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Eroica Fenice

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Concerti

Gli Eugenio in Via Di Gioia entusiasmano la Casa Della Musica

Gli Eugenio in Via Di Gioia sono approdati, ieri 24 Maggio, alla Casa Della Musica per realizzare il primo concerto nella città partenopea, in occasione del tour del loro nuovo album Tutti su per terra. Noi di Eroica eravamo lì per potervelo raccontare. Eugenio in Via Di Gioia, il concerto A giudicare dalle foto postate sulle pagine social della band torinese ci si sarebbe aspettati una grande affluenza o, quanto meno, un pubblico abbastanza folto. Invece, già dalla fila ai cancelli, si intuiva che saremmo stati davvero pochi e così è stato. Ma poco importa, il numero esiguo non ha di certo influito negativamente sulla riuscita dello spettacolo che anzi, del calore e della stravaganza dei pochi presenti, ha sicuramente giovato. È come se fosse stato un raduno tra vecchi amici, in campo tanta allegria e voglia di divertirsi. Il concerto inizia alle 22, gli Eugenio in Via Di Gioia si presentano sulle note di Silenzio. Una breve presentazione e subito hanno l’occasione di interagire con il pubblico. Doveroso menzionare un bizzarro ma simpaticissimo ragazzo che, presentatosi come Gigi D’Alessio, per tutta la durata del concerto, ha esternato il suo amore per la band con frasi piene d’amore e carnalità. Il tutto, mentre la sua fidanzata, rigorosamente presentata come Anna Tatangelo, cercava inutilmente di trattenerlo. Un’atmosfera divertentissima e anche abbastanza surreale che ha rallegrato non poco i presenti. Il concerto va avanti e il gruppo continua attingendo a brani tratti da tutto il loro repertorio: Prima di tutto ho inventato me stesso, Giovani illuminati, Emilia, Selezione Naturale, Sette camicie, Ho perso, Pam, Obiezione, Egli, La punta dell’iceberg… E anche due piccoli tributi a due pezzi da novanta della storia della musica: Beethoven e Gigi D’Agostino. A colpire il grande entusiasmo e soprattutto la  complicità che c’è tra gli “Eugenii” che, tra un brano e l’altro, ma anche durante i brani, danno vita a numerosi scherzi e siparietti, aggiungendo tanta teatralità allo spettacolo. Dopo Chiodo fisso e il lancio di una prugna (no, non è il nome di una canzone, hanno davvero lanciato una prugna sul palco), scendono dal palco, radunando in cerchio gli spettatori. Il concerto finisce proprio così, con gli Eugenio in Via Di Gioia letteralmente abbracciati dai loro fan mentre suonano Perfetto uniformato e Re fasullo d’Inghilterra. Eugenio in Via Di Gioia, considerazioni sulla band e sul concerto Gli Eugenio in Via Di Gioia stupiscono non solo per la vitalità sul palco ma anche per le scelte musicali e testuali delle loro canzoni. Propongono un nuovo folk, ripescando strumenti un po’ dimenticati come la fisarmonica, conciliandolo con sonorità decisamente più moderne. A completare il tutto, testi con un imprinting molto scherzoso e giocoso, quasi fiabesco, che offrono però tantissimi spunti di riflessione su temi incentrati sul rapporto uomo-tecnologia e uomo-natura. Proponendo delle interessanti chiavi di lettura con le quali interpretare il nostro mondo.  

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Interviste

Gabriella Martinelli: quando la musica non si piega alle regole

Sorprendente al primo ascolto, convincente al secondo. Sorprendente e convincente: sono questi i due aggettivi che si attribuiscono all’ultimo lavoro di Gabriella Martinelli, cantautrice, pugliese d’adozione; un album auto-prodotto che non cede alle regole del mercato, ma si piega soltanto all’istinto musicale. Parlo di istinto proprio perché è questo il fulcro del disco della Martinelli, intitolato La pancia è un cervello col buco. Convivono diversi generi musicali, ma spicca l’amore per il cantautorato italiano, attraverso testi che riprendono vocaboli caduti in disuso, qui invece messi in risalto grazie ad una scrittura brillante che si sposa con una voce piena di armonici ed estremamente intonata. Nell’era dell’autotune, Gabriella Martinelli dà spazio al suo timbro, giocando con diversi stili musicali, dal reggae del brano omonimo al disco, alla ballad La vagabonde. Tra scrittura e vocalità permane il carattere fresco e pulito, peculiarità della cantautrice. Otto tracce che delineano svariate figure femminili: irreali come Casimira, primo brano dell’album;  sono presenti anche riferimenti a donne che hanno fatto la storia e donne che circondano la quotidianità dell’artista. Donne rappresentate nel disco dall’artista Pronostico, creatore della copertina dell’album. Sicuramente è un disco lontano dal mainstream, più vicino alle dinamiche del cantautorato di nicchia, ma fruibile a tutti gli ascoltatori interessati a ciò che differisce dalla solita forma canzone. Questa è la nostra intervista. Gabriella Martinelli, l’intervista La pancia e un cervello col buco: dove nasce l’idea e l’esigenza di raccontare soprattutto figure femminili? Ho ritrovato tra i miei appunti alcune storie di donne ed ho cercato altre storie femminili che convivessero bene tra loro. La prima che ho scritto è la storia di Erika, “La pancia è un cervello col buco”, brano che dà il nome al disco e che tra l’altro ho presentato al premio Bianca D’Aponte ancor prima d’immaginare che sarebbe poi nato questo progetto. Sono storie di donne che effettivamente appartengono alla mia vita, come la mia terra, la Puglia, così come nonna e le donne della famiglia. Ci sono personaggi di fantasia come Casimira; attraverso di lei e le allegorie cerco di raccontare l’altro. Poi c’è Jeanne Baret, la prima donna che ha circumnavigato il globo e lo ha fatto travestita da uomo per seguire l’uomo che amava, perché alle donne a quei tempi alcune libertà non erano concesse. Sono personaggi positivi, coraggiosi. È un disco d’istinto, registrato in presa diretta, con la voglia di essere suonato in giro il più possibile. Il disco e autoprodotto, un lavoro coraggioso quello di essere cantautori oggi… Si, forse questo lavoro è una scommessa ma spero ci siano persone che possano ritrovarsi in quello che scrivo. Autoprodurre un disco è una scelta non legata ai meccanismi del momento, perché senza tempo e senza condizionamenti. Voglio scrivere canzoni nelle quali posso riconoscermi nel tempo. Autoproduzione significa anche scegliere la squadra giusta: ho scelto di attorniarmi di professionisti che credessero in questo lavoro tanto quanto me, promuovendolo con entusiasmo: a partire dal mio ufficio stampa, Chiara Giorgi; Adriano e Federica che curano la comunicazione sui social e […]

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Attualità

Parte Area Sanremo Tour: in viaggio per un sogno

«Non si gioca con i sogni dei ragazzi». Queste le parole del Presidente della Fondazione Orchestra Sinfonica di Sanremo Maurizio Caridi. Ormai impegnato insieme a una giuria di esperti nella selezione dei giovani talenti sul territorio nazionale, è convinto che il progetto che prende oggi il nome di Area Sanremo sia l’unico vero trampolino di lancio verso l’Ariston, diffidate dalle imitazioni. Otto finalisti, a seguito di varie scremature, sempre più ardue, saranno infine giudicati dalla commissione Rai. Vedremo due dei migliaia di partecipanti all’Area Sanremo Tour sui grandi schermi nella prossima edizione di Sanremo. Il 24 maggio, lo splendido e storico palco del Teatro Politeama, sotto intriganti luci soffuse, è stato sede della prima tappa dell’Area Sanremo Tour. Palpabile l’emozione dei primi partecipanti, ma le loro notevoli estensioni vocaliche non hanno tradito l’ardua preparazione di chi studia musica da sempre, né tantomeno la trepidazione di chi si è messo in gioco, testando le proprie doti sceniche. Area Sanremo si incastra nel progetto di Engage, garanzia per la serietà del casting di Sanremo. Grazie ad Engage, Serena Autieri, attrice cinematografica e di teatro, cantante di alto livello, nonché membro vivace della giuria di Area Sanremo Tour, si è vista circondata da ragazzi di talento nello spettacolo Rosso Napoletano, commedia musicale sulle Quattro Giornate di Napoli, presto nuovamente in tournée. Il cast decorrerà lo Stivale da Bolzano fino a Palermo dal 10 ottobre. Area Sanremo: la ricetta dei sogni I sogni dunque non sono stati traditi, ma fomentati, arricchiti. Il canto è stato considerato da Engage un talento chiave della persona. Le audizioni testano la capacità di comunicare emozioni in ambientazioni sempre diverse, tanto in teatro quanto nei centri commerciali, nelle piazze. Agognati sono i gioielli della città, quelli che la partenopea Serena Autieri non dubita di scovare nel territorio del napoletano. Fondamentale il collegamento tra Sanremo e la canzone napoletana, poli-secondo il Presidente Caridi- della musica leggera italiana. Il progetto, con denominazioni differenti nel passato, quali Una Voce per Sanremo o SanremoLab, ha visto fiorire voci del calibro di Arisa, di Noemi, o ancora di Anna Capasso, giovane cantante napoletana, forse volto meno noto. «Avere occhi di tigre, trasmettere emozioni in tre minuti e aprire i cuori dei giurati», consiglia, sulla scorta della sua esperienza, la Capasso. Per lei Area Sanremo, ai suoi tempi Una Voce per Sanremo, ha significato prendere la decisione di studiare e impegnarsi sempre più. Ha approfondito teatro, cinema, musica. «La fama è molto lontana» continua «ma nella vita non è tanto importante essere famosi. Bisogna fare quello che si vuole veramente». La Campania ha sempre rappresentato una fonte di entusiasmo e partecipazione, segno della volontà di aprire ai giovani talenti il mondo della musica. Serena Autieri afferma che a Napoli la ricerca non è  disperata, c’è della purezza in queste voci. Non sente di essere un membro giudicante, bensì una madrina, una dispensatrice di buoni consigli, perché in fondo anche lei da piccola sognava di salire su quel palco. L’importante di questo Tour non sarà infatti […]

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Il diario di Anna Frank: scoperte due pagine segrete

Sono passati 72 anni dalla pubblicazione del Diario di Anna Frank, una delle testimonianze più celebri della tragedia dell’olocausto. Un testo che testimonia il tentativo di sopravvivere nel clima del terrore antisemita, ma senza dimenticare il fatto che ci troviamo pur sempre davanti al diario di una ragazza adolescente con le sue sensazioni ed emozioni. A sostegno di ciò sono state scoperte, dalla Fondazione Anne Frank di Amsterdam, due pagine inedite del Diario che ora vedono la luce. Storia e composizione del Diario di Anna Frank Anne ha da poco compiuto 13 anni quando, dopo essersi rifugiata con la famiglia da Francoforte ad Amsterdam, inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Nel 1944 inizia a riordinare gli appunti in vista di una pubblicazione delle sue memorie, ma il 4 agosto dello stesso anno la Gestapo scopre il nascondiglio della famiglia che viene deportata ad Auschwitz. Anne muore nel 1945. Otto Frank, il padre, fa pubblicare la prima edizione del Diario di Anna Frank nel 1947, grazie anche all’interessamento della famiglia che ospitò la famiglia di Anna. La prima edizione italiana è del 1954, pubblicata da Einaudi con la prefazione di Natalia Ginzburg. Un’Anna Frank segreta Le pagine in questione del Diario consistono in due fogli di cartoncino corrispondenti alle pagine numero 72 e 73 della prima versione del diario (conosciuta anche come “versione del taccuino”). Sono state scoperte nel 2016 e, grazie alle avanzate tecnologie dell’istituto Hyugens e il NIOD, si è riusciti a decifrare il testo. Si è così scoperto che Anna Frank ha dedicato un piccolo spazio delle sue memorie per appuntare barzellette sconce e pensieri riguardanti la sessualità. Ecco un esempio: «Sai perché ci sono ragazze delle Forze armate tedesche nei Paesi Bassi? Per fare da materasso ai soldati». Riusciamo a scoprire un lato trascurato di Anne Frank, quello della sua giovinezza e dei pensieri tipici della sua età, nonché delle prime scoperte riguardanti il proprio corpo. Quando parla delle sue prime mestruazioni afferma che «Sono il segnale che una ragazza è pronta a fare sesso con un uomo, ma non prima del matrimonio». Parla persino della prostituzione, che conosce grazie al padre Otto: «Per strada ci sono donne che parlano con loro (gli uomini) poi se ne vanno insieme. A Parigi, ci sono case molto grandi per questo. Papà ci è stato. Ci sono ragazze che vendono questa relazione». Testimonianza di umanità Una scoperta sorprendente e che ci offre un’immagine differente di uno dei simboli della Shoah, quella di una ragazzina nel pieno della scoperta fisica e sessuale tipica della sua età. Quello del diario, in fin dei conti, è forse il più intimo e personale di tutti i generi letterari ed è normale trovare anche qualche appunto un po’ più “sentito”. Ma è proprio questa intimità a ribadire la legittimità di Anne Frank, la cui immagine è stata oggetto di un’inumana degenerazione negli ultimi tempi (ci riferiamo all’indegna operazione compiuta dagli ultrà della Lazio, che hanno usato una foto della ragazza per […]

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Lingua slovena a scuola: lo ha stabilito il Miur

Accogliendo la richiesta dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli Venezia Giulia, con una nota ufficiale il Miur ha stabilito “Il riconoscimento ordinamentale dell’insegnamento dello sloveno come seconda lingua comunitaria nella scuola secondaria di primo grado”. Tale decisione trae origine dalla legge 53 del 2003 (art.2, comma 1), la quale sancisce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea per gli studenti delle scuole medie. Ora, fra le tradizionali lingue comunitarie che costituiscono materia di studio, è stato inserito anche lo sloveno, dopo che già da alcuni anni l’idioma della vicina repubblica veniva insegnato in due scuole triestine. Parliamo della scuola Rismondo di Melara, parte dell’Ic Istituto comprensivo Iqbal Masih, e della scuola Sauro di Muggia, all’interno dell’Ic Giovanni Lucio. Come spiega Andrea Avon, dirigente scolastico dell’Iqbal Masih, “La sperimentazione, grazie all’attivazione di un gruppo di ricerca e alla supervisione di un comitato tecnico-scientifico formato da esperti delle università e degli enti di ricerca a cavallo del confine, ha prodotto libri di testo tarati sulle scuole medie, ma anche la guida metodologica per il loro uso: prima c’erano solo testi rivolti agli adulti”. “Dopo la fase sperimentale, i tempi sembravano maturi per inserire lo sloveno come seconda lingua comunitaria. Un’organizzazione sindacale ha però manifestato la propria contrarietà, motivata con l’affermazione che quella slovena non è una lingua comunitaria, bensì minoritaria. C’era inoltre preoccupazione per un’eventuale riduzione delle cattedre di insegnamento delle altre lingue straniere”, aggiunge Marisa Semeraro, dirigente scolastica dell’Ic Giovanni Lucio. Un primo spiraglio si è intravisto lo scorso settembre con Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, ospite in quell’occasione al Teatro Stabile Sloveno di Trieste, con il primo saluto ufficiale da parte di un ministro dell’Istruzione italiano alla comunità slovena in Italia. Il Ministro riconosce nella questione “un problema che dobbiamo affrontare, perché adesso qualche difficoltà c’è, probabilmente anche in termini di capacità di costruire clima e merito. È importante sottolineare che l’insegnamento sarà portato laddove ce ne sarà richiesta da parte dei genitori”. La lingua slovena arriva in classe Oggi, in base alla decisione del Miur, l’insegnamento di tale materia nelle scuole è da ritenersi “pacifico”, ma deve rispondere a tre requisiti: in primis, la cattedra in questione deve risultare “priva di titolare”. Inoltre, non devono essere presenti “nella provincia docenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato in attesa di sede definitiva”. Infine, non devono venire a crearsi “situazioni di soprannumerari età”. In effetti, da un simile provvedimento, si aprirebbero diverse questioni da affrontare, come il reclutamento degli insegnamenti di lingua slovena, la definizione delle graduatorie e l’attivazione di ulteriori concorsi. Dal prossimo anno scolastico quindi, oltre all’inglese, al francese e al tedesco, gli studenti potranno scegliere di cimentarsi nell’apprendimento della lingua slovena che, da lingua di minoranza, ha finalmente acquisito lo status di lingua della comunità europea.

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Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona. La missione di don Ciotti Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare. Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non […]

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Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Mektoub, My Love – Canto uno: sensuale e brioso

Mektoub, My Love – Canto uno, è un autentico inno ai piaceri della giovane età, un’autentica conquista della gioia e della libertà vissute in un luogo dove non esistono regole ma solo coinvolgenti emozioni. Il regista franco/tunisino Adbellatif Kechiche dopo il passionale “La vita di Adele”, con il quale nel 2013 si è aggiudicato al “Festival di Cannes” la Palma d’Oro, fa ritorno sulla tematica passionale attraverso gli sguardi, le espressioni e il linguaggio del corpo in un turbinio di attrazioni vissute con grande intensità da un gruppo di giovani. “Le irrefrenabili e sane passioni degli anni della giovinezza infrante dai sogni”. Mektoub, My Love ( prima parte di un dittico) trae ispirazione dal romanzo autobiografico “La blessure, la vraie” scritto da Francois Bégaudeau. Mektoub viene letteralmente tradotto dall’arabo in “destino”, caotico ed imprevedibile per Amin (Shain Boumedine), aspirante sceneggiatore perduto tra le spiagge del sud della Francia, tra le soleggiate locande di Séte, alla ricerca di nuove avventure e incontri passionali su cui poter scrivere un film. I genitori gestiscono un ristorante tunisino mentre Amin lascia Parigi e gli studi di medicina per far ritorno nella piccola località di pescatori, sua città natale, dove ha modo di vivere momenti indimenticabili ed attimi effimeri che non avranno alcun peso nelle scelte della sua esistenza, dissolvendosi come una bolla di sapone sospesa in aria. La compagnia di suo cugino Toni (Lou Luttiau), diametralmente opposto a lui, rafforza la sua voglia di libertà. Toni è un conquistatore, ama le belle donne come Ophélie (Ophélie Bau) solo per il gusto di vivere momenti materiali attraverso la passione e il sesso. Amin  invece cerca l’amore etereo e, osservando la sensuale Ophélie dalla bellezza mediterranea, scopre che l’amore per lui non è nella concretezza nei gesti, ma solo in alcuni momenti di forti emozioni rivelati attraverso uno sguardo, nel calore della pelle o in un sorriso luminoso. Ophélie vorrebbe sposare Clément, in sevizio militare, mentre Amin flirta anche con Céline e Charlotte, in uno strano intreccio di libere passioni spensierate e senza regole. Come una macchina da presa che non si ferma davanti a nulla, il protagonista cattura i momenti più febbrili nel corso di giorni sospesi come in un limbo, tra giochi d’acqua illuminati dal sole cocente e serate trascorse a ballare, tra il rimbombare della musica degli anni ’90, elementi caratterizzanti di fine secolo, che danno maggiore forza agli attimi vissuti in modo intenso e passionale. Mektoub, My Love, un’ esplosione di sentimenti effimeri Kechiche nel corso delle riprese di Mektoub, My Love, dà forte rilievo alla fotografia e alle inquadrature dei corpi, sottolineando le forme perfette delle curve femminili, che certamente non passano inosservate ma che vanno a rafforzare il punto di vista del protagonista, un aspirante sceneggiatore conquistato da un’insolita e passeggera euforia estiva. Non c’è interiorità dal punto di vista osservativo di Amin e neanche intime emozioni ma solo il gusto di osservare con lo sguardo attento, immortalando attraverso la fotografia la bellezza del corpo femminile e le espressioni del volto, tra gioie […]

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Solo: A Star Wars Story di Ron Howard, il nuovo spin-off è un successo

“Parti dal principio che ti tradiranno e non rimarrai mai deluso”. Solo: A Star Wars Story, diretto da Ron Howard, nasce come sequel anthology a sé stante all’intera saga di “Star Wars”, ideata e creata da George Lucas nel lontano 1977. Ron Howard prosegue sulla stessa linea narrativa tracciata con il precedente “Rogue One: A Star Wars Story” su fatti che trovano svolgimento 11 anni prima di Star Wars, per un periodo cronologico della durata di sei anni. Il nuovo capitolo, scritto da Lawrence e Jon Kasdan (entrambi veterani dopo la scrittura di “L’impero colpisce ancora” e “Il risveglio della forza”), narra l’avventurosa giovinezza spaziale del contrabbandiere Han Solo, accompagnato dal suo inseparabile amico Wookiee Chewbecca. Star Wars risulta essere una delle saghe cinematografiche più longeve alla pari di Alien, divenendo nel corso dei decenni un autentico cult movie monumentale ed inesauribile nei contenuti, un interminabile universo fantasmagorico conosciuto da più generazioni attraverso i numerosi attori che ne prendono parte, tutti soggetti a numerosi ad inevitabili cambiamenti narrativi, interpretativi e d’ambientazione oltre allo storico rifacimento digitale dei primi episodi proiettati al cinema. Lo sceneggiatore Lawrence Kasdan per il suo nuovo spin off prodotto dalla Walt Disney (dopo aver acquisito la “Lucas Film” nel 2012), concentra la sua attenzione su come il giovane Han Solo impara a truffare ed ingannare per poter sopravvivere, grazie agli insegnamenti del suo mentore Beckett (Woody Harrelson), di professione malvivente. Han tra i 18 e i 24 anni, si costruisce da solo il proprio futuro, facendo esperienza di pilota infallibile alla guida dell’intramontabile Millenium Falcon, sua inseparabile nave spaziale, indispensabile per la futura alleanza con i ribelli. Il film si ispira ad atmosfere associabili al genere western, quando le regole e le leggi erano considerate un autentico optional da valutare. Le riprese girate tra “Pinewood Studios” e a Fuerteventura (Canarie) oltre che alcune località italiane (lago d’Antorno, il monte Piana, le cime di Lavaredo e Misurina) godono di scenari mozzafiato, di una natura incontaminata contrastante con un’avanzatissima tecnologia del futuro. Notevole la fotografia di Bradford Young e la colonna sonora curata da John Powell (che ricordiamo per le colonne sonore di “L’era glaciale” e “Dragon Trainer”). Ron Howard e A. Ehrenreich per il nuovo spin – off La selezione per la scelta di Han Solo è risultata alquanto ardua e difficile se consideriamo il numero di partecipanti, circa tremila; tra i tanti concorrenti il giovane attore A. Ehrenreich (che abbiamo già conosciuto in “Blue Jasmine” di W. Allen e “L’eccezione alla regola”) è stato preferito nel ruolo di protagonista, nonostante gli ostacoli iniziali in fase di ripresa e l’impiego di un acting coach in suo aiuto per lo studio di una performance ideale. La regia di Solo affidata inizialmente a Lord & Miller, a tre settimane circa dalla conclusione delle riprese, subisce una brusca frenata perché i due registi abbandonano le scene per divergenze creative sull’adattamento della sceneggiatura, la loro libera interpretazione si rivela lontana dagli scritti originali dei Kasdan, pertanto la direzione viene affidata a Ron Howard nel Giugno del […]

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71° edizione del Festival di Cannes 2018: due premi all’Italia

Con la serata conclusiva di sabato 19 maggio, anche il Festival di Cannes volge al termine. La manifestazione cinematografica francese onora con il suo premio di riconoscimento, la Palma d’Oro, la pellicola Shoplifters del regista giapponese Hirokazu Kore-Eda; mentre a vincere il premio della giuria è la regista libanese Nadine Labaki. Quello di Hirokazu è un film coraggioso, che permetterà a un pubblico più vasto di conoscere la filmografia del regista giapponese, imperniata sulle relazioni famigliari. Un film profondo, con una prima parte più intensa e una seconda parte costituita di molte, troppe ripetizioni; per questo motivo non mantiene la stessa tensione iniziale fino alla fine. Non mancano sul red carpet del Festival di Cannes volti noti alla cinematografia italiana: svariati riconoscimenti sono stati attribuiti a pellicole nostrane. Il film Lazzaro felice vince il premio per la miglior sceneggiatura: con questo film Alice Rohrwacher realizza la sua opera più compiuta, riprende il mondo fiabesco cucito insieme ad una storia ideale, nel magico sfondo dell’Italia rurale. Il tema del non sapersi adattare è il perno su cui ruotano le vite raccontate dalla regista: un film “fuori dagli schermi” che ha conquistato la manifestazione francese. Premiato anche Marcello Fonte, attore protagonista di Dogman, l’ultimo film di Matteo Garrone; con la sua interpretazione basata sulla genuinità e sulla semplicità ha catturato tutta la giuria, ricevendo dalle mani di Roberto Benigni il premio come miglior attore. Fra gli altri premi consegnati durante la 71esima edizione spicca il riconoscimento speciale dato al regista 88enne Jean-Louis Godard, per il suo ultimo film Le livre d’image: un film in cinque parti, in cui si evoca in particolare la guerra e il mondo arabo, attraverso un collage di immagini, tra la fiction e il documento, con la presenza di citazioni e aforismi, spesso letti dallo stesso cineasta, padre della Nouvelle Vague. Non poteva mancare una parentesi di riflessione per le discriminazioni subite dalle donne in quest’ambito lavorativo; sulla scia delle altre manifestazioni cinematografiche, anche Cannes decide di affidare un monologo contro le molestie e gli abusi. Sale sul palco Asia Argento, riporta in vita i ricordi della violenza del caso Weinstein: «Nel 1997 sono stata stuprata da Harvey Weinstein qui a Cannes, avevo 21 anni». Presegue poi: «Perfino stasera, fra di voi, siedono coloro che devono rendere conto del loro comportamento nei confronti delle donne, che non può essere tollerato in questa o in nessun’altra industria. Sapete chi siete, ma soprattutto noi sappiamo chi siete e non vi permetteremo più di cavarvela così». Si chiude la stagione della manifestazioni cinematografiche, e si aspettano in sala i film vincitori di questa 71esima edizione.

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Cinema & Serie tv

Loro 2. Il tracollo italiano riflesso della crisi di Berlusconi

Continuano le vicende di Lui. Uomo e politico oggetto di critiche, scandali e polemiche. Irrompe così il 10 maggio 2018 nelle sale cinematografiche Loro 2. La seconda parte del racconto italiano di Paolo Sorrentino attraverso Silvio Berlusconi, con la medesima distribuzione Universal Pictures. Loro 2. Trama Se in Loro 1 il regista partenopeo aveva presentato Berlusconi/Servillo al pubblico dopo circa un’ora dall’inizio del film, in Loro 2 il suo viso e il suo operato diventano onnipresenti. Un Berlusconi con il desiderio di rimonta politica dopo l’opposizione. Un Berlusconi intento a riconquistare la moglie Veronica Lario, ormai stanca e delusa del matrimonio. Un Berlusconi ancora superficie riflettente (come il font cromatico del titolo sulle locandine) per Loro, coloro che ruotano intorno al suo sole. Qualcuno, come Morra/Scamarcio, riesce ad entrare nelle sue grazie, conquistando la sua simpatia; altri mine vaganti in un universo improntato a collusione e desiderio di rivalsa. E così, sfoderando le sue vecchie doti di venditore di sogni, Berlusconi riesce a ritornare al potere. Ma la sua sfrontata propensione al divertimento, donne, persuasione e raggiri sembra destinare al baratro la gloria riconquistata. Loro 2. Dalla farsa alla tragedia Personaggio complesso. Proprio questo ha attratto l’attenzione di Sorrentino. E, come già anticipato in Loro 1, la sua complessità è tale perché prima del politico egoista e carismatico c’è l’uomo. Un uomo sicuro di sé nel suo operato, ma con dubbi e perplessità nel prendere atto della sua decadenza. Ed ecco che, se in Loro 1 la trama ruotava intorno alla farsesca rappresentazione della sua vita e di quella di coloro che lo attorniavano, in Loro 2 è la tristezza a prevalere. Berlusconi è triste perché non si rassegna al voltafaccia degli italiani e della moglie. Non riesce a spiegarsi perché gli stessi che lo hanno tanto amato ora son pronti a puntargli contro il dito, perdendo fiducia. Si assiste ad una sorta di parabola discendente. La luce con la quale prima attirava i “loro-pianeti” comincia ad affievolirsi. Due saranno invece i soli che avranno un ruolo determinante in Loro 2: due donne, la moglie Veronica e una delle ragazze di Morra, Stella. Entrambe con intelligenza e consapevolezza lo porranno di fronte all’evidente realtà. E Lui non potrà che cominciare a prenderne atto. Si assiste così in Loro 2 ad un terremoto, reale e metaforico. Il terremoto che colpì l’Aquila nel 2009, tragica cicatrice sul volto dell’Italia e quello del tracollo sociale, politico e morale del Paese nel momento in cui Berlusconi riacquista la carica di Presidente del Consiglio nel 2008, ma soprattutto quello successivo alla sua caduta. Con Lui cadono Loro. Cadono gli italiani e il Paese. Il Bel Paese che fonda i suoi onori su cibo, turismo e compromessi. Ma se il terremoto è emblema di decadenza, la statua del Cristo estratta intatta dalle macerie del terremoto può divenire il simbolo della speranza di una rinascita, pur se ardua a realizzarsi. Unico raggio di sole sulle rovine italiche. Paolo Sorrentino ha presentato in definitiva il Berlusconi aperto alla […]

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Cucina & Salute

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Cevapcici al barbecue: la ricetta delle polpette alla griglia

I cevapcici al barbecue Ho assaggiato la prima volta i cevapcici al barbecue in Trentino durante un weekend primaverile. Quando la cameriera me li ha proposti, ho storto un po’ il naso: il nome proprio non mi attirava, ma ha insistito così tanto da convincermi. E menomale, devo aggiungere.  Dai Balcani all’Italia I cevapcici, conosciuti anche come cevapici, provengono dalla cucina balcanica e si dice che siano stati serviti per la prima volta in una trattoria di Belgrado a metà dell’Ottocento. Sono giunti in Italia da alcuni anni, principalmente al Nord, dove sono soliti chiamarli anche cevapi. Approssimativamente la traduzione della parola in italiano è carne arrostita, e in effetti si tratta di polpette lunghe cucinate sulla griglia (in alternativa al forno o in padella). Di forma e di sapore diverso dalle nostre polpette tradizionali, ma buone e gustose. La ricetta dei Cevapcici Ingredienti:  200 grammi di macinato di manzo 200 grammi di macinato di maiale 100 grammi di macinato di agnello una cipolla bianca  100 grammi di olio extra vergine di olive sale, pepe e paprica dolce q.b. Preparazione Per preparare i cevapcici al barbecue, bisogna innanzitutto tritare finemente la cipolla (deve essere usata cruda, ma in alternativa la si può far appassire in padella con un filo di olio extravergine di oliva); in una ciotola capiente unire i tre diversi tipi di macinato con la cipolla tritata e mescolare a lungo, infine aggiungere pepe, sale e paprica dolce e continuare ad amalgamare. Stendere il composto ottenuto nella terrina e coprirlo con la pellicola trasparente, lasciare riposare in frigo per circa 30 minuti. Trascorso il tempo necessario, prendere il composto e formare dei cilindri della lunghezza di 8 cm circa, ungere con l’olio extravergine di oliva la griglia e lasciare riscaldare il barbecue (per la scelta di quest’ultimo consigliamo la visita al portale passionebbq) per qualche minuto, prima di cominciare a cuocere. Girarli spesso per ottenere una cottura ottimale. Servire con un salsa di accompagnamento. Buon appetito!

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Attualità

Avocado, il frutto proibito nel paniere Istat

È diventato facile trovare l’avocado soprattutto tra le “grandiose” apericene. Il guacamole forse si sposa bene con il Negroni. Sicuramente gli avocado toast sono tra i più gustosi. Tra i menù si trovano senza poca difficoltà i “tipici” risotti al sentore di tropical fruit. Le verdure pastellate della nonna se trasformate in tempura, accolgono l’avocado a braccia aperte come il paniere dell’Istat. Durante le festività, quando ci concediamo vizi e sfizi, il consumo di avocado cresce a dismisura. “Chiamatemi un avocado!”. Tutti si ricordano quando le battute sul frutto esotico si sprecavano Grazie al brand “Sicilia Avocado” da qualche anno la produzione è un primato tutto italiano. È il risultato di un’intuizione di alcuni imprenditori agricoli, con coltivazioni a regime biologico certificato. Le leggi del mercato sono sempre le stesse: ad una domanda corrisponde un’offerta. Se la domanda cresce l’offerta deve rispondere, in caso contrario il prezzo sale. L’acquisto mondiale del frutto tropicale è divenuto qualcosa che va oltre il “newtrend”e la richiesta supera i 3,4 kg procapite annui, ben cinque volte superiore agli anni ’90. Tale richiesta ha fatto superare di ben 50$ il costo per cassetta rispetto allo scorso anno. È chiaro che l’analisi del problema fa emergere ben altre complicazioni legate alla coltivazione dell’avocado. L’avocado fa gola persino alla Cina. Purtroppo però, come sempre accade in casi analoghi, non mancano le speculazioni, stavolta il giro di affari è enorme e pochi vogliono starne fuori Gli USA da qualche anno stanno facendo intuire che vorrebbero uscire dal trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement, accordo nord americano per il libero scambio tra USA, Canada e Messico). La paura ha fatto tremare le borse soprattutto da quando Donald Trump ha dichiarato di voler ridefinire gli accordi commerciali con il resto dei paesi ripristinando i dazi. Il 2017 inoltre si è dimostrato un anno particolarmente difficile per le coltivazioni di avocado Le condizioni meteo non hanno garantito alle piantagioni del Cile e del Messico, maggiori produttori mondiali, l’acqua necessaria per evadere le richieste. Alla forte siccità si aggiungono i fenomeni di desertificazione dovuti molto probabilmente all’uso intensivo e sconsiderato del terreno. Bisogna considerare che per produrre 500g di frutta, due o tre frutti,  occorrono circa 272 litri d’acqua. In Cile l’agronomo e attivista locale Rodriguez Mandaca ha fatto notare che per coltivare un ettaro di frutteto servono centomila litri d’acqua al giorno, il quantitativo per soddisfare il fabbisogno giornaliero di circa mille persone. Anche per chi non possiede una cultura agricola, sembrerà facile capire come per ottimizzare le coltivazioni è necessario irrorare con concimazioni e pesticidi. Ingerire e respirare pesticidi e concimi porta gravi conseguenze alla salute delle persone. L’avocado assume la definizione di “oro verde” perché ha un mercato redditizio che in molte circostanze supera quello della marjuana Anche i Caballero Templarios hanno capito da tempo che il mercato della “pera del coccodrillo” è un’occasione da non farsi scappare. In un’inchiesta riportata dal Newsweek (Mexican cartels used government data to kidnap and extort avocado farmers) emerge inoltre come avvengono vere e proprie […]

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Olio di cocco: proprietà, usi e benefici su corpo e viso

Nell’era delle sostanze chimiche e delle creme ricercate, il ritorno alla natura e al naturale, soprattutto nell’ambito del benessere e della cura del corpo, è desiderio di tanti: sarà questo il perché alla base del successo dell’olio di cocco? Si tratta di un olio vegetale dalle tante qualità, ottenuto dall’endosperma (il tessuto vegetale contenete amido e proteine) della noce di cocco, prodotto soprattutto in India, Filippine e Indonesia. Tra gli oli vegetali è quello che ha la minor quantità di acidi grassi insaturi, dato però l’alto contenuto di grassi saturi, le organizzazioni sanitarie ne sconsigliano l’assunzione in gran quantità, ma gli riconoscono, se usato con moderazione, la proprietà di accelerare la perdita di grasso (ne basterebbe l’assunzione di appena due cucchiaini al giorno). Eppure, grazie all’alto contenuto di acido laurico, gli effetti dell’olio di cocco sul sistema cardio-vascolare sono più che positivi (oltre ad essere una squisita carta vincente da giocarsi nella preparazione di dolci). Bisogna prestare, però, la massima attenzione nel non confondere l’olio di cocco da cucina con quello per uso cosmetico, che risulta essere, in effetti, l’ambito in cui è maggiormente impiegato. Vi sorprenderà la quantità di benefici che l’olio di cocco può apportare al nostro corpo: eccone alcuni! 10 utilizzi dell’olio di cocco con proprietà e benefici A differenza di quanto il nome suggerisce, l’olio di cocco si presenta con una consistenza burrosa, solido e corposo a temperature inferiori ai 20-25 gradi. Andrebbe dunque riscaldato, soprattutto qualora volessimo realizzare creme o unguenti combinandolo con olio di mandorle oppure oli essenziali: si possono provare tantissime combinazioni, ognuna con un suo peculiare effetto benefico (idratante, lenitivo). Dunque, l’olio di cocco è un vero toccasana tutto naturale da provare per almeno 10 ottime ragioni. Vediamole insieme. Olio di cocco proprietà: L’olio di cocco è famoso soprattutto per le sue proprietà emollienti: dopo la doccia, se spalmato sulla pelle ancora umida la lascerà particolarmente morbida (e unta!). Ingrediente di tante creme anti-smagliature, questo olio non solo rallenta la comparsa delle rughe (sono infatti consigliati gli impacchi di olio di cocco sul viso, in particolare sugli occhi), ma aiuta anche a prevenire le smagliature, eterne nemiche. I suoi effetti lenitivi si avvertono soprattutto se usato dopo la depilazione o la prolungata esposizione al sole, per evitare eccessivi arrossamenti. Olio di cocco usi: Può essere utilizzato per combattere la forfora, massaggiando anche direttamente sotto la doccia il capo umido (con delicatezza, data la sua consistenza particolarmente dura). Viene spesso utilizzato come balsamo per le labbra, dopo essere stato sciolto a bagnomaria e, a proprio piacimento, mischiato con oli essenziali. Se combinato con lo zucchero e con un goccio di olio di oliva, diventa un eccellente scrub (sia per il viso che per il corpo). Funzionano gli impacchi per capelli, per rafforzarli e non solo: se fatti prima dello shampoo, l’olio di cocco donerà ai capelli una nuova lucentezza. Vi sorprenderà, ma se usato in piccole quantità sui denti (come un normale dentifricio, ma si badi bene: non in sostituzione dello stesso) ne […]

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Ricette con il melograno a Natale: due specialità per stupire!

Il frutto del melograno, che giunge a maturazione a partire dal mese di ottobre, è un vero e proprio toccasana per la salute; dal latino malum, “mela”, e granatum, “con semi”, custodisce al suo interno numerosi chicchi color rosso rubino dal gusto leggermente acidulo. Si tratta di una pianta originaria dell’Asia sud-occidentale, diffusa nell’area costiera del Mediterraneo da Fenici, Greci, Romani e in seguito dagli Arabi: la denominazione del genere, “Punica”, deriva infatti dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia e della omonima popolazione, altrimenti chiamata cartaginese, di estrazione fenicia, che colonizzò quel territorio nel VI a.C.; le piante furono così nominate perché a Roma i melograni giunsero proprio da quella regione. Era apprezzata anche dagli Egizi, per i quali il melograno era considerato un pomo medicamentoso per le sue proprietà terapeutiche. Il suo frutto, ma anche i suoi semi e il suo fiore, sono associati nelle civiltà antiche alla fecondità: nell’antica Grecia la pianta di melograno era considerata sacra a Venere e a Giunone, divinità tradizionalmente associate alla femminilità e alla fertilità; attributo della Grande Madre, regina del Cosmo, la melagrana era simbolo sia di fecondità che di morte, tant’è che si sono ritrovate melagrane di argilla nelle tombe greche dell’Italia meridionale. Anche la Bibbia, nel Cantico dei Cantici, le attribuisce un significato estetico e poetico, di speranza e fecondità. Giunto nel corso dei secoli in Europa e introdotto in America Latina dai colonizzatori spagnoli nel 1769, il melograno rappresenta oggi, nella stagione autunnale e invernale, una specialità locale ricca di benefici. La melagrana, infatti, è tra i frutti più ricchi di antiossidanti, in particolare di flavonoidi, in grado di contrastare l’azione dei radicali liberi e prevenire l’invecchiamento precoce; è, inoltre, una preziosa fonte di vitamine A, B, C ed E, utili alleate contro i malanni stagionali; il melograno racchiude anche sali minerali fondamentali, quali il manganese, il potassio, lo zinco, il rame e il fosforo. La composizione di questo prezioso frutto si completa con acqua, zuccheri e fibre: il suo notevole contenuto di acqua e potassio lo rende un alimento utile per depurare l’organismo e per stimolare la diuresi. Infine, il melograno è benefico per il sistema immunitario, aiuta a controllare i livelli di colesterolo e a ridurre la pressione sanguigna. Il melograno in cucina. Ricette con il melograno a Natale Oltre alla preparazione di succhi, frullati e dolci, il melograno si abbina perfettamente anche a piatti salati, come le insalate di cavolo rosso e quelle di cereali: ad esempio, i chicchi di melagrana sono un ingrediente davvero gustoso da abbinare alla frutta secca per preparare il couscous, o al farro; risulta molto piacevole anche l’accostamento con il pesce. Vi proponiamo due sfiziose ricette, per apprezzare al meglio i suoi chicchi così intensi e saporiti. Linguine agli scampi e melograno 500 g di scampi 100 g di chicchi di melograno 1 spicchio di aglio 50 g di brandy Una manciata di pomodorini ciliegino Qualche fogliolina di rucola Basilico q. b. Sale integrale q. b. Pepe rosa q. b. […]

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Culturalmente

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Hear My Voice, l’ultimo lavoro di Gnut al Teatro Sannazaro

Claudio Domestico, più noto nel panorama musicale partenopeo, e non solo, come Gnut, varca i confini nazionali con un progetto intimo e poetico Hear My Voice, un mini EP di quattro brani, quattro perle cantate in napoletano e scritte in collaborazione con l’amico e poeta Alessio Sollo. Un connubio, già noto, che promette molto bene. Attivo dal 2008, dopo varie pubblicazioni in Italia, tra cui l’album Rumore della Luce (2009), prodotto da Piers Faccini, Gnut decide di guardare all’estero, registrando questo Ep alla fine del 2017 in uno studio a Cevennes, in Francia. Con una timbrica che rimanda a nomi come Elliot Smith e Bon Iver, ad essere raccontate sono storie d’amore, tradimenti, serenate e il fascino inconfondibile di una città come Napoli che fa da irrinunciabile scenario. “Sono quattro canzoni d’amore in una lingua in cui non esiste il verbo amare. In napoletano l’amore è solo un sostantivo: l’ammore. Non è possibile dire in napoletano Ti amo. Sarebbe tradotto con Te voglio ben’. Questa cosa spinge i poeti e gli autori di canzoni a cercare delle soluzioni alternative per esprimere i propri sentimenti, figure retoriche o metafore. Il poeta Alessio Sollo scrive e pubblica sui social decine di poesie al giorno, ripetendo tutti i giorni questo esercizio stilistico. Questi brani sono il mio tentativo di mettere in musica questa sua attitudine. Da questa collaborazione sono nati tutti i pezzi del disco. Dal punto di vista musicale ho cercato di fondere elementi della mia tradizione, la canzone napoletana, con altri generi più distanti dal mio mondo. Mi sono ispirato al blues, al folk inglese e alla musica africana. Per questo lavoro è stato naturale cercare un confronto con Piers Faccini, che per me resta un grandissimo punto di riferimento e di ispirazione. Un vero maestro nel miscelare sonorità geograficamente distanti nel rispetto della personalità dell’artista che produce. Per me è un grande onore”. L’Ep n.1 del progetto, Hear my voice, approderà a Napoli in versione live mercoledì, 23 maggio, al Teatro Sannazaro Non al baretto sotto casa o in piazza con la birra e la solita voglia di cantare. Stavolta in un teatro. Appuntamento davvero imperdibile: mandolino, chitarra, una delle migliori voci del cantautorato italiano e quel napoletano che, in maniera intraducibile e inconfondibile, è poesia. Quel napoletano che, in maniera ambiziosa, porta la passione nel mondo. E Claudio, o Gnut che dir si voglia, a braccetto con la penna di Sollo, saprà essere un degno ambasciatore. 

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Il ribelle e la società: “colui che passa al bosco” secondo Ernst Jünger

“Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.”[1] La citazione è tratta dal “Trattato del ribelle” di Ernst Jünger (Heidelberg, 29 marzo 1895 – Riedlingen, 17 febbraio 1998), filosofo e scrittore tedesco legato al clima delle due guerre mondiali, alle quali partecipò. Secondo la definizione data dallo scrittore, il Ribelle è colui che vive isolato, opponendosi alla società lobotomizzata e all’ “automatismo” che ne deriva. La figura del “ribelle” sembra “un modo di essere”, un apolide in costante ricerca della libertà che si oppone alla dittatura. Ne consegue, dunque, la ricerca di un cambiamento radicale, che, però, è visto da molti più come un nemico ostile e scomodo, tale da provocare il timore della massa. La dittatura, infatti, si mostra intenzionata, affinché giunga ai suoi scopi lesivi per lo Stato, a servirsi di mezzi quali le schede elettorali al fine di promuovere campagne che non garantiscono i bisogni della società. Il ribelle e la società: liberarsi dagli schemi È il singolo che agisce nel caso concreto, cui occorre ”passare al bosco”, per ritrovare il proprio Io e non essere abbagliato da illusioni  che lo distolgano dalla realtà. Difatti, il corrispettivo titolo tedesco del trattato è “Der Waldgang”, ossia “Colui che passa al bosco”. Infatti, “passare al bosco” significa sostanzialmente liberarsi da tutti “gli schermi” che la società impone. Significa, anche, abbandonare tutti quei bisogni metallici che illudono in vista di un benessere apparente. Inoltre significa conoscere profondamente il proprio Io, scegliendo in questo modo, il proscritto, un ritiro privato, che lo allontani dalle esigenze e dalle illusioni della massa, per avere piena coscienza di sé e della vera libertas. Anche sul piano morale l’individuo presta attenzione alla libertà, unico mezzo per sottomettere la paura.  Egli si sacrifica per la massa per contrastare e attingere  soltanto, individualmente, alle proprie idee di libertà.  Infatti Jünger propone come modello un uomo che guarda al collettivismo, un essere  anarca  che,  tra i singoli individui, obietti a quella dittatura forte dell’ingenuità comune. Il ribelle come resistenza all’automatismo Il “Trattato del Ribelle” è una sorta di anticipazione dei problemi che agiscono nell’ambito sociale odierno, manifestandosi in costumi volgari e opinabili, ben accetti solo a chi si lascia corrompere da affascinanti, ma ambigue, parole. Proprio per questo, lo scenario politico jüngeriano non si differenzia da quello moderno. Vi è un individualismo arrogante e prepotente nello Stato,  legato all’egocentrismo di politici datati e pronti a costruire infondate aspettative in un cambiamento che, nei fatti, non arriva. Secondo Jünger, un cambiamento radicale può coesistere col mutamento della forma della libertà. Questa, infatti, non è nulla di […]

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Generazioni a confronto: chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Siamo i pessimi eredi delle generazioni che ci hanno messo al mondo. Una sbirciatina non troppo superficiale in una scuola, in un bar o in una palestra potrebbe capacitarci di qualcosa di scandaloso. I nostri figli nasceranno tutti orfani. Orfani, perché non avremo nulla da offrire loro. Avremo già spazzolato via tutto, con l’ingordigia e l’ingratitudine con cui abbiamo ingurgitato e ruttato il patrimonio delle generazioni che ci precedono, della storia che ci ha fatto nascere. Siamo i figli troppo obbedienti dei nostri genitori. Troppo obbedienti, perché loro hanno voluto per noi la vita sfaccendata e voluttuosa che era totalmente al di fuori dei loro orizzonti. Noi, da prole premurosa, abbiamo intascato facilitazioni, comodità, agi, senza chiederci da dove provenissero. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Si intitola così un’opera di Gauguin. Anche se, tristemente, abbiamo smesso di domandarcelo. Le domande esistenziali sono perite per sempre. Spaparanzati davanti alla serie tv della nostra vita, siamo spettatori passivi e ipernutriti di quello che altri hanno deciso per noi. Non siamo stati in grado di erigere più alcuna Piramide. Abbiamo fatto molto meno dei Greci, ci siamo fatti beffe dell’austero Impero Romano. I nostri dei si chiamano Inettitudine e Tracotanza. Sbuffiamo pigramente per le vite che conduciamo senza immaginare di non meritarle affatto. Da dove veniamo? Veniamo da gente in gamba, che si è rimboccata le maniche per andare oltre la propria storia, per riscattarsi. Che faticosamente ha cominciato a capire cos’era la cultura, ad abbordarla timidamente, e quando non poteva abbordarla ha almeno imparato l’arte della dissimulazione. La generazione che ci precede è figlia di massaie e veterani, venuta appena dopo una guerra in cui non si poteva dissimulare proprio niente. Figli di massaie e veterani che hanno già cominciato a fare meno di loro, ma sono stati autori di una scoperta interessante: che c’è qualcosa al di là della mera sopravvivenza. I nostri genitori si sono sforzati di diventare animali intellettuali, di fare vacanze di piacere e di bisticciare per motivi che non erano la vita e la morte. Hanno avuto i primi contatti con l’inutile, con il bello gratuito, con la cura di sé. Hanno capito il senso di una pedagogia che non ha a che fare con la pura riverenza patriarcale. I nostri genitori hanno avuto vite difficili, meno difficili dei loro genitori. Il processo è stato scalare; e su una scala da 1 a 10 di difficoltà, la nostra esistenza prende l’ascensore. Chi siamo? Siamo il grasso, un pacco sproporzionato portato a stento da una cicogna con il mal di schiena per i troppi voli a digiuno. Abbiamo coniato il concetto di ipocondria e anche un umore standardizzato per ogni giorno della settimana. Abbiamo defecato senza tante cerimonie sulla meritocrazia, sull’etica del lavoro, su qualunque discernimento tra giusto e sbagliato. Non veniamo più a contatto con niente che non abbia prima valicato la dogana dell’omologato e del confortevole. La verità è che il nostro progresso ci decapita, perché mozza il nostro ingegno, la nostra inventiva e […]

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Sant’Agostino e la memoria dell’errore: l’io e la vergogna

“Noli foras ire. Intus redi: in interiore homine habitat veritas”, ossia: “non uscire da te stesso, rientra in te: nell’interiorità/nell’intimo dell’uomo risiede la verità”. L’espressione, tratta dalle Confessiones di Sant’Agostino, opera in tredici libri e composta tra il 397-400 d.C., è significativa per comprendere un aspetto molto importante dell’insegnamento di uno dei Padri della Chiesa. L’opera è certamente da inserire nel genere dell’autobiografia, un procedimento assai raro per l’epoca. Eppure Sant’Agostino, partendo dalla consapevolezza del suo peccato, scioglie i nodi delle sue “catene” per arrivare alla piena vicinanza di Dio attraverso una profonda analisi introspettiva: “Voglio ricordare le passate brutture e le devastazioni inflitte dalla carne all’anima: non perché io le ami ma per amare te, Dio mio. È per amore del tuo amore che lo faccio, e ripercorro le vie della mia infamia nell’amarezza di questa rimemorazione: perché tu possa addolcirmela, dolcezza senza inganno, tu felice dolcezza senza angosce. Che mi raccogli dalla dispersione e ricomponi i mille pezzi in cui mi sono frantumato, quando volgendo le spalle all’uno – a te – sono svanito nel molteplice. Vi fu un tempo, l’adolescenza, in cui bruciavo dalla voglia di provare le cose più basse, e fino in fondo: e mi lasciai pullulare una selva di ombrosi amori, e la mia bella forma ne fu devastata e qualcosa marcì dentro di me ai tuoi occhi, mentre a me stesso piacevo e volevo piacere agli occhi degli uomini ”. (Conf. 2,1-2) Dalla lettura di Sant’Agostino si rintracciano non solo i segni della sua conversione. L’opera è un exemplum dell’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio e della verità. È uno studio dell’Io, dell’uomo, della persona. Per cui l’uomo, scavando a fondo,  impara a conoscersi e a riconoscere i segni del bene, sicchè il male non è il contrario del bene, ma una sorta di grado zero del bene, il luogo in cui lo stesso non si completa. In questo modo l’individuo giunge alla pace, alla verità, a Dio. Inoltre la vicinanza con la filosofia platonica è evidente. Difatti Dio sembra essere il sole che illumina la vista per dare la conoscenza e raccoglie in sé la molteplicità, essendo l’Uno. Sicuramente nella letteratura pagana non mancano letture introspettive, come il “conosci te stesso” oraziano, le Metamorfosi di Apuleio, che pure rappresentano la conversione del Madaurense ai misteri della dea Iside. Inoltre lo stesso Anneo Seneca è da contrapporsi alla figura del santo (άγιος , hagios). Difatti il saggio stoico completamente immerso nella vita contemplativa, nell’otium, lascia che la sua vita percorra le vie spinose per giungere alla virtus. Tuttavia bisogna domandarsi che tipo di insegnamento possono dare oggi le Confessiones. Sant’Agostino e la “legge del peccato” L’opera è un percorso che nasce dalla consapevolezza del peccato. Sant’Agostino, dialogando con se stesso e con Dio, si muove quasi verticalmente per espiare il male e purificarsi. La via intrapresa tende tutta alla redenzione, ma per fare questo è necessario prima riconoscersi nella “legge del peccato”. Ad esempio San Paolo nella lettera ai Romani scriveva: “Io so […]

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Arriva Xiaomi, azienda cinese alla conquista dell’Italia

“Prodotti sorprendenti, prezzi onesti”: con questo slogan, Lei Jun, fondatore dell’azienda cinese Xiaomi, definisce la peculiarità della sua società. Fondata nel 2010, la compagnia orientale che produce smartphone, tablet e apparecchi di domotica, finora non ha venduto ufficialmente i suoi prodotti in Europa o in Italia, dove erano acquistabili solo d’importazione con la ROM cinese da sostituire con ROM globali. Quest’anno però, Xiaomi debutta formalmente nel nostro Paese con la conferenza stampa prevista il 24 maggio e l’inaugurazione, il 26 maggio, del suo primo negozio a Milano. L’azienda è pronta a partire alla conquista del mercato italiano, prima con smartphone e braccialetti fitness, per poi allargare sempre di più la sua offerta di apparecchiature tecnologiche, le cui caratteristiche fondamentali appaiono evidenti: design elegante, buoni materiali, ottime prestazioni, ma senza il superfluo. Oltre agli smartphone infatti, ultimamente Xiaomi si è distinta anche nella fabbricazione di altri dispositivi elettronici, dei quali i più popolari sono il Mi Band (braccialetto capace di calcolare il dispendio di energia durante l’attività fisica), il Mi Smart Scale (bilancia pesapersone elettronica), powerbank, router wifi, una videocamera digitale, un depuratore d’acqua, un purificatore d’aria e vari altri apparecchi. Lei Jun, CEO Xiaomi, ovvero l’alter ego dagli occhi a mandorla di Steve Jobs L’onestà dei prezzi sarebbe garantita dal fatto che i guadagni sull’hardware di Xiaomi non superano il 5%. Come dichiara Lei Jun, “Se il margine netto supera il 5%, restituiremo l’eccedenza ai nostri utenti. È nostra convinzione che offrire un’esperienza utente di qualità elevata e costante nel tempo sia più importante che perseguire profitti hardware una tantum. Concentrarsi sull’efficienza è più importante dei profitti a breve termine. Siamo fiduciosi che il mantenimento di profitti ragionevoli diventerà inevitabilmente una tendenza del settore; insistere ciecamente per ottenere margini più elevati non sarà sostenibile”. Chiaro quindi, l’intento di rivolgersi ad una fascia media o bassa, andando a sostituire i produttori classici, come Samsung, Huaweii, Lg, OnePlus, che ora puntano su modelli top. Ispirandosi allo stile di Steve Jobs, Jun si pone l’obiettivo di diventare il primo produttore al mondo nel giro di uno o due lustri. Effettivamente, in otto anni la compagnia ha raggiunto un fatturato di 16 miliardi di dollari e nel 2017 ha venduto 92,4 milioni di smartphone, passando da startup a colosso. Xiaomi ha firmato l’intesa con Ck Hutchison per distribuire i suoi modelli nei 3 Group Stores in Australia, Danimarca, Hong Kong, Irlanda, Italia, Svezia e Regno Unito. Nonostante l’ingresso negli Stati Uniti sia ostacolato dalle limitazioni sulle importazioni dalla Cina, la società si piazza comunque al quarto posto nella classifica mondiale dei produttori. Costruire un ecosistema globale per uno sviluppo a lungo termine Tra periferiche mobili, smartphone, droni, bici da corsa connesse alla tv intelligente, attualmente sono oltre 100 milioni i prodotti dal marchio arancione già acquistabili in tutto il mondo, che si gestiscono con le app Xiaomi. “La costruzione di un ecosistema globale ci ha fornito maggiori opportunità di sviluppo a lungo termine, ha ampliato i nostri confini e ha ulteriormente rafforzato le nostre […]

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Facebook presenta Dating, la nuova app che aiuta i cuori solitari a trovare l’amore

Lo scorso martedì 1 maggio a San Jose in California, è iniziato l’F8, l’evento organizzato da Facebook che ogni anno, tramite una serie di conferenze e incontri, raduna gli sviluppatori per illustrare le ultime app del social network sovrano del mondo virtuale. Tra le principali novità a cui dovremo abituarci nei prossimi mesi, Mark Zuckerberg ha annunciato l’arrivo di un’app che, sempre all’interno di Facebook, aiuterebbe gli utenti a conoscersi virtualmente per poi instaurare una relazione sentimentale: Dating. Questa funzione di incontri online, che al momento è in fase di perfezionamento, potrebbe mettere in pericolo applicazioni simili già esistenti, come ad esempio Tinder. Il CEO del colosso di Menlo Park ha infatti precisato che, a differenza dei predecessori, il suo “Cupido 2.0” nasce con il fine di far nascere storie durature e non i classici “fuochi di paglia”. Non un servizio a parte quindi, ma una sezione riservata dell’app di Facebook, con una chat apposita ed un profilo che gli utenti potranno creare ad hoc e che verrà mostrato solo a chi utilizza la stessa funzione, senza essere visibile per i propri contatti. I fruitori di Dating, questo il nome, verranno collegati con persone che non rientrano nell’elenco degli “amici” e con le quali, in base al profilo creato, sembrano avere interessi, gusti ed hobby in comune. A testimonianza dell’intento di favorire una “meaningful connection”, alias una connessione significativa volta a far nascere rapporti veri e stabili, è da evidenziare che le chat di Dating saranno solo text-based, senza la possibilità quindi di scambiarsi link né foto, modalità di interazione che finora sembrano aver agevolato soprattutto incontri “mordi e fuggi”. La partecipazione agli eventi sarà il principale strumento per mettere in contatto persone che, avendo le stesse passioni, sono portate a frequentare gli stessi posti. Della community non potranno far parte coloro che nel proprio account si dichiarano sposati o in una relazione. Creare comunità e unire il mondo: questo l’obiettivo che l’azienda si è prefissa lo scorso anno e a cui Zuckerberg mira dritto ribadendo: “Vogliamo unire le persone. E allora perché non cominciare col mettere in contatto potenziali anime gemelle? Un matrimonio su tre negli Stati Uniti nasce online. 200 milioni di persone si registrano sulla nostra piattaforma come single, così abbiamo deciso di pensare a loro”, dichiara scherzando il giovane e ricchissimo imprenditore. Con Dating, Facebook si improvvisa agenzia matrimoniale: altruismo o business? Con 2.2 miliardi di utenti attivi ogni mese, Facebook mette in questo modo in crisi l’azienda leader nel settore Match Group, proprietaria di varie app per single come Tinder, Meetic e OkCupid: la società ha infatti perso già più del 22% del valore delle sue azioni in borsa. Riguardo poi la spinosa questione della privacy dei suoi iscritti, tema su cui Facebook è stato più volte bersaglio di critiche, Zuckerberg garantisce che il nuovo sistema di incontri per cuori solitari sarà facoltativo e sarà disponibile previa attivazione espressa da ogni utente. Inoltre, sul modello di Tinder, sarà possibile mostrare nei profili solo il proprio […]

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Software disasters, i più famosi errori dei software

Anche se il software è virtuale per definizione, errori nella sua progettazione possono aver conseguenze ben reali, che spaziano da perdite economiche a perdite di credibilità. Una lista esaustiva sarebbe ben lunga, eccone alcuni tra i più famosi. Software disasters, Millennium Bug Partiamo dal più famoso errore di tutti i tempi. Prima del 2000 molti software segnavano l’anno utilizzando solo due cifre per ragioni di efficienza, ad esempio 98 al posto di 1998. Nel 2000 però lo 00 sarebbe stato interpretato come 1900 e non come 2000. Nonostante numerose previsioni di catastrofi, il Millennium Bug non ha causato alcun danno: è solo costato una montagna di soldi alle non poche aziende interessate. Con buona probabilità non avrebbe comunque creato gravi danni ma, accortisi per tempo del problema, produttori di software ed enti pubblici sono intervenuti evitando complicazioni. Tranne quella di dover investire ingenti somme per correggere un problema dovuto a una progettazione poco lungimirante, diventata il “Bug” per antonomasia. Software disasters, Mars Climate Orbiter Nel 1998 la Nasa aveva spedito in orbita attorno a Marte il Mars Climate Orbiter, che avrebbe dovuto studiare l’atmosfera marziana. Inspiegabilmente la sonda si inserì in orbita a una quota troppo bassa, finendo per disintegrarsi. La causa della perdita di un investimento da 125 milioni di dollari? I sistemi informatici della Nasa erano progettati per utilizzare le unità di misura del sistema internazionale, mentre uno dei sottosistemi del Mars Climate Orbiter, progettato dalla Lockheed Martin, utilizzava il sistema imperiale (libbre, miglia, galloni ecc.). Incomunicabilità questa tra i sistemi che ha causato l’errore nel calcolo della traiettoria con la conseguente perdita della sonda. Un errore costato alla Nasa un satellite e non poca reputazione. Software disasters, Ariane 5 Non solo la Nasa è incappara in gravi software disasters, due anni prima l’Esa, l’agenzia spaziale europea, aveva perso un razzo Ariane 5 con quattro satelliti a bordo. Meno di un minuto dopo la partenza, questo era stato distrutto dal meccanismo di auto-distruzione per evitare danni in seguito a un cambio inaspettato di traiettoria. Il sistema di guida aveva tentato di convertire in maniera impropria una variabile a 64 bit in una a 16 bit: un po’ come tentare di far entrare un elefante in una 500. Andato in errore il sistema principale, il controllo era passato allora al sistema di backup. Purtroppo questo usava lo stesso software del sistema principale e mandò il razzo decisamente fuori rotta, attivando il sistema di autodistruzione. L’errore nella conversione non era l’unico problema del software: la variabile che aveva scatenato l’errore era legata ad un sistema che in volo sarebbe dovuto essere stato spento, dato che serviva solamente prima del lancio. Solo che i progettisti avevano deciso di mantenerlo acceso per la prima parte del volo, per facilitare un eventuale riavvio del sistema informatico del vettore.

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Fun & Tech

Cos’è una Loot box? È equiparabile al gioco d’azzardo?

Cos’è una loot box? Nei videogiochi viene definito loot box il meccanismo che permette ai giocatori di acquistare la possibilità di effettuare un’estrazione di oggetti utilizzati nel gioco (armi, skin, mappe ecc.). Secondo la Netherlands Gaming Authority questo potrebbe però violare le leggi sul gioco d’azzardo in Olanda. L’ente ha analizzato il funzionamento delle loot boxes in dieci videogiochi che offrono questa funzionalità, dichiarando che quattro non rispettano le leggi locali sul gioco d’azzardo. I titoli dei videogiochi non sono stati finora divulgati. Loot box: meccanismo non illegale di per sé Per la Netherlands Gaming Authority (alias NGA) non è il meccanismo delle loot boxes ad essere illegale in sé: questo accade solamente se gli oggetti possono essere rivenduti. In tal caso diventa un’estrazione con partecipazione a pagamento, regolata dal caso, che mette in palio oggetti che hanno un valore economico reale: quindi per la legge olandese si tratta di gioco d’azzardo senza le debite autorizzazioni. Le case produttrici hanno tempo fino al 20 giugno per modificare i giochi in modo da rispettare i regolamenti dei Paesi Bassi in materia di gioco d’azzardo, altrimenti scatteranno le sanzioni. Pur non essendo illegale in sé, la NGA mette in guardia sull’utilizzo delle loot boxes nei videogiochi, poiché potrebbero avvicinare persone sensibili, specie tra i più giovani, al gioco d’azzardo. Anche se finora non sono stati riscontrati episodi di dipendenza, le loot boxes sono progettate in modo simile a giochi d’azzardo tradizionali come le roulette e potrebbero pertanto avere gli stessi effetti. Inoltre i produttori di videogiochi non effettuano alcun controllo per tutelare soggetti sensibili come i minori e ciò ha portato ad una presa di posizione della NGA anche su questo. Infatti nella dichiarazione stampa sull’analisi delle loot boxes la Netherlands Gaming Authority ha dichiarato che anche se i produttori degli altri sei videogiochi non hanno violato le leggi sul gioco d’azzardo sono comunque invitati a fare dei cambiamenti. Nello specifico viene raccomandato di rimuovere tutti gli elementi che potrebbero stimolare una dipendenza da gioco d’azzardo: effetti grafici, quasi-vittorie, possibilità di aprire loot boxes a raffica ed elementi analoghi. Questo episodio ha portato alla ribalta l’utilizzo, a volte quasi abuso, sempre più diffuso di loot box e analoghi contenuti a pagamento nella progettazione di videogames. Si stanno diffondendo ormai anche al di fuori dei giochi “free to play” (gratuiti), dove potrebbero anche essere giustificati: se il gioco è gratuito deve pur esserci un guadagno. Meccanismi di questo tipo sono stati introdotti anche in giochi a pagamento, spesso tra lo scontento degli utenti, dato che le loot boxes offrono una “scorciatoia” per avanzare più rapidamente e possono potenzialmente renderlo squilibrato avvantaggiando troppo gli utenti che le utilizzano, a scapito di quelli che acquistano solamente la licenza. Francesco Di Nucci

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Libri

Libri

Turbine di Juli Zeh, Fazi Editore pubblica il bestseller tedesco

Turbine di Juli Zeh, il romanzo bestseller in Germania Juli Zeh ha esordito nel 2005 con il romanzo Aquile e angeli e da allora si è mostrata una scrittrice prolifera e versatile: vanta numerose pubblicazioni di diversi generi (si ricordano Gioco da ragazzi, Il silenzio è un rumore, Corpus delicti, per citarne alcuni), la più recente è Turbine, bestseller tedesco nel 2016 ed edita quest’anno da Fazi Editore. Turbine di Juli Zeh, la trama in breve Unterleuten, un paese vicino Berlino, è l’ambientazione del romanzo. Un villaggio fatto di poche persone, retto da una società semi anarchica e lontano dal caos, dalla politica, dal resto del mondo, ignaro dell’esterno e ignorato da esso. È proprio per l’esigenza di prendere le distanze da tutti che Gerard, insieme alla moglie Jule e alla figlia di pochi mesi Sophie, decide di trasferirvisi, senza sapere «che ci si può sentire stretti persino in un paese di duecento abitanti». I due, che si trovano in un momento poco idilliaco della loro vita insieme, vedono devastata la tranquillità del posto da colui che chiamano la bestia, Shaller, un meccanico che inquina l’aria bruciando rottami e pneumatici. In una villa poco distante si sono trasferiti da poco la bella Linda, appassionata di cavalli, e il fidanzato Frederik, amante dei videogiochi. Attorno alle vite dei protagonisti, e dei tantissimi altri personaggi presentati, ruotano le vicende di Kron e Gombrowski, la cui inimicizia risale a tempo addietro. Su questo scenario si inserisce il periodo storico del socialismo e della campagna di collettivizzazione del Novecento.  Turbine: una lettura impegnativa, ma scorrevole Turbine è una lettura impegnativa, non soltanto per la lunghezza del romanzo, ma anche per la storia raccontata, ma Juli Zeh, attraverso uno stile fluido, è riuscita a conquistarmi pagina dopo pagina portandomi ad una conclusione inaspettata che, per un po’, mi ha lasciato l’amaro in bocca. La scrittrice ci presenta tutti i personaggi poco per volta, e lo fa in maniera dettagliata, così che il lettore abbia un quadro completo di ognuno. Eppure nonostante quella completezza, l’intrico di rabbia, odio, segreti che provengono da un passato lontanissimo, sono venuti fuori poco alla volta. Unterleuten, quel villaggio presentato, almeno nelle prime pagine, come un luogo idilliaco, crolla sotto il “turbine” della violenza, e con esso anche i suoi abitanti. E la descrizione placida dell’ambientazione sopisce sempre di più, fino a diventare fosca e ombrosa, fino a prendere consapevolezza che «l’unica libertà che resta è quella di opporsi, per essere responsabili almeno della propria infelicità».      

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Libri

“Nugae” di Marika Addolorata Carolla: le piccole cose da non sottovalutare

Vedono la luce su carta stampata per la prima volta nel dicembre 2016, nella collana “Gli emersi” della Aletti Editore, ma nascono molto tempo prima dall’esigenza di esprimere se stessi, nella versione più vera possibile: sono i versi della raccolta di poesie Nugae di Marika Addolorata Carolla. Immediatamente la memoria corre ai banchi di scuola, alle Nugae (dal latino, letteralmente “cosucce”) di Catullo, le sue ”cose da poco” che la letteratura non ha mai sminuito. Sono poesiole che parlano d’amore, del fascino di Lesbia e della passione per la vita. Sono sciocchezze dal valore inestimabile. Sono i dettagli che mettiamo a tacere. Così le Nugae di Marika Addolorata Carolla. Marika Addolorata Carolla e le Nugae in cui riconoscersi “Credo nel sentire e dare importanza a quella voce che arde nel mio cuore che mi spinge a lottare a dirmi che non è mai troppo tardi. Non posso fermarmi, permettere la caduta sarebbe la fine.” Recitano i primi versi della poesia Di notte, svelando la tensione a cui la penna dell’autrice gira intorno. La beneventana Marika Addolorata Carolla è nata nel 1995, ancora una studentessa universitaria e già costruttrice del suo futuro: tra la timidezza delle prime volte e lo sguardo agli anni che verranno, queste Nugae sono la voglia di crescere e la paura di non essere all’altezza, sono lo stupore delle cose nuove e l’abitudine alle cose belle. “Non rubare nulla se non sei capace di restituire”, recita il componimento dal titolo che parla da sé: Amore. Una poesia che è anche preghiera di chi cerca il suo equilibro e lo trova nel più antico dei sentimenti: tra le “cosucce” con cui entriamo in contatto ogni giorno, i cuori degli altri occupano il primo posto. Il cuore è l’occhio con cui scandiamo i colori di ogni cosa, è il filtro di cui aver cura, è la piazza in cui si scambia il male e il bene. L’amore è il filo conduttore della vita, men che meno lo è di queste poesie. Che sia nascosto dallo sconforto, vestito di malinconia, ferito dalla cruda realtà dei nostri tempi in cui sembra che lo spazio riservato ai sogni sia ora occupato dalla fretta dell’apparire, l’amore è una costante ricerca. L’amore ci ricorda che al mondo non si sta mai troppo stretti per sognare. Tra le incertezze del presente e le insicurezze del futuro, Marika dà voce al silenzio a cui i vent’anni condannano i dubbi e i perché. Come esorcizzare le ansie dei primi passi nel mondo se non scrivendone, se non trasformandole in poesia? E come negare che sia proprio l’essere donna, l’essere giovane ed empatica, il canale da percorrere per arrivare a creare poesia?  “Eppure in questo cumulo di “Non” qualcosa riesce a far resistere ciascun individuo alla quotidianità. È un sentimento cieco, forte, alle volte doloroso, difficile da gestire. È la ninfa vitale si chiama: Amore.“ Così si chiude Voglia di un senso, la poesia che a sua volta conclude la raccolta e insieme il cammino che il lettore […]

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Libri

La scrittrice del mistero di Alice Basso: Vani Sarca deve fare una scelta importante

“La scrittrice del mistero” è l’ultimo libro di Alice Basso, autrice di “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017) e il racconto natalizio “La ghostwriter di Babbo Natale” (2017), tutti editi dalla Garzanti. Protagonista di tutte le sue opere è Vani Sarca, all’anagrafe Silvana Sarca, che di lavoro fa la ghostwriter presso una casa editrice di Torino, in pratica scrive libri per conto di altri. Di fatto, “fa il lavoro sporco” e gli altri firmano. Vani si contraddistingue per tre caratteristiche: la grande cultura- acquisita anche grazie al lavoro che svolge, l’animo dark-le piace vestirsi di nero e ha un’indole decisamente asociale, l’empatia: malgrado sia di fatto sociopatica ha il dono di capire al volo gli stati d’animo altrui.  Proprio per questa sua capacità, da qualche tempo Vani collabora con la polizia, in particolare con il commissario Berganza che sembra il protagonista dei romanzi noir degli anni Trenta, con l’impermeabile grigio e una sigaretta fissa agli angoli della bocca. “La scrittrice del mistero”, la sinossi Ci sono molte novità nella vita di Vani: un nuovo amore (eh si, è dura ammetterlo ma Vani è proprio innamorata!), un caso di stalking che vede come vittima il suo ex Riccardo, una separazione (finalmente sua sorella Lara ha deciso di rifarsi una vita). Dulcis in fundo, Vani dovrà fare una scelta di vita molto importante che ha a che fare con il suo lavoro di ghostwriter. A Vani viene chiesto di scrivere un bestseller per conto di un autore “americano”, vecchia conoscenza di Enrico, il suo datore di lavoro. Nel frattempo, a Riccardo, suo ex fidanzato che finalmente si è rassegnato a volerla riconquistare, stanno arrivando strani messaggi intimidatori: qualcuno minaccia di fargli del male, così il commissario Berganza e Vani si adoperano per trovare il responsabile tra le persone che hanno sofferto per causa sua (e non ne sono poche!). La sorella di Vani, Lara, ha finalmente deciso di lasciare suo marito Michele, padre dei suoi figli Walter e William e che, negli anni, non si è certo contraddistinto per sensibilità e amore verso la sua famiglia.  Infine, la sua “figlioccia”, Morgana, una ragazzina che abita nel palazzo di Vani e che da quando era bambina, la prende come modello, è alle prese con le prime esperienze amorose. “La scrittrice del mistero” di Alice Basso, considerazioni “La scrittrice del mistero” non delude le aspettative dei lettori. Come le altre opere di Alice Basso, ha una scrittura fluida, coinvolgente, leggera al punto giusto.  Si legge con estremo piacere. Vani Sarca è un personaggio arguto, simpatico (malgrado tutto!) ed estremamente intuitivo. Anche gli altri personaggi, ben descritti, sono ben caratterizzati e, soprattutto sono in evoluzione, come Lara, la sorella “superficiale” di Vani. Carina è anche la descrizione di questo riavvicinamento tra le due sorelle. Altamente consigliato.

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Libri

All’inizio del settimo giorno di Luc Lang per Fazi Editore

Finalista del premio Goncourt, All’inizio del settimo giorno di Luc Lang è stato pubblicato il 10 maggio a cura della casa editrice Fazi. Complesso e articolato tanto nella struttura quanto nei contenuti, questo romanzo francese si presenta, a prima vista, come un thriller psicologico ma, procedendo nella lettura, assume sfumature ben più articolate. Il thriller si trasforma, quindi, ora in epopea familiare, ora in un romanzo di ricerca delle proprie origini e della propria identità più profonda. Punto di partenza e filo conduttore del romanzo è il dolore. L’intera vita di Thomas, personaggio centrale e multiforme, sembra attraversata da dolori antichi, risalenti all’epoca in cui, ancora bambino, viveva con un padre assente e una madre succube di quest’ultimo. A questo dolore, si sovrappone quello, ben più recente, legato ai ventotto giorni di coma dell’amata Camille, che da quel coma non si risveglierà più. Proprio la morte della moglie, spinge Thomas a cercare le proprie radici, e a intraprendere un viaggio che lo condurrà in luoghi remoti alla ricerca delle proprie radici. All’inizio del settimo giorno di  Luc Lang, la trama All’inizio del settimo giorno si presenta suddiviso in tre parti, in cui domina la figura di Thomas Texier: sebbene egli non sia l’unico protagonista delle tre sezioni, è in realtà l’elemento che crea un collegamento tra di esse. Nella prima parte facciamo la conoscenza di Thomas, uomo di successo, marito devoto di Camille, padre amorevole di Anton ed Elsa, fratello minore di Jean e Pauline. Una notte, una telefonata della polizia lo avverte che Camille ha avuto un incidente mentre guida a velocità sostenuta lungo una strada secondaria ben lontana da quella che porta a casa. Camille è in coma e l’auto distrutta. Pensieri vorticosi attanagliano la mente di Thomas: che cosa faceva Camille in auto da sola in quella zona sconosciuta? Chi doveva incontrare? La seconda parte si apre con Thomas che percorre sentieri impervi delle montagne dov’è nato, i Pirenei. Sono passati alcuni mesi dall’incidente di Camille e dalla sua morte. Il protagonista con i figli è in visita dal fratello Jean che, al contrario di Thomas, ha scelto di restare ancorato alle tradizioni di famiglia, diventando un pastore. In questo ambiente idilliaco, lontano dal trambusto cittadino, il protagonista del romanzo intraprende una serie di escursioni alla riscoperta della natura e del proprio vero io, ormai sopito da tempo. Durante la permanenza sui Pirenei, infatti, Thomas si ritroverà a pensare a eventi che, nascosti in un cassetto in fondo alla sua memoria, aveva cercato di cancellare: ripenserà alla morte del padre in un incidente in montagna, alla sua infanzia, alla fuga della sorella Pauline. Proprio Pauline è il nodo centrale della terza parte, ambientato in Africa, dove quest’ultima vive e lavora da anni. In contatto con questo mondo lontano e totalmente differente, le prospettive di Thomas mutano radicalmente. Proprio in Africa, grazie anche al contatto quotidiano con la fame e la miseria, decide di dare una svolta alla sua vita e cercare un lieto fine. Considerazioni finali A primo acchito All’inizio […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

BaccalàRe, torna lo street event sul lungomare Caracciolo

Sabato 19 maggio il sindaco Luigi De Magistris ha tagliato il nastro di inaugurazione di BaccalàRe 2018, dando inizio alla seconda edizione dello street event. Il taglio ha sancito l’apertura di una kermesse che fin dall’inizio si è presentata come un’esplosione di magia e di eleganza, una perfetta sinergia tra il profumo delicato della brezza del mare e un incantevole allestimento di tavoli e piatti variegati dallo stile decisamente gourmet nell’area Lounge Bar. Uno stile raffinato per un’estetica della cucina, unita a sapori prelibati, sono state le chiavi imprescindibili di una kermesse suggellata dallo splendido panorama notturno del golfo di Napoli, che con le sue luci ha armonizzato un’atmosfera di una moderna festa in riva al mare con i gusti soavi ed eterogenei del baccalà preparato in vari modi, caratterizzato da una fresca potenza tradizionale. L’evento si protrarrà fino a domenica 27 maggio con apertura dalle ore 12 fino alle 24, con l’obiettivo da parte degli organizzatori di raggiungere le 400.000 presenze. BaccalàRe, uno sguardo moderno per una nuova concezione dell’arte della cucina e per un nuovo modello di impresa Lo street event BaccalàRe ha l’onore di ospitare importanti chef stellati, tra cui gli chef Luciano Villanidi “Acquapetra “, Peppe Misuriello della “Locanda Severino”, Luigi Salomone di “Piazzetta Milu” e Salvatore Bianco de “Il comandante”, che si esibiscono in uno showcooking, nel quale il baccalà è il protagonista in tutta la sua leggerezza e il suo sapore prelibato. Nella area privata invece, si  svolgono degustazioni di piatti gourmet e vini bianchi e rossi a mescita del Consorzio Vini Vesuviani, in cui il baccalà è il cuore pulsante del gusto. I piatti sono imbanditi su una tavola ai lati dell’area Lounge Bar e sono serviti come aperibaccalà in prodotti di posateria esclusivamente ecocompatibili. Sono allestiti su un tavolo assortimenti tra i più disparati che incoronano il baccalà come una specialità tra le più poliedriche ed eclettiche: all’interno di vaschette dall’aspetto minimalista, ci sono degustazioni di tubettoni con baccalà, piselli e stracciata di bufala; baccalà scottato con scapece di verdure e nocciole tostate; parmigiana di baccalà; baccalà alla napoletana; zuppa di cozze con baccalà; filetto di baccalà su crema piselli con ribes e mentuccia; baccalà con pomodorini e peperoncini verdi; baccalà in olio cottura con crema di patate al limone, puntarelle e camomilla. Non poteva mancare, in questo scambio di novità e tradizione, anche la mitica pizza fritta, che Sorbillo con un tocco di sperimentazione ha deciso di modificare, unendo i classici ingredienti, cioè sugo di pomodoro e ricotta, con quello del baccalà. L’area Lounge Bar si presenta agli occhi dei visitatori come un piccolo rettangolo di eleganza, inebriato dall’odore del mare, circondato da suoni, sapori, emozioni che trascendono la sola arte della cucina. I deliziosi piatti gourmet, le commistioni di sapori mediterranei, una miscela di gusti freschi e raffinati regalano uno stato di  ebbrezza al gusto: l’anima di una cucina povera, che viene ripensata come cucina dal tenore artistico, si amalgama perfettamente alle performance di body art che si svolgono ai lati dello spiazzo, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

“No Connecting People” di Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, la parola delle immagini

Si inaugura, presso la Baccaro Art Gallery la mostra di arte contemporanea No Connecting People (dal 19 maggio al 19 giugno 2018) degli artisti beneventani Alessandro Rillo e Vincenzo Colella, in arte Vinzela, i quali, con i loro personalissimi stili, riflettono sulla solitudine della società di massa contemporanea data dai mezzi di comunicazione digitale. La Baccaro Art Gallery (via Carmine 66, Pagani, Salerno), fondata da Franco Baccaro nel 2001, diviene la centro culturale che si fa promotrice di un discorso che affianca aspetti artistici e al contempo sociali in senso stretto. La mostra, che si avvale della narrazione critica di Antonella Nigro, offre, quindi, all’osservatore lo spunto per riflettere su se stessi e sugli altri e sull’omologazione delle identità individuali. No Connecting People: l’alienazione dalla realtà No Connecting People è una mostra loquace che riflette sul silenzio. Alessandro Rillo e Vinzela, raccontano con le loro opere del senso della contemporaneità, intesa come alienazione da se stessi nei rapporti tra persone. Il graduale processo di allontanamento degli umani, per rifugiarsi in una “vetrina digitale” costruita per mezzo dei social networks, è il centro della denuncia di cui i due artisti si fanno promotori. Già dal titolo della mostra si evince il sottile punto di vista su cui intendono soffermarsi Rillo e Vinzela. La “disconnessione” che è insita in No Connecting People non è quella dai mezzi di comunicazione di massa, bensì quella che esiste tra le persone, quello spazio vuoto minimo e immenso che è frapposto tra i corpi e i sentimenti degli esseri umani. Per quanto riguarda l’itinerario espositivo, la mostra No Connecting People vede affiancarsi due stili diversi, ma che sanno dialogare con le loro rispettive personalità. La composizione materica di Alessandro Rillo e lo stile figurativo di Vinzela sembrano, rispettivamente, analizzare da un punto di vista interno e un punto di vista esterno il tema della disconnessione umana. In particolare, nell’opera di Rillo emerge con prepotenza forsennata la serializzazione del cuore, quasi a significare un battito continuo che è isolato pur nella vicinanza con altri cuori. Ciò che emerge dalle composizioni di Rillo è la dimensione fisica relativa ai rapporti umani, che si esplica nell’uso di materiali, per così dire, desueti. Brani di ombrelli, lamine di alluminio, tavole di legno, materiali utili alla quotidianità, nel micromondo di ognuno, si caricano di sensi affettivi di vita vissuta; essi diventano il cuore pulsante degli uomini, passando, quindi, da un piano fisico a uno metafisico. Nel suo lavoro di prelievo dalla realtà affettiva, Rillo intende, dunque, allineare le tante identità separate e armonizzare la discordia dei cuori in un unico grande battito. Per quanto riguarda, poi, l’opera di Vinzela osserva la solitudine degli uomini da una prospettiva esterna al tutto. Il suo sguardo, l’ampio respiro delle scene da lui rappresentate spazia da paesaggi urbani, spiagge o circhi; eppure i luoghi di aggregazione diventano luoghi deserti, in cui sono spesso solo accennate figure vagamente umane. Esse, con un tratto malinconico, rappresentano quella emarginazione dalla connessione ai mezzi di comunicazione di massa, la […]

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Food

A lezione di cucina dall’osteria Signora Bettola a Chiaia

Nel quartiere di Chiaia, in Vico Satriano 3B, a pochi passi dal lungomare, l’osteria Signora Bettola è una piccola oasi di tradizione partenopea, dove un’atmosfera intima ed accogliente ospita chiunque voglia immergersi nel paradiso della cucina napoletana. La giovane osteria, nata nel dicembre 2017 da un’idea di Gianluca Amoroso e Carmine Di Lorenzo, ha presentato giovedì 17 maggio il suo nuovo menù al pubblico, guidando i suoi ospiti in un viaggio attraverso i sapori e i profumi dei piatti tipici della cucina partenopea. Dopo un antipasto con golosi panzerotti, trippa e taralli napoletani, è la volta della parmigiana di melanzane, in cui, come spiega Gianluca Amoroso, le melanzane sono infarinate, fritte, ed infine condite con mozzarella, formaggio e l’ingrediente che fa la differenza: il ragù. Tra ragù, genovese e pasta e patate: il viaggio nella cucina della Signora Bettola Con un menù interamente ispirato alla tradizione culinaria campana, l’osteria Signora Bettola presenta al pubblico i suoi cavalli di battaglia: ragù e genovese (cotti rigorosamente dieci ore, come da tradizione), ed, infine, la pasta e patate con la provola e l’immancabile ingrediente magico: la scorzetta di formaggio. Da capogiro anche le irresistibili polpette al ragù, con pinoli ed uvetta, come vuole la vera ricetta della nonna, il tutto accompagnato da tipici vini “da cantina”. Ma nel menù di casa non manca un omaggio alla costiera con gli spaghetti alla Nerano e piatti più estivi come insalate di polpo, salmone e baccalà, in grado di soddisfare anche i palati più fini. E per concludere degnamente questo viaggio, la Signora Bettola propone una scelta di dolci tradizionali: il tiramisù servito in tazzine da caffè, la caprese, la zuppetta e l’immancabile babà. A lezione di cucina dalla Signora Bettola con il progetto “Cook-t” La filosofia della Signora Bettola, come spiega Gianluca Amoroso, è quella di far sentire “a casa” i propri ospiti, accompagnandoli in un percorso gastronomico che propone piatti semplici ma tradizionali. Proprio in linea con questa idea, nasce il progetto “Cook-t”, rivolto ai turisti e a tutti gli appassionati che vogliono apprendere i segreti dei piatti più famosi della cucina campana. Il progetto, che partirà a giugno con uno show cooking di pasta e patate e proseguirà con le cooking class di ragù e genovese, svelerà ai suoi partecipanti le ricette dello Chef della Signora Bettola, attraverso gustose lezioni ed assaggi in grado di soddisfare la curiosità (e la golosità) di tutti gli amanti della tradizione culinaria partenopea.

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Eventi/Mostre/Convegni

VitignoItalia 2018 torna con la sua XIV edizione al Castel dell’Ovo

Anche quest’anno torna con la XIV edizione l’evento che rende il vino suo protagonista, VitignoItalia. Domenica 20 maggio il Salone dei Vini e dei Territori Vitinicoli Italiani verrà ospitato nella suggestiva cornice di Castel dell’Ovo, a Napoli. La tre giorni è stata organizzata volgendo tutta l’attenzione al dolce nettare di Bacco, offrendo l’opportunità di prendere parte a degustazioni, convegni ed incontro di vario genere. L’evento si qualifica come uno dei principali nel centro sud, almeno in questo campo, con la partecipazione di ben 250 aziende vitivinicole provenienti dall’intera Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia, con una particolare attenzione alle cantine campane. La manifestazione dà la possibilità ai partecipanti di bere vino di qualità in un’ambientazione unica ed eterna, il Castel dell’Ovo, patrimonio dell’Unesco, volgendo lo sguardo al panorama che si può ammirare da questa location unica. VitignoItalia 2018 comprende la seconda edizione del “Napoli Wine Challenge” VitignoItalia è un appuntamento ormai fisso per gli estimatori del vino ed un evento in costante crescita. Quest’anno, infatti, è stata anche realizzata la seconda edizione del “Napoli Wine Challenge”. Si tratta di una gara tra vini, una kermesse tutta partenopea. Il concorso, realizzato in collaborazione con Luciano Pignataro Wine Blog e Doctorwine, prevedere che a selezionare i vincitori sia una giuria composta da esperti nel settore, tra cui anche Daniele Cernilli, giornalista noto nel campo enogastronomico. A prender parte alla gara sono i vini classificabili in cinque categorie: vini rossi, bianchi, rosati, spumanti e dolci. Al termine delle degustazioni i vincitori riceveranno  un premio, uno per categoria. Il Direttore di VitignoItalia, Maurizio Teti, sottolinea come l’interesse della tre giorni sia volto al vino e alla sua conoscenza sotto ogni aspetto: «Oltre alle degustazioni per il pubblico stiamo allestendo un interessantissimo programma convegnistico, con workshop e seminari condotti da personalità note del mondo del vino. Indispensabile poi, come sempre, l’aspetto business: per questo motivo, anche quest’anno, una delegazione di 25 buyer internazionali, proveniente da 17 differenti Paesi, incontrerà le aziende partecipanti in proficui B2B. Quella di saper combinare l’aspetto culturale a quello commerciale del vino rimane la peculiarità che caratterizza questa manifestazione fin dai suoi esordi.» La XIV edizione di VitignoItalia sarà anche la prima organizzata dalla nuova compagine societaria. I nomi già incontrati nelle precedenti edizioni sono quelli di Chicco de Pasquale, Maurizio Teti, Luigi Cremona e Roberto De Santis, a cui quest’anno si sono aggiunti quelli di Maurizio Cortese, Giancarlo Di Luggo (Fiart Rent) e Antimo Caputo (Farine Caputo).

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Musica

Concerti

Nino D’Angelo 6.0, lo scugnizzo riabbraccia la sua città

Reduce da concerti di incredibile successo Nino D’Angelo non si ferma e continua con Il Concerto Nino D’Angelo 6.0, nato l’anno scorso per festeggiare il suo sessantesimo compleanno. Sabato 19 maggio, quasi un anno dopo l’inizio del tour allo Stadio San Paolo, è ritornato a Napoli per poter nuovamente cantare davanti al suo popolo. Ad ospitarlo ancora il Teatro Palapartenope, gremito di persone di ogni età pronte ad accogliere l’eterno “scugnizzo”. Noi di Eroica Fenice eravamo lì e vogliamo raccontarvelo. Nino D’Angelo 6.0, il concerto Sono le 21.20, due signore confabulano: Nino D’Angelo ha messo su un po’ di pancia ma questo non le scoraggia, sono convinte che sia ancora bravissimo e, soprattutto, ancora bello. È questo il clima che si respira nel teatro, qualche dubbio c’è ma non tale da scalfire la granitica certezza di assistere a un grande spettacolo. 21:30, ora il pubblico, un po’ impazientito, invoca a gran voce il suo beniamino. Passano pochi minuti e Nino è proprio lì, a braccia aperte per stringere a sé il calore del pubblico e cullarsi sulle note di, guarda caso, Ventuno e Trenta. L’urlo della platea è ora assordante, il sound della band è massiccio e deciso, si passa da ritmi rock ad altri più distesi. Brani come Batticuore, Si turnasse a nascere, Jammo Ja, Chesta Sera, Sotto ‘e stelle si susseguono uno dopo l’altro non senza che Nino abbia più volte dimostrato il suo affetto al pubblico:” Evviva l’amore, vi amo!”. Lo ripeterà più e più volte, sdraiato, disteso, in ginocchio, a braccia spalancate, in ogni modo. Trova anche il tempo per ironizzare sulla passionalità “carnale” di alcune sue canzoni che forse, data l’età, non gli sono più consone. I suoi sessant’anni non sono però un freno ma uno stimolo a tuffarsi a capofitto nell’adrenalina del concerto perché:” non bisogna accontentarsi delle cose materiali, quelle si scassano, i sentimenti no”. Inarrestabile, salta da un lato all’altro del palco, assorbendo l’energia del pubblico in delirio. Solo un piccolo guasto tecnico lo ferma ma, con molta esperienza, non lascia che il tempo trascorra inerte e intrattiene il pubblico, ingraziandoselo anche:” Il mio pubblico non va a vedersi Nino D’Angelo, ma va a cantare con Nino D’Angelo”. Risolti i problemi tecnici si riprende a suonare: Senza giacca e cravatta, Jesce Sole, A mio padre, Io vivo e tante altre fino ad approdare a Napul’è, un omaggio a Pino Daniele. Questo tributo segna un po’ una svolta nello spettacolo entrato nella sua fase finale. A prendersi la scena, adesso, i brani che hanno fatto da colonna sonora ai film come Pop-Corn e patatine, Pronto si Tu? A giacc e pell e ‘Nu jeans e ‘na maglietta durante la quale, sceso tra il pubblico, rischia seriamente di rimanere schiacciato per il troppo affetto. Dopo aver anche esaudito alcune richieste, si cinge le spalle con la bandiera del Napoli e termina il tutto con Napoli Napoli. Nino D’Angelo 6.0, considerazioni Questo concerto mi ha stupito non poco. Troppo spesso rinchiuso nell’immagine del caschetto biondo e […]

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Interviste

Essere Enzo Savastano, alla scoperta del maestro neomelodico

Abbiamo intervistato Antonio De Luca, l’uomo che offre voce e sembianze a Enzo Savastano, il languido cantante neomelodico, munito di occhiali da sole, che ha conquistato il web con la sua passionalità e le sue storie surreali. Durante una lunga ma estremamente piacevole chiacchierata telefonica, Antonio ci ha raccontato di questo progetto nato insieme all’amico Valerio Vestoso. Un personaggio nato per gioco e curato nei minimi dettagli, che non si rifugia nei tormentoni o nel semplice scimmiottare i cantanti neomelodici, ma che costruisce una sagace ironia, offrendo ai fan una nuova liturgia, un immaginario attraverso il quale guardare il nostro paese. Uno degli aspetti più belli dell’essere Enzo Savastano, come racconta Antonio,  è che proprio tutti stanno al gioco e si offrono discepoli al suo cospetto. Lui è pronto ad accoglierli, a tendergli la mano: “Io sono con voi” dice loro, proprio come il titolo del suo album pubblicato il 10 Maggio. L’album segna l’incarnazione del Verbo, surreale e grammaticalmente incerto dei suoi post su Facebook,  in Uomo.  Con grande ironia e disponibilità, ci spiega la genesi del personaggio e del disco che racchiude al suo interno tanti generi: dalle sonorità tipicamente neomelodiche al neapolitan power di Pino Daniele, passando per il reggae  e le tendenze minimaliste dell’indie. Ecco a voi l’intervista. Essere Enzo Savastano, intervista ad Antonio De Luca Come nasce il progetto Enzo Savastano? Questo progetto nasce da un’estate vuota di due individui sconosciutissimi che si chiamano Valerio Vestoso e Antonio De Luca. Abbiamo sempre avuto, un po’ per cultura pop comune, un po’ per provenienza perché siamo entrambi di Benevento, un’attrazione per il mondo neomelodico. Non come fruitori ma come curiosi. Io ho sempre scherzato scimmiottando il modo di cantare dei neomelodici e lui ha sempre avuto una grande capacità di scrittura e di immaginazione. Così, tra uno scherzo e l’altro, è nata l’idea di mettere su un finto neomelodico. Dopo Mannaggia ‘a marozzi, la prima canzone di Savastano scritta da Valerio, abbiamo iniziato a lavorare sulla costruzione del personaggio che è nato senza alcuna pretesa, senza alcuna sponsorizzazione e senza dirlo a nessuno soprattutto. Il primo anno infatti eravamo completamente celati. È nato per gioco, volevamo semplicemente divertirci a impersonare un neomelodico finto. Poi però la cosa è diventata abbastanza seria, avete pubblicato un album! Abbiamo iniziato ad avere consapevolezza che questa storia non facesse ridere solo noi quando il 3 Gennaio del 2015 provammo a fare il primo live in un locale che, a Benevento, è un punto di riferimento per la musica, il Morgana. Convincemmo i proprietari e chi gestiva la direzione artistica a fare il primo live di Enzo Savastano. Fu un successo non immaginato francamente. Poi Una Canzone indie ci ha aperto le porte al panorama nazionale e alle grosse visualizzazioni. Gli artisti veri hanno avuto il piacere di suonare con Enzo Savastano: Brunori Sas, Calcutta, Daniele Sepe, Stefano Bollani. Focalizzandoci invece sull’album, la prima cosa che mi ha colpito è la copertina che è quella del libro solitamente utilizzato al catechismo,  ma […]

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Interviste

Intervista all’attore dei video di Liberato, Adam Jendoubi

Cade ‘ngopp”o golf’ ‘na stella/ Chiove ‘ngopp’a Procida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me/ Guarda ‘e fuoche abbascio Furcell’/ Chiove ‘ngopp’a Nisida/ E tu t’e scurdat’ ‘e me… Una Napoli malinconica, mistica e un po’ barocca. Rovine, tramonti violacei e amori sfumati come la linea labile che trema all’orizzonte del mare. Un golfo che profuma di stelle e nostalgia, l’acqua  porta a riva salsedine e rimpianto. Scogli, onde, sprazzi di ricordi e memorie. Gli occhi profondi di un ragazzo, che scrutano l’orizzonte con espressività e profondità. Sono gli occhi di Adam Jendoubi, il protagonista di tre dei video di Liberato: Tu T’e Scurdat’ ‘e Me, IntoStreet e Je Te Voglio Bene Assaje. I suoi lineamenti così particolari, lo sguardo lucido e misterioso e l’espressività che ricorda i quadri degli scugnizzi di Vincenzo Gemito, hanno stampato Adam Jendoubi nella memoria degli ascoltatori e spettatori dei video di Liberato: Adam è la rappresentazione della gioventù verace, istintiva e libera, il ragazzo che vive il suo amore sullo sfondo di Marechiaro e Mergellina, che sfreccia per il grande corpo di Partenope col suo motorino, che ama in quel modo puro e senza riserve che crea una stretta allo stomaco anche agli adulti più disincantati, che forse hanno dimenticato le emozioni più violente dei primi amori, quando anche solo un bacio rubato alla ragazza amata o una delusione, bastavano a toglierti il sonno e a farti rigirare tutta la notte tra le coperte, guardando il soffitto con gli occhi sbarrati. Adam Jendoubi è riuscito, col suo corpo e  l’espressività autentica del suo viso, a dare una fisicità tangibile ai video di Liberato, a diventare simbolo inconsapevole dell’istintività e della bellezza giovanile, quella che ti porta a legare l’intimità del vissuto con la scenografia eterna di un teatro a cielo aperto come il grande corpo di Napoli. Abbiamo incontrato Adam Jendoubi, per ascoltare la sua storia. Ci si presenta: alto, sorriso luminoso, gentilezza ed educazione esemplari, simpatia e risate. Abbiamo trascorso un bel pomeriggio in sua compagnia, ascoltando la sua storia nel centro storico di Napoli, tra l’arte e la bellezza della città, e ne è scaturita  una piacevole e interessante chiacchierata. Intervista ad Adam Jendoubi: l’attore dei video di Liberato si racconta a Eroica Fenice Ciao Adam! Grazie di essere qui con noi! Innanzitutto, parlaci un po’ di te. Chi sei, cosa fai nella tua vita, quali sono le tue passioni. Sono nato a Forcella, ho quasi 18 anni, li compio tra un mese. Mi è sempre piaciuto recitare, ma ho sempre saputo della difficoltà dell’entrare in questo campo: nonostante ciò, ci ho sempre provato e ho sempre puntato al massimo. Per fortuna il regista Francesco Lettieri mi ha notato e mi ha permesso di fare questi tre video per Liberato. Come ti ha notato Lettieri? Parlaci dell’inizio della tua avventura con i video di Liberato. Direi che è stato per puro caso: Lettieri aveva contattato due miei amici, che sarebbero quei due gemelli che sono presenti anche nell’ultimo video, Intostreet, per vedere se potevano recitare […]

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Interviste

Elogio del vuoto: intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy The Void

Godersi il vuoto, Enjoy The Void. Accarezzare il vuoto e addomesticarlo, senza temerlo. Ogni slancio creativo nasce da un vuoto, da un buco ben piantato sulla bocca dello stomaco e l’arte è da sempre il modo migliore per anestetizzare le fessure dell’animo, conviverci più o meno placidamente e superarle. Lo sa bene Sergio Bertolino degli Enjoy the Void, gruppo alternative rock con base in provincia di Salerno, nel Cilento. Dalla Calabria fino a Manchester, passando per il non luogo che è posizionato nel centro del vuoto di ciascuno di noi, Sergio ci ha raccontato la storia avvincente di questo gruppo, le sue sfaccettature e i suoi riflessi, portandoci ad esplorarli in tutta la loro pienezza: è un viaggio dal respiro universale, che parla un linguaggio comune a chiunque abbia mai provato a sublimare i propri grovigli per mezzo dell’arte. Intervista a Sergio Bertolino degli Enjoy the Void: il vuoto come condizione necessaria per cercare incessantemente l’arte 1) Buongiorno Sergio, grazie per aver accettato il nostro invito. Innanzitutto, chi sono gli Enjoy the Void? Come lo spiegheresti a un tuo amico se foste seduti davanti a un caffè? E perché questo nome? Buongiorno, grazie a voi per l’invito. Enjoy the Void è un gruppo alternative rock con base a Sapri. Comincia come progetto solista: ho scritto ed arrangiato personalmente tutte le canzoni. La BAM! (bottega artistico-musicale) di Sapri mi ha proposto d’inciderle nel loro studio; poi con i musicisti coinvolti nella registrazione dell’album si è creato un gran feeling musicale e un’amicizia da cui è venuta fuori l’idea di formare una band. Il nostro sound attuale combina strutture pop-rock e influenze disparate: elettronica, blues, jazz, psichedelia, hip hop, funky, ecc. Per quanto la nostra proposta musicale sia eclettica, variegata, c’è una coerenza di fondo, sia a livello sonoro che testuale. Scrivo i testi in inglese, perché son cresciuto con la musica anglofona; mi viene naturale farlo. Trattiamo tematiche complesse, molte delle quali hanno a che vedere con la dimensione interiore… Pensieri, paure, emozioni, desideri in cui certi tipi di sensibilità possono facilmente riconoscersi. Il nome Enjoy the Void (Goditi il Vuoto) nasce dal pensiero seguente: credo che una vita senza slanci, desideri sia impossibile, oltre che inutile. Il desiderio scaturisce sempre da una mancanza, da un vuoto appunto. Bisogna apprezzare, godersi il vuoto, conviverci positivamente (benché sempre in un’ottica di superamento) in quanto rappresenta il presupposto creativo senza il quale non ricercheremmo né realizzeremmo alcunché. 2) Hai vissuto a Manchester. La musica inglese ha sfornato il meglio: Beatles, Led Zeppelin, Pink Floyd, The Who, Cream, Genesis, Queen, Bowie, The Clash, The Animals, Jethro Tull, fino ad arrivare agli Smiths, Editors, The Cure, Kasabian. La domanda sulle influenze è un po’ banale, ne sono consapevole, ma credo che mi tocchi proprio chiedertelo. Cosa hai carpito maggiormente da una città come Manchester e com’è stato viverci? In senso musicale Manchester è fantastica. Ha una storia pazzesca, avendo sfornato band come Smiths, Stone Roses, Joy Division, Oasis, Chemical Brothers e tante altre. La musica […]

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Teatro

Teatro

L’imbroglietto di Niccolò Matcovich al TRAM: demolire la mercificazione del teatro

Il tema della decostruzione dell’idea contemporanea di teatro è al centro de L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich, spettacolo realizzato dalla Compagnia Habitas di Roma e andato in scena al TRAM di Napoli nell’ambito della rassegna TrentaTram. Il soggetto si ispira liberamente al Kabaret divertissement del teatro di inizio ‘900 narrando, in maniera assurda, le avventure di due personaggi che hanno come scopo quello di entrare liberamente a teatro. Karl e Stadt (interpretati magistralmente da Livia Antonelli e Valerio Puppo) sono ostacolati nel raggiungimento del loro obiettivo a causa di un MacBook. “Il Teatro non è più quello di una volta, lo sento nell’acqua…”. Un linguaggio surreale per una scena senza reale logica La scena de L’Imbroglietto è unica e ripetuta in più sequenze durante lo spettacolo. Karl e Stadt sono due “pseudomimi” che hanno inventato un linguaggio personale per comunicare tra loro. Nell’alternativo idioma dei due protagonisti (ad esempio) dattéro sta per davvero e ciascunto sta per ciascuno. Truccati e vestiti come due mimi dalle scarpe consumate, i giovani cultori della scena tentano invano di entrare in una sala. L’ingresso è a pagamento anche per chi vuole semplicemente visitare la struttura oppure mangiare una poltrona. Nella parabolica espressione della trama gli attori sono guidati (o meglio controllati) da una voce fuori campo che dice loro cosa fare e come muoversi. E così Karl e Stadt diventano, davanti agli occhi del pubblico, due impacciati attori tedeschi, due personaggi di Star Wars, due protagonisti del Teatro Kabuki giapponese. Condizionati dal tentativo fallimentare di realizzare il personale ingresso in sala, vengono obbligati all’esibizione di molteplici pièces dall’impronta surreale. L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich è interpretato da una coppia di corpi simmetrici e dinamici La presenza scenica di Livia Antonelli e Valerio Puppo è essenziale per la resa comunicativa de L’Imbroglietto. La loro recitazione è espressa attraverso il movimento di due corpi simmetrici e dinamici. Gli attori si spostano sul palco con plasticità fisica. Le molteplici sfaccettature del teatro sono interpretate grazie ad una recitazione ironica ed irrazionale. Nascosti dietro alle parrucche e ad una quantità ingente di cerone, i protagonisti si affannano nel tentativo (fallimentare) di fare breccia nella sensibilità di un’algida dominatrice del capitalismo teatrale. Eccezionale è la loro “interpretazione veloce e all’indietro” dell’arrivo alla cassa del teatro. Il palcoscenico può tutto ed è un sacrilegio sottoporlo alla mercificazione. Questo è il messaggio fondamentale de L’Imbroglietto. Il pubblico ha bisogno di essere informato ed educato riguardo alle essenziali norme del teatro.

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Recensioni

3SOME di Tommaso Fermariello al Tram: storia di un menage à trois

3SOME di Tommaso Fermariello al TRAM il 18 maggio: fenomenologia di un menage à trois Questa è la storia di un menage à trois particolare, dai contorni vacillanti e dall’erotismo ambiguo e strisciante. 3SOME è la storia di una triangolazione erotica ed eretica, eretica perché inserisce tra i suoi protagonisti un’entità dall’odore malsano, nauseabondo e disperato, il cancro, e ciò porta ad uno strappo eretico e quasi scandaloso nella classica fenomenologia amorosa. La malattia è uno dei lati del triangolo erotico, ed entra in punta di piedi sul palco del TRAM il 18 maggio, incarnata nelle fattezze di una ragazza minuta, vestita di nero, cinica e dalla voce stridula e disturbante. 3SOME, di Tommaso Fermariello, regia di Martina Testa, e interpretato dallo stesso Tommaso Fermariello, Gianluca Bozzale e Sofia Pauly, è la fenomenologia pop di una malattia che si insinua tra le pieghe di un rapporto amoroso, facendolo avvizzire e rosicchiandolo dall’interno, come un tarlo che svuota progressivamente la vita e restituisce i due involucri vuoti degli innamorati protagonisti dello spettacolo. Pier, appassionato di libri e aspirante scrittore, allampanato, goffo, impacciato e alla ricerca della sua luce, e Diego, youtuber esuberante, dalla forte carica sensuale e dal carisma disarmante, sono una coppia innamorata. Pier e Diego sono affiatati, stanno per andare a vivere insieme e coltivano una quotidianità fatta di progetti e abitudini di coppia. Pier, ossessionato dalla paura delle malattie e del dolore, si ritrova faccia a faccia col suo terrore più grande: Diego, il suo compagno di vita, ha un cancro al cervello. La malattia comincia a strisciare pian piano nelle fessure e negli spiragli della coppia già dalla prima visita di Diego al pronto soccorso, presso cui si reca dopo uno svenimento: la malattia è una ragazza mora, “nera che non si vedeva da una vita intera, nera che porta via, nera che picchia forte, che butta già le porte”, come direbbe un certo De André; è nera, è livida, è cinica, ma è pop. Sì, la morte è cinica e strisciante, ma, nel suo turbinio di nero e di voragine, riesce a creare colori con la sua vocetta stridula, con il suo modo di porsi esuberante e vivace, con le sue battute goffamente macabre e il suo incedere svampito e drammatico. 3SOME: la Morte prende vita e si insinua nel rapporto di coppia “Sono io la morte, e porto corona. E son di tutti voi, signora e padrona”: Branduardi aveva organizzato una sorta di danza macabra, con la Morte a dettare le regoli del ballo e i passi da seguire. La ragazza nera, cinica e svampita, detta le regole del menage à trois: attrae Diego nelle sue spire, come una farfalla attirata dalla luce bruciante della lampada, secondo un gioco di equilibrio precario, in cui Pier rimane sempre ai margini, mai del tutto coinvolto nella fisicità del rapporto erotico tra Diego e la ragazza. Diego, fagocitato dall’influenza della ragazza nera, è restio a curarsi, a seguire un ciclo di chemioterapia, e getta sul tavolo da gioco […]

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Teatro

“Fortuna” di Alessandro Sesti al TRAM: storia di un ossimoro

Giovedì 17 maggio è andato in scena Fortuna al TRAM, Teatro Ricerca Arte Musica, quinto spettacolo all’interno della rassegna del festival TrentaTram, che prevede undici spettacoli nei quali si esibiscono tutte compagnie under 30. Lo spettacolo è interamente scritto e interpretato da Alessandro Sesti,  accompagnato con la chitarra da Nicola Papapietro; entrambi fanno parte della compagnia umbra SMG. “Fortuna” di Alessandro Sesti al TRAM, omertà e silenzio Chi non ricorda la storia della piccola Fortuna? Stuprata più volte dal compagno della madre, muore a sei anni, uccisa dal mostro che puntualmente usava violenza su di lei e anche sugli altri suoi amichetti. La vicenda è emersa nel 2016, dopo due anni di silenzio e di omertà, due anni in cui tutti sapevano ciò che stava accadendo al Parco Verde di Caivano, ma in cui nessuno osava proferire parola sull’orrore che si stava consumando. Senza alcuna pretesa di condanna, senza la retorica che avrebbe rischiato di rendere finto il messaggio, Alessandro Sesti ci racconta del Parco e dei fantasmi che vi abitano: il giovane extracomunitario ucciso perché pretendeva un contratto di lavoro regolare, Paolina, la signora un po’ ritardata sopravvissuta agli innumerevoli disastri della sua vita, le due signore che stanno sempre al balcone e conoscono i fatti di tutti quanti. Non si sa se siano veri o fittizi questi personaggi e forse non interessa nemmeno tanto: il punto è che rendono verosimile la trama, equilibrando momenti di ironia e momenti di tensione. Proprio le parole che potevano salvare la piccola Fortuna ed Antonio Giglio, suo compagno di disavventure, fluiscono velocemente dalla bocca dell’attore, in un lungo monologo che amalgama ironia, dolore, tensione, tenerezza e rabbia. Tutta la sofferenza viene sputata via, come un male da cui è necessario curarsi in fretta: è l’indifferenza il veleno che rende torbidi gli animi che sono coinvolti nella vicenda, rende belve feroci e assassine non tanto meno di chi ha alzato le mani e se l’è sporcate. Lo spettacolo Fortuna al TRAM manda un messaggio alla coscienza di tutti Singolare è inoltre il fatto che una compagnia non napoletana abbia deciso di scegliere una vicenda nostrana. È un segnale forte e tangibile: non serve essere campani per percepire la disperazione della nostra terra; una disperazione che è estesa anche su tutto il resto dell’Italia. Fortuna al Tram è una rappresentazione contro il silenzio e l’omertà, che non coinvolgono necessariamente gli episodi di violenza domestica, molto spesso considerati meno gravi rispetto ai fatti di mafia; estende il suo discorso a tutto il sistema di favoritismi e di illegalità che avvizzisce tutto il Paese. “Cerchiamo di dare una scossa a questa situazione, nel nostro piccolo, attraverso il teatro” spiegano Alessandro e Nicola alla fine della rappresentazione. È la coscienza di tutti gli spettatori il destinatario vero e proprio di Fortuna, affinché casi come questi divengano a poco a poco una minoranza, per non dover più tenere dentro dei mostri che ci arrovellano lo stomaco e ci mangiano da dentro.  

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Recensioni

Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia al TrentaTram Festival

Quarto appuntamento con il TrentaTram, il primo festival teatrale del Tram (Teatro Ricerca Arte Musica) che porta in scena 11 spettacoli di compagnie under 30 dal 10 al 27 maggio 2018. Domenica 13 maggio è stata la volta di Potrebbe avere effetti indesiderati, una pièce teatrale scritta e diretta da due giovani donne, Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia, che affronta una problematica umana, troppo umana: il rapporto con l’altro, alla luce dei molteplici io e delle svariate personalità che abitano ciascun individuo. Tutto si svolge nella cornice di una scenografia minima, lo studio di una psicologa (Raimonda Maraviglia) dalla quale si reca la signorina F., una giovane donna piuttosto ‘confusa’ (Rebecca Furfaro). Solo una scrivania divide le due donne, apparentemente sole in quello studio, ma nell’ombra siedono altri quattro personaggi, piuttosto singolari e diversi tra loro. Quella che inizia come una semplice seduta di analisi, si trasforma ben presto in un viaggio che porta all’esplorazione dei meandri più nascosti della mente della signorina F., un percorso al quale prendono parte le diverse personalità che abitano la donna, ma che, ad un’attenta analisi, sono parte integrante della psiche di ciascun essere umano. Potrebbe avere effetti indesiderati di Rebecca Furfaro e Raimonda Maraviglia e l’uguaglianza teatro-vita E se ciascuno di noi fosse abitato da molteplici personalità che la vita ci costringe a reprimere ogni volta che applichiamo etichette e definizioni a noi stessi, indefinibili per natura? Questo ed altri sono gli interrogativi che emergono da uno spettacolo che intende portare sulla scena, attraverso il teatro, la pluridimensionalità della mente dell’essere umano. E per fare ciò, tutte le diverse componenti della personalità della signorina F. prendono vita sulla scena: dal rapporto ossessivo con la madre (personificato da Chiara Cucca), al masochismo nel rapporto con l’altro (Daniele Sannino), passando per il senso di inadeguatezza (Teresa Raiano) e l’effetto Truman show di vivere in un mondo di finzione (Gaetano Balzano). In una realtà che sembra impedire all’individuo di assecondare ciascuna delle personalità che lo compongono, di essere tutto contemporaneamente, l’unica via d’uscita è il teatro, in cui tutte le anime che abitano il meraviglioso mondo della psiche possono assumere concretezza e vivere sulla scena. Uno spettacolo che tocca tematiche di estremo interesse ed offre molti, talvolta troppi, spunti di riflessione, che lo spettatore si affanna a rincorrere, afferrando qua e là i fili di una trama intricata ed eterogenea, così come in modo intricato ed eterogeneo si intrecciano le svariate personalità che ogni giorno si incontrano e si scontrano nella psiche di ogni individuo.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

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Voli Pindarici

Il truccatore, i pennelli e l’acido – parte prima

Eccomi qui, sono il truccatore delle star, pronto come ogni volta a truccarla. Le luci di scena sono quasi tutte accese, il suo costume è sbrilluccicante di paillettes colorate, i capelli sono raccolti, le scarpe da tango sono belle lucide, in un insieme perfetto e assolutamente coordinato per la messa in onda del personaggio da lei interpretato. Questa di stasera, però, sarà l’ultima puntata e voglio impegnarmi al massimo per renderla felice col mio mestiere, gioia e diletto per tutte le ragazze della sua età appassionate di ombretti, blush e mascara. Sono un professionista e devo truccare il suo volto come quello delle altre, pur consapevole del fatto che, però, lei non è come le altre, sia dentro che fuori e, soprattutto, per me. «Come ci trucchiamo stasera?» le chiedo. «Fai tu, solo copri bene questa parte qui», indicando con la mano la parte della sua guancia che non vuole si veda o, meglio, che non vuole si noti troppo, pur sapendo perfettamente che quelle maledette cicatrici si vedono e si vedranno nonostante l’abbondante cerone, le luci giuste, le inquadrature strategiche e qualche ciuffo di capelli che le cade sul viso, proprio nel punto che lei non vuole svelare eccessivamente. Il truccatore e la ragazza sfregiata Come ogni volta che mi accingo a truccarla, prima ancora di far scivolare il pennello del fondotinta sul suo bel volto, mi vergogno di essere un uomo. Questa sensazione di frustrazione mista ad indignazione non mi abbandona fin quando ripongo i pennelli nel mio beauty case e lei si alza e va via, col suo sorriso che talvolta malcela un infinito dolore. In maniera teneramente delicata cerco di  accarezzarla con i miei pennelli e renderla bellissima, ancor più di quanto lo sia ora.  Quando sfioro le ustioni sul suo viso con la setola del pennello, mi domando come faccia a trovare la forza di alzarsi al mattino, non riconoscersi più in quell’immagine che lo specchio le restituisce e di sopravvivere allo scempio subito. Il truccatore, riflessioni allo specchio Mi domando, senza trovare risposta, come abbia fatto fin ora a continuare a vivere con quella sorta di marchio infame impresso a fuoco sul suo viso perché io, al posto suo, non so cosa avrei fatto. Mi chiedo come un individuo possa lucidamente arrivare ad escogitare e realizzare un piano odioso, diabolico ed offensivo nei confronti della propria donna quale quello di cancellare la sua bellezza con un gesto della durata di tre secondi e dalle conseguenze fisiche ed emotive che si trascineranno indelebili per sempre. Tre secondi per punire, corrodere, sfigurare e cancellare un’immagine, un’esistenza, una psiche, una faccia. Vendicarsi di lei, realizzando questo rito punitivo come nei più lontani angoli del mondo per lavare l’offesa subita con l’acido muriatico e condannare all’infelicità colei che ha macchiato l’orgoglio maschile con l’onta dell’abbandono. Costui si è sentito libero di doverla punire solo per averlo lasciato, puntando ad elidere definitivamente la carta vincente della sua ex fidanzata attuando la più odiosa delle deturpazioni. Ma sono qui per […]

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Le vite degli altri sono le vite che ti soffermi ad osservare

Le vite degli altri sono le vite che guardi comodamente seduto, sigaretta spenta tra pollice e indice della mano destra, accendino nel palmo della sinistra, tasti di cenere e pensieri di fumo. Le vite degli sono le vite che scruti alla finestra. Hai chiuso le ante della finestra sulla via reale, hai aperto lo schermo della finestra sulla vita virtuale. Fuori tutto tace, dentro è tutto un mi piace. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai più vedere. Le vie del Signore sono infinite, le vie delle piazze sono sempre le stesse ma le vie del web sono le più intasate e tra semafori rossi e ingorghi di fronte a cuori rossi, semafori spenti, cervelli dissestati, sentimenti tamponati, c’è stato un incidente: accertata avaria nel sistema empatico del seducente. Le vite degli altri sono le vite che non vorresti mai aver vissuto. L’altro sei tu e quell’altro stronzo che tu non sei è l’altro che con te è stato. La serenità al posto della felicità: la scelta dei saggi, mentre assaggi lacrime certamente serene. Le vite degli altri sono le vite in cui una vita vale l’altra: non vieni con me? Viene un’altra. Non mi vuoi? Mi vuole un’altra. Non vuoi la canzoncina? La vuole un’altra. Le vite degli altri sono le vite che mai vorresti vivere. La vita degli altri è la vita che tu stesso stai vivendo. Tentando invano di pensare al tuo benessere, ti sei ritrovato ad ignorare la vera natura del tuo essere. Non eri sereno, ma eri felice. Ora che sei sereno, vivi nell’infelicità. Allora che senso ha a questo mondo la serenità? Non sei più comodamente seduto, basta perdere tempo a fumare: è l’ora di agire. Che tristezza le vite degli altri. Che tristezza la tua vita. 

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Voli Pindarici

Giuseppe ovvero l’epifania di un pranzo in spiaggia

La pioggia ci sorprese mentre eravamo a pranzo in spiaggia. Non c’erano ombrelloni, solo la sabbia e qualche giocattolo buttato alla rinfusa, vicino ad una buca dissestata. Mia madre aveva portato la frittata di maccheroni e io non vedevo l’ora che fosse ora di pranzo. Quanto mi piaceva! Avevamo messo i teli a mo’ di cerchio, ma io volevo stare vicino a Giuseppe. Giuseppe mi faceva ridere sempre, anche se ogni tanto mi prendeva in giro ed io lo picchiavo. Lui faceva finta di farsi male per farmi vincere, ma non si faceva male veramente. Era forte. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere sul secchiello rosso vicino al mio piede, ma io me ne accorsi solo quando vidi tutti che si alzavano e si affannavano, mentre mamma copriva la frittata di maccheroni e Giuseppe si era messo il telo in testa come la Madonna. Allora me lo misi anch’io e iniziammo a correre. Facevo dei passi lunghissimi e affondavo i piedi nella sabbia fresca che però sotto era calda. Sembravamo dei mostri strani con quei mantelli e allora mi misi a ridere, mentre le gocce di pioggia mi andavano negli occhi e in bocca. Era salata. Attraversammo tutta la spiaggia e ci riparammo nella pineta del villaggio turistico. Io avevo ancora le ciabatte in mano, e i miei piedi si erano un po’ sporcati di terra e aghi di pino. Avevo il fiatone per la corsa e iniziai a respirare col naso e con la bocca. Odorava tutto di terra bagnata, mentre gli aghi di pino mi punzecchiavano le dita dei piedi. Ma ora è marzo ed io sono grande. Ed essere grande significa che ogni tanto ti vengono in mente delle scene del passato che sembrano appartenere alla vita di un’altra persona. Tu ti fermi, chiudi lo sportello della lavatrice, ti metti un po’ comoda e te le guardi. E vedi una bambina con i capelli corti come quelli di un maschietto ed un costumino intero di Topolino, che riempie fino all’orlo secchielli di sabbia bagnata e con gesti meticolosi ne livella la superficie per eliminare quella in eccesso. Quando è soddisfatta, li capovolge di scatto, dà un paio di colpetti sul fondo e lentamente sfila via l’involucro di plastica…magia! Poi, in lontananza, vedi Giuseppe che prende la rincorsa e finge di calpestarli tutti, ma solo per farla arrabbiare. Ma ora è marzo, ed anche Giuseppe è grande. Mentre mi rendo conto che ormai non so più niente di lui, ritorno alla realtà ed afferro il cesto vuoto dei panni sporchi. Pensando a come mi sia venuta in mente questa scena, il mio sguardo si ferma sul fondo del cesto azzurrino. Un ago di pino.

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