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Eroica Fenice

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Degustazione alla cieca da VinoRosso Osteria-Enoteca il 19 febbraio

Degustazione alla cieca di cinque vini prodotti con il principe dei vitigni campani, l’autoctono Aglianico. Location in stile arte povera, VinoRosso Osteria-Enoteca di Cosimo Ruocco a Nocera Superiore in provincia di Salerno, apprezzata per l’attenzione che porta ai piatti tipici campani e per l’impegno nel preservare i sapori della memoria. Mercoledì 19 febbraio alle ore 20.00 ospiterà il blind wine tasting “ROSSO AGLIANICO A VINOROSSO OSTERIA”, ovvero una degustazione alla cieca di cinque vini prodotti con il principe dei vitigni campani, l’autoctono Aglianico. La serata ideata e organizzata da Angela Merolla, si svolgerà rigorosamente alla cieca, senza rivelare le etichette, le cantine produttrici e le annate dei vini posti in degustazione, questo per rendere l’esame organolettico più oggettivo possibile, evitando di condizionare i giudizi dei degustatori. Quindi vini serviti con bottiglie bendate, una lettura intrigante quanto affascinante, per una serata finalizzata all’approfondimento del vitigno e dei Terroir campani. Riservata a sommelier e giornalisti che valuteranno ogni vino da un punto di vista visivo, olfattivo, gusto-olfattivo, dando un voto finale e suggerendone l’abbinamento cibo. Solo a degustazione ultimata si renderanno noti i nomi dei vini e delle aziende produttrici, insieme alle informazioni tecniche di ogni etichetta. La degustazione dei vini include un percorso gastronomico a cura dei piatti della tradizione realizzati da Andrea Ferrara chef di VinoRosso Osteria. Cantine partecipanti: CANTINE DELITE – Montemarano AV Le generazioni De Lisio non tradiscono la vecchia tradizione di famiglia; una passione travolgente per uno dei mestieri più nobili dell’uomo: la vigna. FRATELLI FOLLO – Castelvetere Sul Calore AV Producono vini esclusivamente con uve di proprietà; azienda giovane ma dalle profonde radici, la loro storia inizia negli anni 70. FONTANAROSA – Frasso Telesino BN I vigneti  si estendono sulle colline appena sotto le aspre pendici del monte Taburno, dove si ottengono uve per vini dal profilo territoriale. CANTINA DEI NONNI – Castelcivita SA Nasce nel 2011 e raccoglie una tradizione per la viticoltura che si trasmette di generazione in generazione, il nome dell’azienda a conduzione familiare è dedicato ai nonni. VITICOLTORI LENZA – Montecorvino Rovella SA Una tradizione tramandata dal 1881, quando Stanislao Lenza  acquistò i terreni del Conservatorio di S. Sofia della frazione Macchia un’altitudine di circa 150 metri sul mare.   VinoRosso Osteria-Enoteca Corso Matteotti, 43 Nocera Superiore SA Mobile: 347 797 4178

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Compagnia della bellezza – I Corvino, grande successo per il nuovo conceptsalon

Grande folla all’inaugurazione di Compagnia della bellezza – I Corvino in via Manzoni 107 all’insegna del ConceptSalon … In tantissimi hanno partecipato ieri al new opening firmato Compagnia della bellezza – I Corvino che ha aperto i battenti in via Manzoni 107 introducendo i suoi ospiti agli spazi del un nuovo conceptsalon, che d’ora in poi affiancherà quello storico di Posillipo nella missione di magnificare la bellezza delle donne napoletane.  Stessa formula vincente che ha garantito il successo al salone di via Giovanni Pascoli: l’innovazione tecnologica – con i nuovi schermi touch per la consulenza digitale – e la professionalità di Renato, Maurizio e Daniela Corvino e del loro staff, a cui si uniscono nuovi, brillanti, elementi. All’opening era presente anche Renato Gervasi, fondatore del gruppo che ha festeggiato insieme al team napoletano il raggiungimento di un nuovo importante traguardo. Simbolico il momento del taglio del nastro “innaffiato” da bollicine stappate da Renato Corvino di fronte ai tanti ospiti. La festa è proseguita in un’atmosfera rilassata e di condivisione resa ancora più piacevole dagli sfizi finger food del catering Di Pinto Bakery abbinati all’open bar di Matteo di Stasio. Non c’è festa senza torta ,a cura di Cosimo Bocchetti di Dolce Vita, rigorosamente customizzata Compagnia della Bellezza – I Corvino e servita agli ospiti poco prima dei saluti finali. L’evento coordintato da Le Mille Me Communication con il team in outfit nero e oro Les Filles è stato fotografato dagli scatti di Romolo Pizi nonché da polaroid consegnate alle ospiti come originale souvenir. Non sono mancati anche cadeaux targati Compagnia della Bellezza nel segno della bellezza per le clienti come segno di ringraziamento per aver partecipato con entusiasmo e festeggiato insieme il nuovissimo ConceptSalon di via Manzoni a cui non possiamo che rivolgere un caloroso in bocca al lupo per questa nuova avventura!

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I migranti climatici: un report sui nuovi migranti

Migranti climatici: chi sono e quali sono i diritti delle vittime dei cambiamenti ambientali Nell’Agenda 2030 (valida nel periodo 2015-2030), nella quale sono elencati 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (e 169 target specifici), concordati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, si rendono noti non solo preoccupanti dati relativi alla povertà, alla fame, all’istruzione, ai cambiamenti climatici, all’acqua e all’ambiente, all’uguaglianza sociale, ma si sottolinea anche l’urgenza di «adottare misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico e i suoi impatti», specificando che proprio l’Asia e il Pacifico sono fra i più vulnerabili agli effetti dello stesso cambiamento climatico (obiettivo 13). Sono infatti proprio i cambiamenti climatici ad aver contribuito alla definizione sociale dei cosiddetti migranti climatici. Tuttavia, questo termine era già stato introdotto da Lester Brown nel lontano 1976, quando il migrante climatico era chi era costretto ad allontanarsi forzatamente dalla propria residenza a causa di un estremo evento climatico e il numero dei migranti climatici non era ancora ben definito. Poi, nel 1989, l’ex direttore dell’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), Mustafa Tolba, parlò di circa 50 milioni di potenziali migranti climatici. Nel 1990 l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) accese i riflettori sulle migrazioni quale conseguenza della “crisi climatica”, per poi accettare i pronostici del professor Norman Myers, nel 1997, che ipotizzò 25 milioni di persone, anticipando che il numero sarebbe cresciuto fino ai 200 milioni nel 2050. Ebbene, nonostante le stime di Myers furono ritenute infondate, sembra proprio che l’ambientalista inglese avesse calcolato con una certa precisione, quanto sta accadendo attualmente. Infatti,  secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa sub sahariana (86 milioni), dell’Asia meridionale (40 milioni) e dell’America Latina (17 milioni), potrebbero muoversi forzatamente. Dal 2008 sono già 25 milioni le persone che ogni anno sono costrette a lasciare le proprie case (Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Ma chi sono i migranti climatici? Queste persone, costrette a migrare a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla propria vita presente e futura, sono stati definiti in più modi: migranti forzati dall’ambiente (forced environmental migrant o environmentally motivate migrant), rifugiati climatici (climate refugee), rifugiati “a causa del cambiamento climatico” (climate change refugee), persone abitanti a causa delle condizioni ambientali (environmentally displaced person), rifugiati a causa dei disastri ambientali (disaster refugee),  “eco-rifugiati” (eco-refugee). I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio Paese. Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM). Il riscaldamento globale, l’effetto serra e l’aumento delle temperature, l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, l’innalzamento delle acque, il repentino mutamento delle condizioni meteorologiche, l’intensità di eventi meteorologici quali siccità e cicloni, incendi, piogge e inondazioni, l’estinzione di certe specie vegetali e animali, inevitabilmente costituiscono i principali […]

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I danni del fumo: quanto è cresciuta la consapevolezza in 15 anni e il rischio diabete

Al giorno d’oggi informarsi su cosa fa bene alla propria salute e cosa la danneggia, è diventata una scelta sempre più diffusa. Salute e informazione sono due parole che vanno spesso a braccetto. Gli alimenti da evitare, una dieta equilibrata, uno stile di vita sano, lo sport, tutto viene monitorato come fonte di benessere e di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Molto è cambiato anche per quanto riguarda il vizio del fumo, visto che nel corso degli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza delle persone sui rischi derivanti. Andiamo ad approfondire la situazione odierna. Fumo: cosa è cambiato negli ultimi 15 anni 15 anni fa entrava in vigore in Italia la legge che stabilì il divieto di fumo nei locali pubblici, vediamo a distanza di anni quanto è cambiata la situazione. Era esattamente il 10 gennaio del 2005 infatti quando venne introdotto in Italia il divieto di fumo all’interno di locali pubblici al chiuso, recependo così gli ultimi studi sulla relazione tra fumo e salute. Da allora, il numero dei fumatori in Italia è diminuito progressivamente, mentre è proporzionalmente aumentata la consapevolezza dei fumatori sui danni legati al fumo. Con il passare degli anni, anche grazie all’aiuto della tecnologia, fortunatamente sono state trovate delle alternative alla tradizionale sigaretta. Sono stati sviluppati dei nuovi dispositivi che permettono di azzerare il livello di nicotina assunto, come ad esempio le sigarette elettroniche, disponibili anche nelle versioni senza nicotina, come nel caso di Blu ad esempio. Utilizzando i vari liquidi (disponibili anche online) è possibile diminuire gradualmente il contenuto di nicotina e allo stesso tempo ridurre i danni derivanti al fumo. Fumare e rischio diabete, il ruolo della nicotina È stata dimostrata inoltre una correlazione tra il fumo e il rischio di sviluppare il diabete, e oggi la scienza è in grado di dare una spiegazione a questo fenomeno. Al centro ci sarebbe proprio la nicotina, che nel cervello dei fumatori si lega a dei recettori particolari. Questi recettori hanno il compito di controllare la produzione dell’insulina, che a sua volta è l’ormone che regola il livello di zucchero nel sangue. La nicotina, legandosi a questi recettori, in sostanza provoca una riduzione dell’ormone. Si tratta di una reazione a catena molto dannosa, che mostra come il fumare, e in particolare il fumare nicotina, aumenti il rischio di sviluppare il diabete, oltre alle altre patologie ben note. La nicotina sarebbe dunque tra le sostanze responsabili degli sbalzi glicemici che a lungo andare potrebbero comportare l’insorgenza del diabete stesso. A colpire poi sono i dati che riguardano i giovanissimi. Sempre più adolescenti si ammalano di diabete. La scarsa attività fisica che caratterizza le nuove generazioni di certo non aiuta, così come non aiuta la pessima abitudine di fumare. I dati dimostrano infatti come sia estremamente importante evitare questa sostanza, correlata anche a diverse patologie cardiovascolari e a malattie autoimmuni.

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Riforma della prescrizione: spunta il Lodo Conte e la maggioranza si divide

La riforma della prescrizione penale ha avuto una genesi travagliata, e anche adesso che è entrata in vigore non riesce a trovare pace. La matassa di dichiarazioni, voti e veti incrociati è quasi impossibile da dipanare, e in un complicato gioco di specchi ognuno dei soggetti coinvolti riesce ad essere contemporaneamente se stesso e il suo contrario. Con la conclusione che il 28 gennaio l’Unione delle Camere Penali sciopererà ancora una volta contro la neonata riforma Bonafede. Il vertice di maggioranza sulla prescrizione e il “Lodo Conte” Il 9 gennaio si è tenuto a Palazzo Chigi un vertice di maggioranza, in cui erano presenti il premier Conte, il ministro della giustizia Bonafede e i delegati del Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Liberi e Uguali e Italia Viva. Il vertice è stato convocato su sollecitazione del Partito Democratico, che riteneva necessario correggere il totale blocco della prescrizione introdotto dallo “Spazza-corrotti” ricorrendo a un meccanismo più morbido: la proposta di Delrio e Orlando consisteva nel sospendere la prescrizione per due anni in appello e per un anno dalla sentenza contro la quale si ricorre per Cassazione, per un totale di circa tre anni di sospensione della prescrizione, contro la sospensione perenne prevista dalla riforma adesso in vigore. In questo modo il PD intendeva riconoscere il principio della riforma ma bilanciandolo con la garanzia dei tempi certi per la giustizia. Il ministro della giustizia Bonafede però non lascia spiragli alla possibilità di rivedere la propria riforma, dichiarandola praticamente intoccabile, e durante il vertice vengono respinte le proposte correttive avanzate da PD, Italia Viva e Liberi e Uguali. Nonostante il rifiuto secco di Bonafede a qualsiasi intervento sulla riforma della prescrizione, rinnovato anche poco prima che il vertice iniziasse, il ministro alla fine torna sui suoi passi. Durante l’incontro giunge dal premier Conte una proposta per mediare tra le contrastanti anime della maggioranza: è il già battezzato “Lodo Conte”, che introduce un doppio binario tra assoluzione e condanna in primo grado. In caso di condanna, varrebbe la riforma Bonafede e dunque la prescrizione si blocca sine die. Nel caso di assoluzione, invece, si congela la prescrizione solo per alcuni mesi o al massimo per due anni. E ancora, per il premier ogni eventuale rettifica dovrà reggersi su due pilastri: intervenuta la prescrizione, deve essere assicurata la tutela degli interessi civili per la parte lesa, ed è obbligatorio adempiere all’impegno della totale ristrutturazione del processo penale, per giungere alla tanto discussa riduzione dei tempi processuali. Anche questa proposta porta con sé inevitabili dubbi di costituzionalità, a partire dalla disparità di trattamento tra imputato condannato e assolto in primo grado, che espone il Lodo del premier al rischio della violazione dell’art. 27 della Costituzione. Apparentemente la toppa è peggio del buco, ma tra i partecipanti al vertice si respira entusiasmo per aver comunque abbattuto il totem dell’abrogazione totale della prescrizione. La soddisfazione del ministro Bonafede per l’intesa (al ribasso) sulla prescrizione e per la maggioranza ricompattata è però ridimensionata dalle dichiarazioni dei delegati di Italia Viva […]

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Attualità

Sindrome dell’abbandono: perchè tutti ne parlano

Sindrome dell’abbandono: perché ne sentiamo parlare così spesso al giorno d’oggi? Cosa distingue la sindrome dell’abbandono quale disturbo della personalità diagnosticabile, dalla pura e normalissima paura di essere abbandonati dalle persone che amiamo? Si può porvi rimedio? Per rispondere a queste domande, occorrerà partire dalle origini e fare chiarezza su ciò che si intende per Sindrome dell’abbandono. La Sindrome dell’abbandono è l’eccessiva preoccupazione legata al pensiero e all’eventualità che persone a noi care ci lascino soli. Molti bambini ne soffrono in relazione alla figura materna, spesso come conseguenza della morte di una persona cara o di abusi emotivi o fisici. Dunque occorrerà in via preliminare distinguere la consueta paura da parte del bambino di essere lasciato solo dalla figura materna, dalla patologica preoccupazione che le persone intorno a lui scompaiano come prodotto di traumi psicologici su cui in alcuni casi sarà necessario intervenire a livello psicoterapeutico. Il bambino affetto da Sindrome dell’abbandono accuserà ansia da separazione, eccessiva preoccupazione al pensiero di essere lasciato solo e conseguente difficoltà a concentrarsi e a svolgere le attività più banali. Ma sono sempre di più gli adulti che manifestano i sintomi della Sindrome dell’abbandono. Sorge spontanea la seguente domanda: è possibile che oggi si sia più soggetti alla Sindrome dell’abbandono per una crescente precarietà e vuotezza dei rapporti umani cui assistiamo impotenti? L’attuale momento storico, pregno di preoccupazioni materiali, profondamente mutato dall’invasione della tecnologia nelle relazioni e negli scambi umani, ci rende più facilmente prede di disturbi quali questo tipo di sindrome? Non è facile dare una risposta definitiva a questo dubbio. La Sindrome dell’abbandono che affligge persone in età adulta può essere correlata a un eccessivo attaccamento a un partner, a un amico, a una persona cara appartenente alla famiglia. Studiare i sintomi con cui essa si presenta può essere utile a riconoscerla. Sindrome dell’abbandono: i segnali per riconoscerla e i danni a lungo termine Tra i sintomi della Sindrome dell’abbandono più peculiari per identificarla citiamo un sentimento di angoscia al pensiero di essere lasciato solo dalla persona verso cui si nutre l’eccessivo attaccamento o di uscire e svolgere attività in sua assenza. Il soggetto afflitto da tale patologia può anche accusare disagi e dolori fisici come mal di testa, mal di stomaco, nausea, fino a dei veri e propri attacchi di panico quando viene “abbandonato” dalla persona amata. Questo presunto abbandono può essere letto dal soggetto patologico in qualunque gesto: anche una chiamata mancata o un impercettibile atteggiamento di distacco nella persona con cui si è instaurato questa relazione morbosa può generare ansia, angoscia, preoccupazione smodata e panico. Se ci si riconosce nella maggior parte dei sintomi sopracitati, è opportuno consultare una figura altamente specializzata per intraprendere un iter psicologico al fine di uscire dal tunnel della Sindrome dell’abbandono. Sicuramente essa non può essere annoverato tra i disturbi mentali più gravi studiato in psicologia e psichiatria, ma gli effetti a lungo termine possono essere altamente nocivi e ostacolare una normale conduzione di vita, agendo negativamente sul percorso esistenziale di chi soffre di […]

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Cinema e Serie tv

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Storia del nuovo cognome: alla scoperta del set ischitano

Torna, dopo l’immenso successo della prima serie, L’amica geniale, il secondo capitolo della quadrilogia di Elena Ferrante, ossia Storia del nuovo cognome. La famosissima serie, ambientata a Napoli, è stata girata anche nella piccola ma suggestiva isola d’Ischia, con le due protagoniste Lila e Lenù, cresciute, oramai donne; proprio Lila sceglie di andare in vacanza al mare, ad Ischia, che diventa uno dei luoghi simbolo della fiction. Il romanzo di Elena Ferrante è inesorabilmente legato ad Ischia, sia grazie alla bellezza dei luoghi che fanno da sfondo alle parole, ai monologhi, alle scene, che si fondono con i colori dell’isola, sia in riferimento alla profondità dei legami che man mano si delineano, componendosi di tanti piccoli dettagli. Le scene de L’amica geniale e anche del secondo capitolo, Storia del nuovo cognome, sono state girate ad Ischia Ponte, all’ombra del maestoso Castello Aragonese. Il borgo di Ischia Ponte ha ospitato per il secondo anno consecutivo le riprese della famosa serie. Ricordiamo che Ischia Ponte rappresenta il punto nevralgico dell’isola d’Ischia, e il suo borgo, detto anche “Borgo di Celsa”, per la presenza di gelsi, è un antichissimo centro animato da pescatori e botteghe, la cui esistenza è già documentata nel XIII secolo. Con il passare degli anni, la struttura architettonica ed urbanistica, propria del borgo, con vicoli stretti, palazzi signorili alternati a caratteristiche casette basse, si è conservata inalterata, regalando suggestioni ed emozioni uniche a chi vi passeggia, sia d’inverno che d’estate. Proprio nei vicoletti del borgo di Ischia Ponte, hanno passeggiato le due protagoniste della celebre serie Storia del nuovo cognome, recitando e mescolando man mano tutti gli aspetti tipici del genere moderno e le identità autobiografiche strettamente connesse all’autrice, Elena Ferrante. Ischia Ponte è la prima location che appare nella fiction; proseguendo, i nuovi episodi – ambientati negli anni Sessanta – catapulteranno i telespettatori nel centro storico di Forio, uno dei sei comuni dell’isola d’Ischia. Nel centro storico di Forio, impreziosito da piccole botteghe, cimeli, prenderà forma la quotidianità delle due protagoniste. La vera anima del centro storico di Forio sono i vari vicoletti che si diramano verso la collina di San Vito e il quartiere del Cierco, le zone corrispondenti al nucleo originario del villaggio di Forio, risalente almeno al 1200. Proprio come Elena Ferrante, con il secondo volume della propria preziosissima opera, riesce tenacemente a raccontare, scavando nell’animo delle protagoniste principali, così le location dell’isola d’Ischia, scelte per le riprese, riusciranno ad oltrepassare la modernità che le caratterizza, catapultandosi in un’epoca storica forse non troppo lontana, che affonda le proprie radici nella tradizione che ancora oggi caratterizza alcune parti di Ischia. L’indole storico-sociale del romanzo di Elena Ferrante si riconosce nell’accurata selezione delle ambientazioni ischitane, che il regista Saverio Costanzo ha scelto. Il set, molto articolato, oltre ad Ischia Ponte e Forio, è stato allestito anche a Lacco Ameno, importante per la presenza storica del mecenate Angelo Rizzoli, che trasformò il comune ischitano in una rinomata località turistica, dandole visibilità e vivacità; ma non solo, Lacco Ameno è […]

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The Aeronauts, Eddie Redmayne e Felicity Jones su Amazon Prime Video

The Aeronauts, un film scritto e diretto da Tom Harper e distribuito in esclusiva da dicembre 2019 sulla piattaforma streaming Amazon Prime Video, è la meravigliosa storia del più alto volo in mongolfiera dell’Inghilterra vittoriana, quello della mongolfiera Mammoth che salì all’altezza di 39.000 piedi segnando un record che ha scalzato il precedente (23.000 piedi) ed è destinato a restare imbattuto per oltre 45 anni, un’audace impresa che vede per protagonisti il giovane scienziato e meteorologo James Glaisher (Eddie Redmayne) e la coraggiosa pilota Amelia Wren (Felicity Jones), due attori che rivediamo insieme con piacere dopo l’emozionante e commovente performance ed il successo de La teoria del tutto. Obiettivo dell’impresa, l’esplorazione dei cieli, il progresso dell’umanità attraverso la conoscenza dei misteri della meteorologia, una scienza vera e propria tutta da scoprire, a dispetto di chi ritiene i pioneristici studi di James Glaisher, deriso dalla comunità accademica e dalla stampa, i deliri di un indovino che si diletta a prevedere il meteo. Il racconto s’ispira ad una storia vera: lo scienziato James Glaisher, brillantemente interpretato dall’attore Premio Oscar Eddie Redmayne, fu affiancato nell’impresa, in realtà, da Henry Coxwell, operazione rischiosa ed audace e ancor più sorprendente se si considera che fu compiuta senza l’ausilio delle moderne tecnologie. The Aeronauts, una storia di coraggio Il film si ambienta nella Londra del 1862 quando il signor Glaisher, deciso ad avvalorare con delle prove i suoi studi, ancora  soltanto teorici, cerca l’appoggio di una comunità scientifica caratterizzata da un baronato ostile alle novità con una spedizione al fianco di una impavida pilota, Amelia Wren, una femminista ante litteram che non si rassegna al proprio ruolo preconfezionato di angelo del focolare e che, avendo già assaporato col marito tragicamente morto in un incidente l’esperienza del volo, sceglie di mettere a servizio della scienza, dando il proprio fondamentale contributo, le proprie competenze acquisite sul campo. Una donna, in prima istanza, esuberante e scenica, che decolla in cima alla mongolfiera danzando per il suo pubblico, dimenandosi con maestria sulle corde di sostegno del pallone, suscitando la disapprovazione del metodico e freddo scienziato, affascinato, all’apparenza, solo dai numeri e dalle sue misurazioni e piuttosto cieco di fronte alla bellezza attorno a sé: due personaggi che verranno profondamente cambiati dall’esperienza vissuta e dai rischi cui si sottoporranno, e che sapranno trovare in sé stessi e nell’altro il perfetto connubio tra la razionalità ed il pragmatismo della scienza e lo sguardo denso di estatica meraviglia dell’artista, che si posa su ciò che vede e sa apprezzarlo senza necessariamente comprenderne i misteri, due personaggi che rovesceranno, infine, gli stereotipi che vogliono che lo scienziato sia un uomo, tutto sommato, privo di spirito e la donna, al contrario, una creatura irrazionale asservita soltanto ai moti del proprio animo e dunque del tutto priva di virile praticità. The Aeronauts è una storia di coraggio, audacia, caparbia che sfiora l’incoscienza per amore della scienza da un lato, per amore del brivido dall’altro. Soli tra le nuvole, in un viaggio di circa 90 minuti, James […]

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Jojo Rabbit, al cinema satira e nazismo secondo Waititi

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano.” (Rainer Maria Rilke, “Sento le cose cantare”) Nelle sale dallo scorso 16 gennaio, Jojo Rabbit è un film diretto ed interpretato da Taika Waititi. Liberamente tratto dal romanzo del 2004 Come semi d’autunno (Caging Skies) di Christine Leunens, il film vede come protagonisti, oltre lo stesso Waititi, il giovane Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Rebel Wilson, Stephen Merchant, Alfie Allen, Sam Rockwell e Scarlett Johansson. Il film è la storia di Jojo (Roman Griffin Davis), un bambino di dieci anni nazista che s’innamora di una ragazzina ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie), che la madre Rosie tiene nascosta in casa, inizialmente a sua insaputa. Nella Germania nazionalsocialista del 1945 il giovane ariano trascorre le sue giornate in compagnia di Adolf Hitler, l’amico immaginario che appare a più riprese nel corso dell’opera. Una sorte di mentore ideale, un simpatico spunto che ricorda l’Humphrey Bogart di Provaci ancora, Sam, con risvolti ancora più satirici. Il dittatore spiega infatti al ragazzino che gli ebrei sono mostri perché i loro antenati si accoppiavano con i pesci oppure sfoga tutta la rabbia per la vittoria dell’oro olimpico di Jesse Owens alle olimpiadi di Berlino ’36. Accecato dall’odio nazista e completamente affabulato dal pensiero unico, Jojo si infuria ancora di più quando scopre che la madre Rosie lavora per la Resistenza. Se le apparizioni di Waititi, che interpreta Hitler, coincidono con i momenti più spassosi del film, il personaggio della Johansson invece rappresenta il lato umano in tanta follia razzista e degenerativa. Divisa tra l’amore per il proprio figlio e quella per la libertà, Rosie finirà con il pagare a caro prezzo questa scelta. Una prova molto convincente la sua, non a caso ha ricevuto una nomination come miglior attrice non protagonista. Oltre a questa, il film ha ricevuto le candidature per il miglior film,per la miglior sceneggiatura non originale, per la scenografia, per il  montaggio e per i  costumi. Un altro dei punti forti della pellicola è senz’altro il personaggio di Sam Rockwell, il capitano Klenzendorf. Presente fin dalle primissime scene, intento ad iniziare il giovane Jojo alla dottrina nazista, il capitano mostrerà i suoi aspetti più disumani ma anche una certa sensibilità. Un’altra prova importante per Rockwell, che dalla vittoria dell’Oscar nel 2018 (Tre Manifesti a Ebbing, Missouri) è tra gli attori più ricercati a Hollywood. Il giovane Jojo Rabbit e il suo amico Hitler Taika Waititi rappresenta il nazismo in maniera spiccatamente satirica, esasperandone tantissimi aspetti per metterlo quanto più possibile in ridicolo. Infatti, al contrario di altre opere che guardano allo stesso periodo con un occhio infantile, non vengono omessi i giochi di parole e le battute più crude: basta pensare a come Elsa venga ridicolizzata dagli ufficiali della Gestapo. Un distacco radicale dall’opera letteraria originale che invece presenta toni più drammatici. Il sanguinario cancelliere viene presentato sotto le mentite spoglie di un amico immaginario paranoico e schizofrenico come solo un dittatore che si rispetti possa […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Kepurp: lo chef del Calcio Napoli reinventa l’iconico kebab

Sembra solo un neologismo divertente e senza senso ma il Kepurp esiste davvero ed è la nuova creazione dello chef Ciro Salatiello Ecco l’ideatore di Kepurp. Nato a Calvizzano, un paese a nord di Napoli, Ciro Salatiello ha frequentato l’istituto alberghiero di Formia. Autore di tre libri di successo: “In cucina con Ciro Salatiello”, scritto in collaborazione con i medici sociali della SSC Napoli, “Gli ingredienti di una vita”, che narra la scoperta della storia che si cela dietro antiche ricette e documenti storici inediti, e “La cucina napoletana”, Salatiello è stato ospite di numerosi programmi televisivi e di una rubrica gastronomica in radio, “Le ricette dei Campioni”. Il Kepurp nasce durante un viaggio di famiglia a Londra. Le giovani figlie di Salatiello avevano voglia di fermarsi a mangiare il rinomato kebab. Lo chef, che desiderava invece provare le ricette anglosassoni, propose alle sue figlie che al rientro a Napoli le avrebbe portate a mangiare il “Kepurp”. La parola nata per scherzo e per dissuadere le adolescenti dalla richiesta è così diventata, al loro rientro, il nome di un vero e proprio piatto. Il kebab di polpo (‘o purp, come si dice nel dialetto partenopeo) divenne, infatti, presto realtà. Il prodotto inizialmente veniva assemblato grazie all’utilizzo di banalissimi silos di succhi di frutta presenti negli hotel, ed adibiti per la prima colazione. Negli anni si è arrivati quindi al “kepurp da tavola”, riscontrando successi e plausi da colleghi e personaggi di spicco, quali Cannavacciuolo, dal presidente della Repubblica di Malta Wella G, fino ad arrivare a New York. Il kepurp si presenta in varie forme, il suo punto di forza è comunque la freschezza, il profumo, e soprattutto è adatto per chi segue un regime dietetico a basso contenuto di grassi. Al momento conta l’interesse di numerosi finanziatori per l’apertura di un nuovo concept per la nascita di uno street food Kepurp. La versione 2.0 è stata presentata da Ciro Salatiello anche nel suo libro “La grande cucina napoletana“. Il Kepurp di Ciro Salatiello: la ricetta Il piatto, in apparenza difficile, è possibile da preparare anche in casa. Occorrono solo pochi ingredienti ed il gioco è fatto: 1,5 kg di polpo eviscerato (uno di grosse dimensioni o più polpi piccoli); 1 bottiglia di plastica da 1,5 l; sale q.b. Il procedimento consiste nel coprire il polpo con acqua fredda e lasciarlo cuocere per circa 40 minuti, aggiungere quindi il sale e terminare la cottura per altri 5 – 10 minuti. Lasciar raffreddare il polpo nell’acqua di cottura. Nel frattempo preparare la bottiglia tagliandone la parte curva superiore. Scolare quindi il polpo e, possibilmente senza tagliarlo in pezzi, inserirlo delicatamente nella bottiglia, pressandolo ed avendo cura di non lasciare spazi. Praticare dei fori sul fondo e sui lati della bottiglia in modo tale da consentire all’acqua restante di fuoriuscire completamente. Meglio sarebbe mettere un peso sulla bottiglia per pressare ulteriormente il polpo e mantenerlo in pressione. Riporre la bottiglia in frigo e lasciarla raffreddare per tutta la notte. In alternativa si può […]

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Cucina e Salute

Dolori premestruali: cosa sono e come alleviarli

Sono sempre più numerose le donne che soffrono di dolori premestruali, fastidiosi disturbi che condizionano fortemente il normale svolgimento delle attività quotidiane, arrecando malessere generale e forte irritabilità. In Italia, le diverse ricerche effettuate in questo ambito, dimostrano che esistono una serie di sintomi comuni alle diverse donne, e che caratterizzano la fase che precede il normale ciclo mestruale, variando in base a diversi fattori. Qual è la causa dei dolori premestruali? I dolori che caratterizzano la fase premestruale, sono legati ad una o più cause delle quali non si conosce con precisione l’identità, o il meccanismo che li provoca. Sicuramente, diversi fattori agiscono in sinergia, causando la comparsa dei sintomi, piuttosto fastidiosi. Uno dei fattori scatenanti più conosciuto è la carenza di magnesio, che genera mal di testa, crampi muscolari anche e dolori intensi all’inguine. Tale carenza è correlata ad un incremento di ormoni, come l’aldosterone, che regola i quantitativi dei sali minerali presenti nel nostro corpo. Sbalzi di umore, improvvisa voglia di cibo, che sia dolce o salato, stanchezza, forte irritabilità, tensione mammaria, gonfiore addominale, insonnia, modifiche dell’appetito, nervosismo, emicrania, acne diffuso, dolori muscolari, sono solo alcuni dei sintomi premestruali; naturalmente solo alcuni di essi, tendono a sparire una volta sopraggiunto il normale ciclo, per poi presentarsi nuovamente, il mese successivo. I dolori premestruali si presentano solitamente cinque o dieci giorni prima del ciclo, e in alcune donne, può succedere che i primi sintomi si manifestino durante il primo giorno di ovulazione, circa il quattordicesimo e che durino fino al ciclo vero e proprio. Come curare o alleviare i dolori premestruali Naturalmente, appartenendo ad una vero e proprio ambito scientifico, i dolori premestruali, si possono curare o quantomeno alleviare, qualora non fossero particolarmente intensi, con rimedi naturali o farmaci. Gli integratori e la vitamina B6, si sono dimostrati molto efficaci per regolare l’attività ormonale e per rinforzare il sistema immunitario e dare sollievo in caso di dolori molto forti. Per quanto concerne i metodi naturali, invece, si può far ricorso alla camomilla, a tisane calde a base di zenzero, tarassaco e verbena, ottimi alleati in particolar modo per quello sgradevole senso di gonfiore che lamentano le donne durante la fase che precede il ciclo mestruale e che coincide con la comparsa dei primi dolori. In questo caso, può essere utile anche una dieta, rigorosamente a base di cereali, frutta e fibre. Ricordiamo in ogni caso, che il dolore è uno dei sintomi cardine della sindrome premestruale, così come del ciclo stesso. Esso Si manifesta in forma “lieve”, con crampi localizzati nella zona del basso ventre, e in forma “intensa”, soprattutto durante i giorni che precedono il ciclo, con forte mal di testa, mal di schiena, dolore alle gambe e alla pancia, stanchezza. I disturbi, oltre ai dolori, riguardano anche la cosiddetta sfera emotiva. I dolori premestruali non vanno assolutamente sottovalutati, infatti a tal proposito, alcune donne, sono solite redigere un vero e proprio “diario”, sul quale annotano tutto ciò che caratterizza quei giorni. Difatti, sono i medici stessi, […]

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Dieta Mima Digiuno, cinque giorni per resettare l’organismo

Ecco cos’è la dieta Mima Digiuno (o dieta Longo), la scoperta del professor Valter Longo. È Valter Longo, il luminare che ha scoperto la dieta Mima Digiuno. Il direttore del dipartimento di gerontologia dell’università della California ha infatti sviluppato un sistema nutrizionale che in cinque giorni è in grado di resettare l’organismo. Da quasi due secoli la scienza medica moderna cerca la correlazione tra alimentazione e aumento dell’aspettativa di vita. Oltre la ricerca sulla dieta Mediterranea di Ancel Keys le testimonianze sull’effetto benefico del cibo sono state numerose. Infatti sarebbe proprio l’isola di Okinawa a detenere il record assoluto per longevità dei suoi abitanti. Sull’isola si consumerebbe infatti prevalentemente verdure, tofu, pesce e pochissima carne. La dieta Mima Digiuno (o mimo digiuno) andrebbe fatta ogni 2-3 mesi per resettare il corpo ed annullare gli effetti negativi dell’ormone della crescita in eccesso. Sembrerebbe, infatti, che il corpo sottoposto a digiuno non percepisce sofferenza, quanto piuttosto diventa più forte. Il sistema nutrizionale del professor Valter Longo prevede alcune regole base: Bisogna consumare più proteine vegetali a discapito di quelle animali (colpevoli spesso delle degenerazioni cancerose), verificare di essere idonei a tale dieta, infatti non tutti sono idonei a tale regime alimentare. In caso di diabete, anoressia o problemi alimentari è chiaramente sconsigliata. È adatta ai soggetti che abbiano almeno 20 anni e non più di 70, tenendo comunque presente, glicemia, sideremia, ematocrito, pressione ed indice di massa corporea. Un italiano medio in normopeso che rispetta i criteri della dieta mediterranea può eseguire un ciclo di mima digiuno ogni 3-4 mesi (3-4 volte all’anno). Un soggetto obeso e affetto da patologie metaboliche (iperglicemia, iperlipemie, ipertensione) potrebbe eseguire la dieta mima digiuno anche una volta al mese. La dieta dura 5 giorni, nei quali l’introito energetico scende progressivamente dal giorno 1 (1.000kcal) al giorno 5. Gli alimenti sono esclusivamente di origine vegetale e apportano principalmente carboidrati e pochi grassi di tipo insaturo. “Lo schema calorico prevede che il primo giorno si assumano circa 1000 kcal divise tra 34% di carboidrati, 56% di grassi e 10% di proteine. Nei 4 giorni successivi si scende a 750 kcal, divise tra 47% di carboidrati, 44% di grassi e 9% di proteine. Un esempio super semplificato del regime da mantenere nei 4 giorni a 750 kcal potrebbe essere: 400 g di zucchine, 300 g di cappuccio rosso, 300 g di carota, 250 g di cipolla, 20g di olio extra vergine d’oliva e 20 g di noci.” Dieta mima digiuno (o dieta Longo) e chemio I suoi effetti benefici sembrerebbero esplicarsi anche durante la chemioterapia. Il professor Valter Longo infatti, ha rilevato che nei topi, applicando la dieta, è possibile ridurre la progressione del tumore, e in casi più rari arrestarla del tutto. L’aspetto interessante è che il digiuno spingerebbe a rinforzare solo le cellule sane, non quelle malate che invece “disobbediscono” non tutelandosi ed entrando facilmente in apoptosi (“suicidio”). Ma tale studio non ha ancora avuto conferme sull’uomo, in quanto l’unica certezza è che un digiuno fatto di solo acqua prima e dopo la chemioterapia ridurrebbe gli effetti collaterali della stessa. I benefici […]

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Come fare il pane in casa: trucchi e consigli

La ricetta del pane che qui proponiamo è la tradizionale ricetta del pane napoletano casereccio. Per fare il pane in casa sono necessari pochi ingredienti: farina, acqua, sale, lievito. Questi quattro ingredienti sono alla base del tradizionale pane casereccio, ma per completezza, ricordiamo che esistono diverse ricette per gli impasti di pane a seconda della regione geografica a cui facciamo riferimento: per esempio, il pane toscano è un pane “sciocco“, cioè senza sale, mentre il pane ebraico è azzimo, quindi non prevede lievitazione. Come fare il pane in casa: trucchi e consigli Prima di indicare la ricetta, alcune riflessioni: il pane è uno degli ingredienti basilari dell’alimentazione, in quanto ricco di carboidrati necessari al sano sviluppo dell’organismo; ciò, chiaramente, a patto che venga introdotto con l’alimentazione un quantitativo giusto per il fabbisogno calorico giornaliero individuale. È bene, dunque, utilizzare per l’impasto del pane solo farina integrale (meglio se macinata a pietra) piuttosto che la farina bianca setacciata fine (con il processo di raffinamento, il grano perde le fibre naturali contenute in germe di grano, necessarie nel processo regolare di assimilazione e rilascio degli zuccheri nel sangue), solo lievito naturale (da evitare il chimico, la cui produzione è sintetica), evitare l’utilizzo dello zucchero nell’impasto (da taluni utilizzato per “accelerare” e “favorire” l’azione “batterica” dei lieviti) ed utilizzare poco sale (per evitare l’insorgenza di fenomeni di ipertensione). Inoltre, per chi ne abbia la possibilità, è da preferire la cottura a legna del pane affinché esso possa acquisire la sua caratteristica croccantezza e fragranza. Il pane fatto in casa: una ricetta (e due sue varianti) Ingredienti (orientativamente per mezzo chilo di pane): 500 grammi di farina; 25 centilitri di acqua; 2 centilitri di olio extravergine di oliva; 3 grammi di lievito di birra; un po’ di sale. Procedimento: Sciogliere il lievito nell’acqua, poi aggiungere la farina e il sale e impastare fino all’ottenimento di un impasto corposo e liscio. Impastare molto e a lungo affinché il composto possa “inglobare” aria che servirà a dare volume al pane e conferirà allo stesso la tipica struttura alveolata. Far lievitare l’impasto, lasciandolo “riposare”, per 12 ore; successivamente mettere in forno per 30 minuti a 180 gradi centigradi. Varianti al procedimento precedentemente indicato: I variante: Impastare 100 grammi di farina, con 10 centilitri d’acqua e un grammo di lievito. Far lievitare questo “lievitino” per 12 ore, poi aggiungere al composto così ottenuto i rimanenti 400 grammi di farina, i 15 centilitri d’acqua e i 2 grammi di lievito e aggiungere l’olio e il sale; impastare il tutto e lasciar “riposare” ulteriori 8 ore (il procedimento permette al pane di mostrare la sua struttura “alveolata”). Successivamente mettere in forno (sempre per 30 minuti a 180 gradi) per la cottura. II variante: Sull’impasto, ecco un trucco da considerare come ulteriore variante ai procedimenti indicati: mescolare e impastare gli ingredienti per il “lievitino”, poi far “riposare” il piccolo composto, così ottenuto, per 15 minuti e aggiungere pian piano l’acqua (preriscaldata, dev’essere tiepida) e la farina fino ad ottenere che l’impasto completo abbia consistenza […]

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Frasi sul rispetto: dieci tra i più splendidi aforismi

Quante frasi sul rispetto, tra aforismi e citazioni, vengono spesso pronunciate o riportate, delineando un concetto tanto remoto quanto attuale! In un’epoca contemporanea in cui il rispetto sembra divenire progressivamente un mero accessorio demodé, banalizzato dall’egoismo e vanificato dalla frustrazione. Nell’era in cui la gentilezza e la nobiltà d’animo divengono ormai reperti da museo, cedendo il posto all’arroganza e all’arrivismo di turno. Ecco, oggi più che mai, si rivela sempre più urgente il bisogno di rispetto. Una vera necessità per nutrire e dissetare cuori e menti che da troppo tempo sperimentano la carestia del buon senso e dell’empatia. Dunque, abbiamo selezionato dieci splendide frasi sul rispetto, tra le più autentiche. Frasi sul rispetto. Dieci splendidi aforismi «Segui sempre le tre “R”: Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni». (Dalai Lama) Quanta saggezza racchiusa in poche parole! Tutto il senso dell’autentico rispetto contenuto in tre semplici e brevi frasi. Viene spesso osannato il rispetto altrui, ma ciò che altrettanto spesso resta dietro le quinte è il rispetto per se stessi, l’amor proprio! E se manca questo risulta difficile proiettarsi sull’altro. Il rispetto di sé è fondamentale per riscoprire la dignità (che non va confusa con l’orgoglio!), tale da poterne elargire al prossimo e comprendere il peso di ogni personale azione, che, con effetto a catena, si ripercuote sul resto. «L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è “reciprocità”. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te». (Confucio) Così il filosofo cinese si esprime a proposito del rispetto tra VI e V a. C. Il rispetto è una forma d’amore e fiducia reciproci, qualcosa che va guadagnata e mai data per scontata. Non è possibile esigere rispetto altrui se prima non lo si dona, e ciò senza distinzioni generazionali e sociali. Il concetto di “reciprocità” è uno dei fondamenti del rispetto stesso, perché modella la forma del “dare-avere” con gioia e pienezza. E tale profondo senso della vita viene piacevolmente descritto, ad esempio, da Francesco Gabbani nel suo ultimo inedito sanremese Viceversa. Io aiuto te e viceversa. «Sei tu che mi fai stare bene quando io sto male e viceversa». Io rispetto te e viceversa! «Mi piacciono le persone che chiedono permesso, che dicono grazie anche se non ce n’è bisogno, che sono attente a non ferire con le parole, che si accorgono se c’è un’ombra nei tuoi occhi. Profumano di rispetto e vita». (Fabrizio Caramagna) Il “ricercatore delle meraviglie” – così come si definisce lo scrittore di aforismi d’epoca contemporanea – si esprime elegantemente e con grazia a proposito dell’idea di rispetto. Oltre i concetti di amor proprio e reciprocità, poche azioni costruiscono il senso del rispetto. Prima tra tutte l’accostarsi ed entrare in punta di piedi nella vita altrui. Mai a fondo è possibile conoscere i travagli e i drammi vissuti dall’altro, e pertanto mai è giusto calpestarlo con passi indiscreti. […]

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Il mito di Iside e Osiride: morte, resurrezione e caos

Iside e Osiride: il mito più famoso della mitologia egizia. Narrato nelle iscrizioni templari e contenuto nel testo di Plutarco, ancora oggi incanta ed affascina. La storia inizia con il concepimento della prole tra la dea del cielo Nut e il dio della terra Geb. I due misero al mondo quattro figli: Osiride, Iside, Nefti e Seth. Per volere del dio del Sole, Ra, Osiride e Iside divennero i sovrani dell’Egitto. Si dice che i due si amarono ancora prima di essere messi al mondo. L’Egitto era saggiamente governato da Osiride, che si dimostrò buono e comprensivo, insegnò agli uomini la vita non selvatica, donò loro il frumento e tutti i frutti della terra, il popolo imparò un nuovo modo di vivere, che instillò in loro una nuova felicità. Il Re oltre ad essere amato dal suo popolo, era chiaramente amato da Iside, sua sorella e sua sposa, che amava allo stesso modo. Nulla mancava agli sposi regnanti, e fu proprio questo clima disteso che aumentò nel cuore di un uomo una gelosia cieca. Seth fratello di entrambi, desiderava per sé stesso il potere, e fu così che ideò un piano malvagio. Seth invitò i due ad un banchetto, ma Iside, a causa di un presagio dovette rifiutare l’invito. La stessa decisione non fu presa da Osiride. A conclusione di un ricco pasto, era d’abitudine scambiarsi dei doni, il fratello regnante donò a Seth delle pezze di un lino finissimo, mentre quest’ultimo fece apparire un sarcofago prezioso, e solo colui che sarebbe entrato in modo perfetto all’interno di esso, sarebbe stato il proprietario legittimo di quel regalo. La cassa ovviamente, era stata fatta con le misure di Osiride, e di fatto, fu l’unico a vincere quel malvagio gioco. Seth fece scattare il coperchio ed ordinò ai suoi sudditi di gettare il sarcofago nel Nilo. Nefti, sposa di Seth raccontò tutto a sua sorella. Iside cercò il suo sposo per mare e per terra, fino ad accorgersi che il sarcofago rimase impigliato sulle coste del paese di Biblo, diventando successivamente una colonna del palazzo appartenente al sovrano di quel regno. Iside grazie alle sue doti di persuasione e alla sua spiccata bellezza riuscì a recuperare il corpo del suo amato. Con l’aiuto di Anubi, figlio di Seth e Nefti, iniziò la mummificazione del suo sposo, ma il tempo gli fu ostile, poiché Seth, che stava compiendo razzie di ogni tipo nel suo regno, si imbatté nuovamente nel corpo di suo fratello. In preda alla collera, tagliò il suo corpo in quattordici pezzi che gettò nel fiume. Iside con l’aiuto di un coccodrillo riuscì a recuperare sul fondo del fiume tutti i pezzi, tranne uno, ovvero il suo fallo, che era stato mangiato prontamente da un pesce. Fu allora che Iside ne creò uno di limo del Nilo e lo pose sul cadavere. Trasformandosi in un uccello, si pose su di esso, per essere fecondata. Dopo settanta giorni il prodigio fu compiuto. Osiride resuscitò, e con lui la primavera esplose in tutto […]

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Uomini del bosco: scopriamo queste figure sospese tra mito e realtà

Spesso il mito si confonde con la realtà, fino a dimenticare dove inizia l’uno e termina l’altra. Così è avvenuto per i cosiddetti uomini del bosco, o uomini selvatici, miticamente conosciuti per essere delle creature schive e scontrose che vivono nei boschi, lontano dalla civiltà, allo stato brado. Spesso viene loro conferita una dimensione quasi divina; nelle favole, infatti, le creature del bosco hanno caratteristiche magiche o spaventose, legate al loro vivere appartate, avvolte da un alone di mistero e oscurità, attributi tipici del bosco archetipo, luogo dell’incognita ma anche dell’avvicinamento alla natura originaria e ancestrale. Ma scopriamo insieme quali sono le caratteristiche di queste emblematiche figure, che si muovono spesso tra realtà e leggenda. Uomini del bosco, tra realtà e tradizione mitica Gli uomini del bosco sono figure topiche presenti in numerose culture; in quella europea, per esempio, popolerebbero le Alpi italiane, svizzere e austriache, ma anche i monti polacchi e catalani. Anche nella cultura asiatica sono presenti creature simili, quali lo Yeti (tibetano), nonché nel Nord America (Bigfoot) e in Oceania, anche se non sempre questi personaggi assumono le caratteristiche tipiche dell’uomo selvatico, bensì divengono veri e propri primati poco evoluti. Nella cultura europea, invece, hanno un loro antenato nel fauno della cultura romana, personaggio mitico dell’ambiente agreste, o nel satiro, che però si avvicina maggiormente ad un animale. Le caratteristiche tipiche degli uomini del bosco si stabilizzano nel Medioevo, diventando archetipiche per le tradizioni successive. Nei poemi dei classici latini, tra cui le opere di Orazio e di Virgilio, queste figure assumono caratteristiche positive, diventando simili a protettori, più vicine al mito del buon selvaggio, che diverrà determinante con la teoria del Primitivismo e poi durante il Romanticismo, in particolare nelle opere di Jean Jaques Rousseau. Secondo il filosofo francese, in particolare, il “selvaggio” è un modello positivo, inteso come creatura incontaminata e pura, in stretto contatto con la natura, ma soprattutto non corrotta dal progresso. Via via tale figura va assumendo caratteristiche stereotipate, comuni nelle differenti culture. Caratteristiche tipiche Gli uomini del bosco vanno configurandosi come immagini simboliche tipicamente distaccate dalla civiltà, che vivono in maniera selvaggia e primitiva, isolati da tutti o in clan, ovvero gruppi di individui con i quali condividono le abitudini di vita. Le caratteristiche fisiche degli uomini del bosco sono accentuate dal contatto con la natura, mentre l’isolamento porta le qualità psichiche ad una progressiva attenuazione. La loro immagine è imbarbarita, la pelle è ricoperta di peluria simile al manto degli animali. Non hanno una dimora fissa, sono nomadi e, in condizioni atmosferiche avverse, si riparano in rifugi naturali o di fortuna. Spesso si specializzano, però, nella lavorazione e nella coltivazione di alcuni alimenti, oltre che nella caccia. Personaggi di questo genere diventano topici in letteratura. In Francia spesso assumono connotazioni positive più che negative: nel romanzo Yvain di Chrétien de Troyes, per esempio, l’uomo che si allontana dalla corte diventa selvaggio e vive nel bosco allo stato brado ma è proprio questa esperienza a permettergli di ridiventare un uomo degno […]

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La danza della pioggia: scopri di più su questo rituale antico

La “Danza della pioggia” è una tradizione che affonda le sue radici nella cultura egizia, ma ne troviamo tracce consistenti anche presso i nativi americani, in particolare quelli del sud-ovest, dove le lunghe estati provocavano periodi di siccità molto prolungati, che comportavano ingenti perdite per la popolazione, la cui alimentazione si basava principalmente sul raccolto, ma anche e soprattutto per l’acqua, elemento essenziale per la sopravvivenza. Nonostante la considerevole distanza, è possibile trovare tracce di tale rituale anche presso le popolazioni dei Balcani e nelle culture slave. Scopriamo insieme in cosa consiste questo antichissimo rituale.  Cos’è la danza della pioggia I nativi americani eseguivano il rituale in particolare durante i periodi più secchi dell’anno, tra la metà e la fine di agosto. Era un momento di vera e propria coesione sociale: a questo rituale prendevano parte indistintamente uomini e donne, e ciò comportava un’eccezione, essendo le donne spesso escluse da altri tipi di liturgie. Come ogni rito che si rispetti, i partecipanti indossavano specifici costumi; gli uomini dovevano ondeggiare i lunghi capelli tenuti sciolti, mentre le donne li portavano legati ai lati della testa. I primi inoltre indossavano una speciale maschera colorata di azzurro, blu, giallo e rosso, insieme a piume nella parte alta. Il colore turchese era sempre presente, simboleggiando appunto la pioggia, come anche le piume, simbolo del vento. La maschera delle donne variava solo per i colori, col bianco al posto dell’azzurro. Gli uomini avevano il corpo dipinto con simboli tribali, e portavano pelli di animali come abiti, e calzature turchesi. Le donne indossavano invece abiti neri che coprivano interamente il corpo, tranne i piedi, che rimanevano nudi. Indossavano inoltre uno scialle dai colori brillanti. La danza si praticava tutti in fila, nel centro del villaggio, o spesso in cerchio, e si accompagnavano i gesti della danza con musiche tribali e canti pronunciati dai partecipanti alla danza. Il sociologo Robert K. Merton afferma che la danza della pioggia ha una doppia funzione: quella manifesta, di provocare appunto la pioggia con un fine ben specifico, e quella latente che riguarda il sancire attraverso questo rituale l’appartenenza a un dato gruppo o stirpe, che condivide gli stessi modelli di appartenenza, e gli stessi valori. Al di là della pioggia Per alcune tribù del nord America, come i Cherokee, tale danza aveva un duplice significato: si propiziava l’avvento della pioggia per irrigare i campi, ma la pioggia aveva inoltre uno scopo apotropaico: le goccioline d’acqua erano in realtà gli spiriti dei combattenti valorosi morti durante le battaglie, invocati a purificare la terra e in grado di sconfiggere e scacciare quelli malvagi. fonte immagine: https://it.freepik.com/foto-gratuito/pioggia-fuori-dalle-finestre-della-villa_2441313.htm#page=1&query= pioggia&position=28

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5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione

5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione: tra i numerosi programmi i più celebri sono il Festival di Sanremo (70esima edizione conclusa pochi giorni fa), le partite dei Mondiali, il Palio di Siena, le celebrazioni del Papa e l’Eurovision Song Contest. Che cosa si intende per Eurovisione? L’Eurovisione è un organismo internazionale che coordina e regola tutti le emissioni radiofoniche e televisive dell’Europa, rendendole visibili ed interconnesse tra loro. 5 programmi televisivi trasmessi in Eurovisione Iniziamo con il Palio di Siena, storicamente famoso perché risale al 1633. Si tratta di una manifestazione riesumata ed organizzata a scopo turistico, caratterizzata da cavalli e fanti che hanno corso sin dal 1633 rappresentando le 17 Contrade della città. L’evento è stato interrotto solo dalla violenza delle Guerre Mondiali, ed è di grande rilievo: tutti i toscani, non soltanto gli abitanti di Siena, ne vanno fieri. Apprezzato da numerosi turisti provenienti da tutta Italia e dai confini internazionali in particolar modo la Svizzera, questa corsa di cavalli è davvero suggestiva e simbolica. La corsa vera e propria consiste nel percorrere per tre volte il giro della Piazza del Campo, opportunamente sistemata e attrezzata allo scopo, montando a pelo (senza sella) il cavallo. Ogni Contrada è come un piccolo stato presieduta da un Seggio, da un Priore e guidato nella “giostra” da un Capitano, coadiuvato da due “tenenti”. Apprezzato e seguito in Eurovisione, il Palio di Siena corrisponde ad un evento targato Made In Italy e diffuso in tutta Europa. Un altro evento Made In Italy trasmesso in Eurovisione con grande successo da oltre 70 anni è Sanremo, il Festival della canzone italiana. Rappresenta uno dei principali eventi italiani che ottiene grande riscontro di share anche all’estero. Ogni anno un direttore artistico sceglie testi musicali che rappresentino la musica italiana e nell’arco di 70 anni il Festival di Sanremo ha ospitato sul palco dell’ Ariston i migliori compositori della musica italiana tra cui i Ricchi e Poveri riuniti proprio durante Sanremo 2020, Mina, Mia Martini, Toto Cotugno e Gianni Morandi, al quale i conduttori Amadeus e Fiorello hanno dedicato un omaggio canoro a Sanremo 2020. Al termine delle 5 serate della kermesse musicale più famosa d’ Italia il vincitore viene premiato con la prestigiosa statuetta del Leone di Sanremo. Dal 1956 il vincitore del Festival di Sanremo ottiene il diritto di rappresentare l’Italia al programma musicale Eurovision Song Contest. Quest’anno parteciperà a questo programma il vincitore Diodato con la canzone Fai Rumore, un invito a non tacere e ad esprimere il nostro pensiero qualunque sia la circostanza (d’amore, d’amicizia, di lavoro o di un qualsiasi altro contesto sociale). Un altro evento famosissimo, sportivo ed internazionale è il Campionato mondiale di Calcio, definito in breve “I mondiali” ed in inglese FIFA WORLD CUP, un enorme torneo calcistico che riunisce in una sola sede ogni 4 anni le squadre nazionali di calcio. Creato nel 1930 da Jules Rimet, dirigente sportivo francese, è curato nei minimi dettagli per creare una competizione sana e costruttiva per tutte le squadre di calcio […]

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Come avere una PEC gratis, consigli ed indicazioni

La PEC (posta elettronica certificata) è un servizio utile e soprattutto sempre più diffuso in Italia, per poter comunicare con enti pubblici e pubblica amministrazione; a possederla, non sono esclusivamente professionisti del settore, per far fronte ad obblighi di legge, o prerogative di natura economica, ma sempre più persone comuni. Per le imprese, i liberi professionisti, e le Pubbliche amministrazioni, avere una PEC è obbligatorio per legge, in quanto ogni messaggio inviato con posta certificata, assume un vero e proprio valore legale; caratteristica che ovviamente perderebbe se si inviasse la mail ad una casella di posta normale. Naturalmente, la PEC ha un costo, seppur non esorbitante, che però assicura un servizio eccellente, grazie ad uno strumento che assume il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, ma esclusivamente se i messaggi vengono scambiati tra due indirizzi PEC e non tra un account email di tipo tradizionale e una PEC. Come ogni servizio, anche la PEC, si può ottenere in forma gratuita; creare un account di posta elettronica certificata gratuita, è possibile solo in alcuni casi e solo per un determinato periodo di tempo (esistono a tal proposito varie promozioni, semestrali o annuali, che permettono di “provare” il servizio). Si può ottenere una PEC gratuita, o attivando LegalMail, che offre una prova di sei mesi, e poi un abbonamento mensile che può variare in base alle proprie esigenze. In questo caso, il costo, qualora si decidesse di creare una casella a pagamento, è pertanto elevato, a causa dei diversi servizi connessi alla mail stessa. Altro sistema è Register.it anch’esso con durata semestrale e un vincolo per quanto riguarda la grandezza e lo spazio della casella, che è di 2 giga. Trascorso il periodo di prova, si potrà attivare la PEC, creandone una personale a pagamento, ad un costo contenuto, inferiore ai 3 euro ai quali bisognerà aggiungere l’IVA. Quelli citati sono i due siti web più sicuri e affidabili per ottenere una PEC che sia gratuita o quantomeno per provarne i benefici, in un tempo limitato, ma non troppo. Naturalmente, qualora si volesse creare una propria casella di posta certificata, o semplicemente provare, sarà necessario verificare che sul proprio dominio sia attivabile; è questa una procedura di verifica da effettuare direttamente sui siti di riferimento. Ricordiamo che la PEC, offre numerosi vantaggi e benefici a chi ne usufruisce, trasparenza e protezione sono le due qualità più apprezzate da chi la utilizza. Il servizio era gratuito fino al 2014, offerto dal Governo, ogni cittadino poteva attivarlo, mediante un apposito sito web istituzionale. Pur avendo un costo, (talvolta eccessivo) è pur vero che è possibile provare il servizio gratuitamente prima di abbonarsi. In realtà, il servizio è simile a quello di una casella di posta normale, anche se grazie ai sistemi e ai protocolli di sicurezza utilizzati, è in grado di garantire la sicurezza del messaggio, attribuendogli un’identità legale.   Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/illustrations/posta-elettronica-newsletter-3249062/

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Come avere WhatsApp nero: consigli e novità

Come avere WhatsApp nero o meglio la dark mode della rinomata chat di messaggistica istantanea, è piuttosto semplice, soprattutto se si possiede un sistema Android o iOS. Chiariamo subito che con la dicitura “WhatsApp nero” si intende la versione notturna dell’applicazione; secondo gli esperti infatti, tale versione alternativa, consentirebbe di utilizzare l’applicazione anche di notte, senza arrecare danni agli occhi e soprattutto evitando di consumare la carica del proprio smartphone. Le ultime novità dell’applicazione però, riguardano solo la versione beta, anche se presto sarà disponibile su tutti i dispositivi. WhatsApp nero, funziona sostanzialmente invertendo i colori, consentendo di utilizzare l’applicazione in bianco e nero e quindi senza colori. Per quanto riguarda il colore delle chat relative alle conversazioni presenti sul proprio cellulare, esse diventeranno grigio scuro, i font diventeranno invece bianchi, mentre i messaggi e gli spazi saranno verde scuro ed intenso, tendente al nero. Una soluzione che permetterà di utilizzare WhatsApp più a lungo, senza inficiare negativamente né sulla batteria del cellulare, né sulla propria vista, inoltre, le diverse ricerche effettuate, dimostrano che tale scelta potrebbe rivelarsi molto efficace, soprattutto perché notevolmente apprezzata dal punto di vista prettamente estetico. La modalità scura di WhatsApp è attualmente disponibile solo all’interno del programma beta, accessibile attraverso la versione 2.20.13. Può avere tale versione, sia chi ha un sistema Android, sia chi invece utilizza IOS; essa sarà accessibile a tutti (o quasi) gli iscritti, ma da quanto si apprende, il numero dei possessori sarà limitato, anche se ampliato periodicamente per consentire a quante più persone di provarla. Attivare WhatsApp nero è facile, sarà sufficiente aprire le impostazioni e selezionare la voce Tema per seleziona una delle opzioni presenti: scura, per attivare la Dark Mode, luminosa, per tornare alla versione standard, o di default per allineare i colori della chat alla Dark Mode attivata o meno sul sistema operativo. Naturalmente, anche per quanto riguarda la versione Web di WhatsApp, la conosciuta ed utilizzata versione desktop della famosa applicazione di messaggistica istantanea, sarà attivabile in modalità “nera”, grazie a pochi semplici passaggi. Sarà però necessario, avere l’ultima versione di Google Chrome o Mozilla Firefox, e un’estensione che funzioni e che permetta al tempo stesso di modificare l’aspetto di WhatsApp Web, in questo caso. Per quanto concerne le ultime indiscrezioni relative a WhatsApp nero, per ora è stato ribadito che il colore predominante potrebbe essere appunto il nero, anche se alcune fonti ufficiali fanno riferimento ad un blu molto scuro, che secondo gli esperti del settore, stancherebbe meno gli occhi, rendendo la lettura dello schermo più facile. Ricordiamo comunque che per ora la versione nera di WhatsApp è ancora provvisoria, tuttavia, la versione ufficiale dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, magari dopo aver sistemato alcuni problemi che degli utenti hanno segnalato nella versione beta. Immagine in evidenza: pixabay.com

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Fun e Tech

PlayStation 4, i 5 videogiochi più giocati di sempre

Dal rilascio di PlayStation 3 la Sony ha investito molto sulla evoluzione del mondo videoludico, proiettando l’utenza verso l’interazione online. Nel corso degli anni ha proposto ai propri clienti numerosi servizi: a partire da un account PlayStation Network è possibile usufruire di servizi come lo storico PlayStation Plus, abbonamento che offre pacchetti di videogiochi gratis a cadenza mensile e di poter giocare online (solo su PlayStation 4); arrivando al più recente PlayStation Now che permette agli utenti di giocare in streaming. Oltre ai vari servizi gratis e a pagamento, popolare è anche il sistema di trofei integrato che permette di arricchire il proprio profilo PlayStation Network con dei “traguardi” raggiunti per ogni videogioco giocato. Ogni videogioco è infatti composto da un numero definito di trofei, suddivisi in categorie di prestigio, in ordine bronzo, argento, oro e platino: quest’ultimo è ottenibile soltanto una volta ottenuti tutti gli altri trofei. Nel corso degli anni, sono stati tantissimi i videogiocatori a possedere una console Sony, ad acquistare, giocare e di conseguenza a sbloccare trofei di videogiochi. Questi dati statistici sono stati utilizzati dalla squadra di Gamstat per effettuare delle stime sui videogiochi delle console Sony, ad esempio per scoprire quali siano i 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4. I 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4: i più apprezzati dai videogiocatori 1. GTA V Il famosissimo quinto capitolo del titolo principale di casa Rockstar conquista il podio con più di 80 milioni di giocatori. Il merito del primo posto è dovuto alla godibilissima e longeva trama che impegna il videogiocatore per parecchie ore con numerose missioni, assieme a GTA online che aumenta infinitamente le possibilità di intrattenimento. 2. Fortnite Il videogioco che ha portato alla ribalta il genere dei battle royale si aggiudica la seconda posizione con ben 65 milioni di giocatori. La singolare combinazione di meccaniche sparatutto con l’esplorazione di un mondo gigante e la costruzione di fortezze è risultata a dir poco vincente, intrattenendo milioni di videogiocatori online. Il gioco ha conosciuto, inoltre, un’immensa popolarità tra i giovanissimi dovuta ai numerosissimi gameplay sulle piattaforme YouTube e Twitch, seguiti ogni giorno da milioni di utenti. 3. Call of Duty: Black Ops III Il terzo capitolo della apprezzata serie Black Ops di Call of Duty si aggiudica il terzo posto con circa 63 milioni di giocatori. I meriti vanno alle meccaniche di gioco che rendono il titolo uno dei più apprezzati del suo genere, gli sparatutto in prima persona. 4. Minecraft Il fortunato titolo di Mojang è stato un successo mondiale, rivoluzionando il modo di intrattenere attraverso una piattaforma videoludica. Si guadagna il quarto posto tra i 5 videogiochi più giocati di sempre su PlayStation 4 con ben 41 milioni di giocatori. Le meccaniche di gioco intuitive, le illimitate possibilità date al giocatore per interagire col mondo generato casualmente e le componenti multigiocatore garantiscono numerose ore di divertimento. 5. FIFA 18 Il simulatore calcistico di EA Sports, fortunatissimo format di fama sempre crescente, dal ’93 ai giorni nostri, […]

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Libri

Libri

La politica pop online di G. Mazzoleni e R. Bracciale| Recensione

Che cos’è la politica pop online? Nel nuovo libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale, edito da Il Mulino, si definisce il ruolo della politica pop online e si analizza il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea. La politica pop online – I meme e le sfide della comunicazione politica è il libro di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale edito da il Mulino per la collana Universale Paperbacks. Qual è il ruolo dei meme nella comunicazione politica contemporanea? È la domanda di fondo che guida la ricerca di Gianpietro Mazzoleni e Roberta Bracciale e che porta i due autori a ripercorrere i cambiamenti della comunicazione politica contemporanea, ad analizzare le forme e le dinamiche della politica pop online ed esaminare la fenomenologia dei meme e il loro uso nella comunicazione politica. Per comprendere perché il «meme può essere considerato come il prodotto più rappresentativo della politica pop online» gli autori ripercorrono le tappe fondamentali di un lungo processo che ha progressivamente affermato la disintermediazione della comunicazione. Mazzoleni e Bracciale evidenziano come si sia passati da una «comunicazione di massa, dell’uno-a-molti» ad una «comunicazione digitale, dell’uno-a-uno, del molti-a-molti» grazie a social media che offrono nuove possibilità di partecipazione e comunicazione. Ma cosa intendiamo per politica pop? La politica pop «si manifesta nel processo per cui gli attori della politica, e le loro gesta, pur appartenendo a una sfera a volte anche molto distante dalla vita quotidiana della gente, grazie all’adozione delle dinamiche e dei contenuti della cultura popolare, diventano personaggi e realtà familiari, soggetti di curiosità e interesse, argomenti di discussione, fonti anche di divertimento proprio come i personaggi e le storie che appartengono al mondo dell’immaginario collettivo alimentato dall’industria mediale, dalle sue rappresentazioni e dalle sue narrazioni». Inoltre, bisogna considerare che «i media digitali hanno ampliato i luoghi dove la cultura pop si manifesta rendendo quasi invisibili le distinzioni tra culturale, politico e popolare». Un processo che nasce con la mediatizzazione e che assume nuovi connotati con la disintermediazione porta la politica pop ad essere politica pop online con l’affermazione di nuove dinamiche che favoriscono la transizione da logiche mediali a logiche di network sempre più collettive e connettive. I cittadini continuano a guardare la televisione ma lo fanno in modo diverso, spesso con un altro schermo (secondo la pratica del second screen) con cui commentare istantaneamente ciò che guardano. In questo modo la fruizione del programma televisivo cambia radicalmente portando lo spettatore ad esprimere e confrontare le proprie opinioni con quelle altrui. Considerando ciò e che l’umorismo e la satira sono due tra i registri privilegiati della cultura pop online, diventa più facile comprendere perché il meme è uno strumento sociale fondamentale per far circolare idee, emozioni, opinioni, interpretazioni e influenzare il discorso pubblico. Secondo gli autori i meme rappresentano una forma privilegiata di cultura partecipativa grazie alle loro caratteristiche. I meme, infatti, partono da un singolo individuo per trasformarsi in fenomeno collettivo e collaborativo, si diffondono in modo decentralizzato e non gerarchico e sono facilmente condivisibili su […]

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Libri

RAPconti illustrati di Ernesto Anderle – Recensione

RAPconti illustrati è l’ultima opera di Ernesto Anderle per BeccoGiallo, un viaggio a fumetti nelle canzoni di Murubutu. Dal 6 febbraio è possibile trovare nelle librerie il nuovo lavoro di Ernesto Anderle, autore già noto al grande pubblico grazie alle pagine Vincent Van Love e Roby il Pettirosso oltre che per i suoi lavori precedenti con BeccoGiallo come Ridammi la mano. Fabrizio De André e Vincent Van Love. Nelle oltre 150 pagine di RAPconti illustrati, Ernesto Anderle illustra sedici canzoni di Murubutu, uno degli artisti più apprezzati per la sua capacità di raccontare storie in cui letteratura, saggistica e rap si fondono. Al riguardo, Ernesto Anderle spiega: «I suoi brani mi hanno fatto sentire un viaggiatore, un esploratore di altri tempi, in terre lontane. È un viaggio accompagnato dal valore storico in cui le vicende dei personaggi di Murubutu sono state ambientate: dai confini estremi dell’impero romano alle città distrutte nel dopoguerra». Murubutu, insegnante di filosofia e storia, riesce a trasmette contenuti di ordine culturale attraverso quello che si potrebbe definire un rap didattico con l’intento di «dipingere ed erigere con le parole mondi così credibili da essere abitabili» perché «solo così chi mi ascolta può immedesimarsi nelle storie di vita, capire i sentimenti degli altri e soprattutto i propri». RAPconti illustrati è un lavoro autonomo dato che si presta ad essere letto anche come una raccolta di storie che prescindono dalle canzoni che l’hanno ispirato. Tuttavia, ciò non toglie la possibilità di sfogliare più volte le pagine associando a letture successive alla prima anche l’ascolto delle canzoni di Murubutu per rivivere più volte le storie in modi diversi. Negli intermezzi e nelle pagine extra vengono riportate anche parole non in rima con cui Murubutu spiega quali sono i soggetti e le tematiche delle sue storie, in che modo cerca di coinvolgere gli ascoltatori, quali sono i suoi obiettivi e quali artisti apprezza. La maggior parte delle storie è legata dal filo rosso dell’amore che si presenta di volta in volta in contesti storici, geografici e sentimentali differenti. Ernesto Anderle ricerca e trova un punto di contatto con le note di Murubutu attraverso la natura. «In quest’epoca dove le grandi catastrofi umane e naturali vengono sintetizzate con una foto fatta col cellulare, non c’è più spazio né il tempo di fantasticare su ciò che è avvenuto realmente, impedendone l’immedesimazione. È per questo che le persone ascoltano Murubutu: per prendersi il tempo di ascoltare un fatto umano mentre si trasforma in leggenda». Le sedici canzoni illustrate in RAPconti illustrati sono: La collina dei pioppi, Anna e Marzio, I marinai tornano tardi, Mara e il maestrale, La notte di San Lorenzo, Nyx, Franz e Milena, Wordsworth, La vita dopo la notte, La notte di San Bartolomeo, La stella e il marinaio, Ancora buonanotte, L’uomo senza sonno, Le notti bianche, Le invasioni barbariche e Grecale. Un bel lavoro che ha il pregio di poter essere sfogliato più volte nel corso del tempo e che, soprattutto per i fan di Murubutu, può essere un’occasione per […]

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Libri

Quando tutto diventò blu: graphic novel di Alessandro Baronciani

In occasione del Blue Monday di quest’anno, il 20 gennaio, la Bao Publishing ha presentato in anteprima la ristampa di Quando tutto diventò blu, romanzo grafico del 2008. In vendita dal 23 gennaio, Quando tutto diventò blu è opera di Alessandro Baronciani, fumettista pesarese ma milanese d’adozione, autore tra l’altro di Le ragazze nello studio di Munari, La distanza (in collaborazione con Colapesce) e Negativa. La presentazione del fumetto avviene assieme allo spettacolo con musica e disegni Quando tutto diventò blu. Concerto a fumetti, creato da Alessandro Baronciani e Corrado Nuccini. Protagonista del romanzo grafico è Chiara, che si trova a dover affrontare degli attacchi di panico che quasi la “paralizzano”, rendendo qualsiasi attività quotidiana un’impresa. Nel tentativo di non affrontare il problema, ammettendo di “aver paura di avere paura”, tenta di rimuovere la realtà. Nel romanzo grafico di Alessandro Baronciani vediamo la sua storia svolgersi: le crescenti difficoltà legate agli attacchi di panico e all’ansia, la negazione del problema, il tentativo di ricondurlo ad altre problematiche di salute, gli psicofarmaci, l’allontanamento crescente dalla realtà, infine la forza di affrontare gli attacchi di panico ed uno spiraglio di riscatto. Quando tutto diventò blu: tra panico ed ardimento   Un’anteprima a cura della Bao Publishing La prima cosa che si nota di Quando tutto diventò blu è il colore: è interamente in bicromia bianca e blu (in particolare è in Classic Blue, Pantone dell’anno 2020). Il blu è un colore associato a depressione, tristezza e senso di vuoto: di qui la scelta di usarlo per il romanzo grafico, anche nello stesso titolo, ad indicare il periodo di vuoto e difficoltà che la protagonista Chiara si trova a dover affrontare. Scelta singolare che assieme al punto di vista di alcune tavole riesce ad immergere il lettore nel mondo di Chiara e a fargli comprendere cosa succede in un attacco di panico. La storia è frutto della fantasia dell’autore, ma potenzialmente vera: chiunque potrebbe trovarsi nella stessa situazione di Chiara. Quella della protagonista è una vita ordinaria, tra università, lavoro, amore ed amici, che viene scombussolata da panico ed ansia. Una trama ordinaria, di vita quotidiana, che è un’altra particolarità del volume assieme alla tematica: generalmente le problematiche legate alla salute mentale non vengono evidenziate. Forse anche per via di uno stigma negativo è difficile che siano al centro di un’opera, invece in Quando tutto diventò blu ne vediamo tutto il percorso, dai sintomi agli effetti sulla vita di Chiara, fino ad arrivare ad affrontare il problema. Una trattazione non molto approfondita, ma che porta alla ribalta e sensibilizza su un tema importante e sottovalutato, una lettura breve ma coinvolgente, assolutamente consigliata. Fonte immagine: cartella stampa della Bao Publishing Francesco Di Nucci

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Libri

Incontri all’angolo di un mattino: Lia Migale ci racconta il ’68 prima del ’68

Con il suo ultimo romanzo, Incontri all’angolo di un mattino edito La Lepre Edizioni, Lia Migale ci racconta di quella stagione speciale della storia che fu la rivoluzione studentesca del 1968 da un punto di vista inedito e altrettanto speciale, il proprio, partendo dagli anni prima del ’68, anni in cui la rivoluzione andava forgiando le proprie forme e le proprie spinte, arrivando fino a oggi. «Non ho un filo logico, non ho chiarezza, solo devo ricomporre quel tempo, con quel poco di memoria che mi resta, con quelle scarse carte che mi ridanno volti, parole e pensieri. E dolori.» Lia Migale si fa testimone della storia dell’ultimo mezzo secolo del millennio passato, una storia piena di gente: una costellazione di stelle comete, così la definisce. Sono i sui amici più cari ai quali ella sopravvive. Ormai adulta, Lia migale si ritrova a passeggiare tra le loro tombe e un pensiero si ferma lì sui quei volti fotografati; è un fluire continuo di ricordi inutilizzati che si materializzano in inchiostro che tramanda la memoria e ricompone il segno indelebile che ognuno le ha lasciato ricostruendo e fissando sulla pagina il momento in cui lei divenne una rivoluzionaria. Quella costellazione di cui parla Lia Migale si compone gradualmente quando di capitolo in capitolo ogni stella prende il suo nome e alla fine, questi punti luminosi, con le loro accezioni e individualità, si uniscono grazie a una narrazione che non è solo rigidamente cronologica, ma che vuole chiarire come e perché i figli del dopoguerra siano diventanti “la generazione”, chiarire chi erano quei bambini dall’infanzia antica che, protagonisti di un’era di passaggio, si ritrovavano a fare da “ponte” tra Vecchio Mondo e Nuovo Mondo difendendo gli ideali di svecchiamento, libertà, amore e pace divenute le nuove parole all’ordine del giorno. Lia Migale, tra lotta individuale e lotta collettiva Incontri all’angolo di un mattino di Lia migale prende le mosse da una lettera datata marzo 1968. La lettera è di Gioia, uno dei personaggi più importanti per l’evoluzione della giovane scrittrice di provincia, incastrata in una città che racchiudeva un mondo che non esisteva già più, alimentando il suo desiderio di fuga, il suo fastidio e la sua tristezza. Gioia fu allora “la finestra” che permise alla giovane Lia di lasciarsi travolgere dal mondo del cambiamento. C’era il sorriso di Gioia ad accompagnarla nel suo primo assaggio del ’68: “ uno shock estetico” fu per lei la visione de La Cinese di Jean Luc Godard, un film registrato tra il 6 e il 31 marzo 1967 a Parigi, e che anticipava quella che sarebbe stata la rivoluzione dei giovani francesi nel Maggio del ’68. «Vietato vietare» era uno degli slogan della rivolta francese, condiviso dagli italiani che si apprestavano alla lotta che Lia Migale abbracciò definitivamente nel 1969, con l’occupazione dell’Università di Roma alla quale si era iscritta. «Dicevo di sì a lei e alla rivoluzione. Qualunque cosa la rivoluzione fosse stata.» L’adolescenza era finita, il tempo smise di “passeggiare” e iniziò a […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Napoli Animal Save e Napoli Climate Save al Liceo Pansini | Intervista

Venerdì 14 Febbraio le associazioni di attivisti di Napoli Climate Save e Napoli Animal Save interverranno al Liceo Classico A. Pansini di Soccavo (Napoli) per tenere una lezione informativa sulle conseguenze delle azioni umane sugli attuali cambiamenti climatici e le correlazioni che esistono tra quest’ultimi e le industria zootecnica. L’obbiettivo è quello di far conoscere la complessità di queste tematiche che richiedono studio e forte responsabilizzazione da parte di tutti. Organizzatisi sotto l’egida del movimento internazionale abolizionista Save Movement nato a Toronto nel 2010 e anche sotto la spinta del movimento Friday’s for Future di Greta Thunberg, queste associazioni svolgono diverse attività per la tutela dell’ambiente e dei diritti degli animali. Ne abbiamo parlato con Connie Dentice, rappresentante del gruppo Napoli Animal Save.  Cosa sono Napoli Climate Save e Napoli Animal Save, e quali sono i loro obbiettivi? Sono dei gruppi locali di attivisti, il primo per la tutela dell’ambiente mentre il secondo per la tutela dei diritti degli animali. Nascono dall’organizzazione internazionale Save Movement che conta gruppi in tutto il mondo. Il primo obbiettivo è quello di informare le persone sulle conseguenze dei cambiamenti climatici e promuovere l’antispecismo, ovvero, che tutte le creature viventi sono sullo stesso piano: non esistono animali da compagnia o animali da reddito. Le attività di Animal Save Movement consistono nell’andare in ogni luogo di sfruttamento animale: allevamenti, macelli, fiere, zoo, circhi, negozi che vendono animali. Lo facciamo sempre in maniera pacifica parlando anche coi lavoratori e riscontrando che spesso neanche loro vogliono fare certi lavori. Portiamo quindi la testimonianza di chi vive nell’ombra, parliamo di persone che fanno uso di alcool e droghe, persone che chiaramente non vogliono uccidere ogni giorno, sentire urla e sporcarsi col sangue… non è umano. Si parla tanto della classe operaia ma non si parla mai di queste persone che spesso sono immigrati che non hanno altra scelta. Il nostro atteggiamento è di comprenderle, non di giustificarle e di guidarle verso la transizione. Poi siamo contro la trivellazione, siamo contro gli inceneritori e facciamo manifestazioni per questo. A marzo faremo una manifestazione a Milano fuori la sede della Cargill, una multinazionale che, disboscando intere foreste, rifornisce gli allevamenti di mangimi e distribuisce carne a grandi colossi come McDonald’s e Burger King. Napoli Climate Save, nello specifico, si occupa di far capire e informare sul come l’industria zootecnica incida in maniera consistente sull’inquinamento e i cambiamenti climatici. Ma tra le diverse attività ci sono anche azioni di riqualificazione e pulizia di zone degradate, oppure azioni di rimboschimento. In cosa consiste la lezione che terrete al Liceo Pansino? È una lezione di quattro ore incentrata sulle cause e conseguenze del cambiamento attualmente in atto. Parleremo dei combustibili fossili, della fast fashion, della plastica e dell’industria zootecnica. Sarà una lezione frontale con un dibattito alla fine. Avete già svolto attività simili in altre scuole? Abbiamo svolto la stessa lezione in un istituto professionale a San Giorgio a Cremano per gli studenti del triennio e abbiamo riscontrato che c’è poca informazione ed è […]

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Food

Giallo datterino presenta le nuove pizze invernali

Si è svolta martedì 28 gennaio la presentazione delle nuove pizze winter edition della pizzeria Giallo Datterino a Villaricca, provincia di Napoli: dalla collaborazione con lo chef stellato Paolo Gramaglia. Sono cinque le pizze che si vanno ad aggiungere alla rosa di quelle già presenti nel menù della pizzeria. Giallo Datterino le cinque proposte winter edition Lo chef Paolo Gramaglia ha presentato le cinque nuove pizze della Giallo Datterino winter edition, che decide di cavalcare l’onda della fusione tra tradizione e modernità. Con la volontà di accontentare un pubblico sempre più esigente ed attento ad abbinamenti e rivisitazioni dei grandi classici, così come i palati di clienti di qualsiasi età. Si parte con Porgi l’altra guancia, una pizza ricca e tipicamente invernale, che presenta stracotto di guanciale di maiale, provola di Agerola, all’uscita perlacee di cicorietta, chips di cotica croccante, quenelle di patate ai 3 pepi, basilico, parmigiano e olio extravergine d’oliva. Il carciofo della domeniche napoletane, una pizza che strizza l’occhio al tipico contorno domenicale delle famiglie napoletane, ‘a carcioffola, che si presenta con una vellutata di carciofo di Schito, provola di Agerola, all’uscita carciofo in 2 cotture al vapore e alla brace, pancetta tesa, mousse di alici, servita in una cloche al fumo di carciofo. Bruschetta…Mi, una pizza più fresca e leggera delle precedenti, ma che comunque richiama i sapori e le sensazioni della tradizione più povera e semplice, composta da fumetto di suino al vino rosso in pomodoro corbarino, provola di Agerola, all’uscita filetti di pomodoro semi-dry, fonduta di provolone del Monaco e spuma all’essenza di bruschetta. La zeppola di genovese di Paolo Gramaglia incontra il forno di Ciro Spinelli, una pizza alla cui base troveremo una vera e propria ciambella di pasta choux, fritta e cotta al forno, ripiena di genovese su salsa di pecorino. Il goloso del cioccolato, per concludere in bellezza con un dolce fatto di un tris di sfere fritte, cuore ripieno di ricotta al miele, ricoperte di cioccolato bianco, fondente e al latte. Non resta che andarle ad assaggiare tutte alla pizzeria Giallo Datterino Corso Europa 310-322 Villaricca.

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Eventi/Mostre/Convegni

Be Green: intervista a Franco Rendano

Lo scorso venerdì 24 gennaio si è tenuta, negli spazi del Lanificio 25 (piazza Enrico De Nicola, 46, a Napoli), la mostra fotografica “Mi rifiuto” e il primo degli incontri d’ecologia e ambiente “Be Green“. Per l’occasione, abbiamo intervistato Franco Rendano, chirurgo e presidente del Lanificio 25. Be Green: intervista al professor Franco Rendano Professor Rendano, il “Lanificio 25” è spesso impegnato in attività e progetti culturali; vuole raccontarci la storia della struttura e del sito ov’è ubicata? Comincia nel 2005: fui affascinato dall’edificio che, come dice Francesca Rigotti (Il pensiero delle cose – Ed. Maggioli), mi disse di avere tante cose da raccontare. Con il tempo queste cose sono venute a galla; un’affascinante storia di oltre 500 anni: nel ‘400 monastero come “Insula Monastica di Santa Caterina a Formiello”, nell”800 fabbrica di lana (Lanificio SAVA), importante industria dove lavoravano oltre seicento operai, poi sede di varie attività artigianali. Oggi rappresenta un edificio storico, tipico reperto di archeologia industriale di epoca borbonica la cui vocazione non è più la produzione di beni materiali ma “immateriali” (cultura, arte, musica, danza…). Porta Capuana si trova accanto al complesso ed identifica tutto il quartiere caratterizzato da antiche tradizioni culturali e culinarie oltre che per la presenza di importanti monumenti. “Be Green” è un progetto sull’ambiente per l’ambiente; vuole offrircene una descrizione in dettaglio? Il quartiere che ho citato è in abbandono e negletto dalle istituzioni. Lo è ancor più oggi che i lavori del progetto UNESCO hanno creato da lunghi mesi notevoli disagi agli abitanti ed alle attività del luogo. In una situazione di tanto degrado con questo progetto vogliamo lanciare un messaggio speciale alle nuove generazioni sull’importanza di una coscienza “GREEN” a partire dalle piccole cose che tutti noi possiamo mettere in pratica. Per questo, in occasione della presentazione del progetto, abbiamo organizzato con l’aiuto della dottoressa Valeria Panella e di Giuseppe Perrini il primo convegno BE GREEN invitando i ragazzi della scuola “Bovio Colletta”, situata a pochi metri, e nomi illustri dell’ecologia nazionale ed internazionale. Circa cento ragazzi dagli 8 ai 15 anni, accompagnati dalle famiglie e dai docenti della scuola, hanno ricevuto dai presidenti di Legambiente Edoardo Zanchini e Maria Teresa Imparato una lezione pratica con dieci consigli “per contrastare i cambiamenti climatici”. In conclusione ho consegnato a ciascun bambino una spilla/stemma da portare con orgoglio sul petto insieme al decalogo e ad una pergamena personalizzata che li diplomava “Ambasciatore Be Green per salvare il Pianeta”. I bambini hanno preso molto sul serio il messaggio del quale si faranno portavoce anche in seno alle famiglie. È stato emozionante. Il tutto seguito poi da un dibattito più “serio” sulle problematiche ambientali. Dopo la presentazione del nostro progetto sono intervenuti Edoardo Zanchini (vicepresidente nazionale di Legambiente), Carmine Maturo (portavoce nazionale di “Green Italia”) con “Essere green a Napoli”, Enzo Russo (Mobility manager Ufficio di presidenza “Green Italia”) con “Politiche, strategie, azioni concrete per una mobilità sostenibile”, Cristina Di Stasio (Quartiere Intelligente) con “Educazione all’ambiente come educazione civica”. Gli incontri di “Be Green” […]

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Food

Ris8, il riso della piana di Sibari a Napoli

Magisa, azienda indipendente nata sul suolo calabrese, ha presentato il riso di loro produzione alla stampa il 29 gennaio durante l’evento Ris8 (o anche RisOtto), tenutosi presso la taverna La Riggiola in Via Satriano 12, a  Chiaia Magisa, storia dell’azienda Fondata a Sibari nel 2004 e resa operativa nel 2006, la riseria Magisa vede a capo le sorelle Maria, Giusi e Sara Praino (da cui deriva anche il nome, che altri non è che l’acronimo delle prime lettere dei loro nomi), affiancate dal padre Giancarlo. Da allora l’obiettivo dell’azienda, che può contare 450 risaie, è quello di esaltare le proprietà organolettiche del riso prodotto nella piana di Sibari, la cui coltivazione risale al 250 d.c., tramite l’uso di tecniche artigianali e a basso costo nella lavorazione in tutte le sue fasi. Un riso che, grazie anche al sole, la vicinanza al mare e le temperature miti, può vantare caratteristiche uniche. Ris8, resoconto della degustazione La stampa ha avuto  l’opportunità di assaggiare il riso della piana di Sibari durante Ris8, un evento di degustazione tenutosi a La riggiola a Chiaia, taverna fondata nel 2017 da Pietro Micillo e ai cui fornelli troviamo lo chef Francesco Pucci, le cui origini calabresi si sono fatte sentire nella preparazione dei sei piatti proposti. Questi ultimi sono stati accompagnati dai vini prodotti da due aziende vitivinicole: la napoletana CantaVitae, fondata a Marano da Michelangelo Schiattarella e la calabrese Spadafora, giunta alla quarta generazione di produttori di vino. La degustazione Ris8 si è aperta con un panino di farina Jemma farcito con scarola e sashimi di baccalà. La Jemma è una tipologia di riso nero creata da Giancarlo Piano e dal dottor Giandomenico Polenghi, adatta a chi segue uno stile di vita sano. L’antipasto dal retrogusto dolce anticipa una delle prime tre portate, il riso nero al salto con fagioli a formella e cozze che rappresenta in pieno il felice connubio tra un classico della cucina partenopea e l’uso di una materia prima proveniente direttamente dalla Calabria. A seguire, il risotto Karnak, una variante del riso Carnaroli, con zafferano, burro acido, ostrica grattugiata e caviale. Anche qui un piatto gradevole, sebbene pecchi leggermente di sapore per via della lieve supremazia dello zafferano sugli altri ingredienti. La contaminazione con la gastronomia napoletana prosegue prima con un sartù di riso, preparato seguendo la ricetta tradizionale, e con un bottone di riso Jemma ripieno di ricotta e torzella, posato su un letto di genovese. Anche qua il sodalizio tra i prodotti di due diverse regioni del sud è riuscito, come dimostra anche il dessert costituito da una cassata di farina Jemma cotta nel forno. La bravura e le intuizioni di chef Pucci riescono nell’intento di valorizzare il prodotto delle sorelle Praino, cosicché da rendere partecipi anche i giornalisti della qualità di un riso che non ha nulla da invidiare a quello delle grandi produzioni industriali. Anzi, queste ultime avrebbero soltanto da imparare da piccole realtà come questa! A noi di Eroica Fenice non resta che ringraziare La Taverna Riggiola […]

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Musica

Musica

I Joe D. Palma sono Ok, Tutto Ok | Intervista

Affermano di essere stati rapiti dal fascino delle donne di Gubbio, sirene di questa piccola città di mare in Umbria…No aspettate, c’è qualcosa che non va! Parliamo di Giorgio Cagnin (chitarra, voce), Matteo Stanco (chitarra, voce), Alvise Mutterle (basso), Giacomo Raffaelli (batteria), Andrea Gomiero (tastiere, voce) che insieme formano i Joe D. Palma. Tutto Ok è il loro nuovo lavoro discografico pubblicato lo scorso novembre per La Clinica Dischi. ‘Tutto ok’ come espressione di un mood, di un approccio alla vita della quale non si riesce bene ad afferrare il senso. È una condizione di disagio contrastata con ironia e un po’ di leggera disillusione. «Ma chi l’ha detto poi che è coscienza o moralità?». Il disco prende forma in nove tracce tra scene quotidiane, attese interminabili, aspettative disattese e citazioni del wrestling che puntellano il suo vestito sonoro dancefloor, dalla spiccata attitudine elettronica. Un sound convincente  che in questi anni è stato apprezzato anche su tanti palchi in giro per l’Italia dato che i Joe D. Palma hanno aperto molti concerti per i Pinguini Tattici Nucleari, Coma Cose, Frah Quintale e Giorgieness.  Di questo e di altro ancora abbiamo avuto occasione di parlare stesso con i Joe D. Palma, durante la nostra intervista. Intervista ai Joe D. Palma Come nasce il gruppo? Il gruppo nasce dall’idea di Giorgio e Matteo di fare un po’ quello che gli pareva, suonare quello che non avevano mai potuto scrivere con gli altri progetti che avevano. Prima che uscisse il primo EP siamo stati probabilmente il gruppo che ha cambiato più membri della storia, sarebbe interessante fare un concerto con tutti ragazzi che abbiamo conosciuto. Poi nel 2017 sono arrivati Raffa, Alvi e Gomez e sono effettivamente nati i Joe D. Palma. Com’è nato l’album? È nato a Padova principalmente a casa di Gomez, tra i tramezzini di mamma Stella e i tentativi di far parlare il suo cane Sciro, è stato un processo abbastanza lungo, ma alla fine aveva imparato a dire un sacco di cose. Poi da quando siamo entrati in studio dai ragazzi di La Clinica Dischi il tutto ha iniziato a prendere una dimensione più precisa, dalle pre-produzioni ai mix è stato un gran bel viaggio. Cosa avete voluto raccontare? Abbiamo voluto raccontare quei piccoli disagi quotidiani che stanno dietro le persone normali, in cui i ragazzi della nostra generazione possono trovare un po’ di familiarità, magari in quei richiami malinconici alla nostra infanzia e agli oggetti che l’hanno caratterizzata. Rimane comunque un racconto leggero, ci piace stare sereni, alla fine sta tutto nel titolo dell’album. Qual è stata la ricerca musicale? È stata la cosa più lunga ma anche quella più interessante. Trovare una dimensione che ci caratterizzasse comunque come una band a livello proprio di sound, che non è così semplice nel panorama musicale italiano, riuscire ad unirlo con lo stile che Giorgio ha nello scrivere, che tende al cantautorale. A noi piace l’idea di suonare come una band poco italiana, speriamo di riuscirci. Cosa potete dirmi […]

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Musica

Sanremo 2020: cosa resterà di questa musica

Riassumere 5 giornate di Festival di Sanremo in un unico articolo è un impegno arduo, oltre che un grande sforzo di memoria; proprio così, dato che questo 70esimo Festival di Sanremo è un’edizione senza tagli, che non bada allo scorrere dei minuti e cerca in ogni modo di trovare un compromesso tra show e kermesse canora. Si avvicendano sul palco ospiti su ospiti, Amadeus presenta con impegno, Fiorello si muove con disinvoltura tra una gag e l’altra, Tiziano Ferro canta ogni volta che può, sfilano 1

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Musica

Varanasi – EP post-punk dei Varanasi: Intervista

Il 15 novembre 2019 è uscito l’EP Varanasi della band omonima, composta dagli ex Japan Suicide: Stefano Bellerba (voce, chitarra), Matteo Bussotti (batteria), Matteo Luciani (basso), Leonardo Mori (tastiere, synth), Saverio Paiella (chitarre). È stato registrato presso la Distilleria – produzioni musicali, con la produzione di Maurizio Baggio. Quattro i brani inclusi: La Grande Onda, Mishima, Rosemary’s Baby, 1978. Di questi Rosemary’s Baby è un inedito, gli altri sono brani già editi e nuovamente registrati. Nell’album si alternano sonorità diverse, cupe e lente in La Grande Onda, esclusivamente strumentale, ritmate e quasi sognanti in Mishima e Rosemary’s Baby per finire con quelle cupe e synth di 1978. Contributi con sfumature diverse, seppur legati al post-punk che contraddistingue la band e che rendono interessante l’ascolto dell’EP. In occasione dell’uscita del disco abbiamo intervistato i Varanasi. Come è avvenuto il passaggio da Japan Suicide a Varanasi? Come Japan Suicide abbiamo pubblicato quattro album in dieci anni di attività; soprattutto dal 2015 con “We die in such a place” abbiamo cominciato a suonare con continuità all’estero e ad avere soddisfazioni in termini di riconoscimento. Allo stesso tempo ci siamo mossi in un genere piuttosto definito, cercando la nostra “voce”, e pensiamo di aver in un certo senso dato un contributo compiuto con quella che consideriamo una sorta di trilogia: We die in such a place, Santa Sangre (con alcune contaminazioni psichedeliche) e Ki. Il cambiamento riflette sia una curiosità musicale verso altre direzioni che pensiamo avrebbero stonato nei Japan Suicide, oltre al passaggio all’italiano, e sia un’esigenza più pratica per quanto riguarda la vita e la gestione di una band. Video dal canale YouTube ufficiale dei Varanasi Perché la scelta di fare un album con un inedito (Rosemary’s Baby) e tre pezzi già editi e nuovamente registrati (La Grande Onda, Mishima, 1978) e non con soli inediti? L’ep è stato pubblicato come prova di transizione. Oltre a Rosemary’s Baby avevamo altri brani sui quali non eravamo del tutto convinti e che poi abbiamo anche scartato per il nuovo disco sul quale stiamo lavorando. Mentre per esempio 1978 è un brano che ci è molto caro, e insieme con gli altri due che abbiamo tratto dal recente Ki, forma un buon compendio della nostra musica. Come mai questi titoli per i brani (un libro horror, una xilografia giapponese, un discusso personaggio nipponico e un anno importante nella storia italiana recente)? Quali i temi dei brani? Rosemary’s Baby è una storia che affronta la paura della perdita e del cambiamento, sul piano personale e in parte sociale. Il titolo è stata una coincidenza fortuita nata dal cantato improvvisato, ma rispecchia il lato negativo del testo e l’ambiguità del desiderio di voltare pagina e l’ossessione che ti trattiene dal farlo. Il cambiamento e la novità sono tanto inevitabili quanto spesso spaventosi. A Mishima è dedicato il nostro ultimo lavoro come Japan Suicide, la sua figura è parecchio complessa e racchiude in sé il conflitto tra la modernità e la tradizione, tanto nell’arte quanto nella sua vita, […]

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Intervista a La Terza Classe: il folk torna all’Asilo Filangieri

Il folk de La Terza Classe torna a casa La Terza Classe è un progetto musicale che nasce a Napoli nell’ottobre del 2012; il luogo della formazione e dell’affermazione del gruppo è stato la strada, dove ha iniziato a produrre musica e spettacolo suonando canzoni tradizionali e moderne prevalentemente ispirate al mondo del folk statunitense. Dal bluegrass del Kentucky al dixieland, o early jazz, degli Stati del Sud, fino ad arrivare alle canzoni da jug band, il tutto abbinato alla “teatralità” e all’espressività tipicamente napoletana che fa parte del DNA dei componenti del complesso. Numerose ed eclettiche sono state le influenze principali, almeno fino ad ora, di una discografia ancora giovanissima (La Terza Classe, Folkshake e Ready to Sail) e che non vede l’ora di arricchirsi di nuovi capitoli. Enrico Catanzariti (batteria/voce), Pierpaolo Provenzano (chitarra acustica/voce), Rolando “Gallo” Maraviglia (contrabbasso/voce) Alfredo D’Ecclesiis (armonica/voce), più il membro “aggiunto” Corrado Ciervo al violino: queste le personalità che danno corpo e anima a La Terza Classe. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con loro, in occasione del concerto evento che si terrà il 1 febbraio a l’Asilo Filangieri, centro culturale e sperimentale sito nel cuore del centro storico napoletano, in vico Giuseppe Maffei. Partiamo dalle origini. Come è che un gruppo di giovani napoletani finisce con il diventare un punto di riferimento di un genere, il folk, che nel nostro paese non hai mai attecchito più di tanto? Difficile trovare una risposta unica a questa domanda… Diciamo che si è creata fin da subito una convergenza di vari fattori: tutti noi provenivamo da differenti background musicali di matrice americana, che si rifacevano però ad un unico grande bacino, ovvero quello della musica tradizionale folk americana, e gli strumenti acustici che imbracciamo ne sono un riflesso lampante. In aggiunta a ciò, il fatto di aver iniziato come gruppo di strada ci ha portato a coltivare intensamente il rapporto con il pubblico, caratteristica, questa, imprescindibile per ogni tipo di musica popolare, e che ci ha permesso negli anni di attecchire su ogni tipologia di audience, dai più adulti ai più piccini. Quello che forse ha fatto la vera differenza rispetto ad altri gruppi è stata la passione travolgente e sincera per questo genere, cosa che proviamo a trasmettere anche agli ascoltatori più “scettici”; se a questo poi aggiungiamo il fatto che siamo intrisi di “energia napoletana”, beh allora…! A cosa si deve la scelta di scrivere totalmente in inglese i vostri brani? L’inglese è (volente o nolente) la lingua più diffusa della nostra epoca e, oltre ad essere la lingua principalmente utilizzata nella musica a livello internazionale, è anche quella che meglio si riesce a vestire delle sonorità che portiamo avanti; dato che siamo cresciuti ascoltando e suonando sopratutto musica folk anglofona, i nostri brani sono meglio rappresentati dalla lingua inglese. Ciò non significa che disdegneremo qualche inserto in italiano all’occorrenza! Cosa significa il ritorno a Napoli? Un concerto nella città dove tutto è nato, specie dopo un tour che vi ha […]

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Al TRAM, In fondo agli occhi dà nuova luce alla cecità

In fondo agli occhi in scena al TRAM sabato 15 e domenica 16 febbraio. Leggi qui la nostra recensione! Sabato 15 e domenica 16 febbraio il teatro TRAM ha presentato lo spettacolo “In fondo agli occhi” della prestigiosa compagnia Berardi Casolari, che vanta la presenza del vincitore del Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018 con la regia di César Brie (Promo dello spettacolo). La storia racconta della cecità bipartita tra Tiresia (il cui nome dell’indovino cieco dell’Antigone), ipovedente, inscenato da Gianfranco Berardi, non vedente nella realtà, e Italia, interpretata da Gabriella Casolari, una barista delusa dalla sua vita, amante dell’uomo. L’invalidità di Tiresia-Gianfranco è da subito capovolta: salta, balla e canta, inneggiando allo “spoliticamente scorretto”, invitando il suo pubblico ad approfittare di questa situazione per cedere all’istintività animalesca del giudizio e del disprezzo, vanta tutta la sua fragilità e sventola a testa alta il terzo dito, simbolo della sua autonomia. Deride se stesso per deridere gli altri, tutti quelli che credono di vedere solo perché dotati di occhi. Ma nel mondo attuale, l’universo virtuale, quello costruito sulle impression e sui like, i cechi sono gli unici che ci vedono, capaci di oltrepassare il buio accecante e di camminare a tentoni, con le mani in avanti, senza paura degli spigoli. La malattia non è più in fondo agli occhi. È tutta nelle cose che ci circondano. E così pervade anche Italia-Gabriella, che schiacciata dalla sua storia, dai suoi rapporti e dalla sua posizione, lamenta continuamente di voler scappare ma di non essere in grado di trovare una via d’uscita, incapace di ambire anche solo alla mediocrità. Questa donna in crisi è l’incarnazione del nostro paese, rappresentato in tutta la sua immobilità, decantatore dell’amore vigliacco per la libertà. Così, ancora una volta il teatro TRAM dimostra che sensibilità e attenzione sono alla base del loro progetto: “Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba -. Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente. Siamo felici che questo incontro con Berardi e Casolari, a cui abbiamo lavorato a lungo con pazienza e perseveranza, sia stato possibile”. “In fondo agli occhi” è una storia reale, che grida forte e si fa sentire; una storia attuale che evita la retorica ed arriva diretta e con sincerità; è una storia che ci lascia il giusto spazio per riconoscerci, di volta in volta, nei due personaggi e nei loro problemi. Ed è una storia che arriva nella miglior maniera possibile: facendoci ridere e piangere senza delicatezza, ma invadendoci e rendendoci partecipi. Il vero messaggio, l’inno che risuona fino all’ultima scena dello spettacolo è la speranza: non perde la luce chi possiede l’amore e chi, con coraggio, attraversa le proprie invalidità, fisiche e, soprattutto, mentali. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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La porte à coté: litigi, segreti ed amore in scena alla Galleria Toledo

Arriva in scena il 13 febbraio 2020 al Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli lo spettacolo in francese (con sottotitoli in italiano) La porte à coté: una produzione Theatre Francais de Rome, di Fabrice Roger-Lacan per la regia di Marco Belocchi e con Alessandro Waldergan ed Hélène Sandoval. Una storia tra due vicini di casa che vivono nello stesso piano e che si odiano con cordialità, tra intrecci, segreti, lavori e caratteri apparentemente incompatibili, ricordi laceranti del passato, sentimenti non detti e nascosti e litigi che porteranno, invece, i due protagonisti ad essere più uniti che mai. La porte à coté: l’essere incompatibili o anime gemelle? Lei è psicanalista, lui invece è un venditore di yogurt. Sono vicini di casa, ma si odiano cordialmente ed ogni motivo è buono per litigare. Il palcoscenico si apre con uno scenario molto semplice e cambia allo stesso modo passando da una casa all’altra o anche sullo stesso pianerottolo. In fondo, i due protagonisti, sono, sì, vicini di casa, ma non comuni: sono soli e persi in una grande città e di fronte alle calamità del tempo e soprattutto degli anni che passano, ma sempre con vivi ricordi del passato che sembrano non voler mai lasciarli andare. Atteggiamenti, modi di fare e di dire che sono frutto di processi di elaborazione interiore per ognuno dei protagonisti, i quali si trovano sempre a fare i conti con quelli che sono i fantasmi della loro passata età. Cercano entrambi l’anima gemella su un sito di incontri e l’idea di persona dei due si allontana largamente da quella dell’altro. Nel frattempo litigano per qualsiasi cosa: dal volume della musica, al genere che ascolta l’altro, sulle loro professioni e su qualsiasi cosa che, in qualche modo, possa anche solo minimamente toccare l’altro. Quando poi troveranno entrambi la loro anima gemella, non smetteranno comunque di stuzzicarsi, ma forse, per l’ultima volta. Tra intrecci e semplicità, odio ed amore. Tra la comicità ed il profondo, tra la semplicità e gli intrecci, tra l’amore e l’odio: La porte à coté è un misto di queste sensazioni che arrivano forti e chiare al pubblico. Dietro ogni dialogo ed ogni litigio vi è sempre celato un segreto od un qualcosa così profondo che l’altro non riesce ad esprimere; il tutto alternato con battute sarcastiche e col piacere di stuzzicarsi, che i due attori protagonisti portano in scena con naturalezza e soprattutto con semplicità. Fonte immagine: galleriatoledo.info

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Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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When the rain stops falling: un viaggio genealogico al Teatro Bellini

Al Teatro Bellini, dall’11 al 16 febbraio, va in scena lo spettacolo When the rain stops falling  di Andrew Bovell, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli e con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro e Francesco Villano. Questo spettacolo ha vinto tre premi UBU nel 2019 (migliore regia, miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgica e migliori costumi) e riesce a portare sul palco tutta l’energia, la passione, i dubbi e le incomprensioni di una storia di famiglia dal 1959 al 2039. When the rain stops falling: il susseguirsi di eventi che segnano le famiglie ed il tempo La storia di due famiglie, Law e York, si avvicendano in quattro generazioni a partire dal 1959 fino al 2039. Storia di madri, mogli, padri, mariti, donne ed uomini i cui destini si incrociano casualmente per un amore mancato o per un evento macabro. Vite spezzate, morti accidentali, amori per anni curati e mai ricambiati pienamente. I diversi fili che la trama cuce, mescola e rende singolari, riecheggiano dopo anni ed anni di sedute al tavolo di una cucina, all’apertura di una valigia i cui ricordi rimarranno indelebili. La ripetizione di alcune azione narrative sancisce l’attualità del presente nel passato e viceversa ma, soprattutto,  quanto il passato riesca ad influenzare e condizionare il futuro. Ogni protagonista, in fondo, ha dentro sé un comportamento non adeguato, un’inclinazione da non confessare, un desiderio mai avuto, un errore commesso e per sempre ricordato. I nove eccezionali protagonisti si spostano senza flashback da un paesaggio all’altro; da un’epoca all’altra riuscendo a trascinare con sé lo spettatore passando da semplici stanze bianche e sporche ai paesaggi sconfinati dell’Australia; e da un’epoca all’altra rendendo sempre il ritmo straordinariamente incalzante. «Non avere niente da dire è come avere così tanto da dire che non si ha nemmeno il coraggio di cominciare» E questa è una delle frasi chiave che Andrew Bovell inserisce nel  testo e che racchiude lo stare al mondo di tutti i personaggi. Personaggi in eterno conflitto con sé stessi e con un passato che non si chiude mai del tutto. Le cose non dette e i problemi mai affrontati diventano i fantasmi del futuro che continuano ad influenzare le vite dei successori in quell’albero genealogico che tutto collega, ma che poco tiene unito. Magistrale la messa in scena della regista e l’interpretazione dei nove attori in scena. Uno spettacolo, quello di Bovell, che lascia il segno e che riesce a far riflettere su quanto la vita sia fondata su delle scelte delle quali bisogna sempre assumersi le responsabilità per far sì che non rimangano inespresse. Fonte immagine: Teatro Bellini.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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