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Commedia dell’arte: storia e peculiarità

La commedia dell’arte: indagine sulla sua storia e sulle sue peculiarità. La commedia dell’arte, o commedia all’italiana, è un genere teatrale molto particolare, che si sviluppò in Italia a partire dal XVI secolo. È una tipologia teatrale definita appunto “particolare” in quanto si contraddistingue per l’assenza di un copione. Gli attori, otto uomini e due donne, basavano la propria interpretazione su un canovaccio (trama) e improvvisavano in scena, seguendo le regole di quella che oggi viene chiamata ‘recitazione a soggetto’. La commedia dell’arte si è sviluppata con successo, fino agli anni della cosiddetta riforma goldoniana, quindi fino alla metà del XVIII secolo. La peculiarità della commedia dell’arte era la forte empatia che si instaurava tra gli attori e il pubblico che assisteva alle rappresentazioni; ogni persona si sentiva rappresentata e al contempo si divertiva a riconoscersi nei personaggi della scena. Quando nasce la Commedia dell’arte La prima volta che viene utilizzata la denominazione “commedia dell’arte” risale al 1750 ne Il teatro comico di Carlo Goldoni. In quest’opera, l’autore descrive quegli attori, professionisti, che recitano riempiendo la scena, usando delle maschere e improvvisando le loro parti ed usa la parola “arte” intesa come vera professione, mestiere, ovvero l’insieme di quanti esercitano tale attività-lavoro. La commedia dell’arte affonda le sue radici nella tradizione dei giullari medievali che, in occasione di ricorrenze o festività, allietavano corti e piazze con farse o barzellette, raccontate ed interpretate da attori solisti, in un modo abbastanza ridicolo e satirico. La funzione scenica degli attori della commedia dell’arte Nella commedia dell’arte, gli attori, oltre a saper recitare, dovevano dimostrare di avere doti in ambito musicale, scenico, acrobatico, affinché la recitazione non fosse un’azione scarna ma ogni personaggio diventasse interprete di una scena. L’arte che scaturisce da questa tipologia teatrale ha una forte funzione scenica, volta a mettere in rapporto, e al tempo stesso contrastare, gli aspetti propri della quotidianità, che sulla scena si susseguono e nei quali chi assiste, si riconosce. Una delle caratteristiche principali di tale commedia è la tipizzazione dei personaggi, ognuno dei quali si esprime mediante un linguaggio dialettale, con la lingua della propria regione di appartenenza; tutto ciò per abolire quella barriera che spesso intercorreva tra attori e pubblico. La commedia dell’arte andrà a sostituire, in Italia, “la commedia colta” per due secoli e si diffonderà rapidamente anche in Europa, influenzando poi altri autori come Molière e Shakespeare, che però indirizzeranno il teatro verso altre direzioni. Molti degli attori della commedia dell’arte si travestivano da Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Pantalone, Rugantino, Capitan Fracassa, riscuotendo molto successo alle corti di Londra, di Pietroburgo, di Madrid, di Parigi e di Vienna. Quando recitavano, gli attori si esprimevano con la mimica dell’intero corpo; alcuni di essi erano soliti indossare una maschera che copriva la parte superiore del volto, ma che lasciava libera la bocca. La commedia dell’arte, col passare del tempo, è diventata troppo scontata e ripetitiva, motivo per il quale è stata poi soppiantata da altri generi teatrali, certamente più moderni, e con una serie di elementi fondamentali, […]

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Fermalibri diorama: il designer Monde apre nuovi mondi

Il designer giapponese Monde, con i suoi fermalibri diorama fra volumi, apre letteralmente sugli scaffali di una libreria porte su mondi straordinari. Scopri di più! «Osservò un albero con un uscio nel tronco. “Curioso, — pensò Alice. — Ma ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrarci subito”. Ed entrò. Si trovò di nuovo nella vasta sala, e presso il tavolino di cristallo. — Questa volta saprò far meglio, — disse, e prese la chiavetta d’oro ed aprì la porta che conduceva nel giardino». Alice ha partecipato ad un bizzarro tea party nel Paese delle Meraviglie e, una volta allontanatasi dalla tavolata piena di tazze e bignè del Cappellaio Matto e dei suoi strani amici, si ritrova dinanzi a un albero che nel tronco presenta una porta, che la condurrà in un altro mondo nascosto, un bellissimo e curato giardino decorato da un grande rosaio. Certo, non capita tutti i giorni di poter non solo seguire un coniglio con un elegante panciotto e un orologio nel taschino, precipitare nella sua profonda tana, dialogare con un gatto viola accoccolato su un albero, ma anche aprire porte nei tronchi degli alberi. Tuttavia, è capitato a tutti di essere così immersi nella lettura di un libro, da sentirsi trasportati in altri mondi, nei mondi dei nostri personaggi preferiti, in mondi lontani dalla routine e dal divano, dove sdraiati ci rilassiamo leggendo. Ebbene, il designer giapponese Monde ha voluto aprire letteralmente, con i suoi fermalibri diorama, porte fra mondi diversi, fra realtà lontane e sospese nello spazio e nel tempo, spalancando accessi fra libri e ad epoche distanti. I fermalibri diorama di Monde sugli scaffali di una libreria: come aprire mondi fra volumi che raccontano storie avvincenti! Presentati alla 47esima edizione del  festival biennale Design Festa di Tokyo 2018, i fermalibri diorama di questo artista nipponico hanno incantato non solo gli appassionati di libri. Monde, infatti, ha rivisitato in chiave libraria i diorama, piccole ricostruzioni in scala ridotta che ricreano scene di vita naturale o umana. Usati nel modellismo per scenari ferroviari o automobilistici, oggi i fermalibri diorama (che a differenza dei plastici hanno un uso prevalentemente decorativo) sono presenti in molti musei per illustrare ambienti o edifici di epoche passate, oppure per la realizzazione di narrazioni tridimensionali quali fiabe e racconti biblici – per sistemi steroscopici come View-Master e Tru-Vue. Questi fermalibri diorama da scaffale, posti fra un libro e un altro, sono costituiti da modelli in legno  in modo da adattarsi perfettamente allo spazio fra due volumi tascabili. Essi aprono piccole realtà, curate in ogni particolare, dando l’illusione a chi si aggira fra gli scaffali di fornite librerie o biblioteche, di poter sbirciare, attraverso quegli stretti spiragli illuminati, in mondi lontani, in accoglienti salotti, negli stretti vicoli di Tokyo, in giardini fioriti. Leggere è viaggiare attraverso nuovi mondi, come ci suggerisce Umberto Eco: «chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò […]

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Leva militare nel mondo: la storia e il futuro

Leva militare: indagine sulla sua storia e su cosa ci attende in futuro | Riflessione Con leva militare intendiamo il “servizio effettuato dal cittadino di uno Stato presso le forze armate dello Stato stesso”. Essa ha durata variabile: se è a ferma breve, dura da 1 a 4 anni, se è a lunga ferma, si parla di “militari di carriera”, in quanto il servizio è permanente. La leva militare può assumere altre denominazioni, altrettanto diffuse, quali “servizio militare, servizio di leva, coscrizione militare..” Inoltre, e questo sarà il focus di cui ci occuperemo, può essere obbligatoria o volontaria. La leva militare in Italia è stata istituita con la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e poi confermata con l’istituzione della Repubblica italiana. L’obbligatorietà della leva militare fu abrogata, in Italia, solo per mezzo della “legge 23 agosto 2004, numero 226”. Leva militare: dalle radici greco-romane alla modernità Quelle che tratteremo non saranno le radici più recondite della leva militare e quindi meno documentate. Partiremo, invece, dalle usanze in auge nell’Antica Grecia. Le leggi che regolavano la leva militare erano all’incirca le medesime per tutte le città-stato greche. I soldati erano gli stessi finanziatori degli equipaggiamenti necessari e quindi per adempiere alla leva occorreva far parte di un ceto sociale piuttosto elevato. Con il calare della grandezza dell’Antica Grecia, sempre più diffuso divenne il ricorso a mercenari o a soldati stipendiati. Anche nell’Impero romano per un primo periodo vigeva l’uso, nella classe militare, di equipaggiarsi a proprie spese. La fama legata alla grandezza dell’esercito romano risulta davvero imperitura: ovviamente l’evoluzione della struttura sociale a Roma ne ha condizionato profondamente l’assetto militare, soggetto a sua volta a continue ristrutturazioni. Una delle prime fasi dell’evoluzione della leva militare romana, tra le più significative, fu quella del servizio militare annuale obbligatorio, che doveva adempiere a doveri di protezione e fedeltà nei riguardi della Res Publica. Con il progredire della ricchezza e complessità in seno all’Impero, i soldati arruolati divennero professionisti sempre più specializzati. Essi erano salariati e costituivano unità militari profondamente compatte. La fanteria, composta da cittadini, era anche nota come legione ed era affiancata dalle truppe ausiliari (spesso formate da membri privi di cittadinanza romana). Roma ampliò smodatamente i propri confini e iniziò a necessitare di sorveglianza solerte: le guarnigioni fisse divennero il perno della sua tutela. Tuttavia, quando la grandezza della città eterna divenne talmente estesa da risultare difficilmente controllabile, fu necessario ricorrere sempre meno a criteri di omogeneità e di più a truppe mercenarie. L’avvento dell’Età moderna portò con sé quello della leva militare obbligatoria di massa, legata agli Stati nazionali. La Francia, a seguito della Guerra dei Cent’anni, fu la prima a introdurla. Tuttavia l’Età moderna è contrassegnata dal prevalere della leva militare volontaria, la quale beneficiò di numerosi progressi in campo scientifico e di introduzioni in quello tecnologico. Nel corso dei secoli la leva militare è stata oggetto di un dibattito non ancora esauritosi. La coscrizione obbligatoria spesso ricadeva su giovani, sottratti alle famiglie, privati della possibilità di dedicarsi […]

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Gli assorbenti in Italia sono un bene di lusso (il tartufo no)

Gli assorbenti in Italia sono un bene di lusso? | Riflessione Gli assorbenti, inutile dirlo, ci hanno letteralmente cambiato la vita. Pare che per noi donne, nell’antico Egitto, l’unica soluzione per quei cinque o sei giorni al mese di ciclo fossero le foglie di papiro, nell’antica Roma (e fino al Medioevo), invece,  un po’ di stoffa o di lana da lavare e rilavare. L’assorbente usa e getta fa la sua prima comparsa nella storia nel 1888 in America, ma per molti anni non fu accessibile a tutte le donne perché troppo costoso. Quando i prezzi diminuirono, le donne dovettero servirsi da sole nei negozi, mettendo i soldi in un’apposita scatola. Le mestruazioni, infatti, erano (e in molti Paesi lo sono ancora oggi) un vero e proprio tabù. Ma quanto costano, mediamente, le mestruazioni per una donna in Italia? Stimando l’inizio delle mestruazioni attorno ai 12 anni e la menopausa a 52 (il che significa circa 40 anni di fertilità), una donna ha mediamente 460 cicli mestruali in una vita. Ogni ciclo dura più o meno cinque giorni e l’assorbente viene cambiato ogni quattro ore. Una donna utilizza, quindi, circa 5 assorbenti al giorno e 25 nell’arco di un ciclo mestruale che, tradotti in una vita fertile, sono 11.500 assorbenti o tamponi. In Italia, una confezione di assorbenti esterni (di solito composta da dodici pezzi) costa circa tre euro, attestando a circa nove euro la spesa per ogni ciclo, 4.140 euro per una vita. Ma non è finita qui, perché le spese collaterali (come pillole, spirali, cerotti) per una donna sono di circa 2-300 euro all’anno, mentre quelle per analgesici e farmaci contro crampi, mal di testa e dolori articolari dovuti alle mestruazioni sono di circa mille euro. Gli assorbenti in Italia e nel mondo In Italia 21 milioni di donne utilizzano gli assorbenti e non possono farne a meno ma per la legge italiana non sono considerati beni di primaria necessità e sono tassati al 22%. Al contrario, invece, le scommesse o il gioco del lotto sono esenti da Iva; su latte e ortaggi (beni primari e deteriorabili) viene applicata l’aliquota al 4%, così come per gli occhiali, le protesi per l’udito, i volantini e i manifesti elettorali. L’Iva è ridotta al 10% anche per la carne, la birra, il cioccolato, il tartufo, le merendine, i francobolli da collezione e gli oggetti di antiquariato (che, in realtà, proprio indispensabili non sarebbero). Nel resto d’Europa, la Francia ha ridotto l’imposta per gli assorbenti dal 20% al 5,5%, l’Olanda e il Belgio al 6%, anche l’Inghilterra al 5,5%, mentre l’Irlanda, così come il Canada, l’hanno abolita del tutto. La Scozia, infine, sarà il primo Paese al mondo a garantire un accesso gratuito per le studentesse agli assorbenti all’interno di un piano che prevede un finanziamento di oltre 5,2 milioni di sterline. Alla fine dello scorso anno, sul web è stata lanciata una petizione per l’abbassamento della Tampon Tax al 4%.   Foto da TPI

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Legge di Bilancio: cosa prevede la manovra finanziaria

Ecco i principali cambiamenti previsti dalla Legge di Bilancio.  Legge di Bilancio. Partiamo dalla giustizia. E partiamo con il daspo: sarà a vita, in caso di condanna per i reati di corruzione, concussione e traffico di influenze, sia per il corruttore che per il corrotto, mentre per i reati contro la pubblica amministrazione, non ci saranno sconti sulla pena in carcere (permessi premio, misure alternative alla detenzione e lavoro esterno). Chi si autodenuncerà volontariamente entro quattro mesi dal reato, invece, godrà di una causa speciale di non punibilità. Sotto controllo anche le donazioni a partiti e movimenti che, sopra i 500 euro, andranno notificate entro un mese in un apposito registro. Per le politiche sul lavoro, invece, torna la Cassa integrazione straordinaria (CIGS) per le imprese che cessano l’attività produttiva per una durata massima di dodici mesi, e che verrà prorogata anche alle imprese di rilevanza economica e strategica a livello regionale con esuberi significativi. I Bonus riguarderanno l’occupazione nel Mezzogiorno, con la decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato di under 35 o di disoccupati da almeno sei mesi, e le giovani eccellenze, ovvero un esonero contributivo fino a dodici mesi entro 8mila euro per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani laureati con 110 e lode. Per quanto riguarda le politiche messe in atto per le famiglie, le novità introdotte dalla Legge di Bilancio sono diverse: congedi più lunghi per i neo-papà lavoratori dipendenti (fino a 5 giorni entro 5 mesi dalla nascita) e possibilità di lavorare fino al parto per le mamme (e godere successivamente dei 5 mesi di maternità); aumento a 1.500 euro di bonus per l’iscrizione agli asili nido e proroga del bonus bebè; sconti fiscali per chi necessita di cani-guida; carta famiglia solo per le famiglie italiane con almeno 3 figli al di sotto dei 26 anni in casa; cartà d’identità 2.0 rilasciata dagli uffici postali; incremento del 1,35% e del 1,25% delle aliquote su new slot e videolottery; prescrizione delle bollette del gas come già avvenuto per l’elettricità. Tra le più discusse, la concessione gratuita di un terreno demaniale per almeno 20 anni per chi mette al mondo il terzo figlio (che ha suscitato non poca ilarità sui social) e, ovviamente, il reddito di cittadinanza. Il Fondo per il RdC avrà una dotazione di 7,1 miliardi di euro per il 2019, 8 miliardi per il 2020 e 8,3 miliardi per il 2021, e la misura sarà messa a punto con ulteriori provvedimenti attuativi nei prossimi mesi. Sulle pensioni, invece: introduzione di “Quota 100” per chi ha 62 anni di età e 38 di contributi e “Opzione donna” per le lavoratrici con 57 anni (se dipendenti) o 58 anni (se autonome) e 35 anni di contributi; taglio delle pensioni d’oro a partire dal 15% fino a 130mila euro per arrivare a un taglio del 40% per chi supera i 500mila euro lordi l’anno; tassazione fissa al 7% per 5 anni per i pensionati che vengono o ritornano dall’estero per trasferirsi al Sud. Le novità della Legge di Bilancio […]

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India, catena umana di 620km per l’uguaglianza di genere

India. Stato meridionale del Kerala. Il primo dell’anno, tre milioni di donne si sono organizzate in un’infinita catena umana (lunga 620 chilometri) per rivendicare la piena uguaglianza di genere. Alla protesta hanno preso parte anche studenti e dipendenti statali, cui scuole e università hanno concesso il permesso di assentarsi. La catena umana di è sviluppata lungo tutte le principali autostrade del Kerala, dalla punta nord di Kasaragod fino a quella a sud di Thiruvanthapuram. Alle donne indiane in “età fertile” o “età mestruale” (ovvero tra i 10 e i 50 anni) è storicamente proibito l’accesso al tempio dedicato ad Appaya (il dio indù celibe), nella località di Sabarimala, meta di pellegrinaggio per la religione induista raggiungibile attraverso un percorso in salita e diverse ore di viaggio. Per l’Induismo, infatti, le donne che hanno le mestruazioni sono impure e non possono partecipare alle funzioni religiose. L’antica leggenda narra che, dopo essere stata liberata da una maledizione che l’aveva trasformata in diavolessa, una donna ebbe l’ardire di proporre al dio di sposarla, ignorando il suo voto all’eterno celibato. Il 28 settembre dello scorso anno, però, la Corte Suprema Indiana, adita dall’Associazione dei Giovani Avvocati Indiani, ha stabilito che a nessuna donna può essere precluso l’ingresso al tempio e che “la possibilità di praticare la religione deve essere data sia alle donne che agli uomini”. Una sentenza che il BJP (il partito Indiano nazionalista Bharatiya Janata) ha definito “un attacco ai valori tradizionali indù”, ma che ha rappresentato un nuovo passo progressista della giustizia Indiana, dopo la revoca ai divieti al sesso omosessuale e all’adulterio. Nonostante l’impegno del Governo a rispettare la sentenza della Corte, fin dal primo giorno di apertura dei cancelli che proteggono il complesso del tempio, gli estremisti indù si sono radunati davanti al luogo di culto per impedire alle fedeli di entrare e pregare. In seguito alla catena umana del primo gennaio, però, per la prima volta nella storia due donne sono riuscite a entrare nel tempio. Secondo la BBC, Bindu Ammini, 40 anni, e Kanaka Durga, 39 anni, sono entrate all’alba e i “custodi” del luogo sacro hanno poi deciso di chiuderlo per un’ora “per eseguire rituali di purificazione”. Il loro ingresso ha scatenato diverse proteste e scioperi fuori dal tempio. Negli scontri, un militante del partito nazionalista BJP è morto a causa del lancio di una pietra nella città di Pandalam, e 15  persone sono rimaste ferite. Il capo del governo del Kerala, Pinarayi Vijayan, ha ribadito la responsabilità del suo Governo di attuare la decisione della Corte Suprema, che affronterà un ricorso contro l’accesso femminile al santuario dal 22 gennaio, mentre alle donne resta vietato entrare in altri templi indù. – Foto di: Infoaut

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Cinema & Serie tv

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Il CULT: “Suspiria” di Dario Argento

I film che non puoi non conoscere: il CULT Dal 1895 fino ad oggi, il cinema ci ha regalato tantissimi capolavori, capaci di emozionare e di far riflettere. Dal genere drammatico alla commedia, dall’espressionismo tedesco alla serializzazione del cinema, da George Méliès a Quentin Tarantino, la cinematografia ha acquisito in breve tempo sempre maggior spessore guadagnandosi la definizione di “settima arte”. L’impatto che il cinema ha avuto sulla nostra cultura è stato enorme, tanto da portare alcune opere a divenire il simbolo di una generazione. Questi film, ribattezzati con il termine “cult”, rappresentano non solo un importante aspetto della cinematografia ma anche un interessante elemento sociale, imprescindibili per chiunque si ritenga un appassionato del genere. È per questo che da gennaio 2019 nasce la rubrica il CULT, che ripropone mensilmente i film e le serie TV più apprezzate della storia! Analizzandole in 4 punti, scopriamo insieme cosa ha reso queste pellicole l’emblema di una generazione. In occasione dell’uscita del remake di Suspiria di Luca Guadagnino, il primo numero è dedicato al film che l’ha ispirato, opera del maestro dell’horror italiano: Dario Argento. Suspiria di Dario Argento Proiettato nelle sale italiane nel 1977, il film realizzato da Dario Argento è considerato da molti una pietra miliare della sua produzione, segnando il passaggio da uno stampo di tipo poliziesco al genere horror. Ma quali sono gli elementi che lo hanno reso un cult? 1) La fiaba in Suspiria Fin dalle prime sequenze è facile individuare l’influenza che la cultura del nord Europa ha avuto sul regista: un’innocente ragazza costretta a fronteggiare le forze del male, l’Accademia di danza simile ad un castello, la presenza di sortilegi e figure demoniache sono il frutto di un viaggio che Dario Argento ha compiuto in Francia, Svizzera e Germania alla ricerca d’ispirazione. Le ambientazioni sono infatti ricreate sul modello delle fiabe dei fratelli Grimm che, ben lontane dall’essere innocue favole per bambini, continuano ad esercitare fascino sui lettori di ogni età. A dimostrazione di ciò anche le citazioni a Biancaneve della Walt Disney, naturalmente in chiave più grottesca e macabra. 2) La fotografia Anche da un punto di vista tecnico possiamo ritrovare delle analogie con il classico Disney: entrambe le pellicole fanno uso del Technicolor, procedimento che si distingue per i suoi colori saturi ed aggressivi. Proprio la fotografia è uno dei punti forti dell’opera: realizzata da Luciano Tovoli, si avvale dell’uso di luci colorate poste dietro la carta da parati o al di fuori dell’inquadratura, colorando così i protagonisti e le ambientazioni e conferendogli un aspetto irreale. In questo modo lo spettatore si ritrova trasportato in un mondo onirico, richiamando inoltre l’uso che gli espressionisti tedeschi facevano del bianco e nero, metafora delle inquietudini dei  personaggi. 3) L’atmosfera Ciò che ha reso Suspiria un cult è l’inconfondibile atmosfera che Dario Argento è riuscito a ricreare, grazie anche alla scenografia di Giuseppe Bassan. Inizialmente l’idea del regista era di realizzare un film cui le protagoniste fossero bambine, ma la produzione si oppose temendo la censura. Si optò quindi per un abile stratagemma: […]

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Suspiria di Luca Guadagnino al cinema

Nelle sale italiane dal 1 gennaio 2019, Suspiria di Luca Guadagnino è un film che non rispetta le convenzionali regole dell’horror, a favore di una maggior attenzione sui complessi temi della memoria e del senso di colpa. Accompagnati dalla camaleontica Tilda Swinton e l’enigmatica Dakota Johnson, lo spettatore si ritrova immerso in una narrazione che si dimostra singolare e innovativa . Suspiria – La trama Ambientato a Berlino negli anni della guerra fredda, la pellicola narra le oscure vicende che hanno come protagonista Susy Bannion (Dakota Johnson), ambiziosa ballerina che riesce ad entrare nella prestigiosa Markos Dance Academy gestita da Madame Blanc (Tilda Swinton). Ma le articolate coreografie e la bravura delle insegnanti non sono le uniche componenti a rendere la Markos Academy unica nel suo genere: fra le sue mura si cela un antico ed oscuro segreto legato ad un’arcaica setta e alla misteriosa scomparsa di alcune studentesse. Il dottor Kemplerer, inconsapevole di quali forze stia sfidando, cercherà di far luce sul mistero, convincendo anche l’allieva Sarah (Mia Goth) ad aiutarlo nella pericolosa indagine. Suspiria – Non chiamatelo remake Nonostante il film porti il titolo e lo stesso incipit narrativo della celebre pellicola del maestro dell’horror italiano Dario Argento, le due opere sono in realtà molto diverse fra loro, tanto da chiedersi se sia giusto definire l’ultimo lavoro di Guadagnino un remake. Durante lo sviluppo del film si ha l’impressione che il regista abbia realizzato un’opera che si discosta dall’originale non soltanto per un diverso sviluppo di trama, ma sopratutto per i delicati temi che vengono affrontati con l’evoluzione della storia. Se nella pellicola del 1977 il professor Milius e Sarah, interpretati da Giorgio Piazza e Stefania Caselli, hanno un ruolo marginale e di contorno, nel lungometraggio del 2019 i due personaggi assumono un’importanza maggiore, non solo per il loro coinvolgimento attivo nell’indagine ma anche per il loro background. Il regista utilizza il passato dell’anziano psicologo per mostrarci il senso di colpa di una città che avverte ancora gli effetti della dittatura nazista, che si concretizzano nella rappresentazione dell’iconico Muro e nella divisione della città in due sezioni. Suspiria – La regia Dopo il successo di Call me by your name Guadagnino torna al cinema con una fiaba nera dalle tinte storiche. Nonostante le differenze, è chiaro l’omaggio che il giovane regista compie ad un cult del cinema italiano, che, afferma in un intervista, l’ha affascinato fin da ragazzo. Nel film Tilda Swinton (Ave Cesare, A bigger splash), sua musa ispiratrice e già protagonista di diversi film di successo del regista, dimostra tutta la sua abilità recitativa interpretando tre ruoli diversi ma metaforicamente legati fra loro: Madame Balnc, il professor Kemplerer ed Helena Markos. Ciò è stato possibile grazie alla bravura del make up artist Mark Coulier, che trasforma la talentuosa attrice rendendola irriconoscibile. Il film dimostra inoltre il suo valore attraverso un sapiente uso del montaggio e nella realizzazione delle atmosfere, merito anche della costumista Giulia Piersanti. La pellicola si impreziosisce inoltre con la colonna sonora realizzata da Thom Yorke, cantautore […]

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Van Gogh: “La follia è una benedizione per l’arte!”

«La follia è una benedizione per l’arte!» Questa é una delle più importanti citazioni del film Van Gogh sulla soglia dell’ eternità interpretato magistralmente dall’attore statunitense Willem Dafoe e diretto dal regista Julian Schnabel. Si tratta di un film importante e di grande sensibilità, dedicato al genio incompreso Van Gogh un maestro senza tempo. Vincent Van Gogh era un pittore istintivo e sregolato che dipingeva senza mai correggersi, prendendo per buone sempre i primi colpi di pennello. Le sue pennellate erano brevi e nervose che esprimevano il mondo interiore dell’ artista. Considerato dalla critica un capolavoro filmico Van Gogh sulle soglia dell’ eternità é proiettato dal 3 Gennaio 2019 nelle sale cinematografiche e vanta già un record di incassi. Van Gogh sulla soglia dell’ eternità – Trama Film Il film “Van Gogh: sulla soglia dell’eternità” prosegue con un ritmo ben determinato che riassume con grazia ed eleganza i 3 momenti chiave della vita del pittore Van Gogh. La prima tappa fondamentale é l’incontro tra Van Gogh (William Defoe) e Gauguin (Oscar Isaac) e il loro soggiorno ad Arles, il secondo momento é il ricovero al manicomio di Saint-Rémy ed il terzo é la permanenza di Van Gogh ad Auvers, dove il pittore mori’ misteriosamente. Tra Vincent Van Gogh e suo fratello Theo (Rupert Friend)vi era un rapporto viscerale che si evince durante tutto il film. Theo, convinto sostenitore dell’arte di Vincent, cercò di supportare il fratello con tutti i suoi mezzi fino alla morte del pittore. È di sole che ha bisogno la salute e l’arte di Vincent van Gogh, insofferente a Parigi e ai suoi grigi, il pittore olandese Vincent si trasferisce da Parigi ad Arles nel sud della Francia poiché la sua arte e la sua salute hanno un’ immensa necessità di sole e di vitalità, si ritrova a contatto con la forza misteriosa della natura. Vincent Van Gogh ha sfidato i suoi contemporanei che hanno biasimato la sua arte a tal punto da renderlo folle. Bandito dalla ‘casa gialla’ e ricoverato in un ospedale psichiatrico, lo confortano le lettere di Gauguin e le visite del fratello Theo. Van Gogh sulla soglia dell’ eternità – Caratteristiche del film e del protagonista  Il regista Schnabel, trasportato come Van Gogh dalla luce della Provenza coglie quel passaggio folgorante che viene ritratto spesso nei dipinti del pittore olandese. Tutta la storia di Vincent Van Gogh, come quella di Gauguin, è segnata dal destino, marcata dall’insuccesso, e dall’incomprensione dei contemporanei che per questo motivo conduce l’artista all’isolamento. L’arte di Van Gogh contraddistinta da campi di grano, fogliame d’autunno, cipressi monumentali, giardini selvatici, fiori floridi, fondali gialli, arancio ardente dei crepuscoli, é colore vivo rovesciato sulla tela come magma incandescente, opere d’ arte poco apprezzato dai suoi contemporanei. Alieno al mondo che lo circondava, l’artista Van Gogh esprimeva un malessere profondo, una disperazione totale e una lucidità intensa che lo rendeva spesso odioso agli altri. L’ attore Willem Dafoe interpreta con successo il pittore Van Gogh esprimendone con gli occhi la visionarietà. Si […]

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Film anni ’90, sette pellicole da vedere

I film anni ’90 sono entrati nell’immaginario collettivo di ognuno di noi. Scopriamo insieme quali sono quelli da vedere. Negli ultimi decenni del XX secolo il cinema attraversa un periodo particolare. Sono anni in cui il supporto della pellicola vive gli ultimi anni e in cui si sperimentano le prime innovazioni del digitale. Inoltre un universo di generi e tematiche spazia nel cinema di questi decenni: thriller, film catastrofici, fantascienza, commedie romantiche, film d’impegno e sul disagio giovanile, film d’animazione il cui emblema è il rinascimento Disney e blockbuster che hanno segnato l’immaginario collettivo. Consci che non si tratta di un qualcosa di esaustivo, vi proponiamo una lista di film anni ’90 da vedere, rivedere e scoprire. Preparate i popcorn e accendete il videoregistratore, si parte! Film anni ’90, sette pellicole da vedere Il silenzio degli innocenti – Johnatan Demme Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti è considerato uno dei più grandi thriller degli anni ’90. L’agente Clarice (Jodie Foster) viene incaricata dall’ FBI di catturare Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che rapisce giovani donne per poi ucciderle e scuoiarle. Alle indagini partecipa anche Hannibal Lecter (Antony Hopkins), ex psichiatra detenuto in un carcere di massima sicurezza per via delle sue tendenze al cannibalismo. Clarice scoprirà che il dottor Lecter è un abile lettore dell’anima e scaverà nel passato più profondo della giovane agente per aiutarla a catturare il pericoloso serial killer, ma riaprendo anche dolorose ferite del passato. Quello che colpisce di più de Il silenzio degli innocenti è la continua tensione e l’atmosfera cupa che si respira, complici la fotografia di Tak Fujimoto e le musiche di Howard Shore. A dare il suo contributo ci pensa anche Antony Hopkins, che con la sua interpretazione ha contribuito a plasmare l’immagine oscura ed inquietante di Hannibal Lecter come la conosciamo oggi. Il film ha vinto cinque premi oscar per il miglior film, miglior regia, miglior attore ad Antony Hopkins, miglior attrice a Jodie Foster e migliore sceneggiatura a Ted Tally. «Uno che faceva un censimento una volta tentò di interrogarmi: mi mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti» (Hannibal Lecter/Antony Hopkins) Mediterraneo – Gabriele Salvatores Il cinema italiano ha sempre sfornato capolavori di film e lo dimostra anche Mediterraneo, pellicola di Gabriele Salvatores che ha vinto l’oscar per il miglior film straniero nel 1992. Siamo nel 1942 e un gruppo di soldati italiani viene mandato su un’isola greca del mar Egeo per costruirvi un presidio militare. Il gruppo è formato dal sergente maggiore Nicola Lorusso (Diego Abatantuono), il tenente Raffaele Montini (Claudio Bigagli) e un gruppo di soldati tra cui spiccano Antonio Farina (Gisueppe Cederna) e Corrado Noventa (Claudio Bisio). In quel luogo destinato a scopi bellici, ben presto i soldati riscopriranno il contatto con la semplicità della vita lontano dai clamori della guerra. Mediterraneo è forse il miglior film anni ’90 italiano mai realizzato. Il messaggio di fondo è prettamente antimilitarista, ma quello che colpisce di […]

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Cucina & Salute

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PELLE D’OCA. Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta…

Quella che volgarmente chiamiamo “pelle d’oca”, perché simile alla pelle di un’oca spennata, o più in generale di un volatile spennato, è la temporanea comparsa di piccoli rilievi sulla superficie cutanea, una sorta di mega erezione pelosa. È definita scientificamente “piloerezione”, “orripilazione” o “cute anserina” e potremmo dire che è un modo per far fluire fuori la nostra energia in eccesso. La pelle d’oca si deve a una contrazione involontaria dei muscoli erettori del pelo ed è causata da stimoli nervosi. Si tratta di un meccanismo che affonda le sue radici nell’antichità e che ha resistito ai processi evolutivi. Cause della piloerezione o, più comunemente, “pelle d’oca” La piloerezione può verificarsi quando il corpo percepisce un freddo intenso. I peli eretti trattengono uno strato d’aria che ostacola la dispersione del calore corporeo, processo più efficiente negli animali dotati di pelo lungo. Se, al contrario, si percepisce molto calore, i muscoli erettori dei peli si rilassano, consentendo alle ghiandole sudoripare di dilatarsi, eliminando in questo modo il calore in eccesso attraverso il sudore. Nelle situazioni in cui si è investiti da una forte emozione, è possibile che la pelle d’oca sia scatenata dal meccanismo “fight or flight” (“combatti o scappa” o “attacco o fuga”) per predisporre l’organismo a sostenerne lo sforzo tempestivo. Si tratta di una scarica generale del sistema nervoso simpatico ed è un tipo di risposta corrispondente a una zona del nostro cervello chiamata “ipotalamo” che, quando stimolato, inizia una sequenza di accensione delle cellule nervose. Si ha, così, un rilascio di sostanze chimiche che preparano il nostro corpo alla fuga o alla lotta. Il motivo per cui suoni tremendamente irritanti come un graffio alla lavagna possano causare la pelle d’oca rimane ancora inspiegabile. La pelle d’oca, talvolta, è anche un sintomo di alcune malattie oppure un effetto collaterale dell’infusione endovenosa di dobutamina. Generalmente, associamo la pelle d’oca ai brividi di freddo e a certi particolari stati emotivi che possono coinvolgerci quando ammiriamo uno spettacolo naturale o, ad esempio, durante l’ascolto della nostra canzone preferita, che sono esperienze sensoriali che attivano il “percorso di ricompensa“. Le strutture coinvolte in questo sistema si trovano lungo le principali vie della dopamina nel cervello, per cui vengono attivate le medesime aree cerebrali coinvolte nelle condizioni di eccitazione e dipendenza. Se la pelle d’oca è qualcosa che si palesa in caso di una forte emozione, ingenuamente, potremmo pensare che la pelle d’oca non menta. Eppure qualcuno riesce a controllarla, secondo i risultati di una ricerca della Northeastern University, pubblicata sulla rivista Peer J. Nella preistoria gli uomini, ancora ricoperti di una folta peluria, si servivano della pelle d’oca come strumento d’intimidazione, al pari degli animali che quando hanno paura drizzano il pelo per apparire più temibili. Una funzione che nel corso dei millenni ha perso di utilità. Ciò che affascina è che abitiamo pelli differenti per sentire e sperimentare gli stimoli esterni: le esperienze non sono emozionanti per tutti allo stesso modo. Può capitarci di cambiar pelle. Di provare sensazioni a pelle. Di […]

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Smettere di fumare, come farlo e quali sono i benefici

Recenti studi affermano che i fumatori in Italia aumentano sempre più, nonostante siano ben chiari i rischi legati al fumo e le relative patologie indotte da esso crescano a dismisura. Smettere di fumare non è semplice, ma esistono dei metodi alternativi che aiutano ad affrontare tale percorso. Presupposto fondamentale per poterci riuscire è prepararsi a tale passo, con grande anticipo, creando una sorta di tabella che comprenda tutte le strategie utili a concentrarsi sull’obbiettivo, soprattutto per non scoraggiarsi o demotivarsi. È importante scegliere una data entro la quale smettere definitivamente di fumare; molti fumatori, solitamente, concentrano l’azione in un arco temporale di due settimane, durante le quali bisognerà prepararsi psicologicamente a compiere tale passo. Sono da evitare quei giorni particolarmente frenetici, nei quali si hanno molte attività da svolgere e si tende ad essere più stressati; tutte situazioni e circostanze che aumentano nella persona  la tentazione di accendere una sigaretta. Altro fattore da non sottovalutare, per smettere di fumare, è la vicinanza di persone care, che possano motivare e quindi aiutare a compiere definitivamente e senza ripensamenti, questo passo. Ad esempio, informare la propria famiglia rispetto a questa decisione, magari un giorno prima rispetto al giorno prestabilito, è uno stimolo di notevole importanza. Questi sono alcuni dei passaggi cardine di una decisione così importante e soprattutto salutare. In quest’ottica, appare necessario sottolineare che, al di là di tutto, ciò che veramente conta è capire le motivazioni per le quali si decide di smettere di fumare. Bisognerà ricordare ogni giorno la propria decisione, come vettore verso il quale convergere. Uno dei problemi principali quando si smette di fumare, è quello dell’astinenza. Come risolvere l’annoso problema dell’astinenza? Le sigarette contengono nicotina, una sostanza che crea una fortissima dipendenza. Quando si smette di fumare, l’organismo ha bisogno di tempo, affinché possa abituarsi all’assenza di nicotina, e dunque, attraversa una vera e propria fase di astinenza. Un processo sicuramente spiacevole, con il quale bisogna necessariamente fare i conti, ma che è possibile superare con strategie opportune messe a punto prima di intraprendere tale strada.  Ad esempio, per gestire al meglio i sintomi propri dell’astinenza si può modificare il proprio stile di vita e ricorrere a farmaci blandi, molti dei quali sono in vendita in farmacia senza ricetta. Esistono inoltre alcune applicazioni (scaricabili sul proprio cellulare) e delle linee telefoniche alle quali rivolgersi. La voglia irrefrenabile di fumare, dura solitamente 5-10 minuti, durante i quali bisogna assolutamente distrarsi, affinchè la mente possa concentrarsi su altro. Bisogna ricordare, inoltre, che esistono dei gruppi di ascolto ai quali rivolgersi quando si decide di smettere di fumare. Capire se nella propria zona esistano gruppi di ascolto è semplice basterà chiedere al proprio medico di base. Smettere di fumare e sconfiggere la dipendenza da nicotina Quando un fumatore smette di fumare, dovrebbe tener presenti due aspetti fondamentali; non si tratta solo di sconfiggere una dipendenza, bensì due. La dipendenza da nicotina è doppia: da un lato essa è una dipendenza fisica (data dalle sostanze contenute nella sigaretta) e dall’altro è una dipendenza […]

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Come si fa il gelato? Istruzioni per l’uso

Come si fa il gelato? Il gelato, uno dei dolci più conosciuti al mondo, può essere preparato in vari modi, proviamo ad illustrarvi i nostri preferiti Il gelato è uno dei dolci più conosciuti al mondo. Anche se molti ne attribuiscono la paternità all’Italia, in realtà non si sa con certezza dove sia nato. Secondo alcuni il gelato è nato nel periodo dell’Impero romano quando gli antichi romani inventarono i “nivatae potiones”, veri e propri dessert freddi. Nel Cinquecento, Firenze crea il gelato moderno, fatto di latte, panna e uova grazie all’architetto Bernardo Buontalenti. Il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli aprì il primo caffè-gelateria della storia a Parigi, il famoso Caffè Procope. Alla fine del XVIII secolo l’italiano Filippo Lenzi aprì la prima gelateria in America, dove fu inventata la sorbetteria a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young. Ma il primo gelato industriale su stecco fu italiano, ed è stato il Mottarello al fiordilatte e nacque nel 1948.  (Fonte: www.istitutodelgelato.it) Ma come si fa il gelato? Per preparare il gelato occorre disporre di una gelatiera, ma se non ne siete provvisti ci sono vari modi per prepararlo usando il robot da cucina (es. il Bimby), l’estrattore o un semplice frullatore o usando solo il freezer! Gelato allo yogurt- Ricetta n. 1 (con gelatiera) Ingredienti per 700 gr di gelato Yogurt 500 ml Panna fresca liquida 125 ml Latte intero 125 ml Zucchero 120 gr Glucosio 10 gr Farina di semi di carrube 5 gr Procedimento: versare la panna e il latte in un pentolino, aggiungere lo zucchero , il glucosio e la farina di carrube  quindi mescolate per fare sciogliere tutti gli ingredienti: portate il composto a 80-85°, poi, mettete subito il pentolino a bagnomaria di acqua fredda e ghiaccio per abbattere velocemente la temperatura. Coprite il pentolino con un coperchio e mettete in frigorifero a raffreddare  per almeno due ore. Quando il composto sarà ben freddo unirlo allo yogurt (anch’esso molto freddo), mescolate per amalgamare gli ingredienti, successivamente mettete il tutto nella macchina per il gelato  e fate mantecare per almeno mezz’ora o fino a che il gelato non sarà cremoso e molto denso. Versate il gelato in un contenitore col coperchio e mettete in freezer per almeno tre-quattro ore. Buon appetito! Fonte: https://ricette.giallozafferano.it/Gelato-allo-yogurt.html Ricetta n. 2 Gelato di frutta (con il frullatore/tritatutto) Ingredienti: frutta 100 g (già congelata e tagliata in piccoli pezzi) zucchero a velo 4o g latte 150 g (già congelato nelle formine del ghiaccio) Procedimento: tirare fuori dal freezer 5 minuti prima frutta e latte congelati e poi mettere tutto nel frullatore, amalgamare fino a quando la consistenza non sarà buona e poi buon appetito! Fonte: http://www.piacerediconoscerti.it/2011/07/gelato-senza-gelatiera/ Ricetta n. 3- Gelato al caffè (senza gelatiera né frullatore) Ingredienti: 3 uova (da tenere prima in frigo) 100 gr di zucchero 500 ml di panna da montare (da tenere prima in frigo) 1 tazzina di caffè lungo (da tenere prima in frigo) 1 cucchiaino di caffè solubile 1 cucchiaino di cacao amaro 1 cucchiaino di liquore al caffè (opzionale, serve a non far ghiacciare il gelato) Procedimento:  Separare […]

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Le 11 regole di Orwell per una perfetta tazza di tè

Bere del tè, in Inghilterra come in Russia, è qualcosa di molto serio, che assomiglia a un vero e proprio rito. Per noi italiani, abituati a consumare tè a buon mercato, magari in filtri pronti per l’infuso, durante una veloce colazione o in ufficio, appare un’impresa davvero titanica credere che ci sia chi, alle cinque in punto o attorno ai preziosi samovar alimentati a carbone, si ritrovi a bere, con atteggiamento quasi religioso, una tazza fumante di questa squisita bevanda. Ignoriamo, in effetti, che la condivisione di un simil momento assuma, per un inglese fedele a secoli di tradizione e durante il freddo pietroburghese, un significato profondo: ossia, dichiarare il bene che si vuole all’altro, il rispetto che si nutre nei suoi confronti, la fiducia che si ripone in lui. Ancor più strano, per i non addetti, sarà leggere che esistono tantissime tipologie di tè – alcune più economiche, altre che costano, invece, un occhio della testa – e delle attrezzature necessarie (come il colino, per raccogliere le foglie, il termometro, per misurare la temperatura dell’acqua, e la teiera) per preparare una infusione a regola d’arte. Se quanto detto non è ancora sufficiente, un utile aiuto ci viene offerto dallo scrittore inglese George Orwell, grande amante dell’antica bevanda e autore di capolavori come La Fattoria degli animali e 1984, che pubblicò nel 1946, sul quotidiano Evening Standard, ben undici regole d’oro per assaporare una perfetta tazza di tè. Come si beve il tè: le undici regole d’oro di George Orwell 1) Si dovrebbe usare il tè indiano o di Ceylon. Quello cinese ha delle virtù che, al giorno d’oggi, non vanno disprezzate – è economico, e lo si può bere senza latte – ma non è molto stimolante. Non ci si sente più saggi, coraggiosi o positivi dopo averlo bevuto. Chiunque utilizzi la confortante frase “una bella tazza di tè” si riferisce sempre a quello indiano. 2) Il tè deve essere preparato in piccole quantità, cioè in una teiera. Preparato in un vaso è sempre insipido, mentre quello dell’esercito, che viene fatto in un calderone, ha il sapore del grasso e della calce. La teiera deve essere di porcellana o terracotta. Le teiere d’argento o di metallo Britannia producono tè di qualità inferiore. Le pentole smaltate sono ancora peggiori; stranamente, una teiera di peltro (una rarità, al giorno d’oggi) non è poi così male. 3) La teiera deve essere riscaldata in anticipo. Si consiglia di farlo posizionandola sul piano di cottura piuttosto che versandoci acqua calda, come invece si fa solitamente. 4) Il tè deve essere forte. Per una teiera da un litro, se hai intenzione di riempirla fino all’orlo, sono necessari sei cucchiaini. In tempo di crisi, ciò non si può fare tutti i giorni, ma sono convinto che una tazza di tè forte sia migliore di venti deboli. Tutti i veri amanti del tè lo preferiscono forte, e ancor di più con il passare degli anni – un fatto risaputo circa la quantità extra concessa alle persone più anziane. […]

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Mago Merlino, le storie e le leggende

La figura del Mago Merlino è tra le più famose del ciclo arturiano. Su questo personaggio sono state tramandate storie e leggende che hanno affascinato i lettori di ogni tempo. Alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Mago Merlino. Il suo nome, come molti sanno, è legata alla fama di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, a tutto quell’insieme di leggende, narrazioni e poemi che in letteratura vengono riuniti sotto la categoria di ciclo bretone. Ma quali sono le sue origini? In che modo è riuscito a prevedere la fortuna di Artù e quale ruolo ha avuto nella storia del regno di Camelot, il più noto nella storia della Britannia letteraria? Mago Merlino, le fonti del personaggio Prima di tutto la figura di Merlino che ci è stata tramandata dal ciclo bretone è il risultato della commistione di due personaggi descritti nelle fonti medievali come Ambrosio Aureliano e Myrddin Wyllt (o “Merlino il Selvaggio”). Mentre il primo, stando a quanto scrive Gildas nel De excidio et conquestu Britanniae, era un condottiero britannico che guidò i suoi uomini alla vittoria contro i Sassoni nella battaglia del monte Badon (tra il 493 e il 503), il secondo fu descritto da Goffredo di Monmouth nella Vita Merlinii come un guerriero che uscì di senno dopo una battaglia e si ritirò a vivere nei boschi. L’unica cosa che ha in comune con il Merlino arturiano è il dono della chiaroveggenza. Il Mago Merlino di Goffredo di Monmouth Il primo autore a delineare il profilo di Mago Merlino fu proprio lo storico britannico Goffredo di Monmouth nella Historia Regum Britanniae (1136-1149). Qui si narra di come Vortigern, autoproclamatosi re dei Bretoni, si fosse rifugiato sul monte Erir in Galles allo scopo di far costruire un castello con cui potersi difendere dai Sassoni. Ma quando l’edificio era sul punto di essere ultimato, questi crollava all’improvviso al suolo. Consultatosi con i suoi indovini, Vortigern venne a sapere che l’unico modo per rendere stabili le fondamenta era quello di mescolarle con il sangue di un fanciullo nato senza padre. Manda così alcuni uomini nella cittadina di Carmarthen e qui vedono un bambino piangere perché alcuni suoi coetanei lo prendono in giro in quanto è orfano. Quel bambino Goffredo lo identifica con Merlinus, ovvero Merlino. Portato assieme alla madre al cospetto di Vortigern, Merlino dice al re che conosce il motivo per cui le fondamenta del castello non reggono. Viene così condotto al monte e chiede a Vortigern di far scavare il terreno ai suoi uomini. Così all’interno della terra viene trovato uno stagno con all’interno due draghi, uno bianco e uno rosso, che si uccidono a vicenda. Merlino spiega a Vortigern che si tratta di una visione: egli cadrà per mano o dei Sassoni o dei Britanni. Dopo poco tempo si presentano i fratelli di Vortigern: Uther e Aurelio, pronti a vendicarsi dell’usurpatore e dell’assassino di loro padre. E come previsto da Merlino, Vortigern morì nel suo castello dato alle fiamme dai due […]

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Testi d’amore, i cinque più belli

Testi d’amore Nell’era delle apparenze, delle conoscenze che si vestono d’amicizia. Nell’era delle telecomunicazioni, che della genuina comunicazione fanno progressivamente a meno. Nell’era dell’erotismo scontato e di un romanticismo sopravvalutato, della monotonia e della voragine interiore, i testi d’amore ancora riescono, attraverso le parole ad alimentare passioni, incatenare cuori, catturare la mente e bagnare gli occhi. Dalla poesia ai testi musicali, la parola risulta essere ineclissabile, la più vera e dolce freccia scoccata dall’arco di Cupido. Arma migliore per destare sentimenti ed emozioni assopiti. Di seguito si riportano cinque testi selezionati dal panorama della poesia. Cinque tra le migliori, profonde ed autentiche dichiarazioni d’amore, che ancora riescono a sciogliere i cuori come neve al sole. Testi d’amore. Le poesie Da Baciami di Jacques Prévert Se tu smettessi di baciarmi Credo che morirei soffocata Hai quindici anni ne ho quindici anch’io In due ne abbiamo trenta A trent’anni non si è più ragazzi Abbiamo l’età per lavorare Avremo pure diritto di baciarci Più tardi sarà troppo tardi La nostra vita è ora Baciami! Con queste dolcissime parole il poeta francese Prévert esprime con ardore e delicatezza il più tenero dei sentimenti sigillato dal bacio. E cos’è un bacio se non una calda carezza donata all’anima, assaporandone tutta l’essenza! E il tempo per baciare è qui, è ora, perché poi può essere troppo tardi, e senza si rischia di soffocare.   Sì, sì di Charles Bukowski Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto… …Quando creò te distesa a letto Sapeva cosa stava facendo Era ubriaco e su di giri E creò le montagne e il mare e il fuoco Allo stesso tempo Ha fatto qualche errore Ma quando creò te distesa a letto Fece tutto il Suo Sacro Universo. Così si esprime il poeta e scrittore statunitense Bukowski, con parole semplici, ma carnali e divine insieme. Perché l’oggetto d’amore, la donna e il suo corpo, viene descritto come il più bel miracolo che Dio abbia creato. E quel dolce miracolo è lì, pronto ad inebriare sensi e spirito, ad alimentare un amore che scorre e pulsa forte nelle membra.   Ieri sera era amore di Alda Merini Ieri sera era amore, io e te nella vita fuggitivi e fuggiaschi con un bacio e una bocca come in un quadro astratto: io e te innamorati stupendamente accanto. Io ti ho gemmato e l’ho detto: ma questa mia emozione si è spenta nelle parole.   Una struggente poesia d’amore della poetessa italiana Alda Merini dedicata al marito Ettore. Un testo in cui si condensa l’amore puro, amore al quale ha dedicato in vita tutta se stessa. Il tempo imperfetto già indicato nel titolo sottolinea la precarietà di un sentimento, sì profondo e coinvolgente, ma spesso privato di quella certezza proiettata ad un futuro infinito. Oggi è amore, ma domani potrebbe non esserlo. Pertanto si percepisce nella poesia la paura, non della morte, ma dell’amore stesso, là dove un’emozione intensa può spegnersi nelle parole.   Da Ti ho vista di Guido Catalano …il […]

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Castore e Polluce: la storia dei Dioscuri

La mitologia greca ci ha tramandato storie tra le più affascinanti e intriganti di sempre. Tra amori folli, tradimenti e infatuazioni improbabili, le storie degli dei greci non smettono di appassionare chiunque si accinga a leggerle. Il padre degli dei, Zeus, non manca di essere il protagonista delle storie più avvincenti. Tra queste, quella riguardante la nascita di due gemelli, Castore e Polluce, definiti Dioscuri, in quanto figli di Zeus. Le avventure che riguardano i due fratelli sono innumerevoli e il forte legame che li unisce è dimostrato dal loro essere sempre l’uno di fianco all’altro in ognuna di queste ultime, fino alla morte. Ma vediamo insieme chi sono e la loro storia. Castore e Polluce, i due eroici gemelli greci La storia di Castore e Polluce è forse il frutto della fusione di leggende riguardanti due divinità greche e due eroi spartani. Data la natura immortale di Polluce e quella mortale di Castore, si narra che la madre Leda li avesse in realtà concepiti separatamente nell’arco della stessa giornata, il primo con Zeus, il secondo con il re spartano Tindaro. Sorella dei due sarebbe stata Elena, figlia di Zeus. I tre sono legati da un grande affetto, tant’è che i fratelli intervengono in maniera immediata quando Elena viene rapita da Teseo. Secondo altre leggende, invece, i tre fratelli sarebbero stati in realtà concepiti da Leda e da Zeus trasformato in cigno. I Dioscuri sarebbero inoltre tra gli Argonauti, che con Giasone partirono alla conquista del vello d’oro. In questa impresa Polluce si distinse grazie alle sue doti nel pugilato; egli, infatti, viene considerato il primo vincitore delle Olimpiadi. Castore, invece, sarebbe stato un eccellente auriga, e si sarebbe distinto nella corsa. Tra le varie gesta affrontate dai gemelli vi sarebbe lo scontro con i figli di Afareo, a causa del rapimento di un gregge. Nella lotta che ne consegue, Castore viene ferito mortalmente, mentre Polluce, ucciso uno dei nemici, viene salvato dal padre Zeus, che fulmina il secondo. La morte del fratello Castore è insostenibile per Polluce, che implora il padre degli dei di concedergli di ricongiungersi con l’amato fratello. Il dio esaudisce a metà la richiesta del figlio, concedendogli di vivere per metà del tempo negli inferi, destinati a Castore, e per l’altra metà sull’Olimpo. Secondo altri, invece, l’ultima impresa dei Dioscuri sarebbe legata al rapimento delle figlie di Leucippo, promesse spose dei figli di Afareo. Anche in questo caso, uno scontro tra le due coppie di fratelli conduce Castore alla morte, mentre Polluce viene salvato dall’intervento del divino padre. La sofferenza di Polluce, anche stavolta è incontenibile, al punto di rinunciare al privilegio dell’immortalità, per non separarsi da Castore. Zeus concede in questo caso ai fratelli di vivere alternativamente un giorno sull’Olimpo e l’altro nella tomba ad essi dedicata, nell’amato territorio spartano. Il culto dei Dioscuri I due mitici fratelli godettero di un vero e proprio culto a Sparta, con tanto di templi ad essi dedicati. Vennero in seguito rappresentati come aurighi o cavalieri, o con ali. […]

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Paesi dell’Unione Europea: quanti e quali sono

L’Unione Europea, o semplicemente UE, è un’organizzazione internazionale politica ed economica, che annovera attualmente 28 paesi membri, 27 non appena sarà formalizzata l’uscita del Regno Unito. I Paesi dell’Unione Europea coprono una superficie non particolarmente estesa, facendone la settima entità mondiale per estensione. Non tutti i paesi membri, però, fanno parte della zona euro, e altri ancora sono candidati per l’ingresso nell’Unione. Quali sono i Paesi dell’Unione Europea? I 28 paesi membri dell’Unione europea sono: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ungheria. Il Regno Unito, col referendum che si è tenuto lo scorso 23 giugno 2016, ha votato a favore della Brexit, ovvero per l’uscita dall’Europa. Si stima che l’Unione Europea conti al proprio interno, tra i 28 paesi che ne fanno parte, circa 503 milioni di abitanti, una percentuale molto bassa, soprattutto in riferimento alla popolazione mondiale e al numero abbastanza alto di Paesi membri e nonostante l’UE registri un prodotto interno lordo di notevole entità. I paesi fondatori dell’Unione europea sono l’Italia, il Lussemburgo, la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi e la Germania, all’epoca ancora divisa tra parte ovest, aderente all’unione, e quella est nel blocco dell’Unione Sovietica. Quando è nata l’Unione Europea? L’Unione Europea nacque venticinque anni fa, con i trattati di Maastricht. Il trattato definitivo sull’Unione Europea venne firmato il 7 febbraio 1992 nella cittadina olandese di Maastricht dai dodici Paesi allora parte della CEE. Nel corso del tempo, l’UE è cresciuta sempre più e continua a crescere, anche grazie ai vari paesi che attendono di entrare a farne parte. I paesi al momento candidati sono: Turchia, Macedonia, Montenegro, Serbia e Albania. Nel 2010 anche l’Islanda si era candidata, per poi ritirarsi nel 2015. Un caso a parte è quello del Montenegro, che ha adottato unilateralmente l’euro già nel 2002, dal momento che prima lo stato aveva in vigore il marco tedesco L’ultimo Paese ad aver aderito all’Unione Europea è la Croazia, nel 2013.  

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Microsoft Office gratis se si è studenti

Microsoft Office gratis? Sí, se sei studente o insegnante Microsoft Office 365 Education comprende una varietà di servizi che consentono di collaborare e condividere i progetti scolastici ed include Office Online (Word, PowerPoint, Excel e OneNote), 1 TB di spazio di archiviazione di OneDrive, Yammer e siti di SharePoint. In tal modo le applicazioni principalmente utilizzate, come ad esempio Word o PowerPoint, possono essere reperite gratuitamente online, ed è possibile quindi scaricare direttamente dal proprio computer, documenti vari, oppure salvarli nello spazio di memoria virtuale del sito web Office. Anche se si decide di scaricare l’abbonamento direttamente sul proprio pc, la versione utilizzabile online è identica e facile da utilizzare. Tuttavia alcuni istituti consentono agli studenti di installare gratuitamente le versioni complete delle applicazioni di Office in un totale di 5 PC o Mac. Se il proprio istituto offre questo vantaggio aggiuntivo, apparirà il pulsante “Installa Office” nella home page di Office 365 dopo aver completato l’iscrizione. Come si fa ad avere Microsoft Office gratis? Naturalmente, per utilizzare Microsoft Office gratis è necessario che l’università o l’istituto scolastico che si frequentano abbiano aderito al programma di Microsoft Student Advantage (ma la maggior parte lo ha già fatto) e  occorrerà dare prova di essere effettivamente degli studenti. Farlo è facile, è possibile autenticarsi e quindi dimostrare di essere uno studente regolarmente iscritto, anche con l’e-mail personale fornita dall’università. Per usufruire di Office 365 basterà seguire le seguenti indicazioni: Innanzitutto bisognerà accedere alla Webmail studenti dal portale della propria università. Sarà poi necessario autenticarsi con codice fiscale e PIN (lo stesso PIN che si utilizza per l’accesso al Portale Studenti). All’interno della pagina web della posta elettronica, cliccare sull’ingranaggio in alto a destra per entrare nelle impostazioni del profilo. Cercare e cliccare la voce “Impostazioni delle app personali – Office 365”. Cliccare sulla voce “Software”. Selezionare Lingua e Versione. Verificare i requisiti di sistema e avvia l’installazione della versione più recente di Office cliccando su “Installa”. Infine, salvare l’eseguibile di Office 365 e installarlo. Microsoft Office 365 è già utilizzato da tanti studenti e sono numerosi gli atenei italiani, ma anche le scuole, che aderiscono. Una possibilità in più per gli studenti, nativi digitali, e anche per gli insegnanti, i quali potranno lavorare utilizzando il proprio computer e i servizi garantiti da Microsoft Office, innovativi e intuitivi. – Foto di: Webgeneration

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Le migliori 5 distro Linux per principianti

Quale distro Linux scegliere per un principiante? Esistono diverse decine di distribuzioni Linux (chiamate in modo gergale anche distro Linux ), e questo può disorientare chi si avvicina per la prima volta a questo mondo. Si parla di distribuzioni Linux perché quello che hanno in comune i sistemi operativi basati su Linux è il kernel (la parte del software che gestisce l’hardware), che è Linux. A questo ogni distribuzione aggiunge delle utilità di sistema, un ambiente desktop alias desktop environment (l’interfaccia grafica che si presenta all’utente) e dei software preinstallati (browser, suite per l’ufficio, lettori multimediali ecc.). A seconda del software incluso le distribuzioni Linux possono essere adatte a dei neofiti o meno, in questo articolo abbiamo scelto cinque distribuzioni Linux per principianti. Un avvertimento valido per tutte le distribuzioni: alcuni ambienti desktop hanno un design particolare, diverso dal “tradizionale” design di macOS e soprattutto di Windows. Se si cerca una distribuzione Linux per principianti e non si vuole familiarizzare con un tipo di desktop diverso può essere il caso di non usare ambienti come GNOME o Xfce. Ambienti con un design più tradizionale includono Cinnamon, LXQt, MATE e KDE. Inoltre le applicazioni preinstallate non sono quelle dei sistemi Windows o macOS, ma le loro controparti come software libero. Cinque distribuzioni Linux per principianti elementary OS Nata nel 2011, elementary OS è una distro Linux basata su Ubuntu, da cui deriva la compatibilità hardware e la facilità di trovare supporto. Utilizza Pantheon come un ambiente desktop, che richiama molto l’aspetto di macOS, il sistema operativo dei Mac. Tra i difetti, rimediabili grazie ai software per Ubuntu, la scarsità di applicazioni preinstallate e la scelta di avere un’utilità per l’installazione di programmi (AppCenter) autonoma e con pochi applicativi disponibili. Per scaricarla gratuitamente basta scegliere di “donare” 0$. Linux Mint Nata nel 2006, Linux Mint è basata su Ubuntu e Debian (sistema storico, efficiente e affidabile ma poco adatto ai neofiti). Consente di scegliere come ambiente desktop tra Cinnamon, MATE e KDE. Ha la stabilità e disponibilità di applicazioni di Debian ed Ubuntu, un ottimo numero di applicazioni preinstallate ed un’interfaccia con un design tradizionale e moderno allo stesso tempo. Distribuzioni Linux per neofiti: gli screenshot OpenSuse Nata nel 2005, OpenSUSE è la versione “comunitaria” di SUSE, una distribuzione Linux commerciale. Stabile e ben testata, richiede relativamente poche risorse rispetto ad altri sistemi. Offre Gnome o KDE come ambienti desktop, ed all’installazione offre già un sistema completo grazie alle applicazioni preinstallate. Notevole tra questi YaST, centro di controllo che permette di avere sottomano tutto il necessario alla gestione del sistema. PCLinuxOS Nata nel 2003, PCLinuxOS è pensata come distribuzione Linux per principianti, il suo slogan è “radically simple”, estremamente semplice. Come ambienti desktop propone KDE o MATE, con un’interfaccia semplice e moderna. Ha un’ampia scelta di applicazioni sia preinstallate che disponibili (grazie al gestore di pacchetti Synaptic), fino a qualche anno fa era popolare come scelta per neofiti, oggi non è più così diffusa. Ubuntu e derivate ufficiali Nato nel 2004, Ubuntu […]

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L’SMS: un tempo mezzo di comunicazione, oggi prezioso strumento di sicurezza

Gli SMS sono degli strumenti davvero utilissimi, e sebbene si creda che siano oramai del tutto obsoleti, in realtà continuano ad essere assai importanti nella nostra quotidianità. Può essere sicuramente utile, a tale riguardo, aprire una parentesi “storica”, evidenziando il fatto che l’SMS odierno sia un qualcosa di profondamente differente rispetto a quello di anni addietro. Il boom degli anni Duemila e il cambio di rotta nel decennio successivo Attorno agli anni Duemila gli SMS iniziarono a spopolare: l’idea di comunicare senza dover effettuare una chiamata, ma semplicemente scrivendo un breve messaggio testuale, trovò un grandissimo riscontro sul mercato, e nel mondo iniziarono ad essere scambiati milioni e milioni di SMS ogni anno. I giovani e i giovanissimi si innamorarono subito di questo nuovo metodo di comunicazione, rendendolo un vero e proprio “must”, ma la praticità degli SMS non è rimasta a lungo indifferente neppure tra le fasce di popolazione adulta. Un cambiamento radicale nell’utilizzo del classico messaggino di testo è avvenuto circa un decennio dopo, quando la connessione sul telefono cellulare ha iniziato a divenire efficiente, funzionale ed economica. Le App di messaggistica istantanea, completamente gratuite, hanno annientato gli SMS come strumento di comunicazione, tuttavia gli “Short Message Service” continuano ad essere assai utili ancora oggi, se pur in modo differente. Gli SMS come strumento per la sicurezza telematica Oggi, ad esempio, gli SMS sono fondamentali nelle varie procedure di autenticazione online, necessarie ad esempio quando si eseguono delle registrazioni. Per tantissimi servizi online, da quelli relativi alla Pubblica Amministrazione fino a quelli riguardanti l’Internet Banking e altri sistemi di pagamento e di ricezione di denaro online, l’SMS è fondamentale non solo ai fini dell’autenticazione, ma anche come Alert, dunque come notifica del compimento di una determinata operazione. Gli SMS oggi sono adoperati anche per fornire agli utenti dei PIN attraverso i quali potranno accedere ai più disparati servizi online, è dunque molto evidente il fatto che oggi la ricezione di un SMS abbia comunque una grande importanza e presenti caratteristiche diverse da quelle originarie, decisamente più informali. Possiamo affermare insomma che oggi è ben più raro, rispetto al passato, ricevere un SMS, ma quando ciò avviene vi prestiamo una grandissima attenzione in quanto sappiamo che con ogni probabilità si tratta di una comunicazione ufficiale, e non del messaggio di un nostro amico o di un nostro parente. I moderni servizi dedicati agli sviluppatori web Coerentemente con questa nuova “identità” dell’SMS si sono diffusi sempre di più dei servizi specifici, dedicati agli sviluppatori web. Aziende specializzate quali SMS Hosting, il cui sito Internet ufficiale è smshosting.it, offrono ad esempio dei servizi specifici di SMS OTP, attraverso i quali gli sviluppatori possono rendere assolutamente sicuro l’accesso degli utenti alle loro App e ai loro portali web. Grazie a tali strumenti, infatti, gli accessi vengono autenticati tramite l’inserimento di un codice PIN che viene inviato all’utente proprio via SMS, e questa è senz’altro una soluzione in grado di garantire la miglior sicurezza, sia all’utente che a chi gestisce il servizio online. Alla luce di quanto visto, dunque, è davvero improbabile che l’SMS possa essere, in un futuro, […]

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Libri in pdf: come scaricarli e leggerli (legalmente)

Libri in pdf, come e dove scaricarli gratis Non tutti sanno che esistono siti per scaricare ebook gratuitamente e legalmente. Questi libri solitamente sono disponibili perché le opere sono finite nel pubblico dominio una volta scaduti i termini di legge, o perché l’autore/la casa editrice le hanno rese disponibili disponibili gratuitamente per promozione. Abbiamo steso una breve e non esaustiva lista online di siti per scaricare libri, sia che siano PDF/ebook senza DRM (“lucchetti digitali” per la tutela dei diritti d’autore) utilizzabili ovunque, oppure ebook con sistemi di protezione (tipicamente quelli dei negozi online), con qualche consiglio per l’uso. Come scaricare libri gratis? Ecco la nostra guida! N.B. Teoricamente questi siti non dovrebbero includere violazioni di copyright, ma è sempre buona norma verificare prima di scaricare. Come scaricare libri in pdf gratis Partiamo dai siti per scaricare ebook completamente in italiano o con una sezione dedicata ai testi in italiano e che rispondono al trittico “libri gratis pdf”. Biblioteca della letteratura italiana: una piccola raccolta di classici della letteratura italiana, realizzata da Pianetascuola ed Einaudi. Offre il download di libri pdf gratis senza DRM. LiberLiber: alias Progetto Manuzio, è una raccolta di oltre 4800 libri, 8000 brani musicali e decine di audiolibri, completamente in italiano. Permette il download in vari formati senza restrizioni, come EPUB, ODT e PDF; i libri sono sottoposti a diverse licenze che permettono comunque la lettura gratuita del testo. ManyBooks.net: libreria online gratuita nata nel 2004 con testi di Project Gutenberg, è arrivata ad offrire oggi oltre 50.000 ebook gratuiti, con una sezione per quelli in italiano. Negozi di ebook: molti hanno una selezione di testi offerti gratuitamente o nel pubblico dominio, accessibili solitamente tramite registrazione. Possono essere sia utilizzabili liberamente che vincolati tramite DRM e software del negozio. Li troviamo ad esempio su Amazon, Bookrepublic, Feedbooks, Google Play Store, IBS, La Feltrinelli, Mondadori Store e StreetLib (ex UltimaBooks). Project Gutenberg : un progetto per la digitalizzazione di libri nel pubblico dominio. Offre oltre 57.000 testi in più lingue, tra cui l’italiano, utilizzabili senza restrizioni. Wikisource: parte della fondazione Wikimedia (la stessa di Wikipedia), raccoglie testi di pubblico dominio o con licenze libere, ha una sezione completamente in italiano. I libri sono scaricabili gratuitamente in vari formati, ma una parte dei testi non è completa e/o formattata. Come scaricare ebook gratuitamente (siti multilingue) La maggior parte dei siti per il download di libri è in lingua inglese ed offre di solito un catalogo più esteso rispetto a quelli in italiano. In questo caso occorre prestare attenzione alle normative sui diritti d’autore che potrebbero essere diverse da quella italiana. Authorama: una raccolta di libri classici nel pubblico dominio e di testi sotto licenza Creative Commons. Free Computer Books: una raccolta di link a ebook gratuiti di informatica, ad esempio promozioni degli editori. Internet Archive (eBooks and Texts): è un progetto che si occupa di creare un archivio digitale di pagine web, libri, filmati e contenuti multimediali. Ospita tra l’altro oltre 11 milioni di libri e testi, disponibili […]

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Libri

Libri

“Rugiada, la voce di Roma”: un romanzo di Mara Bruno

“Rugiada, la voce di Roma”: il nuovo romanzo di Mara Bruno | Recensione Pubblicato da AG Book Publishing lo scorso dicembre, Rugiada, la voce di Roma è un romanzo dell’autrice romana Mara Bruno. La storia è ambientata a Roma ed ha inizio il 20 settembre del 1870 quando, dopo l’ingresso dei bersaglieri attraverso la Breccia di Porta Pia, la città viene annessa al Regno d’Italia. Il 20 settembre è, dunque, una data importante per i romani a causa di questo avvenimento storico ma lo è, in particolare, anche per una giovane trasteverina che, nel giorno del suo diciannovesimo compleanno, viene a conoscenza di una verità taciutale da tempo. Rugiada – questo è il nome della protagonista – ascolta una conversazione dei genitori Ersilia e Fernando, proprietari di un’osteria, e scopre di essere stata adottata dalla coppia che l’aveva trovata ancora in fasce con soltanto un fazzoletto di ottima fattura con delle iniziali ricamate sopra. Nell’animo della ragazza inizia a farsi largo una profonda tristezza, aumentata dal desiderio di scoprire l’identità della madre naturale e delle motivazioni che, anni addietro, l’avevano spinta ad abbandonarla. A questo si aggiunge un crescente bisogno di indipendenza che la spinge ad andare a cantare per le strade insieme al piccolo Marietto, figlio della cenciaiola Costanza, accompagnato dal nonno Aldo, pur di guadagnare qualche soldo. È così che Rugiada diventa “la voce di Roma”, apprezzata per la sua voce melodiosa dal popolo romano. Tuttavia, un incontro inaspettato con l’affascinante e misterioso conte Adriano Alteri e, in seguito, con la moglie Clelia, il figlioletto Antonio e l’algida e altera suocera di lui Madame Legrand, cambierà la vita della protagonista e delle persone a lei care e che le vogliono – e le vorranno – bene. Rugiada, la voce di Roma, un’opera sul cambiamento e la maturità Mara Bruno, scegliendo di ambientare il suo romanzo nel preciso momento storico dell’annessione della città di Roma al Regno d’Italia, non si limita a mostrare i cambiamenti avvenuti nella vita della protagonista dell’opera poiché li estende anche al resto della popolazione. Come quest’ultima, infatti, anche Rugiada sarà costretta a crescere, a fare i conti non soltanto con il suo passato e l’eredità da esso trasmessale ma anche con i recenti avvenimenti che la renderanno una giovane donna matura e ormai in grado di affrontare ciò che il mondo esterno ha in serbo per lei. L’autrice mostra questo avvenuto mutamento già dai più piccoli particolari come, ad esempio, un uso meno frequente da parte della ragazza del romanesco in favore di un impeccabile italiano o, ancora, del freno posto all’impulsività che lascia il posto alla riflessione prima dell’azione senza, tuttavia, limitarne la spontaneità delle espressioni e dei gesti. Rugiada, la voce di Roma è un delizioso affresco su carta della città eterna durante gli ultimi anni dell’Ottocento e il personaggio di Rugiada, con la sua storia, lo impreziosisce, conferendogli quel tocco di particolarità in più che non guasta ma, al contrario, risulta essere azzeccato per il taglio narrativo presentato dal romanzo.   […]

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Libri

Essere campioni è un dettaglio, Paolo Bruschi racconta il Novecento

Essere campioni è un dettaglio – Storia del XX secolo tra sport e società è un libro di Paolo Bruschi, edito lo scorso novembre da Scatole Parlanti. Il volume, suddiviso in sei sezioni, ripercorre la storia del Novecento attraverso il racconto di vicende sportive e umane, colte in relazione al loro contesto storico, sociale e culturale. Ogni unità del libro riporta fasi storiche cruciali del secolo scorso: le guerre mondiali, le dittature;  il processo di emancipazione della donna; la lotta per l’affermazione dei diritti politici e civili degli afro-americani; il periodo fascista in Italia; il fenomeno dell’emigrazione, fino ad arrivare all’inizio degli anni ’80. Mediante la descrizione di fatti sportivi più o meno conosciuti, Bruschi crea un interessante intreccio tra storia e sport. L’autore si serve di figure sportive che con le loro gesta hanno in qualche modo scritto la storia: dai calciatori che si sono opposti alle dittature alle battaglie degli atleti afroamericani, passando per le prime rappresentanti dello sport femminile e le loro lotte per affermarsi. Lo sport come motore del cambiamento “Essere campioni è un dettaglio – Storia del XX secolo tra sport e società” prende vita da un progetto didattico che l’autore da qualche anno porta in giro per le scuole della provincia di Firenze, primarie, medie e superiori, con l’obiettivo di tentare di illustrare al meglio il XX secolo. Chiaro che Bruschi abbia dovuto operare una scelta sui temi da includere nel volume che ha di conseguenza comportato l’esclusione di altre tematiche altrettanto importanti, ma che avrebbero reso il testo, già corposo, maggiormente pesante. Il libro, come spiega nella prefazione Sergio Giuntini (membro del consiglio direttivo della Società Italiana di Storia dello Sport), è “una proposta di lettura e di approfondimento che merita di venire suggerita e praticata, dalla scuola media superiore ai corsi di laurea in Scienze Motorie. Ma pure, a ogni livello, a tutti i veri amanti e studiosi del fenomeno sportivo novecentesco.” Il titolo “Essere campioni è un dettaglio” si rifà al motto adottato dalla Democracia Corinthiana di  Sócrates, la squadra che tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 del secolo scorso riuscì ad opporsi alla dittatura che vigeva in Brasile grazie al gioco del calcio. Erano anni di fermento, il regime militare non lasciava spazio alla libertà politica e di espressione. Il Corinthians, storicamente vicino al partito dei lavoratori, portò quella libertà, fino ad allora negata, sul terreno di gioco. Lo slogan della squadra era: vincere o perdere, ma sempre con democrazia. In occasione delle elezioni statali e municipali del 1982 i calciatori diedero un segnale importante alla nazione: ogni membro della squadra votò in modo imparziale, compresi i magazzinieri. Ciò che contava è che la popolazione tornasse a votare in modo libero. Un grande esempio di democrazia applicata al calcio. Tuttavia, Bruschi, attraverso le pagine del suo libro, ci ricorda come la democrazia e la conquista dei diritti passino necessariamente anche da sconfitte e da grandi lotte. Oltre ad esempi sportivi positivi, l’autore empolese riporta anche episodi […]

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Libri

“Quelli di via Teulada” di Daniela Attilini, un racconto di famiglia

“Quelli di Via Teulada“ è un romanzo scritto da Daniela Attilini, autrice televisiva e curatrice inviata per diversi programmi di Radio Uno e Radio Due, edito dalla casa editrice romana Graphofeel Edizioni. Quelli di via Teulada, come inizia una storia secondo Daniela Attilini La famiglia è da sempre organismo principale della nostra società. Senza la concezione di famiglia, la sua organizzazione, l’intero aspetto della nostra socializzazione ed educazione sarebbe del tutto rivisto, tramutato, sconvolto. Osservando la famiglia, noi assistiamo all’evoluzione di qualcosa più grande, delle dinamiche sociali interne ad un paese, ad una generazione, ad un tempo storico. La famiglia è lo Stato. Partendo da questo pressupposto, “Quelli di via Teulada”, scritto da Daniela Attilini, non è che l’incontro tra tre famiglie: quella degli Attilini, quella di Mamma Rai e l’Italia. Tutto inizia con una Italia post-bellica, distrutta fisicamente e moralmente dagli orrori della seconda guerra mondiale, che ha desiderio e necessità di riscossa, di crescita e ricostruzione, proprio come la mitologica fenice dalle sue ceneri. La storia di Gianni Attilini, giovane giornalista di Radio Cagliari che parte per Roma e approda ad una Rai appena nata, ancora in fase di costruzione, è uno dei modi più corretti di raccontare come iniziò la rinascita di un paese e di un popolo. Il lavoro di Gianni è quello di selezionare, organizzare e coordinare le immagini che seguono le parole dei giornalisti nel raccontare le notizie, scegliendo, velocemente e con abilità, le migliori, le più adatte, quando ancora non esisteva nessun mezzo informatico e tecnologico a cui oggi siamo abituati con consuetudine quasi noiosa. Sarà proprio questa la base narrativa di Daniela Attilini, selezione di immagini, scaglie di passato e storia del nostro Bel Paese, per raccontare la sua vita, quella di suo padre e quella dell’Italia e degli Italiani durante alcuni dei passaggi più entusiasmanti e tremendi della nostra realtà. Il Boom economico, l’Allunaggio fino ad arrivare ai giorni delle Brigate Rosse e quelli degli Anni di Piombo, tutti messi a setaccio dagli occhi di una bambina e raccontati dalla mente e dalle dita di una donna adulta, tra la dolce nostalgia di un tempo che fu e lo sbieco ricordo di momenti la cui imponenza non si sapeva cogliere pienamente e con cui si è imparato a fare i conti solo molti anni dopo. Una lettura interessante, quella qui proposta da Graphofeel, che con la storia di una semplice famiglia italiana, sa mostrare tutte le facce di un popolo nelle sue ore migliori e peggiori.

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Libri

I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici

Con il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici la talentuosa scrittrice Agnese Palumbo ci conduce nei meandri di Napoli, guardando la città con occhi diversi. Il libro I love Napoli è stato presentato dall’ autrice presso La Feltrinelli Point di Pomigliano D’ Arco il 12 Dicembre 2018. Un’ accogliente sala della Feltrinelli Point è in trepidazione per l’ inizio della presentazione del libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici. Il colore rosso delle sedie della sala è come il cuore pulsante di amore delle persone che amano la città di Napoli. I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici – Trama Si scende tra i vicoli, si sale ai quartieri, la gente canta, con pochi euro pranzi e se sei fortunato arrivi fino al mare. Le mura greche e le Madonne barocche, pezzi di templi incastonati e sacerdotesse nascoste a San Gregorio Armeno. Chiunque giunga a Napoli, trova quello che cerca, ‘o sole mio potente che s’ infrange sul giallo tufo, il filo d’olio che impregna le freselle, il vociare dei venditori ambulanti. Da San Martino, da Posillipo, dalle terrazze di Castel dell’Ovo, una città che cambia faccia e cambia bellezza: morbida, colorata e malinconica, il libro I love Napoli: Storie insolite e luoghi magici è il desiderio di andare oltre, non solo di guardare la bellezza del mare e del Vesuvio, ma guardare Napoli da un punto di vista del tutto diverso. I love Napoli : Storie insolite e luoghi magici – Intervista all’autrice  Cosa intendi dire quando affermi: “Questa città non è un luogo comune?” La scrittrice Agnese Palumbo risponde con un sorriso dicendo: “Ho giocato sul doppio senso di questa frase. La città di Napoli è una cartolina tutti la immaginano cosi’, in realtà per andare al di là del luogo comune Napoli non è solo una città bella da visitare, ma è soprattutto una città che coinvolge le persone che la visitano ricordo una coppia di milanesi che hanno subito una metamorfosi arrivano in città rigidi, passeggiando per le vie della città vengono ammaliati dalla magia e dalla napoletaneità.” Perché il ciuccio è simbolo del calcio napoletano? Il ciuccio ha un suo significato estremamente simbolico ed interessante originariamente era un cavallo simbolo di Napoli un cavallo rampante indomito che dava la sensazione di una libertà ingestibile il primo sovrano fu Corrado di Svevia che ad un certo punto mise le redini al cavallo perché lui stava imbrigliando Napoli. Il simbolo della città rimase il cavallo, perché Napoli è uno spirito libero come lo è l’anima del cavallo. Quando il Calcio Napoli decise quale identità dovesse avere il giorno della sua Fondazione nel 1926 scelsero come simbolo questo cavallo. Col passare del tempo il Napoli non vinceva partite e quindi le persone napoletane mormorando lo fecero divenire un ciuccio e nel paradosso ironico anche il ciuccio ha una grande valenza. Perché Napoli é definita la città del Sole? La sua indole straordinaria che vanta un clima straordinario, ha plasmato antropologicamente la natura dei napoletani […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Amos’ World (episode three) di Cecile Evans al Madre

Al Madre, museo di arte contemporanea di Largo Donnaregina, è stato proiettato in anteprima il terzo episodio di Amos’ World, il progetto dell’artista belga-americana Cecile B. Evans. Il museo Madre ha il privilegio di essere l’unica sede italiana che dal 20 gennaio fino al 1 marzo ospiterà il terzo e ultimo episodio del progetto Amos’ World di Cecile B. Evans con la partnership culturale di Nicoletta Fiorucci e della sua Fiorucci Art trust. L’anteprima stampa del giorno 19 gennaio è stata presieduta dal direttore del museo Andrea Villani, il quale ha voluto sottolineare come Amos’ World sia nato nell’ambito di Madre per il sociale, un workshop che ha visto il suo primo capitolo nel luglio dello scorso anno all’interno delle Vele di Scampia, che compaiono anche nel filmato. Lì è stato allestito un laboratorio comprendente bambini di età dai 4 agli 11 anni in cui si è riflettuto sull’esistenza di valide alternative alla demolizione degli edifici in cui abitano. La Evans, legata molto a Napoli e giunta alla sua terza visita nella città, ha potuto così riflettere assieme ai giovanissimi volontari sul concetto di “casa” come luogo di esperienza individuale e come allegoria di possibili modalità di condivisione. La trilogia di Amos’ World La trilogia di Amos’ World è concepita come una fiction TV ambientata in un complesso residenziale ideato da Amos, l’architetto protagonista che si rifà ai progetti di Le Corbusier mirati a creare una soluzione abitativa per gli individui e la moderna società capitalistica, salvo poi rivelarsi fallimentari nell’andare incontro alle esigenze delle specifiche realtà e di chi vi abitava. Gli edifici diventano così un simbolo delle relazioni umane ai tempi dell’epoca delle comunicazioni digitali e dei network che hanno riedificato il modo di esprimere le emozioni. Il terzo episodio racconta della frattura che si innesta in questi edifici, da intendere come un invito ad accogliere e capire le realtà multiple che li abitano: non ci troviamo quindi davanti ad una distruzione totale, ma ad una apertura. Durante la conferenza stampa l’artista ha invitato a porsi delle domande sulla natura di questo “finale di serie”, che può essere sia negativo che positivo. Amos’ World viene ospitato all’interno di una grande sala al piano terra del Madre, uno spazio aperto nel centro si trova un enorme schermo dove viene proiettato il film, con al lato due piccoli televisori in cui scorrono i sottotitoli in italiano. Nella sala sono presenti anche dieci cubi scultorei detti Erratis dove è possibile sedersi per visionare l’opera che prevede sia una visione collettiva, come se fosse uno spettacolo filmico vero e proprio, sia indossando delle cuffie che permettono una visione individuale e interna. Fonte immagine: http://www.madrenapoli.it/mostre/cecile-b-evans/

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Eventi/Mostre/Convegni

Stand Up Comedy: Workshop + Open Mic con Filippo Giardina

Filippo Giardina torna a Napoli per un work-shop sulla Stand Up Comedy L’ultima volta che Filippo Giardina è stato a Napoli era il 22 Luglio 2018, per esibirsi con il suo monologo Lo ha già detto Gesù nella suggestiva cornice del Maschio Angioino. L’evento fu organizzato dal Kestè ed ora, nel locale di Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, il comedian romano ritorna per un due giorni di workshop sulla Stand up Comedy, per mettere a disposizione le sue conoscenze e le sue esperienze, condividendo con gli aspiranti comici – o magari soltanto curiosi di turno – trucchi e segreti del mestiere. Il workshop con Filippo Giardina Il workshop si svolgerà in due giorni, Sabato 12 e Domenica 13, per un totale di 12 ore di attività laboratoriale. Sabato 12 le attività si svolgeranno dalle 11 alle 14 e poi dalle 15 alle 18. Medesimi orari anche per il giorno seguente. Ciliegina sulla torta sarà l’open mic che si terrà Sabato sera alle 22, dove potrà esibirsi chiunque vorrà, non ci saranno paletti o limiti di sorta e, magari, si potranno mettere a frutto gli insegnamenti appresi in giornata. Attenzione però, per salire sul palco o partecipare al workshop, dovrete prenotarvi mandando una mail al seguente indirizzo standupcomedynapoli@gmail.com, oppure con un messaggio alla pagina Facebook Stand Up Comedy Napoli. I posti sono limitati anche per il pubblico, per assicurarvi un posto dovrete prenotare tramite questo sito: https://tinyurl.com/yaxdgbd2. L’ingresso sarà gratuito per tutti i soci del Kestè Abbash, i non soci, invece, potranno accedere tesserandosi per la modica cifra di 5 euro. Un laboratorio di Stand Up Comedy, il programma del workshop Il workshop verterà su precisi punti tematici: • Urgenza satirica e narcisismo • La ricerca del punto di vista attraverso l’analisi cosciente del proprio vissuto esistenziale e intellettuale • Il paradosso necessario • Le battute, le belle battute, le battute enigmistiche e le battute compulsive • Cuore e tecnica • Cinismo, nichilismo e sciacallaggio • Il prezzo da pagare per un buon monologo • La ricerca del personaggio non personaggio (essere comico non vuol dire fare il simpatico) • Satira e cabaret politico • Ideazione di un monologo collettivo A tutti i partecipanti sono richieste innanzitutto idee (che sono la cosa più importante), partecipazione e di munirsi di foglio e penna, gli strumenti del mestiere. Un’occasione da non perdere, si potrà non solo ascoltare e imparare da uno dei più importanti comedian italiani, ma anche lavorare in gruppo per condividere idee, confrontarsi, in poche parole vivere un’esperienza di crescita culturale. I prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè Un inizio scoppiettante per la Stand Up Comedy al Kestè con il workshop con Giardina al quale seguiranno tanti altri eventi ancora, per un anno tutto da vivere… e da ridere! 19 Gennaio – Clara Campi 26 Gennaio – open mic con Daniele Fabbri 27 Gennaio – Spettacolo di Daniele Fabbri al Teatro Nuovo 9 Febbraio – open mic con Giorgio Montanini 16 Febbraio – Luca Ravenna

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Food

Franco Pepe: chi c’è dietro la pizzeria migliore del mondo

A Franco Pepe, gli appassionati di pizza associano automaticamente la sua pizzeria: Pepe in Grani. L’esperienza da Pepe in Grani – per gli addetti ai lavori e gli appassionati – è una “missione” da compiere, prima o poi, per trarne un proprio giudizio; un po’ come quei libri da leggere prima o poi nella vita. Di seguito, anche grazie al tempo dedicato da Franco Pepe durante una cena, si cercherà di mettere in fila una pizzeria che è un mondo, fatta da un uomo che rivendica per sé un ruolo preciso nella società: quello di artigiano. Franco Pepe: i luoghi, i produttori, la persona La geometria è quella scienza primitiva che nasce dall’esigenza di rappresentare, di misurare il mondo che ci circonda. A Franco Pepe va il merito di aver codificato una geometria della pizza, sfrondando questo ambiente da molti pelucchi. Caiazzo dista da Napoli 50km; per chi conosce la geografia campana, è facile intuire che 50km di distanza sono sufficienti per generare flora e fauna completamente differenti da un luogo ad un altro. Poco più di cinquemila anime, dove il capoluogo più vicino (Caserta) dista ancora 17 km di vallate e montagne. Facile giungere alla conclusione che qui lo spopolamento, la migrazione, sono voci da mettere nel libro mastro giorno dopo giorno. Ci vuole amore per far sì che Caiazzo diventi meta e non punto di partenza per non tornare mai più; c’è una certa assonanza tra quello che predica Franco Arminio, il paesologo, e quello che fa Franco Pepe: c’è bisogno di tornare nei paesi, per capire dove stiamo andando. La panificazione è nel sangue di Franco Pepe: il nonno Ciccio, di ritorno dalla guerra in Libia, apre un forno dove vende pane ed altri generi di prima necessità; suo padre Stefano funge anch’egli da modello. Dai gesti ripetuti mille e mille volte nasce appunto l’idea di una pizza diversa, che sa di antico. Fondamentale in questo passaggio è il rapporto che il pizzaiolo ha con Caiazzo, i suoi abitanti, e i produttori degli ingredienti che utilizza per le sue pizze. Fondamentali i due rapporti che tesse con Il Casolare, caseificio, e La Sbecciatrice, azienda agricola. E ancora una miriade di collaborazioni fruttuose con i piccoli produttori ed artigiani dei presidi Slow Food. Tutto è senza soluzione di continuità, come un nastro di Mobius. Una scelta che appare evidente sin dalla struttura, al centro di Caiazzo, e che prosegue nella scelta e formazione del personale di sala, nonché dei prodotti utilizzate per le pizze, e ancora nella selezione di birre artigianali e vini. Da non dimenticare il respiro trans-campano ed internazionale: sue le pizze ed il comparto esperienzale ad esso dedicato de L’Albereta in Franciacorta, così come la collaborazione con il gruppo Kytaly, che vede due “filiali” ad Hong Kong e a Ginevra. Franco Pepe: e la pizza? Soltanto da un rapporto così stretto e diretto con i produttori ed il luogo in cui si cresce può nascere una grande pizza. L’impasto è lavorato esclusivamente a mano, in […]

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Food

Food trend: 10 ossessioni in Campania nel 2018

Paese che vai, food trend che trovi: ad esempio, se fate una ricerca su Google digitando “avocado bar”, (per chi l’ha dimenticato, l’avocado fu il cosiddetto superfood del 2017)  vi renderete conto che questa tipologia di format ha praticamente cloni su cloni in città come Amsterdam, Berlino, Milano. A Napoli, non c’è nemmeno un locale segnalato così (ehi, tu proprietario dell’unico bar a Napoli che propone avocado: segnalacelo!). Questo non vuol dire mica che siamo fuori dal mondo, anzi: significa che Napoli vive di food trend propri e li esporta anche altrove. Basti pensare alla pizza. Oppure alle salse, come il ragù o alla genovese. La cucina partenopea, con le mille contaminazioni di altre culture, è barocca, chiassosa, colorata, dannatamente buona da dettare legge e fare tendenza ovunque. All’interno della Campania stessa, possiamo osservare una miriade di food trend che si susseguono mese dopo mese. Alcuni, ci appaiono come dei food trend formato meteora, destinati purtroppo a sparire; altri, c’è da dirlo, rappresentano delle rinascite di cibi tradizionali che altrimenti sarebbero finiti nel dimenticatoio. Per queste rinascite, dobbiamo comunque dire grazie alle nutrite cricche di gastronomi, appassionati, giornalisti, che durante i loro lavori e i loro viaggi hanno indotto curiosità in molti palati. Senza dimenticarci del tam tam fatto da Facebook ed Instagram: i ristoratori sono diventati, praticamente, delle figure che fanno parte della nostra quotidiana vita social, favorendo la creazione dei food trend. Di seguito, in ordine assolutamente sparso, abbiamo raccolto 10 food trend che hanno accompagnato il nostro 2018 in Campania. Favorite! I panini Il revanscismo del panino, per circa trent’anni (dall’arrivo delle catene di fast food americane) relegato al ruolo di fast food, domina già da qualche anno. Possiamo affermare con una certa sicurezza che il 2018 è stato l’anno della consacrazione a food trend. Questo non può che farci piacere: la qualità delle materie prime si è alzata notevolmente, a partire dal patty (cioè il disco di carne, hamburger), passando per il bun (cioè il panino che accoglie il patty), terminando con i contorni e le salse. La parola d’ordine sembra essere recupero delle ricette tradizionali con un pizzico di cucina di altre culture. Inoltre, solitamente, accanto al panino d’autore trova spazio un buon calice di vino accuratamente selezionato oppure una birra artigianale, oltre che fritture – e qui la mente può viaggiare: dalle classiche chips fino a crocché dalle farciture complicate, ognuno ha il proprio fritto preferito. Qualche indirizzo giusto? Sciuè – Il panino vesuviano; Salotto FAME; Macelleria Hamburgeria da Gigione; Puok Burger Store. La pizza Attenzione: la pizza è di tendenza da praticamente sempre, questo è certo, ma c’è stato particolare movimento in Campania durante il 2018. I pizzaioli, ormai influencer rodati, hanno dettato legge sui social, proponendoci giorno dopo giorno (anzi, che dico: di ora in ora), i loro esperimenti, i grandi classici, e i progressi. Insomma, per la pizza è stato solo un altro anno in più come food trend. La diatriba tra canotto (pizza con cornicione molto pronunciato) e ruota di carro sembra […]

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Musica

No Time for Beauty di Makoto Holmberg, intervista

No Time for Beauty è il secondo album, dopo il primo EP Slow Night, di Makoto Holmberg, alias Andrea Apicella, uscito il 19 ottobre scorso per la VolumeUP. Cinque tracce di sola musica elettronica strumentale arricchita dal field recording, ne abbiamo intervistato l’autore. 1. Makoto Holmberg, dove e come nasce questo progetto di musica elettronica? Il progetto nasce nel 2015, nella mia stanza, letteralmente. In quel periodo avevo la seria intenzione di fermare quello che era il mio percorso artistico per dedicarmi ad altro. Ho sempre avuto un rapporto di odio-amore con la musica. Quindi i primi lavori come Makoto Holmberg sono nati e si sono evoluti nella mia stanza, senza l’intenzione di pubblicarli. Quando ho capito che non aveva senso trattenere il materiale rinchiuso in un hard disk, allora ho deciso di condividerlo con il mondo. Essendo il mio un linguaggio sonoro molto vicino a generi ascoltati principalmente fuori Italia, sono riuscito a suonare, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, in improbabili posti, prima in Inghilterra e poi in Germania, presentando i miei improbabili lavori ad altrettanto improbabili serate di musica. 2. Qual è lʼispirazione per lʼalbum “No Time for Beauty”? No Time for Beauty è un progetto che ho sempre sentito dentro. È tutto ciò che fin da ragazzo mi sarebbe piaciuto esprimere in maniera artistica. Quindi l’ispirazione non è partita da un agente esterno, ma semplicemente dalla promessa che mi ero fatto da adolescente nel momento in cui avevo deciso che avrei voluto fare musica. No Time for Beauty: la musica elettronica di Makoto Holmberg 3. Come mai cinque tracce solo strumentali, qual è il loro significato? Parto dal presupposto che la voce sia uno strumento così come lo è un basso, un pianoforte, il suono della pioggia o il rumore bianco. Credo che l’uso della voce nel senso classico del suo significato, cioè con il fine di farla emergere tra gli altri elementi di un brano, costringa chi fa musica ad attenersi a certi standard, sia in termini di resa sonora, di pulizia, sia in termini di strutture. Uno dei miei punti cardine per No Time for Beauty era proprio il non voler ripetermi all’interno dei brani. Nulla suona uguale per più di due volte, anche un semplice beat di batteria ha variazioni, seppur impercettibili, che danno l’idea di qualcosa di spontaneo, di improvvisato, di creato in maniera istintiva. Non penso che in questo genere di musica la presenza di una voce segni un netta differenza. Ci sono tanti elementi, e la voce è solo una di questa, non meno importante, ma neanche più importante. Dipende da ciò che si vuole dire e come lo si vuole dire. 4. In questo album rispetto al precedente c’è una maggior componente umana e di sottofondo grazie anche al field recording, come mai questa scelta? Altre differenze tra i due album? Non amo particolarmente lʼidea del “campionato”, cioè di un elemento che viene tagliato e collocato più volte in una casella. Non mi piace perché è […]

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Musica

Inland Images delle O-Janà, intervista

Inland Images è l’ultimo album del duo O-Janà, uscito l’8 ottobre scorso per la Folderol Records. Duo partenopeo composto da Alessandra Bossa, musicista elettronica e pianista, e Ludovica Manzo, vocalist, che per questo album hanno collaborato con Michele Rabbia, percussionista e batterista, e Eivind Aarset, chitarrista. Le abbiamo intervistate in occasione della pubblicazione di Inland Images, crogiolo di musica elettronica, pianoforte e sperimentazione timbrica. • Come nasce il duo O-Janà, come mai questo nome? L.: Il duo nasce nel 2010, da una collaborazione tra me e Alessandra durante il periodo in cui lei risiedeva a Göteborg in Svezia. Abbiamo iniziato a lavorare su landscape sonori, canzoni e composizioni che prevedevano un ampio spazio per l’improvvisazione e l’uso dell’elettronica, oltre a quello del piano preparato. In una fase iniziale ci siamo dedicate soprattutto alla musica, usando, lì dove volevamo inserire la parola, alcuni testi del poeta inglese Mervyn Peake. Successivamente abbiamo ampliato il nostro lavoro di scrittura anche all’aspetto del testo. Il nome è un gioco di camuffamento della parola napoletana janara, che significa strega. • “Inland Images” combina sonorità mediterranee e nordeuropee, perché questi due mondi così distanti tra loro? L.: Siamo entrambe campane, io vivo a Roma da molto tempo ed Alessandra ha vissuto in Svezia per diversi anni. Siamo cresciute per forza di cose con la melodia mediterranea, abbiamo sviluppato, ognuna in maniera diversa, percorsi di studi e ascolti che ci hanno aperto ad altre realtà, in primis a quella del jazz e della musica classica e contemporanea. Siamo appassionate di musiche strambe, musiche di ieri e di oggi, di ogni forma e provenienza. Inland Images, ultimo album delle O-Janà • L’album include delle sonorità ed atmosfere molto particolari, da dove l’ispirazione? A: L’ispirazione personalmente arriva dalla diversità delle cose che vivo. Luoghi, lingue e città diverse creano una sorta di spaesamento attraverso il quale la creatività cerca di mettere ordine. La suggestione dei paesaggi svedesi unita alla frenesia della metropoli napoletana, in questo caso, ha fatto il suo gioco. La musica che scrivo di solito non si nutre di altra musica ma attinge direttamente dal mio quotidiano. • I temi spaziano da giochi letterari all’amore, dall’inconscio alla poesia, dalla rabbia all’amore, quale il filo conduttore dell’album? L.: Il filo conduttore è la non linearità del mondo interiore, del magico e dell’irrazionale, di ciò che non segue la grammatica del pensiero logico e che si esprime con immagini giustapposte e di ciò che non si può dire, ma che in qualche modo si vuole comunicare. • Progetti per il futuro? A: Dopo la collaborazione con Michele Rabbia e Eivind Aarset stiamo pensando a nuove collaborazioni e a nuove composizioni per il prossimo album. Stiamo preparando un nuovo tour e abbiamo appena vinto un bando promosso dall’Associazione Nazionale I-Jazz che ci porterà nuove date e festival per il 2019 sia in Italia che all’estero. Francesco Di Nucci

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Aléxein Mégas e il suo primo album: The White Bird

L’artista cilentano Aléxein Mégas rilascia The White Bird, il suo primo album da solista Il Cilento è una terra pullulante, quasi straripante, di talenti musicali spesso inespressi o che non vengono valorizzati adeguatamente. Nelle lande del Cilento, sopravvive ancora quella pasoliniana purezza dell’arte, non fagocitata dai meccanismi cannibali della città. Si suona e ci si esprime per esigenza, per aggregazione e per esprimere il morso che ribolle dentro, o per comporre, con ogni mezzo, quella tela del proprio pensiero che non si smette mai di tessere. L’ascoltatore, però,  è il più delle volte mediocre e non educato, ma il materiale c’è, basta soltanto riuscire ad avere la curiosità di scoprirlo, l’intelligenza di scorgerlo e la genuinità di riconoscerlo. Artisti di ogni genere affollano quella terra ibrida e selvaggia che è il Cilento, e si auspica una lucidità comune che non permetta di ignorare tutto ciò. Questo e altro è Aléxein Mégas. Antonio Alessandro Pinto, in arte Aléxein Mégas, è un artista fortemente ispirato, dalle motivazioni eterogenee e quasi edonistiche: il suo stesso nome d’arte sgorga dalla bellezza dell’arte, e il suo primo album solista, The White Bird, ha molto a che fare con gabbie, scoperta di sé e peregrinazione interiore. Con lui abbiamo parlato di arte, missioni nella vita, situazione musicale in Cilento e di tanto altro. Intervista ad Aléxein Mégas Innanzitutto, la domanda più banale (o forse la più scomoda): chi è Antonio? E chi è Aléxein Mégas? Per quanto banale possa sembrare, nasconde dietro un significato importante che prende vita attraverso le mie composizioni. Fondamentalmente, ho voluto dare un’identità al mio personaggio artistico, che si ispira fortemente alla bellezza dell’arte. Affianco il mio spirito musicale ad Alessandro Magno. Sento un forte legame tra le ragioni per cui compongo musica e il conquistatore dell’impero persiano. Non tanto per la sua intelligenza militare e diplomatica, ma per la passione, il coraggio ed il carisma dai quali era motivato. Il modo di spronare i propri soldati essendo egli stesso parte della battaglia, il modo in cui ha lottato per amalgamare diverse etnie facendole convivere sotto lo stesso tetto. Innumerevoli conquiste che diedero al suo impero un sapore universale. Questo è ciò che attraverso la mia musica vorrei trasmettere: un messaggio universale che possa motivare ogni persona a cercare il proprio posto nella realtà, sentendosi libera di vivere secondo le proprie emozioni, condividendole attraverso l’arte che gli appartiene. Ogni essere umano, se educato all’arte ha la capacità di esprimere sé stesso attraverso di essa. Purtroppo la società ci insegna altro, ovvero di formarci e strutturarci al fine di diventare uno dei milioni di ingranaggi che fanno girare l’immenso meccanismo del lavoro. Questo spesso diventa alienante per molti che trovano nella propria vita l’unico scopo di dedicarsi a questo grosso sistema, annullandosi inevitabilmente. Sarebbe meraviglioso se ognuno di noi aprisse gli occhi e desse il giusto peso a questa parte sicuramente importante, ma che se mal gestita, ti annulla senza modo di tornare indietro. L’arte è bellezza che svanisce nella meccanicità dalla quale siamo […]

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I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nella musica che ha scritto la storia

I migliori gruppi metal di sempre: un viaggio nei meandri della musica che ha fatto la storia Siamo tutti d’accordo nel dire che il metal è un genere musicale che si inserisce nell’alveo della musica rock. Figlio naturale dell’hard rock, è quasi una vera e propria religione che eleva la musica allo stato della spiritualità e della catarsi collettiva, realizzata attraverso ritmi martellanti, aggressivi e insistenti, che spesso si sciolgono in momenti più melodici e godibili, in distorsioni di bassi e chitarre, e in amplificazioni che rendono tutto surreale e quasi appartenente ad un’altra dimensione, all’oltretomba o al paradiso. Tracciare una geografia dei migliori gruppi metal di sempre non è un’impresa semplicissima, dal momento che tante sono le diramazioni, i sottogeneri e i chiaroscuri che questo genere assume, in biforcazioni sempre più sottili e multiformi. Ma, nel mare magnum delle varie tonalità di cui questo genere può fregiarsi, quali sono i migliori gruppi metal di sempre? Muniamoci di buone carte nautiche ed esploriamo le varie sfumature e gradazioni del metal, suddividendo grossomodo il tutto, per praticità e rapidità, nei vari sottogeneri, pur ricordando che non bisogna ragionare assolutamente per compartimenti stagni e che spesso uno o più sottogeneri possono felicemente fondersi e sparire l’uno nell’altro. I migliori gruppi metal di sempre: il sottogenere del thrash metal. Metallica, Megadeth, Slayer. Il thrash metal è un sottogenere dell’heavy metal classico, ed è anche quello più popolare, anche tra i neofiti del metal o tra le cerchie di coloro che non sono proprio espertissimi. Basti pensare alla popolarità di un gruppo come i Metallica, penetrato ormai nell’immaginario collettivo.  Il thrash metal deriva dal verbo “to thrash”, percuotere, battere, e caratterizza bene il sound di questi gruppi, dalle sonorità molto violente e veementi, come martelli pneumatici iperveloci, ma che spesso si stemperano in veri e propri momenti armoniosi e melodici. Il thrash metal ha raggiunto il picco di popolarità tra gli anni Ottanta e i Novanta, fino ad arrivare agli anni Duemila. Tra i migliori gruppi metal di sempre ve ne sono alcuni che appartengono a questo sottogenere: in primis i Metallica, fondati nel 1981 dal cantante James Hetfield e da Lars Ulrich. Si potrebbe dire che i Metallica siano una delle migliori manifestazioni del metal, poiché riuscirono a diffondere in tutto il mondo la cultura del thrash da cui nacque ogni derivazione metal possibile degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni album dei Metallica assumono quasi il carattere di un reliquiario per ogni appassionato di metal che si rispetti, da “Master of Puppets” , fino a “…And justice for all”,  passando per il “Black album” e “Ride the lightning”. La storia dei Metallica è densa di avvenimenti funesti, tragici e inusuali, come la cacciata di Dave Mustaine dal gruppo (che andò poi a fondare i Megadeth) e sostituito dal chitarrista Kirk Hammett, e la morte di Cliff Burton, bassista del gruppo, deceduto il 27 settembre del 1986 nei pressi di Ljungby in Svezia, dove i Metallica si erano recati per promuovere proprio “Master of […]

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Clara Campi e la nuova femminilità al Kestè

Una serata tutta al femminile quella di sabato 19 gennaio al Kestè, che ha avuto il piacere di ospitare sul palco 3 donne che hanno fatto della loro “femminilità 2.0” la base del proprio spettacolo.  “Non sono femminista, ma…” di Clara Campi Preceduta dalle simpaticissime comedians Gina Luongo e Connie Dentice, Clara Campi si è esibita lo scorso sabato 19 gennaio al Kestè con il suo ultimo spettacolo “Non sono femminista, ma…” portando sul palcoscenico la difficoltà di essere donna in una società in cui sono ancora presenti preconcetti razziali e misogini. Come ci aveva già anticipato nella sua intervista, Clara trasforma i pregiudizi e le ipocrisie in materiale per il suo monologo comico, riscuotendo successo fra il pubblico sopratutto grazie alla sua spontaneità e alla capacità di interagire con esso. Consapevole dello stereotipo delle attiviste frigide e scostanti, “Non sono femminista ma…” mira a distruggere questo cliché mettendo in scena la vita sentimentale e sessuale della comedians lombarda, che narra le proprie (dis)avventure amorose e le conseguenze che una donna deve affrontare in cambio di una sessualità libera dai preconcetti. Clara esprime un tipo di femminilità nuovo ed opposto alla tradizione: una femminilità forte e consapevole, che non ha timore di apparire aggressiva o volgare. Anche se alcune battute potrebbero sembrare misantrope,  il suo obiettivo è chiaramente provocare il pubblico, dimostrando che tutti noi abbiamo dei tabù. “Tutti in famiglia abbiamo un parente anziano che spara cazzate sugli immigrati, vero? Dobbiamo esserne felici, così almeno movimenta la serata!” Il titolo dello spettacolo è proprio l’espressione di questo concetto, una frase che ultimamente sentiamo spesso pronunciare per mascherare (fallendo in partenza) i pregiudizi verso il diverso. Eppure il primo passo per combattere questo pensiero consiste nella sua accettazione, che comporta un cambiamento del nostro essere. Clara riesce quindi a rendere divertente un discorso dalla grande importanza sociale, facendo riflettere mentre ci si diverte. Il suo monologo si struttura quindi su più punti: dal cartone animato degli anni ’80 He – Man  diventato un’ icona del movimento omosessuale, fino alla friendzone e alla pornografia, senza mai smettere di ridere e continuando a demolire i luoghi comuni.  La comicità di Clara Campi si rivela essere una lente d’ingrandimento con cui analizzare i comportamenti della nostra società, scovando le contraddizioni e guardandole da un altro punto di vista, ma mettendole così anche in ridicolo. “E se invece provassimo a cambiare lo slogan in “Io SONO RAZZISTA, ma…” senti come suona meglio?” Terminato lo spettacolo non si può fare a meno di pensare che se riuscissimo ad avere lo stesso atteggiamento di Clara, capace di fare ironia prima su se stessa e poi su gli altri, riusciremmo a comprendere meglio il punto di vista altrui e a smontare i pregiudizi che sono alla base della nostra cultura.  Non perdete i prossimi appuntamenti di Stand Up Comedy al Kestè, in cui, con ironia e leggerezza vengono affrontati temi di grande attualità!   Fonte immagine: https://www.facebook.com/events/2396690470360143/

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Daniele Fabbri, intervista all’autore di “Fascisti su Tinder”

Il 26 gennaio il comico Daniele Fabbri presenzierà al Kesté di Napoli in occasione di un open mic in cui si esibiranno alcuni giovani rappresentanti dello stand up comedy campano. Sarà anche l’occasione per presentare il suo spettacolo Fascisti su Tinder, che andrà in scena il 27 dello stesso mese al Teatro nuovo. Abbiamo posto a Daniele Fabbri alcune domande riguardanti il mondo dello stand up comedy e dell’impatto che questa forma di spettacolo ha nel nostro paese. A tu per tu con Daniele Fabbri Come ti sei avvicinato al mondo dello stand up comedy? E cosa ti ha colpito fin da subito? Mi sono avvicinato alla stand up senza nemmeno sapere cosa fosse: dopo aver fatto un paio d’anni di esperienze nel cabaret nostrano con alti e bassi, ho iniziato a scrivere monologhi con un altro stile, nato un po’ per istinto e un po’ perché mi piaceva il taglio delle battute anglofone che trovavo in alcuni libri e in alcune serie tv americane. Questo tipo di monologhi non funzionavano col pubblico del cabaret. La cosa mi scoraggiò molto e decisi di smettere di fare il comico. Dopo circa sei mesi di abbandono, scoprii per caso Bill Hicks e che quei monologhi non solo esistevano, ma erano una delle forme di comicità più diffuse nel mondo, e ho ricominciato. Un altro anno dopo, ho incontrato altri comici che facevano la mia stessa cosa, e così via. Ciò che amo della stand up è la possibilità di usare la forma di intrattenimento più essenziale e popolare, “le chiacchiere”, per parlare anche di cose di cui non si chiacchiera mai. Secondo te cosa distingue nettamente lo stand up comedy dalla commedia e dagli spettacoli comici tradizionali? La tendenza a svincolarsi dagli stereotipi. Sia chiaro, gli stereotipi non sono un male in sé, ma il riferirsi continuamente solo a questi ha reso i racconti dei comici tutti uguali. La stand up comedy ben fatta è quella che racconta le proprie storie personali, non che questo le debba rendere necessariamente drammatiche, ma semplicemente diverse e uniche. Io sono stato fidanzato 7 anni, e quella che tecnicamente era “mia suocera” era l’opposto dello stereotipo delle suocere, quindi io non parlo delle “suocere”, parlo di questa persona specifica. Il tuo stile risente di qualche influenza in particolare? In particolare no, ci sono tantissimi comici che mi piacciono molto e da ognuno di loro ho cercato di imparare qualcosa. E spesso mi attirano i lati più trascurati dei comici, per esempio, del già citato Bill Hicks tutti si concentrano sulle splendide idee dei suoi monologhi, io noto soprattutto che aveva una gestione della fisicità degna di un mimo, e che la usava per rendere “buffa” una routine dai contenuti controversi. Uno dei cardini della stand up comedy è quello di annullare la distanza tra chi sta sul palco e chi osserva seduto (la famosa “quarta parete”). Questo quanto influisce, tenendo conto anche del fatto che questo genere di spettacolo tocca temi che nella nostra società sono ancora […]

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“A che servono questi quattrini”, Giuseppe Miale Di Mauro rilegge Armando Curcio

Venerdì 18 gennaio al teatro Sannazaro è andato in scena “A che servono questi quattrini”, adattamento della omonima commedia di Armando Curcio del 1940 con Pietro De Silva e Francesco Procopio e per la regia di Giuseppe Miale Di Mauro. La commedia è un’esilarante rivisitazione in chiave contemporanea, nella quale a far da padrone è una riflessione sul ruolo della ricchezza e del denaro. In una società come quella odierna è proprio l’apparenza, che in un guazzabuglio di sovvertimenti di ruoli e di valori in decadenza, perfino un banale imbroglio può risultare risolutivo. “A che servono questi quattrini” di Giuseppe Miale Di Mauro, uno specchio alla contemporaneità Il teatro è il luogo d’eccellenza nel quale è possibile trasportare la realtà, con tutte le sue problematiche, in tutte le sue forme. La sublimazione nasce da contatto diretto con il pubblico, da un rapporto uno ad uno, non mediato, attraverso il quale è possibile profondere parole, sotto forma di dialoghi e monologhi, è inoltrarsi nel ventre a botte di emozioni oppure accendere una riflessione. Lo spettacolo “A che servono questi quattrini”, inscenato sul prestigioso palco  del Sannazaro, ha fatto in modo di divertire, ma ha anche sollecitato una riflessione sulla contemporaneità, presentando un adattamento che ha lasciato un buon spazio all’immaginazione e nel quale ognuno di noi ha potuto riconoscere una particolare situazione, un particolare modo di approcciarsi con il mondo; interesse, promesse, demagogia, arruffoni mascherati da signori. La trama di questa versione con la regia di Giuseppe Miale Di Mauro si discosta dall’originale commedia di Armando Curcio e dalla famosa e omonima trasposizione cinematografica del 1942 con la regia di Esodo Pratelli e con l’interpretazione di Eduardo e Peppino De Filippo. Il marchese Eduardo Parascandolo diviene il professore, che, con un astuto stratagemma, convince il povero Vincenzino Esposito a licenziarsi dal suo lavoro di impiegato comunale per insediarsi nelle fila del suo partito e sposare la  filosofia della ostilità al denaro, alla ricchezza e al lavoro. Per il professore il lavoro e il denaro sono  castighi e rendono gli uomini schiavi della ingordigia. Bisogna prendere esempio dai grandi filosofi greci, come Socrate e Diogene, che oziavano e speculavano, filosofeggiando sull’esistenza, senza avere il bisogno di possedere e di sporcarsi le mani. La povera sorella di Vincenzino, Carmela, tuttavia è costretta a far fronte  agli ingenti debiti che ha dovuto accollarsi per far fronte alla situazione e poter tirare avanti. Vincenzino e Carmela vivono nella stessa casa e l’unico  stipendio era quello da impiegato comunale di Vincenzino. Ora sono costretti a far fronte a diverse vessazioni, tra le quali la minaccia di sfratto, le continue visite e sollecitazione dello strozzino e guappo Renato De Simone  e i debiti contratti perfino con i negozi di alimentari. La situazione, lungi dall’essere buona, sarà completamente ribaltata da una improvviso deus ex machina, una lettera che contiene un rendiconto di un lascito di una eredità di un lontano parente, che ha deciso di lasciare la sua eredità ai cugini, spartendola in parti uguali. Tra questi cugini vi […]

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E pecchè, pecchè, pecchè? Pulcinella in Purgatorio al Teatro San Ferdinando

Giovedì, 17 gennaio al Teatro San Ferdinando è andato in scena lo spettacolo “E Pecchè, E Pecchè, E Pecchè. Pulcinella in purgatorio” con la drammaturgia di Linda Dalisi e l’ideazione e la regia di Andrea De Rosa. A calpestare le tavole del palcoscenico gli attori pulcinella Massimo Andrei, Maurizio Azzurro, Rosario Giglio, Marco Palumbo e Isacco Venturini, che in un tripudio di gesti spasmodici, ripetitivi, di una recitazione forsennata, caustica hanno congelato la scena in un purgatorio di continui ritorni mimici e gestuali, roteando intorno ad un perno umano, una donna immobile,  silenziosa e misteriosa in modo inquietante,  interpretata dall’attrice Anna Coppola, intenta a perpetuare una speranza di un futuro arrivo, sotto la luce languida dei riflettori a rischiarare l’opacità nascosta sotto al velo dell’esistenza. “E Pecché? E Pecché E Pecché” – Pulcinella in Purgatorio: l’intera esistenza in scena Il silenzio è predominante, il silenzio è inframmezzato da gemiti, da movimenti corporei regolari, da calpestii e scricchiolii fradici di insensatezza. Il silenzio erompe tra gli interstizi della platea, borbotta tra i suoi ghirigori labirintici, serpeggia carezzando anime di spettatori in sintonia, smuove respiri ansimanti di figure mascherate e flutti di polvere di sabbia, innalza odori mistici, nubi catartiche smosse dal tonfo del senso. Davanti agli occhi unanimi della platea il palcoscenico è un Purgatorio, un luogo distopico, preso forma tra le frattaglie dell’esistenza umana. È incasellato in un mondo onirico, incastrato a metà tra un fulgido paradiso salvifico e il mondo terrestre, dove vi si scorge la polpa torbida di una bruma che obnubila il senso, giganteggia il dubbio umano verso l’esistenza. Questo è lo spazio claustrofobico in cui si muovono, in ciclici movimenti regolari, ritmici, lenti, teatrali, i quattro pulcinelli dello spettacolo “Pulcinella in Purgatorio”, che ruotano intorno ad un passaggio bloccato, in una drammaturgia sciamanica, cercando di carpire un segnale, cercando di ascoltare ed evocare voci di salvezza, striscianti tra l’ipogeo di un fondo sabbioso. Tuttavia, è il quinto pulcinella a stemperare le calcificate figure sovrumane, ad asciugare un clima mistico ed enigmatico con un umorismo tutto umano. Sbuca tra la platea, chiede indicazioni, sprofonda anch’esso nell’ade di un’attesa, profondamente spaesato. Il pulcinella in Purgatorio interroga continuamente gli altri, chiede dove è finito, se per caso è morto, dove è possibile trovare del cibo per mangiare. I dialoghi risultano esilaranti, di un’ilarità e comicità tutta napoletana. Il quinto pulcinella sbeffeggia gli altri, non si dà la pace, non riesce ad acquietarsi in una condizione di eterna attesa, ma anche incrostata in un perenne e ossessiva ricerca del senso, vidimata e accomunata da una domanda: ” E perché? “. Vi è sopra al palco, imperniata tra le schegge pungenti delle tavole, scantonata tra la pelle raschiosa del fondo sabbioso, l’intera esistenza umana, torchiata dall’insensatezza. Il regista in uno sforzo catartico crea una materia scenica che è emblema dell’esistenza. Marchiando a fuoco sugli occhi diafani del pubblico, attraverso la luce dei riflettori, crea delle figure emblematiche, motori atavici dell’uomo, incarnandole in personaggi umani quali la legge, il dogma, la morte, l’umorismo, […]

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Voli Pindarici

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Voli Pindarici

Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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