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Edoardo Bennato e il riscatto di Babele, intervista

Il protagonista dell’intervista di oggi è Edoardo Bennato. Prima di arrivare a lui, c’è da dire che il titolo della tesi che raccoglie queste interviste è Il riscatto di Babele. Il perché di questo nome è presto spiegato: «Tutta la Terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro – Venite, facciamoci mattoni e cociamoli al fuoco. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero – Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la Terra. Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse – Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro. Il Signore li disperse di là su tutta la Terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la Terra e di là il Signore li disperse su tutta la Terra.» (Gen. 11, 1-9) La storia della torre di Babele e della confusione delle lingue, raccontata nel testo della Genesi, può rappresentare uno strumento di lettura della nostra società. Ce lo dimostra Zumthor in Babele. Dell’incomputezza attraverso la lettura filologica, quella ermeneutica e politica del mito e recuperando dalla nostra collettività culturale un simbolo fragile e incompiuto e per ciò stesso vivo e aperto. L’autore ci fornisce un’interpretazione delle vicende umane, segnate sia dalla volontà di dominio e dallo scontro, che dalla volontà di apertura verso l’altro e di comprensione della diversità. La torre di Babele è l’ emblema della confusione, del caos e dell’incomunicabilità. Fa pensare alla stasi, alla mancanza di azione, all’incomunicabilità e alla paradossalità dei dialoghi che rappresentano l’essenza del teatro dell’assurdo di Beckett. La pluralità dei linguaggi, descrivendo una polisemia dell’essere, proibisce di chiudere il sapere in una gerarchia totalitaria, da ciò la necessità di recuperare atteggiamenti mentali improntati al rispetto e al confronto. «Un potente istinto spinge la parola umana a tentare il recupero della sua rettitudine e della sua autenticità originarie: lo fa con la profezia, con ogni poesia (se si comprende sotto questo termine l’essenziale delle nostre letterature) o, in maniera forse netta in quanto più corporea, con il canto» scrive Zumthor. Marcel Proust ci suggerisce che la musica è forse l’unico esempio di quello che avrebbe potuto essere -se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime. Ebbene, la musica dà un’anima all’universo perché è la lingua di cui serbiamo solo l’armonia. Molta parte della letteratura nasce come supporto a melodie e, viceversa, molte melodie sono state composte […]

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Fabiana Ferrucci e Igor Margotti: un progetto di consulenza gastronomica

Gli chef Fabiana Ferrucci e Igor Margotti danno vita a un progetto di consulenza gastronomica: Gli chef Fabiana Ferrucci e Igor Margotti, nella sera del 23 settembre, danno vita a un progetto di consulenza gastronomica sullo sfondo di un tramonto in riva al mare, presentando l’evento che vede il compimento del loro progetto; una società di Consulenza e Formazione con annessa Business Unit dedicata al Banqueting. Essa si occuperà, come già in passato i due chef hanno fatto singolarmente, dello start-up di nuovi progetti, menù engineering, food costing, consulenza sulle attrezzature, formazione dedicata al personale di sala e di brigata. La sezione Banqueting si dedicherà, invece, all’organizzazione di eventi, manifestazioni e feste private. Un binomio all’insegna della diversità, due personalità eterogenee ma che insieme creano sapori unici; Fabiana Ferrucci giovanissima brucia le tappe partendo dalla Pizzeria di Michele Condurro (CE) dalla quale viene contattata giovanissima, per passare a “Spicchi d’Autore” dove affianca come responsabile di cucina il Monzù di Gerardo Modugno apprendendo i segreti della frittura. Approda poi a Dodici Morsi (CE) al fianco dello Chef Mirco Scognamiglio e in seguito a “La Figlia del Presidente” in qualità di Chef. Frequenta lo Zen Food Lab dello Chef Alfredo Iannaccone fino a diventare poi nel 2020 responsabile del comparto femminile dell’Associazione Provinciale Cuochi Napoli Invece lo chef Igor Margotti muove i primi passi da Casa Maria Antonietta ad Anacapri e poi da E’ Divino a Capri. In seguito diventa Chef del Nabilah Luxury Beach a Bacoli e poi dell’Oasi del Mare a Varcaturo per compiere poi l’ultimo passo, cronologicamente parlando, che lo vede Chef resident insieme a Fabiana presso il ristorante Cantina La Barbera a Napoli. Al cospetto degli sponsor Lido Oasi del Mare (nato circa 50 anni fa dalla mirabile visione imprenditoriale del patron Pasquale Cacciapuoti, attualmente il lido Oasi del Mare di Varcaturo, stabilimento balneare e beach club, dispone di un’ampia spiaggia attrezzata con solarium e di un ristorante con vista sul mare che propone una cucina raffinata basata su ottime materie prime), Sapori Unici di Elio Testa (fonda la “Sapori Unici”, azienda leader nella produzione e distribuzione di prodotti caseari e nella consulenza a gastronomie e ristoranti anche stellati), Lofoten Seafood Group (L’azienda, diretta da Katharina Mosseng, distribuisce in Italia Stoccafisso IGP delle Isole Lofoten, baccalà, salmone affumicato e Skrei®. Tutto il pesce viene allevato e pescato nelle Isole Lofoten, situate a nord-est della Norvegia, in modo sostenibile nel rispetto degli ecosistemi locali. La trasformazione, effettuata con tecniche tradizionali e certificate, garantisce un prodotto finale sano e naturale), La luna nel bicchiere ( Steffen Wagner, tedesco innamorato di Napoli, fonda il suo ristorante nel 2018. L’azienda seleziona e distribuisce etichette di 15 piccole cantine, campane e italiane, che abbracciano tutti gli stili di produzione. Inoltre Wagner, sommelier e degustatore AIS, progetta e redige carte dei vini e fornisce consulenza ai ristoratori per la gestione della cantina), Pascarella Ho.re.ca. (L’azienda, fondata nel 2014 da Nunzio Pascarella dopo una trentennale esperienza nel settore ho.re.ca., dispone di una gamma di oltre 4000 prodotti […]

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Gucci, dalle origini al caso Armine Harutyunyan

Gucci, ancora lei, è la casa di moda che fa da padrona nel settore e nel mondo. Tra passato, successi e futuro, ecco la storia di una delle più grandi case di moda italiane. Era solo il 2018 quando Gucci chiudeva l’anno ben oltre le aspettative, con un giro d’affari di 8,28 miliardi di euro ed un aumento del 3,4 % rispetto all’anno precedente. Stessa sorte per le vendite dirette nelle boutique, con un +38% e un aumento del 25% nel 2019. Negli ultimi anni il fatturato Gucci è stato investito da un aumento del 31%, scaturito per lo più dalle “collezioni permanenti”, ovvero i capi senza tempo che non vengono sostituiti dai nuovi modelli. I capi fissi, di fatto, rappresenterebbero circa il 70% delle vendite totali. Parlando con i numeri, Kering, società francese che include Gucci Group, ha un utile dell’80%, con stime fino a 3,944 miliardi. Ottimi risultati anche per le vendite online. La sezione e-commerce rappresenterebbe il 6% delle vendite totali, con una crescita implementare del 70% solo nel 2018. Numeri che sembrano sottolineare come il digitale, ad oggi, sia una parte essenziale di ogni acquisto, persino per la moda. Il mondo Gucci post Covid-19 Grandi cambiamenti in casa Gucci post Covid-19. Il coronavirus ha cambiato le carte in tavola per tanti brand: l’azienda italiana, a sua volta, capitanata da Alessandro Michele, direttore creativo dal gennaio 2015, e da Marco Bizzarri (presidente del brand) ha ridotto le sfilate dimostrative a solo due appuntamenti: in primavera ed autunno. «A settembre Gucci non sfilerà, nel calendario di Milano Moda Donna e in nessun’altra occasione, non siamo pronti! – sostiene Alessandro Michele. – I tempi sono stati morti per l’isolamento da pandemia ma vivissimi per le idee. La Terra ci ha richiamato all’ordine, non voglio tornare come prima di marzo, dobbiamo ascoltare la Natura con un atto d’amore che ci impegna a ripensare anche il nostro lavoro per la moda. Bisogna ritrovare una luce, questa ripartenza è poetica come i miei primi giorni alla guida della Maison Gucci condivisi con Marco Bizzarri». Meno ritmi frenetici e più “Made in Italy”, quindi, il nuovo scenario di casa Gucci che con i suoi due pionieri nel 2019 ha sfiorato i 10 miliardi di vendite. Squarci di storia Era il 1921 quando Guccio Gucci fondò a Firenze quella che sarebbe diventata una delle case di moda italiane più attive nei settori d’alta moda e degli articoli di lusso. Guccio Gucci era un emigrato italiano che lavorava in alcuni hotel di lusso di Parigi e di Londra. A stretto contatto con l’alta borghesia, sviluppò uno spiccato senso estetico. Tornato a Firenze decise di aprire una serie di pelletterie comuni e di articoli per l’equitazione (tema a cui farà riferimento in alcune collezioni). La moda Gucci si espanse rapidamente e l’uomo, insieme ai tre figli, decise di aprire alcuni negozi nella via più famosa di Roma, Via Condotti. Lino, canapa e juta sono i materiali innovativi che hanno permesso all’azienda di spiccare il volo. Saranno […]

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Cenando sotto un cielo diverso: la beneficenza si nutre di emozioni

La bellissima cornice di Villa Imperiale ha ospitato la rassegna stampa di “Cenando sotto un cielo diverso”, che si svolgerà lunedì 28 settembre a Villa Alma Plena, Caserta. Alfonsina Longobardi, psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage, è la madre appassionata di questo progetto, ideatrice e organizzatrice dell’evento, giunto alla dodicesima edizione. Questa è la più grande fin ora realizzata: 140 banchi di partecipanti, contro i 13 della prima edizione, tenuta al Castello di Lettere. L’evento di beneficenza ha l’obiettivo di raccogliere fondi per la costruzione di un laboratorio ludico-didattico per malati schizofrenici (finalità storica della kermesse) e per l’acquisto di giocattoli da distribuire durante il periodo natalizio ai bambini ricoverati nel reparto di nefrologia dell’ospedale Santobono Pausilipon. Il Buono dopo la tempesta: ripartire con le emozioni Il claim di questa edizione è “Il Buono dopo la tempesta“, ovviamente quella del Covid-19 e di tutte le sue conseguenze. Così, questo progetto, con tutta la sua voglia di promuovere innanzitutto le emozioni, assume in quest’edizione un senso ancora più importante: ricercare un senso di rinascita per un nuovo inizio, soprattutto per un settore, quello enogastronomico, che ha tanto sofferto e ancora soffre delle restrizioni, fondando il tutto su un senso di coesione, una rete collaborativa che permetta di sostenersi a vicenda. Diviene quindi aiutare e ad aiutarsi, in nome della semplicità e della voglia di dare. Coinvolge, allora, cuochi, pizzaioli, pasticceri, produttori del territorio campano e non, aziende, personaggi del mondo dello spettacolo e migliaia di persone che intervengono all’iniziativa per far del bene e mangiare bene. Anche se in luoghi meravigliosi, alla presenza di grandi chef (stellati e non) e grandi eccellenze, “Cenando sotto un cielo diverso” si trasforma in una grande cena familiare, in cui il senso di casa non passa mai in secondo piano. Cenando sotto un cielo diverso come promozione territoriale Come se il senso di solidarietà e la capacità di mettere in comunicazioni diverse personalità non fosse sufficiente, l’evento si pone un terzo obiettivo: diventare promotore del territorio. Basandosi sull’idea di dare il giusto valore al cibo, di salvaguardare la biodiversità e i prodotti buoni, di continuare a tener alto il nome della Campania felix, “Cenando sotto un cielo diverso” ricerca il contatto con la natura, particolarmente rilevante nel post-Covid, sia nella selezione dei luoghi scelti per ospitare l’evento, come la bellissima Villa Alma Plena selezionata per quest’edizione, sia nella promozione di vini e vitigni autoctoni, che diventano mezzo di conoscenza territoriale, e di tante piccole realtà di educazione e sostegno ambientalista. Quello che contraddistingue questo evento è il suo essere genuino e la sua grande componente amicale, che si percepisce chiaramente tra i discorsi, i sorrisi e l’incoraggiamento di tutti quelli intervenuti in conferenza. Il calore della famiglia di “Cenando sotto un cielo stellato” ti invita dolcemente a essere partecipe di qualcosa di importante e di bello. Sono intervenuti in conferenza stampa: – Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento; – Maria Consiglia Izzo, ufficio stampa dell’evento (con Grazia Guarino, XY Agency); – Ciro Torlo, […]

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Taglio dei parlamentari: guida alle ragioni del Sì e del No

Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari è alle porte: ecco cosa comporta e quali sono le ragioni del Sì e del No Il 20 e il 21 settembre si voterà per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari: la modifica comporta la riduzione dei parlamentari da 945 a 600 e il voto servirà a confermare o respingere questo taglio. Il referendum è confermativo e non è richiesto il quorum, per cui il risultato della votazione sarà valido qualunque sarà l’affluenza alle urne. Questo è il quarto referendum costituzionale della storia della Repubblica Italiana: nel 2001 si è votato sul Titolo V, confermando la modifica, mentre la riforma costituzionale del centrodestra nel 2006 e quella del Partito Democratico nel 2016 sono state bocciate dai votanti. Taglio dei parlamentari: come siamo arrivati al referendum Il taglio dei parlamentari comporta una modifica del testo della Costituzione e per questa ragione segue un iter particolare. L’articolo 138 della Costituzione, che disciplina la modifica costituzionale, impone la doppia deliberazione delle due Camere, per un totale di quattro votazioni, e richiede che la seconda votazione ottenga la maggioranza di due terzi in ciascuna Camera. Se non si raggiunge questa maggioranza si ha diritto a chiedere che sia indetto referendum confermativo e le strade per farlo sono tre: raccogliere le firme di 500 mila elettori, di 5 consigli regionali oppure di un quinto dei membri di una delle due Camere. La proposta per il referendum è stata firmata da 71 senatori (ne bastavano 64) provenienti da ogni schieramento politico. Le prime tre votazioni sono state sostenute dalla maggioranza del primo Governo Conte, composto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, con l’appoggio del centrodestra, mentre il centrosinistra bocciava le votazioni definendo “disegno antiparlamentare” il taglio. Con la caduta del Governo e la sua riformazione sotto le spoglie del governo Conte Bis a settembre 2019, l’accordo è stato siglato proprio sull’ultima votazione necessaria per il provvedimento: il centrosinistra entra in maggioranza e si impegna a sostenere il taglio con il proprio voto in cambio di una nuova legge elettorale, della riforma del Senato, dell’abbassamento dell’età per votare per il Senato a 18 anni e della modifica del numero dei delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica. L’ultima votazione ha registrato una maggioranza bulgara, ottenendo 553 Sì – ne bastavano 316 per l’approvazione -, ma le riforme promesse sono ancora bozze. Il referendum costituzionale era stato indetto per il 29 marzo scorso, poi rimandato a causa dell’emergenza da Covid-19 e infine è stato fissato per il 20 e 21 settembre, accorpandolo alle elezioni regionali e amministrative che si svolgeranno sul territorio nazionale. Cosa prevede il referendum costituzionale Il quesito che troveremo sulla scheda elettorale sarà: “Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?” Nello specifico le modifiche degli articoli […]

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Earth Overshoot Day: il giorno del debito ecologico

Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto, con ben tre settimane di ritardo rispetto al previsto. L’impatto sull’ambiente del Covid-19 ha rallentato il consumo delle risorse annuali prodotte dal pianeta e ha dimostrato che la differenza può essere fatta, eccome! L’Earth Overshoot Day è una stima del giorno in cui l’umanità consuma integralmente le risorse prodotte dal pianeta in un anno. Il giorno del debito ecologico indica quindi la data annuale in cui la domanda di risorse naturali dell’umanità supera la capacità di rigenerazione degli ecosistemi terrestri. In altre parole dal 22 agosto 2020 le risorse prodotte dal pianeta in quest’anno sono state esaurite e, da quel giorno, la popolazione mondiale consuma le risorse che sarebbero spettate alle generazioni future. Come si calcola il giorno del debito ecologico? A determinare il giorno del debito ecologico è la Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che si occupa di misurare la biocapacità della Terra e di metterla in relazione al consumo dell’umanità. La biocapacità del pianeta, ossia la quantità di risorse ecologiche che la Terra genera ogni anno, è divisa per l’impronta ecologica dell’umanità – ossia la domanda – nello stesso anno. Il risultato, moltiplicato per 365 è pari al numero di giorni in un anno in cui la Terra offre più risorse di quanto l’uomo ne consumi. Dunque l’Overshoot Day segna  il giorno in cui i due valori si eguagliano e, di conseguenza, il giorno dell’anno in cui entriamo in debito con la Terra e le generazioni future. È un calcolo che tiene conto delle entrate e delle spese. L’offerta globale è rappresentata dalle aree di terra e mare biologicamente produttive, comprese terre forestali, pascoli, terre coltivate, zone di pesca e terre edificate. La domanda è data dalla richiesta della popolazione di prodotti alimentari e fibre vegetali, bestiame e prodotti ittici, legname, spazio per infrastrutture urbane e così via. Se la domanda di risorse supera l’offerta, siamo in deficit ecologico. E questo accade ogni anno e, quasi ogni anno, prima dell’anno precedente. Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto La prima campagna globale a sensibilizzazione del tema fu lanciata nel 2006. Il WWF, la più grande organizzazione di conservazione del mondo, partecipa all’Earth Overshoot Day dal 2007. Dal 2006 il giorno del deficit si era anticipato sempre più, con poche e lievi eccezioni. È dunque la prima volta dopo 14 anni che l’umanità riesce a posticipare di tre settimane la data dell’Overshoot Day – di certo non per merito suo. Per calcolare il giorno del deficit in questo particolare 2020, il Global Footprint Network ha tenuto conto degli impatti della pandemia da Covid-19 e ha formulato ipotesi più ragionevoli sul rapporto offerta-domanda. Le variazioni di emissioni di carbonio, prodotti forestali, domanda alimentare e così via hanno modificato la situazione. Il team di ricerca ha registrato una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica globale rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’Earth Overshoot Day è stato fissato dunque al 22 agosto, tre settimane prima della data inizialmente […]

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Cinema e Serie tv

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La verità su la dolce vita al cinema Modernissimo

La verità su La dolce vita, il docufilm dedicato al capolavoro di Fellini, è stato proiettato il 15 settembre al Modernissimo di Napoli. Nell’anno del centenario di Federico Fellini, parte da Napoli il tour nazionale di proiezioni de La verità su La dolce vita. Nelle sale del cinema Modernissimo, nonostante le numerose proiezioni causate dal Covid-19, ieri sera è stato proiettato il film documentario diretto da Giuseppe Pedersoli. Un omaggio a un maestro di cinema e all’opera che ha reso il suo nome immortale nel firmamento del cinema di ogni epoca. E non è un caso che il giro promozionale de La verità su La dolce vita parta proprio da Napoli, terra natìa di Giuseppe Amato: figura centrale dell’epoca del cinema italiano, nonché produttore del capolavoro felliniano. Il docufilm di Pedersoli, presentato in anteprima mondiale alla 77esima mostra del cinema di Venezia, si avvale, per svelare la genesi del capolavoro, di documentati inediti e di una sincera e appassionata ricostruzione. La verità su La dolce vita risale fino al 1958, anno in cui Fellini, già vincitore di due Oscar per La Strada e Le notti di Cabiria, aveva difficoltà a vedere realizzata la successiva sceneggiatura: un progetto scritto a sei mani, con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli, intitolato per l’appunto La Dolce Vita. Il film che tutti conosciamo e mandiamo a menadito ha rischiato seriamente di non vedere mai la luce, fino all’incontro casuale con Giuseppe Amato, che dall’alto della sua esperienza trentennale riesce a fiutare le avvisaglie del capolavoro, rischiando un investimento preso praticamente in considerazione da nessuno. La dolce vita di Fellini e Amato Da qui partono le travagliate vicende del produttore napoletano, uomo molto devoto e recatosi appositamente a San Giovanni Rotondo per ottenere la benedizione di Padre Pio, in vista della produzione. La dolce vita arrivò a costare addirittura il doppio di quanto preventivato: all’epoca si trattava della produzione cinematografica italiana più ingente di sempre. Il sodalizio con Angelo Rizzoli, storico socio di Amato, si ruppe proprio durante i lavori del film, a causa della scarsa fiducia riposta dal primo nei confronti del lavoro felliniano. Inizialmente giudicato come non distribuibile nei cinema, a causa di un primordiale montaggio di quattro ore, La dolce vita fu però in grado di superare anche questi ostacoli e diventerà al contrario il film italiano più famoso nel mondo, trionfando con una Palma d’Oro a Cannes. La verità su la dolce vita, il docufilm sul capolavoro di Fellini La verità su La dolce vita ricostruisce in maniera fedele e pedissequa la genesi del film, avvalendosi al contempo sia di documenti inediti e ricostruzioni attoriali (ottima l’interpretazione di Luigi Petrucci, presente peraltro in sala al cinema Modernissimo) finissime nei particolari e nella scelta delle sequenze originali del film. Chi ha amato La dolce vita, dunque, non faticherà a riconoscere tutti i gentili e doverosi omaggi di Pedersoli al capolavoro di felliniana memoria. Il docufilm è un vero e proprio atto d’amore per il cinema, in grado di tratteggiare un ritratto a trecentosessanta gradi […]

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77esima Mostra del Cinema: ripartire a qualunque costo

Una rocambolesca, coraggiosa 77esima Mostra del Cinema di Venezia  che, nonostante il covid, ha aperto i suoi battenti, dando al cinema uno nuovo spiraglio di luce. Sì, proprio il cinema, che nei mesi scorsi ha subito un’emblematica battuta d’arresto dovuta prima all’emergenza sanitaria e poi alla chiusura estiva, è uno dei protagonisti del settembre 2020. Tratteggiando il profilo della kermesse , non si può non evitare la parola problematico , sopratutto per quanto riguarda la sfera dei premiati. Il Leone d’oro è di Chloè Zhao , regista cinese di adozione statunitense, che con il lungometraggio Nomadland si è aggiudicato il premio più importante della manifestazione cinematografica, non pochi spunti per critiche e ammonizioni; prodotto dalla Disney, ma pieno di revisione, con una trama intimistica, ma resa solida dalla forte critica verso il capitalismo, Nomadland rivela essere la storia di nomadi americani di oggi, che rifiutano consenzientemente la collettività capitalistica che vive intorno a loro, dimorando in aree disabitare.Una fotografia malinconica, dovuta alle scene con luce rossa del tramonto, già visibile dal trailer che da subito rimanda alla complessità simbolica del film e che filtra attraverso parole, forme, colori, sfumature facciali, una condizione borderline per la mentalità dell’uomo del 2020 Certo, un’opera scritta, diretta e montata da un’unica figura, su adattamento del libro di Jessica Broder, è un’arma a doppio taglio: seguire da sola un libro, convertendolo in film, spesso ha evidenziato la frastagliata struttura del lungometraggio, in cui primeggiano natura e stato d’animo, ma le condizioni di oblio e di angoscia vissute restano abbozzate sulla scena. 77esima Mostra del Cinema, gli altri premi La Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile è assegnata a Pierfrancesco Favino per il film PadreNostro , mentre la miglior interpretazione femminile spetta a Vanessa Kirby , per Pieces of women . Il Gran Premio della Giuria è assegnato ad un film che tocca il nichilismo e coraggiosamente porta alla riflessione: Nuevo Orden , lungometraggio dispotico di Michel Franco, il quale mostra una condizione di disagio del mondo che verrà o ricalcando i passi di ciò che è già stato . Al cinema russo, premio speciale della giuria per Cari Compagni! di Andrej Koncalovsky, sulla storia proletaria femminile, nell’era Krusciov. Leone d’Argento per la miglior regia al giapponese Kurosawa per Spy no tsuma , in cui riprende la storia militare giapponese con un rinvio al genere horror. Un’edizione che durante i primi giorni, sembrava essere riuscita a portare nelle sale buoni prodotti cinematografici, ma a conti fatti ha lasciato solo una profonda distanza tra il pubblico e le scene; Nomadland è per molti critici un film medio, che strizza l’occhio al buonismo di voler raccontare i pregi di una vita nomade, piuttosto che comprendere le cause che spingono la protagonista ad una scelta così radicale. A fare le spese e uscire lesa dalla kermesse è l’Italia, con un Favino premiato per un personaggio secondario di un film non riuscito. Ad illuminare il Red Carpet, la madrina della Mostra del Cinema Anna Foglietta, che si fa portavoce di […]

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Il primo anno di Thomas Liliti. Recensione

Recensione de Il primo anno, il nuovo film diretto dal regista francese Thomas Liliti che vede protagonista il mondo della medicina. Nonostante punti di partenza così differenti, i due ragazzi scelgono di unirsi e di fare squadra in modo da memorizzare più concetti di medicina, affinché possano accedere alla facoltà. Il primo anno, l’occhio di Thomas Liliti Il regista però non manca di mettere in discussione il sistema universitario della facoltà di Medicina, dove la competizione diventa ipercompetizione e i futuri medici perdono l’empatia che dovrebbe appartenere alla loro professione. Dall’altro lato mette in luce l’amicizia che coopera in una situazione difficile, ma che può sfociare in una sorta di invidia a seconda di come viene vissuto il percorso universitario. Conclusioni finali

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Una sirena a Parigi. Trasposizione cinematografica del romanzo di Mathias Malzieu

Finalmente, dopo il lungo e buio lockdown, le sale cinematografiche riaprono le porte, donando la possibilità di riassaporare il gusto del buon cinema, nazionale e internazionale. E il 20 agosto 2020 l’occasione è ghiotta per gli amanti dell’amore, dell’incanto e della fantasia, con l’uscita nelle sale di Una sirena a Parigi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Mathias Malzieu, che si cala nei panni di regista, già scrittore e musicista. Malzieu è infatti la voce dei Dyonisos, gruppo rock originario di Valence, noto per il “fantastico” che alimenta i suoi brani. E la fantasia, unita all’incanto e alla sorpresa, anima l’incredibile storia d’amore protagonista della pellicola. Un amore capace di superare limiti e disillusione. Distribuito da Vision Distribution e Cloud 9, Una sirena a Parigi (Une sirène à Paris) si presenta come una sorta di favola romantica, ispirandosi però ad un grave evento che colpì Parigi nel 2016: la grande alluvione, che fece riversare i pesci sulle rive della Senna e disperse persone. Una sirena a Parigi. Trama La capitale francese fa da sfondo, con una forte tempesta che si abbatte sulla città, inondando le strade che divengono malinconiche e buie. In questa cornice romantica e uggiosa si inserisce la straordinaria vicenda d’amore tra il musicista Gaspard Snow (Nicolas Duvauchelle) e la dolce sirena Lula (Marilyn Lima). Gaspard è un cantante rock sentimentale che si esibisce nello strepitoso cabaret-cafè parigino sito su una chiatta, il Flowerburger. Simbolo di un mondo incantato, eccentrico e romantico, in cui il sogno, la sorpresa e la libertà d’espressione costituiscono il biglietto da visita e la molla ad una speranza che fuori di lì sembra ormai appassita. Nel cuore del giovane affascinante e tormentato alberga il gelo della disillusione, conseguenza di amori delusi e naufragati. Gaspard vive tra arte e abitudini, lottando per salvare l’amato locale dal fallimento e tenere vivo il ricordo della madre defunta, anima e ispiratrice di quella culla di musica, passione e libertà. In una notte come tante, uscendo dal locale, viene attratto da un incantevole canto, e seguendolo si imbatte in una sirena, Lula, arenatasi lungo la Senna, ferita e impaurita. Decide così di portarla a casa, sistemandola nella sua vasca da bagno, medicandola e prendendosene cura. Lula si sorprende del mancato effetto che ha su Gaspard, spiegandogli come gli uomini, udendo la sua voce, ne vengano travolti e trafitti, senza scampo, innamorandosi perdutamente. Ma Gaspard sembra essere immune all’amore, avendo chiuso il suo cuore, divenuto gelido come la neve che costituisce il suo cognome. Eppure l’amore riesce a porre limiti all’impossibile, abbattendo barriere e convinzioni fortificate, rendendo vulnerabili anche i cuori più duri.  Amore impossibile tra incanto e sorpresa «I sorprenditori sono quelli la cui immaginazione è così potente da renderli capaci di cambiare il mondo». È questa l’anima del Flowerburger, il locale in cui Gaspard si esibisce e trova possibilità d’esprimere in qualche modo un amore dilaniato, attraverso l’arte, la musica e la forza della speranza. E l’amore è il più grande, potente e stravagante dei sorprenditori. Giunge […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Ricette autunnali vegane: tante idee gustose e saporite

L’autunno è una delle stagioni più amate dopo l’estate, sia per l’atmosfera che l’accompagna, sia per le tante ricette che si possono gustare. Ovviamente non tutti hanno i medesimi gusti culinari ed infatti, aumentano sempre più le persone che scelgono uno stile di vita vegano. Le ricette autunnali vegane sono tante, nonostante si possa pensare il contrario, ognuna caratterizzata da ingredienti ovviamente non di origine animale, ma particolarmente apprezzati e gustosi. Ricette vegane autunnali: non solo legumi Gli elementi cardine delle ricette autunnali adatte ad una dieta vegana, sono costituiti dai legumi, quasi sempre utilizzati in ogni preparazione. Presenti in ogni stagione, anche in autunno, le maxi-insalatone, con verdure, semi e noci, cui unire qualche fetta di pane per un pasto completo. Esempi: insalata di patate, rucola e ceci; di radicchio rosso, finocchi, mele, noci e senape; di carote, uvetta e pinoli; di rucola, pomodori, olive nere, tofu affumicato; di lattuga, avocado, fagioli neri, pomodori, cipolla, cumino. Ricordiamo che l’autunno segna la fine dell’estate, periodo ricchissimo di verdure ed ortaggi profumati, ma anche l’autunno non è da meno. Basta pensare a tutti i tipi di cavolo, radicchio, rape, per non parlare di finocchi, patate di ogni tipo, funghi e zucche. Infatti, a tal proposito, uno dei piatti vegani più amati e conosciuti, è la cosiddetta vellutata di zucca con crostini, curcuma, sesamo, noce moscata e tanto altro ancora. Ottenere una crema di zucca è semplicissimo, sarà sufficiente farla cuocere con un soffritto a base di aglio, olio (preferibilmente evo) e qualche pomodorino. Una volta cotta la zucca, frullare tutto, aggiungendo un filo d’olio a crudo e qualche crostino di pane raffermo o semplicemente pane aromatizzato e saltato in padella. Una ricetta autunnale semplice e che si presta perfettamente al clima suggestivo che si respira durante questi mesi. Si tratta di una preparazione che porta via poco tempo, quindi adatta a chi lavora, o studia, ma anche a quanti preferiscono gustare qualcosa di saporito che però non appesantisca troppo. Quando la cucina tradizionale si adatta alla cucina vegana La cucina italiana si caratterizza per la presenza di tanti piatti gustosi che allettano il palato dei commensali. Tante ricette a base di carne o pesce, che però ben si prestano, ovviamente eliminando gli alimenti animali, alle ricette vegane. A tal proposito, una delle preparazioni più originali, una vera e propria rivisitazione di un piatto di mare, sono le orecchiette con cime di rapa e acciughe, sostituite da un alimento piuttosto originale; ma procediamo con ordine.  Per quanto riguarda gli ingredienti, serviranno le orecchiette, gli spinaci, aglio, olio, peperoncino e anziché le acciughe, si utilizzeranno le alghe, che ricordano il mare della versione tradizionale, ma che trasformeranno il piatto in una perfetta combo vegana. Un’altra ricetta vegana molto interessante è basata sul farro, utilizzato come ingrediente principale di un’insalata. Il farro è un cereale dalle proprietà benefiche, la cui coltivazione è molto antica; esso è una componente importantissima della cucina vegana, utilizzato anche per zuppe e dolci, in quanto molto versatile. Infatti, il […]

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Vuoi una pelle senza imperfezioni? Scopri come ottenerla

La pelle del viso non appare sempre curata e luminosa come vorremmo. Punti neri, arrossamenti, brufoletti e imperfezioni spesso ne deteriorano vistosamente l’aspetto, facendola apparire più trascurata e spenta. Ma il modo per minimizzare i difetti c’è. La pelle rispecchia la salute e il benessere di ogni persona. Stress e stanchezza, cambiamenti ormonali o mancanza di riposo tendono ad accentuare rughette e segni di espressione finendo con il contribuire all’insorgenza di arrossamenti e imperfezioni che ne rovinano l’aspetto. Ecco i segreti e le migliori strategie per trattare le impurità della pelle e farla apparire al meglio. Come trattare eventuali imperfezioni Poter avere ogni giorno una pelle uniforme, elastica, luminosa e idratata è il risultato di tanti fattori diversi. Uno stile di vita attivo ed equilibrato e un’alimentazione corretta, ricca di vitamine e minerali contribuiscono infatti al benessere psicofisico generale influenzando anche l’aspetto dell’epidermide. Nonostante ogni attenzione, in ogni caso, può succedere di vedersi comparire un piccolo brufolo o un’altra imperfezione non voluta. Ecco qualche semplice rimedio da tener presente all’occorrenza. Indipendentemente dall’applicazione dei prodotti cosmetici che ciascuno sceglie in base alle esigenze del proprio tipo di pelle, si può ricorrere a ricette naturali che possono coadiuvare i trattamenti abituali potenziandone gli effetti. Una volta a settimana, ad esempio, si può usare sulla pelle del viso un esfoliante naturale delicato, ottenuto mescolando con un po’ d’acqua due cucchiai di avena e uno di bicarbonato. Il composto ottenuto, massaggiato delicatamente sulla pelle del viso e lasciato in posa un quarto d’ora prima di essere risciacquato, aiuta a mantenere l’epidermide morbida e levigata. Grazie a una periodica esfoliazione la pelle si libera dalle cellule morte e viene stimolata a rigenerarsi mantenendosi più vitale ed elastica. Combattere i rossori A volte, con il cambiare delle stagioni o ai primi freddi, la pelle subisce una situazione di stress che si manifesta con la comparsa di piccole macchie e rossori. L’ideale è usare quotidianamente una crema protettiva idratante che eserciti un buon effetto lenitivo e addolcente, riducendo il rossore. Una soluzione naturale che addolcisce la pelle mostrandola da subito più compatta e uniforme si ottiene preparando un infuso a base di acqua bollente, rosmarino e miele. Basta portare ad ebollizione un po’ d’acqua, sciogliervi tre cucchiai di miele e immergervi qualche rametto di rosmarino. Non appena la soluzione sarà tiepida si potrà applicare con un batuffolo di cotone sul viso lasciandolo agire per una decina di minuti. Dopo tale arco di tempo la pelle andrà risciacquata con acqua tiepida e apparirà da subito meno arrossata, più addolcita e uniforme. Scegliere il trattamento giusto Se il problema delle imperfezioni sulla pelle è ricorrente e la pelle appare spesso rovinata da brufoletti e punti neri, è bene scegliere un tipo di trattamento specifico. Garnier propone una linea completa di prodotti concepiti per trattare al meglio la pelle con tendenza a brufoli e punti neri: dai detergenti alle creme idratanti c’è quanto occorre per agire quotidianamente in modo sempre attento e rispettoso delle esigenze individuali. Con il giusto trattamento […]

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Cosa fare per combattere l’ipercolesterolemia

L’ipercolesterolemia è una patologia che si manifesta quando il colesterolo totale ha un livello molto alto, oltre i 240 mg. Negli ultimi decenni questa condizione è in costante aumento, complice uno stile di vita frenetico che comporta abitudini alimentari errate, stress, sbalzi ormonali e altri fattori che incidono nell’aumentare i livelli di colesterolo. Quando poi subentrano i fattori genetici le cose si complicano ancora di più, per cui bisogna necessariamente correre ai ripari. Ecco cosa fare per combattere l’ipercolesterolemia. Colesterolo buono e colesterolo cattivo Prima di passare ad elencare cosa fare per abbassare i livelli di colesterolo alto è importante sapere che il colesterolo è un tipo di grasso presente nel nostro corpo ed è fondamentale sia per far funzionare correttamente il nostro organismo sia per la moltiplicazione cellulare. E’ proprio il nostro organismo a produrre naturalmente la maggior parte del colesterolo di cui ha bisogno, e questo dimostra quanto sia importante. Chiarito questo concetto, è doveroso precisare che una eccessiva presenza di colesterolo nel sangue può comportare rischi per la salute. Per questo motivo si distingue il colesterolo buono da quello cattivo, per far capire che non è una sostanza di per sé dannosa per il nostro corpo, che tuttavia va monitorata. Infatti, se raggiunge valori molto alti il rischio di malattie cardiache aumenta, in quanto si deposita sulle pareti delle arterie e combinandosi con altre sostanze presenti nel sangue può causare ictus o infarti. Abbassare quindi l’LDL, ovvero il colesterolo alto, detto anche ipercolesterolemia, è una priorità assoluta e bisogna agire su più fronti. Regolare la dieta La prima cosa da fare per mantenere sotto controllo il colesterolo è quella di regolare la dieta. La causa principale di solito sta proprio nell’assumere cibi che incidono fortemente nel far aumentare il colesterolo LDL, ovvero quello cattivo, che viene assorbito appunto dagli alimenti troppo grassi. Ecco cosa bisogna mangiare per combattere l’ipercolesterolemia: Grassi sani – olio d’oliva, olio di arachidi, avocado, semi e noci Cibi integrali – cereali, alcuni tipi di pane, pasta, riso integrale Fibre solubili – orzo, crusca d’avena, fagioli, piselli, lenticchie, semi, pere, mele, prugne Carni bianche – tacchino, pollo, coniglio Pesci – trota, salmone, sgombro, sarde, aringa Bisogna anche bere molta acqua in modo da mantenere idratato l’organismo. Un buon apporto di acqua favorisce la discesa dei livelli di colesterolo. Condurre uno stile di vita sano Bisogna eliminare le cattive abitudini come quella del fumo, del bere, e bisogna anche praticare una leggera attività fisica per aumentare i livelli di HDL, ovvero del colesterolo buono. Condurre uno stile di vita sano ed equilibrato è fondamentale per ridurre l’ipercolesterolemia ed evitare rischi di malattie cardio-vascolari. Assumere integratori alimentari Per combattere l’ipercolesterolemia è anche utile assumere integratori alimentari anche sotto forma di bevande come Danacol, che contengono steroli vegetali, volti a mantenere i livelli del colesterolo sotto controllo. La facilità di dosaggio e di assunzione consente di prenderli senza difficoltà e di trarne beneficio soprattutto se associati ad uno stile di vita sano e ad un’alimentazione equilibrata.

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Ricette Kosher in Italia: ecco le più famose e apprezzate

Le ricette Kosher, di origine ebraica, sono sempre più conosciute ed apprezzate in Italia, e molti piatti assaporati nel nostro Paese derivano da una tradizione antica, spesso di stampo religioso. Una vera e propria scelta spirituale, che nutre non solo il corpo, ma anche l’anima. Le ricette kosher sono conformi alle leggi della Torah, cui il popolo ebreo fa capo e che i Rabbini, oggi come anticamente, seguono con rigoroso rispetto. Alcune regole sono molto rigide e dettagliate e riguardano la modalità di macellazione della carne, ma fungono anche da linee guida per i fedeli. Kosher significa dunque, adatto, idoneo ad essere consumato secondo il credo o dogma ebraico. Coloro che osservano maggiormente le regole sono gli ebrei ortodossi. Con il trascorrere degli anni, la cucina Kosher si è diffusa anche in Italia e sono tanti i ristoranti, siti in varie città, che propongono ricette tipiche di questa tradizione divenuta oltre che religiosa anche culinaria. Ricette Kosher in Italia: alcune ricette semplici e sfiziose Una delle ricette Kosher più famose in Italia, è il Pèsach (letteralmente Pasqua, anche se si prepara durante tutto l’anno, poiché molto richiesto); si tratta di un piatto a base di azzimo, uova, pinoli, cioccolato e miele. L’impasto viene fritto in abbondante olio e servito con miele. Ricordiamo che il pane azzimo è una delle costanti della cucina Kosher: viene preparato solitamente il sabato, impiegato in diverse ricette, dolci o salate e molto apprezzato anche in Italia. Naturalmente le ricette Kosher in Italia, non sono solo preparazioni dolci, ma anche piatti salate. Sicuramente un altro piatto particolarmente apprezzato è quello che ha come ingrediente uno dei capisaldi della cucina Kosher, ossia le patate. In Italia, nelle preparazioni Kosher, questi tuberi vengono utilizzati per la realizzazione del cosiddetto “Kugel dolce di noodles”. Al quale solitamente si aggiunge anche uvetta e in alcuni casi un pizzico di cannella per servirlo come se fosse un vero e proprio dessert, nonostante possa essere considerato un primo piatto, o un contorno salato. La “Piccola Gerusalemme” italiana della cucina Kosher Come abbiamo detto, le ricette Kosher in Italia sono molte, notevolmente apprezzate in diverse località del Paese. Alcune preparazioni si sono tramandate di generazione in generazione, e oggi sono delle vere leccornie! Proprio a tal proposito, in Italia, esiste un Paese, definito una “piccola Gerusalemme”, dove le tradizioni, soprattutto gastronomiche, si sono perpetuate nel tempo. Una di queste riguarda proprio le ricette Kosher, che a Pitigliano sono particolarmente richieste. Pitigliano fu paragonato a Gerusalemme dagli Ebrei livornesi nel 1854, quando la comunità ebraica presente in quella zona, decise di edificare luoghi sacri come il forno per le azzime, la macelleria Kasher, la sinagoga, oggi luoghi di cultura o trasformati in ristoranti e piccole taverne. Uno dei piatti cardine che rientra nelle ricette Kosher italiane, in questo caso appartenenti alla cucina perugina, si chiama “Lo sfratto dei Goym”. Si tratta di un dolce diventato oramai italiano ma originariamente Kosher. È sostanzialmente un biscotto di farina di grano tenero, zucchero, impasto senza lievito, irrorato di vino bianco e farcito […]

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Musica e letteratura, intervista a Carmine Donnola

Quello tra musica e letteratura è un connubio antico, una connessione vecchia quanto il mondo, perciò ho avvertito la necessità di analizzare il loro rapporto tramite studi specifici, al fine di approcciare in maniera efficacia alla conoscenza del rapporto tra le due arti (per una Tesi di Laurea Magistrale in Letterature Comparate – aa. 2017/2018 – con relatore Francesco De Cristofaro, docente della Federico II di Napoli). Ci si è soffermati sulla musica che entra nell’ambito letterario e sulla poesia che si trova, anche se non allo stato puro, nelle canzoni di cantautori, motivo per cui è stata analizzata la storia del cantautorato italiano dagli albori fino agli anni Novanta. Si è approdati alla conclusione che la musica è un linguaggio universale, comprensibile a tutti, e ciò che le parole non possono spiegare può essere riprodotto con la musica. Affrontando la questione del concept-album, si parla del momento in cui la musica si fonde in modo inscindibile con poesia, letteratura e arti visive. The dark side of the moon dei Pink Floyd e Non al denaro non all’amore nè al cielo di De Andrè sono stati i casi di studio presi in considerazione che hanno permesso di visualizzare come la musica si rende balsamo per le parole e si fa occasione per analizzare se stessi e gli altri, occasione di comprensione e libertà. Musica e letteratura, le interviste Ho svolto una serie di interviste a vari musicisti contemporanei e al poeta lucano Carmine Donnola (che mi fece conoscere Eugenio Bennato, a lui molto legato). Si tratta di interviste che voglio tirare fuori dal cassetto perché ci mostrano un aspetto molto importante, a mio parere: se si scelgono le parole giuste, le note giuste, la vita diventa un Tetris. Tutto s’incastra meglio e più volentieri si regge il peso di tutto il resto. Intervista a Carmine Donnola, aa. 2017/2018 Poeta di Grassano di Lucania, si definisce un salvato di strada. La sua è la storia di un animo dotato di profonda sensibilità che si era perso nell’alcool e che ora urla la sua voglia di vivere e la rabbia degli ultimi, perché attraverso la voce della poesia ha trovato il suo riscatto. Una voce che Donnola aveva cercato di soffocare un tempo, scrivendo versi sui tovaglioli dei bar, pezzi di carta che poi gettava via, fino a quando un amico ne ingoiò uno per custodirlo dentro di sé. «Me lo mangiai, e lui rimase così scioccato che cominciò, da allora, a scrivere le sue poesie su quaderni…» Questa la testimonianza di Pasquale Di Nisi, suo amico. Cosa l’ha spinto a interessarsi alla poesia? Il desiderio di dare a me e agli altri le emozioni che a causa dell’alcool si erano ibernate. Dopo la disintossicazione ho scelto la poesia come mezzo di comunicazione, come mezzo di liberazione dei miei anni di prigionia da un nemico che mi sembrava amico. L’ho scelta per liberare quelle urla per troppo tempo chiuse, tappate dentro il fondo di una bottiglia. Urla che lancio dai palchi quando […]

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Stanza della Segnatura: il capolavoro di Raffaello

La Stanza della Segnatura è tra gli ambienti più celebri dei musei Vaticani grazie all’illustre pittore che prestò la sua mano per quelli che divennero i suoi affreschi più rinomati: Raffaello. Le quattro stanze adiacenti sono infatti oggi conosciute come Stanze di Raffaello. L’opera d’esordio dell’artista in Vaticano inaugurerà la sua futura fama, sancendo l’inizio di uno dei periodi più floridi della storia in ambito artistico e culturale: il Rinascimento. La committenza pontificia: Raffaello in Vaticano La decisione di utilizzare gli ambienti al secondo piano del Palazzo Apostolico nell’ala settentrionale fu di papa Giulio II, che si rifiutò di usufruire dell’Appartamento Borgia legato al suo predecessore Alessandro VI. Dopo che l’incarico fu affidato al Perugino, presto liquidato, fu probabilmente Bramante, l’architetto pontificio, a proporre al pontefice il suo conterraneo Raffaello Sanzio, reduce del successo perugino. Soddisfatto dell’operato dell’artista, ben presto il papa gli affidò l’intero incarico, confermato anche dal successore Leone X. L’artista, insieme ai suoi collaboratori, lavorò fino alla morte nel 1520, ma l’opera venne ultimata nel 1524. La Stanza della Segnatura: il capolavoro di Raffaello Tra le stanze di Raffaello in Vaticano, sicuramente la Stanza della Segnatura rappresenta il suo capolavoro. Quest’ultima prende il nome dal più alto tribunale ecclesiastico, la “Segnatura Gratiae et Iustitiae“. La sua prima funzione fu quella di studio privato e biblioteca; le tematiche degli affreschi si rifanno infatti a questo tema. I lavori furono condotti dall’artista tra il 1508 e il 1511. Il progetto iconografico fu coadiuvato dallo stesso Raffaello insieme a un gruppo di teologi e umanisti e il lavoro di composizione fu preceduto da una serie ampia di disegni preparatori. Gli affreschi mettono in scena la rappresentazione delle tre massime categorie dello spirito umano secondo la cultura umanistica e neoplatonica del tempo: il Vero, il Bene e il Bello. Il Vero si divide in soprannaturale, illustrato nella Disputa del SS. Sacramento (o la teologia), e razionale nella Scuola di Atene (o la filosofia); il Bene è espresso nelle raffigurazione delle Virtù Cardinali e Teologali e della Legge mentre il Bello nel Parnaso con Apollo e le Muse. Gli stessi affreschi della volta si legano alle scene sottostanti: le figure allegoriche della Teologia, Filosofia, Giustizia e Poesia alludono infatti alle facoltà dello spirito dipinte sulle corrispettive pareti. Una notevole novità tipica dei volti dei personaggi di Raffaello è la volontà di coglierne le espressioni e le azioni, a scapito delle antiche rappresentazioni statiche e ritrattistiche. I personaggi sono flessuosi e mobili, mai statici. Leone X adibì la stanza a studiolo e a stanza da musica, nella quale custodiva anche la sua collezione di strumenti musicali. L’arredo originale venne rimosso e sostituito con un nuovo rivestimento ligneo, opera di Fra Giovanni da Verona, che si estendeva su tutte le pareti ad eccezione di quella del Parnaso, dove la stessa decorazione venne eseguita in affresco. Il rivestimento ligneo, invece, andò probabilmente distrutto a seguito del Sacco di Roma del 1527 e al suo posto durante il pontificato di Paolo III fu dipinto uno zoccolo a chiaroscuri da Perin del Vaga. I […]

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Il nuovo numero di Aura: ‘il saggio è una biblioteca’

È finalmente online il secondo numero di Aura, rivista trimestrale di saggistica umanistica, ideata da Nicola De Rosa con la collaborazione di Sara Gemma. Aura è un opificio orizzontale di scrittura saggistica, in cui gli autori trovano uno spazio per dar voce al proprio interesse in campo letterario e filosofico e si confrontano con compagni di viaggio, ampliando la loro conoscenza degli strumenti della forma-saggio. Aura dà voce a entità come le opere d’arte e i prodotti culturali, che più rischiano la malaugurata riduzione a “cose” di consumo della bulimica società digitale. Aura è un momento di sospensione, di rischiaramento che precede la creazione artistica, ma anche di scardinamento delle certezze circostanti che spesso portano ad una realtà fissa e senza dialettica. In omaggio a questa seconda pubblicazione, abbiamo incontrato gli artefici del progetto di Aura: Nicola De Rosa, laureato in Discipline musicali presso il Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli e ora iscritto alla facoltà di Lettere moderne della “Federico II”, e Sara Gemma, attualmente impegnata nella magistrale in Filologia moderna presso l’Ateneo federiciano e da poco ritornata da un soggiorno semestrale presso l’Université de Lorraine di Nancy. Perché Aura? L’aura è una categoria benjaminiana, diciamo che è la componente spirituale dell’opera d’arte. Oggi, nell’epoca della riproducibilità digitale, ci si chiede se l’aura possa animare ancora l’opera d’arte, se si sia dissolta in altre forme, o se abbia abbandonato il campo artistico, della poiesis del per sempre. Come e quando nasce il progetto? Aura è nata da una constatazione: la scrittura saggistica appare trascurata nell’ambito della didattica accademica europea, in cui oggi si scrive o troppo e male o troppo poco. Concretamente, poi, Aura si è realizzata nei mesi in cui, in stato pandemico, il mondo si è praticamente disconnesso dalla realtà per dedicarsi completamente alla virtualità. Sorgeva spontaneo il bisogno di un punto centripeto, la necessità di un riferimento solido all’interno di quella virtualità il più delle volte centrifuga e senza punti di concentrazione. A seguito di questa premessa, come guardate al digitale? L’ambizione di Aura è di porsi nei confronti del digitale con uno sguardo eretico: guardare a una rete di comunicazione che ci appare immateriale, leggera e veloce, comprendendone invece il carico di opportunità e di rischio, affinché venga utilizzata per veicolare dal suo interno un’idea a lei contraria: che la complessità del reale e quindi anche delle manifestazioni artistiche richiedono ben più di un click, che la conoscenza può essere divulgata attraverso il mezzo digitale, ma non delegata a esso, fino ad arrivare a un circolo vizioso che ha come fine la de-responsabilizzazione dell’individuo stesso. Perché scegliere il saggio come genere di divulgazione? Il saggio fa interagire il lettore con l’io dell’autore, col suo bagaglio di conoscenze e di insicurezze. Quando l’autore fornisce delle coordinate testuali in una semplice nota a piè di pagina, è come se il lettore entrasse nella sua officina, rivivendo il momento di selezione, ricerca ed elaborazione di tutti i testi che risorgono all’interno di quello finale. Si […]

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Lamia. La donna-demone tra mitologia e superstizione

Intorno alla Lamia ruotano mitologia, superstizione e spunti letterari colmi di fascino misto a timore. La Lamia è infatti il prototipo della figura femminile, oggetto di divinizzazione e demonizzazione, dalle sembianze umane e animali, con accezione tutt’altro che positiva. L’origine di tale personaggio va ricercata nella mitologia greca, che ritiene le Lamie rapitrici di bambini o fantasmi seduttori, con l’obiettivo di adescare giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne. Per tale motivo, la Lamia viene considerata nei secoli successivi una creatura demoniaca, una strega, un vampiro. Tali concezioni si connettono fortemente all’archetipo della dea della notte, momento in cui si fa spazio alle tenebre, alla magia, al soprannaturale, al mistero e alla morte. Ma vediamo dove affondano le radici del suo abominio estetico e comportamentale. Lamia. Origini mitologiche e superstizione C’è un’antica tradizione del Parnaso che descrive le Lamie quali eredi delle sirene: demoni che irretiscono giovani suonatori di flauto sulla spiaggia notturna, brutalmente uccisi se rifiutano di unirsi con loro in matrimonio. Analogamente alle sirene, seduttrici di marinai, che ammaliano con il loro canto fatale, fino a privarli della vita. In Bibliotheca Classica, lo studioso classico e teologo inglese J. Lemprière descrive la Lamia con volto e petto da donna, ma il resto del corpo come quello di serpente, allettando gli stranieri per poi divorarli. Ma il mito originale affonda le sue radici nell’antica Grecia, quando Zeus, il re degli dei, si innamora della mortale regina di Libia, la bellissima Lamia, figlia di Belo. Era, moglie di Zeus, sperimenta l’ennesima prova d’infedeltà del marito, accecata dalla gelosia, scatena la sua rabbia, vendicandosi e uccidendo il bene più prezioso di Lamia, i suoi figli concepiti con Zeus, salvo Scilla e Sibilla. Dilaniata dal dolore, Lamia si trasforma dentro e fuori, divenendo un mostro crudele e senza scrupoli nel divorare i bambini delle altre madri, proprio come Era fa con lei, fino a succhiarne il sangue. Questo comportamento innaturale corrompe la bellezza di Lamia, trasformandola in una creatura orribile, capace di mutare aspetto solo per attrarre a sé gli uomini allo scopo di berne il sangue. Tale motivo spiegherebbe l’accostamento della figura di Lamia a un vampiro, immagine perpetrata nei secoli successivi. Ma Era condanna Lamia non solo ad una vita privata dei figli, ma anche priva di sonno. Così Zeus, impietosito dalla sofferenza della sua amante, le concede il dono di togliersi gli occhi e rimetterli a piacimento per poter finalmente riposare. Per le sue connotazioni negative e tenebrose, la Lamia subisce nel corso del tempo un autentico processo di demonizzazione, ciò nella cultura romana, venendo associata ad una strega, fino al Medioevo e Rinascimento, considerata come vampiro. Ciò determina nella cultura popolare una serie di credenze e superstizioni: sussiste, ad esempio, quella secondo cui cospargendo le panche della chiesa di sale grosso, sarebbe stato possibile identificare le Lamie-streghe, le quali, sedendosi e fingendo di presenziare alla cerimonia religiosa, nascondendo la propria vera natura, rimarrebbero inevitabilmente attaccate alle panche. Come anticipato, la superstizione è spesso […]

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Professioni digitali: le 4 più ricercate, oggi e nel futuro

Stiamo vivendo un’epoca di profonde trasformazioni della quotidianità, e ad incidere maggiormente in questa condizione troviamo sicuramente le innovazioni tecnologiche. Operazioni che fino a non molti anni fa richiedevano moltissimo tempo, oggi grazie ad uno smartphone o un pc sono diventate molto rapide da portare a termine. Questo non poteva che riflettersi chiaramente nel mondo del lavoro, dove molte mansioni che in passato erano diffuse, oggi sono diventate obsolete. Molte altre professioni però, sono nate proprio grazie all’avvento delle nuove competenze digitali, e in futuro alcune di queste avranno un ruolo sempre più centrale nel mercato del lavoro. Scopriamo insieme quali sono le quattro più ricercate. Un futuro sempre più digitalizzato Il futuro? È già presente. Per comprendere meglio quali saranno le professioni che andranno per la maggiore nei prossimi anni, basta osservare attentamente cosa sta succedendo già al giorno d’oggi. La quasi totalità della nostra quotidianità “tocca” strumenti tecnologici, in grado molto spesso di alleggerire il peso di alcuni compiti. Prendiamo ad esempio la diffusione massiccia degli smartphone. Ogni device mediamente ne contiene almeno 80, tra quelle che vengono preinstallate direttamente dalla Casa produttrice, e quelle che ogni utente provvede a scaricare autonomamente. Stiamo parlando delle moltissime App: per l’home banking, per pagare, per prenotare un volo o una vacanza, o per ordinare i pasti. Una posizione importante nel settore è ricoperta ovviamente dai giochi, come quelli che permettono vincite nei casino casino AAMS, sparatutto, sportivi, quiz, e molti altri. Gli store dedicati ai due principali sistemi operativi per smartphone, Android e iOS, contengo infatti milioni di queste applicazioni. Sono tutti software che necessitano di una programmazione, uno sviluppo grafico, il rilascio di aggiornamenti, e in molti casi anche delle forme di sponsorizzazione adeguate. La richiesta di figure specializzate in questi settori in futuro non potrà quindi che aumentare, fino a rivestire una posizione centrale nel mercato. Quali sono le professioni digitali del futuro? Abbiamo detto come app, e-commerce e piattaforme digitali ci sostengano sempre di più nella routine della nostra quotidianità. Persino molti lavori tradizionali, come quelli da ufficio, oggi si avvalgono di software appositi per lo svolgimento delle attività in smart working. Ad ogni modo, le professioni che andranno per la maggiore sono quattro: Web Designer, programmatore mobile, progettista 3D e Communication Designer. Web Designer. Questa figura è un vero e proprio progettista, che si occupa principalmente di migliorare la user experience dei siti e delle app, quindi di rendere il tutto accattivante sotto il profilo estetico. Programmatore mobile. Il programmatore è quel professionista che si occupa della scrittura del codice dei software. Quando si parla di codice, si fa riferimento al “telaio” vero e proprio di ogni programma e app. Questa, in particolar modo, sarà una di quelle professioni maggiormente ricercate in futuro. Progettista 3D. Gli strumenti 3D rappresentano una fusione tra la tecnologia e la realtà. Queste tecniche 3D, molto utilizzate in ambito pubblicitario, permettono di realizzare progetti unici, molto efficaci e innovativi. Il progettista 3D ad esempio, è in grado di creare prodotti tridimensionali […]

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Criptovalute e quella regolamentazione che anche l’Italia aspetta

Una regulation che è attesa un po’ da tutti i Paesi in tema di criptovalute: anche l’Italia non si è tirata indietro e ha apposto la sua firma sull’appello che è arrivato a Bruxelles. Di cosa si tratta? Semplicemente di una dichiarazione che è stata fatta in modo congiunto da parte di cinque Paesi, e nello specifico dai rispettivi ministri delle Finanze, ovvero Spagna, Italia, Paesi Bassi, Germania e Francia. L’obiettivo è quello di fare in modo che la Commissione UE, che intanto ha dilatato i tempi sul Recovery Fund, possa finalmente fermare un fenomeno in aumento e piuttosto pericoloso, ovvero l’ingresso di privati che vanno a operare al di fuori delle regole. In ballo c’è addirittura la sovranità degli stessi Stati in merito alla politica monetaria. Anche l’Italia alza la voce Anche l’Italia ha voluto affermare la propria posizione a Bruxelles, nella richiesta di regole molto più stringenti per quanto riguarda il mercato delle criptovalute. In compagnia dei quattro Stati citati in precedenza, è arrivata una richiesta ben precisa alla Commissione UE, che dovrà farsi inevitabilmente carico, a breve, di un nuovo compito, ovvero quello di creare e sviluppare una regolamentazione molto rigorosa e con dei paletti ben determinati, per quanto riguarda tutte quelle criptovalute che si basano su asset reali. Volete un esempio? Possiamo pensare certamente alle stablecoin. L’obiettivo di tale richiesta, in fin dei conti, è solo ed esclusivamente uno, ovvero garantire la maggiore protezione possibile dei consumatori, ma al contempo l’intento è chiaramente anche quello di tutelare la sovranità degli Stati nel campo della politica monetaria. Una dichiarazione congiunta Così, i ministri delle Finanze dei cinque Stati che fanno parte dell’UE, hanno sviluppato una dichiarazione congiunta, in cui si invita la UE a impedire alle stablecoin di operare entro i confini continentali fino al momento in cui non saranno dipanate tutte le varie beghe dal punto di vista legale e normativo che inevitabilmente questo tipo di valute comportano. Perché bisogna considerare l’effetto Libra Gli addetti ai lavori hanno notato molto facilmente come le varie criptomonete che vengono supportate da asset classici, come ad esempio nel caso delle valute fiat, hanno cominciato ad attirare l’attenzione di legislatori e politici dal momento in cui Facebook, nel 2019, ha tolto i veli ai programmi legati alla sua nuova criptomoneta che ha lanciato sul mercato, ovvero Libra, visto che l’ha propria catalogata come stablecoin. Diverse banche centrali, ma anche un gran numero di regolatori finanziari nutrono un forte timore verso la possibilità che Libra possa portare una nuova fase di instabilità a livello di politica monetaria. Infatti, potrebbe rendere più semplici operazioni come riciclaggio di denaro e comportare anche problemi dal punto di vista della privacy. Proprio per questo motivo, sono arrivate diverse dichiarazioni di intenti minacciose, che vanno verso la volontà di fermare il progetto. E sono queste le principali problematiche che hanno messo i bastoni tra le ruote a Libra e hanno obbligato Facebook a cambiare i suoi programmi. Servono regole per l’ingresso dei privati È questo, in […]

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Progetti di calcolo distribuito: cosa sono e come partecipare

Con l’avvento del coronavirus sono saliti alla ribalta i progetti di calcolo distribuito come [email protected], per lo studio di fenomeni come l’interazione tra proteine e nuovi farmaci. Ma come funzionano i progetti di calcolo distribuito? In breve si tratta di una rete di computer, a cui chiunque può aggiungersi, che coordinati da una gestione centralizzata, effettuano calcoli per uno scopo comune. I risultati vengono inviati alla gestione centrale e utilizzati di solito per progetti su larga scala o simulazioni estremamente complesse. Questo permette alla comunità scientifica di avere potenza di calcolo a costi ridotti, poiché i partecipanti sono volontari e occorre solo gestire l’infrastruttura centrale, senza per questo impattare sulla potenza di calcolo a disposizione (ad aprile il progetto [email protected] è arrivato a una potenza di calcolo di 2.4 exaFLOPS, più dei primi 500 supercomputer esistenti messi assieme). Esistono numerosi progetti di calcolo distribuito, vediamone alcuni. Progetti di calcolo distribuito [email protected] Si tratta di uno dei progetti più famosi, poiché in questi mesi ha permesso di effettuare complesse simulazioni necessarie per comprendere e contrastare il Covid-19. È gestito dalla Washington University in St. Louis e in generale si occupa di fornire potenza computazionale per effettuare simulazioni correlate a malattie che vanno dal cancro al seno alla malattia di Alzheimer. Partecipa a [email protected] [email protected] Questo progetto è gestito dal CERN e permette di effettuare varie simulazioni legate agli esperimenti effettuati con l’LHC. È composto da quattro sottoprogetti (Atlas, SixTrack, Test4Theory, CMS) che analizzano differenti esperimenti fisici. Partecipa a [email protected] Altri progetti di calcolo distribuito: [email protected] Progetto gestito dal Rensselaer Polytechnic Institute, si pone come obiettivo di generare dei modelli precisi delle correnti stellari nei pressi della Via Lattea, oltre a migliorare i software di calcolo distribuito. Partecipa a [email protected] [email protected] Progetto della University of Washington, simula le interazioni tra proteine e la possibilità di crearne di nuove, oltre a contribuire alla ricerca su specifiche malattie come il COVID-19 o la malaria. Partecipa a [email protected] Nel caso in cui si abbia un computer inutilizzato o lo si utilizzi, ma non al massimo delle sue possibilità, si può pensare di installare uno di questi software: possono essere configurati per usare solamente una parte delle risorse del computer (non interferendo con il lavoro dell’utente) o funzionare anche su computer altrimenti obsoleti e inadatti per altri usi. Le procedure di installazione sono facili, rapide e ben documentate, installare uno di questi software permette di contribuire alla ricerca anche senza essere uno scienziato, mettendo a disposizione della comunità scientifica la potenza di calcolo di cui ha bisogno per affrontare sfide sempre più complesse, che richiedono simulazioni sempre più complicate. Immagine di danielkirsch, sotto licenza Pixabay Francesco Di Nucci

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Fun e Tech

Tecnologia e gamification nel mondo dei casinò online: l’esempio di Snaitech

La rivoluzione digitale da ormai venticinque anni ha cambiato il mondo e, di conseguenza, il modo di fare azienda. La quotidianità di molti è stata radicalmente modificata e più il tempo passa, più aumentano le innovazioni in termini di tecnologia e sperimentazione. Pensare ad un modo differente da quello attuale, oggi appare francamente impresa ardua ma la realtà oggi parla in maniera chiara ed inequivocabile. La digital revolution ha portato con sé tante novità e se c’è un settore che ne ha giovato più di altri questo è quello del gioco d’azzardo. In particolar modo il segmento dei casinò online, oggi vero fiore all’occhiello dell’intera filiera. A cui la tecnologia ha dato indubbio fascino, risultando decisiva per il vero passo in avanti nel ventunesimo secolo. Si lega a questo trend l’esplosione della gamification, che è un po’ figlia di questa rivoluzione. Con questo termine, che nasce in contesti ludici, si fa riferimento a quel complesso meccanismo di pratiche applicate poi in contesti non ludici. Gamification e tecnologia sono quasi termini sinonimici da questo punto di vista. Fatto sta che nel mondo dei casinò online si può comprendere quanto, da un punto di vista tecnologico, sia progredito il mondo. Si pensi alla componente audio-video. La prima ha toccato il suo apice con il sound-design, la seconda con lo streaming HD prima, il 4K poi. Grazie a questi mezzi oggi, per esempio, è possibile giocare live ai casinò, addirittura collegandosi a tavoli virtuali che rompono le barriere dei mezzi e trasportano il giocatore in un universo che è reale e multimediale allo stesso tempo. Sono poi arrivati gli smartphone e tablet che hanno palesato altre necessità: quella di rendere i casinò online canali sempre più competitivi. Sono nate così app specifiche, a cui è possibile collegarsi e giocare direttamente. I moderni dispositivi mobile hanno alzato l’asticella, portando tutto il mondo dei giochi su un’altra dimensione e sfruttando anche le potenze di rete: il 3G agli albori, il 4G odierno e il 5G che sarà, probabilmente, la nuova frontiera per sviluppatori e giocatori. Le più grandi innovazioni tecnologiche degli ultimi anni rispondono però al nome di realtà virtuale e Intelligenza Artificiale. Quest’ultima in particolare per i casinò online è l’arma più importante da usare in termini di conoscenza dei giocatori, miglioramento e personalizzazione dell’offerta. Sfruttando le analisi dei Big Data, infatti, gli operatori dei casinò online riescono a studiare tutte le tecniche per fidelizzare un determinato tipo di utenza. Chi ben riassume dentro sé le innovazioni di cui sopra e più in generale quelle prodotte nell’ultimo quarto di secolo è sicuramente l’operatore di gioco Snai, che col suo SNAITECH SMART TECHNOLOGY ha creato un progetto di ricerca e sviluppo per unificare tutte le soluzioni dell’offerta. In casa SNAI la tecnologia è un obiettivo e da qui sono nate tutte le piattaforme, come MyBet e SmartSolution, per rendere il tutto più tecnologico, multimediale, interattivo. Intrattenimento allo stato puro, in una sola parola.

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Libri

Libri

Aksana Danilčyk: un itinerario poetico

Nella poesia di Aksana Danilčyk è espressa la significanza di un viaggio, una partenza e un ritorno: un ponte, quasi, che attraverso l’esperienza poetica dell’autrice collega la Bielorussia all’Italia e viceversa. Nei suoi versi si fondono la lingua di Maksim Bogdanovič e Dante Alighieri, di Jakub Kolas e Ugo Foscolo, per mezzo della quale nei suoi componimenti si respira un afflato ora civile, ora esistenziale, ora immaginifico, ora figurativo. In tal senso, la suggestione che pervade i versi di Aksana risulta manifesta grazie a una plasticità che fa sì che l’immagine si dipinga innanzi agli occhi del lettore: chi legge i versi di Aksana Danilčyk partecipa alla sua poesia mediante l’atto visivo. Nel Canto del ghiaccio, recente silloge di Aksana pubblicata in Italia, è infatti possibile scorgere l’immanenza delle immagini e dei paesaggi che unificano il suo immaginario poetico costituito da una consapevolezza plurima e plurilinguistica. Cara Aksana, la prima domanda che può venir spontanea riguarda il tuo rapporto con la letteratura italiana: in cosa la cultura bielorussa e quella del nostro paese si sono incontrate? Per dare una risposta un po’ più approfondita bisognerebbe rifare tutto il percorso. In breve: nel Rinascimento, nel Romanticismo, ma anche nel XX secolo con gli studi dell’Istituto di Europa Orientale. Dante ad esempio è presente in opere di molti scrittori bielorussi. Ho provato a rispondere a questa domanda nei miei saggi i nei miei articoli, ma ho fatto anche la tesi del Dottorato sulla concezione dell’uomo nella narrativa bielorussa e italiana dedicata alla seconda guerra mondiale. Quando per la prima volta ho visitato l’Italia, ho visto a Napoli un monumento ai caduti. Non sapevo nulla di questo periodo in Italia e ho fatto la tesi proprio per capire come sono andate le cose. Alla fine grazie allo studio della cultura italiana ho scoperto molte cose della cultura bielorussa.  In che modo la cultura italiana interferisce con la tua poesia? Raccontaci la tua esperienza poetica nel comporre Il canto del ghiaccio. Per un autore è sempre difficile decifrare le proprie opere, pensare alle influenze è compito dei critici. Posso solo dire che sicuramente lo studio di una letteratura come quella italiana con una storia così ricca e lunga ha cambiato prima di tutto la mia visione del mondo oltre che della cultura in generale. Poi anche nelle mie poesie ci sono i riferimenti espliciti o impliciti alle opere degli scrittori italiani e naturalmente ai luoghi.  Il canto del ghiaccio è una raccolta di poesie scelte, adattate alla traduzione in un tempo relativamente breve. Praticamente sono passati tre-quattro mesi da quando mi è arrivata la proposta di Aldo Onorati e di Armando Guidoni di pubblicare il libro alla stesura insieme al traduttore Marco Ferrentino della prima bozza. Invece, le poesie sono state scritte in un periodo molto lungo. E ho cercato ovviamente di inserire anche quelle con riferimenti “italiani” per ringraziare una terra che mi ha insegnato molto, insieme alle persone che hanno contribuito alla mia formazione personale e professionale, prima di tutto la famiglia […]

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Libri

Mi hanno rapito gli zingari, un romanzo in cui il pregiudizio si ribalta

  “Mi hanno rapito gli zingari” è un romanzo di Christian Scorrano e Marina Pirulli, edito da AUGH! Edizioni, che narra la straordinaria avventura, realmente accaduta, di un ragazzo italiano, Luigi, che trovatosi in viaggio verso la Grecia si imbatterà in un mondo di cui non aveva conoscenza, se non attraverso una serie di stereotipi. Mi hanno rapito gli zingari: la trama Il giovane italiano Luigi parte alla volta del mare della Grecia ma il suo viaggio termina quando, in piena notte, finisce dentro un fosso su una mulattiera della campagna macedone e il mattino seguente si ritrova circondato da un gruppo di zingari: in trappola, senza auto e senza mezzi, non ha altra scelta che seguirli. Inizia così il suo soggiorno a Shutka, sobborgo di Skopje in cui risiede la più grande comunità rom al mondo. Le prime pagine del romanzo scorrono con un ritmo forsennato, descrivendo un protagonista che tramuterà una disdetta in una magnifica opportunità di vita. Interessante è il modo in cui viene chiamata la sua automobile, “Misericordia”, date le sue pessime condizioni. L’auto sembra incarnare una sorta di metafora vivente. Attraverso il precario mezzo di trasporto, infatti, Luigi compirà un viaggio fatto di speranze, paure e momenti condivisi. Poco importa se le sue condizioni non appaiono ottimali. Il suo approdo definitivo sarà la “città degli zingari” conosciuta anche con il nome di Shutka. La paura e lo smarrimento dei primi momenti troveranno origine nei pregiudizi radicati dell’Occidente, in particolare in quelli dell’italiano medio. Il protagonista si sentirà più volte minacciato e risucchiato nella spirale dei cliché sui rom, fino ad un risvolto “stranger friendly”, tutto da scoprire. La cosa che più risalta agli occhi è senz’altro il legame familiare dei rom che pagina dopo pagina si esprime nella sua potenza maggiore: Luis non sarà un prigioniero, come suggerisce il titolo, e neppure un ospite. La città degli zingari diverrà per Luis una vera e propria Neverland, così come suggerisce lo stesso protagonista. Intensi saranno i profumi dei cibi, le atmosfere calorose dei mercati rionali, il traffico caotico e un sistema personalizzato per la raccolta dei rifiuti. A dispetto di ciò che si pensa, a Shutka ogni cosa funziona ma lo fa in un modo diverso rispetto a quello consuetudinario. Come nei migliori film ci troveremo dinanzi a diversi personaggi sfaccettati: il capo famiglia single, i figli adolescenti, la nonna brontolona e molti altri. Accanto ad essi, si avvicenderanno anche personaggi “extra”. Luis conoscerà, grazie ad una serie di interessanti eventi, Diva la ragazza del Monzambico, Felix il reporter schizzinoso, fino ad arrivare a Frank il tedesco dal cuore buono. Ognuno di essi, quasi come l’aggiunta di una spezia, darà un nuovo sapore ad un calderone di vivande che di per sé era già interessante a modo suo. Le culture si intrecceranno più volte, scambiandosi di posto, senza mai voler primeggiare le une sulle altre. Si parlerà in modo autentico ma leggero anche di due argomenti molto importanti. Il romanzo, infatti, farà riferimento alla prostituzione di Juvita, un’adolescente […]

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Libri

Reed Hastings e Erin Meyer raccontano Netflix | Recensione

L’unica regola è che non ci sono regole (Netflix e la cultura della reinvenzione) è il nuovo saggio di Reed Hastings e Erin Meyer edito da Garzanti editore che racconta Netflix. La trama Non è mai esistita, prima d’ora, un’azienda come Netflix. E non solo perché ha rivoluzionato l’industria dello spettacolo, o perché è in grado di fatturare miliardi di dollari l’anno, o perché le sue produzioni sono viste da centinaia di milioni di persone in quasi 200 paesi. Quando Reed Hastings ha avviato la sua attività, che nel 1997 consisteva nel vendere e noleggiare dvd per corrispondenza, ha infatti sviluppato principi radicalmente nuovi e controintuitivi: a Netflix, gli stipendi sono sempre più alti dei concorrenti. A Netflix, il punto non è lavorare tanto. In questo libro per la prima volta Reed Hastings, con l’autrice bestseller Erin Meyer, descrive la geniale filosofia alla base del suo progetto e della sua vita, e narra storie inedite su tentativi, passi falsi ed errori compiuti, offrendo l’affascinante e completa immagine di un sogno che non smette mai di reinventarsi. Il libro parte con l’entusiasmante racconto di una Netflix all’epoca a “portata di stanza”. A fare da sfondo è la famigerata Blockbuster, l’azienda che noleggiava cassette e predisponeva punizioni per chi non portava in tempo indietro i suoi prodotti. È l’analisi attenta e curiosa di come un colosso epocale come Blackbuster non sia riuscito a stare a passo con i tempi, mentre una piccola realtà come Netflix sia stata investita dal lusso e dall’onere di un cambiamento d’epoca consistente. Il libro espone un entusiasmamene racconto circa i cambiamenti che Netflix ha subìto: si è passati dai dvd ai servizi di streaming, da produzioni esterne fino a quelle interne, basti pensare alla famigerata Stranger things. Fino a toccare argomenti come “l’espansione”. Netflix, infatti, partendo dagli USA si è estesa in tutto il mondo. Il libro racconta principalmente la “cultura Netflix”, ovvero una sorta di decalogo a voce alta su come una piccola azienda sia stata capace di tanto successo. La cultura Netflix ci viene raccontata come una sorta di storia in cui le leggi non scritte appaiono come una lama a doppio taglio. C’è da puntare, infatti, l’attenzione su alcuni termini: sincerità e densità di talento. Nella sua complessa narrazione, infatti, c’è la chiara spiegazione di come per l’azienda sia essenziale il concetto di “feedback”. Dire la verità, anche a discapito delle gerarchie aziendali, sembra essere infatti, la base di tutto. Così come il concetto di densità di talento: secondo lo studio Felps, infatti, il comportamento di uno riesce ad influenzare quello dell’intero gruppo. Va da sé che maggiore è la concentrazione di talento in un numero ristretto di persone, maggiori saranno i risultati positivi riguardo un progetto. Ritornando al concetto di feedback, è importante sottolineare come non siano mai necessari quelli volti a screditare il lavoro altrui, quanto piuttosto è necessario rispettare la legge delle A. Occorre infatti, aiutare con il proprio suggerimento, essere attuabile, apprezzarlo, accettarlo o respingerlo a seconda dei casi, ma […]

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Libri

Il mistero della casa delle civette – Recensione

Max e Francesco Morini sono gli autori de “Il mistero della casa delle civette “, nuovo giallo pubblicato il 6 agosto per la Newton Compton editori. Il mistero della casa delle civette – Sinossi Come gli altri romanzi della serie, Il mistero della casa delle civette è ambientato a Roma. Siamo a Novembre, il clima uggioso si accorda perfettamente allo stato di malinconia in cui troviamo immerso il protagonista Ettore Misericordia. Per fortuna, un nuovo caso di omicidio lo spinge ad uscire dal torpore in cui è piombato: una anziana cartomante viene trovata morta nel suo appartamento nei pressi di Piazza Vittorio, pugnalata con un compasso. Per quanto questo particolare sembri apparentemente di poca importanza, Misericordia si rende subito conto del legame tra l’arma delitto e la simbologia massonica. Parte dunque l’indagine, che si rivelerà lunga e ingarbugliata. Nel corso delle ricerche, Misericordia si troverà a contatto con diverse figure: Greta Falconieri, l’anziana vicina di casa; il signor Chatelet, eccentrico proprietario di un negozio di abbigliamento e amico di lunga data della vittima; il mago Paradisi, un tempo famosissimo ed ora dimenticato da tutti. Sembrerebbe un delitto di facile risoluzione, molti indizi portano a galla storie di uomini famosi, sedute medianiche e richiami al periodo della seconda guerra mondiale coinvolgendo personaggi del calibro di Mussolini e il sensitivo Rol, ma del colpevole nemmeno l’ombra. Le indagini porteranno Misericordia e Fango a scavare sempre più a fondo, alla ricerca di luoghi magici e simbologie nascoste, fino ad arrivare alla soluzione finale. Il romanzo si configura come l’ultimo episodio, temporalmente parlando, della saga di cui sono protagonisti il ​​libraio-investigatore Ettore Misericordia e il suo fidato amico Fango. Autodidatta coltissimo e profondo conoscitore dei segreti di Roma, Misericordia ama sfruttare le sue conoscenze per risolvere intricati casi polizieschi. Il risultato è un romanzo brillante e scorrevole, in cui i colpi di scena si susseguono a ritmo serrato. A rendere godibile la lettura de “Il mistero della casa delle civette”, anche una scrittura briosa e scorrevole, caratterizzante di tutti i personaggi. Ogni figura che si incontra nella lettura è abilmente accessibile attraverso piccoli vezzi e manie, che li rendono facilmente riconoscibili e memorabili; ciò non vuol dire, certamente, che si tratti di personaggi stereotipati o “macchiettistici”, anzi la loro caratterizzazione li rende, da un lato, simpatici al lettore, dall’altro permettono di trattare con delicatezza temi difficili come la vecchiaia, la solitudine, la diversità. Altro elemento di spicco è la scelta di inserire anche personaggi realmente esistiti, dei quali si raccontano soprattutto stravaganze e particolari aneddoti, anch’essi ampiamente documentati, che si dimostrano funzionali all’impianto misterico ed esoterico della trama. Il mistero della casa delle civette infatti è incentrato su un omicidio a sfondo massonico, così che Misericordia e Fango si trovano ad analizzare la dimensione mistica e alchemica che aleggia nei principali luoghi romani. Un romanzo che vale la pena leggere, se non altro, per scoprire aspetti della Città Eterna che non sono noti a tutti. Gli autori Francesco e Max Morini, fratelli, autori teatrali e televisivi, […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Teatro alla Deriva, una rassegna teatrale peculiare

Il Teatro alla Deriva torna con la 9° edizione. Anche quest’anno gli spettacoli si terranno alle Terme – Stufe di Nerone di Bacoli nei giorni  22, 25 e 29 Settembre 2020 alle ore 20:30. Il Teatro alla Deriva è una rassegna ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola che presenterà quest’anno tre appuntamenti naturalmente nell’ottemperanza di tutte le normative vigenti di sicurezza a seguito dell’emergenza Covid. La rassegna, unica nel suo genere per la peculiarità del luogo, ci viene presentata dalla viva voce degli organizzatori. Teatro alla deriva: l’intervista -Come nasce la rassegna “Teatro alla Deriva” e cosa offre in più rispetto allo scenario teatrale classico? R-La rassegna nasce quasi un decennio fa, grazie ad una chiacchierata tra me ed Ernesto Colutta, uno dei gestori delle Stufe di Nerone dove la manifestazione si volge quest’anno per la nona volta. Stavo raccontando ad Ernesto, che ha una spiccata sensibilità artistica e teatrale, di come immaginavo la scenografia di uno spettacolo che dovevo realizzare di lì a breve e, nel descrivergli il tutto, feci cenno all’ipotesi di voler isolare in qualche modo i personaggi dall’ambiente che li avrebbe circondati, di relegarli in un ambiente staccato da tutto. Dopo qualche giorno, ecco l’idea: una zattera. Solo che poi quell’idea non fu poi realizzata per lo spettacolo, bensì applicata  e realizzata direttamente alle Stufe, grazie al laghetto circolare, nel quale fu sistemata per ospitarvi, da allora, svariati artisti, attori, performer e musicisti che si sono succeduti nel nostro ‘Teatro alla Deriva’. -Il programma della rassegna presenta spettacoli molto diversi tra di loro. Secondo quale criterio sono stati selezionati? R-I criteri che determinano le mie scelte sono sempre legati al piacere che ho avuto nel vedere gli spettacoli, che poi invito, dal vivo. E così è stato anche quest’anno, anche se ho dovuto chiaramente cambiare alcune cose (il cartellone era di fatto pronto già a inizio marzo) quando poi è intervenuto il Covid-19. Ho dovuto rinunciare ad un paio di spettacoli, per motivi di estrema vicinanza in scena tra gli attori, e approfittare per invitare, per la prima volta, un concerto teatrale, “About Vega”, ovvero lo showcase di un disco di musica elettronica con parole e letture ad implementarlo. Il tutto firmato da La Claud, una musicista sorprendente per la sua versatilità e il suo approccio. Gli altri due lavori sono “’E Cammarere”, una intensissima riscrittura da ‘Le Serve’ di Genet, a firma di Fabio Di Gesto e, in apertura, per la prima volta ospite da noi, uno spettacolo di burlesque, “La Petite Revue”, genere poco frequentato nel nostro paese (a differenza del resto d’Europa), La Petite Revue, a firma di Floriana D’Ammora, la cui caratteristica principale è una ironia di grande eleganza e impatto. -Questo preciso momento storico è sicuramente molto difficile per il mondo artistico e teatrale nello specifico. Come state affrontando questo periodo, al fine di avvicinare di nuovo il pubblico al teatro? R-Questa è una gran bella domanda. Il momento non è difficile, ma molto più che difficile. E rispondere è impresa quasi impossibile, date […]

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Food

Barittico è la prima salumeria di mare nel vomerese

Ha aperto nel cuore del Vomero, in via Merliani 51A, la prima Salumeria di mare: il Barittico.Il progetto nasce dall’incontro di un gruppo vario ed eterogeneo unito dalla passione per il pesce e le sue svariate declinazioni. Stiamo parlando degli ingegneri Bruno Sensenhauser e Stefano Toscano, l’economista Marco Matrecano e lo chef Vittorio Zigarelli, già insieme nel progetto Panamar, specializzato nei panini di mare. “Barittico” nasce con un’idea innovativa e un format senza precedenti sul territorio. La Salumeria di mare fa della sperimentazione il suo punto forte proponendo piatti come il salame di tonno, la porchetta di ombrina e la pancetta di salmone. Abbiamo intervistato i fondatori, che ringraziamo per la loro disponibilità, per scoprire com’è nata questa proposta culinaria alternativa ed originale. Intervista ai titolari di Barittico C’erano una volta due ingegneri, un economista e uno chef. Com’è nato questo gruppo e l’idea di aprire un’attività insieme? Il gruppo nasce 3 anni fa, quando abbiamo deciso di aprire Panamar. Inizialmente eravamo 3 amici che, dopo esperienze lavorative diverse, avevamo il sogno di realizzare un progetto nuovo. Poche settimane prima dell’apertura del primo locale di via scarlatti, conoscemmo lo chef. Ci fu subito unione di intenti e il progetto partì immediatamente. Cosa rende unico il format del Barittico rispetto a tutte le altre offerte di cucina di mare nel vomerese? Barittico è un format unico nel suo genere. Proponiamo taglieri con salumi di mare.  Un prodotto nuovo, frutto di anni di studio e prove in cucina. Com’è nata l’idea di tagliare il pesce a mò di carne? L’idea è nata dalla necessità di creare un prodotto diverso, nuovo e unico. Con orgoglio possiamo dire che barittico è il primo format italiano dedicato esclusivamente ai salumi di mare. L’utilizzo del pesce in modo alternativo caratterizzava già il vostro precedente progetto Panamar. Come mai avete scelto di aprire un nuovo ristorante sempre sulla linea del pesce piuttosto che creare un’alternativa di carne? Abbiamo scelto di continuare aprendo un format con prodotti ittici piuttosto che carne, perché, dopo anni di esperienza,ci sentiamo molto preparati. Il lockdown ha costretto alla chiusura già nelle prime fasi di preparazioni del locale. Ciò ha inciso positivamente o negativamente sul progetto? Il lockdown ha inciso sicuramente in maniera negativa. Però ci ha spronato a migliorare, a cercare alternative e a creare valore aggiunto con misure straordinarie. Infine, a quale clientela si rivolge il Barittico? E’ da considerarsi un posto per mangiare a pranzo e cena o proponete anche aperitivi e piccoli assaggi? Barittico si rivolge a una clientela propensa a provare sapori nuovi. Proponiamo abbinamenti di prodotti ittici e cocktail. Al momento siamo aperti dalle 17 alle 2 di notte, siamo un format di aperitivi-apericena. Il menù è composto da 3 taglieri di dimensioni diverse, abbinati a prodotti di pasticcieria di mare, di rosticcieria di mare e crudi. Immagine copertina: ufficio stampa

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Libri

La signorina di Aldo di Mauro a In-chiostro

Aldo di Mauro presenta il nuovo romanzo La signorina nel chiostro di San Domenico Maggiore, nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro. «Conoscere il passato di una persona ce la rende più vicina». Questa frase pronunciata da Aldo di Mauro può riassumere la presentazione del suo ultimo romanzo La signorina, avvenuta venerdì 11 settembre a San Domenico Maggiore nell’ambito dell’iniziativa In-chiostro che, fino alla fine del mese, promuove l’importanza della lettura e della carta stampata come strumento di rinascita dopo i mesi difficili del lockdown. Aldo di Mauro, biografia e opere dell’autore Nato nel 1947 a Napoli, città dove attualmente vive, Aldo di Mauro è una personalità con un ampio ventaglio di interessi: letteratura, musica, filosofia, poesia e molto altro. Esordisce come poeta nel 1970 con la raccolta Parole e Cose e nel 2001 pubblica per Tullio Pironti Editore Tracce di Vita, che gli vale il premio letterario dell’associazione internazionale Emily Dickinson. Tra il 2006 e il 2007 pubblica la raccolta Occhi negli occhi e il romanzo Ma tu chi sei, che gli vale un sacco di recensioni entusiastiche. Va anche segnalato il saggio Elogio della filosofia del 2007. Dal 1982 è iscritto alla S.I.A.E ed è autore di numerose canzoni, nonché di commedie e monologhi teatrali. La signorina. Romanzo di una Napoli che non esiste più La signorina (sottotitolo: storia di una pianista d’altri tempi) è stato presentato a San Domenico Maggiore in un incontro coordinato dal giornalista Giuseppe Giorgio, il quale l’ha definito «un romanzo di formazione di una donna di altri tempi». La protagonista è, per l’appunto, una donna che vive nei pressi del conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli. Ella passa gran parte del suo tempo isolata, suonando il pianoforte e cimentandosi in brani di musica classica e napoletana. La monotonia della sua vita sembra spezzarsi quando inizia a frequentare un giovane uomo, anch’egli pianista, ma una rivelazione è destinata a rimettere tutto in discussione. Una vicenda narrata sullo sfondo di una Napoli riconoscibile in ogni sua strada e via. Nel descrivere il suo romanzo Aldo di Mauro insiste sul tema del passato. Un qualcosa che nei tempi odierni sta scomparendo, soprattutto all’interno delle famiglie. «Nelle famiglie dove non si dialoga non c’è storia. I figli conoscono i genitori nella loro veste genitoriale, ma i genitori non conoscono i loro figli». Da questa massima l’autore ci conduce lungo un viaggio nella Napoli degli anni ’50, mostrando foto di persone e oggetti di quei tempi confinati in una dimensione archeologica come la vammana, la levatrice che aiutava le donne a partorire in casa o i grandi televisori che appartenevano alle famiglie benestanti di ogni condominio le quali invitavano le altre a guardare le prime trasmissioni della RAI. Ma viene rievocato anche il momento delle periodiche, riunioni che avvenivano nelle case private delle famiglie dove spesso e volentieri si recavano le donne nella speranza di trovare marito oltre a contenere, al loro interno, momenti dedicati alle esecuzioni di canzoni del repertorio napoletano e a divertenti poesie comiche che rivivono grazie […]

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Food

Ohana Pokè Napoli: sentirsi a casa alle Hawaii

Pesce crudo fresco di qualità, riso, verdure, frutta, tutto in una bowl dai colori freschi e vivaci. Ohana Pokè è il nuovo piccolo locale nel cuore del Vomero dove sperimentare la migliore cucina hawaiana e gustare ciotole coloratissime e freschissime pokè da comporre a seconda dei gusti personali o già pre-composte. Un piatto leggero, fresco e poco calorico, che nella lingua hawaiana significa “tagliare a pezzi” e si riferisce all’ingrediente principale:  il pesce, che è quasi sempre crudo.  Il pokè combina riso (riso jasmime, riso venere, riso da sushi ) con vegetali e cubetti di pesce crudo o cotto (salmone crudo speziato, tonno crudo speziato, ricciola cruda, gamberi, pescato del giorno alla piastra), salse, semi, spezie, frutta secca e topping vari. Ohana Pokè nasce dal sogno di due fratelli, Fabrizio e Flavia Loprete , giovani ristoratori, con già molti anni di esperienza nel campo della ristorazione nazionale e internazionale. ai quali Lilo e Stitch hanno insegnato che  * OHANA SIGNIFICA FAMIGLIA *. «Ohana significa famiglia, e nella famiglia nessuno rimane indietro»– dice Fabrizio Loprete «Significa sentirsi a casa e prendersi cura dell’altro. Il nostro obiettivo è quello di far gustare la spensieratezza e la serenità dell’estate, i profumi e i sapori tropicali tutto l’anno, allargando sempre di più la nostra famiglia. Abbiamo pensato proprio a tutto all’interno di Ohana Pokè, dall’offerta culinaria tipica giappo-hawaiana, all’arredamento curato in dettaglio nei suoi infiniti colori, per far sentire i nostri clienti alle Hawaii, ma nel pieno del quartiere Vomero».   Ohana Pokè: le Hawaii a Napoli Il pokè è la nuova tendenza culinaria approdata a Napoli e proveniente dalle isole Hawaii.  Si tratta di un’insalata coloratissima da comporre a seconda dei gusti personali. Il piatto, nato dalla fusione della cucina giapponese con quella hawaiana, deriva dalla tradizione dei pescatori delle isole Hawaii, che erano soliti preparare la pietanza con gli scarti del loro pescato e mangiarlo come spuntino. La base del piatto è, invece, il riso, sushi o integrale, oppure la quinoa, la misticanza, gli spaghetti di riso o l’insalata mista, cui viene aggiunto salmone, tonno, gamberi (scottati, al vapore o, quasi sempre, crudi). Il condimento prevede, in diverse combinazioni, salsa di soia, olio di sesamo, lime, latte di cocco, ecc. con aggiunta di spezie. La ciotola viene, infine, completata con un topping di wakame, edamame, avocado, ecc.  Ohana Pokè è un locale, intimo e accogliente, che mixa la tradizione culinaria hawaiana con quella campana e giapponese. Propone una cucina fusion, che spazia dalle poke bowls tradizionali a bowls rivisitate rivisitati in chiave napoletana (Riso sushi, cozze di Bacoli, datterino giallo, zucchine, tarallo sbriciolato), passando per i rolls fino alle sweet bowl. Il sogno della cucina Hawaiana: Fabrizio Loprete si racconta «Ho iniziato nel campo della ristorazione quando ero molto piccolo e nel giro di qualche anno a Milano sono riuscito nella gestione di diversi ristoranti. La mia passione per la cucina orientale ha avuto inizio quando ho iniziato a viaggiare molto e ho avuto modo di conoscerla a fondo. Ho amato tanto, […]

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Musica

Musica

Il Befolko: Giocodelsilenzio è il nuovo album strumentale

Li leggi, i titoli di un album strumentale, incuriosito dalla motivazione di tali parole accostate a tali suoni, a come i musicisti li pensino, se viene prima o dopo delle composizioni, quali racconti nascondano, quali segreti trattengano. Ripercorrendo quelli del Giocodelsilenzio, il primo album strumentale del cantautore napoletano Roberto Guardi, in arte Il Befolko, (qui la pagina Fb) sembra di trovarsi davanti ad una mappa del tesoro, costituita di tappe di vita, momenti di quotidianità, esperienze scolpite tra la testa e lo stomaco, che devono essere inchiodate alla chitarra perché ne permanga il segno nel tempo. E così tra la poetica dei suoni e l’evocazione dei nomi, ci si catapulta nella storia di un giovane uomo, che per necessità ha imbracciato la chitarra e assecondato il ritmo della vita attraverso le percussioni, creando così nove esigenti tracce, frutto di ascolti appartenenti a continenti diversi del globo e culture che evadono dal solito pop italiano, fanno l’ascoltatore in una corsa continua, affinché arrivi all’essenza ed al cuore: traccia dopo traccia, le palpitazioni aumentano come chi cerca di afferrare un autobus nella più caotica pomeridiana Napoli centro. È un disco sentito, suonato e percepito, che parte dal corpo: lo si sente dai battiti di mani che pervadono la scena acustica, riportando nella dimensione gitana; il segno di una musica viscerale, che nasce perché non può vagare sperduta e spaurita tra “vichi e vicarielli”, perché ha una voce che contrasta con il girotondo del mondo, ma che desidera tornare in pace con l’universo. Ad impreziosire il disco strumentale Giocodelsilenzio, ci sono Rolando Maraviglia a basso e contrabbasso; Lorenzo di Meglio alla chitarra elettrica nella quinta e sesta traccia; Sara Piccolo al banjo nella traccia numero 8. Roberto è invece fulcro della stesura musicale, in quanto i brani sono interamente composti dal musicista, che suona le chitarre, le batteria e le percussioni presenti nelle nove tracce. Andrea Giuliana ha registrato e missato il disco, presso Stereo 8; ha masterizzato l’album Giovanni Nebbia. Il titolo Giocodelsilenzio vuole sottolineare l’assenza di una componente importante per Il Befolko, ovvero la voce, in quanto essendo un album strumentale, il musicista si è spogliato delle vesti da cantautore, dà spazio ai suoni più che alle parole, adesso l’idea fondamentale di come intende la musica: un gioco, non solo nel senso creativo del termine, ma anche perché dietro questa parola si nasconde la voglia di sperimentare con una forma musicale che non appartiene fino in fondo all’artista. Il Befolko è infatti un cantautore, classe 1992, dall’animo gentile; dopo il primo album in napoletano intitolato Isola Metropoli, che gli ha permesso di portare la sua musica sul territorio italiano, nei vari locali della penisola, oggi ha in cantiere un nuovo disco, già registrato presso Le Nuvole Studio di Cardito, sotto l’ala di Massimo De Vita (Blindur). Dopo aver partecipato ed essere arrivato come finalista al Premio Botteghe D’Autore, esibendosi lo scorso agosto ad Albanella, ci fa dono della sua musica attraverso questo album, uscito in sordina, senza pubblicazioni e pubblicità, nell’idea […]

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Eugenio Bennato, la musica e la letteratura: intervista

Ed è a lui che volevamo e dovevamo arrivare: Eugenio Bennato! Protagonista italiano indiscusso di quel tipo di musica che nasce spontaneamente nelle classi non dominanti di una nazione, la musica popolare o folkloristica. Eugenio Bennato, intervista (2017/2018) Nel 1969 il cantautore napoletano Eugenio Bennato, insieme a Giovanni Mauriello, fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, dando il via alla ricerca della musica etnica in Italia. Ai due si affiancano altri giovani musicisti provenienti dalla “Scuola Napoletana”, interessati come loro alla rinascita della musica popolare. Eugenio Bennato imbocca la strada per tournée di successo in Italia e all’estero. Cosa l’ha spinta a interessarsi alla musica? Da bambino era quasi un obbligo. Mia madre ci assegnò un maestro di musica per impiegare il tempo libero. Poi, penso che sia Napoli ad avermi indotto una passione per i suoni diretti, reali della chitarra classica, degli strumenti a plettro, della musica che trasuda dalle mura di questa città. Ma soprattutto – a un certo punto – mi sono accorto di avere qualcosa da dire in musica e ci ho fatto caso seguendo un filo che si ricollega alla mia formazione di liceo classico ma anche alla mia frequentazione dell’università, dove ho studiato fisica. La musica è quest’equilibrio tra il sentimento e la ragione. Cosa vuole comunicare attraverso la musica? Non c’è l’intenzione di comunicare ma la necessità di esprimere qualcosa. Poi ti ritrovi dei temi. Io sicuramente dei temi precisi ce li ho, sono innanzitutto il Sud e la scoperta di qualcosa che non era venuto a galla prima. Mi viene in mente il primo lavoro che feci da compositore, che riguarda la regione Basilicata. Era ambientato lì e si trattava de L’eredità della priora di Carlo Vaganello, sceneggiato televisivo di Rai Uno. Veniva fuori la lotta dei briganti della Basilicata e il mistero di questa regione, le sue streghe, le sue fattucchiere, i suoi riti magici ma soprattutto la voglia di riscatto. Quindi, i temi che comunico nella musica sono innanzitutto il Sud e poi un Sud sempre più a Sud, a cominciare dalla risonanza della musica araba della costa dal Marocco all’Egitto, per finire nel Sud dell’Africa nera. Questi sono presenti nella mia musica, non solo attraverso i temi ma anche attraverso le sonorità. Sono stato il primo a inserire le voci di altri Sud nella musica. Perché le sta a cuore il tema del Sud? All’inizio è un fatto puramente estetico. La musica non può prescindere per me dalla ricerca della bellezza. Perciò, sin da ragazzino trovavo che le sonorità di questo Sud sommerso fossero più affascinanti di quelle del Nord-Ovest vincente. Inoltre nel Sud c’è questa verità maggiore, dovuta al fatto che si parla di un universo, di una parte di mondo che è sempre stata sottomessa e repressa. Quanto conta per un musicista avere un’identità ben definita? Penso che sia una cosa fondamentale. Questo in tutte le manifestazioni della vita ma, soprattutto, in tutte le manifestazioni dell’arte. L’arte è qualcosa che rappresenta il nuovo. I grandi artisti – mi […]

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Il Muro del Canto: il gruppo musicale volto del folk rock romano

Il Muro del Canto è un gruppo musicale, genere folk rock, fondato a Roma nel 2010 quando ha esordito con il singolo “Luce mia” a cui è seguito poi un EP. La band romana è di uno stile musicale molto particolare. Un’unione tra tradizioni popolari e contaminazioni rock e dark; le loro canzoni sono la testimonianza forte e pungente di tematiche incentrate sull’amore, sulla morte e sull’anticlericalismo. Il gruppo è composto da Daniele Coccia Paifelman (voce), Alessandro Pieravanti (voce narrante, batteria e percussioni), Alessandro Marinelli (fisarmonica), Ludovico Lamarra (basso), Eric Caldironi (chitarra acustica, pianoforte), Giancarlo Barbati (chitarra elettrica e cori fino ad ottobre 2018), Franco Pietropaoli (chitarra elettrica e cori a partire da novembre 2018). Il Muro del Canto: le origini ed il percorso della band Dopo la pubblicazione nel 2010 del loro primo EP, nel 2011 continuano il loro percorso con la vittoria del Premio “Stefano Rosso” come miglior arrangiamento del brano “E intano il Sole si nasconde”. Proseguono, poi, nel 2012 pubblicando il loro primo album, ”L’ammazzasette (Goodfellas)”, che ha ottenuto ottime recensioni sia da parte della stampa specializzata che dalla stampa nazionale. Successivamente hanno partecipato insieme ad artisti come Ardecore e BandaJorana per la compilation della nuova musica Mamma Roma. Nell’ottobre del 2013 Il Muro del Canto pubblica il secondo album, ”Ancora ridi”, mixato da Tommaso Colliva dei Calibro 35. L’anno seguente il gruppo pubblica un 7 pollici prodotto da Hellnation: Lato A Vivere alla grande inedito recitato, Lato B Le mantellate, cover della canzone di Giorgio Strehler. Sempre nel 2014, per i 25 anni della trasmissione Blob su Rai3 viene trasmesso in anteprima il video ”Il lago che combatte” frutto della collaborazione con gli Assalti Frontali. La canzone racconta la storia del lago dell’ex Snia di Roma salvato dalla speculazione edilizia. Ancora nel 2014, Daniele Coccia Paifelman, Eric Caldironi ed Alessandro Marinelli de Il Muro del Canto, registrano a nome Montelupo il “Canzoniere Anarchico”, 17 brani della tradizione anarchica Italiana prodotto da Goodfellas, con introduzione di Alessio Lega. Tre anni più tardi, nel 2017, il brano ”7 vizi capitale” di Piotta e Il Muro del Canto diventa la sigla di coda della serie televisiva di Netflix Suburra. Inoltre partecipano alla colonna sonora del documentario Piccolo Mondo Cane di Claudio Casale e Matteo Bennati. Nel 2018 partecipano alla colonna sonora del film horror Go Home – A casa loro, diretto da Luna Gualano con il brano ”Luce mia”. Nell’ottobre 2018, pubblicano ”L’amore mio non more” per Goodfellas. Il video del primo singolo ”La vita è una” vede la partecipazione dell’attore Marco Giallini e il secondo ”Reggime er gioco” quella di Vinicio Marchioni. Inoltre, i monologhi recitati dalla band sono stati raccolti nel libro ”500 e altre storie” scritto da Alessandro Pieravanti. Fonte immagine: https://www.google.com/search?q=il+muro+del+canto&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=2ahUKEwiQytfax-3rAhVFwQIHHW3bAMAQ_AUoAnoECBoQBA&biw=1366&bih=657#imgrc=YI0A7-dTeXn_SM

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Thank you for your complaints, intervista ad Emilya Ndme

Thank you for your complaints è il debutto discografico di Emilya Ndme La nostra intervista all’artista Thank you for your complaints è il tuo debutto discografico. Qual è il percorso che ti ha portato a tagliare questo importante traguardo? Ho iniziato ad ascoltare musica davvero molto piccola. Era una necessità, quando si è bambini gli istinti si percepiscono come esigenze e questo era la musica per me. Ho iniziato poi a studiare chitarra classica, poi canto, a scrivere le prime canzoni e a formare band con le quali giravo nei locali dell’alta Toscana. Ventenne, ho partecipato a qualche concorso ed uno il più importante come autrice di testi, Il Premio Lunezia, che mi vide tra i primi 8 autori d’Italia. Ho continuato così, studio, tanto ascolto di generi diversi, tante band, tanti live sopra e sotto al palco, collaborazioni con il mondo del teatro sino ad Emilya Ndme, che è il primo mio progetto da solista e che racchiude la visione sperimentale che ho della musica, i miei gusti e la contaminazione di diverse forme artistiche con le quali mi piace giocare. Il disco si avvale della collaborazione di Valgeir Sigurðsson, storico produttore, tra gli altri, di Björk e dei Sigur Rós. Da Genova ai geyser islandesi il passo è breve, a quanto pare. Valgeir ha masterizzato il disco, è stato decisamente un onore per me. L’ottimo lavoro di mixing di Gabriele Pallanca di Genova Records è stato esaltato dalle sue orecchie sapienti: è stato molto bello per me confrontarmi con una realtà come quella rappresentata da Sigurðsson e devo dire ci siamo intesi bene, ha accolto tutti i miei feedback e mi ha aiutata a raggiungere il suono che volevo dare al disco. L’inglese è la lingua di tutte le canzoni di Thank you for your complaints. A cosa si deve questa scelta? Ai miei ascolti, da sempre molto rivolti alla musica internazionale. I pezzi sono usciti dalla mia testa già in inglese. Negli ultimi anni l’inglese è stata decisamente la lingua con la quale mi è venuto più istintivo scrivere e quindi non ho fatto altro che assecondare il processo. Non ho idea se sarà sempre così ma attualmente questo è ciò che sento di fare. Nell’album mescoli con facilità sonorità differenti, passando dal’ indie rock all’elettronica, attraverso il pop e il glitch. Quali sono le tue principali influenze musicali? Sicuramente è vero, si sentono influenze differenti. La pasta sonora è la stessa ed è il collante del disco. I miei ascolti sono davvero molti: non ho limiti in fatto di gusti musicali, passo dal pop, al jazz, musica classica, indie, elettronica a seconda dell’umore o delle ricerche che sto facendo in quel momento. Se dovessi fare dei nomi attualmente ti direi FKA twigs, Aurora, Florence and the Machine, Daughter, ecc. Accompagno spesso le mie stories su instagram a pezzi che mi piacciono. Non sono molto autoreferenziale quindi seguendomi lì si può viaggiare con me tra i miei ascolti del momento. Il disco è molto eterogeneo a livello di temi […]

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Teatro

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On the road – Tutte le strade portano a teatro, la rassegna teatrale presentata al Museo Madre

Presentata in conferenza stampa al Museo Madre di Napoli, la prima parte della rassegna teatrale “On the road – Tutte le strade portano a teatro”, titolo scelto per l’ottava stagione del Nuovo Teatro Sanità. Si è svolta ieri nel cortile del Museo Madre di Napoli la conferenza stampa di “On the road – Tutte le strade portano a teatro“, di cui il direttore artistico Mario Gelardi ha annunciato solo la prima parte, quella che parte questo settembre per concludersi a dicembre 2020. Gli appuntamenti del cartellone 2021 saranno infatti annunciati successivamente, quando la situazione sanitaria sarà più definita. Saranno le maggiori istituzioni culturali della città di Napoli ad ospitare la compagnia teatrale del Nuovo Teatro Sanità: parliamo del  Museo Madre, del Teatro Bellini, della Fondazione di Comunità San Gennaro. Prima dell’inizio della conferenza, anche le polemiche hanno trovato il loro spazio, in maniera del tutto imprevista: quattro lavoratori della ditta La Mondial, incaricati del servizio di pulizia, hanno accusato la Fondazione e La Mondial di essere inadempienti in merito alle operazioni di sanificazione degli ambienti. A questo proposito, però, la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e la ditta La Mondial s.r.l. hanno prontamente smentito in modo categorico, attraverso un comunicato stampa, quanto affermato da tali lavoratori ed informano che agiranno per vie legali a tutela della propria immagine. Mario Gelardi: “Un progetto di reciproco sostegno tra grandi e piccole realtà” Il sottotitolo “Tutte le strade portano a teatro” nasce dalla sensazione provata di fronte all’emergenza sanitaria: “La situazione del Covid-19 ci ha messi di fronte alla mancanza di spazio, senza cui è impossibile inventarci qualsiasi cosa. L’unico posto dove avremmo potuto continuare la nostra attività senza problemi era per strada. Così ci sentivamo, privati del nostro teatro e del nostro lavoro, ‘per strada’. Ma siamo stati fortunati, perché realtà più solide della nostra ci hanno accolto per favorire il prosieguo della nostra crescita culturale. Anche noi, soprattutto, nella seconda parte di stagione, cercheremo di restituire quanto ricevuto, permettendo ad alcune giovani compagnie di fare residenza nel nostro teatro“, ha spiegato Mario Gelardi. Un progetto, On the road, che si basa su un reciproco sostegno, uno scambio di risorse materiali e culturali tra grandi e piccole realtà cittadine. Il cartellone degli spettacoli “On the road” Moltissime le rappresentazioni che On the road porterà in scena. E’ al Museo Madre da ieri 18 settembre e continuerà fino al domenica 20, “Biografie di artisti sconosciuti”, nato dalla collaborazione con la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee della Regione Campania. Si tratta di immaginarie biografie e dialoghi tra artisti le cui opere sono ospitate dalle stanze del museo. Poi abbiamo “Vite possibili ma inventate”, con Vincenzo Antonucci, Luigi Bignone, Ciro Burzo, tra gli altri, che ad ogni replica vedrà i vari gruppi di spettatori guidati in un percorso sempre diverso. Dal 13 a 18 ottobre, invece, alla Basilica di Santa Maria della Sanità va in scena “‘A freva – La peste al Rione Sanità“, regia di Mario Gelardi, spettacolo co-prodotto con il Teatro […]

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Teatro

Resurrexit Cassandra, il genio di Jan Fabre al Teatro Bellini

Dopo la rassegna estiva del Napoli Teatro Festival 2020, si torna nei teatri. E lo si fa per davvero. Il sipario, la platea, i palchetti, il velluto rosso delle poltroncine. Certo, si torna con modalità diverse, ma la curiosità e la luce negli occhi, quegli occhi che le mascherine lasciano intravedere appena, quelle non cambiano. Ad aprire la Sezione Internazionale, il 12 e 13 settembre, presso il Teatro Bellini di Napoli, Resurrexit Cassandra. E allora, che lo spettacolo abbia inizio.  Al centro della scena una statuaria donna bionda, avvolta nel verde di un abito. Alle sue spalle specchi-monitor. Terra e tartarughe ai suoi piedi. Si tratta di Cassandra, principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba, uccisa per mano di Clitemnestra. Cassandra, principessa troiana, rimessa al mondo dalla prolifica mente di Jan Fabre.  Resurrexit Cassandra dà voce a una delle creature più sventurate della mitologia greca, condannata da Apollo all’incomunicabilità, nelle cui vene scorrono il sangue e il dolore del passato, del presente e del futuro, sui cui fianchi ondeggiano rabbia, verità e denuncia. Una voce che piange nel deserto.  Ancora una volta il genio dell’artista belga fa centro, supportato dalla felice unione con un potentissimo testo firmato da Ruggero Cappuccio, che riesce a inserire perfettamente l’eroina greca nelle maglie del presente. Ancora una volta le parole dell’indovina, rivolte a un’umanità che la considera un’invasata, sono apocalittiche: non un cavallo di legno, non una città in fiamme stavolta, ma un mondo da salvare. Una Madre Terra che sa essere tanto generosa quanto spietata, che ama i suoi figli ma che può tranquillamente continuare a vivere senza. In una danza orgiastica, provocatoria e sensuale, in quello che Fabre ha definito un concerto di immagini scandito da cambi d’abito, nero, blu, rosso, bianco, Cassandra, una meravigliosa Sara Höttler, si dimena. Lei, morta, ma che continua a vivere con le membra sparse, chiede di essere ascoltata. Lei, in lotta con la piccolezza degli uomini e la grandezza della loro presunzione, ebbra delle sue visioni fatte di arcipelaghi di plastica, scioglimenti di ghiacciai e innalzamento delle acque, scuote con le sue parole, austere, teutoniche, mentre gli occhi di chi la ascolta restano impigliati nei movimenti dei suoi fianchi. Lei, protagonista assoluta dello spettacolo. Come recitano le note di regia, la profetessa inascoltata ha il compito di tutelare il mondo. Rappresenta la Madre primordiale, Madre Natura, la sciamana, la santa che ci mette in guardia sulle sorti del nostro Pianeta. Resurrexit Cassandra è un atto d’accusa contro l’inconcepibile piacere dell’autoinganno in cui si crogiola l’umanità: sappiamo bene tutto ciò che può accadere a noi stessi e alla terra, ma la brama di ingannarci è maggiore. Questa è la nostra vergogna e la nostra tragedia.  Una Cassandra contemporanea che sussurra, grida, si lamenta. Ototototo popoi da, Ototototo popoi da, un lamento struggente, penetrante, pregno di dolore e frustrazione. Impossibile non far cadere l’attenzione sulla cura con cui lecca, bacia, tocca le tartarughe ai suoi piedi, forse simbolo del buon senso o forse anche un inno alla lentezza in risposta a […]

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Teatro

Francesco Arienzo live al Lanificio 25: un ragazzo sensibile

In un caldissimo 25 agosto, il Lanificio 25 apre le porte a Francesco Arienzo e alla sua Stand Up Comedy Francesco Arienzo: il timido introverso Tra mascherine e distanziamento, la suggestiva location del Lanificio 25 ospita Francesco Arienzo in quel che è il secondo appuntamento del tuor estivo organizzato da The Comedy Club. In un momento non facile per gli show dal vivo, tra norme da rispettare e ansie più che lecite, lo spettacolo di Francesco Arienzo si presenta come una piacevolissima parentesi in cui è possibile tirare un sospiro di sollievo e sentirsi leggeri per un’ora e più. Dopo l’apertura di un sempre in forma Davide DDL, ecco arrivare il protagonista della serata. Il monologhista napoletano classe ’81 si esibisce in un doppio spettacolo (20:30 prima; 22:00 poi), riuscendo a trasportare tutti i presenti nel suo particolare universo di timidezza che cela però una straripante schiettezza e simpatia. Impossibile non sentirsi almeno per un attimo nei panni del comico nato a Casalnuovo di Napoli, nonostante (o forse proprio per) le sue mille contraddizioni e le sue difficoltà a trovare posto in un mondo che lo fa sentire sempre inadatto. Ed ecco quindi un’antologia di un’ora e mezza di situazioni capovolte: i pregi della quarantena, il disagio di essere “timidi introversi” in un mondo di “estroversi espansivi con braccia lunghissime!” e  tristi ricordi adolescenziali. Un “ragazzo molto sensibile”, come si definisce Francesco durante lo spettacolo, che fornisce la sua personalissima visione della vita grazie a squarci narrativi che fanno da finestre sulla sua comicità. Tutto è assurdo, tutto è al contrario. Un esempio? L’invidia è una colpa degli invidiati. Sono loro a chiederti come stai, ma solo perché sanno che “stai peggio di loro”. «Nel mondo siamo 7/8 miliardi di persone…perché dovete venire tutti da me a vantarvi delle vostre fortune?»” Nella girandola di disavventure e sorrisi, non si può non sottolineare la presenza dell’amico/collega di Arienzo, Frank Matano, che per primo ha puntato sul ragazzo ai tempi di Italia’s Got Talent nel 2017. Matano, ufficialmente in veste da spettatore, è stato estremamente partecipe allo spettacolo, salendo anche sul palco in chiusura e regalando un quarto d’ora di risate grazie a sketch improvvisati proprio con Arienzo. Quello di Francesco è senza dubbio un appuntamento riuscito, che centra il suo obiettivo primario: portare un po’ di spensieratezza in un momento così teso (del resto lui è un ragazzo molto sensibile). Il tutto ovviamente, nella splendida cornice del Lanificio, che si conferma ancora porto sicuro per stand up comedy, buona musica e sano divertimento. Il tour di Arienzo continua a: Taranto 26/08 Bari 27/08 Lecce 28/08   Fonte Immagine: https://www.facebook.com/grazieassai

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Napoli e Dintorni

Amleto di Franco Nappi al Castello Lancellotti di Lauro

Amleto di Franco Nappi al Castello Lancellotti di Lauro Il Castello Lancellotti di Lauro riapre le sue porte per lo Shakespeare Summer Dream: Il 22 e il 23 Agosto Il Demiurgo e l’associazione culturale Pro Lauro ripropongono un’opera di William Shakespere, dopo il Riccardo III del mese scorso. Il cortile del castello diventa questa volta il palcoscenico della tragedia più celebre dello scrittore inglese; la corte è quella di Danimarca, dove il re e la regina devono fare i conti con un principe singolare; Amleto. La regia è ancora quella di Franco Nappi, gli interpreti: Andrea Cioffi nei panni di un ironico quanto inquieto Amleto, Chiara Vitiello interpreta una magistrale Ofelia, Alessandro Balletta è Orazio, il fedele compagno del principe Amleto, Franco Nappi il meschino re Claudio, Roberta Astuti è l’austera e ambigua madre di Amleto nonché regina Gertude, Nello Provenzano è invece il ciambellano Polonio, padre di Ofelia e di Laerte, Antonio Torino. Amleto di Franco Nappi è senza dubbio la tragedia del lutto e del dubbio, oltre che del pensiero smodato che arriva a inaridire e a ritardare l’azione, della pazzia che si confonde con la realtà, della messa in discussione di ciò che è giusto e morale e di ciò che non lo è. Il dubbio -“amletico” per definizione- però rimane, fino al tragico finale, che infondo non risolve, ma forse esorcizza. La storia di Amleto Ad Elsinore, in Danimarca, una cerimonia apre la scena; re Claudio e la sua regina, Gertrude, hanno coronato il loro sogno d’amore. Il sogno però si rivela ben presto un incubo per il figlio della regina, Amleto; il padre è morto da un mese e la madre lo ha già sostituito col fratello. Amleto non si dà pace e non riesce a condividere la gioia delle nozze; è l’unico infatti a portare ancora i segni del lutto, non solo nei vestiti, bensì sul volto, nell’animo, nel suo agire, o non agire. L’apparizione del defunto re e padre, che svela al figlio la reale causa della sua morte, enfatizza il dolore e l’inquietudine di Amleto; è stato suo fratello Claudio ad avvelenarlo per usurparne il trono. Amleto è distrutto; sta vaneggiano o è realmente suo padre a rendere concreti i suoi dubbi e la sua amarezza? Il defunto re chiede inoltre ad Amleto di essere vendicato; lo spinge dunque all’azione. Eppure il principe non può fare a meno di ponderare, di riconsiderare e rimodulare le parole nei suoi monologhi a voce alta. L’azione è sempre ritardata, procrastinata; la realtà che lo circonda gli sembra tutta una pantomima, ma agli occhi degli altri è lui il folle. Prima di agire Amleto ha bisogno di una prova; decide così di utilizzare quella messa in scena, quella falsità di cui si sente circondato attraverso il mezzo per eccellenza, quello capace di concretizzare tutte le passioni umane e farle sfilare davanti agli occhi degli uomini; approfitta quindi dell’arrivo di alcuni commedianti per inscenare la morte di un re. L’assassino è suo fratello, che diventa re e […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Il sapore di un’estate che sbiadisce

Il sapore di un’estate che sbiadisce Settembre. La bella stagione annuncia la sua eclissi. Le calde sere d’estate cedono il posto al primo fresco, che si deposita sulla pelle sotto forma di brividi. Ma si tratta non di brividi d’eccitazione, bensì di silenziosa nostalgia, quale richiamo alla spensieratezza e alla “joie de vivre”. L’odore di pioggia e di pini umidi riempie i polmoni, mentre il profumo di iodio comincia a impallidire, insieme al mare increspato dalle prime tempeste. Persino la sabbia, prima così arroventata, diviene una sorta di freddo deserto, con piccole dune formate dal vento, che soffia ad annunciare il tiepido e incostante autunno. Cosa resta di una comitiva intorno al fuoco, che ride e intona a squarciagola Certe notti di Ligabue o Sapore di sale di Gino Paoli? Cosa resta di quei falò e di una chitarra che malinconica lascia risuonare Tears and Rain di James Blunt? Cosa resta delle notti bianche e giovani tra spiaggia e beach bar, a ballare come se non restasse altro da fare, come se fosse l’esperienza più intensa, come se non ci fosse un domani? Cosa resta delle passeggiate lungo il bagnasciuga, mentre il sole cocente dona alla pelle quella pigmentazione dorata, che pone in risalto il luccichio degli occhi che brillano speranzosi e felici sotto il firmamento di un cielo a ferragosto? Cosa resta di un bagno a mezzanotte e dell’inebriante desiderio di far l’amore sotto le stelle, avvolti dal chiaro di luna, che dipinge d’argento il mare melodico che culla cuori e corpi? Cosa resta degli acquazzoni improvvisi, che annunciano lo splendore di un arcobaleno? Cosa dei baci sotto la pioggia, che succhiano l’anima e alitano libido sulla pelle? Cosa resta dei piedi scalzi che improvvisano coreografie, delle ore piccole e dei drink ghiacciati? Cosa del beato ozio e della voglia di abbandonarsi alla musica che risuona negli auricolari? Traccia dopo traccia, vita dopo vita, sorriso dopo pianto, desiderio dopo apatia. Cosa resta dunque dell’estate e della sua allegria, delle giornate senza pensieri a dondolare su un’amaca e senza preoccupazioni, dell’audacia e della bellezza? Cosa resta della poesia dei tramonti, della magia di un amore appena sbocciato? Della carne, dei battiti sotto pelle, della fame di desiderio e sete di libertà? Resta il sogno imbevuto di realtà. Resta la vita da afferrare e tenere stretta. Resta il dovere di viverla questa vita, fino in fondo, perché la sopravvivenza è dei vili, perché vivere davvero richiede coraggio, qualche rischio in più, cambio pelle e battiti nella testa, più che pensieri nel cuore. L’estate che se ne va lascia addosso un senso di irrisolto, la sensazione di non aver concluso. Perché c’è ancora tanto da divorare, da mordere e addentare. C’è tanto da difendere e proteggere. C’è il tutto che si nasconde nelle pieghe del niente, quando la pigrizia inventa scuse, quando l’abitudine uccide la rivoluzione. Il sapore di un’estate che sbiadisce, ma che resta dentro di noi L’estate che si allontana lascia negli occhi la luce sbiadita di memorie e flashback, […]

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Macaulay Culkin compie 40 anni:cosa resta degli anni ’90?

Macaulay Culkin compie 40 anni. Il piccolo talento del cinema non è più tanto piccolo. Gli anni ’90 sono ormai un lontano ricordo? A long time ago in a galaxy far far away… In un universo parallelo, i Nirvana sono al loro tredicesimo album in studio, Non è la Rai ha sbancato l’ultima edizione del Telegatto e Willy è ancora il Principe di Bel-Air. Ma non qui, non oggi, non pochi giorni dopo il 26 agosto 2020. Può sembrare una data come tante ed invece non è affatto così. Il 26 agosto 2020 infatti, Macaulay Culkin ha compiuto 40 anni. Facendo un rapido calcolo, sono circa trent’anni che Kevin perde lo stesso identico aereo. È arrivato il momento di fare i conti con la dura realtà e accettare che non solo il tempo è passato, ma che niente è andato come ci si aspettava. La nostalgia per una decade che ormai non ci appartiene più non è certo cosa nuova. Fa parte dello spirito umano credere che il meglio sia sempre da ricercare alle spalle piuttosto che davanti a sé e non c’è Gil Pender che tenga. Ma è pur vero che le aspettative degli anni ’90 erano ben altre. Seriamente qualcuno pensava che un giorno Pamela Anderson avrebbe smesso di correre a rallentatore per le spiagge di Los Angeles? O che un giorno, alle 15:40, non ci sarebbe più stato Bim Bum Bam? Questi sono solo alcuni, piccoli esempi di come in realtà gli anni ’90 siano stati per tutti una grandissima illusione. Dalla Generazione X alla The Millennial Generation The millennials, o la “Generazione Y“, così come viene spesso definita, ha spazzato via ogni lascito della “superata” Generazione X.  I nati tra il 1990 e il 2000 sono fiori di un seme diverso. La forte esplosione della rete, gli SMS, Youtube. Nulla in confronto alle grandi emozioni degli anni ’90, con tutte le loro differenti declinazioni. Nel 1994 gli Oasis pubblicano il loro primo disco: “Definitely Maybe“, destinato ad entrare nella storia della musica mondiale. Nello stesso anno, in Italia si piangeva perché Mauro Repetto aveva appena lasciato gli 883. Ma questi sono dettagli. Quel che conta è che il 28 agosto 2009, quando Macaulay Culkin compiva 29 anni e 2 giorni, anche gli Oasis si sciolgono. La rock-band simbolo degli anni ’90 non riesce a reggere il peso dei Duemila. Cosa resta dunque di quegli anni? Primo indizio: non le videocassette. “Blockbuster” è fallita nel 2013. Dal 2019 sopravvive un unico negozio al mondo, presso la cittadina di Bend, in Oregon. Il mercato dei contenuti audiovisivi è oggi totalmente appannaggio delle piattaforme streaming o delle reti televisive. Si pensi solo a spiegare ad un diciassettenne del 1995 come condividere in 4 persone l’account Netflix! Secondo indizio: non la musica, o almeno, non tutta. Forse negli anni ’90 qualcuno si aspettava le Spice Girls in cima alle classifiche per anni, magari con una svolta rock sperimentale alla Beatles. E invece nulla, ifyouwannabemylover e poi il buio. Terzo indizio (che […]

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Voli Pindarici

Temporali estivi e perché amarli: il bisogno di respirare

I temporali estivi sono la pausa di riflessione che si prende l’estate da se stessa, squarci di frescura nella coltre dell’afa. Nessuno può fare a meno di fermarsi a guardarli, magari proprio mentre ci si accingeva a buttarsi di nuovo tra le onde. Nel cielo uniformemente azzurro di un attimo primo, un broncio improvviso, un umore nero, ed ecco l’irrompere di tuoni, borbottio lontano ma distinto, e l’addensarsi di nubi e grigiore. Tutti hanno almeno un ricordo legato ai temporali estivi. Nessuno può fare a meno di amarli almeno un po’. Sono il paradosso dell’estate, l’imprevisto che turba ma affascina proprio per lo sconquasso che provoca. Davanti ai temporali estivi ci si sente piccoli e scioccamente fiduciosi. Proprio il caldo di cui ci si lagnava fino a poche ore prima, proprio l’estate salda e compatta che pareva durare per sempre, proprio la stagione dell’invincibilità e dell’esaltazione, adesso rivelano la propria fragilità, spazzati via da quello che sembrava un innocuo raduno di nuvole. Impeccabile metafora della vita. Nessuno può passare indifferente davanti a un temporale estivo senza dedicarvi un minuto, un’attenzione. Ogni volta, come se fosse il primo, ci fanno ammutolire. Sbigottiti dalla velocità del cambiamento, da quello spettacolo d’aria che restituisce respiro, finalmente, a volte invece disgraziatamente. Ira del cielo che si fa bianco, solidarietà di nubi che si danno appuntamento per manifestare malcontento. La leggerezza dell’attimo primo, il drink freddo ancora in pancia, musica che martella i timpani, le braccia ustionate dal sole, il sale tra le dita, lasciano spazio ad altro. A una senso di disgregazione, di fascino sinistro, di polvere tra quelle stesse dita. I temporali estivi hanno l’odore della tregua, di resa, di piacevole abbandono, di sabbia sporca che manda le sue polveri da paesi remoti. Li si immagina come momento di commozione, quasi di cordoglio dell’umanità durante una comune resistenza al torrido, al torbido. Prezioso e inaspettato attimo di riflessione che si spalanca nel fracasso dell’estate, nella concitazione della follia, nel vociare indistinto. Durante i temporali estivi si sta in silenzio, si torna a guardare, a pensare. In compagnia ci si stringe, un abbraccio sfugge dalle braccia improvvisamente infreddolite. Chi patisce il caldo spalanca le narici per farselo entrare vicino al cuore. Li ama anche chi di solito si getta a capofitta nel ritmo bollente di salsa, nel mare fino alla pelle d’oca, nel sole quando acceca, nelle ore piccole e nelle grandi, spericolate esplorazioni, a testa in giù nella vita. In solitudine ci si fa spazio. I grilli per la testa, i grilli che nelle notte afose cantano la loro ninna nanna, ora ammutoliscono nella pioggia che chiazza le finestre. Quando piove chi pensa troppo si dà tregua, si limita ad osservare il divenire, conscio che quella volta non potrà fare niente per cambiare le cose. I temporali estivi sono l’imprevisto, la perdita di controllo in cui si fa conoscenza con la bellezza di lasciarsi andare e di aspettare che passi. Mani contro i vetri e si acciuffa il temporale. Si prende aria, non […]

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C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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