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Eroica Fenice

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Eventi/Mostre/Convegni

Ottavo Cielo – Infinity Sunset “White Emotion”, aperitivo stellato all’Hotel Excelsior

Venerdì 13 luglio il Roof Garden dell’Hotel Excelsior (Via Partenope 48 Lungomare Caracciolo, Napoli) si è tinto di bianco con uno degli appuntamenti più esclusivi dell’estate napoletana, l’aperitivo stellato Ottavo Cielo – Infinity Sunset by Skip Events. Nella suggestiva cornice del Roof Garden dell’Hotel Excelsior, hotel di grande fascino, dagli arredi che riportano indietro nel tempo ed una posizione di estremo prestigio sul golfo di Napoli, l’aperitivo White Emotions è pensato per un pubblico selezionato e d’eccezione, per dare vita ad un evento unico e da sogno, all’insegna dell’eleganza e della sobrietà. Appuntamento alle 19:00 per ammirare un incantevole tramonto da una location d’eccezione, al di sopra di tutto e guardando dall’alto la sera che cala sul lungomare e sul Castel dell’Ovo, mentre tutt’intorno si accendono lentamente le luci del golfo di Napoli. L’aperitivo Ottavo Cielo – Infinity Sunset proposto dalla Skip Events è curato nei minimi dettagli, dalla vasta scelta di cocktails degli esperti bartenders alla musica della deluxe selection di Filippo Arienzo, che coccolano gli ospiti e li accompagnano verso l’ottavo cielo, in una delle calde serate dell’estate napoletana. Dalle 20:00 alle 22:00 un buffet internazionale preparato dal top executive chef Ciro Salatiello offre al pubblico una vasta scelta in grado di soddisfare tutti i palati, dagli amanti del raffinato finger food ai sostenitori dei piatti tipici della tradizione partenopea, come pasta e patate e pasta e fagioli (proposta anche nella variante con le cozze). Il dress code total white e l’incantevole vista sul Castel dell’Ovo completano la splendida cornice dell’evento e sono gli elementi fondamentali del tema White Emotion, contribuendo a creare un’atmosfera quasi “celestiale”. Ottavo cielo – Infinity Sunset, un evento d’eccezione in una location mozzafiato Per il secondo ed ultimo appuntamento di questa estate 2018, dopo il grande successo riscosso già a giugno, la scelta del tema White Emotion mira a creare uno scenario suggestivo e quasi “surreale”, per un evento dal gusto ricercato, in linea con la filosofia della Skip Events & public relations, fondata nel 2000 da un’idea di Filippo Arienzo, insieme con Massimo Arienzo e la collaborazione di Paola Fiorenzano, che propone al pubblico solo eventi esclusivi e raffinati, con ingresso a numero chiuso e su invito, in locations d’eccezione. Grazie ad un’organizzazione che punta alla massima cura dei dettagli, giochi di luci soffuse ed un’accurata selezione musicale, gli ospiti dell’evento Ottavo Cielo – Infinity Sunset sono avvolti in un’atmosfera da White Emotions e partecipano ad un evento dall’eleganza e la raffinatezza difficile da dimenticare.

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Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Anime partenopee al PAN: al via la IV edizione di Napoli Expò Art Polis

Il caldo di una soleggiata Napoli non ha fermato i tanti interessati dal partecipare all’inaugurazione della rassegna Napoli Expò Art Polis, tenutasi il 14 luglio al Palazzo delle Arti di Napoli. Saranno le sale del PAN, infatti, ad ospitare fino al 27 agosto la quarta edizione del Napoli Expò Art Polis, che quest’anno si arricchisce con un sorprendente calendario di eventi che coinvolge alcune delle più importanti personalità artistico-culturali della nostra città. Alla domanda “Che cos’è Napoli Expò Art Polis?” ha risposto il professor Gianpasquale Greco, che ha curato il catalogo e i testi critici e che, insieme all’organizzatrice Daniela Wollmann, ha selezionato gli artisti partecipanti: “È una mostra? Sì, ma non solo. È un grande contenitore di storia dell’arte a tema napoletano”. A voi il compito di trovare ragione in queste parole, nel labirinto di meraviglia e spettacolo che animerà l’estate napoletana di quest’anno. Dal 14 luglio al 27 agosto: cosa aspettarsi da Napoli Expò Art Polis Al vernissage di inaugurazione del 14 luglio era presente la curatrice del progetto (elaborato in collaborazione con l’assessorato alla cultura del Comune di Napoli), Daniela Wollmann, che ha illustrato il filo conduttore e lo spirito che animano questa edizione. “Anime partenopee” è il tema scelto per quest’anno, il comune denominatore che unisce le opere degli 80 e più artisti in esposizione, tra pittori, scultori, illustratori, installatori. Dalla magia del golfo di Napoli che incontra Van Gogh nel quadro di Paola Fenelli fino all’espressività delle fotografie di Bruno Ciniglia e ai colori di Sandra Statunato: tanti i richiami e le reinterpretazioni in chiave napoletana delle grandi opere del passato, altrettante le manifestazioni d’arte sentite ed eloquenti, specchio del nostro oggi, narratrici dei sentimenti più veri che accomunano gli uomini. Inoltre, anima partenopea d’eccellenza è Tina Pica, attrice e commediografa napoletana scomparsa nel 1968, a cui è dedicato il documentario di Lucilla Parlato e Federico Hermann, prodotto da Identità Insorgenti, che sarà possibile vedere, per tutta la durata della rassegna, nella Sala Video del secondo piano del Palazzo delle Arti di Napoli. Non solo dotato di ampi e luminosi spazi, ma anche aperto a nuovi linguaggi sperimentali, lo storico PAN, con i suoi 100mila visitatori l’anno, spiega l’assessore Gaetano Daniele, è il luogo più adatto ad ospitare una rassegna come Napoli Expò Art Polis: una palestra per artisti che vogliono crescere, un punto fermo per immergersi in un mondo altro, quello dell’arte. Presente al taglio del nastro anche la madrina dell’evento, la cantante Monica Sarnelli, che, sulle note della sua “Chesta sera”, ha con la sua voce riempito d’arte anche la conferenza di presentazione. La canzone è stata dedicata al ricordo di Luigi Necco, a cui sarà dedicata la giornata del 23 luglio, durante la quale interverranno anche la figlia Alessandra, Nino Daniele, Paolo Giulierini, Giuseppe Maggi, Massimo Perna. Tra gli eventi in calendario anche la presentazione del libro “Il giallo di Van Gogh” di Marina Albamonte d’Affermo, il 16 luglio alle ore 17.00, le performances di body painting di Giulia Avallone il 30 […]

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Attualità

Attualità

Anticoncezionali gratuiti: al via in Emilia-Romagna

Anticoncezionali gratuiti, l’Emilia Romagna è un passo avanti a tutte le regioni   Per gli Egizi erano il miele e le foglie di acacia; nel Libro della Genesi, Onan “versa il suo seme” sul terreno per non diventare padre di un figlio con Tamar; nell’antica Grecia venne raccolto il silfio fino a farlo estinguere. Se l’Amore (in tutte le sue forme) è antico come il mondo, anche la contraccezione lo è. Nonostante ogni tentativo di impedire una gravidanza sia stato ritenuto (ed è ritenuto tuttora) immorale dalla Chiesa Cattolica. I primi preservativi risalgono alla fine del XX secolo e il primo Paese a svilupparli e commercializzarli fu la Germania. Agli inizi del ‘900 furono aperte le prime cliniche per il controllo delle nascite negli Stati Uniti e nel Regno Unito e nel 1950 fu sviluppata la prima pillola anticoncezionale. Tuttavia, la contraccezione non era legale, anzi. Spagna e Stati Uniti la vietavano e proibivano l’utilizzo del servizio postale non solo per gli oggetti anticoncezionali, ma anche per il semplice materiale informativo. Anticoncezionali gratuiti in Emilia Romagna Sarebbe stato dunque arrestato, cinquant’anni fa, un uomo come Sergio Venturi, assessore alla Sanità dell’Emilia-Romagna, che – tramite delibera regionale num.1722 del 06/11/2017 – ha reso gratuita la contraccezione per tutti gli under 26 che si rivolgano a un consultorio ASL. Le sole condizioni necessarie all’utilizzo del servizio sono: la residenza in uno dei comuni della Regione e l’iscrizione al servizio sanitario nazionale. Una misura, quindi, che si rivolge a una platea molto ampia (richiedenti asilo compresi) e si estende alle donne fino ai 45 anni disoccupate o “con esenzione di lavoratrici colpite dalla crisi” dopo un aborto o nell’immediato post-partum. Ne confermano la validità i dati raccolti a poco più di un mese dalla partenza dell’iniziativa: al Poliambulatorio Roncati hanno già fatto richiesta di anticoncezionali 103 donne, nella stragrande maggioranza tra i 14 e i 19 anni, alle quali si aggiungono una decina di donne tra i 20 e 26 anni. L’iniziativa è destinata a crescere sempre di più, con l’apertura di 12 nuovi spazi e relativi servizi dedicati. Gli anticoncezionali che rientrano nel piano della Regione sono: preservativi, pillole (compresa quella del “giorno dopo”), spirali, anello e impianti sottocutanei. Finora la “pillola” viene distribuita in consultorio, dopo la visita ginecologica, ma tra qualche mese si potrà ritirare anche nelle farmacie ospedaliere. Anticoncezionali, in Puglia ci siamo quasi   Sulla scia dell’iniziativa Emiliano-Romagnola, anche la giunta regionale Pugliese ha disposto la distribuzione gratuita di estro-progestinici orali a basso dosaggio di fascia C, anelli vaginali, cerotti anticoncezionali e pillola del giorno dopo. In questo caso, la distribuzione gratuita è rivolta alle donne con basso reddito, con esenzione ticket, alle giovani, alle non comunitarie e neo-comunitarie e alle donne che hanno appena partorito. Il resto del Paese, invece, arranca: pillole e preservativi costano parecchio e nel 2016 anche le ultime pillole di fascia A sono passate in fascia C, ovvero non più rimborsabili dal Sistema Sanitario Nazionale. Inoltre, non siamo ancora tra i Paesi che offrono un sito […]

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Attualità

Stop al divieto di guida per le donne in Arabia Saudita

Le donne dell’Arabia Saudita possono finalmente guidare. Da poche ore il Governo Saudita ha infatti revocato la legge che impediva alle cittadine di mettersi alla guida delle automobili. Nel Paese si è diffusa subito la speranza per una civiltà più moderna e meno settoriale. Le donne arabe potranno guidare automobili, moto e camion. Al volante con il velo ma con il sorriso sulle labbra Il veto sulla patente di guida per le donne era in Arabia Saudita una questione spinosa che gettava il Regno in un vortice di oscurità. Da decenni, infatti, il Paese era rimasto l’ultimo al mondo ad impedire la guida alle donne. Perché alle donne non era concesso guidare? Cosa c’era di scandaloso nella possibilità di far viaggiare autonomamente una donna lungo le strade saudite? La cultura politica e nazionale predilige una femmina strettamente addomestica, inattiva nella società e incapace di muoversi sul territorio. Se in Italia il detto “donna al volante, pericolo costante” è una formula fraseologica sessista che ancora oggi crea fastidio nella popolazione femminile, in Arabia Saudita era una vera e propria legge. Nel Regno Saudita, infatti, le donne sono considerate esseri inferiori e quindi incapaci di poter svolgere le attività che sono proprie del sesso maschile. E, in quanto esseri inferiori, a loro era negato poter guidare le automobili proprio perché, essendo dotate di abilità ed intelletto scadenti, avrebbero potuto creare danni al traffico urbano. Sappiamo tutti però che questa legge di fatto è una mera scusa partorita dal Governo Saudita con il solo scopo di relegare la popolazione femminile in un antro nascosto e buio della collettività. Cosa cambierà ora che le donne in Arabia Saudita possono guidare? Oggi in Arabia Saudita è possibile assistere ad una rivoluzione mutilata del Sistema. Le donne sono al volante ma indossano ancora il velo. Quel simbolo dell’abbigliamento che identifica il loro ruolo all’interno della civiltà. Coperte dalla “coltre della pudicizia”, sfrecceranno lungo le autostrade saudite avvolte da un fascino torbido e sensuale. L’economia dello Stato Saudita, inoltre, trarrà giovamento da questo cambiamento. Numerose scuole guida per donne, infatti, saranno inaugurate sul territorio. L’abolizione del veto, inoltre, contribuirà alla circolazione di più denaro grazie alla necessità di acquisto di automobili e benzina per le suddite del Regno. Le donne non dovranno più richiedere ad autisti o a tassisti di essere trasportate lungo i centri nevralgici delle città.  

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“Non perdere l’allerta” – Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta

Pierfrancesco Diliberto (Pif) e quel Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta che si inserisce alla perfezione nella recente polemica del ministro Salvini   «Se un giornalista scrive di mafia, io non mi chiedo perché scriva di mafia, non mi chiedo se così abbia avuto più successo con le ragazze, non mi chiedo se così si sia arricchito. Io mi chiedo se quello che scrive sia vero, mi chiedo se quello che scrive dia fastidio alla mafia, mi chiedo se, leggendolo, la mia conoscenza e la mia coscienza siano migliorate» Si chiede questo Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, correndo per le strade di Roma sotto il sole, accompagnato dalla sua telecamerina. Sono le battute finali del delicato documentario da lui girato e da maggio disponibile su Netflix, intitolato Roberto Saviano: uno scrittore sotto scorta. Un documentario da vedere e rivedere non solo nei giorni roventi di quest’estate, stagione in cui la mafia non dimentica di uccidere e l’attuale Ministro degli Interni mette in dubbio la necessità stessa del protocollo di protezione assegnato all’autore di Gomorra il 13/10/2006. “Scorta con isolamento ambientale“. All’inizio tre uomini, dal 2008 cinque, che quasi hanno trascorso più tempo con l’autore campano che con le proprie famiglie da accudire. “Gli uomini della scorta” : quelli che del documentario sono i co-protagonisti, e compaiono senza apparire. Pierfrancesco Diliberto racconta lo scrittore napoletano Ad emergere dal bel lavoro di Pierfrancesco Diliberto – nato nel 2013 come puntata de Il Testimone, rimaneggiato con scene inedite nel 2016, a dieci anni dal romanzo e dalla scorta – non è “il Saviano” accusato da Salvini di risiedere all’estero spesato dallo Stato italiano, bensì Roberto, il rapporto d’amore ed odio con la sua terra, nel suo profilo più umano. È questo l’aspetto messo squisitamente a fuoco sin dalla prima inquadratura, che con l’inconfondibile stile-Pif domanda: «Lo vedete questo cono gelato? È un cono gelato con cioccolato, crema e panna». È Roberto a nominarlo tra le cose più semplici che sogna di concedersi come un qualsiasi libero cittadino ma alle quali – per via del suo stato di “sorvegliato speciale” – non può fare altro che rinunciare. È proprio questo il verbo che utilizza: “rinunciare”. Pif lo sottolinea mentalmente ed elenca le “conseguenze pratiche” del suddetto status: «Non può alzarsi al mattino e decidere cosa fare; tutti i suoi spostamenti vanno decisi due giorni prima per poter organizzare la sicurezza dello spostamento […]. Non può fare il bagno in mare da solo perché anche in acqua deve essere presente la scorta […], non può guidare l’auto, non può guidare la bici, non può andare in moto, non può andare al cinema, a meno che non sia vuoto; non può vedere troppo frequentemente la stessa persona per non farla diventare un bersaglio o un indizio che porti a lui; se vuole andare all’estero deve chiedere un permesso al paese ospitante con un anticipo che va da una settimana a un mese, e non è scontato che lo ottenga». Laddove Pierfrancesco Diliberto riflette sui combattenti “in carne ed ossa” che si assumono “il lavoro […]

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Attualità

Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemerge il calco di un cavallo

Recentemente è stata effettuata una nuova scoperta archeologica a Pompei, il calco integro di un cavallo è stato rinvenuto presso Civita Giuliana, nell’area settentrionale del sito archeologico di Pompei, al di fuori delle mura: si tratta di «un ritrovamento eccezionale che sta facendo il giro del mondo», come ha avuto modo di spiegare Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ancora più sorprendente perché avvenuto casualmente, nell’ambito di operazioni volte a captare alcuni passaggi segreti illecitamente realizzati dai “cacciatori di antichità”. Proprio al fine di individuare tali cunicoli clandestini utilizzati per il furto e il contrabbando di reperti antichi, da svariati mesi il Parco Archeologico di Pompei era al lavoro congiuntamente alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, agli investigatori del Comando Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata e del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Napoli: un lavoro di squadra, dunque, il cui intervento di scavo, messo in atto nel corso delle indagini, ha consentito di recuperare la straordinaria sagoma integra di un cavallo pompeiano. L’operazione, infatti, ha fatto riemergere svariati ambienti di servizio di una grande villa suburbana eccezionalmente conservata e una tomba, risalente al periodo successivo al 79 d.C., con i resti inumati di un defunto, di sesso maschile, di età stimata tra i 40 e i 55 anni. Una nuova scoperta archeologica a Pompei, le parole degli archeologi «Tra i vari ambienti è emersa una stalla con resti equini» spiega Greta Stefani, archeologa: si tratta di una mangiatoia esclusivamente visibile mediante il proprio calco in gesso, giacché plausibilmente costruita in materiale deperibile. «L’individuazione di un vuoto causato dal deperimento del materiale organico all’interno dello strato denominato “tuono” – continua – ha consentito la realizzazione del calco in gesso»: la tecnica del calco, ideata a Pompei dall’archeologo Giuseppe Fiorelli nella seconda metà del XIX secolo e nuovamente sperimentata con successo da Massimo Osanna, direttore generale del Parco Archeologico, consiste proprio nel riempimento del vuoto di sedimento, prodotto dal deterioramento di materiale organico. La villa ha, altresì, restituito numerosi reperti, ovvero anfore, utensili da cucina e il calco di un letto.   Una nuova scoperta archeologica a Pompei, riemersa la sagoma integra di un cavallo pompeiano  Il cavallo è disteso sul fianco sinistro, volge lo sguardo dal fianco destro, ha un’altezza al garrese di circa 150 centimetri e i resti ossei ne denotano una discreta ossificazione correlabile a un esemplare adulto. L’esame autoptico della morfologia della sagoma, delle proporzioni, dell’altezza e dell’impronta dell’orecchio sinistro ha rilevato peculiarità che rendono ragionevole l’identificazione dell’animale con un Equus ferus caballus, piuttosto che con un mulo o un bardotto. Inoltre, in virtù del fatto che i cavalli antichi dovevano avere una taglia ridotta rispetto agli esemplari attuali, tale cavallo recuperato nel sito pare essere di notevoli dimensioni per l’epoca; a ciò si aggiunga che è stata rilevata la presenza di finimenti in ferro nell’area del cranio, muniti di borchie in bronzo. Alla luce di ciò, pare verisimile il ruolo e il valore elevato di tale animale, che indurrebbe a ipotizzare l’esistenza di esemplari altamente selezionati nell’area pompeiana nel lontano 79 […]

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

12 Soldiers: un film di Nicolai Fuglsig tratto da un’incredibile storia vera

Uscito in Italia l’11 luglio, 12 Soldiers segna l’esordio alla regia di un lungometraggio per il danese Nicolai Fuglsig. All’indomani degli attentati dell’11 settembre del 2001, l’esercito statunitense si prepara a reagire alla minaccia rappresentata da Osama Bin Laden e dal movimento terroristico da lui fondato, Al-Qaeda, che rivendica i terribili attacchi condotti quel giorno in America. Il capitano Mitch Nelson (Chris Hemsworth), che nell’esercito ha sempre svolto mansioni di stratega senza mai scendere in campo a combattere, grazie all’aiuto del compagno Cal Spencer (Michael Shannon), riesce a farsi assegnare una squadra composta da lui e altri undici soldati delle Forze Speciali che verrà mandata immediatamente nel deserto roccioso dell’Afghanistan. Il loro compito – un’impresa impossibile e di dubbia riuscita – sarà quello di mettersi in contatto, in un Paese a loro ostile e ormai nelle mani dei feroci e sanguinari talebani, con il generale uzbeko Abdul Rashid Dostum (Navid Negahban), per poter ricostituire l’Alleanza del Nord e lottare uniti contro il nemico comune. 12 Soldiers, la guerra raccontata da chi l’ha fatta e da chi l’ha vista Nicolai Fuglsig, ex reporter di guerra, adatta per il grande schermo il libro Horse Soldiers del giornalista Doug Stanton ,che narra quanto vissuto dall’agente della CIA nonché militare delle Forze Speciali Mark Nutsch a un mese dall’attentato alle Torri Gemelle. La storia di Nutsch e dei suoi valorosi uomini, che si ritrovarono a dover combattere in inferiorità numerica – 5000 nemici per ognuno di loro – e con poco tempo a disposizione – si parla di 21 giorni – è rimasta sconosciuta ai più per poi essere svelata al mondo. Della pellicola colpiscono, in particolar modo, le scene dei combattimenti girate sapientemente e con la camera sempre pronta, capace di cogliere anche i più piccoli particolari. Ammirevole anche l’impeccabile fotografia che cattura i paesaggi di una terra impervia e selvaggia ammantandola di fascino e bellezza malgrado la devastazione che l’ha impietosamente colpita. Il tutto è costantemente accompagnato da una colonna sonora essenziale ma d’impatto. Per quanto riguarda gli attori, Chris Hemsworth non delude le aspettative e il suo personaggio viene supportato, oltre che dai colleghi che interpretano i compagni d’impresa, soprattutto da Navid Negahban che si rivela essere la chiave di volta per far comprendere ciò che anima il suo popolo e ciò che realmente serve a un soldato come il capitano Nelson per diventare un vero guerriero. 12 Soldiers non è soltanto un film di guerra tutto esplosioni, strategie e uccisioni, ma è innanzitutto una storia vera che ha dell’incredibile per ciò che dodici uomini sono riusciti a fare con l’intento – purtroppo non realizzatosi visto che la minaccia del terrorismo, assumendo volti e nomi nuovi, non è stata ancora estirpata  – di compiere il loro dovere verso se stessi, le loro famiglie e la loro Patria.

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Cinema & Serie tv

Dalia de las Hadas, intervista ad Anna Mirabile e agli attori della serie

Dalia de las Hadas (Dalia delle fate) è una serie musicale per teenager scritta e diretta dalla giornalista, scrittrice e sceneggiatrice Anna Mirabile. In onda su La5 dall’11 Giugno, dal lunedì al venerdì alle 13:40, la fiction parla del sogno della giovane Dalia (Miriam Planas), abbandonata dalla madre adottiva a 4 anni e cresciuta con il padre Walter, di diventare una cantante. La serie, girata tra Buenos Aires e l’Italia, vanta un cast internazionale composto da un perfetto mix di attori già esperti ed affermati nel mondo della telenovela come Florencia Ortiz ( “Il mondo di Patty”, “Violetta”, “Esperanza mia”, “Somos familia”, “Muneca brava”), Sol Moreno (“Mujeres Asesinas”, “Peter Punk”, “Soy Luna”, “La Antena”), Paula Brasca (“Vite rubate”), Aida Flix (“El secreto de Puente Viejo”, “Gran Hotel”, “Matilde Navalón”) e Nicolas Maiques ( “Rebelde Way”, “Floricienta”, “Peter Punk”, “La Trinity”) che ha inoltre composto e scritto le canzoni in spagnolo della serie; e altri attori giovanissimi come il quindicenne Tiziano Colabucci alla sua prima esperienza in una telenovela musicale, Ian Lucas di 18 anni con già alle spalle esperienze in “Soy Luna” e “Once” e la stessa protagonista Miriam Planas, anche lei di 18 anni, che ha recitato in tre film: “Psychophony”, “Paranormal Xperience 3D”, “Barcelona nit d’estiu”. Il 2 Luglio, in occasione del PromoDay della serie alla libreria Open di Milano, abbiamo avuto l’occasione di intervistare telefonicamente Anna Mirabile e molti degli attori della serie. Ecco a voi. Dalia de las Hadas, intervista ad Anna Mirabile Lei è una giornalista professionista, scrittrice, produttrice, soggettista e una sceneggiatrice. Cosa l’ha spinta a realizzare una telenovela musicale come Dalia de las Hadas? Ho un trascorso di giornalista Rai dove sono rimasta fino al 2010, ma ho sempre coltivato questo sogno della telenovela teen. Ti posso raccontare un aneddoto su questo: quando ero piccola sul balcone di casa di mia madre, dove c’erano una serie di scope, avevo messo dei cartoncini con dei nomi a ogni scopa creando dei personaggi; e ogni giorno giravo una puntata di una telenovela. Per dirti quanto è antico questo sogno. Quindi, appena ho avuto l’opportunità di realizzare questa telenovela, l’ho voluta fare con gli attori che secondo me meglio la rappresentavano, quindi con l’Argentina in prima linea. Anche se poi la protagonista è spagnola e ci sono italiani, colombiani, peruviani… Però insomma, che l’Argentina fosse in prima linea era molto importante perché per me la telenovela è argentina. Rimanendo in tema telenovela, ci sono delle differenze o delle analogie tra la fiction italiana e quella sudamericana? Secondo me non c’è nessun collegamento perché la fiction italiana tende molto a rappresentare la realtà nei suoi aspetti anche più crudi, con un grande disincanto a volte. Mentre, la componente sudamericana, anche nelle serie tv più drammatiche, è sempre portata al trascendere la realtà: a vedere lo straordinario nell’ordinario. C’è molto più spazio per la fantasia e anche per la fede, la speranza e l’immaginazione. Diciamo che gli attori sudamericani hanno le briglie più sciolte, gli italiani invece sono più […]

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Stronger – Io sono più forte, la storia vera di Jeff Bauman

Uscito il 4 luglio nei nostri cinema, Stronger – Io sono più forte (qui il trailer) è l’ultimo lavoro drammatico diretto dal regista, produttore e sceneggiatore cinematografico americano David Gordon Green. Basato sull’omonimo libro autobiografico scritto da Jeff Bauman in collaborazione con Bret Witter, il film ha per protagonista proprio Bauman (interpretato da Jake Gyllenhaal) il quale, in seguito all’attentato avvenuto durante la maratona di Boston il 15 aprile 2013, perse entrambe le gambe. Jeff, all’epoca ventottenne, si era recato all’evento per incitare l’ex-ragazza Erin (Tatiana Maslany) che partecipava alla competizione, aspettandola al traguardo e dandole così prova dell’amore che provava per lei e della sua intenzione a tornare insieme. L’esplosione di due ordigni rudimentali a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro getta la folla nel caos lasciando dietro di sé morti e feriti. Tra questi ultimi c’è anche Jeff che si risveglia in ospedale senza le gambe, stordito per quanto è accaduto – eppure pronto a fornire una descrizione di uno degli attentatori – con al suo fianco i familiari, gli amici ed Erin che si sente responsabile per ciò che gli è accaduto. Determinata a non abbandonarlo, la giovane decide di trasferirsi da lui che vive ancora con la madre Patty (Miranda Richardson) – un’incallita bevitrice e fumatrice pronta a organizzare gli eventi mediatici cui il figlio dovrà prendere parte perché divenuto il simbolo del movimento Boston Strong e che non vede di buon occhio la loro relazione amorosa; Erin rinuncia a tutto pur di stargli accanto e prendersene cura. Tuttavia, la ragazza non dovrà occuparsi soltanto delle difficoltà pratiche sopravvenute con la condizione di invalido di Jeff ma, piuttosto, dovrà confrontarsi con il grave e forte trauma psicologico da lui subito e che rischierà di mettere nuovamente in discussione la loro relazione e il loro futuro. Stronger – Io sono più forte : strepitoso Jake Gyllenhaal Trama toccante a parte – le storie vere hanno sempre quella marcia in più che fa da subito presa sull’animo degli spettatori – la pellicola di Green deve gran parte, se non tutto, il suo successo alla perfetta interpretazione di un irriconoscibile Jake Gyllenhaal. Che questo attore si sia affermato nel panorama cinematografico internazionale distinguendosi per la sua bravura – molti lo ricorderanno nel ruolo del cowboy gay in I segreti di Brokeback Mountain del 2005 accanto al talentuoso collega scomparso prematuramente Heath Ledger – è ormai noto, ma che riuscisse a sorprendere trasformandosi come per questo ruolo è stata una vera e propria rivelazione. A dare maggiore risalto alla sua prova hanno contribuito le due figure femminili che spiccano nel film per importanza e per il loro essere antitetiche l’una all’altra: l’espressiva Tatiana Maslany e l’impeccabile, nel suo essere una madre complicata, Miranda Richardson. Stronger – Io sono più forte parte da un evento drammatico che ha cambiato irreversibilmente chi è stato vittima del terrore insensato di quel 15 aprile di cinque anni fa, si sviluppa sulle conseguenze concentrandosi più sulla forza dell’amore e della dedizione che sul dolore e […]

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Cinema & Serie tv

Mamma Uovo, il libro promosso dall’ospedale Pascale diventa un film d’animazione

Tornano i piccoli chemio! Stavolta la storia si fa animata. Mamma Uovo, il grande successo promosso dall’ ospedale Pascale torna a  far parlare di se. A pochi mesi dall’uscita della versione dedicata ai papà, la storia che riesce a far parlare i genitori del percorso chemioterapico con i propri figli diventa il corto di animazione “Mamma uovo. La malattia spiegata a mio figlio”. Con le animazioni 3D realizzate da Mauro Catena e Alfonso Pontillo per Tech4Care s.r.l., Giorgio vive la sua avventura tratta dall’omonimo libro. Il protagonista riesce a trasmetterci le sue emozioni narrandoci come sia possibile comprendere cosa succede all’interno del corpo della sua mamma quando viene curata. Il cartone animato non delude le aspettative del pubblico che ha già tanto amato la storia ideata da Gabriella De Benedetta, Silvia D’Ovidio e Antonello Pinto del UOSC di Oncologia Ematologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori, Fondazione G. Pascale, IRCCS Napoli. Abbiamo chiesto proprio ad uno degli autori perché si è ritenuto necessario realizzare una trasposizione animata di “Mamma Uovo”, il libro promosso dall’ospedale Pascale. Silvia D’Ovidio ha spiegato che il libro non potrà mai essere sostituito dalla sua versione animata, ma è un valido strumento per usare un ulteriore canale che ne veicola i contenuti. «L’idea di base è che le due pubblicazioni si completeranno a vicenda, diventando un unico e valido strumento per spiegare la malattia ai propri figli». Quali difficoltà avete incontrato lungo il percorso di trasposizione di “Mamma Uovo”? «Riuscire a trasmettere le proprie idee è sempre difficile. Riuscire a farlo quando il tuo interlocutore non proviene dal tuo percorso è ancora più complesso. Trovare la chiave di lettura non è stato semplice da nessuna delle parti, ma alla fine siamo riusciti nell’intento». Durante la visione del corto, ci accorgiamo di come può essere semplice raccontare qualcosa. Le immagini ci accompagnano alla fine del racconto lasciandoci con il messaggio positivo, un aforisma di G.K. Chesterton. “Le favole non insegnano ai bambini che i draghi esistono. Le favole insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”. Questa frase presente nella prima di copertina, ci ha accompagnati prima nei libri illustrati da Sergio Staino e ora ci regala un sorriso con le animazioni del corto. Dobbiamo aspettarci altre sorprese dai piccoli chemio? «Questo progetto ha sorpreso sempre anche noi. Da una piccola pubblicazione dedicata esclusivamente ai nostri pazienti, poi ci ha fatto conoscere il grande Sergio Staino per poi avvalerci della collaborazione con la Marotta&Cafiero. Inizialmente realizzammo una piccola clip “casalinga”, poi c’è stata la possibilità di fare la trasposizione del libro in questo bellissimo cortometraggio animato. Sorprese? Bhe, ce le aspettiamo anche noi, percé questo progetto cresce con il nostro amore per lui». Il corto animato è visibile in chiaro su Youtube e dal sito lamalattiaspiegataamiofiglio.com distribuito con licenza internazionale Creative Commons 4.0.  “Mamma Uovo – la malattia spiegata a mio figlio” è un’iniziativa editoriale promossa dall’ospedale Pascale. Potete acquistare il libro cliccando il banner sottostante.

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Cucina & Salute

Cucina & Salute

Marmellata fatta in casa: ricetta, ingredienti e consigli

Siamo nell’era della tecnologia, che ha indubbiamente portato i suoi vantaggi, ma non solo. Il punto è che tutto questo progresso, questa scienza, hanno abbassato la qualità dei prodotti, quelli alimentari si intende in questa sede, o almeno questo è quello che ci portano a credere. Certo è che trovare un ceppo di banane che emana quel profumo inebriante e pescare, tra i tanti, quel melone dal sapore dolce, sembra sia diventata una rarità. E allora, convinti che il cibo industriale sia ricco di conservanti, polifosfati e quant’altro, e che verdura e frutta vengano innaffiati con prodotti chimici per aumentarne la produzione, ci si affanna a cercare prodotti bio, ad evitare lo zucchero raffinato, e a preparare i prodotti da sé, tra le propria mura domestiche e con gli ingredienti accuratamente selezionati. Un esempio lampante è quello della marmellata fatta in casa. Non quella con la pectina, o altre miscele aggiunte. Semplicemente frutta fresca e zucchero. La marmellata: un po’ di storia Corrono alcune leggende sull’origine della marmellata. La più conosciuta riguarda Caterina d’Aragona, che dopo il matrimonio e il conseguente trasferimento in Inghilterra, per non sentire la malinconia della propria patria, si fece preparare la marmellata di arance, in ricordo di quei frutti che popolavano la Spagna.  Un’altra versione vede protagonista Maria de Medici che in seguito alla carenza di vitamina C diagnosticatale dal medico, si richiese una scorta di agrumi siciliani e per conservarli a lungo, data la durata del viaggio, furono disposti in alcune casse recanti la scritta “Per Maria ammalata“, “Por Maire ammalate“, divenuto tra una voce e l’altra del popolo “Por Marimalade” e trasformato in “Por marmalade“. Tuttavia l’origine della marmellata risale a tempi più antichi, infatti già i Greci erano soliti bollire le mele cotogne e unirle al miele per realizzare le conserve. Marmellata fatta in casa,  alcuni consigli Per preparare la marmellata in casa non serve altro che qualche oretta di tempo a disposizione, frutta fresca, zucchero (io utilizzo quello di canna) e qualche spruzzo di limone. Inoltre bisogna avere l’accortezza di sterilizzare bene i vasetti che si andranno ad utilizzare (vedi qui). Arance, mirtilli, albicocche, ciliegie, sono tanti e vari i frutti da poter utilizzare, a seconda della stagione e dei gusti personali. Il metodo è generalmente lo stesso, cambiano soltanto i tempi di macerazione e di cottura, in base al tipo di frutta scelta. Per conservare la marmellata in maniera ottimale, si consiglia di bollire i vasetti in una pentola capiente per circa trenta minuti. Marmellata fatta in casa alle ciliegie   La settimana scorsa una gentile collega mi ha regalato una busta di ciliegie del suo albero e una parte l’ho utilizzata per realizzare una conserva. Di seguito la ricetta: Ingredienti 1 kilo di ciliegie (prive del picciolo e del nocciolo) 180 grammi di zucchero di canna (io ne ho utilizzati 160 grammi perché le ciliegie erano molto dolci) succo di mezzo limone Preparazione Privare le ciliegie del nocciolo e del picciolo, lavarle accuratamente e tamponarle con uno strofinaccio pulito, […]

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I ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018

L’estate si avvicina e non possiamo farci trovare impreparati di fronte al torrido caldo di cui avvertiamo già le tracce. Ecco perché ci serve una ricetta facile su come fare i ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018. Sono il cocktail di questa estate. Semplici e deliziosi non necessitano di strumenti complicati né di molto tempo. Possono essere comodamente preparati e serviti a casa. Sono la soluzione ideale per il caldo estivo e un motivo in più per invitare i vostri amici a casa per un drink. Ghiaccioli alcolici: il trend dell’estate 2018 Mojito, Sangria, Piña Colada, Caipirinha e molti altri.Sono solo alcuni esempi di cocktail ghiacciati.  Quest’anno la società inglese POP ha lanciato sul mercato ghiaccioli alcolici ai gusti di Prosecco, Bellini e Moscow Mule. Dopo il grande successo ha proseguito con Champagne, Rosé & Raspberry e Watermelon Martini. Poiché non ci sono rivenditori in Italia di questi ghiaccioli, proponiamo qualche ricetta per preparare degli ottimi cocktail-ghiacciati da fare a casa! Ricordiamo che l’alcool etilico puro ghiaccia a -114° C. Quindi, per poter congelare l’alcool bisogna aggiungere una parte di acqua e di zucchero e proprio per questo i ghiaccioli di qualunque tipo hanno sempre una base di sciroppo zuccherato. I ghiaccioli alcolici sono perfetti per un aperitivo, da accompagnare a tartine, focacce, sandwich e stuzzichini di ogni genere. Questi ghiaccioli sono anche perfetti per un dopocena, per esempio serviti con della frutta tagliata. Come fare i ghiaccioli alcolici: ecco la ricetta per 4 persone 1 cetriolo 2 limoni 16 cl di gin 40 cl di acqua tonica 8 gocce di Angostura 8 cl di sciroppo liquido Spremete i limoni per ottenerne il succo che deve essere filtrato. Tagliate i cetrioli, sia a fette che a cubetti In una caraffa mescolate tutti gli ingredienti e versate il composto nello stampo per ghiaccioli. Lasciare riposare in freezer per almeno 12 ore e, infine, servite! Zenzero, frutti di bosco, polpa di pompelmo, pesca, anguria, salvia… Ogni ingrediente può essere aggiunto alla ricetta a seconda dei gusti personali di ognuno. Continua a leggere per sapere come fare i ghiaccioli alcolici al prosecco Ecco invece la ricetta dei ghiaccioli al prosecco  50 ml di acqua 40 g di zucchero 300 ml di prosecco Prima di tutto bisogna preparare uno sciroppo a base di acqua e zucchero. Dopo aver messo questi ingredienti in un pentolino lasciate che lo zucchero si sciolga nell’acqua a fuoco basso. Fate raffreddare tutto e aggiungete il prosecco. I cocktail saranno pronti dopo che saranno rimasti in freezer per qualche ora. Potete aggiungere alla base di prosecco e sciroppo anche dei pezzi di frutta o della frutta frullata. Potete anche mixare più frutti e aggiungere delle foglioline di erbe aromatiche come menta, basilico e lavanda per dare colore e profumo ai vostri ghiaccioli. Come fare i ghiaccioli, qualche utensile

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Cevapcici al barbecue: la ricetta delle polpette alla griglia

I cevapcici al barbecue Ho assaggiato la prima volta i cevapcici al barbecue in Trentino durante un weekend primaverile. Quando la cameriera me li ha proposti, ho storto un po’ il naso: il nome proprio non mi attirava, ma ha insistito così tanto da convincermi. E menomale, devo aggiungere.  Dai Balcani all’Italia I cevapcici, conosciuti anche come cevapici, provengono dalla cucina balcanica e si dice che siano stati serviti per la prima volta in una trattoria di Belgrado a metà dell’Ottocento. Sono giunti in Italia da alcuni anni, principalmente al Nord, dove sono soliti chiamarli anche cevapi. Approssimativamente la traduzione della parola in italiano è carne arrostita, e in effetti si tratta di polpette lunghe cucinate sulla griglia (in alternativa al forno o in padella). Di forma e di sapore diverso dalle nostre polpette tradizionali, ma buone e gustose. La ricetta dei Cevapcici Ingredienti:  200 grammi di macinato di manzo 200 grammi di macinato di maiale 100 grammi di macinato di agnello una cipolla bianca  100 grammi di olio extra vergine di olive sale, pepe e paprica dolce q.b. Preparazione Per preparare i cevapcici al barbecue, bisogna innanzitutto tritare finemente la cipolla (deve essere usata cruda, ma in alternativa la si può far appassire in padella con un filo di olio extravergine di oliva); in una ciotola capiente unire i tre diversi tipi di macinato con la cipolla tritata e mescolare a lungo, infine aggiungere pepe, sale e paprica dolce e continuare ad amalgamare. Stendere il composto ottenuto nella terrina e coprirlo con la pellicola trasparente, lasciare riposare in frigo per circa 30 minuti. Trascorso il tempo necessario, prendere il composto e formare dei cilindri della lunghezza di 8 cm circa, ungere con l’olio extravergine di oliva la griglia e lasciare riscaldare il barbecue (per la scelta di quest’ultimo consigliamo la visita al portale passionebbq) per qualche minuto, prima di cominciare a cuocere. Girarli spesso per ottenere una cottura ottimale. Servire con un salsa di accompagnamento. Buon appetito!

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Attualità

Avocado, il frutto proibito nel paniere Istat

È diventato facile trovare l’avocado soprattutto tra le “grandiose” apericene. Il guacamole forse si sposa bene con il Negroni. Sicuramente gli avocado toast sono tra i più gustosi. Tra i menù si trovano senza poca difficoltà i “tipici” risotti al sentore di tropical fruit. Le verdure pastellate della nonna se trasformate in tempura, accolgono l’avocado a braccia aperte come il paniere dell’Istat. Durante le festività, quando ci concediamo vizi e sfizi, il consumo di avocado cresce a dismisura. “Chiamatemi un avocado!”. Tutti si ricordano quando le battute sul frutto esotico si sprecavano Grazie al brand “Sicilia Avocado” da qualche anno la produzione è un primato tutto italiano. È il risultato di un’intuizione di alcuni imprenditori agricoli, con coltivazioni a regime biologico certificato. Le leggi del mercato sono sempre le stesse: ad una domanda corrisponde un’offerta. Se la domanda cresce l’offerta deve rispondere, in caso contrario il prezzo sale. L’acquisto mondiale del frutto tropicale è divenuto qualcosa che va oltre il “newtrend”e la richiesta supera i 3,4 kg procapite annui, ben cinque volte superiore agli anni ’90. Tale richiesta ha fatto superare di ben 50$ il costo per cassetta rispetto allo scorso anno. È chiaro che l’analisi del problema fa emergere ben altre complicazioni legate alla coltivazione dell’avocado. L’avocado fa gola persino alla Cina. Purtroppo però, come sempre accade in casi analoghi, non mancano le speculazioni, stavolta il giro di affari è enorme e pochi vogliono starne fuori Gli USA da qualche anno stanno facendo intuire che vorrebbero uscire dal trattato NAFTA (North American Free Trade Agreement, accordo nord americano per il libero scambio tra USA, Canada e Messico). La paura ha fatto tremare le borse soprattutto da quando Donald Trump ha dichiarato di voler ridefinire gli accordi commerciali con il resto dei paesi ripristinando i dazi. Il 2017 inoltre si è dimostrato un anno particolarmente difficile per le coltivazioni di avocado Le condizioni meteo non hanno garantito alle piantagioni del Cile e del Messico, maggiori produttori mondiali, l’acqua necessaria per evadere le richieste. Alla forte siccità si aggiungono i fenomeni di desertificazione dovuti molto probabilmente all’uso intensivo e sconsiderato del terreno. Bisogna considerare che per produrre 500g di frutta, due o tre frutti,  occorrono circa 272 litri d’acqua. In Cile l’agronomo e attivista locale Rodriguez Mandaca ha fatto notare che per coltivare un ettaro di frutteto servono centomila litri d’acqua al giorno, il quantitativo per soddisfare il fabbisogno giornaliero di circa mille persone. Anche per chi non possiede una cultura agricola, sembrerà facile capire come per ottimizzare le coltivazioni è necessario irrorare con concimazioni e pesticidi. Ingerire e respirare pesticidi e concimi porta gravi conseguenze alla salute delle persone. L’avocado assume la definizione di “oro verde” perché ha un mercato redditizio che in molte circostanze supera quello della marjuana Anche i Caballero Templarios hanno capito da tempo che il mercato della “pera del coccodrillo” è un’occasione da non farsi scappare. In un’inchiesta riportata dal Newsweek (Mexican cartels used government data to kidnap and extort avocado farmers) emerge inoltre come avvengono vere e proprie […]

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Culturalmente

Culturalmente

24 frasi latine famose e la loro traduzione, chi l’ha detto che il Latino è una lingua morta?

Erroneamente il Latino viene definito una lingua morta. Ma quando è morto il Latino? E, soprattutto, chi l’ha detto che è morto? Nulla di più falso. Il Latino è la lingua più parlata del mondo. Certo, non quello di Cicerone, ma quello che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Il Latino è un dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte tra le culture. Conoscere il Latino significa comprendere meglio il presente in quanto figlio di un passato, conoscere una lingua le cui parole raccontano una civiltà, l’evoluzione umana, la cultura di un popolo. Il Latino è una lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. E non solo nelle sue evoluzioni. Sono tante le parole, le espressioni latine che, ancora oggi, infatti, sopravvivono nel parlato di tutti i giorni. Queste sono le nostre 24 frasi latine famose preferite, con traduzione e spiegazione. Frasi latine famose, le nostre preferite  Ad maiora/A cose più grandi. La locuzione è utilizzata come formula di buon auspicio, augurando che l’obiettivo raggiunto sia un primo passo verso cose più grandi. Carpe diem/Cogli l’attimo. Tratta dalle Odi del poeta latino Orazio, letteralmente significa Cogli il giorno ed è un invito a godere in maniera equilibrata le gioie della vita, cercando di coglierne ogni sfumatura godibile. Melius abundare quam deficere/Meglio abbondare che scarseggiare. Locuzione di origine incerta, secondo la quale, piuttosto che rischiare di non raggiungere la giusta misura, è preferibile eccedere e superarla. Alea iacta est/Il dado è stato tratto. Pronunciata, a torto o a ragione, secondo Svetonio da Cesare nel passaggio del Rubicone con i suoi soldati in marcia verso Roma, indica il raggiungimento di un punto di non ritorno, che ormai si è compiuto un passo decisivo, che non si può più tornare indietro. Homo quisque faber ipse fortunae suae/Ogni uomo è artefice della propria fortuna. Attribuita ad Appio Claudio Cieco, sottolinea la capacità dell’uomo, in quanto animale razionale, di creare mezzi per adeguare e trasformare la realtà secondo le sue esigenze. Mens sana in corpore sano/Mente sana in un corpo sano. Locuzione tratta dalle Satire di  Giovenale, secondo cui l’uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo. Con il passare del tempo, l’espressione è stata intesa con il significato che corpo e anima debbano svilupparsi insieme e che vadano esercitati entrambi per assicurarsi il benessere. In medio stat virtus/La virtù sta nel mezzo. Derivata da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, afferma la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. Mater semper certa est, pater numquam/La madre è sempre certa, il padre mai. Massima di esperienza, secondo la quale se è facile individuare la madre di un soggetto, la ricerca della paternità è spesso difficile, e, in qualche caso, impossibile. Espressione usata spesso in senso ironico. Omnia munda mundis/Tutto è puro per i puri. Tratta dal Nuovo Testamento: nell’Epistola a Tito, San Paolo intende sottolineare che chi agisce con […]

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Culturalmente

Lalineascritta di Antonella Cilento: l’arte della scrittura e della lettura trova casa dopo 25 anni

«La scrittura è un’arte che si apprende giocando a scrivere», recita il motto del Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta, fondato nel 1993 e diretto da Antonella Cilento e dallo staff sorridente ed emozionato che ci attende, lunedì 9 luglio alle 18, nei locali nel cuore del Vomero finalmente diventati “casa” della scuola. È «casa» la parola che si preferisce nominare al posto di una «sede» asettica e più neutrale. Occasione dell’incontro è l’inaugurazione del nuovo domicilio nonché la presentazione delle tante attività estive che animeranno un luglio altrimenti meno movimentato e motivante. È il caso del favoloso programma dal titolo Sogni&Scritture (nelle sere di mezz’estate), 12 lezioni con film e aperitivo: la prima pellicola è prevista in onda, a tambur battente, già giovedì 12/7, con in programma Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz, per poi proseguire con Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch il 16/7, Pallottole su Broadway (1994) di Woody Allen il 18/7, Genius (2016) di Michael Grandage il 19/7, Black Narcissus (1947) di Powel&Pressburger il 23/7, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933) il 25/7, Carnage (2011) di Roman Polanski l’11/9, Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder il 13/9, Scoprendo Forrester (2000) di Gus Van Sant il 28/9, Memento (2000) di Christopher Nolan il 20/9, Delitto perfetto (1954) di Hitchcock il 25/9, sino a Rumori fuori scena (1992) di Michael Frayn il 27/9. C’è grande entusiasmo per le iniziative culturali che, in mesi “sonnecchianti” come quelli estivi, restituiscono quello che invece è il primus motor della scuola: l’amore per il cinema, “la settima arte“, in un binomio indissolubile con quello per la scrittura e la lettura che si fondono nella più alta letteratura. A seguito delle vacanze d’agosto, nel bel mezzo di cotanta offerta, Lalineascritta si estende e parte, orgogliosa, anche in trasferta: venerdì 7 e sabato 8 settembre è la volta dello stage di scrittura creativa intitolato Storia&Storie – Il racconto e il romanzo storico, in collaborazione con l’Associazione Letteraria “Giovanni Boccaccio” e non a caso ambientato in pieno luogo boccaccesco quale il Palazzo Pretorio di Certaldo. Da ottobre ad aprile riprendono inoltre i corsi semestrali di scrittura narrativa, suddivisi per focus e livelli, aperti ad un massimo di 30 partecipanti, al fine di dedicare a ciascuno studente – “debuttante” o meno che sia – l’attenzione che merita. «Scrivere è inventare», è la sentenza posta a mo’ di vademecum del laboratorio tutto: ognuno è invitato a sperimentare e provare, perché qui è – semplicemente – il benvenuto. Un grande traguardo per Lalineascritta Sono tante le persone che vogliono esserci per festeggiare i 25 anni della scuola, ormai 26. A una ventina di fedelissimi che giungono di buon’ora, si aggiungono un centinaio di persone entusiaste di poter presenziare alla manifestazione. Portano bouquet di fiori, sorrisi sinceri, una sorta di “sano fervore” che sfocia dalla mente di un lettore alle prime armi come di uno scrittore in erba, sempre partendo da un moto del cuore. È come fosse una grande famiglia, quella che si è data appuntamento in un torrido lunedì al piano […]

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Culturalmente

Musica da camera, cos’è e come nasce

La musica da camera dove nasce? Forse per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro e chiedersi dove nasce la musica, e cos’è? Da sempre l’uomo ha trovato l’esigenza di esprimere i propri sentimenti attraverso la musica, di farsi partecipe attraverso quest’ultima della massima espressione delle emozioni umane. Dalle diverse tonalità di voce, al battito delle mani fino ad arrivare all’invenzione degli strumenti musicali, che con corde o con il fiato hanno tradotto in musica le note del pentagramma. L’uomo, in particolare modo il musicista (colui che fa musica) ha sempre avuto la necessità di suonare insieme ad altri componimenti di quelli che oggi chiamiamo orchestra, ovvero un insieme di molti strumenti. Quest’ultima nasce tra il XVII ed il XVIII secolo in Europa, come istituzione, ma come ben sappiamo il termine era già usato nell’ antica Grecia e nell’antica Roma per indicare il luogo di esecuzione del cosiddetto coro danzante. Ritroviamo poi, questo termine nel Rinascimento come vero e proprio luogo indicante l’area direttamente frontale al pubblico che assiste alla scena musicale. Cos’è la musica da camera La nascita di questa particolare tipologia di “fare musica” è da collocarsi già nell’antico Egitto come accompagnamento agli uffici sacri, rituali nei quali erano comprese danze e intonazioni di canti. Nell’antica Roma durante le pantomime si realizzavano scene mimico-orchestrali durante le quali, ad un pubblico ristretto, venivano raccontate gesta mitologiche. Nella Provenza medioevale invece, il giullare, di corte in corte, realizzava spettacoli per pochi intimi all’interno della corte di un signore. Ma ancora siamo lontani rispetto a quello che poi nei secoli successivi prederà il vero e proprio nome di musica da camera. Nel Cinquecento nasce l’idioma strumentale. La musica strumentale iniziò ad essere scritta e tutto ciò che prima era nato e destinato a voce, da adesso verrà scritto sul pentagramma. Sarà il Settecento il secolo in cui si affermerà la distinzione definitiva tra musica orchestrale e musica da camera, grazie a compositori come Haydn, Boccherini, Brahm e Mozart. Dalla sonata alla musica da camera Quella che anticamente era definita sonata prenderà il nome di musica da camera. Il numero di coloro che erano destinati a suonare era molto limitato. Gli strumenti utilizzati erano strumenti ad arco e fiato, più tardi grande anche al celebre Muzio Clementi verrà aggiunto il pianoforte, assoluto protagonista della scena dell’età romantica. Senza ombra di dubbio è il quartetto (soprattutto d’archi), per la musica da camera, la composizione musicale per eccellenza. Questo misto di sonate sintetizza in modo perfetto quelle che erano le quattro voci principali del coro (soprano, tenore, contralto e basso). Nel corso del tempo questa particolarità di musica è andata via via scomparendo: Beethoven iniziò a comporre musiche (che rientrano sempre nel filone delle musiche da camera) che comprendevano voce e pianoforte. Soltanto nel tardo Novecento con un’opera intitolata “Bartòk la musica da camera”, Stephen Walsh racconta il progresso che questa tipologia di musica aveva compiuto nel corso dei secoli. Dalla semplice voce che accompagnava le storie delle antiche mitologie greche e romane, si passò ad […]

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Philip Roth e Fëdor Dostoevskij: gli spazi discorsivi del “volontario” isolamento di David Kepesh e l’uomo-topo

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno degli scrittori statunitensi più noti e premiati della sua generazione, diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo del ’69 che si presenta come un lungo monologo del narratore, Alexander Portnoy, al suo psicanalista. L’opera è il ritaglio di una “scandalosa confessione” della libertà sessuale e individuale del protagonista. Il percorso letterario di Philip Roth, dai racconti d’esordio Addio, Columbus e i cinque racconti, i seguenti romanzi Lasciarsi andare, Quando lei era buona, e ancora la satira politica con La nostra gang, del 1971, procede con un romanzo dal clima surrealista, Il seno del 1972 nel quale compare il professore David Kepesh. Questi ritorna ne Il professore di desiderio del ’77 e in L’animale morente del 2001. È interessante notare che proprio quest’ultimo libro ha dei punti di contatto con Memorie dal Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, specialmente se facciamo riferimento alla dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Philip Roth e Dostoevskij I romanzi di Dostoevskij sono stati definiti “romanzi polifonici”, accezione bachtiniana, per intendere la voce singolare di un personaggio che è coscienza e autocoscienza, capace di staccarsi dal brusio di fondo. In sostanza essa sa essere una coscienza indipendente dal narratore-autore, “in confronto-contrasto con altre coscienze autonome” [1]. Anche il romanzo di Roth propone un tipo di “dialogicità individuale” meno intermittente, ma allo stesso modo “stratificata”, volta a definire e a reprimere un aspetto caratteriale o pulsionale contenuto inconsciamente. In questo modo il discorso diventa un groviglio di possibilità e di analisi nell’alternanza tra servilismo e dominio sia nei confronti della società per l’uomo-topo, sia per la bellezza femminile e l’immagine feticcio del seno e di Consuela Castillo per Kepesh. David e l’uomo-topo scelgono volontariamente l’isolamento, così padroni del proprio benessere egoistico e “padroni” del proprio vissuto. David è un professore universitario, padrone e vittima della bellezza e della sua inclinazione, liberamente lontano dagli uomini, dalle convenzioni borghesi, pur essendo inserito negli schemi della società. L’uomo-topo invece è la stratificazione di una coscienza che sfila le sue contraddizioni per reprimere la vergogna di non essere come gli altri. Nel romanzo di Roth, il professore risponde alle necessità che la società impone, nonostante cerchi di allontanare la figura di marito e di padre, o di professore perfetto, o di uomo integrato negli ingranaggi del sistema: “Guardammo l’Anno Nuovo che arrivava sulla terra, assistemmo all’inutile isterismo di massa che accompagnò la celebrazione del millenario giorno di San Silvestro. […] L’attesa della catena di orrende Hiroshima che collegassero in una distruzione sincronizzata le antiche civiltà della terra. Ora o mai più. E non accadde. […] La Tv che fa quanto le riesce meglio: il trionfo della banalizzazione sulla tragedia. […] Né bombe che scoppiano, né spargimento di sangue: il prossimo bang che sentirete sarà il boom del benessere e l’esplosione delle borse. La minima chiarezza sull’infelicità resa ordinaria dalla nostra era sedata dallo stimolo grandioso della massima illusione”[2]. Tuttavia, Kepesh e l’uomo-topo non riescono ad abbattere il dominio che la società e […]

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Fun & Tech

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Creature mitologiche: tra folclore e leggenda

Cerbero, l’araba fenice, Medusa, la Lamia, la nure-onna, la futakuchi-onna: scopriamo insieme le più famose creature mitologiche Le creature mitologiche vengono rappresentate come esseri formati dall’unione di animali diversi, o  di un animale e un essere umano. Certamente gli ibridi mitologici sono una rappresentazione misterica della cultura di partenza. Un esempio è la fenice, o l’araba fenice, che differisce tra la cultura egiziana e greca. Il Bennu egiziano, rispetto alla φοίνιξ greca, infatti, veniva raffigurato più come un airone cenerino, o inizialmente un passero, lontano, quindi, dalle striature rosse e tropicali dell’aquila reale greca. La fenice egiziana, inoltre, non risorgeva dalle sue ceneri, bensì dalle acque. L’araba fenice Dalle favole di Erodoto e Tacito sembra che l’Epifania della fenice sia stata trascurata, così come il motto: Post fata resurgo (“dopo la morte torno ad alzarmi”). Erodoto scriveva che un uccello dall’aspetto di aquila con piumaggio d’oro e cremisi, «ogni cinquecento anni volava dall’Arabia ad Eliopoli trasportando in un uovo la salma del padre per seppellirla nel Tempio di Ra, Dio-Sole». E ancora Tacito si riferiva ad un’aquila che si costruiva un nido in Arabia, dal quale, trascorsi cinquecento anni, sarebbe nata un’altra Fenice che avrebbe ucciso il padre, bruciandolo, per costruire poi un nuovo nido altrove. Queste sono favole lontane dalla rappresentazione di un uccello che sorge dalle sue ceneri e quindi che aspira al simbolismo di rinascita, anche egiziano. Il folklore giapponese certamente non è scevro da fascinazioni mitologiche e misteriche. Anche qui la fenice, dal nome Ho-ho o Karura, è una grande aquila dorata sputa fuoco con gemme magiche sul capo e che simboleggia l’arrivo di una nuova era. Tra le creature mitologiche questa è, ovviamente, la nostra preferita. Cerbero Il folklore ha in sé figure più diverse e agghiaccianti prese dal mito e rielaborate. Cerbero, ad esempio, è un mostro mitologico, figlio di Tifeo ed Echidna rappresentato con tre teste e con dei serpenti sulla pelle, priva di pelo, che ad ogni latrato sibilano in modo agghiacciante. L’animale è il custode degli Inferi con il compito di bloccare l’accesso ai vivi e negare la fuga ai morti. Infatti nel VI libro dell’Eneide Cerbero si oppone alla discesa agli Inferi di Enea e viene calmato da Sibilla con una focaccia di miele intrisa di erbe soporifere. Altro noto riferimento è nel VI canto dell’Inferno della Commedia dantesca nel quale Cerbero, posto al III Cerchio dei golosi, scuoia i condannati con i suoi artigli. Le tre teste rappresentano allegoricamente i tre segni del vizio di gola. Medusa Anche Medusa è collocata da Dante fra i demoni a guardia della città di Dite nel IX canto dell’Inferno, evocata dalle tre Furie allo scopo di pietrificare Dante. Medusa, con Steno e Curiale, è una delle tre Gorgoni, figlia di Forco e Ceto, divinità marine. La donna e le sorelle, infatti, presso la cultura più antica, venivano rappresentate come delle figure orrende, dalla testa rotonda e incorniciata dalla chioma serpentina, la bocca larga, le zanne di bestie, le mani di bronzo e a […]

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Forum PA, anche quest’anno nel segno della sostenibilità

Ambiente, energia e salute. Questi i temi al centro della maggior parte dei progetti candidati per il premio “PA sostenibile. 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”. Forum PA, luce sul futuro Il tradizionale appuntamento annuale con Forum PA, le giornate (idal 22 al 24 maggio) dedicate proprio alla scoperta e alla riflessione sul ruolo e la trasformazione della Pubblica Amministrazione. Cambiano i modi di comunicare e interagire con il cittadino (anche, ad esempio, con l’introduzione della fatturazione elettronica tra privati e PA, a cui offre una pratica soluzione Fatture in Cloud) ma si trasformano anche gli approcci e le funzionalità. Ecco, quindi, che diventa importante incontrarsi per favorire il confronto tra tecniche e modelli, nell’interesse del cittadino. Sostenibilità, punto chiave per la crescita Tra le numerose iniziative messe in campo nella giornate del Forum, imperdibile l’appuntamento con “Premio PA sostenibile. 100 progetti per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030”. Un’iniziativa che vede in gara 258 progetti, presentati per lo più da associazioni, pmi e startup. Gli ambiti preferiti per la realizzazione dei progetti sono stati quello economico, il sociale e quello ambientale. La premiazione è in programma nella giornata del 23 maggio. Una sfida appassionante La sida lanciata dal premio ha appassionato molti. Il futuro della Pubblica Amministrazione, nella definizione di nuovi ruoli e nuovi compiti, infatti è un tema capace di suscitare grande interesse. I progetti pronti a sfidarsi, nell’ambito del contest organizzato in collaborazione con ASviS, per conquistare la palma d’oro sono stati centinaia. I temi protagonisti spaziano dalla salute all’ambiente, dall’energia all’educazione. Senza dimenticare città ed economia circolare. A sfidarsi le iniziative presentate da enti locali, a partire dalle Regioni, ma anche piccole e medie imprese e giovani startup. Molto attive anche le associazioni. Perché una sfida a colpi di innovazione La ragione di questa iniziativa è semplice, nella sua complessità. L’obiettivo degli organizzatori, infatti, è quello di raccogliere i migliori progetti/prodotti concreti capaci di coniugarsi adeguatamente con l’utopia sostenibile. Iniziative concrete per contribuire a consentire all’Italia, e in particolare ai singoli territori, di affrontare e superare le debolezze dell’attuale modello di sviluppo. Proiettando la crescita del Paese verso un modello diverso, quello disegnato sul sentiero di crescita sostenibile da percorrere fino e oltre il 2030. Le candidature, 258 quelle finali, al 16 aprile giornata di chiusura della call lanciata dal Forum PA, sono pubbliche e possono essere consultate sul sito realizzato proprio per la sfida innovativa e sostenibile. In occasione del convegno “Italia 2030: come portare l’Italia su un sentiero di sviluppo sostenibile”, in programma il 23 maggio, si terrà la premiazione 2018. Gli sfidanti A una prima analisi dei progetti pronti a contendersi il titolo è possibile creare delle macro-categorie. Sono 54 i progetti afferenti all’ambito Ambiente, energia, capitale naturale; sono, invece, ben 50 quelli che rientrano nell’ambito Salute e welfare; passano a 43 le iniziative per l’ambito Capitale umano ed educazione; 34, invece, interessano l’ambito Città, infrastrutture e capitale sociale; 27 quello Economia circolare, innovazione, occupazione; lo stesso dato (27) è relativo all’ambito Giustizia, trasparenza, partecipazione. Infine, sono 23 i progetti per l’ambito Diseguaglianze, pari opportunità, resilienza.

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Malattie intestinali, sono arrivati i Batteri-chip per la loro diagnosi

“Da qualche parte, qualcosa di incredibile è in attesa di essere scoperto”: con queste parole, Carl Sagan esprimeva l’essenza della scienza, la cui forza motrice è sempre stata la curiosità dell’uomo e la sua voglia di superare i presunti limiti e confini della realtà. In effetti, il progresso scientifico è un qualcosa in cui la parola “oltre” sembra non far altro che spostare i limiti solo un po’ più in là, senza soluzione di continuità. È di questo periodo la messa a punto, da parte di alcuni ricercatori del gruppo del Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston, di un prototipo di pillola destinata alla diagnosi di eventuali patologie gastrointestinali, con tanto di esito inviato tramite app sul telefonino. Proprio come una qualsiasi pastiglia, si ingoia con un bicchiere d’acqua e, una volta all’interno dell’organismo, senza tubi né cicatrici, in maniera del tutto indolore, ispeziona a fondo tutto l’intestino. A differenza delle già note capsule dotate di telecamera in grado di effettuare un’endoscopia dell’apparato intestinale nelle stesse modalità per nulla invasive, questo modello, raggiungendo le zone più recondite dell’intestino, consentirebbe di verificare la presenza di malattie e di controllarne l’evoluzione. IMBED (Ingestible Micro-Bio-Electronic Device), un cilindro lungo 4cm, è composto da batteri disposti su un sensore avvolto da una membrana semipermeabile, richiede 13 microwatt di energia e presenta una batteria da 2,7 volt che ne garantisce il funzionamento continuo per oltre un mese. La membrana permette alle molecole dell’ambiente circostante di introdursi e diffondersi all’interno. Tali batteri vengono geneticamente modificati per poi segnalare con una spia luminosa la presenza di una determinata molecola. È poi un transistor a misurare la quantità di luce trasmessa e a comunicare il dato ad un microprocessore. Questo, a sua volta, invia un segnale wireless a un computer o a uno smartphone. Tutto ciò praticamente in tempo reale. Batteri-chip per individuare malattie intestinali infezioni e tumori, combinando biologia ed elettronica In attesa di impiegarlo sull’uomo, l’esperimento del “batterio su chip” condotto sui maiali per rilevare l’ulcera e altri problemi legati alle malattie intestinali, è stato pubblicato su “Science” ed ha dimostrato che il sistema può funzionare: nella fattispecie, si è visto che i batteri del ceppo Escherichia Coli hanno reagito alla presenza del componente eme nel sangue, consentendo così di individuare un’emorragia nello stomaco. Infatti, la spia luminosa del chip, trasformata in corrente elettrica, è stata poi inviata mediante un trasmettitore ad un telefono cellulare. A seconda di come viene programmato il batterio-rilevatore, possono essere intercettate diverse molecole infiammatorie e quindi si potranno monitorare varie malattie intestinali come il morbo di Crohn, e perfino infezioni e tumori dello stomaco e dell’intestino. Il dispositivo può essere utilizzato una sola volta o permanere nello stomaco per più giorni o addirittura settimane. Inoltre, introducendo più ceppi di batteri modificati, sarà possibile diagnosticare più malattie. Un connubio tra la biologia e l’elettronica quindi, che vede la combinazione di cellule viventi con strumenti elettronici, a bassissimo consumo di energia, rappresentare un altro grande passo avanti nel campo della medicina.

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Iliad Italia: il nuovo operaore mobile low cost

Iliad Italia è il nuovo gestore telefonico pronto ad imporsi nel nostro Paese. Ci riuscirà?   Iliad Italia è qui! Nell’era della dittatura tecnologico-informatica, con la connessione Internet inesorabilmente in tasca e il mondo a portata di clic, gli operatori della telefonia mobile scendono in campo armati di offerte aggressive per accaparrarsi una sempre crescente utenza. E nel momento in cui la concorrenza diviene quasi spietata Iliad fa capolino lanciando in Italia offerte appetibili urlando low cost. Iliad debutta a Milano lo scorso 29 maggio come quarto operatore telefonico italiano, occupando il posto lasciato libero dopo la fusione tra Wind e Tre, promettendo un cambiamento radicale nelle offerte della telefonia mobile in Italia, mirando alla trasparenza e alla semplicità. Cos’è Iliad Italia? Iliad Italia nasce come filiale di Iliad S.A., società francese fondata dall’imprenditore Xavier Niel nel 1990 per emergere nel panorama francese delle tariffe ad alto costo, soprattutto per Internet. La madre italiana è la Iliad Holding S.p.A. nata nel 2016, che controlla al 100% Iliad Italia S.p.A. E da gennaio 2018 viene designato Benedetto Levi quale amministratore delegato di Iliad Italia, allo scopo di guidare la giovane filiale italiana di Iliad. Il gemellaggio Francia-Italia avviene tramite investimenti di cospicua somma da parte della società francese comprendenti i costi di acquisizione delle frequenze radio da Wind-Tre e dallo Stato Italiano. È anche attivo il servizio clienti Iliad, che risponde al numero 177. Iliad. Offerte e costi Iliad mira innanzitutto ad una copertura in 4G+ di qualità, sbaragliando i limiti economici e la bassa trasparenza delle offerte propinate dagli altri operatori. In Italia la prima offerta presentata segue l’impronta francese. Ma cosa offre Iliad di così speciale da sedurre l’utenza italiana? Ebbene la tariffa presentata comprende chiamate illimitate in Italia e all’estero, SMS illimitati e 30 GB di traffico Internet in 4G+, con l’aggiunta di 2 GB per chi viaggia in Europa (specifici per l’estero e non cumulabili ai 30 GB). Il tutto al solo costo di 5,99 € mensili (per il primo milione di utenti aderenti) più 9,99 € di attivazione SIM. Un neo può essere considerato il fatto che esauriti i 2 GB (validi per navigazione all’estero) si pagano 0,00732 € ogni MB, ovvero 7,32 € a GB. Il solo costo basta a far venire l’acquolina. Ma l’offerta non si esaurisce alla sola cifra allettante. Iliad include opzioni che con altri operatori prevedono costi aggiuntivi: segreteria telefonica, hotspot e altri servizi. L’impegno che Iliad si propone è quello della durata della tariffa, che sembra non avere scadenza per gli stessi abbonati. Una differenza interessante che contraddistingue Iliad dagli altri operatori, i quali, come evidente, si riservano sempre più frequentemente di cambiare unilateralmente le loro offerte già attive verso i clienti, lasciando agli stessi esiguo margine decisionale. Iliad. Acquisto e abbonamento Le SIM di Iliad possono essere acquistate online sul sito dell’azienda oppure tramite le “simbox”, distributori automatici che la società dovrà installare in diverse città italiane. Per ora presenti in numero esiguo, come la sola città di Torino […]

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The Passenger – Islanda, il primo volume del nuovo progetto Iperborea (Recensione)

A metà tra una guida di viaggi e una raccolta di report che testimoniano le bellezze e le curiosità di un paese: The Passenger, il nuovo progetto editoriale della Iperborea, in realtà è molto di più. È un percorso, originale e sui generis, alla scoperta di una cultura che non è la nostra. Ecco perché viene definito dalla casa editrice un “libro-magazine”, in cui letteratura e inchiesta si fondono, arricchiti da reportage fotografici (in collaborazione con l’Agenzia Prospekt), infografiche (progetto grafico a cura dello studio milanese TomoTomo e da Pietro Buffa), consigli utili, curiosità e speciali illustrazioni (di Edoardo Massa). The Passenger, la guida letteraria per gli “esploratori del mondo” Il primo volume di The Passenger, accompagnato dalle foto  realizzate da Elena Chernyshova, fotoreporter siberiana, è dedicato all’Islanda. Letteralmente, il nome deriva dal norreno e significa “terra ghiacciata”, come viene spesso identificato il paese, il meno popolato al mondo. Appena sotto il circolo polare artico, in cui alba e tramonto hanno uno scenario tutto particolare in cui manifestarsi (d’estate il sole tramonta a mezzanotte per risorgere solo dopo poche ore). Proprio per questo, anni fa l’Islanda venne statisticamente considerata uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo, un dato che fu valutato come un paradosso, quando prima della crisi economica era chiaramente anche un paese con un alto tasso di benessere. Terra dominata per la maggior parte della sua vita da stranieri. Terra dei vichinghi, delle divina germaniche, una forte tradizione ancora tramandata, e di Odino, delle leggende sugli elfi e i miti nordici, la terra desolata dell’aurora boreale, che per gli islandesi non desta così tanto scalpore come per un turista incuriosito ed invadente. Proprio con questa immagine irriverente si apre la rivista, con il saggio dello scrittore Hallgrìmur Helgason: “com’è è possibile che gente che viene da Hong Kong, dal Giappone, dalla Russia, dalla Francia o dagli Stati Uniti sia disposta a svegliarsi alle sette per assistere alla cosa più tetra del mondo: una squallida mattina di inverno a Reykjavík?”. The Passenger – Islanda: il turismo, l’emergenza ambientale e la politica “punk” Oggi il turismo costituisce per l’Islanda un fattore importante per l’economia nazionale; il boom degli inizi Duemila è stato fondamentale soprattutto per avere risanato parte del territorio dopo la crisi, quando in città si viveva prettamente grazie ad attività commerciali e bancarie. Nonostante sia un paese “pazzo e vulcanico”, è proprio il paesaggio bianco dalle forme spigolose che affascina lo straniero, pronto ad affrontare le temperature glaciali verso l’esplorazione, muniti di smartphone, soprattutto se c’è qualche luogo da visitare che ha fatto da set a “Games of Thrones” o dove si può facilmente assaporare la vera tradizione islandese e vivere nelle tradizionali abitazioni, visto che adesso quasi tutte sono adibite ad affittacamere su Airbnb, e la città si è andata a “spersonalizzare” per essere più vicino all’ideale del turista. Addentrandosi negli originali reportage, è chiaro come The Passenger sia piuttosto un’esplorazione all’interno di aspetti poco conosciuti al di fuori del paese protagonista: […]

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Siracusa: il romanzo di Delia Ephron, Fazi editore

Siracusa è il nuovo romanzo di Delia Ephron edito da Fazi editore: autrice statunitense, produttrice e regista. Due coppie vanno in vacanza insieme in Sicilia: Michael e Lizzie, raffinati newyorchesi, lui scrittore affermato e lei giornalista precaria; Finn e Taylor, lui ristoratore senza troppe pretese e lei donna glaciale e madre oppressiva, vengono dal Maine e viaggiano con la figlia Snow, una bambina strana e taciturna. Non si tratta di amici di vecchia data, anzi: la confidenza è scarsa. Un invito nato quasi per scherzo, durante una serata piacevole passata insieme, uno slancio di entusiasmo, e i quattro americani si ritrovano in vacanza insieme dall’altra parte dell’Atlantico. La cornice che ingloba tutta la storia dei quattro personaggi, all’interno del libro, si sposta dall’America all’Italia da un dialogo all’altro, che a tratti disorienta, la lettura lineare del romanzo. “Siracusa” di Delia Ephron e la metamorfosi dei personaggi Il continuo passaggio di battuta tra i protagonisti rende la dinamicità di “Siracusa” molto evidente. Un repentino cambio di visione all’interno delle righe del romanzo fanno accrescere nel lettore la frenesia di voltare pagina per scoprire cosa, da un momento all’altro, può determinare un cambiamento. I cinque personaggi passeggiano prima tra le strade di Roma e poi, trasferitisi a Siracusa, procedono alla volta della vera vacanza, che già dalle prime riga del romanzo, si capisce non parlerà di tranquillità e meritato relax. A mano a mano che si va avanti con una lettura che, forse, si appesantisce, ci si rende conto che i protagonisti del romanzo non sono, effettivamente, le stesse persone descritte nelle prime pagine di “Siracusa”. Dalla copertina e dal titolo potremmo immaginare una classica commedia da ombrellone fatta di spensieratezza, sole e divertimento, invece “Siracusa” racconta la storia intrecciata di personaggi che non fanno della banalità il loro spirito guida di vita: sono vissuti che portano con se le pieghe chi della monotonia, chi della frustrazione, chi della infelicità e chi di un amore ormai troppo legato alla quotidianità. A Siracusa si vedono poste su tela le pennellate di un quadro non troppo nitido all’inizio: i personaggi che non sono in grado di amare né di farsi amare non cambieranno nel corso della storia. Simpatici all’interno del libro gli scatch dei turisti americani che sono accolti dagli italiani e molto particolari i clichè dei turisti americani in vacanza in Italia. Di sicuro “Siracusa” si dimostra essere il romanzo giusto da ombrellone: cinque storie all’inizio confuse prendono via via la rotta verso il proprio definirsi. Cinque storie che chiedono di essere amate o forse no, cinque personaggi che non vogliono esserlo affatto. Delia Ephron, altri romanzi

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Quattro madri, un romanzo di Shifra Horn sul coraggio delle donne sole

Fazi Editore, dopo aver tradotto e pubblicato alcune delle sue opere, propone l’ultima edizione del primo romanzo della famosa e pluripremiata autrice israeliana Shifra Horn, Quattro madri. Ambientato a Gerusalemme, il romanzo segue le vicende di quattro generazioni di donne appartenenti alla stessa famiglia. La storia, narrata da Amal, inizia dal racconto della sua nascita, avvenuta nel 1948 nel letto di ottone della bisnonna Sarah, per poi procedere a ritroso nel tempo. È così che il lettore fa la conoscenza di Mazal, la capostipite e madre di Sarah, che allevò da sola la figlia dopo averla fatta nascere quando era poco più che una ragazzina. Ed è con lei che comincia la maledizione di queste donne così diverse l’una dall’altra ma destinate, dopo l’arrivo di una femmina nella loro casa, a essere abbandonate dai mariti. Questa stessa sorte, infatti, tocca a Sarah – la più bella tra le donne di Gerusalemme – che con i suoi lunghi capelli dorati seduce chiunque la veda ed è capace di curare gli altri oltre che occuparsi da sola dei figli. Pnina Mazal, la sua secondogenita, riesce a comunicare con i suoi interlocutori in qualsiasi lingua le parlino; mentre, la figlia Gheula, dai capelli rossi, ribelle e selvaggia come una volpe, è un avvocato che dedica la propria vita ad aiutare i diseredati. Quattro madri : la forza è donna Shifra Horn incanta grazie a una prosa che scorre in maniera ritmata e senza interruzioni sotto gli occhi dei lettori. Le sue parole e ciò che evocano dipingono nella mente immagini e lasciano percepire odori e sensazioni difficili da dimenticare. Dall’acqua di rose di Sarah – il vero fulcro su cui poggia il passato e il presente delle donne della sua famiglia – al sapore dei frutti del suo gelso, dal rituale per la purificazione nel mikveh ai colori e ai suoni di una Gerusalemme lontana; tutto, in Quattro madri, contribuisce a risvegliare i sensi così da diventare parte della storia. Una storia tutta al femminile dove è il gentil sesso a essere protagonista con le sue debolezze, i suoi desideri, i suoi bisogni e, soprattutto, la sua determinazione, la sua forza; una forza straordinaria che le donne, in particolar modo le madri, posseggono e alla quale attingono giorno dopo giorno come si farebbe da una fonte inesauribile. Quattro madri è un romanzo appassionato, tenero e dolce; uno stupefacente esempio letterario che incoraggia le donne a non dimenticare che la loro forza non ha eguali ed è da sempre il sostegno dell’umanità.

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Manzoni è un assassino? Homar Balbiano e Francesca Forno provano a rispondere

“Manzoni è un assassino?” è la domanda provocatoria che fa da titolo a questo giallo di Homar Balbiano e Francesca Forno, edito da Aracne editrice. Pubblicato nel maggio del 2018 per la collana “Orizzonti gialli”, sorprende il lettore per la scelta ardita di utilizzare fonti reali come base d’appoggio per un intreccio fittizio e ricco di colpi di scena. Il materiale d’avvio per la narrazione riprende le Memorie di viaggio nel deserto dello Yemen di Renzo Manzoni, nipote del famoso scrittore ottocentesco, in qualità di “novello Colombo d’Asia”. La geografia spaziale, dunque, si sposta da Occidente a Oriente, e nel testo non mancano accenti sulle differenze culturali e religiose dei due fronti. Sulle Memorie di Renzo Manzoni s’innesta una trama a tinte fosche, piena di tensione, sospetti e implicite accuse, che ricorda l’atmosfera dei romanzi di Agatha Christie. Il romanzo di Homar Balbiano e Francesca Forno è suddiviso in tre sezioni: il viaggio che un gruppo di uomini e donne esperiscono nel deserto, la confessione dell’assassino e le conclusioni generali sulla psiche umana. Il deserto dello Yemen si tinge di sangue nel giallo letterario di Homar Balbiano e Francesca Forno Nel porto di Aden s’incontrano il mercante Gustavo Sarfatti, l’avvocato Riccardo Howorth, il naturalista Aidonidés con la gentile consorte, l’anziana Cristina, il cuoco di compagnia e il campanaro della Basilica di S. Ambrogio a Milano, Luigi De Matteis. Sconosciuti tra loro, accomunati soltanto dall’esperienza del viaggio da intraprendere – ciascuno con le proprie motivazioni – sono accolti in una terra arida e rocciosa, desolata e affascinante. L’elemento paesaggistico non è affatto trascurabile: le linee aspre e dure di Aden e la solitudine infinita del deserto giocano un ruolo minaccioso nella psicologia dei personaggi. Quando, durante la traversata, il primo di questi uomini è trovato morto, la narrazione prende una piega oscura e tortuosa, che getta un’ombra di dubbio su tutti i partecipanti. La trama del romanzo di Homar Balbiano e Francesca Forno è arricchita dall’elemento a sorpresa del biglietto, ritrovato vicino al corpi senza vita, in cui sono riportati alcuni versi dei Promessi Sposi che rimandano al ruolo della vittima. Calzante è l’analogia con l’idea cinematografica di Seven, il thriller diretto da David Fincher, in cui ogni ogni omicidio è collegato, per analogia tematica, ai sette vizi capitali. Il deserto, man mano che la narrazione procede, assume connotati sinistri e pericolosi. L’arida distesa gialla, il vento rovente, l’ardore che scuote le “infinite solitudini”, le tempeste di sabbia, gli scheletri dei cammelli, il sibilo dei serpenti fungono da catalizzatori dell’attenzione generale, rendendo gli individui inquieti e smaniosi. Un accento particolare è posto sul modo di vivere degli abitanti del deserto, umili ma appagati da una vita concreta e piena, contraria al modo di vivere occidentale, fatta di pregi inconsistenti. La nota negativa è comunque presente nell’accusa verso la fervida religiosità dei cammellieri, ritenuta troppo bizzarra e superstiziosa nelle sue manifestazioni. La caccia all’assassino è il motivo conduttore delle tappe del viaggio, in una crescente tensione fino alla resa finale, che sorprende piacevolmente il lettore. […]

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Napoli & Dintorni

Napoli & Dintorni

«La cultura è l’unica possibilità»: l’Ermitage incontra il MANN

MANN (Museo Archeologico Nazionale Napoli) che incontra il Museo Ermitage. 28 marzo 2019. La “Danzatrice”. Il “Genio della Morte”. “Ebe stante”. “Amorino alato”. “Amore e Psiche stanti”. “Le Tre Grazie”. Una data attesa come un conto alla rovescia, una location di nicchia, a dir poco perfetta, nomi di opere immortali dell’artista che – dalla prossima primavera e fino al 30 giugno – sarà soggetto e oggetto della mostra dell’anno da tutto esaurito, dal titolo sintomatico, nitido come il marmo che scolpiva, pulito come le mani di cera che ad esso dava: «Canova e l’antico». Una collaborazione più che promettente, quella tra Museo Archeologico partenopeo e il Museo Ermitage di San Pietroburgo, suggellata dal vivace e fecondo incontro tra i due rispettivi direttori: Paolo Giulierini, etruscologo di fama e formazione classica, da tre anni alla guida di un MANN in una crescita priva d’affanno, e Michail Piotrovsky, figlio d’arte, saldo nella sua posizione dirigenziale dal 1992 e da allora capo indiscusso di un colosso da quasi 5 milioni di visitatori l’anno. Museo Ermitage e Mann, San Pietroburgo e Napoli «San Pietroburgo rappresenta la porta della Russia sull’Europa. Napoli è il porto dell’Europa sul Mediterraneo»: suona così un passaggio tratto dalla conversazione tenutasi venerdì 13 luglio alle 17, alla quale partecipa un nutrito gruppo di amanti dell’arte, addetti ai lavori, curiosi astanti. «ERMITAGE/MANN – MANN/ERMITAGE. Il patrimonio della storia e i grandi musei: esperienze e idee a confronto». Piotrovsky e Giulierini sono alla sinistra di chi guarda, entrando in contemplazione de “Il supplizio di Dirce”, meglio conosciuto come “Toro Farnese”,  la più grande scultura dell’antichità mai ritrovata e che per le sue dimensioni dà il nome alla sala prescelta come cornice per l’incontro del giorno. Sulla destra tre giornalisti invitati ad intervistare i due protagonisti: Davide Cerbone de “Il Mattino“, Antonio Ferrara de “La Repubblica – Napoli” e Vincenzo Esposito del “Corriere del Mezzogiorno“. «Sono felice di essere qui, in questa meravigliosa sala: mai avrei immaginato di sedermi un giorno davanti al “Toro”, capolavoro assoluto della Collezione Farnese […]. Siamo un museo enciclopedico: rappresentiamo un monumento per la memoria e la cultura russa e custodiamo capolavori da tutto il mondo»: è dal tesoro senza eguali dell’Ermitage che infatti arriveranno, in prestito, le sei opere succitate del Canova, nonché la grande statua romana dell’”Ermafrodito dormiente” del III-I sec. a.C. ed il gruppo bronzeo di “Ercole e Lica“. La mostra «Canova e l’antico» porrà l’accento sul dialogo stesso che essa nomina, ponendo il genio del Neoclassicismo accanto alle epiche opere classiche che egli soleva “imitare, ma non copiare“. Lo scalone monumentale del MANN presenta già la grandi statue canoviane di “Ferdinando di Borbone” e “Minerva“, a riprova del fatto che un tempio dell’antico quale il Museo Archeologico si qualifichi da sé come sede ideale più che mai pronta ad ospitare ulteriori capolavori del grande scultore. La parola chiave del MANN è “sperimentazione” Dopo un filmato sull’Ermitage, in lingua inglese, è la volta di un video targato “MANN“, ideato da Ludovico Solima. Il titolo lo si scopre soltanto alla fine, e […]

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Comune di Sorrento e Area Live insieme per “Sorrento Incontra”

«Quella della musica è una delle tre vie per le quali l’anima ritorna al cielo», scriveva Torquato Tasso nella nota al celebre Sonetto CXXXVIII. Sorrento, città natale dell’illustre letterato campano, si prepara alla torrida estate 2018 proprio percorrendo la via indicata dal grande poeta. Il 10 luglio si svolge al PAN, il Palazzo delle Arti di Napoli, la conferenza stampa che illustra il sentiero tracciato in programma dal 16 luglio al 30 agosto nell’incantevole città avamposto della penisola sorrentina. “Sorrento incontra – La Luce dei Luoghi” è il titolo prescelto per la kermesse promossa dal Comune di Sorrento in collaborazione con la Fondazione Sorrento e la Federalberghi Penisola Sorrentina, organizzata da Arealive e PdArtMedia, una rassegna volta ad eternare gli elementi prescelti per questa edizione del festival: la musica – presente e onniabbracciante nelle forme dell’arte e della danza – e il territorio. Il Chiostro e la Chiesa di San Francesco, la Villa Comunale, Villa Fiorentino, il centro storico cittadino, il Teatro Comunale “Tasso” ed i luoghi più suggestivi del posto si trasformeranno in veri e propri palcoscenici a cielo aperto. Sono previsti venti eventi di livello internazionale in un contenitore multidisciplinare con l’intento di collegare la memoria del passato con le più efficaci forme artistiche del presente, alla luce di sempre più numerose presenze turistiche. Obiettivo del festival, tra gli altri, è quello di partire dalla tradizione culturale partenopea al fine di sviluppare un percorso artistico che la metta idealmente in comunicazione con tutte le terre bagnate dai mari: un’altra via maestra, dunque, quella enfatizzata e costantemente presente, sotterranea, costituita dal mare, simbolo e caposaldo del paesaggio inconfondibile targato Sorrento. Sorrento Incontra – La Luce dei Luoghi: tra arte, musica e spettacolo «Bisogna valorizzare la città nel migliore dei modi. Dobbiamo partire da Sorrento per portare la città nel mondo»: sono solo alcuni dei pensieri-cardine espressi all’attesa conferenza stampa alla quale erano purtroppo assenti, tra i nomi di spicco, Enzo Gragnaniello ed il sindaco, in rappresentanza del comune di Sorrento, Vincenzo Cuomo. Ad esser presente e ad attirare l’interesse degli astanti è, invece, Francesco Di Bella, diventato, nel giro di due decenni, «uno dei più grandi song-writer italiani». Il 25 luglio sarà infatti il giovane cantautore partenopeo il protagonista dello spettacolo “In acustico“, alla Terrazza Panoramica del Teatro Comunale “Tasso”, finalmente riaperta dopo anni di polemiche e problemi. Francesco Di Bella festeggia così, con un concerto degno di nota, i suoi vent’anni di promettente carriera, e lo fa raccontandosi in prima persona: «Mi fa piacere inaugurare un nuovo posto. Le mie canzoni sono nate nei centri sociali, poi hanno viaggiato in lungo e in largo e sono approdate in location d’eccezione: mi sono per esempio ritrovato al Teatro San Carlo con tutto un corpo di ballo che danzava sulle note della mia musica. Così sono le canzoni: partono, tornano. Toccano la polvere, come le poesie». Ecco, dunque, trovata, delle tre, la prima via: la musica, l’arte, e la poesia. È questo il trait-d’union con l’appuntamento forse highlight della calda stagione sorrentina: […]

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Premio Nettuno 2018 per Torre Annunziata: il riscatto del territorio

Nella splendida cornice del caffè Gambrinus, ritrovo storico della città di Napoli, martedì 10 Luglio si è tenuta la conferenza stampa per il Premio Nettuno 2018 alla città di Torre Annunziata. Il progetto – quest’anno alla sua terza edizione – nasce dal proposito di tutelare e valorizzare le eccellenze della città costiera attraverso importanti sponsor e riconoscimenti, con l’obiettivo a largo raggio di includere in un’ottica di crescita ed espansione l’intera area a Sud del capoluogo partenopeo. Premiare la realtà di Torre Annunziata significa constatare non solo una forte ripresa rispetto al passato, ma anche una volontà generale di riscatto dalla malavita organizzata. Nata dall’idea di Francesco Paolo Sequino, l’iniziativa agli esordi si è rivolta alle scuole e ai giovani, col fine di invitarli a scoprire e a conoscere le potenzialità del territorio e a proteggere il mare e le coste torresi. Nel giro di pochi anni il tema del mare e il coinvolgimento di importanti istituti alberghieri e di moda hanno dato un grande input al percorso di valorizzazione. Un esempio prestigioso e significativo è il Pastificio Marulo, una vera eccellenza campana che porta alto il nome della sua città e che quest’anno è lo sponsor ufficiale dell’iniziativa, in virtù di una lunga tradizione pastaia che ha caratterizzato il territorio fino agli anni del dopoguerra. Grandi nomi per la serata di gala del Premio Nettuno 2018 alla città di Torre Annunziata  La conferenza del Premio Nettuno 2018 ha visto la presenza di alcuni nomi – il duo comico Gigi e Ross, la cantante e attrice Titta Masi e lo stilista Bruno Caruso – che presenzieranno anche alla serata di premiazione del 25 Luglio a Villa Tiberiade, insieme a Edoardo Leo, Lina Sastri, Francesco Cicchella, Peppe Iodice, lo chef Simone Rugiati, Raffaele Auriemma e tante altre importanti personalità campane. Vincenzo Ascione, sindaco di Torre Annunziata, ha ricordato alla stampa che la città, polo di talenti e di giovani promesse, ha intrapreso un grande percorso di crescita e di lotta contro la camorra. La definisce “non più una terra di cronaca nera ma bensì di cronaca rosa, spettacolo e cultura, in cui è possibile oggi investire“. A condividere il progetto è il direttore artistico Onofrio Brancaccio, che ambiziosamente vuole rivolgersi sia alle nuove generazioni, che alle eccellenze che si sono distinte all’estero, invitandole a ritrovare le proprie radici per ripartire insieme e perciò elogia la serata del 25 Luglio come “un vero e proprio show di premiazioni ma anche di comicità, di sapere e di cultura, attraverso la teatralità e lo spirito di sacrificio che sempre ci caratterizzano“. Gigi e Ross, presentatori della serata di gala con Titta Masi, si sono dichiarati orgogliosi di essere coinvolti in un evento nato per valorizzare il territorio e di aver adottato la scelta professionale di rimanere a Napoli perché convinti dell’eccellenza dei nostri luoghi. Lo sponsor Luigi Marulo ha parlato di “grande orgoglio a nome di tutte le imprese che rappresento: la CMO, il Pastificio Marulo e il Nettuno Lounge Beach, che insieme a diverse sinergie custodiscono i valori della nostra […]

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Cronaca locale

Cross Occupato: dalla speculazione immobiliare al diritto alla casa

Napoli. Salita Arenella, 60. Il Palazzo è il Cross Occupato, in cui vivono famiglie e precari in emergenza abitativa. Quella del Cross è la storia di una lunga speculazione immobiliare, e ne abbiamo parlato con una delle occupanti. Partiamo dall’inizio: da dove viene questo Palazzo? Il Palazzo viene da una clamorosa speculazione immobiliare che il Comune di Napoli favorì tra il 2005 e il 2007. Il TAR la bloccò annullando i permessi di costruzione. Nell’affare erano coinvolti personaggi come Antonio Della Monica, patron di Cavamarket e ras di Forza Italia nel Salernitano, imputato (e anche arrestato) in diversi processi per aver stornato 300 milioni, lasciando per strada tanti lavoratori, ma anche per truffa, abusi edilizi, voto di scambio etc. Entriamo nel dettaglio. Cavamarket fallì e Della Monica si lanciò nelle speculazioni immobiliari con una serie di “scatolette” srl, a cui arrivarono prestiti a pioggia, concessi dalle banche senza garanzie. Nel caso di via Arenella a costruire fu la “Valsuo srl”, una società con soli diecimila euro di capitale, che ottenne un prestito di oltre sei milioni. L’area acquisita avrebbe dovuto vedere la ricostruzione “filologica” di un rudere del ‘700 abbattuto quarantadue anni prima, ma – con diverse variazioni dei permessi da parte dell’amministrazione comunale – si costruì l’attuale palazzina di tre piani, con un altro locale fronte strada e 48 box auto interrati. I vicini fecero ricorso al TAR, la Valsuo srl dichiarò il fallimento e la palla restò in mano alle banche e alla relativa curatela fallimentare. Con quali capi d’accusa fu presentato il ricorso? Essenzialmente quattro: l‘opera viola il piano regolatore, che prevede per quell’area solo costruzioni di attrezzature pubbliche o assoggettate a uso pubblico; l’abuso del principio di ricostruzione “filologica”; la violazione consistente delle distanze minime tra i palazzi; un’errata lettura della norma di riferimento per la ricostruzione di ruderi da parte dei dirigenti comunali che hanno concesso i permessi (norma che – se ben letta – non avrebbe permesso a monte la costruzione). La sentenza del TAR ha riconosciuto la violazione delle distanze minime e ha annullato tutti i titoli abitativi edilizi rilasciati, ma ha rinunciato ad approfondire sulla concessione “filologica” per ragioni di economia processuale. Da quanto tempo il palazzo è in stato di occupazione? Il Cross Occupato nasce circa cinque anni fa e attualmente è abitato da una cinquantina di persone. Con il gruppo di occupanti e la rete del movimento per il diritto all’abitare “Magnammece ‘o pesone”, abbiamo cercato da subito un dialogo con l’attuale amministrazione comunale per far emergere la speculazione multimilionaria che era stata compiuta e regolarizzare la situazione degli occupanti. L’avvocatura, infatti, si impegnò a non difendere ulteriormente le ragioni di quel ricorso in aula, ma a chiedere comunque la fissazione dell’udienza per arrivare a una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, sentenza che è arrivata dopo ben cinque anni. Due anni fa, agli abitanti del Cross sono arrivate prima offerte e poi minacce da persone che sostenevano ci fosse un “accordo” per risolvere ogni problema sul palazzo. Organizzammo diverse iniziative pubbliche contro queste intimidazioni, a cui partecipò anche il Sindaco. Da allora la situazione […]

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Sponz Fest 2018, in scena il Festival diretto da Vinicio Capossela

Sponz Fest 2018: musica, arte e non solo! “Salvagg’, salvataggi dalla mansuetudine” è il tema della sesta edizione dello Sponz Fest 2018, in scena in Alta Irpinia dal 21 al 26 agosto, sotto la direzione artistica di Vinicio Capossela. “Sponz Fest 2018, sviluppa il doppio tema del salvaggio, del salvamento, della salvazione, e quello del selvatico in opposizione al mansueto. L’Irpinia prende il suo nome dall’Hirpos, il lupo nella lingua osco sannita. Terra di selve, di animali e uomini selvatici. Ammansiti dal “contributo”, ma di indole selvatica, come le faine, le volpi e i lupi dell’immaginario totemico locale. Un Fest per s-fasciarsi dall’idiocrazia. Per praticare la fierezza, a partire dalla fiera non domesticata che è in noi. Per salvarsi inselvatichendo.” – si legge in una nota dello stesso cantautore. Sponz Fest 2018,  programma e gli ospiti di quest’anno Si partirà il 19 agosto, con un’anteprima durante la “Festa del Libro” di Sant’Andrea di Conza, insieme alla scrittrice Michela Murgia. Dal 21, poi, lo Sponz farà tappa in altri 5 comuni dell’Alta Irpinia. A Calitri andrà in scena il momento clou: la “Notte Selvaggia” del 25 agosto, durante la quale il paese sarà percorso da uomini-bestia e uomini-alberi, dal tramonto all’alba, sulle note del Concerto “La Cupa ‘nta la Cupa” dello stesso Capossela, accompagnato dall’attore Mimmo Borrelli. Ma diversi saranno i protagonisti dello Sponz 2018. Per l’intera settimana, il popolo Mapuche, originario del Sud del Cile e dell’Argentina, darà vita a cerimonie ancestrali, riti propiziatori, musiche e danze collettive, preparazione di cibi, terapie collettive, medicina naturale. I Rumita, maschere ancestrali del Carnevale di Satriano di Lucania, richiameranno lo spirito dei boschi della Basilicata, mentre i Merdules, maschere sarde di Ottana, sveleranno le tracce degli antichi culti del Mediterraneo arcaico, tra cui il culto della fertilità. Infine, i diavoli dei Krampus di Canazei (Tn) che si aggireranno nel buio delle strade del paese assumendo, attraverso lo “spavento”, il ruolo rituale punitivo/educativo per rendere coscienti i più piccoli della scelta fra il bene e il male. Tra gli artisti, invece, A Hawk and A Hacksaw, duo americano affascinato dall’est Europa e dalla natura selvatica; Teho Teardo con Music for Wilder Man insieme al fotografo francese Charles Fréger; il polistrumentista spagnolo Vurro; il maestro Angelo Branduardi in un concerto speciale accompagnato da un ensemble di musica antica; i Tarantolati di Tricarico; Alfio Antico, il tamburo più selvaggio della Trinacria, accompagnato al marranzano e all’armonica da Giuseppe Milici; il Chinchinero, artista da strada Cileno che suona un tamburo da spalla al contrario; il pianista e compositore Stefano Nanni che dirigerà l’orchestra degli allievi del conservatorio di Avellino nel Requiem per animali immaginari. SponzArti: la collaborazione con i centri SPRAR locali Sponzarti, in dialetto irpino “metterti a bagno”, è la sezione di arti visive dello Sponz Fest e quest’anno sarà ovviamente centrata sulle potenzialità del selvaggio e del selvatico, intesi come strumenti liberatori e salvifici, e sulla declinazione del selvaggio nel rapporto con l’alterità. “Selvaggio, io o tu?” è il titolo-domanda di SponzArti che si propone di creare incontri tra chi arriva e chi è partito. In collaborazione con il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) e la cooperativa Irpinia 2000 onlus, verranno selezionati tre progetti artistici per essere […]

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“Simply”, l’album d’esordio del giovanissimo Horus Black

Il nome fa pensare ad una rock-metal band, ma in realtà Horus Black è un giovanissimo, nonché italianissimo cantautore. Riccardo Sechi, questo il suo vero nome, è nato infatti a Genova nel 1999. Lo scorso 11 maggio è uscito il suo primo album dal titolo “Simply”, su etichetta Sonic Factory. Horus Black: gli anni ’50-’70 incontrano il pop contemporaneo         Se dovessimo utilizzare una sola parola per descrivere l’album di debutto di Horus Black, quella sarebbe “contaminazione”, sì, perché in “Simply” convivono atmosfere vintage che rimandano al rock’n’roll anni ’50 e a quello psichedelico anni’ 70 e alle atmosfere del pop contemporaneo. Sono evidenti infatti le influenze di diversi artisti che hanno fatto la storia della musica dalla seconda metà degli anni ’50 fino alla prima metà dei ’70: Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Tom Jones, i Rolling Stones, I Turtles, i Memphis Hornes, i Doors, i Led Zeppelin, i Queen. All’interno dell’album coabitano dunque diversi stili: rock’n’roll/rockabilly, funk, rock psichedelico, pop, ballate. Non mancano però anche influenze classiche. Questo è dovuto, ha spiegato Horus Black, al fatto “di essere figlio di due violinisti classici e nipote di un trombettista classico”. Classica è anche l’impostazione nel canto. Il modo di cantare di Riccardo Sechi ci riporta infatti indietro nel tempo e ricorda, in modo particolare, quello di Elvis. «Non sono un amante di sintetizzatori o suoni finti in quantità imbarazzanti – ha dichiarato il giovane cantante –  anche se nel caso siano usati in maniera giusta possono sicuramente aggiungere molto”. Simply è in definitiva un disco dal sapore antico ma che strizza l’occhio anche al “digitale” e, dunque, a sonorità più moderne. Il “vecchio” si mescola perfettamente al nuovo e il risultato è un’esplosione di classe e gusto. Simply: 10 entusiasmanti tracce                      Sono 10 in totale i brani che compongono la prima fatica discografica del giovane Riccardo Sechi. In apertura la traccia che dà il titolo all’album, “Simply”, un pezzo che racconta la fine di un’avventura d’amore. Il protagonista, rimasto solo, ancora innamorato, promette che resterà per sempre ad aspettare la lei che gli ha spezzato il cuore. A seguire “We are alone tonight”, un pezzo di stampo rock, dai suoni decisi e dall’energia dirompente. La terza traccia, “Lonely melody”, è una ballata dalla melodia struggente e malinconica, una “melodia solitaria” per parafrasare il titolo. Il brano racconta dell’impossibilità di raggiungere l’amore di una ragazza, perché quest’ultima è innamorata di un altro che però le procura solo dispiaceri. Il protagonista resta così nella sua solitudine e tutto ciò che può fare è cantare, gridando la sua disperazione. Si ritorna a ballare con “I know that you want”, un pezzo funky e dinamico grazie all’azione combinata di sezione ritmica, fiati, archi e coro. Si balla ancora con “Sophie”, un brano, tra i più travolgenti dell’album, che ci riporta alla fine degli anni ’50; lo stile è infatti quello tipico delle canzoni rock’n’roll/rockabilly dell’epoca. “Sophie – spiega il cantante genovese – è stata scritta in un periodo in cui un mio amico faceva […]

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Musica

Goodmorning Worldwide, Alien Army dal rap al reggae

“Goodmorning Worldwide“, LP della Alien Army, è uscito il 4 maggio sulle piattaforme digitali come Spotify, a breve sarà disponibile anche in copia fisica. La Alien Army è uno storico collettivo di DJ, nato nel 1996, ed attualmente composto da DjSkizo, Dj Tayone, Dj Zak SimoG, Chryverde, Dj 5l, DjFakser, Dj Mandrayq, Gruff e JohnType. Per questo disco ha collaborato con gli artisti Chapo, Darn, Davide Shorty, Forelock, Inoki Ness, Moder, Nasia Alzhanova, Zantena. L’album ha una forte impronta rap ed hip hop, dovuta ai trascorsi della maggior parte dei partecipanti. Chapo, Darn, Inoki Ness e Zantena fanno parte della crew Rap Pirata; Davide Shorty unisce rap e soul nei suoi lavori; Moder è un MC (Master of Ceremonies) e fondatore del gruppo rap Alleanze Scisse. Gli altri artisti invece hanno influenze diverse sull’album: Forelock si dedica al reggae mentre Nasia Alzhanova è una cantante R&B/Jazz. Grazie all’unione di stili diversi l’album è un viaggio tra sonorità diverse, sottolineato da una voce fuori campo che lo descrive come un viaggio in aereo, con tanto di turbolenze ed indicazioni del capitano. Alien Army e “Goodmorning Worldwide“, dieci tracce per un viaggio nella musica Dieci le tracce dell’album (Intro; Goodmorning Worldwide ft. Inoki Ness; Still Dream It ft. Davide Shorty; Always Different; Nella Notte ft. Davide Shorty, Inoki Ness, Chapo, Darn, Zantena; Moving On ft. Nasia Alzhanova; Come fi Murder ft. Forelock, Moder; Promossi ft. Chapo, Darn; Tempo ft. Davide Shorty, Inoki Ness; Alien Beats ft. Inoki Ness) per mezz’ora di durata. Goodmorning Worldwide: alcune tracce Apre l’album la traccia omonima, Goodmorning Worldwide, che fa parte del filone hip hop dell’album: base dell’Alien Army e rime multilingue di Inoki Ness. Ritmo martellante, trombe, scratching e suoni distorti per un brano che in fondo richiama la “vecchia scuola” del rap. Always Different invece è l’unico brano solamente della Alien Army, quasi un esercizio di stile alla consolle da DJ. Un esercizio però molto ben riuscito tra scratching onnipresente, distorsioni, effetti sonori ed un ritmo fluido che sottolineano la natura “diversa” del brano stesso e in generale di tutto l’album. Nella Notte fa parte dei brani rap, opera infatti dei membri della crew Rap Pirata, con parti più melodiche grazie a Davide Shorty. Predominano però le rime ad una discreta velocità su una base molto ritmica, con continui dialoghi tra la parte melodica e quella rap. Lo segue Moving On, dominato dalla voce calda ed avvolgente di Nasia Alzhanova, che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera blues, velata da una leggera malinconia. Predomina la parte vocale nel brano, con una base discreta, che accompagna il canto senza mai oscurarlo od essere invadente. “Goodmorning Worldwide” alterna sonorità diverse, nate da un esperimento che prevedeva due settimane di collaborazione tra gli artisti ed ha invece portato ad un LP. Il risultato è molto particolare per la mescolanza dei diversi suoni (ad esempio rap e reggae in Come fi Murder) e non annoia mai l’ascoltatore.

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Interviste

Stefano Di Nucci racconta la sua Opera Postuma: “Elogio di una rinascita”

Dal 25 maggio è disponibile in tutti gli store e piattaforme streaming Opera Postuma (Giungla Dischi/Believe Digital), l’album che segna il debutto discografico del cantautore molisano Stefano Di Nucci. Il disco, contenente 10 tracce, è stato anticipato dal singolo “La Donna Eburnea”, in rotazione radiofonica dal 22 maggio. Le dicotomie di Stefano Di Nucci        Il cantautore molisano ama definire Opera Postuma un disco dicotomico, in quanto nell’album tutto è il contrario di tutto: l’inizio e la fine, il riso e il pianto, il bianco e il nero, la vita e la morte. Si tratta infatti di un album ricco di sfaccettature, di entità contrastanti che riescono a convivere tra loro, anche se con qualche difficoltà. Opera Postuma è un disco malinconico ma solare, aspro ma delicato. Musicoterapista di professione, cantautore per passione dal settembre 2013 – quando esordisce al concorso “Paint Your Voice” organizzato dalla Provincia di Campobasso – Di Nucci mostra ottime doti di musicista e autore e ci consegna un’opera interessante e originale, caratterizzata da sonorità e testi particolarmente ricercati che lasciano intuire il grande lavoro che c’è dietro questo disco di debutto, per il quale si è avvalso della collaborazione di Alberto Romano, Daniele Marinelli, Giorgio Lombardi e Marco Libertucci. Le musiche, che costituiscono la parte migliore dell’album, sono ben studiate e arrangiate. I testi, esilaranti e inconsueti, non sono mai banali. Di Nucci canta di amori finiti, di sentimenti, di musica, esprimendo ciò che ha da dire apertamente o tra le righe, con ironia, ma anche con un pizzico di cattiveria, con dolcezza ma al contempo con amarezza. Stefano Di Nucci parla della sua Opera Postuma: “il brutto che diventa bello”    Dopo aver preso parte all’iniziativa nazionale “Luigi Tenco, in qualche parte del mondo” nel 2016, l’anno successivo Stefano Di Nucci si aggiudica il primo posto della sezione “Nuove Proposte” al Premio nazionale Lunezia. A seguito della vittoria del Lunezia, il cantautore molisano avrà l’onore di aprire alcune tappe del tour estivo di Fabrizio Moro. Di questo e altro abbiamo parlato nell’intervista che segue. Come mai la scelta di dare al tuo primo disco il titolo di “Opera postuma”? Cosa puoi raccontarci di questo album? “Ci sono due motivazioni per questa scelta: la prima è che io lo trovo un titolo molto bello perché è molto brutto! È da quando sono piccolo che mi sento attratto dal concetto di “brutto”, sempre prendendo con le pinze il termine. Ad esempio adoro Bukowski, Carmelo Bene o la comicità di Massimo Ceccherini, perché credo siano capaci di mostrarti la miseria della persona facendolo bene. In questo modo il brutto diventa bello e lo trovo miracoloso. La seconda motivazione è che il titolo, seppure rimandi a un concetto di morte, è un elogio a una rinascita: se qualcuno è morto, quel qualcuno è il bimbo che è in me, quello che si porta con sé tanti errori fatti in passato che spero di non commettere più! Mi vedo cresciuto, rigenerato, quindi paradossalmente “Opera Postuma” è un messaggio positivo, felice. Generalmente il disco […]

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Teatro

Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Teatro

“Who is the king” di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli – una serie shakespeariana al NTFI 2018

Who is the king è un interessante esperimento di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli, portato in anteprima al Napoli Teatro Festival – andrà poi in scena al Teatro Franco Parenti il 9 ottobre 2018 – alla Galleria Toledo. Il progetto è di creare una serie basata sulle opere teatrali di William Shakespeare, creando collegamenti tra i vari testi shakespeariani. La trama è di Shakespeare, ma la rilettura è veloce ed efficace, soprattutto per il Riccardo II. In circa un’ora, infatti, la storia della tragedie viene raccontata senza perdere la sua profondità. La messa in scena deve molto alle nuove modalità narrative che le serie tv hanno portato alla ribalta, più veloci ma ugualmente approfondite nella costruzione dei personaggi e delle loro storie. Riflettendo su queste narrazioni e sul lavoro di Shakespeare gli autori di Who is the king si sono accorti, infatti, che la sequenza Riccardo II, Enrico IV (I e II), Enrico V, Enrico VI (I, II e III), Riccardo III rappresenta un primissimo esperimento di serialità. Si tratta, infatti, del racconto di circa un secolo di storia inglese passando per le vicende dei suoi re. Shakespeare ha, quindi, creato una saga ante-litteram, una serialità prima di The Tudors di Jonathan Rhys Meyers. Ma chi è The King del Napoli Teatro Festival? Nel primo episodio i testi sono Riccardo II ed Enrico IV. Il primo re, Re Riccardo (Paolo Mazzarelli), si comporta in modo insensato, fino a far dubitare tutti del suo essere un re legittimo, soprattutto per l’aspra vendetta messa in atto nei confronti del cugino Enrico (Marco Foschi), mandato in esilio. La sua caduta crea un precedente importante nella storia: un re – eletto per volontà divina – viene messo in dubbio, al punto da cedere la sua corona a qualcuno che non la merita per nascita. La sua caduta – raccontata a cavallo tra le due parti dell’episodio – coincide con la salita al potere di Enrico IV. Nella prima parte interpretato da Marco Foschi e nella seconda da Massimo Foschi. The king della seconda parte di questo episodio è, quindi, il vecchio Enrico IV che, dopo aver preso il potere con il supporto del suo popolo, si trova a dover gestire un figlio (Marco Foschi) che frequenta compagnie non adatte ad un futuro re. Sul finale il tono dello spettacolo cambia – forse in maniera un po’ troppo repentina – lasciando spazio ad un’ambientazione contemporanea e ad una recitazione ancora più svelta. Nel complesso, lo spettatore ha, alla fine del primo episodio, la curiosità di vedere come andrà a finire la saga dei re inglesi, dimostrando la validità dell’esperimento seriale a teatro. 

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Teatro

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l’Oedipus

Edipo, non t’avessi mai incontrato. Dato alla luce della vita, destinato alle tenebre terrene. Per la regia di Robert Wilson vaga, anima perduta sulle note di un sax stridente, un personaggio il cui nome è inciso nelle pagine più discusse della letteratura e della psicoanalisi. L’Oedipus, adattamento dell’Oedipus Tyrannos di Sofocle, si è tenuto sul palco del Teatro Grande di Pompei per la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi dal 5 al 7 luglio. Lo spettacolo, dall’esasperante potenza evocativa, parte da quel senso opprimente e martellante di una verità che supera i piani intessuti dall’uomo. La sua insulsa illusione di poter controllare il corso del proprio destino è sovrastata dalle parole di testimoni intimoriti quanto decisi, pronti a svelare l’oscura verità. Mariano Rigillo presta la sua voce al primo testimone, che urla a gran voce, scandendo la propria eco, l’oracolo che condusse Laio a sbarazzarsi del figlio Edipo, credendo in questo modo di impedire il tragico tramonto della sua vita. Il peregrino Edipo passa così dalle mani familiari a quelle di un pastore, e dalle sue nella culla reale di Polibo, re di Corinto. Il teatro di Robert Wilson: la scena dell’Oedipus Le figure candide in costante movimento o in mortifera stasi riempiono il palco simmetricamente, appagando un senso estetico di rigorose e geometriche corrispondenze. Robert Wilson mette in scena un teatro di figure plastiche e di vocii disturbanti che declinano con costante ripetizione la storia di Edipo re come un monito di accecante verità. Il perverso e il polimorfo trovano completa espressione nella scelta di un poliglottismo che spazia dall’italiano al francese, dal tedesco al greco. Questa verità è il substrato dell’esistenza di ogni uomo, di qualunque provenienza spaziale e temporale. «Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi» afferma Achille Bonito Oliva nel suo commento all’opera di Robert Wilson. Dallo stridore di un sax impazzito alla solennità di parole agghiaccianti, dalla leggiadria della danza a movimenti che ricordano il Tai Chi, che lentamente ricoprono il palco di un’aura misterica. L’oracolo di Delfi rivela a Edipo il suo destino: ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Una perversione senza limiti dalla quale invano Edipo tenterà di sfuggire, cercando costantemente, figurandosi al centro della scena, la luce in cui tutto converge. Ma come afferma Tiresia, fino a quando Edipo avrà la vista sarà cieco. Si tinge di nero di lutto la scena dell’assassinio di Laio a un trivio da parte di Edipo, ignaro dell’identità di quel vecchio che aveva avuto la pretesa della precedenza. Diventa così re di Tebe dopo averla liberata dalla Sfinge che assoggettava la città, e così vengono celebrati, fra rami colmi di foglie, il matrimonio con Giocasta, la vedova di Laio. La scelta di particolari materiali di scena scandisce in sé lo svolgersi della storia. I rami secchi e le travi di legno sono elementi naturali, che si accompagnano a lastre di metallo e fogli di carta catramata. Il palco è una tela d’arte contemporanea che […]

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Teatro

Teatro alla deriva: L’inedito di William Shakespeare

Domenica 1 luglio, alle terme – Stufe di Nerone, la compagnia teatrale Quinta di copertina ha portato in scena L’inedito di William Shakespeare, primo spettacolo della XII edizione della rassegna Teatro alla deriva. Il teatro alla deriva, peculiare rassegna ideata da Ernesto Colutta con la direzione artistica di Giovanni Meola, si configura come un’esperienza teatrale unica nel suo genere. Il curioso appellativo, dato a questa iniziativa, discende dal fatto che gli spettacoli vengono messi in scena su di una zattera, appositamente costruita e posizionata nel laghetto circolare delle terme Stufe di Nerone. Ciò che caratterizza questa splendida rassegna, non è solo l’insolito palcoscenico, ma l’intera location costituita dal complesso termale. Il pubblico, prima dello spettacolo, è invitato ad attendere nel meraviglioso aranceto, un bellissimo giardino che profuma di agrumi, dove tra candele e splendidi alberi sarà possibile rilassarsi prima della rappresentazione, magari approfittando del servizio bar per sorseggiare un buon bicchiere di vino. Giunta l’ora di accendere i riflettori, gli spettatori sono invitati a dirigersi presso il laghetto dove sarà possibile scegliere tra diverse postazioni, i palchi, le sedie, oppure il bordo del lago per coloro che vogliono calarsi il più possibile nella rappresentazione. Il pubblico si ritroverà in un contesto del tutto inaspettato, uno scenario suggestivo ed inusuale capace di arricchire e valorizzare gli spettacoli messi in scena, o forse sarebbe più consono dire “in zattera!” Teatro alla deriva: William Shakespeare in Zattera con l’Inedito (regia di Stefano De Luca) Domenica 1 luglio, la compagnia teatrale Quinta di copertina ha presentato l’Inedito, spettacolo basato sulle opere di William Shakespeare con la regia di Stefano De Luca. Una rappresentazione intelligente ed elaborata in cui l’impalcatura dei testi shakespeariani viene resa in modo del tutto inusuale. Gli attori, Maria Adele Attanasio, Deborah Fedrigucci, Fabio Magnani e Renato Preziuso cominciano la loro performance con una esilarante, quanto coinvolgente, introduzione al mondo di Shakespeare. I 4 interpreti hanno tenuto una vera e propria lezione di storia alla quale gli spettatori sono stati invitati a partecipare attivamente. Notizie inaspettate e curiose, come le presunte origini italiane del drammaturgo, o addirittura la sua responsabilità in merito ad un disastro aereo, vengo divulgate in modo preciso ma divertente, così catturando l’attenzione del pubblico, che più volte ha alternato lo stupore alle risate. Una lezione sul teatro di William Shakespeare ed una commedia shakespeariana tutta improvvisata. Dopo un’infarinatura generale sulla storia dello scrittore inglese e sulle caratteristiche della sua arte, gli attori mediante un’interazione continua con il pubblico, hanno messo in scena il loro inedito shakespeariano: un opera creata al momento tramite la pura improvvisazione teatrale. I protagonisti, utilizzando l’impalcatura e gli archetipi delle opere del drammaturgo, insieme agli spunti forniti dagli spettatori, sono riusciti a mescolare l’ilarità della commedia alla severità del dramma. Grazie alla loro grandissima preparazione i Quinta di copertina sono riusciti a presentare un’inedito Shakespeariano accattivante e divertentissimo, un vero omaggio al re del teatro. Shakespeare cucinato e proposto come lui stesso non avrebbe saputo immaginare. Gli appuntamenti con il teatro alla deriva meritano […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Se il tempo fosse denaro: un patrimonio da conservare

La clessidra verde scandisce il tempo e i suoi inesorabili istanti. Le ore costituiscono ricchezza. I giorni, un patrimonio da preservare con parsimonia. Un ghetto. L’élite. Due facce della stessa medaglia. Figli di un cuore che divorzia dalla mente. Esigenza comune, ma capricciosa priorità. La vita. Esistenza improntata al terrore e alla speranza. Esistenza inscritta in un destino disegnato sulle tracce della sicurezza e della corruttibilità. Lui, Will, operaio in una fabbrica che produce apparecchi in cui viene immagazzinato il tempo, e lei, Sylvia, giovane privilegiata residente nella zona più ricca della città. Will con la sua sete di giustizia e Sylvia cristallizzata nella sua gabbia dorata. Due mondi apparentemente opposti, distanti anni luce in termini di possibilità guadagnate e concesse. Il tempo ha il colore del denaro, perché è denaro. Nel ghetto c’è chi giunge a derubare ed ingannare, perché ogni ora vissuta può essere l’ultima. L’élite sembra destinata all’eternità, vivendo un tempo eccessivo per sé e vitale per loro. Ma quell’incontro avrebbe segnato finalmente una nuova era. L’era della mortalità comune, che segue la morte dell’eternità. L’era in cui la ragione e la giustizia cominciano a percorrere lo stesso sentiero. Qualcosa stava cambiando e lei era pronta a barattare il suo tempo infinito, lottando con lui, nel tentativo di sovvertire il sistema, e provando per la prima volta l’adrenalina e l’eccitazione di un condannato a morte. Will, con l’obiettivo di vendicare sua madre, le mostrerà il brivido della lotta alla sopravvivenza in un’esistenza in cui la ricchezza è la vita stessa. Sylvia, con l’intento di impartire una lezione morale a suo padre, si guarderà dentro scoprendo di avere un coraggio fino a quel momento assopito. Gli amici nel ghetto continuavano a morire, mentre l’élite sorrideva egoista e sarcastica della fine altrui. Determinazione e coraggio unirono le proprie forze per concedere nuove chance di serenità, arginando il terrore di non riuscire a contemplare nuove albe. Non occorreva più sacrificare il tempo di molti per soddisfare i capricci di pochi. Perché di tempo ce n’era a sufficienza per tutti. E con tempo sufficiente era possibile sfamare i bambini e gli adulti con la gioia di poter vedere il domani e riuscire ad amare ed abbracciare le persone amate. La vita acquisiva un nuovo significato, un senso di tranquillità e gratitudine contro la corsa forsennata alla sopravvivenza. Ma sopra ogni cosa, il tempo sufficiente per tutti insegnava ora, a quell’élite viziata e dispotica, l’importanza del vederlo scorrere inesorabile, comprendendo e scoprendo un tesoro prima sottovalutato. Una ricchezza incommensurabile, divina e mortale insieme. Perché non esiste denaro senza tempo sufficiente. Un tempo da vivere senza rimpianti e senza remore. Perché un giorno volgerà al termine e il cuore dovrà provare soddisfazione nell’averlo impiegato rettamente e completamente. Via dunque le bende dall’anima e dalla mente. Perché il tempo è denaro e la vita stessa.

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Voli Pindarici

Estate 2018 tra sogni, aspettative e novità

Buona estate 2018 a te, che andrai in vacanza da solo per la prima volta con la tua combriccola di amici scatenati, in un’isoletta greca all’insegna del risparmio e con la nomea della vita notturna degna delle aspettative di un ventenne… e piano con quei quad su quelle stradine sconnesse, soprattutto di sera! Buona estate 2018 a chi ha appena visto Dirty Dancing e, per la serie nessuno può mettere Baby in un angolo, spera di vivere un’estate emozionante come quella della protagonista del film, scoprendo l’amore con un animatore bello, sensuale e pronto a tutto per la sua donna, proprio come Johnny. Buona vacanze a chi troverà davvero l’amore in vacanza e a chi si godrà solo qualche avventura; a chi penserà di esseri fidanzata  con il fascinoso bagnino della piscina solo per aver scambiato qualche bacetto con lui la sera prima mentre questi la compagna ce l’ha sul serio, ma a casa. Buone ferie a chi vivrà l’estate dei primi baci, delle prime cotte, delle prime volte e delle ultime; a chi parte per disintossicarsi dopo la fine di una storia sbagliata e a chi vivrà l’agognato viaggio in Nepal con tanto di fotocamera al collo nuova di zecca. Estate 2018: mare o montagna? Buone ferie a quelle persone “strane” che odiano la vacanza al mare, costituita nello specifico da: gente fastidiosa sulle spiagge, caldo asfissiante, lettini dei vicini troppo attaccati ai propri, sabbia incrostata sui piedi, sale sulla pelle, pallonate in riva al mare, ombra che si sposta e, dulcis in fundo, venditori ambulanti aiutiamoli a casa loro ogni trenta secondi tra le file di ombrelloni. Per la stragrande maggioranza dei fan del mare, queste persone vanno inserite d’ufficio nella categoria di quei particolari sociopatici che ad agosto vanno in montagna a godersi il fresco, l’aria rarefatta senza sudare come si fa al mare e che la sera sono addirittura felici di dormire avvolti nel loro plaid scozzese. Comunque, mai “strani” quanto quelli appartenenti alla tipologia dei  tifosi quattro stagioni, cioè coloro i quali scoprono un’improvvisa passione per l’alta quota solo perché a Dimaro c’è il ritiro precampionato del  Napoli. Ma, alla fine, il Trentino dov’è? Buone ferie a tutti quelli che, non si è mai capito perché e a quale titolo, il quindici agosto si scambiano gli auguri come se ferragosto fosse una festa da santificare alla stregua di Natale o Capodanno. Di conseguenza, devono rigorosamente organizzare qualcosa per onorare questa data, proprio come si fa a Pasquetta, e coinvolgere il maggior numero possibile di persone nelle loro fantasiose attività festaiole, che sia una grigliata all’aria aperta, un’improvvisata a Capri o un falò al chiaro di luna con tanto di chitarra, le bionde trecce gli occhi azzurri e poi… fiumi di alcol. Che  buon  ferragosto sia, soprattutto  per quelli che si ritroveranno ad avere puntualmente la febbre o qualche impedimento vario proprio in quel giorno. E occhio agli imbecilli con gli originalissimi e pericolosissimi gavettoni in piscina. Estate in famiglia Buone vacanze a quelle tante, tantissime mamme che, […]

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Il truccatore, i pennelli e l’acido – Parte seconda

Proseguo col fondotinta.  L’ho steso proprio dove e come voleva lei, ormai già so dove vuole si camuffi.  Ad ogni tocco di pennello sulle sue cicatrici, sento una fitta al cuore. Ho sempre paura di irritare la sua pelle, magari di causare involontariamente un’infezione proprio in quelle fragili ed evidenti scottature che lei vorrebbe coprire bene. Per questo, prima di iniziare, pulisco ancor più accuratamente i miei pennelli, lavo le mani come se fossi un chirurgo che sta per entrare in sala operatoria e uso su di lei la delicatezza di un papà che accarezza la sua bambina sul viso. Quanto dolore ha chiuso dentro, quanta felicità le è stata spezzata, che  cattiveria gratuita e immorale ha dovuto subire inerme quella dolce ragazza. Meglio passare al trucco degli occhi, prima che scoppi a piangere come un bambino davanti a lei, proprio io che dovrei consolarla o, quantomeno, farle trascorrere spensierata un po’ di tempo a farsi bella come tutte le sue coetanee senza scaricarle addosso l’angoscia di un orrore che non si riesce a combattere né con i pensieri positivi né con i discorsi frivoli tipici del mio mestiere. Il truccatore e gli attrezzi del mestiere Ora le faccio uno smokey eyes bello intenso, con i toni del prugna che si sposano benissimo con i colori dei suoi occhi e del suo incarnato. Procedo sempre con la massima delicatezza, perché perfino sugli occhi porta segni dello sfregio, benchè avesse tentato di proteggerli portandosi le mani davanti al viso al momento dell’aggressione. ma l’acido schizzava ovunque, penetrando ogni poro della pelle del suo viso e insinuandosi rapido tra le pieghe delle palpebre. Ombretti, matita, pennelli, kajal, qualche sfumatura nell’angolo dell’occhio e il trucco è finito. L’ho resa proprio una diva da cinema, bellissima e fragile, coriacea e rabbiosa, grintosa e delicata, con molte lacrime ancora da piangere, tanta rabbia per quello che è stato e intermittente angoscia per i giorni che verranno; un bagaglio di traumatica inquietudine che talvolta prende il sopravvento e un cestino di rara felicità che, nonostante tutto, in certi giorni spunta fuori inaspettata. Finito! Che ne dici? le chiedo Meraviglioso come ogni volta! Vorrei averti per sempre sul mio comodino! Mi risponde Non hai bisogno di un truccatore, tu sei meravigliosa! Tra qualche ora i riflettori si spegneranno e tutti ci saluteremo con un abbraccio affettuoso, felici per le emozioni condivise e un po’ dispiaciuti per la fine di questa esperienza. Non ho idea di cosa farà dopo, se mai la rincontrerò o da dove ricomincerà ma so di certo che le sue ferite me le porterò stampate nei miei occhi,  nelle mie mani da truccatore e nel mio animo di uomo degno di questa parola. Il truccatore e la ragazza sfregiata Io, truccatore per la tv prossimo alla pensione, ho avuto la fortuna di conoscerla, l’onore di valorizzarla con gli attrezzi del mio mestiere e la soddisfazione di renderla felice per poche ore come magra compensazione alla pochezza di un mio simile. Per chiederle scusa a modo […]

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Racconto breve di musica e spalle voltate

C’era una strana musica in sottofondo. La sala era gremita di gente e le note si diffondevano troppo forti in quella piccola stanza rossa. Non seppi perché mi trovavo lì, mi avevano invitato ma non sapevo bene cosa c’era da fare o vedere in quella strana serata di inizio primavera. Il buffo uomo seduto al pianoforte era distratto, si vedeva dal suo capo chino che non ciondolava a ritmo delle note emesse dal suo strumento, aveva gli occhi tristi. Pensai che anche lui era stanco di sentire sempre le solite note buttate lì e mi rattristai anche io all’idea che un musicista potesse pensare questo della musica: l’unica cosa che al mondo che ti tiene compagnia anche quando non ci sei neanche tu con te stesso. Erano tutti vestiti eleganti, e portavano con loro un sorriso falso di chi quella sera voleva essere altrove, chissà dove. Faceva pena. Tutto. Io, loro. D’improvviso si avvicinò a me un tipo alto, con una giacca lucida, vi lascio immaginare. Mi disse che quella era una sera dedicata ad una mostra, pensai che forse la situazione potesse prendere una bella piega. Amo le mostre. Mi parlava dell’artista, della sua scuola di pensiero dei materiali usati ed in lontananza notai una figura. Sentivo le voce rauca di quest’uomo che piano piano scompariva alle mie orecchie ero curiosa di scoprire chi si nascondesse dietro quelle spalle che da lontano, sembravano essere a me conosciute. La musica prese una piega veloce, il ritmo incalzava ed insieme a lui i miei pensieri andavano veloci. Il musicista non aveva cambiato espressione, continuava a spingere sui tasti bianchi e neri senza passione ed intanto mi rivoltai a guardare. Si, le conoscevo quelle spalle, così come conoscevo quegli occhi. Da lontano, nella folla, lo riconobbi. Portava con se la solita aria da altezzoso ma anche la sua estrema eleganza. Non era cambiato da quella notte in cui ci salutammo. Avevamo entrambi le lacrime agli occhi e le mani sudate di chi è agitato. Continuai a bere il mio drink mentre l’uomo affianco a me aveva iniziato a parlare con altre persone, io sorrisi annuendo, facendo finta di ascoltare. Mi guardava ed io guardavo lui, da lontano ci dicemmo tante cose, troppe. Ci amavamo lo avemmo fatto sempre, ci piacevamo anche in quelle strane vesti da sera, così come ci piacevamo sotto le coperte del nostro letto che avrebbe avuto tanto da raccontare di noi. Eravamo così, capaci di stare insieme anche dopo anni di assenza infinita. Gli sorrisi mentre cercavo di rimanere lucida. La musica era intanto diventata leggera, le note erano più dolci nell’aria e da lontano vidi che affianco al musicista c’era un uomo, lui lo guardava e sorrideva e con tenera sinfonia premeva i tasti, forse stava solo aspettando che ci fosse lui ad ascoltarlo. Mi rigirai di nuovo verso di lui e vidi che la sua figura si stava avvicinando a me, si faceva spazio tra la folla che d’improvviso si era animata: eravamo pronti per entrare […]

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