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Eroica Fenice

In Primo Piano

Comunicati stampa

Arriva a Napoli il corso degustazione distillati “Whisky & Dintorni”

Dagli anni ’60 ad oggi il Whisky è al centro dell’attenzione di amatori, appassionati e degustatori. Affascinante la sua storia che affonda le radici nel vecchio continente e che si allarga a macchia d’olio in tutto il mondo, portando risultati eccellenti da ogni dove: si può infatti affermare che nessun distillato al mondo ispira altrettanta curiosità. Del resto un vecchio detto irlandese sostiene: per tutto ciò che il whisky non può curare, non esiste una cura. L’Associazione Sud Food, che ha come obiettivo la diffusione di conoscenza e consapevolezza su ciò che mangiamo e beviamo, propone il corso “Whisky & Dintorni”, che nasce proprio per informare e rendere consapevoli principianti e bevitori appassionati, che vorrebbero conoscere meglio quello che hanno nel bicchiere, imparando a descriverne le caratteristiche nel modo più corretto. Un corso pratico ed essenziale che si propone di introdurre al mondo del Whisky fornendo gli strumenti giusti per comprendere come degustarlo ed abbinare al meglio uno dei distillati più bevuti al mondo. INFORMAZIONI Quando? 25 Novembre e 9-16 Dicembre 2019, il Lunedì dalle 20,30 alle 22,30 Dove? Hotel Piazza Bellini, via Santa Maria di Costantinopoli (NA) Il corso è composto di 3 lezioni concentrate sull’approfondimento di argomenti di teoria e di pratica. Il corso è a numero chiuso per un massimo di 25 partecipanti (il corso partirà se raggiunto il numero minimo di 15 partecipanti). Costo: € 100,00 ( + € 20,00 di iscrizione all’Associazione 2020)

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Musica

Francesco Renga all’Augusteo con L’altra metà Tour

Ha iniziato il suo lungo e fortunato viaggio venerdì 11 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano “L’altra metà tour“, il nuovo tour di Francesco Renga, che conterà oltre 50 date ed approderà in Europa a maggio 2020, e che nella serata del 18 novembre ha inaugurato la stagione di concerti del Teatro Augusteo di Napoli, dove si esibirà anche nella serata del 19. L’altra metà tour di Francesco Renga, una nuova stagione per un grande artista Accompagnato sul palco dai suoi musicisti Fulvio Arnoldi (chitarra acustica e tastiere), Vincenzo Messina (pianoforte e tastiere), Stefano Brandoni (chitarre), Heggy Vezzano (chitarre), Phil Mer (batteria) e Gabriele Cannarozzo (basso), Francesco Renga presenterà al pubblico in tour il nuovo album, “L’altra metà” (2019), l’album da cui è tratto Aspetto che torni, il brano che Francesco Renga ha presentato al 69° Festival di Sanremo. L’altra metà è stato prodotto da Michele Canova Iorfida e contiene 12 brani dal sound e dal linguaggio contemporaneo, volti a rappresentare l’altra metà della sua vita e carriera artistica trentennale, carriera già costellata di grandi successi come Uomo senza età, Angelo, La tua bellezza, Vivendo adesso, Meravigliosa, Era una vita che ti stavo aspettando e Il giorno più bello del mondo, classici intramontabili dell’artista. L’altra metà, sulla scia già di Tempo Reale (2014), si propone come un nuovo album dal sound e dai linguaggi contemporanei e che ha quasi il sapore di un bilancio, caratterizzato da una nuova consapevolezza, presentato in un live che ha il pregio di saper spaziare tra passato e presente con continuità ed innovazione. «Il fascino e la bellezza del teatro, la vicinanza fisica con il pubblico. Poterlo guardare in faccia, toccarlo, sentirlo. E sapere che loro possono fare altrettanto. Lo spettacolo che andrà in scena è pensato proprio per questo, per vivere una serata ricca di grande magia».  Un tour coinvolgente, che sfrutta a pieno le potenzialità del teatro e la possibilità di reale interazione col pubblico, che è l’altra metà dell’artista -quella in cui l’artista, come in uno specchio, può rispecchiarsi e nel quale, a sua volta, anche il pubblico si rispecchia- , e che porta in scena, insieme ai brani inediti del nuovo album, i più grandi successi del cantautore udinese, che emozionano ogni volta la platea come fosse la prima, perché raccontano un sentimento che, nella sua semplicità, è complicato come null’altro ed è il vero motore del mondo: l’amore, in tutte le sue sfumature. Quello che resta, quello che se ne va, quello che non è mai iniziato ma è stato a lungo desiderato, quello verso i propri familiari, quello verso gli amici ed il proprio compagno. L’altra metà della mela, o, se si preferisce, l’altra metà del cielo. Quell’altra metà che pochi cantautori italiani contemporanei sanno cantare e celebrare bene, con spontaneità e poesia, quanto Francesco Renga. – Foto di Toni Thorimbert in comunicato stampa.

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Attualità

Attualità

Io sono Giorgia, tra parodia e propaganda

In sole due settimane, il remix “Io sono Giorgia” ha raggiunto oltre i 5 milioni di visualizzazioni. Realizzato da MEM & J, si tratta di una canzone creata con gli spezzoni del discorso del 19 ottobre scorso, pronunciato da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, durante il comizio svoltosi a Roma. La hit ha spopolato tra i vari social e i vari profili, anche di personaggi dello spettacolo, come Luciana Littizzietto, Malgioglio e M¥SS KETA. Le intenzioni degli autori erano quelle di creare un inno a favore della comunità LGBT+, l’associazione che celebra l’orgoglio, la diversità e la libertà sessuale, proprio deridendo la Meloni sulla sua ormai celebre affermazione “Vogliono che siamo Genitore 1 e Genitore 2”. Parodia e effetto boomerang Il successo ottenuto ha, però, creato un vero effetto boomerang: quelli che avrebbero dovuto subire il colpo, gli elettori di “destra” e la leader del partito, lo hanno trasformato in un canto di celebrazione. La stessa Meloni ha rivelato in un’intervista a Radio1 di considerarlo un vero e proprio tormentone, che entra in testa e non ne esce più. Così, la parodia di Io sono Giorgia si è mostrata costituita, ancora una volta, da una linea sottilissima ed ha deviato il percorso volutamente intrapreso: una cerchia numerosissima di giovani e giovanissimi è, in questo modo, entrata in contatto con gli ideali della Meloni, canticchiando una canzone che, senza un fondamento politico o una conoscenza adeguata, non è più una denuncia, ma solo musica. Così, far giungere il messaggio che una donna è tale perché una madre e una cristiana o che siamo circondati da costanti tentativi di sradicamento dell’identità e delle nostre radici è diventato più semplice del previsto e ha riscosso più successo di qualsiasi discorso politico degli ultimi tempi. Gli stessi giovanissimi, nell’ascoltarla, hanno guardato per 2 minuti e 33 secondi sbandierare un tricolore italiano posto su una scritta che cita “Una Patria da amare e difendere”. I nuovi espedienti della retorica politica Questo episodio si inserisce così in una più complessa riflessione, fortemente attuale: la retorica politica, quella celebrata dai più grandi studiosi dell’antica Roma, è stata sostituita da un linguaggio semplice e diretto, dall’utilizzo dei social come mezzo di comunicazione primaria, dalla ripetizione insistente degli stessi termini facilmente memorizzabili e utilizzabili. Questa stessa fruibilità viene poi accostata al fattore emotivo, al tentativo di mostrarsi partecipi di una più ampia e condivisa condizione, di fare populismo. Questi elementi appaiono come la versione evoluta delle più antiche tecniche di propaganda dei totalitarismi del secolo scorso, dai caratteri vistosi alle immagini di vita quotidiana. Così, liberandosi da ogni preconcetto complottista, è necessario fare attenzione e riflettere sul fatto che il diretto e il semplice non sono sempre elementi indicativi di un’intenzione sincera. Rendere comprensibile, divertente e popolare la politica, senza tenere conto di quanta disinformazione dilaga a riguardo tra i giovani e non, induce a dimenticare che si tratta di una cosa seria, oltre che molto importante. La prossima volta che canteremo un motivetto popolare dagli ideali retrogradi […]

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Attualità

Daphne Caruana Galizia e il coraggio della verità

Daphne Caruana Galizia è morta il 16 ottobre del 2017, a 53 anni, e a pochi metri dalla sua casa di Bidnija, a nord dell’isola di Malta. Una bomba radiocomandata a distanza ha fatto esplodere la sua auto, una Peugeot 108, mentre era diretta in banca. Qualche settimana prima, infatti, il Ministro dell’Economia Maltese aveva fatto congelare i suoi conti correnti, come misura cautelare per un articolo di Daphne in cui lo accusava di essersi recato in un bordello durante una visita di Stato in Germania. Tre sono gli uomini accusati di essere gli esecutori materiali dell’uccisione: si tratta di Vincent Muscat e dei fratelli George e Alfred Degiorgio, dichiaratisi non colpevoli davanti al giudice. Ma dei mandanti ancora nessuna traccia. Solo 23 minuti più tardi dell’esplosione, sul blog “Running Cummentary” della giornalista maltese, che aveva scosso gli alti vertici del Governo e della politica, è comparso il suo ultimo articolo. «Ci sono ladri ovunque uno guardi. La situazione è disperata» aveva scritto. Uno dei suoi tre figli, Matthew, è stato il primo ad arrivare. «Ho visto parti del corpo di mia madre intorno alla sua automobile bruciata. Ho capito che non c’era speranza». Poco tempo prima di essere uccisa, Daphne Caruana Galizia aveva ricevuto minacce fisiche e verbali anonime, intimidazioni (tra cui l’uccisione del suo cane e un tentativo di incendiare la sua casa) mai prese sul serio dalle autorità a cui erano state denunciate. Le indagini sull’omicidio di Daphne sono state svolte dalla polizia maltese in collaborazione con l’Fbi, l’Europol e un dipartimento investigativo speciale arrivato dalla Finlandia, ma lo scorso giugno il Consiglio d’Europa ha criticato duramente le autorità di Malta per non aver garantito che fossero indipendenti ed efficaci. «Le prime persone su cui bisogna indagare sono nella politica e nelle istituzioni. Noi sappiamo chi aveva paura di nostra madre e da dove arrivavano le minacce: abbiamo comunicato queste preoccupazioni alle autorità ma dalla polizia non abbiamo mai avuto risposte», hanno dichiarato Andrew, Matthew e Paul Caruana Galizia, due dei quali sono a loro volta giornalisti. E hanno ricordato che la madre non scriveva né stava indagando su nessuna delle persone arrestate per l’omicidio. Daphne Caruana Galizia: scrittura e vita Daphne Caruana Galizia aveva cominciato a lavorare nel mondo del giornalismo nel 1987. Si era occupata di casi di corruzione, riciclaggio e truffa in cui spesso erano coinvolti esponenti del governo maltese. Aveva iniziato a lavorare come editorialista per il Sunday Times of Malta, e poi del Malta Independent. Si era occupata, inoltre, delle implicazioni maltesi dei Panama Papers, riportando nel 2016 la notizia del coinvolgimento di Konrad Mizzi, ministro del Turismo di Malta, e Keith Schembri, capo dello staff del primo ministro Joseph Muscat. Quando è morta, aveva in corso 47 cause per diffamazione, cinque delle quali in sede penale, quasi tutte intentate da politici e sostenitori di politici maltesi. Dopo la sua morte, 45 giornalisti provenienti da 18 testate di tutto il mondo hanno deciso di dare vita al consorzio “Daphne Project” impegnandosi a portare […]

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La Pecora Elettrica: un nuovo attentato alla libreria

“La Pecora Elettrica” è stata distrutta di nuovo. Il locale anti-fascista in Via delle Palme, nel quartiere di Centocelle, a Roma, ha subìto un secondo incendio di matrice dolosa. Proprio alla vigilia della sua riapertura. Il primo attentato si era verificato (non a caso) lo scorso 25 aprile, e di lì a poco era scattata una vera e propria gara di solidarietà per aiutare i proprietari nella ricostruzione, attraverso una campagna di crowdfunding (in pochi mesi, furono raccolti circa 50mila euro) e decine di iniziative, che avevano visto mobilitarsi anche i negozianti e i gestori dei locali della zona. L’incendio è divampato intorno alle 3 di notte e a riportare la notizia è stato il titolare della libreria, Valerio Pasqualucci. Sul posto è stato rinvenuto liquido infiammabile e una carcassa di un motorino utilizzata come miccia. La magistratura ha aperto un fascicolo di indagine per accertare l’accaduto. Ma il quartiere Centocelle non è nuovo a questo genere di dinamiche: meno di un mese fa, era finita in fiamme la pizzeria “Cento55”, di fronte alla caffetteria/libreria, mentre da una ventina di giorni lo stesso trattamento era stato riservato a un altro locale nelle vicinanze. L’unico, assieme a “La Pecora Elettrica” a restare aperto fino a tarda serata. “La Pecora Elettrica” è “un luogo d’incontro di anime e di pensieri, un luogo in cui fare cultura e promuovere i talenti del territorio” – come si legge sulla pagina facebook – “una caffetteria/libreria per la divulgazione, lo scambio di idee, lo svago. Per assaggiare prodotti di qualità, per creare comunità”. Il locale, a metà tra il parco del Forte Prenestino e la Palmiro Togliatti, è diventato negli anni un vero e proprio punto di riferimento per tutti i residenti del quartiere, anche per il lavoro svolto nella riqualificazione del parco antistante. E per essersi posto come luogo sempre aperto e pieno di vivacità culturale, dagli spazi di co-working all’organizzazione di centinaia di eventi: presentazioni di libri per bambini, spettacoli teatrali dedicati alla Resistenza, incontri dedicati a tematiche di genere. Immediata è stata la risposta di enti, associazioni, partiti, esponenti del mondo politico e della società civile, in sostegno a “La Pecora Elettrica”. Per il Partito Democratico, si tratta di “un attentato di chiara matrice fascista nei confronti di un luogo di incontro sociale e scambio culturale. Chiediamo che sia fatta luce sull’accaduto e identificati i responsabili. Chi dà fuoco alla cultura brucia non solo i libri, ma riduce in cenere anche il rispetto, la libertà e i diritti dei cittadini”. La sindaca della Capitale, Virginia Raggi, ha dichiarato su Twitter: “Inquietante l’ennesimo rogo alla libreria a Roma. Se fosse confermato l’atto doloso sarebbe estremamente grave. Vicina ai proprietari, si faccia subito chiarezza!” Tanto sostegno anche, ovviamente, dal mondo della cultura, da Gipi a Michela Murgia, passando per il Premio Strega Helena Janeczek e Roberto Saviano, che ha lancia un appello: “Scriviamo una pagina, un racconto, troviamo un editore e finanziamo la ri-riapertura de la #pecoraelettrica?”. L’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, ha condannato l’episodio e ha […]

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Attualità

Afro-Napoli United, una lezione di calcio al razzismo

L’Afro-Napoli United è una Cooperativa Sportiva Dilettantistica Sociale, con l’obiettivo di diffondere l’idea secondo la quale lo sport può e deve essere, oltre a una disciplina per allenare il proprio corpo, un veicolo per l’insegnamento di valori sociali ed etici, e uno strumento per abbattere il razzismo. L’attività sportiva, infatti, è un potenziale strumento di aggregazione e di coesione sociale in grado di creare occasioni di scambio tra soggetti appartenenti a culture differenti. È una pratica che permette di intervenire in contesti dove i processi di sviluppo sono ostacolati o rallentati da condizioni socio-economiche difficili. In questo scenario, il campo di calcio, spazio sociale per eccellenza, è il luogo in cui l’integrazione sembra realizzarsi in diversi casi. Far parte di una squadra di calcio, ad esempio, offre varie opportunità di apprendimento sociale e di sviluppo di competenze trasversali indipendentemente dallo sfondo culturale, poichè le capacità sportive degli atleti mettono in secondo piano le diversità razziali. Il progetto dell’Afro-Napoli United nasce nell’ottobre del 2009, su iniziativa di Antonio Gargiulo e di Sow Hamath e Watt Samba Babaly, con lo scopo di favorire la convivenza paritaria tra napoletani e migranti, sfruttando le possibilità offerte dal gioco del calcio. Il primissimo incontro avviene in un bar nei pressi della stazione Garibaldi. Poi il progetto prende vita in un campo di calcio a Mugnano, nella periferia di Napoli, che viene intitolato ad Alberto Vallefuoco, vittima di camorra. Gli atleti della squadra provengono da Senegal, Costa D’Avorio, Nigeria, Capo Verde, Niger, Tunisia e abitano nei quartieri più popolari del centro storico: Materdei, Stella, Sanità, Arenaccia. La maggior parte di loro, però, arriva dalla zona della Ferrovia. Negli ultimi anni, si sono poi aggregati alla squadra anche ragazzi provenienti da Asia e Sudamerica. Alcuni ancora non hanno un’occupazione, altri ancora non parlano l’Italiano, altri, invece, sono perfettamente integrati nel tessuto sociale della città. Nel 2013, in seguito alla modifica di alcune norme che limitavano l’accesso dei migranti ai campionati federali dilettantistici, la squadra multietnica si è iscritta al Campionato di Terza Categoria della FIGC, piazzandosi a quota 81 punti, con un totale di 108 goal fatti e solo 21 subiti. Nella stagione 2014/2015 si è classificata prima in FIGC con 64 punti, a +12 dalla seconda. Dalla stagione 2015/2016 è nata l’Afro-Napoli United Juniores che vede la partecipazione dei ragazzi under 18. L’Afro-Napoli è sempre in prima linea in qualsiasi evento o iniziativa contro il razzismo e collabora costantemente con scuole, enti ed associazioni del terzo settore che lavorano nel campo dell’integrazione sociale e della lotta ad ogni forma di discriminazione. Proprio grazie a queste collaborazioni, vengono organizzati stage per i migranti, in particolar modo rifugiati che vivono nella città di Napoli. I giovani vivono per una o più sere il clima che si respira dentro e fuori gli spogliatoi, “mischiandosi” con i calciatori della squadra. Il regista palermitano Pierfrancesco Li Donni ha raccontato in un film documentario intitolato “Loro di Napoli” quanto sia difficile e lungo il percorso di iscrizione in FIGC per una squadra […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Pose 2 – dalle ballroom a New York | Recensione

Pose 2 (seconda stagione) – il nostro parere Blanca (Mj Rodriguez), Angel (Indya Moore), Pray Tell (Billy Porter), Elektra (Dominique Jackson) e tutti i protagonisti della prima stagione di Pose ritornano più agguerriti che mai nel secondo round dell’incontro, per continuare la lotta contro quel mostro che negli anni ’80/’90 decimò la comunita LGBT. La serie tv FX – ora su Netfilx – rappresenta la parola battaglia sia in scena che fuori: lo dimostra la determinazione di Steven Canals che, per mettere al mondo la rappresentazione, non si fermò dinanzi ai primi 150 no, raggiungendo quell’unico si di Rayan Murphy e Brad Falchuk. La stessa lotta è stata affrontata dal cast, poichè il raduno del più grande gruppo transgender su un set ha fatto storia. La comunità LGBT continua a farsi sentire La prima stagione, che fece il suo debutto nel luglio 2018 su FX negli Stati Uniti, accompagna lo spettatore all’interno delle ballroom  ,mostrandogli anche la cultura del vogueing degli anni ’80. Si tratta di luoghi improvvisati in cui si organizzavano gare di danza e moda. Qui gli emarginati, i relegati ai margini socioeconomici della società e gli omosessuali – soprattutto omosessuali di colore – trovavano uno spirito di comunità non riscontrato nella società dell’epoca. Per loro la moda e la danza risultavano essere canali espressivi per una forma di comunicazione strozzata da una società razzista e omofobica. La serie intende trasmettere al pubblico che non basta solo accettare la presenza di questa comunità, ma osservarne le gioie e soprattutto i dolori per comprenderne la profondità umana. Perché è di esseri umani che si sta parlando: erano persone quelle che negli anni ’80, come nel periodo precedente, venivano demonizzate poiché troppo innaturali per appartenere a questo mondo. Ma se la natura fosse anche questo? I “non emarginati” definivano quel mostro che fu l’AIDS una benedizione, poiché avrebbe ripulito il mondo dall’abominio, ma se fossero essi stessi un abominio nell’attribuire una giustificazione ad una malattia allora mortale? La seconda stagione, Pose 2, passa dalla comunità ristretta delle ballroom al mondo al di là dei suoi confini, nel periodo in cui l’AIDS aveva già ucciso migliaia di esseri umani. L’attenzione sull’argomento colse anche personalità di spicco come Madonna, che con la sua canzone Vogue accese un faro sulle ballroom. Una piccola grande fetta di mondo Pose 2 alza il sipario su una triste realtà degli anni ’90: la visita di Pray Tell e Blanca al cimitero improvvisato di Hart Island fa capire che una piccola grande fetta di mondo era stata decimata nell’indifferenza generale. Tutti quei corpi erano stati abbandonati in vita come nella morte, non accettati dai cimiteri statali o privati per ignoranza. La tristezza di questo momento bilancia i toni vivaci delle performance canore e danzanti nelle ballroom proprio per dare un messaggio di mancata resa da parte della comunità LGBT nonostante i tempi difficili. I personaggi si reinventano giorno dopo giorno, trovando nuove scintille di espressione creativa nelle dive del passato, nei personaggi cinematografici e teatrali, e come nelle ballroom […]

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Cinema e Serie tv

Le migliori serie TV in uscita a novembre

Netflix e le altre piattaforme di streaming sanno come creare hype e regalare parecchie sorprese ai propri fan, dato che ogni mese lanciano un numero impressionante di titoli. Certo, non sempre si tratta di capolavori destinati a passare alla storia, però spesso ci si trova di fronte a serie TV quantomeno originali. Questo novembre non ha fatto e non farà eccezione, proponendo una serie di prodotti davvero notevoli, per qualità e per impegno. Vediamo quindi quali sono le migliori serie televisive in uscita questo mese sulle piattaforme di streaming più gettonate. The end of the f***ing world Finalmente esce la seconda stagione di una delle serie più particolari lanciate da Netflix negli ultimi due anni. The end of the f***ing world è infatti un prodotto unico, alle volte sboccato, altre volte impegnato in temi molto seri. E i fan della piattaforma hanno apprezzato parecchio questo titolo, al punto che Netflix ha deciso di rinnovarlo per una seconda stagione (già disponibile sul portale, fra l’altro). Pennyworth Per tutti gli amanti della saga di Batman, ecco che sta per arrivare una serie quasi nostalgica, ma davvero innovativa. Tutti noi abbiamo sempre avuto un occhio di particolare riguardo per il maggiordomo Alfred, spesso costretto a contenere i colpi di testa di Bruce Wayne, sia in versione adulta che adolescente. Adesso, però, la fatica di Alfred Pennyworth viene giustamente premiata con una serie dedicata interamente al suo personaggio in onda su Starz Play. The Crown The Crown rappresenta una di quelle serie diventate di culto negli ultimi anni, e non potrebbe essere altrimenti. Il titolo narra infatti le vicende della Regina Elisabetta, con una regia ed un cast di grandi nomi, tale da riuscire a far immergere completamente lo spettatore nelle atmosfere inglesi del tempo. Questa terza stagione, poi, andrà a coprire un arco temporale molto particolare: gli anni dal 1964 al 1976, ovvero quelli della Guerra Fredda e della tecnologia che porta l’uomo nello spazio. For All Mankind Cosa sarebbe accaduto se l’Unione Sovietica avesse vinto la corsa all’allunaggio? Per scoprirlo basta vedere For All Mankind, una delle serie TV più attese di quest’anno, un po’ fantascientifica, un po’ storica e un po’ distopica. Diciamo che gli amanti di autori come Philip K. Dick avranno pane per i loro denti, soprattutto perché si parla di un prodotto firmato da uno showrunner d’eccezione: Ronald D. Moore. Per la cronaca, For All Mankind va in onda sulla piattaforma streaming Apple TV+. Come godersi al meglio lo streaming Esistono molti modi per godersi i grandi capolavori offerti da Netflix e dalle altre piattaforme di streaming attive in Italia. Innanzitutto serve una connessione stabile e di qualità, ma anche tale da non farci temere per il consumo dei dati come ad esempio le offerte Internet senza limiti proposte dai maggiori operatori, che permettono di guardare le serie una puntata dopo l’altra senza temere di essere interrotti da problemi di linea. In secondo luogo, serve abbonarsi alla piattaforma preferita e gustarsela usando le app ufficiali su PC, smart […]

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Cinema e Serie tv

Sono solo fantasmi, l’ultimo film di Christian De Sica presentato al Metropolitan

È stato presentato in anteprima al Cinema Metropolitan di Napoli, sito in via Chiaia, 149, Sono solo fantasmi, il nuovo film di e con Christian De Sica, Carlo Buccirosso e Gian Marco Tognazzi: un cast stellare che si cimenta nel genere, pioneristico in Italia, dell’horror-comedy, una assoluta novità che dal 14 novembre verrà proposta in tutte le sale cinematografiche italiane e che ha visto impegnarsi nella produzione anche il figlio di De Sica, Brando, attore e regista, passione che unisce i De Sica e che si tramanda da generazioni, tre generazioni che s’incontrano e si ricongiungono in questo nuovo film. Napoli ancora una volta set a cielo aperto, città promossa a simbolo, in Sono solo fantasmi, del “non è vero, ma ci credo“: una Napoli lontana dalle cronache e dai luoghi comuni che la vogliono intrappolare nel ruolo, senz’altro svilente e riduttivo, di città della Camorra, com’è De Sica stesso a sottolineare in conferenza stampa, ma una Napoli magica e meravigliosa, che abbraccia, invece, l’esoterico, l’ultraterreno. Perché, si sa, “a Napoli ci sono più fantasmi che a Milano“: in poche altre città italiane come nella bella Partenope è vivo il culto dei morti, che parlano attraverso i sogni, vivono e rivivono nelle leggende metropolitane e nutrono la superstizione dei cittadini. Sono solo fantasmi: un Christian De Sica lontano dai cliché si misura con l’ombra del padre Al centro delle vicende narrate, Thomas, Carlo ed Ugo: un trio di fratelli al verde che, alla morte del genitore, riallacciano i rapporti per dividersi l’eredità di un padre assente, donnaiolo, ricco ed inaffidabile, per poi scoprire che nulla è rimasto loro, tutto è stato perduto al tavolo da gioco, ad eccezione di un’antica casa (da riscattare entro 40 giorni, pena la messa all’asta dell’immobile) nel centro storico di Napoli, infestato, a quanto pare, da misteriose presenze. Di lì, l’idea: perché non fare della superstizione dei napoletani un business, in grado di dare una svolta alle loro vite? Tra il serio (da parte di Ugo, grande appassionato dell’occulto) ed il faceto, i tre fratelli si cimenteranno nella sottile arte del ghost busting in salsa partenopea, guadagnandosi la stima dei sempre più numerosi clienti che faranno ricorso alle loro prestazioni per liberarsi di indesiderate presenze, imbattendosi nello spirito senza requie della temibile Janara del Vesuvio che, offesa per la poca considerazione mostrata dai tre acchiappafantasmi, minaccia l’incolumità della città. Un cast di attori a tutto tondo, quello di Sono solo fantasmi, che funziona e propone un’idea innovativa di comicità, che mescola le caratteristiche del genere horror alla commedia all’italiana. Un De Sica calato in un ruolo comico, ma quanto mai lontano dai cliché che legano la sua immagine all’immancabile cinepanettone natalizio,  è affiancato qui da Carlo Buccirosso e Gian Marco Tognazzi, che nella finzione cinematografica prende il nome del padre Ugo: e non è soltanto l’unico richiamo dei due figli d’arte ai genitori. L’intero film, difatti, vede Christian De Sica misurarsi costantemente con l’ombra -in tutti i sensi- del padre Vittorio, con sé stesso e […]

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Let it snow: innamorarsi sotto la neve, un film targato Netflix

Basato sul romanzo young adult dal titolo omonimo uscito nel 2015 – in Italia è edito da Rizzoli – e scritto da Maureen Johnson, John Green e Lauren Myracle, Let it snow: innamorarsi sotto la neve è un film diretto dal regista Luke Snellin con un cast formato da giovani – per lo più famosi – attori e attrici americani, trasmesso a partire dall’8 novembre su Netflix. A Gracetown è la Vigilia di Natale e gli abitanti della città si apprestano a festeggiare questa ricorrenza, quando una tormenta di neve cambia i piani di alcuni dei suoi giovani abitanti. Keon (Jacob Batalon) programma di dare una festa a casa sua ma il ritorno dei genitori, ignari delle sue intenzioni, lo costringe a cercare un altro posto dove farla. Tobin (Mitchell Hope) cerca il momento giusto per dichiararsi all’amica d’infanzia Angie (Kiernan Shipka) della quale è innamorato da sempre ma che sembra essere presa dal bell’universitario JP (Matthew Noszka). Dorrie (Liv Hewson), impiegata presso il Waffle Town, si dichiara a una coetanea che, però, si comporta con lei in maniera ambigua. Addie (Odeya Rush), migliore amica di Dorrie, crede che il fidanzato Jeb (Mason Gooding) la tradisca ed è talmente presa dalle sue paranoie da rischiare di rompere il rapporto che la lega alla ragazza. Julie (Isabela Merced) è rimasta bloccata su un treno dove incontra Stuart (Shameik Moore), celebre pop star in incognito che si unirà a lei e alla sua famiglia per i festeggiamenti. Le storie – che troveranno un epilogo proprio nei locali del Waffle Town – saranno introdotte dalla voce narrante di un altro personaggio, la strana donna che guida il carroattrezzi ricoperta di alluminio (Joan Cusack), in quella che ha tutte le caratteristiche della commedia romantica natalizia. Let it snow: innamorarsi sotto la neve, tre storie d’amore tra imprevisti e risate Luke Snellin è riuscito, grazie a una trama leggera, eppure significativa, e a un cast variegato ma che ben si amalgama nell’insieme narrativo, ad anticipare l’arrivo dell’atmosfera natalizia sul grande schermo. Le tre storie d’amore – tra i due migliori amici, tra le due coetanee gay e tra i due sconosciuti – sono state rese nel film nella maniera più semplice e spontanea, seppure non manchino imprevisti e incomprensioni, e per questo più autentica possibile. I protagonisti – lo sono tutti a turno – sono ragazzi e ragazze alle prese con quelle problematiche che, nella realtà, si ritrovano in molte altre storie: una lunga amicizia che, a volte, per uno dei due o per entrambi, è qualcosa di più e potrebbe diventarlo ma, spesso per paura di perdere sia l’amico/a sia l’eventuale partner, non si esterna; l’ammettere di essere gay rischiando di non essere compresi e, magari, derisi e/o emarginati dagli altri; l’impossibilità di credere che un personaggio famoso possa essersi innamorato di una persona comune; tutte queste storie trovano riscontro nella vita vera. Ed è proprio questo il grande pregio di Let it snow: essere, a una prima impressione, la solita smielata commedia romantica […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Funghi mortali: i 10 più pericolosi in Italia

Quali sono i funghi mortali da cui dobbiamo stare alla larga e come possiamo riconoscerli? Vengono considerati velenosi quei funghi che sintetizzano sostanze tossiche per l’organismo umano, causando vari sintomi che vanno da lievi malesseri fino a provocare la morte di chi li ingerisce. L’identificazione di questi funghi non è semplice perché spesso le specie sono erroneamente confuse tra di loro e solo un occhio esperto può cogliere le sottili differenze tra un fungo velenoso e un suo parente commestibile. Molti funghi mortali sono tali in assoluto ma per varie specie la commestibilità dipende anche dai metodi di cottura utilizzati. I funghi velenosi sono anche protetti dalla legge italiana perché chiaramente utili e necessari alla vita dei boschi e all’ecosistema globale. Per questo ci si può imbattere in funghi velenosi in qualsiasi bosco italiano e i meno esperti potrebbero sottovalutare la pericolosità di molti esemplari. Ecco dunque una lista dei 10 funghi mortali più pericolosi dei boschi italiani. Specie Amanita: i funghi mortali e velenosi più noti e pericolosi Amanita Phalloides, meglio nota come Angelo della morte. Si tratta di un fungo mortale che cresce tra l’estate e l’autunno soprattutto sotto il nocciolo, il faggio e il castagno nei boschi frondosi. Il colore del cappello varia tra grigio-giallastro a verdastro ma ci sono esemplari di questo fungo che presentano colori diversi, come il bianco. È un fungo a lamelle fitte e bianche, mente il gambo bianco presenta un anello dello stesso colore, ampio e membranoso. L’Angelo della morte è il fungo mortale per eccellenza! Cinquanta grammi di questo fungo possono rivelarsi fatali. Ecco perché, nel dubbio, è meglio non consumarlo senza prima essere certi che non si tratti di questa specie. Amanita Verna, o Amanita di primavera. Questo esemplare di fungo primaverile ogni anno causa un alto numero di avvelenamenti perché è facilmente confuso con il Prataiolo. Cappello bianco, lamelle fitte, gambo alto e cilindrico ingrossato alla base. Le differenze con il suo gemello commestibile sono il fatto che questo fungo velenoso è completamente interrato e presenta un colore delle lamelle leggermente più scuro e la caratteristica volva. L’Amanita verna predilige i boschi di latifoglia, faggio, castagno, quercia. Amanita Muscaria, conosciuto come Ovolo malefico o come Fungo di Biancaneve. Di certo si tratta di un fungo assolutamente riconoscibile perché è proprio il classico fungo dei cartoni animati, rosso a puntini bianchi. Questo fungo non è propriamente mortale ma la sua assunzione causa la sindrome Panterica: capogiri, barcollamento, euforia, allucinazioni e tremendi disturbi gastrointestinali. Il fungo presenta delle fitte lamelle bianche e un gambo che può raggiungere anche i 25 cm d’altezza. Cresce in estate ed autunno in boschi di latifoglia e conifera. Amanita Virosa. È un fungo che cresce nei boschi di montagna umidi sotto abeti, betulle e faggi. Il gambo è di circa 10 cm di altezza e presenta un diametro che rimpicciolisce man mano che si avvicina al cappello. Quest’ultimo si chiude asimmetricamente sul gambo nascondendo le lamelle. Il fungo presenta anche una piccola volva e un cappello […]

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Dall’antipasto al dolce: 4 ricette per una cena vegana

In Italia stanno aumentando sempre di più le persone che scelgono una dieta vegana, un po’ per moda, un po’ perché questo regime alimentare può portare molti benefici all’organismo. Tra questi, il miglioramento della salute cardiaca e un notevole abbassamento del colesterolo non sono che i più famosi, il tutto però a patto di seguire sempre una dieta equilibrata e certificata da un nutrizionista. Proprio per questo oggi scopriremo insieme un menù completamente vegano, dall’antipasto fino ad arrivare al dolce. Determinati ingredienti, però, possono non essere sempre facili da trovare, ma non c’è comunque motivo di preoccuparsi: controllando i siti dei supermercati che propongono frutta e verdura online potrete infatti riuscire a trovare tutto con un unico acquisto comodamente da casa. Antipasto: Popcorn di cavolfiori alle spezie Chi adora gli snack salati amerà anche i popcorn di cavolfiori alle spezie, croccanti ma sani, oltre che molto facili da preparare. Basta infatti dividere le cime dei cavolfiori, condirli con spezie a scelta, e poi cucinarli nel forno per mezzora circa. Riuscirete così ad ottenere una pietanza totalmente vegana ma non per questo scialba o peggio ancora banale. E per chi desidera, è possibile abbassare il tempo di cottura a dieci minuti, per ottenere un risultato più morbido e meno croccante. Primo piatto: Vellutata di patate con porri e tartufo In autunno sono pochi i piatti che sanno come regalare le stesse soddisfazioni della vellutata, specialmente se la si prepara usando le patate, i porri e un grande protagonista di stagione come il tartufo. Anche qui, la ricetta non è particolarmente complessa: gli ingredienti vanno infatti affettati e poi rosolati in padella, mentre le patate vanno frullate per creare la vellutata. Volendo è possibile aggiungere anche un pizzico di paprica, una spezia dalle molte proprietà, e guarnire con il prezzemolo alla fine della preparazione. Secondo piatto: Burger di ceci con spinaci e cereali Chi l’ha detto che gli hamburger vegani sono banali e privi di sapore? Per sfatare questo mito, basta gustare un bel burger di ceci con spinaci e cereali. Come si prepara? Stufando e frullando i ceci insieme ai cipollotti, e in seguito dando consistenza alla crema aggiungendo i cereali, e modellando il burger grazie ad un coppapasta. Prima di mettere i vostri burger vegani nel forno, ricordatevi di spennellarne la superficie con un filo di olio d’oliva. Dolce: Plumcake alla zucca e rosmarino Ed eccoci giunti alla fine del nostro menu vegano, con un dolce che saprà stuzzicare i vostri palati. Si tratta del plumcake alla zucca e rosmarino, la cui preparazione richiederà un po’ di tempo e un po’ di fatica, ma saprà ripagarsi con il suo sapore unico. Dopo aver grattugiato la polpa di zucca, dovrete rosolarla in padella, aggiungere un po’ di trito di rosmarino e infine impastare con la farina usando, se l’avete, la vostra impastatrice. La cottura richiede circa 35 minuti, mentre il plumcake – una volta pronto – va servito freddo, decorato con aghi di rosmarino e (volendo) marinato nel succo di limone. […]

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Piramide Alimentare Mediterranea: tutto il gusto di mangiare sano

Ecco tutto ciò che c’è da sapere sulla piramide alimentare mediterranea: il gusto che fa bene! La Piramide Alimentare è un grafico che con immagini parole e percentuali designa uno stile alimentare. All’interno di essa troviamo diversi tipi di alimenti: cereali, carne, pesce, latte, frutta, verdura, e grassi, posizionati in maniera differente a seconda della loro frequenza di consumo. La piramide è pressoché informativa per i suoi fruitori. La dieta mediterranea è un modello nutrizionale ispirato agli stili alimentari tradizionali dei Paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Gli scienziati di tutto il mondo hanno iniziato a studiarla fin dagli anni ’50 del secolo scorso e ancora oggi rimane tra le diete che, associate a stili di vita corretti, risultano influire positivamente sulla nostra salute. Il primo studio osservazionale sulla dieta mediterranea, diventato famoso come “studio dei sette Paesi”, fu condotto dal biologo e fisiologo statunitense Ancel Keys in cui vennero messe a confronto le diete adottate da Stati Uniti, Italia, Finlandia, Grecia, Yugoslavia, Paesi Bassi e Giappone per verificarne benefici e punti critici in termini di salute cardiovascolare. I risultati erano piuttosto chiari: più ci si allontanava dalla dieta mediterranea maggiori erano i rischi cardiovascolari. Fu realizzata per la prima volta nel 1992 dal dipartimento statunitense dell’agricoltura con lo scopo di arginare le obesità. Dal 2005 in poi si sono susseguite diverse versioni, grazie ai cambiamenti alimentari degli ultimi tempi. Nel 2003 in Italia, il ministero della salute ha commissionato ad alcuni esperti di nutrizione il compito di elaborare una dieta che potesse essere da esempio per la popolazione. La collocazione dei cibi all’interno del grafico ha ovviamente una logica esecutiva: alla base troviamo i cibi che dovrebbero essere consumati quotidianamente, mentre man mano che ci dirigiamo verso la punta troviamo quelli da consumare con più moderazione. Al fondo della piramide nella dieta mediterranea troviamo pasta e pane generalmente da consumare nella variante integrale, subito sopra troviamo frutta e verdura, seguono le proteine di origine animale come carne, pesce, uova, latte, formaggi, noci, olio, e solo in cima zuccheri dolci e junk food. (cibo spazzatura). Il ruolo dei grassi col passare del tempo ha avuto un’importanza differente, infatti, se dapprima i grassi erano totalmente da arginare, col tempo si è scoperto che un’assunzione di grassi buoni, come quelli contenuti nell’olio extravergine di oliva è estremamente positiva per l’organismo. In sintesi la piramide alimentare mediterranea suggerisce di mangiare ogni giorno: cereali integrali, verdura, frutta, olio extravergine di oliva, acqua, e latte. Con più attenzione vanno assunti: carni bianche (due volte a settimana), pesce (due volte a settimana) uova (una volta a settimana) Sporadicamente ci si può concedere dolci, fritti e cibo spazzatura. Una proposta di modifica lanciata dall’International Foundation of Mediterranean Diet è quella che concerne l’acqua. L’acqua infatti, nelle versioni più vecchie del grafico non compariva con molta frequenza. Elemento essenziale per l’organismo umano. La dieta mediterranea, diventata ormai patrimonio dell’Unesco, apporta numerosi benefici all’organismo. Il suo potere antiossidante (grazie all’assunzione di frutta e verdura) aumenterebbe la longevità. Inoltre essa protegge da […]

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Il sistema circolatorio (apparato cardio-vascolare): scopriamolo insieme

Il sistema circolatorio (definito anche apparato cardio-vascolare) è uno fra i più importanti sistemi dell’organismo atto al mantenimento delle funzioni vitali. Il sistema circolatorio è costituito dal muscolo cardiaco – il cuore – a cui afferiscono arterie e vene – i vasi sanguigni – deputate al trasporto del sangue verso le sedi principali e periferiche dell’organismo; il sistema circolatorio cardio-vascolare si trova in stretta correlazione con altri due fondamentali sistemi dell’organismo che sono il sistema linfatico (deputato al trasporto della linfa) e il sistema nervoso (cervello, midollo spinale, organi di senso, tessuti nervosi): essi, sotto le strette influenze degli ormoni, regolano anche a livello emotivo le risposte dell’organismo a determinati stimoli esterni. Il sistema circolatorio e l’effetto delle emozioni Troppo spesso alla prova dei fatti si riscontra che una purtroppo nutrita schiera di operatori medici tende a sottovalutare il rischio delle emozioni negative su cuore, cervello e drenaggio linfatico; liquidata come “stress”, la sindrome da somatizzazione è in realtà fenomeno molto preoccupante per la salute dell’organismo. Per somatizzazione si intende la manifestazione fisica reale di stati di malessere e disturbi vari che alla prova diagnostica non presentano anomalie, però è semplice comprendere come, la somatizzazione, non è un problema fisico (ma nella maggior parte dei casi può essere spia di un gravissimo disagio psicologico, quindi per nulla trascurabile o da sottovalutare), può degenerare in disturbo fisico grave: ciò che gran parte della classe medica sembra, purtroppo, alla prova dei fatti ignorare, infatti, è l’influenza che le emozioni negative generano, a volte come stille silenti di veleno, all’interno del corpo umano. Il sistema circolatorio: cenni sulla costituzione Il sistema circolatorio è costituito da vasi (arterie e vene) che trasportano il sangue sia dal muscolo cardiaco verso le aree periferiche (organi e tessuti) del corpo sia dalle zone periferiche al centro, ossia nel muscolo cardiaco; nel primo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (ricco d’ossigeno) sono le arterie (per questo motivo si parla di sangue arterioso), nel secondo caso, i vasi deputati al trasporto di sangue (deossigenato e in prevalenza ad anidride carbonica) sono le vene cave (per questo si parla di sangue venoso). Il cuore, attraverso movimenti euritmici, alterna rilassamenti diastolici a contrazioni sistoliche; diastole e sistole avvengono all’interno degli atri e dei ventricoli (due atri e due ventricoli che fanno del cuore un muscolo “quadripartito”) e permettono al sangue di attraversare le cosiddette valvole cardiache: battiti normali del cuore permettono l’attraversamento delle valvole (distinte in tricuspide, mitrale, polmonare, aortica) da parte del sangue, in maniera tale da impedire – tramite un meccanismo di corretta apertura-chiusura – il ristagno di sangue nelle valvole o il traboccamento di esso in senso “antianatomico”. La forza con cui il cuore pompa sangue attraverso i movimenti sincroni di sistole e diastole, definisce la pressione arteriosa; quando misuriamo la pressione con fonendoscopio e sfigmomanometro, tracciamo i risultati della pressione sistolica (pressione arteriosa massima) e della pressione diastolica (pressione arteriosa minima): i valori di “massima” e “minima” forniscono dati utili (seppure non esaustivi) sulla salute […]

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Frasi d’amore in francese: parole attraverso la lingua del romanticismo

Se c’è una lingua che più di tutte si presta a parlare d’amore e ad esprimere sentimenti ed emozioni romantiche, quella lingua è il francese. Molti scrittori, poeti ed intellettuali, nel corso degli anni, hanno usato il francese per esprimere i loro messaggi d’amore. Ecco una serie di frasi d’amore in francese, aforismi che contengono all’interno di quelle parole tutta la passione e la dedizione tratte dai più celebri personaggi di tutti i secoli. Frasi d’amore in francese: le più intense e toccanti Toi que j’aime, je t’aime sans passé, je t’aime sans connaitre l’avenir, mais je t’aime comme je respire. (Ti amo, ti amo senza passato, ti amo senza conoscere il futuro, ma ti amo come respiro), Xavier de Montépin. Depuis que je t’aime, ma solitude commence à deux pas de toi. (Da quando ti amo la mia solitudine inizia a due passi da te), Jean Giraudoux. Aimez, aimez; tout le rest n’est rien. (Amate, amate; tutto il resto non conta), Jean De La Fontaine. Je t’aime mille et mille fois mieux qu’on n’a jamais aimé. (Ti amo mille e mille volte meglio di quanto non si sia mai amato), Eléonore de Sabran. C’est à partir de toi que j’ai dit oui au monde. (É a partire da te che ho detto sì al mondo), Paul Eluard. Partons, dans un baiser, pour un monde inconnu. (Partiamo, in un bacio, per un mondo sconosciuto), Alfred de Musset. Elle disait je t’aime et je disais je t’aime! Elle disait toujours et je disais toujours. (Lei diceva ti amo ed io dicevo ti amo. Lei diceva sempre ed io dicevo sempre), Victor Hugo. Aime-moi, car, sans toi, rien ne puis, rien ne suis. (Amami, perché, senza te, niente posso, niente sono), Paul Verlaine Je n’ai qu’un instant. Je t’envoie l’éternité dans une minute, l’infini dans un mot, tout mon coeur dans: je t’aime. (Ho solo un momento. Ti mando l’eternità in un minuto, l’infinito in una parola, tutto il mio cuore in questo ”ti amo”), Victor Hugo. Des milliers et des milliers d’années ne sauraient suffire pour dire la petite seconde d’éternité où tu m’as embrassé, où je t’ai embrassée. (Milioni e milioni di anni non mi daranno ancora abbastanza tempo per descrivere quel piccolo istante dell’eternità in cui mi abbracciasti ed io ti abbracciai), Jacques Prévert. Vous qui pénétrez dans mon coeur, ne faites pas attention au désordre. (Tu che entri nel mio cuore, non far caso al disordine), Jean Rochefort. Rappelle-toi toujours que je t’aime pour l’éternité. (Ricorda sempre che ti amo per l’eternità), Maxime Du Camp. Je ne sais où va mon chemin, mais je marche mieux quand ma main serre la tienne. (Non so dove vada la mia strada, ma cammino meglio quando la mia mano stringe la tua), Alfred du Musset. Mais ce qu’a lié l’amour même, le temps ne peut le délier. (Ciò che ha legato l’amore, il tempo non lo può slegare), Germain Nouveau. Je t’aime si tendrement que jamais tu ne pourras m’oublier. (Ti […]

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Chimney, il dolce ungherese più amato al mondo

Quando si pensa alla cucina ungherese qual è il piatto per eccellenza che viene subito in mente? Il gulasch naturalmente, ovvero la celebre zuppa a base di carne bovina condita con spezie e verdure. Ma anche per quanto riguarda i dolci questa cultura culinaria sa difendersi bene: dalla Dobos, la torta preferita dalla principessa Sissi, alle crêpes magiare dette Palacinta, senza dimenticare una delle specialità più apprezzate sia dai turisti che visitano ogni anno Budapest e città limitrofe che dai residenti stessi: il Chimney. Chimney: le origini del dolce Sembra che il Chimney affondi le proprie origini nel Medioevo, dove un primo abbozzo di ricetta si trova trascritto all’interno di un manoscritto del 1450 conservato nella biblioteca di Heidelberg in cui l’autore parla di un cilindro di pasta sfoglia cotto su di uno spiedo e spazzolato con tuorlo d’uovo prima della cottura. Bisogna però attendere il 1784 quando in Transilvania, regione della confinante Romania, emigrò un gruppo di ungheresi. Lì nella terra del conte Dracula viveva una contessa di nome Mária Mikes de Zabola che all’interno di un suo libro di ricette annotò quella del Chimney, senza tuttavia descrivere un processo particolare per prepararlo. In un altro ricettario di inizio ‘800 si legge che sulla superficie del cilindro venivano aggiunte noci tritate e uno strato di zucchero dopo la cottura. Il nome dato a questa ricetta è in lingua ungherese Kürtóskalács, ovvero “camino dolce” proprio perché la sua forma lunga e cilindrica ricorda quella della cappa di un camino. Un dolce ideale per l’inverno La ricetta del Chimney si diffonde in seguito lungo tutta l’Ungheria e raggiunge una popolarità tale da essere esportata in altri paesi dell’est Europa quali Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia. Dato l’aumento del numero di palati che lo apprezzano (e anche per facilitare la vita a chi l’ungherese non lo parla) il dolce iniziò ad essere chiamato, appunto, con il termine inglese Chimney o “Sweet Chimney” e viene venduto sia nelle pasticcerie e sia nelle grandi piazze delle città dai venditori durante fiere e mercatini dove possiamo assistere alla sua preparazione. Un cono di pasta sfoglia, ottenuto mescolando lievito, burro, latte, uova, sale e zucchero, viene fatto cuocere attorno a uno spiedo. Durante la cottura il Chimney viene spennellato con dello zucchero che per via del calore si trasforma in una crosta leggermente scura e lucida. Per finire, il dolce viene delicatamente tirato fuori e la superficie viene ricoperta a scelta di cioccolato, cannella, mandorle, cacao, noci o papavero per poi essere servito. Se avete in mente di programmare un viaggio a Budapest, non dimenticate di assaggiare questa prelibatezza tanto semplice quanto gustosa. Se poi andate in inverno, per la precisione durante il periodo dei mercatini natalizi in cui le temperature raggiungono lo zero, un dolce e gustoso Chimney da spezzettare e inzuppare in un bel bicchiere di cioccolata calda vi farà raggiungere il nirvana dell’orgasmo gastronomico. Non potete permettervi un viaggio a Budapest? Nessun problema. Se abitate a Napoli c’è SweetChimney, una pasticceria aperta l’anno […]

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Medicina tradizionale cinese: tutto ciò che c’è da sapere

La medicina tradizionale cinese è una tipologia di medicina nata nel bacino del Fiume Giallo oltre 2500 anni fa: questa pratica comprende varie forme di fitoterapia, agopuntura, massaggio (tuina), esercizio (qigong) e terapia dietetica. Il principio fondamentale della medicina tradizionale cinese è che ”l’energia vitale del corpo (qi) circola attraverso dei canali chiamati meridiani che si ramificano collegandosi agli organi e alle funzioni corporee”. Questo tipo di medicina si basa su un’interpretazione della fisiologia e dell’anatomia che non ha nessun riscontro medico ed empirico, ma si basa principalmente su principi filosofici; proprio per questo motivo essa rientra nella classe della ”medicina alternativa”. Medicina tradizionale cinese: strumenti e fondamenti principali La medicina cinese è differente da quella occidentale per il suo approccio olistico, in base al quale le malattie e le disfunzioni fisiche sono correlate agli aspetti psichici e spirituali della persona che ne soffre. Ne deriva un preciso sistema di collegamenti che fa uso di termini come Qi, Yin e Yang, Meridiani, Cinque Fasi… La medicina cinese si basa su un approccio deduttivo che mette al principio del proprio sistema terapeutico il fondamento filosofico del Tao, ossia l’Uno primordiale, situato oltre il tempo e lo spazio, da cui tutto ha origine. Il Tao si esplica in una coppia di forze complementari, una passiva e l’altra attiva, che dividendosi a loro volta, sono giunte a permeare ogni singolo elemento del creato. L’armonia universale del macrocosmo, a cui nel microcosmo corrisponde la salute dell’organismo umano, consiste nell’equilibrio tra queste forze parziali. Rielaborata e aggiornata, la medicina tradizionale oggi viene insegnata nelle università cinesi e praticata negli ospedali accanto alla medicina convenzionale. Essa ricorre principalmente ai seguenti strumenti terapeutici: la diagnostica energetica che consiste in un sistema di esame del paziente che usa come punti diagnostici polsi, occhi, cute, lingua o chiedere al paziente come si sente e altri simili; la farmacologia cinese che utilizza piante, minerali e animali in diverso modo da quello della medicina convenzionale; l’agopuntura, ovvero l’introduzione di sottili aghi in particolari punti dei meridiani, dove scorre l’energia; il massaggio che può agire sul sistema tendino-muscolare, osteo-articolare, dei meridiani e dei singoli punti di agopuntura; la ginnastica medica: il paziente esegue esercizi, sia lenti che vigorosi, coordinati ad una corretta respirazione. Sono inoltre previste tecniche complementari tra cui: la moxibustione ottenuta stimolando i punti di agopuntura col calore di un cannello di erbe (generalmente artemisia) infiammato chiamato moxa; la coppettazione: sulla pelle del paziente vengono applicate delle ”coppette”, dopo che l’aria al loro interno è stata riscaldata, in questo modo si crea una pressione negativa che solleva la cute come una ventosa; la digitopressione che interviene sui punti dei meridiani da trattare con la semplice pressione delle dita. Al giorno d’oggi esistono molti nuovi approcci della medicina tradizionale cinese che vanno dalla stimolazione elettrica (o laser), all’integrazione con altre terapie alternative come fitoterapia, omeopatia, fiori di Bach, osteopatia, yoga e shiatsu. Vasta ed ampia è la medicina tradizionale come vasta ed ampia è la cultura cinese. Fonte immagine: https://best5.it/post/medicina-cinese-i-5-concetti-fondamentali-2/

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La festa di Samhain dalle tradizioni celtiche alle celebrazioni moderne

Legata ad una cultura antica e a tradizioni profondamente connesse ai cicli naturali, Samhain è la festività con cui i Celti festeggiavano la fine del periodo estivo e l’inizio di quello invernale. La festa di Samhain, le cui celebrazioni iniziavano tradizionalmente tra il tramonto del 31 Ottobre e quello del 1 Novembre, rappresentava per le popolazioni celtiche del Nord Europa l’inizio del nuovo anno segnando il passaggio dalla luce e dal calore dell’estate (samradh) al freddo e al buio dell’inverno (geimhredh). La conclusione dell’ultimo raccolto, il rientro delle greggi dai pascoli estivi e l’apparizione nel cielo della costellazione delle Pleiadi agli inizi di Novembre (oggi spostata in avanti nel calendario a causa della precessione degli equinozi) segnavano l’inizio del periodo più freddo e buio dell’anno. La festa di Samhain aveva, dunque, soprattutto un significato di celebrazione degli ultimi frutti donati dalla natura e di esorcizzazione delle difficoltà che avrebbero caratterizzato l’inverno. La partecipazione e condivisione dei riti avevano un’importanza fondamentale nella cultura celtica; Samhain segnava l’alternarsi delle stagioni e scandiva il tempo, restare esclusi dalla dimensione temporale in uno dei suoi momenti cardine era considerato malaugurante. Ma come in molte tradizioni celtiche, anche nelle celebrazioni di Samhain si nascondeva un duplice significato. Nella tradizione celtica Samhain rappresentava, infatti, un momento di passaggio non solo temporale, dal periodo di maggior luce a quello più oscuro dell’anno, ma anche fisico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La notte di Samhain era considerata il momento in cui il velo che separava il regno dell’oltretomba da quello dei vivi si assottigliava a tal punto da consentire ai morti di ritornare nei luoghi che avevano abitato durante la loro vita terrena. Samhain era, dunque, un momento di congiunzione e di passaggio tra mondi e tempi opposti, l’estate e l’inverno, il mondo terreno dei vivi e quello ultraterreno dei morti; Samhain era un punto fuori dal tempo e dallo spazio nel quale l’ordine naturale veniva sovvertito e diventava possibile ogni forma di comunicazione biunivoca tra il mondo reale e quello magico e divino. I riti tipici della festività di Samhain avevano nel fuoco, incarnazione del potere purificatore e protettivo, il loro elemento di maggiore simbolismo. Al calare delle tenebre tutti i fuochi venivano spenti mentre un fuoco sacro veniva acceso dai Druidi sulle colline vicine ai villaggi. Il fuoco sacro diveniva il tramite per pratiche divinatorie e propiziatorie e dal focolare principale si recuperano le braci per l’accensione dei focolari di tutte le famiglie del villaggio. La conquista dei territori celtici da parte dell’Impero Romano portò dapprima ad una condivisione di tradizioni. La festa di Samhain aveva infatti il suo equivalente nella tradizione romana nella festa dei Lemuralia, festività dedicata agli spiriti dei morti o Lemŭres che si celebrava tra il 9, 11 e 13 maggio. Successivamente, con la cristianizzazione dell’Impero Romano, le festività pagane associate al culto dei morti furono demonizzate e si cercò di riadattare le antiche tradizioni alla nuova simbologia religiosa. L’istituzione nel 835 d.C. della festa di Ognissanti da […]

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Le giacche invernali si evolvono e diventano sempre più tech

Quello dei dispositivi indossabili è un mercato da 41 miliardi di dollari. Oggi sempre più spesso indossiamo dispositivi tecnologici, domani si andrà verso una loro integrazione negli abiti, o almeno così molti esperti di settore credono. Oggi i dispositivi indossabili sono degli accessori, domani potranno diventare veri e propri capi di abbigliamento o meglio integrarsi totalmente in quest’ultimi. I primi segnali già ci sono. Da un lato abbiamo abiti pensati, ad esempio con tasche dedicate, per portare sempre con noi i nostri cari dispositivi, dall’altro ci sono già le prime sperimentazioni che vedono l’introduzione di sofisticati sensori e altri apparati, direttamente nell’abbigliamento. Altro tema è poi quello di materiali, già oggi sempre più tecnici e smart, in particolare per l’abbigliamento sportivo e da lavoro. Insomma la ricerca è continua, così come l’innovazione portata nel settore, da grandi brand e piccoli produttori. Le giacche invernali sono un ottimo esempio di questa continua ricerca e innovazione. Oggi sono spesso più leggere che in passato e si adattano meglio a diversi contesti, come quello lavorativo. Chi lavora all’aperto e deve in inverno ripararsi dal freddo, necessita di giacche che si rivelino efficaci da questo punto di vista, ma che al contempo risultino leggere e non limitino i movimenti. L’abbigliamento da lavoro è quindi un ottimo terreno di sperimentazione per nuovi materiali e soluzioni, anche di design. Le giacche di oggi sono molto evolute e assicurano confort e sicurezza, grazie a tanta ricerca e sperimentazione. Un altro esempio interessante di come sempre più spesso abbigliamento e innovazione si affianchino è rappresentato dai pile invernali, capo diffuso, ben noto e spesso dato per scontato, ma che rappresenta un ottimo esempio di come si possa trovare un equilibrio virtuoso tra materiali (in questo caso assolutamente sostenibili), moda ed estrema comodità Ci sono poi, anche in Italia, startup innovative che stampano abiti e accessori in 3D, che sviluppano nuovi concept per gli e-commerce di abbigliamento e che lavorano ad applicazioni che non solo consentono di acquistare abiti, ma anche di scambiarli o noleggiarli. I cambiamenti in atto non sono infatti solo tecnologici, ma anche sociali. Non cambiano solo i materiali, non arrivano solo nuovi accessori tecnologici, magari indossabili, ma cambia il modo con in quale ci rapportiamo agli stessi e alla moda in genere. Questo forse è l’aspetto più interessante di tutti.

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Cosa sono e come nascono i tornado

Cosa sono e come nascono i tornado, scopriamolo insieme Un tornado è un fenomeno meteorologico improvviso e forte: un vortice dall’ampiezza di circa 300 metri in cui il vento, all’epicentro, raggiunge una velocità pari a 600 chilometri l’ora e l’aria ha una pressione bassissima, inferiore ai 900 millibar. Il fenomeno ha una forma di imbuto e si muove per circa trenta chilometri spostandosi in linea retta. Capace di radere edifici al suono, sradicare alberi e sollevare automobili, il tornado è considerato uno dei fenomeni più violenti in assoluto e che si origina, di solito, durante forti temporali. Cosa sono e come nascono i tornado? I tornado si originano da particolari strutture temporalesche nominate ”supercelle”. Le supercelle si differenziano dagli altri tipi di temporali per la presenza di una corrente ascensionale rotante al loro interno chiamato mesociclone. Le condizioni favorevoli allo sviluppo di una supercella si verificano quando la direzione e la velocità del vento variano con la quota (wind shear), accrescendo la turbolenza. Quando tale circostanza avviene, le correnti ascensionali (updraft) che caratterizzano i cumulonembi possono entrare in rotazione e creare così i presupposti per la formazione di temporali particolarmente violenti, portatori di alluvioni, lampi, grandinate di grosse dimensioni, violente raffiche di vento (downburst) ed anche tornado. Le condizioni più ottimali si generano all’approssimarsi di una massa d’aria fredda in una zona dove è presente dell’aria molto calda ed umida. Il violento contrasto ha già di per sé l’effetto di produrre fenomeni violenti che se poi trovano anche le adatte condizioni di turbolenza in quota (wind shear), sono in grado di dar luogo a questi estremi e devastanti fenomeni. Prima del tornado, la base del cumulonembo comincia a mostrare un inquietante rigonfiamento verso il basso chiamato nube a muro (wall cloud), dal quale poi si diparte una nube ad imbuto (funnel clouds) che se tocca terra prende il nome di tornado. I tornado possono provocare ingenti danni alle costruzioni civili, alla vegetazione e costituire un serio rischio per la vita delle persone in quanto sono in grado di generare venti furiosi fino ad oltre 400 chilometri all’ora. Una volta raggiunto il suolo, l’imbuto assume una colorazione dipendente dai detriti che aspira (dal giallognolo fino al grigio scuro). Come gli uragani, i tornado vengono classificati in base alla velocità dei venti prodotti che va da F0 a F5. Questi ultimi sono i più catastrofici con intensità dei venti che oltrepassano i 500 chilometri all’ora. I tornado durano in genere da qualche minuto a mezz’ora, ma ne sono stati osservati alcuni perdurare per ore. Inoltre possono presentarsi in forma isolata o in gruppo, specialmente quando sono associati a condizioni di instabilità prefrontale. È possibile prevenire l’arrivo dei tornado? Non è possibile prevenire, ma negli USA (dove il fenomeno è frequente ed intenso) si ricorre a dei sistemi di sorveglianza che consentono di diramare alla popolazione ed alle autorità l’allarme tornado. Come per gli uragani, l’uso dei radar e l’osservazione satellitare consente ai meteorologi di seguire lo sviluppo e la traiettoria dei sistemi […]

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Halfy, la nuova piattaforma di marketing partenopea

Halfy, la nuova piattaforma per il marketing tutta partenopea frutto delle esperienze estere dei due fondatori ed ideatori Luca Canonico e Angelo De Caro. I due hanno voluto inugurare al Palazzo Fondi di Napoli (ma a dicembre ci sarà la presentazione anche a Milano) la loro invenzione. Halfy promette di non gravare sull’esercente, garantendo l’assenza di commissioni e la piena libertà nella scelta di orari e giorni al momento della prenotazione. Con un pagamento fisso di 5 euro per prenotazione, viene messo a disposizione anche uno sconto del 50% al momento del pagamento. Le attività messe a disposizione variano per venire incontro ai più disparati stili di vita, ci saranno quindi offerte inerenti alla cultura, allo sport, al benessere o alla ristorazione. Non importa il numero di persone che vorrà prenotarsi, Halfy vuole aiutare l’utente e, per essere ancora più smart e di facile utilizzo, a breve verrà lanciata anche l’applicazione per gli smarthphone. Halfy prende vita grazie a Luca Canonico e Angelo De Caro Il sito di questa piattaforma è già attivo e fa parte delle tante innovazioni nell’era della tecnologia che cercano di unire e soddisfare le necessità dei venditori e dei consumatori. E’ quindi più facile per i primi promuovere e pubblicizzare il prodotto da loro offerto, ma anche per i consumatori prenotare ed ottenere facilitazioni. Il 29 ottobre il Palazzo Fondi ha organizzato una serata per augurare il meglio a Luca Canonico ed Angelo De Caro e per presentare Halfy al popolo partenopeo. Un aperitivo di vini, birre made in Campania e stuzzicherie food hanno accompagnato la serata. In questo modo hanno potuto fare il loro ingresso anche gli sponsor di Halfy, tra i quali spicca “Brandig Dalì”. mostra dedicata all’artista spagnolo ed ospitata proprio nelle sale di Palazzo Fondi. Halfy punta su una strategia vincente che trae la sua forza dallo sconto del 50% offerto ai suoi clienti. Ciò che la rende un’applicazione diversa dalle tante già esistenti è l’utilizzo più equi da parte degli esercenti. Inoltre, le offerte rivolte all’utente non sono di massa, ma esclusive e di alta qualità. «Abbiamo spostato per la prima volta l’onere di pagare la visibilità degli esercenti ai clienti finali, che pagano una cifra irrisoria. Quindi non è più l’esercente, oltre ad effettuare lo sconto, a pagare commissioni notevoli . Inoltre è un’attività proposta prevalentemente negli orari di minor affluenza, in modo che l’offerta non sia influenzata qualitativamente.», spiega Luca Canonico.

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Fun e Tech

L’autunno in tavola: come scegliere i migliori prodotti di stagione

Per molti passare dall’estate all’autunno è un momento un po’ traumatico, mentre altri amano questo periodo dell’anno dominato da colori caldi e che porta i primi freddi. È il momento giusto per tirare fuori le copertine e mettersi sul divano a guardare il proprio film preferito con una bella cioccolata fumante in mano. È il periodo perfetto per fare lunghe passeggiate godendosi la natura, senza il rischio di venire punti dalle zanzare o di grondare di sudore. L’autunno porta con sé anche gustosissima frutta e verdura di stagione, perfetta per dar vita a tantissime ricette colorate e talmente buone da leccarsi i baffi! Utilizzare prodotti freschi e di stagione è molto importante, perché apportano benefici all’organismo e permettono di assorbire importanti sostanze nutritive. Stagionalità: cosa mangiare in autunno   È un dato di fatto che avere un’alimentazione sana ed equilibrata significa mangiare i prodotti di stagione ogni volta che è possibile. In particolare, frutta e verdura di stagione fanno bene perché sono prodotti freschi, coltivati nelle nostre zone, che quindi mantengono tutti i principi nutritivi al loro interno. Come ogni stagione, l’autunno offre tantissimi alimenti versatili che ben si prestano per preparare piatti gustosi e nutrienti. Menzionare tutti i cibi di stagione sarebbe impossibile, quindi vediamone insieme i principali e i più conosciuti. Verdura. Le patate sono utilizzate in cucina tutto l’anno, ma sono veramente fenomenali per le ricette autunnali. Sono un alimento molto versatile e possono essere cucinate in tantissimi modi diversi. Essendo ricche di carboidrati forniscono al corpo molta energia, fattore da non trascurare dato che il cambio stagione ci mette spesso a dura prova. Un’altra verdura tipica dell’autunno è ovviamente la zucca. La sua polpa dolce e arancione è piena di sostanze nutrienti per il nostro organismo, e anche i semi sono deliziosi e utili. Le ricette che prevedono l’uso di questo ortaggio sono tantissime; la zucca è perfetta sia come contorno sia come ingrediente principale di primi e secondi. Un altro alimento perfetto per l’autunno sono gli spinaci: sono ricchi di ferro e di sali minerali, cosa che li rende perfetti per tonificare i muscoli e per depurare il corpo. In ultimo parliamo di un alimento che non è né un frutto né una verdura, ma appartiene a una categoria a sé: i funghi. I funghi sono privi di grassi ma sono ricchi di acqua e di minerali importanti per le ossa. Frutta. La regina di questa stagione è senza dubbio la mela. Questo frutto delizioso è disponibile in moltissime varianti, ed è ricco di vitamine e antiossidanti. Sono perfette per chi sta seguendo una dieta perché hanno pochissime calorie e favoriscono l’eliminazione delle tossine. L’autunno segna anche il ritorno di un frutto davvero speciale: le arance. Oltre a essere buonissime ci forniscono molta vitamina C e sono ricchi di flavonoidi. Queste sostanze servono a rinforzare ossa, cartilagine e tessuto connettivo. Sono buonissime se mangiate da sole, ma si prestano bene a condire insalate e alcune ricette più sfiziose. Il succo di arancia appena spremuto è […]

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Libri

Libri

Aspettando il treno di mezzanotte, Aldo Vetere | Recensione

Il nuovo libro di Aldo Vetere “Aspettando il treno di mezzanotte”, pubblicato da Graus edizioni, è un intrigante giallo che lascia col fiato sospeso fino all’inaspettata scena finale, grazie all’incalzante e unica voce narrante del racconto; e, dato che ogni libro nasce da un desiderio, il movente di “Aspettando il treno di mezzanotte” è stato quello di cimentarsi con una tecnica narrativa unica nel suo genere come il racconto ad una voce, come afferma l’autore stesso. La trama di Aspettando il treno di mezzanotte Una serata tranquilla nella stazione di Napoli. Un uomo si avvicina ad un altro in attesa con un piccolo bagaglio, e chiede di poter sedere accanto a lui. Inizia così un monologo che durerà fino all’epilogo della narrazione, in cui l’uomo rivela di essere un ex psicologo, mestiere che, un po’ come quello dello scrittore, consiste nell’entrare nella mente delle persone. Lui sembra essere particolarmente abile, e inizia come per gioco ad indovinare quello che pensa l’uomo in attesa, la destinazione del suo viaggio e le sue motivazioni. L’altro resta impassibile, quasi seccato. Ma piano piano la narrazione si fa più concitata e l’uomo rivela dettagli della sua vita che nessuno potrebbe conoscere. Si giustifica affermando che ne è a conoscenza a causa del suo lavoro di archivista che, per quanto noioso, lo ha condotto a indagare sulla vita del suo “interlocutore”, e sulle ragioni che lo hanno spinto a commettere azioni efferate, uscendone sempre incolume. Cosa lo ha spinto ad agire come ha agito? L’uomo, di cui ignoriamo il nome fino al termine della narrazione, sembra conoscere i pensieri passati dell’altro, persino le sue sensazioni, e arriva a ipotizzare che il possibile movente delle sue azioni sia un trauma passato che, da bambino, lo avrebbe messo di fronte alla paura della morte e dell’abbandono. L’uomo resta in silenzio, anche quando riceve accuse spaventose o quando l’altro tocca corde profonde relative alla sua infanzia e ai suoi rapporti familiari. Lui resta impassibile e l’uomo non smette di narrare, in maniera sempre più intima e concitata, rivelando di aver avuto anche modo di conversare con persone a lui vicine, confrontandosi con queste ultime al fine di comprendere il perché di determinati comportamenti e come possa sempre averla fatta franca. Ma come mai lui resta impassibile? E chi è quest’uomo invadente che sembra addirittura aver indagato su di lui, senza un ragionevole motivo? L’ultima pagina si conclude con l’arrivo del treno di mezzanotte atteso dall’uomo, ma al rumore del treno si aggiunge un rumore differente e inaspettato. Due facce della stessa medaglia Lo psicologo anticipa sempre la prossima mossa dell’uomo, e come una sorta di voce della coscienza afferma di conoscere il perché delle sue azioni e lo accusa, senza mai prenderne le parti né entrando in empatia con lui; il “lei” con il quale si rivolge all’uomo è infatti evidenziato lungo tutta la narrazione, come a rimarcare la distanza tra i due, che però con lo sbrogliarsi dei fili del racconto sembrano avvicinarli sempre di più. Sembrano […]

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Libri

Gatti di Shifra Horn, una storia d’amore edita Fazi

Le credenze popolari vogliono che il migliore amico dell’uomo sia il cane, affettuoso e fedele, e giudicano, al contrario, il gatto un animale infido, legato più all’ambiente che ai propri padroni, anzi, un animale indomito che padroni non ne ha e che non mostra verso i propri coinquilini umani alcun tipo di calore e di affetto spontaneo, che non sia legato ad una richiesta di soddisfacimento dei propri bisogni. Niente di più falso. Lo sapranno già i possessori di gatti – o, più propriamente, coloro che sono stati scelti da un gatto come compagni di vita, in un rapporto di totale parità – e, per chi avesse ancora dubbi o reticenze in merito, è senz’altro consigliata la lettura di Gatti, di Shifra Horn, una delle ultime uscite Fazi Editore: una storia d’amore, come dichiara l’autrice israeliana già nel sottotitolo del libro, la storia dell’amore profondo che l’ha sempre legata a questi animali e che, nel corso della loro troppo breve (rispetto alla durata di quella umana) vita l’hanno ricambiata con immancabile trasporto, un libro nel quale non potranno che riconoscersi gli amanti dei gatti tutti e che farà innamorare di queste creature anche i più diffidenti. Shifra Horn: una vita da amante dei gatti Shifra Horn, scrittrice israeliana, afferma di aver sempre vissuto circondata dai gatti, presenze fondamentali nella sua vita e che, accanto a suo figlio, l’hanno sempre accompagnata nelle varie fasi della sua vita e attraverso i suoi numerosi trasferimenti per lavoro – in barba alle credenze che vogliono i gatti legati all’ambiente più che ai loro padroni -, tra Tokyo e Gerusalemme, sebbene lei sia allergica ai gatti ma, si sa, al cuor non si comanda e un attacco allergico val bene una lunga sessione di fusa. Si ritroveranno tra queste pagine i divertenti aneddoti e le avventure domestiche di Zizi, la prima gatta di Shifra Horn, nera come la pece, Neko-Chan, una gatta giapponese senza coda che si dice porti fortuna, Sheeshee, un bellissimo esemplare di himalaiano dagli occhi blu, in simbiosi con l’autrice del libro, le sue figlie Levana e Shehora, il giorno e la notte, un’abile cacciatrice dal pelo bianco amante dei documentari in TV e una placida miciona dal pelo nero, devota al figlio dell’autrice. A metà tra diario di vita e un lungo racconto composto da aneddoti sparsi, Gatti di Shifra Horn è la storia della lunga e profonda passione che da sempre lega l’uomo al gatto, che instaura con lui un rapporto totalmente paritario, fondato sul rispetto, sulla reciproca fiducia e sull’empatia, perché pochi animali come il gatto sanno interpretare puntualmente gli stati d’animo dei propri amici umani, prestare assistenza e conforto e, a loro modo, prendersene cura. Il gatto, animale autonomo ed indipendente ma non per questo schivo, sa ascoltare, sa amare e, se congiunge il proprio destino e la propria quotidianità a quella di un umano, sarà per sempre e con assoluta fedeltà, per propria scelta volontaria e non per bisogno. Una storia d’amore, se vogliamo, basata su presupposti […]

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Libri

Angela Carter e la raccolta Nell’antro dell’alchimista

Recensione della raccolta Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Angela Carter è nata a Eastbourne nel maggio del 1940 ed è morta a Londra nel febbraio del 1992. Ha frequentato l’Università di Bristol dove ha studiato Letteratura inglese. Fin dalla pubblicazione del suo primo romanzo, La danza delle ombre (1966), ha iniziato ad essere considerata una delle più originali scrittrici britanniche. In seguito ha scritto altri otto romanzi. È stata una scrittrice e giornalista, divenuta famosa per le sue opere femministe, di realismo magico e di fantascienza. La sua prosa concilia l’horror-fantasy più macabro con la commedia erotica. Nelle opere di Angela Carter troviamo molti riferimenti a Shakespeare, nel romanzo Figlie sagge, al marchese de Sade, a Charles Baudelaire nel racconto Venere nera. È stata però maggiormente ispirata dalla tradizione del racconto orale: ha riscritto, infatti, molte fiabe, tra cui Cappuccetto Rosso, Barbablù e La Bella e La Bestia. Angela Carter è morta di cancro nel 1992, all’età di cinquantuno anni, nella sua casa di Londra. La camera di sangue è il suo capolavoro: il libro per cui verrà maggiormente ricordata. Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter è una raccolta divisa in due volumi e pubblicata da Fazi Editore che si apre con L’uomo che amava il contrabbasso.  L’incipit è questo: «Tutti gli artisti sono un po’ pazzi, si dice. Questa follia è, in una certa misura, un mito creato dagli artisti stessi per tenere alla larga i comuni mortali dalla congrega creativa fenomenalmente compatta. Però, nel mondo degli artisti, i consapevolmente eccentrici rispettano e ammirano sempre quelli che hanno il coraggio di essere genuinamente un po’ pazzi.» Continua con il secondo racconto, che è Una signora molto per bene e suo figlio in casa. «Quando ero adolescente, mia madre m’insegnò un incantesimo, mi diede un talismano, mi porse la chiave del mondo. Perché vivevo nel terrore, io, così giovane, così timida davanti a tante persone − le persone che parlavano piano e aspiravano l’acca; le maschere del cinema che, in quei giorni, erano ragazze con indosso degli ampi pigiami di satin che burlavano il mio sesso ancora dormiente con spudorata lascivia, uomini affabili che mettevano le mani fredde sui miei seni appena formati, inermi, al piano superiore dei solitari autobus novembrini. Tante, tante persone.» Nell’antro dell’alchimista di Angela Carter Il libro continua con Souvenir del Giappone, La bella figlia del boia, Gli amori di Lady Porpora, Il sorriso dell’inverno, Penetrando nel cuore della foresta, La carne e lo specchio, Padrone, Riflessi, Elegia per un cane sciolto ed altri racconti. Nella postfazione la scrittrice scrive: «Ho incominciato a scrivere brevi prose quando vivevo in una stanza troppo piccola per scriverci un romanzo. Le dimensioni dello spazio intorno a me modificavano quello che facevo nella stanza e lo stesso succedeva ai miei scritti. La traiettoria limitata della narrativa breve ne concentra il significato. Il segno e il senso si possono fondere in un modo che non è attuabile tra le molteplici ambiguità di una narrazione di lungo respiro. Ho scoperto che benché il gioco […]

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Libri

Il caso Léon Sadorski, il thriller poliziesco di Romain Slocombe

Esce oggi in libreria nella collana Darkside, Il caso Léon Sadorski, un thriller poliziesco che porta la firma di Romain Slocombe pubblicato da Fazi Editore. Siamo nell’aprile del 1942 a Parigi. La capitale francese è soggetta all’occupazione dell’invasore tedesco e nella ville lumière vige un opprimente clima di terrore. Tra i bombardamenti degli inglesi, gli attentati a opera della Resistenza a danno dei nazisti, i continui arresti degli ebrei deportati nei campi di concentramento, i traffici illeciti e le sempre più frequenti delazioni dei cittadini ormai gli uni contro gli altri, i membri delle forze dell’ordine lavorano a pieno regime collaborando con la Germania. Léon Sadorski, ispettore principale aggiunto di polizia, ha deciso da ben prima che i tedeschi occupassero il suo Paese da che parte stare: anticomunista e antisemita fino al midollo, svolge il suo dovere con fin troppo zelo impegnandosi ad arrestare quanti più comunisti, gollisti e israeliti possibili al fine di epurare la Francia da questi soggetti considerati indegni di esistere e verso i quali – soprattutto gli ultimi – Sadorski prova un evidente odio che traspare dalle sue parole durante l’interrogatorio da parte della Gestapo in seguito al suo inspiegabile arresto con conseguente incarcerazione nella prigione berlinese di Alexanderplatz: “[…] i giudei, anziché servire una patria, un paese, fanno come le prostitute, si mettono al servizio di tutti i paesi, dopo aver rifiutato, per duemila anni, d’integrarsi in una popolazione… È la mentalità di questa razza puttana che ha sabotato il nostro esercito e provocato la nostra sconfitta in poche settimane, davanti alla vostra Wehrmacht equipaggiata per bene e liberata dagli ebrei! […]” Sarà in seguito a questa prigionia che l’approfittatore, avido, codardo e corrotto poliziotto, una volta rientrato in Patria, si dedicherà – seppur con delle evidenti incoerenze – con maggiore foga a svolgere il suo lavoro in una Parigi che, in parte, è diventata lo specchio della bassezza di uomini e donne simili a lui. Il caso Léon Sadorski : quando il noir incontra la storia Finalista al Premio Goncourt e Goncourt des Lycéens, con Il caso Léon Sadorski, Slocombe propone ai lettori, attraverso la controversa e deprecabile figura del protagonista, un “cattivo” che ben incarna l’antieroe: un uomo meschino, insensibile al dolore altrui – anche quando sembra mostrare un lato compassionevole e umano, in realtà, pensa unicamente al proprio tornaconto – il cui interesse primario è quello di svolgere al meglio il suo lavoro eseguendo gli ordini – che siano arrivati dai suoi superiori o dai nazisti poco importa – nella più totale noncuranza delle conseguenze che le sue scelte avranno sulle vite di altre persone. Sadorski è un personaggio di fantasia ma che ben rappresenta la realtà di buona parte della polizia francese di quegli anni: individui ossessionati dalla giustizia – intesa, ovviamente alla loro maniera – fino ad arrivare ad accanirsi senza pietà contro i nemici dello Stato; facilmente corruttibili – anche dai favori e dal denaro degli ebrei che tanto odiavano – nonché inclini alla minaccia e alla menzogna pur […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Wolves Coming in piazza Municipio a Napoli, la natura si ribella

Liu Ruowang torna in Italia con Wolves Coming: cento lupi di ferro, ognuno di 280 kg, irrompono in piazza del Municipio a Napoli. Una scena dell’ultimo film futuristico in programmazione al cinema? No, stiamo parlando di arte e precisamente della grandiosa opera realizzata dallo scultore e pittore cinese, che ha scelto proprio il capoluogo campano per la sua mostra destinata a far discutere. Dal 14 novembre e fino al 31 marzo 2020, infatti, la piazza del Municipio di Napoli, cuore istituzionale della città, si presenta come una immensa galleria a cielo aperto, in cui un branco di lupi inferociti, dal grande impatto scenico, costituirà la nuova attrazione dell’ormai prossimo Natale 2019. La monumentale mostra è stata introdotta in conferenza stampa nella Sala della Giunta di Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli, ed inaugurata dal sindaco De Magistris, dall’assessore alla Cultura Eleonora De Majo e dall’assessore uscente Nino Daniele. Già esposta in parte nel 2015 alla Biennale di Venezia e all’Università di Torino, Wolves Coming rappresenta il grido disperato della natura che si ribella al progresso scientifico e tecnologico e all’eccessiva antropizzazione dell’ambiente, offrendo uno spunto di riflessione sui valori della civilizzazione e sulla grande incertezza da cui è dominata la società contemporanea. Con la sua arte, Ruowang è stato in grado di farsi portavoce della tradizione lessicale e filosofica della sua terra d’origine, amalgamandola al contempo con riferimenti al nostro mondo occidentale globalizzato, sempre più in conflitto con le leggi della natura. Il guerriero che sfodera la spada come per difendersi dall’attacco dei cento lupi, “simboleggia la preoccupazione dell’animo umano dopo la crisi economica del 2007 – spiega Ruowuang – Ma l’opera ha anche un altro significato. Il lupo è un animale che lavoro in branco ed è proprio dall’unione delle forze che l’uomo può superare le difficoltà”. Un’occasione di riflessione per l’uomo contemporaneo La particolarità dell’esposizione, organizzata e curata da Matteo Lorenzelli, animatore della storica galleria milanese Lorenzelli Arte, sta nell’essere una delle poche opere con la quale il visitatore può liberamente interagire. A tal proposito, non sono mancate le polemiche, dato che le sculture sono state, già in più occasioni, utilizzate come panchine: “Ho scelto questa forma e questa altezza proprio perché le persone potessero interagire con l’opera, anche sedersi. In questo modo, i cittadini impareranno a conoscere i lupi e tra un po’ non sembreranno più feroci”, chiarisce Ruowang. “Il Comune di Napoli è stato ben lieto di collaborare all’iniziativa, anche perché l’anno prossimo ricorre il 50° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina. Ho importato un gran numero di opere e per la prima volta il consueto catalogo che accompagna l’esposizione è stato pubblicato anche in lingua cinese. Uno degli aspetti più interessanti dell’arte di Liu Ruowang, secondo me, è che non possiede nessuna di quelle sofisticazioni, di quelle artificiosità tipiche dell’arte contemporanea”, spiega Lorenzelli. “Sebbene l’idea originaria prevedeva l’installazione a piazza del Plebiscito, ho ritenuto più vantaggioso che essa venisse collocata in piazza Municipio, il vero cuore della città. Ciò che mi […]

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Food

Block Boutique Bar con una drink list ad arte

Il Block Boutique Bar di Pozzuoli si fa conoscere con la nuova drink list nata nel segno della stravaganza e dell’arte! Sì, perchè oltre alle tradizionali bevande, la proposta innovativa di Fabrizio Masecchia risiede nel presentare drink ideati a partire dalle creazioni dell’artista Luigi Tirino. Dopo aver esplorato diverse mete internazionali ed aver appreso tecniche e svariati abbinamenti di gusti, il bartender Fabrizio con il supporto di Remo ed Alessandro ha dato vita a queste esclusive proposte, pescando dal proprio bagaglio artistico. La nuova drink list nasce da alcuni dei bozzetti e dei disegni di Luigi Tirino. Le sue sculture dopo una mostra al MANN, sono adesso custodite all’interno del Block Boutique Bar, circondando i clienti intenti a sorseggiare drink che ben si abbinano alla sua arte. Il bar si colloca sul lungomare di Pozzuoli, in via Matteotti 72. Regala vibrazioni di eleganza minimal, privata del sentore di freddezza che a volte caratterizza questo stile, e addolcita dalle luci tenue e calde. Il servizio contribuisce a far sentire a proprio agio il cliente, mentre il barman ha una parola per tutti e si dilunga in interessanti storie riguardanti i cocktail in preparazione. Tra le tante proposte una in particolare ha incantato: ALCROMISMO. Un drink da comporre al momento ricorrendo ad un paio di bottigline numerate, che tanto ricordano le piccole pozioni dei maghetti di Hogwarts. Unendo nel bicchiere due liquidi e mescolando il tutto, si vedrà cambiare il colore del cocktail da blu a rosa! Il sapore si presenta deciso grazie alla presenza di violet vodka, zucchero e acido di lime; mentre per stemperare l’asprezza vengono serviti due dolci piccoli assaggi al lampone e allo zenzero. Giocando con gli effetti estetici che si possono creare con diversi alcolici, questa drink list vince per originalità – e subito viene alla mente il drink fluo che cambia colore con i raggi ultravioletti! -. Il Block Boutique Bar resta però accessibile ad ogni palato. Anche per i non amanti dei cocktail, c’è la giusta offerta. Si spazia dagli infusi agli shrubs, dai sodati agli sciroppi, tutti 100% homemade e privi di coloranti alimentari. Il locale mostra anche sensibilità ed attenzione per l’ambiente e l’ecosostenibilità. Per non produrre rifiuti, procede alla rielaborazione degli scarti. Ecco che la frutta viene essiccata per poterne utilizzare prima il succo e poi le bucce, ponendo attenzione alle temperature di decadimento del prodotto. “Amiamo tutte le forme dell’arte, da quella ‘solida’ a quella ‘liquida’, perciò abbiamo deciso di abbinarle attraverso i nostri menù. Diamo spazio a chi ha la nostra stessa passione, mettendo a disposizione di coloro che vogliono esporre le loro opere non solo gli ambienti del nostro bar, ma anche le pagine del nostro menù”.

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Libri

Napoli Metro per Metro: intervista alle autrici

Napoli Metro per Metro è una guida alle metropolitane artistiche di Napoli; il testo, scritto da Roberta De Risi e Alessia De Michele (entrambe architetti) e presentato alla fiera Ricomincio dai libri, è un «racconto della città, svelata da un insolito punto di vista», ossia attraverso le fermate artistiche delle cosiddette “stazioni dell’arte”. Abbiamo intervistato le due autrici architetti che, fra l’altro, a breve (il prossimo 11 novembre), parteciperanno alla Conferenza Internazionale “L’Architettura della nuova mobilità” (Milano, Sala Reale della stazione Centrale). Napoli Metro per Metro: intervista alle autrici Gentilissime Roberta ed Alessia, mi piacerebbe partire dal titolo della vostra guida: Napoli Metro per Metro: un evidente gioco di parole… cosa vuol dire per voi “Napoli Metro per Metro”? Che significato ha avuto per voi la stesura di questa guida e cosa intendete comunicare ed offrire al lettore-viaggiatore? Una start up al femminile, un’amicizia decennale, questo il segreto della far art. Siamo due amiche di poco più di 30 anni, compagne di banco dalle scuole medie. Così abbiamo deciso di rendere la nostra amicizia la base per un lavoro appagante e sempre più stimolante costituendo, nel 2017, la FAR art srls, dalle iniziali dei nostri nomi, Alessia e Roberta, e dal gioco di parole “fare arte”; nome simpatico quanto ambizioso. La nostra formazione classica, la laurea in architettura e il legame sviscerato con la nostra città hanno fatto il resto. Il nostro progetto nasce così. Scoprire Napoli metro per metro vuol dire spaziare tra Arte, Architettura e Archeologia nonché conoscere curiosità, miti, usanze e sapori del popolo partenopeo, attraverso un percorso inedito e utilizzando un servizio pubblico con zero emissioni ambientali. Napoli Metro per Metro è partita dalla descrizione della Linea 1 della metropolitana napoletana fino alla 6: raccontateci come si articola, per voi, questo “viaggio”. Napoli Metro per Metro è il racconto della città, svelata da un insolito punto di vista: le stazioni dell’arte. Queste non sono più solo un mezzo di trasporto ma diventano esse stesse un luogo di interesse; le 22 stazioni della metropolitana dell’arte della nostra città contano più di 200 opere di artisti famosi a livello internazionale e portano la firma di archistar tra cui Mendini, Rogers, Podrecca, Kollhoff, Siola, Tagliabue per citarne qualcuno. Dopo la prima pubblicazione relativa alla Linea 1, si amplia la collana Napoli Metro per Metro con il racconto della città attraverso la linea 6 della metropolitana cittadina. La “Far art” dopo aver raccontato il sopra e il sotto della città di Napoli, dalla stazione Vanvitelli alla stazione Garibaldi, quindi dal quartiere Vomero al Centro storico per la linea 1, completa l’anello di percorrenza arrivando fino a Fuorigrotta, passando per Mergellina fino alla porta della città via mare con la stazione di Municipio. La Linea 6 della metropolitana dell’arte è la somma della Stazione di Mergellina, le tre stazioni di Fuorigrotta, realizzate nel 2007 ad opera dell’architetto Siola, che hanno dato un forte impulso e un nuovo impatto urbanistico al quartiere, la stazione di Municipio, opera degli arch.tti A. Siza e […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Candlelight Experience: un nuovo evento NOMEA

Candlelight Experience: un nuovo suggestivo evento artistico-creativo a cura della società NOMEA (società di eventi musicali e artistici «di ispirazione creativa»). Venerdì 1° novembre, al Palazzo Venezia di Napoli (Via Benedetto Croce, 19), Luciano Ruotolo e la sua NOMEA Eventi (insieme al presidente del Palazzo Venezia, Gennaro Buccino) ha realizzato una nuova suggestiva serata fra musica, danza e storia. La serata – fra l’altro successiva al recentissimo e favorevole risultato di PizzArt (organizzato dalla stessa società NOMEA, per l’occasione in collaborazione con la Pizzeria Condurro, e accolto negli spazi del Palazzo Venezia) – si è rivelata anch’essa un’ottima scelta artistico-creativa. Candlelight Experience: espressioni coreutico-musicali a lume di candela Partecipare alla serata è stata sicuramente un’esperienza affascinante e molto suggestiva: le luci vibranti e delicatissime delle fiammelle di candela hanno accompagnato già dall’ingresso i partecipanti; dopo aver attraversato un percorso di piccole luci in salita (scalinate dai gradini illuminati), corridoi in penombra e lo spazio della Casina Pompeiana immersa nel buio della notte sorretto dalle timide ma vivissime fiammelle, lo sguardo si è aperto verso il giardino pensile illuminato da lucerne, candele e lumini che, nella penombra della notte, hanno “accompagnato” le esibizioni artistiche del sassofonista Gabriele Gargiulo e della danzatrice Monica Cristiano. Le serate a lume di candela  e il progetto artistico di NOMEA Eventi Candlelight Experience è una delle prime manifestazioni di NOMEA: la società, infatti, fondata quest’anno, ha inaugurato le sue attività a partire dallo scorso 9 giugno, con l’organizzazione della rassegna artistico-musicale Sinfonie sul mare (svoltasi nello spiazzo panoramico (sul golfo) del Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, a Portici) e dopo alcuni mesi ha già riscosso (e non solo con Candlelight Experience), un notevole successo; basti pensare che, nei mesi estivi fra luglio e agosto, molte sono state le iniziative curate e ogni volta diverse per contenuti, ambientazioni, scelte organizzative e prodotti completi. Lungi da stagnanti serialità, NOMEA propone ogni volta costrutti d’esperienze artistiche di vibrante intensità emotiva costantemente in fieri. Merito soprattutto delle idee degli organizzatori, che, esperti d’arte, musica e creatività, hanno lavorato (e lavorano costantemente) al progetto NOMEA con vivo entusiasmo. Merito di Luciano Ruotolo, maestro di pianoforte, amministratore delegato della società NOMEA e suo cofondatore, che, partendo dalla gestione artistica di iniziative precipuamente musicali, è arrivato a proporre progetti creativi che abbracciano in equa misura arte visiva, espressione artistica corporea (danza, teatro), musica (sonorità e canto) e tradizioni popolari; non solo Luciano Ruotolo attraverso NOMEA riunisce i partecipanti dei suoi eventi in atmosfere suggestive per ambientazioni scelte e per affascinanti fusioni artistiche commiste, ma, in più, permette l’immersione, la congiunzione dei partecipanti alle profondissime radici storico-culturali napoletane (si pensi, oltre alla serata Candlelight Experience svoltasi al Palazzo Venezia nella centralissima, antica e storica Spaccanapoli, agli eventi musicali organizzati al museo di Pietrarsa (a Portici), e al Camposanto delle Fontanelle). NOMEA è, si può dire consapevolmente, un progetto in costante evoluzione e sperimentazione continua; basti pensare proprio a Candlelight experience: un evento che, alla sua terza messa in opera, lungi dall’essere sempre lo stesso, […]

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Musica

Musica

Parco Lambro: intervista al gruppo musicale

La consistenza sonora dei Parco Lambro, dal 2014 a oggi Risonanze jazz per i Parco Lambro, gruppo musicale nato nel 2014 da menti già attive nel panorama musicale italiano. Come affermano i suoi membri, nella scelta del nome risuona il senso di appartenenza alla vivacità di un mondo in fermento, sotto l’aspetto musicale e non. L’esperienza caotica degli anni ’70 presso il Parco Lambro, favorita dal fervore della redazione del Re Nudo, è il ricordo indelebile del delirio scoppiato nel parco milanese, la cui eco non poteva restare inascoltata nel territorio nazionale. Re Nudo, fondata da Andrea Valcarenghi, è il cuore di quegli anni, animata da intellettuali ed artisti della controcultura. Scegliere di creare nel nome del Parco Lambro ancora oggi vuol dire rivivere la cultura underground, contro la pedanteria di un moralismo ipocrita. Un Festival musicale, quello del 1974, che ha visto sul palco artisti come Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Lucio Dalla, Giorgio Gaber. E ancora, l’esplosione dello scandalo del Festival del 1976, le urla dei giovani. Sulla copertina dell’Espresso per l’occasione si legge: «Com’è difficile essere giovani». Se la musica possa davvero incarnare tutto questo, i Parco Lambro lo dimostrano dal 2014, chiedendo all’ascoltatore di ritrovare (per mai dimenticare) le proprie radici nella forza pulsionale della controtendenza. Radicarsi, però, per fiorire, in una posa elativa che proietta il gruppo italiano in una dimensione internazionale. Nel 2017 esce il loro lavoro di debutto per l’etichetta Music Force, Parco Lambro. Su una superficie solida elettronica per vibrazioni sonore di euforia e smodatezza, trionfa l’eccitazione del movimento allucinato, un concertato sfrenato di energia e fermezza. Tra jazz e rock, psichedelica e progressive, punk e metal, cercare di individuare un unico genere musicale, etichettare cosa si ascolta quando ci si approccia ai Parco Lambro non permetterebbe di restituire la complessità reale delle loro vibrazioni. Sette pezzi poliedrici, densi, di una notevole consistenza sonora. La band, nata in uno scantinato di Bologna dall’idea di cinque menti udinesi, comprende Giuseppe Calagno (chitarra elettrica, basso elettrico, microbrute); Mirko Cisilino (farfisa, nordlead, synth, moog, tromba, trombone); Clarissa Durizzotto (sax contralto, clarinetto, effetti, voce); Andrea Faidutti (chitarra elettrica, basso elettrico); Alessandro Mansutti (batteria). Una formazione che passo tutt’altro che inosservata e che conferma la poliedricità e versatilità dei Parco Lambro. Lo spirito jazz dell’improvvisazione, alla base delle prime esperienze del gruppo, sopravvive, innervandosi degli impulsi accolti negli anni. Le prove nello scantinato approdano così alle registrazioni nel 2016, rendendo possibile nell’attimo della contingenza sonora di un album un’energia maturata nel tempo. Intervista ai Parco Lambro Quando e come è nato il vostro ardore per le vicende del Parco Lambro? Dare questo nome al gruppo è stata un’idea di Clarissa, la sassofonista. Ovviamente la musica e l’avanguardia rock italiana che fu protagonista di quell’evento è nel nostro DNA, in particolare gli Area, ma ci piaceva molto anche rievocare nella nostra musica il caos e l’anarchia che hanno caratterizzato i festival del Parco Lambro, quindi immaginare il rumore che fanno organizzazione e ideali quando scontrandosi con la realtà […]

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Musica

Konrad e il suo ultimo album, "Luce" | Intervista

Nato a Bari nel 1975, Alessandro Konrad Iarussi, in arte Konrad, cresce in una famiglia dalla grande vivacità artistica e questo lo spinge fin da ragazzino ad appassionarsi alla musica. Dagli anni ’90 è pienamente immerso in questo mondo: pubblica con gli Hype il suo primo disco, Sottosopra; con i Radiolondra, prima dello scioglimento nel 2008, partecipa a Spazio Giovani, Arezzo Wave e Sanremo Rock; diventa anche il protagonista di un film del regista Carlo Fenizi, Effetto Paradosso; nel 2013 entra nel roster dell’etichetta discografica Music Force con cui pubblica nel 2013 Carenza di Logica e ultimo, pubblicato lo scorso maggio Luce, un album che l’autore definisce l’antitesi del precedente lavoro. Dopo le tante e vive esperienze musicali, Luce è un lavoro che mette un po’ il punto al passato e lo mette in ordine, in modo tale da poter voltare pagina e raccontare un nuovo inizio: quello segnato dalla nascita di sua figlia. Il disco si sviluppa attraverso una prosa scarna ed essenziale, accompagnata da sonorità che uniscono il folk al rock americano degli anni ’90, il grunge di Seattle, per intenderci. Tutto questo ce lo ha raccontato lo stesso Konrad, durante la nostra intervista. Intervista a Konrad La tua è una famiglia di artisti, questo che importanza ha avuto nel tuo percorso musicale?  Mio nonno dipingeva, come mio padre e mia zia, che è anche scrittrice.Mio fratello è bassista, i miei cugini suonano. Mia nonna suonava la fisarmonica e sua sorella insegnava pianoforte. Questo è assolutamente normale ed è questo il punto, fare arte per noi è una cosa qualsiasi. Naturale. Cosa puoi raccontarmi degli anni con i Radiolondra? -potresti ritornare sulle cause che portarono allo scioglimento del gruppo? Anni belli ma soprattutto formativi. Ci siamo sciolti perché… Shhhh… Segreto… Ma sicuramente posso dire che siamo rimasti tutti grandi amici e con l’ex chitarrista Valerio Fuiano ho prodotto il nuovo album Luce. Cosa puoi raccontarci invece della tua esperienza da attore? Un gioco. Divertente. Ma io sono un musicista, un cantautore, non un attore. Perché Luce è la perfetta antitesi a Carenza di Logica? Perché è un disco logico. Racconta me, la mia vita, il mio amore, la mia musica ideale. In Carenza di Logica ho sperimentato generi musicali che non sono miei. Cosa hai voluto raccontare con quest’ultimo album? La felicità. La felicità dopo un dolore. La felicità di aver incontrato Giuliana. La felicità per la nascita di LUCE (mia figlia). La capacità di superare le difficoltà. Qual è il sound che hai ricercato per comporlo? Il giusto mix tra i cantautori italiani e quelli di Seattle. Ti esibirai dal vivo prossimamente? Prossima data certa il 27 dicembre a Foggia. Progetti futuri? Ho finito di scrivere il nuovo disco… Voglio registrarlo. È una bomba.   Fonte immagine: ufficio stampa Music Force. 

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Musica

Canzoni rock d’amore, otto da ascoltare

Il rock è da sempre un genere musicale duro e aggressivo, fatto di melodie energiche e forti che traggono origine da un sentimento preciso: la rabbia. Che sia giustificata da motivi politici e sociali o puramente intimi, i cantanti rock hanno costruito testi e melodie con le quali urlano in faccia a qualsivoglia autorità tutto ciò che gli passa per la testa. Ma questo non significa che i cantanti rock siano alieni a emozioni come l’amore. Nemmeno i più forti e anticonformisti tra i cantanti possono sfuggire ai dardi di Cupido ed ecco che finiscono per scrivere canzoni rock d’amore. Certo, non tutti i cantanti e gruppi del genere trattano l’amore allo stesso modo. C’è chi lo celebra come motivo di appagamento che rende leggeri come una nuvola e con un perenne sorriso stampato sul volto, chi come una passione oscura che tormenta e divora dall’interno, chi ancora ne indaga i lati più romantici e carnali e chi invece cerca di evidenziarne le sue contraddizioni. In questa playlist abbiamo deciso di scegliere quelle che, a nostro parere, sono le canzoni rock d’amore più significative e particolari spaziando un po’ tra tutti i generi del rock. Canzoni rock d’amore, le nostre scelte  1. Romeo and Juliet – Dire Straits Iniziamo con qualcosa di molto rilassato, come Romeo and Juliet dei britannici Dire Straits. Fondata nel 1977 da Mark Knopfler, la band si è distinta per essere lontana dagli stereotipi tipici dei rockettari. La musica dei Dire Straits è infatti pacata e melodica, merito soprattutto del virtuosismo tecnico di Mark che riesce a padroneggiare la chitarra in modo quasi etereo. Non rappresenta un’eccezione Romeo and Juliet, brano dell’album Making Movies del 1980. Il titolo a prima vista sembra richiamare alla celebre tragedia di William Shakespeare, ma in realtà non è così. Mark Knopfler scrisse la canzone in seguito a una delusione amorosa ricevuta dalla cantante Holly Beth Vincent e la imposta come un dialogo tra due giovani ragazzi chiamati rispettivamente come i due amanti di Verona più famosi. Il protagonista si reca sotto il balcone della propria amata intonando una serenata in suo onore, ma lei non sembra felice di vederlo: «you nearly gimme a heart attack!». Tutta la canzone è attraversata da un’ironia di fondo in cui il povero Romeo, deluso e sconsolato, ricorda alla sua Giulietta tutti i bei momenti trascorsi assieme per poi rinfacciarle la sua presunta fedeltà per poi scoprire che nello stesso tempo si vedeva con un altro. «You promised me everything/ you promised me thick and thin yeah,/ Now you just say “oh, Romeo, yeah, you know I used to have a scene with him”». Con la sua voglia di ingannare piuttosto che di amare la Giulietta dei Dire Straits sembra ricordare vagamente la ragazza che ingannava il nostrano Francesco de Gregori nella celeberrima Rimmel. Insomma, il leitmotiv della canzone è l’amore non corrisposto e il rifiuto di rassegnarsi alla fine della passione, anche quando questa non c’è mai stata davvero. L’ideale per i tanti Romeo […]

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Musica

Tradizione E Tradimento, il nuovo album di Niccolò Fabi

Uscito l’11 ottobre, Tradizione E Tradimento è il nuovo album di Niccolò Fabi per la Universal Music Italia. Facciamo finta per un attimo di essere sulla cima di un faro in Mozambico. Tutti, o quasi tutti perché magari qualcuno non ama la fotografia, scattano foto al mare cercando in quel blu qualcosa di eccezionale. È normale, è quello che probabilmente farebbero un po’ tutti. Il po’ è dovuto al fatto che potrebbe esserci qualcuno che invece si sofferma «sull’intersezione tra il pavimento, di un blu-verde estremamente forte, e la balaustra, rossa» iniziando a scattare tante fotografie dato che sembra di «vedere un punto di incontro tra terra e cielo». In realtà il punto di incontro lo potresti vedere con la linea dell’orizzonte ma no, sei Niccolò Fabi e quella foto diventerà la copertina del tuo nuovo album perché «questo è il ruolo dell’arte e della poesia: farci scoprire qualcosa che è sotto i nostri occhi ma noi non cogliamo». Dopo una pausa artistica, Niccolò Fabi è tornato offrendo un disco, Tradizione E Tradimento, che percorre un sentiero già tracciato da Una somma di piccole cose, album che rappresenta sicuramente una vetta artistica difficilmente replicabile. Con una semplicità musicale e una sincerità emotiva devastante Una Somma di piccole cose resta il migliore album di Fabi che prova infatti a preservare quella dimensione introspettiva. Era difficile, e forse anche sbagliato, ricreare tutte le condizioni dell’album precedente ed ecco che Niccolò Fabi in Tradizione E Tradimento prova a tradirsi allontanandosi da sé stesso. «È un disco sulla ricerca di un equilibrio all’interno di un cambiamento tra la memoria e la prospettiva. La scelta difficile tra cosa conservare e cosa lasciare andare, come evolversi e trasformarsi rispettando la propria identità. Come trarre forza da ciò che ci è stato consegnato come tradizione e allo stesso tempo avere il coraggio di tradire quel percorso». Più che nei testi, la distanza è nella musica che a tratti vira anche verso un’elettronica d’ambiente toccando corde differenti. Un processo creativo a tratti burrascoso che ha poi trovato un equilibrio naturale grazie all’accompagnamento artistico di Roberto Angelini, Pier Cortese e Alberto Bianco. L’album è stato registrato e mixato da Riccardo Parravicini ed è arricchito dalla collaborazione di Daniele Rossi, Fabio Rondanini, Max Dedo e Costanza Francavilla. Tradizione E Tradimento è l’undicesimo album in studio di Niccolò Fabi. L’uscita dell’album è stata anticipata dai singoli Io sono l’altro e Scotta che con le restanti 7 tracce costruiscono un disco di 37 minuti che è nato tra Roma e Ibiza. Sarà possibile ascoltare Tradizione E Tradimento dal vivo dal 29 novembre quando Fabi arriverà nei teatri accompagnato da Roberto Angelini, Pier Cortese, Alberto Bianco, Daniele Rossi e Filippo Cornaglia. Immagine: Universal Music

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Teatro

Teatro

Medea di Portamedina, la Galleria Toledo si tinge di rosso

Tratta dall’omonimo romanzo di Francesco Mastriani, la Medea di Portamedina, in scena alla Galleria Toledo dal 15 al 24 novembre, regia di Laura Angiulli. Una scena quasi vuota e suppellettili di casa pendenti. Pendenti, come la verità, l’amore, le promesse, la vita. A rompere il silenzio Coletta Esposito (Alessandra D’Elia): una donna del popolo, capace di grandi sentimenti.  Coletta è infiammata dall’amore. Lei, figlia ra maronna, trascorre la sua infanzia fra le mura dell’Annunziata. Lei, figlia di nessuno, nutre nell’animo una straziante fame d’amore. E sarà tra le braccia, sulla bocca, negli occhi di Cipriano Barca (Pietro Pignatelli) che scoppia la sua passione  quasi tirannica. Amplessi su amplessi. Voglie su voglie. Ossessioni su ossessioni. Violenza su violenza. Coletta è dilaniata dalla gelosia. Dalla relazione clandestina con Cipriano (Coletta è di fatto sposata), nasce una bambina. L’attrazione di lui si affievolisce, l’amore di lei si infittisce. Ma lui di quel vicolo cieco e di quel matrimonio promesso non ne vuole sapere. Coletta, avvelenata dall’ossessione del possesso, dimentica persino di essere madre. Lei, che una madre non l’ha mai avuta, rivive le mura dell’Annunziata, il morbo dell’abbandono. Domande su domande. Attese su attese. Speranze su speranze. Manìe su manìe.  Coletta è accecata dall’odio. Il matrimonio non si compie, Cipriano ha deciso di sposare la giovane Teresina. Straziata, furente, spietata Coletta, non farlo! Ma la donna di via Portamedina, eroina tragica, Medea, ha deciso. E nel giorno del matrimonio di Cipriano e Teresina la chiesa si tinge di rosso.  Note di regia: Come in Euripide, la narrazione di Mastriani usa straordinaria acutezza a penetrare il labirinto delle emozioni e delle angosce della protagonista e delle forze oscure da quel velenoso groviglio generate e alimentate, ma quel conflitto fra razionale e irrazionale che è tra i tratti distintivi della Medea euripidea e che costituiscono la dorsale del pathos drammatico dell’evento, non trovano luogo. In Coletta nessun tentennamento interviene nella spinta verso un definitivo rituale di sangue, che è anzi inequivocabilmente cercato e compiuto in tutta lucidità. Nemmeno un tremore, un accenno di pietà, un estremo fremito d’emozione. Alla coscienza di Coletta, figlia negata e bambina malamente allevata, mancano le coordinate per una humanitas di classica memoria. 

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Recensioni

Certe vite: storie e intrecci sulle note di Rino Gaetano al Piccolo Bellini

Continuano, al Teatro Piccolo Bellini di Napoli, gli spettacoli del progetto ”Take four” della Bellini Teatro Factory con ”Certe vite” in scena dal 15 al 17 novembre di e con Luigi Adimari, Michele Ferrantino, Luigi Leone, Salvatore Nicolella e Carlo Vannini, regia di Rosa Masciopinto. Il racconto di quattro diverse vite, ognuna con la propria storia ed ognuna originale e singolare, ma tutte contenute nello stesso ed unico format: ogni vita è una storia? Ed è proprio in questa domanda che gli attori si imbattono cercando delle risposte. Certe vite: diverse e lontane fra loro, anche se non così tanto La scena si apre con un palcoscenico privo di qualsiasi oggetto, solo gli attori sul palco che iniziano a raccontare, ognuno di loro, la propria storia. Storie toccanti, storie forti, storie divertenti. Storie diverse tra loro, ma non così tanto. Fra loro vi è il ragazzo che ha una grande passione per il calcio, ma solo molto tardi scoprirà di essere un grande portiere anziché un attaccante; vi è l’uomo preso dal suo lavoro che è però, allo stesso tempo, frustrato e tormentato; vi è l’uomo immerso nel suo mondo, ma che solo molto tardi scoprirà che la moglie lo tradisce; ed infine l’uomo che vuole a tutti i costi ritornare nella propria città, a qualsiasi costo, anche la vita stessa. Tante vicende diverse che portano però tutte a chiederci se sia possibile che ogni vita abbia davvero una storia. Tutte storie forti e toccanti che arrivano all’animo dello spettatore che oscilla per 75 minuti di spettacolo tra risate simpatiche e riflessioni interiori. ”Certe vite” è il racconto di persone di tutti i giorni sulle note di ”Ma il cielo è sempre più blu” di Rino Gaetano suonato da Carlo Vannini che ha accompagnato in maniera impeccabile tutto lo spettacolo creando atmosfere particolari e singolari per ogni monologo. Ma il cielo è sempre più blu… Così cantava Rino Gaetano nel 1975, anno di uscita del brano, e così stasera sul palcoscenico del Piccolo Bellini, i quattro allievi attori della Bellini Teatro Factory si sono messi in gioco cercando di dare voce a delle vite raccontando storie proprio come nella canzone del celebre cantautore. Raccontare e rendere vivi i sentimenti, le emozioni e i turbamenti dell’anima: era questo il compito più che riuscito dai nostri giovani attori che, grazie alla loro bravura, hanno saputo cogliere ogni singola sfumatura del personaggio da loro interpretato mettendola in scena con grande naturalezza.

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Teatro

La ballata del carcere di Reading: lì dove muore ogni speranza

La ballata del carcere di Reading al Ridotto del Mercadante dal 14 al 17 novembre. Roberto Azzurro, a due anni dal processo di Oscar Wilde, torna al Mercadante con La ballata del carcere di Reading. Azzurro Lo spettacolo apre la programmazione 2019/2020 della piccola sala al primo piano del Teatro Mercadante. Il lamento di un prigioniero dal carcere di Reading Una scena essenziale: una sedia rosa, pochi mattoni accantonati da prigionieri costretti ai lavori forzati, scarne tavole di legno. Un Wilde provato da due anni di prigionia guadagna la scena recitando la preghiera eucaristica. Il Wilde in scena non è che la carcassa consumata e logora del dandy dissoluto ed edonista che fu: di quel dandy resta un tight nero e un fiore verde all’occhiello. Da qui in poi si scioglie un lungo e dolente lamento pieno di pena, privo di speranza ma intriso di fede. Wilde davanti all’imminente fine di un condannato, Charles Thomas Wooldridge, che aveva ucciso sua moglie con un rasoio, si interroga sulla condizione umana dei prigionieri, sulla urgenza del perdono e sulla barbarie della legge che, invece, scritta dall’uomo per l’uomo, condanna alla prigionia e alla pena di morte. Roberto Azzurro non interviene su La ballata del carcere di Reading, non la rielabora, ma ci entra dentro, restituendo abilmente, con uno sguardo allucinato e una voce tremante e delirante, ogni sentimento che abbia animato e ispirato questo testo. Lo sgomento, il pentimento misto alla nostalgia per una vita di piaceri e di eccessi, la rabbia furente e l’orgoglio ferito, la sofferenza, la rassegnazione davanti al lento spegnersi del suo spirito, la flebile fede che lo tiene in vita, la consapevolezza che dal carcere non si esce vivi, seppur in vita. Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava e per questo doveva morire. Eppure ogni uomo uccide quel che ama. Ognuno ascolti, dunque, ciò che dico: alcuni uccidono con sguardo d’amarezza, altri con una parola adulatoria. Il codardo uccide con un bacio, l’uomo coraggioso con la spada. […] L’uomo gentile uccide col coltello, perché più ratto giunga il freddo della morte. […] Ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire. Ognuno di noi uccide ciò che ama, ognuno è un malfattore che va perdonato: se è vero questo assunto, allora, chi ha commesso un più grave delitto avrà bisogno di un più grande perdono. La legge, invece, rinchiude il colpevole in una gabbia dove non c’è possibilità di espiazione, di recupero, ma solo la lenta morte della della speranza prima che sia il corpo stesso a perire. Nel carcere non crescono fiori che possano alleggerire l’animo dei condannati, ma solo erba velenosa. Il carcere non ha colori se non il nero della notte, delle ombre e il grigio acciaio delle sbarre e delle catene. Il carcere, trasforma in paglia il fieno, sfigura nel corpo e nello spirito, arrugginisce la catena di ferro della vita. Nel carcere si vive in una perenne […]

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Recensioni

Rumori fuori scena con Valerio Binasco al Teatro Bellini

Divertente, assurdo, erotico. Valerio Binasco porta in scena al Teatro Bellini Rumori fuori scena,  tratto dal testo dell’inglese Michel Frayn. Diventato ormai un cult del teatro contemporaneo, lo spettacolo mette in evidenza le dinamiche, spesso nascoste all’occhio e alla coscienza del pubblico, che intercorrono tra gli attori, il regista e non solo nell’allestimento di una rappresentazione teatrale in chiave tragicamente comica. Il bisogno di usare ossimoro è dettato proprio dal fatto che, da spettatrice, indipendentemente dalle risate al susseguirsi delle scene, rimane sempre una vaga sensazione di inquietudine. In ogni caso Rumori fuori scena è da considerarsi senza alcun dubbio un testo appartenente al genere comico e basa la sua comicità sull’elemento dell’equivoco. Tutto inizia con l’allestimento della messinscena di Niente addosso di Robin Housemonger. Il regista è Lloyd Dallas, interpretato dallo stesso Valerio Binasco, mentre la compagnia è composta dagli attori con le esperienze più disparate: partendo dai professionisti ai “raccomandati”. La quarta parete non viene solo squarciata, non è mai esistita. Con il sipario già aperto e Lloyd/Valerio che scorrazza tra il pubblico, interagendo a tratti con esso, i personaggi iniziano a presentarsi al pubblico in duplice veste: quella dell’attore e quella più propriamente umana e fragile. Il tempo è quello delle prove generali, quindi l’elettricità e la confusione hanno la meglio. Ognuno dei personaggi ha dentro di sé un piccolo dramma interiore che inevitabilmente si riversa con una forza moltiplicata per nove sulla riuscita dell’esecuzione. Prima fra tutti c’è Dotty che, oltre ad aver investito gran parte dei suoi averi sul risultato dello spettacolo, si trova in difficoltà con i continui cambiamenti e l’aggiunta di elementi sulle sue scene. Poi c’è Selsdon con evidenti problemi di alcolismo, Garry che non riesce ad improvvisare, Brooke che, inizialmente, non riesce nemmeno a capire di avere un problema. A ciò si aggiungono gli scandali all’interno della compagnia, alimentati dai pettegolezzi di Belinda che saranno la prima causa dello sfacelo degli equilibri. Verso la fine del primo atto si scopre l’esistenza di un triangolo amoroso e ciò porterà ad un accorciamento ancora più importante della distanza tra finzione e realtà. Nel secondo atto la scenografia fa un giro di 180° e ci ritroviamo dietro le quinte della compagnia. Inizia il debutto dello spettacolo e l’elemento che pervade l’atmosfera è quello della fragilità umana. I rapporti tra gli attori sono gravemente compromessi ed essi rispondono a ciò portando materialmente in scena il proprio malcontento. Il regista è sparito, lasciandosi alle spalle le proprie responsabilità, attuando un vero e proprio ghosting, per poi comparire nuovamente rivestendo non i panni del suo ruolo professionale, bensì quelli di un uomo e i suoi desideri. Il punto di rottura estremo è rappresentato nel terzo atto. I personaggi non esistono più, così come non esiste più la messinscena dello spettacolo. Sul palco prendono finalmente vita le voci degli attori, delle loro persone. La finzione è una maschera troppo debole e non può arginare le debolezze e le fragilità della compagnia. Da rumori fuori scena, si passa ad […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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