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Eroica Fenice

In Primo Piano

Comunicati stampa

Un mare di risate con Gigi e Ross al Bagno Elena

Rogiosi Editore riprende la sua attività di divulgatore della cultura, con le presentazioni dei libri appena arrivati in libreria, grazie a un lavoro di squadra, di cui l’editore Rosario Bianco è riuscito a tenere le redini in piena pandemia; e di organizzatore di eventi, con una ripartenza affidata al duo di artisti e volti tv tra i più amati: Gigi & Ross. Saranno loro a guidare il pubblico in “Un mare di risate”, martedì 21 luglio, alle 20.30, al Bagno Elena. Uno show comico con gli interventi de i Villa Perbene, trio comico salernitano visto anche a Zelig, e Tony Figo, l’irriverente maresciallo ballerino passato per Made In Sud e approdato a Colorado. L’evento è gestito nel pieno rispetto delle norme di distanziamento imposte dall’emergenza sanitaria da Covid 19. A disposizione del pubblico ci saranno due platee (pontile, 40 euro; spiaggia 25 euro – consumazione inclusa). I biglietti possono essere acquistati esclusivamente on line: https://www.bagnoelena.net/categoria-prodotto/un-mare-di-risate/  

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Culturalmente

Sostenibilità e necessità bioetica nell’era globale

Dalla fine degli anni Ottanta matura progressivamente in ambito internazionale un nuovo concetto di benessere basato sul criterio della sostenibilità, definito appunto “sviluppo sostenibile”, mirante a salvaguardare le esigenze della brulicante vita del Pianeta, senza porre a rischio le necessità delle future generazioni. L’homo sapiens, infatti, ha interagito con il mondo naturale sin dalla sua comparsa sulla Terra, via via perfezionando – parallelamente all’evolversi delle proprie facoltà cognitive – le varie possibilità di adattamento agli ambienti naturali, ma alterando al contempo gli equilibri del Pianeta consolidatisi in milioni di anni di evoluzione. Agendo in tal modo, egli ha innescato una costante diminuzione della capacità naturale del globo di sostenere l’impatto quantitativo e qualitativo della specie umana: i problemi della sovrappopolazione, dell’inquinamento, il progresso tecnologico, l’accumulo dei rifiuti, l’impoverimento delle materie prime, la ricerca di fonti alternative di energia, la scomparsa di habitat e specie naturali rendono l’ambiente naturale sempre meno adatto, per caratteristiche ecologiche, all’instaurarsi di condizioni di vita ottimali per gli organismi viventi. «Questa improvvisa scomparsa del cinguettio degli uccelli, questa perdita di colore, di bellezza e di attrattiva che ha colpito il nostro mondo è giunta con passo leggero e subdolo»: così rilevava nel 1962 la zoologa statunitense Rachel Carson nella sua Silent Spring, una rilevante critica del mondo industrializzato che, per la prima volta, pone il problema ambientale. Un fondamentale principio etico di responsabilità, degno di menzione, si data nel 1979, formulato dal filosofo tedesco Hanz Jonas, in risposta all’emergenza ecologica scaturita dall’opulenta civiltà tecnologica: «Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza della vita umana sulla terra». Punto di partenza del pensatore è che il fare dell’uomo al giorno d’oggi è in grado di distruggere l’esistenza stessa della vita. Il dibattito sulla sostenibilità: l’Agenda 21 Gran parte delle politiche di sostenibilità e delle attività legislative in materia sfociano nel 1992 nella Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio; 178 paesi, 120 Capi di Stato, 8000 giornalisti e più di 30.000 persone parteciparono al summit governativo ufficiale e al parallelo Forum globale delle organizzazioni non governative. L’atto stilato nel corso dell’evento è definito Agenda 21, un documento d’intenti e obiettivi programmatici riguardo ad aree economiche, sociali e soprattutto ambientali: lotta alla povertà, cambiamento dei modelli di produzione e consumo, dinamiche demografiche, conservazione e gestione delle risorse naturali, protezione dell’atmosfera, degli oceani e della biodiversità, prevenzione della deforestazione, promozione di un’agricoltura sostenibile. L’Agenda 21 può, in questo modo, essere definita come un processo, condiviso da tutti gli attori presenti sul territorio, per definire un piano di azione locale che guardi al XXI secolo. In tale documento si stabilisce l’articolazione del concetto di sostenibilità su tre giudizi di valore: uguaglianza di diritti per le future generazioni, giustizia internazionale e trasmissione fiduciaria di una natura intatta. L’ottica dello sviluppo sostenibile richiede, quindi, un approccio globale alla pianificazione e un’attenzione particolare al benessere sociale, ecologico ed economico, implicando che la produzione di ricchezza non avvenga a danno del sistema che supporta la varietà […]

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Attualità

Attualità

‘A figlia d’’o Marenaro presenta il menù Dietetico con gusto

Non si fermano mai Assunta Pacifico e Nunzio Scicchitano, imprenditori del noto brand partenopeo ‘A figlia d’’o Marenaro che, nelle scorse settimane, sono stati premiati dall’Accademia Internazionale Partenopea Federico II, con diploma di merito, nomina a membro ad Honorem e medaglie d’oro dal Cavaliere Domenico Cannone. E hanno ricevuto da Instagram anche il riconoscimento di “Ristorante più Instagrammato”.  Questa volta, l’attenzione al cibo e alla linea si coniuga al piacere di uno stile vita sano ed equilibrato, “soprattutto dopo il lockdown”, avvisa subito la Pacifico. È infatti per rispondere anche al bisogno di molte persone che desiderano uscire a mangiare al ristorante senza commettere “peccati” per la silhouette – magari penalizzata dalla quarantena -, che nasce questa idea. Ora, sia per il pranzo che la cena, è possibile andare al ristorante di via Foria e assaporare il gusto saporito della cucina de ‘A figlia d’’o Marenaro pur non rinunciando alla dieta. Come? Attraverso ricette realizzate dallo chef Sergio Scuotto del noto brand e del ristorante al primo piano “Innovative” con la consulenza della biologa nutrizionista dott.ssa Alessia Aprea, da sempre cliente ed estimatrice de ‘A figlia d’’o Marenaro. Vongole, seppia, filetto di branzino, o alcuni equivalenti, sono gli ingredienti principali di un programma che prevede un carico glicemico basso, votato al benessere ma anche al piacere del cibo.

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Attualità

ONU: i 75 anni dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite

L’ Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) è un ente internazionale nato dalla cooperazione di 50 delegazioni e stipulato il 26 Giugno 1945. Sono trascorsi esattamente 75 anni dalla firma della Carta della Nazioni Unite che si pone come obiettivo fondamentale quello di mantenere la pace e la sicurezza a livello internazionale, instaurando una durevole collaborazione tra le diverse nazioni, che sia proficua in casi di necessità globale. Gli organi previsti dalla Carta delle Nazioni Unite sono: l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio economico e sociale, il Consiglio di gestione fiduciaria, la Corte Internazionale di Giustizia e il Segretariato Generale. La Russia, superpotenza dopo la seconda guerra mondiale, è implosa nel 1991, mentre la Cina è diventata fondamentale sulla scena economica globale da circa 30 anni. Oggi le due superpotenze in netto contrasto che potranno generare una bipartizione sono gli Stati Uniti e la Cina come affermato dal segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) António Guterres. Dalle origini, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha raggiunto la cooperazione di 193 Paesi Membri e due osservatori (Autorità nazionale palestinese e Stato del Vaticano), agevolando quel processo di integrazione denominato globalizzazione nel 2000. 75 anni dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) – Luci e ombre  Secondo il segretario generale Antonio Guterres c’è la vitale necessità dopo 75 anni di svolgere un bilancio sui meriti e sui punti deboli dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite. Antonio Guterres ha spiegato che il principale merito dell’ Organizzazione da riconoscere con orgoglio a livello mondiale è la capacità di non generare grandi conflitti mondiali, infatti si può constatare con piacere che sussiste una cooperazione tra le maggiori potenze mondiali da oltre 75 anni. L’ assenza di un grande conflitto genera pace ed efficacia sul benessere socio-economico di tutte le Nazioni che fanno parte dell’ ONU. Il più grande fallimento che si evidenzia è l’ incapacità di impedire i conflitti di medie dimensioni presenti negli ultimi 30 anni nei Paesi del Sud Est Asiatico. 75 anni dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite – Limiti 2010-2020 In questo senso le Nazioni Unite hanno dimostrato alcuni limiti, poiché la struttura architettonica ed il potere organizzato dalle cooperazione delle nazioni è un equilibrio agée che risulta essere poco efficace nella decade 2010-2020. L’ Organizzazione delle Nazioni Unite si è resa conto della forte contrapposizione Usa-Cina per le ritorsioni che si sono susseguite negli anni. La lotta per combattere contro il disboscamento delle foreste e per tutelare l’Amazzonia, polmone verde del mondo, ha sottolineato le iniquità istituzionali ed una mancanza di azioni coordinate. Inoltre quest’anno la tremenda  pandemia di Covid-19 ha mostrato all’ ONU tutti i limiti dell’ Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel fronteggiare il virus. 75 anni dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite – Strutture che cooperano  Fondamentali e degni di essere citati con orgoglio sono i programmi, fondi e agenzie specializzate che cooperano con l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) come il programma contro la povertà nel mondo attivo in 170 nazioni denominato con la sigla UNDP, l’UNICEF, famosissimo programma a sostegno […]

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Attualità

Via Col Vento, rimosso dal catalogo HBO: il caso

La HBO rimuove dal suo catalogo Via Col Vento dopo le accuse di razzismo mosse al colossal del 1939. Vento di Tempesta Sono davvero in pochi (sciagurati!), a non aver mai visto Via Col Vento. Il film di Victor Fleming, con uno straordinario Clark Gable e una superba (e a tratti odiosa) Vivien Leigh è ancora oggi un’icona del cinema mondiale. Rhett Butler e Rossella O’Hara sono due figure che difficilmente si faranno dimenticare: la loro storia d’amore/odio, fatta di tragedie, di lotte e risentimenti è sicuramente una delle migliori espressioni di quel cinema Hollywoodiano che, si può dire con trasparenza, non esiste più. Il saccheggiatore dei Premi Oscar del 1940 ( ben 8 premi vinti su 13 nomination, più due premi speciali) non ha mai smesso di appassionare i suoi spettatori, che ancora oggi si lasciano trasportare nel 1861 e rivivono le passioni, i dolori e le tensioni dei diversi protagonisti. Non a caso, parliamo di uno dei maggiori successi commerciali di sempre, inflazione permettendo. Eppure, anche Via Col Vento non è intoccabile, anzi. Proprio perché esponente maggiore dei tanti lavori prodotti dalla Mecca del Cinema, è stato spesso oggetto di critiche. Mai però si era arrivati a quanto successo negli ultimi giorni. In seguito infatti alle forti contestazioni e al momento sociale sicuramente difficile dopo il caso di George Floyd, l’America vive inevitabilmente una crisi profonda che scuote l’intero Occidente, e che nelle sue scosse sismiche non risparmia nemmeno gli edifici più solidi. Numerose infatti sono state le accuse promosse nei confronti dell’opera. Il film, ambientato come già ricordato nel 1861, ripercorrendo le intere vicende della guerra civile americana, non può che essere specchio di evidenti stereotipi razzisti, con episodi espliciti e con atteggiamenti che a tutto fanno pensare tranne che a posizioni paritarie per la popolazione di colore. Tale motivazioni hanno spinto la HBO a rimuovere dal catalogo la tormentata storia d’amore di Via Col Vento, non senza qualche riserva. Da segnalare, poi, che anche altri lavori sono entrati nel mirino dei contestatori: la serie ‘Cops’, il reality show che elogia la polizia mostrando i suoi inseguimenti e il blocco dei sospettati, è stato cancellato dopo 33 stagioni a seguito delle numerose critiche. Via Col Vento: dalla trama al caso Rivolgendoci ancora a quei pochi (che non saranno però più perdonati dopo la lettura del presente articolo) che non hanno ancora visto Via Col Vento, risulta difficile sintetizzare gli intrecci che ruotano intorno alla bella Rossella O’Hara, ma ci proveremo, senza rivelare troppo delle tre ore (quasi quattro) di film. Partendo dal 1861, alle porte dell’imminente scontro americano, Via Col Vento narra le vicende di un’incantevole e fin troppo vivace ragazza del Sud, Rossella O’Hara, figlia di buona famiglia, e delle vicende amorose che segneranno la sua vita. Innamorata perdutamente di Ashley Wilkes (Leslie Howard), rimarrà profondamente delusa dalla notizia delle nozze di quest’ultimo con Melania Hamilton (Olivia de Havilland), nonostante le promesse d’amore del giovane ragazzo. Complice un fortuito incontro con Rhett Butler (Clark Gable), e l’imminente […]

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Attualità

Parchi a tema in Italia: un viaggio tra divertimento ed adrenalina

L’Italia è uno dei paesi tra i più importanti per turismo e quindi ricca di attrazioni culturali, di divertimento e non solo! Tra i più celebri parchi a tema in Italia possiamo ricordare Gardaland, Mirabilandia, Rainbow Magicland, Etnaland, Leolandia, Cinecittà World e tanti altri, come ad esempio lo Zoo Safari di Fasano in Puglia, che unisce zoo e parco divertimenti, o anche Zoomarine, nel Lazio che unisce parco acquatico e parco divertimenti. Insomma, tutta l’Italia, dal Nord al Sud, è costellata di questi parchi a tema, anche se i primi tre citati sono ricordati soprattutto per la tematizzazione, la quale svolge un ruolo fondamentale nell’assetto generale. Parchi a tema in Italia: tutto ciò che c’è da sapere Gardaland: inaugurato il 19 luglio del 1975, è situato in località Ronchi nel comune di Castelnuovo del Garda in provincia di Verona ed è adiacente al lago di Garda pur non affacciandosi su di esso; l’intero complesso si estende su una superficie di 600.000 meri quadrati mentre il solo parco tematico misura 250.000 metri quadrati. Ogni anno, circa 2 milioni di persone visitano il suo acquario, le sue attrazioni Fantasy, Adventure e Adrenaline, gli show per i più piccoli, gli spettacoli di luci ed acqua e quelli di danza. Mirabilandia: aperto al pubblico il 4 luglio 1992, è un parco tematico e acquatico situato nel quartiere Savio del comune di Ravenna, in Emilia Romagna. L’area si trova nei pressi della pineta di Classe, al chilometro 162 della Strada statale 16 Adriatica, e dà il nome anche alla zona stessa, indicata come località Mirabilandia nella toponomastica del comune di Ravenna. Con una superficie di 850.000 metri quadrati dei quali 285.000 occupati dal parco tematico, 36.000 dalla area acquatica e i restanti dai parcheggi, è il parco divertimenti più grande d’Italia. Offre, tra le sue attrattive tematiche, il Ducati World, la Far West Valley, Bimbopoli, Dinoland, Route 66 ed Adventureland. Rainbow Magicland: inaugurato il 26 maggio 2011, è un parco divertimenti situato a Valmontone, nella città metropolitana di Roma. Conta 29 attrazioni oltre a diversi spettacoli in scena nei teatri e per le strade del parco. Etnaland: attivo dal 2001, è situato a Belpasso nei pressi di Paternò (città metropolitana di Catania). La sua superficie complessiva è di 280.000 metri quadrati dei quali 112.500 occupati dal solo parco meccanico, il che lo rende il parco divertimenti più grande del Sud Italia. Al suo interno prevede diverse possibilità di svago: da quello prettamente ludico caratterizzato dall’AcquaPark e dal ThemePark, a quello didattico rappresentato dal Parco della Preistoria e dal percorso botanico. Leolandia: inaugurato nel 1971, è situato a Capriate San Gervasio in provincia di Bergamo. Destinato principalmente alle famiglie con bambini, presenta anche attrazioni e show rivolti a persone di ogni età e alcuni percorsi didattici per le scuole. Al suo interno ospita anche un acquario, un rettilario e un’area aperta con animali da fattoria e una collezione di pappagalli. Cinecittà World: aperto al pubblico a partire dal 24 luglio 2014, è situato a Castel Romano, vicino […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Curon, la vera storia della nuova serie italiana di Netflix

Curon, la serie italiana Netflix, si è piazzata fin da subito tra quelle più viste nel mese di giugno. Ottimi risultati anche in Germania e nel mercato latino-americano. Riscontri positivi anche in America, dove “Decider” nella sua rubrica Stream it or skip It, l’ha promossa a pieni voti. La prima cosa che salta all’occhio è senz’altro la sua ambientazione: la cittadina di Curon, un affascinante paese di Bolzano, ormai sommerso per metà. La trama di Curon Anna Raina, giovane madre di due gemelli adolescenti, torna dopo 17 anni nel paese dov’è cresciuta. L’accoglienza del padre Thomas, un uomo cupo e minaccioso che vive in un hotel abbandonato, e della comunità, arrabbiata con i Raina sin dai tempi della costruzione della diga, è decisamente ostile. Anche Daria e Mauro, i due gemelli, dovranno lottare per inserirsi nella nuova realtà ed essere accettati dai compagni di scuola. Quando Anna scompare, i gemelli partono alla sua ricerca. Diversi colpi di scena si susseguiranno, fino ad arrivare all’epilogo dove uno dei personaggi cardini della serie, con una frase darà la spiegazione finale a tutto: “Dentro di noi vivono due lupi. Uno è il lupo calmo, gentile. L’altro è il lupo oscuro, rabbioso, spietato”. Interpreti e addetti ai lavori La serie tv, scritta da Ezio Abbate, Ivano Fachin, Giovanni Galassi e Tommaso Matano, è stata diretta da Fabio Mollo e Lyda Patitucci. Tra i protagonisti principali compare Federico Russo, la cui carriera è legata principalmente alla serie “I Cesaroni”, dove interpretava il più piccolo della famiglia. Grande lancio anche per Margherita Morchio, che interpreta sua sorella Daria. Nel cast, oltre ai già citati protagonisti, spiccano anche Alessandro Tedeschi (Albert), Juju Di Domenico (Miki), Valeria Bilello (Anna Raina) Giulio Brizzi (Giulio), Max Malatesta (Ober) e Luca Castellano (Lukas). Una serie di giovanissimi esordienti e non, che insieme agli addetti ai lavori hanno ideato ed interpretato una storia senza precedenti. La vera storia di Curon Quella che sembrerebbe una vecchia città come le altre, è un luogo intriso di mistero e storia. La serie è ambientata, infatti, in Curon Venosta, un comune di poco più di 2000 abitanti in provincia di Bolzano. Nella cittadina sorge il lago Resia, un bacino artificiale nato per la produzione dell’energia elettrica. Nel 1939 il consorzio Montecatini chiese di realizzare la diga che prevedeva l’innalzamento dell’acqua da 5 a 22 metri. A fermare tutto, compresa la preoccupazione dei cittadini, fu la Seconda Guerra Mondiale che bloccò la realizzazione della diga. Per la sua realizzazione nel 1950 il paese venne inondato, e i suoi abitanti dovettero abbondare le loro case e gli averi, per trasferirsi più a monte. Furono 677 gli ettari di terreno allagati, sfrattando circa 150 famiglie. L’unica cosa rimasta in piedi fu il campanile della vecchia chiesa, risparmiato poiché sotto la tutela dei beni culturali, essendo risalente al 1300. La distruzione della vecchia Curon non fu semplice e furono molti i malesseri generati da tale decisione. Il tema della rivalità fra italiani e tedeschi, viene infatti, ripreso anche nella serie. Niente […]

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Cinema e Serie tv

Da 5 Bloods è l’America di oggi secondo Spike Lee

Da 5 Bloods è l’ultimo film di Spike Lee. “La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato ‘negro’, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani..” Martin Luther King “A Spike Lee joint” è tra le citazioni più identificative e riconoscibili del panorama odierno della settima arte. Guardare un film che riporti quest’affermazione, nei titoli di testa e di coda, equivale a vedere un prodotto dall’impatto emotivo e sociale pressoché certo. BlacKkKlansman, Fa’ la cosa giusta, Malcolm X hanno difatti formato e sensibilizzato generazioni intere ai temi dell’ingiustizia sociale, della segregazione e del razzismo. Spike Lee, più che una vasta produzione cinematografica, potrebbe per l’appunto fregiarsi di un catalogo che rasenta lo storicismo per accuratezza, dedizione alla causa ed importanza artistica. Dopo aver mostrato il dramma dei soldati afroamericani con lo stroncato Miracolo a San’Anna, il regista di Atlanta, con Da 5 Bloods-Come Fratelli questa volta ha scelto la guerra più mediatizzata e cinematografica di sempre: la guerra del Vietnam, con il suo bagaglio di Việt Cộng, comunisti e anticomunisti, Ho Chi Minh, Richard Nixon e Lyndon Johnson e che paiono letteralmente appartenere ad un’altra epoca. Ma è proprio l’estrema attualità e attinenza ai giorni nostri a rappresentare al contrario l’aspetto più interessante di Da 5 Bloods. Il film, prodotto da Netflix e girato da Lee un anno fa, calza perfettamente a pennello con le proteste e le rivolte afroamericane delle ultime settimane per la morte di George Floyd. Un fatto di cronaca angosciante che ha mostrato ancora una volta come gli Stati Uniti non abbiano ancora fatto i conti con il problema intrinseco del razzismo sistemico. Lee, che ha quasi sempre scelto temi politici e sociali per i suoi film, ha così rivoltato completamente una sceneggiatura che girava ad Hollywood dal 2013 e che in origine era destinata ad Oliver Stone. Un film che sarebbe risultato praticamente già visto e sentito, con protagonisti e reduci bianchi alla ricerca di un tesoro nel Vietnam dove avevano combattuto la guerra cinquant’anni prima, pur nelle sapienti mani dell’ottima regista di Platoon e Nato il 4 luglio. Invece Da 5 Bloods è il primo film ad alto budget a raccontare la storia degli afroamericani mandati a combattere una guerra che, come e più di tutti gli altri, non era neanche la loro. Se nella popolazione americana essi rappresentavano infatti l’11% del totale, in Vietnam il 31% dell’esercito era completamente black. A Spike Lee joint Da 5 Bloods è dunque un coraggioso pretesto per fronteggiare tematiche diverse da quelle che potrebbero emergere dalla visione del trailer o da uno sguardo superficiale alla trama. La guerra, la violenza, la morte fanno sì parte del racconto corale di Lee ma non sono il motivo di interesse principale del regista di Atlanta: la storia […]

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Skam Italia, la serie cult che parla al cuore dei giovani

La quarta stagione di Skam Italia è giunta su Netflix il 15 maggio e in pochissimo tempo è divenuta un’amatissima serie di culto. Skam, prodotto seriale norvegese che ha sbancato in tutto il mondo, è ormai un fenomeno di culto anche in Italia. La quarta stagione, prodotta da Tim Vision e Netflix, è stata distribuita il 15 maggio ed è già stata letteralmente presa d’assalto, divorata da migliaia di adolescenti e non solo. Skam Italia è infatti una serie estremamente interessante e godibile anche da parte chi, a quelle dinamiche giovanili cui comunque tutti abbiamo avuto a che fare, è oramai estraneo per questioni anagrafiche. Temi quali l’omosessualità, l’integrazione, il rapporto tra le religioni, le malattie mentali, il revenge porn, spesso tabù nell’Italia contemporanea o comunque trattati con superficialità, trovano difatti ampio riscontro nelle quattro stagioni della versione italiana. Un successo strepitoso e che profila all’orizzonte, covid-19 permettendo, la produzione di una quinta versione. Skam Italia. Uno spaccato della gioventù nostrana in tutte le sue sfaccettature Sono in particolare due le stagioni che rispecchiano maggiormente quanto finora detto, a proposito di Skam Italia: la seconda e la quarta. Se la prima e la terza si perdono troppo facilmente negli stereotipi del teen adolescenziale e di conseguenza attecchiscono più difficilmente a un pubblico ampio, va comunque dato atto al prodotto, pur nelle sue fase iniziali, di mettere in scena un coraggio che raramente si è riscontrato in altre produzioni italiane dello stesso genere. Skam Italia, per il suo realismo, per la sua fedeltà ai fatti mostrati, per il suo essere cinico nella rappresentazione dei fatti, dovrebbe essere visto anche da chi non appartenesse a quella fascia d’età e vorrebbe capire di più sui giovani d’oggi. Specie a partire da quei genitori che con così tanta difficoltà riescono a crescere i figli nella suddetta fase e la cui assenza, o comunque presenza negativa, così tanto influisce sulla costruzione della personalità dei ragazzi. Skam Italia è costruita come una serie quasi antologica per il suo ruotare attorno a protagonisti diversi per ciascuna stagione. Eva ed Eleonora, tipiche adolescenti romane, sono le protagoniste della prima e della terza stagione, ed in particolare al centro della vicenda vi è il loro rapporto conflittuale con gli ipotetici fidanzati, rispettivamente Giovanni ed Edoardo. Teenager “normali”, specie se confrontate rispetto ad altri coetanei della serie dalla biografia forse più complessa, avranno comunque a che fare con i loro dilemmi esistenziali, che così tanto gravosi paiono a quell’età e poi magari scemano con il tempo. La serie è comunque preziosa per affrontare con coraggio e senso della realtà l’ambiente del liceo, troppo spesso stereotipato e trattato con superficialità nel nostro paese, perlomeno in prodotti analoghi. I sentimenti come l’amore e la paura cambiano nettamente da una generazione all’altra, così come i mezzi con cui questi vengono espressi. Prima di Skam difficilmente si era vista in Italia una serie parlare di Instagram come metodo di approccio o di Jamie XX ed Earl Sweatshirt come nuovi idoli musicali. Ma più in […]

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I miserabili di Ladj Ly sbarca in Italia

Diretto da Ladj Ly, I miserabili è una pellicola francese in bilico tra il filone della denuncia sociale e quello delle pellicole d’azione. “Non vi sono né cattive erbe né cattivi uomini:  vi sono soltanto cattivi coltivatori.” (Victor Hugo, Les Misérables) Alain Juppé, primo ministro francese durante l’iniziale presidenza Chirac, all’uscita del film L’odio (L’Haine) organizzò una proiezione speciale per i membri del suo dipartimento nel 1995. Gli agenti, in segno di protesta, voltarono le spalle per manifestare il loro dissenso nei confronti della scelta dell’esecutivo. La pellicola cult diretta da Mathieu Kassovitz fu infatti duramente accusata di aver ritratto in modo troppo brutale il mondo della polizia e e delle forze dell’ordine. Sono in tanti ad aver comparato L’odio e I Miserabili, film di Ladj Ly e finalmente distribuito anche in Italia, on demand, sulle piattaforme Miocinema.it e Sky Primafila. Vincitore del Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, si avvale dell’interpretazione di alcuni fra gli attori emergenti del cinema francese (Damien Bonnard, Alexis Mannenti e Djibril Zonga). I Miserabili, sinossi del film I Miserabili è la storia dei primi giorni di fuoco del poliziotto Ruiz, ultimo arrivato nel commissariato parigino turno. Incontrando i nuovi compagni Chris e Gwada scoprirà pian piano le tensioni e le lotte, sociali e quotidiane, che contraddistinguono la cittadina di Montfermeil, banlieue est di Parigi. La stessa Montfermeil, dove a mano a mano Hugo fa muovere i suoi personaggi attorno alla taverna dei Thénardier, punto di contatto più diretto e immediato con il classico della letteratura d’oltralpe. Il film si apre con i festeggiamenti francesi per la vittoria del Mondiale 2018. Migliaia di persone si riversano, prima e dopo la finale poi vinta con la Croazia, per i boulevard parigini e nella Place du Trocàdero. Una massa indistinta di anime, di misérables tra cui è possibile riconoscere lo stesso Ruiz, che giungono con ogni mezzo a disposizione e da ogni periferia in quello che, per il 15 luglio di quell’anno, sarà il centro del mondo. Almeno per qualche ora, ansie, tensioni e lotti sociali e quotidiane vanno in secondo piano e le vicende di Mbappé, Dembélé e compagni, direttamente dallo stadio Lužniki di Mosca, avranno la meglio. La scena si sposta successivamente sul primo giorno di lavoro di Ruiz, e da qui partono le vicende che daranno luogo allo sviluppo de I Miserabili. Ladj Ly predilige un uso quanto più realistico possibile del mezzo cinematografico, ed è questo che permette di ascrivere I Miserabili a pellicole come L’odio e al filone del cinema di denuncia. Il film non patteggia per nessuna tra le parti in gioco, non sta né dalla parte dei più forti e né tantomeno da quella dei vinti, lasciando allo spettatore la più totale interpretazione dei fatti mostrati. Una scelta coraggiosa, inusuale per i nostri tempi e che trova la propria summa nel meraviglioso finale corale, tra i più sorprendenti degli ultimi anni. Tra denuncia sociale e azione frenetica “Salam-Aleikum” esclamano spesso le minoranze musulmane della periferia di Montfermeil: “Che la […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

4 acconciature anti-afa perfette per l’estate

Le giornate si fanno più lunghe e le temperature iniziano ad aumentare, la primavera è già entrata nelle nostre case da qualche giorno e in un batter d’occhio ci ritroveremo in estate, magari sdraiate a prendere il sole. In questa stagione più calda sono molte le donne che ricercano delle soluzioni anti-afa per raccogliere i propri capelli, in particolar modo per chi li ha molto lunghi. La stagione di mezzo ci viene in aiuto proprio in questo, perché permette di sperimentare diversi stili e vedere quale fa al caso nostro. Le tendenze del 2020, poi, lasciano l’imbarazzo della scelta: vediamo quindi alcune acconciature perfette da sfoggiare quest’estate- Chignon spettinato alto Fra tutti è forse quello più amato, perché raccoglie interamente la chioma sulla cima della testa, permettendo al collo di respirare. Inoltre, è molto chic e allo stesso tempo sbarazzino, un mix che permette a questa acconciatura di poter essere utilizzata in moltissime occasioni: con un outfit elegante, infatti, sarà perfetto anche per una serata formale. In questi casi, basterà ricordarsi di spettinarlo un po’ facendo uscire qualche ciuffo, in modo da renderlo morbido e avere un look molto naturale. Treccia spina di pesce Altra acconciatura molto romantica e amata in particolar modo dalle celebrità è la treccia a spina di pesce che ricade sul lato della spalla, perfetta per chi ha tanti capelli e vorrebbe un haitstyle che ne metta comunque in evidenza la lunghezza. Per quanto possa sembrare complessa, la treccia a spina di pesce prevede pochi e semplici passaggi: basterà dividere i capelli in due sezioni e poi prendere una ciocca esterna di ognuna aggiungendola all’interno dell’altra, continuando finché non terminando i capelli. Ci sono poi diverse versioni di questa treccia, che ci permettono di giocare con i diversi look: può essere ad esempio raccolta in un nodo da fissare con le forcine sulla nuca, per un effetto molto elegante e ricercato. Coda di cavallo e foulard La coda di cavallo è un must intramontabile, non esiste anno in cui non sia stata apprezzata. Anche in questo caso, poi, è possibile giocare molto con l’effetto che si vuole ottenere, ad esempio tirando poco i capelli, così da renderla morbida e sbarazzina, o al contrario pettinandoli bene affinché si crei un look molto professionale. Quest’anno, poi, la moda propone di arricchirla con un elegante foulard da legare sulla cima o annodato come una fascia, rigorosamente da abbinare al proprio outfit. Ad esempio, se indossate un look total black potreste sfruttare il foulard per dare un tocco di colore. Gli abbinamenti sono moltissimi, e daranno quindi la possibilità di giocare e sperimentare. Capelli corti? Wet look Le alte temperature tipiche dell’estate creano non pochi problemi anche alle donne con i capelli più corti, in quanto lo styling diventa difficile e i capelli si appiattiscono. Una soluzione però c’è anche in questo caso ed è il wet look, che consiste nel pettinare all’indietro i capelli utilizzando un gel e un mousse per fissarli. Si tratta anche in questo caso di […]

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Cucina e Salute

Avena: proprietà e benefici del super cereale

L’avena è una pianta erbacea da cui si ricava un cereale in chicchi ricco di benefici e proprietà. Questo alimento è una fonte di carboidrati a lenta digestione; è ricco di fibre ed è una fonte energetica a lungo termine che non comporta picchi insulinici pericolosi. L’avena è un super cereale di utilizzo tanto antico quanto dimenticato; i popoli della Germania e della Scozia ci basavano la loro alimentazione. La pianta, infatti, risulta anche particolarmente adatta alla coltivazione nei paesi nordici perché riesce a superare i climi rigidi. I popoli scozzesi e tedeschi consumano ancora molto questo cereale – per esempio a colazione nel porridge o nel muesli. Noi italiani, invece, l’abbiamo riscoperto solo negli ultimi anni. Fiocchi, crusca e farina: le forme che assume l’avena  L’avena è consumata in diverse forme: come farina, molto usata nella preparazione di dolci, in fiocchi, utilizzati ad esempio per il muesli, oppure sotto forma di crusca. Questo cereale, anche lavorato, mantiene la crusca e il germe, che sono le parti del chicco in cui si trovano la maggior parte dei nutrienti e le sostanze cardioprotettive. Dalla pianta di avena è anche possibile ricavare un ottimo latte vegetale. L’avena è etichettata come il cibo per i purosangue – sia cavalli che atleti e sportivi – ma in realtà questo cereale ha dei benefici multipli e sempre più diete, anche ipocaloriche, lo vedono partecipe nella creazione dell’alimentazione corretta per l’uomo. Proprietà e benefici del super cereale Tra tutti i cereali l’avena è innanzitutto l’alimento più ricco di proteine e di sostanze grasse – tra cui l’acido linoleico. Il contenuto di fibre solubili rende poi l’avena un alimento molto saziante e le conferisce i poteri di regolarizzare la produzione intestinale e normalizzare il peso corporeo. Una delle prime proprietà riconosciutele deriva dalla presenza di betaglucano, che funziona come una spugna. Esso intrappola il colesterolo di provenienza alimentare in un gel che attraversa l’intestino fino ad essere espulso. L’avena favorisce dunque i livelli di colesterolo. Gli studiosi ne consigliano l’assunzione di 40 grammi al giorno sotto forma di crusca. L’avena è un ottimo alimento riequilibrante, anche per i vegetariani, perché contiene la proteina lisina, un amminoacido essenziale del frumento che, essendo contenuto in quantità ridotte rispetto agli altri, diviene limitante per la sintesi proteica. Il basso indice glicemico permette a questo cereale di entrare nell’alimentazione per i diabetici ed è anche utile nelle diete ipocaloriche, perché permette di controllare il senso di sazietà. L’avena ha proprietà diuretiche e lassative, stimolando l’intestino pigro. Siccome è molto digeribile, è indicata anche per chi soffre di gastrite, colite e altri disturbi digestivi. Per quanto riguarda invece gli aspetti psicologici, l’avena dà ottimi risultati in casi di depressione, nervosismo, insonnia ed esaurimento psicofisico. L’avenina, un alcaloide concentrato nella crusca di avena, è dotato di effetto tonificante, energetico e riequilibrante del sistema nervoso. L’avena è dunque consigliata per chiunque soffra di stress o cali di attenzione, per gli sportivi e le neo-mamme in fase di allattamento. Mangiare costantemente avena protegge le nostre […]

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Trapianto di capelli, una tecnica contro la calvizie

Il trapianto di capelli è un’operazione chirurgica volta a contrastare la calvizie e che oggi è molto richiesta, soprattutto dagli uomini La calvizie è sicuramente uno dei problemi che mette più in imbarazzo tutti. Esso consiste nella perdita di capelli, dovuto all’aumento di sensibilità del follicolo pilifero, che causa il rallentamento dei tempi di crescita dei capelli e la caduta di quelli dal centro della testa, fino alle tempie. A tale proposito si è parlato spesso in medicina di una tecnica volta a contrastare la calvizie, in particolare per tutti quei soggetti a cui l’uso dei medicinali serve soltanto a rallentarla. Si tratta del trapianto di capelli, un’operazione chirurgica consistente nell’estrazione di una parte di bulbi piliferi da una parte sana della testa del paziente che vengono poi impiantati in quelle più diradate. Storia e sviluppo del trapianto L’anno che segna l’inizio della sperimentazione del trapianto è il 1959, quando negli Stati Uniti il dottor Norman Orentreich presentò all’Accademia delle Scienze di New York una tecnica consistente nel prelievo del follicolo dalla parte superiore della testa di un paziente tramite uno strumento lungo quattro millimetri detto punteruolo (in inglese, punch) e il suo trapianto nelle parti più diradate della testa. Esteticamente, però, i risultati non erano dei migliori. Infatti la ricrescita dei capelli era innaturale, formando quello che è chiamato “effetto bambola“, ovvero la formazione di ricci innaturali. Tuttavia è indubbio il beneficio apportato da questo primo tentativo di trapianto di capelli, accolto come la risposta definitiva alla calvizie. Il metodo del dottor Orentreich fu usato fino agli anni ’80, quando si passò a usare punteruoli di dimensione più piccola (detti minigrafts), capaci di raccogliere quattro bulbi allo scopo di eliminare il sopracitato “effetto bambola”. Nello stesso periodo il dottor Carlos Oscar Uebel perfezionò la tecnica dello strip, già sperimentata in Giappone nel 1943. Questa consisteva nel prelevare, tramite un bisturi, una striscia di pelle a forma di fuso (da cui il nome) dalla parte sana, che veniva poi suddivisa in micrografts impiantate nell’area ricevente. Un contributo importante per lo sviluppo del trapianto di capelli deriva dal dottor Bob Limmer, il quale scoprì le Unità Follicolari (FU). Osservando alcuni innesti al microscopio scoprì che i capelli crescono in piccoli gruppi di follicoli piliferi e ciò ha portato alla nascita di una nuova tecnica di trapianto, brevettata dalla dottoressa Angela Campbell e dal dottor Ray Woods. Essa consiste nell’usare degli aghi per prelevare le unità follicolari, in sostituzione del ben più doloroso bisturi. La tecnica FUE, così come è stata ribattezza, è ancora oggi utilizzata nelle cliniche di quasi tutto il mondo e rappresenta, di fatto, la norma. Trapianti di capelli low cost. Scelta conveniente? Non c’è dubbio che il trapianto di capelli sia un’operazione chirurgica dispendiosa e non alla portata di tutte le tasche. Per questo esistono anche cliniche che permettono di compiere questa operazione a prezzi convenienti. Si tratta di operazioni eseguite da strutture localizzate in varie parti del mondo (in particolare in Grecia, Albania e Turchia). Un esempio […]

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Food delivery in Campania: un’idea di Giuseppe Maglione

Giuseppe Maglione, titolare delle pizzerie Daniele Gourmet e Daniele Urban (ad Avellino), ha messo a punto un’idea particolare di food delivery in Campania: Instanteat. Ne abbiamo parlato direttamente con lui, nell’intervista che segue. Giuseppe Maglione e l’idea delle pizze d’eccellenza surgelate per il food delivery in Campania Giuseppe, vuole descrivere la sua idea ai nostri lettori? Com’è nata l’impresa? L’idea è nata nello stesso modo con cui creo una nuova pizza: dalle mie esperienze, il mio vissuto, la mia quotidianità. Ero chiuso con il ristorante da alcuni giorni a causa del decreto e mi stavo dedicando alla spesa per la mia famiglia in un supermercato. L’occhio è caduto sulle pizze surgelate, o meglio sulle consegne delle pizze surgelate. Ho pensato che potevo farlo anche io, ma garantendo la massima qualità del prodotto. Qual è stato l’iter da seguire per poter avviare la produzione? Ho dovuto chiedere l’ampliamento delle licenze che mi permettevano di esercitare in questo momento. Ho fatto domanda agli enti di competenza e avendo tutti i requisiti ho ottenuto i codici Ateco che mi consentono di lavorare come laboratorio e effettuare la vendita così come accade per gli alimentari e i minimarket. Com’è possibile ordinare le pizze sfornate e surgelate? Quale numero contattare e fino a quale distanza, in chilometri e raggi territoriali, saranno effettuate le consegne? Le pizze si possono ordinare tramite un’ applicazione, Instanteat, che permette di scegliere i vari prodotti a disposizione compreso gastronomia e enoteca. Dalla prossima settimana sarà possibile effettuare anche l’acquisto con carta di credito. Inoltre, per qualche giorno, è ancora possibile ordinare chiamando direttamente al ristorante. La distribuzione copre la città di Avellino e i comuni limitrofi, ma le idee iniziano a guardare al resto d’Italia e – perché no? – all’estero. Abbiamo avuto subito tante proposte, già alcune gastronomie di lusso hanno richiesto le mie pizze. Vuole descrivere ai lettori di Eroica Fenice quali sono (e quali saranno, prossimamente) i condimenti e i gusti delle pizze che potranno assaporare a domicilio direttamente dalle sue pizzerie? Per ora abbiamo deciso di tenere in carta le nostre pizze più gettonate: Porcini e provola, Violetta, Margherita, Pepe verde, Mortazza e pistacchi. È possibile ordinare l’opzione senza glutine, ma per ora soltanto per Margherita e bianca. Le pizze arriveranno a casa del consumatore con l’apposito kit. Basterà seguire le indicazioni e il gioco è fatto.   Quali sono i suoi progetti futuri? Come pensa di sviluppare il progetto a latere dell’ordinaria attività di ristorazione in loco? Nel frattempo stiamo lavorando per la riapertura, abbiamo già a disposizione un’applicazione, Istanteat dove è possibile visualizzare il menù digitale adattabile a tutte le lingue del mondo, in questo modo eliminiamo il menù cartaceo che potrebbe essere fonte di batteri. Sempre tramite smartphone si potrà pagare anche il conto. Inoltre, ho ordinato delle lampade speciali che si utilizzano in sala operatoria in modo da distruggere tutti i batteri all’interno dell’ambiente. Posate e bicchieri saranno riposti in vari contenitori sterili e all’ingresso ci sarà tutto il materiale che occorre per […]

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Culturalmente

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Reimpiego e continuità in Campania in età tardoantica

Il reimpiego su larga scala di spolia, ovvero il riuso da edifici di epoca classica di elementi figurativi ed architettonici di spoglio conservanti la stessa funzione originaria (colonne, capitelli, basi, fregi, sarcofagi), comincia a diffondersi solo nel III secolo d.C., assumendo precisi caratteri artistici nell’ambito dell’architettura romana di epoca tardoantica e costituendo una delle pratiche più caratterizzanti dell’età medioevale: esso è documentato, ad esempio, nel restauro del portico in summa cavea del Colosseo e nella costruzione delle Terme di Diocleziano. Si è molto discusso sul significato di questo fenomeno, generalmente quale spia di decadenza della cultura artistica, del livello tecnico delle botteghe di scultori e marmorari e, più in generale, delle capacità economiche dell’Impero; tuttavia, pur considerando la minore disponibilità di marmo e i cambiamenti nell’amministrazione delle cave imperiali e nella distribuzione dei marmi, una più moderna chiave di lettura connette il fenomeno a motivazioni di natura ideologica: in altri termini, la pratica del reimpiego diverrebbe scelta consapevole di richiamo al passato, per esprimere precisi contenuti simbolici di natura politica o religiosa. L’enfatizzazione dello stretto legame con il passato aveva lo scopo di evidenziarne la continuità ideologica, atta a legittimare i profondi mutamenti storici e strutturali verificatisi nel tardo Impero, sicché il materiale proveniente da edifici di epoca classica cominciò ad assumere, oltre alla qualità intrinseca della materia prima, il valore che scaturiva dalla sua antichità. Il reimpiego nelle fabbriche cristiane della Campania Il riutilizzo di materiale di spoglio è ben documentato negli edifici di culto cristiani di committenza imperiale, per la cui realizzazione i sovrani si profusero in notevoli finanziamenti, a testimonianza del loro interesse politico. Gettando lo sguardo sulla Campania, si osserva una pratica del reimpiego molto viva durante il periodo dei ducati longobardi e bizantini, allorquando, sulla spinta della tradizione paleocristiana e bizantina e sull’esempio dei grandi monasteri di Montecassino e di San Vincenzo a Volturno, era praticata l’associazione tra un’architettura di prestigio e l’utilizzo delle spoglie, in particolare delle colonne. A segnare il periodo di massima espansione dell’uso di spolia sarà la dominazione normanna, con la sua ideologia del potere espressa dal recupero dell’antico quale richiamo all’Impero romano e dall’uso del marmo al fine di caratterizzare il prestigio del committente. Le fabbriche religiose promosse dai Normanni ispirate a Montecassino manifestavano un rinnovato interesse per la cultura antica, che nel campo dell’arte e dell’architettura si espresse con una riappropriazione più consapevole di tradizionali repertori decorativi associati a marmo, porfido e granito, che continuavano ad essere i materiali per eccellenza portatori in architettura di prestigio politico, religioso e sociale: questo processo aveva alla base la scelta programmatica di riattualizzare le spoglie attraverso il loro uso nei nuovi contesti architettonici. Le strutture antiche testimoniavano, infatti, la grandezza dell’Impero romano, garantendo il conservarsi di un’identità culturale attraverso la consapevolezza di un comune linguaggio. Gli elementi di reimpiego negli elevati architettonici manifestavano, invece, quel concetto di continuità con il passato imperiale romano, di cui l’uomo medievale si sentiva l’erede e a cui ricollegava tutte le forme del potere politico. Le modalità […]

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Designer italiani: in che modo le idee diventano realtà

I designer italiani sono tanti, famosi e meno famosi, e ovviamente citarli tutti sarebbe impossibile. Da Achille Castiglioni ad Antonio Citterio, da Fabio Novembre a Bruno Munari, da Enzo Mari a Mario Bellini, questi sono solo alcuni dei nomi dei designer italiani più famosi e meglio conosciuti. Chi sono i designer e cosa fanno? Possiamo sicuramente dire che un designer rappresenta un intermediario tra l’immagine di ciò che si vuole realizzare e la concretezza. Ovviamente per svolgere tale professione occorre una buona formazione ma anche una serie di conoscenze in ambito sociale, strutturale, architettonico ed artistico. I designer sono dei veri e propri “creatori di idee” che realizzano, in modo concreto, qualcosa di astratto. L’identità dei designer italiani L’identità propria dei designer italiani ha una origine differente rispetto alle altre. In Italia, l’ambito del design ha molte caratteristiche vicine alle correnti artistiche sviluppatesi agli inizi del Novecento, che hanno poi influenzato la storia successiva, modificando il settore. Storicamente, grazie al Futurismo, designer quali Giacomo Balla, Fortunato Depero, Enrico Pranpolini ebbero modo di progettare degli spazi espositivi, libri e manifesti, volti a ricostruire l’universo, rallegrandolo, secondo i principi propri del Manifesto della Ricostruzione futurista dell’universopubblicato l’11 marzo 1915. Sicuramente, è chiaro sin da subito che in questo ambito diventa molto importante l’aspetto grafico, incline ad una maggiore cura del carattere esteriore e pittorico. Possiamo affermare che i designer italiani nacquero in un periodo ricco di pulsioni, espressioni, influenze culturali, artistiche, intellettuali; tale “rivoluzione” culturale, propria del Novecento, affondava le radici in un ambito storico che propinava forme antropomorfe, essenziali, pulite. In questo contesto s’inseriscono Baldessarri e Nizzoli, i quali svilupparono progetti ed allestimenti nuovi, in un certo senso “moderni”. Il Design come elemento di comunicazione I designer italiani finora citati sono solo alcuni dei più famosi; tra gli altri, è impossibile non menzionare Ettore Sottsass, considerato come il promotore del design volto alla critica sociale e quindi in un certo senso alla comunicazione. Sottsass, fotografo, architetto e designer, riuscì a trasformare i grandi e asettici macchinari elettronici del tempo, utilizzati in ufficio, in oggetti belli da vedere e soprattutto “pezzi” che sapessero comunicare qualcosa, dalla critica alla gioia, dalla denuncia sociale ai canoni di bellezza. Con il trascorrere del tempo, in Italia il design è diventato l’originale modello di “cultura”, che aiuta a reinterpretare l’evoluzione del Paese, a partire dalla zona di sviluppo, la Lombardia, analizzandone le varie componenti che ancora oggi esistono. Sicuramente, i designer italiani di oggi sono molto più consapevoli, e programmatici, rispetto al passato e ciò avviene in riferimento ai mutamenti del mercato in cui si trovano ad operare ma anche alla rivoluzione culturale, artistica e intellettuale, avvenuta in questi anni. L’idea di design è mutata nel tempo, come il significato stesso del termine e dell’operato dei designer. Oggi si può andare oltre l’immaginazione anche grazie ai progressi della tecnologia e ogni designer riesce a far parlare uno o più prodotti, con la visualizzazione delle funzioni che esso rivestirà e attraverso un progetto concreto, che gradualmente prenderà forma. […]

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Profumo di passato: un prequel per Miss Book

Profumo di passato è un viaggio last minute in un’epoca lontana in cui si percepisce improvvisamente un guizzo di vita che sembra investirti… e poi tutto resta sospeso, aperto, indefinito. Un prequel. Profumo di passato è un prequel, un preludio ad un nuovo romanzo, che si affianca a quelli finora pubblicati da Jane Rose Caruso, che da qualche anno ormai ha iniziato a raccontare le magiche avventure di una guaritrice dell’anima, Miss Garnette Catharine Book, una scanzonata ed anziana detective, a metà tra Agatha Christie e Jessica Fletcher de “La signora in giallo”. La donna, tra infusi e prelibati manicaretti, risolve le vicende più bizzarre che accadono nel suo amato paesino della campagna inglese, che si affaccia sul mare ed è circondato da prati pieni di lavanda e fiori di camomilla, Beltroy. Questa contea è invisibile ai più e non c’era da aspettarsi null’altro dal paese di Miss Book: solo chi conserva ancora la scintilla dell’amore, solo le anime vere riescono a raggiungere Beltory. Profumo di passato: un prequel delle avventure di Miss Book Profumo di passato narra le vicende della nonna di Miss Book, Mrs Garnette Catharine Bigshop, erborista, donna altrettanto speciale come la nipote, da cui quest’ultima ha ereditato la capacità innata di risolvere misteri e di curare i malanni dell’anima, la quale giunge a Beltory subito dopo le nozze con Mr Stephen Scott Book, di cui è profondamente innamorata. Beltory è un luogo idilliaco, sospeso nel tempo, nei colori, nel calore dei suoi abitanti ma un’epidemia improvvisa lo manda in tumulto, costringendo Mrs Bigshop a nascondersi presso la famiglia del marito in quanto proprio gli abitanti della cittadina, spaventati e in preda ad insensati pregiudizi, iniziano ad accusarla della diffusione della malattia. Da qui l’inizio delle sue avventure, che Jane Rose Caruso svelerà in una prossima uscita, intitolata Morte al convento. Jane Rose Caruso: una penna, un personaggio, un sogno “Una fotografa di emozioni, una realizzatrice di sogni”. Così definisce il personaggio di Jane Rose Caruso il suo alter ego e creatrice, Rosa Caruso. Vulcano dirompente di creatività e di iniziativa, Rosa Caruso nasce come blogger letteraria con “La Fenice” dove tratta di tutto ciò che l’appassiona. Apre una libreria, “La Fenice” nel paese natio, Telese terme (Bn), dove incontra la giornalista Maria Grazia Porceddu, con cui da quattro mesi ha deciso di aprire la casa editrice Segreti in giallo Edizioni. Intanto la sua carriera letteraria esplode. Con la firma di Jane Rose Caruso, rielabora un manoscritto del 2015, Spezie & Desideri, e lo pubblica nel 2018. Il libro è un affresco british, strutturato come un diario, che narra le storie di Miss Garnette Catharine Book. Seguono la novella Un thè alla zucca, il secondo volume della saga di Miss Book Strenne e cannella ed infine Rum e segreti, raccolti successivamente nel volume unico “Miss Garnette Catharine Book”, edito da Literary Romance. Non contenta, a queste “favole per adulti”, decide di affiancare anche la scrittura di tre favole, dando avvio alla collana delle “Fiabe della foresta incantata” […]

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Arriva Milla! Sport e disabilità in un nuovo fumetto inclusivo

Arriva Milla! Sport e disabilità nel nuovo fumetto firmato Baldoni per Sportfund Promosso dalla onlus bolognese “fondazione per lo sport Sportfund”, Arriva Milla! è un progetto inclusivo per accendere i riflettori sullo sport e sul mondo della disabilità. In questi giorni in particolare, nei quali c’è grande apprensione per l’atleta paraolimpico Alex Zanardi ricoverato a Siena e da poco di nuovo operato al cervello dopo il grave incidente subito, scrivere di sport e di inclusione sembra essere fondamentale soprattutto per i giovani. Costituita nel dicembre 2016 grazie ad Alberto Benchimol, Sportfund ha avviato numerosi progetti cui hanno partecipato quasi 3000 persone fra cui 1523 con disagio sociale o disabili (definiti tali dopo la Convenzione ONU del 24/02/2009), volontari, e formando più di 100 tecnici sportivi. Presieduta oggi da Carla Zauli, la fondazione comprende istruttori di mountain bike, sci, arrampicata, e nordic walking, avvocati, psicologi e psicoterapeuti, guide alpine specializzate in accompagnamento di persone con disabilità, psicomotricisti, architetti e paesaggisti esperti in progettazione inclusiva di aree alpine, educatori professionali sanitari. Il progetto Arriva Milla! è nato anche per far conoscere questa bellissima realtà promotrice di attività sportive gratuite dedicate a bambini disabili. Sul sito della fondazione si legge, inoltre, che «la speranza è che anche i genitori possano trarre ispirazione e indicazioni per ampliare le opportunità per i loro piccoli combattenti». Infatti, dopo la chiusura delle scuole e dei centri didattici anche pomeridiani, in uno studio condotto su bambini dai 0 ai 10 anni con disturbi di linguaggio e disabilità intellettiva, dell’apprendimento, con deficit motori e dello spettro autistico, sono stati rilevati incrementi significativi di alcuni “comportamenti problema”, aumenti di “comportamenti ritiro”, ansiosi- depressivi, di attenzione e aggressivi. I genitori hanno dichiarato di essersi sentiti maggiormente sopraffatti nel proprio ruolo e sebbene abbiano riscontrato emozioni positive e dimostrato resilienza, anche grazie alle risorse sociali a disposizione, per il 50 % hanno segnalato di aver avuto bisogno di supporto non solo negli ambiti didattici e educativi, ma anche riabilitativi. Con l’apertura, dunque, dei centri estivi e diurni per disabili, la situazione sembra stia gradualmente migliorando, e lo sport rappresenta sempre un’ «occasione irrinunciabile di inclusione sociale». Milla: quando lo sport è occasione di riscatto Arriva Milla! ha come protagonista una bambina di 5 anni e mezzo che ha subito l’amputazione alla gamba sinistra di cui porta una protesi. «Mamma, che significa disabile?»: la piccola Milla vive la sua condizione “normalmente”, ignara dei pregiudizi, delle definizioni e dei luoghi comuni dettati dall’ignoranza e relativi alla sua disabilità. Ironica e con uno spiccato senso della giustizia, mette spesso in difficoltà genitori e altri adulti con domande mai banali che Heinz von Foerster avrebbe definito legittime (con risposte ignote su un sapere noto), e che mettono in evidenza contraddizioni e  credenze semplicistiche della società moderna. Con il suo inseparabile unicorno, Milla incarna una bambina che vive serenamente, amante della natura e dello sport, pur non interpretando l’esperienza come una favola, ma come reale possibilità di riscatto. I testi, i soggetti e le sceneggiature di Alberto […]

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Fun e Tech

Fun e Tech

Gli over 60 che non ti aspetti: il 76% è inseparabile dallo smartphone, e quasi ogni giorno lo usa per giocare

Nuove tecnologie: le abitudini dei senior in un’infografica Quello tra i senior italiani e la tecnologia è un amore inaspettato e più profondo di quanto si possa pensare. Tra social, app e gaming sono tanti gli italiani over 60 che non possono più fare a meno del proprio smartphone, per questo motivo LeoVegas – noto operatore nel settore del gioco online – ha pubblicato sul suo blog l’infografica “Senior e nuove tecnologie. L’amore che non ti aspetti” così da approfondire questo rapporto. Secondo i dati presentati, l’Italia è infatti al primo posto per diffusione di smartphone tra gli over 60 nel mondo con il 76%, seguita da Australia e Germania (71%). Molte le app amate dai senior: si va da quelle per restare in contatto con i propri cari a quelle per guardare video e programmi tv. Spazio però anche a informazione e gaming. Sono proprio i giochi online a destare più curiosità, visto che il 44% degli over 50 dedica in media 5 ore a settimana o più al gaming. Il 73% gioca da smartphone e quasi la metà dei senior lo fa tutti i giorni. Tra i passatempi preferiti si trovano i giochi di puzzle e logica, quelli di carte e i giochi tradizionali e di casinò. Sono diversi infatti i senior italiani che tentano la sorte online: il 71% sono uomini e il 29% donne, e lo smartphone è sempre il device preferito per giocare.  

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Do It Yourself: la logica del design fai da te

Conosciuto anche con l’abbreviazione DIY, il Do It Yourself design è la progettazione di un oggetto, in cui il cliente è parte attiva nel processo di realizzazione. Una sorta di ritorno alle origini, un invito al bricolage, a prendere in mano gli attrezzi e divertirsi, rendendosi parte fondamentale del processo creativo. La diffusione del Do It Youself è una costante conferma sul mercato e, per molte aziende, questa caratteristica è stata la chiave del successo. L’apprezzamento del DIY è dovuto ad aspetti progettuali che tengono conto del fattore educativo ed economico del prodotto realizzato. Un oggetto pensato nella logica del fai da te può essere assemblato dall’utente, non più semplice e passivo acquirente, e, allo stesso tempo, consente un più efficiente, economico e sostenibile processo di distribuzione del prodotto. L’evoluzione della logica Do It Yourself Il fai da te nasce ovviamente con l’uomo. Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le rovine di una struttura greca del VI secolo a.C. nell’Italia meridionale, che sembravano riportare istruzioni dettagliate per l’assemblaggio e che sono state chiamate gli “antichi edifici IKEA”. La frase “do it yourself” è diventata un’espressione di uso comune negli anni ’50, in riferimento alla tendenza delle persone ad applicare dei miglioramenti alla propria abitazione con piccoli progetti di bricolage creativi ed economici. Adesso il fai da te assume il significato di progettazione in cui il cliente è co-designer e può creare, personalizzare o riparare oggetti con semplici strumenti e senza una formazione specifica ma, ad esempio, con delle istruzioni semplici ed efficaci. Il fai da te assume rilievo anche quando gli artisti hanno iniziato a combattere contro la logica della produzione di massa standardizzata. Negli anni ’60 e ’70 iniziano a comparire libri e riviste sui metodi di costruzione e decorazione della casa in modalità DIY. Ma è con l’avvento del digitale che questo tipo di iniziative hanno visto un vero e proprio boom: oggi sono disponibili online tantissimi progetti fai da te sulle piattaforme più disparate. Legato a questo tema c’è la pratica dell’hand-made, il fatto a mano. Prendere scarti di materiali e di oggetti e dargli nuova vita è una vera e propria pratica etica. L’attenzione è rivolta ancora una volta all’ambiente e alla riduzione di sprechi, tematiche molto ricorrenti nel filone del design sostenibile. Uno dei campi applicativi in cui la logica del fai da te è considerata estremamente importante è il mondo del giocattolo. Si pensi per esempio alle costruzioni Lego: il progettista fornisce il materiale e le istruzioni per costruire una casa o un aeroplano ma sta al bambino realizzare il prodotto. Questo importante processo educativo che si svolge con la pratica del costruire permette al bambino di sprigionare anche la sua creatività e di modificare e, perché no, migliorare il progetto del designer. Applicazioni del DIY Il design fai da te può essere applicato in ogni ambito progettuale: dal settore moda al prodotto, dall’arredo all’allestimento. Internet è ricco di progetti, spesso pubblicati anche gratuitamente, in cui il designer fornisce le istruzioni per la […]

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Design sostenibile: la progettazione attenta all’ambiente

Uno dei principali topic del design contemporaneo è quello del design sostenibile, la progettazione intelligente di un prodotto o un sistema in perfetta armonia e rispetto per l’ambiente. L’obiettivo è quello di eliminare o ridurre sempre più l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente. Come? Progettando soluzioni innovative e sostenibili incentrate su temi di riduzione, riuso, riciclo, assemblaggio del prodotto, opportune scelte di materiali, utilizzo di energie rinnovabili e riduzione di emissioni nocive. Quando e come nasce il design sostenibile? Si inizia a parlare di sostenibilità contestualmente al processo di cambiamento climatico e inquinamento ambientale che da anni ormai è tema di attualità. Se da un lato sempre più persone combattono per i diritti dell’ambiente con scioperi climatici e manifestazioni attiviste, dall’altro i designer cercano soluzioni silenziose progettando nei laboratori e nei politecnici soluzioni pratiche e assolutamente determinanti. I problemi di salvaguardia della biodiversità, inquinamento, scioglimento delle acque, disastri ambientali, emissione di sostanze tossiche e così via hanno destato interesse a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di sostenibilità viene introdotto nella prima conferenza ONU sull’ambiente del 1972. Il suo significato esce dalla sfera ecologica per estendersi sull’economia e sul campo sociale. Dal tema della sostenibilità si sviluppa così l’idea di sviluppo sostenibile. Si sente parlare di questo concetto nel Brundtland report del 1987. Vengono definiti così degli obiettivi che prevedono un generale benessere costante e crescente e una salvaguardia della qualità della vita per le generazioni future. Si comprende che il significato di progresso umano significa in qualche modo cambiare strada e operare controcorrente. Entra così in gioco il design, culla da cui nascono tutte le idee progettate dall’uomo. Progettare un prodotto che rispetti l’ambiente produrrà benefici non solo sul territorio ma anche sul benessere e la salute dei suoi abitanti. Lo sviluppo sostenibile viene dunque progettato nei politecnici perché l’uomo ha il dovere e la responsabilità di trovare soluzioni pratiche ed effettive al grande problema di quest’epoca. Può il design salvare il mondo? Certo che sì. Utilizzo di materiali biodegradabili, progettazione dei processi di riciclaggio, ideazione di un prodotto con un lungo ciclo di vita, riutilizzo e minimizzazione degli scarti produttivi. Questi sono solo alcuni dei temi che interessano il designer oggi e che egli non può assolutamente non considerare. Tutto deve essere design sostenibile. Il pensare sostenibile è ideare l’innovazione che fa bene all’ambiente. Si tratta di un approccio basato sul rispetto per l’ambiente e le persone, con lo scopo di benessere collettivo. Non esiste alcun prodotto o servizio che oggi possa essere pensato senza tener conto di questi vincoli. Il design sostenibile per essere efficiente deve essere progettato in ogni minima parte nel rispetto dell’ambiente circostante. Risale al 2002 il libro-manifesto Cradle to Cradle: Remaking the way we make things scritto da Michael Braungart, chimico tedesco, e William McDonough, architetto americano. Il principio professato è quello di una progettazione che non sia più pensata “dalla culla alla tomba” ma “dalla culla alla culla”. Questo significa che è compito e dovere del designer progettare prodotti che, una volta […]

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Cos’è un antivirus?

Certo, in questo periodo storico, quando parliamo di virus, il primo pensiero corre ovviamente al Covid 19 e alla pandemia che ci ha costretto tutti in casa per moltissimo tempo. Fino a pochi mesi fa, invece, la parola virus era per noi un immediato riferimento ad un problema legato al nostro computer. Va detto, in ogni caso, che proprio in questa fase di lockdown la nostra attività con computer e smartphone si è intensificata, sia per diletto, e quindi per aiutarci a trascorrere serenamente il tempo in casa, che per lavoro, poiché molti hanno continuato la propria professione in smart working. I vantaggi ed i rischi di un mondo iper connesso Vivere in una società che ha la possibilità di rimanere sempre in contatto anche da remoto ci ha sicuramente permesso di poter affrontare meglio, o almeno limitando i danni, una situazione come quella attuale in cui è stato impossibile incontrare altre persone. Abbiamo potuto vedere i nostri parenti ed i nostri amici grazie alle videochiamate, fare una serie infinita di call con i clienti per organizzare il nostro lavoro in vista della ripresa, e anche gli studenti hanno avuto la possibilità di continuare a studiare con i professori grazie ai tantissimi programmi utilizzati per le videolezioni online. Tuttavia, in una realtà che sempre di più fa ricorso al web e alla connessione ad internet per interfacciarsi, lavorare o chiacchierare, il rischio di incappare in virus, malware e trojan provenienti dall’esterno è decisamente elevato. Proprio per questa ragione, quella che prima era una scelta decisamente consigliata è diventata ora una necessità improrogabile: dotare i propri dispositivi elettronici connessi alla rete di un antivirus affidabile, sicuro e che non rallenti in modo rilevante le prestazioni dei nostri device. Cos’è un antivirus Un antivirus è un software che, una volta installato sui nostri apparecchi, scandaglia il sistema operativo, la nostra memoria ed in nostri hard disk, sia fisici che virtuali, sui quali sono allocati i nostri file e i nostri documenti per verificare l’eventuale presenza di virus, trojan, spyware, malware e ogni forma di elementi che possono risultare dannosi, talvolta anche in modo grave, per il buon funzionamento del sistema su cui stiamo giocando o lavorando, per evitare malfunzionamenti o intrusioni non gradite dall’esterno. Le soluzioni sono tantissime, come ad esempio quelle offerte da www.seeweb.it, e a noi rimane il compito di scegliere i software più affidabili, valutando i costi, la funzionalità e la facilità di installazione e di utilizzo.    

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Libri

Libri

Il mistero di Ash: nulla è come sembra nel romanzo di Victoria M. Shyller

Il mistero di Ash: recensione del romanzo gotico-horror di Victoria M. Shyller pubblicato dalla casa editrice Segreti in giallo Edizioni Ci sono storie che ti irretiscono dalla prima frase, ti succhiamo dentro alla narrazione e ti tengono incollato alle parole, che si susseguono pagina dopo pagina sui fogli, fino a quando l’aspettativa del lettore non viene saziata, fino a quando la parola “fine” non spunta per far placare la mente, calmare il battito, frenare la tensione che la lettura ha provocato. Quando ci si imbatte in una di queste storie, il racconto diventa parte del lettore e quest’ultimo entra nelle sue pagine, soffre delle pene dei personaggi, gioisce delle loro fortune. Quando ci si imbatte in una di queste storie, si annulla magicamente la barriera tra scritto e reale, tra fantasia e concreto ed il racconto diventa espressione di quel bisogno di condivisione e di comunicazione insito nella scrittura. Il mistero di Ash, primo capitolo della serie a puntate Le indagini paranormali di Fedor Chestel, dell’autrice Victoria M. Shyller, pubblicato il 23 febbraio di quest’anno da Segreti in giallo Edizioni, riesce a fare tutto questo. Dall’incipit di questo racconto gotico-horror, le cui vicende, ambientate in uno sperduto villaggio delle terre di Kenter, Ash, in un tempo indefinito, sembrano tingersi di paranormale man mano che si procede nella lettura, ci ritroviamo a seguire le indagini di due investigatori, dalle personalità opposte ma complementari, Fedor Chestel e Delvin Fraser, che dovranno far luce sugli inspiegabili omicidi di tredici bambine in soli sette giorni, arco temporale massimo concesso loro dal Governatore che li ha inviati sul posto. Il mistero di Ash: uno sguardo più da vicino Questo primo racconto, che riporta i primi sei capitoli della saga, risponde in maniera eccellente alla necessità di catturare il lettore e lo fa con un chiaroscuro a tinte fosche e segreti sepolti. La brutalità degli omicidi, resa perfettamente dalle descrizioni essenziali e folgoranti dell’autrice, appare ancora più cupa e macabra perché si abbatte su quello che c’è di più puro e candido, l’innocenza, ed è questo un altro tassello che sembra impossibile da collocare nel mosaico disordinato della vicenda. Il villaggio sembra sprofondato in un inferno, incapace di  risollevarsi o forse connivente con il mostro che sembra divorarlo dall’interno. La pioggia incessante che cade su Ash, inoltre, fastidiosa e portatrice di disgrazie, sembra mettere continuamente in allerta i due agenti, suggerendo loro di allontanarsi dal borgo ed evitare di svelare reconditi segreti rimasti seppelliti fino a quel momento. Fedor e Delvin, nel loro modo di essere così come negli atteggiamenti e nelle metodologie di indagine, non potrebbero essere più diversi: tormentato ma in qualche modo logico, empatico il primo, perseguitato da continue emicranie e visioni ambigue, che lo condurranno a mettere in discussione tutte le sue certezze anziché sbrogliare la matassa;  impulsivo, irritabile ed impetuoso il secondo, l’amico fraterno Delvin, che completa con la sua concretezza l’ambiguità di Fedor. I due agenti sembrano brancolare nel buio: la loro frustrazione, dovuta al fatto che ogni sospetto sembra condurre nel nulla, […]

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Libri

Dispari di Josè Stancarone: la bellezza della diversità

Dispari, il libro di Josè Stancarone edito di recente per l’editore Les Flaneurs, è un viaggio sotto forma di dialogo aperto tra un professore e una sua allieva. Al centro del dialogo la diversità: il punto di vista però è innovativo e incontaminato rispetto ai soliti stereotipi. Un flusso di coscienza guidato conduce il lettore nei meandri della mente e del cuore dei protagonisti che affrontano la rispettiva analisi interiore partendo da due testi riguardanti due eccentrici artisti: un pittore e un musicista. Dispari di Josè Stancarone La minoranza, l’eccezione, il caso singolo sono il fulcro del dialogo tra i due protagonisti; un ribaltamento di prospettive dall’orizzontale al verticale; un punto di vista differente e nuovo, che si ripropone di guardare alla difficoltà non come un punto d’arrivo bensì come una partenza. Il dialogo tra i due prende le mosse dalla lettura comune di un racconto riguardante la vita di un’artista che viveva unicamente della sua ispirazione; la sua unica fonte di entusiasmo era la sua matita e tutto ciò lo conduceva a vivere isolato dagli altri; una solitudine che da scelta diviene ben presto imposizione; la sua inabilità a vivere con gli altri lo conduce inevitabilmente a toccare il fondo. L’analisi dei protagonisti si concentra dunque sul demone che più di frequente colpisce gli artisti: l’ossessione e il conflitto tra passione e necessità. Genio e sregolatezza sono facce di una stessa medaglia che porta a trascurare le crepe nascoste dietro la bellezza, partorita spesso dall’oscurità, dal dolore che il professore descrive felicemente come un trampolino che può condurre a salti altissimi, a mete inimmaginabili se si ha il coraggio di sfruttarne le possibilità che ci offre; al centro la necessità di assimilare i propri sbagli e i propri limiti con lo scopo di tramutarli in punti di forza, in opere d’arte. L’analisi si sposta poi sul concetto di “quinta dimensione”; la paura di sbagliare e di uscire fuori dalle categorie prestabilite dalla società, di deludere gli altri conduce spesso a recitare un ruolo che non ci appartiene e al contempo non ci permetti di uscire dalla gabbia di stereotipi nel quale talvolta siamo noi stessi ad imprigionarci, perché tutto il resto sembra migliore di ciò che abbiamo, quando in realtà ogni cosa è unica a modo suo: questa la libera analisi dell’allieva prima di introdurre la seconda storia. Un musicista inabile a comunicare se non attraverso le sue note e i suoi spartiti; il suo narcisismo e la sua incapacità a stare con gli altri vengono però ben presto a scontrarsi con una realtà che lo mette di fronte alla sua emotività, luogo per lui sconosciuto e inesplorato. “La sua mente contorta non doveva risolvere nulla perché Aurora era la sintesi di un’aspirazione.” L’incontro è scontro con la realtà esterna ma anche interna, con le sue paure più oscure, per arrivare a comprendere che spesso la salvezza viene dall’incertezza e dal dubbio e che il nostro più grande nemico talvolta è il nostro io più profondo. Un numero pari […]

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Conosci l’estate?: il debutto di Simona Tanzini

Il primo romanzo di Simona Tanzini per le prestigiose edizioni Sellerio è un libro “palermitano” quanto la sua storica casa editrice. “Conosci l’estate?” è un debutto promettente che ha per protagonista una donna sensibilissima con un nome che è tutto un colore. Viola. Viola è un colore, ed è il colore stesso della donna che racconta nove giorni in una Palermo afosa e bellissima in balia dello scirocco. Stile scorrevole, prosa loquace, Viola è una giornalista romana che vive da sola col suo gatto e lavora da appena un anno per una emittente televisiva nel capoluogo siciliano. Seguendo le sfumature di un etereo arcobaleno, si trova invischiata in una vicenda dai contorni noir che vede coinvolto un famoso cantante suo amico, “eroe locale” nonché fratello del suo vicino di casa. Sono i colori e la musica i contorni ideali di questo romanzo fresco e robusto, che restituiscono un’immagine di Palermo moderatamente lontana dagli stereotipi, ricchissima di rimandi letterari e riflessioni psicologiche. Quando mi chiese «conosci l’estate?» io per un giorno per un momento corsi a vedere il colore del vento Sono i versi – musicali, ça va sans dire – della “Canzone per l’estate” di Fabrizio De André ad aprire il romanzo e a svelare una tonalità in esso contenuta sin dal titolo. La tonalità di un colore che tinge ed attraversa ogni pagina, perché filtro primo e ultimo negli occhi stessi di Viola, come se fossero le lenti attraverso cui lei vede il mondo e lo descrive. Viola non lo chiama “disturbo della percezione”, preferisce definirlo “una particolarità”. In gergo simil-medico, soffre di una “sinestesia cromo-musicale” che consiste, quando sente una musica, nel vederne il colore predominante e nell’attribuire a tutte le persone che incontra e che lasciano una traccia nel suo peculiare pentagramma una melodia personale che, quando poi risuona, fa sì che venga alla luce tutto il loro colore. «La sinestesia è un cosiddetto disturbo neurologico. Oltre a essere una figura retorica. Io mi oppongo alla definizione di «disturbo neurologico»; un po’ perché vorrei evitare di diventare un manuale di neurologia generale ambulante, un po’ perché non è un disturbo. È una particolarità, diciamo. Una caratteristica. Una roba. Non un disturbo. Sono così da quando ero piccola. Da molto prima dell’altra diagnosi. Quella me l’hanno fatta due anni e mezzo fa, e quando mi hanno chiesto se avevo mai avuto patologie neurologiche, ho detto di no. Perché non è una patologia. È una figura retorica, appunto. Che a volte prende forma nelle persone. E con ciò? Qui sono circondata da iperbole ed enfasi, si sguazza nell’allegoria, è il regno dei metalogismi. Ce la vogliamo davvero andare a prendere con una sinestesia?» Conosci l’estate? di Simona Tanzini: recensione È sulla scia di una sfumatura rossa, ad esempio, che Viola inizia ad indagare all’omicidio di una giovane ragazza, Romina, un delitto che sconvolge Palermo ed investe anche l’ambiente di personaggi più o meno noti della città. E lo fa con una lieve punta di ironia e critica nei riguardi dell’attenzione spesso […]

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Libri

La ballata dell’usignolo e del serpente: l’atteso prequel di Hunger Games

Recensione dell’attesissimo prequel della saga di Hunger Games: La ballata dell’usignolo e del serpente A otto anni dall’uscita dell’ultimo romanzo della trilogia di Hunger Games, Il canto della rivolta, accompagnata dal fortunatissimo esordio cinematografico della saga con Jennifer Lawrence nel ruolo di Katniss, Josh Hutcherson nel ruolo di Peeta e Liam Hemsworth in quello di Gale, la saga distopica di Suzanne Collins torna in libreria con l’atteso prequel La ballata dell’usignolo e del serpente, edito Mondadori come i precedenti. Protagonista delle vicende raccontate nel romanzo, questa volta ambientato molti anni prima che si svolgessero gli Hunger Games vinti da Katniss e Peeta, è Coriolanus Snow, quello che i fan della trilogia hanno già imparato a conoscere nel ruolo del Presidente Snow, Presidente di Capitol City e acerrimo nemico di Katniss Everdeen, delle libertà individuali e della rivolta che lei porterà avanti nel corso della trilogia. Nell’universo distopico ricreato da Suzanne Collins, in questo prequel la guerra che ha distrutto la pace di Panem è già trascorsa, ma il ricordo è ancora troppo recente e la ferita troppo fresca. Gli abitanti di Capitol City, ricchi casati nobiliari i cui nomi richiamano tempi gloriosi ormai andati, hanno perso i loro cari in una guerra da tutti loro ritenuta giusta e necessaria, sebbene dolorosa, per imporre la guida di Capitol sui Distretti, territori i cui nomi vengono semplicemente numerati da 1 a 12, abitati da uomini che vivono in condizioni via via peggiori, che lavorano per la ricchezza e lo sfarzo di Capitol City, che sono ritenuti appena umani e che, soprattutto, ogni anno dalla fine della guerra sono tenuti ad offrire in sacrificio, nel giorno della Mietitura in diretta tv, due Tributi: un giovane uomo ed una giovane donna, di età compresa tra i 12 ed i 18 anni, che dovranno raggiungere Capitol City per combattere in un’arena, sotto i riflettori televisivi, all’ultimo sangue, finché ne sopravviverà uno soltanto, incoronato vincitore di quella edizione degli Hunger Games. Nell’anno della narrazione, si svolge la Decima edizione, la prima che vedrà i Tributi guidati ognuno dal proprio Mentore, uno studente dell’Accademia che dovrà sostenerli dall’esterno dell’arena e aiutarli, per quanto possibile, in modo da facilitarne la vittoria. L’ambizioso Coriolanus è figlio di una nobiltà decaduta, ha perso i genitori a causa della guerra e vive, oramai ridotto in una decorosa ed insospettabile miseria, con l’altezzosa nonna che, sdegnosa della propria condizione, non smette di curare il proprio giardino di rose bianche (le stesse che l’anziano Presidente Snow curerà fino all’estremo nella trilogia), e la cugina Tigris. Gli Hunger Games diverranno per il giovane Coriolanus, col ricco premio destinato al Mentore del vincitore, un’occasione imperdibile di riscatto personale e familiare da una condizione che non si confà al suo casato distrutto dalla guerra, in una Capitol City che vede emergere personaggi dal casato inferiore o addirittura originari dei Distretti ma immensamente più facoltosi. Coriolanus sarà mentore di Lucy Gray Baird, una misteriosa ragazza del Distretto 12, il più povero ed emarginato, che incanta i telespettatori […]

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Napoli e Dintorni

Food

Villa Soglia: il nuovo format di Giuseppe Maglione e Bifulco

Villa Soglia, Macelleria Bifulco e Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione sono le tre eccellenze riconosciute sul panorama della ristorazione che si sono unite per nuovo concept ambizioso in cui convivono le anime di tre imprenditori illuminati e di tre province: Salerno, Napoli e Avellino. Tre brand affermati che hanno deciso di radunare le forze per rilanciare la lussuosa residenza di Castel San Giorgio con un format che coniuga sperimentazioni di gusto, contaminazioni culturali e materie prime prelibate in un contesto onirico di rara bellezza. «Crediamo fortemente che l’unione delle forze in questo momento particolare possa arricchirci reciprocamente e rilanciare l’economia – esordisce Nobile Soglia, titolare di Villa Soglia – Per questo in una fase alquanto delicata ho deciso di investire in un progetto che coinvolge partners con un riconosciuto livello di eccellenza come Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione e Bifulco Carni». A Villa Soglia la pizza di Giuseppe Maglione Dolcemente avvolti dalla magnificenza della natura, giovedì 2 luglio il romantico giardino di Villa Soglia, nata come abitazione dell’ultimo Principe di Salerno Ferrante Sanseverino e oggi un vero locus amoenus, ha accolto la stampa per la presentazione di questo nuovo format. Tre sono stati i menu degustazione previsti e curati da Bifulco Macelleria, punto di riferimento per carni certificate e ottimamente frollate, e da Giuseppe Maglione, titolare e pizza chef di Daniele Gourmet, presente con la sua brigata ‘in Villa’ per coordinare ogni dettaglio con dovizia di particolari. «È vero, può sembrare audace portare la pizza, storicamente un alimento povero, in una location così lussuosa, – spiega Giuseppe Maglione – ma ho sempre creduto nella pizza anche come strumento di mobilità sociale, di convivialità, di incontro tra ceti e culture, il risultato di un vero e proprio processo sociale di cui il pizzaiolo e il consumatore sono parte». Soglia, Bifulco, Daniele Gourmet è una triade già ben consolidata che basa la propria collaborazione su qualità e fiducia l’una verso gli altri. Un modo per reagire alla crisi post Covid-19 offrendo sempre il meglio, in totale sicurezza, ad una clientela esigente che non si accontenta del buono, ma in una cena ricerca anche atmosfera, bellezza, arte e cultura. Il nuovo format “In Villa”: il menu Dopo la visita della meravigliosa Villa cinquecentesca, lo staff ci ha accolto con un meraviglioso piatto composto da Crocchè di Patate di Avezzano e di patate violette, arancino con riso Arborio e riso integrale, frittatina napoletana con Mortadella Classica Presidio, Slow Food – Mozzarella panata e Montanara classica. Dopo, ancora come benvenuto, una Caponata di Tonno Manzetta dei Laghi con Pomodorini confit rossi&gialli e acciughe di Cetara. Abbiamo continuato con una carrellata di pizze squisite di Daniele Gourmet – Giuseppe Maglione e Bifulco Carni ci ha presentato un Filetto Manzetta dei Laghi frollatura 30 giorni con olio al fumo e cristalli di sale Maldon e Rib-Eye Angus frollatura 60 giorni ai carboni ardenti. «Insieme a Nobile Soglia e Macelleria Bifulco abbiamo previsto tre percorsi gastronomici – spiega Giuseppe Maglione – due proposte legate al mondo della pizza […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Lampi sulla Scena: Roberto D’Avascio tra Artaud e Kane

Lampi sulla scena, a cura di Roberto D’Avascio per Arci Movie, apre la tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano. Mentre a Palazzo Fondi il Festival iniziava nel segno del legame che unisce la drammaturgia catalana alla lingua napoletana e al Real Bosco di Capodimonte nel segno della musica travolgente dei Foja, il Cortile delle carrozze di Palazzo Reale ha ospitato per la sezione Progetti Speciali “Lampi sulla Scena”: due lezioni di storia del teatro a cura di Roberto D’Avascio, docente di Storia del Teatro presso l’Università degli Studi di Salerno e di Letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Roberto D’Avascio: Da Antonin Artaud a Sarah Kane Un percorso umano tra le vicende personali e artistiche di due figure del mondo drammatico che hanno segnato la scena internazionale del teatro del Novecento: Antonin Artaud e Sarah Kane. Un narratore e un attore dialogano tra loro focalizzandosi sui momenti decisivi per la storia del teatro europeo. Un docente, Roberto D’Avascio, che con metodo didattico, avvolge l’attenzione dello spettatore in un percorso di due vite tormentate da demoni interiori e dal torchio del pregiudizio della società. Una linea rossa lega la crudeltà del teatro di Antonin Artaud alla scena rabbiosa della giovane Sarah Kane. Lampi sulla scena: prima lezione su Antonin Artaud L’appuntamento del 1 luglio è stato dedicato alla complessa personalità di Antonin Artaud, portato sulla scena dall’attore Gianni Sallustro. Colpito già a 4 anni dall’esperienza della meningite, che si vuole considerare la causa dei suoi problemi mentali, vive in maniera tormentata il rapporto fra malattia e sensibilità artistica, topos radicato nella cultura occidentale. Roberto D’Avascio, in solo un’ora e mezza, ci conduce nel contesto storico politico di Artaud, tra il rapporto con Parigi e i Surrealisti, l’internamento, la possessione, il rapporto con le droghe e l’incontro con il teatro balinese nel 1931 in occasione di una Esposizione coloniale, dal quale trasse parecchi spunti per i suo “Teatro della crudeltà”, una forma di teatro, descritta nella sua più importante opera Il teatro e il suo doppio. Per crudeltà non si intende sadismo, o l’attitudine a causare dolore, ma lo stimolo al sacrificio di qualunque elemento non concordante al fine della rappresentazione. Artaud riteneva che il testo avesse finito con l’esercitare una tirannia sullo spettacolo e in sua vece spingeva per un teatro integrale, che comprendesse e mettesse sullo stesso piano tutte le forme di linguaggio, fondendo gesto, movimento, luce e parola. “Il teatro è prima di tutto rituale e magico“, scriveva Artaud, “non è una rappresentazione. È la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile“. Artaud, conclude Roberto D’Avascio, invecchiò rapidamente, dando seri segni di squilibrio, oppure per tali furono prese le sue stranezze, i suoi dolori e finì in sanatori dove non gli lesinarono elettrochoc, impietosamente. Morì male, di un male terribile, di un cancro al colon, ma fino all’ultimo fu lucido e […]

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Napoli e Dintorni

Street Art Tour nel centro storico napoletano

La Street Art a Napoli ha il sapore del riscatto, della speranza, della passione, dell’umorismo e della denuncia sociale. Il centro storico napoletano è pieno zeppo di graffiti, murales, stencil e poster e questo non è un caso. Napoli è sempre stata una calamita per artisti di ogni genere e di qualunque provenienza. Banksy, ad esempio, è uno dei più famosi artisti di strada al mondo e, al suo passaggio, non ha potuto fare a meno di lasciare un segno in questa città. È in piazza Gerolomini che abbiamo la sua unica opera certa in Italia, la “Madonna con la pistola”, opera che abbraccia sacro e profano, fede mistica e delinquenza inarrestabile. Venerdì 26 giugno, Eroica Fenice è stata accompagnata dalla guida Erika Chiappinelli alla scoperta di alcune opere di Street Art del centro storico napoletano, tra cui proprio la Madonna di Banksy, il murales di“San Gennaro” di Jorit a Forcella, “Mission Impossible” di Roxy In The Box, “Pino Daniele” di Tvboy, le opere d’arte sommerse dall’acqua di Blub, gli stencil di Trallallà (padre dell’iconica ciaciona napoletana) e la serie “Ogni donna è una Madonna”. Siamo partiti da Piazza Bellini per imbatterci in una delle vie più lunghe del centro storico di Napoli, che divide quasi in due la città antica, Spaccanapoli. Una sorta di linea immaginaria che ha inizio ai Quartieri Spagnoli e s’interseca con Via Benedetto Croce, tagliando a metà Piazza del Gesù Nuovo, fino ad arrivare nel nucleo di Napoli, Via Nilo. Prosegue, poi, su San Biagio dei Librai fino al quartiere popolare di Forcella. Abbiamo percorso venti secoli di storia circa in un crocevia di culture e stili, nel centro più colorato, più chiassoso e più grande d’Europa. Street art in centro, tra mille culure e suggestioni Ma voi ce l’avete presente un centro storico? Un centro storico è un luogo preciso con dei confini netti, in una città normale. A Napoli invece è un dedalo di vicoli che ti portano in Magna Grecia, nell’epoca romana, bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese e borbonica. Questi “vicarielli” partenopei hanno addosso il profumo di una sfrenata ricerca della libertà, di un categorico rifiuto delle convenzioni sociali e di una passione per la vita fuori dal comune. Percorrerli significa gettarsi a capofitto in una specie di avventura nomade che permette di sperimentare esperienze diverse e scoprire modi totalmente nuovi per approcciarsi alla vita, a ogni passo. Agli amici di vecchia data, si aggiungono inevitabilmente nuove conoscenze lungo le viuzze napoletane, ed è possibile innamorarsi settanta volte nel giro di un’ora e mezza. Provare per credere. Pare di fuggire da una città all’altra, mentre la strada assume la funzione di vera e propria maestra di vita. Non una strada qualsiasi! Una strada impreziosita di pareti colorate che parlano, che raccontano le contraddizioni e le complessità di un popolo, della nostra società, ma che rivelano anche l’animo passionale e folkloristico della città. Chi passeggia in quella che è l’essenza di Napoli sembra essere sempre alla ricerca di qualcosa, quel qualcosa che è […]

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Napoli e Dintorni

Needle Scampia e la rigenerazione urbana

In occasione del bando “Creative Living Lab II”, proposto da MIBACT e DGCCRU – Direzione Generale Creatività Contemporanea e Rigenerazione Urbana, insieme all’associazione Jolie Ruge, Banda Baleno e Stella Rossa 2006, è stato presentato il progetto “Needle Scampia”, patrocinato dal Dipartimento di Architettura – Diarc e dal Dipartimento di Scienze Sociali della Federico II. Il progetto consiste nella costruzione di un processo partecipativo di rigenerazione urbana, dall’indagine territoriale fino alla realizzazione in auto-costruzione di opere di architettura leggera: dopo Workshop di Mappatura, Fotografia e Design, con studenti universitari e giovani ragazzi del quartiere, si è indagato il territorio a stretto contatto con gli abitanti del quartiere che hanno avuto l’occasione di scegliere quale area rigenerare e quali funzioni progettare nell’ultima fase di auto-costruzione. «Ci siamo proposti come obbiettivo principale la diffusione di un modello di sviluppo urbano in cui la riappropriazione da parte dei cittadini degli spazi condivisi, il tessuto connettivo di una comunità, rappresenti una prassi alternativa alla vendita del patrimonio pubblico a soggetti privati; consolidare ed implementare la consapevolezza degli abitanti di Scampia verso la valorizzazione, attivazione e gestione del territorio e delle sue risorse, in una visione di policy collettiva e partecipata, di auto-gestione/definizione dello spazio condiviso» – spiega Livia Pacera, membro del  collettivo di Agopuntura urbana Needle Napoli. Needle Scampia: le fasi del progetto Più precisamente il progetto si è articolato in varie fasi. Una prima fase che comprendesse il Workshop di “Indagine con la città”, utile a definire strategie territoriali per valorizzare il paesaggio e gli spazi aggregativi con l’individuazione dei nodi critici dove avviare il processo. Il corso ha visto la partecipazione di studenti di architettura e sociologia della Federico II e l’inclusione di giovani del quartiere di Scampia, tra cui gli alunni del Liceo Elsa Morante. Le attività sono state divise tra momenti di lavoro in aula e tavoli di confronto e raccolta dati con gli abitanti del quartiere e sono state programmate in sinergia con il corso di indagine fotografica (presentato in seguito). Tenendo conto degli usi attuali e potenziali di aree degradate e luoghi sociali si è attuata un’indagine strutturale di diversi spazi aperti interni al quartiere, indagine poi digitalizzata attraverso la trasposizione dei dati in Qgis, il cui esito è visibile nella Mappatura Online. Questa fase è stata seguita dal Workshop “Insieme si Scatta”, che si era preposto gli obbiettivi di aumentare la consapevolezza dei giovani sul territorio e approfondire le attività di Indagine con il territorio. Le lezioni, che si sono tenute presso il Centro Hurtado, hanno visto la partecipazione di un gruppo eterogeneo composto sia da studenti universitari che da giovanissimi abitanti del quartiere. Dopo una prima fase in cui si sono spiegate le basi tecniche della fotografia, si sono tenuti degli incontri con fotografi affermati sul territorio nazionale, per focalizzarsi su come l’Indagine Fotografica possa essere utile a incrementare la documentazione e quindi la consapevolezza del territorio. Le fotografie sono state pubblicate nella mappa online e saranno esposte, integrate ai manufatti auto-costruiti. La fase di indagine si è infine conclusa con l’individuazione […]

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Musica

Musica

Black Flowers Cafe. Viaggio tra le sonorità di Flow

Flow è l’ultima fatica musicale dei Black Flowers Cafe, un viaggio all’interno di armonie musicali eteree e differenti tra di loro. I Black Flowers Cafe sono un progetto nato a Cosenza dall’unione di Angelo, Antonio, Fernando e Gaetano, quattro amici che dieci anni fa decisero di creare un’esperienza musicale che nel 2011 e nel 2012 confluisce negli EP Rising Rain e Falling Ashes, giungendo alla pubblicazione del loro album omonimo nello stesso 2012. Il successo all’estero per questa band calabrese non tarda ad arrivare, con siti e blog musicali che ne elogiano entusiasti il sound. Il capitolo successivo dei Black Flowers Cafe ricopre un arco di anni che vanno dal 2015 al 2018, dove registrano i singoli Be/polar, Mintaka II e Never Trust Me, che confluiscono nell’EP Islands. Si giunge poi al 2020 con la pubblicazione del loro ultimo lavoro sotto l’etichetta La lumaca Dischi: Flow, un viaggio sonoro negli emisferi variegati della musica. Flow, l’ultimo album dei Black Flowers Cafe Flow è un album che rappresenta il culmine delle sonorità testate dai Black Flowers Cafe. Un’esperienza musicale che attira, come una calamita, undici brani differenti per tono e per stile concepiti per essere inseriti all’interno di una struttura armonica che cattura l’ascoltare sin dalla prima nota. Fin dalla breve Intro che apre l’album capiamo di trovarci davanti al flusso (flux), di un fiume da cui bisogna lasciarsi trasportare. I Black Flowers Cafe cullano le nostre orecchie con brani molto differenti tra di loro. Alcuni riconducono ad atmosfere eteree e paradisiache come January, Up the River, Kinshasha e Caribe (questi ultimi due, in particolare, sono arricchiti da elementi della musica africana uniti a un ritmo pop rock), altri invece strizzano l’occhio al rock più indie come Cocktail Party e Who, brani frizzanti e dall’andamento veloce che si oppongono ad altri più riflessivi come Never trust me e Stage one, in un saliscendi continuo tra tonalità liete e tonalità cupe, che riescono a convivere in armonia. Anche i testi delle canzoni rispondono a questa varietà, con tematiche che vanno dall’introspezione psicologica alla letteratura, di cui vengono nascoste citazioni tra un verso e l’altro che l’ascoltatore scopre a ogni riascolto. Un viaggio tra gli umori della musica Con Flow i Black Flowers Cafe proseguono il loro lavoro fatto di sperimentazioni e contaminazioni tra generi diversi, regalandoci un album davvero singolare. Un percorso fatto di salite e ricadute lungo gli emisferi della musica, dove all’ascoltatore viene precluso il lusso di poter scegliere liberamente da quale brano iniziare. Quello che dobbiamo fare è soltanto immergerci in questo “flusso continuo” e lasciarci trasportare dalla sua corrente sonora. Magari in giornate estive come queste, dove il tempo è un’entità sospesa che trasforma i giorni in un flusso lento e indistinto. Fonte copertina: Ufficio stampa  

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Musica

Al blu mi muovo, il nuovo album di Fabio Cinti

Intervista al cantautore Fabio Cinti in occasione dell’uscita del nuovo album: Al blu mi muovo. È un piccolo scrigno Al blu mi muovo, l’ultimo album di Fabio Cinti, cantautore raffinato ed elegante, con le sue canzoni bucoliche e terapeutiche, delizia le orecchie più sensibili. Seguendo i passi di Battiato, come Dante fa con Virgilio, Fabio Cinti dimostra di essere un uomo in primis e poi un cantastorie dalla penna delicata e dal verso intimo ma universale, grazie all’utilizzo di un linguaggio intriso di figura ma molto efficace nella sua resa finale. Dopo l’adattamento gentile al Padrone della Festa, il cantautore si cimenta in 8 brani dai 3 ai 4 minuti e mezzo di durata, con più piani emotivi di immagine, che si scoprono man mano che si affrontano gli ascolti: una tecnica come quella delle scatole cinesi, l’una rinchiusa nell’altra, ben esplica il tentativo più che soddisfacente di Cinti; un ascolto superficiale scorge il minimo, più le orecchie si abituano alla gentilezza, più i messaggi invadono il sottotesto e arrivano a dipingere il quadro emozionale più puro. Intervista a Fabio Cinti: Al blu mi muovo e prospettive musicali Nella prima traccia del disco canti: «tra gli alberi combatto la mia guerra e dietro l’ombra ti vengo a incontrare». Qual è la necessità che ti spinge oggi a pubblicare Al blu mi muovo? Quali sono gli alberi tra cui combatti musicalmente? In realtà gli alberi sono miei alleati. Sono un rifugio, un nascondiglio, sono la mia casa (sono proprio tra gli alberi) e sono la mia forza, perché passo ogni giorno del tempo tra loro. In realtà non avevo nessuna esigenza o necessità di pubblicare questo album… Anzi, non avrei voluto farlo! Però si realizzano molte cose per gli altri, o perché ci si rende conto che, anche inconsapevolmente, indirettamente, si può cambiare qualcosa, anche di molto piccolo. E così, pensato e realizzato in questo modo, diventa anche terapeutico. Scrivere testi metafisici ma al contempo così terreni. Vieni in Giorni tutti uguali, in cui affermi che non puoi «fermare l’attimo della felicità», in cui si vede la scrittura bucolica, quasi lirica. Cos’è per te scrivere? Nella tua composizione dei brani, come ti approvi alla produzione del testo? Sono arrivato alla notorietà (personale, non universale) che quando scrivo un testo ci deve essere una commozione interna imprescindibile che mi spinge a farlo. Non vuol dire che devo piangere! Ma che lo stato emotivo che mi attraversa in quel momento deve essere in qualche modo sconvolgente. Così è stato per Giorni tutti uguali in cui cercavo di osservare cosa ci fosse oltre la consuetudine. È inevitabile che si fonda, in questo modo, la proiezione mentale del mondo, la sua rappresentazione, con la realtà sensibile. Lo scorso album è stato un adattamento gentile al cantautorato di Battiato. In questo album, se c’è, cosa rimanda a Battiato? Battiato c’è sempre, in tutto, ci sarà per ogni cosa che scriverò, perché ho imparato a scrivere attraverso l’ascolto e lo studio delle sue canzoni quando avevo quattordici anni. […]

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Musica

Lobina: l’esordio discografico con Clorofilla | Intervista

Lobina è una cantautrice genovese che con Clorofilla , il suo EP uscito il 12 giugno, compie il primo passo discografico e mostra la sua musica nel mercato italiano, facendosi spazio tra le tante uscite settimanali con la sua arma più preziosa: la sincerità. Cinque tracce con cinque titoli monoparola, essenziali e descrittivi collegati da una condizione di caduta e rincorsa, che sottolinea un processo di rigenerazione, una risalita verso la luce, verso l’energia motore della vita. La voce di Lobina è pulita, le melodie si intrecciano con elementi elettronici di tendenza, diventati parte integrante della nuova musica cantautoriale; la proposta musicale arriva senza mezzi termini, senza pretese, semplice e minimale.Il suono è definito dal produttore Simone Carbone e riflette lo stato d’animo di dover fare i conti con la volontà di scoprirsi sempre nuovi, sempre diversi, sempre pronti a respirare aria pulita. Clorofilla è un titolo evocativo, così come lo sono il timbro di Lobina e l’arrangiamento dei brani. Evocativo è l’aggettivo che descrive una musica nata dal pensiero, pubblicata per pensare, per creare un legame tra ascoltatore e artista, per ritrovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Clorofila , intervista a Lobina Partiamo dal titolo: Clorofilla . La clorofilla è vitale per la fotosintesi, poiché permette alle piante di ottenere energia dalla luce. Perché hai scelto questo titolo per il tuo primo EP? E nell’ambito musicale qual è la tua clorofilla? Il titolo viene dalla necessità di assorbire la luce, che per me significa circondarmi di energia positiva per tornare a respirare e rinascere. La mia clorofilla musicale è quell’esatto momento in cui istintivamente inizia un buttar giù un testo o una melodia e tutto ciò che ho bisogno di esprimere diventa canzone. In Precipitare, prima traccia dell’EP, dici «non resterò a guardarmi precipitare», un invito a ribellarsi, rialzandosi prima dello schianto. Qual è la caratteristica della tua musica, in grado di non farla “precipitare” nel mucchio di ascolti che poi cadono nel dimenticatoio? Di base la mia voglia di lontano di ascoltare la mia musica equivale a voler trasferire, a voler comunicare qualcosa che faccia stare bene, che faccia vedere o che regali comunque un’emozione. La caratteristica della mia musica sicuramente è la sincerità e la necessità di entrare in empatia con le persone, chiaramente c’è un poi lavoro di arrangiamento, la scelta degli strumenti e di altri dettagli, ma deve sempre essere in linea con quello che sento. Qual è la canzone a cui sei più legata di questo EP? Da quale esigenza nasce e cosa racconta? Non ce n’è una a cui sono più legati, ma posso dirti che quella che mi sembra di più è Caos. Sono messo a nudo completamente, ho mostrato le mie fragilità senza vergogna, la amo molto. In Leggera canti insieme a Marcelo ECE, come si è sviluppata questa collaborazione? Quando è nata Leggera io sentivo già una voce maschile. Non così come spiegato, ma mentre cantavo e provavo immaginavo proprio un timbro specifico e quello di Marcello lo trovavo perfetto per […]

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Musica

Francesco Vannini e il pop-rock di Non Siamo Mica Le Star

Francesco Vannini presenta Non Siamo mica le star, disponibile dal 15 maggio sulle principali piattaforme musicali, quarto lavoro in studio del cantautore siciliano e terzo da solista: nove tracce a tinte pop-rock. Non Siamo Mica Le Star di Francesco Vannini: un disco di velluto Dopo i risultati più che positivi raccolti con Tornando A Noi nel 2015, a tornare stavolta è proprio Francesco Vannini con Non Siamo Mica Le Star, disco interamente scritto, arrangiato, suonato e prodotto dallo stesso artista nel proprio studio di registrazione “DNV Production”. Anticipato dal singolo “Iene” (qui il video del singolo), quello presentato è sicuramente un lavoro che riesce a fondere e alternare una buona e valida critica sociale con tematiche più intime e personali. Il pendolo che oscilla tra le due estremità è però sempre appeso allo stesso filo conduttore, ossia una piacevole delicatezza. Questo forse è il miglior pregio di Non Siamo Mica Le Star: il disco è leggero, fluttuante, sicuramente più pop rispetto ad altri lavori del cantautore originario di Palermo; però riesce a non perdere il mordente necessario a mantenere il tutto vivo e non ripetitivo. Le 9 tracce garantiscono un piacevole ascolto, di quelli da gustarsi in un pomeriggio nuvoloso; quelli in cui si schiaccia il tasto play e si attende di essere trasportati. Un disco di velluto, tocca e si lascia toccare, ma senza che esso risulti aggressivo; qualcosa che ascoltato ricorda A Casa Tutto Bene di Brunori Sas. Da “Iene” a “Se son bravi tutti”, passando per “Cobalto” L’album si apre con il singolo di annuncio “Iene“, sprezzante visione della società moderna dove sembrano perdersi le ultime briciole di umanità rimasta e dove il tutti contro tutti sembra essere l’unica risposta. Di tutt’altro sapore è il secondo brano “Non siamo mica le star“,che dà il nome all’intero lavoro: una romantica presa di coscienza di ciò che l’uomo comune affronta ogni giorno, consapevole della sua routine e forte proprio nel non essere colui che è sotto i riflettori. L’ascolto prosegue con “Resta comodo“ prima e “Canzoni dentro di me” poi: un’attenta analisi del (terribile) utilizzo dei social da una parte, dall’altra la bellezza di ritrovarsi grazie alla riscoperta dei sentimenti più veri. “Cobalto“ è il quinto brano del disco, nonché secondo singolo. Vannini qui si lascia andare con un blues con contaminazioni elettroniche, ed accompagnato da forti spinte di basso non perde l’occasione per lanciare la pietra verso la situazione politica italiana. Proseguendo ci si imbatte in “Preghiera“, la richiesta laica di poter continuare a fare ciò che realmente si desidera nonostante le avversità. “Lascia in pace il tempo” e“Qui ora“ sono entrambi brani estremamente pop, dolci e coinvolgenti immersioni in amori (forse) finiti e di un amore che invece persiste, come quello per la musica. A chiudere il disco, “Se son bravi tutti“, ulteriore specchio della nostra società: la testimonianza che ci vuole più coraggio a fallire che «a essere belli e bravi, siamo bravi tutti». Giudizio finale su Non siamo mica le star Francesco Vannini ritorna dopo […]

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Teatro

Teatro

Teatro Bellini e il suo Piano Be per la nuova stagione autunnale

Il Teatro Bellini riapre i battenti – in seguito ai lunghi mesi di lockdown – con un piano B (o, meglio, “piano Be”) per la nuova stagione autunnale. La presentazione è avvenuta in conferenza stampa, nel pomeriggio di venerdì 26 giugno, in presenza e in streaming – nel rispetto delle norme anti-Covid -. A fare gli onori di casa, i co-direttori artistici del Teatro, Daniele e Gabriele Russo. Come per gli altri teatri (e per il mondo dello spettacolo in generale), anche il Teatro Bellini ha dovuto reinventarsi nell’immaginare la “ripartenza” e affrontare non solo le difficoltà di gestione che le misure precauzionali e sanitarie impongono, ma anche il senso di incertezza e di immobilismo che caratterizza questa nuova fase della pandemia. « Mi piace guardare alla nostra proposta, Il “Piano Be”, a cui volutamente non segue il dubitativo “or not to BE” – spiega Gabriele Russo –  come se lo osservassimo dal futuro, come se fra vent’anni, guardandoci indietro, ci chiedessimo: cos’hanno fatto gli artisti, le maestranze, il pubblico, il teatro tutto per rispondere alla distanza sociale richiesta dalle misure sanitarie? » Quello che ha fatto il Teatro Bellini è, innanzitutto, annullare tutta la programmazione per la prossima stagione e, subito dopo, costruirne una nuova a partire dal “Glob(e)al Shakespeare” del 2017, chiamando il pubblico a partecipare ad un’esperienza complessiva fatta di spettacoli e artisti fra i più innovativi della scena contemporanea. L’obiettivo è, innanzitutto, rendere il teatro un vero e proprio rifugio e non un luogo tabù durante la pandemia.   « Per chi guida un’Istituzione Culturale – prosegue Daniele Russo – è difficile immaginare nuove prospettive che abbiano valore artistico e che, al tempo stesso, possano generare nuove opportunità sia lavorative che di incontro. » Per questo, il Teatro Bellini, ha scelto di ripensare i propri spazi, re-immaginare la presenza del pubblico in termini di orari e rafforzare le collaborazioni, arrivando ad un totale di 54 giorni di programmazione, con 15 spettacoli per 99 repliche in sala grande, 9 spettacoli per 40 repliche al Piccolo Bellini, 9 spettacoli di danza e 9 spettacoli per ragazzi, 8 concerti, 27 appuntamenti con il progetto “Adiacente possibile”, 2 teatri “ospiti” che gestiranno una sala e circa 150 tra artisti e tecnici impegnati nei lavori.   Teatro Bellini, i progetti: Adiacente Possibile, Be Jennifer, Piccolo Bellini, BeQui “Adiacente Possibile” sarà uno dei punti cardine della stagione autunnale, sotto la cura di Agostino Riitano, che spiega così il progetto: « L’adiacente possibile è una specie di futuro in sospensione dello stato delle cose, un insieme di nessi causali da intrecciare per reinventare il presente. Si sostanzierà in uno schermo che, come uno squarcio nello spazio fisico del teatro, darà libero accesso al tempo presente, accogliendo e restituendo immagini in presa diretta: un flusso di realtà che non imbriglieremo nelle convenzioni dei linguaggi performativi, ma proveremo ad utilizzare per verificare collettivamente le infinite possibilità di ricombinazione della realtà. » Nel “Piano Be” del Teatro Bellini sarà, inoltre, previsto lo spettacolo “Le cinque rose di Jennifer” […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista a Laura Angiulli

Galleria Toledo riparte con Doppio Sogno: l’intervista alla direttrice Laura Angiulli La ripartenza di una rassegna teatrale dà un forte segnale di voler ritornare alla normalità. Se poi a ripartire è Galleria Toledo, allora napoletani e non saranno ancora più felici di vedere le loro sere d’estate piene di ottima cultura. Galleria Toledo riparte da Villa Pignatelli alla Riviera di Chiaia, storica location di rara eleganza e di molto affetto per gli abitanti di Napoli, con la ventesima edizione di “Doppio Sogno”, la rassegna estiva di cinema, musica e teatro in programma dal 25 giugno al 6 luglio; l’edizione 2020, dieci serate con film d’autore, concerti, incontri e azioni performative, è organizzata dal Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo con la direzione artistica di Laura Angiulli, Titolo di quest’anno è “Doppio Sogno – Remote Control, oltre la delimitazione” sui temi del confinamento, della costrizione coatta e della sofferenza del cambiamento: un titolo quanto mai pregnante in un periodo dove abbiamo dovuto modificare molto delle nostre vite. In attesa degli appuntamenti della rassegna, abbiamo intervistato la direttrice artistica Laura Angiulli: regista, insegnante, direttrice. Laura Angiulli è una donna che non ha bisogno di presentazioni: protagonista della vita culturale napoletana da oltre tre decenni, una vita non semplice, che lei affronta con l’arma più forte che ci sia: la conoscenza e la cultura. Nel 1991 apre un teatro ai Quartieri Spagnoli: una sala dove la parte migliore di Napoli si è incontrata, ha discusso ed incantato il pubblico. Il resto, è storia conosciuta per gli amanti e non. L’intervista a Laura Angiulli e la rassegna Doppio Sogno Buonasera Laura, grazie per averci concesso questa intervista. Come si sente il team di Galleria Toledo a far ripartire la rassegna? Emozionato? Siamo molto, molto emozionati: è il primo vero segno di normalità per noi far ripartire il tabellone, da Villa Pignatelli poi… un posto al quale siamo molto legati. Siamo sicuri che la rassegna sarà capace di incuriosire ed invogliare le persone. Come ha impiegato il tempo del lockdown? Io? Io non mi sono mai fermata! La cultura non si ferma, la scrittura degli spettacoli nemmeno. Devo dire che ci siamo fermati davvero sul più bello, stavamo per mettere in scena il Giulio Cesare di Shakespeare… quindi, puoi capire quanta amarezza c’è stata. Ma non è mancato il lavoro da fare. Inoltre, insegno Regia in un corso di laurea magistrale all’Accademia delle Belle Arti e quindi le mie lezioni sono andate avanti. Ho dovuto calcolare e studiare la modalità di lezione ancor meglio del solito, ma devo dire che c’è stata molta soddisfazione. E’ stato singolare e bello poter entrare nelle camere dei miei studenti attraverso le loro webcam, ci siamo ripromessi di incontrarci dopo il corso per poter condividere una pizza, finalmente dal vivo. Quindi, Lei cosa ne pensa? Ci sarà ancora spazio per fruire di didattica ed arte a distanza? Io penso decisamente di sì: va da sè che non potrà mai essere l’unico metodo, però ritengo che “misto” ad altre forme di fruizione della didattica sia un metodo […]

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Teatro

Napoli Teatro Festival Italia: al via la tredicesima edizione

Il Napoli Teatro Festival Italia torna per la sua tredicesima edizione nel capoluogo Partenopeo e – come avviene ormai da qualche anno – in tutta la Regione Campania. Il Festival, nato nel 2007 e organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival con il sostegno della Regione Campania, ha ormai un fortissimo respiro internazionale. Produce spettacoli, promuove scritture di testi per il teatro, valorizza luoghi, artisti e professionalità Campane. Dal 2017 la direzione artistica del Napoli Teatro Festival Italia è stata affidata allo scrittore, regista e attore Ruggero Cappuccio, che ha avviato un progetto artistico nel segno della multidisciplinarità: una programmazione aperta a innovativi fronti di attività, come la sezione Osservatorio e le attività laboratoriali sulle arti sceniche, che offrono spazio e visibilità a giovani e meno giovani, sostenendo i costi di produzione delle compagnie. In questo senso è da leggere anche la collaborazione con Mimmo Paladino, che dal 2017 progetta l’immagine del Festival, rendendo i cataloghi e i materiali promozionali veri oggetti d’arte. Il lancio della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia La presentazione di tutte le attività del Festival – a prova di Covid-19 – è avvenuta in Conferenza Stampa nella mattinata di martedì 10 giugno, in diretta streaming su Facebook e su Radio Crc dal Palazzo Reale di Napoli. A introdurre la Conferenza Rossana Romano, Dirigente Generale per le Politiche Culturali e il Turismo della Regione Campania. Ad aprire la sfilza di interventi Marta Ragozzino della Direzione Regionale Musei della Campania, che ha sottolineato l’importanza di ritrovare i luoghi e i tempi della cultura, con cautela e nel rispetto delle norme di distanziamento fisico, ma non sociale. Dello stesso avviso il Direttore del Museo di Capodimonte Sylvain Bellenger, che si è detto orgoglioso di poter aprire i cancelli del Bosco per la realizzazione di diversi spettacoli del Festival. Alessandro Barbano, presidente della Fondazione Campania dei Festival, ha poi raccontato il percorso – durante il lockdown – che ha convinto gli “attori” in campo a non rinunciare alla manifestazione e si è focalizzato sull’essenziale differenza tra “riaprire il Paese” e  “far ripartire il Paese”: esperimento – quest’ultimo – su cui in Campania si è scelto di puntare. A chiudere la Conferenza il Direttore Artistico Ruggero Cappuccio, che ha illustrato i diversi punti di forza del programma 2020 e ha rivolto un appello ad ascoltare le istanze del mondo dei lavoratori dello spettacolo che hanno preceduto la presentazione con la lettura di un proprio comunicato rivendicativo. La precarietà e la fragilità di chi lavora in questo settore, infatti, precedono la fase di lockdown e la pandemia da Covid-19. Inoltre nessun Governo ha finora realizzato iniziative concrete per riconoscere e far uscire dalla marginalità migliaia di lavoratori e lavoratrici. Anche per questa edizione il Festival collaborerà con diverse esperienze di Teatri impegnati nel sociale, come il NEST e il Nuovo Teatro Sanità, e favorirà la partecipazione del pubblico attraverso un’oculata politica dei prezzi, che propone un biglietto al prezzo di 8 euro, un ridotto a 5 per gli under 30 e […]

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Teatro

I dieci peccati capitali: dal TRAM a casa nostra

Il Teatro TRAM di via Port’Alba a Napoli non si ferma. Dal 9 giugno, infatti, ogni martedì e giovedì, metterà in scena un postcast di dieci episodi sul sito e sulla pagina Facebook del TRAM, I dieci peccati capitali. Si tratta del progetto debutto della nuova Compagnia under 30, dedita alla formazione di giovani attori che, interrotta dal lockdown, si è impegnata tramite videoconferenze. I peccati sono tradizionali sono accostati ad altri tre: il consumismo, l’egotismo e il razzismo, quelli propri della nostra società contemporanea. Questo progetto vuole appunto assumere il volto reale della nostra comunità umana, oltre che uno spazio personale di riflessione ed autoanalisi. Tanti i tanti podcast proposti in questo duro periodo, interpretati da attori come Orazio Cerino e Titti Nuzzolese, e tanta la voglia di ripartire. A pochi giorni dalla riapertura ufficiale dei teatri, che il Dpcm di metà maggio fissa nel 15 giugno, godiamoci un piccolo spaccato di teatro dalle poltrone delle nostre case. Qui di seguito, l’intervista a Mirko Di Martino, direttore artistico, che ci ha raccontato dell’idea, delle nuove modalità e delle nuove sensazioni legate a questo progetto. I dieci peccati capitali: intervista a Mirko Di Martino Perché i dieci  peccati capitali? Volevamo realizzare un progetto che potesse coinvolgere tutti i componenti della neonata compagnia under 30 del TRAM. Abbiamo pensato a quali format fossero adatti e permettessero anche di sviluppare un lavoro originale e attuale. I peccati capitali sono piaciuti subito a tutti, così riconoscibili e così aperti a tante possibilità di scrittura, ma c’era il problema che fossero solo sette. Ne abbiamo aggiunti tre, nuovi e contemporanei, scelti da noi, ed eccoci arrivati a dieci. Un altro numero simbolico, ovviamente. E perché modernizzarli? Ogni società, in ogni momento, definisce cosa sia giusto e cosa sbagliato. Abbiamo un’idea rigida del peccato capitale, lo immaginiamo come valido per tutti e al di fuori del tempo, ma non è così. La gola e la lussuria, tanto per citarne due, hanno un significato molto diverso da quello che avevano cinquanta anni fa. Volevamo creare un’opera che parlasse della nostra società, di ciò che siamo oggi, con sincerità e immediatezza. In fondo, si impara molto di più dalle proprie debolezze che dai punti di forza. Parlare di peccati significa parlare di emozioni. Ma le conosciamo davvero? Oggi c’è un abuso delle emozioni, siamo immersi fino a sentirci soffocare, eppure abbiamo smesso di comprenderle: la commozione lacrimevole dei pomeriggi in TV, l’indignazione per le immagini trasmesse dai TG, l’invidia per la felicità altrui che dilaga sui social. Non c’è bisogno di aggiornare i peccati: basta guardarsi intorno. Quanto la mediazione della piattaforma online fa cambiare forma al teatro? Nel nostro caso, trattandosi di un podcast, abbiamo scelto una forma artistica che punta esclusivamente sulla voce e sui suoni. Alcuni elementi sono simili al teatro: la scrittura e l’interpretazione. Ma i meccanismi di ideazione, produzione e fruizione cambiano molto. Il podcast, per noi, è un percorso parallelo, non abbiamo mai pensato né voluto sostituire il teatro dal vivo. […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

C’è uno spettro che si aggira per il mondo

2020, uno spettro di morte si aggira per il mondo “Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro della Morte. Tutte le potenze, vecchie o nuove che siano, primo, secondo o terzo mondo, ricchi e poveri, si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: Stati Uniti e Cina, la vecchia e cara Europa, le nuove potenze emergenti. I centri di ricerca anti invecchiamento, i padri della robotica umanoide, gli astronauti diretti su Marte, gli uomini che si congelano in attesa di una nuova vita […]” Ci sono date, scadenze, eventi che segnano in maniera indelebile la storia dell’umanità e che marcano a fuoco l’inconscio collettivo per generazioni a seguire. L’anno domini 2020 sarà ricordato per sempre come l’anno del coronavirus, l’anno in cui il mondo, almeno per qualche settimana, si è fermato. L’anno in cui siamo stati costretti a rivedere le nostre priorità, i nostri piani. L’anno in cui, dopo la predominanza apparentemente eterna di un certo modo di fare aziendale e capitalistico, si è avuto un arresto in tal senso e forse, da secoli, ci è resi finalmente conto di quanto siamo esseri fragili ed esposti continuamente al volere e alla potenza di madre Natura. Ma il 2020 non è stato solo l’anno del coronavirus. È stato anche l’anno della morte di Kobe Bryant, di Emanuele Severino, di Luis Sepulveda, di Carlos Luis Zafon e Pau Donés. Di Mario Corso e Gigi Simoni, di Ezio Bosso e Tony Allen, di Ulay, Max Von Sydow e Ian Holm. Sportivi, musicisti, attori, filosofi, intellettuali, a volte inclassificabili in qualsiasi definizione categorica e certa, dall’identità mutevole come l’acqua che scorre in fiume. Personaggi che hanno colpito, tra gli altri, maggiormente l’immaginario collettivo, basandosi su quel criterio discretivo che, da un punto di vista prettamente classificatorio, permette di stabilire chi fosse entrato con maggiore o minore forza nel cuore della gente: i post di Facebook e le storie di Instagram. Gli immortali C’è chi ne ha avuti dedicati di più e chi meno, ma comunque, ed è un dato di fatto, la maggior parte del mondo ha sentito la necessità di condividere un ricordo personale o no al momento della morte di uno di questi personaggi. Memoria che poi, ma che sarà mai, verrà poi dimenticata qualche ora dopo, quando ci sarà un altro morto o un altro evento a fare da capro espiatorio o da catalizzatore di luci ed attenzioni. Tutti comunque accomunati, questi personaggi, oltre che da questo, come noi, dal fatto di dover condividere la stessa, medesima, unica destinazione: la Morte. Vi è chi deceduto per una fatalità, chi per un male incurabile, chi per sopraggiunti limiti anagrafici. La Spoon River dei Vip nel 2020 è un’ecatombe dall’antologia ricca e complessa e che certamente potrebbe incuriosire un malcapitato Masters dei giorni nostri. Venire però a conoscenza della morte di personalità del genere, che spesso ci hanno accompagnati nella crescita con le loro opere, è diventato come scorrere la galleria fotografica di un qualsiasi smartphone. Tale […]

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Voli Pindarici

La musica ai tempi del coronavirus

Musica e Covid-19 La musica accompagna da millenni la vita degli esseri umani. Scandisce i ritmi di vita delle persone, accompagna i riti religiosi, i sentimenti nazionalistici o semplicemente ha il potere di allietare una pessima giornata. Magari associ un particolare momento, un evento specifico, ad una canzone di moda in quel periodo o che semplicemente frullava nella tua testa in quell’istante preciso. O più direttamente hai conquistato la ragazza dei tuoi sogni grazie ad un disco che era nelle sue grazie. Ma a che punto è la musica nella pandemia più grande di cui l’umanità abbia memoria? Non se la passa benissimo, va detto. Se il coronavirus ha squarciato letteralmente il velo di Maya di alcuni degli aspetti più controversi della nostra società, la musica è uno di quei settori che maggiormente ha risentito della diffusione da Covid-19, specie nella società occidentale. Il virus ci ha messo di fronte a quella che era diventata la nostra odierna concezione di musica. Una semplice compagna di viaggi, della quale perdiamo memoria, nel nostro ippocampo da pesci rossi del XXI secolo, immediatamente dopo l’ascolto. La musica è probabilmente il settore artistico che maggiormente stava risentendo della crescita della società globale e il coronavirus non ha fatto altro che accelerare questo processo di smantellamento. Tutto questo a causa del suo difetto congenito: la musica non si può vedere, né tantomeno toccare. A differenza del cinema, della letteratura, del teatro, carne da macello per frotte di spettatori passivi alle prese con i loro smartphone e le loro fotocamere a condividere con il resto del mondo il loro film o libro preferito. Le piattaforme digitali hanno reso più facile l’ascolto, si dirà. Su Spotify, Tidal o Apple Music è possibile scegliere, in qualunque momento, il proprio artista o disco preferito. Quanto si sta affermando è però testimoniato dal fatto che gli ascolti sulle maggiori piattaforme digitali sono in drastico calo durante questa surreale quarantena globale. D’altronde, il coronavirus ha di fatto svuotato tutti i luoghi nei quali la musica era diventata di casa; i mezzi pubblici, carichi di studenti o pendolari accompagnati immancabilmente dai loro auricolari, le palestre, con le loro casse enormi ormai spente e che prima pompavano musica trap o latino americana a qualsiasi ora. Di concerti, ma è più che normale in un periodo nel quale è giusto salvaguardare in primis la vita delle persone, non se ne parla neanche, probabilmente per mesi se non per anni. I Radiohead, uno dei gruppi più celebri del pianeta, caricano, alla strenua di un palliativo, alcuni dei loro concerti in streaming. Gli artisti che avevano in programma l’uscita dell’ultimo disco in primavera non sanno letteralmente il da farsi. In generale, è l’intera industria musicale, della quale il tuo cantante preferito è solamente la punta dell’iceberg, ad essere stata messa in ginocchio. Eppure è un vero peccato, perché a differenza di quanto si afferma generalmente, in giro per il mondo si continua a produrre musica bellissima. L’ansia nella scelta della canzone da ascoltare, tra migliaia dello […]

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Libertà ai tempi del Coronavirus

Fino a poco fa le tracce di scritti assegnati da professori, da commissioni di concorsi di scrittura, da redazioni di giornale, erano sempre incentrate sull’argomento di divieto e necessità di libertà, concetto estraneo, rivolto a livello globale, specie verso quegli stati totalitari e dittatoriali, ma a noi pur sempre sconosciuto poiché, come popolo italiano, non ci è mai stata negata una cosa così quotidiana, così sottintesa ai giorni nostri come la libertà. La Cina, originario focolare di questo noto Covid-19, ad esempio, è già da centinaia di anni arginata dai propri limiti di libertà. Motivo per cui è da sempre uno dei paesi con più alto tasso di prigionieri di coscienza, di semplici persone imprigionate da pregiudizi in base a proprie distintive caratteristiche come la religione, l’orientamento sessuale o il credo politico, il tutto senza aver minimamente utilizzato o invocato l’uso di violenza. La Repubblica Popolare Cinese è, appunto, un paese socialista di dittatura democratica popolare instaurato sul continuo sistema di sottostime di dati, complottismi, destituzioni politiche e censure mediatiche. La Cina ha rivelato sì la sua grande forza nel reagire di fronte a questa enorme emergenza sanitaria, ma anche il proprio gap democratico, una delle sue lacune che si porta dietro da tempo proprio a causa di tutta questa misteriosità nei propri atti di politica e non solo. Ma se oggi le cose non cambiano in un modo o nell’altro è perché quello che viene celebrato come un insuperabile modello di sviluppo e di crescita come la Cina non è altro che un regime, uguale in tutto e per tutto a quello del secolo scorso e di quelli ancora più precedenti. Eppure oggi mi ritrovo a scrivere un tema del genere, basato praticamente sul limite di libertà in Italia ai giorni dell’oramai più conosciuto di una celebrità, coronavirus. Ma cos’è veramente la libertà? Cosa ci sta venendo privato durante questo periodo di “detenzione”? Perché noi abitanti di un mondo occidentale siamo solitamente reputati privilegiati? Da cosa siamo liberi in una situazione di pura normalità? Liberi probabilmente da paure, da pericoli, dalla repressione di dissenso e di espressione. Liberi di scegliere la propria carriera professionale, di vivere ovunque si vuole, di vestirsi come si pare, di sposare chi si veramente desidera. Liberi di comprendere se stessi, la propria persona, la propria identità assieme a tutte le sue originarie radici ed etichette attribuitegli dalla società. Dunque la libertà non è nient’altro che un concetto prettamente relativo, poiché viene sensibilmente limitata dalle nostre risorse materiali ma non solo, anche da quelle intellettuali, e soprattutto da tutte le disinformazioni sul mondo e su noi stessi. Tuttavia al giorno d’oggi, in tempi di coronavirus, siamo ancora “liberi”: siamo ancora dotati della presenza ventiquattr’ore su ventiquattro e sette giorni su sette di un cervello con cui riflettere. Siamo soltanto privi di una libertà materiale dal momento che ci è vietato di uscire, a partire dalla piccola visita ai nonni alle uscite nel week-end con gli amici, insomma siamo semplicemente spogli di una sottoforma di libertà. Al contrario di noi, un qualcosa di […]

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Diario di una quarantena: Il silenzio come “arma” di riflessione

Il silenzio come arma di riflessione Il silenzio è un qualcosa di immateriale che spesso attrae e spesso spaventa, un po’ come questi giorni di quarantena. Sempre più spesso si sente parlare di “reclusione in casa”, termine con cui forzatamente si indica un qualcosa che in realtà tutti preferiscono quando si è in piena attività. C’è chi desidera stare comodamente seduto sul divano in tempi “normali” e non può perché deve lavorare, chi trascorrere più tempo con i propri cari e non può perché magari la professione svolta costringe a spostarsi frequentemente. Una serie di contraddizioni che ora, in tempi di Codiv-19, spaventano proprio come il silenzio che avvolge alcune aree dell’Italia. Ischia, ad esempio, piccola ed incontaminata isola del Golfo di Napoli caratterizzata da tante identità: culturale, artistica, storica, archeologica, folkloristica, enogastronomica, letteraria e tante altre ancora; è un’isola tranquilla, avvolta ultimamente da un forte silenzio, quasi assordante, che caratterizza la quotidianità delle persone che con semplicità la popolano. Ogni tanto il vicino di casa (perché sul territorio le abitazioni, talvolta rurali e dall’architettura antica, di tufo, sono tutte disposte una accanto all’altra) si affaccia e sussurra: «che silenzio, che pace, non si sente un’anima viva». Qualche altro invece, turbato da un silenzio che sembra rompere gli schemi, quasi prepotentemente, afferma: «C’è troppo silenzio, impazziremo tutti». Così come nella vita reale, nella quotidianità differente di ogni località, anche in una piccola realtà, semplice e ricca di tradizione, il silenzio, nella propria immaterialità, spaventa. Inteso come presenza nefasta per alcuni e come tempo di riflessione per altri. Nonostante ciò, il silenzio, ad Ischia, non è mai del tutto tale e si colora di mille sfumature. Talvolta capita, durante una passeggiata in montagna, lontani dal caos, di scorgere lo sguardo di un vecchietto che aggrappato al proprio bastone osserva e sorride con gli occhi, in silenzio. Quel silenzio che probabilmente vorrebbe gridare tante cose, ma si limita a rivelarsi come un dono d’amore. Ripensando alla quarantena da covid-19 spesso sembra di risentire l’eco del mare, pur abitando in una zona collinare. In realtà il silenzio potrebbe rappresentare un ottimo alleato, in un mondo in cui ogni cosa tende a prevalere sull’altra. La quarantena, la reclusione, il distanziamento sociale, sono dei modi per evitare il peggio. Talvolta bisognerebbe semplicemente fermarsi a pensare e magari osservare ciò che ci circonda, accontentandosi. C’è una nota affermazione che dice “Il silenzio a volte parla più di mille parole”: ora più che mai è così. Ora più che mai occorre ritrovare una propria dimensione, distanziarsi, osservare e riflettere. In fondo il silenzio non è mai del tutto tale. Lo sanno bene ad Ischia, dove anche una pianta che “danza” col soffio di un tiepido vento primaverile fa battere il cuore, riempendo quell’assenza di suono; lo sanno bene i pescatori, abituati a “comunicare con il mare”, ad ascoltare il modo in cui le onde accarezzano il bagnasciuga. Ne sono consapevoli coloro che osservano un tramonto, mentre gli uccelli cinguettano svolazzando in cielo. Con la stessa pacatezza con […]

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