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Libri

Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere

Scrittori Italiani Contemporanei Quando si pensa alla letteratura italiana è istintivo nominare subito i grandi nomi del passato: Dante, Leopardi, Manzoni, Ungaretti, Pirandello, Montale e tanti altri. Se però volessimo provare a stilare una lista di scrittori italiani contemporanei, la questione diventa più delicata. Non sono poi molti gli scrittori che si possono definire tali e che accrescono la storia letteraria del nostro paese in modo significativo. Già Giulio Ferroni affermava che «ci sono scrittori da ogni parte» in riferimento, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, all’emergere di personalità che più che dalla voglia di essere testimonianza storica e sociale preferirono lanciarsi in operazioni commerciali. Oggi la situazione non è da meno, dato che l’universo dei “scrittori italiani contemporanei” è popolato principalmente da scrittori che si considerano tali pubblicando l’ennesimo giallo di ispirazione scandinava con sfumature esoteriche/complottistiche o l’ennesima storia “lacrimestrappa” (cit.) su due giovani innamorati che vengono separati dalle avversità di ogni sorta, senza contare poi i molti (e inutili) libri di scrittori occasionali: politici, chef stellati, youtuber, influencers, fashion bloggers e altre personalità che con la letteratura hanno davvero nulla a che fare. Se quello che avete appena letto può aver suscitato in voi una reazione negativa e potrebbe avervi fatto pensare che lo scenario sia più pessimista che mai, ci sono anche delle buone notizie: di scrittori italiani contemporanei che vale la pena di leggere ce ne sono, anche se abbastanza rari. Ecco quindi a voi una lista di cinque autori italiani odierni da leggere e da riscoprire. Scrittori italiani contemporanei, quelli da leggere assolutamente Andrea Camilleri Iniziamo subito con una personalità importante, scomparsa di recente e che ha sempre suscitato l’interesse anche di chi legge poco o nulla: Andrea Camilleri. Nato a Porto Empedocle (in provincia di Agrigento) nel 1925 e morto a Roma il 17 luglio di quest’anno, Camilleri ha raggiunto la notorietà soprattutto con l’immenso ciclo di romanzi dedicati al commissario Montalbano (grazie anche alla famosa fiction prodotta dalla RAI) e in cui si respira un’atmosfera tutta siciliana non solo nelle ambientazioni, ma anche nell’impasto linguistico, in cui il dialetto è usato spesso in forma ironica. L’attività di Camilleri però non si è limitata ai soli gialli. Ha scritto anche alcuni romanzi storici, ambientati sempre in Sicilia, come La strage dimenticata (1984), Il Birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997) e La scomparsa di Patò (2000). Non è da meno neanche la sua attività teatrale dove, oltre ad aver diretto adattamenti dalle opere di Pirandello e Beckett, ha anche scritto alcuni monologhi come Conversazione su Tiresia, messo in scena al teatro greco di Siracusa l’11 giugno 2018. Elena Ferrante Un altro tra gli scrittori italiani contemporanei noti al grande pubblico è Elena Ferrante, la cui identità sembra essere avvolta nel mistero. La scelta dell’anonimato per pubblicare i suoi romanzi ha spinto tanto i lettori quanto gli italianisti, tra cui Marco Santagata, a proporre varie teorie su chi possa nascondersi in realtà dietro questo nome. Il suo primo romanzo L’Amore Molesto […]

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Musica

Le canzoni più ascoltate dell’estate 2019

Estate. Tempo di mare, di vacanze, ma anche di musica e tormentoni. Quali sono le canzoni più ascoltate di questa estate 2019? Scopriamole insieme sulla base di classifiche realizzate incrociando i dati delle radio, di Spotify e di Youtube. Canzoni più ascoltate: le straniere Come ormai da qualche anno a questa parte, l’estate avanza a ritmo di reggaeton e sonorità latine. Anche quest’anno il copione si è ripetuto. Tra le canzoni più ascoltate e trasmesse dalle radio troviamo infatti: “Con Calma” di Daddy Yankee, “Calma (remix)” di Pedro Capò e Farruko, “Te Robarè” di Nicky Jam e Ozuna, “Señorita” di Shawn Mendes e Camila Cabello e “La Libertad” di Alvaro Soler. Hit latine a parte, in cima alle classifiche, italiane e straniere, c’è anche Ed Sheeran, con ben due pezzi: “I don’t care” con Justin Bieber – che ha fatto registrare quasi 200 milioni di visualizzazioni su YouTube in meno di due mesi – e “Beautiful People” cantato in coppia con Khalid. Altri brani molto trasmessi e ascoltati in questo periodo, soprattutto negli Stati Uniti, sono “How Do You Sleep?” del britannico Sam Smith e “The Git Up” di Blanco Brown, un pezzo diventato virale, specie negli USA, per il suo balletto che ha ispirato diverse persone che si sono cimentate nell’imitarlo. Il cantante ha anche lanciato una challenge, denominata appunto “git up challenge”. Ancora, tra i pezzi più trasmessi e ascoltati di questa calda estate 2019, segnaliamo quelli di due reginette del pop: “You Need To Calm Down” di Taylor Swift e “Never Really Over” di Katy Perry, il cui video ha superato le 77 milioni di visualizzazioni. Grande successo anche per la giovanissima cantante statunitense Billie Eilish col brano “Bad Guy”. Le italiane più ascoltate Al di là delle hit straniere, nel nostro Paese le canzoni più ascoltate sono quelle italiane. Ai primi posti troviamo Jovanotti, fresco del successo del suo “Jova beach party tour”, con il brano “Nuova era” e J-AX , ormai re dei tormentoni estivi, con “Ostia Lido”; a seguire i Thegiornalisti con “Maradona y Pelè” e “Jambo” di Takagi e Ketra con Omi e Giusy Ferreri. Tra le canzoni più ascoltate di questa estate rientrano anche “Calipso” di Charlie Charles con Sfera Ebbasta, Mahmood, Fabri Fibra, “Mambo Salentino” dei Boomdabash con Alessandra Amoroso e “Dove e quando” di Benji e Fede. Ma la reginetta di questa estate musicale italiana è Elodie. Dopo il successo della scorsa estate con il brano “Nero Bali”, cantato in collaborazione con Michele Bravi e il rapper Guè Pequeno, la cantante romana è tornata alla ribalta con ben due collaborazioni: quella con i The Kolors nel brano “Pensare male”, tra i più trasmessi dalle radio negli ultimi mesi e certificato disco di platino, e quella con il rapper Marracash in “Margarita”, pezzo uscito lo scorso 12 giugno e già certificato disco d’oro. Fortissima in radio è anche Loredana Bertè. Oltre al brano tormentone “Tequila e San Miguel”, la voce della Bertè in questo periodo risuona anche nel singolo “Senza pensieri” […]

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Attualità

Attualità

La grande chiazza di immondizia e The Ocean Cleanup

La grande chiazza di immondizia del Pacifico simboleggia la scelleratezza della razza umana, ma anche la sua capacità di crescere e di porre rimedio ai danni. È il 1997 quando Charles Moore, dopo aver partecipato alla Transpacific Race, una gara di vela tra la California e le Hawaii, decide di tornare a casa impostando una rotta insolita. Vuole passare infatti attraverso il vortice subtropicale del nord pacifico, una corrente oceanica situata tra l’equatore e il 50° grado di latitudine nord. Procedendo attraverso la corrente, che si districa in una delle zone più remote dell’Oceano Pacifico, Moore non crede ai suoi occhi. Sporgendosi da prua, non vede altro che plastica, un mare di plastica che si estende a perdita d’occhio. Nella settimana impiegata ad attraversare la corrente, Moore non riesce a trovare un quadrato di oceano dove non sia possibile trovare una bottiglia di plastica. Il miscuglio cromatico della plastica punteggia la distesa blu come una varicella. Sta attraversando la “Great Pacific Garbage Patch”, la grande chiazza di immondizia del pacifico, anche se il mondo ancora non gli ha dato un nome. La zuppa di plastica La grande chiazza di immondizia è un’ampia area situata tra il 135º e il 155º meridiano Ovest e tra il 35º e il 42º parallelo Nord nell’Oceano Pacifico, composta perlopiù da plastica. Il fenomeno fu descritto per la prima volta nel 1988, quando uno studio americano rivelò livelli significativi di plastica in alcune zone del Pacifico, dove le correnti permettevano ai rifiuti galleggianti di confluire in un unico punto, andando a formare la grande chiazza di immondizia e suggerendo la presenza di situazioni simili anche in altre aree dell’oceano. Fu solo dopo la traversata di Charles Moore che i media di tutto il mondo iniziarono a parlarne, e il termine Great Pacific Garbage Patch fu coniato. Sebbene nell’immaginario collettivo si tenda a immaginarla come un’isola di plastica calpestabile, la realtà è molto diversa. Nel cuore del vortice, è stata accertata in media la presenza di cento chili di plastica per chilometro quadro, che tendono a diminuire avvicinandosi ai bordi. La chiazza contiene perlopiù microplastiche, frammenti compresi tra 0.05 e 0.5 centimetri che compongono una “zuppa di plastiche”, molte delle quali non visibili ad occhio nudo.  I rifiuti visibili rappresentano soltanto il sei percento del problema e sono costituiti principalmente da ammassi informi di funi e reti attorcigliate tra di loro. Reti fantasma le chiamano, ghost nets, e rappresentano una delle minacce, quanto meno più visibili, alla fauna marina che spesso finisce impigliata. Se la composizione ci è chiara, meno chiare sono le dimensioni. A causa delle variazioni di corrente e del vento, stabilire un confine preciso è problematico. Studi diversi hanno ipotizzato grandezze diverse, partendo dalla dimensione del Texas, fino ad arrivare alle dimensioni della Russia. L’unica certezza che sembrano avere gli scienziati, è che ad ogni misurazione i numeri crescono. Purtroppo, la grande chiazza di immondizia del Pacifico non è l’unica. La stessa chiazza è in realtà un sistema di due chiazze, una ad […]

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Profumi femminili: quale scegliere per lasciare il segno

Profumi femminili: la nostra top 5! I profumi femminili non sono soltanto mode passeggere per cui optare con l’obiettivo di stare al passo con gli ultimissimi brand. I profumi femminili sono la traccia che ogni donna imprime alla propria pelle per farsi ricordare. Il profumo è un segno, una dichiarazione: la persona che lo porta sta lasciando indizi su se stesso, su ciò che ama, su ciò che vuole comunicare all’altro. Proprio per questo la scelta dei profumi femminili non è facile e quasi mai viene fatta con leggerezza. Ogni profumo accenna a una storia e a una personalità e trovare quello giusto può risultare un’ardua impresa. In questo articolo consigliamo i 5 profumi femminili divenuti classici per il fatto di essere senza tempo e profusi di suggestione e seduzione. Quale sceglieresti per renderti immediatamente riconoscibile e indimenticabile? Profumi femminili: 5 profumi per raccontare la propria essenza 1. Lancome. La Vie Est Belle, Eau de Parfum Uno dei profumi femminili più in voga al momento è proprio quello che ha per testimonial Julia Roberts: la fragranza che esala è un delicatissimo e impeccabile mix di iris, fiori d’arancio e gelsomino. Vuoi portare addosso, sempre con te, il profumo dei fiori? Basta optare per questo romantico profumo, un bouquet delicatissimo e suggestivo, il cui prezzo si aggira intorno ai settanta euro. 2. Parfums Christian Dior. J’adore Presente sul mercato dall’anno 1999, questo profumo femminile è un classico intramontabile che continua a sedurre donne di tutto il mondo. La madrina è Charlize Theron, indicativo di quanto la fragranza di questo must nell’ambito della profumeria sia audace ma mai eccessiva, non banale e decisamente difficile da dimenticare. La durata del profumo è, secondo il parere di chi lo acquista, generalmente lunga. Definito “spiazzante” da molti la prima volta che lo si indossa, il profumo J’Adore di Dior è prezioso e seducente, sa di fiori ma serba anche la venatura più selvaggia della natura. Floreale e intenso, se si vuole puntare su un classico della profumeria consigliamo di optare per tale profumo femminile. 3. Giorgio Armani. Acqua di Gioia Prodotto dal gruppo Floreale Acquatico, firmato Giorgio Armani, la fragranza lascia largo spazio al limone, alla menta e al gelsomino. Consigliato per chi sta cercando una profumazione fresca, giovanile, che inneggi alla vita e alla voluttà. Molti clienti lo definiscono perfetto per l’estate proprio per il suo risultare quasi frizzante. Tra i profumi femminili, è sicuramente il must have per le ragazze giovani che vogliono lasciare una traccia fresca e gioviale. Il prezzo si aggira intorno ai sessanta euro. 4. Coco Chanel. Chanel N°5 Questo immortale profumo femminile è il più venduto della storia, con 80 milioni di flaconi acquistati dai clienti di tutto il mondo. Commissionato dal chimico Ernest Beaux e realizzato da Coco Chanel, il bouquet offerto da tale profumo è complesso, seducente, elaborato: non una mescolanza floreale lo caratterizza, ma una decisiva predominanza di muschio e gelsomino per un tocco lussuoso e anche lussurioso. Un profumo unico, simile soltanto a se stesso, […]

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I 10 profumi maschili più apprezzati

I 10 profumi maschili più apprezzati | Opinioni Uno dei tratti distintivi di un uomo é il profumo che utilizza e la fragranza che sceglie. In commercio esistono svariate eaux de parfum che sono ottenute da mix olfattivi davvero piacevoli e studiate nei minimi dettagli per soddisfare le esigenze di ogni tipo di olfatto. I 10 profumi maschili più apprezzati: ecco scopriamoli insieme 1. Bulgari Man In Black Questo profumo dalle note molto profonde é per gli uomini che vogliono lasciare un’impronta originale. Le note neorientali e speziate culminano in un gusto ambrato e conferiscono al profumo un tono legnoso ed affumicato che dona quel tocco di fascino. 2. Eau Sauvage di Dior Non un classico profumo ma una fragranza estremamente intensa, non da spruzzare solo sul collo ma su tutto il corpo, creata per sedurre, per uomini consapevoli della loro virilità. Il profumo é un mix di bergamotto e di accordi legnosi speziati come il cedro, l’ambroxan e il labdano. L’uomo di Eau Sauvage infatti nello spot pubblicitario è incarnato dal giovane Alain Delon. Il brand Dior ha, poi, rilanciato sul mercato un profumo degli anni ’60 grazie al testimonial attore Johnny Depp che ha dato volto all’iconico profumo Eau Sauvage che risulta secondo le statistiche uno dei profumi più apprezzati dagli uomini. 3. Acqua di Parma Un profumo meno intenso ma molto fresco, con note speziate di coriandolo e note agrumate. L’intenso odore del gelsomino si fonde con il narciso in una fragranza di retrogusto di muschio. Delicato ma allo stesso tempo molto deciso e piacevole incarna lo stile della vita moderna. 4. FAN di Fendi Pour Homme Con questo profumo l’uomo sceglie di comunicare la sua eleganza, il suo carisma ed il suo fascino magnetico. Ѐ un profumo aromatico e legnoso ma allo stesso tempo molto fresco, di alta qualità, che fonde diverse tonalità olfattive tra cui il mandarino, il bergamotto, il basilico, le bacche rosa e le note di legno. 5. L’Homme Idéal di Guerlain Questo profumo ha una fragranza unica e per questo é definito L’uomo ideale. Il brand Guerlain ha dato vita ad un’ottima fragranza che comprende 3 tonalità olfattive: gli agrumi, l’amaretto e le note speziate di legno e cuoio. Questo profumo è scelto da tutti gli uomini che vogliono comunicare uno stile completo. 6. Invictus di Paco Rabanne Si tratta di una fragranza molto decisa che viene scelta dagli uomini che vogliono farsi notare per la loro grinta. Ѐ un mix di note di ambra grigia e legno di Guaiaco con un retrogusto di acqua di mare. Ѐ un profumo fresco ed originale che, grazie al testimonial ex rugbysta Nick Youngquest, riesce a soddisfare le esigenze ed i gusti di uomini dinamici e sportivi. 7. Obsession for men di Calvin Klein  Calvin Klein ha voluto conferire alla sua fragranza un grande fascino e un gusto deciso e molto intenso per esprimere la determinazione che gli uomini hanno nel vivere la loro vita. Ha un pizzico di retrogusto provocante per tutti gli uomini […]

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I sistemi di controllo sociale in Cina

Il Sistema di Credito Sociale è il grande fratello cinese capace di assegnare premi e punizioni ai propri cittadini in base ai loro comportamenti Con un’estensione di circa dieci milioni di chilometri quadrati e con una popolazione di un miliardo e trecentomila individui, il controllo sociale dei suoi cittadini non è la mansione più facile per il governo cinese. La burocrazia, da sempre apparato amico dei governi comunisti, rappresenta l’unico strumento da dispiegare in modo capillarizzato, capace di raggiungere anche i villaggi più lontani, ma alcune delle pratiche di controllo, hanno origini molto più antiche della storia comunista cinese. L’hukou L’hukou, per esempio, è un sistema di registrazione della residenza che risale al quattordicesimo secolo ma che è stato perfezionato nella forma attuale nel 1958. Se la ratio storica dell’hukou era quella di un registro per l’imposizione fiscale, l’obbiettivo con il quale la legislazione è stata ridisegnata nel secolo scorso, è quello di garantire un’opportuna distribuzione dei cittadini, evitando un sovraffollamento delle aree urbane. Con il tempo il sistema si è trasformato in uno strumento di controllo degli spostamenti, impedendo agli abitanti delle zone rurali di recarsi nelle città, da sempre luoghi dove il partito faticava a mantenere il controllo. In cambio della residenza lontana dalle città, il governo garantiva servizi di welfare, come educazione gratuita e assistenza sanitaria. Con l’esplosione dell’economia cinese, la necessità di migrare per cercare fortuna in zone più industrializzate ha prevalso su quei servizi, creando a tutti gli effetti delle caste: da un lato i mingong, i migranti, senza protezioni e welfare, dall’altro lato i cittadini nativi delle zone urbane, più ricchi e spalleggiati dall’assistenza statale. Per di più, il governo cinese a partire dagli anni Ottanta, ha digitalizzato i registri dell’hukou, rendendo più “efficiente” il controllo degli spostamenti e tracciando possibili minacce alla sicurezza nazionale. Un vero e proprio occhio occulto del partito, capace di raggiungere anche le province più lontane. Il CNGrid Altro esempio di strumento di controllo è il “China National Grid project” (CNGrid). Questa volta la storia e la tradizione non c’entrano nulla, ma è tutta farina del sacco del partito comunista. Avviato nel 2004 come pilota nel distretto Dongcheng di Pechino e poi esteso nel 2015 in tutta la Cina, il progetto prevede la suddivisione del territorio in microaree, ognuna assegnata a dei controllori. Il controllore ha il compito, dietro compenso, di riportare alle autorità possibili minacce o accadimenti che minano la sicurezza della nazione. È possibile riconoscerli per la banda rossa che portano intorno al braccio e nelle zone più rurali, di solito sono tassisti. Socialmente i controllori non vengono ben visti dalla popolazione, che li reputa delle “spie” del governo centrale. Tutto ciò produce un’aria di diffidenza all’interno delle comunità, che vedono la loro privacy minacciata anche dalle telecamere per la videosorveglianza, connesse al CNGrid. Il Sistema di Credito Sociale Se tutto questo non bastasse, in Cina si è deciso di andare ancora più affondo con il controllo sociale, attraverso la creazione di un vero e proprio grande […]

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Cinema e Serie tv

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Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo in Fashion victims

Costrette a svolgere turni estenuanti, senza alcuna possibilità di comunicare con l’esterno e con l’obbligo di dormire in ostelli annessi alla fabbrica. Sono queste le precarie condizioni a cui vengono sottoposte le giovani operaie del Tamil Nadu, nell’India meridionale, che lavorano per produrre i vestiti che compriamo a prezzi stracciati. A denunciarlo è stato Fashion victims, il nuovo documentario di Alessandro Brasile e Chiara Cattaneo. Brasile e Cattaneo con Fashion victims hanno deciso di portare alla luce un problema, quello della schiavitù nell’industria tessile indiana, che, per loro stessa ammissione, sembra destinato ad acutizzarsi per due motivi principali: da un lato perché, a differenza di fasi più controllate come la coltivazione o il confezionamento, la filatura è un segmento nascosto, più difficile da tracciare e, perciò, meno conosciuto; dall’altro perché il fenomeno della moda veloce non sembra destinato a terminare. È proprio a partire dagli anni Novanta, quando la fast fashion è esplosa, che il sistema di produzione in Tamil Nadu è cambiato. Come ci raccontano gli autori, «nel settore tessile si è passati da una manodopera prevalentemente maschile, con contratti a tempo indeterminato, alla necessità di una forza lavoro più flessibile, controllabile e anche più numerosa». Le fabbriche hanno deciso di reclutare delle donne, quasi sempre giovanissime, dalle zone più povere dello Stato. In poco tempo, in una regione dove l’agricoltura è sempre meno produttiva, l’industria tessile è diventata la fonte primaria di lavoro. «Le ragazze vengono ingaggiate attraverso schemi di reclutamento e contratti informali, quindi illegali, di durata triennale», spiegano Brasile e Cattaneo. «Durante questo periodo le donne sono retribuite soltanto con il pocket money, una sorta di mancia per le spese giornaliere. Soltanto alla fine del contratto, se non si sono ammalate e non hanno subito incidenti, ricevono uno stipendio che utilizzano per pagarsi la dote – altra pratica dichiarata illegale dal 1961, N.d.R. – e sposarsi». Nelle aziende del Tamil Nadu si produce anche per marchi del lusso. Ma, come sottolineano gli autori,  di Fashion victims, «il maggior costo dell’abito finito non garantisce assolutamente che ci sia stata una maggiore tutela del lavoratore lungo la filiera». «Per le donne questa è l’unica possibilità di avere un lavoro retribuito e di ottenere una indipendenza economica verso una potenziale libertà sociale», continuano. «L’intento delle comunità del posto, come quella del documentario, non è quindi di far chiudere le fabbriche o di attaccare un marchio anziché un altro, ma di denunciare un sistema che, così com’è, non funziona e non tutela né chi ci lavora, né l’ambiente, né i consumatori». «La soluzione deve essere anzitutto politica: è necessaria una legislazione europea, che gli Stati europei devono poi recepire all’interno delle proprie, che renda non opzionale ma obbligatoria la trasparenza della filiera. I marchi, sia del fast fashion che di lusso, devono dire necessariamente dove fanno produrre i loro vestiti: non soltanto il Paese, ma l’azienda a cui si affidano. In questo modo, i marchi si accollerebbero una parte delle responsabilità e il consumatore avrebbe maggiore possibilità di informarsi e […]

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Spider-Man: Far from Home, la recensione

Spider-Man: Far from Home | Recensione dell’ultimo film della Cinecomic Marvel  Il Cinecomic Marvel targato Spider-Man ritorna sui grandi schermi a seguito dell’ultimo episodio degli Avengers, che vede schierati i vendicatori nella battaglia finale contro Thanos. Una nebbia di scetticismo ha circondato fino all’ultimo la decisione di concludere la fase 3 del Marvel Cinematic Universe con un film sull’Uomo Ragno, anziché terminare in bellezza con Avengers: End Game. Ma una volta usciti dalla sala si può affermare che la fase finale con “Spider-Man: Far from Home” richiama il suo inizio: la trama saluta l’iconico personaggio di Iron-Man che nel lontano 2008 diede il via a questa chiacchieratissima giostra cinematografica. La Trama di “Spider-man: Far from home” in breve Sono passati alcuni mesi dalla battaglia contro Thanos e la vita sulla Terra riprende il suo normale corso. La storia non manca nello spiegare allo spettatore cosa sia accaduto quando gli esseri viventi cancellati dal Titano sono ricomparsi cinque anni dopo “lo schiocco” alla fine di Avengers: Infinity War. Insieme a Peter Parker si dissolsero anche Zia May, il suo migliore amico Ned e molti compagni di classe, compresi M.J. e Flash. Al suo ritorno Peter dovrà far fronte alla terribile verità sulla morte del suo mentore Tony Stark. Il mondo piange la scomparsa di Iron-Man come quella degli altri Avengers caduti e si risolleva al ritorno di molti di loro dopo la momentanea scomparsa. L’altra faccia di Spider-man tenterà di distrarsi dagli scioccanti accadimenti passati, partendo alla volta del continente europeo in occasione di una gita scolastica. Durante quest’ultima, oltre a far visita a luoghi affascinanti, l’obiettivo primario di Peter sarà il dichiararsi a M.J., purtroppo però il suo dovere come Avenger lo porterà verso altri scopi. Reclutato da Nick Fury, Peter è costretto a fare squadra con Quentin Beck anche detto Mysterio, un guerriero proveniente da un universo parallelo giunto sulla nostra Terra per dare la caccia agli Elementali, mostri giganteschi rispecchianti i quattro elementi che minacciano la distruzione della nostra realtà. Questa sarà la prima battaglia nella quale Spider-man dovrà affrontare il nemico da solo e diventare un Avenger a pieno titolo. Grande potere, grande responsabilità Nella trama di questo nuovo reboot, come in tutti i Cinecomics Marvel, esiste una doppia “anima” . Quella comica e decisamente adolescenziale (almeno in questo film), che coinvolge tutti i personaggi ignari delle vicende che avvolgono la vita di Peter Parker: gli amici, i compagni di scuola, gli insegnanti, insomma coloro la cui vita potrebbe essere definita “normale”. Poi c’è l’anima smaccatamente cinecomic, predominante nel film, che rende Spider-man: Far from Home una delle migliori produzioni Marvel/Disney. Non si parla degli ottimi effetti speciali e dei validi combattimenti che ovviamente non deludono mai, ma di alcune tematiche molto profonde che si intrufolano tra le gag e le insicurezze di Peter Parker, definendo un personaggio che va al di là della morte di zio Ben. In questa storia Peter si ritroverà ad affrontare poteri più grandi di lui e senza l’aiuto di un valido […]

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Saverio Costanzo, il regista de L’amica geniale a Villa Pignatelli

È una serata tranquilla e ventilata quella prescelta da Saverio Costanzo per ri-presentare i primi due episodi dell’amatissima serie-tv tratta dai romanzi di Elena Ferrante. L’amica geniale attira numerosi spettatori, curiosi, appassionati, nella splendida cornice neo-classica di Villa Pignatelli che fa da location per l’evento dal sintomatico titolo ”Doppio Sogno. On life, love and memory” – organizzato da Teatro Galleria Toledo – martedì 16 luglio alle 20:30. Si aspetta il tramonto romantico del sole perché il regista, Saverio Costanzo, prenda la parola. Tra le prime file del pubblico non passa inosservata la “voce” della serie, Alba Rohrwacher, che si vocifera faccia da spalla a Costanzo in qualità di co-regista nella seconda stagione, la cui messa in onda è prevista per il prossimo tardo autunno su Raiuno. Non si tratta, però, di un incontro volto ad anticipare contenuti futuri dell’attesissima saga, bensì di un momento di raccoglimento nei riguardi di un personaggio del passato, protagonista delle due puntate riproposte, venuto a mancare nell’agosto 2018: Antonio Pennarella. “Le bambole” e “I soldi” sono i titoli dei due primi episodi della prima stagione, andati in onda in prima serata a fine novembre 2018, durante i quali le due bambine co-protagoniste del romanzo e della sua versione per il grande schermo, Lila e Lenù, si misurano con l’orco del rione, don Achille, magistralmente interpretato da Pennarella. «Il nostro affetto ancora lo accompagna. Antonio è uno di noi»: con queste parole esordisce Saverio Costanzo, che ripercorre sul filo dei ricordi il tragitto umano che ha lasciato che “L’amica geniale” figurasse tra le performance dell’attore, fino a suggellarne, purtroppo, l’ultima interpretazione. «Antonio non aveva detto di essere malato: veniva sul set anche quando non doveva girare», prosegue Costanzo, soffermandosi sull’assegnazione del ruolo a seguito di un provino più che altro formale, in quanto al regista era già solo bastata una foto – di quell’uomo dall’aspetto un po’ burbero dal volto molto noto – per sceglierlo e volerlo. Don Achille è un personaggio-chiave per la crescita precoce delle due bambine in balia del duro scontro con la cruda realtà che ne scandirà la vita e l’amicizia. «Don Achille è uno strozzino, è un uomo di merda», si sente denunciare più volte nella seconda puntata, che si chiuderà in maniera particolarmente mesta e tragica. Per Costanzo l’interpretazione di Pennarella è una delle più riuscite di tutta la prima stagione, e lo dichiara con la fermezza priva di retorica tipica di chi è convinto di ciò che pensa. «Antonio è arrivato con tutta la sua umanità: si è preso don Achille e l’ha fatto suo. È come aver perso un amico vero», continua Costanzo nel parlare del ruolo impersonato dall’attore senza poterlo separare dall’uomo «dai sentimenti forti» che vi stava dietro. È una presentazione breve ma intensa quella del regista, che rivela di custodire alcune immagini ormai di repertorio dell’attore non ancora utilizzate nel primo capitolo della serie. Il sole è tramontato sul maxi-schermo montato ad hoc nel cortile di Villa Pignatelli. Costanzo invita il pubblico ad un applauso in […]

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Stranger Things 3: i bambini sono cresciuti

Stranger Things 3 è l’ultimo capitolo di una serie che ha tutte le carte in regola per diventare un cult. Il 4 luglio Netflix ha rilasciato tutte le puntate dell’ultima stagione. Stranger Things è senza dubbio una delle serie più apprezzate del decennio e la popolarità riscontrata dopo l’uscita di quest’ultima stagione ne è la conferma. La prima stagione aveva suscitato molto clamore grazie alla ricostruzione delle atmosfere anni ’80 ma anche per le innumerevoli citazioni, per una storia molto intrigante e per l’amicizia. Per la precisione, l’amicizia viscerale e totale di gruppo di bambini che con le loro comunicazioni radio provano ad abbattere qualsiasi tipo di distanza temporale e fisica per stare costantemente insieme. E se con la seconda stagione molti di quei temi erano stati riproposti con l’aggiunta di alcuni personaggi, il tutto non era bastato per rendere i nuovi episodi appetibili come i primi. La seconda stagione è stata comunque sempre molto godibile ma si trattava della riproposizione di uno schema già visto e per questo meno entusiasmante della prima novità. Ma con questa terza stagione Stranger Things ci dimostra di essere cresciuto. Preparatevi a salutare i bambini che avete imparato a conoscere perché nelle nuove puntate troverete degli adolescenti. Non sono cambiati solo i loro interessi ma anche i loro modi di relazionarsi. I ragazzi dovranno confrontarsi con nuovi sentimenti e con la necessità di saperli comunicare. Ma a sorprendere saranno anche le dinamiche interpersonali con la nascita di nuove amicizie al femminile, di nuove conoscenze e del consolidamento di alcuni rapporti. Crescere può significare anche dover cambiare e Stranger Things l’ha capito e saputo fare. A crescere, infatti, non sono solo i protagonisti ma anche le minacce da affrontare. Dimenticate il Demogorgone sconfitto da Undi e anche il governo degli Stati Uniti che prova a nascondere la verità perché ci sono nuovi nemici da combattere. In Stranger Things 3 troviamo una minaccia diversa, proveniente sì dal sottosopra ma più evoluta ed intelligente. A ciò si aggiunge la presenza di un nemico straniero, la Russia, che fin dai primissimi minuti si presenta come spietato e determinato a raggiungere l’obiettivo. Solo evocato nelle precedenti stagioni, il concretizzarsi della minaccia russa è un cambiamento che trascina ancora di più la serie nel contesto degli anni ’80 precedenti la caduta del muro di Berlino. Un tassello ulteriore che arricchisce una serie di elementi che caratterizzano perfettamente un’atmosfera già ben definita da acconciature, abbigliamenti, colonne sonore e ambientazioni. Stranger Things continua a saper rielaborare con cura infinite citazioni senza mai sfociare nella banale copia. Per chi conosce i riferimenti è chiaro che i Duffer Brothers hanno attinto senza risparmio da altri cult e continuano a farlo. Fin quando i risultati saranno come questa terza stagione possono però continuare a farlo. In Stranger Things 3, oltre ai personaggi che abbiamo imparato a conoscere nelle precedenti stagioni, troveremo nuovi amici. Insieme alla valorizzazione di alcuni personaggi già noti (Erica, sorellina di Lucas, Murray Bauman, giornalista un po’ stravagante e Billy, fratello di Max) […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Formaggi piemontesi: alla scoperta di una bontà tutta italiana

Alla scoperta dei più rinomati formaggi piemontesi: una bontà tutta italiana. L’Italia è il Bel Paese della cultura, delle meraviglie paesaggistiche, dell’arte musicale, visiva e culinaria. Quest’ultima espressa fortemente dalla genuinità e bontà della cucina mediterranea. Ma esiste un primato riconosciuto alle regioni settentrionali, in particolare al Piemonte: “l’oro bianco”, che fa riferimento ai suoi formaggi. La regione infatti possiede una lunga e nota tradizione casearia, da sempre in competizione con i vicini “cugini francesi”, che, seppur intenditori nel settore, non primeggiano sull’Italia. I formaggi piemontesi costituiscono una vera delizia culinaria, polo d’attrazione per turisti ed autoctoni. La produzione del latte piemontese viene introdotta dalle popolazioni indoeuropee qui emigrate nel 5000 a.C. con mandrie di bovini. Fin dall’antichità, in queste terre si utilizzava il latte per trasformarlo in prodotti che potessero essere conservati e consumati nel tempo, i formaggi appunto. Tale tradizione si è rinnovata nel corso dei secoli fino ad affinarsi e giungere ad eccellere ai nostri giorni con vere e proprie “perle casearie”. Si assiste così oggi ad una produzione di formaggi piemontesi diversificata e variegata: sono alla base delle fondute, accompagnano risotti, si mescolano ai ripieni di pasta fresca, divengono una vera pietanza accompagnati da ottimi vini. Ma andiamo ad analizzare i più rinomati e gustosi tipi di formaggi piemontesi. Tipologie I formaggi variano da zona a zona e sono da considerarsi prodotti soprattutto “montani” e classificati, in base al tipo di latte e alla durata di conservazione, in caprini o vaccini, freschi o stagionati, duri o molli e in veri marchi DOP (denominazione di origine protetta). Si menziona innanzitutto il “Gorgonzola DOP”, che rappresenta un’eccellenza tutta italiana. Sebbene tragga il suo nome dalla città lombarda di pianura dov’è nato, il grosso della produzione avviene oggi in provincia di Novara. Tipo di formaggio molle, a pasta cruda, prodotto con latte vaccino e caratterizzato da un sapore dolce amarognolo e dalle tipiche venature verdi dovute al processo di erborinatura, ossia alla formazione di muffe selezionate. Doveroso citare il famoso “Grana Padano DOP”, anch’esso prodotto con latte vaccino, ma duro e a lenta maturazione. Il suo sapore, particolare e delicato insieme, lo rende tra i più deliziosi, non solo a livello nazionale, ma nel mondo grazie alla sua esportazione. Simile inoltre al “fratello” “Parmigiano Reggiano”, prodotto in Emilia Romagna. Da non dimenticare il “Taleggio”, formaggio di origini antichissime, dal gusto dolce con lievissima vena aromatica, con a volte un retrogusto tartufato. A parte i già citati Gorgonzola e Grana Padano, cinque risultano i formaggi piemontesi DOP. Il “Toma DOP” è uno dei formaggi più diffusi, prodotto in origine soprattutto in altura ed oggi anche in pianura. Viene prodotto con latte vaccino in forme cilindriche, con un diametro che oscilla tra i 15 e i 35 cm e un peso che va dai 2 agli 8 Kg. La pasta è semidura e la stagionatura va da un minimo di 20 ad un massimo di 45 giorni. La “Robiola di Roccaverano DOP” è un prodotto tipico dell’astigiano, ma anche della Langa […]

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Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Coppette mestruali: guida all’utilizzo

Coppette mestruali? Solo il nome ci fa dubitare. Eppure negli ultimi anni, moltissime donne nel mondo hanno deciso di risparmiare sull’acquisto di assorbenti e di preoccuparsi dell’impatto che l’usa-e-getta ha sull’ambiente. Le coppette mestruali, dopotutto, sono piccole, si inseriscono nella vagina per raccogliere il sangue mestruale, si rimuovono, si svuotano e si riutilizzano. L’impiego delle coppette mestruali risale al lontano 1930, ma nel nostro Paese non sembra essere una pratica particolarmente diffusa. In Italia, infatti, le donne preferiscono utilizzare assorbenti esterni o tampax durante le mestruazioni, probabilmente perché le coppette mestruali sono ancora poco conosciute o pubblicizzate. Il primo avvertimento per chi decide di provare una coppetta mestruale è: non la si dovrebbe sentire molto e sicuramente non deve fare male. Piuttosto dovrebbe far provare una sensazione simile a quando si indossa un assorbente interno. E’ abbastanza difficile imparare a usare le coppette mestruali, ci vuole tempo e pazienza per capire come si inseriscono e, in alcuni casi, quali sono la forma e la misura giusta per la propria vagina; in media, occorrono almeno tre o quattro cicli mestruali per imparare a usarle correttamente. Tuttavia, non è da sottovalutare la differenza fondamentale tra le coppette mestruali e gli altri metodi, ovvero raccogliere, e non assorbire, il flusso mestruale. L’assorbimento dei tradizionali sistemi, infatti, non si limita solo al flusso mestruale ma anche al muco cervicale, che è in realtà un forte anti-batterico, in grado di creare una naturale barriera protettiva tra vagina e utero nella cavità cervicale, impedendo così a batteri e ad altri organismi estranei di entrare nella cavità uterina. Possiamo individuare due tipologie di coppette mestruali: 1. il modello più comune, rappresentato da una coppetta riutilizzabile a forma di campana, fatta di silicone medico o TPE, lunga circa 5 cm escluso l’estrattore e di norma diffusa in due misure. 2. una coppetta usa-e-getta e mono-uso che sembra simile al diaframma contraccettivo, con un diametro di 7,5 cm circa. Generalmente, ogni coppetta presenta almeno due dimensioni: la coppetta piccola e la coppetta grande. La scelta della taglia della coppetta dipende principalmente dal numero di parti avuti, l’età, il flusso mestruale. La coppetta di taglia piccola è più indicata per donne con età inferiore ai 30 anni, le coppetta di taglia grande è più consigliata per donne di età superiore ai 30 anni che hanno partorito. In linea di massima, la coppetta è ben accetta dai ginecologi, soprattutto in sostituzione degli assorbenti interni, il cui utilizzo è meno igienico e più rischioso. Ne è comunque sconsigliato l’utilizzo dopo un parto naturale, un aborto o un operazione, che rendono la zona molto più sensibile. Le coppette mestruali hanno un range di prezzo che varia dai 10 ai 35 euro, ma è un costo che viene rapidamente ammortizzato nel giro di pochissimi cicli, considerando il fatto che la coppetta mestruale a forma di campana ha una durata di 10 anni e che in genere una donna utilizzi nel corso della sua vita all’incirca 10.000 assorbenti interni o esterni. L’ostetrica e divulgatrice Violeta […]

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Cenetta estiva: verdure, piatti freddi e tanto gusto

L’estate è la cosiddetta “bella stagione”, che porta con sé tanto relax e soprattutto tanti piatti gustosi da poter assaporare, a base di verdure, ortaggi, buoni e facili da preparare. Ecco alcuni consigli per una gustosa cenetta estiva! D’estate, il tempo a disposizione aumenta, il periodo di ferie è l’occasione perfetta per dimostrare le proprie doti culinarie e lanciarsi nella sperimentazione, preparando piatti freddi e variegati. Le calde serate d’estate, sono l’occasione perfetta per dedicarsi alla preparazione di una succulenta cenetta estiva, magari in compagnia di amici, da gustare all’aperto. Naturalmente, preparare una cenetta estiva che piaccia a tutti non è facile;  ogni persona presenta, ovviamente, dei gusti diversi e accontentare proprio tutti, è difficile. Idee per una gustosa cenetta estiva! Uno dei segreti per realizzare una buona cenetta estiva, è sicuramente quello di utilizzare frutta e ortaggi tipici della stagione. Una idea simpatica e d’effetto, potrebbe essere quella di creare un piatto a base di pesce, accompagnato da piatti a base di verdura oppure ortaggi, leggeri e colorati, simpatici da vedere. Pesce spada, salmone, orata, spigola, cozze e vongole, la varietà di pesce a disposizione durante l’estate, è notevole. Una cenetta a base di pesce, accompagnata da simpatici e soprattutto leggeri, involtini di zucchine o melanzane grigliate, magari ripieni di formaggi spalmabili, è un’ottima scelta, che delizierà i palati dei propri commensali, senza appesantirli. Oltre alle varie opzioni citate, è risaputo che l’estate è la stagione migliore per la preparazione di insalate; nutrienti e leggere, apportano vitamine e sali minerali, che in estate sono sempre utili da integrare e sono uno dei piatti cardine, per una cenetta estiva, saporita ma senza troppe calorie.  A tal proposito, come non citare la famosa “insalata di riso”, piatto tipico e diffuso soprattutto d’estate, che piace un pò a tutti, con i suoi tanti ingredienti e la freschezza che tutti desiderano. Ai piatti a base di insalata, con la quale è possibile creare delle vere e proprie ciotole (che spesso sostituiscono un primo piatto) ricche di alimenti e nutrienti diversi, si possono abbinare, per una cenetta estiva sana e giusta dal punto di vista calorico, carne o pesce, o semplicemente dei crostini, bruschette (tipicamente campana) conditi con emulsioni o salse rinfrescanti, ad esempio a base di yogurt greco. Chiacchierare in compagnia è piacevole e rilassante e in questo caso, ossia, se la propria intenzione è quella di trascorrere del tempo in compagnia, senza cimentarsi in piatti elaborati da preparare, si può optare per il cosiddetto  fingerfood, un’alternativa rapida e gustosa. Uno dei fingerfood più realizzati in estate, sono le uova ripiene, un piatto non di certo leggero, ma d’effetto. In base alla propria area di appartenenza, il ripieno dell’uovo cambia, dalla ‘nduja, al tonno, dalla maionese all’emulsione a base di yogurt magro, olive e capperi. Antipasti saporiti, tartine, spiedini a base di carne, pesce o semplicemente realizzati con pomodorini alternati a delle piccole mozzarelline, torte salate, focaccine, pizza, insomma, una varietà immensa di alternative tra le quali scegliere, adatte ad ogni occasione, ideali per una […]

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Il Don Chisciotte fra labirinti e arabeschi compositivi

Il Don Chisciotte (il cui titolo originale completo è El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha) è fra le più conosciute e studiate opere dello scrittore spagnolo Miguel De Cervantes Saavedra. Composto tra il 1605 (prima parte) e il 1615 (seconda parte) il romanzo è imbastito su un telaio composito in cui trama e ordito, intrecciate strettamente, offrono un testo profondo e complesso, tanto dal punto di vista linguistico quanto dal punto di vista interpretativo. Per diversi motivi il Don Chisciotte si configura come notevolmente immerso nell’atmosfera letteraria del cosiddetto genere picaresco: avventure e “disavventure” che occorrono ai protagonisti (Don Chisciotte e il suo scudiero Sancho Panza) durante il loro itinerario cavalleresco ne sono il motivo più evidente. Il Don Chisciotte e la metamorfosi dell’uomo Il romanzo di Cervantes prende le mosse da uno spunto (e conseguentemente riflessione) che possiamo definire “metaletterario”: il nobiluomo Alonso Quijano, appassionatosi oltremodo ai romanzi cavallereschi (in particolare alle storie di Amadigi da Gaula) finisce per sovrapporre la fantasia alla realtà e, irrimediabilmente, perde il senno: equipaggiato di una vecchia armatura, di lance strappate alla polvere della rastrelliera espositiva e di un debole cavallo (il “destriero” Ronzinante), Alonso Quijano sveste i panni – e l’identità – di se stesso per calzare quelli di Don Chisciotte della Mancia, valoroso paladino alla ricerca dell’amore della bella e nobile Dulcinea del Toboso (che in realtà è una rozza contadina). Sceglie come scudiero il “semplice” Sancho Panza, contraltare “pragmatico” dell’ormai dissennato (ma idealista) hidalgo e con lui inizia il suo peregrinare fra genti, luoghi, storie. Fra “labirinti” e “arabeschi”compositivi Subito si notano due linee di forza lungo cui scorre il romanzo: una linea retta, data dallo svilupparsi delle storie sull’asse cronologico principale, e una linea curva, una spirale, che s’avvolge su se stessa lungo la quale corrono i vari episodi “inserti” che arricchiscono e rendono spessa in complessità la già ricca e spessa trama lineare; a proposito di tale spirale, si è parlato di “struttura a schidionata” con la quale si intende, letteralmente, la fila d’arrosti sullo spiedo (lo schidione): come questo costituisce elementi singoli infilati verticalmente sullo schidione orientato orizzontalmente sul fuoco, così si presentano questi inserti “verticali” nell’andamento narrativo “orizzontale”. In più, il ritornare, il ripetersi, il continuare di episodi iniziati e lasciati “in sospeso” curvano attraverso “giochi di forze” la linea orizzontale a cui tali “episodi verticali” si ritrovano intersecati fino a “rimodellarla” in una spirale ora di folli distratte risate ora di malinconie consapevoli e profondissime. E allora il Don Chisciotte è anche il romanzo delle simmetrie: alla metamorfosi identitaria di Alonso Quijano corrisponde una simile e contraria metamorfosi di Sancho Panza: mentre il primo da savio diventa folle, il secondo matura, come nei più alti percorsi di formazione, attraverso una peregrinatio animi, una straordinaria consapevolezza altrimenti preclusagli. La presa di coscienza a cui il lettore sembra chiamato già dalle prime pagine ma a sua insaputa, mi è sempre parsa la via di identificazione dello stesso lettore in Sancho Panza: noi che, intrapreso il […]

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Boccaccio a Napoli: una riflessione sulle opere

Giovanni Boccaccio è sicuramente maggiormente conosciuto per il suo Decameron, ritratto vivissimo della casistica umana – commedia umana, fra l’altro definito il testo boccacciano, in una chiarissima corrispondenza con la dantesca commedia “divina” – e ricordato per le sue vicende legate all’amico Francesco Petrarca, ma il nome del Certaldese, oltre che ad essere legato alla cultura toscana del XIV secolo è vicinissimo alla cultura partenopea; non soltanto perché ancora nel Decameron, come si ricorda, sono affrescate vicende ambientate nel Regno di Napoli, ma anche perché Boccaccio soggiornò in questi luoghi e fu immerso nella vita della corte angioina a Napoli. Giovanni Boccaccio e il suo “noviziato” napoletano Nei primi decenni del 1300, Giovanni Boccaccio era nel pieno di quello che viene definito il suo noviziato letterario: a questo periodo risale la sua permanenza a Napoli e significativa la cosiddetta “epistola napoletana”, nella quale l’autore mette in scena un “gioco” di rifrazioni plurime e multiformi livelli: il gusto per la quotidianità e per le maschere alter ego dell’autore e onnipresenti – tanto in maniera latente quanto in maniera patente – nella sua produzione letteraria è, in altre parole, evidentissima fin da questa primissima attestazione letteraria. A questo periodo risalgono anche opere più lunghe e complesse: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e il Teseida delle nozze d’Emilia. La datazione, e di conseguenza l’ordine cronologico di composizione delle opere, resta al momento piuttosto incerta: molte le ipotesi ma pare inesistente, almeno per lo stato attuale delle ricerche, una prova certa e “risolutiva”; fra rimandi, indizi e ricerche filologiche pare più accreditata l’ipotesi per cui, su una linea cronologica le opere succitate possano situarsi in tal modo: Caccia di Diana, Filocolo, Filostrato, Teseida delle nozze d’Emilia, con un andamento tutt’altro che lineare dato che molto probabilmente il Filostrato fu redatto in più stesure e durante le pause di lavorazione del Teseida delle nozze d’Emilia; in ogni caso, personalissima idea è quella per cui le opere Filocolo, Filostrato e Teseida costituiscano una triade di opere ben ragionata e ponderata dall’autore che ne fanno una sorta di trittico in cui l’analisi di ogni singolo testo risulta imprescindibile dal contemporaneo vaglio delle altre due opere. Data la complessità della materia e dell’ingegno boccacciano, si comprende allora come la dicitura “noviziato” possa apparire più che altro una “convenzione” per distinguere questo periodo da quello più maturo e avanzato raggiunto con la stesura definitiva del Decameron. Boccaccio a Napoli: le opere Si è accennato alle opere napoletane e ai legami intercorrenti fra esse; ebbene, se nella Caccia di Diana la trama è volta a descrivere l’effetto benefico delle amorose donne sugli uomini – con il tramutarsi di questi da animali ad essere umani – nel Filostrato la trama segue vie contrarie: in esso né arti venatorie né catalogo di bellezze napoletane, bensì il campo di battaglia fra greci e troiani e gli effetti nefasti del “maledetto foco”. Col Filostrato, Boccaccio, insomma, mostra quali tremendi effetti può provocare un amore insano – non a caso, come già […]

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Imperatori di Roma: storia e leggende

Gli imperatori di Roma hanno contribuito ad alimentare la fama e la notorietà non solo della Capitale, ma di tutto il vasto territorio che negli anni era stato conquistato grazie all’abilità dei generali e alla potenza dell’esercito. Cospirazioni, segreti, leggende e misteri ruotano intorno alla figura dei grandi imperatori di Roma, alcuni degni di lode, altri dalla moralità e dalla condotta discutibili. Ecco un breve excursus della storia di Roma dalla fine del Principato augusteo (14 d.C.) al crollo dell’Impero romano d’Occidente (476 d.C.). Imperatori di Roma: la dinastia Giulio-Claudia (14-68 d.C.) Alla sua morte, Ottaviano Augusto designa come suo successore il figlio della moglie Livia Drusilla Augusta, Tiberio, il quale prende il nome dal padre naturale Tiberio Claudio Nerone. Tiberio era detto l’ “imperatore schivo” per via del suo carattere riservato e della sua politica prudente, rispettosa delle prerogative del Senato. Dopo le vittorie contro i Germani e contro i Parti, aleggiò il sospetto che avesse avvelenato il nipote Germanico, geloso della sua popolarità di condottiero valoroso. Iniziò così una serie di processi di lesa maestà che portarono l’imperatore, ormai stanco, ad abbandonare Roma nelle mani del prefetto del pretorio Seiano e a rifugiarsi nella sua lussuosa villa a Capri. Alla morte di Tiberio il Senato acclamò imperatore suo nipote Gaio, figlio di Germanico, detto Caligola per via della particolare calzatura militare (caliga) che da piccolo era solito indossare. Il suo breve impero, durato solo quattro anni, fu caratterizzato dall’eliminazione fisica degli oppositori e dai continui atti di umiliazione della classe senatoria: tradizione vuole che Caligola abbia addirittura nominato senatore il proprio cavallo Incitatus. Il suo strapotere, tuttavia, lo rese inviso ai pretoriani che ordirono una congiura che gli risultò fatale. Gli stessi pretoriani che avevano ucciso Caligola nominarono come nuovo imperatore Claudio, un suo anziano zio, il quale ebbe il merito di aver reso la burocrazia di Stato molto più efficiente e di aver conquistato la Britannia, sottomettendone la parte meridionale e trasformandola in provincia. La sua vita privata fu particolarmente intricata: sposò in terze nozze Messalina, dipinta da Tacito come una vera e propria meretrice, la quale fu condannata a morte e alla damnatio memoriae tra la totale indifferenza del marito, intento a consumare il suo pasto durante un banchetto. Successivamente sposò la nipote Agrippina, già madre di Nerone, che per garantire l’ascesa al trono al figlio fece avvelenare Claudio. L’impero di Nerone può essere suddiviso in due fasi: la prima positiva, grazie all’influenza del prefetto del pretorio Burro e del filosofo Seneca, la seconda negativa, per via della sua politica violenta e sanguinaria iniziata con il matricidio. Tristemente noto è l’incendio di Roma del 64, la cui colpa ricadde sulla comunità cristiana, dando vita ad una terribile persecuzione. Si ritiene, invece, che sia stato lo stesso Nerone a causare l’incendio per poter costruire la sua fastosa villa, nota come Domus aurea. Dopo aver duramente represso la congiura dei Pisoni, tra le cui vittime illustri ci furono Lucano, Petronio e lo stesso Seneca, l’imperatore rimase completamente isolato […]

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Come si scrive un saggio breve? Qualche trucco per un saggio perfetto!

Cos’è e come si scrive un saggio breve esaustivo? Ecco una breve guida che vi permetterà la stesura di un saggio breve che sbalordirà il vostro destinatario! Il saggio (dal latino tardo exagium = prova, assaggio di sapere) è un’esposizione scritta in cui l’autore approfondisce una tematica o un problema, esponendo un punto di vista critico e personale. Fanno parte della saggistica sia testi molto vasti e complessi destinati a un pubblico ristretto di lettori competenti (saggio critico), sia composizioni brevi di carattere divulgativo per informare un pubblico di lettori di medio livello culturale (saggio breve). Esso differisce dal tema in quanto il saggio sonda la capacità di chi lo scrive di interpretare e rielaborare in modo personale un argomento. Il saggio breve quindi, è un testo che: Si propone di convincere il destinatario della validità delle opinioni espresse, facendo appello al ragionamento. Non solo presenta dei fatti, ma li interpreta e li spiega, mettendoli criticamente in discussione. Come si scrive un saggio breve: le fasi del lavoro Per svolgere il lavoro in modo efficace occorre procedere con ordine compiendo in successione le seguenti operazioni: leggere attentamente i documenti, coglierne il significato, selezionare le informazioni principali e sintetizzarle in appunti o in schemi logici. Verificare eventuali altre conoscenze sull’argomento in proprio possesso, organizzare, quindi, la scaletta con la successione degli argomenti da considerare. Si passa poi allo sviluppo della scaletta in modo coerente e coeso, costruendo il testo con capoversi ben definiti e in successione logica. Bisognerà a questo punto effettuare l’ultima revisione riflettendo con attenzione sul titolo finale. In sintesi il saggio dovrà dividersi in tre parti fondamentali: Nell’introduzione si presenterà il problema o l’argomento delineandone il contesto storico/geografico/culturale. Nell’esposizione, o meglio la parte più importante del saggio, ci sarà un’attenta interpretazione e discussione dei documenti con cause e conseguenze affini. In questo punto cruciale è fondamentale esprimere il proprio punto di vista, utilizzando anche le conoscenze del proprio bagaglio culturale. Nella conclusione ci sarà un commento che chiude l’intera questione. La conclusione può essere consuntiva riguardo ciò che si è detto, a dimostrazione della ragionevolezza e della validità della tesi sostenuta dall’inizio alla fine, oppure la conclusione può essere aperta a nuovi sviluppi argomentativi e riflessioni. La scelta della destinazione condiziona ovviamente il registro linguistico, ossia le scelte lessicali e sintattiche. In un saggio scientifico ad esempio si adotterà un lessico più ricercato, mentre un saggio per un quotidiano sarà chiaro e semplice. Il saggio è ricco di numerosi connettivi per chiarire le relazioni intercorrenti fra le varie parti in cui si articola l’argomentazione, segnandone i passaggi più importanti. Nel testo argomentativo gli avverbi e le congiunzioni hanno la funzione di stabilire rapporti. Essi possono essere: avversativi (ma, nonostante, tuttavia, mentre, invece…) dimostrativi (infatti, in realtà, in effetti, insomma, in conclusione…) di causa-effetto (quindi, perciò, dal momento che, pertanto, di conseguenza…) di successione temporale (in un primo momento, poi, dopo, inoltre, in seguito, infine…). Il saggio generalmente è corredato di documentazione apposita, ma nel caso non sia fornita […]

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Orologi subacquei: come scegliere il modello più adatto

Il settore dell’orologeria sta vivendo un momento di successo anche se ancora non ha raggiunto i numeri del 2015, anno in cui si è registrato un aumento decisivo. Tra i numerosi modelli proposti dai vari brand sul mercato, gli orologi subacquei rappresentano una delle preferenze indipendentemente dal genere e dalla fascia di età. Un accessorio che mette tutti d’accordo. Il motivo è semplice: si tratta di un accessorio estremamente utile, versatile e spesso anche alla moda. Gli orologi subacquei colorati sono i più in voga d’estate. Nessuno sa resistere al loro fascino, all’allegria e al colore dei vecchi Scuba degli anni 80-90, con cui generazioni di ragazzini sono cresciuti. Ad oggi però si contrappongono modelli di marche come Swatch che ogni estate propongono colorazioni e trame diverse perfette da abbinare a costume ed infradito preferiti. A quanto pare, sembra proprio che la moda degli orologi capaci di resistere all’acqua riesca con naturalezza a convivere con le tendenze più audaci come tatuaggi, abiti firmati e capelli rosa. Novità o tradizione? Si può assolutamente dire che gli orologi subacquei non sono certo una novità. Il primo modello fu realizzato verso gli anni 20, anche se è nel 1926 che il fondatore della ben nota Rolex, Hand Wilsdorf creò un orologio da polso impermeabile e resistente alla polvere chiamato Oyster. Fu testato da Mercedes Gleitze un anno dopo, durante il tentativo di attraversare la Manica a nuoto. Nonostante questo primo esemplare, fu la Omega a creare linee di orologi subacquei non esclusivamente per nuotatori. Due anni dopo, precisamente nel 1934 fu Panerai a buttarsi nell’avventura della produzione di questi orologi. Il seguito è ben noto a tutti. È il 1956, però, l’anno che segna una svolta nel settore, anno in cui questi accessori sono stati considerati i più resistenti e precisi in assoluto. In questo anno, infatti, durante l’uscita di The Silent World, uno dei primi documentari ad utilizzare una cinematografia subacquea, il co-regista Jacques-Yves Cousteau indossava un Rolex Oyster Perpetual Submariner, cioè il primo orologio da polso di precisione sviluppato per l’uso sottomarino. Questo non basta, perché poco tempo dopo è stato visto indossare a Sir Edmund Hillary mentre raggiungeva la cima del Monte Everest in una delle prime spedizioni. Da questo momento nessuno potrà fare a meno degli orologi impermeabili.

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Rimanere concentrati alla guida: 5 consigli utili

Quando ci si trova a guidare per molte ore non sempre è facile rimanere concentrati e ben svegli. Ecco 5 facili consigli da seguire per mantenersi nelle migliori condizioni possibili per guidare la propria vettura. Quando si devono percorrere dei viaggi molto lunghi, è facile che in alcuni momenti ci si senta particolarmente stanchi. Per evitare questo problema, è bene seguire una serie di semplici consigli e suggerimenti. Quando un automobilista è distratto, può diventare un problema per sé stesso, per le persone che sono sulla stessa vettura e anche per le persone che incontra alla guida. In pochi secondi, può succedere che si creino le condizioni per un incidente. 1. Avere una vettura in perfette condizioni Il primo punto da prendere in considerazione, è quello di avere una vettura in grado di rispondere anche alle condizioni di guida più estreme e improvvise. Una frenata all’ultimo minuto, una brusca manovra o altro in alcuni casi possono essere evitati. Avere un impianto frenante in ottime condizioni, la giusta pressione dei pneumatici e dei pneumatici non consumati è molto importante. Per chi vuole ottenere maggiori informazioni su come tenere nel migliore dei modi la propria vettura, Oponeo offre una serie di consigli del tutto gratuiti (il sito internet si può raggiungere a questo indirizzo www.oponeo.it). Sulle pagine del catalogo online, si possono acquistare pneumatici delle migliori marche come Michelin, Bridgestone e Pirelli. Una vettura dove è stata eseguita la giusta manutenzione, risponderà in maniera sicuramente più reattiva di una dove non è stata eseguita nessuna manutenzione o controllo. 2. Rimani ben idratato Essere disidratati porta a ridurre le proprie prestazioni cognitive. Questo, può portare ad effetti dannosi quando ci si trova alla guida di un mezzo e si deve elaborare una serie di informazioni nel più breve tempo possibile. Un conducente leggermente disidratato ha il doppio delle probabilità di commettere degli errori alla guida di uno che è idratato. Avere una bottiglia – o più bottiglie di acqua se si guida in estate – nella propria macchina può essere molto importante. Possono anche non essere fresche, l’importante è che siano presenti e pronte all’utilizzo senza far togliere gli occhi dalla strada a chi guida. 3. Non guidare quando si è stanchi Quando si è alla guida da assonnati nelle ore notturne, i propri riflessi non sono sicuramente reattivi come durante le ore diurne. Per chi deve percorrere molti chilometri durante la notte, e magari ha delle ore di sonno arretrate, è bene che abbia una persona al suo fianco per mantenere vigile il cervello. Nel caso si deve guidare da soli il proprio mezzo, è bene prendere in considerazione la possibilità di fermarsi e schiacciare un pisolino. In questo modo, si dà la possibilità al cervello e al corpo di riposarsi e recuperare lucidità. 4. Non usare il telefono alla guida Quando si guida è bene non utilizzare il telefono o il personal computer per qualsiasi motivo. In una buona percentuale di incidenti in città o nelle strade a percorrenza veloce, il […]

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Neuralink e l’interfaccia uomo-macchina

Neuralink ha finalmente svelato al mondo il suo progetto: collegare la mente umana al computer con dei sensori impiantati nel cervello. Dopo due anni di silenzio stampa, il 16 luglio Neuralink ha parlato. L’azienda statunitense di neuro tecnologie ha finalmente mostrato al mondo i progressi fatti nel campo delle interfacce uomo-macchina e i risultati hanno dell’incredibile. Sarà possibile collegare il cervello umano al computer, o almeno i test compiuti sugli animali fanno ben sperare. L’obbiettivo di Neuralink è quello di aiutare i pazienti in stato di paralisi, permettendo loro di controllare le protesi con il pensiero. Non deve sorprendere che dietro Neuralink, ci sia la figura di Elon Musk, che non perde mai occasione di lanciarsi in progetti quanto meno insoliti. Durante la diretta streaming in cui sono stati annunciati i risultati, Musk si è lasciato sfuggire un particolare che ha incendiato la curiosità della stampa mondiale. A quanto pare, tramite la tecnologia Neuralink, una scimmia è già riuscita a controllare in remoto un computer. Ovviamente, da qui a parlare di sperimentazioni su essere umani il percorso non è dei più semplici, e con la conferenza del 16 luglio l’intento di Neuralink è stato proprio quello di accendere i riflettori su questo tipo di tecnologie e invitare le menti più brillanti del mondo a fare domanda di lavoro presso la società statunitense. Come lo stesso Musk ha affermato è importante far capire alle persone che questo tipo di futuro non è troppo lontano, condividendo con il mondo la sua visione delle cose. I fili nel cervello. La tecnologia dietro il progetto è decisamente sofisticata, ma non è “rivoluzionaria” come si potrebbe credere. Neuralink ha sviluppato dei fili sottilissimi di un materiale flessibile da inserire all’interno del cervello. Spessi dai quattro ai sei micrometri (più sottili di un capello), i fili richiedono l’uso di una macchina per essere inseriti, un robot che opera ad altissima precisione, capace di inserire sei fili al minuto in completa autonomia. A causa della loro flessibilità, è quasi impossibile inserirli senza ausilio robotico, ma questa loro caratteristica li rende decisamente meno pericolosi rispetto ai predecessori di Neuralink. L’antenato più famoso, BrainGate, sviluppato dalla Brown University, utilizzava degli aghi rigidi, che non potendo adeguarsi agli spostamenti naturali del cervello nella scatola cranica, finivano per lesionare la materia grigia. I fili di Neuralink possono adeguarsi flettendosi e inoltre, sono capaci di trasmettere molte più informazioni rispetto al sistema di BrainGate. Max Hodak, figura di spicco e co-fondatore della società americana, ha comunque tenuto a precisare che Neuralink “poggia sulle spalle dei giganti” e che i risultati conseguiti sono frutto di anni e anni di ricerche accademiche. Un gesto di modestia abbastanza raro in Silicon Valley. Una volta recepiti i segnali cerebrali, gli impulsi verranno mandati ad un chip posizionato dietro l’orecchio, chiamato “N1 sensor”, che li amplificherà e li inoltrerà ad un computer. Per ora lo scambio di dati avviene tramite una porta USB, ma Neuralink prevede di offrire un sistema wireless, facilmente controllato da un’applicazione sul proprio […]

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Fun e Tech

CEPU: da trent’anni al servizio degli studenti

CEPU è un’azienda operante nel settore dell’istruzione e della formazione professionale, che mette a disposizione un tutor qualificato ed esperto delle tecniche di apprendimento con l’obiettivo di aiutare lo studente ad acquisire il metodo di studio adatto alle sue caratteristiche. Sono migliaia, infatti, gli studenti che hanno già scelto CEPU e hanno trovato la risposta alle loro necessità formative. All’interno di ogni Centro Studio sono disponibili tutti i servizi offerti dal Gruppo: preparazione esami universitari, valutazione crediti formativi, Università on line, orientamento universitario, corsi di abilitazione professionale, preparazione test di ammissione, svolgimento pratiche universitarie, preparazione al mondo del lavoro, corsi di inglese e corsi di informatica.   CEPU: servizi e vantaggi Cepu, con oltre trent’anni di esperienza in questo settore, ha sviluppato i migliori servizi specifici per le esigenze degli studenti universitari, utili in ogni momento del percorso formativo, dalla scelta della facoltà alla preparazione al mondo del lavoro. In particolare, per chi si è diplomato da poco o ha interrotto gli studi e ha intenzione di riprenderli, è attivo l’orientamento universitario, un servizio personalizzato e gratuito che guida lo studente verso il corso di laurea più idoneo agli obiettivi professionali che si è posto. Al servizio più noto, la preparazione degli esami universitari per ogni corso di laurea e ateneo, si affiancano infatti altre proposte formative e di assistenza allo studio disponibili in tutti i 120 Centri Studio Cepu. Anche chi lavora e vorrebbe laurearsi trova in Cepu un valido sostegno: sono attivi infatti i servizi di valutazione dei crediti formativi accumulati con l’esperienza lavorative e le conoscenze apprese, utili per abbreviare il percorso verso la laurea, e Università on line + Cepu, la formula che unisce i vantaggi dei corsi di laurea telematici con quelli dell’assistenza dei tutor Cepu nella propria città. Chi ha intenzione di iscriversi ad un corso di laurea ad accesso programmato troverà invece un valido supporto nel servizio di preparazione ai test di ammissione, disponibile in più versioni e completo, poiché comprende sia la teoria che l’esercitazione. Per completare il proprio percorso accademico, infine, si possono scegliere i Master post laurea erogati, in modalità mista (aula + on line) o tradizionale, da qualificati istituti di formazione. Anche chi vuole migliorare la propria abilità nel parlare in pubblico, o acquisire altre competenze che troverà utili nel suo inserimento in ambito lavorativo, e chi cerca un corso di formazione professionale che lo qualifichi in uno specifico settore, può scegliere  il servizio di preparazione al mondo del lavoro, un’opportunità nella quale si concretizza l’incontro tra formazione scolastica o accademica e professionale. Perché scegliere CEPU CEPU è un’azienda operante nel settore che vanta di un’esperienza ultra-trentennale. Permette, attraverso la sua preparazione universitaria, di ottimizzare l’impegno per raggiungere gli obiettivi accademici nel minor tempo possibile. Infatti è possibile usufruire dei servizi CEPU in presenza in orari flessibili, concordando con lo studente il calendario degli incontri, in base alla sua disponibilità di tempo. L’attività CEPU è frutto di ricerche e studi sull’apprendimento che permettono di garantire un servizio personalizzato sullo stile cognitivo dello studente da parte di tutor specializzati, che insegnano con passione e non trasferiscono allo studente solo le loro conoscenze, ma anche una metodologia […]

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Libri

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La guerra di tutti, il ritorno di Raffaele Alberto Ventura

Dopo il successo riscontrato con Teoria della classe disagiata, Raffaele Alberto Ventura torna nelle librerie con La guerra di tutti, un’analisi del presente tra populismi, terrore e crisi della società liberale. Edito da Minimum Fax, il libro di Ventura si presta ad essere una lente per capire cosa ci sta accadendo ma anche un riassunto parziale del decennio che si sta per concludere. Il 10 gennaio 2019 Repubblica pubblica un articolo firmato da Alessandro Baricco in cui l’autore sostiene che il patto tra le élites e la gente è andato in pezzi perché nessuno è più disposto a concedere privilegi, potere e ricchezza ad una minoranza che non è riuscita a costruire un mondo migliore, come promesso, e che non si assume più la «responsabilità di costruire e garantire un ambiente comune in cui sia meglio per tutti vivere». Scrive Baricco: «Che piaccia o no, le democrazie occidentali hanno dato il meglio di sé quando erano comunità del genere: quando quel patto funzionava, era saldo, produceva risultati. Adesso la notizia che ci sta mettendo in difficoltà è: il patto non c’è più». Il venir meno di quel patto è un problema perché quel tacito accordo era il collante di un ordine ormai in disfacimento. Nei paragrafi successivi del suo articolo Baricco evidenzia delle cause. L’«idea di sviluppo e di progresso [delle élites] non riesce a generare giustizia sociale, distribuisce la ricchezza in un modo delirante», sostiene Baricco. Nel mentre, i nuovi device hanno dato a tutti la possibilità di informarsi, comunicare ed esprimere le proprie idee. Diritti che fino a pochi anni fa erano privilegi delle sole élites. Il ragionamento si conclude invitando le èlites a reagire allo sterile There Is No Alternative per tornare a pensare ad un nuovo mondo con determinazione, pazienza e coraggio. Le parole di Baricco hanno suscitato un certo interesse ed animato un bel dibattito forse grazie al tema principale di cui tutti da un po’ di tempo ormai vediamo l’ombra senza però avere il coraggio di accendere la luce. Descrivere il disfacimento dell’ordine costituito può essere doloroso ed impegnativo. Doloroso perché il collasso del nostro mondo non può che portare a situazioni già verificatesi in passato e che sono state risolte a caro prezzo. Impegnativo perché i sintomi di un fenomeno così complesso sono numerosi e da rintracciare nei vari livelli del sapere. È quello che ha provato a fare Raffaele Alberto Ventura ne La guerra di tutti, 308 pagine ricche di note a piè di pagine per la gioia di chi ne aveva sentito la mancanza nel precedente lavoro, e in cui si spazia da Rihanna al pensiero di Rousseau e Hobbes, senza tralasciare le avventure dei supereroi del Marvel Cinematic Universe. La guerra di tutti, una miriade di narrazioni non condivise Il problema dell’incapacità delle élites di offrire un mondo migliore è che nel lungo termine una gran parte della popolazione occidentale ha iniziato a rifiutare deliberatamente quel sapere perché appartenente ad una classe dominante e percepito come strumento di oppressione. Rifiutare […]

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Estranei, la storia di una famiglia contemporanea di Osaka Dolls

Scritto a quattro mani da Lorenzo Mazzoni e Massimo Di Gruso sotto il nome di Osaka Dolls, all’interno del progetto ThinkAbook, Estranei è un romanzo pubblicato da Koi Press. La storia della famiglia Spinelli, ha come ambientazione la periferia degradata della città di Milano. Franco, il padre, lavora di notte come netturbino; Alice, la madre, fa la parrucchiera per le vicine del quartiere; i loro figli gemelli, Caterina e Marco, sono due diciassettenni che si somigliano esteticamente ma sono caratterialmente all’opposto: lei, bellissima e popolare, lui trasandato ed emarginato. Ciascun personaggio, oltre a parlare di sé, esprime il proprio punto di vista sugli altri componenti del nucleo familiare e il quadro che ne esce fuori è quello di quattro individui che vivono soltanto sotto lo stesso tetto perché, di fatto, risultano essere dei perfetti estranei. Mancando la comunicazione tra di loro e visti il distacco e l’insofferenza che regnano sovrani tra le mura della casa che forzatamente condividono, tutti i protagonisti vivono delle seconde vite al suo esterno. Franco ha ormai perso da anni importanza agli occhi della moglie e dei figli che non lo considerano e cerca conforto nel rapporto, fatto solo di conversazioni, con una giovane prostituta dell’Est che vuole salvare togliendola dalla strada. Alice, insoddisfatta della vita matrimoniale, inizia una storia extraconiugale per la quale è pronta ad abbandonare i suoi cari pur di riappropriarsi della propria vita. Caterina usa la propria bellezza per ricevere regali e soldi da danarosi sconosciuti in cambio di sue foto erotiche ed è, all’apparenza, la più sicura. Marco, fragile e solo, crede di aver trovato la ragazza dei suoi sogni e di poter, finalmente, uscire dalla condizione di sfigato che lo tormenta da anni. Per tutti, alla fine, arriverà il momento di aprire gli occhi e prendere coscienza della situazione in cui realmente si trovano e le azioni dei singoli influenzeranno quelle della famiglia. Estranei  degli Osaka Dolls: una famiglia sotto esame Grazie a uno stile scorrevole, a una scrittura che va dritta al punto senza girare a vuoto intorno all’argomento trattato e a una trama cruda perché parla senza mezzi termini di una realtà a noi oggi niente affatto estranea, gli autori hanno ben reso l’idea della preoccupante alienazione che ci affligge e che può portare anche i membri di una famiglia a essere dei perfetti sconosciuti. Il libro è intriso di psicologia – non a caso, la postfazione è stata curata dalla Dottoressa Valentina Stirone, psicologa e psicoterapeuta – una psicologia pura che mostra persone e pensieri per quello che sono, per quello che rappresentano: ognuno un tipo di disagio diverso che, tuttavia, nasce dalla stessa assenza di presenza che affligge anche gli altri. Estranei è un romanzo interessante che fa riflettere sul concetto odierno di famiglia, sulle difficoltà dell’essere e del realizzare se stessi al suo interno e poi al suo esterno, sulla necessità di sentirsi parte di essa perché, in fondo, nessuno vorrebbe mai considerare estraneo chi ne fa parte. [Fonte immagine: Sito Koi Press]

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La top 5 dei libri dell’estate scelti dalla nostra redazione

Top 5 libri dell’estate D’estate aumenta il tempo a disposizione e di conseguenza cresce anche il numero dei libri da poter leggere in armonia e tranquillità. Scegliere un libro può risultare difficile, per questo vogliamo aiutarvi stilando la nostra top 5 dei libri dell’estate. Il Mare di Baricco Al primo posto nella nostra classifica, troviamo Oceano mare, celebre romanzo di Alessandro Baricco, tra i più noti dell’autore. La trama ruota attorno alla locanda Almayer, nella quale tutti i personaggi convergono: un luogo quasi magico, surreale, situato in una fantomatica spiaggia, a due passi dal mare, che poi è il vero protagonista della storia. Il tema del mare (utilizzato come vera e propria metafora esistenziale) viene infatti analizzato dall’autore con molteplici sfaccettature e attraverso la storia dei singoli personaggi. Scrutando tra le pagine del libro, è possibile accorgersi che, in realtà, la trama non è lineare e permette intrecci e commistioni di emozioni e sensazioni tra loro diverse. Le frasi del libro sono spesso sospese, quindi si ha la sensazione di essere lentamente cullati, proprio come succede in mare, come quando le onde accarezzano il corpo, spostandolo nell’acqua salata. Il mare che stabilizza la disperazione di Moravia L’estate è tempo di vacanza, si parte, si raggiungono località turistiche e il tanto bramato mare. Tra le località più frequentate, sicuramente sono da menzionare le isole del Golfo di Napoli; tra queste, legata al secondo romanzo nella top 5 dei libri dell’estate, vi è Capri, suggestivo scenario di “1934” di Alberto Moravia. Il romanzo in questione è ambientato nell’anno in cui Hitler uccide tutti gli oppositori del regime durante la Notte dei lunghi coltelli. Non si tratta di una lettura semplice, ma è sicuramente un libro che arricchisce profondamente. Lucio, intellettuale 27enne e antifascista, si reca a Capri per tentare di “stabilizzare la sua disperazione” con la stesura di un romanzo. Giunto alla consapevolezza dell’impossibilità di debellare questo stato emotivo, realizza che l’unico modo per scongiurare la soluzione logica del suicidio è convivere stoicamente con la disperazione, considerandola come condizione normale dell’esistenza. In realtà, il tema del romanzo, apparentemente disperato, ha la funzione di arricchire filosoficamente, il lettore, immergendolo in un vortice che si allontana dalla quotidianità. Proprio questo allontanarsi dalla quotidianità, rimanda all’estate, e dunque inevitabilmente all’ambientazione del romanzo, Capri. Le isole, la bellezza data dalla semplicità dell’ambiente, la natura, il mare, i colori, tutto ciò caratterizza l’estate e contribuisce a definire “1934” un romanzo “marino”. L’estate si distingue anche per la calura che caratterizza le lunghe e soleggiate giornate. C’è chi ama il mare e trascorre il proprio tempo libero in spiaggia, chi ama abbronzarsi, passeggiare in riva al mare, e chi desidera semplicemente leggere un buon libro in tranquillità. Il thriller sotto la canicola di Camilleri Un altro romanzo che vi consigliamo è “La vampa d’agosto”, di Andrea Camilleri. La trama del libro, si concentra su nuova indagine che terrà impegnato il commissario Montalbano: costretto a rimanere a Vigáta nel mese più infuocato della torrida estate siciliana, si trova a fronteggiare un’indagine […]

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Libri

Ivana Leone: Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini

Intervista ad Ivana Leone, autrice cilentana di “Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini”. Cilentana, con un animo partenopeo, affascinata dai profumi e dai sapori di Milano, in cui ritrova sfumature e sentori cilentani, come il mare palpitante della terra e la creatività per impugnare la sua penna. Ivana Leone, autrice cilentana dal rapporto viscerale con la scrittura, si racconta a Eroica Fenice, e ci parla della sua creatura letteraria, Forza e Libertà. Attraverso Alda Merini, dedicata alla poetessa dei Navigli, alla piccola ape furibonda che nacque il ventuno a primavera. 1) Innanzitutto grazie per aver accettato di rilasciare questa intervista. Chi è Ivana Leone, se dovesse raccontarsi a chi non la conosce? 1) Il piacere è mio. Diciamo che non sono molto brava a descrivermi ma ci provo. Sono una sognatrice…amo il mare, il vento sulla pelle, la gioia, i sorrisi (quelli veri), le emozioni. Amo ridere, piangere, leggere, scrivere…Insomma, amo la vita, Tutta! Sono nata ad Agropoli ma ho vissuto a Roccadaspide fino all’età di 18 anni, piccolo paese del Cilento, con cui ho sempre avuto un rapporto di odio e amore. Gli studi universitari mi hanno portata lontana da casa e ho avuto modo di apprezzare maggiormente la mia terra, il Cilento è una terra magica fatta di profumi e acque cristalline. E’ proprio vero che quando si va via, si apprezza maggiormente ciò che abbiamo lasciato. 2) Che rapporto ha Ivana Leone con la scrittura? 2) Con la scrittura ho un rapporto viscerale. Non riesco a pensare alla mia vita senza di essa, rappresenta tutto, il mio modo di essere, il mio modo di esprimermi insomma un’amica con cui condividere tutto. Ho ancora tanto da imparare, mi piacerebbe sperimentare diverse forme di scrittura. Fino ad ora mi sono occupata principalmente di poesia e saggistica ma in futuro non escludo altro. Insomma, mi piacerebbe mettermi in gioco con altri progetti. C’è sempre da imparare, no!? 3) Quanto ha influito e influisce ancora il Cilento sulla tua attività creativa? 3) Come ho accennato prima, il Cilento è una terra magica, insomma sono una cilentana con un’anima partenopea. Spesso mi capita durante le mie passeggiate notturne milanesi, di sentire i profumi della mia terra e spesso addirittura sogno il mare ad occhi aperti. Tutto questo mi aiuta a mescolare i colori del Cilento con la magia nascosta di Milano. Anche Milano ha i suoi lati magici che bisogna saper cogliere. Insomma il Cilento e Milano per me rappresentano un mix perfetto di esplosione e creatività. 4) Perché hai scritto un libro legato ad Alda Merini? Cosa ti lega a quest’autrice? 4) Ho conosciuto per la prima volta Alda una sera in riva al mare; leggevo i suoi versi insieme all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e così è nata l’idea di scrivere la mia tesi di laurea sul tema della follia nella letteratura italiana. Da quel momento Alda mi è entrata “dentro” e non mi ha più lasciata. Dopo la laurea nel 2013 ho continuato a leggere e ad […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Solfatara di Pozzuoli: notizie storiche e curiosità

La Solfatara, sita a circa tre chilometri dal centro di Pozzuoli, è un antico cratere vulcanico – uno dei quaranta vulcani dell’area flegrea – attualmente ancora attivo, ma quiescente, che rappresenta oggi una sorta di sfiatatoio del magma presente al di sotto dei Campi Flegrei, riuscendo a preservare una pressione costante dei gas sotterranei mediante fenomeni di vulcanismo secondario perduranti da circa due millenni, come fumarole di vapore acqueo, mofete (esalazioni di CO2), solfatare (emissioni calde di composti gassosi dello zolfo) e vulcanetti di fango che eruttano argilla, trasportata in superficie da emissioni di gas. I pozzi di fango bollente che si formano all’interno di esso sprigionano esalazioni tossiche a base di anidride carbonica e idrogeno solforato. Dalla principale fumarola della Solfatara, la Bocca Grande, fuoriescono vapori fortemente tossici; tali esalazioni si depositano sulle rocce circostanti, conferendo una colorazione giallo-rossastra. La sua formazione è avvenuta circa quattromila anni fa: chiamata da Plinio il Vecchio Colles o Fontes Leucogei (dal greco λευκός, “bianco”), con riferimento alle terre biancastre dovute all’azione disgregante del vapore acqueo sulle rocce magmatiche, e considerata da Strabone come la dimora del dio Vulcano e l’ingresso per gli Inferi, la Solfatara è già nota in età imperiale, allorquando diventa oggetto di una attività mineraria per l’estrazione di bianchetto, impiegato come stucco. Tale attività estrattiva raggiunge il suo culmine nel Medioevo, fase in cui si estraggono la polvere d’Ischia, il rosso di Pozzuoli, la terra gialla, la piombina, il bianchetto e lo zolfo. Nell’Ottocento l’area si trasforma in un rinomato stabilimento termale, grazie a vapori, fanghi ed acqua ritenuti terapeutici: infatti, a seguito delle precipitazioni meteorologiche, sono riemerse le fondamenta di piccoli edifici, riferibili agli impianti destinati ai frequentatori che vi giungevano per curarsi. In effetti il suo fango, utilizzato per fini termali, è ricco di minerali quali boro, sodio, magnesio, vanadio, arsenico, zinco, iodio, antimonio, rubidio. La sua acqua termominerale era considerata prodigiosa per la cura della sterilità femminile: in miniatura del Codice Angelico si notano donne immerse fino alla vita in una vasca, mentre tra le rocce un personaggio alimenta le fiamme e le esalazioni provenienti da varie fumarole. Quest’acqua, inoltre, era impiegata per alleviare i sintomi del vomito e dei dolori allo stomaco, per favorire la guarigione dalla scabbia, distendere i nervi, acuire la vista e lenire i brividi della febbre. A tale scopo, sempre nell’Ottocento sono realizzate delle Stufe – chiamate una “del Purgatorio” e l’altra “dell’Inferno” a causa della variazione di temperatura tra le due – ricavate da due grotte naturali rivestite di mattoni, sfruttate ai fini termali grazie ai vapori delle fumarole: oggi non sono più utilizzate, ma nel periodo di piena attività delle cure termali esse consentivano agli avventori di sostare all’interno per pochi minuti, al fine di inalarne i vapori solfurei ritenuti ottimali per la cura di patologie delle vie respiratorie e della pelle.  La Solfatara e il fenomeno del bradisismo Tale attività termale, unitamente all’estrazione mineraria, conosce un graduale declino a seguito dei progressi della scienza medica, fino all’interruzione definitiva […]

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Femin’arte: le EbbaneSis in concerto al Maschio Angioino

Dal 19 luglio al Maschio Angioino per “Estate a Napoli” – programma di spettacoli di musica, danza, arte e cinema, che si svolge tra luglio e settembre – è partito il Festival “Femin’arte”, patrocinato dal Comune di Napoli e organizzato dalla “ProCulTur”, con la direzione tecnica della “SoundFly”. Si spazia dal jazz alla etno world music fino alla musica folk e alla classica napoletana, rivisitata in chiave swing. Flo, le EbbaneSis e le SesèMamà sono le protagoniste delle tre serate musicali del Festival. Venerdì 26 luglio sarà la volta delle EbbaneSis, parola che unisce due termini della parlesia, un codice linguistico inventato dai musicisti partenopei per comunicare in pubblico, senza farsi capire dai presenti: “ ‘e bbane”, i soldi, e “sis”, sorelle. Le EbbaneSis rappresentano un duo napoletano fondato su un legame solido fra due amiche e tanto talento da vendere. Femin’arte, il Festival dell’arte al femminile L’arte al femminile, purtroppo, fatica ad affermarsi in un’Italia in cui si considera persino un linguaggio universale come la musica un’arte fatta da uomini e per uomini. Chi ha cambiato la storia della musica? I primi nomi che vengono in mente sono Domenico Modugno, Luigi Tenco, Giorgio Gaber, Fabrizio De Andrè. Ergo, uomini. Il gentil sesso che ha imbracciato una chitarra, che ha subito il fascino di un qualunque strumento, che ha scritto una canzone degna di merito è rimasto troppo spesso nell’ombra, relegato al ruolo di madre e angelo del focolare domestico. Femin’arte è una manifestazione che dà voce alle migliori espressioni musicali e artistiche femminili nazionali e internazionali. Perchè esistono, e meritano. Venerdì 26 luglio, nella fortezza angioina voluta da Carlo I d’Angiò, avremo modo di ascoltare le EbbaneSis, Viviana Cangiano e Serena Pisa, con il loro concerto “SerenVivity”. Il nome del progetto di questo strabiliante duo deriva dalla parola “serendipity”, neologismo inglese poco usato nella lingua italiana, che significa “attitudine a fare scoperte impreviste e fortunate, e la capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale”. È ciò che praticamente accade alle due artiste ogni volta che fanno musica. Hanno, quindi, utilizzato questo termine modificandolo, unendo i loro due nomi, Serena e Viviana. Il duo è un vero e proprio uragano di talento e creatività, che persegue uno stile tutto personale. Il progetto musicale parte dal web, e in breve tempo si trasforma in un grande successo mediatico con oltre centocinquantamila followers da ogni parte del mondo, attraverso la rivisitazione di brani classici della canzone napoletana e internazionali. Viviana e Serena hanno, infatti, tradotto in napoletano il testo del capolavoro dei Queen, “Bohemian Rhapshody”, raggiungendo inaspettatamente in pochissimo tempo cinquecentomila visualizzazioni su Facebook. Hanno adattato il famosissimo pezzo per una versione in cui gli unici strumenti sono la chitarra e le voci. Le voci. L’armonizzazione delle loro voci è un cocktail raro e magico. Uno di quelli che ti ubriaca con pochi sorsi. Se all’incantevole timbro, all’estensione vocale e all’intensità delle inconfondibili voci delle EbbaneSis, aggiungiamo poi la bellezza e l’imponenza […]

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Ezio Bosso ha diretto l’OFB nella serata conclusiva del BCT

Ezio Bosso chiude Il BCT | Opinioni Che cos’è l’arte? Cos’è la musica? Cosa il talento? Nella cornice straordinaria del Teatro romano di Benevento, laddove anche le pietre parlano, respirano, vibrano e la suggestione del tempo antico si sposa con la peculiarità del presente, lo scorso 19 luglio il Maestro Ezio Bosso, con un’energia esplosiva, ha diretto l’Orchestra Filarmonica di Benevento (OFB) in uno spettacolo in cui musica, arte, poetica, cuore si sono mescolati dando vita ad un’estasi emotiva, che non ha potuto fare a meno di coinvolgere anche il nutrito pubblico presente e partecipe in maniera fedele, affezionata. BCT: concerto conclusivo con Ezio Bosso e l’OFB Il concerto è stato scelto come evento che suggella la fine del BCT, Festival nazionale di Cinema e Televisione di Benevento, svoltosi nella città campana dal 9 al 14 luglio e che, anche quest’anno, ha ottenuto consensi favorevoli e riscontri sia nazionali che internazionali. Antonio Frascadore, ideatore nonché coordinatore del BCT, orgoglioso “di ospitare nella città di Benevento uno dei musicisti più importanti al mondo”, dopo aver ringraziato gli enti, le partnership e tutti coloro che hanno concorso a rendere possibile il Festival, ha ribadito con fermezza che il “BCT è un evento nato a Benevento, pensato per la città campana, fatto per essa e che, quindi, rimarrà a Benevento anche nelle prossime edizioni”. Parlando del connubio esistente tra il Festival del Cinema e della Televisione e l’Orchestra Filarmonica di Benevento, Frascadore ha aggiunto che il BCT cerca e celebra in qualche modo le eccellenze e l’OFB è certamente un’eccellenza, che concorre in quello che anche il Festival persegue: fare qualcosa di bello per la propria città, regalarle qualcosa con impegno e passione. La meraviglia dell’insieme Melania Petriello, presentatrice della serata, ha ammesso di sentirsi “una privilegiata, perché appartenente ad un progetto ben definito, forte, che sta crescendo, con radici vere, autentiche, quale l’OFB di Benevento” ed ha definito l’orchestra “una comunità perfetta, come un archetipo, con propri linguaggi, sinergie, gerarchie, una liturgia che si ripete, quasi un memoriale, un luogo dove è molto importante l’identità dei singoli ma vince, più forte e più significativa, la polifonia, la meraviglia dell’insieme. Tutto nasce dal fiato, dalle corde, dalla forza, dal battito e viene orchestrato dallo strumentista senza strumento, il direttore d’orchestra, colui che sposta l’aria e dà origine al prodigio”. La Petriello ha ricordato l’invito che il Maestro ha più volte dato ai ragazzi dell’orchestra nei giorni precedenti allo spettacolo: “Date! Date di più! Non abbiate paura di regalarvi”. Questo invito è un suggerimento a non essere mai timidi, “mai retrovie quando si fa musica”, atteggiamento che permette di creare emozioni sostanziate dal talento, dal sacrificio e dal lavoro quotidiano. La serata ha previsto l’esecuzione di una sinfonia ispirata alla vita degli alberi, che si innesca nella vita degli uomini, attraverso il linguaggio della musica, composta dal Maestro Ezio Bosso che, oltre ad essere direttore d’orchestra di fama nazionale ed internazionale, Direttore stabile e Artistico della Europa Filarmonica, Steinway Artist nel 2018, Testimone ed […]

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Bio… Dinamico: la scommessa dell’agricoltura biodinamica

Bio… Dinamico: divulgare, promuovere e valorizzare i prodotti dell’agricoltura biodinamica. Giovedì 18 luglio, nel complesso monumentale di Santa Chiara si è tenuto il terzo appuntamento con il tour in 6 tappe del progetto Bio… Dinamico promosso da AmicoBio, con il patrocinio del Fondo Europeo per lo Sviluppo Rurale, la Repubblica Italiana, la Regione Campania e la collaborazione di APAB. Le città toccate dal tour di seminari tematici sono Milano, Roma, Napoli, Bologna, Firenze e Santa Maria Capua Vetere. Se nelle tappe di Milano e Roma sono stati approfonditi i temi della sostenibilità, della tutela dell’ambiente e del paesaggio, della valenza dell’agricoltura biodinamica come patrimonio dell’agricoltura italiana, la tappa napoletana ha affrontato il tema Ricerca e formazione in agricoltura biologica e biodinamica. Ad intervenire sul tema della necessità di incrementare la ricerca e la sperimentazione nel settore biologico e biodinamico sono stati esperti del settore della formazione: Dott. Filippo Diasco, Direttore generale delle politiche agricole, alimentari e forestali della Regione Campania; Dott. Enrico Amico, Imprenditore e Presidente gruppo Amico Bio; Prof. Giuseppe Celano Professore associato presso l’Università degli Studi di Salerno; Prof. Massimo Fagnano, Professore associato di Agronomia ed Ecologia Agraria presso il Dipartimento di Agraria della Facoltà di Napoli Federico II; Dott. Francesco Giardina esperto agronomo collaboratore di Coldiretti; Dott. Carlo Triarico, Presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica; Dott.ssa Roberta Cafiero Dirigente MIPAAFT. A seguire, lo chef Simone Salvini ha tradotto il discorso teorico in un cooking show in cui prodotti provenienti da agricoltura biodinamica e ricette tradizionali campane sono stati rielaborati e trasformati in capolavori dell’arte enogastronomica. Che cos’è l’agricoltura biodinamica e perché è necessario investire in questo settore? Ad aiutarci a comprendere cosa sia l’agricoltura biodinamica e come essa possa costituire una svolta nel sistema della produzione agricola globale possono essere utili alcuni stralci del documentario in uscita, che è sintesi dell’intero progetto di AmicoBio: la biodinamica è un’agricoltura che non solo non avvelena il pianeta, ma crea un’interazione tra tutti gli esseri viventi e costituisce la speranza di creare, davanti ad un disastro ecologico incombente, una realtà nuova. Obiettivi della biodinamica sono la biodiversità, la riduzione dell’impatto ambientale della produzione agricola, l’integrazione tra produzione agricola e allevamento zootecnico con modalità che rispettino e promuovano la fertilità e la vitalità del terreno e allo stesso tempo le qualità tipiche delle specie vegetali e animali, il rispetto de ritmi della natura e dei cicli cosmici e lunari, l’eliminazione di fertilizzanti minerali sintetici e di pesticidi chimici. Il metodo biodinamico, quindi, prevede che la fertilità e la vitalità del terreno debbano essere ottenute con mezzi naturali come compost prodotto da concime solido da cortile, materiale vegetale come fertilizzante, rotazioni colturali, lotta antiparassitaria meccanica e pesticidi a base di sostanze minerali e vegetali. Insomma il progetto dell’agricoltura biodinamica propone un ritorno a metodi naturali, a ritmi meno serrati e ad una produzione meno invasiva per l’ambiente, ma pur sempre compatibilmente con le richieste del mercato globale. Ricerca e formazione nel campo della biodinamica. La ricerca in questo campo, se in Europa fa passi da gigante […]

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Little Room, il nuovo album di Oscar Molinari

Oscar Molinari è un aspirante cantautore della provincia napoletana. Un giovane come tanti, che alla passione innata per la musica accompagna gli studi universitari presso la facoltà di Fisioterapia. Little Room è il titolo del suo secondo disco, disponibile da pochi giorni presso tutti i maggiori canali di distribuzione. Un lavoro intimo e semplice, quasi ruvido nei suoni e nei testi, frutto del lavoro solista di un giovane che compensa la pochezza di mezzi a disposizione con una fortissima voglia di mettersi in gioco. Seconda produzione originale del giovane Oscar, dopo Something in Our Heads, pubblicato ad inizio luglio con le medesime modalità di distribuzione. La storia di Oscar è insomma la storia di un ragazzo che non si arrende, che insegue i propri sogni e le proprie passioni in un’area che solitamente non è mai stata troppo fertile per la scena musicale. Little Room è il tuo secondo album, Oscar, un traguardo importante e raggiunto in poco tempo, per di più praticamente da solo. Il disco nasce dalla vita vissuta, quella che ogni giovane della mia età vive quotidianamente. Un’esistenza fatta di amicizia, amori, musica, università, treni che passano: è così che è nato Little Room, tra un pensiero e l’altro, un accordo e l’altro suonato magari per ingannare il tempo. La stanza piccola del disco non è un luogo immaginario di fuga: è proprio la mia cameretta, il mio personale rifugio che mi tiene al sicuro dalle ansie e dalle preoccupazioni. Da dove nasce l’ispirazione per la tua musica? Ho sempre ascoltato musica fin da piccolo, non saprei neanche definire un momento preciso nel quale questa passione è cominciata. Più che altro mi ha sempre appassionato la capacità della musica di ergersi a linguaggio universale, di mettere in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai rivolte la parola. Per dire, quando mi esibisco nei locali, ancora oggi l’emozione più grande è quella di vedere la gente cantare le tue canzoni, anche se scritte in inglese, una lingua non così parlata dalle nostre parti. Ascoltando Little Room e Something in Our Heads colpisce subito la presenza di musica con testi scritti esclusivamente in inglese. A cosa è dovuta questa scelta così singolare? In realtà non ho mai pensato troppo a questa scelta, ho sempre avvertito la scrittura in inglese come un passaggio spontaneo e non frutto di chissà quali pensieri. Questa lingua mi permette di dare un’interpretazione più aperta a ciò che voglio comunicare, a differenza magari dell’italiano che per la ricchezza di termini si presta poco a questa vaghezza. In più è praticamente da sempre la musica dei miei modelli e punti di riferimento dal punto di vista musicale, per cui anche indirettamente subire una certa influenza era quasi inevitabile. Hai parlato di modelli e punti di riferimento.  A chi ti ispiri generalmente per la tua musica? Non ho modelli e punti di riferimenti precisi, sono cresciuto con l’influenza del rock classico con band come Led Zeppelin, Deep Purple e Pink Floyd, per poi passare a periodi […]

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Musica

Ponzio Pilates: follia e irriverenza a ritmo di samba

Ponzio Pilates, cosa vi dice questo nome? Magari, potreste dire che sia la versione fitness-addicted di quel governatore romano famoso per declinare agli altri le proprie responsabilità. Ma no, non parliamo di lui, parliamo di una band. Di una band folle (nel senso buono del termine). Sukate è il loro nuovo album pubblicato il 24 Maggio per l’etichetta discografica Brutture Moderne (che dire, sembra tutto cucito apposta per loro) e finanziato con una campagna di crowdfunding. Il titolo- come potete immaginare- non lascia spazio a molte interpretazioni: è il biglietto da visita irriverente della band. Chi sono? Sono Lorenzo Camera (chitarra, voce, synth), Federico Lorenzini (synth, tastiere),  Dimitri Reali (batteria, voce), Daniele Sarti (percussioni, effetti sonori), Paolo Baldini (basso, synth, voce). Per fare il disco, si sono isolati per un po’ dal mondo, chiudendosi in una villa sperduta nella Romagna bucolica, a Case del Vento. Che sia stata la noia dell’isolamento o l’aria salubre di campagna, oppure un mix di questi due elementi, non lo sappiamo, ma il risultato è ancora più folle del precedente disco Abiduga, (ripetiamo: in senso buono). I Ponzio Pilates hanno deciso di dar vita a qualcosa di estremamente giocoso perché sì, diciamocelo, la canzone e la musica nascono dal gioco, dal ludus, allora perché non giocare? Perché non essere irriverenti? Come direbbe qualcuno «ad essere belli e bravi siamo bravi tutti», allora qualcuno dovrà pur assumersi la responsabilità di essere “brutto” o, quanto meno, “non bello”. Ecco che quindi arrivano i Ponzio Pilates a far saltare gli schemi con 9 tracce dai ritmi tribali frenetici. In fondo il messaggio è chiaro fin dal titolo che quasi sembra dire: «Non ce ne frega niente, noi vogliamo divertirci». Sukate, l’album dei Ponzio Pilates Il disco si apre con Disagio e Camagra (è un tipo di Viagra, abbiamo cercato noi, così non dovrete giustificare la cronologia delle vostre ricerche ai vostri genitori), una breve traccia di poco più di un minuto, un assaggio delle sonorità del disco che i Ponzio Pilates definiscono come «elettrosamba esplosiva» o ancora «tecno acustica tribaleggiante e felice». Tra samba e ritmi tribali, il disco prosegue con brani dai titoli sempre più bizzarri, che formano un mosaico immaginativo cangiante ed eterogeneo: Gamolla (un formaggio valdostano), Bagarre, Insalata (probabile reminiscenza freudiana del gruppo sull’avversità a mangiare le verdure), Vongole, Sukate, Figamalapena, Watashi e Ciocobiscotto. Un folle divertissement musicale dai toni dissacranti, sessualmente allusivi e, a volte, totalmente no-sense, ma che comunque si compone di un sound eterogeneamente solido, denso, di fattura più che buona. Non fatevi ingannare dallo spirito mattacchione dei Ponzio Pilates: questi ragazzi sanno suonare e anche molto bene. La conferma viene data dal modo con cui riescono, di traccia in traccia, a variare sui temi della samba e dei ritmi tribali, aggiungendo sempre elementi diversi e originali. Inserendo anche delle tracce “estemporanee” come Insalata, quasi uno stornello e Watashi, ascoltandola potreste pensare di essere finiti ad ascoltare la soundtrack di un anime come Evangelion.  Fonte immagine: ufficio stampa Fleisch Agency.  

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Musica

Simone Valeo torna con Vai a Dubai | Intervista

Vai a Dubai è il quarto l’ultimo lavoro discografico del cantautore parmense Simone Valeo. Classe 1962, Simone Valeo nell’ultimo lavoro mette a frutto le tante esperienze maturate nel corso della sua carriera, condensando in 11 tracce ironia e sagacia a ritmo di jazz e swing. Tra i temi trattati, spazia da quelli più intimi come “Il cammino della vita” e “Un amore ingombrante”, ad altri di matrice politica e sociale come in “Il fascista mediatico”, “Corri corri sorellina” e “Uguali e diversi”. Intervistato da noi, Simone Valeo ci ha parlato del suo disco ma di tanto altro ancora. Intervista a Simone Valeo Hai esordito discograficamente nel 1996 con il disco “Nuoce gravemente alla salute”, al quale sono seguiti “Sto cercando il sole” (1998) e “Pioggia di polvere” (2003). Il quarto disco, “Vai a Dubai”, è stato pubblicato lo scorso aprile, cosa è successo in questi 16 anni? Dopo aver ricevuto da questa attività grandi soddisfazioni in quanto sono sempre riuscito, seppure con grande fatica e tenacia, a ritagliarmi spazi di creatività sincera, ho pensato che il mercato discografico fosse diventato per me un tabù, perché troppo legato a meccanismi di vendita immediata e obbligata. Già la crisi delle vendite faceva naufragare la discografia in un mare di download, mentre il gusto popolar di massa tendeva irrimediabilmente verso la canzone di facile consumo. Così ho cercato di mandare avanti la musica dal vivo nella mia città, Parma, perché in quel momento la situazione live era veramente ai minimi storici. Ho collaborato alla nascita di due locali, che della musica dal vivo facevano una bandiera, e organizzato eventi per il comune di Parma. Tutti i musicisti spesso più giovani di me mi ringraziavano per aver risollevato un po’ l’umore della mia città. Poi mi sono tolto qualche vecchia soddisfazione, portando avanti due progetti che mi hanno permesso di tornare a cantare e suonare dal vivo: due tributi a due artisti che nel loro genere reputo dei campioni: Bob Marley e Lucio Dalla, accomunati da una grana vocale unica e profonda e da un’anima soul spontanea e originale. Quindi ho sentito l’esigenza di completare il mio percorso musicale attraverso lo studio e mi sono laureato al Conservatorio di Parma col massimo dei voti, un percorso In-Verso, come ho intitolato la mia tesi scritta, sulla canzone d’autore. La mia insegnante di canto, Susanna Parigi, anch’essa cantautrice, dopo aver ascoltato alcuni miei brani, mi ha spronato a continuare a scrivere e incidere canzoni e così è nato il nuovo album. Cosa puoi dirmi dunque di “Vai a Dubai”? L’ho scritto e prodotto nell’arco di un anno e mezzo, in concomitanza con un progetto di musica dal vivo che riguardava lo swing italiano. Ho avvertito la necessità di scrivere canzoni che come tali avessero leggerezza ma sorrette da testi che affrontassero l’attualità senza peli sulla lingua. Da qui l’idea di una copertina volutamente provocatoria che facesse riflettere sul mondo contemporaneo e sulle sue assurde contraddizioni. È venuto fuori così, nato dall’ urgenza di scrivere pensieri che […]

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Atacama!, luoghi, lingue, emozioni: intervista ad Alessio Arena

Atacama!, l’ultimo progetto musicale di Alessio Arena è un disco “pieno”: pieno di lingue, di tematiche differenti, di emozioni contrastanti. La sua comunicazione è una comunicazione pura, che non ha bisogno di tanti segnali e indicazioni; ne è testimonianza la pluralità di lingue che utilizza nel suo ultimo disco: la presenza di italiano, spagnolo, napoletano diventa uno strumento potentissimo in grado di amalgamare suoni e musicalità, come se l’autore conoscesse il segreto della ricetta perfetta per coinvolgere chi ascolta. Questo è il quarto disco del cantascrittore ed è stato pubblicato da Apogeo Records (Napoli), edito da Upside srl, distribuito invece da Altafonte Records. Diversi arrangiatori hanno lavorato per scegliere quali fossero i vestiti migliori da cucire addosso alle canzoni di Alessio Arena, tra questi Giovanni Block, Toni Pagès, Rocco Papìa, Bruno Tomasello e Luigi Esposito. Il mix perfetto è proprio la compresenza della diversità, non solo linguistica, ma anche dei luoghi dove il disco ha preso forma: Cile, Barcellona, Napoli, che si fondono in undici tracce. Intervista ad Alessio Arena Se dovessi descrivere questo nuovo album con tre aggettivi, quali sceglieresti e perché? Ibrido, perché unisce tradizioni musicali apparentemente distanti, onesto, perché l’ho inciso così come l’avevo immaginato, senza preoccuparmi di scrivere canzoni ammiccanti, urgente come molte delle tematiche che canto: l’infanzia, il presente, la giustizia sociale, l’amore. Asse Italia – Spagna, come nasce il connubio napoletano, italiano, spagnolo? Quale lingua senti più tua? Sono nato a Napoli, ma da quando avevo sei anni mi sono sempre diviso tra l’Italia e la Spagna, avendo una madre che viveva lì. La mia lingua naturale è il napoletano, quelle culturali, apprese quasi in contemporanea, e che uso parimenti nei miei dischi e nei miei romanzi, sono l’italiano e lo spagnolo. Dove nasce la tua scrittura? Addo’ ‘a ggente me sente. Come vedi il panorama musicale italiano? Quali differenze riscontri con il linguaggio musicale spagnolo? La deriva sociale e culturale di cui tanto si parla in Italia, con il fiorire molesto di movimenti di estrema destra e di un pensiero unico e degradante che affolla i social, è un problema anche spagnolo. Però io vivo in Catalogna e mi pare si debba fare un discorso diverso rispetto al resto del paese. Qui c’è una scena musicale molto viva, e non vanno per la maggiore solo i gruppi buoni per un’estate, ma anche molti progetti con un discorso originale e compromesso. Due canzoni da suggerire a chi non ha mai ascoltato il tuo ultimo lavoro. “Diablada”, una canzone in napoletano costruita su una ritmica tipicamente cilena. E “El hombre que quiso ser canción” (L’uomo che volle essere canzone), una specie di ninnananna dedicata a Federico García Lorca. Perché hai scelto l’Italia, Napoli in particolare, per registrare il tuo album? La storia della registrazione di questo album è piuttosto avventurosa e dura almeno tre anni. Di questa personale Odissea, Napoli non è altro che l’ultima spiaggia. Ma il racconto di “Atacama!” è iniziato nel deserto cileno, poi a Santiago del Cile, dove ho inciso con […]

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Teatro

Teatro

Paolo Cresta nei panni di Vitangelo Moscarda

Ogni realtà è un inganno.  Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila con Paolo Cresta nel ruolo di Vitangelo Moscarda. L’interno di un cortile e una seduta essenziale debolmente illuminata. Un uomo seduto, dai piedi scalzi. Sta in silenzio, ma lo si riconosce subito, è lui, Vitangelo Moscarda, figlio della meravigliosa penna di Luigi Pirandello (1867-1936), siciliano di nascita, italiano d’adozione. È lui, il protagonista del celebre Uno, nessuno e centomila, romanzo prepotente, che illumina il lettore, gettando buio sulle sue certezze, facendolo sprofondare nel baratro del suo positivismo. È un naso, sì, un naso pendente che crea uno strappo nel cielo di carta, che sveglia Gengè, così lo chiama la moglie Dida, dal sonno rassicurante delle sue convinzioni. Lui, che non sapeva di avere un naso pendente, a destra, viene risucchiato da un vortice di domande: Chi era? Come lo vedevano gli altri? Mi si fissò il pensiero ch’io ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere. Ma chi è Vitangelo Moscarda, interpretato con maestria, fascino e smisurato talento da Paolo Cresta? Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna mia realtà propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioè vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.  Un uomo consapevole della molteplicità del suo sentire, eppure costretto in una forma, una maschera, che soffoca la vita. Un uomo in continua balia del desiderio di essere libero, senza una forma, e la consapevolezza che una vita senza forma non può essere vissuta, come Mattia Pascal, il povero bibliotecario di Miragno insegna. Uno, nessuno e centomila forme, quelle forme che con sadica voluttà inizia a distruggere, inanellando una serie di iniziative che stravolgeranno la sua vita, fino ad alienare le sue ricchezze nella costruzione di un ospizio per mendicanti, dove finisce anch’egli, uno dei tanti, con berretto, zoccoli e camiciotto turchino.  Vitangelo Moscarda potrebbe essere ognuno di noi, che, all’improvviso, scopre di non essere quello che  in realtà crede. Non una perdita d’identità, ma, al contrario, una violenta presa di coscienza, quel demone maligno che sa essere la riflessione, che smonta le immagini per cercare di capire come sono fatte e cosa c’è dietro di esse.  Ieri, 27 luglio (ma anche stasera e domani), nel Real Orto Botanico di Napoli, per la rassegna Brividi d’estate 2019, si è dipanato il turbinio delirante di Gengè, e, inevitabilmente, ognuno seduto lì, ipnotizzato e risucchiato da quel fiume in piena di parole, da quel flusso di coscienza straripante, è stato contagiato così da tanto da quella follia delirante da uscirne sano, ubriaco della genialità pirandelliana, che costringe a mettersi a nudo e riconoscersi in ogni tormento e sgomento pronunciato. Parola per parola. 

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Teatro

Ho fatto bingo, lo spettacolo di Davide Marini al Kestè

Per la prima volta a Napoli, lo scorso giovedì il comedian e doppiatore YouTube romano Davide Marini si è esibito con il suo primo monologo da un’ora Ho fatto bingo al Kestè. Come ci aveva annunciato durante la nostra intervista, la speranza era quella di farsi «du’ risate». Aspettativa tutt’altro che disattesa, anzi, ampiamente superata. Ho fatto bingo, lo spettacolo Poco dopo le 22.00, i primi spettatori iniziano a scendere nella saletta sotterranea del Kestè Abbash. Marini è con Davide DDL (Davide Di Lorenzo), il secondo performer della serata. Hanno un po’ di ansia, quella fisiologica prima di ogni spettacolo. Tra gli interrogativi su quanti spettatori saranno presenti e i pareri sullo spettacolo di Louis C.K. a Milano, DDL manifesta il suo desiderio di individuare lo spettatore più sudato: uno spettatore sudato può sempre fare comodo durante uno spettacolo. Verso le 23.00, è proprio DDL a salire sul palco e ad aprire le danze. Il suo è un breve monologo sullo zoo di Napoli, occasione perfetta per presentare Davide Marini che, oltre all’attività di comedian, ha anche un canale YouTube dove doppia video buffi di animali. «Cercheremo di farci du’ risate», dopo essere salito sul palco, Davide Marini si presenta così, non nascondendo al pubblico una certa ansia e rammaricato dal non poter avere un po’ di “zinza” dal suo personaggio Mirko il koala. Ho fatto bingo è un monologo in cui Davide ripercorre le piccole “sfighe” della sua vita. Quelle avversità che per anni ha temuto di raccontare per la vergogna ma delle quali adesso ride con leggerezza. C’è spazio per tanti temi: le catene di Sant’Antonio della zia, il regime di terrore psicologico messo su dagli amici che volevano per forza farlo uscire di casa la sera (chi non ci è passato?), l’invadenza degli urologi, il rapporto contraddittorio e misterioso con la sessualità, la rottura di una storia d’amore di tre anni… Salta da un argomento all’altro in maniera lieve, sdrammatizzando su tutto ciò che per anni ha costituito un vergognoso peso. Il risultato è molto apprezzato anche dal pubblico, che non risparmia risate e applausi. Il fenomeno dell’anti-ciclone africano che si sviluppa – per motivi ignoti – nell’area circostante il palco lo fa sudare a dirotto. Ma Davide non si ferma e tira dritto con il suo monologo, mostrando anche notevoli doti da rumorista, degne di Larvell Jones di Scuola di Polizia. A tenere uniti i vari temi, la figura del bingo che diventa metafora della nostra esistenza. Il bingo è quel luogo impregnato da fumo di sigarette, dove orde agguerrite di persone si accalcano nella frenetica corsa al segnare sulle proprie cartelle i numeri chiamati a velocità supersonica. Tutti alla ricerca della cosiddetta botta di fortuna che non può certo cambiare le nostre vite, ma sicuramente costituire un momentaneo palliativo alle fatiche quotidiane: sempre che, dopo aver vinto, riusciate ad uscirci dal bingo. Per ogni persona che vince ce ne sono almeno un altro paio che imprecano, sconfitte con soltanto un numero mancante. Una ruota di […]

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Recensioni

A te, Masaniello al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

“Pe’ cheste zizze ianche m’anno afferrata, Masaniè… pecchè nun ce stai tu che me difiende… pe’ zizze Masaniè… pe’ zizze…” mormora Bernardina, “’a reggina d’e sarde”, violata da quel popolo che l’aveva amata solo poche ore prima. Si è chiuso così “A te, Masaniello”, lo spettacolo messo in scena al Real Orto Botanico di Napoli dal 20 al 22 luglio, scritto e diretto da Annamaria Russo in occasione della rassegna Brividi d’Estate 2019. È l’estate del teatro sotto le stelle: su una scenografia piramidale si muovono con naturalezza Nico Ciliberti, Marianita Carfora, Salvatore Catanese, Cristiano Di Maio, Alfredo Mundo, Riccardo Maio, Rita Ingegno, Paolo Rivera, Marige Maya Grasso, Diego Guglielmelli, di fronte ad un pubblico che ha occupato tutte le sedie e applaude, commosso. “A te, Masaniello” si propone come un’opera rigorosa, che unisce la prosa e il canto popolare e suscita nello spettatore le sensazioni più disparate. Tra sorrisi e commozione la platea a stretto contatto con i recitanti, partecipa alla rivolta del ceto povero napoletano, apprezzando in un finale struggente l’interpretazione di Nico Ciliberti, napoletano d’adozione e alle prese con il suo primo spettacolo in dialetto, e di Marianita Carfora che, nei panni di Bernardina, supera se stessa nel monologo straziante ai piedi di Masaniello. Omaggio alla storia del teatro napoletano, “A te, Masaniello” nasce dalla voglia di raccontare il percorso di un sogno, che nasce, splende e muore nelle tenebre della disillusione. Bellissimo e disperato, come una stella cadente in una rovente serata di luglio. È la storia di un popolo oppresso dal potere dispotico che, volendosi ribellare all’imposizione delle tasse, decide di ricorrere alla forza e alla violenza. Annamaria Russo firma la regia affidando all’audace Nico Ciliberti  la complessità del “capopolo” più famoso della storia napoletana, che a soli ventisette anni riuscì a regalare un sogno ai napoletani. Un sogno bello da far paura, tanto che i suoi concittadini decisero di distruggerlo, di rinnegarlo. I giorni sono quelli del vicereame spagnolo, delle insopportabili “gabelle”, della miseria e della rivoluzione del 1647.  Sette giorni sono  bastati a costruire una epopea popolare, una storia di poveri che si ribellano ai ricchi, di ricchi che sanno aggirare e impadronirsi di un potere mai davvero perduto, di voltagabbana dalla doppia faccia, di un clero servile e bugiardo, di entusiasmi e illusioni, tradimenti,  sangue versato e una lotta, mai conclusa, tra nobili e popolo. Il popolo napoletano, ridotto alla fame dalla pressione fiscale del vice regno spagnolo, scatena una rivolta violentissima. A capeggiare l’insurrezione Tommaso Aniello d’Amalfi, detto Masaniello, un pescatore. Napoli lo nomina Generalissimo della popolazione, e lo segue con cieca fede per sette giorni, mettendo a ferro e fuoco la città, costringendo i nobili ed il viceré a riparare a castel Sant’Elmo, per sfuggire alla violenza dell’assalto. Sono i sette giorni della rivoluzione dei “pezzenti”, sette giorni leggendari durante i quali, il governo si arrende alla forza del popolo e accoglie, senza condizioni, tutte le richieste del generalissimo. Tra i vicoli, le strade, le piazze riecheggia un solo grido: libertà. Il […]

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Teatro

Davide Marini, un inaspettato stand up comedian | Intervista

«Non sai mai quello che succede nel futuro», ci rivela Davide Marini. Romano, classe 1988, una laurea in architettura e adesso in giro per l’Italia come stand up comedian. Uno scenario che, fino a pochi anni fa, non avrebbe mai immaginato. Folgorato da alcuni video di Giorgio Montanini, Daniele Fabbri e Saverio Raimondo su YouTube, ha intrapreso questo viaggio circa 3 anni e mezzo fa. È stato proprio Saverio Raimondo, con un workshop, a far scattare nel comedian romano la scintilla definitiva della stand up comedy. Nel frattempo, ha lanciato anche un canale YouTube di buon successo, Davide Marini – Comedian , dove doppia in maniera ironica video buffi di animali. Ho fatto bingo è il primo monologo da un’ora di Davide Marini che, il 25 Luglio, si esibirà per la prima volta a Napoli, al Kestè. Lo scorso venerdì è stato ospite al Giffoni Film Festival dove, in occasione dell’anteprima del nuovo Men in Black, ha presentato un suo nuovo video doppiato. Durante il frenetico tran tran imposto dal festival cinematografico, siamo riusciti a contattare telefonicamente Davide Marini che ci ha parlato del suo spettacolo, dei suoi primi passi nel mondo della stand up comedy e di tanto altro ancora. Intervista a Davide Marini Inizierei subito chiedendoti perché sei al Giffoni Film Festival? Stai presentando il tuo spettacolo? No, questa volta non è per la stand up. Sto partecipando al Giffoni perché c’è l’anteprima del nuovo Men in Black e, siccome io nei video doppiati ho un personaggio di nome Lillo che è un carlino, mi hanno contattato perché nel film c’è un carlino di nome Frank e quindi mi hanno chiesto di fare un video in cui si univano i due mondi. Così l’altro ieri ho pubblicato un video in cui Lillo ha un colloquio per entrare nei Men in Black perché è raccomandato da Frank. A proposito dei tuoi video doppiati su Youtube, come hai iniziato? Ho iniziato nell’Ottobre 2017 per puro caso. Non era un progetto, né avevo mai pensato di fare questa cosa per diventare famoso. Era così: mi piaceva farlo e mi piace farlo. Ricordo che la comica Martina Catuzzi, che forse conosci non so, fece un video doppiato del Titanic. Mi sono detto: oh bella ‘sta cosa, mi fa ridere, voglio farla anch’io. E ho preso un video con una scimmia che attraversa un campo da golf. Durava sei secondi, ho fatto questo doppiaggio che sembrava che cercasse degli amici che cercavano parcheggio. A molti amici piaceva ma dopo un po’ ho visto molte persone che non conoscevo e che mettevano mi piace e condividevano. Così ho continuato a farli e piano piano si è espansa la cosa, senza che neanche me ne accorgessi. Di colpo è diventata una cosa che molti conoscevano, ancora adesso non riesco a capacitarmi di come abbiano questo successo. È iniziato prima il doppiaggio dei video oppure la stand up? La stand up. Sono circa 3 anni e mezzo che faccio stand up. All’inizio sono andato a tentativi […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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