. Si ritorna a ballare con “I know that you want”, un pezzo funky e dinamico grazie all’azione combinata di sezione ritmica, fiati, archi e coro. Si balla ancora con “Sophie”, un brano, tra i più travolgenti dell’album, che ci riporta alla fine degli anni ’50; lo stile è infatti quello tipico delle canzoni rock’n’roll/rockabilly dell’epoca. “Sophie – spiega il cantante genovese – è stata scritta in un periodo in cui un mio amico faceva […]

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Musica

Goodmorning Worldwide, Alien Army dal rap al reggae

“Goodmorning Worldwide“, LP della Alien Army, è uscito il 4 maggio sulle piattaforme digitali come Spotify, a breve sarà disponibile anche in copia fisica. La Alien Army è uno storico collettivo di DJ, nato nel 1996, ed attualmente composto da DjSkizo, Dj Tayone, Dj Zak SimoG, Chryverde, Dj 5l, DjFakser, Dj Mandrayq, Gruff e JohnType. Per questo disco ha collaborato con gli artisti Chapo, Darn, Davide Shorty, Forelock, Inoki Ness, Moder, Nasia Alzhanova, Zantena. L’album ha una forte impronta rap ed hip hop, dovuta ai trascorsi della maggior parte dei partecipanti. Chapo, Darn, Inoki Ness e Zantena fanno parte della crew Rap Pirata; Davide Shorty unisce rap e soul nei suoi lavori; Moder è un MC (Master of Ceremonies) e fondatore del gruppo rap Alleanze Scisse. Gli altri artisti invece hanno influenze diverse sull’album: Forelock si dedica al reggae mentre Nasia Alzhanova è una cantante R&B/Jazz. Grazie all’unione di stili diversi l’album è un viaggio tra sonorità diverse, sottolineato da una voce fuori campo che lo descrive come un viaggio in aereo, con tanto di turbolenze ed indicazioni del capitano. Alien Army e “Goodmorning Worldwide“, dieci tracce per un viaggio nella musica Dieci le tracce dell’album (Intro; Goodmorning Worldwide ft. Inoki Ness; Still Dream It ft. Davide Shorty; Always Different; Nella Notte ft. Davide Shorty, Inoki Ness, Chapo, Darn, Zantena; Moving On ft. Nasia Alzhanova; Come fi Murder ft. Forelock, Moder; Promossi ft. Chapo, Darn; Tempo ft. Davide Shorty, Inoki Ness; Alien Beats ft. Inoki Ness) per mezz’ora di durata. Goodmorning Worldwide: alcune tracce Apre l’album la traccia omonima, Goodmorning Worldwide, che fa parte del filone hip hop dell’album: base dell’Alien Army e rime multilingue di Inoki Ness. Ritmo martellante, trombe, scratching e suoni distorti per un brano che in fondo richiama la “vecchia scuola” del rap. Always Different invece è l’unico brano solamente della Alien Army, quasi un esercizio di stile alla consolle da DJ. Un esercizio però molto ben riuscito tra scratching onnipresente, distorsioni, effetti sonori ed un ritmo fluido che sottolineano la natura “diversa” del brano stesso e in generale di tutto l’album. Nella Notte fa parte dei brani rap, opera infatti dei membri della crew Rap Pirata, con parti più melodiche grazie a Davide Shorty. Predominano però le rime ad una discreta velocità su una base molto ritmica, con continui dialoghi tra la parte melodica e quella rap. Lo segue Moving On, dominato dalla voce calda ed avvolgente di Nasia Alzhanova, che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera blues, velata da una leggera malinconia. Predomina la parte vocale nel brano, con una base discreta, che accompagna il canto senza mai oscurarlo od essere invadente. “Goodmorning Worldwide” alterna sonorità diverse, nate da un esperimento che prevedeva due settimane di collaborazione tra gli artisti ed ha invece portato ad un LP. Il risultato è molto particolare per la mescolanza dei diversi suoni (ad esempio rap e reggae in Come fi Murder) e non annoia mai l’ascoltatore.

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Teatro

Recensioni

“Eracle” al Pompeii Theatrum Mundi nel segno dell’impotenza

È stato messo in scena il 19 sera lo spettacolo teatrale “Eracle”, uno dei molti che rientrano nella programmazione estiva del teatro Stabile di Napoli e rappresentato al Pompeii Theatrum Mundii. Le antiche rovine dell’anfiteatro romano si popolano dei tanti personaggi che danno vita allo spettacolo. Ponendosi in controtendenza, “Eracle” sceglie di non puntare su una scenografia scarna e pochi ma intensi attori, ma preferisce colpire lo spettatore in tutti i suoi cinque sensi. Il battere dei tamburi, le musiche dal retrogusto moderno per essere forse meglio comprese da una platea variegata, danze che prendono tutto lo spazio respirabile in scena, costumi molto articolati e dai forti colori, fumi di incenso che si diffondono dell’aria… tutto travolge completamente chi assiste allo spettacolo. La sonorità è un elemento preponderante e si esprime anche con i frequenti rintocchi che gli eroi fanno sulla propria armatura, con le frequenti grida urlate per dolore, per paura, per il senso di impotenza, che assurge a protagonista della tragedia. Sinossi di “Eracle” La storia è quella di Eracle. Partito per superare tutte le sue fatiche, lascia a Tebe sua moglie Megara, suo padre e i suoi tre figli, sicuro della loro sicurezza sotto lo sguardo benevolo del re Creonte. Ciò che l’eroe ignora, è che nel corso degli anni il ruolo di re di Tebe è stato strappato violentemente dal corpo esanime di Creonte e che a commettere l’omicidio altri non è che Lico, originario dell’Eubea, dall’indole tirannica e folle. Desideroso di essere trattato con onori e rispetto, invidia l’affetto che l’intera città tebana custodisce per il suo eroe e pensa di poter ottenere anche questo, come il potere, con la forza. Una personalità codarda, meschina, incapace di un’attenta analisi del suo ruolo e dei comportamenti umani, ma tesa ad afferrare tutto con prepotenza ed arroganza. Quindi, mosso dalla paura di una futura vendetta da parte dei figli di Eracle e dall’invidia verso quest’ultimo, pianifica l’assassinio della donna e dei pargoli. Ma ecco il ritorno dell’eroe salvifico, che uccide il tiranno e salva il nucleo familiare, eppure la tragedia è ancora ben lungi dal dirsi conclusa. Seguendo il modello dell’”Eracle” di Euripide, giungono le Furie, mandate dalla vendicativa Era, per rubare il senno dell’eroe e condurlo ad ucciderlo moglie e figli. Rinsavito, medita il suicidio, ma viene salvato dall’arrivo dell’amico Teseo, che gli offre una seconda possibilità per continuare a vivere. Lutto e comicità convivono sullo stesso palco L’intento della regista Emma Dante è quello di analizzare i meccanismi che si celano dietro al potere e le sue degenerazioni, ma soprattutto di dare risalto alla figura femminile, portatrice di una sensibilità diversa, nella tragedia antica. Così tutti i personaggi, tradizionalmente maschili, vengono recitati da donne dalle lunghe chiome e il ruolo da protagonista di Eracle viene messo da parte, per far spazio ai soggetti inermi, indifesi e in balia degli eventi: Megara e i suoi figli. Sono loro che in scena non possono far altro se non assistere ad una trama che si snoda avanti ai loro […]

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Teatro

Scappa Napoli: tra danza, musica e denuncia a Suggestioni all’Imbrunire

Dopo “Le parole note”, “A Nudo”, “Vento D’etere” e “La solita cena”, la decima edizione della rassegna “Suggestioni all’Imbrunire” non smette di stupire. Protagoniste assolute della quinta serata sono state – così come è ormai prassi di questo splendido festival – musica e danza. Dopo il debutto il 20 marzo al Piccolo Bellini, la Compagnia Malaorcula in sinergia con il 44 Quartet ha dato nuova linfa a Scappa Napoli, uno spettacolo di denuncia che pone al centro della sua drammaturgia il ruolo del napoletano nell’economia morale e culturale della sua città in forte decadenza. Napoletano la cui scelta di rimanere in quel di Partenope non può essere casuale e passiva ma deve necessariamente scatenare un circolo virtuoso di intenti, azioni, e – perché no?! – rivoluzioni. Con quattro danzatrici, quattro musicisti e due cantanti, la recita è una gioia per gli occhi e per le orecchie, un tripudio di talento che si mette in gioco – in coerenza con gli intenti della rassegna –  per lanciare un forte messaggio sociale. Accompagnate da arpe, contrabbassi, tammorre e cajon, le coreografie acquisiscono una particolare gravitas che ne enfatizza il substrato comunicativo. Il marcio, le ingiustizie, le iniquità, sono rappresentate passo dopo passo in un allestimento scenografico che ricorda la quotidianità dei bassi, cuore pulsante e profondamente lacerato di Napoli. Scappa Napoli, danza e musica al Pausilypon  Scappa Napoli, accolto, accompagnato e salutato da scroscianti applausi, si inserisce, come accennato, perfettamente in questa importantissima kermesse, curata dal Centro Studi Interdisciplinari Gaiola Onlus, con la direzione artistica di Serena Improta, d’intesa con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, che ogni anno tenta di ridare dignità e lustro ad uno dei più importanti siti archeologici della città. E grazie ad essa, grazie al riscontro del pubblico, agli sponsor come Ferrarelle e ai partner, come Consorzio Tutela Vini Vesuvio e Le Arcate, due importanti zone, il Calidarium – oggetto di approfondimento nella trasmissione SuperQuark – e l’Odeion, sono già state quasi del tutto recuperate. Per il futuro si prospetta, invece, l’apertura al pubblico delle cisterne così da creare nuovi percorsi di visita e rendere il parco – così come è accaduto con la Gaiola – una delle attrazioni centrali della zona di Posillipo. “Suggestioni all’Imbrunire”  si chiuderà il 28 luglio con “ARIA DI MARE” con Orchestra Acustica del Pausilypon e Stella Gifuni (arpa) mentre la settimana prima, il 21 luglio, andrà in scena “IL BACIAMANO” con Susy Del Giudice, Giulio Cancelli, Giovanni Esposito, Catello Tucci (violoncello), Elio Manzo (chitarra).  —————————————- Scappa Napoli con la Compagnia di danza Malaorcula e i 44 Quartet: Arcangelo Michele Caso (violoncello), Gianluca Rovinello (arpa), Osmani Artiga Cairo (cajon), Marta Carbone (voce e percussioni), e Mariateresa Carbone (seconda voce e tammorra). Coreografia di Marcella Martusciello – Regia di Manuela Barbato

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Interviste

Il teatro in zattera: intervista a Giovanni Meola

L’idea di “deriva” fa pensare e fa rima con “instabile”: non è questo il concetto espresso dalla kermesse Teatro alla deriva, che si svolge ormai da sette edizioni durante tutto il mese di luglio nella spettacolare cornice delle Terme Stufe di Nerone. “Alla deriva” esclusivamente perché c’è la geniale idea di rendere “itinerante” questo spettacolo grazie all’ausilio di una zattera che si traghetta nel lago; gli attori, da novelli Odisseo, vivono i propri drammi un po’ qui, un po’ lì, aiutati dall’atmosfera magica. Personaggi isolati, ma in transito: la famosa quarta parete che divide gli spettatori esiste ed è materialmente fatta dall’acqua che divide il palcoscenico della zattera dai comuni mortali; e allo stesso tempo, però, non c’è. Una rassegna davvero singolare che nasce dalla mente di Giovanni Meola, direttore artistico della kermesse. Lo abbiamo intervistato, per sapere di più su di lui e su come si partorisce un’idea simile. Identikit: in un tweet, quindi con 140 caratteri, chi è Giovanni Meola? Non uso i cinguettii e per natura, essendo drammaturgo, spesso sono capace di non essere sintetico. Ecco, questa potrebbe essere una buona autodefinizione. Ma al di là delle battute, e impiegando ben più di 140 caratteri, posso dire che Giovanni Meola cerca di essere uomo di teatro a 360 gradi, con tutto il bello (e anche il complicato e, a volte, il brutto) che questo significa. Quindi, autore, drammaturgo, regista, formatore, direttore artistico, produttore, datore luci, e anche facchino e aiuto scenografo, se occorre. (ndr: non brevissimo, ma certamente molto bravo a rendere l’idea. Per noi, passa la prova). Giovanni Meola inizia presto ad essere autore e regista: com’è avvenuto il primo contatto con questo mondo? Da spettatore, da fruitore, da appassionato. Poi, da “facitore”, da uno che ha cominciato a lavorare sul campo, senza sosta, sia sul piano della scrittura che della regia e poi, dopo qualche anno, anche come formatore. Diciamo che queste tre espressioni dello stesso “essere” teatrale (scrittura, regia, formazione) hanno continuato a combinarsi ed intrecciarsi imperterrite con quella caratteristica iniziale, con l’essere cioè un fruitore attento e molto, molto curioso. Quali sono state le tue influenze principali? Mi ritrovo a pensare che le influenze, per chi maneggia arte e creazione, possono arrivare da qualunque tipo di suggestione, comprese le cose che non ti sono piaciute. Anzi, spesso, quelle ti indirizzano molto più di quel che ti piace e senti vicino, perché ti mostrano chiaramente ciò che non vuoi fare, rifare, scimmiottare, ricreare, la direzione nella quale non vuoi andare. Indicando espressamente qualcosa, invece, mi viene in mente tutto il teatro che è riuscito a restituirmi una verità espressiva nell’incontro tra corpo scenico e verbale, tra forma e contenuto. Anche se non ne ho visto tanto di teatro così, è anche vero che ne ho visto qualche volta, e già questa è una bella influenza. Nei miei lavori cerco di applicare e sviluppare questa influenza. Adesso parliamo della rassegna: è unica nel genere in Italia e siamo alla settima edizione, già un bel numero, […]

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Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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Voli Pindarici

Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. Estate in famiglia Buone vacanze a quelle tante, tantissime mamme che, […]

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Voli Pindarici

Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

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