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Eroica Fenice

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Libri

Sunstein: la democrazia nell’epoca dei social

Edito in Italia da Il Mulino, #republic – La democrazia nell’epoca dei social media è il libro di Cass R. Sunstein, docente presso la Harvard Law School, pubblicato nel 2017. «In una democrazia ben funzionante, le persone non vivono chiuse in camere di risonanza o in bozzoli di informazione. Ai loro occhi e alle loro orecchie giunge un ampio ventaglio di temi e idee, e sarebbe così anche nel caso in cui non dovessero scegliere di guardare o ascoltare proprio quei temi e quelle idee». Queste le parole con cui si apre #republic, l’opera di Cass R. Sunstein in cui si spiega perché per il bene del sistema democratico, soprattutto inteso nella sua accezione deliberativa, i gusti, le idee e le emozioni dei cittadini non dovrebbero essere sempre assecondate rispettando il principio della sovranità del consumatore a discapito della sovranità politica. Infatti, per come si presenta oggi, la rete è composta da tante echo chambers (camere dell’eco) all’interno delle quali gli utenti non fanno che riascoltare tutto ciò che vogliono escludendo tesi ed argomentazioni contrarie al loro punto di vista. La crescente possibilità degli utenti-cittadini di filtrare i contenuti e la possibilità dei provider di assecondare le loro preferenze, secondo l’autore, è un problema perché porta ad una crescente frammentazione e polarizzazione della società. Se osservati da una prospettiva economica, tali fenomeni sono naturali dal momento che l’unico e legittimo obiettivo delle aziende private è il profitto. Sarebbe un errore, come riconosce lo stesso Sunstein, accusare Facebook o Twitter di voler rendere l’esperienza del consumatore gradevole dato che massimizzare il suo tempo di permanenza sulle loro piattaforme è ciò che genera un guadagno. Il problema si presenta quando si osserva tutto ciò dal punto di vista democratico. Ricostruendo l’approccio dei padri costituenti americani, Sunstein spiega come alla base del modello democratico rappresentativo ci fosse l’idea di una cittadinanza informata, pronta a dialogare e giungere ad una sintesi. Una forte fiducia nel dialogo razionale che, tuttavia, presuppone la condivisione di informazioni, spazi (virtuali o fisici) ma, soprattutto, discussioni. Anni addietro la maggior parte delle persone si informava tramite quelli che Sunstein definisce come «mediatori dell’interesse generale» cioè quotidiani, riviste, emittenti televisive o radiofoniche che obbligavano le persone a leggere, guardare o ascoltare anche argomenti, punti di vista o persone che non avrebbero altrimenti cercato. A discapito dei mediatori dell’interesse generale, negli ultimi anni si sono affermati i «mediatori dell’interesse particolare» che permettono all’utente di ignorare tutto ciò che non stimola la sua attenzione. Se considerato singolarmente ciò non costituisce un problema e, anzi, è perfettamente ragionevole. Ma se milioni di persone osservano milioni di rappresentazioni diverse della realtà diventerà per loro impossibile riunirsi e discutere razionalmente. Oltre al rischio di non capirsi più a causa della mancanza di un’unica realtà (o di un’unica rappresentazione della realtà) di riferimento, c’è il pericolo di una discussione sempre più polarizzata che in una spirale negativa porta all’emersione di estremismi. Secondo la “dottrina del foro pubblico” elaborata dalla Corte Supreme statunitense, ogni strada o parco […]

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Cinema e Serie tv

Black Robot Entertainment: una nuova casa di produzione cinematografica

Intervista a Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment. In questo momento storico è cambiato notevolmente il modo di fruire dei prodotti cinematografici. Il moltiplicarsi delle piattaforme di streaming, dell’utilizzo casalingo dei mezzi di diffusione, ha fatto sì che ancora di più i produttori cercassero nuovi modi per venire incontro ai gusti della platea. C’è anche chi decide di investire: è il caso di Black Robot Entertainment, casa di produzione nata nel febbraio 2019 dalla mente di alcuni giovani appassionati e studiosi della materia cinematografica. Di ispirazione internazionale, mira appunto ad incontrare i gusti della platea, utilizzando le nuove forme dell’arte cinematografica messe a disposizione grazie alla tecnologia. Abbiamo intervistato Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment, che ci ha raccontato la genesi, il presente e qualche anticipazione sul futuro di questa giovane casa di produzione cinetelevisiva. Ciao! Siamo molto felici di ospitare in Eroica Fenice la presentazione di una neonata casa di produzione. Chi siete voi, ideatori del progetto? Presentatevi liberamente, diamo un volto alle persone. Innanzitutto grazie per la possibilità che ci date! Sono Stefano Labbia, fondatore di Black Robot Entertainment, casa di produzione cinetelevisiva inglese aperta nel Febbraio 2019. Ho sempre scritto e amato il mondo del cinema. Mi sono ritrovato dunque, dopo un percorso artistico che mi ha visto scrivere a 360° (da raccolte di poesie a romanzi, da graphic novel a sceneggiature), con l’esigenza di mettere in scena ciò che scrivevo basandomi sulla vita vera, sul mio vissuto e su quello che vedo attorno a me. Com’è nata l’idea di una casa di produzione cinematografica? Ci sono studi ad hoc alle spalle? L’idea è nata soprattutto per dare spazio a giovani e meno giovani che hanno qualcosa da dire e da dare. Purtroppo specialmente in Italia il mondo della cultura è fermo da tempo. Sussistono nell’ambiente dei meccanismi difficili da scardinare e credo che non ci sia nemmeno tanta voglia di farlo. Nel caso specifico della nona arte, ovvero, non credo ci sia voglia di narrare storie diverse dal solito. Ciò che mi disse un produttore italiano molto famoso mi è rimasto impresso nel cuore e nella mente: “i prodotti che vogliamo devono essere originali ma aderenti a certi standard.”. Un ossimoro insomma… Io sono sempre stato un lettore accanito e uno spettatore curioso: Ho letto le sceneggiature originali dei classici americani, Oscar inclusi. Ho studiato (corsi, webinar con importanti Università inglesi). Ho assorbito la tecnica del “narrare attraverso le immagini” da ogni film che ho visto – e ne ho visti tanti… Ma credo che ci sia sempre da imparare. Da tutti. Fino alla fine. Abbiamo visto che state lavorando già su alcuni progetti. Che taglio avranno? Più che sui generi, ci siamo focalizzati e concentrati sui nostri spettatori. Il nostro spettatore medio ha tra i 18 e i 40 anni. Ama le serie TV, i film e i documentari. Ma soprattutto ama farsi domande. Purtroppo non è un periodo semplice quello che stiamo affrontando, come pensate si evolverà il vostro lavoro? Sicuramente si […]

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Attualità

Attualità

Psicosomatica: tra perdita dei desideri e ricerca del sé

Psicosomatica: fenomenologia del rapporto mentre-corpo. È stato ampiamente discusso – nella letteratura filosofica e nella scienza – questo rapporto conflittuale che vedeva la mente come separata dal corpo: ancor prima del dualismo cartesiano, con Platone che fu il primo sostenitore della scissione, durante il Medioevo e successivamente con il Rinascimento seppur con un accezione diversa data al corpo definito in quel periodo storico ‘anima’. Tuttavia già gli antichi latini erano soliti pensare che ci fosse una reciproca influenza tra benessere fisico e benessere psicologico, riassumendo tale concezione nella celebre massima mens sana in corpore sano. Lo scrittore americano Nathaniel Hawthorne prima del 1860 scriveva: «Una malattia che noi consideriamo qualcosa di completo in se stessa, può dopo tutto non essere che un sintomo di qualche sofferenza in campo spirituale; e ancora: Il medico considera essenziale conoscere l’uomo prima di tentare di curarlo. Dovunque vi siano cuore e intelletto, queste parti dell’uomo coloriscono le malattie della sfera fisica con le loro caratteristiche.» La psicosomatica si occupa del funzionamento tra mente e corpo, messi in una relazione di scambio costante che consente all’individuo di evolvere o al contrario, se questo non viene concepito come un tutt’uno, di esprimere malessere e disagio con la comparsa di sintomi inevitabilmente collegati con l’attuale epoca che stiamo vivendo. Dal punto di vista storico-sociale, siamo passati molto rapidamente da un modello produttivo ad una società consumistica per cui la felicità appartiene all’acquisto di beni, i rapporti sono diventati interscambiabili, i desideri esauditi ad ogni minima percezione di mancanza o non corrispondenza con i nuovi ideali imposti dal mondo capitalistico. La realtà prende il sopravvento perdendo lo spazio, il contenuto, il corpo. Uno scollegamento inevitabile con la mente se tutto diventa veloce, solitario e colmabile ad ogni ora del giorno. Non c’è un momento in cui è possibile condividere. Tutto viene assimilato automaticamente senza riflettere e sentire, veramente e nel profondo, i propri desideri, i vuoti, il dolore, i conflitti.    La soggettività, le dinamiche interiori non elaborate bensì sostituite con altro o negate, non vengono espresse bensì agite ripetutamente nel reale e nel rapporto con gli altri sotto forma di sintomi che riflettono le patologie attuali (dipendenze, da videogame o da sostanze, ossessioni e compulsioni, anoressia, ansia e panico). È come se il corpo e la mente parlassero due lingue diverse elaborando messaggi che arrivano dall’esterno su due piani differenti senza mai incontrarsi. Si assiste ad un vero e proprio eccesso della realtà e del concreto a discapito dell’intersoggettività e al prevalere del piacere immediato. La realtà clinica dimostra l’importanza della psicosomatica: frequenti i casi in cui i pazienti presentano con tendenze ad evacuare i vissuti angoscianti investendoli sul corpo, a consumare compulsivamente oggetti (giochi, shopping, cibo), a manifestare distorsioni corporee legate all’immagine di un sé perfetto influenzato anche dagli attuali modelli legati alla forma fisica. Si passa dalla ricerca del piacere istantaneo a vissuti di inadeguatezza e insuccessi. Vi è una vera e propria perdita di contatto con i propri desideri che il terapeuta con l’aiuto […]

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Attualità

Luciano De Crescenzo, il tributo dei Quartieri Spagnoli

A un anno esatto dalla morte di Luciano De Crescenzo, avvenuta a Roma il 18 luglio 2019, Napoli gli dedica un favoloso murale nel cuore dei Quartieri Spagnoli. “Io penso che Napoli sia ancora l’ultima speranza che ha l’umanità per sopravvivere”: recita così la scritta d’accompagnamento all’opera di sagace street-art firmata da Michele Quercia e Francesca Avolio inaugurata a Napoli la mattina del 18 luglio 2020 nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a un anno dalla scomparsa del grande scrittore partenopeo. La sua città natale gli aveva già donato un commosso addio durante le esequie tenutesi nella Chiesa di Santa Chiara, alle quali parteciparono migliaia di persone. Alle 11:30 del 18 luglio 2020, all’incrocio tra vico Tre Regine e via De Deo, nel “ventre di Napoli”, un nutrito gruppo di gente accorre per assistere all’inaugurazione del murale che ritrae Luciano De Crescenzo in una delle sue espressioni tipiche, sorridenti e con sguardo furbetto, contorniato dal suo pensiero-testamento che voleva Napoli ultima speranza per un’umanità altrimenti votata al trionfo del disumano. Rispettando la distanza di sicurezza e le disposizioni vigenti per via del coronavirus, il sindaco Luigi De Magistris dedica al compianto autore di “Così parlò Bellavista” un appassionato ricordo. Bloccata a Roma per motivi personali la figlia dello scrittore Paola, è però presente, in qualità di rappresentante della famiglia De Crescenzo, suo figlio Michelangelo, orgoglioso e felice del tributo riservato a suo nonno Luciano da parte della calorosa città d’origine. Il murale, realizzato con tempera acrilica, ha un titolo particolare, tutto partenopeo: si intitola, infatti, “‘O pallone ‘mmiez ‘e ‘mmachine”, ossia “Il pallone tra le macchine” e ritrae una scena caratteristica del vicolo in cui è ambientata, cioè il momento in cui dei ragazzini dei quartieri devono recuperare il pallone con cui stavano giocando, bloccatosi accanto a un’edicola votiva, con l’aiuto di una scopa. Al flash mob celebrativo sono presenti vari personaggi del mondo dello spettacolo tra cui gli attori Carmine Rizzo e Francesco Paolantoni, che spendono parole commosse per l’amatissimo “Professore”. Viene anche recitata la poesia di Totò “Core analfabeta”, con l’intento di rendere omaggio alla lezione di De Crescenzo secondo la quale il popolo napoletano è in tutto e per tutto un “popolo d’amore”. L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione “Quartieri Spagnoli 1536” presieduta da Raffaele Esposito. L’evento è stato fortemente voluto anche da Renato Ricci, amico storico di De Crescenzo e fondatore del primo fan club a lui dedicato, in collaborazione con il Tavolo Interassessorile per la Creatività Urbana del Comune di Napoli e la Municipalità Napoli 2, rappresentata dal Presidente Francesco Chirico e dal suo vice Luigi Carbone. Dulcis in fundo, al termine della presentazione del murale, la Pasticceria “Seccia” ha offerto un delizioso dessert e “Don Café – Street Art Coffee” ha preparato per tutti i presenti un bicchierino di caffè con la “cuccumella”, la tipica caffettiera “sott’e’ncoppa” tanto amata da Eduardo e di certo anche da Luciano De Crescenzo, in quanto espressione perfetta delle eccellenze ed aspettative partenopee. Un’atmosfera squisitamente partenopea che all’insopprimibile passione per la […]

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Attualità

Cambiamenti Climatici: cosa sono e come combatterli

Cambiamenti climatici: cosa sono? I cambiamenti climatici sono variazioni del sistema climatico terrestre determinate prevalentemente da interferenze antropogeniche, tra cui l’emissione nell’atmosfera di alcuni gas. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come convenzione di Rio, utilizza il termine “mutamenti climatici” solo per riferirsi ai cambiamenti climatici prodotti dall’uomo e quello di variabilità climatica per quello generato da cause naturali. In alcuni casi, per riferirsi ai mutamenti climatici di origine antropica si utilizza l’espressione mutamenti climatici antropogenici. Secondo il Glossario Dinamico ISPRA-CATAP per cambiamenti climatici si intende “qualsiasi cambiamento di clima attribuito direttamente o indirettamente ad attività umane, il quale altera la composizione dell’atmosfera mondiale e si aggiunge alla variabilità naturale del clima osservata in periodi di tempo comparabili”. Alcuni esempi di cambiamenti climatici sono il riscaldamento e il raffreddamento globale. L’uomo esercita un’influenza crescente sul clima e sulla variazione della temperatura tramite varie attività come  la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e l’allevamento del bestiame. Queste attività, aggiunte alle enormi quantità di gas serra presenti naturalmente nell’atmosfera, incrementano l’effetto serra e determinano il fenomeno del riscaldamento climatico globale. In questo secolo la ferocia dell’uomo è così spietata che a causa della sua interferenza sembra che il pianeta si stia riscaldando molto più velocemente rispetto agli ultimi milioni di anni. In modo da evitare che i miglioramenti in ambito economico vadano a creare dei danni irreversibili al patrimonio ambientale delle generazioni future si è richiesto di attuare una politica precauzionale, evitando attività rischiose per l’ambiente in mancanza di piene certezze scientifiche. Accordi bilaterali e multilaterali si sono andati moltiplicando negli ultimi anni. Di vitale importanza sono stati la convenzione del 1979 sugli inquinamenti atmosferici, la convenzione dell’IAEA del 1986 sulla tempestiva notifica degli incidenti nucleari che si limitò a stabilire degli obblighi di cooperazione preventiva, informazione, assistenza e consultazione reciproca. La convenzione di Vienna del 1985, ratificata da 150 Stati tra cui l’Italia per la protezione della fascia di ozono, il Protocollo di Kyoto del 1997 sulla riduzione dei gas-serra, la Conferenza sul Clima tenuta a Durban il 28 Novembre 2011.  Molto importante è la Convenzione di Nairobi del 1992, adottata con lo scopo di tutelare la moltitudine di specie biologiche esistenti nei diversi ecosistemi. Viene inoltre disciplinato l’impatto ecologico negativo delle biotecnologie (in particolare la produzione di alimenti geneticamente modificati). Ma il problema di tutti questi accordi è la loro osservanza. Il quadro di oggi è molto drammatico; un esempio eclatante è stato fornito dalla Conferenza sul Clima di Durban in cui i due principali produttori di CO2 al mondo, USA e Cina, sono rimasti fuori dall’accordo volto a diminuire l’emissione di gas-serra. Conseguenze dei cambiamenti climatici Secondo un documento pubblicato dal Breakthrough National Centre For Climate Restoration, un centro di ricerca e innovazione a Melbourne, entro il 2050 l’attuale traiettoria ci porterà a raggiungere i 3°C di riscaldamento globale che a loro volta amplificheranno i processi di feedback ambientali che provocheranno un ulteriore riscaldamento e, di conseguenza, il collasso di ecosistemi fondamentali per la […]

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Attualità

Premio Napoli 2020: annunciate le terne finaliste della 66esima edizione

Torna il Premio Napoli: annunciati i nove finalisti per le sezioni di Narrativa, Saggistica e Poesia della 66esima edizione del concorso. Per l’occasione la Fondazione lancia con Scabec il nuovo progetto I Luoghi di Napoli La Fondazione Premio Napoli rinnova l’appuntamento con il prestigioso Premio Napoli, storico riconoscimento letterario italiano giunto alla sua 66esima edizione. Il Presidente della Fondazione e della Giuria Tecnica del Premio, l’avvocato Domenico Ciruzzi, ha annunciato durante la conferenza stampa nella sede della Fondazione le terne finaliste per l’edizione 2020: dei 101 titoli candidati sono stati selezionati dalla Giuria Tecnica i nove i finalisti per le tre categorie di Narrativa, Saggistica e Poesia, tra cui spicca Einaudi Editore con più di un titolo. Per la Narrativa: Valeria Parrella, Almarina (Einaudi Editore); Remo Rapino, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimum Fax); Igiaba Scego,La linea del colore (Bompiani). Per la sezione Saggistica: Sarah Gainsforth, Airbnb città merce (DeriveApprodi); Luciano Mecacci, Besprizornye (Adelphi); Davide Sisto, Ricordati di me (Bollati Boringhieri). Per la categoria Poesia: Igor Esposito, La memoria gatta (MagMata); Tommaso Giartosio, Come sarei felice (Einaudi Editore); Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto (Einaudi Editore). I vincitori saranno selezionati attraverso il voto della Giuria Popolare che ogni anno si compone mediante le iscrizioni sul sito della Fondazione Premio Napoli, realizzando una piena sinergia tra città, Provincia, scuole e anche gli istituti carcerari di Poggioreale e Secondigliano. La premiazione avverrà nel corso della consueta cerimonia che si svolgerà a dicembre al Teatro Mercadante. Premio Napoli: le Sezioni Speciali Alle tre sezioni classiche si affiancano altre sezioni “speciali”, affidate al giudizio della sola Giuria Tecnica: “Internazionale”, “Premio Speciale di Cultura”, “Premio Scrittori per l’Europa” e “Premio Napoli Napoletani Illustri”. Della Giuria Tecnica, composta da quindici membri esperti, una folta rappresentanza è costituita da docenti universitari, tra cui Chiara Ghidini (Università L’Orientale di Napoli), Massimo Fusillo (Università degli Studi dell’Aquila), Bruno Moroncini (Università degli Studi di Salerno), Ermanno Paccagnini (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), Matteo Palumbo (Università di Napoli Federico II), Monica Ruocco (Università L’Orientale di Napoli), Pasquale Sabbatino (Università di Napoli Federico II) e Paola Villani (Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa); ne fanno parte anche personalità del mondo culturale come gli scrittori Wanda Marasco, Lorenzo Marone e Antonella Cilento, l’autore e critico televisivo Stefano Balassone, lo sceneggiatore e regista Maurizio Braucci, i giornalisti Antonio Gnoli e Antonio Tricomi, i giuristi Alfredo Guardiano e Sergio Moccia, il medico e poeta Eugenio Lucrezi. I luoghi di Napoli Le attività della Fondazione non si limitano al premio letterario ma coprono un più ampio raggio, attraverso la promozione della riflessione culturale per la città, la provincia e l’intera area regionale. Avendo appena concluso FarSi Rivista, rassegna di incontri con le riviste letterarie e i litblog sulla critica e sulla divulgazione letteraria curato dalla Professoressa Chiara Ghidini e da Francesco Morra, la Fondazione presenta il nuovo ciclo di appuntamenti per quest’estate: I luoghi di Napoli. Magie e incanti. Con questa iniziativa Fondazione Premio Napoli e Scabec cureranno insieme il progetto […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Kiss me on the Nose: intervista agli autori

Abbiamo intervistato Davide Gneri (regista e videographer) e Stefano Labbia (fondatore di Black Robot Entertainment, autore, scrittore e fumettista) in merito al loro progetto Kiss me on the Nose, documentario di 70 minuti in cui, citando gli autori, «Partendo dall’attualità della legge approvata nel 2016 sulle coppie di fatto, ci immettiamo nella quotidianità italiana di una coppia di genitori “speciali” e in quella di due genitori “normali”, uomo e donna, senza essere di parte, ma narrando la realtà che bambini e ragazzi vivono». Kiss me on the nose: intervista Due carriere diverse. Una in ambito più “letterario”, un’altra in ambito più “cinematografico”. Come siete arrivati a collaborare? SL: I social network e internet in genere, se usati nella maniera giusta, possono essere veramente importanti a livello umano e lavorativo. Ho conosciuto Davide grazie alla rete e, dopo averne apprezzato umanità e professionalità, l’idea di collaborare assieme è stato un passo necessario da compiere. Io sono sempre attratto più dal lato umano che da quello professionale. Trovare in Davide un perfetto mix di entrambe è stato per me fantastico. DG: Come ha detto bene Stefano, è partito tutto dai social media. Durante la prima videochiamata ci siamo subito resi conto di avere le idee allineate e che quindi si sarebbe potuti partire con una proficua collaborazione. Come vi siete trovati nella collaborazione visti i differenti curricula? SL: Non ho studiato regia cinematografica e la mia visione, il mio punto di vista, è relegato dunque alla scrittura da creativo, quale sono. Davide ha la capacità di portare qualsiasi progetto audiovisivo dal piano verticale (la scrittura) a quello orizzontale (lo shooting). Da dove la scelta di indagare sul tema della famiglia oggi in Italia e perché proprio con un documentario? DG: Stiamo parlando di uno dei temi centrali per la società italiana. Credo che attraverso le immagini di un documentario si possa narrare senza filtro come si è evoluta la famiglia nel belpaese. SL: Personalmente credo che il documentario sia l’unico mezzo attraverso cui poter comunicare in libertà. Credo che sia una lente di ingrandimento sulla società in genere e che riesca dunque a catturare ogni sfumatura e ogni lato dell’essere umano. Ne eravamo coscienti prima di intraprendere questo percorso, ma grazie anche all’ottimo lavoro svolto dalla nostra producer, Margherita Mazza, ci siamo resi conto, che al di là di qualche reportage d’inchiesta ben curato, a livello cinematografico, nel Belpaese, il silenzio su una tematica così importante come la famiglia pesava come un macigno. Credo che sia importante parlarne e mostrare le vite, l’amore e le problematiche vissute dalle famiglie italiane nel 2020. Qual è il vostro punto di vista in questa analisi? SL: Obiettiva. Sarà un’analisi, la nostra, che non penderà da una parte o da un’altra. Anche perché non esistono parti. Esistono famiglie. Esistono bambini. Sarà dunque obiettivo, come del resto deve essere ogni documentario che si rispetti. DG: Sono completamente d’accordo con Stefano. Aggiungo solamente che essere imparziali sarà una delle belle sfide che affronteremo durante la produzione del documentario. […]

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Cinema e Serie tv

Maradonapoli è o cunto ‘e Napule su Netflix

Su Netflix è arrivato Maradonapoli. Leggi qui la nostra recensione! Il rapporto tra cinema e sport, forse le due più grandi manifestazione della cultura popolare del Novecento, è sempre stato complesso. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? A farla da padrone, c’è il limite intrinseco del tempo, della durata di un prodotto audiovisivo, che, limitata per piacere ad un pubblico quanto più vasto possibile, si trasforma in una semplice celebrazione di un singolo momento o torneo nella carriera di uno sportivo. Negli ultimi tempi però il documentario sportivo, genere cinematografico spesso bistrattato, ha trovato nuova linfa vitale, grazie ad interessanti esperimenti visivi estremamente lontani l’uno dall’altro.  Si pensi a The Last Dance, discusso panegirico che comunque ha portato le vicende di Michael Jordan e compagni nelle case di milioni di persone, o ai tecnicismi esasperati di Faraut e il suo L’impero della perfezione. Entrambi prodotti dal successo e dalla riuscita, per motivi diversi, evidente, ma che comunque lasciavano ambedue volutamente in disparte il racconto del dietro delle quinte, di chi soffre e gioisce alle gesta del proprio campione preferito. Maradonapoli, recentemente distribuito su Netflix è, da questo punto di vista, un prodotto estremamente intrigante perché riesce a dire qualcosa di nuovo sul giocatore di calcio di cui si è storicamente più parlato, in Italia e non solo, e del suo complesso rapporto di odi et amo con la città che lo ha eletto a proprio figlio prediletto. Diego Armando Maradona è infatti l’indiscussa figura di riferimento di questo splendido documentario firmato da Alessio Maria Federici. Pur recitando una parte per lui completamente nuova e che a prima non si assocerebbe al suo carisma leggendario, in campo e fuori: un ruolo di supporto, da attore non protagonista, che infatti non compare mai direttamente se non in qualche intervista di repertorio, firmata dall’altrettanto leggendario Gianni Minà. A parlare, in Maradonapoli, sono infatti le persone, la gente che lo ha accolto e lo ha amato fino alla follia, arrivando a chiamare i propri figli Diego o tatuandosi il suo viso sul proprio corpo. In Maradonapoli ci sono commercianti, artigiani, impiegati, professori universitari, antiquari, casalinghe, trasportatori, parroci, pizzaioli, ristoratori. L’effetto placebo di Diego Tutti accomunati da un’unica, grande passione, pian piano diventata alla strenua di una fede religiosa e che ha segnato in maniera indelebile la loro esistenza, quella per Diego Armando Maradona. Non importa avere vissuto o meno quegli anni, dal 1984 al 1991, segnati dal successo ma anche una personale discesa agli inferi, lenta ma vertiginosa. Maradona è, nel bene e nel male, che piaccia o meno, una presenza che aleggia ancora nelle strade di Napoli, dai vicoli del centro storico ai quartieri più benestanti, e Maradonapoli da questo punto di vista restituisce bene l’immagine di un uomo che in realtà non se è mai andato per davvero dalla città. Ogni napoletano infatti, in cuor suo, conserva un’immagine, un ricordo di Diego e dei suoi anni napoletani. Un discorso che prescinde dall’età, perché anche i giovanissimi, che in quel periodo non c’erano, hanno […]

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Cinema e Serie tv

John McEnroe nel documentario L’impero della perfezione

John McEnroe e l’impero della perfezione: un documentario di Faraut sul tennista newyorkese John McEnroe, newyorkese di nascita, tennista di professione, nel 1984 si avvicinò alla perfezione. L’incipit ideale de L’impero della perfezione, documentario diretto da Julien Faraut e distribuito da Sky negli scorsi giorni, arricchito dalla presentazione di Federico Buffa, viene dai titoli di coda. Del resto, come potrebbe dirsi altrimenti, dell’annus mirabilis di John McEnroe, culminato in un 96,5% di vittorie annuali, che mai più sarà superato da nessun altro tennista nella storia? 82 vittorie e 3 sconfitte, nessun uomo sulla Terra si avvicinerà più a quelle vette sublimi. Unica pecca, quella sconfitta in finale al Roland Garros, il torneo parigino su terra battuta più famoso del mondo, che ancora rappresenta un incubo per John, a quasi quarant’anni di distanza. E che costituisce il presupposto, la pietra miliare su cui poggia lo splendido L’impero della perfezione. Il documentario di Faraut ha una storia estremamente travagliata alle spalle. Il regista francese, per la produzione de L’Impero della perfezione, si è avvalso infatti di ore e ore di materiale inedito girato da Gil de Kermadec, pezzo grosso della Federazione tennistica francese a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso Faraut, nel corso del documentario, viene mostrato a più riprese nelle fattezze che chiunque, al suo posto e svolgendo la medesima professione, avrebbe, ovvero quella di un bambino felice alle prese con il giocattolo dei suoi sogni, nella notte di Natale. Impossibile immaginare infatti una reazione più entusiastica per chi, su bobine, pellicole e cinematografi ci ha costruito una carriera. L’analisi de L’impero della perfezione non può però prescindere da quella del suo attore ed indiscusso protagonista, John Patrick McEnroe. Tra i più grandi tennisti, indiscutibilmente, nella storia del gioco, vincitore, tra l’altro di 4 US Open e 3 Wimbledon, tra gli altri, durante gli anni Ottanta. Il racconto dell’impatto, nel mondo del tennis e della cultura popolare, di McEnroe però cadrebbe nella banalità se legato esclusivamente al suo pur indiscusso palmarès. Basti pensare agli odierni Federer, Nadal, Djokovic, per citare solo i big three del tennis contemporaneo, che hanno dalla loro un numero di tornei dello Slam pari più che al doppio. Mai però prima di McEnroe si era visto un giocatore in continua lotta con sé stesso e la propria psiche, più che con l’avversario in campo. Per citare il NYT, McEnroe fu “il peggiore ambasciatore della cultura americana dai tempi di Al Capone”. Il Mozart del tennis Non si contano infatti, durante i tanti anni di carriera, le racchette rotte, gli arbitri mandati a quel paese o partite buttate al vento, perché concentrato più sui propri demoni interiori che sul gioco. L’impero della perfezione restituisce perfettamente l’immagine di un uomo in continua lotta con qualcosa e vuole comprenderne e carpirne le radici di tale malessere. Il documentario realizza tale obiettivo, pur andando ad impattare violentemente in uno dei connubi più complessi da attuare, quello tra sport e cinema. Raramente infatti la settima arte ha saputo rendere al […]

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Cinema e Serie tv

Curon, la vera storia della nuova serie italiana di Netflix

Curon, la serie italiana Netflix, si è piazzata fin da subito tra quelle più viste nel mese di giugno. Ottimi risultati anche in Germania e nel mercato latino-americano. Riscontri positivi anche in America, dove “Decider” nella sua rubrica Stream it or skip It, l’ha promossa a pieni voti. La prima cosa che salta all’occhio è senz’altro la sua ambientazione: la cittadina di Curon, un affascinante paese di Bolzano, ormai sommerso per metà. La trama di Curon Anna Raina, giovane madre di due gemelli adolescenti, torna dopo 17 anni nel paese dov’è cresciuta. L’accoglienza del padre Thomas, un uomo cupo e minaccioso che vive in un hotel abbandonato, e della comunità, arrabbiata con i Raina sin dai tempi della costruzione della diga, è decisamente ostile. Anche Daria e Mauro, i due gemelli, dovranno lottare per inserirsi nella nuova realtà ed essere accettati dai compagni di scuola. Quando Anna scompare, i gemelli partono alla sua ricerca. Diversi colpi di scena si susseguiranno, fino ad arrivare all’epilogo dove uno dei personaggi cardini della serie, con una frase darà la spiegazione finale a tutto: “Dentro di noi vivono due lupi. Uno è il lupo calmo, gentile. L’altro è il lupo oscuro, rabbioso, spietato”. Interpreti e addetti ai lavori La serie tv, scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, è stata diretta da Fabio Mollo e Lyda Patitucci. Tra i protagonisti principali compare Federico Russo, la cui carriera è legata principalmente alla serie “I Cesaroni”, dove interpretava il più piccolo della famiglia. Grande lancio anche per Margherita Morchio, che interpreta sua sorella Daria. Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, spiccano anche Alessandro Tedeschi (Albert), Juju Di Domenico (Miki), Valeria Bilello (Anna Raina) Giulio Brizzi (Giulio), Max Malatesta (Ober) e Luca Castellano (Lukas). Una serie di giovanissimi esordienti e non, che insieme agli addetti ai lavori hanno ideato ed interpretato una storia senza precedenti. La vera storia di Curon Quella che sembrerebbe una vecchia città come le altre, è un luogo intriso di mistero e storia. La serie è ambientata, infatti, in Curon Venosta, un comune di poco più di 2000 abitanti in provincia di Bolzano. Nella cittadina sorge il lago Resia, un bacino artificiale nato per la produzione dell’energia elettrica. Nel 1939 il consorzio Montecatini chiese di realizzare la diga che prevedeva l’innalzamento dell’acqua da 5 a 22 metri. A fermare tutto, compresa la preoccupazione dei cittadini, fu la Seconda Guerra Mondiale che bloccò la realizzazione della diga. Per la sua realizzazione nel 1950 il paese venne inondato, e i suoi abitanti dovettero abbondare le loro case e gli averi, per trasferirsi più a monte. Furono 677 gli ettari di terreno allagati, sfrattando circa 150 famiglie. L’unica cosa rimasta in piedi fu il campanile della vecchia chiesa, risparmiato poiché sotto la tutela dei beni culturali, essendo risalente al 1300. La distruzione della vecchia Curon non fu semplice e furono molti i malesseri generati da tale decisione. Il tema della rivalità fra italiani e tedeschi, viene infatti, ripreso anche nella serie. Niente […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

La ricrescita dei capelli non è più un problema, tante le soluzioni ritocco

Chiaro, scuro, naturale o sfumato: il colore dei capelli va oltre le tendenze più attuali, si intreccia alle novità ma sposa soprattutto il gusto personale. E’ bene saperlo, oggi, di fatto, chi tinge i capelli non teme più neppure la ricrescita perché non disdegna di mettere in mostra lo stacco fra la capigliatura tinta e gli ultimi nati, che caratterizzano le radici. La ricrescita viene vissuta con nonchalance come dimostrano anche le star, che sul red carpet esibiscono il netto stacco fra radici scure e una colorazione biondo freddo, che mette in luce le lunghezze. Per chi non rinuncia a una tinta impeccabile le soluzioni per ovviare alla ricrescita sono tante e tutte degne di nota, si tratta solo di trovare quella che meglio si adatta alle esigenze individuali e il gioco è fatto. Il ritocco per la ricrescita è una garanzia inossidabile sia per chi ha colorato i capelli per un repentino cambio di look, ma anche per chi desidera più semplicemente coprire i capelli bianchi. I rimedi messi in campo dai brand di settore consentono di eseguire un ritocco perfetto anche comodamente da casa, senza dover ricorrere al parrucchiere di fiducia. Dramma ricrescita? No grazie. Tutti i prodotti per porre rimedio velocemente anche a casa Oggi è possibile dire addio definitivamente al dramma ricrescita grazie ai prodotti offerti dal settore hair color. Si possono utilizzare soluzioni temporanee che durano un paio di settimane, aspettando di tornare dal parrucchiere, così come proposte più durature. Tante le armi per il ritocco dallo spray al mascara per i capelli bianchi, dallo stick ad una tipologia di colorazione diretta, pensati per coprire ogni singola ricrescita. Si passa dal ritocco delle tempie più chiare a quello che coinvolge i capelli bianchi isolati, si può porre rimedio alla sfumatura grigia così come all’evidente riga bianca, senza dimenticare gli interventi sulle radici scure laddove risultano contrapposte a una colorazione bionda. Il nuovo mascara ritocco Fra le novità più interessanti spicca il mascara per capelli. Si tratta di una soluzione perfetta e soprattutto mirata per coprire i capelli bianchi, che imbiancano le tempie o si presentano sparsi qua e là. Il mascara per capelli, formula decisamente rivoluzionaria, è considerato un prodotto make up a tutti gli effetti a partire da elementi quali la consistenza cremosa e leggera e la predominanza di pigmenti naturali. Il mascara per capelli, che ha le sembianze del più conosciuto mascara per occhi e si presenta con l’utile scovolino, non copre soltanto i capelli bianchi ma regala riflessi naturali ton sur ton, sfuma i capelli velocemente e in tutta semplicità con una sola applicazione, consente di colorare singole ciocche, giocare con soluzioni bicolore e, meraviglia delle meraviglie, è sufficiente uno shampoo per cancellare la colorazione e tornare alla tinta naturale.  

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4 acconciature anti-afa perfette per l’estate

Le giornate si fanno più lunghe e le temperature iniziano ad aumentare, la primavera è già entrata nelle nostre case da qualche giorno e in un batter d’occhio ci ritroveremo in estate, magari sdraiate a prendere il sole. In questa stagione più calda sono molte le donne che ricercano delle soluzioni anti-afa per raccogliere i propri capelli, in particolar modo per chi li ha molto lunghi. La stagione di mezzo ci viene in aiuto proprio in questo, perché permette di sperimentare diversi stili e vedere quale fa al caso nostro. Le tendenze del 2020, poi, lasciano l’imbarazzo della scelta: vediamo quindi alcune acconciature perfette da sfoggiare quest’estate- Chignon spettinato alto Fra tutti è forse quello più amato, perché raccoglie interamente la chioma sulla cima della testa, permettendo al collo di respirare. Inoltre, è molto chic e allo stesso tempo sbarazzino, un mix che permette a questa acconciatura di poter essere utilizzata in moltissime occasioni: con un outfit elegante, infatti, sarà perfetto anche per una serata formale. In questi casi, basterà ricordarsi di spettinarlo un po’ facendo uscire qualche ciuffo, in modo da renderlo morbido e avere un look molto naturale. Treccia spina di pesce Altra acconciatura molto romantica e amata in particolar modo dalle celebrità è la treccia a spina di pesce che ricade sul lato della spalla, perfetta per chi ha tanti capelli e vorrebbe un haitstyle che ne metta comunque in evidenza la lunghezza. Per quanto possa sembrare complessa, la treccia a spina di pesce prevede pochi e semplici passaggi: basterà dividere i capelli in due sezioni e poi prendere una ciocca esterna di ognuna aggiungendola all’interno dell’altra, continuando finché non terminando i capelli. Ci sono poi diverse versioni di questa treccia, che ci permettono di giocare con i diversi look: può essere ad esempio raccolta in un nodo da fissare con le forcine sulla nuca, per un effetto molto elegante e ricercato. Coda di cavallo e foulard La coda di cavallo è un must intramontabile, non esiste anno in cui non sia stata apprezzata. Anche in questo caso, poi, è possibile giocare molto con l’effetto che si vuole ottenere, ad esempio tirando poco i capelli, così da renderla morbida e sbarazzina, o al contrario pettinandoli bene affinché si crei un look molto professionale. Quest’anno, poi, la moda propone di arricchirla con un elegante foulard da legare sulla cima o annodato come una fascia, rigorosamente da abbinare al proprio outfit. Ad esempio, se indossate un look total black potreste sfruttare il foulard per dare un tocco di colore. Gli abbinamenti sono moltissimi, e daranno quindi la possibilità di giocare e sperimentare. Capelli corti? Wet look Le alte temperature tipiche dell’estate creano non pochi problemi anche alle donne con i capelli più corti, in quanto lo styling diventa difficile e i capelli si appiattiscono. Una soluzione però c’è anche in questo caso ed è il wet look, che consiste nel pettinare all’indietro i capelli utilizzando un gel e un mousse per fissarli. Si tratta anche in questo caso di […]

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Avena: proprietà e benefici del super cereale

L’avena è una pianta erbacea da cui si ricava un cereale in chicchi ricco di benefici e proprietà. Questo alimento è una fonte di carboidrati a lenta digestione; è ricco di fibre ed è una fonte energetica a lungo termine che non comporta picchi insulinici pericolosi. L’avena è un super cereale di utilizzo tanto antico quanto dimenticato; i popoli della Germania e della Scozia ci basavano la loro alimentazione. La pianta, infatti, risulta anche particolarmente adatta alla coltivazione nei paesi nordici perché riesce a superare i climi rigidi. I popoli scozzesi e tedeschi consumano ancora molto questo cereale – per esempio a colazione nel porridge o nel muesli. Noi italiani, invece, l’abbiamo riscoperto solo negli ultimi anni. Fiocchi, crusca e farina: le forme che assume l’avena  L’avena è consumata in diverse forme: come farina, molto usata nella preparazione di dolci, in fiocchi, utilizzati ad esempio per il muesli, oppure sotto forma di crusca. Questo cereale, anche lavorato, mantiene la crusca e il germe, che sono le parti del chicco in cui si trovano la maggior parte dei nutrienti e le sostanze cardioprotettive. Dalla pianta di avena è anche possibile ricavare un ottimo latte vegetale. L’avena è etichettata come il cibo per i purosangue – sia cavalli che atleti e sportivi – ma in realtà questo cereale ha dei benefici multipli e sempre più diete, anche ipocaloriche, lo vedono partecipe nella creazione dell’alimentazione corretta per l’uomo. Proprietà e benefici del super cereale Tra tutti i cereali l’avena è innanzitutto l’alimento più ricco di proteine e di sostanze grasse – tra cui l’acido linoleico. Il contenuto di fibre solubili rende poi l’avena un alimento molto saziante e le conferisce i poteri di regolarizzare la produzione intestinale e normalizzare il peso corporeo. Una delle prime proprietà riconosciutele deriva dalla presenza di betaglucano, che funziona come una spugna. Esso intrappola il colesterolo di provenienza alimentare in un gel che attraversa l’intestino fino ad essere espulso. L’avena favorisce dunque i livelli di colesterolo. Gli studiosi ne consigliano l’assunzione di 40 grammi al giorno sotto forma di crusca. L’avena è un ottimo alimento riequilibrante, anche per i vegetariani, perché contiene la proteina lisina, un amminoacido essenziale del frumento che, essendo contenuto in quantità ridotte rispetto agli altri, diviene limitante per la sintesi proteica. Il basso indice glicemico permette a questo cereale di entrare nell’alimentazione per i diabetici ed è anche utile nelle diete ipocaloriche, perché permette di controllare il senso di sazietà. L’avena ha proprietà diuretiche e lassative, stimolando l’intestino pigro. Siccome è molto digeribile, è indicata anche per chi soffre di gastrite, colite e altri disturbi digestivi. Per quanto riguarda invece gli aspetti psicologici, l’avena dà ottimi risultati in casi di depressione, nervosismo, insonnia ed esaurimento psicofisico. L’avenina, un alcaloide concentrato nella crusca di avena, è dotato di effetto tonificante, energetico e riequilibrante del sistema nervoso. L’avena è dunque consigliata per chiunque soffra di stress o cali di attenzione, per gli sportivi e le neo-mamme in fase di allattamento. Mangiare costantemente avena protegge le nostre […]

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Trapianto di capelli, una tecnica contro la calvizie

Il trapianto di capelli è un’operazione chirurgica volta a contrastare la calvizie e che oggi è molto richiesta, soprattutto dagli uomini La calvizie è sicuramente uno dei problemi che mette più in imbarazzo tutti. Esso consiste nella perdita di capelli, dovuto all’aumento di sensibilità del follicolo pilifero, che causa il rallentamento dei tempi di crescita dei capelli e la caduta di quelli dal centro della testa, fino alle tempie. A tale proposito si è parlato spesso in medicina di una tecnica volta a contrastare la calvizie, in particolare per tutti quei soggetti a cui l’uso dei medicinali serve soltanto a rallentarla. Si tratta del trapianto di capelli, un’operazione chirurgica consistente nell’estrazione di una parte di bulbi piliferi da una parte sana della testa del paziente che vengono poi impiantati in quelle più diradate. Storia e sviluppo del trapianto L’anno che segna l’inizio della sperimentazione del trapianto è il 1959, quando negli Stati Uniti il dottor Norman Orentreich presentò all’Accademia delle Scienze di New York una tecnica consistente nel prelievo del follicolo dalla parte superiore della testa di un paziente tramite uno strumento lungo quattro millimetri detto punteruolo (in inglese, punch) e il suo trapianto nelle parti più diradate della testa. Esteticamente, però, i risultati non erano dei migliori. Infatti la ricrescita dei capelli era innaturale, formando quello che è chiamato “effetto bambola“, ovvero la formazione di ricci innaturali. Tuttavia è indubbio il beneficio apportato da questo primo tentativo di trapianto di capelli, accolto come la risposta definitiva alla calvizie. Il metodo del dottor Orentreich fu usato fino agli anni ’80, quando si passò a usare punteruoli di dimensione più piccola (detti minigrafts), capaci di raccogliere quattro bulbi allo scopo di eliminare il sopracitato “effetto bambola”. Nello stesso periodo il dottor Carlos Oscar Uebel perfezionò la tecnica dello strip, già sperimentata in Giappone nel 1943. Questa consisteva nel prelevare, tramite un bisturi, una striscia di pelle a forma di fuso (da cui il nome) dalla parte sana, che veniva poi suddivisa in micrografts impiantate nell’area ricevente. Un contributo importante per lo sviluppo del trapianto di capelli deriva dal dottor Bob Limmer, il quale scoprì le Unità Follicolari (FU). Osservando alcuni innesti al microscopio scoprì che i capelli crescono in piccoli gruppi di follicoli piliferi e ciò ha portato alla nascita di una nuova tecnica di trapianto, brevettata dalla dottoressa Angela Campbell e dal dottor Ray Woods. Essa consiste nell’usare degli aghi per prelevare le unità follicolari, in sostituzione del ben più doloroso bisturi. La tecnica FUE, così come è stata ribattezza, è ancora oggi utilizzata nelle cliniche di quasi tutto il mondo e rappresenta, di fatto, la norma. Trapianti di capelli low cost. Scelta conveniente? Non c’è dubbio che il trapianto di capelli sia un’operazione chirurgica dispendiosa e non alla portata di tutte le tasche. Per questo esistono anche cliniche che permettono di compiere questa operazione a prezzi convenienti. Si tratta di operazioni eseguite da strutture localizzate in varie parti del mondo (in particolare in Grecia, Albania e Turchia). Un esempio […]

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Gli azulejos e l’anima del Portogallo

Gli azulejos: piccole piastrelle di colore bianco e azzurro, simbolo del Portogallo L’azulejo è una piastrella in ceramica tipicamente portoghese con la superficie smaltata dipinta nei colori bianco e azzurro (anche se può essere anche colorata in rosso, giallo e verde). Il termine “azulejo” deriva dall’arabo az-zulaiŷ (zellij) che indica una pietra levigata. Tradizionalmente è di forma quadrata (il lato misura circa 12 cm), ma può assumere anche diverse altre forme, soprattutto sulle facciate degli edifici portoghesi e in particolare di Lisbona. Gli antenati degli azulejos possono essere considerati gli alicatados spagnoli, anch’essi introdotti nella penisola iberica dagli Arabi. Infatti già dal XIII secolo, soprattutto nel sud della Spagna, si producevano piastrelle smaltate policrome, gli alicatados appunto, grazie alla lavorazione influenzata dalla particolare tecnica introdotta dai vasai musulmani. La manifattura di queste piastrelle, costosa e difficilmente realizzabile, richiedeva e ancora oggi richiede molto tempo agli artigiani locali che ne realizza(va)no solo per le facciate di sontuosi edifici (come il Palacio Nacional de Sintra), insieme a pannelli in locali interni: le forme sono geometriche, rettangolari, quadrate o a stella con motivi floreali e perfino “a punta di diamante” (a Lisbona sono al n. 88 di Rua de São João da Praça). Usando una sorta di stampo in ottone e in ferro, i ceramisti portoghesi riuscirono a realizzare molti più elementi decorativi e in minor tempo, rendendo la produzione degli azulejos più ampia e diffondendo presto tutti i segreti dell’antica lavorazione araba intorno al XV secolo. Nella tecnica a cuerda seca, dopo aver “ritagliato” anche lastre di argilla fresca a forma quadrangolare, i ceramisti imprimevano il disegno, sulla piastrella di prima cottura, con una estampilha (carta bucherellata) sopra la quale spolveravano il pigmento scuro. Ottenuta una linea di punti vicini, rifinivano i motivi decorativi sulla superficie delle stesse con un pennello con tinta nera mista a olio di lino (o grasso), così da evitare che nell’esecuzione e nella prima cottura della piastrella si mischiassero i colori. Per ovviare al doppio lavoro che preservava il disegno nella prima cottura, gli artigiani idearono una sorta di sagoma in legno che ne contornava il disegno ma che rilasciava alcuni “segni” sulla piastrella detti solchi (tecnica a cuerda seca con solchi o cuenca). Tra il XV e il XVI, accanto ai disegni geometrici, compaiono anche i primi disegni zoomorfi e floreali di ispirazione rinascimentale, italiana e connessa ai motivi rinvenibili sulle maioliche diffuse nel Mediterraneo. Oggi la lavorazione risente molto dell’influenza della lavorazione della maiolica italiana ed è possibile ripercorrere la storia della lavorazione e della scelta dei motivi decorativi più ricorrenti, visitando ad esempio il Museu Nacional do Azulejo a Lisbona, sito in Rua Madre de Deus 4, un ex convento fondato nel 1509 in stile manuelino, sede di uno straordinario museo sui 500 anni di storia del noto azulejo. Dalla Grande Veduta attribuita a Gabriel de Barco al 2° piano del palazzo, dipinta su un grande pannello in azulejos che mostra la città prima del terremoto del 1755, ai pannelli in ceramica raffiguranti la vita di […]

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Desserto: quando cambiando pelle si sceglie la sostenibilità

Desserto: il primo brand che sfrutta le foglie di cactus per produrre pelle vegan  Adrián López Velarde e Marte Cazárez sono due giovani messicani originari di Guadalajara, che nel 2017 hanno lasciato i rispettivi lavori e hanno fondato una piccola impresa sostenibile, Desserto. Desserto è un brand che sfrutta le foglie di cactus per produrre pelle vegan, ma soprattutto priva di materiali sintetici e quindi plastic- free. Ricavata dalla pianta dei fichi d’India (Nopal), la pelle prodotta da Desserto è piuttosto resistente e, nonostante le iniziali rimostranze mosse ai due artigiani (e 2 anni di lavoro), Velarde e Cazárez hanno presentato nello scorso ottobre la propria creazione a livello internazionale a Lineapelle, una delle fiere più importanti nella novità in fatto di pelle. “Se il fico d’India è buono per la pelle, perché non usarlo per creare la pelle?” Biodegradabile, economica (solo 25 dollari al metro), eco- sostenibile e di buona qualità, la pelle ricavata dai cactus, simbolo della loro terra di origine, ha proprio tutte le caratteristiche per essere considerata a tutti gli effetti un materiale naturale versatile non solo nell’abbigliamento e negli accessori (come cinture o borse), ma anche nell’automotive (interni di auto) nell’arredamento, come nel caso di librerie o di poltrone. Sostituendo la pelle sintetica come quella in pvc, i cui processi di produzione sono inquinanti tanto quanto i processi di smaltimento (non essendo questa un materiale biodegradabile), la pelle di Desserto è anche contro lo spreco di acqua, dal momento che le piante da cui è ricavato il materiale necessitano di poca innaffiatura. E non si deve dimenticare che anche per la pelle di origine animale è necessaria moltissima quantità di acqua non solo per il nutrimento degli animali da cui si ricava la pelle, ma anche nel processo di concia. Questa intraprendente attività contribuisce inoltre a creare un sano aumento di lavoro, essendo coinvolti non solo agricoltori ma anche artigiani e lavoratori di queste robuste foglie, di provenienza messicana: in questo modo si accorcia anche la filiera di produzione, e si realizza un prodotto locale grazie a lavoratori locali, che beneficiano della vendita del materiale a case di moda, automobilistiche e di design di interni. Infatti, nello stato di Zacatecas sono coltivate le piante di Nopal fra le cui foglie i due imprenditori scelgono le foglie più robuste e mature che poi vengono tagliate, schiacciate, triturate e essiccate al sole per 3 giorni. In seguito inizia il processo (brevettato) di lavorazione delle foglie che assumono una consistenza morbida, ma traspirante, anche grazie agli additivi chimici ma non tossici e che possono anche essere colorate naturalmente. Il materiale, che dura 10 anni, non richiede una particolare manutenzione e lo scopo della vendita della materia prima è quello di sensibilizzare il mondo della moda e dell’industria dei tessuti, seconda per inquinamento, all’uso di materiali ecologici e al rispetto dell’ambiente. In un momento storico, in cui anche l’industria della moda sta abbracciando la sostenibilità e il pensiero etico soprattutto nel processo di produzione nel quale spesso sono usate […]

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Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione

Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione con l’oro che abbraccia le crepe della ceramica Il kintsugi o kintsukuroi è un’espressione giapponese che letteralmente significa “riparare con l’oro (kin)”: questo, che può impegnare gli artigiani anche per mesi, consiste nell’uso dell’oro o di una specifica pittura a base di polvere d’oro per riempire le crepe createsi nella rottura di un oggetto in ceramica, poi fatto essiccare. Il collante usato è la lacca urushi, ricavata dalla pianta Rhus  verniciflua, nota già nel periodo Jomon circa 5.000 anni fa per la fabbricazione di armi per la caccia. Questa tecnica sembra non solo favorire il riutilizzo di quell’oggetto, ora riparato e impreziosito dal costoso materiale, ma anche costituire la base di una riflessione e di una simbologia che oltrepassano il semplice ‘bricolage’. «C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce». (L. Cohen, Anthem 1992) Ogni ciotola, vaso, brocca, piatto di ceramica si riveste ora di tantissime, casuali e irregolari venature di luce dorata che attraversano l’oggetto, lo abbracciano, rendendolo unico per la diversità con cui ciascuno si crepa. Ogni fessura simboleggia una caduta, il penetrare di un sospetto, una difficoltà, un sentimento rotto dal dubbio, un pensiero doloroso, una lacrima. Eppure da ogni ferita dell’anima, in ogni imperfezione, può nascere la perfezione dell’essere umano, con le sue fragilità e con i suoi (inaccettati) limiti. L’arte del kintsugi diviene simbolo di resilienza. Secondo la tradizione, questa tecnica sarebbe nata nel XV secolo quando lo shogun di Ashikaga, Ashikaga Yoshimasa, avendo rotto la propria tazza da tè preferita, avrebbe inviato in Cina l’oggetto che con il metallo proposto come collante, avrebbe assunto un aspetto davvero poco elegante. Per questo motivo, Ashikaga Yoshimasa ne affidò la riparazione ad alcuni ceramisti giapponesi che la restituirono al facoltoso proprietario con le crepe riempite di oro. Sia la leggenda che la metafora sottese al kintsugi offrono un importante spunto di riflessione: non si devono rinnegare i propri fallimenti e le proprie sconfitte, ma provare a rielaborarle in positivo, mettendone in evidenza gli insegnamenti e riconoscendone le cause. Nel tentativo di recuperare quanto “si è rotto”, i risultati possono apparire imprecisi, esteticamente poco apprezzabili e da rigettare, ma sono proprio quelle anime rotte, ferite e spesso medicate in modo apparentemente poco rigoroso, a fare delle tazze sbeccate, le più preziose del servizio da tè. «Proprio come un oggetto rotto viene aggiustato con cura attraverso la pratica del kintsugi, anche voi meritate di essere ricostruiti con l’oro. Scegliendo di aggiustare cosa è danneggiato, non solo ne riconosciamo il valore, ma sviluppiamo un attaccamento ancora più forte nei suoi confronti. Decidendo di riprendere in mano la nostra vita nonostante i dolori che ci hanno spezzati significa farci un dono immenso: l’autostima». Céline Santini, autrice del libro Kintsugi, ed. Rizzoli Nella tecnica del kintsugi sono fondamentali alcune tappe, le stesse che ciascuno deve seguire così da superare la propria rottura e rinascere come oggetto nuovo, e prezioso. Superata la fase della rottura (dunque anche interiore dopo una sconfitta o un insuccesso), bisogna raccogliere (letteralmente) tutti i […]

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I migliori romanzi storici: classici, italiani, esteri, uno per tutti i gusti

I migliori romanzi storici: la nostra selezione! Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha sognato di abbandonarsi ad un’altra esistenza, in un’altra epoca, altri posti, circostanze differenti. La possibilità di evadere leggendo le pagine di un’opera narrativa a partire dalla quale è possibile ricostruire atmosfere, usi, costumi, mentalità e abitudini di vita dei secoli trascorsi ha sempre esercitato un impatto affascinante. Ecco perché, inevitabilmente, tutti prima o poi hanno avuto tra le mani un romanzo storico, categoria ancora oggi molto apprezzata sia livello mondiale, sia nostrano. I romanzi storici rappresentano un genere tipico del Romanticismo, trovando origine dal lavoro di Walter Scott, che aprì il vero e proprio filone narrativo. Diffusosi in tutta Europa, con la fine del Romanticismo subì una crisi, a vantaggio del romanzo psicologico e sociale, che aveva monopolizzato il gusto letterario dalla fine dell’Ottocento ai primi del Novecento. Ritornati prepotentemente in auge, i romanzi storici attuali hanno perso la filosofia di fondo delle origini, pur conservandone la predilezione per “l’affresco sociale”, l’ambientazione, l’amore per il dettaglio e l’alternanza di personaggi storicamente vissuti o inventati. Gli scrittori dei nostri giorni scelgono i romanzi storici per dimostrare che i problemi ed i valori fondamentali sono sempre gli stessi, oggi come in passato e che tutto cambia anche se nulla si modifica realmente. Abbiamo, quindi, selezionato venti tra i migliori romanzi storici che consigliamo di leggere. I migliori romanzi storici: i classici all’estero e in Italia Iniziamo questa carrellata con Waverley (1814) di Sir Walter Scott, considerato il primo, vero romanzo storico, in cui l’autore scozzese narra le avventure del nobile inglese Waverley che, nel 1745, si ritrova in Scozia in occasione dello sbarco ad Eriskey del pretendente al trono di Gran Bretagna, Carlo Edoardo Stuart. Waverley sceglie di combattere con gli scozzesi ma le truppe inglesi hanno la meglio a Culloden e il protagonista riesce con un colpo di fortuna a non farsi condannare per alto tradimento. Segue Ivanhoe, del 1819, sempre di Scott, la cui vicenda si colloca, invece, nell’Inghilterra del XII secolo sullo sfondo dei contrasti tra sassoni e normanni e vede il sassone Ivanhoe amare, riamato, lady Rowena, promessa ad un normanno per riportare la stirpe sassone sul trono. Ivanhoe partecipa alla crociata di Riccardo Cuor di Leone e, al suo ritorno, i nobili normanni lo fanno prigioniero. Ivanhoe dovrà quindi liberarsi e salvare la sua famiglia e la sua amata ma l’intervento di Riccardo e di Robin Hood gli sarà d’aiuto. Dalla Gran Bretagna ci spostiamo in Italia dove, nel 1827 viene dato alle stampe I promessi sposi di Alessandro Manzoni, il libro che ha accompagnato tutti noi -talvolta tediato, altre volte incantato- negli anni delle superiori.  Con esso Manzoni colma la lacuna dell’assenza di un grande romanzo storico nazionale nel panorama letterario italiano. Manzoni sceglie una vicenda personale, le travagliate nozze tra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, a partire dalla quale ricava un affresco storico che ci racconta la Lombardia della metà del Seicento sotto la dominazione spagnola, tra peste, Lanzichenecchi, ambiguità della Chiesa e personaggi del popolo. […]

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Gli over 60 che non ti aspetti: il 76% è inseparabile dallo smartphone, e quasi ogni giorno lo usa per giocare

Nuove tecnologie: le abitudini dei senior in un’infografica Quello tra i senior italiani e la tecnologia è un amore inaspettato e più profondo di quanto si possa pensare. Tra social, app e gaming sono tanti gli italiani over 60 che non possono più fare a meno del proprio smartphone, per questo motivo LeoVegas – noto operatore nel settore del gioco online – ha pubblicato sul suo blog l’infografica “Senior e nuove tecnologie. L’amore che non ti aspetti” così da approfondire questo rapporto. Secondo i dati presentati, l’Italia è infatti al primo posto per diffusione di smartphone tra gli over 60 nel mondo con il 76%, seguita da Australia e Germania (71%). Molte le app amate dai senior: si va da quelle per restare in contatto con i propri cari a quelle per guardare video e programmi tv. Spazio però anche a informazione e gaming. Sono proprio i giochi online a destare più curiosità, visto che il 44% degli over 50 dedica in media 5 ore a settimana o più al gaming. Il 73% gioca da smartphone e quasi la metà dei senior lo fa tutti i giorni. Tra i passatempi preferiti si trovano i giochi di puzzle e logica, quelli di carte e i giochi tradizionali e di casinò. Sono diversi infatti i senior italiani che tentano la sorte online: il 71% sono uomini e il 29% donne, e lo smartphone è sempre il device preferito per giocare.  

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Do It Yourself: la logica del design fai da te

Conosciuto anche con l’abbreviazione DIY, il Do It Yourself design è la progettazione di un oggetto, in cui il cliente è parte attiva nel processo di realizzazione. Una sorta di ritorno alle origini, un invito al bricolage, a prendere in mano gli attrezzi e divertirsi, rendendosi parte fondamentale del processo creativo. La diffusione del Do It Youself è una costante conferma sul mercato e, per molte aziende, questa caratteristica è stata la chiave del successo. L’apprezzamento del DIY è dovuto ad aspetti progettuali che tengono conto del fattore educativo ed economico del prodotto realizzato. Un oggetto pensato nella logica del fai da te può essere assemblato dall’utente, non più semplice e passivo acquirente, e, allo stesso tempo, consente un più efficiente, economico e sostenibile processo di distribuzione del prodotto. L’evoluzione della logica Do It Yourself Il fai da te nasce ovviamente con l’uomo. Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le rovine di una struttura greca del VI secolo a.C. nell’Italia meridionale, che sembravano riportare istruzioni dettagliate per l’assemblaggio e che sono state chiamate gli “antichi edifici IKEA”. La frase “do it yourself” è diventata un’espressione di uso comune negli anni ’50, in riferimento alla tendenza delle persone ad applicare dei miglioramenti alla propria abitazione con piccoli progetti di bricolage creativi ed economici. Adesso il fai da te assume il significato di progettazione in cui il cliente è co-designer e può creare, personalizzare o riparare oggetti con semplici strumenti e senza una formazione specifica ma, ad esempio, con delle istruzioni semplici ed efficaci. Il fai da te assume rilievo anche quando gli artisti hanno iniziato a combattere contro la logica della produzione di massa standardizzata. Negli anni ’60 e ’70 iniziano a comparire libri e riviste sui metodi di costruzione e decorazione della casa in modalità DIY. Ma è con l’avvento del digitale che questo tipo di iniziative hanno visto un vero e proprio boom: oggi sono disponibili online tantissimi progetti fai da te sulle piattaforme più disparate. Legato a questo tema c’è la pratica dell’hand-made, il fatto a mano. Prendere scarti di materiali e di oggetti e dargli nuova vita è una vera e propria pratica etica. L’attenzione è rivolta ancora una volta all’ambiente e alla riduzione di sprechi, tematiche molto ricorrenti nel filone del design sostenibile. Uno dei campi applicativi in cui la logica del fai da te è considerata estremamente importante è il mondo del giocattolo. Si pensi per esempio alle costruzioni Lego: il progettista fornisce il materiale e le istruzioni per costruire una casa o un aeroplano ma sta al bambino realizzare il prodotto. Questo importante processo educativo che si svolge con la pratica del costruire permette al bambino di sprigionare anche la sua creatività e di modificare e, perché no, migliorare il progetto del designer. Applicazioni del DIY Il design fai da te può essere applicato in ogni ambito progettuale: dal settore moda al prodotto, dall’arredo all’allestimento. Internet è ricco di progetti, spesso pubblicati anche gratuitamente, in cui il designer fornisce le istruzioni per la […]

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Design sostenibile: la progettazione attenta all’ambiente

Uno dei principali topic del design contemporaneo è quello del design sostenibile, la progettazione intelligente di un prodotto o un sistema in perfetta armonia e rispetto per l’ambiente. L’obiettivo è quello di eliminare o ridurre sempre più l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente. Come? Progettando soluzioni innovative e sostenibili incentrate su temi di riduzione, riuso, riciclo, assemblaggio del prodotto, opportune scelte di materiali, utilizzo di energie rinnovabili e riduzione di emissioni nocive. Quando e come nasce il design sostenibile? Si inizia a parlare di sostenibilità contestualmente al processo di cambiamento climatico e inquinamento ambientale che da anni ormai è tema di attualità. Se da un lato sempre più persone combattono per i diritti dell’ambiente con scioperi climatici e manifestazioni attiviste, dall’altro i designer cercano soluzioni silenziose progettando nei laboratori e nei politecnici soluzioni pratiche e assolutamente determinanti. I problemi di salvaguardia della biodiversità, inquinamento, scioglimento delle acque, disastri ambientali, emissione di sostanze tossiche e così via hanno destato interesse a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di sostenibilità viene introdotto nella prima conferenza ONU sull’ambiente del 1972. Il suo significato esce dalla sfera ecologica per estendersi sull’economia e sul campo sociale. Dal tema della sostenibilità si sviluppa così l’idea di sviluppo sostenibile. Si sente parlare di questo concetto nel Brundtland report del 1987. Vengono definiti così degli obiettivi che prevedono un generale benessere costante e crescente e una salvaguardia della qualità della vita per le generazioni future. Si comprende che il significato di progresso umano significa in qualche modo cambiare strada e operare controcorrente. Entra così in gioco il design, culla da cui nascono tutte le idee progettate dall’uomo. Progettare un prodotto che rispetti l’ambiente produrrà benefici non solo sul territorio ma anche sul benessere e la salute dei suoi abitanti. Lo sviluppo sostenibile viene dunque progettato nei politecnici perché l’uomo ha il dovere e la responsabilità di trovare soluzioni pratiche ed effettive al grande problema di quest’epoca. Può il design salvare il mondo? Certo che sì. Utilizzo di materiali biodegradabili, progettazione dei processi di riciclaggio, ideazione di un prodotto con un lungo ciclo di vita, riutilizzo e minimizzazione degli scarti produttivi. Questi sono solo alcuni dei temi che interessano il designer oggi e che egli non può assolutamente non considerare. Tutto deve essere design sostenibile. Il pensare sostenibile è ideare l’innovazione che fa bene all’ambiente. Si tratta di un approccio basato sul rispetto per l’ambiente e le persone, con lo scopo di benessere collettivo. Non esiste alcun prodotto o servizio che oggi possa essere pensato senza tener conto di questi vincoli. Il design sostenibile per essere efficiente deve essere progettato in ogni minima parte nel rispetto dell’ambiente circostante. Risale al 2002 il libro-manifesto Cradle to Cradle: Remaking the way we make things scritto da Michael Braungart, chimico tedesco, e William McDonough, architetto americano. Il principio professato è quello di una progettazione che non sia più pensata “dalla culla alla tomba” ma “dalla culla alla culla”. Questo significa che è compito e dovere del designer progettare prodotti che, una volta […]

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Cos’è un antivirus?

Certo, in questo periodo storico, quando parliamo di virus, il primo pensiero corre ovviamente al Covid 19 e alla pandemia che ci ha costretto tutti in casa per moltissimo tempo. Fino a pochi mesi fa, invece, la parola virus era per noi un immediato riferimento ad un problema legato al nostro computer. Va detto, in ogni caso, che proprio in questa fase di lockdown la nostra attività con computer e smartphone si è intensificata, sia per diletto, e quindi per aiutarci a trascorrere serenamente il tempo in casa, che per lavoro, poiché molti hanno continuato la propria professione in smart working. I vantaggi ed i rischi di un mondo iper connesso Vivere in una società che ha la possibilità di rimanere sempre in contatto anche da remoto ci ha sicuramente permesso di poter affrontare meglio, o almeno limitando i danni, una situazione come quella attuale in cui è stato impossibile incontrare altre persone. Abbiamo potuto vedere i nostri parenti ed i nostri amici grazie alle videochiamate, fare una serie infinita di call con i clienti per organizzare il nostro lavoro in vista della ripresa, e anche gli studenti hanno avuto la possibilità di continuare a studiare con i professori grazie ai tantissimi programmi utilizzati per le videolezioni online. Tuttavia, in una realtà che sempre di più fa ricorso al web e alla connessione ad internet per interfacciarsi, lavorare o chiacchierare, il rischio di incappare in virus, malware e trojan provenienti dall’esterno è decisamente elevato. Proprio per questa ragione, quella che prima era una scelta decisamente consigliata è diventata ora una necessità improrogabile: dotare i propri dispositivi elettronici connessi alla rete di un antivirus affidabile, sicuro e che non rallenti in modo rilevante le prestazioni dei nostri device. Cos’è un antivirus Un antivirus è un software che, una volta installato sui nostri apparecchi, scandaglia il sistema operativo, la nostra memoria ed in nostri hard disk, sia fisici che virtuali, sui quali sono allocati i nostri file e i nostri documenti per verificare l’eventuale presenza di virus, trojan, spyware, malware e ogni forma di elementi che possono risultare dannosi, talvolta anche in modo grave, per il buon funzionamento del sistema su cui stiamo giocando o lavorando, per evitare malfunzionamenti o intrusioni non gradite dall’esterno. Le soluzioni sono tantissime, come ad esempio quelle offerte da www.seeweb.it, e a noi rimane il compito di scegliere i software più affidabili, valutando i costi, la funzionalità e la facilità di installazione e di utilizzo.    

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Libri

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Solo Dio è innocente, un nuovo caso per Gordiani

Giusto in tempo per aggiungerlo ai libri che ci faranno compagnia sotto l’ombrellone, è in uscita per Fazi Editore l’intrigante giallo di Michele Navarra “Solo Dio è innocente”. Il libro aggiunge un nuovo intenso capitolo alle avventure dell’avvocato Gordiani, a cui abbiamo imparato ad affezionarci nel corso della prolifica produzione narrativa di Navarra. Siamo nel cuore della Barbagia Nuorese in un piccolo paese sulle pendici del Gennargentu, Fonni, il paese più alto della Sardegna. In una comunità dove i rapporti sociali sembrano ancora regolati da antichi codici d’onore e arcaiche leggi di prevaricazione e vendetta, l’assassinio a sangue freddo di un ragazzo di quindici anni getta sale sulle ferite ancora aperta di una faida familiare che si tramanda da indefinite generazioni. La morte del giovanissimo Gregorio Rutzu viene da subito ricollegata all’eterno nemico di famiglia Mario Serra, il bastardo, l’assassino. Ad incriminare Mario, ancor più degli indizi dell’ultimo crimine, sono le colpe di tutti quelli che lo hanno preceduto. Mario è un uomo avvezzo al crimine, Mario è un uomo che ha già le mani sporche del sangue dei Rutzu e quando Gregorio viene assassinato davanti agli occhi del fratello Davide, nessuno ha dubbi sul fatto che l’omicidio non sia altro che l’ultima mossa della faida che ha portato già alla morte dello zio di Gregorio e del fratello di Mario. La difesa di Mario viene affidata all’avvocato Alessandro Gordiani, che, ad un passo dal chiudere lo studio romano e godersi le vacanze estive, viene coinvolto in questo caso in cui le colpe sembrano già stabilite senza possibilità di appello. L’avvocato Gordiani si troverà a combattere prima di tutto contro la propria coscienza che gli impedisce di assumere la difesa di persone della cui non colpevolezza non sia ragionevolmente convinto; e Mario non è un uomo a cui si addita l’etichetta dell’innocenza. Nel corso delle sue indagini, Gordiani vedrà ricomporsi tutti i tasselli di un quadro in cui è impossibile segnare una linea retta che separi i colpevoli dagli innocenti; un intreccio di colpe personali e familiari si dipanerà davanti agli occhi dell’avvocato incrinando le sue certezze umane e professionali. Lo sforzo di non accontentarsi della verità processuale bensì di cercare di restituire ai fatti la verità assoluta, è da sempre la convinzione su cui si fonda l’etica professionale dell’avvocato Gordiani. Nel tentativo di costruire la linea difensiva di Serra, Gordiani darà fondo a tutte le sue energie per ricostruire la verità dei fatti e convincere l’accusa, ma soprattutto se stesso, dell’innocenza del suo assistito. Ma la verità che uscirà fuori dal groviglio di colpe che tutti i personaggi si portano dietro sarà una verità piena di ombre, una verità senza assoluzione per nessuno. Con “Solo Dio è innocente” Navarra ci restituisce l’immagine di una Sardegna d’altri tempi, ancorata alle sue origini e sospesa in una dimensione temporale in cui i rapporti umani sono vissuti come rapporti di forza e regolati da leggi ataviche e crudeli. Una dimensione sociale in cui tutto è sacrificabile per la difesa dell’onore e le […]

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Libri

Mara Tribuzio e il suo nuovo romanzo: Raccontiamoci

Mara Tribuzio è nata a Bitonto nel 1979. Ha frequentato il liceo classico, si è laureata in Lettere Classiche con ­ indirizzo filologico-linguistico presso l’Università degli Studi di Bari. Successivamente ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Lettere presso scuole secondarie di I e II grado e di attività di sostegno per studenti diversamente abili. Oggi è una docente che vive e lavora a Bari. Ha pubblicato nel 2017 il suo primo romanzo Sinestesie e ha vinto diversi concorsi letterari inerenti il genere della novellistica e del racconto breve. Cura un blog personale di letteratura dal titolo Parola alle parole. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è il romanzo di cui vi parlerò. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è un viaggio nel patrimonio narrativo della tradizione barese e bitontina, viaggio in cui impareremo a conoscere il califfo Muffarag, di provenienza asiatica, Giovanni l’accalappiacani, Romeo e Giulietta della Bari Vecchia, la Contessa di Bitonto. Storie e personaggi esistiti ed altri frutto dell’immaginazione, descritti in maniera minuziosa, sia grazie all’ausilio di fonti scritte, multimediali e orali a cui ha fatto riferimento l’autrice, sia grazie ad un lavoro di arricchimento svolto dalla Tribuzio al fine di romanzare i protagonisti del racconto, conosciuti da molti grazie alla trasmissione orale delle storie qui descritte. Notevoli le illustrazioni che arricchiscono il testo, la cui lettura risulta scorrevole e piacevole grazie alle notevoli capacità descrittive dell’autrice, che apre il romanzo così: «L’importanza della Storia nella coscienza civica di ogni uomo, nel bisogno di scoperta e riscoperta continua della sua identità, delle radici e del pensiero sociale e politico, è senz’altro indubbia. Non potremmo vivere il presente con il buio spazio-temporale alle nostre spalle. Sarebbe come camminare nel vuoto senza la possibilità di appoggiarci a un sostegno o di percorrere strade certe che scorrano su solide fondamenta. L’uomo stesso è Storia, gli anni che segnano la sua vita sono Storia che prende forma, ma che necessitano di un costante sguardo al passato per una costruzione più consapevole del presente e più coscienziosa del futuro.» Raccontiamoci di Mara Tribuzio Appare così dunque come un tentativo, del tutto riuscito, di far conoscere non solo ai pugliesi storie e racconti magari impressi nella mente dei cittadini di Bari e di Bitonto; storie che meritano però di essere apprese poiché sono fonte di riflessione e analisi profonda. Occorrono le storie, servono i miti e abbiamo bisogno delle leggende al fine di arricchire la nostra humanitas, poiché le storie, che siano esse frutto della realtà o della più totale immaginazione, meritano di essere raccontate, sempre.

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Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne

Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne Michel de Montaigne nacque a Pèrigord nel 1533 e morì a Saint-Michel-de-Montaigne nel 1592. Scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò presso il Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux. L’avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Gli scritti di Montaigne sono contrassegnati da un pessimismo e da uno scetticismo rari al tempo del Rinascimento. Citando il caso di Martin Guerre, egli pensa che l’umanità non possa raggiungere la certezza e rigetta le proposizioni assolute e generali. Secondo Montaigne, non possiamo prestare fede ai nostri ragionamenti perché i pensieri ci appaiono senza atto di volontà: non sono sotto il nostro controllo. Perciò, nella Apologia di Raymond Sebond, egli afferma che noi non abbiamo ragione di sentirci superiori agli animali. Costruisci te stesso di Montaigne Costruisci te stesso di Montaigne è un insieme di saggi la cui lettura ci porta a comprendere che, per gli uomini, è quasi del tutto impossibile dare un’immagine di sé definitiva e priva di sfaccettature. Soffermandosi sui ragionamenti operati dall’autore, è possibile rendersi conto del fatto che Montaigne giunge alla più totale perdita di se stesso e prova a venirne fuori operando un’attenta analisi del proprio passato. Ci ritroviamo dunque di fronte alla composizione di una sorta di puzzle letterario, in cui l’autore prova a raggiungere una totalità in cui ogni pezzo funge da incastro per l’altro che si andrà ad inserirgli accanto. Montaigne analizza a fondo le esperienze basilari della vita di ogni essere umano: la vita coniugale, l’amore, l’amicizia, il rapporto tra padri e figli, il ruolo delle abitudini nella vita dell’essere umano. Costruisci te stesso di Montaigne è un tentativo di operare una sorta di controllo sulla nostra esistenza, nonostante ciò sia del tutto impossibile, alla luce del fatto che non possiamo dominare le nostre vite. “Siamo nati per cercare la verità, il possederla spetta a un potere più grande. Essa non è nascosta nel fondo degli abissi, ma piuttosto innalzata ad altezza infinita nella conoscenza divina. Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non è importante chi raggiungerà la meta, ma chi farà la corsa più bella. Può fare lo sciocco sia chi dice la verità sia chi mente. È importante il modo, non i contenuti”.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Libri

Il nome della madre, il nuovo romanzo di Roberto Camurri

Recensione de Il nome della madre, il secondo romanzo di Roberto Camurri pubblicato da NN Editori il 28 maggio di quest’anno. Roberto Camurri, breve biografia È nato nel 1982 a Fabbrico, a detta sua; “un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare“. Attualmente vive a Parma ed è sposato con Francesca con cui ha una bambina. Lavora per una cooperativa sociale che ha a che fare con la disabilità mentale e che lo ha aiutato molto nel tentativo di eliminare ogni tipo di giudizio, nel suo pensiero e nel suo modo di trasporlo nei racconti che scrive; è così che ha elaborato il suo primo romanzo A Misura D’Uomo, con cui nel 2018 vince il Premio Pop e il Premio Procida. È stato tradotto in Olanda ed è in corso di traduzione in Spagna. Il nome della madre è il suo secondo romanzo. “Il mio avvicinarmi alla scrittura ha un inizio particolare, ero in terza elementare e la maestra ci aveva detto di fare un tema a piacere e, dopo aver scritto quattro fogli protocollo, mi son detto che scrivere era la cosa più bella del mondo”. È un autore giovane, dall’animo sensibile, che osserva e ascolta le svariate realtà che lo circondano ma che con grande sensibilità riesce a portare alla luce storie di una straordinaria bellezza. Il nome della madre, recensione Questo romanzo è uscito il 28 maggio 2020 per NN Editore. E’ una storia familiare, intima ma profonda, che attraversa la vita di Pietro, figlio di Ettore, dalla corsa in ospedale quando si sono rotte le acque, il suo primo pianto, l’odore della pelle del neonato, ai primi gemiti infantili, fino all’abbandono della madre che senza spiegazioni se ne va. Ettore non lo accetta, aspetta un suo ritorno, la cerca nei ricordi, nei lineamenti del figlio che le assomiglia così tanto, ma nel frattempo Pietro cresce; “hai le labbra tutte screpolate, gli aveva detto la maestra a scuola durante l’intervallo. Sono cose che vede una mamma, gli aveva detto.” In quel pesino; Fabbrico, le loro vite scorrono in quelle righe malinconiche e pensierose, alla ricerca di un sentimento perduto, del loro essere, tra la vita di campagna lenta e faticosa, nei campi verdi e i pascoli, sognando quella di città, verso un futuro diverso ma sempre vuoto, perché lei non c’è . Pietro sente un conflitto con quel paese, con il padre, con il mondo che non capisce e con la voglia di scoprirlo; “Sente gli odori freschi di quell’estate, dell’erba appena tagliata che riesce a entrare perché sta guidando piano, senza la voglia di tornare a casa, “l’odore di una stalla che gli penetra nelle narici e gli fa grattare il naso”. Nel rapporto difficile con il padre e con se stesso arriva uno spiraglio; Miriam. La ama ma non sa come affrontare quei sentimenti, non li comprende, lei lo rassicura ma l’animo di Pietro è inquieto sempre alla ricerca di quella figura oscura, ignota a cui vorrebbe dire tante cose; […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

BAIAExperience è un’immersione virtuale nell’antichità

Baia sommersa riemerge e prende vita. I resti custoditi sul fondo delle acque dei Campi Flegrei oggi ci parlano e si mostrano con lo spendore delle origini. Tutto questo è reso possibile dall’ultimo progetto presentato dall’Associazione BAIAExperience che fornisce un tour virtuale e totalmente immersivo. Ci si immerge nella simulazione e si finisce letteralmente sott’acqua a passeggiare tra i resti degli ambienti termali romani in corrispondenza di Punta Epitaffio. Il visore di ultima generazione permette di vivere completamente questo viaggio e dai resti coperti di sabbia cominciano a risorgere le antiche mura e via via le stanze, i marmi, l’oggettistica, fino a ritrovarsi in un viaggio nel tempo nell’antica Roma. Il ritrovamento dell’area riprodotta si deve alle ricerche archeologiche portate avanti dal 1984 dagli archeologi subacquei Nicolai Lombardo, Eduardo Scognamiglio e Gennaro di Fraia. Dai primi passi (anzi, primi tuffi) in questo sito archeologico ad oggi, la tecnologia è nata, cresciuta e divenuta in grado di dare il proprio contributo alla scoperta. Ecco quindi verificarsi l’epifanico incontro tra l’archeologo Nicolai Lombardo e l’esperto in programmazione ed informatica Lello Di Francia. Prende piede l’idea di una riproduzione del sito sommerso unendo le loro competenze ed oggi questo sogno vede la sua realizzazione nel tour virtuale BAIAExperience. Con BAIAExperience si viaggia a ritroso nel tempo L’immersione virtuale dura 25 minuti durante i quali si passeggia tra i diversi ambienti termali guidati dalla voce che introduce e spiega le varie ricostruzioni. Nulla è infatti stato lasciato troppo all’immaginazione nel rispetto del rigore scientifico che muove l’intero progetto. Le riproduzioni degli accessori sono garantite dalle comparazioni con gli utensili rinvenuti negli importanti scavi di Pompei ed Ercolano, la spartizione degli ambienti e altri dettagli si sono ricavati confrontando i ritrovamenti con il grande sito archeologico di Ostia, infine i colori degli stupendi marmi riprodotti sono in realtà una certezza. Tra i granelli di sabbia del fondale marino sono stati trovati anche frammenti di diverse tipologie marmoree dalle variopinte tonalità. E laddove non vi è possibile procedere con deduzioni scientifiche o scoperte, si rispetta il mistero ancora da risolvere e non ci si forza ad azzardate supposizioni. Il riferimento va in particolare ad un’area del sito di Baia non ancora ben identificata. Si sa che è un unicum nel suo genere per la pianta esagonale e le nicchie disposte in diagonale, ma non si sa a quale scopo fosse destinata la realizzazione di tale spazio. Il tour fa brillare gli occhi a chiunque provi questa esperienza unica e appassiona gli esperti nel campo quanto lo spettatore comune, che per la prima volta riesce a vedere con i propri occhi una realtà spesso solo narrata dai libri. Il progetto è stato promosso e garantito dal Sindaco di Bacoli Josi Gerardo Dela Ragione, al fine di valorizzare e promuovere le bellezze custodite dal suo territorio. Difatti si tratta di un primato per i Campi Flegrei e un’innovazione nel campo del turismo, rendendo accessibile l’esperienza anche a chi non può praticare immersioni. Anzi, per i sub un’ulteriore tappa […]

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Iliade – la Guerra di Troia, in scena al Castello Lancellotti

 Iliade – la Guerra di Troia: un classico in chiave moderna in scena al Castello Lancellotti  Le porte del Castello Lancellotti si aprono in una ventilata sera di fine luglio, per prestare le proprie mura a quelle più famose della storia: “Iliade – la Guerra di Troia” è il titolo dello spettacolo andato in scena sabato 25 luglio, con drammaturgia di Franco Nappi e Daniele Acerra, regia di Franco Nappi e con Chiara Vitiello, Franco Nappi, Daniele Acerra, Marco Serra e Andrea Cioffi. Un numero esiguo di attori (al fine di rispettare le norme relative all’emergenza sanitaria ancora in atto) reinterpreta il poema omerico in chiave modernizzante, tenendo sempre sotto braccio la falsariga antica: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille, l’ira funesta“, i celebri versi dell’Iliade riecheggiano all’inizio e al termine dello spettacolo, ma poi il ceco narratore prende la parola e parla a noi, uomini del ventunesimo secolo, con parole attuali delle gesta lontane, radici da cui si innalza e si dirama tutta la poetica occidentale. Lo spettacolo è stato realizzato grazie alla collaborazione de Il Demiurgo con le associazioni Pro Lauro, Pro Loco e Feir. Iliade: la Guerra di Troia Attraverso la voce del ceco narratore i versi del poema prendono forma. In scena anche i due protagonisti e artefici del mitico scontro: Paride, figlio di Priamo nonché principe di Troia, e Menelao, re di Sparta, legittimo consorte di Elena, il pomo della discordia. Il volere divino ha stabilito che Paride, il principe valente, decidesse chi fosse la più bella tra le dee; lui sceglie però Elena e, innamoratosi di lei, la rapisce. Paride e Menelao dividono la scena e si alternano in un monologo che insieme benedice e maledice la donna amata da entrambi, strappata dall’uno all’altro. Elena è solo evocata ma presente nel drappo rosso che i due stringono: Paride con languido amore, Menelao con fame di vendetta. Un’altra donna funge, però, da bagliore che illumina la narrazione: rosse le sue vesti, morbide le ciocche, stringe al petto un fagotto nero, suo figlio. Una melodia anticipa i suoi passi; la sua ninna nanna è malinconica perché i suoi versi evocano un passato lontano, eroico ma tragico. La donna è Andromaca, moglie del valoroso Ettore, figlio di Priamo e fratello di Paride nonché capo dell’esercito troiano. La ninna nanna è la rievocazione di ciò che è accaduto, il ricordo del valore dei troiani e soprattutto di suo padre Ettore. Di lì innanzi, i protagonisti si alternano in scena come spettri di un passato già scritto dal fato. Nonostante questo però, come lo stesso narratore ricorda, questa è una storia di carne e sangue e quindi anche di cuori che battono, di sentimenti, di valori. Gli scontri, le alleanze e i patti rievocati seguono tutti le passioni degli uomini più che degli eroi: la decisione di scendere in guerra di Menelao e Agamennone, suo fratello e re di Micene, risponde all’esigenza di vendicarsi del torto subito ma soprattutto a quella di assediare e radere al suolo Troia; a […]

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Napoli e Dintorni

Taddrarite di Luana Rondinelli al Napoli Teatro Festival

“Taddrarite” di Luana Rondinelli, spettacolo vincitore del Premio Afrodite, è andato in scena al Napoli Teatro Festival 2020 il 7 luglio. Magistralmente scritto e diretto da Luana Rondinelli “Taddrarite” (Pipistelli) racconta di tre sorelle siciliane: Maria (Giovanna Mangiù), Rosa (Silvia Bello) e Franca (Luana Rondinelli) che, come da antica tradizione e vestite di nero, rendono omaggio al defunto marito di Maria (la più giovane delle tre) nell’ultima notte prima della sepoltura. Davanti alla bara del marito di Maria le tre sorelle trasformano il classico momento di veglia e preghiera in una occasione per confessare quanto la loro vita coniugale sia stata difficile e dura. Maria, Rosa e Franca hanno infatti sposato uomini violenti e lavativi e sono diventate madri di tre belle bambine e per amore delle figlie hanno taciuto all’esterno sulle percosse fisiche e sulla violenze psicologiche subite. Le tre sorelle sono diverse tra loro, ma oggi si ritrovano unite dal desiderio di lasciarsi alle spalle un passato di dolore e violenza. Le tre protagoniste trovano il coraggio di parlare, attraverso l’ironia, una sorta di “umorismo nero”. Maria, la più giovane, sogna una vita diversa, Franca ha avuto la forza di divorziare e si è risposata desiderando la bella vita, Rosa è invece la più riflessiva e posata. Sul palco le tre donne raccontano quindi, tra una preghiera ed un occhio al vicinato, le loro esperienze e la loro solitudine. L’amore le ha solo illuse, hanno avuto sofferenza, sottomissione e la gioia di tre figlie femmine, mentre dai loro uomini solo delusione, percosse e pochezza di sentimenti. Loro, però, non si sono rassegnate e la notte della veglia funebre è l’occasione per ricominciare una nuova vita, come donne e madri. Passata la lunga notte l’anima del defunto, secondo tradizione, ha finalmente lasciato la casa e adesso le tre sorelle non dovranno più nascondersi avendo ritrovato la voglia di reagire e combattere. L’anima di Carmelo, il marito di Rosa, è già andata via, adesso bisogna sbarrare porte e finestre per evitare che possa tornargli in mente di rientrare. Luana Rondinelli: una storia di riscatto nel profondo Sud La pièce, in circa 50 minuti, ci parla di una Sicilia divisa e combattuta tra tradizione e modernità dove la donna siciliana, cuore della famiglia, spesso diventa luogo e persona dove far confluire tutte le problematiche, le frustrazioni del marito. La regia di Luana Rondinelli è semplice, scorrevole ed essenziale, l’interpretazione delle tre protagoniste è asciutta e vera, regalando al pubblico intensità ed emozioni, grazie anche alla passionalità e la musicalità del dialetto siciliano, raffigurando – in modo crudo, reale e con l’ironia sicula – la problematica della violenza sulle donne nell’universo siciliano attuale. Lo spettacolo non ha cedimenti ed anzi mantiene un crescente ritmo, coinvolgendo il pubblico che, alla fine, tributa calorosi applausi alle tre protagoniste. Una drammaturgia, un testo, quello di Luana Rondinelli, che restituisce la luce, la verità a tre donne, che oscura e sconfigge il silenzio e l’omertà e che – attraverso l’arma della leggerezza e dell’ironia – ridicolizza […]

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Attualità

L’estate perduta e l’incontro con Pavese a Capodimonte

L’estate perduta e l’incontro con Pavese alla Reggia di Capodimonte Il Napoli Teatro Festival ha presentato il 16 luglio in prima assoluta, presso il Cortile della Reggia di Capodimonte, con ben tre repliche durante la serata L’estate perduta – ballata per Cesare Pavese, uno spettacolo con Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Forni, Roberto Aldorasi, dedicato alla figura dello scrittore Cesare Pavese. Quattro interpreti si presentano sul palco. Quattro voci e due strumenti. Leggono, cantano, si fanno il verso, si completano le frasi. Tutti, però, costituiscono un uno. Un solo, ed è Cesare, che si presenta nelle sue sfaccettature, con la voce interiore della sua anima, del suo prima e del suo dopo, e con il peso di una storia, quella della sua vita, sfregiata da profonde ferite. Così, parla con sé stesso, con quello che era e con noi. Ma sempre nudo, come fosse da solo. Formula quasi un flusso di coscienza, mai arrestato, mai completamente inibito, scandito solo dalle melodie delle chitarre. Nella cornice magica della Reggia di Capodimonte, le luci fioche e le voci emozionanti di questi quattro interpreti trasformano lo spettacolo in una ninna nanna, che ti culla e ti trasporta, ma improvvisamente ti colpisce e ti rivolta. Perché la vita di Cesare, come quella di ognuno, sembra sempre tendere agli eccessi. Così ci lancia in faccia uno spaventoso e meraviglioso dualismo, costante in ogni espressione. Il dualismo campagna-città e L’estate perduta Fin da subito si presenta il tema della contrapposizione campagna-città, che sorregge inevitabilmente quello di fanciullezza-maturità. Cesare afferma che la vita vera, per quanto aspra e contradditoria, l’ha trovata in città; che la crescita, la maturazione sono il prodotto di quel contatto con la città. Forse perché è più semplice camminare sulla strada che non ci appartiene, forse perché è giusto che certe cose, pure, vere e lontane, siano lasciate dove sono, senza toccarle. Ma il prezzo da pagare resta caro e Cesare pare sentire a pieno il peso di ciò che perde: l’estate. Quella che, negli anni in campagna, sembrava un tempo infinito e unico, pervaso da una noia che era serenità, che trasformava il vento in vuoto e il vuoto in musica, è andata perduta. Ora, in città, il vento si è trasformato in carne, in donna. Il sesso, l’America e la solitudine Ed anche l’amore, il desiderio di condivisione, addirittura il sesso finiscono per essere scissi, da donne spregiudicate, indipendenti, approfittatrici, che lo dominano e lo rivoltano a loro piacimento. Ma anche in questo caso, lui le subisce, perché, rapito, riconosce in loro, come nel sesso, la più profonda antitesi dell’esistenza: vita e morte. Questa stessa contrapposizione è incarnata perfettamente nell’Italia del secondo dopoguerra e nel mito dell’America liberale e spregiudicata, quella che Cesare cercava in Hemingway, Lowell e la Stein, ma che non incontrerà mai realmente, se non nei suoi libri. Particolarmente coinvolgente è la rilettura e la reinterpretazione della Genesi, in una forma caricaturale in cui Adamo ed Eva dibattono sul peso della solitudine che diviene il motivo scatenante del […]

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Musica

Musica

Sigur Rós: uomini, natura, poesia

Sigur Rós e l’Islanda. Secondo un recente sondaggio dell’Università di Reykjavík, l’80% della popolazione islandese crede alla presenza di esseri e spiriti sovrannaturali quali fate ed elfi. Se la costruzione di un edificio si prolunga più del previsto, per l’islandese medio non c’è alcuna domanda da porsi: sicuramente si sta importunando la dimora di qualche elfo e, di conseguenza, si provvede rapidamente a spostare la zona dei lavori. La magia è dunque parte integrante della vita nella “Terra del Ghiaccio”, traduzione letteraria di Ísland, termine con cui gli islandesi chiamano la propria terra. È dai tempi di Ingólfur Arnarson, primo colonizzatore normanno dell’isola, che nell’immaginario collettivo l’Islanda rappresenta una terra lontana e inaccessibile, dove sono più numerosi i vulcani e i geyser piuttosto che gli insediamenti umani. Non è un caso che Giacomo Leopardi nelle sue Operette Morali abbia scelto un islandese come simbolo dell’uomo esistenzialista che rimane solo di fronte agli orrori della Natura. “Sono un povero Islandese, che va fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa”. Jón Þór Birgisson probabilmente avrà pronunciato queste parole presentandosi a Björk, la più celebre artista islandese nel mondo, quando nel dicembre del 1994 aveva tra le mani Fljúgðu, la copia del primo singolo dei Sigur Rós. Ai più noto come Jónsi, il frontman, chitarrista e cantante del gruppo, allora formato anche dal batterista Ágúst Ævar Gunnarsson e dal bassista Georg Hólm, diede così alle stampe la prima canzone del gruppo, che in islandese significa “volare”. Fljúgðu, pur essendo rudimentale in taluni suoi tecnicismi, rivela quelle che sono le caratteristiche principali della musica dei Sigur Rós e in particolare la fascinazione dei tre giovani musicisti per determinate atmosfere psichedeliche e spaziali tipiche del canzoniere progressive rock degli anni ’70. I Sigur Rós e il linguaggio della Speranza La crescita graduale del gruppo continua tre anni dopo con la pubblicazione del loro primo album, Von, dal titolo emblematico (letteralmente vuol dire “speranza”). Troviamo infatti per la prima volta i timidi solfeggi di Jónsi abbinati a melodie sospese e caratterizzate da quello che diventerà il loro marchio di fabbrica: l’utilizzo dell’hopelandic, o vonlenska, un linguaggio inventato privo di messaggi, che Jónsi è solito utilizzare reputando la voce come uno strumento musicale. Inoltre, per suonare la chitarra, Jónsi utilizza un archetto di violoncello, consuetudine nata quando Àgúst ne ricevette uno per il suo compleanno e Georg provò a usarlo per il suo basso; poiché il suono era pessimo, Jónsi lo provò sulla sua chitarra, il che diede risultati migliori. Von ottenne uno scarso successo di pubblico, ma ha il merito di far circolare il nome dei Sigur Rós al di fuori dell’Islanda, permettendo al gruppo di pubblicare, nel 1999, il loro secondo album nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Ágætis Byrjun ha un titolo casuale ma anche in questo caso fortemente simbolico: letteralmente significa “buon inizio”. Ed è proprio una nuova partenza quella dei Sigur Rós, intrapresa sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi dell’Islanda […]

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Musica

Black Flowers Cafe. Viaggio tra le sonorità di Flow

Flow è l’ultima fatica musicale dei Black Flowers Cafe, un viaggio all’interno di armonie musicali eteree e differenti tra di loro. I Black Flowers Cafe sono un progetto nato a Cosenza dall’unione di Angelo, Antonio, Fernando e Gaetano, quattro amici che dieci anni fa decisero di creare un’esperienza musicale che nel 2011 e nel 2012 confluisce negli EP Rising Rain e Falling Ashes, giungendo alla pubblicazione del loro album omonimo nello stesso 2012. Il successo all’estero per questa band calabrese non tarda ad arrivare, con siti e blog musicali che ne elogiano entusiasti il sound. Il capitolo successivo dei Black Flowers Cafe ricopre un arco di anni che vanno dal 2015 al 2018, dove registrano i singoli Be/polar, Mintaka II e Never Trust Me, che confluiscono nell’EP Islands. Si giunge poi al 2020 con la pubblicazione del loro ultimo lavoro sotto l’etichetta La lumaca Dischi: Flow, un viaggio sonoro negli emisferi variegati della musica. Flow, l’ultimo album dei Black Flowers Cafe Flow è un album che rappresenta il culmine delle sonorità testate dai Black Flowers Cafe. Un’esperienza musicale che attira, come una calamita, undici brani differenti per tono e per stile concepiti per essere inseriti all’interno di una struttura armonica che cattura l’ascoltare sin dalla prima nota. Fin dalla breve Intro che apre l’album capiamo di trovarci davanti al flusso (flux), di un fiume da cui bisogna lasciarsi trasportare. I Black Flowers Cafe cullano le nostre orecchie con brani molto differenti tra di loro. Alcuni riconducono ad atmosfere eteree e paradisiache come January, Up the River, Kinshasha e Caribe (questi ultimi due, in particolare, sono arricchiti da elementi della musica africana uniti a un ritmo pop rock), altri invece strizzano l’occhio al rock più indie come Cocktail Party e Who, brani frizzanti e dall’andamento veloce che si oppongono ad altri più riflessivi come Never trust me e Stage one, in un saliscendi continuo tra tonalità liete e tonalità cupe, che riescono a convivere in armonia. Anche i testi delle canzoni rispondono a questa varietà, con tematiche che vanno dall’introspezione psicologica alla letteratura, di cui vengono nascoste citazioni tra un verso e l’altro che l’ascoltatore scopre a ogni riascolto. Un viaggio tra gli umori della musica Con Flow i Black Flowers Cafe proseguono il loro lavoro fatto di sperimentazioni e contaminazioni tra generi diversi, regalandoci un album davvero singolare. Un percorso fatto di salite e ricadute lungo gli emisferi della musica, dove all’ascoltatore viene precluso il lusso di poter scegliere liberamente da quale brano iniziare. Quello che dobbiamo fare è soltanto immergerci in questo “flusso continuo” e lasciarci trasportare dalla sua corrente sonora. Magari in giornate estive come queste, dove il tempo è un’entità sospesa che trasforma i giorni in un flusso lento e indistinto. Fonte copertina: Ufficio stampa  

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Musica

Lobina: l’esordio discografico con Clorofilla | Intervista

Lobina è una cantautrice genovese che con Clorofilla , il suo EP uscito il 12 giugno, compie il primo passo discografico e mostra la sua musica nel mercato italiano, facendosi spazio tra le tante uscite settimanali con la sua arma più preziosa: la sincerità. Cinque tracce con cinque titoli monoparola, essenziali e descrittivi collegati da una condizione di caduta e rincorsa, che sottolinea un processo di rigenerazione, una risalita verso la luce, verso l’energia motore della vita. La voce di Lobina è pulita, le melodie si intrecciano con elementi elettronici di tendenza, diventati parte integrante della nuova musica cantautoriale; la proposta musicale arriva senza mezzi termini, senza pretese, semplice e minimale.Il suono è definito dal produttore Simone Carbone e riflette lo stato d’animo di dover fare i conti con la volontà di scoprirsi sempre nuovi, sempre diversi, sempre pronti a respirare aria pulita. Clorofilla è un titolo evocativo, così come lo sono il timbro di Lobina e l’arrangiamento dei brani. Evocativo è l’aggettivo che descrive una musica nata dal pensiero, pubblicata per pensare, per creare un legame tra ascoltatore e artista, per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Clorofila , intervista a Lobina Partiamo dal titolo: Clorofilla . La clorofilla è vitale per la fotosintesi, poiché permette alle piante di ottenere energia dalla luce. Perché hai scelto questo titolo per il tuo primo EP? E nell’ambito musicale qual è la tua clorofilla? Il titolo viene dalla necessità di assorbire la luce, che per me significa circondarmi di energia positiva per tornare a respirare e rinascere. La mia clorofilla musicale è quell’esatto momento in cui istintivamente inizia un buttar giù un testo o una melodia e tutto ciò che ho bisogno di esprimere diventa canzone. In Precipitare, prima traccia dell’EP, dici «non resterò a guardarmi precipitare», un invito a ribellarsi, rialzandosi prima dello schianto. Qual è la caratteristica della tua musica, in grado di non farla “precipitare” nel mucchio di ascolti che poi cadono nel dimenticatoio? Di base la mia voglia di lontano di ascoltare la mia musica equivale a voler trasferire, a voler comunicare qualcosa che faccia stare bene, che faccia vedere o che regali comunque un’emozione. La caratteristica della mia musica sicuramente è la sincerità e la necessità di entrare in empatia con le persone, chiaramente c’è un poi lavoro di arrangiamento, la scelta degli strumenti e di altri dettagli, ma deve sempre essere in linea con quello che sento. Qual è la canzone a cui sei più legata di questo EP? Da quale esigenza nasce e cosa racconta? Non ce n’è una a cui sono più legati, ma posso dirti che quella che mi sembra di più è Caos. Sono messo a nudo completamente, ho mostrato le mie fragilità senza vergogna, la amo molto. In Leggera canti insieme a Marcelo ECE, come si è sviluppata questa collaborazione? Quando è nata Leggera io sentivo già una voce maschile. Non così come spiegato, ma mentre cantavo e provavo immaginavo proprio un timbro specifico e quello di Marcello lo trovavo perfetto per […]

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Teatro

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Misura per misura, la banalità del male e dell’amore

Recensione dello spettacolo Misura per misura, regia di Diego Maht, pièce di debutto dell’edizione 2020 della rassegna Classico Contemporaneo «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Così Italo Calvino in uno dei suoi saggi più famosi asserisce in merito all’importanza e al valore dei classici nella letteratura e nella vita emotiva e civile di ogni lettore. Discorso analogo, naturalmente, lo si può applicare per alcuni testi teatrali che, nonostante lo scandire implacabile del tempo, rimangono fonte vivida e profonda di spunti, riflessioni e dilemmi. E così, l’idea di riportarli – con adeguati e talvolta necessari adattamenti – sulla scena è un’operazione quantomai utile e necessaria, soprattutto nella sterilità culturale ed intellettuale del post lockdown. Per fortuna, allora, esistono rassegne come quella organizzata dal Teatro TRAM, che, con il suo “Classico Contemporaneo”, anche quest’anno, si prefigge l’arduo compito di distrarre dalla calura estiva i napoletani intrattenendoli a suon di spettacoli, concerti e momenti di confronto. Ieri, 9 agosto, si è tenuto il suo spettacolo di debutto, l’adattamento del giovane regista Diego Maht, Misura per misura, una delle meno conosciute problem plays di Shakespeare. Misura per misura, «lo Stato sono io» Nella splendida cornice del cortile di San Domenico Maggiore, una voce irrompe sulla scena. È il Duca (Marcello Gravina) che, stanco dal suo ruolo, decide di affidarlo momentaneamente ad Angelo (Giuseppe Di Gennaro), uomo incredibilmente ligio alla dottrina politica. In questo semplice quanto celere passaggio di consegne si innesta il gomitolo di criticità etiche, morali e legislative che andrà ad accalappiare tutto lo svolgersi delle vicende. Il nuovo sovrano, infatti, applicherà alla lettera, senza alcuna remora, le leggi lasciategli in dote, anche quelle più severe, potenzialmente ingiuste. E ai fischi del popolo risponderà con un semplice, quanto efficace, «lo Stato sono io, lo faccio per il vostro bene». Il suo atteggiamento, tecnicamente inappuntabile e irreprensibile, sarà però minato dal subinaneo amore per Isabella (Germana Di Marino) che, pur di salvare il fratello Claudio (Vincenzo Coppola), condannato a morte per un cavillo mai utilizzato prima, si renderà persino disponibile a giacere con lui. Al di là del dualismo servo-padrone e del ruolo emblematico che il fidato Lucio ha nell’economia del testo (o meglio, nella sua riscrittura), è interessante osservare come il male e l’amore abbiano, in uno strano sliding doors concettuale, le stesse sfumature arendtiane di banalità in quest’opera. Il male non è altro che la perpetuazione pedissequa di dettami imposti dalla giurisprudenza, dalle regole, necessari gioghi in cui racchiudere il viver civile mentre l’amore un empatico cedere agli istinti primordiali, potenzialmente in grado di riscrivere anche le più malvagie dittature. Dov’è quindi il problema? Nelle leggi e nella loro stesura, nella loro più o meno stringente applicazione, nei sentimenti che possono portare a pericolose quanto ovvie eccezioni, o nel concetto stesso di morale? Tante domande, e come spesso accade con i testi del drammaturgo inglese, neanche l’ombra di una risposta. Misura per misura, buona la prima per Diego Maht! Quel che è certo […]

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Teatro

Caligola, analisi di una lucida follia al NTFI

La scena rimane vuota per alcuni secondi. Caligola entra furtivamente dal lato sinistro. Sembra smarrito, va verso lo specchio e si ferma non appena vede la propria immagine.  Roma, I secolo d. C. Un uomo è fuori di sé per la morte di Drusilla. Sua sorella, la sua amante. Quell’uomo è il figlio di Germanico, il terzo imperatore romano. Quell’uomo è Caligola.  Protagonista di uno dei testi più affascinanti di Albert Camus, scritto a più riprese, in un periodo in cui l’Europa veniva risucchiata nella voragine dei totalitarismi, Caligola non porta in scena una tragedia storica, ma esistenziale. Un’opera teatrale di estrema tensione, in cui si intrecciano il delirio del potere e l’utopia della verità. L’involucro vuoto di un imperatore e quel che resta di un uomo alla disperata ricerca di un senso del vivere.  Per la ripartenza del teatro, dopo mesi di tavole vuote e sipari calati, Vinicio Marchioni si mette in gioco con un testo estremamente attuale che offre una riflessione sull’assurdo della vita, che indaga la solitudine e il delirio di uomo, un imperatore, che i manuali di storia ci hanno consegnato come un pazzo, terribile e crudele. In una scenografia scarna, circondata da specchi di pirandelliana memoria, che costringono il protagonista a un confronto con se stesso, ipnotizzanti le coreografie di Milena Mancini, che rende quasi tangibile, con l’eleganza dei suoi movimenti, il pathos dei crimini del sanguinario Caligola. Un viaggio nei meccanismi del potere, ma prima ancora un viaggio nella lucida follia di chi, in balìa della lotta insanabile tra ragione e sentimento, schiavitù e libertà, riconosce tragicamente che questo mondo in sé non basta alla inappagabile felicità, mera utopia di ogni animo umano. «Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.»   L’anarchia di Caligola appartiene all’arte e alla poesia, la sua follia si rivela essere sempre più lucida razionalità, la disperazione disvela agli occhi del Cesare il carattere effimero di quell’esistenza in cui niente dura, neppure il dolore, in cui si smarrisce persino il senso della libertà: «non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perchè tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.»  La morte di Drusilla è per Caligola la rivelazione dell’assurdità della condizione umana, l’uscita dalla caverna platonica. La sua crudeltà un modo per imitare il destino, la sua morte l’apoteosi di tutte le sue azioni e il suo modo di rifiutare quell’assurdo inaccettabile e di iniziare ad essere, forse, veramente vivo.  NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA  DI ALBERT CAMUS LETTURA DRAMMATIZZATA DIRETTA E INTERPRETATA DA VINICIO MARCHIONI IDEAZIONE SCENICA, COSTUMI E PERFORMER MILENA MANCINI CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA  26 LUGLIO ORE 21:30   Immagine in evidenza: Napoli Teatro Festival Italia

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Teatro

Filippo Giardina presenta Formiche a Napoli

Filippo Giardina si esibisce nel Chiostro di San Domenico Maggiore a Napoli il 28 luglio. Filippo Giardina si scatena ancora, e stavolta il palco è quello allestito nel Chiostro di San Domenico Maggiore, il 28 luglio. Disinibito, irrispettoso, scorretto, ma ha anche dei difetti. Presentato da The Comedy Club, agenzia partenopea di management, produzione e comunicazione specializzata nella satira e stand up comedy, e da Stand up Comedy Napoli, Formiche si rivela essere una boccata d’aria fresca in un stanza calda di ansie e preoccupazioni. Chi conosce il movimento di stand up comedy italiano, non può non conoscere Filippo Giardina, e chi invece è estraneo a tale circolo, non può che iniziare proprio dal comico romano. Punto di riferimento per l’intera comunità di Comedians in Italia, fondatore del collettivo Satiriasi nel 2009, vanta partecipazioni tv al cast di “Stand Up Comedy” su Comedy Central IT, “Sbandati” su Rai2 e “Nemico Pubblico” su Rai3. Ben nove gli spettacoli (più e più volte portati in scena), alcuni disponibili al pubblico anche sul suo canale youtube (ecco qui il precedente spettacolo, Lo Ha Già Detto Gesù, forse uno dei lavori migliori dell’artista) Ed è proprio il palcoscenico l’habitat naturale di Filippo Giardina, e lo si è visto (ancora una volta) a Napoli il 28 luglio. E diciamolo, iniziare davanti ad una Chiesa, è già il miglior assist che si possa fare a qualcuno che fa satira. La serata in compagnia di Giardina e delle sue “Formiche” Dopo un’ottima apertura di Vincenzo Comunale, giovane talento partenopeo, ecco arrivare il protagonista della serata. Nel suo Formiche, Giardina veste i panni di una gigantesca gru, pronta a demolire qualsiasi convinzione e certezza dell’uomo medio. Spettacolo completo, nel senso che il comico romano non risparmia proprio nessuno. Tante sono infatti le tematiche che riesce a legare al filo del suo microfono. Si parte dall’analisi irriverente e dissacrante delle singole minoranze, allo sbeffeggiare la banalità di certe maggioranze, a grandi (e alquanto improbabili) rivoluzioni sociali. Ma non staremo parlando di Filippo Giardina se non facessimo almeno menzione alle sue grandi abilità di provocatore. E allora ecco il “revisionismo storico Giardiniano”, e le sue personalissime ma convincenti (a modo loro) visioni di De Andrè, Andreotti, Ilaria Cucchi e molti altri. Bene impostato, coinvolgente (il rapporto e il dialogo con il pubblico è ormai caratteristica nota) ma soprattutto: stimolante. La personalissima morale di Giardina, non solo invita alla riflessione, seppur utilizzando lo strumento dell’assurdo, ma presenta una particolare caratteristica: non può lasciare indifferenti. Quasi due ore di esilaranti paradossi, eccentriche teorie e pungenti osservazioni. La satira quindi, ma più in generale lo spettacolo dal vivo, persiste e resiste, anche con le situazioni oggettivamente complesse che hanno segnato questo 2020, che consentono un plauso in più non solo all’artista, ma a tutta la grande macchina organizzativa che vi è dietro questo, e altri spettacoli (pensiamo a quello tenuto il 21 luglio al Lanificio 25) In conclusione, segnaliamo le future date estive di Formiche: 29/07 Taranto- Jentu Beach 30/07 Bari- Malto’s Beer […]

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Teatro

Lanificio 25: live del trio comico Ravenna, Tinti e Rapone

Luca Ravenna, Daniele Tinti e Stefano Rapone il 21 luglio al Lanificio 25. La stand up comedy non si ferma, nonostante le norme anti-covid e l’estate più strana da tanti anni a questa parte. Questo è il titolo che potrebbe giungere, senza particolari difficoltà, dalla serata di martedì 21 luglio, in cui il comico Luca Ravenna torna a Napoli, a distanza di mesi dal suo ultimo spettacolo. Milanese, ma romano d’adozione, lo stand up comedian è ormai un habitué del capoluogo partenopeo e dei suoi locali notturni, sempre più propensi a promuovere un genere che in Italia sta trovando una crescente diffusione. Accompagnato  stavolta da una coppia d’eccezione, Daniele Tinti e Stefano Rapone, colleghi ma prima di tutto amici accomunati dalla medesima passione e talento. La splendida cornice del Lanificio 25 ha ospitato lo spettacolo di Ravenna, Tinti e Rapone nell’ambito delle iniziative promosse dall’innovativa agenzia di promozione “The Comedy Club”. Un progetto che negli ultimi anni ha promosso in maniera sempre più vigorosa il genere della Stand Up Comedy a Napoli, ospitando i maggiori esponenti ed interpreti di questa comicità di origine anglosassone. Tra i prossimi appuntamenti di stand up comedy a Napoli,  da non perdere Venia Lalli, il 9 agosto ancora allo storico Lanificio 25, e Filippo Giardina, il 28 luglio nel cortile di San Domenico Maggiore. Luca Ravenna è tra i maggiori comici italiani della scena. Una satira dissacrante, la sua, che trae linfa vitale dalla vita quotidiana e che non presenta alcun tipo di filtro o di censura. Il comico milanese ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it, collaborando successivamente con il collettivo The Pills. È stato poi componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio ed autore di podcast molto seguiti sulle varie piattaforme di ascolto, in particolare il varietà calcistico Tintoria ISS PRO 98, in collaborazione proprio con Daniele Tinti. Un curriculum corposo nell’ambito del mondo umoristico che farebbe invidia a molti. Come da tradizione, Ravenna, Tinti e Rapone hanno portato sul palco del Lanificio 25 il loro vissuto: quelle emozioni, incertezze e paure che viviamo tutti i giorni che il talento e la genialità di autori così brillanti permettono di trasformare in uno spettacolo esilarante. L’età adulta, il razzismo all’italiana, scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura di mettersi a nudo. Una vita sentimentale disastrosa e lo splendido appuntamento con una delle grandi protagoniste della Seconda Guerra Mondiale. E poi la famiglia e il rapporto con la droga, tema da cui sono stati tratti spezzoni già seguitissimi su Internet; la scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo; l rapporto della madre con il tema della droga; la vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici; la paura delle emozioni; un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il trio si conferma così un talento satirico unico nel panorama […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Libertà ai tempi del Coronavirus

Fino a poco fa le tracce di scritti assegnati da professori, da commissioni di concorsi di scrittura, da redazioni di giornale, erano sempre incentrate sull’argomento di divieto e necessità di libertà, concetto estraneo, rivolto a livello globale, specie verso quegli stati totalitari e dittatoriali, ma a noi pur sempre sconosciuto poiché, come popolo italiano, non ci è mai stata negata una cosa così quotidiana, così sottintesa ai giorni nostri come la libertà. La Cina, originario focolare di questo noto Covid-19, ad esempio, è già da centinaia di anni arginata dai propri limiti di libertà. Motivo per cui è da sempre uno dei paesi con più alto tasso di prigionieri di coscienza, di semplici persone imprigionate da pregiudizi in base a proprie distintive caratteristiche come la religione, l’orientamento sessuale o il credo politico, il tutto senza aver minimamente utilizzato o invocato l’uso di violenza. La Repubblica Popolare Cinese è, appunto, un paese socialista di dittatura democratica popolare instaurato sul continuo sistema di sottostime di dati, complottismi, destituzioni politiche e censure mediatiche. La Cina ha rivelato sì la sua grande forza nel reagire di fronte a questa enorme emergenza sanitaria, ma anche il proprio gap democratico, una delle sue lacune che si porta dietro da tempo proprio a causa di tutta questa misteriosità nei propri atti di politica e non solo. Ma se oggi le cose non cambiano in un modo o nell’altro è perché quello che viene celebrato come un insuperabile modello di sviluppo e di crescita come la Cina non è altro che un regime, uguale in tutto e per tutto a quello del secolo scorso e di quelli ancora più precedenti. Eppure oggi mi ritrovo a scrivere un tema del genere, basato praticamente sul limite di libertà in Italia ai giorni dell’oramai più conosciuto di una celebrità, coronavirus. Ma cos’è veramente la libertà? Cosa ci sta venendo privato durante questo periodo di “detenzione”? Perché noi abitanti di un mondo occidentale siamo solitamente reputati privilegiati? Da cosa siamo liberi in una situazione di pura normalità? Liberi probabilmente da paure, da pericoli, dalla repressione di dissenso e di espressione. Liberi di scegliere la propria carriera professionale, di vivere ovunque si vuole, di vestirsi come si pare, di sposare chi si veramente desidera. Liberi di comprendere se stessi, la propria persona, la propria identità assieme a tutte le sue originarie radici ed etichette attribuitegli dalla società. Dunque la libertà non è nient’altro che un concetto prettamente relativo, poiché viene sensibilmente limitata dalle nostre risorse materiali ma non solo, anche da quelle intellettuali, e soprattutto da tutte le disinformazioni sul mondo e su noi stessi. Tuttavia al giorno d’oggi, in tempi di coronavirus, siamo ancora “liberi”: siamo ancora dotati della presenza ventiquattr’ore su ventiquattro e sette giorni su sette di un cervello con cui riflettere. Siamo soltanto privi di una libertà materiale dal momento che ci è vietato di uscire, a partire dalla piccola visita ai nonni alle uscite nel week-end con gli amici, insomma siamo semplicemente spogli di una sottoforma di libertà. Al contrario di noi, un qualcosa di […]

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Diario di una quarantena: Il silenzio come “arma” di riflessione

Il silenzio come arma di riflessione Il silenzio è un qualcosa di immateriale che spesso attrae e spesso spaventa, un po’ come questi giorni di quarantena. Sempre più spesso si sente parlare di “reclusione in casa”, termine con cui forzatamente si indica un qualcosa che in realtà tutti preferiscono quando si è in piena attività. C’è chi desidera stare comodamente seduto sul divano in tempi “normali” e non può perché deve lavorare, chi trascorrere più tempo con i propri cari e non può perché magari la professione svolta costringe a spostarsi frequentemente. Una serie di contraddizioni che ora, in tempi di Codiv-19, spaventano proprio come il silenzio che avvolge alcune aree dell’Italia. Ischia, ad esempio, piccola ed incontaminata isola del Golfo di Napoli caratterizzata da tante identità: culturale, artistica, storica, archeologica, folkloristica, enogastronomica, letteraria e tante altre ancora; è un’isola tranquilla, avvolta ultimamente da un forte silenzio, quasi assordante, che caratterizza la quotidianità delle persone che con semplicità la popolano. Ogni tanto il vicino di casa (perché sul territorio le abitazioni, talvolta rurali e dall’architettura antica, di tufo, sono tutte disposte una accanto all’altra) si affaccia e sussurra: «che silenzio, che pace, non si sente un’anima viva». Qualche altro invece, turbato da un silenzio che sembra rompere gli schemi, quasi prepotentemente, afferma: «C’è troppo silenzio, impazziremo tutti». Così come nella vita reale, nella quotidianità differente di ogni località, anche in una piccola realtà, semplice e ricca di tradizione, il silenzio, nella propria immaterialità, spaventa. Inteso come presenza nefasta per alcuni e come tempo di riflessione per altri. Nonostante ciò, il silenzio, ad Ischia, non è mai del tutto tale e si colora di mille sfumature. Talvolta capita, durante una passeggiata in montagna, lontani dal caos, di scorgere lo sguardo di un vecchietto che aggrappato al proprio bastone osserva e sorride con gli occhi, in silenzio. Quel silenzio che probabilmente vorrebbe gridare tante cose, ma si limita a rivelarsi come un dono d’amore. Ripensando alla quarantena da covid-19 spesso sembra di risentire l’eco del mare, pur abitando in una zona collinare. In realtà il silenzio potrebbe rappresentare un ottimo alleato, in un mondo in cui ogni cosa tende a prevalere sull’altra. La quarantena, la reclusione, il distanziamento sociale, sono dei modi per evitare il peggio. Talvolta bisognerebbe semplicemente fermarsi a pensare e magari osservare ciò che ci circonda, accontentandosi. C’è una nota affermazione che dice “Il silenzio a volte parla più di mille parole”: ora più che mai è così. Ora più che mai occorre ritrovare una propria dimensione, distanziarsi, osservare e riflettere. In fondo il silenzio non è mai del tutto tale. Lo sanno bene ad Ischia, dove anche una pianta che “danza” col soffio di un tiepido vento primaverile fa battere il cuore, riempendo quell’assenza di suono; lo sanno bene i pescatori, abituati a “comunicare con il mare”, ad ascoltare il modo in cui le onde accarezzano il bagnasciuga. Ne sono consapevoli coloro che osservano un tramonto, mentre gli uccelli cinguettano svolazzando in cielo. Con la stessa pacatezza con […]

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