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Eroica Fenice

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Libri

Anja, la segretaria di Dostoevskij: il nuovo libro di Giuseppe Manfridi

“Anja, la segretaria di Dostoevskij“, è un romanzo scritto da Giuseppe Manfridi, celebre autore romano, edito da “La Lepre”. Si tratta di un libro estremamente affascinante, che, com’è testualmente citato in un capitolo, “non consente punti d’ombra”, essendo illuminato in ogni parte, in ogni dettaglio, anche quelli apparentemente poco importanti. Tale limpidezza narrativa si deve ad una scrittura non solo chiara, ma anche dettagliata e semplice, che, permette di immergersi completamente nella narrazione, lasciandosi trasportare dolcemente. Il romanzo ha per protagonista un quasi cinquantenne, Fedor Michajlovich Dostoevskij, affetto da epilessia, spesso irrequieto, e reduce dall’aver firmato un contratto capestro col suo mefistofelico editore, col quale s’impegna a consegnare un nuovo romanzo, in un mese. In caso contrario, perderà i diritti su tutte le sue opere passate e future. L’uomo, dopo vari confronti, si rivolge ad una scuola di stenografia che gli propina una delle migliori allieve, Anja Grigor’evna, una docile ragazzina, particolarmente curiosa, che ha ereditato dal padre la passione per la letteratura. Fra i due, sembrerà nascere qualcosa, in un rapporto di alti e bassi, di tensioni e complicità. La vera profondità narrativa del romanzo, perfettamente intessuta nella trama che lo compone, si percepisce, tra le altre cose, nei comportamenti di Anja, che, osserva attentamente, quasi in modo analitico e affannoso, il mondo, provando ad identificare tutto ciò che la circonda, proprio come se gli avvenimenti della propria esistenza fossero quelli di un libro, all’interno del quale ogni cosa si può leggere e capire e come se tutto avesse una spiegazione razionale. L’autore di “Anja, la segretaria di Dostoevskij”, propone la figura di uno scrittore piuttosto anziano, malato, che alterna momenti di pura tensione emotiva a momenti di nevrosi, dovuti alla fisiologia della malattia che lo affligge. Michajlovich Dostoevskij decide di affidare la propria opera ad una fedele custode, Anja, in un rapporto di complicità (si potrebbe dire non solo professionale) che spesso si colora di lunghi silenzi e diatribe, dovute alle continue domande, troppo frequenti, da parte della ragazza. Nelle pagine del proprio romanzo, Giuseppe Manfridi, ricostruisce l’identità di uno scrittore che ricompone, pezzo dopo pezzo, attraverso la stesura di un libro, le linee della propria esistenza, del proprio agire, in un labile confine tra verità, confronto, pulsioni e autocontrollo. Il lettore sin da subito riuscirà a lasciarsi trasportare dal romanzo, che procede con andatura “uniforme”, nonostante  lunghi silenzi o improvvisi cambi di scena che spesso intervengono a dare vitalità a situazioni o vicende. Inevitabile, in “Anja, la segretaria di Dostoevskij”, l’attenzione al celebre scrittore e filosofo russo attraverso una serie di tasselli della sua esistenza, e con particolare attenzione ad un periodo “concitato” della sua vita, ossia quando scrisse la celebre opera intitolata “Il giocatore”. Così come Dostoevskij aveva particolarmente a cura l’identificazione e la descrizione dei propri personaggi, anche in questo romanzo, di forte impronta storica oltre che letteraria e filosofica, l’autore Giuseppe Manfridi presenta dei personaggi che entrano nel cuore di chi legge, come se fossero persone reali. La passione di Anja per la scrittura, è tangibile in […]

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Culturalmente

Grandi storici latini: Cesare, Tacito ed altri

Grandi storici latini: un excursus nella storiografia romana. La civiltà romana si fonda sulla memoria; per il cittadino romano il Passato definisce l’identità e l’appartenenza, giustifica gli equilibri politici e gli assetti sociali, costruisce un codice di valori di riferimento condivisi. Al di là, quindi, del suo evidente apporto informativo in merito al concreto dipanarsi degli eventi storici, la storiografia, elaborata dai grandi storici latini, nei vari generi in cui si articolò, rappresenta una chiave di lettura imprescindibile per la conoscenza della civiltà romana nelle sue differenti manifestazioni. La storiografia romana è un genere che deriva dal suo corrispondente in Grecia, basti pensare ai grandi modelli come Erodoto e Tucidide, anche se esprime preoccupazioni diverse. Prima della Seconda Guerra Punica, non esisteva – forse – a Roma una storiografia: essa nacque probabilmente solo nel clima di fioritura letteraria seguito alla vittoriosa conclusione del conflitto, favorita dal bisogno di celebrare quell’importante evento in un’ottica interpretativa più consona alla posizione e al prestigio di Roma, accresciutisi rispetto al secolo precedente. La storiografia romana è per lo più propaganda delle res gestae, una sorta di giustificazione nonché esaltazione del potere di Roma dove venivano espressi temi quali la difesa forte e la fedeltà allo stato romano, la grandezza dell’Impero e il metus hostilis. I grandi storici latini hanno seguito vari filoni: dagli Annales di Tacito (forma annalistica sul modello degli annali del pontifex maximus), al Biografismo di Cornelio Nepote, dal Monografismo di Sallustio ai Commentari di Cesare. I grandi storici latini Fabio Pittore Tra i grandi storici latini, Fabio Pittore è considerato il “fondatore della Storiografia Romana”: fu il primo scrivere in prosa una storia di Roma in greco, anziché in latino. L’opera, conosciuta come Annales o Rerum gestarum libri, era scritta nella koiné greca, la lingua franca del Mar Mediterraneo, e ciò nasceva dal bisogno di rivolgersi ad un pubblico più ampio e poter così più efficacemente contraddire altri autori, come Timeo, che a sua volta aveva scritto, ma con accento sfavorevole, una storia di Roma fino alla Seconda Guerra Punica. Pertanto, è in difesa dello Stato romano che Quinto Fabio Pittore scrisse in greco, usando lo stile degli Annales pontificum oltre che fonti greche. Lo stile di Fabio Pittore nello scrivere la storia difendendo lo Stato romano e le sue azioni, ed usando in modo massiccio la propaganda, divenne alla fine una cifra distintiva della storiografia romana. Dopo Fabio Pittore, molti altri autori seguirono il suo esempio, ispirati da questa nuova forma letteraria, come Cincio Alimento e soprattutto Catone il Censore, accreditato come il primo storico ad aver scritto in latino, in un’opera, le Origines, impegnativa per concezione e ampiezza di respiro: essa fu da lui intesa come un mezzo per insegnare ai romani cosa significasse essere romano, ridimensionando o neutralizzando l’influenza culturale greca, da lui considerata pericolosa per l’integrità morale di Roma. Cesare Giulio Cesare è stato allo stesso tempo un geniale generale, un abile politico e un grande scrittore, tanto da poter essere annoverato tra i grandi storici latini. Le sue campagne militari, che estesero enormemente i possedimenti di Roma, sono state […]

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Attualità

Attualità

Act Lab 3.0, un’alternativa culturale e artistica per i giovani del rione Sanità di Napoli

In queste giornate cupe e grigie di novembre, illuminate solo dalle precoci e intermittenti illuminazioni natalizie che fanno capolino in alcune strade cittadine, un ulteriore spiraglio di luce si irradia dal cuore di Napoli, quello che sembra tenersi su da sé, talvolta abbandonato a se stesso; è dal rione Sanità che, per il terzo anno consecutivo le attività del “Laboratorio di Artigianato, Creatività e Tradizioni-ACT Lab 3.0” propone un modello alternativo di società a partire dai più piccoli, offrendo una speranza di vita concreta e differente. Il tutto è possibile grazie all’attività dell’associazione “Napoli inVita – Persone, Idee, Opere per lo sviluppo sociale della Città” sostenuti dai fondi dell’Otto per mille alla Chiesa Valdese, in collaborazione con l’associazione “Crescere insieme“, il collettivo teatrale “Delirio Creativo“ e l’istituto scolastico Maestre Pie Filippini, come ci spiga in presidente della associazione capofila Luigi Mingrone. Tanti i progetti già consolidati come corsi di ceramica e arte presepiale, artigianato della carta, teatro e canto, oltre a quelli nascenti, che puntano alla riscoperta del territorio napoletano attraverso un laboratorio outdoor volto a promuovere un turismo responsabile, grazie all’intervento di guide turistiche esperte che promuoveranno la conoscenza dello straordinario patrimonio storico artistico partenopeo da parte dei giovani che potranno poi sviluppare una documentazione autonoma del materiale raccolto e delle esperienze a diretto contatto con ciò che li circonda. Uno sguardo attento e vigile quello dei collaboratori a questo straordinario progetto che preservano e insegnano come accudire ciò che di più prezioso ci viene donato: le nostre radici, accogliendo non solo i ragazzi per rubarli alla strada, ma chiunque sia respinto ai margini della società, offrendo una possibilità concreta per impiegare il proprio tempo trasmettendo il sapere e i mestieri antichi, che come quello degli artigiani presepiali, affondando le proprie radici nella nostra città. Il progetto si pone come una vera e propria attività terapeutica e una possibilità alternativa, perché nessuno si senta mai condannato a un destino che non è quello che avrebbe scelto. Attraverso l’arte dunque si strappa il fiore della gioventù napoletana a una corruzione epidemica ma non insanabile come dimostrano le parole e gli sguardi di coloro che si impegnano ogni giorno in queste attività, nonché gli splendidi risultati artistici di questi laboratori, da quelli materiali quali pastori e vere e proprie sculture in ceramica, all’artigianato in carta, ai disegni multicolori dei bambini che prendono parte ai laboratori, capaci in questo modo di esternare l’arcobaleno di colori che si portano dentro. “Sembra sempre impossibile finché non viene fatto” è lo slogan dell’associazione “Napoli inVita”, che sembra concretizzarsi nelle azioni di queste associazioni che sono realmente idee persone e opere, dimostrando che la cultura, etimologicamente “coltivare, prendersi cura”, ha bisogno di pazienza per attecchire, ma che piantando piccoli semi e irrigandoli a piccole dosi si può ottenere un grande risultato. E come un vento che si insinua lento tra i vicoli stretti e affollati del rione Sanità, l’ACT Lab 3.0 sparge tutt’intorno piccoli semi di luce che sanano, appunto. Il segreto che ci trasmettono è […]

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Attualità

Punto lettura Nati per leggere, festa per i sette anni

Il punto lettura Nati per leggere, situato all’interno del palazzo reale della biblioteca nazionale di Napoli, spegne la sua settima candelina con una piccola festa destinata ai più piccoli. Del programma Nati per leggere abbiamo avuto occasione di parlare un paio di volte su queste pagine, ma non fa mai male ricordarne la storia. Nato nel 1999 per volontà dell’Associazione Culturale Pediatri, l’Associazione Italiana Biblioteche e il Centro per la Salute del Bambino si è espanso lungo tutto il territorio italiano tramite una lunga catena di progetti legati da un unico obiettivo: favorire nei primi “1000 giorni” del bambino lo sviluppo intellettivo, linguistico, emotivo e razionale tramite attività legate alla lettura che coinvolgano tanto i lettori più piccoli quanto i genitori, favorendo così la solidità del rapporto familiare. Il programma giunge in Campania nel 2000 tramite la fondazione di un punto lettura Nati per leggere dapprima situato al PAN e in seguito spostato nel palazzo reale della Biblioteca Nazionale di Napoli, un cuore pulsante da cui si diramano arterie lungo il territorio campano che sono rappresentate da altri punti lettura e progetti in luoghi come San Giovanni a Teduccio o il carcere minorile di Nisida, zone dove il diritto all’infanzia è messo a repentaglio da situazioni di disagio legate alla criminalità o all’intolleranza. Non a caso il funzionario della Biblioteca Nazionale e responsabile del punto Iole Massarese ha ribadito questo punto, ricordando il potere inclusivo di un’attività come la lettura capace di «mettere più ponti per abbattere le diversità». Punto lettura “Nati per leggere”, un compleanno speciale Così  un gruppo nutrito di bambini provenienti da Napoli e zone limitrofe, tra cui San Giovanni a Teduccio, sono stati gli invitati di questo settimo compleanno festeggiato il 22 novembre, con un seguito di genitori, zii, nonni e parenti vari. Dopo essersi muniti di un passaporto speciale “per viaggiare tra le storie”, i piccoli ospiti hanno avuto accesso alla biblioteca del punto lettura Nati per leggere e seduti tutti assieme hanno potuto godere di storie narrate dai volontari del programma che hanno assunto il ruolo di cantastorie coinvolgenti. Terminata la lettura i bambini hanno poi potuto soffiare sulla candela di una gustosa torta, proprio come in un compleanno degno di questo nome. Con questa divertente e simpatica attività, Nati per leggere si conferma come una realtà importante per il territorio e per tutti quei bambini a cui vanno garantiti i diritti al gioco, all’infanzia e soprattutto (mantra del programma) «diritto alle storie». Perciò anche noi di Eroica Fenice facciamo gli auguri al punto lettura di Napoli, per altri sette anni e più di attività che invoglino alla lettura come linfa vitale per sviluppare la curiosità e la fantasia dei bambini. Ciro Gianluigi Barbato Fonte immagine copertina: https://www.facebook.com/events/552314848867701

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Attualità

Io sono Giorgia, tra parodia e propaganda

In sole due settimane, il remix “Io sono Giorgia” ha raggiunto oltre i 5 milioni di visualizzazioni. Realizzato da MEM & J, si tratta di una canzone creata con gli spezzoni del discorso del 19 ottobre scorso, pronunciato da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, durante il comizio svoltosi a Roma. La hit ha spopolato tra i vari social e i vari profili, anche di personaggi dello spettacolo, come Luciana Littizzietto, Malgioglio e M¥SS KETA. Le intenzioni degli autori erano quelle di creare un inno a favore della comunità LGBT+, l’associazione che celebra l’orgoglio, la diversità e la libertà sessuale, proprio deridendo la Meloni sulla sua ormai celebre affermazione “Vogliono che siamo Genitore 1 e Genitore 2”. Parodia e effetto boomerang Il successo ottenuto ha, però, creato un vero effetto boomerang: quelli che avrebbero dovuto subire il colpo, gli elettori di “destra” e la leader del partito, lo hanno trasformato in un canto di celebrazione. La stessa Meloni ha rivelato in un’intervista a Radio1 di considerarlo un vero e proprio tormentone, che entra in testa e non ne esce più. Così, la parodia di Io sono Giorgia si è mostrata costituita, ancora una volta, da una linea sottilissima ed ha deviato il percorso volutamente intrapreso: una cerchia numerosissima di giovani e giovanissimi è, in questo modo, entrata in contatto con gli ideali della Meloni, canticchiando una canzone che, senza un fondamento politico o una conoscenza adeguata, non è più una denuncia, ma solo musica. Così, far giungere il messaggio che una donna è tale perché una madre e una cristiana o che siamo circondati da costanti tentativi di sradicamento dell’identità e delle nostre radici è diventato più semplice del previsto e ha riscosso più successo di qualsiasi discorso politico degli ultimi tempi. Gli stessi giovanissimi, nell’ascoltarla, hanno guardato per 2 minuti e 33 secondi sbandierare un tricolore italiano posto su una scritta che cita “Una Patria da amare e difendere”. I nuovi espedienti della retorica politica Questo episodio si inserisce così in una più complessa riflessione, fortemente attuale: la retorica politica, quella celebrata dai più grandi studiosi dell’antica Roma, è stata sostituita da un linguaggio semplice e diretto, dall’utilizzo dei social come mezzo di comunicazione primaria, dalla ripetizione insistente degli stessi termini facilmente memorizzabili e utilizzabili. Questa stessa fruibilità viene poi accostata al fattore emotivo, al tentativo di mostrarsi partecipi di una più ampia e condivisa condizione, di fare populismo. Questi elementi appaiono come la versione evoluta delle più antiche tecniche di propaganda dei totalitarismi del secolo scorso, dai caratteri vistosi alle immagini di vita quotidiana. Così, liberandosi da ogni preconcetto complottista, è necessario fare attenzione e riflettere sul fatto che il diretto e il semplice non sono sempre elementi indicativi di un’intenzione sincera. Rendere comprensibile, divertente e popolare la politica, senza tenere conto di quanta disinformazione dilaga a riguardo tra i giovani e non, induce a dimenticare che si tratta di una cosa seria, oltre che molto importante. La prossima volta che canteremo un motivetto popolare dagli ideali retrogradi […]

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Attualità

Daphne Caruana Galizia e il coraggio della verità

Daphne Caruana Galizia è morta il 16 ottobre del 2017, a 53 anni, e a pochi metri dalla sua casa di Bidnija, a nord dell’isola di Malta. Una bomba radiocomandata a distanza ha fatto esplodere la sua auto, una Peugeot 108, mentre era diretta in banca. Qualche settimana prima, infatti, il Ministro dell’Economia Maltese aveva fatto congelare i suoi conti correnti, come misura cautelare per un articolo di Daphne in cui lo accusava di essersi recato in un bordello durante una visita di Stato in Germania. Tre sono gli uomini accusati di essere gli esecutori materiali dell’uccisione: si tratta di Vincent Muscat e dei fratelli George e Alfred Degiorgio, dichiaratisi non colpevoli davanti al giudice. Ma dei mandanti ancora nessuna traccia. Solo 23 minuti più tardi dell’esplosione, sul blog “Running Cummentary” della giornalista maltese, che aveva scosso gli alti vertici del Governo e della politica, è comparso il suo ultimo articolo. «Ci sono ladri ovunque uno guardi. La situazione è disperata» aveva scritto. Uno dei suoi tre figli, Matthew, è stato il primo ad arrivare. «Ho visto parti del corpo di mia madre intorno alla sua automobile bruciata. Ho capito che non c’era speranza». Poco tempo prima di essere uccisa, Daphne Caruana Galizia aveva ricevuto minacce fisiche e verbali anonime, intimidazioni (tra cui l’uccisione del suo cane e un tentativo di incendiare la sua casa) mai prese sul serio dalle autorità a cui erano state denunciate. Le indagini sull’omicidio di Daphne sono state svolte dalla polizia maltese in collaborazione con l’Fbi, l’Europol e un dipartimento investigativo speciale arrivato dalla Finlandia, ma lo scorso giugno il Consiglio d’Europa ha criticato duramente le autorità di Malta per non aver garantito che fossero indipendenti ed efficaci. «Le prime persone su cui bisogna indagare sono nella politica e nelle istituzioni. Noi sappiamo chi aveva paura di nostra madre e da dove arrivavano le minacce: abbiamo comunicato queste preoccupazioni alle autorità ma dalla polizia non abbiamo mai avuto risposte», hanno dichiarato Andrew, Matthew e Paul Caruana Galizia, due dei quali sono a loro volta giornalisti. E hanno ricordato che la madre non scriveva né stava indagando su nessuna delle persone arrestate per l’omicidio. Daphne Caruana Galizia: scrittura e vita Daphne Caruana Galizia aveva cominciato a lavorare nel mondo del giornalismo nel 1987. Si era occupata di casi di corruzione, riciclaggio e truffa in cui spesso erano coinvolti esponenti del governo maltese. Aveva iniziato a lavorare come editorialista per il Sunday Times of Malta, e poi del Malta Independent. Si era occupata, inoltre, delle implicazioni maltesi dei Panama Papers, riportando nel 2016 la notizia del coinvolgimento di Konrad Mizzi, ministro del Turismo di Malta, e Keith Schembri, capo dello staff del primo ministro Joseph Muscat. Quando è morta, aveva in corso 47 cause per diffamazione, cinque delle quali in sede penale, quasi tutte intentate da politici e sostenitori di politici maltesi. Dopo la sua morte, 45 giornalisti provenienti da 18 testate di tutto il mondo hanno deciso di dare vita al consorzio “Daphne Project” impegnandosi a portare […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Frozen 2: un viaggio alla scoperta di se stessi

Dopo aver visto questo film, siamo pronti a svelarvi qualcosa del segreto di Arendelle. Pronti per la recensione di Frozen 2? Prendete guanti e sciarpa, si parte! Quando l’inverno è ormai alle porte (no, stavolta non si tratta di Game of Thrones), ecco che un’ondata di ghiaccio si prepara a ricoprire buona parte del Pianeta, e no, non stiamo parlando – almeno in questo caso – dei cambiamenti climatici, ma facciamo riferimento all’uscita di Frozen 2 – Il Segreto di Arendelle. Dal 27 novembre Frozen 2 è nelle sale italiane, produzione con un “peso” sulle spalle non indifferente dato il successo planetario del primo film uscito ormai sei anni fa. 2 premi Oscar, il maggior incasso della storia del cinema nella categoria animazione, un merchandising che ha fatto impallidire qualsiasi altra produzione animata degli ultimi dieci anni, un successo di pubblico che dal 2013 a oggi non ha mai subito una flessione: Frozen, dalle mani di Chris Buck e Jennifer Lee, è diventato un simbolo di Walt Disney Animation Studios, una storia che, liberamente ispirata dalla fiaba di Hans Christian Andersen La regina delle nevi, è diventata un caposaldo delle generazioni più giovani, figlia del suo tempo. Non attendersi un sequel era da poco furbi, ma il rischio di realizzare qualcosa di vacuo e di altrettanto inutile c’era. Com’è andata? Bene, possiamo dire. Partendo da un set up convincente, la produzione si è prodigata ad immaginare i problemi in cui sarebbero potute incorrere le due sorelle protagoniste dopo l’happy end del primo capitolo, rispondendo all‘irrefrenabile voglia del pubblico di sapere di più. Il ritorno di Elsa, Anna e tutta la compagnia Il nuovo film ci riporta nel passato di Arendelle. Nell’apertura troviamo infatti una scena di vita familiare tra le piccole Elsa e Anna e i genitori, che raccontano loro la storia di una foresta magica ai confini del regno. Un posto che, dopo uno scontro tra la popolazione che vi abitava (i Northuldi) e quella di Arendelle, è rimasto completamente isolato, avvolto da una terribile nebbia impossibile da penetrare. La storia di Frozen 2 prende il via tre anni dopo quella del primo film: Elsa (voce italiana di Serena Autieri) e Anna (voce italiana di Serena Rossi), come ben sappiamo anche dai due corti spin-off visti in questi anni, vivono felici e in pace ad Arendelle, in compagnia di Kristoff, Sven e ovviamente dell’immancabile pupazzo di neve Olaf (voce italiana di Enrico Brignano). Una sera però Elsa (ormai regina) sembra sentire una voce misteriosa e angelica che proviene da lontano e, contemporaneamente, si risvegliano delle antiche magie legate ai quattro elementi (aria, acqua, terra e fuoco) che mettono in pericolo il destino del suo regno. Toccherà a lei, ad Anna e ai loro amici viaggiare verso la foresta per salvare Arendelle e scoprire cosa si nasconde dietro quella nebbia e cosa è veramente accaduto in quei posti incantati prima ancora della loro nascita, quando loro padre era appena un ragazzo. Se Frozen aveva affrontato la difficoltà di gestire i propri poteri da parte di Elsa, in Frozen 2 la consapevolezza di avere qualcosa […]

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Cinema e Serie tv

‘’Yesterday” di Danny Boyle: Il fascino indiscreto dei Beatles tra commedia e satira

Recensione del nuovo film di Danny Boyle e Richard Curtis: Yesterday Cosa succederebbe se i Beatles non fossero mai esistiti ed sentissimo oggi per la prima volta i loro più grandi successi? L’unica cosa che, probabilmente, resterebbe invariata è che il pubblico li amerebbe, perché niente è così semplice, geniale, magico. Niente è come i Beatles. Questa la versione che emerge dal film “Yesterday”, scritto da Richard Curtis e diretto da Danny Boyle, due firme di prestigio, ed arrivato nelle sale il 26 Settembre. Il titolo del film e la sua storia richiamano alla mente la famosa scena in “Non ci resta che piangere” in cui Massimo Troisi, riportato indietro nel tempo di cinque secoli, conquista una graziosa fanciulla proprio cantandole “Yesterday” e dicendole di averla scritta lui. Già da quella scena emerge l’essenza del film di Danny Boyle, nel quale Jack, il protagonista, cantautore fallito, fa la stessa cosa, ma per la conquista di un immenso successo mondiale. Jack è sostenuto quasi unicamente dalla sua amica d’infanzia, Ellie, innamorata di lui. Improvvisamente, una sera, durante dodici secondi di blackout generale, il ragazzo viene investito da un bus e si risveglia in ospedale. Appena uscito dall’ospedale, insieme ai suoi amici, decide di suonare una canzone con la nuova chitarra che gli hanno regalato. Una grande chitarra esige una grande canzone. Sceglie così un classico, ossia ‘’Yesterday’’ dei Beatles. Tutti restano estasiati, come se avessero sentito quella canzone per la prima volta ed infatti presto Jack scoprirà che è proprio così: dopo il blackout della sera precedente, i Beatles e le loro canzoni sembrano non essere mai esistite. Dopo il panico iniziale Jack ha un’idea brillante: far passare come propri i capolavori dei Beatles. Il mondo impazzisce per lui e comincia così il suo ingresso nel mondo nella musica, della popolarità, che lo portano sempre più lontano dalla sua vita precedente e sempre più in vetta nella scala del successo mondiale. Il film resta di base una commedia leggera, che si muove bene tra il fantastico e il musical. Nel finale, l’incontro in una casa sul mare con un big dei Beatles determina la vittoria dei buoni sentimenti e dell’amore sul cinismo dell’industria musicale (contro cui si riversa una sottile satira) e sui falsi miti della fama e del denaro. Il film, che non si rivolge solo ai fan del gruppo, lascia una sottile gioia a chi la memoria non l’ha ancora persa e coglie il meglio nei dettagli. L’idea di fondo del film non è originale (Oltre alla già citata scena di Troisi, anche I francesi David Blot e Jérémie Royer in una graphic novel del 2011 intitolata proprio “Yesterday”, creano un protagonista franco-americano che, nato nel giorno della morte di John Lennon, si risveglia nella New York del 1961 con tutte le canzoni dei Beatles in testa), ma proprio per questo conferma l’influenza dei Beatles sulla musica e sull’arte futura. Tra i vari omaggi al gruppo, ricordiamo anche quello presente in “I Love Radio Rock”, in cui Curtis aveva […]

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Cinema e Serie tv

9 cortometraggi Pixar da vedere assolutamente

Cortometraggi Pixar: quali sono da non perdere? È consuetudine dei grandi studi di animazione affiancare la lavorazione dei grandi progetti, dei lungometraggi che si apprestano a sbancare i botteghini mondiali, a dei lavori meno impegnativi ma non per questo meno interessanti, anzi capaci di emozionare con storie semplici ma d’impatto. Pensiamo per esempio a Frozen Fever di Disney Animation, che ha accompagnato l’uscita in sala del fiabesco Cenerentola, o Paperman, che anticipava Ralph Spaccatutto. Maestra in questo campo è la Pixar. Prima di ogni film Pixar, infatti, lo spettatore assiste alla proiezione di un cortometraggio animato, della durata di pochi minuti e, la maggior parte delle volte, senza parole. La storia dei cortometraggi Pixar inizia negli anni ’80: la Pixar Animation Studios, infatti, è stata fondata nel 1986 e, solo dal 2006, è di proprietà Disney. Nata inizialmente come divisione della LucasFilm di George Lucas – regista di Guerre Stellari – venne acquistata da niente di meno che Steve Jobs ed ebbe successo grazie alla computer grafica. Personaggio chiave fu John Lasseter che, avendo già esperienza nella Disney in animazione, si dedicò a sviluppare lavori con la tecnica a pc. Il primo fu, nel 1984, “The Adventures of André and Wally B.”. Ad oggi i cortometraggi Pixar si dividono in quattro categorie: i corti di “prova”, ovvero quelli realizzati quando l’azienda non era ancora uno studio di animazione; i corti cinematografici, che vengono proiettati al cinema prima dei film degli Studios; i corti per l’home video e i corti promozionali, realizzati per la prima volta al fine di pubblicizzare Toy Story 3, che di solito vengono distribuiti online e hanno come scopo quello di annunciare l’arrivo di un nuovo film in sala attraverso delle inedite gag dei protagonisti. Difficile stilare una classifica vera e propria, ma ecco i 9 cortometraggi Pixar che non potete assolutamente non vedere 1) Luxo Junior (1986) A guardarlo oggi Luxo Junior fa quasi sorridere, in quanto siamo ormai abituati a una qualità grafica di certo superiore a quella di questo cortometraggio del 1986 tutto incentrato sulla piccola lampada divenuta poi il simbolo dei Pixar Animation Studios. Il motivo per cui è doveroso inserire questo corto tra i cortometraggi Pixar da guardare è sicuramente affettivo: questo mini-film, nato quasi per caso nella mente di Lasseter, rende “personaggio” una lampada posta sulla sua scrivania. Se non ci fossero stati il piccolo Luxo, la sua palla a la sua mamma forse la Pixar non sarebbe mai diventata quello che è oggi. Si tratta di un corto estremamente breve, di appena due minuti, dove una piccola lampadina gioca con una pallina che farà la sua comparsa in numerosi film come uno dei tanti easter egg a cui ci ha abituato lo studio. La durata tuttavia non impedì alla Pixar di ricevere la prima nomination agli Oscar per il miglior cortometraggio di animazione, mostrando una piccola parte delle potenzialità di una tecnologia tanto acerba quanto promettente. 2) Il Gioco di Geri (1997) Il Gioco di Geri (Geri’s game) è stato proiettato nei cinema prima di The Bug’s Life. Scritto e diretto da Jan […]

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Cinema e Serie tv

“Le vite di Ousmane”: Intervista al regista Andrea Piretti

“Le vite di Ousmane” è un documentario girato tra Ischia e Caserta che ripercorre la quotidianità di due uomini, Ousmane e Pako: Ousmane suona uno strumento, mentre Pako è in una compagnia teatrale. Il regista ci accompagna in una bella storia di vita, rivalsa ed integrazione. Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare il regista del cortometraggio Andrea Piretti. Intervista a Andrea Piretti, regista de “Le Vite di Ousmane” Ciao Andrea, presentati a chi non ti conosce Ciao a tutti. Lavoro nell’ambiente cinematografico ormai da qualche anno, in particolare nell’ambito della scrittura e della regia. Da un paio d’anni ho iniziato a girare documentari e “Le vite di Ousmane” è il mio secondo lavoro in questo senso. Perché hai scelto di raccontare una storia d’integrazione e com’è stato? Grazie alla società di produzione Prometeo Film ho avuto la possibilità di concentrarmi su temi sociali che potessero attirare l’attenzione del pubblico. Considerando soprattutto il particolare momento storico nel quale ci troviamo! Non mi sono concentrato sui rapporti tra i personaggi e il mondo esterno, ho preferito raccontare le loro storie e il loro legame con gli altri attraverso le loro azioni dirette. Caserta e Ischia cosa significano per Ousmane e Pako? Ousmane e Pako sono due personaggi (reali, trattandosi di documentario) che hanno molti punti in comune: entrambi amano la Campania come se fosse casa loro e desiderano integrarsi nella nostra società. Caserta e l’isola di Ischia sono due luoghi molto diversi tra loro ma entrambi aperti a questo tipo di culture. Per entrambi, questi spazi sono un terreno in cui coltivare le loro passioni e farsi conoscere.  Hanno entrambi velleità artistiche, quanto sono importanti la moda e il teatro per loro? La possibilità di farsi conoscere attraverso le loro peculiarità artistiche è il punto focale di tutto il racconto. In qualsiasi campo artistico la contaminazione è sempre vista di buon occhio. Quindi la loro cultura e il loro mondo interiore trovano terreno fertile qui da noi. Moda e teatro sono i loro pass-partout per l’Italia e soprattutto per gli italiani. In cosa si sbaglia, in Italia, quando si parla d’integrazione? Non sono sicuro di poter dare una risposta precisa a questa domanda. Il problema parte dalla politica e da una comunicazione sbagliata e approssimativa rispetto al tema dello straniero. Nonostante questo credo che il primo passo debba arrivare dall’istruzione e quindi dalla scuola. Non a caso la terza linea narrativa del documentario è incentrata proprio sull’integrazione tra i più piccoli. Giovani di seconda generazione che crescono nei Quartieri Spagnoli di Napoli diventando a tutti gli effetti napoletani e quindi italiani. Cosa ne pensi del clima che si respira in questi tempi? Come già detto è qualcosa di molto complesso da analizzare. Non sono mai stato a favore di chi individua facilmente un problema in qualcosa o qualcuno. Sia da un lato che dall’altro. Nel documentario, è evidente, si parla di integrazione, voglia di comunicare qualcosa, di conoscere l’Altro. Tutto ciò spesso spaventa ma superato questo ostacolo le possibilità di […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Preservativi a IVA zero: la prevenzione non è un lusso

Con alle spalle la Giornata Mondiale di lotta all’AIDS, si raccolgono i propositi per combattere una tra le piaghe più temute, l’HIV, e si rinnova l’idea della prevenzione con i preservativi. La prevenzione al contagio rimane la principale mossa per debellare la diffusione delle malattie che si trasmettono attraverso i rapporti sessuali. A tal proposito, Gay Center, in occasione della Giornata mondiale di lotta all’Aids, tramite il portavoce Fabrizio Marrazzo, ha lanciato una nuova campagna: “La prevenzione non è un lusso”. L’iniziativa si rivolge direttamente al governo che si appresta a votare la nuova finanziaria e mira a scongiurare l’aumento dell’IVA sull’acquisto di preservativi. Di fatto viene criticata la possibilità di portare l’IVA al 10% sull’acquisto dei preservativi, in quanto ciò, colpirebbe soprattutto la fascia dei più giovani, disincentivati, a causa dei costi, dall’utilizzo dei condom. Una fascia d’età tra le più a rischio al contagio di HIV e malattie sessualmente trasmissibili, non solo per disinformazione, ma anche per l’inaccessibilità ai prodotti. Il preservativo si configura ancora come il miglior strumento per evitare la diffusione di diverse patologie e in particolare dell’HIV. Inoltre rientra certamente tra gli ausili più facilmente reperibili e la campagna di Gay Center intende favorirne la possibilità di utilizzo. Di contraltare, durante la giornata mondiale di lotta all’AIDS è stata Arcigay a pubblicizzare gli altri strumenti di prevenzione come la PrEP o la Tasp o di altri vaccini, che ridurrebbero la vulnerabilità alle infezioni. Come si contrae il virus dell’HIV? L’HIV viene trasmesso attraverso una persona che ha già contratto l’infezione. Il contagio avviene con rapporti sessuali non protetti o con il contatto di sangue oppure oggetti contaminati da tracce di sangue, come aghi, forbici, spazzoli. Il virus è dunque localizzato nel sangue, nelle secrezioni vaginali, nel liquido seminale e nel latte materno. Le persone affette dal virus sono definite sieropositive, quelle sane, sieronegative. Sintomi L’infezione si sviluppa in 4 stadi principali: incubazione, infezione acuta, periodo di latenza, AIDS. Il periodo di incubazione, può variare dalle 2 alle 4 settimane dal momento del contagio e non presenta sintomi significativi. A seguire si manifesta un’infezione acuta, la sua durata è circa di un mese e anche in questa fase non ci sono sintomi significativi. Tra i sintomi più comuni ci sono febbre, faringite, eruzioni cutanee, dolori muscolari, ingrossamento dei linfonodi, piccole piaghe in bocca e stanchezza. A seguire vi è un nuovo periodo, detto di latenza, durante il quale non si hanno sintomi che manifestino la malattia. La sua durata è variabile da un anno a oltre 15 anni. Nel frattempo il virus si sviluppa e si diffonde nell’organismo e conduce all’ultimo stadio, AIDS. Cos’è l’AIDS? L’AIDS è la sindrome da immunodeficienza acquisita, ed è l’ultimo stadio dell’infezione da HIV, uno stadio degenerativo che rende l’organismo vulnerabile a qualsiasi tipo di infezione e condurre alla morte. L’importanza dei preservativi Un’attività sessuale non protetta può dunque trasformarsi in un calvario. I sintomi della malattia vengono spesso confusi o associati ad altra patologie e spesso il paziente non è al […]

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Caffè, una passione elegante

Il Natale è ormai alle porte e come sempre nasce la necessità di dover pensare ai doni da portare a parenti ed amici. L’esigenza principale, oltre a quella di non sfigurare, è quella di riuscire a regalare degli oggetti che siano in grado di garantire la necessaria funzionalità e di risultare contemporaneamente anche graditi. Il caffè può fornirci una soluzione. Convivialità e caffè: un binomio natalizio Interessanti opzioni Ad assecondare questa linea di praticità e bellezza arrivano diversi produttori che propongono interessanti pacchetti e linee di prodotto che vanno proprio in quest’ottica. Un binomio che si sposa molto bene col periodo Natalizio è quello di convivialità e caffè. Anche in questo caso ovviamente esistono molti validi produttori, tuttavia uno che possiamo rilevare da molto tempo tra i migliori è sicuramente Bialetti. Questo brand, molto noto nel mondo della moka e prodotti affini, ci viene in aiuto sfornando una serie di linee prodotto molto interessanti e che hanno il merito di unire utilità e bellezza. La linea Rose Gold di Bialetti rappresenta una delle migliori possibilità per poter assicurare un’ottima idea regalo. Una scelta ideale, particolarmente gradita agli amanti del tè, è rappresentata dal bollitore in acciaio, che si caratterizza per il fatto di sfruttare questo materiale per l’intera struttura e di presentare un manico molto funzionale che ne permette una presa pratica e sicura in modo da poter versare il tè in modo facile e senza pericolo che possa cadere. La finitura metallica che lo ricopre nel caratteristico colore Rose Gold, arricchisce il bollitore di riflessi e sfumature che lo rendono anche particolarmente adatto come complemento di arredo all’interno della cucina, donando un tocco di originalità e raffinatezza. Altra caratteristica molto apprezzata è il fatto che può essere utilizzato su qualsiasi tipo di piano cottura, compresi quelli a induzione. Se sappiamo che la persona cui vogliamo regalare un prodotto della linea Bialetti è un amante del caffè, un dono molto gradito è sicuramente la Moka Express Rose Gold, una piccola e pratica macchinetta da caffè che rende unica questa bevanda. Anche questo prodotto presenta la caratteristica finitura metallica in Rose Gold che oltre ad assicurare eleganza e raffinatezza, permette di ottenere dei giochi di luce e dei riflessi assolutamente unici. Una linea dalle molte sfaccettature Chi invece vuole distinguersi, regalando un accessorio da cucina che oltre a presentare un’elevata funzionalità gode anche di una particolare eleganza, è lo spremiagrumi Rose Gold. Si tratta di un prodotto perfetti per chi non riesce a fare a meno, sia a colazione che durante la giornata, di una fresca spremuta d’arancia, ricca di vitamine. Lo spremiagrumi si presenta molto versatile e perfetto per ottenere succhi da diversi tipi di agrumi quali arance, pompelmi, lime e limoni, in virtù del doppio cono che viene fornito in dotazione. Per essere certi di riuscire ad ottenere la massima quantità di succo da ogni frutto, il prodotto dispone di un doppio senso di rotazione in modo che gli agrumi possano essere spremuti fino in fondo. Il beccuccio salvagoccia […]

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Torta di mele e frutta secca, una ricetta da provare

La mela è un frutto tipico della tradizione contadina, ma anche della cultura in generale, basti pensare alla mela avvelenata delle favole, alla mela che mangiò Eva o al pomo della discordia. E nei freddi pomeriggi invernali, cosa c’è di meglio del caldo profumo di una torta di mele che cuoce lentamente nel forno? La mela è un frutto molto versatile, che si presta sia a ricette dolci che salate. Tuttavia, se si vuole sperimentare qualcosa di nuovo, una delle opzioni più gustose da provare è quella di tramutare la mela in un dolce con della croccante frutta secca che vada a contrastare la sua consistenza morbida. Ricetta della torta di mele e nocciole Questa è una variante della classica torta di mele, l’ideale per fare colazione, per viziarsi con uno sfizioso dessert dopo i pasti, o per accompagnare tisane e succhi di frutta a merenda. Eventualmente, le nocciole possono essere sostituite o arricchite con altra frutta secca che potrete trovare sul sito di Madi Ventura. La torta con mele e nocciole ha un aspetto semplice che contrasta il suo gusto raffinato. È morbida e soffice grazie al cuore formato da sottili fette di mele avvolte da un impasto profumato e dalla frutta secca tritata. Un’esplosione di sapori che si contrappongono tra loro, così come la consistenza della mela e della nocciola, proprio come vogliono i grandi chef. Ecco cosa serve per preparare una torta di mele e nocciole per circa 6 persone: 160 grammi di nocciole 500 grammi di mele delicious 150 grammi di burro 150 grammi di farina 1 uovo 120 grammi di zucchero b. sale Preparazione della torta di mele e nocciole Per prima cosa bisognerà far ammorbidire il burro a temperatura ambiente per circa 15 minuti. Una volta ammorbidito, andrà lavorato con le fruste elettriche insieme a 60 grammi di zucchero fin quando non si formerà una crema soffice e dal colorito chiaro. Solo a questo punto andrà aggiunto l’uovo e si dovrà continuare a mescolare fino a che gli ingredienti non siano amalgamati. Tritare 150 grammi di nocciole (o mix di frutta secca come quelli di Madi Ventura) insieme a 60 grammi di zucchero. Mescolare il tutto alla farina aggiungendo un pizzico di sale ed aggiungere la crema di burro, un po’ per volta, continuando a mescolare. In uno stampo di almeno 20 centimetri di diametro andrà steso metà dell’impasto. Sopra lo stesso bisognerà mettere le mele lavate, sbucciate e tagliate in spicchi sottili. Le mele andranno coperte con l’impasto rimanente e decorate con le nocciole tritate messe da parte. Cuocere la torta in forno preriscaldato a 180° per 50 minuti. Verificare che sia cotta a puntino, sfornare e far intiepidire. Per verificare che la torta sia cotta, utilizzate uno stuzzicadenti. Infilatelo nella torta e se lo troverete ancora umido, vorrà dire che non è ancora cotta come dovrebbe. Una volta intiepidita si può procedere alla sua decorazione trasferendola su un piatto. A questo punto la si può spolverare con zucchero a velo, con cacao […]

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Glutine o non glutine: guida per una spesa consapevole

Sempre più spesso, negli ultimi anni, si sta diffondendo una maggiore attenzione e sensibilità verso l’intolleranza al glutine. Il glutine è un complesso proteico contenuto nei semi di diversi cereali, in particolare nei semi di frumento, e proprio nel frumento fu scoperto nel 1728 da J. B. Beccari, chimico e accademico italiano del Settecento bolognese; venne in seguito studiato da Taddei (1818), mentre successive ricerche sistematiche condotte da Osborne (1901) ne confermarono le osservazioni, distinguendo nel glutine due sostanze chiamate rispettivamente glutenina (insolubile) e gliadina (solubile), differenziabili in base alla solubilità o meno in alcool diluito. Si presenta, ottenuto dalle farine di frumento, come una massa elastica, bianco-bruna, che per essiccamento dà granuli cornei. Per le sue proprietà adesive, il glutine trova impiego come collante nell’industria della carta, nell’appretto e nella stampa dei tessuti. Inoltre, conferendo agli impasti elasticità e struttura, la quantità e il grado di integrità delle proteine che compongono il glutine presente in una farina è un importante indice per valutarne la qualità e l’attitudine alla panificazione.  Celiachia: il fastidioso disturbo dell’intolleranza al glutine Tuttavia, durante la digestione ad opera di transglutaminasi intestinali, in alcuni soggetti si sviluppano anticorpi anti-transglutaminasi che determinano un processo infiammatorio ed alterazioni patologiche a carico dei villi intestinali: ciò nei bambini giunge a provocare perfino un arresto dell’accrescimento corporeo, sia staturale sia ponderale. Tale condizione patologica si definisce celiachia e pare diffondersi in modo sempre più accentuato, determinando una maggiore attenzione alla proposta alimentare, affinché essa risponda alle esigenze dei soggetti affetti da questa fastidiosa patologia. Esiste, inoltre, la sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), un disturbo di recente introduzione, che designa la reazione avversa al glutine e la presenza dei sintomi tipici della celiachia, pur non essendo diagnosticabile quest’ultima dagli esami diagnostici. I prodotti senza glutine in commercio L’Associazione Italiana Celiachia ha registrato un marchio a tutela dei consumatori, la spiga sbarrata, al fine di certificare come idonei al consumo da parte della popolazione celiaca i prodotti alimentari privi di glutine. Oggigiorno, è possibile disporre di una vasta gamma di alimenti, che sempre più si concentrano negli appositi scaffali dei supermercati: abbonda, infatti, la disponibilità di mix di farine, pane, pasta, cereali da colazione, biscotti, merendine, grissini, snack dolci e salati, gallette e preparati per pizza privi di glutine, nei quali il fattore di elasticità e consistenza di quest’ultimo è ottenuto mediante addensanti naturali, come la cuticola di psillio, la lecitina di soia, l’agar agar, la farina di semi di carrube o la gomma xantana. Esistono, inoltre, svariati cereali e pseudo-cereali naturalmente privi di glutine, ricchi di proteine: il riso, l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno e il miglio, ideali per estrarne farine da adoperare negli impasti casalinghi, oppure come cereali da lessare, condire e impiegare nella preparazione di ottime insalate fredde, primi piatti e polpette vegetariane. Infine, per il suo tenore proteico, il glutine è spesso usato come sostitutivo della carne in alcune diete vegetariane ed è la base del seitan, un alimento vegetale tipico della cucina tradizionale giapponese, altamente […]

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Culturalmente

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Il re dalle orecchie d’asino: la storia di re Mida

Re Mida è un personaggio della mitologia classica noto ai più per il celebre potere/maledizione di poter tramutare in oro qualsiasi cosa toccasse. Ma non tutti sanno che egli era legato anche ad una particolarità fisica che gli valse il soprannome de “il re dalle orecchie d’asino” e della quale ci parla Ovidio. Re Mida: le origini e il potere del tocco d’oro Figlio della dea Cibele e del re della Frigia Gordio, Mida è stato oggetto di discussione presso gli studiosi sulla sua identificazione con una figura realmente esistita. Per alcuni sarebbe stato un sovrano nato attorno al II millennio a.c., per altri sarebbe da identificare con il re della popolazione dei Moschi Midas. Quel che sappiamo per certo è che dopo aver trascorso la giovinezza in Macedonia egli spodestò il padre in seguito a una profezia dell’oracolo della Frigia, che vedeva in lui la chiave per mettere fine ai conflitti civili che devastavano il regno. Inoltre viene riconosciuta a lui la fondazione della città di Gordio, destinata a divenire capitale. A narrare del suo mito è ovviamente Ovidio ne l’XI libro delle Metamorfosi. Il racconto inizia con lo smarrimento in Frigia di Sileno, un satiro caro a Bacco (o Dioniso, per dirlo alla greca) che avendo bevuto qualche bicchiere di troppo si era ubriacato, perdendo di vista il dio e i suoi seguaci. Fu poi ritrovato da due pastori che lo portarono al cospetto del loro sovrano, ovvero Mida. Il re accolse il satiro nella sua reggia e lo trattò con gentilezza, ospitandolo per dieci giorni e dieci notti. Quando poi Mida lo riportò in Lidia, regione in cui era stato costruito un tempio in onore di Bacco, Bacco stesso, per sdebitarsi con il re, gli concesse qualsiasi desiderio. La prima cosa che passò per la testa di Re Mida fu quella di divenire più ricco di quanto non lo fosse già e così Bacco gli concesse il potere di tramutare in oro qualsiasi cosa toccasse. Se dapprima Mida si divertiva a vedere qualsiasi oggetto colorarsi di un giallo splendente che era tipico del metallo più prezioso, ben presto dovette ricredersi quando si accorse che anche il cibo che finiva tra le sue mani subiva la stessa sorte impedendogli di nutrirsi. Il re tornò così in Lidia e Bacco, colpito dalle sue suppliche, gli tolse quel potere tanto invidiabile che si stava trasformando nella sua condanna a morte. Ma i contatti di re Mida con gli dei erano lontani dall’essere finiti e da un altro divino stava per ricevere un dono meno piacevole. Il re dalle orecchie d’asino. La maledizione di Apollo Il racconto di Ovidio prosegue con la decisione di Mida di rinunciare al proprio titolo monarchico e alle proprie ricchezze, decidendo di vivere il resto dei suoi giorni in mezzo ai boschi (no, nulla a che fare con Into the Wild). Ad allietare le giornate vissute in mezzo a fiori, piante e animali c’è il dio Pan che suona la zampogna. C’è solo un piccolo problema: […]

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Parole difficili: i vocaboli più evitati della lingua italiana

Le cosiddette parole difficili della lingua italiana sono tantissime, e quotidianamente può capitare d’imbattersi in termini sconosciuti o spesso non utilizzati. Innumerevoli parole, alcune semplici, altre antiche, o specifiche di una determinata area geografica e quindi proprie di un determinato dialetto. Ovviamente, le varie parole sono utilizzate in base ai contesti nei quali il parlante si trova, permettendogli di attivare un processo cognitivo nuovo, dato da nozioni mentali diverse ed ignorate. Ogni persona acquisisce sin da bambino un patrimonio verbale costituito da vocaboli di base che permettono di comunicare efficacemente, dopodiché può imparare e quindi scegliere di utilizzare dei linguaggi specifici che possono essere costituiti da parole difficili. In un vocabolario base sono contenute circa 160.000 parole, usate frequentemente e in modo semplice, nel quotidiano. Discorso nettamente diverso per le parole classificate come “difficili” di cui non tutti si avvalgono, soprattutto nel linguaggio di tutti i giorni e che necessitano, dal punto di vista prettamente linguistico e sintattico, di un’analisi più approfondita. Alcune parole difficili che potrebbe essere importante conoscere sono: fellone, incunambolo, espungere, asindeto, bolso, ma anche, epodo, menarca, omeostasi e altre ancora, si potrebbe continuare all’infinito in una lista ricca di termini desueti (escludendo ovviamente quelli tecnici). Le parole elencate, oltre ad essere considerate difficili, sono onomatopeicamente belle, almeno secondo quanti le hanno commentate sul web e risultano tra le più digitate sul web. Conoscere una parte cospicua, o tante parole difficili, permette al parlante di arricchire le proprie conoscenze, ma anche di classificare i vocaboli in base a vari criteri, tra i quali quelli legati ai problemi di comprensione e pronuncia. La linguistica è una disciplina affascinante, ma è al contempo piuttosto complicata. Continua ad affascinare la sempre più ricca gamma di vocaboli nuovi, grazie ai quali è possibile esprimersi. Spesso le cosiddette parole non utilizzate quotidianamente, e quindi difficili, vengono messe da parte o semplicemente ignorate, come una sorta di sconfitta a prescindere. Proprio in riferimento a ciò, sarebbe sufficiente, cercare e quindi imparare termini sconosciuti e ritenuti potenzialmente complicati, con curiosità, divertendosi a cercare tra le varie parole quelle che suscitano più interesse. In fondo, provare non costa nulla e utilizzare parole nuove in sostituzione ai termini usati quotidianamente consente di arricchire non solo il proprio bagaglio culturale ma anche il significato e il valore stesso della comunicazione. Ricordiamo inoltre che il processo mediante il quale si memorizzano parole nuove (ritenute e denotate spesso come difficili) si chiama mnemotecnica; essa si basa sulla visualizzazione e quindi sulla trasformazione delle parole in immagini, scomponendole poi in più parti. Un ‘trucchetto’ utile, soprattutto agli studenti che spesso temono di non ricordare parecchi vocaboli, anche se considerati difficili. In italiano tra le parole più difficili,  soprattutto da ricordare, spiccano:  sicofante, ampolloso, saccente, retrogrado e almanaccare, ma anche, foriero, entropia, areteico, tatofobia, avulso. Tutti i vocaboli della lingua italiana sono importanti, sia quelli considerati semplici e diretti, sia quelli considerati difficili e quindi abbandonati a se stessi; nonostante ciò, ogni parola, seppur complicata e apparentemente non pronunciabile, consente di arricchire il proprio bagaglio culturale e linguistico e conoscerne […]

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Fratelli di Zeus, chi sono e i loro miti più famosi

L’Olimpo greco, una delle più conosciute famiglie divine. Tra libri, fumetti, film e videogiochi dubitiamo che non abbiate mai sentito parlare dei personaggi che popolano il Pantheon e soprattutto i fratelli di Zeus: Ade, Poseidone, Era e Demetra. Figure che personificano gli elementi della natura, ma anche protagonisti di storie che sono giunte fino a noi con il loro fascino senza tempo. Dunque non indugiamo e (ri)scopriamo assieme la loro storia. L’origine dei fratelli di Zeus : la guerra contro Crono Stando a quanto racconta Esiodo nella Teogonia, in origine il mondo era governato da Urano (il cielo) e Gea (la terra). La coppia mise al mondo alcuni figli che Urano fece recludere negli abissi del Tartaro, spaventato dall’idea che qualcuno di loro potesse spodestarlo. Questi erano i Centimani (giganti con cento braccia e cinquanta teste), i Ciclopi e i Titani, tra i quali c’era Crono. Fu proprio lui a ribellarsi alla tirannia del padre e a tendergli un’imboscata. Approfittando della sua discesa sulla terra durante la notte per unirsi con Gea, Crono lo bloccò e lo evirò con una falce costruita dalla madre stessa. Urano fuggì via e iniziò così il non meno distopico regno di Crono. Anche lui era infatti terrorizzato dal pensiero di un “colpo di stato” ai suoi danni e, dopo aver liberato i Titani e aver scelto Rea come sua sposa, divorò i figli da lei generati: Poseidone, Ade, Demetria ed Era. Soltanto Zeus riuscì a sfuggire alla furia cannibale del padre poiché Rea gli dette da mangiare un masso avvolto in fasce, mettendo il figlio al sicuro nell’isola di Creta e dandolo in custodia al re e alle sue figlie. Passarono gli anni e Zeus, divenuto adulto, affrontò Crono. Gli fece bere una bevanda che lo costrinse a vomitare tutti i fratelli e assieme a loro gli dichiarò guerra. I Titani si schierarono ovviamente con Crono ed erano opposti a Zeus, che avevano stabilito il  “quartier generale” suo e dei suoi fratelli sul Monte Olimpo. Il conflitto fu lungo ed ebbe fine solo quando Zeus liberò i Ciclopi, che fabbricarono le folgori divenute poi la sua arma principale (e uno dei suoi simboli) e i Centimani, che con le loro mani scagliavano i massi contro Crono e i suoi alleati. Alla fine Zeus trionfò in quella che fu chiamata Titanomachia e Crono e i Titani furono esiliati nel Tartaro. Il passo successivo per i fratelli di Zeus fu quello di spartirsi il potere dividendolo in tre regni. A quello che i Romani chiamarono Giove andò il dominio dei cieli, a Poseidone quello del mare e ad Ade il regno dell’oltretomba. I fratelli di Zeus. Poseidone e Ade Prima di essere dio dei mari Poseidone era associato ai terremoti (Ennosigeo, uno dei suoi epiteti, significa proprio “scuotitore della terra“) e soltanto in seguito fu associato all’elemento dell’acqua. Viene rappresentato come un uomo alto e possente, con una lunga barba e con l’inseparabile tridente in una mano. Alcune volte lo si può vedere a bordo di […]

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Diotima di Mantinea: maestra di Socrate e dell’amore

«Ma adesso ti lascerò in pace. Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni». Rientrato dal primo soggiorno in Sicilia, nel 387 a.C. Platone fonda l’Accademia e si dedica con rinnovato slancio agli studi di filosofia, orientando la sua riflessione verso la definizione della teoria delle idee. Nei dialoghi risalenti a questo fecondo periodo di studio, il filosofo rielabora in modo originale la lezione socratica, mettendo in luce il profondo legame interno alla sua filosofia tra conoscenza, etica e politica. Nello specifico, nel Simposio egli sviluppa un’analitica riflessione sulle modalità di conquista della conoscenza ideale da parte del soggetto e indica nell’amore la sola guida capace di condurre l’anima alla visione dell’idea di bello. Per presentare il tema dell’amore, cui attribuisce l’insostituibile ruolo di intermediario tra il filosofo e le idee, Platone sceglie come ambiente un banchetto, da cui il nome: riunitisi in casa del poeta Agatone per celebrare la sua vittoria in una gara di poesia, alcuni amici (tra cui vi è Socrate) decidono di celebrare, ciascuno con un personale elogio, le virtù dell’amore e uno dopo l’altro, tutti i commensali espongono la propria concezione dell’amore lasciando che sia Socrate a esprimersi per ultimo. Questo vivace affresco è composto da tutte le immagini dell’amore tipiche della cultura greca: la superiorità del delirio divino sulla razionalità, la presentazione dell’amore come atteggiamento che potenzia ogni forma di conoscenza e di azione, l’indicazione dell’atteggiamento contemplativo come vertice della conoscenza, la presentazione del filosofo come invasato dalla più alta forma di follia, l’amore di ciò che è ideale, sono temi sui quali il Simposio apre l’attenzione della filosofia. Diotima, maestra di Socrate, è introdotta da Platone nel Simposio per esporre la sua concezione dell’amore La forte aspettativa per il discorso di Socrate e l’intensità con cui egli mostra di aderire a quanto espone, rendono questo discorso la vera e propria enunciazione di una verità conclusiva: Eros è un’entità demonica generata dall’unione di Pòros (l’abbondanza) e Penìa (la povertà), e tale genesi accidentale è emblematica dell’indole contraddittoria di Eros, nella cui natura convivono le tensioni che nascono dal bisogno e dalla mancanza. Ne consegue che l’aspirazione a conoscere la bellezza sia una condizione destinata a rimanere uno stato di felicità solo potenziale: giacché il possesso della bellezza, precluso agli esseri umani, è prerogativa esclusiva della natura divina. Ma aspirare alla conoscenza, senza poterla possedere, è nella natura stessa della ricerca filosofica: l’amore si rivela, così, il privilegiato veicolo di conoscenza che il filosofo deve apprendere a orientare verso il bello ideale, «la bellezza in sé, pura, schietta, non toccata, non contagiata da carne umana, né da colori, né da altra vana frivolezza mortale». Socrate sceglie la forma dialogica per esporre il proprio «discorso» sull’amore. Nel suo encomio di Eros, infatti, il filosofo rievoca una conversazione avuta con la sacerdotessa Diotima, ricreando così l’atmosfera viva e aperta del suo dialogare: «Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, […]

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Fun e Tech

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DottorGadget: intervista ai creatori del sito di e-commerce

Nato dall’idea di due fratelli dell’hinterland milanese, Federico e Filippo, DottorGadget.it è un sito di e-commerce che offre un’ampissima gamma di scelta di prodotti da regalare per ogni tipo di occasione: dall’abbigliamento all’arredamento, dai compleanni alle lauree, dal Natale a San Valentino, passando anche per i matrimoni e le comunioni. Sono tantissime le linee di prodotti offerte, tra le quali spiccano la linea ‘geek’, con i prodotti di alcuni dei più brand dell’animazione come Rick and Morty, Star Wars e Nintendo, e una fornitissima gamma di giocattoli e giochi da tavolo. Di questo e di tanto altro ancora riguardante il sito, abbiamo parlato con i due fratelli che ci hanno raccontato della nascita del progetto e ci hanno anche illustrato i vari servizi che offrono.  DottorGadget, intervista Come nasce DottorGadget.it? DottorGadget nasce nel 2011 dall’idea di 2 fratelli della provincia di Milano. Gli esordi del “Dottore” sono come blog incentrato sui gadget più strani del web. A novembre 2012 però c’è il grande cambiamento, perché al blog viene affiancato l’e-commerce. Il sito passa dall’essere una semplice galleria di prodotti da guardare a una piattaforma incentrata sulle idee regalo originali. Il blog è sempre attivo con tutte le novità e le anticipazioni da ogni angolo del globo, ma c’è anche il negozio online dove è possibile acquistare le idee regalo. Che gamma di prodotti offrite? Per offrire la maggiore scelta possibile, negli anni la gamma di prodotti si è ampliata parecchio. Il catalogo di DottorGadget offre mediamente tra le 1000 e le 1500 tipologie di prodotti. Orientarsi nel sito però è semplice grazie alle tante categorie e filtri che permettono di visualizzare solo ciò che più interessa. Ci sono elementi di arredo, capi di abbigliamento, tazze e accessori per la cucina, gadget originali di ogni genere e tipo, merchandising di brand dal mondo dei fumetti o del cinema, lampade, gadget tecnologici e molto altro. Quali sono i prodotti più richiesti? Tra i prodotti più richiesti ci sono i gadget ufficiali di brand come Star Wars o Harry Potter. Anche la linea di Poster 100 cose da grattare è molto apprezzata. Si tratta di poster con 100 caselle che celano una selezione fatta in base a un tema. Possono essere luoghi da visitare, videogame, giochi da tavolo, film, libri, cibi, birre e molte altre tematiche. Solo ciò che avete provato o fatto può essere grattato per rivelare l’illustrazione a colori. Anche le tazze sono sempre molto amate. Un classico dei regali visto che sono utili e costano poco. Quali sono invece gli oggetti più strani e singolari presenti nel vostro catalogo? DottorGadget.it è un sito specializzato in gadget strani, quindi ce ne sono tantissimi. Pensando anche al periodo ci sono le palline di Natale alcoliche. Delle sfere trasparenti con tappo in stile bottiglietta da riempire con le bevande preferite. Un’altra stranezza possono essere le Calze Sushi, delle calze dai colori stravaganti che da arrotolate sembrano dei piccoli maki in tessuto. Il settore delle calze però offre anche altre stranezze, alimentari (burrito, avocado…) […]

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Come aumentare la velocità di un sito in WordPress

Aumentare la velocità di navigazione in WordPress è possibile, ecco come  È ormai dimostrato che quando l’utente che naviga su un sito web deve attendere più di 4 secondi per leggere un articolo interamente o per aprire una pagina di approfondimento su qualche prodotto a cui è interessato o ancora per completare un acquisto, abbandona il portale su cui si trova per passare ad un altro. Il piacere di muoversi online impone un altissimo grado di reattività da parte del sito web consultato e un tipo di navigazione rapida e senza interruzioni. Questo è il primo motivo per cui è essenziale rendere il proprio sito quanto più possibile veloce, fluido e fruibile al massimo. Si tratta di un aspetto che incide sulla conversione e gioca un ruolo chiave nel successo si un sito. Ridurre i tempi di caricamento delle pagine anche di pochi secondi è una strategia vincente che può portare a un aumento delle conversioni anche dell’1%. Come si “misura” la velocità di un sito Esiste un particolare acronimo “TTFB”, ossia Time To First Byte per misurare in modo standard il livello di responsività di un server web. Il TTFB misura per l’esattezza l’arco di tempo che separa una richiesta http dal primo byte della pagina che viene caricata. Si tratta di un parametro che può essere migliorato investendo in modo deciso sul potenziamento della capacità di calcolo dell’infrastruttura. Per ottimizzare la velocità con cui un sito carica le proprie pagine è fondamentale preparare nel miglior modo possibile base applicativa e infrastrutturale. Come migliorare il TTFG su WordPress Per migliorare la velocità di caricamento delle pagine di un sito web si può agire da un punto di vista applicativo, sfruttando con WordPress validissimi plugin di cache come ad esempio “W3 Total Cache” e dal un punto di vista lato server, grazie a Varnish e Redis, acceleratori web che rendono più veloci e leggeri i carichi dei siti trafficati. È sempre importante ricordare che potenziare l’hardware dell’infrastruttura perde di senso se il software non è ottimizzato. Uno dei requisiti essenziali per garantire velocità ai siti WordPress è assicurarsi di sfruttare al meglio l’hardware di riferimento e provvedere all’ottimizzazione dei contenuti statici. Scegliere architetture robuste e scalabili Un’infrastruttura ben ottimizzata garantisce potenza e flessibilità permettendo di esaltare le performance. Anche scegliere il giusto provider di servizi cloud può favorire il successo dell’infrastruttura realizzata con WordPress. È necessario rispondere alla crescita dei potenziali visitatori puntando su una scalabilità orizzontale che prevede l’aggiunta di altre macchine cloud all’infrastruttura di partenza ma anche verticale, che agisca potenziando la stessa istanza per tutto il tempo necessario. In questo senso è essenziale puntare a servizi che garantiscano la massima disponibilità di banda, soluzioni di cache avanzate, personale di riferimento esperto e competente e valido supporto tecnico disponibile in qualsiasi momento. Su www.seeweb.it trovi il meglio in termini di tecnologia e qualità e puoi contare su un investimento sicuro.

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Culturalmente

Ms. Monopoly: il gioco più amato si tinge di rosa

Ms. Monopoly, il primo gioco dove le donne guadagnano di più degli uomini. Leggi di più sul nuovo gioco da tavolo prodotto da Hasbro! Negli ultimi mesi la presenza delle donne nella privata e pubblica amministrazione italiana ha raggiunto un importante risultato – infatti è stata registrata al 50,6 % – soprattutto nel Servizio Sanitario nazionale in cui le donne sono il doppio degli uomini, mentre in altri settori ancora risulta scarsa. Tuttavia, il gender gap, che ancora caratterizza molti consigli amministrativi anche privati, è ben lontano dall’assottigliarsi, infatti restano ancora molti ostacoli da superare e abbattere, e uno fra questi è certamente il trattamento economico riservato alle “quote rosa” delle aziende: si tratta del gender pay gap. Le donne, dunque, pur essendo più preparate dei colleghi e pur avendo titoli di alta formazione anche in discipline scientifiche (raggiunti spesso in tempi più brevi), hanno molte difficoltà nel raggiungere posti di rilievo e sono pagate di meno. Ms. Monopoly e la riduzione del gender pay gap… almeno nel gioco! Il gioco da tavolo Ms. Monopoly, novità della nota casa Hasbro, produttrice di giocattoli e giochi anche per adulti, almeno nella finzione, riduce questo gender pay gap. Fin dall’inizio del gioco, infatti, le giocatrici sono avvantaggiate rispetto ai giocatori e infatti a loro vengono assegnati circa 1900 $ a fronte dei 1500 $ dei loro sfidanti, mentre i bonus ricevuti passando dal “via” ammontano a 240 $ per le donne contro i 200 $ degli uomini. Sulle diverse caselle sono rappresentate molteplici attività e invenzioni femminili sulle quali investire, e non località sulle quali costruire case o alberghi: Ms. Monopoly, dunque, celebra il grande valore intellettuale delle donne nei campi scientifico e letterario! I giocatori, dunque, potranno scegliere se investire nelle attività di note (e meno note) protagoniste come Ruth Graves Wakefield e Sue Brides, pasticciere dei golosissimi cookies, Stephanie Louise Kwolek, inventrice del giubbotto antiproiettile, Grace Murray Hopper, che creò un primo compilatore per computer (passando da qui i giocatori dovranno consegnare ben 300 $ ogni volta!), Sarah Blakely, promotrice dei primi body, la scienziata Ann Tsukamoto, che isolò per prima le cellule staminali, fino a Rosalind Elsie Franklin che scoprì il DNA e a Andrea Cao che realizzò uno strumento per l’agopuntura. Perfino i segnalini che indicano il percorso dei singoli giocatori sono cambiati, scegliendo un orologio, un calice, un cilindro bianco (che ricorda quello di Mr. Monopoly, nonno della protagonista del nuovo gioco), un aereo, un pesetto da palestra, un libro con penna. E non finisce qui. In occasione del lancio di questo gioco, la Hasbro ha deciso di premiare con un bonus di 20.580 $, tre giovanissime inventrici e imprenditrici: Sophia Weng, 16 anni, originaria del Connecticut, che ha creato uno strumento in grado di prevenire l’apertura di doline con un’approssimazione del 93% (tanto che la sua invenzione è prossima al brevetto e ad essere usata in Florida); Gitanjali Rao, 13 anni, che vive in Colorado e ha inventato un sistema per rinvenire tracce di piombo nell’acqua potabile; e […]

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Fun e Tech

Le giacche invernali si evolvono e diventano sempre più tech

Quello dei dispositivi indossabili è un mercato da 41 miliardi di dollari. Oggi sempre più spesso indossiamo dispositivi tecnologici, domani si andrà verso una loro integrazione negli abiti, o almeno così molti esperti di settore credono. Oggi i dispositivi indossabili sono degli accessori, domani potranno diventare veri e propri capi di abbigliamento o meglio integrarsi totalmente in quest’ultimi. I primi segnali già ci sono. Da un lato abbiamo abiti pensati, ad esempio con tasche dedicate, per portare sempre con noi i nostri cari dispositivi, dall’altro ci sono già le prime sperimentazioni che vedono l’introduzione di sofisticati sensori e altri apparati, direttamente nell’abbigliamento. Altro tema è poi quello di materiali, già oggi sempre più tecnici e smart, in particolare per l’abbigliamento sportivo e da lavoro. Insomma la ricerca è continua, così come l’innovazione portata nel settore, da grandi brand e piccoli produttori. Le giacche invernali sono un ottimo esempio di questa continua ricerca e innovazione. Oggi sono spesso più leggere che in passato e si adattano meglio a diversi contesti, come quello lavorativo. Chi lavora all’aperto e deve in inverno ripararsi dal freddo, necessita di giacche che si rivelino efficaci da questo punto di vista, ma che al contempo risultino leggere e non limitino i movimenti. L’abbigliamento da lavoro è quindi un ottimo terreno di sperimentazione per nuovi materiali e soluzioni, anche di design. Le giacche di oggi sono molto evolute e assicurano confort e sicurezza, grazie a tanta ricerca e sperimentazione. Un altro esempio interessante di come sempre più spesso abbigliamento e innovazione si affianchino è rappresentato dai pile invernali, capo diffuso, ben noto e spesso dato per scontato, ma che rappresenta un ottimo esempio di come si possa trovare un equilibrio virtuoso tra materiali (in questo caso assolutamente sostenibili), moda ed estrema comodità Ci sono poi, anche in Italia, startup innovative che stampano abiti e accessori in 3D, che sviluppano nuovi concept per gli e-commerce di abbigliamento e che lavorano ad applicazioni che non solo consentono di acquistare abiti, ma anche di scambiarli o noleggiarli. I cambiamenti in atto non sono infatti solo tecnologici, ma anche sociali. Non cambiano solo i materiali, non arrivano solo nuovi accessori tecnologici, magari indossabili, ma cambia il modo con in quale ci rapportiamo agli stessi e alla moda in genere. Questo forse è l’aspetto più interessante di tutti.

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Libri

Libri

A spasso con l’antiviaggiatore, di Carlo Crescitelli

A spasso con l’antiviaggiatore è una raccolta di dodici racconti “brevi e brevissimi”, come dice l’autore stesso Carlo Crescitelli, edito da Terebinto edizioni. Suddiviso in tre sezioni (Geoviaggi, Viaggi nel tempo, Viaggi nell’anima), ciascun racconto è introdotto dalla voce narrante talvolta di Carlo, talvolta dell’antiviaggiatore, o addirittura di uno scambio di battute tra l’autore e il suo alter ego. Entrambe queste voci vogliono farsi sentire, e per non finire nell’ombra dell’altro, si punzecchiano con battute taglienti, ma che trasudano familiarità e complicità. Il primo racconto, con cui Carlo Crescitelli ha vinto un premio quattro anni fa, è intitolato Chissà ed è una storia che mette in relazione la vita di tre personaggi: Dragana, Ahmed e Gerardo. Loro non si conoscono, e in realtà non si incontreranno mai. L’unica cosa che hanno in comune è quella di vivere a Monteverde. Il secondo racconto è Il Circo delle Profondità in cui viene raccontata la storia di un gruppo circense in trasferta nelle isolate ed inospitali Dagon Island. La lettura continua con Strade. I personaggi principali sono Nicholas e Susan. Nessuno dei due sa dell’esistenza dell’altro e le loro attività e vite non potrebbero mai metterli a contatto. Non c’è nulla che li accomuna se non l’esistere. Però si sa, la vita è strana, e pure ciò che sembra impossibile potrebbe avverarsi. Il quarto racconto è Traffico atlantico perturbato, il più lungo della prima sezione. L’ambientazione è una nave da crociera che sta navigando nella parte più settentrionale dell’Oceano Atlantico. L’equipaggio viene travolto da una tempesta ed Emilio, il protagonista, si ritrova a vivere un luogo molto simile all’hotel di Shining . La seconda sezione inizia con il racconto intitolato La scheda. John porta avanti una missione, ovvero quella di costruire uno schedario quanto più accurato della sua persona. Analizza qualsiasi aspetto della sua vita: dalle funzioni vitali alle relazioni inter-personali. La scoperta della verità è un racconto intriso di umanità, intendendo le emozioni e le fragilità sbrigliate dalla psiche del personaggio principale. Egli è affetto da una rara forma di sindrome psichica: l’aotite, che limita la sua percezione della realtà, anzi, la annulla completamente. Con L’invisibile coppia invece veniamo catapultati nella città di Avellino. Abbiamo un lui ed una lei. Vengono dallo stesso paesino limitrofo, i loro genitori si conoscono da sempre, ‘lui’ e ‘lei’ hanno anche frequentato il liceo insieme. Però si sono conosciuti e visti per la prima volta solo a trent’anni. Come è potuto accadere? Potere all’immaginazione è un racconto distopico, in cui i simboli e le idee sono bandite in quanto, in passato, hanno portato alla guerra e alla quasi estinzione dell’essere umano. Il governo centrale proibisce qualsiasi tipo di prodotto scaturito dall’immaginazione. Si dà il caso però che il personaggio principale, PX 1251, porti dentro di sé un animo da artista. La terza sezione è composta dai seguenti titoli: Consuelo, in cui vengono svelate in modo grottesco le dinamiche che si vanno a creare nel micro-cosmo degli uffici di un’azienda. La festa, racconto in cui vengono narrate […]

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Libri

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio: torna l’avvocato Guerrieri

Nell’ultima opera di Gianrico Carofiglio “La misura del tempo”, edito da Einaudi (Stile libero big) e pubblicato all’inizio di novembre, torna uno dei suoi personaggi più amati: l’avvocato Guido Guerrieri che avevamo lasciato ormai diversi anni fa  ne “La regola dell’equilibrio” (2015, Einuadi Stile Libero big). La misura del tempo di Gianrico Carofiglio: la sinossi Una vecchia fiamma dell’avvocato Guido Guerrieri, Lorenza, irrompe nel suo studio (che ormai condivide con la spigolosa Consuelo e con Annapaola, con la quale ha una relazione turbolenta) per chiedergli di assumere la difesa legale del figlio Iacopo, accusato ingiustamente di omicidio. Come in tutti i suoi romanzi, anche ne “La misura del tempo”, Gianrico Carofiglio mostra la sua competenza legale, in quanto ex magistrato, e descrive, con dovizia di particolari ma in maniera più fruibile per un lettore che non ha conoscenze di termini giuridici, l’iter legale da affrontare per tentare di scagionare il ragazzo, anche se è in secondo grado e tutte le prove sono contro di lui. La narrazione viene di tanto in tanto interrotta da flashback sul passato: incontrare nuovamente Lorenza porta Guido a ricordare della storia che ha vissuto con lei quando era molto giovane, del suo carattere ostile ma affascinante che sembra aver perso adesso che è ormai una madre stanca, disillusa dalla vita e dalle passioni, in quanto ex scrittrice incompresa. La misura del tempo, una riflessione sul senso della giustizia Come negli altri romanzi di Gianrico Carofiglio, anche ne “La misura del tempo” si torna a parlare di giustizia che al di là dell’opinione comune è un concetto estremamente relativo e mai univoco. Soprattutto si torna a parlare di una “giustizia legale” che mal di concilia con quella “morale”, dilemma dello scrittore che si ripropone in ogni suo romanzo (vedi recensione “La versione di Fenoglio“). Anche in questo caso le procedure sono estremamente distanti dalla verità. Però ne “La misura del tempo” sembra che lo scrittore voglia alludere anche ad un altro tipo di giustizia, quella relativa alla storia d’amore con Lorenza, che sicuramente non si era comportata con lui in maniera esemplare e forse la vita le aveva dato una dura lezione, attraverso suo figlio Iacopo, scapestrato ma innocente. Nel romanzo ritroviamo un Guido Guerrieri un po’ più stanco e disilluso, ancora insonne (ormai è un frequentatore abituale de “L’Osteria del caffellatte”, un bar/libreria aperto solo la notte per venire incontro agli insonni, compreso il gestore). “La misura del tempo” è un romanzo che conferma la capacità di Gianrico Carofiglio nella narrazione: utilizza un linguaggio elaborato ma non complesso che denota, come nelle altre opere, una profonda competenza tecnica in materia legale. Forse l’unica pecca che si può trovare – ma è l’opinione di una lettrice appassionata di Gianrico Carofiglio ormai da anni – è un finale un po’ malinconico che fa presagire una stanchezza precoce nei riguardi della vita da parte di Guido Guerrieri.  [Fonte immagine: https://www.quotidianodiragusa.it/2014/04/09/attualita/la-misura-del-tempo-diventa-piu-precisa/7214]

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Libri

La verità dei topi di Massimiliano Nuzzolo: quando un libro chiama

“La verità dei topi”, edito da Les Flâneures Edizioni, è l’ultimo romanzo dello scrittore veneziano Massimiliano Nuzzolo, già autore di numerosi romanzi e racconti, tra cui “L’ultimo disco dei Cure”, “Fratture”, “L’agenzia della buona morte,“La musica è il mio radar”. Seppur un romanzo breve (170 pagine), “La verità dei topi” è un libro ricco di elementi ben miscelati: il sogno, l’incubo, l’amore, il dolore, intrighi, suspense, complotti e odissee. Fedele al suo stile, l’autore costruisce una surreale e originale narrazione, intessuta di numerose citazioni abilmente inserite al suo interno. Alcune citazioni non sono semplici riferimenti a fatti, persone o storie, ma si configurano come vere e proprie “vicende” o come “personaggi” che contribuiscono allo sviluppo del racconto. Il risultato è una “farsa fantasmagorica, a tratti talmente grottesca da sembrare reale”. La verità dei topi (Massimiliano Nuzzolo): la storia assurda del mondo Protagonista del romanzo è un bambino di undici anni che narra il mondo visto attraverso i suoi occhi. Tuttavia non siamo di fronte ad un racconto “fanciullesco”, ma ad un romanzo distopico, che non descrive un mondo perfetto ed ideale, ma ne mostra il lato spiacevole, a tratti spaventoso. Edgar Kospic, questo il nome del piccolo protagonista, è nato in Venezuela ma ha origini ungheresi.  Terzo di dodici figli, vive a Caracas. Un giorno un incendio divampato in casa uccide tutta la sua famiglia; Edgar è l’unico superstite. Rimasto solo, l’undicenne conosce da subito la fame e la strada. Appassionato di letteratura, fonda con quattro amici del suo quartiere un circolo letterario, ma per combattere la fame e la disperazione, insieme, si riuniscono anche per andare a caccia di topi. In quei tempi bui i topi “erano la salvezza dell’anima e il paradiso del palato”; numerosi ristoranti blasonati della città li acquistavano in grandi quantità per servirli come prelibatezza esotica alla facoltosa clientela. Un giorno, proprio mentre con i suoi compagni consegnava un sacco pieno di topi ad uno dei locali sciccosi della città, Edgar s’imbatte nella contessa Du Marchand, una vecchia arzilla che in gioventù aveva praticato il lavoro più antico del mondo. Dopo  aver rivolto alcune domande al piccolo, la donna, impietosita dalla sua triste storia, decide di portarlo via con sé. Ha inizio così l’avventura rocambolesca e psichedelica del piccolo Edgar, tra topi, favelas, narcotraffico, viaggi, peripezie e letteratura, che poi in un certo senso è la vera protagonista del romanzo. Edgar sogna di fare lo scrittore, ma la strada verso la meta è lunga e tortuosa… Massimiliano Nuzzolo e l’amore per la scrittura e la lettura “La verità dei topi” è un romanzo ben fatto, intrigante e avvincente. La lettura scorre via veloce, tanto che è possibile leggere il libro anche in una sola giornata, tutto d’un fiato. Un capitolo tira l’altro. Ad appassionare è proprio lo scenario in cui è ambientata la storia, che conferisce la giusta tensione al racconto.  Con stile ironico e scanzonato, attraverso la vicenda di un bambino alle prese con i misteri della vita e le invenzioni della scrittura, Nuzzolo […]

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Libri

Mario De Martino,“La Storia ha detto il falso” | Intervista

Abbiamo intervistato Mario De Martino, autore di “La Storia ha detto il falso”! Mario De Martino, classe 1993, è attualmente insegnante di materie letterarie nei Licei, con una laurea in Filologia Moderna e specializzazione alla Scuola di Alta Formazione in Storia e Filologia del manoscritto e del libro antico presso l’Università Federico II di Napoli. Il suo talento gli ha permesso facilmente di emergere nel panorama editoriale con numerose pubblicazioni di narrativa e saggistica. Di recente è stato pubblicato il suo secondo saggio, ossia ‘’La Storia ha detto il falso’’, edito da Formamentis. Il libro segue ‘’L’Inchiesta: la Bibbia, la Chiesa, la Storia- Duemila anni di domande’’, ed è dunque il secondo volume di saggistica, nel quale, in particolare, l’autore si sofferma sulle “fake news’’, le mezze verità, dispensate dalla Storia, nel suo continuo processo di riscrittura da parte dell’uomo e di sottomissione agli interessi e alle necessità del momento. Intervista all’autore Sei un grande appassionato di narrativa e saggistica, due campi molto diversi. Cosa li compensa e cosa li separa? In realtà la differenza è solo apparente: in entrambi i casi c’è alla base la necessità di raccontare storie. Narrativa e saggistica hanno le medesime finalità: coinvolgere il lettore. Chi legge ha bisogno di avere tra le mani un testo avvincente; se il libro in questione non lo fosse, sarà senz’altro abbandonato, indipendentemente dalla natura del suo contenuto. Il pregio della saggistica divulgativa è quello di non dover sottostare al rigorismo dei manuali accademici: il tono può essere meno formale, senza però tralasciare l’accuratezza dei contenuti. Nel tuo nuovo saggio sostieni come spesso la verità storica soccomba sotto il peso della tradizione e delle convenzioni che hanno dispensato e tramandato mezze verità sfruttando il loro potere di controllo delle masse. In particolare quali “fake news’’ ti soffermi ad analizzare? Quelle che oggi chiamiamo fake news – un termine che potremmo definire “alla moda” – sono in realtà sempre esistite. Di balle ce ne hanno raccontate parecchie; se avessi voluto soffermarmi su ogni singola bufala, non solo avrei rischiato di produrre un testo prolisso e noiosissimo, ma avrei pure finito per trasformarlo in un catalogo di menzogne e falsi storici. Ciò che invece ho provato a sottolineare col mio lavoro è che le bufale, ieri come oggi, sono prodotte per un uso concreto: legittimare le azioni del presente. Il medioevo è il periodo che, più di ogni altro, ha prodotto un’immensa quantità di falsi. La mia indagine non poteva non partire da quell’epoca: regni inesistenti spacciati per veri; reperti archeologici creati ad arte; documenti spudoratamente inventati o falsificati… non ci si è fatto mancare niente. Il bello è che, se tali falsi fossero stati smascherati in tempo, forse la Storia avrebbe seguito corsi diversi. Quali ritieni possano essere importanti strumenti per smascherare il falso ed arrivare ad una più esatta conoscenza del passato? Ogni volta che si analizza una fonte scritta occorre necessariamente porsi delle domande: chi l’ha scritta? Perché? Come ci è pervenuta? Capire chi è l’autore della fonte, […]

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Napoli e Dintorni

Food

Cenando sotto un cielo diverso brilla a Villa Domi

A Villa Domi domenica 1 dicembre tornano a brillare le stelle di Cenando sotto un cielo diverso, il format stellato che regna sul territorio partenopeo ormai da diverse edizioni. L’idea di Alfonsina Longobardi – psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage – ha trovato così pieno compimento e quest’anno riesce addirittura ad espandersi, trovando realizzazione nei nuovi esiti benefici del format. Sin dalla prima edizione del 2014, infatti, il ricavato della serata ha finanziato l’acquisto di giochi da donare ai bambini presso il Santobono-Pausilipon e un’area ludico didattica per persone affette da schizofrenia presso il Monaldi. Con la nuova edizione invernale 2019 si vuole fare sempre di più! Con la presenza di Davide Montuori, noto writer napoletano, che si diletterà dipingendo quadri con il vino, sarà devoluto in beneficenza per scopi sociali anche il ricavato ottenuto vendendo le sue creazioni. Annualmente per garantire la buona fede del progetto, vengono rese pubbliche delle foto come testimonianza dei giocattoli che vengono donati ai bambini e dei finanziamenti indirizzati all’area ludica. Fare del bene non è mai stato tanto piacevole! Il format permette di trascorrere una bella serata, con ottimo intrattenimento, bevande e pietanze di qualità, e allo stesso tempo di fare un regalo a chi ne può aver bisogno. Cenando sotto un cielo diverso: Villa Domi si illuminerà di stelle Location d’eccezione per quest’anno è Villa Domi, che sorge elegantemente a Napoli e regala immense sale dalla classica architettura e panoramiche mozzafiato. La serata sarà popolata da salutari proposte enograstronomiche e innumerevoli qualità di vino. Per quest’edizione, oltre l’associazione “Cielo e Mare”, ha collaborato anche il dott. Ciro Langella, ricercatore in ambito medico nel capo della Nutraceutica, che ha dato il suo contributo promuovendo il cibo come arma di prevenzione e salute. Infine come testimonial della kermesse sarà presente Floriana Messina, ex concorrente del Grande Fratello ed influencer dei nostri giorni, che insieme all’attore Francesco Albanese presenteranno diversi personaggi legati al mondo della musica e dello spettacolo (si citano Michele Selillo e Nicola Coletta). A Villa Domi fiumi di vino e pietanze d’eccellenza sono garantiti dalla presenza di oltre 80 chef, tra cui gli stellati Ciro Sicignano, Domenico Stile, Gianluca D’Agostino. Cuochi di livello, pasticceri, maestri panificatori, pizzaioli, produttori locali, cantine vinicole, bar tender ed aziende agroalimentari riempiranno le sale di Villa Domi, tutti uniti dalla mission di Cenando sotto un cielo diverso. Una serata che si preannuncia un successo e grazie alla quale si ha la possibilità di fare del bene. Musica, buon cibo e buoni vini saranno solo la cornice di un progetto più grande: regalare un sorriso in più.

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Food

Rossopomodoro Award: i vincitori del contest

Giunge alla fine il contest “Come un giorno a Napoli”, promosso da Rossopomodoro in collaborazione con Mysocialrecipe (primo portale al mondo di certificazione di ricette originali), arrivato quest’anno alla seconda edizione. Il concorso celebra il successo di un’impresa che ha portato nel mondo un mix inimitabile di cucina napoletana, accoglienza partenopea e attenzione al design e che da oltre 20 anni porta Napoli in contesti internazionali. È un punto di riferimento della pizza e cucina napoletana che continua a rinnovare la rete dei suoi ristoranti con un’operazione di restyling avviata con il lancio del nuovo brand concept “come un giorno a Napoli”. «Uno slogan che rappresenta un inno alla continuità di questa lunga storia partenopea – afferma l’AD Roberto Colombo – e che esprime con ancor più forza il nostro desiderio di raccontare Napoli, la sua pizza, la sua cucina, la sua allegria ed accoglienza nel modo più semplice, vero e diretto» Quest’anno la grande novità è  che le categorie in gara sono state tre: infatti la call for entries è stata rivolta a tutti gli chef, i pizzaioli e i baristi di tutti i ristoranti Rossopomodoro del Mondo: da New York all’Islanda, dal Brasile alla Danimarca, da Monaco a Londra e ovviamente dall’Italia, tutti sono chiamati a raccontare, con un piatto, una pizza o un caffè, cosa vuol dire sentirsi “Come un giorno a Napoli”! Questo è lo spazio speciale che viene dedicato ai professionisti che ogni giorno tengono alta la bandiera di Rossopomodoro. La sfida per tutti i partecipanti dell’edizione 2019 del Contest Rossopomodoro Award – “Come un giorno a Napoli” è stata quella di ideare e registrare su Mysocialrecipe.com – la prima piattaforma di deposito ricette – una creazione originale, realizzata a partire dai prodotti a marchio Rossopomodoro – il cui tema è stato ispirato al territorio partenopeo con l’innovazione e la creatività dei partecipanti e varierà per ciascuna delle tre categorie in gara: cucina, pizza, caffè speciale. Anche quest’anno la competizione si è svolta in due fasi: la prima fase via web, dal 10 luglio al 23 settembre 2019, durante la quale i partecipanti hanno dovuto registrare sul sito www.mysocialrecipe.com le proprie ricette. Al termine di questa fase, la giuria composta dal Presidente Luciano Pignataro, giornalista enogastronomico (lucianopiganataro.it), Alberto Lupini (giornalista di Italia a tavola), Dino Piacenti, uomo della Radio, tv e spettacolo e dallo Chef Pasquale Torrente hanno eletto i tre finalisti (per ciascuna categoria) che hanno preso parte alla seconda fase live di tasting, tenutasi da Rossopomodoro sullo splendido lungomare di Napoli il 26 novembre scorso. In quell’occasione si sono sfidati i finalisti del contest, che hanno fatto degustare le loro creazioni per una giuria pop composta sia dai giurati della fase web, sia da personaggi del mondo del food e dello spettacolo, che hanno assaggiato e decretato il vincitore. Al termine della prova, sono stati decretati i vincitori i quali, oltre alla visibilità mediatica, hanno ricevuto una targa e vedranno le loro ricette  inserite nei menu dei ristoranti Rossopomodoro in Italia e all’Estero, menzionando i nomi dei loro creatori. Categoria Pizza: l’impasto classico napoletano […]

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Eventi/Mostre/Convegni

VitignoItalia 2020: anteprima all’Hotel Excelsior

Si è tenuta lunedì 25 Novembre una grande degustazione con la presenza di circa 100 aziende provenienti da tutta Italia e oltre 500 etichette. Un evento targato VitignoItalia 2020 che anche in questa anteprima è riuscita a soddisfare la richiesta di qualità ed eccellenza, rappresentando l’Italia del vino da Nord a Sud. Un viaggio variegato ed esteso che è riuscito ad appagare sia gli operatori del settore sia i neofiti appassionati. Nei banchi d’assaggio abbiamo naturalmente riscontrato un predominio numerico dei prodotti campani, con la presenza di oltre 40 realtà produttive: una giusta rappresentazione dell’aumento della presenza del patrimonio dei vitigni campani sui mercati nazionali e internazionali. La conferenza di presentazione di VitignoItalia 2020 La preview autunnale dedicata al vino italiano non si è però fermata qui. Infatti lo stesso 25 Novembre, presso la Sala Mascagni dell’Hotel Vesuvio (Via Partenope 45), ha avuto luogo il convegno “Sala e Vino: l’importanza del fattore umano” con ospiti di eccellenza quali Livia Iaccarino (Ristorante Don Alfonso 1890), il giovane Alessandro Perricone (Ristorante Relæ di Copenaghen), i giornalisti Eleonora Cozzella (gruppo Repubblica-L’Espresso) e Giuseppe Cerasa (Direttore de Le Guide di Repubblica). Infine Giuseppe Palmieri, maître e sommelier dell’Osteria Francescana di Modena, a cui è stata consegnata, durante il convegno, la nomina di Ambasciatore di VitignoItalia 2019/2020. Durante il talk show ciascun ospite ha avuto modo di riportare le proprie esperienze professionali nel campo della ristorazione, arricchendo specialmente il significato del servizio in sala. Interessanti le parole di Livia Iaccarino: «La sala è un luogo magico che deve avvolgere, travolgere. Perché se l’ospite non viene accolto nel migliore dei modi, non sentirà la necessità di ritornare. La sala è l’ambasciatore della cucina e, se è un lavoro fatto bene, permette all’ospite di poter carpire il gusto dei piatti al loro più grande potenziale. La sala è un lavoro che richiede comprensione e delicatezza» Ad arricchire questo messaggio ci pensa anche Alessandro Perricone, il quale afferma: «I clienti non si assomigliano mai, quindi la vera arte sta nel  saper adeguare il servizio in base alla persona che si ha di fronte. Questa è professionalità. La sala per me è amicizia, educazione ed empatia» Anche Giuseppe Palmieri si esprime in merito, ponendo specialmente l’accento sulla necessità di smettere di fare una distinzione tra sala e cucina ed evitare la ‘mostrificazione’ della sala. Aggiunge inoltre che l’umiltà è una caratteristica importantissima per far funzionare bene il lavoro in sala. In realtà è una caratteristica che lo ha accompagnato durante tutto il suo percorso professionale e che sta anche alla base del successo della Francescana. La grande versatilità del lavoro di Giuseppe Palmieri gli permette di poter comunicare con naturalezza con ciascuno utilizzando i linguaggi più disparati, da quello tecnico all’amatoriale. E la cosa più sorprendente è che gli switch e le commistioni di linguaggi non stonano, ma danno origine ad un ingranaggio che funziona alla perfezione. Immancabile un accenno da parte degli ospiti sull’importanza della carta dei vini. Possiamo dire che Livia, Alessandro e Giuseppe si sono ritrovati […]

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Napoli e Dintorni

Festival del cinema di Castel Volturno: la II edizione

Festival del cinema di Castel Volturno: la seconda edizione Nei giorni fra l’11 novembre e il 15 dello stesso mese, si è svolta la II edizione del Festival del cinema di Castel Volturno; alla rassegna è seguita una serata di gala – durante la quale sono stati assegnati i premi della stessa rassegna – svoltasi all’“IMAT” (Italian Maritime Academy Technologies). Così come da comunicato stampa, si riportano le parole di Fabrizio Monticelli, Amministratore Unico dell’Istituto IMAT: «L’IMAT ha sposato questo progetto dalla prima edizione; quando gli organizzatori ce ne hanno parlato, abbiamo subito intuito che potesse essere un’idea estremamente interessante per la valorizzazione del territorio. Non a caso anche il nostro progetto è basato sulla responsabilità sociale d’impresa che tende a valorizzare i contenuti migliori del territorio». La II edizione del Festival e il premio speciale “Carlo Croccolo” La rassegna del cinema di Castel Volturno, presentata per questa II edizione da Fabiana Sera, si è aperta con una proiezione di commemorazione verso l’attore (e direttore artistico – insieme a Daniela Cenciotti – della I edizione del festival del cinema di Castel Volturno) Carlo Croccolo e con l’organizzazione (allestita dagli studenti dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore di Castel Volturno) di una mostra a lui dedicata; ricordando l’attore, inoltre, è stato istituito un premio speciale, a lui intitolato, che è stato consegnato ad un giovane talento che, secondo il pensiero dello stesso Carlo Croccolo, maggiormente possa incarnare l’idea di artista “a tutto tondo”; in questa occasione, si è scelto di assegnare il premio “Carlo Croccolo” alla “cantattrice” Viviana Cangiano, giovane talento partenopeo conosciuta, tra le altre cose, per aver preso parte alla recentissima pellicola di Mario Martone Il Sindaco del Rione Sanità e per aver formato, insieme alla collega Serena Pisa, il fortunato duo Ebbanesis con cui le due artiste propongono particolari rivisitazioni (per arrangiamenti, stili, ritmi, contaminazioni musicali)  delle canzoni della tradizione canora e musicale partenopea; a consegnare il premio è stata la direttrice artistica della II edizione del festival, Daniela Cenciotti (moglie di Carlo Croccolo) che, come ricordato nel comunicato stampa, ha dichiarato: «Abbiamo scelto di dare questo riconoscimento a  Viviana  perché è una ragazza dai più talenti che si esprimono tanto su di un palcoscenico quanto dietro una macchina da presa. Siamo molto felici che questo primo premio dedicato a Carlo Croccolo lo riceva lei convinti che incarni perfettamente lo spirito artistico di Carlo e con l’augurio di una lunga, e sempre più florida, carriera».   Festival del cinema di Castel Volturno: la serata di premiazione Le premiazioni sono state intervallate da momenti musicali in cui si sono esibiti la cantrattrice Patrizia Spinosi e il musicista Michele Bonè. Di seguito l’elenco dei premi di categoria e dei premiati: –Miglior lungometraggio: The Uncle di Hiyoung-Yin Kim; -Migliore fotografia a Francesco Morra per Uocchie c’arraggiunate di Paolo Cipolletta; -Migliore sceneggiatura ad Alfredo Mazzara e Matteo Festa per Ragù noir di Alfredo Mazzara; -Miglior attore a Stefano Fresi per Nina di Sabina Pariante; -Migliore attrice a Svetalana Bukhtoyarova  per Because a little […]

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Musica

Musica

Fabrizio Moro torna ad incantare: grande successo all’Augusteo

Dopo lo splendido live del luglio 2018 all’Arenile Reloaded, Fabrizio Moro torna ad incantare il pubblico partenopeo in uno dei palcoscenici più prestigiosi della città: il Teatro Augusteo. Instancabile e mai pago di emozioni, il cantautore romano ha costruito questa tournée, che prende il nome dal suo nuovo album “Figli di nessuno”, intorno al concetto di rinascita. Una rinascita musicale, in primis, dato che erano anni che non lo si vedeva in una forma così smagliante. Troppo spesso relegato nel limbo del mainstream, Il cantante ha tirato fuori tutta l’energia rock che aveva latente imbastendo il suo concerto sulle sonorità che caratterizzavano i primi album –  agli esordi era noto per le sue cover degli U2 -. E non a caso, la canzone che dà il titolo al disco esemplifica, con la sua ruvidezza, la strana situazione di limbo (Noi siamo in mezzo // Fra una partenza ed un traguardo che si è infranto// Noi siamo figli di nessuno) in cui Moro si è trovato incatenato. Rinascita musicale, dicevamo, ma anche e soprattutto sentimentale. Una vita non semplice la sua, in cui le dipendenze e le fobie l’hanno fatta spesso da padrona, ma che il 44enne è riuscito a trasformare con la sua voce graffiante in poesia cantata. Sí, perché il vincitore di Sanremo 2018 è un ottimo paroliere, capace sia di interpolare nei suoi versi le venature più profonde dell’amore, sia di sdradicare e mettere alla gogna il degrado del suo tempo. Accompagnato, come sempre dalla sua consolidata band di talentuosi musicisti, il cantante al Teatro Augusteo ha messo su uno spettacolo di oltre due ore con una scaletta ben congeniata e che ha visto i suoi più grandi successi, tratti da ben 13 fortunati album di una carriera in crescendo, iniziata ormai più di 20 anni fa, alternarsi ai nuovi e ai meno noti. E i brani di apertura, “Quasi” e “Tutto quello che volevi” sono stati proprio l’emblema del suo volersi mettere in gioco, del suo continuo sperimentare con la musica, quasi sia “l’unità di misura per capire la distanza fra le bolle di speranza”. Discorso analogo vale per “La felicità“, tratta da “Pace“, raccolta di brani in cui il cantautore racconta sé stesso, le sue paure e le insoddisfazioni che attanagliano l’umanità intera. Dolore, ricerca e non solo, l’ex giudice di Amici ha portato sul palco anche le sue gioie e le sue aspirazioni che si ritrovano specialmente nella canzone più bella di Sanremo del 2017, “Portami via”, nella quale prega la figlia Anita di essere condotto per mano dall’amore, “da qui all’eternità“. Per il figlio Libero ha scritto, invece, il toccante brano “Filo d’erba”, in cui cerca di risollevare il ragazzo dalla devastazione che una separazione porta inevitabilmente con sé. Altro storico pezzo eseguito, simbolo del suo impegno sociale e civile, è “Pensa“, dedicato alle vittime di Mafia e Camorra, con il quale ha vinto la cinquantasettesima edizione del Festival di Sanremo nella categoria Giovani, e che ieri è stato cantato a squarciagola da tutti; […]

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Musica

Gli Animatronic debuttano con REC

Rec è l’album d’esordio del trio sardo-bergamasco degli Animatronic formato da Luca Ferrari (Verdena) alla batteria, Nico Atzori al basso e Luca Worm Terzi alla chitarra, pubblicato da La Tempesta Dischi lo scorso 8 novembre. Il disco è stato anticipato il 10 ottobre dal singolo Fl1pper# ed è stato registrato in analogico, in presa diretta, e mixato da Alberto Ferrari (Verdena) nell’Henhouse Studio di Albino (Bergamo).  Si compone di 15 tracce strumentali che danno vita a un magma caotico di riff e ritmi intricati, dalle atmosfere visionarie e allucinate. Come ci ha raccontato Luca Worm, è nato un po’ per gioco, spontaneamente ed inconsapevolmente: «Luca e Nico già facevano della jam insieme a casa di Luca, in una cameretta. Ad un certo punto, a Dicembre del 2017, mi han chiamato e abbiamo cominciato con delle jam che poi sono diventati dei riff e poi dei brani. Siamo andati avanti, quasi inconsapevolmente, a lavorare su questi brani strumentali. Il disco è nato così».  La consapevolezza che potesse diventare un disco è nata quando i brani -come ha continuato a spiegarci Luca- hanno iniziato ad essere più di cinque: «Dopo i cinque ci siamo accorti che era qualcosa di più. Abbiamo iniziato a registrare e a riascoltarci, i pezzi hanno preso forma così. È come se non ce lo fossimo detti chiaramente, però si capiva, l’uno con l’altro, che stavamo facendo qualcosa di serio» Seppur senza un’idea precostituita a monte, gli Animatronic si districano abilmente in questo magma caotico di suoni tra il math e il prog rock, con la convinzione e la speranza che si possa fare musica anche senza parole: «Speriamo che venga apprezzata la sincerità delle composizioni, specialmente dai musicisti, da quelli che già ascoltano musica strumentale e dagli amanti del prog. Io spero che anche altri la pensino un po’ come noi: non per forza la musica deve avere le parole, basta anche la melodia». Non siamo davanti, però, ad un estemporaneo ‘divertissement’, il progetto non esclude di avere longevità e di aprirsi anche a nuove sperimentazioni e perché no, anche al cantato, ammette Worm: «C’è un buon feeling, le idee non mancano e non si esclude nessuna cosa. Può essere che in futuro ci sia una voce, piuttosto che un sinth, o può essere che rimanga così».  Per il futuro, la band non esclude nessuna possibilità: «È nato talmente spontaneamente che alla fine siamo una band, non abbiamo un contratto tra di noi che dice domani finisce tutto e saluti, ognuno per la sua strada. Quindi per me non si esclude che ci sia un futuro» Lo scorso 7 Novembre hanno intrapreso il tour di promozione del disco al Covo Club di Bologna e dopo Roma (Largo Venue), Napoli (Galleria 19), Milano (Ohibo) e Torino (CAP10100) proseguiranno con Perugia, Brescia e tante altre ancora. Durante le loro esibizioni live sono accompagnati dalle proiezioni di video amatoriali, alcuni di questi con alcuni pupazzetti in animatronica, la tecnologia che grazie ad alcune componenti robotiche e meccaniche, permette loro il movimento. Guardando […]

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Ivan Costa, il dj e cantante italiano che fa ballare il Sudamerica | Intervista

Se il suo nome non vi dice niente, sappiate che Ivan Costa è un dj e cantante veneziano tra i più richiesti ed amati in Sudamerica. Approdato nel 2013 in Repubblica Dominicana, si è fatto conoscere reinterpretando la bachata latinoamericana in chiave pop italiana e riscuotendo da subito grande successo. È ospite fisso nei principali festival e carnevali del paese e, inoltre, compare stabilmente nelle più importanti playlist Spotify di musica latino americana come Bachata Lovers (1.705.844 followers). Te Amo y Te Amaré è il suo brano più famoso, contenuto nel suo ultimo EP  Ven Mami.  Intervistato da noi, Ivan Costa c’ha raccontato di come è nato questo progetto musicale sudamericano e dei nuovi progetti a cui sta lavorando. Intervista a Ivan Costa Come è iniziata la tua avventura in Repubblica Dominicana? Ero stato contattato dal mio attuale manager che era interessato ai miei dj set. Visto l’interesse decisi di andare in vacanza in Repubblica Dominicana, portando con me tutto il materiale per poter fare un paio di serate di prova per questa agenzia. Fin dalla prima serata ci fu una chimica speciale con il pubblico dominicano e mi proposero un contratto che firmai e da allora ci torno in tour due volte all’anno. Una scelta dettata più dalla voglia di andare via dall’Italia o semplicemente dalla curiosità di aprirsi a nuove esperienze? Un po’ entrambe le cose, avevo voglia di conoscere nuovi mondi, nuove culture, nuove persone… e nello stesso tempo in Italia mi sentivo frenato, sapevo che all’estero potevo dare e fare molto di più di quello che facevo e così è stato. Senti di rimproverare il nostro paese? Io amo l’Italia e non mi va di rimproverarla, purtroppo la nostra realtà è questa da anni, dobbiamo andare via per farci apprezzare e valorizzare, per poi un giorno tornare forti e vincitori. Quindi più che rimproverare l’Italia io credo che siamo noi Italiani che dobbiamo cambiare e cominciare a valorizzarci, apprezzarci e aiutarci di più, cosa che in America già esiste. Credere nei giovani e in nuovi progetti significa creare un futuro. Un paese lo fa il popolo che ci vive e quello che semino oggi lo raccolgo a suo tempo non subito. Che ambiente hai trovato in Repubblica Dominicana? Un ambiente molto accogliente, persone fantastiche che ti aprono le porte di casa anche senza conoscerti. Se possono ti aiutano senza pensarci troppo. Ovviamente hanno la loro cultura, i loro modi e i loro tempi. Apprezzano molto noi italiani comunque. Quali sono i festival e i principali carnevali del luogo in cui hai suonato? In Repubblica Dominicana i festival sono organizzati dai grandi marchi e della rete televisiva nazionale, io i primi 3 anni ero sponsorizzato da Brugal e ho suonato nei loro festival e feste in spiaggia incluso il Carnevale di Santiago de los Caballeros dove ero ospite nell’area Vip Brugal. Gli ultimi 3 anni ed ancora oggi sono sponsorizzato da “Presidente” (La Birra Nazionale) e quindi partecipo ai loro festival e feste in spiaggia e con […]

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Musica

Epic Fail: intervista all’artista Frabolo

In occasione dell’uscita il 13 settembre dell’album Epic Fail per la IndiePendente – Gruppo Prima o Poi Music, abbiamo intervistato l’artista Francesco Bolognesi, in arte Frabolo. Al disco hanno lavorato anche Dr. Noise, Jimmy Burrow e Dj Myke. Dieci i brani dell’album. Intervista a Frabolo Cosa significa la musica per Frabolo? Esprimersi cercando di mantenere una sincerità, un’onesta di fondo che per me è fondamentale. Io mi sono avvicinato al rap perché secondo me può comunicare tanto. Comunicare, farsi ascoltare e ascoltare, anche, credo sia importante, specialmente in un contesto storico come questo, che è un mondo che ci vuole tutti connessi ma fondamentalmente ci lascia soli. Per Epic Fail hai scelto temi che potrebbero essere definiti pesanti, come mai? Pensi che l’album sia effettivamente pesante come dicono i commenti negli skit? Avevo iniziato a scrivere le prime canzoni senza pensare minimamente che poi sarei riuscito a fare effettivamente un album: scrivendo e continuando a scrivere mi sono reso conto che i brani iniziavano ad amalgamarsi tra di loro. Il tema ricorrente in ogni brano era fondamentalmente il mio stato d’animo in quel momento, che poi si poteva riflettere in una considerazione politica o musicale. A proposito di visione nel mondo, nell’album da una parte c’è una critica alla situazione attuale del paese, dall’altra l’orgoglio di non lasciarlo e la necessità di una rivoluzione. Come vedi il futuro di questo paese? Mi auguro di sbagliarmi ma lo vedo molto buio perché ho l’impressione che si possa peggiorare ancora, e tanto, e questa cosa mi fa paura. Siamo un popolo ingovernabile, nonostante sia legato al mio paese. Sono fiero di essere italiano però non so, è un concetto difficile da spiegare, ma se c’è del disagio a parlarne è proprio perché ci vorrebbe una situazione diversa. Faccio fatica anche a vedere una startup dalla quale poter partire perlomeno per adesso. Epic Fail: il rap di Frabolo   Per il momento non vedi possibilità di miglioramento? Se non quello non di una rivoluzione – perché in realtà “Complimenti alla trasmissione” parla proprio del fatto che oggi si è anche perso il concetto di rivoluzione, parliamo tutti di rivoluzione, però poi ci incantiamo ad ascoltare i bei discorsi del mondo -; credo si possa partire sicuramente dall’ascoltarsi, dal comunicare. Secondo me in questo momento manca la comunicazione: è paradossale perché siamo in un momento dove siamo tutti connessi ma non si sa bene a cosa, a niente. Tornando alle tematiche di Epic Fail, c’è anche una critica alla musica commerciale. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale italiana? Non è una critica alla musica commerciale assolutamente, in realtà è una considerazione che faccio: in Italia la roba che ha successo diventa automaticamente migliore. E oggi, tornando al discorso di prima, visto che dovremmo essere tutti connessi, ognuno può andarsi a cercare quello che gli piace ma credo che la maggior parte delle persone si accontenti di quello che offre la mensa, non c’è ricerca. Non è una critica alla musica, è […]

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Teatro

Teatro

Allert Comedy: la Stand-Up Comedy allo Slash+

Gli spettacoli di stand-up comedy continuano a Napoli con un rinnovato incontro domenica 1° Dicembre allo Slash+ (Via Vincenzo Gemito, 20). Ad esibirsi sono i ragazzi dell’Allert Comedy, un gruppo nato circa un anno e mezzo fa fondato da Vincenzo Comunale e Adriano Sacchettini, che risponde alla necessità di riuscire a dare uno spazio agli artisti napoletani (e non solo) di esibirsi. Alcuni dei nomi incominciano a diventare familiari alle orecchie degli appassionati. Oltre a Vincenzo ed Adriano infatti ci sono quelli di Davide DDL, Flavio Verdino e Elena Mormile. Ma prima di immergerci in quelli che sono stati i punti caldi della serata, soffermiamoci sul significato più generale di stand-up comedy, di ciò che include e la potenza comunicativa che è insita ad ogni spettacolo. Quindi, cosa si intende per stand-up comedy? Sicuramente possiamo affermare che è ciò di più vicino al vero. Con i monologhi degli artisti il pubblico ha la possibilità di entrare negli spaccati di vita vissuta degli stessi. È un tipo di spettacolo che rifugge dai meccanismi artificiosi del teatro e ha come necessità quella di interagire attivamente con il suo pubblico. La comunicazione e il trasporto sono elementi fondamentali ed imprescindibili. Se il comico si nasconde dietro ad una maschera che non gli appartiene, la magia della stand-up ne risente, e non può più essere chiamata tale. Risulta difficile nell’immaginario comune dei nostri giorni fare una distinzione tra quella che è la figura del satiro e quella del comico. Ecco perchè il gruppo di Allert Comedy è un importante esempio di commistione di elementi che può dare finalmente i giusti strumenti al pubblico partenopeo per la comprensione di questa forma di spettacolo. Allert Comedy allo Slash+ Ad aprire la scena abbiamo proprio Vincenzo Comunale, subito dopo raggiunto da Davide DDL. Riscaldano il pubblico con una serie di botta e risposta riguardo al Black Friday, analizzando in particolar modo l’assurdità degli atteggiamenti febbrili degli acquirenti. Vincenzo avrà modo durante tutto lo spettacolo di intervenire e portare in piccoli flash un monologo riguardante la vita di coppia. Si spazia su tematiche che riguardano la gelosia, la difficoltà nel comunicare e comprendersi. Sincero, esilarante. Vincenzo ha strappato molte risate al pubblico pur portando il suo pezzo sul palco a spezzoni. Lascia poi spazio ad Adriano Sacchettini che introduce il suo monologo riguardante l’essere troppo buoni. Direte voi, che male c’è? Essere troppo buoni ai giorni nostri può risolversi in un tragico susseguirsi di eventi. Da quello di essere perennemente friend zonati dalle ragazze a quello di essere subito catalogati come esseri spregevoli per aver espresso per la prima volta nella propria vita un dissenso rispetto a qualcosa. Un bel spunto di riflessione che ha strappato qualche risata e ha (speriamo) ridimensionato l’ego delle cosiddette ‘volpi’. Flavio Verdino è il secondo ad entrare in scena e ci espone il suo monologo riguardante la napoletanità. Ma non come la si intende e si usa leggere ormai da qualche tempo sui giornali. La napoletanità espressa da Flavio non ha nessuna […]

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Teatro

Lisistrata in scena al Trianon Viviani

Lisistrata, donna ateniese, convoca numerose donne di Atene e altre città: bisogna discutere di un importante problema. A causa della guerra del Peloponneso, infatti, gli uomini delle poleis greche sono perennemente impegnati nell’esercito e non hanno più tempo per stare con le loro famiglie.  Lisistrata propone allora alle altre donne di fare uno sciopero del sesso: finché gli uomini non firmeranno la pace, esse rifiuteranno di avere rapporti sessuali con loro. Dopo un momento di sbigottimento e di rifiuto, le donne si dicono favorevoli al piano e fanno un giuramento.  Lisistrata di Aristofane, autore greco di V secolo, è la commedia che più di ogni altra sottolinea la forza motrice del sesso, ritenuto già dai Greci tanto potente da poter condurre alla soluzione di una guerra. E sarà proprio con il sacrificio di questo piacere che la donna e le sue concittadine proveranno a convincere gli uomini alla pace duratura.  Si tratta di un’opera di una modernità impressionante: Aristofane pone le donne sullo stesso piano degli uomini, inneggiando all’isonomia. È un riscatto di genere, o meglio, una vera e propria guerra tra generi, animata dall’intenzione più nobile: ristabilire la quiete e la tranquillità. L’aspetto più interessante di questa commedia è la sua concretezza, la sua vicinanza alla realtà insita dell’arma che Lysistrata utilizza per vincere la sua battaglia: la libido.  Lisistrata è una donna intelligente, passionali e determinata a ottenere ciò che desidera, ma più che altro è una figura energica: la sua forza è la combinazione di pazienza e strategia, abilità che le donne quotidianamente sperimentano.  Cosa accadrebbe se Lisistrata non fosse nata ad Atene, ma nel sud dell’Italia? Con il sottotitolo a rivolta d”e mugliere, Franco Cutolo ha riscritto in napoletano la celebre commedia, ambientandola nella metà dell’Ottocento in un immaginario paese della Campania. Questo classico della comicità è stato portato in scena da molti autori – spiega Cutolo, che firma anche la regia dello spettacolo – ho considerato più versioni, in particolare quella di Gaetano Di Maio, per arrivare a un testo più attualizzato, pur se il linguaggio, in cui sovrabbondano proverbi, sembra talvolta rimandare alla lingua di Cortese e Basile. Nella scrittura di questa storia travolgente, piena di sorprese e comicità, ho tenuto sempre ben presente l’interprete che ho scelto, Maria Del Monte, una delle ultime testimoni della nostra grande tradizione attoriale.  Con Del Monte è in scena Gino Curcione. Gli altri interpreti sono Annamaria Colasanto, Claudia Buongiovanni, Pietro Juliano, Lucia Palmentieri, Carla Buonerba, Lello Russo e Rosaria Io. Le musiche sono eseguite dal vivo da Mimmo Maglionico, Enzo Vorraro, Nicola Norma, Patrizio Catalano, Alessandro Dell’Aquila e Joey Napolitano. Lisistrata, liberamente tratta dall’omonima commedia di Aristofane, in scena al Teatro Trianon Viviani dal 28 novembre all’8 dicembre. 

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Recensioni

La panne: l’opera surreale di Friedrich Dürrenmatt al Teatro Mercadante

Al Mercadante dal 27 novembre all’8 dicembre va in scena la surreale trama de La panne Esistono ancora storie possibili? È questo l’interrogativo con cui si apre La panne, opera surreale tratta dall’omonimo romanzo di Friedrich Dürrenmatt. Una storia impossibile, perché non vera, diventerà possibile, quasi reale. La panne, testo riadattato e diretto da Alessandro Maggi, affronta un tema di capitale importanza: la verità. La verità ne La panne diventa un concetto opinabile: può risultare vero anche ciò che non lo è, nemmeno parzialmente. Può risultare credibile, fino al punto da sembrare vero, anche ciò che non è mai accaduto. Alfredo Traps, interpretato da Giacinto Palmarini, è un ordinarissimo agente di commercio, la cui vita è scandita da un modesto lavoro, che conduce non senza ricorrere a mezzucci e piccoli imbrogli, una moglie, quattro figli e qualche adulterio. Traps rimasto bloccato perchè la sua costosa studebaker è in panne, trova ospitalità presso la villa del signor Werge (Stefano Jotti), giudice in pensione che, per sopravvivere al tedio e alla lenta decadenza fisica e mentale alla quale il pensionamento conduce, assieme ad altri ex giuristi ogni sera “gioca al tribunale”. Le cause di solito sono incentrate su personaggi storici: So­crate, Gesù, Giovanna d’Arco, Dreyfus. Ma avere a disposizione “materia viva” sarà per loro un gioco ancora più divertente perchè più perverso e reale. Traps non ha commesso nessun crimine: la verità dei fatti è questa. Ma il gioco dei quattro pensionati non necessita di fatti, evidenze, verità incontrovertibili. Zorn, ex pubblico ministero interpretato da Nando Paone, riuscirà a dimostrare che Traps è un assassino: un assassino così abile da aver ucciso il suo principale, il signor Gygax, senza versare una goccia di sangue. Mentre il gioco, che si svolge durante una cena luculliana, si fa sempre più divertente per gli ex giuristi, per Traps diventa sempre più reale. Traps si sente costretto nella sua ordinaria e modesta vita di agente di commercio e vede in questo omicidio così sapientemente architettato la possibilità di rendere «più difficile, più eroica, più preziosa» la sua meschina vita di imbrogli e adul­teri. L’esito sarà dei più tragici: tanto tragico quanto surreale. In un clima leggero e goliardico, quello di una cena tra uomini, Dürrenmatt pone una domanda all’apparenza facile: esiste una verità unica, oggettiva,  immutabile, oppure ognuno può costruire una propria realtà dei fatti, ricostruire a proprio piacimento il passato e la verità? foto: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/la-panne/#gallery/91f068198a6788320fdec74cd167277c/2991

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Recensioni

Festa al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato, la prima nazionale al San Ferdinando

Giovedì sera è andata in scena la prima nazionale del nuovo spettacolo di Enzo Moscato, per i testi e la regia, al Teatro San Ferdinando di Napoli fino all’8 dicembre: Festa al celeste e nubile santuario, con Cristina Donadio, Lalla Esposito, Anita Mosca e Giuseppe Affinito.  Un vascio disgraziato addobbato con qualche festone natalizio alla vigilia del giorno dell’Immacolata, lenzuola ammapusciate su un letto e una dispensa scarna, sotto il cui mobile si nasconde una bottiglia di anice simbolo materiale di una già perpetuata incrinatura nel nucleo familiare. All’apertura del sipario c’è, di spalle seduta, Elisabetta, la sorella maggiore, ai cui lamenti per un dolore intollerabile agli occhi fanno eco le visionarie preghiere di Anna, sorella “di mezzo”, che sogna di vedere lo Spirito Santo scendere in terra e recare in quella disgraziata triade un bagliore di divinità. A completare il tutto c’è infatti Maria, la sorella minore, muta e dal nome profetico, bisognosa secondo le maggiori delle più piccole attenzioni, che si trasformano in doveri e poi in obblighi. Nella pièce di Enzo Moscato sacro e profano si alternano continuamente; tra il mantenere viva la speranza del miracolo che risulterà troppo accecante per poter essere definita fede, e una miscredenza terrena, ancorata ai vincoli radicati della realtà. Queste due forze contrastanti si rappresentano sul palco da Elisabetta e Annina, una divertente Lalla Esposito nella sua bigotta serietà insieme ad una raggiante Cristina Donadio, un personaggio ingenuo, bonario, ma sornione e alla fine machiavellico. Anna è una donna sognatrice, ma rarefatta nella credenza cristiana, in attesa di un miracolo che deve per forza illuminare la vita piatta e routinaria di tre misere sorelle. In lei si nasconde il desiderio di una svolta, come l’incontro con un uomo che possa porre fine al nomignolo dispregiativo di “signorina”, come fosse lettera scarlatta, ma mascherato da profezia e misericordia, un desiderio nascosto da finta carità e il soccorso in favore dello sventurato e stupido Toritore. Di contro i dogmi severi di Elisabetta, una sorprendente Lalla Esposito che scandisce frasi e canzonette con un accento solido, duro, senza sfumature, proprio come il suo personaggio. Infatti è lei a fare sì che il loro piccolo mondo sia intatto, lontano sia da provocazioni che da falsi miti, è lei che spegne le continue grida al miracolo di Annina. Ma niente può, però, quando Maria scopre di aspettare un bambino nella sua interezza da vergine: la presunta e agognata grazia si è compiuta. Celeste e nubile verginità, Enzo Moscato in scena al San Ferdinando di Napoli: buona la prima Così questo parallelismo tra Maria e la Vergine si è definito, e nel secondo atto a distanza di mesi la festa tinta di celeste assume i connotati tanto desiderati da Annina. Adesso è lei a tenere i cardini della famiglia, è lei che dispone del futuro delle sorelle, anche di Elisabetta, ammansita da una celere cecità. Vestite da sposa, le due sorelle ora non hanno più nulla di nubile, nulla più di vergine, almeno nello spirito, ma sempre […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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