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Eroica Fenice

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Anja. La segretaria di Dostoevskij – l’ultimo romanzo di Giuseppe Manfridi da IoCiSto

Continua il tour promozionale di Anja la segretaria di Dostoevskij. Dopo la prima presentazione/spettacolo con Ivana Lotito e Manfridi che si è tenuta lo scorso 17 novembre presso la splendida sede della casa editrice La Lepre dove i fortunati spettatori si sono visti servire anche un thé alla russa con samovàr e pasticcini; dopo la seconda presentazione alla fiera Più Libri Più Liberi il 7 dicembre dove Ivana Lotito, Ricky Tognazzi e Simona Izzo hanno letto dei brani del libro e infine dopo la Festa Russa per Anja al Teatro Marconi del 16 dicembre con una presentazione spettacolo, il prossimo 23 gennaio alle ore 18:00 la libreria IoCiSto (Via D. Cimarosa, 20 – Napoli) ospiterà la prima presentazione del 2020 di Anja la segretaria di Dostoevskij. Viviana Calabria modererà l’incontro che vedrà protagonista l’autore Giuseppe Manfridi. Giuseppe Manfridi, già co-sceneggiatore del film Ultrà (Orso d’Argento nel 1991, con la regia di Ricky Tognazzi, al Festival di Berlino), e già selezionato due volte per il Premio Strega, è scrittore e autore teatrale rappresentato in Italia e all’estero. Tra le sue commedie di maggior successo ricordiamo: Giacomo il prepotente (1989), Ti amo Maria! (1990), Zozòs (1994), La cena (in scena dal 1990). Il debutto nella narrativa lo vede subito nella dodicina dello Strega 2006 con Cronache dal paesaggio (Gremese 2006), evento che verrà replicato nel 2008 con La cuspide di ghiaccio (Gremese). Di recente ha pubblicato Filastrocche della nera luce. Cronache dalla Shoah (La Mongolfiera 2018). Nel 2016 ha pubblicato nelle nostre edizioni Anatomia della gaffe e, nel 2017, Anatomia del colpo di scena. Giuseppe Manfridi con questo romanzo si cimenta in una divertente e raffinata operazione di riscrittura di un momento topico della vita di Dostoevskij, quello in cui entra in scena Anja, sua giovanissima salvatrice che diventerà la seconda moglie e unico amore felice della vita del grande scrittore. Manfridi si diverte e fa divertire il lettore che si trova immerso in una storia vera ma ricca di invenzioni, dove l’autore gioca con le atmosfere dell’opera di Dostoevskij a cui rimanda, allude o cita in modo diretto. Il risultato è una storia d’amore, di letteratura e di debiti che non solo parla di Dostoevskij ma sembra anche appropriarsi del suo linguaggio, della vita interiore dei personaggi, della magia di Pietroburgo, della durezza della vita e del dramma esistenziale che la rende meravigliosa e tremenda. Bastano ventisei giorni a trasformare una adolescente in una moglie? Questa la domanda della Lepre che immediatamente inquadra uno dei temi cardine di questo libro. Anja. La segretaria di Dostoevskij racconta, infatti, l’incontro tra Dostoevskij e la giovane stenografa che sposerà. Siamo a San Pietroburgo anno 1866. Lo scrittore quasi cinquantenne Fëdor Michajlovič Dostoevskij è afflitto dall’epilessia e reduce dall’aver firmato un contratto-capestro col suo mefistofelico editore: si è impegnato a consegnare un nuovo romanzo nell’arco di un mese. In caso contrario perderà i diritti su tutte le sue opere passate e future. Consigliato dagli amici, si rivolge a una scuola di stenografia che gli mette […]

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Teatro

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, ultimo ballo a Fuente Grande

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, storia di un incontro tra poesia ed arte “La rosa del mio giardino – Lorca e Dalì: ultimo ballo a Fuente Grande” è un spettacolo scritto e diretto da Claudio Finelli e Mario Gelardi. Dopo la prima di ieri sera al Museo Madre (Sala Clemente, primo piano) lo spettacolo andrà in scena stasera, sabato 18 gennaio alle ore 21.00, e domenica 19 alle ore 18.00. La pièce si avvale delle interpretazioni dei giovani attori e protagonisti Simone Borrelli e Riccardo Ciccarelli. Con musiche eseguite dal vivo da Arcangelo Michele Caso (violoncello), coreografie di Danilo Di Leo e costumi di Rachele Nuzzo. Poesia, pittura, amicizia, sentimenti che sfiorano l’amore, in un rincorrersi di parole e disegni: nove anni di corrispondenza, reale e immaginaria, tra Salvador Dalì e Federico García Lorca, partendo dalle lettere ritrovate indirizzate dall’artista all’amico pittore. Due tra le menti più creative della cultura non solo iberica ma europea e mondiale, personalità brillanti e all’avanguardia in un’epoca di chiusura ideale dei confini e di rinascita dei revanscismi di varia natura. È il 1923 quando alla Residencia de Estudiantes, famoso collegio di Madrid che ospitava rampolli dell’alta borghesia spagnola, arriva Salvador Dalì, un giovane impacciato, con l’aria un po’ trasognata e l’aspetto singolare. Ha 18 anni e fa il pittore. Il giovane attira subito l’attenzione di Federico Garcia Lorca, all’epoca un poeta di poco più grande di lui e molto in vista alla Residencia. Tra i due nasce un’amicizia fatta soprattutto di intesa intellettuale. Ultimo ballo a Fuente Grande Sono spiriti affini che vedono il mondo con gli stessi occhi. È difficile dare un nome al tipo di rapporto che univa i due artisti. Non si hanno prove di una vera e propria relazione romantica tra loro. Lorca scrisse la celebre Ode a Salvador Dalí, dove è ben chiaro l’affetto che provava per l’amico e l’ammirazione per il suo genio artistico. Lo definisce, appunto, “rosa del giardino”. Lasciata la scuola, inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta, avvenuta nel 1936 da parte della milizia franchista. Della fitta corrispondenza tra loro sono sopravvissute quaranta lettere scritte dal pittore a Lorca, mentre sono rimaste solo sette lettere di Lorca a Dalì. La spiegazione sembra si trovi in un certo atteggiamento ostile nei confronti di Lorca sia da parte della sorella di Dalì, che della moglie. «Abbiamo voluto lasciare inalterata la separazione (anche fisica) tra i due artisti, — spiega il regista Mario Gelardi — nonostante il legame, mai diventato vero amore, così come agognato da Lorca. Le lettere di Dalì, inviate all’amico, ci raccontano di un rapporto cinico che si scontrava con una disperata ricerca d’amore. La messa in scena è essenziale, le lettere vengono restituite nella loro purezza, accompagnate dalla struggente musica del maestro Arcangelo Michele Caso. L’ultimo incontro, l’ultimo ballo tra i due segna la fine di un’amicizia, forse di un amore, sicuramente la fine di una vita». Con il debutto dello spettacolo prosegue la collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le […]

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Attualità

Attualità

Sindrome dell’abbandono: perchè tutti ne parlano

Sindrome dell’abbandono: perché ne sentiamo parlare così spesso al giorno d’oggi? Cosa distingue la sindrome dell’abbandono quale disturbo della personalità diagnosticabile, dalla pura e normalissima paura di essere abbandonati dalle persone che amiamo? Si può porvi rimedio? Per rispondere a queste domande, occorrerà partire dalle origini e fare chiarezza su ciò che si intende per Sindrome dell’abbandono. La Sindrome dell’abbandono è l’eccessiva preoccupazione legata al pensiero e all’eventualità che persone a noi care ci lascino soli. Molti bambini ne soffrono in relazione alla figura materna, spesso come conseguenza della morte di una persona cara o di abusi emotivi o fisici. Dunque occorrerà in via preliminare distinguere la consueta paura da parte del bambino di essere lasciato solo dalla figura materna, dalla patologica preoccupazione che le persone intorno a lui scompaiano come prodotto di traumi psicologici su cui in alcuni casi sarà necessario intervenire a livello psicoterapeutico. Il bambino affetto da Sindrome dell’abbandono accuserà ansia da separazione, eccessiva preoccupazione al pensiero di essere lasciato solo e conseguente difficoltà a concentrarsi e a svolgere le attività più banali. Ma sono sempre di più gli adulti che manifestano i sintomi della Sindrome dell’abbandono. Sorge spontanea la seguente domanda: è possibile che oggi si sia più soggetti alla Sindrome dell’abbandono per una crescente precarietà e vuotezza dei rapporti umani cui assistiamo impotenti? L’attuale momento storico, pregno di preoccupazioni materiali, profondamente mutato dall’invasione della tecnologia nelle relazioni e negli scambi umani, ci rende più facilmente prede di disturbi quali questo tipo di sindrome? Non è facile dare una risposta definitiva a questo dubbio. La Sindrome dell’abbandono che affligge persone in età adulta può essere correlata a un eccessivo attaccamento a un partner, a un amico, a una persona cara appartenente alla famiglia. Studiare i sintomi con cui essa si presenta può essere utile a riconoscerla. Sindrome dell’abbandono: i segnali per riconoscerla e i danni a lungo termine Tra i sintomi della Sindrome dell’abbandono più peculiari per identificarla citiamo un sentimento di angoscia al pensiero di essere lasciato solo dalla persona verso cui si nutre l’eccessivo attaccamento o di uscire e svolgere attività in sua assenza. Il soggetto afflitto da tale patologia può anche accusare disagi e dolori fisici come mal di testa, mal di stomaco, nausea, fino a dei veri e propri attacchi di panico quando viene “abbandonato” dalla persona amata. Questo presunto abbandono può essere letto dal soggetto patologico in qualunque gesto: anche una chiamata mancata o un impercettibile atteggiamento di distacco nella persona con cui si è instaurato questa relazione morbosa può generare ansia, angoscia, preoccupazione smodata e panico. Se ci si riconosce nella maggior parte dei sintomi sopracitati, è opportuno consultare una figura altamente specializzata per intraprendere un iter psicologico al fine di uscire dal tunnel della Sindrome dell’abbandono. Sicuramente essa non può essere annoverato tra i disturbi mentali più gravi studiato in psicologia e psichiatria, ma gli effetti a lungo termine possono essere altamente nocivi e ostacolare una normale conduzione di vita, agendo negativamente sul percorso esistenziale di chi soffre di […]

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Attualità

Come in Slovenia stanno salvando le api

In Slovenia le api sono protette dalla popolazione e sono il motore dello sviluppo economico del Paese: un modello per la comunità internazionale. Le api di tutto il mondo sono in pericolo: pesticidi, parassiti, monocolture intensive, condizioni climatiche avverse ed estreme minacciano la loro sopravvivenza. La tutela delle api è fondamentale per il mondo e per l’uomo, e secondo gli esperti un terzo di quello che mangiamo lo dobbiamo al loro contributo. Dal centro dell’Europa, però, giunge l’ambizioso progetto di coniugare ambiente, cultura ed economia e salvaguardare questo piccolo e prezioso insetto: in Slovenia le api stanno bene e sono il motore dello sviluppo economico del Paese. La Slovenia è il Paese europeo con la più alta presenza di apicoltori, sono circa 9.600 per un totale di 12.500 alveari e 170 mila colonie di api. È tutto merito dell’ape carnica, originaria della Slovenia centrale e adatta al clima del posto, le cui doti la rendono amatissima dagli apicoltori, quasi venerata: è docile ma resistente alle malattie e con una grande capacità di adattamento. Ma soprattutto ha il raro pregio di essere sia specie protetta che garanzia di un’attività economica di successo, declinata in produzione, commercio e turismo sostenibile. Il modello sloveno La Slovenia ha dato i natali nel 1734 a Anton Janša, allevatore e pittore, considerato il padre della moderna apicoltura. Per celebrarlo, ma anche per promuovere sul piano internazionale il tema della biodiversità, nel 2017 il governo sloveno ha proposto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che il 20 maggio, giorno della sua nascita, fosse proclamata la Giornata Mondiale delle Api. Questo risultato è solo il coronamento del modello a tutela di questo operoso insetto messo in campo dalla Slovenia fin dall’inizio degli anni Duemila: non solo dichiarando specie protetta l’ape carnica, ma anche formando gli studenti e i cittadini con corsi gratuiti di apicoltura, così da sensibilizzare la popolazione, creare nuove professionalità e favorire la presenza di alveari urbani. L’apicoltura in Slovenia non conosce limitazioni e si pratica in campagna così come in città, dettando una moda che si sta diffondendo in tutto il mondo, tanto che città come Parigi e Londra intervengono sulle proprie aree verdi metropolitane seguendo l’esempio sloveno, e non mancano iniziative italiane come Beeing che promuovono l’apicoltura urbana per principianti. Lubiana, la capitale, conta già 300 apicoltori, e il loro numero è in crescita. I suoi 65mila alberi, rigorosamente dai fiori utili al nutrimento delle api come tigli e castagni, la rendono una delle città più verdi al mondo. Una legge speciale obbliga i residenti a piantare solo arbusti, erbe e fiori che producano polline adeguato alle esigenze delle api, e le strade cittadine si riempiono di girasoli, menta e salvia. Lo Stato sovvenziona medicinali e rimedi contro gli acari degli alveari e già nel 2011 ha messo al bando gli insetticidi che contengono neonicotinoidi, sostanze letali per le api e dannose per l’uomo, ben otto anni prima dell’Unione Europea. Questo virtuoso modello in meno di dieci anni ha mostrato i suoi risultati, e così nel 2017 […]

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NutriAfrica, intervista al fondatore Vincenzo Armini

NutriAfrica è un’idea, NutriAfrica è un sogno che nasce dal coraggio e dalla caparbietà di un gruppo di giovani professionisti e studenti campani e si pone l’obiettivo di trovare soluzioni concrete a problemi classificati, nell’opinione comune, come impossibili da realizzare. NutriAfrica è una scommessa controcorrente, il sogno di garantire, in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, la gestione autonoma di un processo produttivo sostenibile per la lotta alla malnutrizione infantile. Abbiamo intervistato Vincenzo Armini dottore di ricerca in Scienze e Tecnologie Alimentari, ideatore del progetto e fondatore dell’associazione di volontariato che da ormai tre anni si dedica alla sua realizzazione. Intervista a Vincenzo Armini, ideatore di NutriAfrica Dalla tua biografia si comprende come il tuo interesse per il volontariato si sia acceso molto presto. Com’è nata questa passione, quali motivazioni ti hanno spinto verso questo mondo? La mia passione per il volontariato è nata all’età di 19 anni. Ho deciso di avvicinarmi alla Croce Rossa alla fine di un percorso di riflessioni e valutazioni sofferte che nasceva dalla percezione delle iniquità e ingiustizie che percepivo nel mondo che mi circonda. Con il tempo ho dedicato sempre maggiore tempo e impegno al volontariato fino a decidere di coniugare questa passione con la mia professione. A partire dal periodo universitario, la tua passione per il volontariato ha cominciato ad influenzare anche la tua professione spingendoti ad approfondire, nei tuoi studi, il tema dei cosiddetti “Ready-to-use-therapeutic-foods” (RUTF). Spiegaci cosa sono i RUTF? Che importanza hanno e quali limiti li caratterizzano? I RUTF rappresentano uno strumento che si usa per la cura dei bambini affetti da malnutrizione acuta severa in stadi lievi e intermedi direttamente nel loro villaggio. Nei casi di malnutrizione lieve e intermedia, che hanno un’incidenza molto rilevante, è possibile trattare il problema senza ricorrere a cure mediche ospedaliere, bensì somministrando creme nutritive direttamente in casa. Questa soluzione ha innanzitutto il vantaggio di ridurre la necessità di ricoveri e rendere meno affollate le strutture ospedaliere locali, ma ha anche un impatto psicologico molto positivo sui bambini sottoposti a trattamento perché ne evita l’allontanamento dalle famiglie e dal luogo di origine. La distribuzione e commercializzazione dei RUTF ha però anche delle ombre. Tecnicamente la produzione locale di RUTF è permessa dai detentori del brevetto, tuttavia la sua effettiva realizzazione è resa complicata dall’utilizzo di ingredienti, quali in particolare il latte scremato in polvere, che non sono disponibili in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. Questa difficoltà rende la produzione locale di RUTF non competitiva dal punto di vista economico rispetto alla loro importazione da paesi sviluppati, dove il costo delle materie prime è più basso. Veniamo qui alla tua idea. Il tuo impegno è stato quello di trovare una soluzione che superasse i limiti dei RUTF finora brevettati. In cosa consiste il progetto NutriAfrica? La mia idea è stata quella di perfezionare un prodotto che garantisse le stesse performance di quelli attualmente disponibili e si basasse su una composizione fatta esclusivamente de prodotti facilmente reperibile sui mercati locali. Il progetto ha […]

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Attualità

La riforma della prescrizione è in vigore: cosa è cambiato

La riforma della prescrizione è entrata in vigore ma non si placano le polemiche e slitta il vertice fissato a Palazzo Chigi. Cos’era, cos’è e cosa sarà la prescrizione penale in Italia. Dal 1 gennaio 2020 è entrata in vigore la riforma della prescrizione penale, approvata dal primo Governo Conte nel gennaio 2019 e contenuta nel ddl Anticorruzione, meglio noto come “Spazza-corrotti”. Nonostante ciò, i dubbi sul contenuto e sugli effetti della riforma permangono, sia da parte degli operatori del diritto che delle stesse forze politiche, anche di maggioranza. Tra i più critici c’è il Partito Democratico, oggi alleato del M5S, che ha chiesto di rivederne il testo formulando una proposta di legge per la sua modifica, ma il vertice fissato per il 7 gennaio è stato rinviato oggi, a causa del sovraffollamento di impegni di Palazzo Chigi. La proposta, che consiste in un solo articolo, vuole ammorbidire la disposizione targata 5stelle-Lega dedicata alla prescrizione per evitare quello che è stato definito “l’ergastolo del giudizio”. Di cosa parliamo quando parliamo di prescrizione La prescrizione del reato ha come unico presupposto il decorso del tempo: trascorso un certo periodo di tempo fissato dalla legge, e diverso a seconda del tipo di reato, il reato (o presunto tale) si estingue e non viene più punito. A scanso di indignazioni, fanno ovviamente eccezione i reati puniti con la pena dell’ergastolo, che sono imprescrittibili, e questo anche prima della riforma. Dal punto di vista dello Stato, la prescrizione interviene quando si è affievolito l’interesse a perseguire un reato commesso in un tempo ormai lontano e che sarebbe anche inopportuno punire. Si aggiunga l’aspetto tecnico della difficoltà, e in alcuni casi impossibilità, di reperire prove e testimoni quando sono passati molti anni. Per l’imputato, invece, è una garanzia contro l’eccessiva durata del processo, che comporta costi psicologici, familiari ed economici considerevoli anche se si dovesse giungere all’assoluzione. Le novità della riforma della prescrizione La riforma, fortemente voluta dal Ministro della Giustizia Bonafede, è l’approdo della battaglia storica del Movimento 5 Stelle contro i tempi troppo lunghi dei processi italiani e l’uso strumentale dell’istituto della prescrizione: si applicherà ai presunti reati commessi dalla data di entrata in vigore della riforma e prevede il blocco assoluto della prescrizione dopo che sia stata emanata la sentenza di primo grado, sia di condanna che di assoluzione. Nelle intenzioni dei promotori questa misura garantirà la certezza della pena, così che nessun imputato colpevole resti impunito sfruttando il meccanismo della prescrizione. Dall’altro lato, chi osteggia la riforma sostiene che il processo successivo al primo grado di giudizio rischia di diventare potenzialmente eterno, con buona pace delle garanzie dell’imputato e della ragionevole durata del processo. In particolare, lo scenario che spaventa di più è quello di una sentenza di assoluzione in primo grado, in cui la presunzione di non colpevolezza è ancora più palpabile, che aprirà ai successivi gradi di giudizio in cui il soggetto è nella “disponibilità” del potere dello Stato per un tempo indefinito (e potenzialmente infinito). Senza dimenticare che […]

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Cinema e Serie tv

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Greta Gerwig e il nuovo adattamento cinematografico di Piccole donne

Piccole donne torna ad incantare con la nuova e potente versione cinematografica della regista statunitense Greta Gerwig. Prodotta dalla Columbia Pictures e distribuita da Sony Pictures (per la pellicola originale) e Warner Bros. Entertainment Italia, la storia che ha sedotto adulti e piccini, ragazze e ragazzi torna nelle sale cinematografiche dal 9 gennaio 2020. Tratto dall’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, il film di Greta Gerwig ha già ottenuto vari riconoscimenti, tra cui due candidature ai Golden Globe e cinque ai BAFTA. Piccole donne. Trama Piccole donne è la versione cinematografica del capolavoro Little Women scritto da Louisa May Alcott e pubblicato in due volumi, il primo nel 1868 e il secondo nel 1869 con il titolo Little Women, or Meg, Jo, Beth and Amy. La storia, ampiamente conosciuta ed apprezzata, è quella delle sorelle March, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh). Quattro giovani donne, unite da un legame indissolubile e dalla determinazione a inseguire i propri sogni, pur tra le mille difficoltà e i problemi generazionali, economici e sociali, sullo sfondo della Guerra di secessione americana (1861-1865). Tra le quattro, la personalità più irriverente e carismatica è senza dubbio quella di Jo, che si distingue dalle altre per la sua indole indipendente e tomboy, alla perenne ricerca della libertà, che difende a spada tratta contro i dogmi sociali e l’invadente tradizione che considerano il matrimonio l’unica possibilità di scalata sociale e personale per la donna. Femminista convinta e ambiziosa scrittrice, Jo sprona continuamente le sorelle a credere in se stesse e nelle proprie potenzialità, ribellandosi a quel rigido sistema sociale che inibisce sogni e desideri. Un cast d’eccezione giunge ad interpretare le tenaci giovani donne, tra cui Emma Watson – amatissima nella saga di Harry Potter, vestendo i panni di Hermione Granger, e nel fantastico adattamento cinematografico La bella e la bestia (2017), in cui è la dolcissima e tenace Belle. Ma la protagonista indiscussa è Saoirse Ronan – già collaboratrice della Gerwig in Lady Bird (2017), esordiente in Espiazione (2007) e acclamata dalla critica in Brooklyn (2015). Come non notare il talentuoso Timothée Chalamet, che veste i panni di Laurie, galante amico innamorato di Jo, indimenticabile nello straordinario Call me by your name – Chiamami col tuo nome (2017). Piccole donne. L’inaspettato successo letterario Come accennato, Piccole donne è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo di Louisa May Alcott, che giunge in Italia diviso in Piccole donne e Piccole donne crescono, il secondo caratterizzato da un arco temporale più vasto del primo. Il successo di Little Women (questo il titolo originale) fu incredibile, sorprendendo la stessa autrice, non credendo fino in fondo inizialmente nella qualità e bellezza del suo lavoro. Il libro si inscriveva nella tradizione della letteratura per ragazzi, prendendo contemporaneamente in prestito elementi dai romanzi d’amore ed esaltando il femminismo insito nell’indole della Alcott. L’autrice fece poi seguire due sequel Little Men (1871) e Jo’s Boys (1886). L’interesse suscitato dal capolavoro di Louisa rese l’opera trasversale, coinvolgendo non solo i ragazzi […]

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Last Christmas, una coraggiosa commedia natalizia

Il regista Paul Feig dà vita ad una commedia sentimentale e ricca di coraggio per raccontare la magia del Natale. Last Christmas è ambientato nella bellissima città di Londra, che con le sue innumerevoli lucine colorate, diventa un fantastico background per l’attrice protagonista Emilia Clarke e per l’intera storia. Kate, una ragazza problematica e senza tetto lavora sodo come “elfo” in un negozio di Natale aperto tutto l’anno. Il suo sogno è quello di avere successo nel mondo della musica, ma dubita di se stessa e non nutre molte speranze. Più speranzosa ed amichevole da adolescente, nella vita presente di Kate qualcosa ha cambiato il suo modo di agire, finché improvvisamente Tom (Henry Golding) entra nella sua vita: così Kate riesce finalmente a condividere con lui la sua passione per la musica. La trama è volutamente semplice, con una sceneggiatura lineare e non ricca di fronzoli. Gli spettatori sono in grado di immedesimarsi e di seguire l’evoluzione degli eventi con molta velocità ed estrema facilità.  La magia festosa del Natale, quella magia che alberga in tutte le persone nel periodo natalizio, è poco sentita dalla protagonista Kate, una ragazza di oggi come tante che vive nutrendo forti indecisioni, con un lavoro precario, incapace di vivere con positività a causa di una situazione instabile. Emilia Clarke dà il volto alla protagonista Kate, recitando magistralmente i momenti di incertezza della ragazza, con un modo di recitare molto incisivo e decisamente espressivo. Un altro fulcro di Last Christmas è la bellezza del focolare domestico, e la storia d’amore tra Kate e Tom, interessante e piena di condivisione che rende le speranze di Kate più concrete allontanando le incertezze. Last Christmas e i numerosi messaggi veicolati Uno dei primi messaggi che viene veicolato dalla commedia natalizia Last Christmas è: volersi bene e credere tanto in se stessi. Psicologicamente le persone possono migliorare la qualità della loro vita, proprio come ci comunica la protagonista Kate, quando si comincia a stimare se stessi e a darsi il giusto valore umano. Un altro messaggio importante e a tratti commovente è quanto sia necessario e bello aiutare il prossimo. Tra una lacrima ed una dolce risata, Last Christmas risulta essere per tutti gli spettatori un film davvero leggero piacevole e significativo al tempo stesso. Fonte immagine: wikipedia.org

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Modern Love: tutte le sfumature dell’amore

Amazon Prime Video sfodera una nuova serie tv da un profondo spessore umano, un cast stellato e una storia romantica dai tratti moderni. Si tratta, appunto, di Modern Love, una serie statunitense diretta da John Carney, composta da otto episodi di circa trenta minuti l’uno. Le varie storie narrate sono indipendenti tra di loro e accomunate solo dallo sfondo sempre stupefacente di New York City. Variano fortemente anche nei generi: amori perduti o dal finale incerto, amicizie speciali e passioni ormai mature. Tutti i racconti sono affrontati in maniera lineare e diretta, senza colpi di scena e, soprattutto, senza il tipico tono smielato delle commedie rosa. Le storie si rifanno a una rubrica del New York Times, che di settimana in settimana racconta spezzoni di vite comuni. Così la città diventa anch’essa protagonista: mostra una faccia diversa di volta in volta, allineandosi ai sentimenti dei personaggi, sostenendo ogni loro avventura e confermandosi come lo sfondo perfetto per ogni passione. Il risultato finale appare più che soddisfacente. Il merito è sicuramente dei dialoghi, dal tono colloquiale, ma ricchi di significato, capaci di porci importanti domande sulla vita, ma senza appesantirci o infastidirci. Il cast stellato che questa serie vanta ha fatto il resto: Tina Fey (Mean Girls), Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Dev Patel (The Millionaire), Cristin Milioti (la Tracy di How I met your mother), Andy Garcia (Il padrino- parte III) e molti altri hanno interpretato alla perfezione il ruolo a loro assegnato, rispettando quella naturalezza che pare circondare tutta la produzione. I vari temi trattati, però, fanno sì che certi episodi appaiano più forti e coinvolgenti di altri. Tra quelli che hanno riscosso più successo c’è sicuramente il terzo, intitolato “Prendimi come sono, chiunque io sia” e interpretato proprio da Anne Hathaway: qui, la storia d’amore tra un uomo e una donna si infittisce di una sensibilità che diventa denuncia di una condizione psichica poco accettata e conosciuta. L’amore passionale diventa, allora, self-love, nel difficile percorso di accettazione che ognuno di noi compie. La stessa profondità vanta l’ultima storia, “La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro”, che racconta delicatamente la nascita di un rapporto d’amore intorno agli 80 anni, quando la vita ha ormai un sapore maturo ma non ancora stantio. Di puntata in puntata, così, Modern Love tiene forte il filo dell’equilibrio, che non tende né verso un hollywoodiano e banale lieto fine, né verso una drammaticità opposta e quasi scontata. Modern Love centra l’obiettivo, sempre e solo raccontare l’amore, in ogni sua forma, con una lucidità e un realismo che ti fanno venire voglia di conoscerne il seguito, come se anche tu fossi seduto su una panchina di Central Park ad ascoltare un conoscente che si confida.   Foto in evidenza: Locandina serie tv (https://www.cinemagay.it/serie-tv/modern-love/)

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18 regali. La commovente storia di un amore che travalica la morte

La storia che ha commosso Spresiano (TV), e non solo, prende forma attraverso il film 18 regali, in uscita nelle sale cinematografiche il 2 gennaio 2020. Il film di Francesco Amato è ispirato alla vera storia di Elisa Girotto, una donna trevigiana morta nell’agosto 2017 a soli 40 anni per un carcinoma al seno, che, consapevole di essere alle soglie della morte, decide di lasciare alla figlia, nata nel 2016, un regalo per ogni suo compleanno fino al diciottesimo anno, cercando in questo modo di accompagnarla nella crescita e donandole tutto il suo immenso amore, seppur a distanza. Prodotto e distribuito da Lucky Red, insieme a 3 Marys Entertainment, Rai Cinema, Vision Distribution e Sky Italia, il film viene realizzato grazie all’aiuto del marito di Elisa, Alessio Vicenzotto (collaboratore anche della sceneggiatura), che svela al regista il mondo interiore della moglie, insieme al coraggio e alla forza che l’hanno accompagnata fino alla fine. 18 regali si inserisce nel filone cinematografico che racconta una scomparsa prematura seguita da una testimonianza della persona defunta scandita nel tempo, si pensi a P.S. I Love You (2007). 18 regali: la trama Impossibile trattenere le lacrime di fronte alla storia di Elisa (interpretata da una saggia ed emozionante Vittoria Puccini), che, consapevole di una sicura e straziante dipartita, pensa al futuro della sua figlioletta, che lascia all’età di appena un anno, cercando un modo per restare al suo fianco anche dopo la sua morte. Decide così di preparare un regalo per ogni compleanno di Anna (interpretata da un’intensa e straordinaria Benedetta Porcaroli), consegnatole dal padre Alessio (Edoardo Leo) per suo conto, fino al compimento del diciottesimo anno. Attraverso questi diciotto regali Elisa dimostra tutto l’incommensurabile amore per sua figlia,  che nemmeno la morte può arginare. Mamma Elisa ci sarà sempre per la figlia Anna, nonostante il fato avverso, cercando di trasmetterle coraggio, forza e determinazione, insieme a tutte le migliori qualità. Ma Anna ha sempre avuto un atteggiamento ribelle e scontroso, soprattutto nei confronti del padre e di quei regali che vede come un’ingombrante eredità, arrabbiata con la vita che le nega la possibilità di stringere e sentire davvero vicina sua madre. Così, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, Anna decide di disertare la festa organizzatale con premura dal padre Alessio e dai familiari, preferendo girovagare per le strade, straziandosi davanti a un boccale di birra, persa nel suo dolore. Totalmente presa da se stessa, Anna non percepisce l’arrivo di un’auto dritta verso lei, venendo pertanto investita. Accade qui qualcosa di straordinario; al suo risveglio, Anna si ritrova in una sorta di crasi spazio-temporale, torna improvvisamente indietro nel tempo ricevendo il suo più bel regalo di sempre: trovarsi faccia a faccia con sua madre Elisa, con la felice e rivelatrice occasione di conoscersi e confrontarsi, seppur in un rapporto un po’ dialettico, ma di amorevole conflittualità. Inizialmente due sconosciute che, col tempo, prendono consapevolezza dell’amore e del dolore che le lega. 18 regali. La storia di Elisa Girotto 18 regali si ispira alla vera e […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Dieta Mima Digiuno, cinque giorni per resettare l’organismo

Ecco cos’è la dieta Mima Digiuno (o dieta Longo), la scoperta del professor Valter Longo. È Valter Longo, il luminare che ha scoperto la dieta Mima Digiuno. Il direttore del dipartimento di gerontologia dell’università della California ha infatti sviluppato un sistema nutrizionale che in cinque giorni è in grado di resettare l’organismo. Da quasi due secoli la scienza medica moderna cerca la correlazione tra alimentazione e aumento dell’aspettativa di vita. Oltre la ricerca sulla dieta Mediterranea di Ancel Keys le testimonianze sull’effetto benefico del cibo sono state numerose. Infatti sarebbe proprio l’isola di Okinawa a detenere il record assoluto per longevità dei suoi abitanti. Sull’isola si consumerebbe infatti prevalentemente verdure, tofu, pesce e pochissima carne. La dieta Mima Digiuno (o mimo digiuno) andrebbe fatta ogni 2-3 mesi per resettare il corpo ed annullare gli effetti negativi dell’ormone della crescita in eccesso. Sembrerebbe, infatti, che il corpo sottoposto a digiuno non percepisce sofferenza, quanto piuttosto diventa più forte. Il sistema nutrizionale del professor Valter Longo prevede alcune regole base: Bisogna consumare più proteine vegetali a discapito di quelle animali (colpevoli spesso delle degenerazioni cancerose), verificare di essere idonei a tale dieta, infatti non tutti sono idonei a tale regime alimentare. In caso di diabete, anoressia o problemi alimentari è chiaramente sconsigliata. È adatta ai soggetti che abbiano almeno 20 anni e non più di 70, tenendo comunque presente, glicemia, sideremia, ematocrito, pressione ed indice di massa corporea. Un italiano medio in normopeso che rispetta i criteri della dieta mediterranea può eseguire un ciclo di mima digiuno ogni 3-4 mesi (3-4 volte all’anno). Un soggetto obeso e affetto da patologie metaboliche (iperglicemia, iperlipemie, ipertensione) potrebbe eseguire la dieta mima digiuno anche una volta al mese. La dieta dura 5 giorni, nei quali l’introito energetico scende progressivamente dal giorno 1 (1.000kcal) al giorno 5. Gli alimenti sono esclusivamente di origine vegetale e apportano principalmente carboidrati e pochi grassi di tipo insaturo. “Lo schema calorico prevede che il primo giorno si assumano circa 1000 kcal divise tra 34% di carboidrati, 56% di grassi e 10% di proteine. Nei 4 giorni successivi si scende a 750 kcal, divise tra 47% di carboidrati, 44% di grassi e 9% di proteine. Un esempio super semplificato del regime da mantenere nei 4 giorni a 750 kcal potrebbe essere: 400 g di zucchine, 300 g di cappuccio rosso, 300 g di carota, 250 g di cipolla, 20g di olio extra vergine d’oliva e 20 g di noci.” Dieta mima digiuno (o dieta Longo) e chemio I suoi effetti benefici sembrerebbero esplicarsi anche durante la chemioterapia. Il professor Valter Longo infatti, ha rilevato che nei topi, applicando la dieta, è possibile ridurre la progressione del tumore, e in casi più rari arrestarla del tutto. L’aspetto interessante è che il digiuno spingerebbe a rinforzare solo le cellule sane, non quelle malate che invece “disobbediscono” non tutelandosi ed entrando facilmente in apoptosi (“suicidio”). Ma tale studio non ha ancora avuto conferme sull’uomo, in quanto l’unica certezza è che un digiuno fatto di solo acqua prima e dopo la chemioterapia ridurrebbe gli effetti collaterali della stessa. I benefici […]

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Come fare il pane in casa: trucchi e consigli

La ricetta del pane che qui proponiamo è la tradizionale ricetta del pane napoletano casereccio. Per fare il pane in casa sono necessari pochi ingredienti: farina, acqua, sale, lievito. Questi quattro ingredienti sono alla base del tradizionale pane casereccio, ma per completezza, ricordiamo che esistono diverse ricette per gli impasti di pane a seconda della regione geografica a cui facciamo riferimento: per esempio, il pane toscano è un pane “sciocco“, cioè senza sale, mentre il pane ebraico è azzimo, quindi non prevede lievitazione. Come fare il pane in casa: trucchi e consigli Prima di indicare la ricetta, alcune riflessioni: il pane è uno degli ingredienti basilari dell’alimentazione, in quanto ricco di carboidrati necessari al sano sviluppo dell’organismo; ciò, chiaramente, a patto che venga introdotto con l’alimentazione un quantitativo giusto per il fabbisogno calorico giornaliero individuale. È bene, dunque, utilizzare per l’impasto del pane solo farina integrale (meglio se macinata a pietra) piuttosto che la farina bianca setacciata fine (con il processo di raffinamento, il grano perde le fibre naturali contenute in germe di grano, necessarie nel processo regolare di assimilazione e rilascio degli zuccheri nel sangue), solo lievito naturale (da evitare il chimico, la cui produzione è sintetica), evitare l’utilizzo dello zucchero nell’impasto (da taluni utilizzato per “accelerare” e “favorire” l’azione “batterica” dei lieviti) ed utilizzare poco sale (per evitare l’insorgenza di fenomeni di ipertensione). Inoltre, per chi ne abbia la possibilità, è da preferire la cottura a legna del pane affinché esso possa acquisire la sua caratteristica croccantezza e fragranza. Il pane fatto in casa: una ricetta (e due sue varianti) Ingredienti (orientativamente per mezzo chilo di pane): 500 grammi di farina; 25 centilitri di acqua; 2 centilitri di olio extravergine di oliva; 3 grammi di lievito di birra; un po’ di sale. Procedimento: Sciogliere il lievito nell’acqua, poi aggiungere la farina e il sale e impastare fino all’ottenimento di un impasto corposo e liscio. Impastare molto e a lungo affinché il composto possa “inglobare” aria che servirà a dare volume al pane e conferirà allo stesso la tipica struttura alveolata. Far lievitare l’impasto, lasciandolo “riposare”, per 12 ore; successivamente mettere in forno per 30 minuti a 180 gradi centigradi. Varianti al procedimento precedentemente indicato: I variante: Impastare 100 grammi di farina, con 10 centilitri d’acqua e un grammo di lievito. Far lievitare questo “lievitino” per 12 ore, poi aggiungere al composto così ottenuto i rimanenti 400 grammi di farina, i 15 centilitri d’acqua e i 2 grammi di lievito e aggiungere l’olio e il sale; impastare il tutto e lasciar “riposare” ulteriori 8 ore (il procedimento permette al pane di mostrare la sua struttura “alveolata”). Successivamente mettere in forno (sempre per 30 minuti a 180 gradi) per la cottura. II variante: Sull’impasto, ecco un trucco da considerare come ulteriore variante ai procedimenti indicati: mescolare e impastare gli ingredienti per il “lievitino”, poi far “riposare” il piccolo composto, così ottenuto, per 15 minuti e aggiungere pian piano l’acqua (preriscaldata, dev’essere tiepida) e la farina fino ad ottenere che l’impasto completo abbia consistenza […]

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Choco Lite: prodotto miracoloso o semplice integratore?

  Puoi perdere 10 Kg in un mese, questa la promessa di Choco Lite, l’integratore naturale che ti fa dimagrire! La domanda da porsi per prima è senz’altro cos’è Choco Lite? È essenzialmente un integratore alimentare dimagrante del tutto naturale, la cui azione si basa su un meccanismo brucia-grassi. Il suo sapore gradevole, inoltre, sembrerebbe innalzare l’umore, cosa essenziale durante i regimi dietetici. Il prodotto sembrerebbe promettere la perdita fino a 24 kg in quattro settimane. La preparazione è molto semplice: si può preparare un cocktail ogni mattina con 250 ml di latte aggiungendo 1-2 cucchiai di miscela, o 2-3 per gli uomini. Il cocktail sostituendosi alla colazione, offrirà al corpo 217 kcal, 10 g di carboidrati, 17 g di proteine e 23 microelementi vitamine e fibre. La bevanda va bevuta inoltre, in sostituzione di un secondo pasto a piacere per consolidare il risultato. Il trattamento minimo deve essere di quattro settimane, così come viene consigliato dai produttori. I suoi ingredienti principali, come suggerisce il sito ufficiale sono: cacao, che accelera la lipolisi e rallenta il processo di invecchiamento, il grano saraceno che aiuta ad eliminare il liquido in eccesso dal corpo, l’alga spirulina che proviene l’obesità, il bran grazie al quale si aumenta il senso di sazietà riducendo la digeribilità di calorie. Il Peas accelera il metabolismo, mentre il riso integrale comporta la riduzione di calorie consumare in un giorno. Questi sei ingredienti naturali sembrerebbero fare cinque promesse: la riduzione del grasso corporeo, la riduzione della fame, l’aumento delle energie, alcun desiderio di zuccheri, e il buonumore costante. Choco Lite è dannoso? Essendo un prodotto composto da ingredienti naturali senza parabeni, coloranti e aromatizzanti sintetici non dovrebbe avere controindicazioni. C’è da aggiungere però che Choco Lite pur essendo un valido alleato alla battaglia contro i kg di troppo, non può essere il sostituto di un’alimentazione sana e di un intenso esercizio fisico. La sua efficacia si esprime solo se nel periodo del trattamento si svolge con regolarità attività fisica e un’attenta alimentazione equilibrata.  A tal proposito si è chiaramente espressa la nutrizionista Manuela Mapelli, intervistata all’interno del servizio de Le Iene, affermando che tale prodotto non è miracoloso e non può da solo sortire effetti considerevoli. Dove acquistare Choco Lite A tal proposito è meglio far chiarezza, poiché molti sono i prodotti contraffatti che portano questo nome. Il complesso dimagrante può essere ordinato solo tramite il sito ufficiale: chi lo acquista in negozio (farmacia o punti vendita di altro tipo) o tramite un sito diverso da quello ufficiale potrebbe comprare un’imitazione, senza avere alcuna certezza né sui possibili risultati che si possono raggiungere, né sui rischi a cui si può andare incontro. Funziona davvero? Su questa questione ci si è dibattuti parecchio, ma cercando in rete, numerose sono le persone che utilizzando tale integratore hanno avuto benefici considerevoli. Choco Lite può essere acquistato in promo al vantaggioso prezzo di 39 euro. Se la sua efficacia, quindi, sia un sogno sperato o un fatto concreto sembrerebbe ancora tutto da scoprire. […]

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Christmas is coming to Sciuè il panino vesuviano

I giovanissimi fratelli Giuseppe e Marco De Luca, capitanati da papà Mauro, accolgono e celebrano il dodicesimo mese dell’anno, foriero di aria di festa e tradizione, inaugurando i nuovi menù natalizi da “Sciuè il panino vesuviano” e “Sciuè, pizzainteglia” Il Natale, si sa, è la festa preferita da tutti, grandi e piccini: vuoi per l’aria di festa, vuoi per i regali, vuoi per il cibo. Ed è proprio a quest’ultimo elemento che si sono ispirati, per Sciuè, ilpaninovesuviano e Sciuè, pizzainteglia i fratelli De Luca, capitanati dal più grande dei due, Giuseppe, chef e maestro panificatore: l’idea è quella di proporre, sotto forma di panino e pizza, le atmosfere e i sapori tipici del Natale. Burro, acciughe, lime, insalata russa e la pizza in teglia… No, non c’è da spaventarsi, non troverete tutti questi prodotti sulla stessa fetta: si comincia con la prima, una freschissima e saporita focaccia, guarnita con burro montato al lime, acciughe del Cantabrico e germogli; il burro montato al lime è delicato e fresco, e crea le giuste note di contrasto per il sapore forte e la sapidità delle acciughe: a questo bisogna poi aggiungere e menzionare la leggerezza dell’impasto, dovuta alla lunga lievitazione a cui Giuseppe sottopone i suoi impasti, contribuendo a rendere questa esperienza culinaria estremamente piacevole e, soprattutto, facilmente digeribile. Si passa, poi, alla focaccia che strizza l’occhio alla tradizione più verace, presentandosi ricoperta di gamberi, ravanello, insalata russa e capperi: anche in questo caso, forse in maniera più inaspettata, a colpire è la leggerezza e delicatezza di questa proposta dello chef, che riesce ancora una volta a trasformare e portare la tradizione a nuovi livelli. …baccalà fritto, papaccelle, minestra maritata e il panino vesuviano E per quelli che proprio non riescono ad aspettare lo scoccare dell’ora di cena del 24, o del pranzo del 25, allora potranno cominciare il duro allenamento di stomaco e mascelle in casa Sciuè, dove si è già dato il via alle danze: si parte con un pane al sesamo nero, farcito con vossignoria il baccalà, per l’occasione mantecato con il nipponico pane panko, accompagnato da provola affumicata, crema di papaccelle e scarola riccia; il sapore della crema di papaccelle è forte e tenta di sovrastare il resto dei sapori ma, con il giusto bilanciamento di amarezza, dato dalla scarola riccia, il panino si presenta ben equilibrato e piacevole al palato. Per le giornate più fredde, invece, è il caso di dare una chance alla ciabatta con crema maritata di broccoli, che fa da letto alla cicoria e allo stracotto di manzo: in questo panino si viene abbracciati dai sapori, le consistenze e gli odori tipici dell’inverno, e sembrerà davvero di essere tornati bambini, a casa dei nonni. Piccola chicca, quest’ultimo panino è da provare anche nella versione senza glutine, nel quale l’esplosione dei sapori risulta addirittura migliore dell’originale. Che sia a pranzo o a cena, vale sempre la pena fare un salto a Pomigliano d’Arco e lasciarsi guidare dai giovanissimi fratelli De Luca, non fosse altro che per […]

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Culturalmente

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Architettura organica: arte e natura

L’architettura organica è una corrente di pensiero artistica concepita dall’architetto Frank Lloyd Wright. Con il termine si intende la totale armonia fra paesaggio antropico (ambiente costruito, edilizio, paesaggio naturale modificato dall’uomo) e paesaggio naturale. Architettura organica: definizione ed esempi Il termine, si è detto, sta ad indicare il “sistema di equilibrio” fra ambiente costruito e ambiente naturale, sistema, questo, raggiungibile attraverso l’inserimento armonico – integrazione “non forzata” – degli elementi architettonici artificiali (da utilizzare per la costruzione) con gli elementi naturali del sito in cui si va a costruire l’impianto architettonico. «Una poetica serenità»: così Frank Lloyd Wright, architetto moderno e fondatore dell’architettura organica, ha definito lo stile; essa, quindi, in contrasto con l’architettura razionale, intende ricuperare l’armonia fra uomo e natura erigendo opere architettoniche che facciano del rapporto di simbiosi uomo-costruzione il dittico fondamentale e precipuo della messa in opera architettonica. I punti salienti di tale modello – definiti, nel loro insieme, attraverso i termini di “progetto organico” – riguardano i concetti di aria, luce, spazio: in termini pratici, le costruzioni rispettose dei principi dell’architettura organica (che deve, in primo luogo, armonizzare la triade uomo-tecnica-natura), per seguire pienamente i “dettami organici”, devono essere concepite e realizzate come unità architettoniche in cui aria e luce si espandono libere, senza ostacoli d’ombra (di cui fanno parte, ad esempio, le “chiusure” delle prospettive e degli spazi causate dalle stanze); come unità architettoniche in cui vi è perfetta intersezione fra la costruzione stessa e l’ambiente naturale circostante. Sono preferibili l’aggetto delle superfici orizzontali – ossia la sporgenza dell’edificio che contribuisce, similmente a quanto accade con l’ombra in pittura, a donare caratteristica dinamica e risalto alla costruzione -, e l’utilizzo di singoli materiali edilizi (e di elementi d’arredamento interno) in grado di integrarsi al meglio con l’ambiente naturale circostante. L’edificio, dunque, non è considerato come “isolato”, come costruzione a sé stante, o “fissato” entro determinati schemi precostruiti, ma è concepito come spazio libero che forma “un unico sistema” con l’ambiente circostante; in altre parole, si potrebbe dire che sono gli ambienti naturali a “richiedere” adattabilità agli schemi di costruzione e non gli edifici, con i loro schemi fissi di costruzione, ad imporsi “con tirannia” sugli ambienti naturali. Il modello architettonico organico e le sue derivazioni Dal modello architettonico organico sono discesi vari modelli architettonici che rispettano il principio di armonia-coesione espresso dalla triade uomo–architettura–ambiente; è questo il caso dell’architettura bioclimatica, dell’architettura ecosostenibile, dell’arcologia, della bioarchitettura: correnti architettoniche che, per un verso o per l’altro, hanno in comune la progettazione e la costruzione di edifici che rispettano i principi dell’ecologia (ricerca e utilizzo di materiali naturali o sintetici ma con impatto inquinante prossimo allo zero, prospettive di risparmio energetico) e della salute psico-fisica (recupero per l’individuo della dimensione di “abitante della Natura“); tutti pensieri, dunque, che, a ben vedere, hanno l’intento di recuperare le “facoltà visive” dallo stato di forte cecità dell’edilizia disattenta e nociva; un recupero, questo, realizzantesi attraverso lo studio di tecniche consapevoli che si riavvicinano ai sani modi di comprendere gli spazi […]

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Battaglia di Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

Il 27 luglio del 1214 ebbe luogo la battaglia di Bouvines che vide contrapposti Filippo II e Ottone IV di Brunswick, rispettivamente il sovrano del regno di Francia e l’imperatore del sacro romano impero. Si trattò di un episodio molto importante, giacché il suo esito sarà importante per l’assetto dell’Europa. Antefatti  Ottone IV era stato eletto imperatore da papa Innocenzo III nel 1209, anno in cui lo stesso Ottone aveva accettato le condizioni del Trattato di Spira in cui rinunciava a qualsiasi aspirazione di dominio sui territori pontifici. Ma l’imperatore non ci pensò due volte a rimangiarsi la promessa fatta, dato che l’anno successivo invase e occupò quell’insieme di territori conosciuti sotto il nome di “Patrimonio di San Pietro” (Viterbo e il comprensorio di Civitavecchia) e giunse persino ad impossessarsi della corona del Regno di Sicilia nonostante il papa lo avesse scomunicato. Il 9 dicembre del 1212 Innocenzo III incoronò imperatore Federico II di Hohenstaufen, sfruttando il malcontento della nobiltà tedesca che criticava Ottone per il fatto che fosse più occupato a battibeccare con il papa che ad occuparsi dei territori dell’impero. Intanto l’oramai ex-imperatore cercò in ogni modo di riprendersi il trono e si alleò con il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra, anche lui messo sotto pressione dalla non facile situazione in cui le terre inglesi versavano. Preso il trono in qualità di “sostituto” del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la terza crociata (1189 – 1192), l’obiettivo principale di Giovanni fu quello di privare i feudatari di qualsiasi loro diritto con una politica tributaria che non piacque ai baroni inglesi, i maggiori avversari di re Giovanni assieme al re di Francia Filippo Augusto. Originario della famiglia dei Capetingi, questi era succeduto al padre Luigi VII nel 1180 quando aveva solo quindici anni, trovandosi davanti un sacco di problemi da affrontare. In primis dovette sedare una rivolta del conte delle Fiandre Filippo I, furioso in quanto sua nipote nonché moglie del re Isabella di Hainaut aveva portato come dote di matrimonio la contea di Artois e alcuni territori delle Fiandre. Il conseguente scontro ebbe come esito la stipulazione del trattato di Boves del 1185 con cui si riconosceva a Filippo Augusto il dominio sulle contee di Artois, Vermandois e Arménois. L’altro problema di Filippo Augusto era la corona inglese, che aveva dei propri possedimenti in Francia. Ciò rappresentò la causa degli scontri che Filippo ebbe con Riccardo Cuor di Leone, ex alleato durante la terza crociata in Terrasanta, e quando il sovrano inglese fu fatto prigioniero nel viaggio di ritorno dal duca d’Austria Leopoldo V ne approfittò per negoziare con il già citato successore Giovanni il quale, pur di impossessarsi della corona del fratello (si dice addirittura che fece circolare nel regno la falsa notizia della sua morte!), si mise al servizio di re Filippo divenendo suo feudatario a tutti gli effetti e cedendogli una buona parte dei territori appartenenti ai Plantageneti, il ramo della famiglia reale da cui Giovanni discendeva. Ma quando il re inglese si rifiutò di adempire […]

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Conte Vlad, la leggenda di Dracula

Il conte Vlad è una delle figure storiche più affascinanti e allo stesso tempo più disturbanti, dal momento che la sua fama è legata perlopiù alla tortura dell’impalamento con cui uccideva i propri nemici. L’uso di tali metodi sanguinari hanno poi gettato le basi per la creazione del personaggio letterario del conte Dracula. Partiamo alllora per questo viaggio in Romania, per la precisione in Valacchia, per scoprire la storia del conte Vlad che per alcuni vive ancora tra noi sotto le vesti di vampiro.  La storia del conte Vlad III di Valacchia Vlad nacque nel 1431 nella cittadella di Sighisoara da Vlad II, sovrano della Transilvania e membro dell’Ordine del Dragone. Questi era un ordine militare fondato, forse ad inizio ‘400, dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo allo scopo di contrastare l’eresia di Giovanni Hus e in seguito l’avanzata dei turchi in Europa. Proprio dai Turchi Vlad venne fatto prigioniero ad Adrianopoli nel 1442, dove venne educato come un sultano. Nel 1448 venne raggiunto dall’assassinio del padre Vlad II e di suo fratello maggiore durante una rivolta dei boiardi organizzata dal regno d’Ungheria, desideroso di impossessarsi della Valacchia. Una volta libero il conte Vlad invase il proprio paese natale con al seguito un esercito di turchi, ma venne sconfitto dal sovrano Vladislao II che lo costrinse all’esilio in Moldavia. Trascorrono alcuni anni e in questo periodo di tempo Vlad stipula trattati di alleanza tra la Moldavia e la Transilvania, oltre a riuscire a portare dalla propria parte quei boiardi che avevano causato la morte del padre e con cui condivideva un nemico in comune: gli ottomani. La presa di Costantinopoli nel 1453 da parte di Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente rappresentavano un campanello d’allarme per la cristianità, che vedeva l’ombra musulmana oramai pronta ad abbattersi in Europa. Per tutti i signori dei vari regni cristiani era quindi necessario fare fronte comune per evitare il peggio e lo stesso valeva per Vlad, il quale si batté respingendo le armate ottomane nel 1454 a Szendro in Ungheria e nel 1456 a Belgrado. Quest’ultimo scontro andò a vantaggio proprio di Vlad, poiché tra le varie vittime ci fu Giovanni Hunyiadi, condottiero e fino a quel momento voidova ( “governante”) della Valacchia. Vlad approfittò del vuoto di potere e si impadronì del trono divenendo voidova della Valacchia con il nome di Vlad III e attuando una serie di riforme per risollevare la regione dallo stato di degrado in cui versava. Cercò innanzitutto di favorire l’economia locale tramite la costruzione di nuovi villaggi per i contadini e sostenendo i commercianti locali per limitare l’influenza estera di quelli di altre regioni romene. Inoltre spostò la capitale a Tirgoviste, dove venne costruito il Castello di Poenari in mezzo alle montagne. Questi provvedimenti non vennero ben accolti dai mercanti sassoni della Transilvania, i quali avevano creato nella regione una rete commerciale di città detta Siebenbürgen ( “Le sette città“) e che videro minacciati i propri interessi. Ciò portò a un’alleanza con i boiardi che a causa delle minacce […]

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Idem con patate: uso e origine della frase idiomatica

Molti sono i modi di dire o le frasi idiomatiche utilizzate in tutta la penisola, alcune che denunciano apertamente la propria origine e provenienza, altre che, col passare del tempo, perdono le proprie radici pur restando nel linguaggio comune a tutti. Moltissimi inoltre sono i termini derivanti dal latino che restano immutati nella nostra lingua, come il comunissimo idem, utilizzato per esprimere la ripetitività o l’assenso rispetto a quanto affermato prima. Altra espressione tipicamente utilizzata è “idem con patate”, con l’intento forse di rafforzare la concordanza e talvolta utilizzato col fine di sottolineare ironicamente l’ordinarietà dell’affermazione. Curiosa l’origine di tale modo di dire; scopriamo insieme le varie proposte. L’origine del modo di dire Idem con patate Questo curioso modo di dire presenta una probabile tripla origine che proponiamo di seguito. La barzelletta Secondo alcuni la frase idiomatica deriverebbe da una barzelletta nella quale si racconta di una famiglia di umili origini che si concede il lusso per una sera di una cena al ristorante. Essendo analfabeti e incapaci di interpretare le pietanze elencate nel menù, il capofamiglia ordina a caso, e gli viene così servito un comunissimo piatto di fagioli. La moglie, più scaltra, origlia l’ordinazione di una coppia seduta accanto a loro, dove una signora, dopo aver ordinato “idem con patate”, indicando il piatto del suo commensale, vede arrivare al suo tavolo un appetitoso arrosto con patate. La signora dunque replica l’ordinazione, ripetendo anch’ella “idem con patate”; purtroppo però il suo “idem” erano i fagioli del marito, accompagnati dalle patate, appunto. L’origine nordica Una seconda versione dell’origine del detto sarebbe legata alle trattorie del nord Italia, dove era solito essere servito un unico piatto al giorno, che veniva comunemente accompagnato dalle patate, contorno economico e molto diffuso, soprattutto nelle zone vicine alle regioni nordiche, in particolar modo la Germania. Nel Novecento la frase idiomatica si sarebbe poi diffusa nell’intera penisola. La paretimologia latina Un terza origine richiamerebbe a una paretimologia dal latino, ovvero “idem comparate“, storpiato in italiano in “idem con patate”, in tono canzonatorio e ironico, mantenendo però lo stesso significato di “lo stesso di, come sopra”. Esempi dell’uso del detto: “Cosa hai fatto ieri sera?” “Nulla, sono stato a casa a guardare la tv, e tu?” “Idem con patate!“. “Stamattina c’era un gran traffico a causa delle spese natalizie; idem con patate stasera quando sono tornata a casa!” “Vorrei tanto andare in vacanza alle Maldive quest’anno!” “Idem con patate!” Dagli esempi riportati si nota come spesso il modo di dire, a differenza del classico “idem” utilizzato per indicare la comunanza di pensiero, aggiunge una sfumatura ironica al comune assenso, com’è tipico delle frasi idiomatiche. [Fonte immagine: https://www.publicdomainpictures.net/it/view-image.php?image=274585&picture=vecchio-libro]

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Windows 7 verso la fine del supporto: cosa succederà?

Windows 7, il sistema operativo di casa Microsoft rilasciato nel 2009 (a meno di tre anni dal rilascio del predecessore), è stato uno dei sistemi operativi Microsoft di punta dell’ultimo decennio, nato per sostituire lo sfortunato predecessore Windows Vista, in seguito ai numerosi episodi spiacevoli denunciati dai clienti in seguito al passaggio a Vista da Windows XP. Come riporta il comunicato ufficiale di Microsoft, il sistema operativo di casa Redmond rilasciato ufficialmente al pubblico il 22 ottobre del 2009, installato ancora sul 26,82% dei computer (secondo Statcounter, secondo solo al più recente Windows 10) verrà dismesso in data 14 gennaio 2020, motivando la scelta con la necessità di “concentrarsi sul supporto di tecnologie più recenti e di nuove esperienze”. Microsoft provvederà ancora, come in passato, ad inviare delle notifiche sui dispositivi che utilizzano il sistema operativo Windows 7, facendo leva su tutti i potenziali rischi e svantaggi dovuti alla tecnologia obsoleta nel proseguire l’esperienza di utilizzo con un sistema operativo datato, con l’obiettivo di invogliare l’utenza al passaggio al più attuale Windows 10. Fine del supporto a Windows 7: cosa comporterà? Possibili soluzioni ed alternative Già terminato il supporto principale a Windows 7 nel 2015, l’azienda di Satya Nadella porrà fine definitivamente al supporto esteso del sistema operativo. In seguito non fornirà più assistenza online né telefonica e non verranno più rilasciati nuovi aggiornamenti atti a correggere eventuali vulnerabilità non colmabili dai semplici software antivirus, costituendo di fatto una corsia preferenziale per la diffusione di nuovi attacchi informatici da parte di malintenzionati. La soluzione proposta da Microsoft consiste nell’acquisto di una licenza per l’uso di Windows 10, alternativamente è possibile ancora optare per il predecessore Windows 8, che riceverà aggiornamenti di sicurezza fino al 2023. Offerto inizialmente a partire dal 1° aprile 2019 per le licenze a volume, esteso poi a tutte le altre tipologie dal 1° dicembre per le versioni Professional ed Enterprise, Microsoft ha istituito il programma Extended Security Updates (ESU): un servizio sottoscritto a pagamento che garantisce ad aziende, governi e pubbliche amministrazioni una estensione – fino ad un massimo di tre anni – del supporto a Windows 7. Importante evidenziare che in caso di sottoscrizione ad ESU nel secondo o nel terzo anno, sarà dovuto il pagamento anche delle quote degli anni precedenti. Il costo dell’abbonamento varia in base alla tipologia del contratto di licenza, in caso di contratto a volume i prezzi sono i seguenti: 25$ a PC il primo anno 50$ a PC il secondo anno 100$ a PC il terzo anno Nel caso di contratti di licenza non a volume si dovrà far fronte ad una maggiorazione: 50$ a PC il primo anno 100$ a PC il secondo anno 200$ a PC il terzo anno Va ribadito che l’ultima soluzione riportata consiste in una agevolazione per le aziende e non costituisce un sostitutivo ad un eventuale aggiornamento del parco software, che viene più volte consigliato da Microsoft stessa.   Fonte immagine: HdBlog

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Videogiochi: cinque remake open source

Videogiochi: cinque remake open source Un software è definito open source se è possibile avere accesso al codice sorgente (algoritmo scritto in un linguaggio di programmazione umanamente intellegibile, trasformabile in istruzioni eseguibili dalla macchina). In generale il software open source è anche software libero, cioè agli utenti sono garantite le libertà di utilizzo, studio, redistribuzione e modifica del software. Anche alcuni videogiochi sono open source, tra questi troviamo anche dei “remake”, cioè cloni di giochi del passato, riscritti ed espansi per funzionare anche su piattaforme più moderne e/o per aggiungere ulteriori funzionalità. Esistono numerosi remake open source di videogiochi commerciali, ne vediamo cinque esempi. Videogiochi: cinque remake open source 0 A.D. 0. A.D. è un videogioco di strategia in tempo reale, l’obiettivo è gestire una civiltà economicamente e militarmente. È ambientato tra 500 A.C. e 1 A.C., ed è stato pianificato di espanderlo fino al 500 D.C. Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2001 ed inizialmente 0 A.D. era una mod di Age of Empires II: The Age of Kings. Successivamente è diventato un gioco indipendente (ma rimane ispirato alla serie Age of Empires) e dal 2009 è open source (il codice è soprattutto sotto GPL, il resto sotto CC BY-SA). Lo sviluppo è tuttora in corso, in fase alpha, e non è stata dichiarata una data per il rilascio della versione definitiva. Trailer dal sito di 0 A.D. (versione Alpha 23 Ken Wood) The Dark Mod The Dark Mod è un videogioco stealth (cioè l’obiettivo è compiere delle missioni senza essere scoperti) ambientato in un universo steampunk: è ispirato alla serie di videogiochi Thief, dove si interpreta un ladro in un universo steampunk tra il tardo medioevo e l’età vittoriana. È nato come mod di Doom 3, poi è stato trasformato in gioco a se stante, con il codice sotto licenza GPL ed il resto del materiale sotto CC BY-NC-SA. Trailer dal sito di The Dark Mod Open Dungeons Open Dungeons è un videogioco di strategia in tempo reale con ambientazione fantasy. Ambientazione un po’ atipica, perché il giocatore è “il cattivo” degli altri giochi fantasy, il malefico signore di un labirinto pieno di mostri impegnato nel cercare di dominare il mondo. È ispirato giochi basati sullo stesso concetto come Evil Genius e la serie Dungeon Keeper. Il codice è sotto licenza GPL, grafica, musica ecc. sono sotto svariate licenze. Tutorial dal sito di OpenDungeons Pioneer Pioneer è un videogioco open-world ambientato nel 33° secolo. Non vi è una trama definita, ma il giocatore è libero di esplorare la galassia e impegnarsi in attività più o meno lecite a bordo della sua astronave. Pioneer è ispirato al videogioco Frontier: Elite II ed è rilasciato sotto licenza GPL per il codice e CC BY-SA 3.0 per gli asset. https://pioneerspacesim.net//trailer.mp4 Trailer dal sito di Pioneer Warzone 2100 Warzone 2100 è un un videogioco di strategia in tempo reale, ambientato in un futuro post-apocalittico dove combattere per il controllo del pianeta. Nato come videogioco commerciale, è stato poi reso open source […]

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I braccialetti della fortuna: significato e realizzazione

Chi non ha mai indossato, soprattutto d’estate, i braccialetti brasiliani o altrimenti detti braccialetti della fortuna? Nel periodo estivo è infatti “tradizione” acquistare, soprattutto in spiaggia, questi sottili filamenti di cotone colorati per legarli al polso. Prima di indossarli, è consuetudine esprimere un desiderio che, come dicono le credenze, si esaudirà solamente quando il braccialetto si spezzerà da solo. Ma da dove parte questa usanza e cosa simboleggiano questi braccialetti? Scopriamolo insieme! Origini e significato dei colori I braccialetti della fortuna sono originari del Brasile; è da lì che parte la tradizione di esprimere un desiderio prima di fissarli al polso o alla caviglia. I brasiliani credevano infatti in un potere mistico che veniva trasferito dalla mente all’oggetto. Secondo questa credenza, la forza del desiderio sarebbe stata trasmessa all’accessorio che, mandando un messaggio all’universo, avrebbe portato una soluzione al problema che da tempo si cercava o avrebbe realizzato ciò che si era espressamente chiesto. Inoltre, ad ogni colore corrisponde un significato. Il rosso simboleggia l’amore; il verde la speranza; l’azzurro lavoro e soldi; il giallo la fortuna; il viola e il blu simboleggiano la pace; il bianco la libertà; il rosa l’amicizia. È bene dunque, in base a ciò che si desidera, prestare attenzione al colore del bracciale. Leggenda vuole che, a seconda del significato del colore del bracciale, un attimo prima di fare il secondo nodo per fissarlo, si esprima un desiderio e che, una volta che il bracciale si spezza da solo o viene perduto, il desiderio si esaudisca. Braccialetti della fortuna: come realizzarli Questi braccialetti sono talmente semplici che è possibile realizzarli anche da soli. Si realizzano infatti con poco materiale e in breve tempo. Per farli occorrono tre o più fili dei diversi colori scelti che vanno legati insieme, facendo un nodo alle estremità. Più fili si utilizzano, più spesso sarà il bracciale. Alla base va posto il colore riguardante la sfera del desiderio. Successivamente si procede ad avvolgere il primo filo colorato – che va tenuto con la mano destra – in senso orario intorno ai restanti fili, tenuti invece dalla mano sinistra. Il filo dovrà ricoprire gli altri fili per almeno 1 o 2 cm. Una volta raggiunto il primo centimetro del colore desiderato, si passa ad un altro colore. Per cambiare colore, si procede in questo modo: il primo filo colorato, ormai avvolto, dalla mano destra deve passare nella mano sinistra; viceversa, con la mano destra bisogna tenere il filo del nuovo colore scelto e cominciare a girare di nuovo intorno agli altri fili; e così via fino al completamento dell’opera. Infine, per chiudere e fissare il lavoro, basterà fare un nodo così come quello effettuato all’inizio. Il braccialetto finito deve avere un lunghezza di circa 15 cm. Per avere un’idea più chiara su come realizzarli, su YouTube trovate numerosi tutorial che vi spiegano passo passo come fare. Bene, non vi resta che provare! [fonte foto: https://pixabay.com/it/photos/amicizia-fratellanza-mani-unione-2156172/]

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Fun e Tech

Luci di Natale: tutti i trucchi per risparmiare

Il Natale è un momento assolutamente unico all’interno dell’anno, un periodo magico reso tale anche dalle luci di case e luminarie che riescono a creare un’atmosfera irripetibile in città. Si tratta però allo stesso modo di una festa che aumenta indiscutibilmente, oltre alla nostra gioia, anche i nostri consumi in bolletta: un aumento poco gradito soprattutto a seguito dell’aumento dei prezzi avvenuto in ottobre. Esistono però anche dei semplici trucchi che vi permetteranno di illuminare a festa le nostre abitazioni senza però per questo dover mettere da parte il vostro spirito natalizio. Scegliere una tariffa conveniente Per prima cosa bisogna stare molto attenti alla tariffa energetica proposta dal proprio gestore, anche se questo è un consiglio che vale in ogni periodo dell’anno. Si suggerisce quindi, innanzi tutto, di cominciare a vagliare tra le diverse offerte luce per la casa proposte dai nuovi operatori del mercato libero quella che fa più al proprio caso. Recenti ricerche, infatti, hanno dimostrato che facendo il passaggio è possibile risparmiare più di 300 euro all’anno in bolletta. Passare alle luci a LED Le lampadine a incandescenza oramai rappresentano il passato: un passato costoso, che possiamo metterci alle spalle sostituendole con le lampadine LED. In vendita è infatti possibile trovare diverse luminarie che adottano questo genere di lampadine e che consumano quindi poca energia o, quanto meno, in misura nettamente inferiore rispetto a prima. Il risparmio che noterete sarà considerevole, senza però rovinare la magia del Natale. Luci alimentate da pannelli solari Se siete amanti poi delle luci da esterna, perché non collegare i nostri festoni luminosi ad un piccolo pannello solare? È una spesa poco invasiva, ma che può comportare numerosi vantaggi anche in termini di risparmio. E poi si tratta di un bel modo per festeggiare il Natale, rispettando l’ambiente e l’eco-sistema che ci ospita. Accendere le luci solo quando servono davvero Purtroppo molte famiglie sono abituate ad attaccare le luci 24 ore su 24, quasi in una sorta di sfida con le luminarie del vicinato, ma si tratta di uno spreco evitabilissimo. Il consiglio quindi è quello di collegare e accendere le luci soltanto quando servono, e dunque quando siamo in casa, per permetterci di godere della splendida atmosfera natalizia che creano senza sprecare soldi ed elettricità. I proiettori di luci Oggi i proiettori sono dispositivi sempre più intelligenti e a risparmio energetico, dato che utilizzano luci LED e sono dotati di apposite modalità a basso consumo. Ebbene, sul mercato si trovano anche modelli specificatamente pensati per la proiezione delle luci di Natale, che consumano pochissimo ma sono comunque in grado di creare fuori casa un’atmosfera perfetta. Luci intermittenti o fisse? Chiudiamo sfatando un mito: non è affatto vero che le luci intermittenti consumano meno energia di quelle fisse. Il motivo? Vengono comunque gestite da un sistema perennemente collegato alla rete elettrica, che consuma tanto quanto gli altri. Inoltre, nemmeno i colori incidono sulla bolletta, siano essi rossi, verdi, bianchi e via discorrendo. Un ultimo consiglio per aumentare la portata delle vostre luci, […]

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Libri

Libri

Confidenza, recensione dell’ultima opera di Domenico Starnone

Da poco è uscito nelle librerie “Confidenza” (Einaudi, 2019) l’ultima opera dello scrittore Domenico Starnone,  autore di molti libri tra cui spiccano “Scherzetto” (2016) e “Lacci” (2014), entrambi editi dalla casa editrice Einaudi. “Confidenza”, uscito nelle librerie alla fine del 2019, è l’ultimo libro dello scrittore napoletano Domenico Starnone, nonché sceneggiatore ed insegnante, autore di numerose opere di spessore che vanno dai libri “Via Gemito” (Feltrinelli, 2000, vincitore del Premio Strega) al già citato “Lacci” (Einaudi, 2014)  a sceneggiature di film di registi famosi quali Michele Placido (“Ovunque sei”, 2004), Sergio Rubini (“L’uomo nero”, 2009), Alessandro D’Alatri (“La febbre”, 2005). Inoltre, Domenico Starnone è stato uno degli scrittori a cui  è stata attribuita l’identità di Elena Ferrante. Confidenza di Domenico Starnone: la sinossi Pietro e Teresa sono un’insegnante e un’alunna che si innamorano. Ma il loro amore è decisamente tempestoso perché Teresa ha un carattere impulsivo e passionale che mal si collima con il bisogno di perfezione di Pietro e il suo desiderio di piacere agli altri. Dopo che si sono lasciati restano legati da un segreto: una confidenza su un episodio del passato che ciascuno di loro ha vissuto in precedenza e che, sicuramente, non li riempie di orgoglio. Una “confidenza” banale  diventa una sorta di “ricatto morale” per Pietro, che trasforma Teresa nel suo “Super io” personale che frena le sue passioni e alimenta la paura di perdere tutto quello che ha costruito. Una riflessione sulla nostra identità “Confidenza” è un romanzo complesso, caratterizzato da un stile narrativo fluido e coinvolgente e da una trama che lascia aperti molteplici interrogativi. “Confidenza” è una riflessione sulla nostra identità e sul conflitto interiore che ciascuno di noi vive, quello tra quello che siamo  e quello che mostriamo agli altri, su cosa ci dà consenso e rafforza la nostra autostima. L’identità, malgrado sia rafforzata da una florida carriera, come nel caso di Pietro che diventa uno scrittore ed oratore di successo (le presentazioni dei suoi libri gli danno più notorietà delle stesse opere), resta fragile di fronte alla “minaccia” rappresentata da Teresa e alla possibilità che racconti al mondo il suo “segreto”. Domenico Starnone, confermando la sua grande capacità narrativa, mediante i personaggi di Teresa e Pietro ma anche di Nadia, la moglie di Pietro, inizia un percorso di analisi dell’animo umano soffermandosi sulla complessità dei rapporti interpersonali, fatti di equilibri estremamente precari e volubili che spesso finiscono nello sfociare in tradimenti, in insicurezze e in crisi identitarie.

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Eventi/Mostre/Convegni

Layla di Massimo Piccolo apre la terza edizione di Marigliano Letteart

Layla di Massimo Piccolo | Recensione | A 14 giorni dall’inizio del nuovo anno a Marigliano, comune della provincia napoletana, si inaugura la terza edizione di “Marigliano Letterart“, la rassegna culturale che propone interessanti e stimolanti incontri letterari, ideata e organizzata da Deborah Daniele, con il sostegno di associazioni come il Circolo letterario anastasiano di Giuseppe Vetromile, Clarae musae di Vittoria Caso e I colori della poesia di Annamaria Pianese, oltre al patrocinio del Comune di Marigliano. Il primo incontro si è svolto nella sala del Pato’ Lounge Bar di Marigliano, luogo scelto appositamente per avvicinare un pubblico variegato di lettori, al fine di promuovere in maniera ampia questa iniziativa culturale. Ad inaugurare il ciclo di incontri è Massimo Piccolo, autore dalla personalità poliedrica essendo non solo scrittore, bensì anche regista, giornalista e fotografo. Per la casa editrice  napoletana Cuzzolin, l’autore aveva già pubblicato la favola moderna “Estelle“. L’incontro si apre con la presentazione del suo romanzo “Layla” ambientato, come ci spiega l’autore, in una Napoli diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso gli autori contemporanei; non è la Napoli dei commissari, né quella di un tempo lontano o dei quartieri difficili e malfamati. L’autore ha voluto scavare più a fondo, arrivando a sviscerare tradizioni plurisecolari, per toccare temi nascosti e mistici; uno degli aspetti che caratterizza la città è quello dell’esoterismo, dei culti nascosti che si stratificano col tempo nelle mille sfaccettature che essa assume in base a come ognuno sceglie di guardarla; nessuna città più di Napoli, centro nevralgico di tradizioni e culti plurimillenari, avrebbe potuto fungere da palcoscenico letterario per il romanzo di Massimo Piccolo. La volontà dell’autore è quella di portare alla luce la bellezza del patrimonio napoletano, non solo in ciò che è evidente e sotto gli occhi di tutti, bensì in ciò che i simboli, le strade e le numerose chiese e cappelle della città nascondono. Questi solo alcuni dei temi sviscerati durante la presentazione di un libro che arriva a toccare numerose sfaccettature dell’animo umano e non solo. La presentazione di Deborah Daniele fa emergere la perplessità del lettore una volta arrivato all’ultima pagina del libro, in un finale forse volutamente aperto alle più svariate interpretazioni. Un romanzo che lascia dubbi e nessuna certezza, solo come i grandi libri sanno fare, secondo Deborah Daniele. I protagonisti I protagonisti del romanzo sono ragazzi che si accingono a varcare il limite tra l’adolescenza e l’età adulta, con tutte le crisi del caso e i problemi legati ad un mondo che inizia a svelarsi e a far cadere il velo che lo ha fino a quel momento ricoperto, mostrandone i fantasmi reali e irreali. Layla, una giovane e timida studentessa al penultimo anno di liceo, nel romanzo si spoglia delle sue incertezze e delle sue fragilità, facendo emergere anche la sua forza. Nella copertina del romanzo in primo piano il volto di una ragazza, fotografata dall’autore stesso, richiama l’attenzione col suo sguardo volutamente enigmatico, che cattura e inquieta, prefigurazione del mistero che avvolge il […]

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Libri

Il vincolo cieco di Luigi Salerno, un romanzo di potenza e riflessione

Da poco pubblicato dalla Ferrari editore, Il vincolo cieco è la terza opera di Luigi Salerno, scrittore e sceneggiatore. Il vincolo cieco è di una potenza riflessiva disarmante: pensieri corroborati da una moltitudine di parole che ad un primo momento disturbano, ma in un secondo si comprende come, invece, siano state incastrate secondo una logica scrittoria, da Luigi Salerno, sceneggiatore e scrittore alla sua terza opera. Strano, quindi, come si possa credere che questa infinità di input e riflessioni che provengono da un unico narratore senza nome, che scandaglia la sua vita quanto le persone che la popolano utilizzando una vorticosa e sempre nuova valutazione, possa essere condensata in sole seicento e più pagine. Troppe per i pochi fatti raccontati, scarse azioni che nel loro dinamismo permettono solo un cambio di scena (molte volte in realtà riproposte, ma con sensazioni diverse): poche per i continui disfacimenti interiori del protagonista, poche per i monologhi che lascia che i suoi personaggi utilizzino per parlare in prima persona e, il più delle volte, per svelare qualcosa di inatteso. Più che monologhi sono sfoghi, eruttazioni vulcaniche che scandagliano la successiva, impercettibile e forse impassibile, reazione del narratore senza nome. Più che impassibile appunto cieca: il protagonista si strugge per la maggior parte di questo lungo romanzo/riflessione, alla ricerca, o alla non ricerca, di qualcosa che sfugge sempre al lettore, o che a tratti sembra cambiare direzione, con la speranza perenne che il nostro protagonista possa trovare una pace interiore forse mai agognata. Lupo solitario, gli fa da dimora un semplice appartamento così tanto confortevole nell’abitudine, sia degli oggetti come un macinino di caffè, sia nelle prospettive visive che appaiono sempre le stesse da tutti gli angoli della casa, come il balcone dei vicini dirimpettai Goslin con la metodica donna che innaffia instancabilmente le sue piante. Scrittore fallito per sua scelta, abitudinario nei suo lavoro di bigliettaio al cinema Napoleone, si corrobora in un cervellotico continuum di prove e preoccupazioni, condita da una estenuante insonnia, nella possibilità di creare un nuovo format scrittorio che si sintetizza in una serie di file su una cartella del computer dal nome “Logbook”. Qui, il protagonista racconta di se stesso, ma anche di personaggi inventati, o persone che abbiano un vincolo con la sua esistenza, tra fatti reali e immaginari. Una di queste persone è Aris, la moglie del caro amico Paul, una donna affascinante nella sua fragilità, dalla bellezza erotica nelle sue calze quando indossa una ridondante gonna scozzese. Soggetto del desiderio, e per questo uno dei centri verso il quale il protagonista oscilla continuamente, tra essere e non essere, volere e non volere, immaginare e non vivere insieme a lei i due figli, David e la piccola Vic, un animo sensibile e forse proprio per questo sentito più vicino. Il narratore così ne dipinge una figura innocente, spezzata nella sua tristezza e nel suo silenzio da un contorno molto più violento e pesante per poter essere sopportato nella sua purezza. Piegata alle ingiustizie del mondo se vediamo […]

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Libri

Ricordati di me: intervista ad Emanuele Bosso

Emanuele Bosso, studente di Lettere Moderne e curatore della rubrica (su Instagram) “#unlibrosospeso“, ha pubblicato quest’anno il suo primo romanzo, Ricordati di me (edito per la casa editrice GM press); per l’occasione, abbiamo intervistato l’autore. Ricordati di me di Emanuele Bosso: l’intervista Emanuele, studi Lettere, sei stato libraio, curi una rubrica di libri e sui libri: quanto e in che modo il sapere umano, la letteratura, le emozioni, le storie, sono il nutrimento delle tue parole, dei tuoi pensieri, della tua vita? Le parole, e in particolar modo i libri che le contengono, sono i pilastri della mia vita. Senza, mi sentirei perso, costantemente in pericolo. La verità è che ho bisogno di storie, di immergermi in vite completamente diverse dalla mia, di provare emozioni contrastanti e poco coerenti con il mio carattere. Tutto questo si riflette inevitabilmente sul mio modo di relazionarmi con gli altri: i libri accrescono la mia sensibilità, la delicatezza, la comprensione verso il prossimo. Mi definirei un “profondo romantico” e questo mio modo di essere deriva dai libri che ho letto. “Unlibrosospeso”: come nasce il titolo e l’idea? Vuoi parlarci in dettaglio della tua rubrica? Il titolo della rubrica è un chiaro riferimento a “Un caffè sospeso”, un’iniziativa tutta napoletana attraverso la quale, chi prende un caffè al bar, ne paga un altro per chi verrà dopo, che non può permetterselo. L’idea nasce da questo meraviglioso gesto e dalla mia volontà di condividere e lasciare in sospeso le sensazioni provate dopo la lettura di un libro. Ho cominciato quasi per gioco, adesso collaboro con grandi case editrici e sul profilo siamo in ottomila a condividere la passione per i libri e per le storie. È per me un traguardo incredibile che testimonia ancora una volta, come i libri siano aggregazione e partecipazione e non qualcosa di solitario e noioso come spesso vogliono farci credere. In Ricordati di me vengono affrontati temi profondi quali il dramma della mancata maternità (e paternità), l’infanzia desiderata, le distanze cagionate dalla mancanza di comunicazione, di dialogo; come sono nate e maturate dentro te queste riflessioni? Tutto nasce dalla volontà di scrivere un romanzo di un certo spessore introspettivo, che indagasse in profondità la psicologia di tutti i personaggi. Di conseguenza, ho dovuto documentarmi molto prima di cominciare a scrivere, anche perché quasi tutte le tematiche trattate non mi appartengono in senso stretto. Per me scrivere vuol dire soprattutto mettersi in gioco, sperimentare e conoscere nuovi punti di vista. Diciamo che quando devo creare una storia, preferisco sempre allontanarmi dalla mia comfort-zone e scoprire nuove sfumature e altre intensità. Le vicende raccontate nel testo si svolgono fra Napoli e Rocca San Felice; quanto la scelta dei luoghi ha influito sulla costruzione dei personaggi e sulle loro vicende? Rocca San Felice, molto più di Napoli, è stato un luogo fondamentale per la costruzione e caratterizzazione dei personaggi. Per chi non lo sapesse, è un piccolissimo paese in provincia di Avellino, con poco più di mille abitanti. Ho scelto di ambientare il romanzo […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Le scale del Petraio di Napoli: rotolando verso il mare

Domenica 12 gennaio, Heart of the city ci ha proposto una mattinata sorprendente in giro per le scale del Petraio di Napoli, che si arrampicano su un vero e proprio borgo nascosto, fatto di bassi, strette viuzze, archi, piazzette, piante, fiori, vigneti, agrumeti, eleganti palazzi in stile liberty, con le caratteristiche “edicole” – simbolo della devozione religiosa degli abitanti del posto – e caratterizzato da panorami mozzafiato, lontano dal caos della città, senza auto, il tutto avvolto da una calma struggente. La guida ci ha accompagnati poi a Casa Tolentino per visitare il monastero seicentesco di San Nicola da Tolentino, ai piedi della collina di San Martino, dove ci è stato concesso di rifocillarci con un aperitivo all’aria aperta, immersi nel verde. L’agenzia di promozione turistica del territorio campano Heart of the city è riuscita ancora una volta a raggiungere il suo scopo, che è quello di regalare ai presenti un’esperienza di viaggio fuori dal comune, “sensoriale”, di quelle che il mondo te lo fanno “sentire”, più che vedere. Ripercorreremo con voi il nostro viaggio insieme a Heart of the ciry. Vi consigliam scarpe comode. Le scale del Petraio: cinquecento gradini circa, un corrimano centrale e mille culure Napoli è una città perfetta se si vuole trascorrere la domenica mattina circondati di bellezza. Non a caso eravamo in tanti presenti all’appuntamento all’uscita della stazione Morghen, situata nell’omonima via e facilmente raggiungibile con la funicolare di Montesanto o con la linea L1 della metropolitana (fermata Vanvitelli). Tutti riuniti intorno a una bandierina gialla con un cuore rosso in mezzo (il logo di Heart of the city), tutti accomunati dalla passione per questa città che non vuole finire mai di stupirci e tutti vogliosi di godere della sua spudorata bellezza, abbiamo imboccato Via Annibale Caccavello e, girando a sinistra, ci siamo praticamente librati nell’universo e abbiamo raggiunto stazioni intergalattiche e varchi spazio temporali che ci hanno condotto in paradiso. Esageriamo? Vi assicuriamo di no. Le scale del Petraio un tempo univano la parte bassa della città(il mare) con la zona collinare. I gradini prendono il nome dalla natura pietrosa del territorio sul quale furono edificati per raccogliere l’acqua che da qui iniziava il suo percorso in discesa. Passo dopo passo, il Golfo di Napoli si lascia ammirare nelle spaccature tra una casa e l’altra, catturando col suo rumore l’attenzione di chi lo guarda, come farebbe il richiamo di un amante, uno di quelli dominatori, tirannici, che sguinzagliano brividi addestrati a percorrerti la schiena. Inizialmente ti accarezzano, ma poi ti travolgono fino a calpestarti e a piegarti in due. Chi tene ‘o mare ‘o sape ca è fesso e cuntento. Lui non dà mai risposte e sicurezze a chi gli fa domande, in punta di piedi, sulla sponda. Chi tene ‘o mare ‘ossaje porta ‘na croce. S’illude di avere tutto, s’inganna, come se fosse marchiato da una sorta di peccato originale da espiare. Si può, per caso, arginare il mare? No. Chi tene o’ mare, ‘o ssaje, nun tene niente, cantava Pinuccio. Io […]

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Libri

Il giro del Mondo in 40 Napoli: il libro di Michelangelo Iossa

Il giro del Mondo in 40 Napoli è un libro di Michelangelo Iossa pubblicato recentemente (gennaio 2019) per la casa editrice Rogiosi editori. Il giro del Mondo in 40 Napoli: il testo Il testo “geografico” di Michelangelo Iossa è un inconsueto “atlante di viaggio”, una guida “sui generis“: iniziato come «inchiesta che il Corriere del Mezzogiorno pubblicò a puntate tra l’agosto e il settembre del 2017» e divenuto poi libro «grazie all’affettuoso interesse dell’editore Rogiosi», Il giro del Mondo in 40 Napoli è uno sguardo curioso sul mondo, alla ricerca di poleonimi simili o del tutto identici rispetto alla “nostra” campana Napoli. Musica, letteratura, cinematografia, storia, politica, religione: sono molti i riferimenti che Michelangelo Iossa mescola alle pagine della sua “guida geografica” sulle varie “Napoli nel Mondo”; così come molti sono i paralleli che lo stesso autore traccia fra le città: sembra quasi di poter scorgere fra le pagine quell’ideale filo narrativo che di città in città, di viaggio in viaggio, Michelangelo Iossa ha svolto fra le pagine, ha steso, ha annodato, fino a intrecciare complessivamente il composito tessuto geografico-narrativo di cui Il giro del Mondo in 40 Napoli è costituito. Le “40 Napoli nel Mondo” Il viaggio fra le “Napoli del Mondo” si svolge a partire dalle Americhe: è qui, in questo continente, che Iossa ci illustra le “città nuove” statunitensi, canadesi e brasiliane dando, fra l’altro, spazio alla virtuale metropoli Neopolis, «un non-luogo, una città non reale» omonima delle altrettanto immaginarie città e megalopoli di videogiochi e fumetti ricordate dall’autore fra le pagine del suo testo. Il viaggio riprende lungo le linee della realtà e il racconto prosegue nelle città dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa; ed è qui, in Europa, nella nostra Italia, in particolare, che il viaggio intorno al Mondo di Michelangelo Iossa giunge alla sua tappa conclusiva (per il momento): con un “volo” dalla siracusana Neapolis, arriviamo a Napoli, nella “nostra” campana Napoli, di cui Michelangelo Iossa riconosce «l’immenso contributo che l’arte, la letteratura e la musica» hanno sempre offerto a Napoli, con chiara visibilità nel mondo. E allora, noi napoletani, ricordando le parole che l’autore ha espresso in procinto della chiusa alla sua “opera itinerante” – «Napoli è una e multipla: non solo sfogliatelle e mandolini ma anche rodeo texano, ouzo ateniese, carnevale brasiliano, malvasia greco-veneziana, testimonianza dei nativi americani, prelibatezze siciliane e pugliesi, villaggi africani e smart city cipriote. Tutto si nasconde e si svela nel nome di Napoli, ad ogni latitudine» – guida di viaggio alle “Napoli nel Mondo” alla mano e consapevolezza geo-storico-etnografica nel cuore e nella mente, possiamo intraprendere idealmente o fisicamente questo sicuramente suggestivo viaggio mossi sempre ed imprescindibilmente da – riprendo una frase di Giancarlo Siani ricordata da Michelangelo Iossa in epigrafe al suo testo – «ricerca, curiosità, approfondimento». Fonte immagine in evidenza: rogiosi.it 

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Eventi nazionali

Pizza Revolution: il corso universitario sulla pizza

«La pizza è più di una ricetta: è un Patrimonio Culturale Nazionale, e, nel caso del pizzaiolo napoletano, un Patrimonio Immateriale sancito dall’Unesco. Un simbolo della Dieta Mediterranea e della cultura della Convivialità, un elemento in cui si fondono tradizione e innovazione»: è da questo concetto che è nata l’idea di Pizza Revolution: il primo corso accademico sull’arte della pizza, organizzato dal Centro Federica Weblearning dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” («Per iscriversi basta accedere al corso, iscriversi compilando il form di registrazione e confermare la propria mail. Poi, non resta che seguire, spicchio dopo spicchio, questo percorso a base di pizza»). Il corso, primo nel suo genere e curato da Luciano Pignataro (giornalista e autore del testo saggistico La pizza. Una storia contemporanea, edito dalla casa editrice Hoepli), offre contenuti didattici multimediali accessibili in piattaforma telematica e fruibili gratuitamente da qualunque dispositivo elettronico abilitato alla connessione internet. La presentazione alla stampa Il progetto è stato presentato alla stampa il 17 settembre scorso, nell’ambito della manifestazione Caputo Pizza Village e alla presentazione hanno preso parte, oltre a Luciano Pignataro (giornalista e curatore del progetto), Valentina Della Corte (docente di Economia del Turismo), Alberto Ritieni (docente di Chimica degli alimenti) ed Evelina Bruno (responsabile dei corsi della piattaforma “Federica”). Durante la presentazione è stato spiegato l’intento del progetto: Pizza Revolution vuol offrire, tramite le sue video-lezioni teoriche, basi e approfondimenti inerenti l’arte della pizza, nei suoi vari passaggi (impasto, lievitazione, condimenti, cottura). Data la completezza del corso di studi che si vuole offrire, numerosi e provenienti da vari ambiti del sapere sono i docenti e maestri del corso (fra i maestri pizzaioli: Matteo Aloe, Giancarlo Casa, Enzo Coccia, Sara Palmieri, Franco Pepe, Enzo Piccirillo, Lello Ravagnan, Ciro Salvo, Salvatore Salvo, Gino Sorbillo; fra i docenti universitari: Bruno Siciliano, Paolo Masi, Alberto Ritieni, Valentina Della Corte, Raffaele Sacchi, Paolo D’Achille, Matteo Lorito). Pizza Revolution: le aree tematiche Si riportano di seguito (come da comunicato stampa) le aree tematiche in cui il corso è stato suddiviso: «Sociolinguistica: la parola italiana più diffusa nel mondo è “pizza”: indaghiamo la genesi di un vocabolo e la diffusione di un cibo simbolo dell’Italia all’estero; Chimica: laminazione, fermentazione, lievitazione. Lievito madre, di birra, biga e riporto. Perché la pizza è un esperimento da laboratorio oltre che un’arte; Storia: 1889 è l’anno di nascita della Pizza Margherita. Ma è davvero così? Un viaggio a ritroso nel tempo alle vere origini del cibo della felicità; Ingredienti: Un giro d’olio, un oro giallo. Infinite varietà di pomodoro. La mozzarella dalla lunga storia. Le tre tappe principali di un viaggio top sul topping; Diffusione: 1 miliardo e 620 milioni di pizze all’anno sono quelle mangiate in Italia. 5 miliardi quelle vendute nel mondo. Le cifre a 9 zeri di un cibo artigianale; Valori nutrizionali: Pizza, base della dieta mediterranea e amica del benessere. Scopriamo il suo valore!». Fonte immagine in evidenza: comunicato stampa

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Napoli e Dintorni

Vicolo della Cultura: il primo in Italia al Rione Sanità

Un Vicolo della Cultura a Napoli. Nel Rione Sanità. Questa l’iniziativa della Onlus “Opportunity” e del suo Presidente, Davide D’Errico. Davide è un imprenditore sociale, un giurista e un comunicatore e, insieme a Maria Prisco, Project Manager dell’Associazione, ha dato vita a un progetto ambizioso: cambiare la città di Napoli, partendo dal Rione Sanità. “Opportunity” nasce durante l’emergenza rifiuti in Campania del 2010; oggi gestisce tre beni confiscati alla camorra, organizza iniziative di beneficenza e di volontariato per minori a rischio e, in generale, per le fasce più deboli e povere della popolazione, tiene lezioni nelle scuole a bambini e ragazzi su legalità, cittadinanza e Costituzione. Si occupa anche di comunicazione sociale, con eventi e flash-mob che coinvolgono giovani di tutte le età, ed è un ente accreditato dal Ministero per il coordinamento e la gestione di progetti di Servizio Civile Universale. “Per cambiare la città non serve essere super eroi, basta essere cittadini!” il loro motto. “Il Vicolo della Cultura” verrà inaugurato il 21 dicembre mattina, in Via Montesilvano, nel cuore del quartiere Sanità di Napoli, un rione in cui è avvenuta una vera e propria rinascita grazie alla sinergia tra istituzioni, enti, associazioni culturali e sociali, imprese locali. Via Montesilvano si trasformerà in una vera e propria biblioteca all’aperto, con installazioni artistiche, opere di street art moderna ed “edicole culturali”. Partner di “Opportunity” nella creazione de “Il Vicolo della Cultura”, è Toraldo, la famosa azienda produttrice di caffè, con la campagna “Toraldo t’accumpagna”, ispirata al detto napoletano “‘a maronn’ t’accumpagna”. Vicolo della Cultura: dalla fede alla cultura “Proprio tra questi vicoli – ha dichiarato Davide D’errico – 300 anni dopo la prima illuminazione di Napoli, è nata l’idea di affiancare alle classiche edicole votive delle moderne “edicole culturali”. Perché se padre Rocco vinse la criminalità con la devozione e l’illuminazione, noi vogliamo vincerla con la bellezza e la cultura”. Nel ‘700, infatti, Padre Gregorio Rocco, frate domenicano, per illuminare i vicoli bui e stretti di Napoli, affisse sulle pareti della città le raffigurazioni della Madonna con il bambino, affidando agli abitanti del quartiere il compito di tenerle sempre illuminate. Così nacque la prima fonte di illuminazione della città, che non solo diede una piccola e immediata risposta al problema della criminalità, ma diede vita alle edicole votive che caratterizzano i vicoli napoletani. Le edicole culturali, invece, saranno spazio per mostre artistiche e fotografiche, biblioteca all’aperto e fonte di illuminazione ecosostenibile. Le opere artistiche de “Il Vicolo della Cultura” sono state realizzate da Mario Schiano e Gianluca Raro e finanziate dai club “Round Table”, “Rotaract Napoli” e “Rotaract Napoli Ovest“. All’inaugurazione di sabato 21 dicembre presenzieranno diversi scrittori napoletani, tra cui Lorenzo Marone, per donare i propri libri alla biblioteca gratuita, e saranno presentate ai cittadini tutte le attività portate avanti dal progetto nei prossimi mesi. La Compagnia Teatrale “Putéca Celidònia” interverrà con una performance tra i balconi di Via Montesilvano, mentre ScalzaBanda, la banda musicale dei ragazzi e delle ragazze del Quartiere Montesanto, riempirà il Vicolo con la sua musica. Ancora […]

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Musica

Musica

Cortellino canta la libertà di sbagliare

Solo quando sbaglio (LaPOP), pubblicato l’11 ottobre 2019, è l’ultimo album del cantautore Enrico Cortellino. Già conosciuto come Cortex, pseudonimo con cui ha esordito nel 2007, l’artista triestino ha poi deciso di cambiare nome d’arte per adottare semplicemente il suo cognome. Solo quando sbaglio è il suo quarto album, registrato tra Rimini e Trieste, nato anche grazie all’esperienza di Cortellino al CET di Mogol, dal quale fu notato nel 2008 suonando al Piper di Roma in occasione della finale del Tour Music Fest. Mogol lo premiò per i testi assegnandogli una borsa di studio per il Centro Europeo di Toscolano. Molti testi di Solo quando sbaglio sono stati realizzati proprio con la collaborazione di autori incontrati al CET. Il disco è stato anticipato dall’uscita di 140 Km/h, cover dello storico brano di Ivan Graziani, e contiene in totale otto tracce. Cortellino: la libertà anarchica dell’errore                                             Solo quando sbaglio è un album pop di chiaro stampo cantautorale che racchiude e rispecchia diversi momenti della vita dell’artista. Cortellino racconta in chiave malinconica e ironica allo stesso tempo, l’amore, il dolore e la bellezza del diventare adulti e la difficoltà del lavoro, dell’affrontare la vita con le sue delusioni, le ansie e i tormenti. Tematiche intime e profonde condensate in otto brani contrassegnati da uno sferzante umorismo – come è nello stile del cantautore triestino – accompagnato da musiche accattivanti e melodiose. Alle pressioni sociali e interiori che avverte, il cantautore triestino risponde con la creatività e l’amore. Solo quando sbaglio: track by track L’album si apre con il brano Usami, una tragicomica ballata che racconta la trasformazione di un rapporto di coppia. Segue Cuore logico, una sorta di monologo/dialogo con un dottore immaginario al quale l’autore rivolge domande sull’amore, Solo quando sbaglio, il brano che dà il titolo all’album, è la terza track. Una canzone che riflette sulla libertà anarchica del commettere errori per sentirsi vivi, liberi: «Solo quando sbaglio/ io mi sento vivo/ questa è la mia libertà», canta l’autore. « Mi piace molto suonare il brano live – ha dichiarato Cortellino – la canzone è nata chitarra e voce e si è evoluta grazie alla collaborazione con l’autrice Eleonora Rossi, con la quale ho curato il testo”. Il brano è accompagnato da un videoclip in bianco e nero “per – ha raccontato il cantautore- metterci la faccia e farsi vedere da vicino». Il disco prosegue con Un sorriso, un brano in cui Cortellino si avvale della collaborazione del rapper triestino Riccardo Civita, in arte Yane, e Elettra, uno dei pezzi più interessanti del nuovo lavoro del cantautore. Troviamo poi la cover di 140 km/H, brano che Ivan Graziani dedicò alla Bora di Trieste. Gli arrangiamenti del pezzo sono curati da Filippo Graziani, figlio di Ivan. La penultima traccia dell’album è Un discorso da coniglio, in cui Cortellino canta le riflessioni di un uomo che si appresta a diventare padre. Il disco si chiude con la bella e malinconica Mediterranea, un brano sulla perdita di un amore dalla melodia cullante. Un disco ben fatto che […]

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Terraferma, il terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio | Intervista

Chitarre battenti, zampogne e castagnette si scontrano con chitarre elettriche e sintetizzatori nel terzo lavoro in studio di Gerardo Attanasio, Terraferma, pubblicato il 15 giugno 2019 per Blue Bell Dischi. Composto da nove tracce, il disco ha giovato della direzione artistica di Fabio Rizzo. Attraverso il contrasto musicale tra sonorità tradizionali ed ‘elettriche’, Gerardo Attanasio racconta in Terraferma della contaminazione e dell’interazione reciproca dei miti antichi e moderni della provincia napoletana, espressioni delle istanze di una civiltà contadina e premoderna fagocitata e posta ai margini dall’affermazione tecnologica della modernità. Per approfondire questi aspetti, abbiamo intervistato Gerardo che ci ha aiutato a conoscere meglio Terraferma. Intervista a Gerardo Attanasio, autore di Terraferma Com’è nato Terraferma? È un disco dedicato interamente alla provincia napoletana, il luogo in cui sono cresciuto. Ho cercato di raccontarla individuando dei miti antichi e moderni che potessero parlare di questi posti. Poi musicalmente c’è stato un lavoro molto divertente, ho preso strumenti della tradizione e li ho declinati in ambito rock. Quali sono questi miti? Sono partito dalle sirene, queste sirene che non cantano più, e sono arrivato al mito moderno di Don Catellino Russo che è stato un grande velista stabiese che ha avuto una storia incredibile perché perse una gamba in guerra, a Tobruk (Libia), e malgrado ciò vinse di tutto a livello mondiale in categoria lightning. Un’altra storia è quella del generale Avitabile, famoso generale borbonico che governò l’Afghanistan e il Pakistan. Ancora oggi, alcune persone usano il suo nome per spaventare i bambini, storpiandolo in afghano il suo nome diventa Abu Tabela. Sono storie passate, insomma, che raccontano di un mondo scomparso, come la civiltà contadina. Il pezzo che chiude il disco, Nonna Nonnarella, parla appunto di questo. Prende ispirazione dalla musica popolare che però diventa un rock e in quel brano parlo appunto della fine di questo mondo contadino. “Sirene che non cantano più”, a cosa fai riferimento precisamente? Faccio riferimento al fatto che la modernità ha un po’ fagocitato i sogni, i miti e anche certe ingenuità facendo perdere qualcosina. Preciso che non sono assolutamente un nostalgico, però insomma, diciamo che il nostro territorio è stato divorato dalla modernità, dal cemento… Per me le sirene sono un po’ la voce della natura, oltre che delle illusioni che abbiamo distrutto. È un po’ un’elegia, ecco. Che ruolo ha avuto Fabio Rizzo all’interno del disco? Fabio Rizzo è stato fondamentale perché io avevo una sviluppato una mole notevole di materiale e avevo una direzione in testa ma avevo bisogno di qualcuno esterno che mettesse ordine a tutto quello che avevo preparato. Fabio mi ha proprio aiutato a scegliere cosa tenere e cosa rimuovere, poi è stato importante perché ha registrato delle bellissime chitarre che abbiamo suonato insieme: lui è la parte solistica mentre io sono ritmico e arpeggio. Mi ha aiutato a fare ordine e a chiudere il disco in una città nel cuore del Mediterraneo, Palermo, che mi ha ispirato tantissimo perché gli ultimi dieci giorni di lavoro al disco li abbiamo […]

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I Dade City Days ritornano con Free Drink | Intervista

I Dade City Days nascono a Bologna nel 2013. Formato da Michele Testi (batteria, drum machine), Mara Gea Birkin (basso, voce) e Andrea Facchini (voce, chitarra, synth), il gruppo fa il suo esordio discografico nel febbraio 2016 con VHS (etichetta Swiss Dark Nights), album dall’anima elettronica new wave e shoegaze. Nel nuovo lavoro, Free Drink, uscito per Nesc’i Dischi lo scorso 15 novembre, la band mantiene la sua attitudine dream new wave virando su una scrittura maggiormente narrativa che si affaccia su relazioni e storie d’amore fugaci, della durata di un drink. Da diversi anni in giro per l’Italia, da Cerea (Verona) a Reggio Calabria, con anche due date all’estero, in Austria e Slovacchia, i Dade City Days ci hanno raccontato di Free Drink e del processo creativo dal quale è nato. Intervista ai Dade City Days Cosa potete dirci di Free Drink? Avevamo voglia di sperimentare cose diverse, pur rimanendo ancorati a quello che avevamo fatto con il primo disco. Ci piaceva l’idea di riuscire a continuare a scrivere in italiano dando più spazio alla voce che in un genere come il nostro è spesso molto più dentro al suonato. Il primo pezzo abbozzato fu “Astro Pop”, era immediato e rimaneva molto in testa e capimmo che poteva essere la strada giusta per un nuovo lavoro. Volevamo che il disco e soprattutto i contenuti fossero più narrativi, che parlassero di cose reali, situazioni vissute, insomma un bel cambiamento per noi. I titoli dei brani corrispondono a nomi di cocktail? Non l’abbiamo deciso subito, abbiamo sempre chiamato le bozze dei brani in modi abbastanza semplici: jeans, dream, playlist, più che altro per capirci tra di noi quando le dovevamo provare. Poi è nata “Long Island” e ci piaceva il fatto che un titolo del genere trasmettesse subito un’immagine, un sapore, ed essendo un disco dai contenuti molto notturni e da club abbiamo pensato di identificare ogni pezzo con un cocktail che lo potesse caratterizzare. Alcuni sono drink molto popolari, altri come “Astro Pop” o “Hi-Fi” sono stati scelti più per il nome e il concetto che a sua volta richiamava. Avete tantissimi live in programma, qual è stato il riscontro del pubblico finora? È ancora presto da dire, ma abbiamo notato un po’ più di attenzione, forse perché dopo il primo disco c’è sempre un po’ più di curiosità di sentire i pezzi nuovi. È anche più difficile capire quali pezzi mettere in scaletta e come amalgamare i brani vecchi e nuovi tra di loro. Cosa è cambiato nel processo di composizione tra il primo disco e questo? “VHS” era più diretto, abbiamo suonato tanto durante le prove e da lì sono nate le idee per andare in studio. Abbiamo anche iniziato a suonare i brani dal vivo ancor prima che venissero incisi e quindi decidevamo cosa funzionava e cosa no anche grazie alla risposta del pubblico durante i live. “Free Drink” è stato praticamente l’opposto. Le idee dei brani sono partite da Andy con chitarra e voce, Mara dopo […]

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Kuadra: Cosa ti è successo. L’ultimo album | Intervista

I Kuadra sono Yuri La Cava (voce), Emanuele ‘Zavo’ Savino (chitarra), Van Minh Nguyen (batteria) e Simone Matteo Tiraboschi e Cosa ti è successo è il loro quarto disco uscito lo scorso 7 ottobre per Maninalto Records!. Sotto la direzione artistica di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Teatro degli Orrori), tra sonorità rock, nu-metal con forti contaminazioni elettroniche, prendono vita le liriche rap dal forte gradiente immaginifico e onirico di Yuri che si sviluppano su temi politici ma anche su scene di vita quotidiana. Quella raccontata dai Kuadra è un’umanità degradata e sconfitta che, però, nel raccogliere i propri cocci e le proprie forze, riesce sempre ad afferrare un barlume di riscatto. In attività dal 2005, la band ha macinato in questi tanti chilometri, collezionando moltissimi concerti in Italia ma anche in Europa. Sulle loro attività e in particolare sul loro ultimo lavoro, abbiamo rivolto qualche domanda ai Kuadra durante la nostra intervista. Intervista ai Kuadra Come è nato il gruppo? Il gruppo è nato per condividere qualcosa insieme, come tutte le band che nascono quando si è giovani. Suonare perché suonare è la ricompensa di sé stesso. Trasformarlo in un progetto artistico solido è stato graduale. Il segreto è la comunione d’intenti. Nessuno di noi ha mai scelto il calcetto al posto delle prove o il compleanno della zia. Riguardo l’album cosa potete dirmi? Abbiamo discusso molto prima di metterci a comporre. Yuri ha deciso che il disco avrebbe parlato direttamente con il pubblico e che i testi avrebbero raccontato di tutti attraverso dei personaggi chiave, degli archetipi. Dopo un disco molto introspettivo avevamo l’esigenza di un disco espressivo, forte e aperto verso l’esterno. Qual è stata la direzione artistica che Giulio Ragno Favero ha voluto dare al disco? Partiamo dal presupposto che se facessimo una lista dei nostri 10 dischi italiani preferiti degli ultimi 25 anni Giulio apparirebbe nei primi 5 o come musicista o come produttore o come tecnico del suono. È stata la nostra prima scelta. Gli abbiamo spedito le preproduzioni il sabato e il lunedì ci ha risposto dicendoci che il materiale gli piaceva parecchio e che avremmo dovuto parlare di persona. Siamo andati da lui e ci ha detto come poteva valorizzare la parte più interessante del disco: sviluppare i temi musicali dei pezzi e aggiungere quella parte elettronica che non avevamo sviluppato completamente. Ci siamo fidati. È uno straordinario direttore artistico, di una sincerità disarmante nel bene e nel male. Poi ora abbiamo Kole alle tastiere che fa la differenza dal vivo. Focale. Punti di continuità e differenza con i tre precedenti lavori? I testi di Yuri sono uno dei fili conduttori, la sua retorica rap si è evoluta, si è raffinata fino all’intimismo del disco scorso. Questo disco ha preso il meglio e l’ha trascritto creando undici ritratti nitidi. Per quanto riguarda la musica sono cambiati diversi elementi, gli ultimi due dischi hanno la formazione attuale. Ci diamo la possibilità di suonare sia con il piglio vecchio che come ci va […]

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I giganti della montagna di Gabriele Lavia debutta al Mercadante

Gabriele Lavia porta in scena I giganti della montagna di Luigi Pirandello al Teatro Mercadante di Napoli dal 15 al 26 gennaio. Mercoledì 15 gennaio presso il Teatro Mercadante di Napoli l’attore e regista Gabriele Lavia è andato in scena con I giganti della montagna, testamento spirituale di Luigi Pirandello. Alla apertura del sipario, colpisce la scelta di un teatro distrutto come scenografia, segno che la bellezza e l’arte sono in pericolo. «Distrutto – scrive Lavia nelle note di regia – perché ci vogliono costruire degli uffici per organizzare un teatro che non c’è, è morto, ucciso proprio dagli uffici». L’opera, infatti, affronta con simboli e linguaggio quasi visionario un problema che assillava lo scrittore agrigentino, ovvero la posizione che l’arte, soprattutto quella teatrale, avrebbe potuto riempire nella nascente società capitalistica ed industriale. Al centro della stanza si muove l’attrice e contessa Ilse Paulsen, che vuole portare fra gli uomini il messaggio estetico, proponendo ai teatri La favola del figlio cambiato, un’opera di un poeta che l’aveva amata e che per lei si è suicidato (nella realtà è una favola dello stesso Pirandello). Lo fa però con scarso successo, perché il volgare pubblico moderno non capisce gli insegnamenti della poesia. La donna, con la sua Compagnia, raggiunge la villa della Scalogna, appartata dal mondo, dove vivono gli Scalognati, ovvero delle anime, e il mago Cotrone (Gabriele Lavia), che dice di essersi fatto “turco per il fallimento della poesia della cristianità”, cioè di stare rifugiato ai confini del sogno perché consapevole della decadenza del mondo moderno. Non a caso, lo stesso Cotrone afferma che l’arte può vivere soltanto nella sfera della fantasia, che è autosufficiente e non deve cercare il contatto con la società. Pirandello non riuscì a terminare l’opera, che però conosciamo grazie al figlio Stefano, che ha conservato la traccia confidatagli dal padre: secondo questa, Ilse reciterebbe la Favola dinanzi ai servi dei Giganti – simbolo del potere e della società industriale secondo alcuni, del regime fascista, da cui l’autore cercava finanziamenti economici, secondo altri – ma questi, essendo rozzi e apatici verso l’arte, sbranerebbero lei e l’intera troupe. L’incompiutezza del dramma permette comunque, tanto al pubblico quanto al regista, di viaggiare con la fantasia, azzardando interpretazioni e finali diversi. La scelta di Lavia è minimale ma efficace: si sente un rumore di sottofondo, a mano a mano sempre più forte; si tratta dei Giganti, che scendono al galoppo verso la villa. Tutti gli attori in scena, tanto quelli della Compagnia quanto gli Scalognati, si voltano verso il teatro distrutto: «Ho paura, ho paura!», mormorano. Il sipario si abbassa. Quella di Lavia è una rappresentazione di grande raffinatezza e intelligenza, capace di mantenere sempre alta l’attenzione nonostante la durata dello spettacolo (di circa 2 ore) e la complessità del messaggio pirandelliano, che passa attraverso il filtro deformante e corrosivo del grottesco. L’interpretazione del regista milanese è magistrale, così come quella di Federica Di Martino, nei panni dell’affascinante e nevrotica contessa Ilse. Convincono nel complesso gli altri personaggi, che indossano […]

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Teatro

Come neve sopra il mare, Maldestro al Piccolo Bellini

Come neve sopra il mare, portato in scena il 14 gennaio al Piccolo Bellini, è un racconto musicale che abbraccia la sfera teatrale e parla di una vita violenta, quella di Antonio Prestieri, in arte Maldestro. È un viaggio caratterizzato da illusioni ed errori, da una lenta e faticosa risalita dal fondo, sfuggendo dall’abbaglio delle lampare che ingannano i pesci. Racconti personali e riguardanti gli amici storici costellano lo spettacolo-concerto, che dona al pubblico sorrisi amari, in perfetto equilibrio tra umorismo e drammaticità. La storia di Antonio è figlia adottiva della musica e del teatro, ma nasce lì dove la pioggia lava il sangue dalle mura. A Scampia. Sua madre e l’arte hanno tracciato ad Antonio la via da seguire per raggiungere la libertà, per salvarsi da un mondo che sembrerebbe non lasciare alcuna alternativa. Antonio non è da solo sul palco, ad accompagnarlo nei suoi racconti autobiografici ci sono la recitazione, la musica e il canto di Salvatore Esposito, Dario Sansone dei Foja, Sara Sgueglia e Luigi Pelosi. Un connubio di artisti teso alla bellezza e capace di creare il bello anche lì dove non c’è. Non c’è furbizia nell’architettura dello spettacolo di Antonio Prestieri, non c’è posto per le bugie o le cose dette a metà. Il nostro cantautore conferma il suo talento genuino e la sua arte sincera, senza fronzoli, orpelli o espedienti per aggirare carenze e punti deboli. Come neve sopra il mare: inseguire la bellezza per rendersi liberi Antonio Prestieri si spoglia dei suoi occhiali da sole e lascia a casa ogni maschera per cantare e recitare la sua storia. Ci fa sorridere con la stessa leggerezza dei fiocchi innevati che cascano giù come piume mentre veniamo condotti negli abissi dei suoi ricordi lividi, sedi di un ragazzino dalla spina dorsale forte, che si piega alle intemperie della vita, ma non si spezza. Il palco del Piccolo Bellini è un fondale marino dall’acqua torbida, gelida. Antonio inizia a parlare e una spruzzata di neve, di gioco e ironia annega nelle onde scure. In platea volgiamo gli occhi al cielo e godiamo della magia del momento, la magia della neve, che non dura mai per sempre – forse è per questo che l’aspettiamo con foga e la guardiamo con attenzione, prima di tornare alla nostra quotidianità – e si stampa un sorriso sul volto di ognuno di noi. Ma presto le nostre emozioni si sfracellano contro uno scoglio frastagliato, le risate si spezzano, i cavalloni ci travolgono e finiamo tutti in balia delle acque della vita di Antonio Prestieri, insieme alla neve già dissolta. Naufraghiamo in un mare di situazioni difficili e insostenibili, ci dimeniamo e urliamo insieme ad Antonio mentre il vento profumato di sale soffia con forza, finché ci aggrappiamo a un ciocco di legno trasportato dalla corrente che ci permette di restare a galla, di continuare a respirare, seppure con affanno. È il suo pianoforte a salvarci dal freddo glaciale penetrato fin dentro le ossa, così come ha sempre fatto con Antonio quando […]

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Teatro

Medée Visions, incontro di arti al Teatro Bellini

Destrutturare una tragedia. Immaginare un dialogo tra linguaggi artistici differenti. Contaminare il classico con il moderno. È quanto sta alla base di Medée Visions, pièce rappresentata sulle tavole del Teatro Bellini di Napoli il 14 e 15 gennaio. Alessia Siniscalchi ha creato un incontro atipico tra Medea ed Eva, tra Adamo, Caino e Giasone. Paradiso e Inferno: 17 momenti montati come in un film tra la dualità femminile e il maschio/padre/fuggitivo. Un progetto audace in cui si fondono le opere dell’artista Valerio Berruti, il testo di Paulina Mikol, le fotografie di Giovanni Ambrosio, le musiche di Cristina Barzi e Phil St. George, i video di Paul Viven e le luci di Benjamin Sillon.  Tanti anni fa ho immaginato un’interpretazione contemporanea del mito di Medea. Non avevo un figlio all’epoca, lasciai morire questa idea e cominciai a creare spettacoli immersivi sul tema della relazione, racconta la Siniscalchi, regista di Medée Visions, oggi che ho un bimbo di otto anni è tempo di tornare a Medea. Così la vicenda di Medea, maga della Colchide, moglie di Giasone e madre dei suoi figli, è resa sulla scena in maniera assolutamente non convenzionale. Il suo dolore, la sua rabbia, la sua follia diventano ora danza, ora canto, ora parola spezzata. Spezzata e ripetuta in una babele di lingue: a battute in inglese seguono risposte in francese e, ancora, in italiano. Così, la vicenda di Medea si intreccia a quella di Eva.  Suggestiva la scenografia che vede su pannelli sagome infantili enfatizzate da giochi di luci. Luci continue, intermittenti, a rendere l’intensità del pathos che rende questo dramma, la Medea di Euripide un capolavoro senza tempo.  Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Una donna sedotta, abbandonata in nome di usanze greche che, barbara, non può capire. Una donna in cui la follia diventa lucida razionalità. Un dramma antico che nasconde, tra le pieghe, tracce di modernità.  Alessia Siniscalchi è napoletana, ma vive e lavora tra l’Italia e la Francia. Nel 2007 fonda il collettivo Kulturscio’k, che si muove tra i due paesi. Oggi fanno parte del collettivo attori di cinema e teatro, danzatori, fotografi e musicisti che portano avanti una ricerca che approfondisce il rapporto istintivo e primordiale tra musica, movimento e testo.  Medée Visions di Alessia Siniscalchi con Alessandra Guazzini, Fannu Guidecoq, Francesco Calabrese, Felicie Baille, Zelia Pelacani Catalano e, in alternanza, Chiara Sistri testo originale Eva/Medea di Paulina Mikol Spiechowicz testi Alessia Siniscalchi su ispirazioni libere da George Bernard Shaw, Dario Fo, Franca Rame, Euripide Grillpartzer   Fonte foto: www.teatrobellini.it

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Teatro

Deep Blue di Alberto Mele, tra nichilismo e speranza

Recensione dello spettacolo Deep Blue, con Antonio Buonanno e Pietro Tammaro, regia di Alberto Mele e Marco Montecatino 120 pagine. Queste sono bastate a Cormac McCarthy per ritagliarsi un posto importante nella letteratura contemporanea. Il suo Sunset Limited. Romanzo in forma drammatica è, a detta di molti, uno dei testi più importanti degli anni 2000 tanto da essere stato già adattato per il cinema (stessa sorte toccata ad un altra sua opera, Non è un paese per vecchi) e rappresentato con successo a teatro, la sua casa naturale. Naturale perché la quasi totalità del romanzo si compone della discussione tra i due protagonisti, Bianco e Nero, che alla maniera platonica sviscerano uno degli aspetti più oscuri dell’animo umano: il rapporto con la fede. Deep Blue e Sunset Limited, Bianco vs Nero 120 pagine. Nichilismo e speranza, poli antitetici che vedono al centro la figura dell’uomo, essere dilaniato dalla solitudine e dell’incertezza del futuro. Professore aspirante suicida il primo, ex carcerato in cerca di riscatto il secondo. Questo l’identikit degli unici personaggi che, in una stanza scarna e con solo un giornale e una Bibbia sul tavolo, cercano di trovare un senso alle loro vite. Nella dialettica al centro di Deep Blue, versione riadattata da Alberto Mele dell’opera di Cormac McCarthy, andata in scena al Teatro Tram nella seconda settimana di gennaio, c’è proprio l’impossibilità di trovare un compromesso tra esistere e morire, tra il dolore e il conforto che i testi sacri possono offrire. La prospettiva stessa di un’ulteriore vita, di un’ulteriore possibilità di riscontrare chi si è inevitabilmente perso durante il percorso terreno, potrebbe diventare motivo di ulteriore sofferenza. Deep Blue e le sue sfumature partenopee 50 minuti. Questi sono bastati ad Antonio Buonanno e Pietro Tammaro in Deep Blue per lasciare al pubblico un senso di sana e inquietante irrequietezza. La riscrittura di Alberto Mele ha fatto il resto. Caratterizzare il Nero con sfumature e atteggiamenti napoletani hanno reso la pièce più vivida, divertente e paradossalmente realistica. Pochi popoli come il partenopeo vivono con amore viscerale e umiltà il sentimento religioso e questo acuisce ancora di più il contrasto con l’essere forbito e cinico del Bianco. 50 minuti. Tante domande. Nessuna risposta. E ora?

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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