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Feticismo, tutto ciò che c’è da sapere

Quanto spesso si sente parlare di feticismo e quanti uomini in particolare si definiscono feticisti! È in realtà un concetto complesso, che affonda le radici nella psicologia di età infantile, così come nella letteratura e nelle tradizioni multietniche. Andiamo ad analizzarne le caratteristiche. Feticismo: cos’è Il feticismo è una delle forme più comuni e conosciute di perversione sessuale, consistente nello spostamento del desiderio sessuale dalla persona fisica a un suo sostituto; tale può essere identificato con una parte del corpo stesso, una qualità, un indumento, un’azione o qualsiasi altro oggetto inanimato. Sostanzialmente il feticista prova un’attrazione sessuale anomala, in quanto esula dai canoni della sessualità tradizionale, che presuppone i genitali come oggetti libidici fondamentali. Come tale, il feticismo rientra nell’ambito delle “parafilie”, quei disturbi caratterizzati da ricorrenti fantasie, impulsi e comportamenti sessuali, che creano disagio e/o implicano sofferenza o umiliazione. Altri esempi di parafilia sono infatti il sadismo e masochismo sessuale, la pedofilia e il voyeurismo (consistente nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale osservando persone nude, che si spogliano o compiono atti sessuali). Particolare l’etimologia del termine, derivante dal portoghese fetiço (artificiale, sortilegio). In pratica, i mercanti di schiavi usavano questo termine per riferirsi agli indigeni africani che adoravano “feticci”, ossia oggetti di culto venerati dalle popolazioni locali. Studi e ricerche condotti dallo psichiatra Robert Stoller dimostrano come il feticismo sia largamente prevalente negli uomini rispetto alle donne, in quanto molto più propensi ad associare una certa carica erotica a una determinata zona fisica femminile o a indumenti particolari, come l’intimo fatto di pizzo, cuoio e bustini. Feticismo: manifestazioni e categorie Lo psicologo e ipnotista francese Alfred Binet suggerì due forme in cui il feticismo può manifestarsi: come “amore spirituale” o “amore plastico”. La prima categoria concerne la devozione per specifici fenomeni mentali e comportamentali, tra cui il gioco dei ruoli. La seconda categoria concerne invece la devozione verso oggetti materiali, come appunto parti del corpo o oggetti inanimati. Tra i due concetti, quello dell’amore plastico è il più tipico: per alcuni feticisti, vedere, sentire, annusare, inghiottire o palpare l’oggetto d’attrazione genera libido ed eccitazione almeno quanto il coito ordinario. In relazione al modo in cui il feticismo si manifesta è possibile designare tre categorie di feticisti. I feticisti oggettivi, per i quali il feticcio inanimato (ad esempio un perizoma o calze) simboleggia una persona inaccessibile. I feticisti somatici, per i quali è una parte del corpo (ad esempio i piedi o le natiche) a simboleggiare una persona desiderata e irraggiungibile. Infine, i feticisti astratti, per i quali l’attrazione sessuale è innescata da una caratteristica fisica, implicante inferiorità o debolezza, atta a soddisfare le loro fantasie narcisiste di superiorità. Tutte le tipologie di feticisti possono inoltre agire secondo tre diverse modalità: quella attiva, in cui il feticcio viene attivamente usato dal feticista; quella passiva, in cui è un’altra persona ad usare il feticcio sul feticista; infine la modalità contemplativa, attraverso cui il feticista si limita a trarre piacere dalla pura contemplazione del feticcio. Un ruolo importante nelle dinamiche feticistiche gioca il canale […]

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L’olio d’oliva, un’eccellenza mediterranea

Olio d’oliva, una ricca disamina L’estate è finita e con l’arrivo di settembre, l’autunno è alle porte. L’arrivo di questa stagione non comporta soltanto il ritorno dalle vacanze e la ripresa delle consuete attività quotidiane, ma porta con sé anche importanti tradizioni agro-alimentari. Tra queste, la raccolta delle olive che generalmente avviene tra ottobre e gli inizi di dicembre. Dalle olive si ricava il famoso olio, uno dei prodotti più emblematici della cucina e della dieta mediterranee. Grazie a portali come portavolantino.it è possibile confrontare i volantini e, di conseguenza, le offerte di catene commerciali come quelle che si possono trovare sull’anteprima del volantino Penny Market, MD e Supermercati Gecop , per trovare l’olio di oliva che più ci soddisfa al prezzo che riteniamo più vantaggioso. Una storia di antica data L’utilizzo delle olive per la produzione dell’olio è attestato fin dall’antichità. Le prime testimonianze provengono da Creta, dove veniva prodotto fin dall’età minoica (2000-1450 a.C). A capo del primo importante impero marittimo della civiltà occidentale, i minoici diedero il via alla diffusione della pianta di ulivo nel bacino orientale del Mediterraneo: Egitto, Libano e Turchia meridionale. Saranno poi i coloni greci e fenici a diffondere la pianta nel bacino occidentale: in Italia Meridionale (la Magna Grecia) e in Spagna. L’olio non era usato soltanto come condimento per i cibi ma aveva svariati usi. Veniva usato come unguento per massaggiare gli atleti, per lenire il dolore di ferite, pruriti e morsi d’insetto, ma anche per fabbricare balsami e prodotti profumati. I diversi tipi di olio d’oliva Oggi, esistono diversi tipi di olio d’oliva, essi vengono distinti in base al tasso di acidità contenuto e alle tecniche usate per estrarlo. Abbiamo l’olio extra-vergine di oliva (EVO) ottenuto tramite estrazione con soli metodi meccanici, contenente una percentuale di acidità inferiore o uguale alle 0,8%. Ottenuto anch’esso con estrazione effettuata tramite soli metodi meccanici l’olio vergine di oliva, che presenta però un tasso di acidità superiore, inferiore o uguale al 2%. Abbiamo poi l’olio di oliva lampante che presenta un’acidità maggiore del 2% e non può essere utilizzato per il consumo alimentare. Esso veniva infatti utilizzato come combustibile per le lampade. Tramite processi chimici di raffinazione dell’olio di oliva lampante è possibile ottenere l’olio di oliva raffinato, questo è utilizzato nella preparazione di dolci ed è ideale per friggere. Dall’estrazione dell’olio di oliva, si ottiene l’olio di sansa di olive, un sottoprodotto composto dai residui di polpa, buccette e frammenti dei noccioli. Tramite dei processi di raffinazione è possibile trasformarlo in un olio alimentare, ma dati i costi elevati è utilizzato per lo più come combustibile di caldaie a biomassa o nei processi di fermentazione per la produzione di biogas. Maggiori produttori e consumatori di olio d’oliva I paesi europei del bacino mediterraneo la fanno da padrone sia nelle classifiche di produzione che in quelle dei consumi. Solo l’Unione Europea è responsabile del 71% del consumo mondiale di olio d’oliva. In cima alla classifica dei produttori mondiali troviamo la Spagna, responsabile del 45,5% […]

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Parole e politica: tra formalizzazione e banalizzazione

Quanto risulta importante la comprensione della situazione politica in un’Italia in continua crisi, come quella dei giorni nostri? Quanto importante è questa stessa comprensione per noi giovani in un paese che invecchia sempre di più? E quanto è rilevante la relazione tra parole e politica? La distanza tra i ragazzi e la politica cresce di anno in anno, di decreto in decreto e di governo in governo. Si tratta di una probabile conseguenza alla generale situazione di sfiducia indottaci da televisione e giornali, ma ancora prima dai dibattiti affrontati sulle tavole delle nostre case, dove genitori e parenti lamentano le frustrazioni di una gestione nazionale egoista e prepotente. Negli ultimi mesi, in questi e in altri contesti, è diventato solito ascoltare parole come sfiducia, governo tecnico, coalizione, decreti, ognuna posseditrice di una propria connotazione specifica che, ai nostri occhi, appare troppo complessa. La Costituzione italiana, promulgata nel 1947, possiede un codice comunicativo fortemente specifico e tecnico, appesantito dalla complessa materia che affronta. Dal momento della sua approvazione, la Costituzione è divenuta il modello di riferimento per la stesura delle leggi, in virtù della sua comprensibilità. Così, i propositi dei suoi compositori, l’Assemblea costituente eletta a suffragio universale, erano proprio quelli di formulare una lingua piana e sobria che permettesse di comprendere facilmente ogni articolo di cui era costituita. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, incipit del primo articolo della nostra legislatura, è fisso nella nostra memoria sia per la rilevanza che possiede sia per la sua linearità. Parole e politica nell’attuale scenario politico nazionale Con il tempo, però, si è andata a costituire una nuova forma comunicativa, che ha raggiunto anche la stesura delle leggi, definita antilingua istituzionale, termine coniato da Italo Calvino nel 1965. Questo nuovo idioma ha reso difficile e fraintendibile alcuni tra i più importanti periodi della Costituzione italiana. La politica, espressione fondamentale di uno stato, è inserita in un proprio contesto culturale da cui dipende e da cui è impossibile svincolarla. Il rapporto tra parole e politica è vincolato da una specificità lessicale che è necessario preservare. Rendere però la comprensione limitata perché correlata ad un linguaggio “colto” fa si che si vada a formare una cerchia ristretta, sola capace di masticarla e assimilarla. La conoscenza, in questa maniera, resta limitata all’esperienza, ad aver, quindi, assistito al susseguirsi di vari fatti politici, rendendo partecipe, ancora una volta, un’Italia anagraficamente matura. Contemporaneamente la svendita del linguaggio politico potrebbe avere l’effetto opposto e banalizzarne i contenuti. D’altronde, alla base del successo delle più grandi dittature c’era una propaganda incentrata proprio sullo sfruttamento del linguaggio comune, sull’apparire simile a chi si stava rivolgendo. Come equilibrare, quindi, la rilevanza sociale e culturale di ogni aspetto della politica con una comprensione accessibile? Ancora una volta, l’istruzione appare risolutrice. Svincolata dalle lezioni di educazione civica, dalla rigidezza degli schemi dei libri di storia o dalle cattedre delle aule di giurisprudenza, la politica potrebbe e dovrebbe diventare parte della nostra comunicazione quotidiana, parte del linguaggio dei giovani, elemento di accrescimento culturale […]

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“Le Centenarie” tra cultura e tradizione napoletana

Domenica 1 settembre sul Lungomare Caracciolo presso lo spazio “Miramare Exclusive” del Bufala Fest si è tenuto un esclusivo evento, che ha visto protagoniste per la prima volta tutte insieme le 13 pizzerie storiche di Napoli, “Le Centenarie”. Profumo di tradizione, storia e cultura, oltre a quello di pizza. Le Centenarie “Unione Pizzerie Storiche Napoletane” sono le pizzerie che da oltre cento anni svolgono le proprie attività sempre negli stessi locali, con la stessa passione e dedizione. Quello di domenica è stato un evento nell’evento, con la presentazione delle classiche pizze napoletane, quali margherita e marinara. Le centenarie, infatti, hanno l’obiettivo di tutelare la tradizione e la storia della pizza napoletana. Il presidente dell’associazione, Antonio Starita, della famosa pizzeria Starita a Materdei, ha fatto gli onori di casa, insieme alla splendida Valentina Castellano, che non poteva organizzare evento migliore. “Le Centenarie”, tra pizza e cultura Rapiti dal profumo delle pizze appena sfornate e dei fritti impeccabili tutti i partecipanti hanno potuto assaporare la tradizione che oggi rende i napoletani fieri di essere tali. Frittatina, crocchè, montanara, arancino e zeppoline per iniziare. Margherita e Marinara per continuare in gran bellezza. Le 13 famiglie “Centenarie” hanno saputo esprimere al meglio i valori di unione, collaborazione e lealtà, che fanno dell’Associazione un team perfetto. Antonio Rea, organizzatore del Bufala Fest, ha premiato Le Centenarie con il Premio Bufala Fest con queste parole: «All’Unione Pizzerie Storiche di Napoli “Le Centenarie” per la capacità di fare squadra e per aver saputo unire l’inestimabile patrimonio di storia, di valori e di competenze insito in ognuna delle singole pizzerie associate. L’Unione Pizzerie Storiche Napoletane “Le Centenarie” rappresenta un esempio da imitare per intere generazioni di pizzaioli, un sodalizio che ha avuto la lungimiranza di mettere in rete le energie delle singole eccellenze, valorizzando e promuovendo, attraverso il prodotto pizza, la tradizione e la cultura partenopea ovunque nel mondo». “Le Centenarie”: Starita a Materdei Gorizia 1916 L’Antica pizzeria da Michele Antica Pizzeria Capasso 1847 a Porta San Gennaro Lombardi 1892 Via Foria L’Antichissima Pizzeria Port’Alba 1738 Antica Pizzeria Ciro 1923 a Gaeta Mattozzi a Piazza Carità Trianon da Ciro dal 1923 Ciro a Santa Brigida La Pizza da Gennaro a Secondigliano Pizzeria Cafasso a Fuorigrotta Umberto     Alessia Giannino  

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Federico Fellini e La strada: il balletto a Benevento

La strada, balletto tratto dall’omonimo film di Federico Fellini, con musiche di Nino Rota, ha conquistato letteralmente il pubblico che ha assistito allo spettacolo, inserito nel progetto “Omaggio a Fellini”, svoltosi domenica sera, nella suggestiva cornice del Teatro romano di Benevento. L’evento, ideato e curato da Carmen Castiello, fondatrice nonché direttore artistico della Compagnia Balletto di Benevento, con la partecipazione dell’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) e dell’Accademia di Fotografia Julia Margaret Cameron, ha previsto la regia di Linda Ocone e la supervisione di Beppe Menegatti e la partecipazione di due grandi artisti, Carla Fracci e Giancarlo Giannini, testimoni del grande patrimonio culturale che vanta il nostro Paese, che hanno avuto entrambi il piacere e l’onore di conoscere l’immenso Federico Fellini. Una lode per due realtà importanti del nostro territorio, la Compagnia di danza e l’OFB, di cui essere fieri, da parte dell’Assessore alla Cultura di Benevento, Rossella Del Prete. «La trasposizione in danza di una delle pagine della letteratura cinematografica italiana più apprezzate nell’ultimo secolo ha richiesto un percorso di conoscenza, di approfondimento, durato circa un anno» ha spiegato l’Assessore Del Prete, ringraziando Ferdinando Creta, direttore del Teatro Romano, per aver permesso e promosso il grande fermento che anima in questo periodo il teatro e ricordando che «i primi ad entrarvi, per ripulirlo da erbacce e riconsegnarlo alla vita culturale della città, sono stati proprio i ballerini della Compagnia e i professionisti dell’OFB». La strada: un progetto per omaggiare Federico Fellini  «L’idea di realizzare un’opera e un balletto mettendo insieme realtà artistiche di giovani danzatori e musicisti sanniti nasce affinché i nostri artisti abbiano la possibilità di esprimere il loro talento». Carmen Castiello spiega con queste parole la genesi dell’ “Omaggio a Fellini”. «La Compagnia Balletto di Benevento e l’OFB sono una risorsa e un vanto per la nostra città; la loro collaborazione e la loro sinergia potranno essere un nuovo punto di partenza per donare alla città quel titolo di Benevento città della cultura tanto caro al territorio». L’OFB, l’orchestra più giovane per composizione in Italia, la cui specificità ed il cui talento non finiremo mai di apprezzare, gode della direzione onoraria di Sir Antonio Pappano, della direzione artistica del Maestro Francesco Ivan Ciampa, musicista di fama internazionale, e della presidenza onoraria di Mons. Pasquale Maria Mainolfi. Con un organismo direttivo under 35, l’Orchestra Filarmonica, guidata domenica sera dall’energico e carismatico direttore d’eccellenza Beatrice Venezi, ha saputo incantare gli spettatori riproponendo dal vivo le immortali melodie di Nino Rota. Il progetto “Omaggio a Fellini” ha previsto, nell’arco della settimana precedente allo spettacolo, anche la proiezione della pellicola La Strada presso Palazzo Paolo V, a Benevento, primo vero successo di Federico Fellini, del 1954, e primo film ad essere premiato con un Oscar nella categoria “Film straniero”, proprio nell’anno di apertura della sezione, e un’uscita fotografica con l’Accademia Julia Margaret Cameron ed i ballerini della Compagnia Balletto di Benevento per le strade della città sannita. «La strada diventa luogo di contatto tra danza, musica, fotografia, ricollegandosi così al film, in cui essa […]

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Attualità

Viaggio alla scoperta della cultura e del buon cibo a Cimitile

Un tour di Cimitile tra cultura e buon cibo alla scoperta delle Basiliche Paleocristiane e di “Pizza & Fritti Sapori di Napoli” dello chef Gennaro Galeotafiore. Esattamente nel cuore della Campania, a circa 30 kilometri di distanza dalle cinque province, incontriamo Cimitile, un paesino di poco più di 7000 anime, che custodisce un vero e proprio patrimonio di cultura storica e artistica, da visitare assolutamente: le Basiliche Paleocristiane. Chi volesse allietare oltre agli occhi anche il palato, non potrà fare a meno di scegliere “Pizza & Fritti Sapori di Napoli” dello chef Gennaro Galeotafiore. Da qui è partito il tour, guidato dall’ingegnere Giuseppe Trinchese, appassionato e studioso delle Basiliche, ed organizzato da Renato Rocco, giornalista del Magazine “La buona tavola”, atto a valorizzare le ricchezze del nostro territorio. Immergersi nel verde che circonda le rovine del complesso monumentale di Cimitile è un’esperienza davvero unica. Il complesso sorge alla base di una necropoli del II-III sec. d.C. ma è intorno alla fine del III sec. che vi si sviluppa un vero e proprio culto, professato dallo stesso Sant’Agostino, intorno alla tomba del sacerdote Felice, dedito alla cura della diocesi di Nola. Il futuro vescovo di Nola, San Paolino (in onore del quale si celebra tutt’ora la famosa “Festa dei gigli”), restaurati gli antichi edifici intorno alla tomba del sacerdote Felice in seguito alla vendita di alcuni suoi beni, fece costruire un’imponente Basilica e numerose altre opere per venire incontro alle esigenze dei cittadini. L’origine sepolcrale del luogo permane nell’attuale nome della città, “Cimiterium” l’odierna “Cimitile”, appunto. Il villaggio fondato intorno alla Basilica grazie a Paolino subì una disastrosa alluvione intorno al VI sec., nonché varie scorrerie barbariche. Esplorando le sette basiliche del complesso si ha quasi una sensazione concreta e materiale delle varie epoche che sono andate stratificandosi man mano, al di sopra del complesso monumentale, conservandone la memoria. Le Basiliche di Cimitile tra arte, culto e prodigio Incontriamo innanzitutto la Basilica di San Tommaso, del VI-VII sec., e la cappella dei SS. Martiri, realizzata da Leone III, il gioiello del complesso, contenente numerosi affreschi di innegabile bellezza e di natura propagandistica, due dei quali conservati nell’Antiquarium. La Basilica di San Felice, costituita a partire dal IV sec da strutture di epoche diverse, ospita il primo mausoleo e la cosiddetta Basilica vetus, in seguito modificata da San Paolino per diventare la Basilica nova. L’alto numero di sepolture contenute nella Basilica è dovuto alla credenza popolare secondo la quale una maggiore prossimità al Santo avrebbe procurato un accesso sicuro al Paradiso. La lastra in marmo che copre il sepolcro presenta due fori, attraverso cui veniva fatto passare dell’olio, con il quale i fedeli imbevevano dei fazzoletti, ritenuti vere e proprie reliquie per contatto. Massime bibliche sono riportate tutt’intorno al sepolcro. La Cappella di San Calionio, risalente al V sec. ma restaurata da Leone III intorno al IX sec., contiene le tombe dei poveri. La Cappella di Santa Maria degli Angeli conserva un affresco della Vergine col bambino e la tipica croce ad Y. La Basilica nova, poi di San Giovanni, eretta intorno al V sec. per rispondere alla […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Film sulle truffe, tre che devi assolutamente vedere

Da quando esiste il mondo l’uomo non è mai riuscito a reprimere del tutto la tentazione di ingannare il prossimo attraverso vacue promesse per il proprio tornaconto personale. Stiamo parlando della truffa, di quell’azione che in ambito giuridico indica un vantaggio che una persona ottiene a discapito di un’altra tramite vari mezzi: raggiri, bei discorsi, promesse di successo ottenuto senza il minimo sforzo e così via. Tanti metodi che, nella maggior parte dei casi hanno un unico scopo: il denaro. La letteratura e il teatro hanno messo in scena tante figure di truffatori, ma anche il cinema con tanti film sulle truffe. Tra i tanti film sulle truffe, ne abbiamo scelti tre che ci hanno colpito particolarmente. Senza indugiare ulteriormente, scopriamo quali sono. Film sulle truffe, le nostre scelte Totòtruffa ’62 Iniziamo questa lista di film sulle truffe con un classico di Totò: Totòtruffa’62, diretto da Camillo Mastrocinque nel 1961. Antonio (Totò) e Camillo (Nino Taranto) sono due ex attori trasformisti che sfruttano le conoscenze apprese a teatro per racimolare qualcosa gabbando il prossimo e sono sempre sotto l’occhio del commissario Malvasia, ex compagno di scuola di Antonio. In realtà Antonio non inganna il prossimo per cattiveria, ma per mantenere la figlia Diana (Estella Blain) che studia in un prestigioso collegio. Tuttavia la ragazza, stanca della rigida disciplina dell’istituto, fugge e si rifugia a Roma dove si innamora di Franco (Geronimo Meynier), figlio proprio del commissario. Un classico della filmografia di Totò, che tratta il tema della truffa abbinandolo a quella che il popolo napoletano chiama “arte di arrangiarsi“. Non si può non provare simpatia per il personaggio di Antonio, uno dei pochi esempi di truffatori a fin di bene che riesce sempre a strappare una risata tramite gag divertenti. Una su tutti, quella del tentativo di vendita della fontana di Trevi ad un ignaro passante. Quiz Show Tra i film sulle truffe più interessanti si può citare anche Quiz Show, diretto da Robert Redford nel 1994. Nel 1958 il quiz Twenty – One spopola tra i cittadini americani grazie al suo campione Herbie Stempbell (John Tuturro), rimasto imbattuto per molto tempo. Tuttavia i produttori del programma, consci dei bassi ascolti che il programma sta registrando, pensano bene che sia giunta l’ora di mandare Herbie a casa e di dare lo scettro di campione a Mark von Daren (Paul Scofield), un giovane intelligente e di bell’aspetto appartenente ad una famiglia altolocata . Herbie non accetta di buon grado la decisione e decide di far venire a galla il marcio e la corruzione che invade il mondo dei quiz televisivi. Quiz Show è un buon esempio di film sulle truffe. Lo scandalo del quiz Twenty-One avvenne davvero negli Stati Uniti alla fine degli anni ’50 e sollevò le ire e lo stupore dell’opinione pubblica. Robert Redford usa così questa vicenda per dimostrare come le immagini che i mass media e in particolare la televisione ci propongono non sono altro che illusioni effimere fatte passare per vere e che, ovviamente, ci ingannano. […]

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Cinema e Serie tv

C’era una volta… Quentin Tarantino

Ogni generazione ha i suoi personaggi storici: gli anni ’90 hanno avuto Michael Jackson, gli anni ’60 Truffaut. Possiamo considerarci fortunati per essere testimoni di una delle personalità più importanti e rivoluzionarie della storia del cinema, Quentin Tarantino. L’italo-americano è in attività dal ’92 e ha sfornato, per ora, 8 film. Ciò che carica di significato la prossima uscita “C’era una volta a Hollywood” è che potrebbe essere il suo penultimo. Infatti il regista ha dichiarato più volte di voler essere produttivo fin quando ne ha la forza, fin quando può fare questo mestiere al cento per cento. “C’era una volta a Hollywood” ripercorrerà le vicende di Rick Dalton e Cliff Booth, interpretati rispettivamente da Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, e sarà ambientato nella Hollywood dell’età dell’oro. Non è la prima volta che il regista collabora con i due attori protagonisti: Leonardo DiCaprio è apparso come Calvin Candie, ricco commerciante di schiavi e proprietario di campi di cotone in Django Unchained, mentre Brad Pitt, invece, è stato protagonista di Inglourious Basterds interpretando il tenente ebreo Aldo Raine a comando proprio dei “Bastardi senza gloria”, gruppo assemblato per dare la caccia e punire i nazisti. Ad accompagnarli ci sarà la meravigliosa Margot Robbie, che si è vista lanciata nella stratosfera del cinema da Martin Scorsese affiancando proprio Leonardo DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”. Tarantino, innamorato dei film di Sergio Leone con cui è cresciuto ed ha plasmato la sua identità come regista, finalmente riesce a comporre il suo “C’era una volta…”, titolo che cita due dei più grandi capolavori della storia del cinema: “C’era una volta il West” e “C’era una volta in America” entrambi del già citato Leone. Oltre a Leone, Tarantino è un fan accanito del cinema di genere italiano: Mario Bava, Lucio Fulci, Luchino Visconti sono tutti sue fonti d’ispirazione, affiancati al cinema giapponese, di serie B e non, e allo spaghetti Western del sopracitato Leone. Il regista italo-americano è abituato a sorprendere lo spettatore, prendendo un genere cinematografico e stravolgendolo completamente. Destrutturando ogni canone cinematografico e costruendone dei nuovi. Con la sua 9° opera ci si aspetta un insieme di tutto quello che ha assimilato per osmosi dal mondo cinematografico. Ha infatti anticipato che sarà un film sul cinema americano e le sue dinamiche. Come detto nell’introduzione: probabilmente tra non pochi anni, i film di Quentin Tarantino saranno saldamente nella Storia del Cinema. Siamo testimoni della Storia ed abbiamo la fortuna di poter visionare un’opera d’arte nelle nostre migliori sale cinematografiche!

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Cinema e Serie tv

Thirteen reasons why – terza stagione | Recensione ed opinioni

Prima di far luce sulla terza stagione di Thirteen reasons why è bene riassumerne le “puntate precedenti”. Il titolo della serie rinvia alle tredici ragioni per le quali la protagonista della prima stagione Hannah Baker (Katherine Langford) sceglie di togliersi la vita. Queste sono legate principalmente alle difficoltà di essere adolescenti quali il bullismo, le violenze, le molestie e le insicurezze. Tali cause verranno incise e racchiuse dalla stessa Hannah in tredici cassette, ciascuna dedicata alla storia del ragazzo o della ragazza che ha contribuito al nascere della sua decisione. Per queste caratteristiche pressoché uniche, la seconda stagione non era stata accolta con molto entusiasmo, ma nonostante ciò i tredici episodi hanno spiegato la storia dal punto di vista dei “carnefici”, attraverso un processo giudiziario voluto dalla madre di Hannah. In questo modo, sebbene con molta lentezza, la seconda stagione è riuscita ad istillare una profonda riflessione sui comportamenti ed i segreti che un essere umano è in grado di supportare. La terza stagione di 13 (Tredici) e il suo non stare al passo … La terza stagione purtroppo non riesce a stare al passo con le sue sorelle più grandi, sebbene resti fedele alla morale della seconda, dimostrando che nessuno è linearmente buono o cattivo e che non esiste mai una unica e tragica versione della storia. In questi tredici episodi la tematica di base si perde più volte in colpi di scena, twist e segreti di vario genere che distraggono lo spettatore, portandolo a distaccarsi dalle tematiche principali. Inoltre c’era veramente bisogno che il bullo Bryce Walker (Justin Prentice) facesse una brutta fine o sarebbe stato meglio vederlo percorrere una direzione diversa da quella intrapresa sin dall’inizio? Chi ha già visto le prime stagioni sa bene che per far funzionare Tredici è necessaria una voce narrante, una che conosca diversi punti di vista. Ed è qui che entra in scena Ani (Grace Saif) “la ragazza nuova”. Figlia della badante del nonno di Bryce Walker e nuova studente alla Liberty High, Ani convive con “lo stupratore”, riuscendo ad osservarlo al di là delle critiche e degli insulti: vede in realtà un ragazzo con una vita tanto agiata quanto emotivamente complicata, motivo per il quale è riuscito a guadagnarsi un simile soprannome. Per puro caso, Ani viene accolta nel gruppo di Clay, Justin, Jessica e di tutti i protagonisti delle stagioni precedenti. La strategia di introdurre nel sistema qualcuno che non avesse vissuto gli eventi trascorsi garantisce una nuova luce a Clay come a Bryce. Il trailer inganna svelando subito la morte del bullo, mentre la serie si prende più tempo per arrivarci, unendo flashback del passato al presente in modo da scoprire cos’è successo, per far forse innamorare di nuovo Clay, per supportare la rinascita di Jessica dopo le violenze subite, per far scoprire a Tyler un amico in più dopo la tentata e mancata strage e per mostrare a tutti come anche un mostro come Bryce possa nascondere in sé un essere umano. Il cattivo di Thirteen reasons why lo […]

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Cinema e Serie tv

Technicolor, storia del formato più celebre del cinema

Con il nome Technicolor si raggruppano tutti quei procedimenti utilizzati nell’ambito del cinema a colori. Il nome deriva dall’omonima azienda, la Technicolor Motion Picture Corporation, fondata nel 1914 da Herbert Kalmus, Daniel Frost Comstock e W. Burton Wescott. I primi tentativi di colorazione delle pellicole e il Technicolor process 1 Fin dalla nascita del cinema sono stati fatti molti tentativi per inserire il colore all’interno della pellicola. Le pellicole dei film delle origini potevano essere colorate o fotogramma per fotogramma o imbevute di un’unica tinta di colore con una tecnica detta viraggio. Un primo tentativo di procedimento per pellicole a colori risale al 1908 con il Kinemacolor. Inventato in Inghilterra da George Albert Smith e perfezionato da Charles Urban consisteva nell’uso di due filtri rossi e verdi per proiettare un film in bianco e nero tramite dei filtri verdi e rossi. In questo modo gli spettatori, osservando la pellicola, potevano vedere le immagini come se fossero colorate. Il primo film girato con il formato Kinemacolor fu il cortometraggio a Visit to the Seaside del 1908. Nel 1914 Herbert Kalmus assieme ai colleghi Daniel Frost Comstock e Burton Wescott fondò la Technicolor Motion Picture Corporation, un’azienda che si specializzò nel creare procedimenti per la coloritura delle pellicole. Il primo formato ad essere prodotto fu il Technicolor Process 1, usato per la prima in The Gulf Between di Wray Physioc del 1917. La tecnica consisteva nel proiettare una pellicola in bianco e nero, i cui fotogrammi scorrevano in una cinepresa dietro al cui obiettivo era posizionato un prisma. In questo modo la luce che entrava all’interno si divideva in due fasci, filtrati con due filtri rosso e ciano ad ogni apertura dell’otturatore. In questo modo si producevano due negativi di selezione. La pellicola negativa permette di ottenerne un’altra in bianco e nero detta positivo. Entrambe vengono poi proiettate su di un proiettore con due obiettivi rosso e ciano alla stessa velocità di due fotogrammi al secondo i quali, fondendosi, si uniscono tramite sintesi additiva e generando così una vasta gamma di colori. Per quanto tale procedimento fosse indubbiamente innovativo, non ci mise molto a mostrare le sue lacune che erano riassumibili in un unico difetto: le immagini andavano spesso fuori sincrono, cioè non combaciavano e bisognava continuamente regolare il prisma della cinepresa. Fatta eccezione per The Gulf Between, nessun altro film adopererà il Technicolor process 1. Il Process 2 Nel 1922 fu introdotto il Technicolor process 2, che non differiva molto dal primo procedimento se non per il fatto che fu adoperata una nuova cinepresa con un diverso prisma e che i positivi ottenuti erano direttamente a colori. In pratica dalla pellicola in bianco e nero, filtrata sempre attraverso i noti filtri rossi e ciano, si ottenevano due positivi che erano anche essi in bianco e nero. In seguito l’argento contenuto in esse veniva rimosso e restava soltanto uno strato di gelatina dove era tracciata l’impronta dell’immagini che venivano colorate (i fotogrammi in rosso con il colore ciano, i fotogrammi in ciano […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

I benefici dei semi di lino: dai capelli all’intero organismo

I semi di lino, derivati dal Linum usitatissimum – una pianta erbacea delle linacee dai fiori color cielo, diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle regioni europee – hanno diverse proprietà benefiche grazie all’alto contenuto di minerali e alle proprietà emollienti e protettive. Oltre ad essere molto utilizzati nella cosmesi, ad esempio per la cura dei capelli, i semi di lino sono anche antinfiammatori e antiossidanti ed aiutano, dunque, a prevenire e contrastare alcuni disturbi fisici. Vediamo insieme nel dettaglio quali sono i benefici dei semi di lino. I benefici dei semi di lino per i capelli I semi di lino, o meglio l’olio che se ne estrae, sono molto utilizzati, come detto, nella cosmesi. Grazie alle sue proprietà antiossidanti, l’olio di semi di lino aiuta a mantenere una carnagione liscia e idratata, e dunque a contrastare la lassità dei tessuti e l’insorgere delle rughe. Tuttavia, l’olio di semi di lino è notoriamente più utilizzato per la cura dei capelli. In caso di capelli secchi, spenti e sfibrati è consigliabile infatti versare su di essi qualche goccia di olio per renderli più morbidi e lucenti. Ecco una ricetta fai da te per preparare un impacco di olio di semi di lino: lasciare i semi per mezz’ora in ammollo, successivamente cuocerli nella stessa acqua a fuoco medio. Aggiungere qualche goccia di olio d’oliva per rendere l’impacco ancora più nutriente. Filtrare la miscela ottenuta per eliminare i semi; infine applicarla sui capelli asciutti lasciando agire per qualche minuto. Il risultato sarà una chioma splendente e morbida. Si può, in alternativa, miscelare 5 cucchiai di olio di semi di lino a un cucchiaino di limone al fine di ottenere un composto da applicare sui capelli prima dell’abituale shampoo. La miscela va distribuita sulle ciocche con l’aiuto di un pettine a denti larghi e lasciata in posa per 20 minuti. Dopo lo shampoo i capelli saranno morbidi e lucenti. L’olio di semi di lino è anche un ottimo rimedio antiforfora, in quanto normalizza la produzione di sebo e, se nebulizzato sui capelli asciutti, aiuta a prevenire la formazione di doppie punte. Semi di lino: i benefici sull’organismo Non solo pelle e capelli, i semi di lino hanno qualità benefiche per l’intero organismo. Essendo ricchi di acidi grassi monoinsaturi come l’acido oleico e grassi saturi come l’acido stearico e palmitico, nonché di mucillagini emollienti, proteine, sali minerali e lignani (un genere di polifenoli antiossidanti), i semi di lino sono infatti in grado di contrastare funghi e batteri. Gli acidi grassi in essi contenuti esercitano inoltre una potente azione antinfiammatoria e immunostimolante e intervengono nella formazione delle membrane cellulari, rinforzandole e contrastando i processi infettivi e degenerativi e l’invecchiamento dei tessuti. Ancora, i semi di lino apportano benefici al sistema cardiovascolare promuovendo l’espulsione del colesterolo “cattivo” (LDL) e regolarizzando il battito cardiaco. Aiutano anche a smaltire i trigliceridi, mantenendo le arterie pulite e regolando la pressione sanguigna. Secondo alcuni studi, inoltre, consumare in maniera costante i semi di lino aiuta a prevenire l’insorgere di […]

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La casa come spazio vitale: prendersene cura come lo si fa con corpo e spirito

Letti, living, armadi, cucine, bagni e camerette: quando ci si accinge ad arredare la propria casa, bisogna curare ogni dettaglio ed essere attenti a coniugare funzionalità e gusto estetico. La casa è l’estensione del nostro io e dei nostri desideri, ed è l’oasi in cui trovare ristoro dagli affanni quotidiani, respirare rilassarsi ed abbassare le difese, e pertanto bisogna modellarla come se fosse un’estensione del nostro corpo e del nostro spirito. Che sia un restyling per riorganizzare gli spazi oppure un progetto di arredamento ex-novo, bisogna poter disporre di un’ampia scelta di marchi di qualità, per qualunque tipo di esigenza. I colori, i materiali e la sostanza sono essenziali per mettere a punto un progetto di qualità, e chi ha la fortuna di disporre di un giardino ha molta più possibilità di scelta: la cura del proprio spazio verde è essenziale e non va assolutamente sottovalutata, poiché è importante sapere con esattezza i tipi di piante che si possono coltivare, così come quelle ornamentali da posizionare nei vari punti dell’appartamento, per donare luce e freschezza all’ambiente. Da non sottovalutare nemmeno il fai da te: il bricolage e il riciclo di materiali possono essere davvero una soluzione vantaggiosa e creativa, dai più piccoli e semplici accessori fino ad arrivare all’allestimento di veri e propri mobili, in casa o fuori in giardino. Risulta molto semplice riutilizzare materiali o oggetti abbandonati per convertirli in complementi d’arredo originali: dalle cassette per la frutta in legno opportunamente dipinte, colorate e trasformate in scaffali per asciugamani, cosmetici, passando per la creazione di mensole per le spezie, l’olio, il sale e il caffè, fino alla realizzazione di contenitori di giochi per i bambini o di veri e propri mobili, come i divani allestiti in giardino con pallet o bancale. Il bricolage può fornire lo spunto per momenti ludici coi propri amici e figli: è molto soddisfacente realizzare oggetti per la casa con le proprie mani, oppure divertirsi col décopauge, ritagliando e incollando strisce di carta colorata su materiali come legno, metallo, vetro e in alcuni casi anche plastica. Tra i metodi più creativi per prendersi cura dei propri spazi va annoverato sicuramente lo stencil: immaginiamo una cucina spaziosa, luminosa, con le pareti decorate con disegni realizzati in precedenza, magari da noi o dai nostri figli. Potreste divertirvi a realizzare insieme le mascherine per gli stencil (di solito in cartoncino) e a decorare le pareti della vostra casa. Ma nulla va improvvisato,  e sicuramente vi è bisogno di una guida per orientarsi nel mare magnum del mondo dell’arredamento, così come è forte l’esigenza di affidarsi ai migliori marchi e seguire gli influssi e le tendenze dei professionisti. Lo shopping online giunge quindi in aiuto, sia ai neofiti che agli appassionati di decorazione e arredamento, e a tal proposito può quindi risultare molto utile spulciare il web alla ricerca di idee o di una galleria dei migliori prodotti o marchi, come quella presente sulla piattaforma Homelook. Perché la casa è il nostro spazio vitale, e prendersene cura richiede lo […]

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Cioccolato bianco: i segreti della sua produzione

Burro di cacao, zucchero, derivati solidi del latte. Il pallido aspetto del cioccolato bianco è una conseguenza degli ingredienti che lo compongono e una caratteristica che lo rende inequivocabilmente diverso, per aspetto quanto per sapore, dal classico cioccolato fondente o al latte. La differenza sostanziale con gli altri tipi di cioccolato è l’assenza, nel cioccolato bianco, di un ingrediente fondamentale: la pasta di cacao. L’ingrediente principale dei suoi concorrenti bruni è quindi del tutto assente nel cioccolato bianco che, per questa ragione, non viene considerato un appartenente alla stessa famiglia in senso stretto. Eppure questo alimento, che esiste dal 1930, è entrato in tutti i supermarket come fratello minore del cioccolato tradizionale e si è meritato il posto d’onore al suo fianco. Il metodo di produzione, la distribuzione in tavolette, il confezionamento fanno sì che esso rientri tra gli alimenti derivati dal cacao, se non chimicamente almeno per analogia. I valori nutrizionali del cioccolato bianco Il cioccolato bianco è ottenuto dalla lavorazione di burro di cacao, saccarosio, latte vaccino o i suoi derivati (principalmente latte in polvere). Secondo una direttiva dell’anno 2000 esso, per essere considerato bianco, deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca del latte – all’interno di questa inoltre i grassi del latte devono essere presenti in quantità non inferiore al 3,5%. Il burro di cacao è una sostanza grassa ottenuta dalla lavorazione dei semi di cacao. Il latte in polvere è un prodotto ricavato dalla disidratazione del latte vaccino. Il saccarosio è il semplice zucchero da tavola. Per la mancanza della pasta di cacao il cioccolato bianco, a differenza di quello fondente, non vanta di alcun potere antiossidante, né è caratterizzato dagli innumerevoli benefici che quest’ultimo apporterebbe all’organismo. L’aspetto positivo dell’assenza della pasta di cacao potrebbe tuttavia essere la conseguente assenza di molecole nervine stimolanti. Per questo motivo le tavolette bianche sono considerate più adatte per i bambini e per le persone sensibili alla caffeina. L’elevata quantità di zuccheri semplici e acidi grassi rendono il cioccolato bianco un alimento ad alto contenuto calorico. Infine esso non è adatto agli intolleranti al lattosio. Come si produce? Le fasi della lavorazione La prima barretta di cioccolato bianco è stata inventata in Svizzera nel 1930. Dal 1967 l’azienda Nestlé – dal nome di Henri Nestlé, che inserì il latte nella lavorazione del cioccolato – iniziò a commerciare il Galak, una barretta prodotta ancora oggi. Il cioccolato bianco per la sua produzione segue le stesse lavorazioni del cioccolato fondente, a partire dalla preparazione dell’impasto che viene passato dalle raffinatrici fino a quando è pronto per il concaggio. Durante questo passaggio, l’impasto è sottoposto a miscelazione perpetua a temperatura controllata fin quando si sarà ottenuta una massa liscia e omogenea. È il momento della tempra: l’impasto è raffreddato e riscaldato nuovamente affinché, controllando la temperatura e i tempi di posa, esso possa ottenere la cristallizzazione desiderata. Lo step successivo è quello della formatura del cioccolato fuso che assume la forma dello […]

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Che cos’è il cioccolato fondente? Storia e lavorazione

Profumato, delizioso e ricco di caratteristiche nutrizionali ottime, il cioccolato fondente ha conquistato il cuore di tutti. Connubio perfetto tra il sapore irresistibile e l’attenzione verso la salute e il benessere, il cioccolato fondente è un derivato dei semi dell’albero di cacao. Secondo una legge del 2003 per essere definito “fondente” deve possedere i seguenti requisiti: almeno il 43% di cacao, burro di cacao non inferiore al 28% e pasta di cacao tra il 55% e il 70%. Il cioccolato fondente ha una storia molto antica e, prima di arrivare alle nostre labbra, attraversa una scrupolosa lavorazione sotto le direttive dei grandi maestri dell’arte del cioccolato. Per gli appassionati di questo alimento, ogni volta che ne si assaggia un pezzo si viaggia alla scoperta del gusto che lo contraddistingue. Alla scoperta del cioccolato fondente: tutto ebbe inizio con il cacao Theobroma cacao: è questo il nome scientifico del noto albero sempreverde dalle foglie ovali. Il segreto del cioccolato risiede nel frutto a forma di cedro, nella cui polpa asprigna si nasconde il seme di cacao. La pianta di cacao era presente nell’America Centrale già 6.000 anni fa. A spiegarne l’origine è un’antichissima leggenda azteca. Si narra che una principessa fu lasciata dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro. Quando la principessa si rifiutò di rivelare ai nemici il nascondiglio fu uccisa. Dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza della donna ma forti ed eccitanti come la sua virtù. I Maya mischiavano al kakaw acqua calda e aromi di varia natura come chili, vaniglia, peperoncino e pepe, per ricavarne delle bevande. Questo popolo fu il primo coltivatore della pianta di cacao nella penisola dello Yucatan e sulla costa pacifica del Guatemala. Per i popoli precolombiani i chicchi di cacao erano così preziosi da essere usati come monete. Non tutti potevano assaporare la bevanda al cacao: sovrani, nobili e guerrieri ne erano gli unici beneficiari. Il cosiddetto “cibo degli dei” era poi utilizzato per i sacrifici religiosi. Le cose iniziarono a cambiare da quando Cristoforo Colombo provò il cacao durante il suo quarto viaggio in America. I primi chicchi arrivarono in Europa ma non ottennero molta attenzione per il loro gusto troppo amaro. Il cacao iniziò la sua emigrazione intorno alla metà del Cinquecento. Il cioccolato arriva in Europa e ne conquista i cuori (e il mercato) Il cioccolato fondente arrivò in Europa sotto forma di bevanda. Gli ordini monastici spagnoli, custodi di una lunga tradizione di miscele e infusi, cercarono di correggere il sapore amaro del cioccolato fondente aggiungendovi vaniglia e zucchero; tolsero invece dai tradizionali miscugli le spezie come il pepe e il peperoncino. Nel Seicento il cacao arrivò alla corte dei Medici in Toscana e si diramò progressivamente nel Nord Italia, specialmente a Torino e a Venezia, dove nel Settecento nascono le prime botteghe del caffè. Tra i migliori maestri cioccolatai attivi in Italia ricordiamo Gay-Odin a Napoli. Il cioccolato raggiunse presto la Francia, l’Inghilterra […]

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Hybris: Tra mitologia e sindrome psicologica

Dal folle volo di Ulisse alla tela di Aracne, sono molti gli episodi della cultura greca che ruotano intorno all’Hybris, il difetto fatale che caratterizza la maggior parte degli eroi dei miti che tanto amiamo. Tracotanza, orgoglio, trapasso dei limiti umani: nella cultura attuale sono molte le denominazioni con cui si è cercato di spiegare il significato di questa parola. Tuttavia, prima ancora di essere utilizzato all’interno della cultura letteraria, nell’Atene classica assumeva il ruolo di termine giuridico, il quale andava a classificare un tipo di reato -o di affronto- di particolare gravità, ma senza specificare quale tipo di reato fosse. In ambito giuridico, si andava a condannare un atto nato dal piacere di umiliare una persona considerata inferiore, dimostrando tutta la propria forza e superiorità. Col tempo, però, è andata a caratterizzare anche fortemente la mitologia del mondo classico, ponendosi come uno degli affronti maggiormente puniti dagli dei. Parlando di prevaricazione, infatti, nella cultura greca, la hybris si definisce come tentativo di superare i limiti umani, ponendosi al pari o al di sopra delle divinità stesse. Gli eroi protagonisti delle storie di guerre e amori, sopravvalutano sempre le proprie forze al punto da credere di poter sfidare quelle divinità che li hanno creati e consentono loro una vita tranquilla. Un affronto di tale genere, quasi sempre, una vendetta da parte di quelle stesse divinità che sono state oltraggiate dal comportamento umano. Ed è per questo motivo che, all’interno dei miti greci, la figura della Hybris viene sempre affiancata a Nemesis come diretta conseguenza delle proprie azioni, e a Dike, sua contrapposizione, ovvero la Giustizia divina che mette in atto la vendetta nei confronti dell’eroe. L’Hybris affonda le sue radici sin dall’inizio dei tempi, almeno secondo la mitologia classica. Attraverso la condivisione e la diffusione dei miti, venivano insegnati agli uomini anche i caposaldi e i valori della società in cui vivevano. Pertanto, come una sorta di scuola di pensiero, essi venivano istruiti su ciò che si considerava giusto fare e su ciò che era visto in maniera peccaminosa dagli dei. Il primo a essersi macchiato di tale colpa, infatti, non sarebbe altro che Prometeo, il potente Titano portatore del fuoco all’umanità. Prometeo, infatti, che era stato incaricato di plasmare l’umanità, aveva dato loro qualità che garantissero il progresso degli uomini stessi, cosa malvista da Zeus e dagli altri dei, i quali temevano che le sue creature potessero diventare troppo intelligenti. Motivo per cui, il re degli dei privò gli uomini del fuoco divino, che fu ritrovato e consegnato all’umanità da Prometeo stesso, garantendogli una punizione esemplare. Per aver posto gli uomini nella condizione di peccare di superbia, infatti, Prometeo venne legato a una roccia mentre delle aquile divoravano ogni giorno le sue viscere, le quali venivano rigenerate il mattino seguente. Secondo la mitologia, quindi, è stato lo stesso Prometeo ad aver messo gli uomini in condizione di sopravvalutare le proprie forze e di sfidare di volta in volta gli dei, in numerosi altri miti. Basti pensare ad Aracne, trasformata in un […]

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Aspasia: il mito di una donna indipendente

Aspasia, donna celebrata da poeti e filosofi antichi e moderni, è un esempio di donna intraprendente e libera, le cui notizie biografiche sono intessute in sparute testimonianze letterarie, motivo per il quale risulta essere una sorta di fantasma mitico che ricompare negli scritti di importanti uomini del tempo, quali Plutarco, Platone, Senofonte e Aristofane. Scopriamo insieme l’intrigante vicenda biografica di una donna che fa discutere ancora a distanza di secoli, come tutte le donne brillanti. La discussa vita di  Aspasia, una donna-mito Aspasia nasce a Mileto nel V secolo a.C., probabilmente da una famiglia mediamente benestante. Le notizie biografiche che la riguardano sono alquanto contrastanti, e si alternano testimonianze che la vedono legata all’uomo politico più importante del tempo, ovvero Pericle, ad altre che collegano la sua indipendenza al suo essere un’etera, ovvero una cortigiana acculturata, forse sinonimo di un pregiudizio maschilista che non conosce tempo, non potendo incasellare Aspasia nella perfetta categoria di femminilità del tempo: una donna silente e taciturna, che si occupa dei figli e del marito, oltre che delle faccende domestiche. Aspasia rompe gli schemi, essendo, se diamo per vera la prima ipotesi, la compagna di un influente uomo politico, che però aveva rotto il suo precedente matrimonio per lei, e con il quale conviveva, senza essere sposata. Pericle aveva inoltre promulgato una legge sul diritto di cittadinanza che la vedeva non solo straniera ad Atene, ma che le impediva inoltre di avere una progenie legittima. Nonostante ciò Aspasia diede a Pericle un figlio, chiamandolo come il padre. Nella Vita di Pericle, Plutarco ci racconta di Aspasi, e di quanto il compagno l’amasse e lo dimostrasse anche in pubblico, senza però riuscire a spiegarsi cosa trovasse di così fuori dal comune nella donna. Aspasia non è infatti ricordata per la sua bellezza straordinaria, bensì per il suo fascino e il suo carisma in grado di incantare alcuni dei più grandi filosofi del tempo quali Socrate e Senofonte, che la ricordano nelle loro opere con una sorta di venerazione dovuta al suo spirito libero e indipendente. Sono invece i poeti comici ad attaccarla e a rappresentarla come un’etera e una cortigiana ammaliatrice. Da Cratino, in una satira, è definita “Giunone libertina”. Gli attacchi non saranno però meramente letterari: la donna verrà portata in tribunale con l’accusa di empietà e lenocinio e solo le lacrime di Pericle potranno salvarla. Alla morte di Pericle, sopraggiunta qualche anno dopo, la donna non si perderà d’animo sposando Lisicle, uomo meno importante del primo, ma comunque in grado di garantirle una certa stabilità. La sua memoria sopravvive inoltre nei dialoghi socratici di Eschine e Antistene. In nessun caso Aspasia risulta essere una donna priva di risorse e sembra uscire vittoriosa anche dagli avvenimenti più infausti. Il suo amore per Pericle assurge a modello di amore indipendente e più forte di qualsiasi necessità di legittimazione, e forse è proprio in questo che si esplica la carica di modernità e di indipendenza di una donna che per queste due sole caratteristiche è sopravvissuta al […]

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Fermo e Lucia, un vero e proprio romanzo a sè

“Fermo e Lucia” è la prima stesura del romanzo di Alessandro Manzoni successivamente rielaborato e pubblicato col titolo “I Promessi Sposi”. Il 24 aprile 1821 è la data d’inizio di un nuovo capitolo della storia della Letteratura Italiana, il giorno in cui Alessandro Manzoni dà avvio alla stesura di una pietra miliare della nostra cultura: il Fermo e Lucia. Il manoscritto che conserva questo stato dell’opera riporta, come estremi temporali, l’inizio, 24 aprile 1821, e il termine della scrittura il 17 settembre 1823. La prima data simboleggia il temporaneo arresto del lavoro manzoniano sul già avviato Adelchi per concentrarsi sul nuovo progetto che darà vita a I Promessi Sposi. È la data, insomma, del passaggio dalla tragedia al romanzo, quel romanzo che ha rivoluzionato e innovato il canone italiano, il primo romanzo moderno. Parlare del 24 aprile 1821 come data di inizio de I Promessi Sposi non sarebbe però del tutto corretto. Quello che noi leggiamo, e abbiamo sempre letto, è un testo che ha subito svariate e molteplici revisioni da parte dell’inarrestabile mano del Manzoni. Infatti, il Fermo e Lucia è il primo mattone di una storia romanzesca di successo, quel pezzo iniziale che il successo però non lo ha mai potuto guardare in faccia perché mai divenuto edizione e rimasto sempre e solo allo stadio di redazione. Manzoni non ha mai pubblicato il Fermo e Lucia: terminata la sua scrittura, il testo viene sottoposto alla revisione dei fidati amici Fauriel e Visconti, dopodiché, facendo tesoro dei giudizi e postille degli amici, inizia il lungo e tortuoso lavorìo di perfezionamento che ha condotto direttamente alla Ventisettana, ovvero all’edizione pubblicata con il titolo ufficiale di I Promessi Sposi. Il Fermo e Lucia non va dunque considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, bensì un’opera autonoma, dotata di una struttura del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell’autore. Rimasto per molti anni inedito (sarebbe stato pubblicato solo nel 1915 da Giuseppe Lesca, col titolo Gli sposi promessi), il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell’opera è meno elaborata di quella de I Promessi Sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell’autore che crea un tessuto verbale ricco, ove s’intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere. Nella seconda Introduzione a Fermo e Lucia l’autore definì la lingua usata «un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall’una o dall’altra di esse». Oltre all’aspetto linguistico, che Manzoni maturerà per tutti gli anni ’20 e ’30 (fino alla stesura della Quarantana), il Fermo e Lucia differisce profondamente da I Promessi Sposi per la struttura narrativa più pesante, dominata dalla suddivisione in quattro tomi e dalla mancata scorrevolezza dell’intreccio narrativo, dovuta ai frequenti interventi dell’autore o alla narrazioni dettagliate delle vicende di alcuni protagonisti, specie della monaca di Monza. Uno spunto per la trama del racconto gli fu suggerito dall’“Historia Patria” di Giuseppe Ripamonti e dal trattato […]

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Fernando Pessoa: le inquietudini e i segreti

Se si volesse provare a raccontare il genio di Fernando Pessoa, si dovrebbe cominciare proprio dal suo cognome. “Pessoa” in portoghese significa persona. In effetti attraverso la penna di Pessoa vissero e si conquistarono l’immortalità letteraria più persone: Fernando António Nogueira Pessoa (questo il nome completo) amava scindersi in tanti eteronimi, ovvero le varie persone a cui affidava il suo io tormentato e scomposto. Dichiarava di vivere da solo con se stesso e di aver individuato nell’isteria l’origine delle tante persone cui dava voce, forse per sopperire alla mancanza di un centro nella propria essenza. Misterioso, complesso, introverso e perennemente insoddisfatto: il portoghese Fernando Pessoa era questo e tanto altro. Il lascito della sua letteratura è denso di misteri e di significati difficili da decifrare ma nei quali ogni lettore ritrova un po’ delle proprie inquietudini più recondite. Fernando Pessoa: la vita, i sogni, la morte dello scrittore portoghese Riconosciuto come il più significativo poeta moderno del Portogallo, per i più Fernando Pessoa è la rappresentazione letteraria perfetta del Ventesimo secolo. Originario di Lisbona, dove trascorse la maggior parte della sua vita, durante il suo trasferimento a Durban in Sudafrica, a seguito della morte del padre, apprese impeccabilmente la lingua inglese, sebbene egli stesso dichiarasse che “la mia patria è la lingua portoghese”. A Lisbona abbandonò presto l’Università e cominciò a lavorare come corrispondente commerciale, giornalista per diverse riviste, animatore dei circoli letterari di Lisbona e traduttore. Ma la letteratura, la poesia e la divulgazione culturale furono la grande vocazione di una vita intera: addirittura Pessoa cercava di concentrare i propri impegni lavorativi in soli due giorni della settimana per poter dedicare i restanti alla propria passione. Morì in una clinica di Lisbona nel 1935 a causa di una crisi epatica, probabilmente causata da un abuso di alcool. La sua vita, caratterizzata da eventi poco significativi e sempre vissuti con discrezione, fa da sfondo a una produzione letteraria universale e folgorante. L’unico libro pubblicato in vita da Pessoa, quello che si fa più specchio della persona di Pessoa, è Mensagem (Il Messaggio). Una letteratura di evanescenza e enigmi La sua curiosa spersonalizzazione, insieme all’enigmaticità del suo stile, all’insoddisfazione esistenziale e all’affinità con il misticismo e l’occultismo, rendono Pessoa una delle figure culturali più influenti del Modernismo e della Letteratura europea in genere. Conoscere Fernando Pessoa è conoscere i suoi eteronimi, uno dei tratti più singolari della sua produzione poetica: in un universo di caos, frammentarietà, dispersione e disarmonia come quello che Pessoa riportava sulla pagina, egli si sentiva altrettanto privo di un centro, pluridimensionale, spezzato. Tra gli eteronimi più conosciuti si ricordano quelli di Ricardo Reis, Bernando Soares, Alberto Caeiro. 27.543 gli scritti inediti pervenuti in un baule dopo la sua morte, avvenuta silenziosamente come egli aveva vissuto. Il suo verso sciolto testimonia l’influenza di Walter Whitman. Un sottofondo di dolore, la sfiducia verso l’umanità e il mondo, lo spessore psicologico, un senso perenne di noia, la sua insaziabile ricerca, la concezione della letteratura come maniera di impaginare tutte le […]

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Pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 e la controcultura

Ricoperto di disegni inneggianti al peace n’love e con a bordo gruppi di alternativi: quando si pensa ad un pulmino hippie viene in mente questo. Bus e pulmini hanno avuto un ruolo importante nella controcultura hippie, e ne sono stati anche uno degli aspetti più appariscenti: difficile non notare un Greyhound a colori sgargianti trasformato quasi in comune semovente. Diversi modelli di veicoli sono stati utilizzati dalla controcultura hippy, ma solo uno è nell’immaginario il “pulmino hippie” per eccellenza. È il Volkswagen Modello 2, generazioni T1 e T2, meglio noto come Transporter o Kombi. Il pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 Inizialmente pensato come veicolo da lavoro basato sull’altrettanto famoso Maggiolino (Type 1 per la Volkswagen), il Type 2 negli Stati Uniti diventa il “pulmino hippie” per diversi motivi. Innanzitutto era relativamente economico da acquistare e manutenere, sia per la semplicità costruttiva che per la diffusione dei veicoli Volkswagen. A questo si aggiungevano una notevole robustezza del mezzo ed una scarsa necessità di manutenzione/riparazioni (che nel caso non erano nemmeno eccessivamente complicate). Era spazioso, per cui era possibile viverci all’interno, trasformandolo in una sorta di camper, e allo stesso tempo facile da guidare e poco assetato di carburante. Perfino l’aspetto lo rendeva controculturale. In quegli anni negli Stati Uniti erano di moda berline eleganti e muscle car dalle elevate prestazioni, di cui il Kombi era l’esatto opposto: un veicolo da lavoro spartano, lento (ma inarrestabile) e dalle linee amichevoli. Era insomma un simbolo di ribellione anche nella scelta di un veicolo. Unico aspetto meno brillante del “pulmino hippie” era il motore, che anche per avere bassi consumi, era poco potente, solo 25 hp. Nel Kombi era sfruttato al massimo delle sue potenzialità, permettendo un carico di nove passeggeri o 750 kg, ma velocità ed accelerazione ne risentivano. Questa però era una caratteristica apprezzata dai passeggeri del “pulmino hippie”, con la filosofia nell’andare piano e apprezzare il viaggio. Il Volkswagen Type 2 è insomma nato come mezzo da lavoro ma diventato noto come “pulmino hippie”. Ha dato un contributo notevole al movimento ed alla sua filosofia che includeva viaggi e festival, come mezzo di trasporto economico, anticonformista e facile da personalizzare per propagandare le proprie idee. La sua carriera non si è però fermata con la fine del movimento hippie alla fine degli anni Sessanta. La prima generazione del Type 2 è andata fuori produzione in Europa e USA nel 1967, che per una curiosa coincidenza è lo stesso anno in cui il movimento hippie organizzò il proprio funerale simbolico. La generazione successiva del pulmino hippie per antonomasia è rimasta invece in produzione, in particolare il modello T2c, in Brasile fino al 2013, ben 63 anni dopo il lancio del primo modello di Kombi. Francesco Di Nucci Immagine: foto (con modifiche e ridimensionata) di Marshall Astor, licenza CC BY-SA 2.0

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Orologi subacquei: come scegliere il modello più adatto

Il settore dell’orologeria sta vivendo un momento di successo anche se ancora non ha raggiunto i numeri del 2015, anno in cui si è registrato un aumento decisivo. Tra i numerosi modelli proposti dai vari brand sul mercato, gli orologi subacquei rappresentano una delle preferenze indipendentemente dal genere e dalla fascia di età. Un accessorio che mette tutti d’accordo. Il motivo è semplice: si tratta di un accessorio estremamente utile, versatile e spesso anche alla moda. Gli orologi subacquei colorati sono i più in voga d’estate. Nessuno sa resistere al loro fascino, all’allegria e al colore dei vecchi Scuba degli anni 80-90, con cui generazioni di ragazzini sono cresciuti. Ad oggi però si contrappongono modelli di marche come Swatch che ogni estate propongono colorazioni e trame diverse perfette da abbinare a costume ed infradito preferiti. A quanto pare, sembra proprio che la moda degli orologi capaci di resistere all’acqua riesca con naturalezza a convivere con le tendenze più audaci come tatuaggi, abiti firmati e capelli rosa. Novità o tradizione? Si può assolutamente dire che gli orologi subacquei non sono certo una novità. Il primo modello fu realizzato verso gli anni 20, anche se è nel 1926 che il fondatore della ben nota Rolex, Hand Wilsdorf creò un orologio da polso impermeabile e resistente alla polvere chiamato Oyster. Fu testato da Mercedes Gleitze un anno dopo, durante il tentativo di attraversare la Manica a nuoto. Nonostante questo primo esemplare, fu la Omega a creare linee di orologi subacquei non esclusivamente per nuotatori. Due anni dopo, precisamente nel 1934 fu Panerai a buttarsi nell’avventura della produzione di questi orologi. Il seguito è ben noto a tutti. È il 1956, però, l’anno che segna una svolta nel settore, anno in cui questi accessori sono stati considerati i più resistenti e precisi in assoluto. In questo anno, infatti, durante l’uscita di The Silent World, uno dei primi documentari ad utilizzare una cinematografia subacquea, il co-regista Jacques-Yves Cousteau indossava un Rolex Oyster Perpetual Submariner, cioè il primo orologio da polso di precisione sviluppato per l’uso sottomarino. Questo non basta, perché poco tempo dopo è stato visto indossare a Sir Edmund Hillary mentre raggiungeva la cima del Monte Everest in una delle prime spedizioni. Da questo momento nessuno potrà fare a meno degli orologi impermeabili.

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Rimanere concentrati alla guida: 5 consigli utili

Quando ci si trova a guidare per molte ore non sempre è facile rimanere concentrati e ben svegli. Ecco 5 facili consigli da seguire per mantenersi nelle migliori condizioni possibili per guidare la propria vettura. Quando si devono percorrere dei viaggi molto lunghi, è facile che in alcuni momenti ci si senta particolarmente stanchi. Per evitare questo problema, è bene seguire una serie di semplici consigli e suggerimenti. Quando un automobilista è distratto, può diventare un problema per sé stesso, per le persone che sono sulla stessa vettura e anche per le persone che incontra alla guida. In pochi secondi, può succedere che si creino le condizioni per un incidente. 1. Avere una vettura in perfette condizioni Il primo punto da prendere in considerazione, è quello di avere una vettura in grado di rispondere anche alle condizioni di guida più estreme e improvvise. Una frenata all’ultimo minuto, una brusca manovra o altro in alcuni casi possono essere evitati. Avere un impianto frenante in ottime condizioni, la giusta pressione dei pneumatici e dei pneumatici non consumati è molto importante. Per chi vuole ottenere maggiori informazioni su come tenere nel migliore dei modi la propria vettura, Oponeo offre una serie di consigli del tutto gratuiti (il sito internet si può raggiungere a questo indirizzo www.oponeo.it). Sulle pagine del catalogo online, si possono acquistare pneumatici delle migliori marche come Michelin, Bridgestone e Pirelli. Una vettura dove è stata eseguita la giusta manutenzione, risponderà in maniera sicuramente più reattiva di una dove non è stata eseguita nessuna manutenzione o controllo. 2. Rimani ben idratato Essere disidratati porta a ridurre le proprie prestazioni cognitive. Questo, può portare ad effetti dannosi quando ci si trova alla guida di un mezzo e si deve elaborare una serie di informazioni nel più breve tempo possibile. Un conducente leggermente disidratato ha il doppio delle probabilità di commettere degli errori alla guida di uno che è idratato. Avere una bottiglia – o più bottiglie di acqua se si guida in estate – nella propria macchina può essere molto importante. Possono anche non essere fresche, l’importante è che siano presenti e pronte all’utilizzo senza far togliere gli occhi dalla strada a chi guida. 3. Non guidare quando si è stanchi Quando si è alla guida da assonnati nelle ore notturne, i propri riflessi non sono sicuramente reattivi come durante le ore diurne. Per chi deve percorrere molti chilometri durante la notte, e magari ha delle ore di sonno arretrate, è bene che abbia una persona al suo fianco per mantenere vigile il cervello. Nel caso si deve guidare da soli il proprio mezzo, è bene prendere in considerazione la possibilità di fermarsi e schiacciare un pisolino. In questo modo, si dà la possibilità al cervello e al corpo di riposarsi e recuperare lucidità. 4. Non usare il telefono alla guida Quando si guida è bene non utilizzare il telefono o il personal computer per qualsiasi motivo. In una buona percentuale di incidenti in città o nelle strade a percorrenza veloce, il […]

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Fun e Tech

Neuralink e l’interfaccia uomo-macchina

Neuralink ha finalmente svelato al mondo il suo progetto: collegare la mente umana al computer con dei sensori impiantati nel cervello. Dopo due anni di silenzio stampa, il 16 luglio Neuralink ha parlato. L’azienda statunitense di neuro tecnologie ha finalmente mostrato al mondo i progressi fatti nel campo delle interfacce uomo-macchina e i risultati hanno dell’incredibile. Sarà possibile collegare il cervello umano al computer, o almeno i test compiuti sugli animali fanno ben sperare. L’obbiettivo di Neuralink è quello di aiutare i pazienti in stato di paralisi, permettendo loro di controllare le protesi con il pensiero. Non deve sorprendere che dietro Neuralink, ci sia la figura di Elon Musk, che non perde mai occasione di lanciarsi in progetti quanto meno insoliti. Durante la diretta streaming in cui sono stati annunciati i risultati, Musk si è lasciato sfuggire un particolare che ha incendiato la curiosità della stampa mondiale. A quanto pare, tramite la tecnologia Neuralink, una scimmia è già riuscita a controllare in remoto un computer. Ovviamente, da qui a parlare di sperimentazioni su essere umani il percorso non è dei più semplici, e con la conferenza del 16 luglio l’intento di Neuralink è stato proprio quello di accendere i riflettori su questo tipo di tecnologie e invitare le menti più brillanti del mondo a fare domanda di lavoro presso la società statunitense. Come lo stesso Musk ha affermato è importante far capire alle persone che questo tipo di futuro non è troppo lontano, condividendo con il mondo la sua visione delle cose. I fili nel cervello. La tecnologia dietro il progetto è decisamente sofisticata, ma non è “rivoluzionaria” come si potrebbe credere. Neuralink ha sviluppato dei fili sottilissimi di un materiale flessibile da inserire all’interno del cervello. Spessi dai quattro ai sei micrometri (più sottili di un capello), i fili richiedono l’uso di una macchina per essere inseriti, un robot che opera ad altissima precisione, capace di inserire sei fili al minuto in completa autonomia. A causa della loro flessibilità, è quasi impossibile inserirli senza ausilio robotico, ma questa loro caratteristica li rende decisamente meno pericolosi rispetto ai predecessori di Neuralink. L’antenato più famoso, BrainGate, sviluppato dalla Brown University, utilizzava degli aghi rigidi, che non potendo adeguarsi agli spostamenti naturali del cervello nella scatola cranica, finivano per lesionare la materia grigia. I fili di Neuralink possono adeguarsi flettendosi e inoltre, sono capaci di trasmettere molte più informazioni rispetto al sistema di BrainGate. Max Hodak, figura di spicco e co-fondatore della società americana, ha comunque tenuto a precisare che Neuralink “poggia sulle spalle dei giganti” e che i risultati conseguiti sono frutto di anni e anni di ricerche accademiche. Un gesto di modestia abbastanza raro in Silicon Valley. Una volta recepiti i segnali cerebrali, gli impulsi verranno mandati ad un chip posizionato dietro l’orecchio, chiamato “N1 sensor”, che li amplificherà e li inoltrerà ad un computer. Per ora lo scambio di dati avviene tramite una porta USB, ma Neuralink prevede di offrire un sistema wireless, facilmente controllato da un’applicazione sul proprio […]

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Libri

Libri

Amy Bloom racconta Due donne alla casa bianca, storia di un amore (Recensione)

La giornalista Lorena Hickok è all’apice della sua carriera quando viene incaricata di seguire da vicino l’ascesa alla presidenza di Franklin Delano Roosevelt: qui incontra la moglie Eleanor, e si innamora della futura “First Lady of the World”. Tra migliaia di lettere scambiate, il peso dei pettegolezzi e due vite tanto differenti, Amy Bloom con Due donne alla casa bianca racconta un grande amore probabilmente mai consumato e che divide tuttora gli storici. Appena pubblicato in Italia dalla Fazi editore con la traduzione di Giacomo Cuva. Nel 1933 ancora segnati dalle conseguenze della Grande Depressione, Roosevelt diventa il trentaduesimo Presidente degli Stati Uniti d’America e lo sarà fino alla sua morte nel 1945 per una probabile poliomelite di cui soffriva già da tanto, primo presidente ad essere stato eletto per ben quattro mandati. Grazie alla politica riformatrice del New Deal, il paese visse un forte cambiamento che contribuì alla potenza americana; ma si sa che accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande donna, ed Eleanor lo fu senz’altro, non solo per essere rimasta sempre al fianco del suo presidente sostenendolo in tutto, ma anche perché fece tanto per la società più derelitta e ai margini, conquistandosi l’appellativo di “First Lady of the World” dal successore Truman. Pioniera, femminista, attivista, accentratrice, Eleanor Rooselvelt viene ricordata come una leader carismatica e gentile, che metteva in primo piano i diritti dell’uomo prima dei diritti di potere; un’indole che dimostrava anche nella vita privata, un carattere descritto con coerenza da Amy Bloom. La dolcezza e l’empatia mostrata in pubblico sono state caratteristiche che l’autrice ha voluto portare anche all’interno di questa storia mai raccontata sotto forma di romanzo: dove la First Lady è semplicemente Eleanor che, al di là delle apparenze e dei doveri, ama con maturità e per sempre un’altra donna, Lorena, o semplicemente Hick. Tra romanzo e realtà, Amy Bloom racconta una storia d’amore A seguito del ritrovamento di una fitta corrispondenza epistolare tra le due donne, la critica tuttora si divide ipotizzando la vera natura di questo amore. Chi crede che sia stata solo una forte amicizia nata da un sentimento platonico e di fantasia, o chi invece sostenendo il lato erotico delle tante lettere conferma il grande amore di una vita. In questo caso l’autrice (facendo parlare in prima persona Lorena) sceglie esclusivamente di parlare di un amore duraturo nel tempo, tra due donne ostacolate dalle apparenze ma unite da una vita differente: da una parte una donna dell’aristocrazia cresciuta tra gli agi newyorkesi, costretta a legarsi ad un cugino per mantenere l’alto lignaggio della sua famiglia e una futura vita tra la più importante sfera della società. Dall’altra una figlia di un contadino del Midwest, con un’infanzia difficile che la porta giovanissima a fuggire e trovare un posto migliore nel mondo. E ci riesce, diventando una famosa e capace giornalista, fino a ritrovarsi allo stesso tavolo da pranzo del Presidente degli Stati Uniti, Casa Bianca. Lesbica, scorbutica nel suo essere a causa di una vita che l’ha […]

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Libri

Alan Moore torna con La Lega degli straordinari Gentlemen

La Bao Publishing riporta sugli scaffali delle librerie La Lega degli straordinari Gentlemen, una delle opere più apprezzate di Alan Moore con i disegni di Kevin O’Neill. L’acquisizione dei diritti del lavoro di Alan Moore da parte della Bao Publishing segna l’ultima tappa di un processo editoriale travagliato. Inizialmente, infatti, i diritti dell’edizione italiana erano nelle mani della Magic Press, sono poi stati acquisiti dalla Planeta De Agostini e, infine, nel 2012 dalla Bao Publishing. Quest’ultima sta riproponendo, partendo dal primo volume della saga, i volumi della Lega degli straordinari gentlemen nel loro originale formato americano per accompagnare i lettori fino all’uscita del nuovo volume inedito, La Tempesta, che concluderà la serie. L’opera di Alan Moore è nota anche perché nel 2003  è stato liberamente tratto dal fumetto un film omonimo diretto da Stephen Norrington con la sceneggiatura di James Robinson e con l’ultima apparizione cinematografica di Sean Connery. Per quanto riguarda il primo volume di questa serie che riprende i personaggi dei romanzi vittoriani per riproporli in nuove avventure che li coinvolgono in modo corale, basta leggere le parole introduttive di S. Smiles per comprendere quanto l’opera di di Moore e O’Neill si ricca di un umorismo dissacrante: ” […] A tutti quei piccoli diseredati del futuro, auguriamo lunghe ore felici accanto al focolare insieme alle emozioni e alle risate qui contenute, senza però dimenticare i molti punti seri e moralmente istruttivi di cui è pervaso questo racconto: per primo che le donne passano tutto il tempo a lamentarsi. Poi, che i cinesi sono geniali, ma malvagi. Infine che il laudano, assunto con moderazione, fa bene alla vista e previene i calcoli renali. Con questi fatti bene a mente, permetteteci di augurarvi ancora molte ore di piacevole lettura e godimento e il più felice dei Natali per quanti di voi non siano al momento piagati dal rachitismo, sotto regime carcerario o di fede maomettana. Con i migliori auguri del caso mi firmo, Amico e confidente di ogni bambino, S. Smiles (Editor)“. Ricco di sarcasmo e e di citazionismo, questo primo volume della Lega degli straordinari Gentlemen invita il lettore a seguire le avventure di un gruppo di personaggi eccentrici ed unici. In particolare, seguiremo le vicissitudini di Mina Murray, Allan Quatermain, il dottor Jekyll e Mr. Hyde, il Capitano Nemo e Hawley Griffin chiamati a rapporto da Mr. Bond per conto di un misterioso Mr. M per sventare un complotto ai danni dell’impero britannico. Alan Moore impreziosisce il suo fumetto con la presenza di personaggi già noti ai lettori più accaniti e che vengono presi a prestito da romanzi come Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, Ventimila leghe sotto i mari di Giulio Verne, Le miniere di re Salomone di H. Rider Haggard, Dracula di Bram Stoker e Uomo invisibile di H. G. Wells. Tutte le vicende che coinvolgono i personaggi si svolgono in un’atmosfera che richiama, non a caso, il periodo vittoriano non solo cronologicamente ma anche visivamente grazie ai […]

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Libri

Nestor Burma e la bambola: un altro successo di Léo Malet edito Fazi

Le avventure del detective privato Nestor Burma ritornano in libreria con “Nestor Burma e la bambola”, un nuovo successo dell’inconfondibile penna di Léo Malet per Fazi Editore.  Ancora una volta, ritroveremo l’irriverente e perennemente al verde Nestor Burma, il celebre investigatore privato nato dalla fantasia del maestro del noir francese Léo Malet, che, armato di pipa, impermeabile e lingua affilata, sventa il crimine nella fredda e piovosa città di Parigi; questa volta impegnato in un difficile caso che vede per protagonisti due anziani signori, che promettono al nostro squattrinato detective una cospicua somma di denaro in cambio del suo aiuto a smascherare un medico abortista che ben tre anni fa si è reso colpevole della morte della loro giovane nipote, un’avvenente diciottenne, una vera “bambola”, citando Burma, da sempre piuttosto sensibile alle attrattive del fascino femminile. Una “bambola” che merita giustizia, per la sua troppo giovane età, per la compassione che suscitano i due fiduciosi vecchietti, disposti a sacrificare tutto il loro patrimonio per dare giustizia al ricordo dell’amata nipotina e, perché no, per il lauto pagamento che spetterà al detective, su cui già pregusta di mettere le mani, assillato dai creditori. Riuscirà il nostro detective a risolvere brillantemente il caso? Un’altra brillante avventura: Léo Malet si conferma il maestro indiscusso del noir francese   Ma non sarà soltanto per il suo atavico bisogno di soldi che Nestor Burma si offrirà di aiutare l’anziana coppia di coniugi: i due riporranno in lui una tale commovente fiducia e dimostreranno un tale desiderio di giustizia (e forse vendetta) che l’uomo non potrà esimersi dall’accettare l’incarico, tanto più se questo vede per protagonista una così bella e giovane ragazza e se si preannuncia un caso difficile ed interessante: come dimostrare qualcosa che è accaduto così tanto tempo fa e sulla base di pochi e deboli indizi, forniti da due vecchietti che si affidano al polveroso diario di una ragazzina e al loro fiuto? Quale occasione migliore per riportare l’Agenzia Fiat Lux in auge, farsi pubblicità, ritornare a far parlare di sé e così ritornare a far quadrare il bilancio? Il movente che spingerà Nestor Burma ad accettare questo incarico non sarà soltanto il bisogno economico, ma la vanità stuzzicata di un uomo abituato ad essere dipinto come “il detective che mette k.o. il mistero” e che da troppo tempo, ormai, sente la nostalgia delle prime pagine dei giornali, con tutto ciò che ne consegue, anche dal punto di vista economico. Ancora una volta, in questo romanzo di Léo Malet le attitudini e le capacità che abbiamo imparato ad apprezzare in Burma saranno utili allo scioglimento del caso: un innato fiuto per gli intrighi (e per le belle donne), una mente acuta e veloce, sarcasmo e perspicacia, la capacità di servirsi dell’aiuto di poliziotti e giornalisti per arrivare ai suoi scopi, facendo creder loro di star rendendo loro dei servigi e continuando invece a mantenere una propria autonomia di pensiero e di azione sfruttando le occasioni che queste collaborazioni possono rendere, una intelligente (e […]

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Libri

Tutta colpa mia, un romanzo di Juno Dawson

Appartiene al genere young adult il romanzo intitolato Tutta colpa mia, scritto dall’autrice Juno Dawson e pubblicato in Italia da Newton Compton Editori. Alexandria “Lexy” Volkov è una diciassettenne londinese di origini russe, bella e ricca che gode della vita fatta di lussi e privilegi riservati a chi, come lei, fa parte del suo mondo. Le sue giornate trascorrono tra feste e sfilate che le permettono di venire a contatto con i personaggi famosi che frequentano la capitale inglese. Tuttavia, quella che potrebbe apparire come una vita perfetta a chi la guarda dal di fuori è, in realtà, vuota a tal punto da portare la giovane a lasciarsi risucchiare, con la complicità del ragazzo Kurt, nel tunnel della droga. Preoccupato per la sorella minore, Nikolai decide di intervenire portandola – contro la sua volontà e all’insaputa dei genitori – presso il centro “Clarity”, una clinica di recupero situata su un’isola che accoglie giovani che soffrono di dipendenze e disturbi di varia natura. Qui Lexy, che dovrà seguire un programma basato su dodici passi, fa la conoscenza del Dottor Goldstein e dei suoi “compagni” di terapia: Kendall, anoressica; Guy, ossessivo-compulsivo; Sasha, autolesionista; Melissa, alcolizzata; Ruby, attaccata al cibo e Brady la cui dipendenza sarà per Lexy motivo di ulteriore maturazione. Questo perché, malgrado l’iniziale rifiuto della ragazza di quello che considera uno spreco di tempo visto e considerato il suo ostinato negare l’evidenza, la protagonista abbatterà i muri eretti a proteggersi ammettendo di avere un problema e mostrando una reale volontà per risolverlo. Tutta colpa mia e il delicato argomento delle dipendenze giovanili Il romanzo della Dawson affronta, grazie ai diversi personaggi e alle loro storie personali, alcune tra le più diffuse dipendenze che affliggono sempre più il mondo dei giovani. In questo caso specifico, si tratta di ragazzi e ragazze provenienti per lo più da famiglie ricche e, a un primo impatto, potrebbe sembrare che siano solo gli ennesimi figli di papà viziati caduti in tentazione e trovatisi invischiati in qualcosa di più grande di loro per pura e semplice noia. Grazie a una loro conoscenza più approfondita si scopre che, come per la protagonista, le cause che li hanno spinti al punto tale da aver bisogno di essere ricoverati in una clinica, sono in realtà ben più serie. Interessante è l’attenzione verso il processo di maturazione di ognuno di loro e, ovviamente, di Lexy che, da ragazzina scontrosa e snob convinta di poter tenere sotto controllo l’uso che fa della droga perché non ne è dipendente, grazie all’aiuto medico, all’amore e a una nuova consapevolezza di sé, compie quella definitiva metamorfosi che le permetterà di riprendere in mano la sua vita. Tutta colpa mia, nonostante il genere di appartenenza possa portarlo – sbagliando – a essere considerato come frivolo, è un romanzo che ben mette a nudo la realtà contemporanea e dal quale passa chiaro il messaggio che riconoscere di avere un problema, accettare/chiedere aiuto e, soprattutto, lasciarsi aiutare impegnandosi per davvero sono le sole carte vincenti per salvarsi […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Sanità United, il Rione ha di nuovo la sua squadra di calcio

Sanità United è la nuova associazione sportiva dilettantistica del Rione Sanità, a Napoli. Con l’obiettivo di riprendere e tenere viva una tradizione sportiva che parte da lontano e di avviare un lavoro ambizioso che attinge allo sport come volano di crescita e rigenerazione culturale e sociale. Il riscatto di un quartiere, infatti, parte dalla cultura, dallo sviluppo, dal turismo, ma anche dallo sport. E di questo ne sono convinti i fondatori della neonata squadra di calcio che rappresenterà uno dei Rioni più importanti della città. La Sanità United è stata presentata nel chiostro della Basilica di Santa Maria della Sanità, con il patrocinio della Fondazione di Comunità San Gennaro Onlus di padre Antonio Loffredo e dalla Terza Municipalità del Comune di Napoli. Una Municipalità impegnata quotidianamente nella riqualificazione e infrastrutturazione sociale del quartiere. Alla presentazione, moderata da Gianni Simioli, hanno partecipato i Presidenti della squadra Cesare Poli e Michele Zagarola, il Presidente della Terza Municipalità Ivo Poggiani e don Antonio Loffredo che, insieme a tutta la comunità della Basilica, ha donato alla squadra un pallone autografato dai giocatori del Napoli come segno di incoraggiamento. Cesare Poli e Michele Zagarola, artigiani barbieri e figli del Rioni Sanità, con l’aiuto del direttore sportivo Francesco Dell’Aquila e del team manager Luca Zagarola, hanno da sempre sognato di restituire al proprio luogo d’infanzia una realtà calcistica solida. La costruzione della nuova squadra è, dunque, nata nel segno dell’aggregazione e della solidarietà, e ha visto la partecipazione e il sostegno di numerose realtà imprenditoriali del territorio. “Quando abbiamo presentato il nostro progetto” – raccontano i Presidenti – “imprenditori e commercianti del quartiere, e con loro le istituzioni e le associazioni, ci hanno subito sostenuti. Per questo abbiamo scelto di chiamarci Sanità United, perché vogliamo rappresentare la Sanità Unita”. Il Rione Sanità si è immediatamente stretto attorno a questa iniziativa che colma un vuoto durato tre anni. Nel 2017, infatti, l’allora “Sanità Calcio”, che militava in Prima categoria, chiuse i battenti per l’impraticabilità del campo San Gennaro. Per il quartiere fu un durissimo colpo. Per questo, uno stimolo importantissimo per la creazione della squadra è stato proprio l’avvio alla ristrutturazione del campo storico San Gennaro e la riqualificazione di tutta la struttura come centro polisportivo, con il finanziamento di un milione di euro da parte della Società Spaccanapoli Calcio. La nuova realtà nasce anche con il supporto dell’Afro Napoli United, realtà calcistica regionale conosciuta e consolidata e che ha voluto aiutare i giovani della Sanità donando i kit gioco e allenamento. I protagonisti indiscussi saranno i giovani del quartiere che per il loro Rione vogliono impegnarsi e creare connessioni. Primo gesto concreto sarà la donazione di materiale scolastico per i bambini dell’associazione “la Casa dei Cristallini”, centro educativo che da anni opera alla Sanità. La Sanità United, già al suo avvio, vanta tra le sue presenze alcuni giovani promesse del calcio locale. “Siamo da sempre convinti che le operazioni sportive – dichiara Ivo Poggiani, Presidente della terza Municipalità del Comune di Napoli – siano il miglior […]

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Napoli e Dintorni

Discesa degli Inferi con Visit Campi Flegrei

Domenica 15 settembre, Visit Campi Flegrei (qui) ha accompagnato Eroica Fenice in uno dei sentieri di trekking più affascinanti nei Campi Flegrei, conosciuto da molti come la “Discesa degli Inferi”. L’escursione è partita dalle pendici del Monte Nuovo, nato con l’ultima eruzione dei Campi Flegrei, risalente al 1538, per arrivare in cima, attraversando la pineta e la macchia mediterranea che circonda la zona delle fumarole, per scendere poi alle sponde del Lago d’Averno, situato all’interno di un cratere vulcanico di 4000 anni fa. Il Lago d’Averno è considerato da Dante come l’ingresso agli Inferi perché si racconta che in passato le sue acque esalassero acido carbonico e gas che non permettevano la vita agli uccelli. Da qui il nome “Avernus”, dal greco “Aornon”, luogo senza uccelli. Discesa degli Inferi, l’escursione naturalistica tra incanto e mistero con Visit Campi Flegrei La terra campana è un palcoscenico naturale tutto da scoprire, incastonato in un’atmosfera suggestiva che è baciata quasi sempre dal sole. Gli scorci panoramici che offre sono solenni e di grande impatto per il cuore di chi ha voglia di mettersi in cammino e lasciarsi sedurre dalla loro immensa bellezza. Domenica è bastato qualche passo attraverso il bosco di querce dei Campi Flegrei per irrobustire le nostre radici e sentirci più saldi, più forti, e per avere il nutrimento necessario ad avanzare in stretta connessione con Madre Terra. Ci siamo cibati di un entusiasmo, un fervore e un’energia tale che hanno scandito il ritmo della nostra passeggiata sollecitando ogni nostro senso tra il profumo degli eucalipti, la freschezza e la purezza dell’aria e tutto il buono da toccare e assaporare che la natura ci ha offerto. La Discesa degli Inferi appare come un luogo stregato in cui meraviglia, natura e cultura si sposano in un turbinio di emozioni innescate da uno scenario d’incontestabile bellezza puntellato da lecci, salici bianchi, cannucce, salicornie, ginestre, pini marittimi, pesci, gabbiani, molluschi e antiche rovine, come il “Tempio di Apollo”, una grandiosa sala termale sita lungo la sponda orientale del lago. È al calar della sera che si è giunti sul Lago d’Averno, quando il sole ha infuocato violentemente le sue acque torbide, quasi arrabbiato per la prepotenza della luna che, alla stessa ora, ogni giorno, vuole impadronirsi del suo cielo. Ammirare il lago è stato come assistere a un’allucinazione dalle tinte oniriche. Si è trasceso il reale. Mossa da non so quali fili invisibili, ho preso istintivamente le cuffie dallo zaino per lasciarmi cullare da quel famoso leggero arpeggio orientaleggiante di Ghigo che apre la canzone “Fata Morgana” dei Litfiba. La voce di Piero Pelù mi ha trascinata negli angoli più reconditi della mente generando immagini casuali, confuse, costellate di labili illusioni. La potenza della batteria e dei riff di Ghigo mi hanno fatto trovare l’uscita d’emergenza che mi ha ricondotta alla realtà, ancor più assetata di vita e con uno sguardo più profondo spalancato sul meraviglioso paesaggio. Fata Morgana ha già cambiato ogni profilo Aspetto a parlare prima che l’illusione si sia mossa Ogni […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Dell’Orrore e di altri Demoni, la narrazione a tema dark al Napoli Horror Festival

In occasione di un’altra edizione del Napoli Horror Festival, domenica 15 settembre all’Ex Base Nato di Bagnoli a Napoli si terrà un nuovo incontro del format “Birdland: Suggestioni, suoni e sapori dalla parola scritta”, Dell’Orrore e di altri Demoni. Perché ci piace tanto avere paura? Quale suggestione suscita nel nostro inconscio il mondo pieno di rimembranze horror e tematiche dark? È ciò che ha spinto, attraverso performance di cosplay, spettacoli e mostre dedicate al tema, il Napoli Horror Festival (qui la nostra photogallery alla conferenza stampa) a organizzare una rassegna che ogni anno diverte i fan e terrorizza i passanti, nella città più solare ma anche più esoterica del mondo. Dell’Orrore e di altri Demoni, domenica 15 al Napoli Horror Festival E ha spinto anche il nuovo incontro letterario organizzato e presieduto da Massimo Piccolo proprio durante il Napoli Horror Festival: Dell’Orrore e di altri Demoni navigherà all’interno della narrazione scritta e parlata dedicato all’universo del terrore e a tutti i demoni che concorrono nella stesura di un genere costellato da personaggi immaginari e mostruosi, situazioni macabre e irrazionali. Tra letture di brani originali e analisi metaletterarie insieme a Sara Piccolo, Adriana Cardinale e Franco Piccinno, Massimo Piccolo racconterà i brani internazionali più famosi a tema horror, analizzandone i meccanismi letterari che hanno ispirato autori come Stephen King o Johnatan Lethem a destinare il loro fulcro narrativo ai lati più oscuri dell’animo. Non possono mancare rimembranze cinematografiche, senza citare registi che hanno fatto la storia del cinema thriller, come il “maestro del brivido” Alfred Hitchcock o George A. Romero, che ha fatto suo il genere horror dirigendo film diventati cult al cinema. Infine, anche la narrazione cantata influisce a creare nell’immaginario collettivo ombre e mistero: a suon di brividi saranno ricordati brani musicali come Twinkle twinkle little star o Earth Angel – Will You Be Mine. Appuntamento domenica alle 19.30. Ilaria Casertano   Fonte immagine: Moon Over Produzioni

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Libri

Come la Mondadori ha conquistato Frattamaggiore

Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per la cultura. Questo il pensiero che imperversa da giorni per le strade di Frattamaggiore per l’apertura del nuovo punto vendita Mondadori, il quale giunge come una novità inaspettata ma sicuramente piacevole per tutti gli amanti della lettura. “Abbiamo iniziato dal nulla, con una piccola cartolibreria di 20 m quadri”, queste le parole di Daniele Onorato, proprietario e responsabile della nuova Mondadori sita in Frattamaggiore, in via Massimo Stanzione, numero 48. La cartolibreria a cui lo stesso Daniele fa riferimento era la rinomata YUME, da sempre caposaldo per gli studenti di Frattamaggiore e dintorni, alla costante ricerca di manuali scolastici e cancelleria. Dopo anni di attività, Daniele ha deciso di investire in un progetto più ambizioso e ha dato avvio alle pratiche per poter ottenere il marchio Mondadori e creare un nuovo punto di riferimento per gli amanti della lettura. Il percorso è stato lungo e faticoso, senza contare una buona dose di preoccupazione per questo salto nel vuoto. Il timore era tanto, spiega Daniele, anche e soprattutto per la nuova generazione, molto distante dal mondo dei libri e legata ormai esclusivamente alle tecnologie emergenti, che li rendono sempre più estranei alla narrazione e alla scrittura. L’idea della Mondadori a Frattamaggiore Per Daniele, l’idea è nata osservando i suoi nipoti e spiega come nel vederli così lontani dalla cultura e dalle pagine dei manoscritti che hanno formato intere generazioni, abbia deciso di dare una svolta a questa situazione di stallo e cambiare qualcosa. Superato, quindi, lo scetticismo iniziale e i freni generati dalla paura di avere un basso riscontro nei giovani, Daniele ha deciso di investire in questo nuovo progetto e di dare spazio a una ristrutturazione e ampliamento del suo stabile per renderlo adatto a ospitare una libreria. Da cartolibreria di 20 m quadrati, il 1° settembre 2019, il bozzolo si è schiuso per dare luce a un punto Mondadori nuovo di zecca. Lo spazio, seppur piccolo, si è rivelato essere accogliente e ben organizzato, con il piano inferiore dedicato alla letteratura, musica e cinema e quello superiore con un soppalco di 40 metri quadri, adibito a reparto scolastico e cartoleria. Tuttavia, non sarà così per sempre. “Daniele è una persona molto ambiziosa” ha confermato Domenico Costanzo, responsabile della comunicazione mediale, spiegando come l’idea portante sarebbe quella di trasformare il soppalco in un vero e proprio salotto letterario. Al piano superiore sarà possibile, infatti, non solo consultare i libri prima di acquistarli, ma anche dar vita eventualmente a un circolo di discussione letteraria per coinvolgere i giovani in un mondo di carta fatto di storie, opinioni ed espressione. Senza contare la possibilità di ospitare eventi e presentazioni di autori, anche locali, che sono già entrati in contatto con il proprietario stesso. Daniele, infatti, sembra essere propenso a dare priorità all’aspetto culturale di questo progetto a Frattamaggiore, piuttosto che quello commerciale e ha intenzione di trasformare questa Mondadori in un vero e proprio luogo d’incontro per i giovani, così da permettere […]

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Musica

Musica

Musica elettronica, un genere in continuo movimento

Quando si parla di musica elettronica in genere si pensa a tutte quelle composizioni musicali che adoperano al loro interno strumentazioni elettroniche (sintetizzatori, computer, etc.). In realtà si tratta di una definizione molto labile e incerta, poiché nel corso della sua storia la musica elettronica è stata soggetta a tanti usi diversi: come supporto a generi già esistenti, come genere a sé stante e anche come laboratorio sempre aperto di sperimentazioni. Proviamo allora a tracciare una storia della musica elettronica nelle sue fasi più salienti, dalle origini fino ai primi anni 2000, cercando di dare importanza tanto al suo lato di “work in progress” quanto a quello di elemento fondamentale per certe esperienze musicali. La vastità del argomento è tuttavia tale che non ci consentirà di analizzare ogni singola fase della musica elettronica, per cui rimandiamo a siti specializzati nel settore. Storia dell musica elettronica 1900 – 1950: le prime sperimentazioni Una prima fase di quella che si può definire “proto musica elettronica” ha inizio con l’introduzione del Terhemin, inventato dal fisico Lev Termen nel 1919. Consiste in un contenitore provvisto di due antenne, una posta verticalmente e l’altra lateralmente, le quali formano un campo elettromagnetico traducendolo in suono. La particolarità di questo strumento è che bisogna usare entrambe le mani per direzionare il suono e per regolarne l’intensità e il volume. Tra i tanti che rimasero affascinati dal terhemin ci fu Maurice Martenot che ne sfruttò la tecnologia per dare vita all’Onde Maternot, presentato nel 1928. Si trattava di una tastiera ad 88 tasti sotto i quali era presente un nastro teso che, a differenza delle antenne dello strumento russo, poteva essere fatto oscillare per produrre suoni. Fu inventato per venire incontro a tutti quei musicisti abituati da sempre a suonare con strumenti acustici e poco inclini ad usare il terhemin. Un anno fondamentale per la storia della musica elettronica è il 1933, quando l’ingegnere americano Laurens Hammond creò quello che fu ribattezzato come organo Hammond. Pensato come un’alternativa economica all’organo a canne, rispetto a quest’ultimo possedeva al suo interno delle ruote foniche alimentate (tonewhells). La loro rotazione formava un campo elettromagnetico che generava il suono. Questi veniva regolato tramite tiranti detti drawbars, i quali erano posti sotto la tastiera e permettevano di regolare il volume e l’intensità. In seguito l’organo Hammond fu potenziato tramite il Leslie, un meccanismo di altoparlanti montati su di un perno rotante che, una volta azionati, conferivano al suono quello che in fisica viene definito effetto Doppler. L’uso del Leslie si rivelò necessario per nascondere il fastidioso “click” dei tasti quando venivano pigiati, ma conferì all’Hammond un suono elettronico. Si può dire quindi che la musica elettronica sia nata proprio con questa “aggiunta necessaria”. Dopo la seconda guerra mondiale iniziarono ad essere fondati studi di registrazione un po’ in il tutto il mondo, grazie anche al fatto che accanto ai già citati meccanismi furono aggiunte le innovazioni nel campo della registrazione della voce compiute durante l’ultimo conflitto. In Francia il compositore Pierre Schaeffer fu […]

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Musica

Simone Piva e la sua musica di frontiera | Intervista

Simone Piva e i Viola Velluto iniziano a muovere i primi passi nel mondo della musica nel gennaio del 2008. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e, soprattutto, tanta musica. Il cantautore, insieme alla sua band di supporto, è infatti da più di 10 anni in giro per lo stivale e conta all’attivo cinque dischi: Ci Vuole Fegato Per Vivere, Polaroid…di una vecchia modernità, SP&iVV, Il Bastardo e Fabbriche, Polvere e un Campanile nel Mezzo pubblicato lo scorso maggio per Music Force, Toks Records e distribuito da Egea Music. In questi anni, hanno anche aperto i concerti di importanti artisti come Sick Tamburo, i Fast Animals and Slow Kids e i Zen Circus.   Nella sua musica Simone Piva utilizza il Nord-Est italiano, il suo Friuli, come un espediente per raccontare la Provincia, una provincia intesa come margine, come quelle frontiere del Far West, terre sconosciute da conquistare. Tra citazioni di film western e di Charles Bukowski prende forma un racconto di fatica, lotta, sudore, ma anche di rinascita e speranza. Il tutto condito da solide sonorità rock che attingono spesso dal mondo del country e del folk.  Per saperne di più, abbiamo fatto qualche domanda a Simone che ci ha raccontato del suo ultimo album e di altro ancora.  Intervista a Simone Piva  “Fabbriche, polvere e un campanile nel mezzo” è il tuo nuovo lavoro discografico, cosa puoi raccontarci? È un album polveroso, dove ogni canzone è il resoconto di questa Italia vista con gli occhi di un bandito del Nord Est. In “Hey Frank” canti «Non c’è più una Provincia, nella Provincia», cosa intendi? Intendo dire che esistono di nuovo le Frontiere, tutto muta e cambia ed è nuovamente conquistabile. Che collegamento c’è tra la tua terra, il Nord Est, e le atmosfere da Far west evocate nella tua musica? “Nord Est” e “Far West” che, inoltre, sono anche due brani del tuo precedente album “Il bastardo”. Ci sono molte similitudini tra loro, sono sporchi e selvaggi. “Nord Est” e “Far West” sono due brani che cercano di riprodurre le atmosfere di questi ambienti dimenticati. In queste atmosfere western non possono non venire in mente i film di Sergio Leone, al quale hai anche dedicato un brano, “Sergio Leone” per l’appunto. Ci sono altri punti di riferimento e influenze che magari nelle canzoni non emergono esplicitamente? Nelle mie canzoni si trovano molti punti di riferimento, alcuni espliciti, altri meno. Il tutto per omaggiare film, poesie o racconti che mi hanno particolarmente colpito e che alla fine hanno il mio stesso punto di vista. Con i Viola Velluto suoni dal 2008, dunque oltre dieci anni di attività. Come giudichi la vostra carriera fin qui? Abbiamo preso grandi soddisfazioni tra alti e bassi. Avete suonato insieme a Roy Paci e Aretuska nel 2010, inoltre avete aperto i concerti di band come gli Zen Circus e i Fast Animals And Slow Kids. Cosa puoi raccontarmi di questi artisti, chi di loro ti è rimasto più impresso? Mi sono rimasti tutti impressi […]

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Musica

Giuseppe Calini e il suo rock | Intervista

Una passione viscerale di lunga data quella che unisce il rocker di Legnano classe 1966 Giuseppe Calini e il rock. Per lui non è soltanto un genere musicale, ma «un modo di essere». Una passione che dura da quando Giuseppe Calini era un bambino, che strimpellava una chitarra regalatagli dallo zio e che trova il suo incipit discografico nel 1986, con Spirito Libero. Da allora, sono seguiti altri 16 dischi, ultimo di questi Verso l’Alabama, pubblicato due anni fa per Music Force. Il viaggio rock di Giuseppe Calini è però ben lungi dal concludersi, il musicista è infatti alle prese con il suo prossimo disco: un altro tassello del suo viaggio rock’n’roll. Intervistato da noi, il rocker ci ha parlato di questo e di tanto altro ancora. Questa è l’intervista. Intervista al rocker di Legnano Giuseppe Calini Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Da piccolo, un mio zio mi regalò una chitarra, poi i primi 45 giri ed ebbi  fortuna ad aver avuto 12 anni nel periodo più bello della musica, fine anni ’70. Uscirono “Love is in the air”, “Born to be alive” e rimasi fulminato da “Whatever you want”. Altri tempi, altra musica. Chi è Giuseppe Calini al di fuori della musica? Lo stesso. Il rock non lo si fa, lo si è. Da Spirito Libero, il tuo primo lavoro discografico pubblicato nel settembre 1986, a Verso l’Alabama, il tuo ultimo album pubblicato due anni, conti all’attivo 17 album. Come è evoluto il tuo stile musicale in questi anni? La mia musica è sempre stata la stessa. Non mi sono mai piaciuti i gruppi che cambiavano direzione artistica. Certo l’evoluzione c’è ed è normale che con le nuove tecnologie i suoni si evolvano ma la radice deve rimanere la stessa. Per me il rock è un modo di essere. Con l’esperienza che ho potrei suonare tanti tipi di musica ma non li sentirei miei quindi non lo faccio. Suono quello che sono. Cosa puoi dirmi di “Verso l’Alabama”? Qual è stata la ricerca musicale seguita? “Verso l’Alabama” è un album che racchiude vecchie canzoni tutte risuonate e remixate. Ho voluto riproporre insieme a grandi musicisti questi pezzi con suoni più moderni ma senza perdere l’essenza del vero rock. Quello senza fronzoli, senza effetti, senza finzioni. Sei al lavoro su nuovi progetti? Puoi svelarci qualche anteprima? Visto che “Verso l’Alabama” è piaciuto tanto, ho deciso di … “ritornarci”. Sto infatti lavorando alla realizzazione del nuovo album che i si intitola “Torno in Alabama” 11 nuovi brani, tutti inediti. Qualche valzer, un po’ di rap. No dai, scherzo. Solo rock, puro e semplice rock! Hai delle date in programma? Prima il nuovo album. È un lavoro lungo, ci vorranno ancora alcuni mesi. Grazie per l’intervista. Keep on rockin my friend! Fonte immagine: Ufficio Stampa Music Force

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Musica

Testamento del maiale: la riscrittura di Vinicio Capossela

Il noto cantautore Vinicio Capossela si è ispirato alla parodia latina di un testamento, che ha come protagonista il maiale.  La tradizione dell’allevamento, della macellazione e dell’impiego di carne di maiale è molto antica, tant’è che figurava nei riti sacrificali e nel consumo rituale; inoltre, nel folklore alimentare esso ha sempre rivestito un ruolo notevole, costituendo, insieme ai beni dell’orto, uno dei principali soggetti della dispensa del contadino: allevato in casa, infatti, il maiale ne costituiva la ricchezza, garantendo la sopravvivenza di intere famiglie, mentre la sua macellazione nel periodo più freddo dell’anno rappresentava una festa comunitaria, in grado di coinvolgere parenti e vicinato. Il maiale fa testamento ne “La ballata del porco” di Vinicio Capossela Nel suo ultimo album, “Ballate per uomini e bestie”, undicesimo lavoro in studio, il cantautore Vinicio Capossela si rapporta con storia, letteratura, filosofia, religione, poesia, figurando quale prezioso menestrello contemporaneo. Come egli stesso ha dichiarato, «I protagonisti sono animali antropomorfizzati in una dimensione plurale e ricca di spunti e mezzi narrativi». Ebbene, all’interno di questa preziosa miscellanea spicca “La ballata del porco”, nella quale il maiale, animale simbolo della civiltà contadina, dopo una vita d’ingrasso mette in luce il tema del sacrificio: la creatura più prossima all’uomo, tanto negli organi interni, quanto nei nomi e negli aggettivi, fa testamento, continuando in tal modo a vivere con tutto il suo “corpo”, che è appunto anagramma di “porco”. Il Testamentum Porcelli: parodia di un testamento e folklore popolare Si tratta di un brano che senza dubbio trae spunto da un testo latino molto singolare, prodotto nel III-IV sec. d.C., periodo che vede il fiorire dei più importanti giuristi della storia del diritto romano. In questo contesto, l’importanza degli studi sulle leggi e sul diritto trova una curiosa conferma in una divertente parodia del diritto testamentario che va sotto il nome di Testamentum Porcelli, o più precisamente Testamentum Grunni Corocottae Porcelli: un maiale, avendo capito che è ormai giunta l’ora della sua fine per mano del cuoco, stende in forma perfettamente legale, con tanto di notaio e di testimoni, le sue ultime volontà, lasciando amici e parenti eredi dei propri beni. L’intreccio fra la tradizione favolistica dell’animale parlante e la tecnica parodica che degrada un argomento serio fanno di questo breve testo un interessante documento letterario, unitamente al ruolo fondamentale del maiale nelle società agricole e alle tradizionali usanze che accompagnavano la sua macellazione. Il testo, di autore ignoto, è citato nel IV sec. d.C. da San Gerolamo – traduttore in latino di parte dell’Antico Testamento e dell’intera Scrittura ebraica – nella prefazione al Commentario ad Isaia, il quale aggiunge che esso era letto a mo’ di filastrocca dagli studenti delle scuole, suscitando il riso generale. E così l’animale che per gusti, sapori, nobiltà e versatilità, meglio rappresenta lo stretto e continuo legame fra il passato remoto ed i tempi moderni, elenca le sue molteplici benemerenze verso l’umanità. Eccone un estratto: «E il maiale viene afferrato dai servi il sedicesimo giorno delle calende di Candelora [potrebbe trattarsi […]

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Teatro

Teatro

Riccardo III nei meandri del Museo del Sottosuolo

La coscienza è soltanto una parola che sogliono usare i vigliacchi, ed è stata inventata apposta per tenere in soggezione i forti. (Riccardo III) Centotredici scalini. Dal cielo alla terra, dall’aria aperta ai meandri del sottosuolo. Luci calde, soffuse e personaggi immortali, figli della penna del grande William Shakespeare. Il ventre di Napoli infiammato dalla lucida e sanguinaria follia di Riccardo III, incarnazione della cupidigia di potere, rapace in mezzo ai rapaci. Giganteggia sulla scena la sua figura, interpretata con convinzione e grande carisma da Francesco Nappi,  emblema di una società, quella inglese, dilaniata, all’indomani della Guerra delle due Rose, da intrigo, ambizione, paura, sospetto, menzogna. Stratega, attore, dissipatore di menzogne vendute come verità, Riccardo parla, dichiara, convince. E’ attore e pubblico di se stesso: si guarda agire e se ne compiace. Prenderò per moglie la figlia più giovane di Warwick. Si, le ho ucciso marito e padre, ma che importa? Malvagiamente istrionico seduce le sue vittime, prima tra tutte Lady Anna (interpretata da Sara Guardascione), che cade irretita nelle maglie del suo corteggiamento. E seduce il pubblico, che, sebbene inorridito dalle sue azioni, non può non essere risucchiato dai suoi monologhi, con quell’attrazione di cui il male sa essere capace. Riccardo III, re e principi cadono nelle sue trame Ebbro di un delirio di onnipotenza, Riccardo assassina chiunque si gli si frapponga nella scalata al potere, inclusi Lord Hastings (Andrea Cioffi), l’amico Bukingham (Gabriele Formato), e addirittura sua moglie. Tutti contro tutti, senza esclusione di colpi. Crimini su crimini. Sangue su sangue.  E allora il reale si intreccia con il sovrannaturale: sogni premonitori, fantasmi che affollano la notte prima della battaglia, maledizioni profetiche. Dispera e muori, dispera e muori, dispera e muori! E così l’Inghilterra diventa un mondo gotico e inferiore. Riccardo, condannato dai suoi crimini a rimanere solo, si ritrova in mezzo al campo di battaglia, urlando sconsolato il verso tanto citato: Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo. La sua fine è nota ai più. Portare in scena un gigante come Shakespeare è sempre una scommessa rischiosa. Decisamente vincente quella degli attori della compagnia Il Demiurgo che, in una narrazione ciclica, aperta e chiusa da immagini visionarie, ben hanno reso la parabola di Riccardo III, escalation di violenza  e di delirio di grandezza fino al suo cruento epilogo. Cinque attori che raccontano una storia immortale. Riuscitissima anche la scelta della location, congeniale alla voluta immersione in una dimensione altra, onirica e atemporale: i suggestivi meandri del Museo del sottosuolo. Per maggiori informazioni: www. ildemiurgo.it

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Recensioni

Peter pan forever – Il musical al Teatro Augusteo

Peter Pan torna a volare nella nostra vita, accompagnato dalla sua magica storia, al Teatro Augusteo di Napoli, dall’8 al 17 febbraio. La regia è quella di Maurizio Colombi con musiche di Edoardo Bennato. Lo spettacolo è sicuramente dedicato a tutta la famiglia, non più adatto ai bambini che agli adulti, anzi. Il mondo che viene messo in scena sul palco è familiare a tutti i bambini in sala, forse un po’ meno agli adulti, che proprio come i genitori della famiglia Darling, presi da mille impegni, sono invitati a intraprendere un viaggio che non ha bisogno di tempo e orari prestabiliti, bensì solo di… fantasia.  La trama di Peter Pan, una storia senza tempo Lo spettacolo teatrale riprende il racconto di J. M. Barrie “Peter e Wendy” del 1911. Ci troviamo a Londra, dove un cantastorie promette a tutti i bambini che lo ascolteranno di farli volare con le proprie parole. “Una moneta per una storia, due per una canzone!”, e sulle note di “Ma che sarà…” inizia il viaggio verso una realtà non molto lontana dalla nostra; il cantastorie non è ben visto dai genitori dei bambini che stanno ad ascoltarlo. Vogliono infatti cacciarlo, perché racconta frottole, deviando i bambini dalla realtà. Inizia così il nostro viaggio; la scena si apre sulla camera da letto di John, Micheal e Wendy Darling. I bambini ascoltano le storie raccontate dalla sorella maggiore e si immedesimano nei loro personaggi preferiti: Peter Pan e Capitan Uncino. L’arrivo del signore e della signora Darling, però, rompe l’incanto; presi dai preparativi per la festa a cui devono partecipare, mettono i bambini a letto e allontanano il cane Nana, che funge anche da bambinaia, e che aveva fino ad allora protetto i bambini da ogni pericolo. Il padre inoltre, stanco delle “fandonie” raccontate da Wendy ai suoi fratelli, afferma che quella sarà la sua ultima notte in quella camera. Deve crescere, basta con le storie. Ma sarà quella la notte in cui Peter Pan, tornato in camera dei Darling a recuperare la sua ombra, precedentemente rubata da Nana, asseconderà il desiderio di Wendy, e condurrà i bambini verso la famigerata Isola che non c’è, sulle note dell’omonima canzone. Wendy dovrà in cambio fungere da mamma e raccontare le sue meravigliose favole ai bambini sperduti, che abitano l’isola. Dopo aver insegnato ai tre bambini il segreto per volare, ovvero quello di avere solo pensieri felici, essi affronteranno un viaggio celeste, accompagnati da Trilli, la fatina compagna di Peter. La scena si riapre sulle note de “Il rock del Capitan Uncino”; ci troviamo sul galeone del famigerato nemico di Peter che, insieme a Spugna, il suo consigliere ubriacone, e la sua ciurma, tramano per vendicarsi di un precedente duello con Peter, che ha visto Capitan Uncino perdere la sua mano, andata in pasto ad uno spaventoso coccodrillo. La scena cambia e ci troviamo immersi nella foresta, accolti da una tribù di indiani pellerossa. Nascosti ci sono i bambini sperduti. Questi vivono senza nessuna costrizione e fanno ciò […]

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Teatro

Paolo Cresta nei panni di Vitangelo Moscarda

Ogni realtà è un inganno.  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila con Paolo Cresta nel ruolo di Vitangelo Moscarda. L’interno di un cortile e una seduta essenziale debolmente illuminata. Un uomo seduto, dai piedi scalzi. Sta in silenzio, ma lo si riconosce subito, è lui, Vitangelo Moscarda, figlio della meravigliosa penna di Luigi Pirandello (1867-1936), siciliano di nascita, italiano d’adozione. È lui, il protagonista del celebre Uno, nessuno e centomila, romanzo prepotente, che illumina il lettore, gettando buio sulle sue certezze, facendolo sprofondare nel baratro del suo positivismo. È un naso, sì, un naso pendente che crea uno strappo nel cielo di carta, che sveglia Gengè, così lo chiama la moglie Dida, dal sonno rassicurante delle sue convinzioni. Lui, che non sapeva di avere un naso pendente, a destra, viene risucchiato da un vortice di domande: Chi era? Come lo vedevano gli altri? Mi si fissò il pensiero ch’io ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere. Ma chi è Vitangelo Moscarda, interpretato con maestria, fascino e smisurato talento da Paolo Cresta? Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna mia realtà propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.  Un uomo consapevole della molteplicità del suo sentire, eppure costretto in una forma, una maschera, che soffoca la vita. Un uomo in continua balia del desiderio di essere libero, senza una forma, e la consapevolezza che una vita senza forma non può essere vissuta, come Mattia Pascal, il povero bibliotecario di Miragno insegna. Uno, nessuno e centomila forme, quelle forme che con sadica voluttà inizia a distruggere, inanellando una serie di iniziative che stravolgeranno la sua vita, fino ad alienare le sue ricchezze nella costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli, uno dei tanti, con berretto, zoccoli e camiciotto turchino.  Vitangelo Moscarda potrebbe essere ognuno di noi, che, all’improvviso, scopre di non essere quello che  in realtà crede. Non una perdita d’identità, ma, al contrario, una violenta presa di coscienza, quel demone maligno che sa essere la riflessione, che smonta le immagini per cercare di capire come sono fatte e cosa c’è dietro di esse.  Ieri, 27 luglio (ma anche stasera e domani), nel Real Orto Botanico di Napoli, per la rassegna Brividi d’estate 2019, si è dipanato il turbinio delirante di Gengè, e, inevitabilmente, ognuno seduto lì, ipnotizzato e risucchiato da quel fiume in piena di parole, da quel flusso di coscienza straripante, è stato contagiato così da tanto da quella follia delirante da uscirne sano, ubriaco della genialità pirandelliana, che costringe a mettersi a nudo e riconoscersi in ogni tormento e sgomento pronunciato. Parola per parola. 

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Teatro

Ho fatto bingo, lo spettacolo di Davide Marini al Kestè

Per la prima volta a Napoli, lo scorso giovedì il comedian e doppiatore YouTube romano Davide Marini si è esibito con il suo primo monologo da un’ora Ho fatto bingo al Kestè. Come ci aveva annunciato durante la nostra intervista, la speranza era quella di farsi «du’ risate». Aspettativa tutt’altro che disattesa, anzi, ampiamente superata. Ho fatto bingo, lo spettacolo Poco dopo le 22.00, i primi spettatori iniziano a scendere nella saletta sotterranea del Kestè Abbash. Marini è con Davide DDL (Davide Di Lorenzo), il secondo performer della serata. Hanno un po’ di ansia, quella fisiologica prima di ogni spettacolo. Tra gli interrogativi su quanti spettatori saranno presenti e i pareri sullo spettacolo di Louis C.K. a Milano, DDL manifesta il suo desiderio di individuare lo spettatore più sudato: uno spettatore sudato può sempre fare comodo durante uno spettacolo. Verso le 23.00, è proprio DDL a salire sul palco e ad aprire le danze. Il suo è un breve monologo sullo zoo di Napoli, occasione perfetta per presentare Davide Marini che, oltre all’attività di comedian, ha anche un canale YouTube dove doppia video buffi di animali. «Cercheremo di farci du’ risate», dopo essere salito sul palco, Davide Marini si presenta così, non nascondendo al pubblico una certa ansia e rammaricato dal non poter avere un po’ di “zinza” dal suo personaggio Mirko il koala. Ho fatto bingo è un monologo in cui Davide ripercorre le piccole “sfighe” della sua vita. Quelle avversità che per anni ha temuto di raccontare per la vergogna ma delle quali adesso ride con leggerezza. C’è spazio per tanti temi: le catene di Sant’Antonio della zia, il regime di terrore psicologico messo su dagli amici che volevano per forza farlo uscire di casa la sera (chi non ci è passato?), l’invadenza degli urologi, il rapporto contraddittorio e misterioso con la sessualità, la rottura di una storia d’amore di tre anni… Salta da un argomento all’altro in maniera lieve, sdrammatizzando su tutto ciò che per anni ha costituito un vergognoso peso. Il risultato è molto apprezzato anche dal pubblico, che non risparmia risate e applausi. Il fenomeno dell’anti-ciclone africano che si sviluppa – per motivi ignoti – nell’area circostante il palco lo fa sudare a dirotto. Ma Davide non si ferma e tira dritto con il suo monologo, mostrando anche notevoli doti da rumorista, degne di Larvell Jones di Scuola di Polizia. A tenere uniti i vari temi, la figura del bingo che diventa metafora della nostra esistenza. Il bingo è quel luogo impregnato da fumo di sigarette, dove orde agguerrite di persone si accalcano nella frenetica corsa al segnare sulle proprie cartelle i numeri chiamati a velocità supersonica. Tutti alla ricerca della cosiddetta botta di fortuna che non può certo cambiare le nostre vite, ma sicuramente costituire un momentaneo palliativo alle fatiche quotidiane: sempre che, dopo aver vinto, riusciate ad uscirci dal bingo. Per ogni persona che vince ce ne sono almeno un altro paio che imprecano, sconfitte con soltanto un numero mancante. Una ruota di […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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