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Eroica Fenice

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Libri

”La fragilità degli onesti” di Francesco Lisbona

Francesco Lisbona presenta come romanzo d’esordio ‘’La fragilità degli onesti’’ scoprendo le increspature del passato lasciate come segni indelebili sui suoi stessi personaggi, e forse, su tutti i suoi lettori. Un ragazzo che fugge da un passato che lo tormenta: perché seguire la sua storia? Il libro di Francesco Lisbona Freddo, apatico e disinteressato. Victor è un ragazzo francese, arrivato in Italia, nella secolare Firenze, per trascorrere il suo exange year. La scelta di un luogo così lontano per la sua patria non è casuale. Victor cerca nella nuova città un modo per fuggire dal suo passato, dai fantasmi che lo tormentano, dalle scelte sbagliate che sente di aver compiuto, e dalle azioni non fatte che lo schiacciano. Il luogo dove cerca riparo dalla sua tristezza, il luogo che vuole rendere protagonista dei suoi ricordi felici, però, è costellato di persone che, non riuscendo a fuggire dai loro tormenti, ci si sono stabiliti. Hanno trovato il modo di vivere nelle loro debolezze, delle loro incertezze, fino ad arrivare alla follia. Una domanda sorge spontanea osservando quindi il viaggio di Victor; si può realmente fuggire dalle proprie fragilità, da ciò che ci rende vulnerabili di fronte al presente, o queste sono destinate  a divenire una gabbia in cui dovremo solo imparare a convivere? L’apparenza inganna: perché è facile giudicare il libro senza averlo concluso Una cicatrice resta nascosta finché il primo uomo non la nota, dopo di lui, tornerà a essere il ricordo di una ferita. La scoperta di questo libro, allo stesso modo, è lenta, a tratti confusa. È facile perdersi nelle descrizioni della città vista dagli occhi del giovane aspirante medico. È facile chiedersi se la freddezza in cui il tutto viene descritto derivi da una disattenzione da parte dell’autore o da una scelta stilistica. Ma un po’ come le persone, questo libro richiede il suo tempo per dare spiegazioni. Richiede il suo tempo perché porta il suo focus non sull’aspetto più superficiale dei personaggi -che sarà possibile notare dalle prime pagine e che ce li farà risaltare all’occhio come macchiette, più che personaggi a tutto tondo-; ma nella parte più profonda di ognuno di loro. Nella parte che non è accessibile agli sconosciuti. Nella parte che potremo scoprire solo quando avremo confidenza con loro, solo quando ci sarà facile riconoscerli. Solo quando loro si sentiranno pronti a parlare. Una volta che però conosceremo la realtà posta dietro l’apparente superficialità, ci sarà impossibile non riconoscere in tutte le pagine precedenti il motivo delle loro azioni. Le fragilità di ogni personaggio, principale o secondario che sia, sono del tutto una sorpresa. Mirano a lasciare i lettori con gli occhi sgranati, qualche volta ad asciugarsi una lacrima, e più volte a riflettere. Una poesia affogata tra le pagine: la fragilità di un verso Insieme con le lezioni universitarie e le stranezze del luogo dove abiterà, osservabili dagli occhi del protagonista, sarà possibile affondare tra le pagine delle sue poesie. Scritte per svago, per sfogo e qualche volta per disperazione. Inizialmente percepite […]

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Cucina e Salute

Hygge e i sinonimi di benessere e relax

«Che cos’è la felicità? Una casa con dentro le persone che ami». Amy Bretley Hygge è un sostantivo danese, ma usato anche nella lingua norvegese, che indica un concetto legato ad un’atmosfera o una sensazione connesse al senso di accoglienza, di benessere fisico e psichico e quindi di comodità e relax. Questa parola, dall’etimologia connessa al germanico hyggja (letteralmente sentirsi soddisfatti), al norvegese hugge (abbracciarsi, in inglese hug) o al norreno hygga (consolare), sembra sia apparsa solo nel XIX secolo nella lingua danese e da essa è derivato anche un verbo (omografo del sostantivo) e l’aggettivo hyggeligt. Data la difficoltà di esprimere in altre lingue significati connessi alla cultura nordica, si è cercato nell’inglese hominess e nel tedesco Gemütlichkeit un corrispettivo di questa parola inserita nell’Oxford Dictionary fra le nuove parole del 2016. La ricerca dell’hygge è da connettersi al bisogno dei popoli nordici di creare un ambiente accogliente, familiare, comodo, caratterizzato dal calore intimo delle abitazioni in una situazione di scarsa luminosità e pungente freddo. Una delle caratteristiche dell’hygge è proprio la luce, infatti. Il senso profondo di comunità, di aggregazione e di coesione e il soddisfacimento dei bisogni primari hanno poi spinto i nord europei a dedicarsi alla propria personale condizione di benessere. Le sensazioni create da ambienti hyggeligt portano ad una situazione di felicità semplice, costruita quotidianamente e gradualmente nella propria casa, secondo elemento fondamentale di questa “filosofia” di vita. Si tratta quindi di un piccolo nido le cui porte sono sempre aperte per gli amici con cui stare insieme (sì, è questa la terza componente dell’hygge). Anche in estate, fra falò in spiaggia, festival di strada, mercatini delle pulci e pic nic nel bosco. Hygge: cosa ci fa stare bene? Quali sono i fattori irrinunciabili della quotidianità e della felicità di ciascuno? A queste domande risponde un decalogo da noi rielaborato di questa pratica da perseguire quotidianamente: 1-2-3. Luci e atmosfera, Desiderio di comfort, Senso di sicurezza Le luci da preferire per ricreare un senso di comfort zone sono quelle con una luminosità bassa e calda, magari regalate da abatjour posizionate in più punti della stanza o da candele non intensamente profumate (scegliete sentori di rosa, lavanda, vaniglia, melissa, sandalo) o, se ne avete in salotto, da un camino. Sedetevi su una comoda poltrona per dormire, leggere un libro di viaggi, ascoltare musica rilassante e con i suoni della natura: mettete in pausa i pensieri e le preoccupazioni. Oppure fate un bagno caldo o, ancora, uscite a fare un giro in bicicletta, soprattutto se avete montato un cestino in vimini sul manubrio e dovete comprare il pane di segale. 4-5-6. Stare insieme, Accoglienza di quello che si ha, Armonia Dopo aver spento dispositivi e “silenziato i rumori”, godetevi una chiacchierata con i familiari, con gli amici, giocate con i Lego oppure coccolate il vostro animaletto domestico, magari preparando per voi stessi o per loro comfort food da assaggiare insieme. Ricreare un ambiente in cui tutti si sentono a proprio agio, azzera anche le preoccupazioni e le ansie da stress […]

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Attualità

Attualità

Harriet Tubman, l’attivista abolizionista volto della banconota americana

Il neo-presidente degli Stati Uniti Joe Biden riporta sulla banconota da 20 dollari il volto di Harriet Tubman, la paladina della lotta agli schiavisti e dei diritti delle donne. Tale opzione era già stata presa in considerazione dall’ex-presidente Obama nel 2016, con l’intento di onorare la memoria dell’attivista del XIX° secolo, sostituendo il ritratto di Andrew Jackson. Quest’ultimo era un ex-presidente schiavista, noto per aver condotto innumerevoli campagne di genocidio contro i Nativi Americani. L’amministrazione Biden sta accelerando i tempi per la modifica delle banconote con la collaborazione del Dipartimento del Tesoro. Tale scelta ha un valore simbolico, ma altrettanto importante è quello politico, in quanto la scelta del volto della Tubman genererà un dibattito necessario sulla condizione degli Afro-americani negli States, tema caldo dei nostri giorni, come dimostrano le tristi e sconcertanti vicissitudini che stanno animando lo stato americano. Harriet Tubman nasce schiava e conosce sin da bambina la brutale violenza dei padroni e il duro lavoro nelle piantagioni, ma durante la Guerra di Secessione diventa una spia e riesce a cambiare la propria condizione, aiutando molti schiavi come lei. Il suo vero nome era Araminta Ross, nasce nel 1820 e, come già accennato, subisce numerose violenze dai padroni, alcune delle quali le comporteranno disturbi per il resto della sua vita. Nel 1844 sposa John Tubman e cinque anni dopo scappa da Philadelphia, in seguito alla morte del padrone e alla vendita delle sue sorelle. Durante la fuga, i fratelli che avevano deciso di unirsi a lei la lasciano sola, ma la loro decisione li condannerà ad altri anni come schiavi. Nonostante ciò, Araminta non riesce a voltare le spalle alla propria famiglia e pertanto decide di cambiare il proprio nome in Harriet, nome della madre, e di usare il cognome del marito per dare inizio alla sua missione di salvataggio, facendo ritorno nelle piantagioni. Divide i fuggiaschi in piccoli gruppi, facendoli migrare con il favore delle tenebre e con l’aiuto degli abolizionisti che la istruiscono sugli itinerari e le rotte da seguire per nascondere in sicurezza gli schiavi. Si dice che Harriet fosse definita “The Moses of her people“, la “Mosé della sua gente” e che girasse sempre con una pistola in tasca, ma rapidamente fu messa una taglia sulla sua testa. Allo scoppio della Guerra Civile, Harriet serve l’esercito, prima come cuoca ed infermiera, e poi sarà la prima donna a guidare una spedizione armata; nel frattempo la sua storia diventa un libro intitolato “Scenes in the life of Harriet Tubman“. Harriet si impegna aspramente per il suffragio femminile e per i diritti delle donne, tenendo innumerevoli discorsi e trasforma la sua casa in un centro di cura per gli anziani neri. Muore nel 1913, ma viene ricordata come un’icona di libertà e riscatto.

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Attualità

Sportello psicologi S.P.UN.TO: intervista agli ideatori

Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO! S.P.UN.TO è un’iniziativa che unisce le professionalità di un gruppo di giovani psicologi decisi a mettere la loro esperienza al servizio della collettività per fronteggiare uno dei lati più oscuro che un’emergenza drammatica come quella del COVID-19 si porta dietro, il senso di smarrimento e di fragilità psicologica che deriva dal prolungato isolamento sociale e dalla perdita di certezze materiali e ideali. La diffusione del coronavirus ha stravolto l’esistenza di moltissime persone colpendole nella sfera sociale ed economica quanto in quella emotiva e personale; la perdita o l’allontanamento forzato dalle persone care, le difficoltà economiche e la distanza sociale hanno amplificato le fragilità portando con sé conseguenze emotive che spesso vengono coperte da più clamorose urgenze materiali. Per offrire supporto alle persone in difficoltà un gruppo di giovani psicologi ha unito le forze per aprire uno sportello psicologi gratuito e aperto a tutti. Attraverso le parole dei suoi ideatori proviamo a farvi conoscere e vivere il loro progetto. Intervista agli ideato dello Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO La pandemia ha amplificato in maniera drammatica le fragilità sociali e psicologiche degli individui ad ogni latitudine, in un contesto così delicato e in un territorio, come quello campano, contraddistinto da criticità pregresse, a chi si rivolge l’iniziativa di S.P.UN.TO e quali obiettivi si prefigge? Come hai giustamente osservato, il territorio campano presenta già forti criticità per quanto riguarda l’accesso all’assistenza psicologica pubblica e gratuita. Con l’impatto che la pandemia ha avuto sul benessere mentale di molti la richiesta di assistenza è aumentata e il servizio pubblico non ce la fa sempre ad offrire supporto, perciò spesso rivolgersi ai privati resta l’unica soluzione. Il problema è che un percorso di supporto psicologico nel privato ha un costo che molti non riescono a sostenere. S.P.UN.TO quindi vuole rivolgersi a chiunque senta di aver bisogno di un supporto psicologico ma non ha grandi disponibilità economiche per intraprenderlo. Noi non abbiamo come obiettivo quello di eliminare una criticità presente, anzi, i problemi nella gestione della salute mentale, e in senso più generale nella sanità pubblica, restano e sono stati indubbiamente amplificati dalla pandemia. Noi vogliamo che questi problemi siano ben visibili perché è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico. Iniziative come la nostra o come quella di tanti sportelli di supporto psicologico gratuito che stanno nascendo in questo periodo non possono bastare da sole. Non si può ancora una volta delegare tutto alla buona volontà di singoli, gruppi o associazioni. Serve una presa in carico collettiva e globale, soprattutto a livello governativo. Il nostro obiettivo è semplicemente quello di fornire una terza alternativa a chi sta vivendo un momento difficile e ha come uniche due alternative quella di rivolgersi a un professionista con costi relativamente elevati oppure di non rivolgersi a nessuno. Chi c’è dietro S.P.UN.TO e come nasce questa collaborazione che ha portato all’ideazione di un’iniziativa così importante? Dietro c’è un gruppo di giovani psicologi dislocati su tutto il territorio campano. Ci siamo conosciuti tra i […]

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Attualità

9 febbraio, giornata mondiale della lingua greca

9 febbraio 2020: giornata mondiale della Lingua greca e della Cultura Ellenica  Corfù, 9 febbraio 1857. La Grecia dà l’estremo saluto a Dionysios Solomòs, poeta di Zante, autore dei celebri versi dell’Inno alla libertà, inno nazionale della Grecia e di Cipro dal 1865 (in greco moderno Ύμνος εις την Ελευθερίαν). Composto nel 1823, nei primi anni della rivoluzione greca, consacra Solomòs poeta nazionale greco. Ti riconosco dal taglio / Terribile della tua spada / Ti riconosco dal tuo volto / Che con foga definisce la terra / Risollevata dalle ossa / Sacre dei Greci / E valorosa come prima / Ave, o ave, libertà. Grecia, 2014. La Federazione delle Comunità e Confraternite Elleniche d’Italia propone al governo greco di istituire una Giornata mondiale della lingua greca. Quale data proporre se non il 9 febbraio? Così, dal 2016, ogni anno, il 9 febbraio si festeggia la giornata mondiale di quel meraviglioso universo che si racchiude nella lingua e nella cultura greca.  L’invito a partecipare alla celebrazione di questa giornata è aperto a tutti, particolarmente accolto dalle scuole, dagli studenti dei licei classici che, tra le pagine del Rocci e una versione di Tucidide, considerano il greco croce e delizia. Tante le iniziative per festeggiare una lingua, una cultura che è alla base di tutto ciò che è bello e non soltanto in nome di quell’amore per la classicità di cui possono essere impregnati gli appassionati di Greco e Latino.  C’è chi ha definito il greco una lingua geniale. Andrea Marcolongo, scrittrice per La Stampa, D – la Repubblica e Il Messaggero, nella prefazione del suo libro d’esordio, La lingua geniale – 9 ragioni per amare il greco, scrive: “Ciascuno di voi, nel corso della sua vita, si deve essere imbattuto nel greco e nei Greci. Chi con le gambe strette sotto i banchi del liceo, chi a teatro davanti a una tragedia o a una commedia, chi nei pallidi corridoi dei tanti musei archeologici che affollano l’Italia – in tutti i casi, il senso dell’essere greco non sembra mai essere più appassionante e vivo di una statua di marmo. A tutti, ma proprio a tutti, prima o poi deve essere stato detto, oppure nemmeno è stato detto, perché da più di due millenni la voce che circola è sempre la stessa, tale da essere ormai sotto la pelle e dentro la testa di ogni europeo: Tutto ciò che di bello e di insuperabile è stato detto o fatto al mondo, l’hanno detto o fatto per la prima volta gli antichi Greci”.  Insomma un inno alla bellezza, un giorno da ricordare: 9 febbraio, giornata della Lingua e della cultura Ellenica. Save the date! Immagine in evidenza: https://www.athenanova.it/blog/didattica-greco-latino/tradurre-il-greco-antico-non-significa-capirlo/

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Attualità

Polonia: il diritto all’aborto nel cuore dell’Europa delle tutele

La Polonia e il diritto all’aborto. È entrata in vigore dopo mesi di fuoco e protesta, in Polonia, la norma restrittivissima contro l’aborto non consentito per malformazione del feto e che resta praticabile ora solo per casi di incesto, stupro o per evidente stato di pericolo della madre. Un giorno, viene pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale polacca una legge, nel nulla, in mezzo al caos, in sordina perché c’erano state così tante polemiche prima che era impossibile farlo diversamente. Un divieto enorme, caduto sulle teste delle donne della Polonia, nel cuore dell’Europa delle tutele, quasi a ciel sereno. Un assalto confezionato alla bell’e meglio contro la libertà dei cittadini e un passo rilevante verso svolte autoritarie e dispotiche da parte del governo. Eppure può sembrare una cosa da niente, svegliarsi ed essere privati di un diritto legittimo, già ampiamente leso e ora completamente ridimensionato e declassato. E può sembrare pure da niente che lo si faccia in un posto dove la storia ha insegnato più che agli altri posti e che all’improvviso si scordi ogni lezione strada facendo (eppure era ieri che si commemoravano i crimini contro l’umanità che si badi bene, non erano venuti fuori dal nulla, ma da un raduno di libertà). La verità è che non si tratta di una cosa da niente, non si tratta, prima di tutto, di cose, ma di persone. Di donne, con davanti un dolore immenso, che ora sono allo sbando, ai margini di una società, che parla di diritto alla vita e poi fa di tutto per renderla meno facile, più clandestina, sottomessa, senza scelte. Ed è paradossale perché a pensarci il partito di Destra polacco, Diritto e Giustizia (PiS) sostiene di combattere per il diritto alla nascita. Ma per ribadirne un principio ne calpesta un altro, lo stronca sul nascere, neanche dà il beneficio del dubbio. Non è un cortocircuito venuto fuori malissimo? Ora con la forma di una legge, fatta e inamovibile, che può essere contestata ma purtroppo rimane lì e nessuno delle voci grosse si scomoda per dire che è ingiusto e che anziché un passo avanti, si è un passo anni luce dietro. Per quanto si voglia dire o fare, interrompere una gravidanza è una possibilità, per quanto travagliata, che dev’essere tutelata. Ognuno, indistintamente crede nel diritto alla vita e lo difende. Però per difendere la vita non si deve per forza, davanti a una situazione tanto estrema, progettare l’esistenza di un altro a tavolino senza neanche pensarci due volte. Immagine: LifeGate

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Precious – il film – | Per tutte le ragazze preziose del mondo

Precious è un film del 2009 del regista Lee Daniels  basato sul romanzo di Sapphire, Push – La storia di Preciuos Jones. Un film che ha ricevuto diverse nomine nelle varie categorie premio che vanno dalla performance del cast alla direzione, dalla cinematografia all’adattamento del libro in pellicola, includendo sei nomine all’Academy Awards, pluripremiato al Sundance Festival e vincitore a Cannes della sezione “Un Certan Regard”. La quantità considerevole di riconoscimenti incuriosirebbe qualsiasi spettatore che non abbia ancora visto il film, disponibile sulla piattaforma Netflix dall’ ottobre scorso. Precious il film di Lee Daniels disponibile su Netflix- la trama: La storia della sedicenne Precious Clareece Jones è ambientata negli ’80; la ragazza vive con la madre nella parte più povera di Harlem, soffre di obesità ed è quasi analfabeta, inoltre è madre di una bambina affetta dalla Sindrome di Down nata dalla violenza sessuale che Precious ha subito dal padre. L’unica figura genitoriale presente nella sua vita non è in grado di prendersi cura di lei, oltre agli abusi è costretta a sopportare anche le umiliazioni e le ripetute violenze della madre che non si risparmia di ricordarle puntualmente che la odia. Un giorno la scuola che frequenta decide di espellerla quando viene a conoscenza della seconda gravidanza della ragazzina. Però, la direttrice le consiglia di iscriversi ad un programma speciale che aiuta ragazzi problematici. E’ così che comincia il riscatto per Precious, che intraprende un cammino per ritrovare la fiducia in se stessa, grazie all’aiuto di due donne. Il contesto sociale è ben ancorato alla realtà con al centro i disagi sociali che vive il sottoproletariato di New York. Un film dedicato a tutte le ragazze preziose del mondo Alla base di un delicato dramma ci sono una mancanza di educazione alimentare, una dipendenza dalla tv che spinge la protagonista a trovare conforto nella fantasia per sfuggire alla realtà, sommate alle fragilità di una giovane adolescente. Il suo doppio nome sta ad indicare che lei è preziosa come tutte le fanciulle del mondo, un fiore violato nella sua purezza, offesa e umiliata da chi avrebbe dovuto proteggerla e donarle amore incondizionato, Precious riesce a trovare la forza di rimanere a galla, talvolta con sofferta indifferenza, altre tentando di cambiare la sua condizione. Precious riuscirà ad ottenere il suo riscatto? O forse sarà meglio chiedersi in cosa consiste la famosa rivincita di chi ha tanto sofferto? Il film racconta una storia di emancipazione sociale che tuttavia prende le distanze da qualsiasi ricorso a espedienti retorici, un monumento all’ istruzione come principale fonte di evasione da qualsiasi condizione di subalternità; la celebrazione dell’intelligenza e di un atteggiamento propositivo verso la vita, a dimostrazione del fatto che è possibile farsi strada anche nel sentiero più tortuoso. La particolarità di Precious è quella di riuscire a trovare un motivo per preservare la sua preziosità, con la piena consapevolezza del suo dramma, mostrando le cicatrici e le mancanze. Fonte immagine: Wikipedia

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Cinema e Serie tv

Precinema, la storia prima della storia del cinema

Con questo articolo inizia un lungo viaggio nella storia del cinema. Punto di partenza è la sua preistoria, cioè il precinema. Il 28 dicembre del 1865 è comunemente indicata come la data che segna l’inizio della storia del cinema, con la prima proiezione pubblica del cinematografo dei fratelli Lumière a Parigi. Quest’evento rappresenta però l’apice di un percorso più ampio, in cui si collocano tutte quelle sperimentazioni che avevano come obiettivo la rappresentazione delle immagini in movimento e che porta il nome di precinema. Precinema, la storia prima della storia del cinema L’inizio del precinema, la lanterna magica L’idea delle immagini in movimento, per quanto possa suonare strano, affonda le proprie radici fin dall’antichità. Avete mai sentito parlare del mito della caverna? Platone lo descrive nel settimo libro della Repubblica per spiegare il percorso dell’uomo verso la conoscenza. Ma proviamo a leggerlo in un’ottica diversa: gli uomini legati e le ombre proiettate dalla luce sul muro della caverna vi ricordano qualcosa? Esatto, proprio una moderna sala cinematografica con gli spettatori, la luce del proiettore e le immagini che compaiono sullo schermo. Se invece ci spostiamo sul lato più tecnico occorre aspettare il XVII secolo per vedere i primi esperimenti di proiezione delle immagini. Il più importante è lanterna magica, uno strumento la cui paternità è molto dibattuta e che può essere paragonato a un moderno proiettore. Si trattava di una scatola chiusa al cui interno veniva posta una candela. La luce emessa filtrava verso l’esterno tramite un foro. Tra la candela e il foro veniva posta una lastra di vetro su cui erano dipinte delle immagini, che venivano proiettate su una superficie. La lanterna veniva impiegata per scopi didattici e di intrattenimento. Durante la liturgia, ad esempio, veniva usata per illustrare gli episodi della Bibbia. Nel corso del tempo venne perfezionata ponendo due lastre le quali venivano mosse una sopra l’altra, conferendo alle immagini un’illusione di movimento. La scoperta della persistenza retinica e gli antenati delle GIF moderne Nell’800 il fisico Joseph Plateau teorizzò un concetto che diverrà fondamentale per la nascita dello stesso cinema: il principio della persistenza retinica. L’occhio umano riesce a percepire il movimento quando gli viene messa davanti una serie di immagini in rapida successione, a una velocità di almeno sedici al secondo. Su questo principio si basavano molte invenzioni di quel periodo, come il fenachistoscopio dello stesso Plateau. Era costituito da due dischi, uno dotato di finestre equidistanti e un altro con delle immagini disegnate, legati al centro da un manico. Quando i due dischi giravano alla stessa velocità si creava l’illusione del movimento. Lo zootropio, creato da William Horner nel 1834, funzionava allo stesso modo. Si trattava di un tamburo su cui venivano praticate delle fessure e al cui interno veniva posto un foglio con delle figure che si muovevano quando lo strumento girava. Nel 1876 Émile Reynaud inventò il prassinoscopio, molto simile allo zootropio con la differenza che al centro veniva inserito un prisma di specchi su cui si riflettevano le immagini. Molto […]

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Attualità

Un futuro per Bagnoli: l’intervista agli ideatori del docufilm

Abbiamo intervistato per voi Raffaele Vaccaro, Stefano Romano e Salvatore Cosentino, ideatori e portavoce del progetto audiovisivo Un futuro per Bagnoli. La start-up Nisida Environment di Raffaele Vaccaro è il luogo di nascita del progetto di crowdfunding del docufilm Un futuro per Bagnoli, diretto da Stefano Romano e coprodotto dal fonico e attivista Salvatore Cosentino. La campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzioni dal Basso (consultabile qui e ancora aperta per ulteriori donazioni) ha riscosso un immediato successo e, con il supporto dei suoi sostenitori e di Banca Etica, ha quasi raggiunto i fondi sufficienti alla realizzazione del progetto. I tre autori hanno raccontato del docufilm e si sono raccontati nella nostra intervista.   Non è la prima volta che la trafila di eventi che hanno riguardato l’area di Bagnoli e dell’ex-Italsider viene raccontata sul grande schermo, in film documentari e di finzione (L’ultimo, Bagnoli Jungle di Antonio Capuano del 2015): in che modo il vostro progetto è diverso dai precedenti? Guardiamo con stima e interesse le opere che raccontano ed hanno raccontato Napoli negli ultimi anni: pensiamo che abbiano aperto un percorso di scoperta per il grande pubblico della realtà complessa e stratificata di questa città. Al contempo, però, quello che ci ha spinto ad agire, a prendere la telecamera in spalla, è proprio il bisogno di raccontare questo quartiere dalla nostra prospettiva, una prospettiva che non vuole focalizzarsi solo sulle vecchie generazioni, sul documentario d’inchiesta o sulla denuncia, ma anzi identificare un nuovo futuro attraverso lo sguardo dei più giovani.  Le opere di Capuano ci hanno guidato in questo percorso di scoperta, ci hanno mostrato che raccontare Bagnoli è possibile. Ora è il tempo di farlo a modo nostro, da abitanti del quartiere, da giovani che vogliono costruire il futuro, da professionisti dello spettacolo che vedono ogni giorno quanta potenzialità c’è nelle strade di Bagnoli. Il docufilm seguirà le vicende di due giovani che, alla fine della loro adolescenza, dovranno decidere se restare a Bagnoli o cercare un futuro altrove: lo spopolamento di Bagnoli è un problema? Sentiamo il bisogno di riportare la problematica dello spopolamento anche nel documentario perché pensiamo che in questo quartiere abbia una sua specifica definizione. Il problema dell’emigrazione non riguarda solo Bagnoli: è chiaramente un tema che tocca tutto il Sud Italia, con effetti evidenti e nefasti. Qui però c’è una contraddizione che preme su questo tema. Vivere a pochi passi da un’area di dimensioni simili alla stessa Bagnoli, ma totalmente chiusa e improduttiva, ci fa interrogare: cosa ne pensano gli abitanti del posto in cui vivono e come si relazionano? Un tema su cui collettivi e movimenti di disoccupati costruiscono vertenze immaginando soluzioni lavorative all’interno di quella zona e sulla linea di costa. Lo spopolamento è un problema quando diventa l’unico modo per sopravvivere e non una scelta presa con serenità; vorremmo che questa situazione venisse a galla evidenziando le enormi possibilità che invece quest’area possiede. Il vostro obiettivo è di riportare l’attenzione nazionale ed internazionale sull’area di Bagnoli: come intendete diffondere il […]

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Cinema e Serie tv

Il caos dopo di te, il nuovo lavoro di Carlos Montero

Dopo il successo di Elite, arriva su Netflix la miniserie Il caos dopo di te, di Carlos Montero, tratta dall’omonimo libro. «Quanto tempo ti ci vuole a morire? » Una scuola della Galizia e una morte che reclama verità e vendetta. Sono queste le coordinate in cui si muove Carlos Montero che, dopo il successo di Elite, torna su Netflix (dall’11 dicembre 2020) con una miniserie di 8 episodi, Il caos dopo di te. Un thriller che sta conquistando le vette della classifica dei titoli più visti della piattaforma.  In un piccolo paese galiziano, una giovane donna, Raquel (Imma Cuesta), cerca di recuperare il suo matrimonio con Germàn (Tamar Novas). Nelle crepe della sua vita sentimentale si infiltra il suo lavoro, supplente e sostituta di una docente d’Italiano morta, ufficialmente suicida. Attraverso una sovrapposizione di piani temporali, le vite delle due donne diventeranno a tratti speculari e Raquel si troverà impigliata nella stessa rete di Viruca (Barbara Lennie), l’insegnante che l’ha preceduta.  Tratta dall’omonimo libro di Montero (El desorden que dejas), Il caos dopo di te si impone, da subito, come una storia avvincente, che costringe lo spettatore a deviare di continuo lo sguardo su presunti colpevoli, complici e assassini. Un mix perfetto di ingredienti: amori giunti al capolinea, relazioni clandestine, tradimenti ed erotismo, adolescenti problematici, traffici illeciti, conflitti generazionali tra padri e figli. Al centro del plot due donne molto diverse tra di loro, eppure, per certi versi, affini. Viruca è una donna indipendente, sicura di sé, magnetica e seducente. Raquel è più timorosa e insicura, ma, in una parabola ascendente, subirà una profonda evoluzione interiore anche grazie all’ingombrante rapporto, fatto di  continua assenza/presenza, con Viruca, conosciuta sommando indizi, ricordi e racconti altrui e divenuta parte integrante della sua vita, un’ossessione.  Montero racconta una società brutale, corrotta, in cui ognuno agisce per un fine, per soddisfare un qualche bisogno. Una società in cui il confine tra colpa e innocenza, verità e apparenza è molto labile. Tutti sono in qualche modo responsabili, invischiati in una rete di tradimenti, ricatti, minacce, menzogne. Tra i numerosi temi trattati, la perdita dell’autorità del ruolo del docente, il cyberbullismo, l’illegale diffusione di materiale intimo, il furto d’identità sui social network. E, sebbene gran parte delle vicende si svolga in una scuola, Il caos dopo di te non è un teen drama, l’universo adolescenziale è solo uno dei tanti tasselli del vortice di oscuri eventi.  Elementi dosati in ogni episodio che rendono Il caos dopo di te una serie godibile, tutta d’un fiato, dall’inizio alla fine.  Fonte immagine: PlayBlog

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Come rimettersi in forma dopo gli eccessi di un’alimentazione sbagliata

Alimentazione sbagliata? La Dott.ssa Martina Chiurazzi, biologa nutrizionista e PhD Student in Terapie Avanzate Biomediche e chirurgiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” spiega come rimettersi in forma  Dopo aver discusso di come la pandemia abbia inciso negativamente sul nostro peso, è arrivato il momento di capire come correre ai ripari per perdere quei kili di troppo aiutando il nostro organismo a prevenire alcune malattie. Ovviamente è fondamentale specificare che bisogna affidarsi sempre ad un professionista del campo quale un medico o un biologo nutrizionista poiché le diete fai da te e i social non sono in grado di consigliare uno schema personalizzato che tenga conto di fattori importanti quali l’età, il livello di attività fisica, la presenza di patologie ecc., ma al contrario in alcuni casi possono addirittura peggiorare la situazione. Si raccomanda fortemente di diffidare anche di tutte quelle figure che s’improvvisano esperti in nutrizione e dispensano consigli per una corretta alimentazione senza però avere alcuna laurea specifica (Medicina o Biologia) che dia loro le competenze per prescrivere piani dietetici. Attenzione perché con la salute non si scherza! Un nutrizionista (medico o biologo) attraverso una visita accurata basata su un’ indagine personale e alimentare del paziente, misurazioni antropometriche e valutazione della composizione corporea mediante bioimpedenziometria, è in grado di formulare uno schema dietetico personalizzato in grado di garantire il giusto apporto di calorie e nutrienti, prevenire malattie legate all’obesità e ad abitudini alimentari scorrette ma soprattutto di educare ad uno stile di vita sano da mantenere per il resto della vita evitando l’effetto yo-yo. Un’alimentazione corretta e bilanciata è necessaria per la cura della nostra salute e del nostro benessere psico-fisico. Di seguito alcuni sani consigli da adottare giornalmente: 1. Mantenere una dieta sana, equilibrata e varia consumando prevalentemente cereali integrali, legumi, verdura e frutta (ottime fonti di carboidrati, vitamine e sali minerali; cereali e legumi sono anche ottime fonti di proteine); limitando cibi molto calorici, fritti, cibi ricchi di sale e bevande alcoliche; 2. bere molta acqua (circa 2 litri di acqua al giorno); 3. preferire spuntini sani (es. yogurt magri a frutta o frutta di stagione) a snack preconfezionati ricchi in grassi; 4. non saltare mai i pasti (il digiuno è sconsigliato) – La colazione è il pasto principale della giornata; 5. non esagerare con le quantità. Consiglio di consumare abbondanti quantità di verdura che presentano un elevato potere saziante; 6. attenzione al condimento (usare preferibilmente olio extravergine di oliva a crudo): limitare il consumo di grassi di origine animale (es. burro, lardo, strutto, panna); 7. preferire la cottura al vapore o nel forno, tecniche di cottura più salutari, in grado di preservare il contenuto vitaminico e minerale degli alimenti; 8. masticare lentamente per migliorare la digestione e aumentare il senso di sazietà: ​9. non andare a fare la spesa a digiuno, in quanto si rischia di essere tentati dall’acquistare cibi non sani e ricchi di calorie; 10. mantenere uno stile di vita attivo: per raggiungere un peso corporeo corretto, infatti, è importante associare […]

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Cucina e Salute

Tortine di carote e mandorle

Fragranti e profumate minicake, perfette per una merenda al volo o una colazione sana e nutriente. Ecco la ricetta infallibile, semplice e veloce. Le tortine di carote e mandorle sono delle merendine semplici e genuine, dal gusto intenso e riccamente profumate, ideali da gustare da soli o in compagnia. Il loro colore brillante, dato dall’uso delle carote, ricorda molto quello della classica torta carote e cioccolato; la farina di mandorle, inoltre, arricchisce questo delizioso dolcetto di un importante apporto energetico, nel rispetto di una dieta sana ed equilibrata. Uno dei punti di maggior pregio di questa semplice ricetta è la versatilità e la praticità delle tortine, che possono essere consumate a casa o in ufficio, al parco per una merenda con i bambini o persino in palestra per recuperare le energie. La ricetta si prepara velocemente e con facilità, e lo stampo indicato – quello semisferico – può essere sostituito da un più tradizionale stampo da muffin. Ingredienti per circa 12 tortine: 125 gr di farina 00 75 gr di farina di mandorle 175 gr di carote senza gambo 2 uova medie 125 gr di zucchero a velo una arancia non trattata (scorza e succo) 50 gr di olio di semi (di girasole o di cocco) una bustina di lievito per dolci (ca. 16 gr, meglio se non vanigliato) un pizzico di sale marino Procedimento Per preparare le tortine di carote si consiglia di iniziare il procedimento dal trattamento delle carote, che devono essere spuntate in cima e in fondo, e pelate attentamente per rimuovere lo strato esterno. Successivamente, si consiglia di tritarle con una grattugia, per ridurle in scaglie o pezzi molto sottili, facilitando così il successivo passaggio con il mixer. Grattugiare poi anche la scorza d’arancia e tenerla da parte. Versare quindi la polpa di carote in una ciotola capiente e aggiungere anche l’olio e il succo spremuto dell’arancia, precedentemente filtrato. A questo punto frullare i tre ingredienti con un mixer o un frullatore ad immersione, in modo da ottenere una purea omogenea. In una ciotola a parte, rompere le uova intere e sbatterle con una frusta elettrica; continuando a mescolare con la frusta in azione, aggiungere lo zucchero a pioggia, e scioglierlo completamente. Unire anche la scorza di arancia grattugiata in precedenza e mescolare con cura. Mescolare insieme i due tipi di farina e il lievito, unirli al composto di uova e amalgamare bene. Infine, aggiungere un po’ alla volta anche la purea di carote, mescolando finché si otterrà un composto omogeneo e liscio. Come ultimo, versare nella ciotola un pizzico di sale e mescolare nuovamente. Preriscaldare il forno a 180°C; intanto imburrare (o ungere) con cura gli stampini cosiddetti “a semisfere” (a meno che non siano in silicone: in questo caso non è necessario), e versare il composto negli stampi, lasciando circa un centimetro dal bordo. Infornare lo stampo a mezza altezza e lasciare cuocere per circa 18-20 minuti al massimo, in modo che le tortine non si secchino. A cottura terminata lasciare raffreddare negli stampi […]

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Profumo: come interagisce con la pelle?

Il profumo è tra gli accessori più amati e usati al mondo. Esiste una grande quantità di fragranze in commercio e trovare il profumo giusto per sé permette di distinguersi e sentirsi irresistibili. Tuttavia, è probabile che l’etichetta non ci stia dicendo proprio tutto riguardo a ciò che è contenuto all’interno della boccetta. A causa delle leggi che proteggono i produttori di fragranze, infatti, molti dei profumi che si trovano in commercio contengono sostanze chimiche non elencate singolarmente sulla confezione del prodotto. Sostanze che possono causare allergie, con reazioni come la comparsa di evidenti macchie rosse sulla pelle, prurito, irritazione e ipersensibilità cutanea. Questo è dovuto al fatto che le sostanze contenute nei profumi siano gli “ingredienti segreti” delle fragranze che rendono il profumo in questione unico, per cui i produttori possono semplicemente descrivere queste sostanze come “fragranza” ed evitare così di condividere con il mondo il segreto del proprio prodotto. La buona notizia, però, è che un danno immediato e irreversibile causato dall’uso occasionale di un profumo o di un’acqua di colonia è raro. Come reagisce la pelle alla fragranza? Il modo in cui la maggior parte degli ingredienti profumati conferisce profumo è attraverso una reazione volatile. Sfortunatamente, questa reazione naturale provoca quasi sempre una reazione sensibilizzante sulla pelle. La ricerca, infatti, ha stabilito che le fragranze nei prodotti per la cura della pelle sono tra le cause più comuni di sensibilizzazione e altre reazioni cutanee negative. E questo vale per tutti i tipi di pelle, non solo per quelle sensibili o con tendenza all’arrossamento. Anche se la nostra pelle non sembra essere disturbata o aggravata dai prodotti profumati che utilizziamo, questo non significa che essi non stiano producendo degli effetti. In effetti, questo potrebbe essere un problema per il riconoscimento dell’eventuale insorgenza di un disturbo, considerando che la pelle è molto brava a nascondere eventuali segni e si potrebbe non riuscire a individuare il problema in tempo. A volte un profumo può causare una lieve reazione allergica. Molto spesso, questa reazione si verifica sulla pelle sotto forma di dermatite da contatto, che può presentarsi ogni volta che la pelle viene a contatto con un ingrediente (sintetico o naturale) che la irrita. I sintomi della dermatite da contatto includono: Orticaria o vesciche; Prurito, con possibile desquamazione della pelle; Bruciore o arrossamento della pelle; Sensibilità al tatto. Alcune delle sostanze chimiche contenute nei profumi possono essere pericolose se si accumulano a livello dell’epidermide. Lo stirene per esempio, un ingrediente presente in molti prodotti cosmetici, è stato ritenuto un probabile cancerogeno dal National Toxicology Program nel 2014. Altre sostanze, invece, sono incluse nel prodotto con il preciso scopo di aiutare la pelle ad assorbire la fragranza e farla durare per ore e ore. E sono proprio quelle stesse sostanze chimiche che aumentano la vulnerabilità della pelle, esponendola a possibili agenti cancerogeni. Quali prodotti contengono fragranze e perché? Sono tanti i prodotti in commercio che contengono fragranze. Oltre ai profumi, troviamo per esempio anche creme per il corpo, dopobarba, creme per la […]

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Come scegliere un marsupio per neonati

Il marsupio per neonati, che viene definito anche porta-bebé, sta ottenendo un sempre miglior riscontro. I genitori del nuovo millennio si affidano a questo strumento con sempre maggior costanza, informandosi sul miglior marsupio, sui parallelismi fra fascia e marsupio e sui dettagli di maggior rilievo per utilizzare al meglio questo pratico babywearing. È provato scientificamente che la vicinanza del corpo del genitore con quello del neonato permette a entrambi di stare meglio e di vivere la vita con maggiore serentià. La posizione del bambino, appollaiato sul petto del genitore, è in perfetta prosecuzione dell’esperienza prenatale, e soddisfa a una necessità vitale biologico e psicologico. A partire dal suo terzo mese di vita si può usufruire anche delle pratiche posizioni sul fianco e sulla schiena. Queste permettono al genitore di avere una maggiore libertà e praticità. Da un lato, grazie al marsupio il bambino è più tranquillo, interagisce più animatamente e con grande intensità. Dall’altro, i genitori sono catturati dalla tranquillità del pargolo e questo infonde sicurezza e serenità. Gli studi che su cui si fondano i marsupi porta bimbi hanno compiuto balzi enormi e ora, in confronto ai primordiali modelli messi in commercio, abbiamo la possibilità di compiere una scelta variegata. Molti neo-genitori preferiscono acquistare un marsupio neonato come perfetto rimpiazzo del passeggino, della carrozzella o della  fascia portabebè. Bisogna ricordare, infine, che le mani libere, quando si fa un’attività di qualsiasi tipo con il bambino, sono un vantaggio considerevole. Se il bambino può restare con la madre mentre ella svolge le quotidiane mansioni, dal lavoro alle faccende domestiche, a guadagnarci, in termini di felicità e salute, sarà tutto il nucleo famigliare. I marsupi porta bebè non sono tutti uguali, ma svolgono in maniera abbastanza similare al loro lavoro: portare il bambino ovunque con voi senza la necessità di passeggini, seggiolini e fasce. I marsupi porta bimbi usciti più recentemente sono una versione pro dei modelli anni ‘90 e tengono molto più a osservare determinate esigenze. Le caratteristiche di maggior rilievo di un marsupio per bebé sono ergonomia, qualità dei materiali utilizzati, praticità all’uso, necessità fisiologiche dell’infante e, perché no, l’estetica del prodotto. La combinazione finale è quella  di un gigantesco come back al marsupio: si decuplicano le offerte negli store e nelle piattaforme web e i genitori possono selezionare fra varie opzioni di marsupio, che riescono a raggiugnere standard qualitativi impensabili sino a qualche anno fa. Con un po’ di sforzo, sfruttare adeguatamente il marsupio sarà facile come cambiare un pannolino! Quasi ogni modello in commercio permette l’uso di tre principali posizionamenti dell’infante: fronte mondo, di lato e sul petto. Nella posizione che permette al bambino di interagire con l’ambiente circostante, ovvero con la schiena appoggiata contro il petto del genitore, l’infante può rivolge lo sguardo all’esterno. Questa pratica non è, però, particolarmente consigliata e andrebbe evitata per lunghi intervalli di tempo. Uno dei migliori punti di riferimento per l’acquisto di un marsupio per neonati è FlokBaby. Il popolare e-commerce è la piattaforma web a cui fare riferimento per trovare il giusto prodotto. I modelli, naturalmente, devono essere conformi alle vostre esigenze e le descrizioni dei marsupi […]

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Dispotismo illuminato: un lungo percorso di cambiamento

Con “Dispotismo illuminato” si indica il periodo storico che va dal XVIII al XIX secolo, durante l’Illuminismo, quando il potere era concentrato esclusivamente, e in modo assoluto, nelle mani del Re. In realtà le due parole – Dispotismo illuminato – rappresentano, dal punto di vista linguistico, un binomio superficialmente contraddittorio: la prima parola fa pensare ad un governo che concentra il potere esclusivamente nelle proprie mani. La seconda, invece, indica il secolo dei lumi, la luce che illuminava le menti. La fase finale dell’Illuminismo: il Dispotismo illuminato Il Dispotismo illuminato si identificò come un movimento innovatore, che propose nel tempo un vastissimo progetto di riforme, in diversi campi: dalla cultura alla politica. Tale progetto venne fatto proprio da alcuni sovrani assoluti che ne sposarono i principii e si proposero di utilizzarli per modernizzare i loro regni. Ciò avvenne soprattutto (ma non solo) nelle zone del centro e dell’Est dell’Europa (Prussia, Austria, Russia) ancora arretrate rispetto ad altre realtà e, in particolare modo, in riferimento allo sviluppo proprio dell’Europa occidentale. Proprio la politica riformatrice, “fuori dai canoni”, più aperta al cambiamento e illuminata dai lumi della ragione, spiega il concetto di Dispotismo illuminato. Le riforme proprie dell’arco temporale cui facciamo riferimento, interessarono anche l’Italia; il Regno di Napoli, ma anche la Lombardia, la Toscana, con progetti di tipo rivoluzionario e interventi a favore del commercio e dell’economia. Proprio la Toscana, grazie al Sovrano Leopoldo II, figlio di Maria Teresa, conobbe per prima le idee illuministe di Cesare Beccaria, tant’è che nel 1786 fu abolita la pena di morte. In concordanza con quanto detto si può sicuramente affermare che, grazie al periodo illuminista e, soprattutto, alla fase finale dell’Illuminismo, ossia il Dispotismo illuminato, i ceti sociali, ma anche i Re, furono protagonisti di notevoli cambiamenti, di natura sociale, economica, culturale, che lasciarono il segno. Le innovazioni ed i cambiamenti più evidenti si ebbero principalmente nella legislazione e nell’amministrazione dello Stato. Nel sistema fiscale erano annoverati numerosi privilegi e disuguaglianze che i sovrani abolirono per rendere il prelievo fiscale più equo e allo stesso tempo più efficiente. Il potere economico-politico della Chiesa nei singoli regni si indebolì a favore di quello del monarca: gli ordini religiosi furono ostacolati o soppressi, come nel caso dei gesuiti. Tutto convergeva nelle mani del Sovrano. Un periodo di riforme, cambiamenti e nuovi progetti Una delle Riforme più importanti, nate durante il Dispotismo illuminato, fu l’approvazione del Catasto, da parte di Maria Teresa d’Austria. A Napoli Carlo III di Borbone, abolì i privilegi dei nobili e degli ecclesiastici. Espulse i Gesuiti, provando a ridurne i poteri. E pose la propria attenzione sulle attività del Porto di Napoli. Ricordiamo che i Francesi, esuli per l’intolleranza religiosa di Luigi XIV, furono i primi ad utilizzare i termini di Deposto e Despotismo, recentemente riconosciuto dalla storiografia come Dispotismo. Sicuramente il Dispotismo illuminato si può considerare una versione secolarizzata della monarchia assoluta. Si provò a rendere uniforme la società, secondo i principii propri dell’Illuminismo, attraverso i lumi della ragione, in una sorta di connubio tra […]

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Divina Commedia: dal prossimo 21 febbraio in onda su Rai 5

La Divina Commedia, o semplicemente Comedia, è l’opera più nota ed apprezzata di Dante Alighieri; è di qualche giorno fa la notizia che dal prossimo 21 febbraio il capolavoro della letteratura italiana approderà in tv narrato da una donna. La grandezza del Sommo Poeta, Dante Alighieri, non smette mai di sorprendere e affascinare, e nonostante siano trascorsi ben settecento anni dalla sua morte, una delle opere principali, la Divina Commedia, debutterà per la prima volta in televisione.  Sette secoli ci separano dall’opera cardine del lavoro intellettuale e poetico di Dante: tempo di bellezza, storia, religione, conflitti. Non sono poi tanti, e sembreranno ancor meno, lasciandosi trasportare dalla liricità di quei versi, ascoltandoli attentamente, con amore. La Divina Commedia: le suggestioni della famosa opera in tv Un evento unico proposto da Rai 5, in onda dal 21 febbraio. Interprete dei versi della Commedia, Lucilla Giagnoni, che darà voce e volto ai suggestivi versi della celebre opera, portando Dante oltre la soglia del teatro. “Dagli abissi dell’Inferno alla faticosa salita del Purgatorio fino alla sinfonia del Paradiso, nella Commedia, dunque, tutto, “converge verso la Vergine Madre, figura umanissima, che non parla, ma mostra che c’è un altro modo per stare al mondo che non sia il dominio o il possesso. Ma piuttosto unire gli opposti, dare armonia ai contrari. È un messaggio ancora attualissimo”, ha dichiarato l’attrice interprete dell’opera, Lucilla Giagnoni. Ma che cos’è  la Divina Commedia? Bene, secondo molti studiosi, essa può essere considerata il Medioevo realizzato come arte. Leggendo Dante Alighieri e nello specifico la Divina Commedia, si ha la sensazione che le parole dei vari componimenti diventino quasi un’emissione musicale. Un docile fluire di sensazioni e suggestioni che ancora oggi allietano l’animo. In quest’opera, capolavoro letterario italiano, si può distinguere strutturalmente il mondo intenzionale da quello definito effettivo, ossia ciò che il Poeta ha fortemente desiderato e ciò che ha realizzato. La realtà diventa una figura attraverso la quale si modella la poetica dell’autore, prende forma, per così dire. Un capolavoro senza tempo che continua ad affascinare Dante Alighieri iniziò la composizione della Commedia durante l’esilio, si presume intorno al 1307. Il titolo originale è Commedia, o meglio Comedìa, secondo quanto definito dallo stesso Poeta; l’aggettivo Divina fu aggiunto dal Boccaccio nel Trattatello in laude di Dante. Si tratta di un Poema allegorico, un viaggio nell’aldilà, nei regni ultraterreni, dove il Sommo Poeta incontrerà prima Virgilio ed infine Beatrice. La Commedia è divisa in 3 Cantiche (Inferno, Purgatorio, Paradiso), ognuna delle quali si suddivide a sua volta in canti: il numero è di 34 canti per l’Inferno (il primo è di introduzione generale al poema), 33 per Purgatorio e Paradiso, quindi 100 in totale. Un grande progetto quello realizzato dallo scrittore toscano, che oggi rivive grazie a diverse puntate trasmesse in televisione, su Rai 5 in seconda serata, dal 21 febbraio. Tre canti al giorno, della durata di circa trenta minuti, intratterranno i telespettatori, fino al 25 marzo, quando ebbe inizio il viaggio dantesco. L’opera dantesca costituisce un vero […]

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10 Febbraio: Giorno del ricordo delle Foibe, per vittime ed esuli

Il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo delle foibe”, sancito con una legge del 2004: esso si configura come una vera e propria commemorazione. Un tragico evento storico per tanti anni lasciato nel dimenticatoio, ancora oggi poco studiato tra i banchi di scuola, ma sul quale negli ultimi anni, si prova a fare luce. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a tal proposito, ha recentemente dichiarato: “Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”. 10 febbraio: il ricordo delle vittime delle foibe non può e non deve svanire Tra il 1943 e il 1947 quasi diecimila italiani, vivi e morti, furono gettati all’interno di cave carsiche, chiamate appunto foibe. L’Istria e la Dalmazia furono teatro di questo vero e proprio scempio ideologico; in quei territori, infatti, i partigiani slavi si vendicano dei fascisti, torturando e massacrano migliaia di persone, gettate poi nelle foibe. Il fenomeno tragico relativo all’uccisione di tanti italiani nelle foibe apparve per la prima volta sulla stampa nell’ottobre del 1943, ovvero subito dopo gli eventi storici collegati alle foibe istriane. Nonostante la stampa del tempo fosse pienamente controllata dal regime fascista, il massacro delle foibe fu presentato all’opinione pubblica (anche se piuttosto ristretta) come un massacro, presentando già i contorni drammatici che oggi conosciamo. A cadere dentro le foibe non furono solo fascisti, ma anche cattolici, liberal-democratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Una vera e propria carneficina, una pagina triste della storia italiana, che ancora oggi fa rabbrividire. Le vittime erano legate l’una all’altra con un fil di ferro stretto ai polsi, successivamente schierate sugli argini delle cavità. Colpiti da tanti proiettili, al fuoco delle mitragliatrici, precipitavano tutti nel baratro. Uno strumento atroce con il quale si eliminavano quanti avrebbero potuto creare problemi o dissidi allo Stato comunista jugoslavo. La “Giornata del ricordo delle foibe” è diventata legge nel 2005 e ogni 10 febbraio si ricordano le vittime di quella strage. Il ricordo diventa anche il modo per divulgare quanto accadde, soprattutto nelle scuole, rivolgendosi ai più giovani, scuotendo le coscienze di tutti, per far sì che tutto ciò non si verifichi più. Ricordiamo che oltre alle vittime delle cosiddette foibe, si commemorano anche gli esuli istriano-dalmati. Il 10 febbraio è soprattutto un momento di riflessione, in particolar modo per dare dignità a tutte quelle persone tragicamente ed ingiustamente uccise. Vittime della storia e di un sistema repressivo che non ammetteva ragioni. Il “Giorno del ricordo delle foibe” è rivolto anche ai familiari delle vittime ed ai loro discendenti, affinché si annulli ogni polemica, ogni dubbio che non ha ragione d’essere, esprimendo vicinanza. Un ruolo di fondamentale importanza, non solo in questo giorno, ma sempre, ha l’operato nelle scuole, per diffondere la conoscenza di quegli avvenimenti e puntare al superamento di preconcetti e risentimenti, per  rendere davvero giustizia alle vittime. [Immagine in evidenza: https://www.laciviltacattolica.it/articolo/il-massacro-delle-foibe-e-il-silenzio-di-stato/]

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Legge Bacchelli: supporto e tutela economica agli artisti

La Legge Bacchelli, particolarmente nota tra gli artisti, prevede la tutela di quest’ultimi, su ampia scala, in caso di necessità. Una Legge che aiuta “Coloro che hanno dato fama al Paese” Il nome della norma, approvata in Italia durante il Governo di Bettino Craxi, l’8 agosto 1985, nasce in relazione allo scrittore italiano Riccardo Bacchelli, la cui condizione ispirò il legislatore ad approvare la disposizione salva-artisti. La legge Bacchelli consente al Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo una comunicazione ufficiale al Parlamento, di concedere un assegno straordinario vitalizio a favore dei cittadini italiani, di chiara fama, che abbiano dato lustro alla Patria con i meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari e che versino in stato di particolare necessità. È importante precisare il fine ultimo di tale norma che prevede un sussidio non di carattere pensionistico, pronto ad aiutare coloro i quali hanno dato il proprio appoggio alla Patria. La Legge Bacchelli garantisce un sostegno economico ai cittadini (artisti, attori, autori, poeti, scienziati e artisti) di chiara fama. Tra i primi beneficiari di questo sussidio la poetessa ed autrice Alda Merini, in grave crisi economica, morosa nei confronti di una nota compagnia telefonica; la Merini, lesse un articolo incentrato proprio su questa legge, e decise di chiedere aiuto a Pippo Baudo. Aiuto che arrivò dopo molto tempo, ma che le permise di saldare i debiti contratti. Situazione analoga anche per il campione italiano del ciclismo, Gino Bartali al quale fu proposto il vitalizio (che ricordiamo si affianca alla pensione ma non si sostituisce ad essa) ma rifiutò, consigliando di darlo a persone più bisognose. Legge Bacchelli: cosa è cambiato dall’approvazione del 1985? Nell’elenco dei beneficiari della legge, compaiono circa venticinque persone, tra le quali scrittori, cantanti, ma anche giornalisti, registi, poeti e sportivi. Tra questi non tutti sono volti conosciuti, infatti alcuni sono noti, altri meno, ma ognuno si è distinto per attività a favore della Nazione e per i benefici arrecati al Paese. In realtà coloro che potrebbero usufruire del “sussidio” sarebbero complessivamente ventisette, ma, il fondo stanziato a sostegno degli artisti, non è sufficiente a coprire tutte le richieste, poiché sarebbe necessario un incremento. La somma di denaro concessa grazie alla Legge Bacchelli, (circa 24mila euro annui) può essere revocata qualora venga meno lo stato di necessità o intervengano condanne penali definitive. Il Fondo è stato recentemente incrementato con il Decreto legge dello scorso 14 agosto 2020. Una legge importante, soprattutto perché si configura come un vero e proprio “soccorso pubblico” in caso di decadenza economica. Un tempo, gli artisti potevano confidare nella gentilezza e “carità” di parenti ed amici qualora avessero avuto problemi finanziari, ma con l’approvazione della Legge Bacchelli tutto cambiò. Qualcuno un tempo affermò che “Con la cultura non si mangia”, considerazione opinabile, però è pur vero che quanti hanno contribuito ad accrescere il vasto patrimonio artistico, culturale, storico del Paese meritano un riconoscimento, […]

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Regali aziendali? Ecco alcuni consigli per sceglierli al meglio

In determinati periodi dell’anno i regali aziendali diventano quasi una necessità. Un appuntamento a cui non ci si può sottrarre per tenere vivi i rapporti coi clienti e coi partner commerciali, per aumentare la visibilità del proprio brand, ma anche per premiare l’operato dei propri dipendenti. Optare per il regalo sbagliato può rivelarsi un’arma a doppio taglio che non sortirà alcun effetto positivo e che anzi, potrebbe andare ad offendere la sensibilità di qualcuno. Per evitare brutti scivoloni, basterà armarsi di pazienza e di un piano ben preciso, partendo dalla finalità del regalo, passando per l’importanza strategica del destinatario, sino ad arrivare ovviamente al budget di cui si dispone per questo tipo di attività promozionale.    Acquistare il regalo aziendale perfetto non è mai stato più facile e la rete ci dà una grossa mano. A chi è a corto di idee e ha bisogno di trovare lo spunto giusto, basterà farsi un giro tra i tantissimi store specializzati presenti online. Per chi invece non ha tanto tempo da perdere in ricerche snervanti, scegliere i gadget personalizzati low cost da Maxilia renderà il compito più semplice e senza spendere una fortuna. Questo tipo di regali sono un grossa opportunità per rafforzare il proprio business, e affrontare l’impegno col giusto approccio permetterà di renderlo meno stressante e addirittura piacevole. Ecco un serie di consigli che possono essere d’aiuto per scegliere nel miglior modo possibile.   1) Occhio alle regole aziendali Molte compagnie, ma lo stesso discorso può essere fatto nell’ambito della pubblica amministrazione, hanno delle regole ben precise che regolano questo tipo di attività, sia in entrata che in uscita. In alcuni casi esiste addirittura un divieto che determinerà quindi l’automatico ritorno al mittente del dono offerto. Per evitare brutte sorprese e di spendere soldi inutilmente, è sempre meglio capire se esistono delle limitazioni.    2) Sapere cosa comprare Sapere cosa comprare a ciascun cliente o partner commerciale è l’aspetto più impegnativo di tutto quello che ruota attorno ai regali aziendali. Questo perché conoscere i gusti personali di persone con cui si ha a che fare a livello di affari non è sempre agevole. La cosa migliore sarebbe chiedere al diretto interessato, ma si andrebbe a incidere sull’effetto sorpresa. Un’altra idea è quella di fare delle ricerche magari aiutandosi con le piattaforme social.   3) Non sottovalutare le differenze culturali Ogni contesto produttivo viene influenzato ed è regolato dal patrimonio culturale dello stato lo ospita. Rispettare gli usi e i costumi è segno di rispetto ed è il primo passo per evitare di fare figuracce. In Cina, ad esempio, i regali non devono mai essere impacchettati in bianco perché in quella cultura è il colore del lutto.   4) Il valore di un biglietto scritto a mano Da quando siamo diventati esperti delle risorse presenti in rete non riusciamo a fare cose semplici ma significative che possono fare ancora la differenza. Se si fa un acquisto su qualsiasi piattaforma di e-commerce c’è la possibilità di inserire i propri auguri all’interno del pacco. […]

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Internet e calcio tra dirette sempre più streaming, social e scommesse

Il mondo del calcio vive un periodo di profondo cambiamento. Un cambiamento dettato dalle nuove tecnologie che non riguardano solo il mondo arbitrale, ma il modo di vivere il calcio. Internet è diventato infatti il nuovo eldorado per il calcio. I grandi player che detengono i diritti tv sono sempre più rivolti verso un futuro che porta dritti verso internet. Pensiamo ad esempio a DAZN che da anni ha deciso di trasmettere online le partite di calcio. Oppure a Sky con il servizio Sky Go e Now Tv. Si parlava, inoltre, di un possibile approdo in Italia anche di Amazon per la trasmissione della partite di Serie A ma da quanto si è appreso nelle ultime ore questa possibilità è svanita del tutto visto che il colosso di Jeff Bezos non ha presentato nessuna offerta. Se per il momento ha deciso di “snobbare” non dobbiamo però dimenticare che ha già investito per i diritti della Champions League ma anche per una fetta di quelli della Premier League. Sembra essere soltanto questione di tempo. I social network ed i club Altro fattore che sta influenzando parecchio il mondo del calcio è quello dei social network. Oggi, infatti, i club hanno ben capito l’importanza di un canale diretto con i propri tifosi per amplificare in maniera importante le proprie entrate. La Juventus negli ultimi anni ha investito pesantemente su questo fattore ed oggi è il brand italiano con più seguaci sui social. Secondo gli ultimi dati la Juventus è di gran lunga la squadra più seguita d’Italia. Con 66 milioni di interazioni nel mese sulle varie piattaforme (Facebook, Instagram, Twitter e Youtube) e 71,7 milioni di visualizzazioni dei video pubblicati, la squadra bianconera stacca Milan e Inter, rispettivamente seconde e terze nella graduatoria. Al quarto posto, non lontano dai 22 milioni di “interactions” rossonere e i quasi 19 milioni nerazzurri, c’è il Napoli con 15,7 milioni. Poi ecco le romane. Il club giallorosso è quinto con 4 milioni e mezzo di interazioni e un dato competitivo sui video: quelli pubblicati dai canali giallorossi (Youtube e Facebook in questo caso) nel mese di novembre sono stati cliccati dagli utenti 6,9 milioni di volte, più dei 5,6 milioni dell’Inter e i 2,4 del Napoli. La Lazio segue come sesta squadra più seguita sui social. Le interazioni sono poco più della metà di quelle della Roma, 2,6 milioni, i video biancocelesti a novembre sono stati visualizzati 1,9 milioni di volte. Le scommesse online Oltre al modo di fruire il calcio in termini di contenuti, è cambiato il modo di seguirlo e di scommettere sugli eventi sportivi. Come possiamo leggere grazie alla guida alle scommesse presente sul blog di Starcasinò, oggi le scommesse sul calcio sono più semplici, veloci ed avvincenti. Oggi basta avere uno smartphone ed una connessione internet per poter scommettere praticamente su qualsiasi cosa, compreso il festival di Sanremo. Se un tempo si giocava al totocalcio con la schedina cartacea dove si poteva giocare solo vittoria o pareggio e si era costretti a giocare […]

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Single Board Computer: Raspberry Pi ed alternative

Un intero computer condensato in una scatoletta 10×6 cm o sul retro di una tastiera: sembrerebbe difficile da ottenere come risultato, eppure è realtà con i cosiddetti SBC (Single Board Computer). In pratica un SBC è una scheda elettronica che include al suo interno tutti i componenti presenti in un “normale” computer, in uno spazio però molto più compatto. I primi Single Board Computer appaiono negli anni 70/80, molto prima degli smartphone (considerabili come una sorta di SBC con funzionalità extra di connessione, dato che oggi sono dei veri e propri computer tascabili), ma sono rimasti a lungo relegati ad usi industriali o a ristrette cerchie di appassionati. Costi, impossibilità di aggiornare i singoli componenti, maggior difficoltà d’uso e minor potenza di calcolo rispetto ai “normali” computer desktop, negli anni li hanno fatti utilizzare solamente in applicazioni con requisiti particolari (ad esempio di spazi e consumi ridotti oppure di utilizzi molto prolungati). Negli ultimi anni però la situazione è cambiata con la commercializzazione di board che offrono potenze di calcolo paragonabili ai computer desktop, a prezzi minori. Una delle maggiori differenze rispetto ai computer desktop è legata all’architettura dei processori (in parole semplici gli SBC utilizzano dei processori ARM come gli smartphone e non x86-64 come i computer desktop), che influenza la scrittura del software per queste piattaforme. Basti pensare che i sistemi operativi predominanti sono quelli basati su Linux, ma ormai anche questi offrono interfacce user-friendly, facili da utilizzare. Vediamo ora una carrellata delle board più note (in ordine alfabetico). Single Board Computer: i più noti IGEP – ISEE Le schede IGEP, come la IGEPv5 nascono e rimangono schede per utilizzi industriali avanzati (pur avendo prestazioni adatte per un desktop), basate su componenti della Texas Instrument. Sono progettate per integrarsi bene con altri componenti industriali, sempre prodotti dalla ISEE. ODROID – HARDKERNEL CO. Prodotte inizialmente come schede per eseguire Android e sviluppare per quel sistema, sono poi state sostituite da nuove schede orientate ad altro: sia desktop (ODROID C4) che ad applicazioni più particolari come NAS (ODROID-XU4 CloudShell o ODROID-HC2), cluster (ODROID-MC1) o console (OGST KIT for XU4 o ODROID-GO). OLinuXino – OLIMEX Le schede OLinuXino della Olimex sono un po’ un’eccezione in questa lista. Non brillano particolarmente per prestazioni ma hanno un prezzo contenuto e sono pensate per funzionare continuativamente in ambienti estremi (da -40 °C a +85 °C) con standard industriali. Inoltre il loro design è completamente open hardware (a differenza di altre che non lo sono o lo sono parzialmente). Interessanti anche il supporto e la produzione garantiti (entro certi limiti) anche dopo che alcuni componenti sarebbero considerate obsolete. OrangePi – Xunlong Software CO. Nate come schede influenzate dalle Raspberry Pi (anche nel nome), offrono sia una linea orientata al lato desktop (Orange Pi 4B), che all’embedded (Orange Pi Zero2), ma dalle prestazioni comparabili ad altri produttori e ad un prezzo maggiore. Rispetto a queste risultano più d’interesse le schede di fascia medio/bassa per l’embedded, che permettono di avere più prestazioni a parità di prezzo rispetto […]

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HONOR MagicBook 14, un portatile da portare via!

Nell’era del 5G, tutti hanno un alto standard nella portabilità e nella connettività dei dispositivi tra loro, la serie HONOR MagicBook è una delle pietre miliari che rafforza l’impegno del marchio nel creare intelligenza per tutti gli scenari. Combinando un design sottile e leggero, offre una potenza incredibile in un formato elegante e compatto, perfetto per i giovani in movimento. Di seguito descriveremo le caratteristiche che li fanno brillare nella folla: Il suo impressionante design completa lo schermo Full View da 14″. Disponibile in due colori, ha un telaio in alluminio minimalista. In contrasto con i suggestivi bordi smussati blu e con la vita tagliata a diamante che dona un abbagliante bagliore blu. Portatile al cento per cento: Con un peso di soli 1,38 kg e uno spessore di 15,9 mm, HONOR MagicBook è progettato per chi è sempre in movimento. È possibile impostare lo schermo sull’angolazione desiderata grazie alla sua cerniera a quasi 180 gradi, offrendo comfort e comodità ovunque ci si trovi. La sua visualizzazione dà vita ad ogni dettaglio: Grande schermo in un corpo compatto, fornisce una risoluzione di 1920x1080px, presentando lunette ultra strette di 4,8mm su 3 lati con schermo da 14″, massimizzando il rapporto schermo-corpo all’84%, fornendo un’esperienza di visione completa, dando vita ad ogni dettaglio. La riflessione della luce non sarà più un problema, grazie allo schermo laminato. Anche la luce diretta del sole non sarà un ostacolo alla visione. Potenza senza sforzo, grande efficienza grazie al processore AMD e alla RAM a doppio canale Dotato di un processore mobile AMD Ryzen 5 4500u con grafica AMD Radeon™, che adotta anche una RAM DDR4 a doppio canale da 8 GB e un’unità di archiviazione SSD PCIe ultraveloce NVME SSD da 512 GB. Veramente progettato per portare la vostra produttività al massimo e gestire gli scenari più impegnativi.   Software preinstallato: Ha Windows 10, con un mese di prova di Microsoft 365, con l’idea di migliorare la produttività. Dispone di un’applicazione di proprietà di HUAWEI e HONOR, “PC Manager”, che ha il compito di controllare lo stato generale e allo stesso tempo aiuta a mantenere aggiornati i driver e a identificare i problemi hardware. Fornisce anche un manuale d’uso e un link al centro di assistenza online. Caricamento ultraveloce con il massimo delle prestazioni: Onorando l’enorme batteria ad alta densità da 56Wh, fornisce 10,5 ore di prestazioni non-stop. Anche se utilizzato per la riproduzione di video a 1080p. Ha un caricabatterie di tipo C di soli 160 g, che accetta una carica veloce di 65W, che in soli 30′ genera il 46% della carica. Design innovativo della lama per un’efficiente dissipazione del calore: È caratterizzato da un innovativo design delle lame a forma di S. Efficiente, più sottile e con una densità più elevata, affermando un flusso d’aria pienamente funzionale. Aumento della dissipazione di calore del 38%. Un altro vantaggio del suo design è la mancanza di rumore, che lo rende un computer completamente silenzioso. Pulsante di accensione delle impronte digitali per un accesso rapido: […]

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Libri

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Robert Bernard Reich – Il sistema (Fazi Editore)

Robert Bernard Reich è professore ordinario di Politiche pubbliche presso la Goldman School of Public Policy dell’Università della California, Berkeley. Ha prestato servizio in tre amministrazioni statunitensi ed è co-autore del film Inequality for All e del documentario Netflix Saving Capitalism. Pubblicato in Italia dalla Fazi Editore, Il sistema è il suo ultimo lavoro. Negli Stati Uniti la rabbia e la frustrazione date da sensazioni di declino sociale e tradimento sono alla base di un malessere profondo che si è già tradotto in un pericolo reale. Per spiegare cosa sia accaduto nel sistema americano e perché una buona fetta della popolazione si senta tradita, Robert Bernard Reich sposta la prospettiva dello scontro politico. La contrapposizione non è più tra Democratici e Repubblicani ma tra Democrazia e Oligarchia. Secondo Reich, il problema è che tanto il partito repubblicano quanto quello democratico sostengono gli interessi di una piccola minoranza di persone ai danni della collettività. In America non ci sono assistenza sanitaria né sussidi di disoccupazione, un bambino su cinque vive in povertà e quasi 51 milioni di famiglie non possono permettersi spese mensili essenziali, ma il solo tentativo di introdurre nel dibattito pubblico il tema della redistribuzione della ricchezza viene attaccato duramente e bollato come “socialismo”. Ma, nota Robert Bernard Reich, l’unica forma di socialismo che l’America conosce è quella per i ricchi, come dimostra il salvataggio finanziario di Wall Street del 2008. «Dimon era al timone di JPMorgan quando la banca ricevette dal governo federale 25 miliardi di dollari quale contributo per contrastare la crisi finanziaria, provocata in larga parte dalle sconsiderate e fraudolente pratiche creditizie di JPMorgan e altre grandi banche. Lo stesso Dimon, però, quell’anno fu pagato 20 milioni di dollari. Se questo non è socialismo, che cos’è?». Sfruttando l’esempio di Jamie Dimon, il CEO di JPMorgan che si dichiara democratico e pronto ad assicurare una “responsabilità sociale dell’impresa”, Reich dimostra perché persone che lavorano per aziende troppo grandi per fallire non possano perseguire realmente gli interessi della collettività, a dispetto di quanto dichiarino. Infatti, per raggiungere il suo (legittimo) obbiettivo di massimizzazione del profitto, Dimon ha dato il suo sostegno agli sgravi fiscali di Trump esercitando pressioni sul Congresso per ottenerle, si è opposto all’imposta patrimoniale della senatrice Warren e ha esortato il Congresso ad allentare i regolamenti bancari. Tutto ciò danneggia la collettività che non può essere ripagata con la “responsabilità sociale d’impresa”, cioè la disponibilità delle grandi aziende a destinare parte dei profitti in progetti sociali. Spetterebbe al governo affrontare problemi sociali, ambientali ed economici ma l’impossibilità di farlo è dovuta proprio alla volontà delle grandi aziende che esercitano pressioni affinché i problemi non vengano realmente risolti. Attraverso la promessa di una “responsabilità sociale”, queste società evitano l’introduzione di leggi, regolamenti e imposizioni fiscali che ridurrebbero i loro introiti a beneficio della collettività. Ma la responsabilità sociale serve soprattutto a giustificare agli occhi dell’opinione pubblica i privilegi che scaturiscono da un sistema truccato. Se i CEO e i miliardari tenessero realmente al benessere delle comunità […]

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Supereroi: recensione del romanzo di Paolo Genovese

, il nuovo romanzo di Paolo Genovese, il regista ed autore romano alle prese con una esperienza universale: che cosa mai sarà l’amore, qual è il senso della vita, del tempo e del dolore.  Già il sottotitolo di Supereroi fa luce ed ombra su un quesito di fondo: Servono i superpoteri per amarsi tutta una vita. È un quesito a cui manca un punto interrogativo finale, e che quindi potrebbe essere letto come un’asserzione. Sono Marco ed Anna i due supereroi protagonisti del romanzo, e sono di Marco e Anna i due spazzolini nel bicchiere presenti sulla copertina del libro Einaudi. Anna è una fumettista che ha inventato la sua eroina di carta: Drusilla. Marco è un professore di fisica che si pone domande scientifiche sul tempo, dandosi poi risposte esistenziali.  «”Quante possibilità ci sono che due persone che si incontrano per caso si incontrino una seconda volta?” pensa Marco. Sa che la percentuale è cosí bassa che statisticamente viene definita irrilevante. Ma irrilevante non vuol dire impossibile.» lui: Dopo dieci anni tutte le coppie diventano supereroi? lei: Le altre resistono solo perché il cambiamento fa più paura della routine.

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Giorgio Borroni, Il vuoto dentro: parlare con i morti si può

Giorgio Borroni ha pubblicato con PubMe, nella Collana Ater, Il vuoto dentro, un romanzo cupo e breve, forse – come rivela l’autore stesso in un’intervista– il più cupo che abbia mai scritto. Giorgio Borroni, Il vuoto dentro: parlare con i morti si può Catapultati in una lercia periferia d’Italia, Biagio e Nadia vengono risucchiati dal fetore di putrido della bottega di Marione e di sua mamma Felicita, uno squallido bugigattolo con l’insegna che recita: «Carne e Pesce». L’odore dolciastro della carne è un tutt’uno con quello del pesce che sta per imputridirsi e il buio della sala è soffocante. Sarà nel retro di questa piccola e malmessa bottega che si consumerà tra Biagio e Nadia la partita a scacchi con la morte, un gioco perverso che ha delle regole precise il cui scopo è uno: parlare con i morti. Uno dei due, il più debole, pagherà con la morte, l’altro sarà poco più fortunato. Biagio, ex compagno di cella di Marione, è un uomo la cui irascibilità è una malattia e che ha alle spalle un crimine indicibile. Nadia è invece una donna frustrata e sola. Superata la soglia della bottega, il tempo parrà fermarsi e, come da un insano incubo, il lettore si desterà, insieme a uno dei due protagonisti, solo alla fine del romanzo per comprendere finalmente il motivo di una simile ordalia. Classificabile nel genere suspense, Il vuoto dentro di Giorgio Borroni ha fin troppo di realistico per non suscitare nel lettore non solo un senso di disgusto, ma un vero senso di disagio ed inquietudine che spira dalle pagine del romanzo con un realismo spiazzante. Il desolamento di luoghi sviscerati di ogni dignità, il viaggio nei contorcimenti della psiche di Nadia e Biagio, anime vuote condannate al proprio senso di colpa, appaiono di un mostruoso tanto disturbante quanto più è umano. Nemmeno la descrizione di “Lui”, il medium tra la vita e la morte, un mostro di fumo e viscidume, saranno tanto conturbanti di fronte al rito imbastito nell’aldiquà da Felicita e Marione: «Come inizierebbe questa barzelletta? Ci sono una povera illusa, due pazzi, un tizio disperato a contemplare una testa di morto che pare un’anguria su un banchetto di un fruttivendolo». Potremmo dire che il senso del ridicolo che traspare agli occhi dei due protagonisti, Nadia e Biagio, che si alternano nel raccontare la storia in prima persona, suscita invece nel lettore una sorta di sentimento del contrario: una scena ridicola per chi non crede affatto nella possibilità di poter parlare con chi non c’è più; due figure, quella di Marione e Felicita, che complottano tra loro come due mosche che si accoppiano in aria… una scena insomma che susciterebbe il riso, senonché sono orrore e fastidio le sensazioni psicofisiche che ribollono negli occhi di chi legge. Un sentimento di ripugnanza che è, probabilmente, incarnato perfettamente dalla maschera che indosserà Marione, un ex carcerato per pedofilia: la maschera di un imbianchino su cui disegnerà il muso di un maiale. Giorgio Borroni ha scritto quindi un […]

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I segreti della villa in collina di Daniela Sacerdoti

I segreti della villa in collina, è un romanzo della celebre autrice Daniela Sacerdoti, pronipote del famoso scritto­re Carlo Levi, edito dalla Newton Compton Editori. I segreti della villa in collina: trama, personaggi e curiosità Il passato spesso ritorna! Quante volte questa frase riecheggia in una conversazione ed è proprio questo il tassello fondamentale del libro “I segreti della villa in collina”. Un segreto che ripiomba direttamente dal passato, circoscritto tra le pagine di un vecchio diario di Callie, una timida cameriera appena giunta a Montevino, in Italia, dal Texas, in cerca di risposte sulla sua identità. La giovane ragazza ha da poco scoperto di esser stata adottata e di aver ereditato dalla madre, che non sapeva di avere, una splendida villa in collina, tanto maestosa ed immensamente bella, da lasciare senza fiato. Callie è pronta a varcare il cancello arrugginito di quell’abitazione, passo dopo passo, esplorando un luogo sconosciuto all’interno e grazie al quale conoscerà volti nuovi. Come la protagonista del romanzo pian piano scoprirà cosa le riserva la vita, così i lettori di questo suggestivo ed intrigante libro scopriranno, passo dopo passo, i caratteri e le emozioni che si nascondono dietro ogni parola. Ad un certo punto, così come Callie, percepisce nitidamente tutto ciò che la circonda, seppur con sofferenza, così il lettore sarà coinvolto in situazioni, vicende, tasselli del passato che si manifesteranno attraverso il presente. L’odore di cera emanato dai mobili, le voci in corridoio, la luce, ogni singolo dettaglio, grazie alla bravura dell’autrice, s’imprime nella mente di chi legge, in una lettura semplice e coinvolgente. Molto importanti gli elementi descrittivi propri dell’ambientazione in cui si ritrova la protagonista, così sensibile, ma al tempo stesso tenace. I colori, la tranquillità evocata da alcuni luoghi, i suoni della natura, tutto forma una cornice perfettamente sinuosa, che avviluppa il lettore, donandogli serenità. La protagonista, decisa a comprendere ciò che è stato del suo passato, si ritroverà a vivere in Italia, dove conoscerà una zia dal carattere ricco di acredine, e avrà anche l’occasione di innamorarsi perdutamente di un uomo. La componente legata alla famiglia è probabilmente un escamotage, il modo per la protagonista di recuperare le tracce del proprio essere. Mettersi in gioco, rivoluzionare completamente la propria esistenza è ciò che fa Callie, trasportando il lettore in una continua alternanza tra passato e presente. Uno incombe e l’altro si palesa attraverso il vivere quotidiano. Le parole, “come lucciole che sobbalzano”, si diramano tra luci, discussioni, montagne, fabbriche e ampi giardini. Il finale è tutto da scoprire, positivamente lascerà senza fiato. I segreti si “smaterializzano” palesandosi, divenendo qualcosa che appartiene alla protagonista, al suo mondo e incuriosendo il lettore. Parti descrittive, dialoghi, racconti scritti, o  monologhi interiori e flashback, sono un insieme perfettamente caratterizzante per un romanzo bello da leggere e dal quale lasciarsi coinvolgere.     Fonte immagine: ufficio stampa.

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Il chiostro delle clarisse, Spaccanapoli e Santa Chiara

Il Chiostro delle Clarisse a Napoli, e in generale l’intero complesso monumentale di Santa Chiara, prospiciente alla grande Chiesa del Gesù Nuovo, costituisce un elemento rappresentativo della cultura napoletana, nonché delle sue vicende incastonate fra le pieghe della Storia del Novecento. Il Chiostro delle Clarisse e il Monastero di Santa Chiara Camminare lungo Spaccanapoli è sempre un’esperienza suggestiva in quanto l’occhio che ritrae gli angoli del Decumano Inferiore nota sempre la presenza di qualcosa di nuovo che in precedenti passeggiate era sfuggita. Non ci si riferisce ai marchi di rinnovati e rinomati negozi che adescano fiumi di turisti con la promessa di sapori e profumi tradizionali, ma a quei silenziosi che attendono un curioso passante che si fermi a osservare la sua bancarella: ecco il vecchio che rivende antiche locandine delle passate edizioni della Festa di Piedigrotta, o volumi di Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo, ecco il giovane intento a disegnare quadretti di nature morte o animali, ed ecco lo spigliato venditore che offre, a quegli stessi turisti, in varie dimensioni un flaconcino sigillato trasparente, certificando che esso contiene realmente “aria di Napoli”; tendendo poi l’orecchio, oltre il chiacchiericcio e gli schiamazzi, si percepiscono voci femminili e fisarmoniche che così cantano: “Sta donni, comme de’ i’ fari p’amà sta donni? Di rose l’ei ’a fa nu bellu ciardini ’ndorni ’ndorni lei a annammurari…”. Ed ecco apparire, circondata di uditori, una donna che danza e suona, posseduta dal ritmo della sua taranta; e, più avanti ancora, superato il Palazzo Venezia e il Palazzo Filomarino, residenza di don Benedetto Croce, una voce tenorile così ricorda: “Dimane? Ma vurria partì stasera. Luntano no, nun ce resisto cchiù. Dice ch’ è rimasto sulo ’o mare, che è ’o stesso ’e primma, chillu mare blu…”. Lì, di fronte la Basilica di Santa Chiara, ben vestito ed alto c’è chi ancora pensa Napoli com’era e a Napoli com’è. Oggi ricostruita, Santa Chiara, il cui complesso ebbe origine nel Trecento con la costruzione di una vera cittadella ospitante allora due conventi (uno maschile, per i francescani, e uno femminile, per le clarisse), fu vittima dei bombardamenti del 4 agosto 1943, che lo ridussero quasi in cenere. Tale e tanta fu la disperazione che, tra la folla, sopraggiunse anche don Benedetto dalla vicina dimora a contemplare in lacrime la ferita inflitta al cuore di Napoli. Salvo fu, per fortuna, il chiostro delle clarisse maiolicato e le “riggiole” (le piastrelle) che lo compongono. Esso è testimone delle trasformazioni che nel corso del tempo attraversarono Napoli dal Medioevo ad oggi: originariamente in stile gotico, per la volontà angioina che commissionò la strutture nel XIV secolo, subì trasformazioni ad opera di Antonio Vaccaro nella prima metà del Settecento, per cui si fusero i riferimenti all’arte gotica con gli elementi della cultura architettonica e pittorica barocca. A testimonio di questo intreccio, ecco gli affreschi di Storie francescane, che si leggono camminando lungo il porticato, o il giardino verdeggiante con le Fontane dei leoni, vera e propria Arcadia, in cui si assiste […]

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Napoli e Dintorni

Book delivery Caserta: il servizio gratuito di Biblioteca Bene Comune

A Caserta in questi giorni è partito il primo servizio di book delivery gratuito. Scopri come prenotare la consegna gratuita del tuo libro! È partito in questi giorni, nella città di Caserta, il primo servizio gratuito di consegna di libri a domicilio. L’iniziativa è nata il 4 dicembre scorso dalla rete di associazioni che gestisce il progetto “Biblioteca Bene Comune”, sostenuto dalla Fondazione Con il Sud e dal Centro Per il Libro e la Lettura a seguito del decreto del 3 novembre, che ha sancito la chiusura delle biblioteche ma – confermando i libri tra i beni di prima necessità – permette la consegna, il prestito nonché la vendita.  Le diverse associazioni casertane – fra cui il Centro Sociale Ex Canapificio e il comitato “Città viva” – hanno quindi avviato un lungo e condiviso lavoro di acquisto di libri, catalogazione, reperimento di testi donati da singoli cittadini e da altre organizzazioni del territorio per creare il Fondo Biblioteca Bene Comune, che oggi può contare di circa 500 titoli.  «Il catalogo dei libri – spiegano i promotori del book delivery – è stato realizzato mediante una modalità partecipata alla quale hanno aderito decine di cittadini, rispondendo al sondaggio “Il libro che vorrei”, che abbiamo lanciato nelle scorse settimane per raccogliere suggerimenti e consigli. Così, ai libri gentilmente donati ne abbiamo affiancati molti altri acquistati presso le librerie del territorio grazie agli appositi fondi del progetto.» Il Fondo – che verrà aggiornato settimanalmente e che è consultabile qui – contiene infatti i bestseller del 2020, un’ampia scelta di libri per bambini e ragazzi, testi di storia, saggistica, raccolte di poesie, albi illustrati, libri in diverse lingue e testi accessibili ed inclusivi. È possibile richiedere un massimo di due libri e la durata del prestito è di venti giorni. Intanto, l’iniziativa è stata subito ben accolta: in una sola giornata, i volontari hanno consegnato ben 40 libri a cittadini di ogni età. Per usufruire del servizio, è necessario prenotare la consegna del libro scelto scrivendo all’indirizzo di posta [email protected] o tramite Whatsapp al numero 379 191 7999. È inoltre possibile chiamare lo stesso numero dalle 16 alle 19 nei giorni di martedì e venerdì per attivare il prestito o per chiedere informazioni sull’iniziativa. Una volta prenotato il libro, viene fissato un appuntamento nel giorno di consegna, rispettando tutte le misure di sicurezza previste, tra cui la quarantena obbligatoria per i libri.  Immagine: Facebook

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Food

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery L’aspetto conviviale di consumare un pasto con amici e parenti, a casa o fuori, deriva dal piacere dello stare con gli altri assaporando gusti e alimenti che hanno una storia e un significato simbolico spesso legato alle tradizioni locali di appartenenza. Il cibo è relazione e da quando nasciamo esso non si limita solo ad essere fonte di sopravvivenza biologica, ma veicola innumerevoli significati simbolici, relazionali e sociali. Se pensiamo alle riunioni familiari, agli spuntini fra colleghi, agli aperitivi tra amici e alle cene di coppia, il cibo rappresenta un momento fondamentale per costruire i legami sociali e d’affetto. Il distanziamento sociale e i ristoranti chiusi, hanno determinato l’aumento del delivery ma ciò che manca al mondo del food è il rapporto con i clienti. Provate però ad immaginare una consegna a domicilio diversa dal solito, che riserva qualcosa di speciale. Insieme alla pizza, al piatto o dolce preferito scelto, arriverà nelle nostre case un Qr-code con la voce del pizzaiolo, chef o pasticciere che non solo spiegherà il piatto, ma che vi saluterà con un messaggio vocale. Il valore che ha acquisito la tecnologia ultimamente è quello di abbattere le distanze e recuperare almeno in parte ciò che è il fulcro della ristorazione napoletana: il rapporto umano. Il “Racconta food” è un idea semplice e funzionale, pensata dalla giornalista Valentina Castellano e sviluppata dall’azienda tecnologica Wip Lab. L’ intento è quello di ristabilire una connessione tra cliente e ristoratore, rendendo di nuovo viva e coinvolgente l’esperienza di consumare una pietanza dalla propria abitazione. A sposare per primi questa idea sono Enrico e Carlo Alberto Lombardi della storica pizzeria Lombardi 1892 a Via Foria, che ci hanno raccontato la loro esperienza e motivazione: “Se il cliente deve restare a casa, abbiamo deciso di portare un pezzo di noi , della nostra storia insieme alla consegna a domicilio -ci spiega Enrico Lombardi – sui cartoni delle pizze verranno attaccati degli adesivi con Qr – code che una volta scaricati sui propri cellulari permetteranno di ascoltare dei nostri audio, con le nostre voci, in cui salutiamo il cliente, spieghiamo la pizza, gli auguriamo buon appetito”. “Ci manca il rapporto diretto, quello fatto di racconti, di storie, di confronti – aggiunge Carlo Alberto – ma non ci fermiamo e la tecnologia ci da una mano. Per questa prima fase abbiamo registrato 10 audio per 10 pizze tra quelle storiche e le nostre proposte”. Ed è con questa idea che da oggi chi ordina una pizza dai Lombardi una volta aperto il cartone della pizza potrà ascoltare la voce di Enrico, quinta generazione di piazzaioli, come nasce la “pizza figone” o la “Don Enrico”, quella dedicata al nonno, o gli ingredienti del ripieno al forno, o quelli della “Starace”. “Non rinunciamo al cuore del nostro lavoro, che è il rapporto con i nostri clienti– dice Enrico – Vogliamo che sappiano che noi ci siamo. E la nostra voce, il nostro racconto, siamo certi abbatterà le distanze. Nell’attesa […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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EDY, -Chi ha sparato al presidente?- è il nuovo EP

Recensione di Chi ha sparato al presidente?, il nuovo EP di EDY costituito da tre cover e da un brano originale dello stesso cantante. EDY, pseudonimo di Alessio Edy Grasso, nasce a Milano e vive a Catania e a Roma. Dopo aver trascorso una buona fetta della sua carriera nell’ambiente punk tra la seconda metà degli anni ’90 e il 2015 con le due band da lui stesso formate, i Jasminrock e gli UltraviXen, il 17 novembre del 2018 pubblica il suo primo album da solista, Variazioni. Si tratta di un taglio netto con il passato poiché EDY propone una raccolta di 12 canzoni dette “pop d’autore” e due di queste, La casa di Barbie e Immobile, diventano due singoli premiati e trasmessi dalle più importanti radio italiane. Nell’autunno del 2019 esce il singolo Come un Flash a cui collabora anche la cantante Matilde Davoli. A tutto ciò si aggiunge un lungo tour che ha portato EDY a girare in lungo e in largo i maggiori festival e club italiani, esibendosi per un totale di ben 70 volte. E, proprio in attesa di poterlo riascoltare dal vivo, il cantante ha pubblicato l’EP Chi ha sparato al presidente? contenente, oltre al singolo omonimo uscito ad inizio mese sulle piattaforme digitali, tre cover di brani celebri della canzone italiana Chi ha sparato al presidente?  di EDY. Tre brani cover ai tempi del covid La genesi di questo lavoro va ricercata nel lungo periodo del lockdown. Grazie anche alla collaborazione dei membri della propria band (Tommaso Calamita, Sebastiano Forte e Carmelo di Paola), EDY ci propone «Un concept EP che parla al cuore e alla testa, racconta con delicatezza quello che ci accade dentro quando perdiamo i nostri punti di riferimento». Il lungo periodo di clausura forzata vissuto lo scorso anno, e che sembra sempre dietro l’angolo, ha portato il cantautore a coverizzare tre brani di tre artisti molto differenti tra di loro: Luigi Tenco, Mogol e i Meganoidi. Un giorno dopo l’altro è facilmente ascrivibile alle sensazioni che in, soprattutto coloro che sono dotati di una certa sensibilità, stanno provando in questi giorni difficili: la perdita di certezze a cui aggrapparsi e la mancanza di quella normalità, il cui ricordo lontano fa sì che scorrano tutti uguali i giorni della settimana dove “la speranza ormai è un abitudine“. Sulla stessa linea, ma con sonorità quasi dissacranti, si pone la cover di Tutta mia la città di Mogol, che con la mente ci riporta alle strade delle grandi città italiane deserte e con le saracinesche dei negozi abbassate fino a data a destinarsi. La versione che EDY ci propone di Zeta Reticoli, brano dei Meganoidi, sembra invece distaccarsi dal ritmo delle cover precedenti. Alla grinta del modello originale EDY oppone sonorità pacate, che sembrano proiettate in una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo, L’unico brano originale è quello che da anche il titolo all’ EP, Chi ha sparato al presidente?. Il testo, a tratti criptico, scritto da Matteo Scannicchio e Giorgio Maria […]

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Cassandra Raffaele: anarchia e amore, nostalgia e rock

Nel titolo penso di aver chiuso almeno gli ingredienti portanti di questa nuova ballad indie-rock di Cassandra Raffaele che dopo il singolo “Sarà successo” cavalca ancora questo mood nostalgico e parla di libertà in modo sfacciato e poetico allo stesso tempo. Parla d’amore, parla di vita… e come sempre si riconferma quel suono acido di un downtempo americano, quasi shoegaze alla memoria… si riconferma L’Amor Mio Non Muore di Roberto Villa a curare i dettagli e i ricami di un mood che sembra arrivare da un’America anni ’70, tra rivoluzioni e resilienze. “La mia anarchia ama te” è una bellissima tinteggiatura di accettazione. Nuovo singolo e finalmente. In ogni direzione lo si ascolti, lo si guardi… c’è uno sfacciato ritorno al passato. Lo avevi fatto con “Sarà successo” e lo confermi ora… Perché? Il passato mi ha insegnato tanto musicalmente e oggi ho sentito il bisogno di ringraziarlo cercando linee arrangiative evocative e nostalgiche in quello che sto facendo. Roberto Villa che ha prodotto i brani, in questo ha fatto centro, comprendendo esattamente il mio stato d’animo. La musica dei cantautori degli Anni ’70, i vinili prog, John Lennon, gli Stones, Julie Driscoll e gli hammond di Brian Auger, Morricone, sono solo alcuni pezzi vivi di un passato sempre presente, che mi hanno coccolato (e continuano a farlo) in questo momento storico dal quale non riuscivo a trovare slanci di entusiasmo. Il passato è diventato quasi un rifugio, nel quale cerco strade per proiettarmi comunque e malgrado tutto, nel futuro. E in questa chiave del passato usi una parola assai importante: anarchia. Che significa per te? L’anarchia è una poesia di resistenza ed amore che solo il rispetto nei confronti dei propri ideali, possono fare nascere. È il sapere restare fedeli a ciò che si è, ad oltranza, un grido di affermazione dell’arte, della musica, che malgrado tutto, continuano ad esistere, anche se provati dai tempi ostili. Senti faccio un passo indietro e ritorno al primo singolo che ha rotto un silenzio che durava 5 anni. “Sarà successo”: ti chiedo subito: perché i NERD come simbolo protagonista del brano? Ho scelto una bandiera che mi rappresentasse al meglio sia intellettualmente che emotivamente. E non potevo che scegliere i nerd. Non mi sono mai arresa in questi ultimi anni, e anche nei momenti più difficili ho puntato tutto sui mezzi che avevo a disposizione, ovvero la curiosità e l’intuito, per creare e fare. I nerd sono la metafora di chi cerca un riscatto dalla vita e sa che lo studio e l’applicazione saranno fondamentali, per costruire i propri progetti, spesso elaborati in solitudine ma divertendosi e non dandosi mai per vinto. E lasciati chiedere della location di questo video. Esistono ancora posti del genere? Esistono e come! Bologna nerd è un vero e proprio museo di video games ma non solo. È un circolo che riunisce gente appassionata di giochi di società, fumetti, cartoons, robot. Un mondo nel quale perdersi e ritrovarsi bambini, perché in fondo forse quello che manca a […]

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Musica

Moltheni ritorna con il nuovo album Senza Eredità

Senza Eredità è l’ultimo album di Moltheni “Senza Eredità” è il nuovo album di Umberto Maria Giardini, in arte Moltheni, da poco disponibile su tutte le maggiori piattaforme di distribuzione. Un’uscita attesissima quella del cantautore marchigiano, a più di undici anni di distanza dal suo ultimo progetto, “Ingrediente Novus”. L’album è infatti una vera e propria chiusura di un cerchio, iniziato ormai anni addietro che porta con sé collaborazioni e progetti di una carriera, fino a questo momento, invidiabile. Moltheni è infatti considerato tra i padri fondatori della scena alternativa ed indipendente italiana, gettando le basi per il movimento indie rock, che poi ha riscosso tanto successo nel nostro paese. Tante sono infatti le collaborazioni di cui si è avvalso l’artista marchigiano, e che testimoniano una stima ed un apprezzamento trasversale da tutto il panorama musicale nostrano: tra i tanti, si annoverano infatti Afterhours, Verdena e Franco Battiato. Eroica Fenice ha avuto l’occasione di parlare con Moltheni, proprio in occasione dell’uscita di “Senza Eredità”. Umberto, da dove nasce il progetto Moltheni? Nasce a Milano nel 1996, ma si concretizza a Bologna nel 1998, grazie all’interessamento di Francesco Virlinzi e della sua etichetta Cycloper records di Catania. Successivamente nel 2005 nasce un idillio tra il progetto e la Tempesta dischi con la quale sono ancora legato. Senza Eredità è il tuo ultimo album, frutto di una lunga gestazione durata un anno e passa. Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato durante la lavorazione del disco? La difficoltà maggiore è stata quella di reperire tutto il materiale, che era andato praticamente perduto. Tuttavia Nica Lepira e Massimo Roccaforte mi hanno dato una grossa mano, poi la memoria e qualche demo ritrovato in cantina hanno chiuso il cerchio, dandomi un idea vaga di quello che poteva essere il lavoro definitivo. Successivamente a questa fase è subentrato il problema di completare quello che restava di aperto (alcuni testi, arrangiamenti di alcuni brani), ma nei mesi tutto è scivolato programmaticamente senza intoppi. Le difficoltà si sono equiparate al gusto di lavorare. In Senza Eredità parli di un mancato retaggio, una successione che doveva avvenire e invece non c’è stata. A cosa alludi nello specifico? Parlo di qualcosa che non c’è più e che non lascia nessuna eredità, null’altro. C’è davvero poco da intendere e con significati nascosti. L’eredità in qualsiasi sua forma è qualcosa che può esserci ma anche no. Nel mio caso non lascio nulla a nessuno, poiché non c’è nessuno che la riceverebbe. A che stato evolutivo è la scena alternativa e indipendente italiana, secondo te? Il panorama attuale è ben diverso da quello in cui hai mosso i primi passi, e sei un punto di riferimento per qualsiasi giovane voglia ripercorrere una carriera musicale di questo genere. Non lo so. C’è una canzone in “Senza Eredità” alla quale sei più legato delle altre? Mi affeziono poco ai miei brani, è un limite che ho sempre avuto, sono molto più attratto dalla musica altrui, specie quella passata. Nere geometrie paterne è […]

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Teatro

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Anton Čechov approda al Teatro Diana

Anton Čechov approda al Teatro Diana con la sua forza drammaturgica. Anton Čechov, drammaturgo russo di grande fama alla fine dell’Ottocento, viene reinterpretato e rappresentato in visione streaming causa pandemia Covid-19 presso il Teatro Diana di Napoli con un programma che va da domenica 7 febbraio a venerdì 19 Febbraio. La rassegna si chiama “Čechovianamente” e si tratta di un’originale rivisitazione delle tragicommedie di Anton Čechov in dialetto napoletano. Un interessante progetto giovane, interamente under35, curato dall’attrice Elisabetta Mirra, Francesco Russo e Matteo Florio, scritto e diretto da Agostino Pannone. Ha preso avvio domenica ma è visibile con repliche durante i giorni successivi, con lo spettacolo che racchiude in sé due degli atti unici più famosi del drammaturgo: “L’orso” e “La domanda di matrimonio”.

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Zona Rossa: la nuova sperimentazione del Teatro Bellini

“Zona Rossa” è il nuovo progetto del Teatro Bellini, in prima linea – ancora una volta – a sperimentarsi in questa difficile fase di chiusura dei teatri e di crisi dell’intero settore artistico e culturale. Solo qualche mese fa, avevamo lasciato il Bellini alle prese con il lancio del “Piano BE” – nel pieno rispetto delle norme anti-Covid – per la stagione autunnale. Ma già dalla fine del mese di ottobre, un nuovo Dpcm ha nuovamente imposto la chiusura di teatri e cinema, insieme ad altri luoghi di produzione culturale. Che fare, dunque? Daniele Russo, direttore artistico del Teatro, lo ha spiegato in apertura della Conferenza Stampa (online) che si è tenuta nell’arco della mattinata di giovedì 17 dicembre. «Abbiamo deciso di creare una nostra “Zona Rossa” all’interno del Bellini. Sarà molte cose insieme: un’istallazione, una performance, un manifesto, ma anche una provocazione vera e propria, quasi un atto politico.» La “Zona Rossa” prevederà l’ingresso e la permanenza – in un vero e proprio lockdown – di sei artisti all’interno del Teatro, collegato in streaming con l’esterno, per la creazione di un nuovo spettacolo che sarà in scena, in una sola replica, nel giorno (per ora indefinito) in cui un Dpcm ne autorizzerà la presentazione al pubblico dal vivo. Due drammaturghi/registi, due attori e due attrici inizieranno il percorso a partire dalle ore 17 di domenica 20 dicembre e l’intero processo creativo, così come i momenti di lavoro insieme agli altri professionisti che collaborano alla realizzazione dello spettacolo, sarà visibile dal pubblico attraverso il canale YouTube del Teatro Bellini. «L’orario della diretta quotidiana dello spettacolo sarà aggiornato quotidianamente e dipenderà da quello di convocazione degli attori. – spiega il co-autore del progetto, Davide Sacco – Il pubblico, oltre a poter osservare il lavoro, ne potrà discutere con gli artisti stessi, durante degli appuntamenti settimanali di approfondimento in collegamento web.» Gli attori imposteranno dei “Quaderni di Regia” su determinate linee di indirizzo con: le “edizioni” di ciò che avviene durante le prove e un diario di bordo che verrà aggiornato di lunedì e giovedì. Il tutto coniugando ciò che avverrà “dentro”, in sala prove, e “fuori”, nel mondo all’esterno del Teatro. “ZONA ROSSA”, le voci degli artisti che vivranno in Teatro. A fare il proprio ingresso al Teatro Bellini saranno Alfredo Angelici, Federica Carruba Toscano, PierGiuseppe di Tanno, Licia Lanera, Pier Lorenzo Pisano e Matilde Vigna. «Quando il Teatro Bellini mi ha contattato per entrare in “Zona Rossa” – racconta l’attore Alfredo Angelici – ho pensato a quanto fosse folle un progetto simile. Una follia nobile, che porterebbe gli eroi dei romanzi ai grandi trionfi perché viene dalla volontà di chi vuole il mondo come deve essere. Quanto è attuale oggi la storia del segreto di Pulcinella! “Laddove c’è una catastrofe, c’è una via d’uscita”, lui oggi farebbe un gesto comico e mostrerebbe la possibilità di un’altra storia e cosa può un corpo quando ogni azione diventa impossibile.» «Ho sempre sentito che il teatro mi desse la libertà di svincolarmi dal […]

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Teatro

Consegne, una performance da coprifuoco | intervista

“Consegne // una performance da coprifuoco” arriva a Napoli dal 15 dicembre, grazie al Collettivo lunAzione. Lo spettacolo ha debuttato a Bologna lo scorso novembre con la compagnia Kepler-452: si tratta di un percorso-performance site specific e vedrà in sella a Napoli Cecilia Lupoli, nel ruolo di attrice/rider. L’adattamento per la città partenopea è a cura di Eduardo Di Pietro, l’organizzazione di Martina Di Leva e il coordinamento tecnico di Tommaso Vitiello. Un corriere si sposterà per le strade per effettuare le consegne, attraversando la notte desolata. Lo spettatore – o più spettatori che abitano allo stesso indirizzo – seguiranno sulla piattaforma Zoom il percorso-performance che condurrà il rider a bussare proprio alla sua porta per un incontro finale. “Consegne, una performance da coprifuoco”, intervista al regista In un momento in cui i teatri e – più in generale – i centri di produzione culturale sono chiusi, diventa molto complesso costruire narrazioni e rappresentazioni “artistiche” del reale. L’idea del “percorso-performance” è una sperimentazione in tal senso? Nella versione di “Consegne” a cura del Collettivo lunAzione c’è senz’altro un interesse sperimentale in questa direzione, che tra l’altro coinvolge il tentativo di commistione tra differenti strumenti comunicativi (videochiamata via Zoom e audio-narrazione in cuffie wireless dal vivo) che si adeguino alle esigenze dell’attualità e riecheggino come caratteristiche proprie della comunicazione contemporanea. Tali strumenti, assieme all’attrice-rider Cecilia Lupoli e al suo Piaggio Liberty 50, compongono l’atto performativo: la città deserta, le finestre illuminate, la notte, diventano inoltre personaggi che accompagnano il percorso. Qualsiasi momento di grandi trasformazioni, di traumi più o meno forti e, tra gli altri, i timori e le restrizioni del presente, necessitano di rielaborazioni del reale che ci consentano di comprendere e metabolizzare il dolore, la morte, il disorientamento, la solitudine. Il teatro può ancora farlo: ha bisogno delle sale teatrali da abitare, ma non ne ha bisogno per esistere. Perchè la scelta è ricaduta prioritariamente sui rider? Il rider è un simbolo di questi tempi: è il lasciapassare per il coprifuoco, può viaggiare liberamente nella notte e la sua attività prospera nella pandemia – o meglio, le aziende di delivery prosperano mentre i rider corrono da un indirizzo all’altro. Queste figure nuove e solitarie, operose e fuggevoli, sono state considerate essenziali dalle direttive, anche a fronte delle chiusure generalizzate a causa dell’emergenza sanitaria. “Consegne” parte così da un’attrice, rappresentante di un lavoro che – come tanti altri – non è stato ritenuto essenziale. Questo dispiega una sfilza di interrogativi: chi può definire cosa è essenziale? E soprattutto cos’è l’Essenziale? La ricerca di risposte condivise con lo/gli spettatore/i, assume le forme di un vagabondaggio notturno, dissimulato da una consegna: in fin dei conti un pretesto per dar vita a un incontro. Con “Consegne” il teatro scende dunque in strada e si traveste da corriere per indagare le infinite possibilità di incontro racchiuse nella sua figura. Il Collettivo lunAzione è da anni impegnato nella promozione e nello studio del teatro come forma di espressione ad alta funzione sociale. Qual è, dunque, […]

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Teatro

Lello Marangio: l’Umorismo è in tutto ciò che ci circonda

Intervista a Lello Marangio.  Lello Marangio scrive comicità da oltre trent’anni. Umorista napoletano, ha lavorato per il teatro, per il cinema, il cabaret e la televisione. Tra i numerosi artisti che hanno portato in scena i suoi testi, Peppe Iodice, Paolo Caiazzo, Lino Barbieri, I Ditelo Voi, i Teandria, Nello Iorio, Enzo Fischetti e molti altri. Lucio Pierri, attore, regista e sceneggiatore, è la sua spalla più solida nella stesura di commedie teatrali di successo. Ma Marangio ha partecipato come autore anche in tantissime trasmissioni televisive: a partire da Zelig, passando per Colorando, fino ad arrivare a Made in Sud e Comedy Central. Il volume Aritmie Teoriche raccoglie i testi di quattro delle sue commedie. Successivamente, Lello Marangio ha pubblicato: nel 2017, Nel suo piccolo anche Marangio s’incazza; nel 2019, Al mio segnale scatenate l’infermo, che lo ha reso vincitore del premio “Lucio Rufolo”; nel 2020, Una Lunghissima Giornata di Merda, con il quale ha vinto il Premio Charlot per la Letteratura Umoristica. Lello Marangio, intervista all’autore Umorista. Marangio, Bergson disse che «al di fuori di ciò che è propriamente umano, non vi è nulla di comico». Lei è d’accordo? No. Con tutto il rispetto per il grande filosofo francese, io credo che la comicità non abbia bisogno di pensieri così estremi. La comicità può essere semplice e complessa nello stesso momento, e ha bisogno necessariamente di grossi talenti per esplicitarsi. Talenti che possono essere umani, ma anche “disumani” perché uomini come Totò o Charlot sono talmente fuori dal comune da potersi tranquillamente considerare “disumani”. E poi Bergson ha vissuto a cavallo fra l’800 ed il ‘900. Oggi le cose sono molto cambiate, anche la comicità. Da oltre trent’anni scrive per il teatro, il cinema, la televisione. In base alla sua esperienza, cos’è che suscita maggiormente il riso? La sorpresa, l’imprevisto, una risposta che spiazza, una situazione anomala a metà fra il reale e il surreale. Il contrasto fra l’alto e il basso, fra il congruo e l’incongruo. Gli accostamenti che non ti aspetti, anche il solo suono di certe parole, certi aggettivi fanno ridere. I gesti inconsulti, i movimenti strani, le parole fuori luogo. Come dicevo prima, tutto può far scattare una risata. L’importante è che riesca stupire. Oggi, le forme di comunicazione e dell’espressività artistica sono nuove e sempre più molteplici. Esistono, dunque, molteplici forme del comico per diversi canali di trasmissione? Cosa differenzia, ad esempio, la comicità teatrale da quella televisiva? La comicità nasce teatrale: l’antica ma sempre moderna Commedia dell’Arte era teatro itinerante. I grandi comici del passato si formavano sulle tavole del palcoscenico. A parte il già citato Antonio De Curtis, personaggi immortali come Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Aldo Fabrizi, hanno iniziato la loro carriera così. Successivamente hanno utilizzato anche la televisione e il cinema per farsi conoscere di più. Ma in teatro il comico non ha nessuna rete che lo protegge: o fai ridere o non fai ridere. E il pubblico se ne accorge, sempre. Se sei un bravo comico in teatro, lo […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Passo a perderti…La promessa ad amare completamente

«Passo a perderti. Non tarderò. Aspettami». Tre parole. Una frase semplice. Eppure atipica, inaspettata, mai udita. Una frase che raggela per un istante il cuore, le mani affaccendate, i pensieri confusi. “Passo a perderti” potrebbe suonare come un che di negativo, ascoltandola la prima volta e magari in un momento di distrazione. Ma è così densa di luce, di musica, di coraggio. È colma di bellezza, d’imperfezione, di quell’imperfezione che rende una monotona e triste giornata così perfetta, così nuova. È un’autentica dichiarazione d’amore. Ma non si tratta dell’amore protagonista delle favole o di qualche famoso film romantico. Non quello delle principesse, che attendono il principe azzurro per essere salvate. È l’amore che si sporca, che necessita di rotolare nel fango per riuscire a mirare alle stelle con sicurezza e determinazione. “Passo a perderti” si sostituisce al tradizionale “Passo a prenderti”, la promessa cioè che un ragazzo/uomo rende alla sua donna per trascorrere un’imminente magica serata insieme, colma di aspettative, tra una rosa donata e una romantica cenetta a lume di candela, con una calda musica jazz in sottofondo. Ma se ci si sofferma qualche istante sul verbo “prendere”, lo si potrà analizzare con la giusta obiettività. Il prendere qualcosa o qualcuno determina possesso e talvolta possessione. Certo, appare gratificante sentirsi il centro dell’universo per qualcuno, per quel qualcuno che si ama e che, con determinate attenzioni, dimostra di ricambiare questo sentimento così puro e così complesso. Eppure amare è ben lontano dal “prendere” e più vicino ad “afferrare”, “stringere”, “sfiorare”, in virtù di quella fiamma, quel fuoco che la passione sa bene alimentare. Perché il “prendere” qualcuno suggerisce l’idea egoista del “sei mio/a”, “sei roba mia”, “il tuo corpo e il tuo cuore sono miei e di nessun altro”. Beh sì, l’amore spesso si maschera anche di morbosa simbiosi, del desiderio assoluto di stare insieme ogni istante – quasi manca il respiro all’idea che oggi forse non lo/la vedremo! Ma questa sorta di amore prepara il terreno anche ad un altro sentimento, che spesso insidioso lo accompagna, vale a dire la gelosia. Sì, perché il possesso fa scattare l’irrazionale timore di perdere ciò che si ha tra le mani, nella propria casa, nella propria vita. E così la gelosia innesca il sospetto, poi il turbamento, l’ansia e la smania di oppressione. Ma cos’ha in comune l’amore con tutto ciò? Niente! L’amore richiede rispetto, comprensione, perdono, gentilezza e mai scortesia, arroganza o prepotenza. L’amore presuppone la libertà. Ne è il dogma fondamentale, il primo seme. E spesso si accompagna al sacrificio, all’annullamento del sé egoista, che non significa la sua morte, bensì la sua elevazione a qualcosa di più profondo e genuino, in grado di nutrirlo e dissetarlo, come nessun vizio riuscirebbe concretamente e divinamente. E non è certo un amore per così dire “puritano”: c’è in esso voglia, libido, istinto, desiderio ardente, fuoco, passione carnale e spirituale; ci sono gli abbracci, che sembrano stritolare anche l’anima, nutrendola di vita e bellezza; e poi ci sono quei baci, fusione di […]

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Voli Pindarici

Crisi di certezze assolute e la possibilità di cambiare idea

Nel passaggio epocale tra i secoli Ottocento e Novecento i grandi pensatori del tempo hanno documentato la crisi di valori e postulati fino ad allora ritenuti assoluti. Finita la stagione del grande romanzo realista, finita la fiducia in una realtà oggettiva, univoca, finita la credibilità della parola: il mondo va letteralmente in frantumi. Le assiologie ottocentesche diventano improvvisamente puro anacronismo: il tempo smette di essere misurabile con un orologio da taschino e la vita smette di essere un filo rosso dritto e linearmente percorribile. Crisi di certezze assolute che non irrompe da un giorno all’altro, eppure il suo impatto risulta ugualmente traumatico. Al trauma di un sentire e di un sentirsi diversi si mescola il trauma della guerra che sconquassa le fondamenta di ciò che significava essere umani. Non si torna più indietro e non esistono più direzioni sicure. Il Novecento esordisce con un grande schianto: quello delle guerre che sarebbero divampate di lì a poco, ma anche quello dell’umanità che si scopre relativa, divisibile, disturbata. Allora smette di interessarci quello che avviene fuori e ci si dedica a quel ripiegamento interiore che non è ancora passato di moda: fiorisce l’ossessione per la psicanalisi, fioriscono i primi narcisisti, come narcisi sulle sponde di un lago dove far specchiare le proprie ipocondrie. Grandi e piccoli traumi che ci rendono fratelli e allo stesso tempo nemici. Il Novecento è il secolo della crisi, ma è anche il secolo della crisi come novità: è il primo taglio su una superficie sana e compatta, che si resta a esaminare per la curiosità verso il nuovo e che non fa neanche così male, perché incuriosisce troppo per pensare al dolore. Una fiumana di parole e di invenzioni si è occupata di quella crisi, cercando di indagare lo scandalo dell’umano che si accorgeva dopo tutto di essere disumano. Per la prima volta si sono messe le mani nelle viscere dell’uomo per scoprire che, in fin dei conti, non era niente di che: polvere, vizi e debolezze. Niente da spiegare, niente da idolatrare o da santificare: si deve far conto con la banalità di esistere. Il Ventunesimo secolo sembrava aver restituito alla Terra la propria onnipotenza: grandiose innovazioni, rivoluzioni tecnologiche, conquiste scientifiche. Un benessere generalizzato ingrassa l’ego e gli egoismi, e frena il sentimento di essere umani. Frana l’umiltà di stare al mondo, di starci per l’altro tenendo ben presente la nostra reciproca vulnerabilità. Ci siamo messi il mondo in tasca, credendoci intoccabili, credendoci grandi orologiai capaci di mettere in burla anche il tempo. Abbiamo spostato le lancette avanti e indietro a nostro piacimento, e poi abbiamo infranto il quadrante per gioco, per scommessa, per dimostrare che neanche il tempo era indispensabile. Crisi di certezze assolute che è rimasta tale, perché nella boria di essere sopravvissuti al cambio dei secoli ci siamo convinti di non aver più bisogno neanche di certezze. Sparita la novità e l’adrenalina che ogni crisi, così come ogni guerra dà in consegna, siamo rimasti con il nostro quadrante rotto in mano, e i […]

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Profumo di libertà, di rinnovata vitalità, di gioia e libido

Profumo di libertà… Ore 9.00. La sveglia stamattina non impone i suoi toni superbi e squillanti, perché oggi non si lavora. Resta ancora un po’ lì, sotto il caldo piumone, a guardare fuori, assorta tra pensieri e speranze. Il cielo limpido e il sole, che splendente filtra i suoi raggi nella stanza, sembrano annunciare una splendida giornata. Eppure il corpo avverte su di sé l’inerzia dell’abitudine e le labbra stentano ad inarcarsi, rinunciando a donare al volto il magnifico sorriso proveniente dal cuore. Le aspettative, i sogni, i progetti sono un po’ più irretiti, in bilico tra il desiderio di volare e la consapevolezza di precipitare nell’inferno della realtà. Quegli occhi un po’ tristi, eppure così estroversi, scrutano cemento e natura fuori dal balcone: c’è il palazzo di fronte, con quelle vite che compiono gesti e faccende come operai in una catena di montaggio, così fredde, così uguali, anonime e rassegnate; più a sinistra, quegli stessi occhi scorgono uno scorcio più poetico, meno abbrutito dalla routine, è un piccolo tratto della costiera sorrentina, è lì in lontananza, offrendo chiaramente il dipinto di un mare increspato dal vento gelido di questi giorni lenti e monotoni. Ed ecco che quegli occhi tristi ricevono una scarica di gioia incomprensibile, inaspettata per quell’umore spento e un po’ atrofizzato, come i muscoli di un corpo fuori allenamento, dopo anni di movimento, danza e adrenalina. Quello stesso cuore, un po’ intorpidito dal fiele di quel virus bisbetico e crudele, si nutre per un istante di nuova linfa, di nuova vita, sedotto da una bellezza ben impressa e tatuata nella mente e nell’anima. Quel paesaggio, quel cielo, quel mare riaccendono per un po’ il bagliore in quegli occhi spenti e assetati di libertà, di quella libertà sempre più limitata in un momento storico buio e incline a privazioni, un periodo in cui persino l’arcobaleno fatica a brillare dei suoi colori, dopo innumerevoli temporali, e il grigio diviene la tonalità dominante, accanto al nero ebano della paura e a un rosso freddo, non quello della passione, ma della stanchezza. Intanto, profumo di libertà… Lei resta ancora a letto, continuando a guardare fuori dal balcone. Scruta ancora quel panorama, che sembra alleviare un po’ quel tedio trascinato come una zavorra da giorni, da mesi. Ma nel farlo si palesano alla mente le magiche luci di Trastevere al tramonto, osservata da Ponte Sisto, poi prende forma tutta Roma, dall’incantevole Cupola di San Pietro all’Altare della Patria al Colosseo, fino all’Obelisco Flaminio di Piazza del Popolo, ammirati dalla vetta del Pincio, che sembra dominare l’eternità di una città senza tempo, senza polvere, senza oblio. E così un po’ per volta si materializzano inconsapevolmente i maestosi boulevard parigini, passando per la Senna e Notre Dame, ammirati come preziosi gioielli dalla brulicante ed artistica Montmartre. Sembra un sogno ad occhi aperti, eppure per lei quel sogno è così imbevuto di realtà! Le bellezze, i monumenti, che attraversano la mente come fotogrammi scattati, sono così vividi, come i profumi e i sapori di quei […]

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Voli Pindarici

Cos’è la Memoria?

Cos’è la memoria? È come il vento: qualcosa che si percepisce forte, pur non vedendola né toccandola. È come il fuoco divino, che alimenta e si autoalimenta senza bruciare mai il turbamento e la dolcezza del ricordo. È come il mare, che avvolgendosi per poco nelle alte onde, torna potente ad infrangersi contro gli scogli, deciso a lambire il bagnasciuga. Ebbene, essa è un dono prezioso. Aiuta ad esorcizzare la paura quando incalza, divenendo rifugio e infondendo gocce di gioia. La memoria è il monumento dell’esistenza. È la storia della vita, fatta di fotogrammi, che scorrono nella mente uno dietro l’altro, creati per risollevare umore e serenità, quando si accostano troppo all’orlo del baratro. Può rattristare il cuore, talvolta, e in alcuni momenti bagnare gli occhi e le guance, ma è anche un invito a risollevarsi, a ripartire e ridipingere un sorriso spento dalla routine e dagli eventi. Ma sopra ogni cosa, è testimonianza, storica ed emotiva, indispensabile a non lasciar sbiadire dolori, insegnamenti, errori ed ingiustizie. È un valido supporto, atto a non cancellare le azioni e i percorsi che hanno reso tale il mondo, che hanno reso noi ciò che oggi siamo. Battaglie, sconfitte, soprusi, abomini e ancora lotte da ricordare, per non dimenticare mai davvero. La memoria è casa, giustizia, desiderio di perpetrare vita dopo la morte e di far camminare voci e idee sulle gambe delle generazioni a venire. In che modo? Ebbene, sussistono due fondamentali tipologie di memoria. C’è quella fisica, quella della mente, quella cioè che aiuta a ricordare eventi quotidiani, impegni, avvenimenti, abitudini e azioni ricorrenti. È la memoria fisiologica, quella che collabora con l’intero organismo per contribuire al suo funzionamento nella maniera più corretta possibile. Poi però esiste una memoria più profonda, quella che si nutre di sensazioni ed emozioni, soprattutto quelle più intense, che lasciano il segno. È questa la memoria del cuore, quella che libera i ricordi nonostante difficoltà ed ostacoli, quella che insegna il perdono, i diritti, il rispetto e l’amore. È la memoria della vita stessa, quella che periodicamente subisce soprusi, guariti dalla comprensione, dall’intelligenza e dall’empatia, che essa solo può nutrire e cullare, per conoscere finalmente il trionfo della libertà e del sentimento di uguaglianza morale, intellettiva e politico-sociale. Cos’è la memoria? La memoria è ciò che consente oggi di ricordare la sofferenza atroce di ieri, di guardarla con mente, occhi e anima critici, al fine di sensibilizzare ad un’esistenza più giusta, pur ancora tra miriadi di incomprensioni e compromessi. Già la storia è di per sé docente ammonitrice e attenta, puntuale nel descrivere fatti ed eventi accaduti, da quelli di minor rilievo a quelli artefici di cambiamenti duraturi. Ma la memoria, in particolare quella del cuore appunto, fa di più. Dona maggiori opportunità di sviscerare quegli eventi, per comprenderli sotto ogni sfaccettatura e attribuire ad essi un significato sempre più consapevole. Questo perché la memoria si fonda sulle esperienze personali, messe a disposizione, donate nello spazio e nel tempo per consentire una comprensione giusta di ciò […]

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