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Eroica Fenice

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Attualità

Kurdistan sotto attacco della Turchia: è un massacro

Il Kurdistan è sotto attacco. Il 9 ottobre scorso, dopo una negoziazione tra il Presidente Turco Recep Tayyip Erdoğan e quello Americano, Donald Trump, le forze USA nel Nord della Siria si sono ritirate dalle aree lungo il confine con la Turchia, dando di fatto il via libera all’intervento militare di Ankara a Est del fiume Eufrate. Un intervento su cui Ankara insisteva da tempo, mirando all’eliminazione delle postazioni dei Curdi del Pyd-Ypg, e richiesto con ancora più accanimento in seguito alle sconfitte subìte dal partito del Presidente Erdoğan ad Ankara e Istanbul nelle scorse elezioni amministrative. “È il momento per noi di sfilarci da ridicole guerre senza fine, molte delle quali tribali. È il momento di riportare i nostri soldati a casa. Turchia, Europa, Siria, Iran, Iraq, Russia e i curdi dovranno risolvere la situazione e capire cosa voglio fare con i soldati dell’Isis catturati.” – il tweet del Presidente Donald Trump. “Dall’inizio della crisi in Siria abbiamo sostenuto l’integrità territoriale di questo Paese e continueremo a sostenerla. Siamo determinati ad assicurare la sopravvivenza e la sicurezza del nostro Paese liberando la regione dai terroristi” – la dichiarazione del ministro degli Esteri Turco Mevlut Cavusoglu. Immediata è stata la risposta preoccupata della comunità internazionale. “Un massacro annunciato”, le dichiarazioni dell’ONU e dell’Unione Europea. Al punto da spingere Donald Trump a specificare che “se la Turchia farà qualcosa che superi i limiti, la distruggerò totalmente e annienterò la sua economia”. Un massacro annunciato I bombardamenti e l’invasione delle truppe corazzate Turche nel Kurdistan sono iniziati nel primo pomeriggio di mercoledì, nei pressi di Serekaniye, e sono proseguiti contro Ain Issa e diversi altri villaggi, causando le prime vittime a Misharrafa. Le forze Turche hanno poi preso di mira la diga nei pressi di Derik, che fornisce acqua potabile a 2 milioni di persone. Nel frattempo, nel campo di Al-Hol, dove si trovano circa 60mila tra miliziani dell’ISIS e loro familiari, è iniziata una vera e propria rivolta. La Turchia ha colpito anche Kobane, la città che ha sconfitto l’ISIS. I bombardamenti sono ripresi nella giornata di giovedì 10 ottobre, contro Tal Abyad / Gire Spi, dove l’esercito Turco non era riuscito a penetrare per la resistenza SDF. A Serekaniye, le forze di autodifesa civile del Kurdistan hanno catturato 5 miliziani jhiadisti, sostenuti dalla Turchia, che provavano a infiltrarsi in città. Tante le vittime e i feriti, tra cui diversi bambini. I combattimenti tra l’esercito Turco e le SDF sono poi proseguiti, nella giornata dell’11 ottobre, vicino a Tal Halaf, Tal Arqam e Aziziyeh (tutti nei dintorni di Serekaniye). Nonostante la disparità di mezzi in campo, la resistenza delle SDF ha messo a dura prova l’invasione Turca. A Kobane, diverse centinaia di persone sono scese per strada danzando e cantando, come forma di Resistenza. I residenti del campo di Mabrouka, che ospita 4000 profughi arabi, sono stati trasferiti con urgenza nel campo di Arishah, vicino a Hasekah. L’ospedale cittadino è stato bombardamento e fuori servizio e i cecchini turchi sparano sulle persone in fuga. […]

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Culturalmente

Scavi di Pompei, rinvenuto un affresco con due gladiatori

Grandi novità e ritrovamenti dagli scavi di Pompei Pompei, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., è più viva che mai e continua a sorprendere con sensazionali scoperte; l’ultima in ordine cronologico è stata fatta dal progetto di recupero nell’ambito della Regio V e ha portato alla luce un affresco, nel quale sono perfettamente rappresentati due gladiatori al termine di un combattimento; .  L’affresco di circa 1,12 mt x 1,5mt, rinvenuto in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, ha forma trapeizoidale, poiché collocato nel sottoscala, presumibilmente di una bottega. Si intravede al di sopra della pittura, l’impronta della scala lignea che molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente, soprattutto vista la presenza di gladiatori, destinato alle prostitute. I due gladiatori sono raffigurati su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, nella quale si sviluppa la scena di combattimento. Il primo, appare sulla sinistra, è un “Mirmillone” appartenente alla categoria degli “Scutati” e impugna l’arma di offesa, il gladium (spada corta), un grande scudo rettangolare (scutum) ed indossa un elmo largo dotato di visiera con pennacchi. L’altro, che soccombe all’attacco, è un “Trace”. Gladiatore della categoria dei “Parmularii”, con lo scudo a terra e viene raffigurato con elmo (galea), a tesa larga ed una larga visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero. Scavi di Pompei, le dichiarazione di Massimo Osanna “La Regio è la V, non molto lontana dalla caserma dei gladiatori da dove, provengono la maggior parte delle iscrizioni graffite riferite a questo mondo. Nell’affresco ritrovato, di immenso interesse storico e culturale, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue, bagnando i gambali. Non si sa quale sia l’esito finale di quel combattimento, ma in questo caso, c’è un gesto singolare che il combattente ferito fa con la mano, probabilmente per chiedere venia e implorare la propria salvezza. Un gesto generalmente compiuto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia”. Queste le dichiarazioni del direttore generale degli Scavi di Pompei, Massimo Osanna. Gli scavi dell’ambiente all’interno del quale è stato rinvenuto l’affresco, devono ancora terminare quindi potrebbe offrire ancora grosse sorprese. Pompei non smetterà mai di stupirci, con tasselli che emergendo a poco a poco, come un puzzle che pian piano si compone, regalano ogni volta dei meravigliosi pezzi di storia che affascinano sempre più.  

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Attualità

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Storie della buonanotte per bambine ribelli, censura in Turchia

“Storie della buonanotte per bambine ribelli”, delle autrici italiane Elena Favilli e Francesca Cavallo, è stato vietato ai minorenni in Turchia perché “potrebbe avere un’influenza dannosa sui giovani”. Il bestseller che ha venduto milioni di copie nel mondo, tradotto in 47 lingue, secondo il Governo turco va trattato come un porno e, pertanto, censurato. Il “board per la protezione dei minori dalle pubblicazione oscene” ha disposto che il libro venga venduto solo ai maggiorenni e non esposto dagli scaffali nei negozi. Per l’associazione degli editori turchi, però, la decisione “rappresenta un pericolo per la libertà di espressione e di stampa, oltre che una minaccia ai principi della società democratica”. “Storie della buonanotte per bambine ribelli”, uscito in una prima edizione nel 2016 grazie a un crowdfunding, racconta la vita di 100 donne straordinarie, dall’artista messicana Frida Kahlo alla chimica Marie Curie, da Coco Chanel a Beyoncé, da Serena Williams a Malala, da Rita Levi Montalcini a Michelle Obama. Storie, accompagnate da meravigliose illustrazioni di ben sessanta artiste diverse, che descrivono le vite di figure femminili come poetesse, giudici, sollevatrici di pesi, astronaute, pittrici, rock star, scienziate e giornaliste, che con le loro idee e le loro azioni hanno cambiato il mondo. Donne straordinarie del passato e del presente che possano rappresentare un modello positivo per le bambine. Alcune, addirittura sono sconosciute anche agli adulti, come Maria Sibylla Merian, la scienziata tedesca che nel XVII secolo è partita con la figlia su una nave per andare nel Suriname, in Sudamerica, dove ha scoperto la metamorfosi delle farfalle. O Hatshepsut, la primissima faraona egiziana, vissuta molti secoli prima di Cleopatra. “Le bambine meritano di crescere circondate da più modelli femminili, meritano di crescere pensando che potranno diventare qualsiasi cosa vogliano.” – ha dichiarato la scrittrice Francesca Cavallo – “Quando un governo è spaventato da un libro per bambini che promuove l’uguaglianza, significa che sta avendo un grande impatto e questo mi rende ancora più motivata a continuare a lottare ogni giorno”. Ma cosa potrebbe aver infastidito a tal punto le autorità turche? Secondo l’autrice, “il problema è che la questione dell’uguaglianza di genere viene vissuta come una minaccia dai Paesi che vorrebbero le donne confinate a casa, mentre “Storie della buonanotte per bambine ribelli” invita le bambine a prendere in mano la propria vita senza paura. Anche per Elena Favilli, l’altra autrice, il fatto che il governo di Erdogan abbia censurato il testo “è la prova che il libro è diventato un simbolo di libertà e resistenza. Infatti le vendite in Turchia erano sempre a andate benissimo. Un incentivo a scriverne altri”. Per Murat Celikkan, dell’associazione dei diritti dell’uomo ad Istanbul, “trovare pericolose le donne che hanno superato gli ostacoli di un mondo dominato dagli uomini dà l’idea dello stato d’animo in cui si trovano i dirigenti Turchi“. Tuttavia, non è la prima volta che “Storie della buonanotte per bambine ribelli” viene censurato. L’anno scorso in Russia il libro è uscito senza il ritratto di Coy Mathis, una bambina transgender autorizzata dalla […]

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Attualità

Dispositivi anti abbandono: finalmente la legge è stata approvata!

Dopo tante piccole vite perse, dopo tante tragedie, che forse si potevano evitare, finalmente, oggi, 8 ottobre 2019, è stata approvata la legge relativa al dispositivo anti abbandono. Numerosissime le domande in merito alla nuova norma. Come dovranno essere i famosi seggiolini auto con sensori? Fino a che età è obbligatorio l’uso dei dispositivi anti abbandono? Come cambieranno le nostre vite, sapendo che a bordo del nostro veicolo abbiamo un dispositivo che ci ricorderà di non lasciare il nostro bimbo/bimba in auto? Vediamo insieme cosa dice la legge, e quali sono le sanzioni che verranno applicate in caso di violazione. Dispositivi anti abbandono: aggiornamento all’8 ottobre 2019 Negli ultimi anni, abbiamo sentito più volte parlare della norma 117/2018 e dell’articolo 172 del Codice della Strada, ma nulla era mai diventato così concreto come oggi! Oggi, 8 ottobre 2019, è ufficialmente entrata in vigore la legge salva bebè, ovvero la legge che regolamenta ed obbliga l’utilizzo del dispositivo antiabbandono fino ai 4 anni di età del bambino. Vediamo insieme cosa dice il Codice della Strada, ad oggi, a riguardo. L’articolo 1 di questa legge, definisce innanzitutto cosa si intende per dispositivo antiabbandono. Precisiamo, innanzitutto che, la legge non parla di seggiolini auto con sensore, né di seggiolino antiabbandono, bensì di dispositivo anti abbandono. Questo perché, seppur vero che sarà possibile acquistare un seggiolino auto anti abbandono, ovvero con con dispositivo anti abbandono integrato, nel caso si possegga già un classico seggiolino auto e non lo si desideri sostituire, sarà possibile acquistare il dispositivo antiabbandono separatamente, e installarlo sul seggiolino o sul veicolo utilizzato. La legge definisce come “dispositivo anti abbandono” un dispositivo di allarme con lo scopo di prevenire l’abbandono del minore, al di sotto dei 4 anni di età, all’interno del veicolo, mediante uno o più sistemi interconnessi tra loro, atti ad avvisare il tutore o il genitore del bambino, del rischio di abbandono. Caratteristiche del dispositivo anti abbandono descritte dalla legge In particolare, l’allegato A9 del decreto di legge, elenca le caratteristiche principali del sensore: il dispositivo avrà il compito di segnalare immediatamente l’abbandono del bambino/a all’interno del veicolo, mediante l’attivazione di un allarme. Questo allarme sarà strutturato in modo da attivarsi automaticamente e di attirare l’attenzione del conducente, all’interno e all’esterno del veicolo, mediante dei segnali visivi e acustici. Inoltre, il dispositivo anti abbandono potrà essere collegato alla rete, e segnalare ulteriormente al conducente, l’abbandono del minore, mediante l’invio di messaggi o chiamate direttamente ai numeri di cellulare segnalati. E se la batteria del dispositivo anti abbandono si scarica? Il dispositivo anti abbandono dovrà costantemente segnalare i livelli di carica bassa rimanete, al fine di consentire al conducente di sostituire le batterie in maniera tempestiva. Multe e sanzioni per chi non rispetta la norma relativa al dispositivo anti abbandono Si è parlato tanto di legge salva bebè in questo ultimo anno, ma nulla diventa realmente concreto se, dietro un obbligo non vengono stabilite anche le multe e le sanzioni da applicare in caso di violazione della norma. Questo ottobre, finalmente, si è iniziato a parlare di sanzioni! Per tutti quelli che non rispetteranno la legge relativa al dispositivo anti abbandono, […]

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Attualità

Cuoche combattenti: da vittime di violenza a imprenditrici

Le “Cuoche Combattenti” hanno aperto bottega Dopo circa due anni dalla realizzazione delle prime conserve, le Cuoche Combattenti hanno realizzato il proprio sogno: aprire un laboratorio e una bottega nella loro città, Palermo, per poter elaborare e vendere i prodotti con “l’etichetta anti-violenza”. Un sogno faticoso e sofferto, divenuto finalmente realtà. L’inaugurazione è avvenuta lo scorso 27 settembre, in piazza Generale Cascino, al numero 11. L’idea nasce dalla difficile esperienza di vita di Nicoletta Cosentino, in passato vittima di violenza domestica, che è riuscita a uscire dall’incubo e, grazie anche al centro anti-violenza “Le Onde ONLUS” di Palermo, ha cominciato a sognare di aprire un’impresa tutta sua. Al suo fianco, altre cinque “Cuoche combattenti”, tutte con l’obiettivo di promuovere politiche e pratiche per diffondere l’emancipazione economica delle donne, dando l’opportunità di lasciare relazioni violente attraverso attività di apprendimento reciproco e scambio di esperienze tra donne, e accrescendo le proprie competenze personali, reti di supporto, tecniche di lavoro, autonomia, imprenditorialità. In altre parole, l’intento è di aiutare e sostenere le vittime di violenza nella costruzione di una nuova vita. Il progetto delle Cuoche Combattenti si sviluppa dall’acquisizione di alcune importanti consapevolezze, tra cui la natura psicologica (e non solo fisica) di molte violenze, la diffusione del fenomeno coadiuvato dal silenzio omertoso del tessuto sociale che circonda le vittime, il superamento di una visione dell’amore intrecciata con l’idea di possesso, la dipendenza economica spesso creata dall’abusante e che impedisce alla vittima di svincolarsi. I prodotti realizzati sono artigianali e nascono da ricette tradizionali utilizzando materie prima a Km 0 da coltivazioni biologiche, così da garantire il rispetto della Terra e la genuinità del prodotto finale. Confettura di pere e noci o di pere e cannella, marmellata di cipolle rosse, salsa di pomodoro Siccagno o di Riccio Corleonese, crema di cipolla di Partanna, pesto di melanzane: c’è solo l’imbarazzo della scelta. I prodotti, poi, sono accompagnati da “etichette parlanti” che trasmettono messaggi contro la violenza sulle donne, gli stereotipi e i ruoli relazionali che “autorizzano” gli abusi, e in sostegno dell’autostima, della libertà personale e di consapevolezza femminile comune e condivisa. Tra le etichette troviamo: “L’amore non mette catene”, “Chi ti ama non ti controlla”, “L’amore non ammette minacce mai”, “Chi ti ama ama anche i tuoi difetti”, “Tu vali e sei libera sempre”, “Tu sei perfetta così come sei“. E gireranno in tante le cucine, tra le mani di tante donne che forse hanno bisogno tenerlo sempre a mente. Attualmente i prodotti di “Cuoche combattenti” sono in vendita da Qbio (a Palermo), ma presto la distribuzione si allargherà ad altre realtà e anche al mercato online. Il laboratorio, però, non produrrà solo alimenti, ma anche eventi e incontri per sostenere altre donne a riprendere in mano la propria vita e moltiplicare l’esperienza di riscatto e autodeterminazione costruita. L’impresa è stata sostenuta da tanti, tra cui Banca Etica e D.I.Re (donne in rete contro la violenza) che hanno un fondo per delle “doti di libertà” ed erogano soldi a chi è in difficoltà, […]

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Attualità

Beeing e l’apicoltura urbana | Intervista a Roberto Pasi

Beeing è una startup fondata da Roberto Pasi e Gabriele Garavini, con sede a Faenza, che offre assistenza e consulenza agli apicoltori. Tra i servizi offerti, la startup vende delle innovative arnie come B-Box che permettono anche ai più inesperti di avvicinarsi all’apicoltura in modo semplice ed immediato: senza dover indossare guanti, maschere e altre ingombranti protezioni. Grazie all’attivazione di un dispositivo montato e creato da Beeing sulla B-Box, le api potranno soltanto uscire nella parte in cui producono il miele. In modo tale che, una volta uscite tutte, si possa recuperare il miele senza alcun fastidio. Alla produzione autonoma di miele si unisce l’aspetto di design, accurato e innovativo, e  anche quello ecologico per combattere il trend negativo della moria delle api. L’inquinamento ambientale e l’uso spropositato di pesticidi mettono infatti a rischio la vita delle api e con esse un intero ecosistema con la relativa filiera agri-alimentare. Questi insetti dalla caratteristica tinta gialla e nera svolgono un ruolo fondamentale nella gestione e nella manutenzione del nostro ecosistema essendo le responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali presenti sul pianeta. In questo modo garantiscono circa il 35% della produzione mondiale di cibo. (Dati Ispra) Di questo e di tanto altro abbiamo parlato con Roberto Pasi, fondatore di Beeing. Intervista a Roberto Pasi, fondatore di Beeing Inizierei chiedendoti com’è nata la vostra startup. Tutto nasce da quando da piccolo aiutavo mio nonno, che faceva l’apicoltore, a gestire le api, facendo quello che può fare un bambino insomma. Mi sono appassionato con lui. Da quando è mancato mio nonno ho portato avanti io le arnie, una quindicina di arnie che avevamo di famiglia. In seguito, ho iniziato a lavorare come coordinatore di un acceleratore di startup e quindi mi sono appassionato a tutto ciò che riguardava il mondo dell’innovazione digitale. Lavorando con l’innovazione ho conosciuto Gabriele che è attualmente il mio socio. Chiacchierando con lui del mio hobby sono venute fuori varie idee di come il digitale e le innovazioni digitali anche semplici potessero semplificare un po’ il lavoro degli apicoltori. Le prime idee sono nate quindi due anni fa e da lì abbiamo iniziato a creare i primi dispositivi digitali: antifurti, gps, strumenti per misurare temperatura, umidità dentro le arnie. Poi dopo abbiamo iniziato a lavorare sul tema dell’apicoltura urbana e sviluppare le nostre arnie per la città. Uno dei vostri progetti è appunto la B-Box, un’arnia per la casa. Esatto, uno dei progetti principali, l’ultimo e il più nuovo è appunto la B-Box. Nasce dal fatto che sono sempre più le persone interessate a dare un contributo diretto per salvare le api e sono sempre di più le persone interessate a consumare miele, un prodotto molto più sano di tutti gli altri zuccheri raffinati. Tra l’altro le api iniziano a soffrire pesantemente le tecniche di agricoltura intensiva e quindi si è scoperto che in città spesso stanno meglio che in campagna, perché i fiori di città, che sono molti e tra l’altro le città hanno […]

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

I 7 film di Netflix usciti nel 2019 da vedere

Di film su Netflix ce n’è una vera e propria infinità. Da quando ha fatto l’ingresso nelle case degli italiani nel 2015, Netflix, il colosso dello streaming on demand, ha accontentato i gusti di spettatori sempre più esigenti con produzioni originali degne di nota o anche distribuendo film che meritano di essere visti almeno una volta nella vita. L’immensa offerta del servizio di streaming rende il decidere quale film vedere su Netflix un’impresa a dir poco ardua. Noi abbiamo selezionato dei contenuti che sono degni di essere visti almeno una volta o che sono stati particolarmente graditi dal pubblico o che semplicemente hanno guadagnato il titolo di cult, con tutti i meriti del caso. Le 7 visioni immancabili per tutti i Netflix addicted Quali sono i 7 film su Netflix da vedere prima che il servizio di streaming decida che è giunto il loro turnover? Eccoli tutti, ma prima di iniziare è d’obbligo sottolineare che i film sono messi in ordine sparso, nessuna classifica fra questi “gran pezzi di cinema”! 2001: Odissea nello spazio L’aggiunta di una firma della settima arte come quella di Stanley Kubrick ha dato la possibilità ai film su Netflix di evolversi a un gradino superiore. Dalla regia magistrale, ai temi toccati, fino alle tante domande e agli interrogativi irrisolti che ancora oggi tormentano i cinefili, 2001: Odissea nello spazio rientra tra i cult che hanno riempito la costellazione di Netflix nel corso del 2019. Il discorso del re Miglior film a Iain Canning, Emile Sherman e Garet Unwin, Migliore regia a Tom Hooper, Miglior attore protagonista a Colin Firth e Migliore sceneggiatura originale a David Seidler, sembra poco? Sono questi i premi Oscar che si è aggiudicato Il discorso del re, un emozionante film storico rientrato nel catalogo Netflix a gennaio 2019 e basato sulla vera storia del sovrano inglese Giorgio VI e del suo rapporto con il logopedista Lionel Logue, specialista che l’ebbe in cura per risolvere il suo problema di balbuzie. Il grande Lebowski Sempre a gennaio di questo anno risale l’aggiunta tra i film su Netflix de Il grande Lebowski. Una piccola perla firmata dai fratelli Coen e ricca di nomi celebri del grande schermo, tra cui Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, Julianne Moore e John Turturro. Un capolavoro da vedere assolutamente, non a caso è arrivato al decimo posto nella classifica dei 500 migliori film della storia curata dalla rivista inglese dedicata al mondo del cinema Empire. El camino (il film di Breaking Bad) È il film di Netflix più atteso da tutti gli amanti della serie tv drammatica Breaking Bad. El camino è l’unico film della lista a essere un’uscita inedita. La storia è basata sulla vita di Jesse Pinkman dopo il termine di quella che è stata la stagione conclusiva della serie (la quinta per chi non lo sapesse). Prodotto anche dalla stessa Netflix, è El camino a essere uno dei prossimi film Netflix che rientreranno nella storia (almeno così si spera date tutte le ottime premesse). L’avvocato […]

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Cinema e Serie tv

Io, Leonardo. Il biopic introspettivo del genio del Rinascimento

A cinquecento anni dalla scomparsa del genio toscano del Rinascimento, Leonardo da Vinci (morto ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519), il 2 ottobre 2019 viene distribuito nelle sale cinematografiche Io, Leonardo. Prodotto da Sky con Progetto Immagine, il biopic fortemente introspettivo combina le moderne tecniche cinematografiche con una rigorosa ricerca documentale: lo sviluppo narrativo-cinematografico lascia un po’ il posto ad una narrazione meno movimentata, dando vita ad una sorta di documentario della vita emotiva, filosofica ed artistica di una personalità che, con le sue scoperte e i suoi studi, ha lasciato una profonda eredità nell’immaginario collettivo. Il film deve la sua mirabile riuscita al regista Jesus Garces Lambert, che aveva già diretto Caravaggio – L’anima e il sangue (2018). Lambert sceglie per il suo capolavoro Luca Argentero, l’affascinante ed ipnotico ex concorrente del Grande Fratello edizione 2003, che, da allora, passando attraverso ottime prove cinematografiche come quella in Saturno contro di Ferzan Özpetek (2007), giunge in questa pellicola a spogliarsi degli stereotipi per vestire il talento di un genio immortale, una delle menti più brillanti e fuori dagli schemi che l’umanità abbia conosciuto, Leonardo da Vinci. I dialoghi del protagonista sono tratti dal Trattato della pittura, vivificati dalla voce narrante di Francesco Pannofino, che si rivolge talvolta a Leonardo, quasi ad intrattenere un dialogo con se stesso, una sorta di “lettera a Leonardo”. Io, Leonardo. Trama «… e tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio e colla destra mi feci tenebre alle abbassate e chiuse ciglia e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro vi discernessi alcuna cosa; e questo vietatomi per la grande oscurità che là entro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose, paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa». Le parole di Leonardo racchiudono in sé l’emblema del suo pensiero e del suo genio: un’insaziabile curiosità e sete di conoscenza, mosse dalla passione per lo studio dell’uomo e della natura. Tutto questo viene indagato in Io, Leonardo, dove Lambert, partendo dai suoi scritti, disegni ed appunti – mostrati al pubblico attraverso ricostruzioni digitali -, minuziosamente raccontati nel loro sviluppo, racconta Leonardo da Vinci quale studioso, matematico, scienziato, artista in tutta la complessità che lo denota. Un uomo fuori dal suo tempo (pur dall’aspetto in tono con l’estetica dell’epoca), in tumulto per l’eterno conflitto tra la sua mente in perenne ricerca e le richieste dei committenti, spesso rimaste insoddisfatte. Per Leonardo l’occhio è finestra dell’anima: tutto è possibile conoscere e sperimentare se appassionata è l’osservazione di ogni minuscolo dettaglio. In virtù di tali considerazioni, Leonardo mai si ferma all’apparenza e alla semplicità superficiale. Indaga, sviscera, studia, osserva […]

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Il Joker di Todd Philips ovvero un nuovo modo di fare cinecomics

Il tanto atteso e tanto contestato vincitore della biennale di Venezia è giunto anche da noi. Joker di Todd Philips ricostruisce le origini di uno dei nemici storici di Batman scollegandole dall’universo cinematografico della DC, in favore di un dramma urbano dalle molteplici interpretazioni.  Joker, la trama Arthur Flenck (Joaquin Phoenix) vive in uno squallido e degradato appartamento nei bassifondi di Gotham City assieme all’anziana madre Penny (Francis Conroy). L’uomo lavora come clown per strada, venendo continuamente umiliato da colleghi e teppisti. A peggiorare le cose si aggiunge il fatto che Arthur soffre di una patologia neurologica che lo spinge a ridere incessantemente. Arthur coltiva un sogno: diventare uno stand up comedian ed esibirsi nel programma televisivo condotto dal suo idolo Murray Franklin (Robert de Niro). Tuttavia la situazione di degrado civile in cui versa la città condizionerà Arthur il quale, già psicologicamente provato e stanco di subire, intraprenderà una lenta discesa negli inferi. Il Joker di Todd Philips e Joaquin Phoenix. Una storia di disagio e di emarginazione L’assegnazione a Joker del leone d’oro ha indubbiamente sorpreso tutti, così come ha sorpreso l’idea di Todd Philips di girare un film lontano dai confini sicuri del genere commedia in cui si è specializzato (da Borat alla fortunata trilogia di Una notte da leoni). Il regista newyorkese decide di abbracciare un progetto ambizioso, che è quello di riscrivere le origini di una delle nemesi più conosciute dell’uomo pipistrello attraverso una storia a sé e scollegata dall’universo cinematografico della DC. La vicenda che si sviluppa in Joker si muove infatti nel contesto di una Gotham City più realistica che fumettistica, immersa nell’anno 1981 (un’operazione revival che traspare non soltanto da scenografie, costumi e canzoni d’epoca, ma anche dal vecchio logo della Warner Bros che introduce i titoli di testa) e in cui la diseguaglianza sociale tra il ceto benestante e quello povero è più che mai radicata. Arthur Flenck si muove in questo contesto fatto di cumuli di spazzatura per le strade, sedute dallo psicoterapeuta e un’umanità squallida e moralmente discutibile. Tutto ciò induce ad analizzare quelle che sembrano essere le due tematiche principali della pellicola: il disagio e l’ipocrisia umana. La metamorfosi che conduce l’inetto Arthur Flenck a trasformarsi in Joker è principalmente causata dal tessuto sociale in cui è costretto a vivere. Umiliato e deriso tanto dai suoi simili quanto dalla società “sana” e piena di valori, Arthur si isola in un mondo tutto suo in cui sente di poter contare qualcosa e che lo porta a convincersi di essere destinato alla grandezza. Del Joker “classico”, ovvero delle tante versioni immortalate da fumetti, cartoni e soprattutto film rimane ben poco. Allo scherzoso ed eccentrico gangster dal volto cicatrizzato di Jack Nicholson e all’anarchico e mitomane terrorista di Heath Ledger, la cui maschera ricorda un’antica e rabbiosa pittura da guerra va a sostituirsi Joaquin Phoenix. Un everyman snello fino all’osso, nevrotico e frustrato tanto inquietante quanto attraente. L’attore riesce benissimo nell’impresa di caratterizzare un personaggio che giunge a comprendere come quella […]

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Cinema e Serie tv

Ad Astra: James Gray insegue Coppola e Stanley Kubrick

Ad Astra, un film di Fantascienza Filosofica “Ho trovato una citazione di Arthur C. Clarke, autore di 2001: Odissea nello spazio: “Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo, o non lo siamo. Entrambe sono terrificanti”. Allora ho pensato che non avevo mai visto un film su di noi, soli nell’universo. L’idea dei viaggi nello spazio è bella e terrificante al tempo stesso: io sono un grande sostenitore delle esplorazioni spaziali, che però a volte sono semplicemente un modo per fuggire. Questo mi ha trasportato in una dimensione intima: la storia di un padre e di un figlio. Spero che le persone capiscano che dobbiamo apprezzare le esplorazioni e amare la Terra. Bisogna preservare la Terra e i legami umani, a ogni costo“. Questo è il commento del regista James Gray  esposto alla 76esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Un regista ambizioso che con Ad Astra ha giocato su due fronti, o per meglio dire su due esperienze richiamanti il tema del viaggio: quello spaziale e quello mentale. Fin dall’inizio della sua carriera Gray è sempre stato un regista che ha agito controtempo rispetto agli anni in cui si è mosso, ricercando un salto in avanti rivolgendosi all’indietro, al passato, soprattutto quello degli anni Settanta. Per sua stessa ammissione, il regista si è ispirato a modelli come 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrik ed Apocalypse Now di Francis Ford Coppola  . Ad Astra è a tutti gli effetti un film di fantascienza filosofica che coniuga la complessità della riflessione con la spettacolarità del viaggio spaziale. La Trama Nascosta In questo film vediamo il cosmonauta Roy McBride (Brad Pitt) viaggiare fino ai confini estremi del sistema solare per ritrovare il padre scomparso e svelare un mistero che minaccia la sopravvivenza del nostro pianeta. Il suo viaggio porterà alla luce segreti che metteranno in dubbio la natura dell’esistenza umana e il nostro ruolo nell’universo. La trama, per un occhio non critico, sembrerebbe terminare qui. Ma bisogna sottolineare la presenza di un significato più profondo. Una trama nascosta, il cui filone della storia rimanda ad una componente psicologica molto comune. Il protagonista è si un astronauta dedito al suo lavoro, come un esploratore ed uno scienziato, ma è anche un semplice uomo che soffre per la scarsa presenza del padre. Le missioni spaziali e l’ossessione del Dottor Clifford McBride (Tom Lee Jones) di ricercare altre forme di vita intelligenti oltre la nostra lo hanno condotto verso un allontanamento familiare, fino a raggiungere la morte ai confini del sistema solare. Una scelta la cui distanza che questa comportava è stata percepita fortemente dal figlio, il quale dovrà conviverne con il peso per tutta la vita, divenendo anch’egli incapace di legami affettivi. L’eredità comportamentale del padre è evidente in lui nella scelta di perseguirne le orme, nel non riuscire a legarsi emotivamente e nel distaccarsi dall’idea di avere una famiglia sua. Quando successivamente Roy riceverà la notizia di una possibile sopravvivenza del padre tra gli anelli orbitanti di Nettuno, risorge in lui la […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Il bergamotto: origine e benefici dell’agrume calabrese

Nell’area costiera ionica nel «grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra» di Reggio Calabria, viene coltivato un agrume pregiato: il bergamotto. «… il cameriere si sollevò sulla punta dei piedi per infilargli la rendigote di panno marrone; gli porse il fazzoletto con le tre gocce di bergamotto». (Da “Il Gattopardo” di Tomasi da Lampedusa-1958) Il bergamotto (dal turco bey armudi = “pero del signore”), il cui nome scientifico è Citrus bergamia della famiglia delle Rutaceae, è un agrume coltivato in Italia, soprattutto in Calabria, infatti l’area della costiera ionica, riparata dal vento che sferza nello stretto di Messina, consente a tale frutto di crescere rigogliosamente, al punto da essere divenuto il simbolo della regione e dal 2001 riconosciuto DOP in Europa. Noto fin dal XVII-XVIII secolo e coltivato a circa 2 km dal mare in un’area di circa 1500 km2, il bergamotto è oggi noto non solo per la fragranza estratta dal frutto (per ottenere un kg di essenza occorrono 200 kg di frutti), ma anche per i suoi numerosi benefici. È soprattutto fra novembre e gennaio che nelle zone vicine a Reggio Calabria (fra Melito di Porto Salvo, Prunella e Caredia- Lacco) si raccolgono maggiormente questi frutti, in un’area climatica particolarmente soleggiata e con un tasso di umidità adeguato alla produzione del bergamotto. Tali frutti vengono raccolti da piante che si ricavano dall’innesto di tre rami dell’albero del bergamotto su un ramo di arancio amaro di un anno, e tale innesto, dopo un inizio di produttività a 3 anni, raggiunge il massimo della produttività a 8 anni, arrivando anche a donare un quintale di prodotti annualmente. Sono principalmente tre le varietà del bergamotto: il  femminello con i frutti piccoli e lisci, il prolifico fantastico e il castagnaro dai frutti grossi e rugosi. Dal frutto verde e immaturo si realizzano le scorzette candite, le caramelle e la cosiddetta bergamottella, da cui si ottiene l’olio essenziale nero o l’estratto di bergamottella. I Neroli o nero di bergamotto e i liquori (come il bergamino, il bergamello, l’elisir digestivo e l’Amarotto) si ottengono dai frutti di color verde cinerino. Il frutto giallo e maturo di solito non è venduto, tuttavia è possibile acquistarlo direttamente dai contadini calabresi e usarlo per ottenere spremute molto amare, succhi, granite e bevande gassate (come il Bergò) o, tagliato a spicchi, per impreziosire primi piatti, per condire insalate o per aromatizzare tazze di tè e tisane: infatti si tratta di una fonte naturale di acido citrico. Ricco di sodio, potassio, magnesio e calcio, il succo può essere versato in poche gocce (10 gocce corrispondono a circa 40 calorie) in acqua tiepida al mattino per ridurre il colesterolo (LDL, quello “cattivo”), prevenire il diabete II e abbassare la glicemia e i trigliceridi. La buona abitudine quotidiana di diluire il succo di mezzo frutto in acqua è utilissima anche contro la stipsi e l’intestino pigro. Ma il vero prodotto prezioso ricavato dal bergamotto è l’olio essenziale, profumatissimo e esportato in tutto il mondo, che è ottenuto grazie alle […]

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Dimagrire Mangiando, il Metodo Katia Salzano

Come tornare in forma mettendo da parte diete rigide e mangiando nel modo giusto? A questa domanda risponde la Dottoressa Katia Salzano, attraverso la diffusione del suo metodo battezzato “Dimagrire Mangiando“. La ricerca sulla corretta alimentazione dura da quindici anni e si unisce ad un approccio verso il cibo sano e soprattutto consapevole, senza rinunce drastiche. Anche la tecnologia gioca qui il suo ruolo, come dimostra il sistema brevettato RE-System presentato venerdì 4 ottobre in Villa Vittoria a Napoli zona Posillipo. Come funziona e quali sono i suoi effetti “Il corpo non è un oggetto da mostrare, ma un bene” e bisogna quindi affidarne la cura a persone competenti ed esperte. “Prima di essere belli bisogna essere sani”, cita la Dottoressa Katia Salzano. Guidata da tale filosofia, la Dottoressa insieme al suo team di esperti si pongono come obiettivo innanzitutto quello sfatare i falsi miti legati al complicato processo del dimagrimento. Fondamentale è educare a un’alimentazione corretta, in cui si insegna al paziente a riconoscere i cibi con le loro proprietà benefiche, scoprendo ciò che fa bene al corpo, riparandolo da patologie e alla linea, senza rinunciare al piacere del gusto. “Basta sottoporre a inutili stenti corpo e mente – spiega la Salzano – che rendono difficile ottenere il dimagrimento. Infatti sono tanti i preziosi contributi che offriamo ai nostri pazienti, come il ricettario, un vero plus del metodo, che con ricette sane, ma gustose aiuta a rispettare un’alimentazione equilibrata e RE-SYSTEM, il sistema frutto di integrazione e sviluppo delle più avanzate tecnologie del mondo del dimagrimento”. Suddetto sistema prevede l’utilizzo di una macchina, una cabina che a prima vista può essere accostata ad una comune sauna, ma che sauna non è affatto, poiché la temperatura al suo interno non ne richiama il medesimo clima, perciò non i medesimi effetti quali l’abbassamento della pressione e la vasodilatazione. Tale tecnologia con sistema touch si lega al “know how” degli esperti, utilizzando gli infrarossi al suo interno per distanziarsi dagli effetti collaterali sopracitati della sauna. Quindi espellere le tossine in un ambiente controllato. Con gli infrarossi l’organismo riesce a disintossicarsi, acquistando energia e vitalità, adatti dunque non solo alle persone che mirano al dimagrimento quanto anche a coloro che decidono di dedicare maggior cura verso se stessi. La macchina RE-SYSTEM, il cui trattamento dura venti minuti, si combina ovviamente con lo stile di vita del paziente, che dovrà sviluppare un attività fisica costante insieme ad una corretta alimentazione. La seduta prevede solo una disintossicazione che non andrà ad intaccare il tono muscolare, come succede all’interno di una comune sauna. In questo modo il paziente svilupperà un miglioramento non solo estetico, ma anche interno con la regolazione di valori quali la pressione, i trigliceridi, il colesterolo etc. Ciò per cui si batte la dottoressa Salzano sta nella prevenzione, ossia non attuare le sedute solo in caso di problema esistente, bensì prima che il problema possa presentarsi. Dove trovare RE-SYSTEM insieme alla dottoressa e al suo team di esperti? Per maggiori informazioni: lo studio […]

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I benefici dei semi di lino: dai capelli all’intero organismo

I semi di lino, derivati dal Linum usitatissimum – una pianta erbacea delle linacee dai fiori color cielo, diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo e nelle regioni europee – hanno diverse proprietà benefiche grazie all’alto contenuto di minerali e alle proprietà emollienti e protettive. Oltre ad essere molto utilizzati nella cosmesi, ad esempio per la cura dei capelli, i semi di lino sono anche antinfiammatori e antiossidanti ed aiutano, dunque, a prevenire e contrastare alcuni disturbi fisici. Vediamo insieme nel dettaglio quali sono i benefici dei semi di lino. I benefici dei semi di lino per i capelli I semi di lino, o meglio l’olio che se ne estrae, sono molto utilizzati, come detto, nella cosmesi. Grazie alle sue proprietà antiossidanti, l’olio di semi di lino aiuta a mantenere una carnagione liscia e idratata, e dunque a contrastare la lassità dei tessuti e l’insorgere delle rughe. Tuttavia, l’olio di semi di lino è notoriamente più utilizzato per la cura dei capelli. In caso di capelli secchi, spenti e sfibrati è consigliabile infatti versare su di essi qualche goccia di olio per renderli più morbidi e lucenti. Ecco una ricetta fai da te per preparare un impacco di olio di semi di lino: lasciare i semi per mezz’ora in ammollo, successivamente cuocerli nella stessa acqua a fuoco medio. Aggiungere qualche goccia di olio d’oliva per rendere l’impacco ancora più nutriente. Filtrare la miscela ottenuta per eliminare i semi; infine applicarla sui capelli asciutti lasciando agire per qualche minuto. Il risultato sarà una chioma splendente e morbida. Si può, in alternativa, miscelare 5 cucchiai di olio di semi di lino a un cucchiaino di limone al fine di ottenere un composto da applicare sui capelli prima dell’abituale shampoo. La miscela va distribuita sulle ciocche con l’aiuto di un pettine a denti larghi e lasciata in posa per 20 minuti. Dopo lo shampoo i capelli saranno morbidi e lucenti. L’olio di semi di lino è anche un ottimo rimedio antiforfora, in quanto normalizza la produzione di sebo e, se nebulizzato sui capelli asciutti, aiuta a prevenire la formazione di doppie punte. Semi di lino: i benefici sull’organismo Non solo pelle e capelli, i semi di lino hanno qualità benefiche per l’intero organismo. Essendo ricchi di acidi grassi monoinsaturi come l’acido oleico e grassi saturi come l’acido stearico e palmitico, nonché di mucillagini emollienti, proteine, sali minerali e lignani (un genere di polifenoli antiossidanti), i semi di lino sono infatti in grado di contrastare funghi e batteri. Gli acidi grassi in essi contenuti esercitano inoltre una potente azione antinfiammatoria e immunostimolante e intervengono nella formazione delle membrane cellulari, rinforzandole e contrastando i processi infettivi e degenerativi e l’invecchiamento dei tessuti. Ancora, i semi di lino apportano benefici al sistema cardiovascolare promuovendo l’espulsione del colesterolo “cattivo” (LDL) e regolarizzando il battito cardiaco. Aiutano anche a smaltire i trigliceridi, mantenendo le arterie pulite e regolando la pressione sanguigna. Secondo alcuni studi, inoltre, consumare in maniera costante i semi di lino aiuta a prevenire l’insorgere di […]

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La casa come spazio vitale: prendersene cura come lo si fa con corpo e spirito

Letti, living, armadi, cucine, bagni e camerette: quando ci si accinge ad arredare la propria casa, bisogna curare ogni dettaglio ed essere attenti a coniugare funzionalità e gusto estetico. La casa è l’estensione del nostro io e dei nostri desideri, ed è l’oasi in cui trovare ristoro dagli affanni quotidiani, respirare rilassarsi ed abbassare le difese, e pertanto bisogna modellarla come se fosse un’estensione del nostro corpo e del nostro spirito. Che sia un restyling per riorganizzare gli spazi oppure un progetto di arredamento ex-novo, bisogna poter disporre di un’ampia scelta di marchi di qualità, per qualunque tipo di esigenza. I colori, i materiali e la sostanza sono essenziali per mettere a punto un progetto di qualità, e chi ha la fortuna di disporre di un giardino ha molta più possibilità di scelta: la cura del proprio spazio verde è essenziale e non va assolutamente sottovalutata, poiché è importante sapere con esattezza i tipi di piante che si possono coltivare, così come quelle ornamentali da posizionare nei vari punti dell’appartamento, per donare luce e freschezza all’ambiente. Da non sottovalutare nemmeno il fai da te: il bricolage e il riciclo di materiali possono essere davvero una soluzione vantaggiosa e creativa, dai più piccoli e semplici accessori fino ad arrivare all’allestimento di veri e propri mobili, in casa o fuori in giardino. Risulta molto semplice riutilizzare materiali o oggetti abbandonati per convertirli in complementi d’arredo originali: dalle cassette per la frutta in legno opportunamente dipinte, colorate e trasformate in scaffali per asciugamani, cosmetici, passando per la creazione di mensole per le spezie, l’olio, il sale e il caffè, fino alla realizzazione di contenitori di giochi per i bambini o di veri e propri mobili, come i divani allestiti in giardino con pallet o bancale. Il bricolage può fornire lo spunto per momenti ludici coi propri amici e figli: è molto soddisfacente realizzare oggetti per la casa con le proprie mani, oppure divertirsi col décopauge, ritagliando e incollando strisce di carta colorata su materiali come legno, metallo, vetro e in alcuni casi anche plastica. Tra i metodi più creativi per prendersi cura dei propri spazi va annoverato sicuramente lo stencil: immaginiamo una cucina spaziosa, luminosa, con le pareti decorate con disegni realizzati in precedenza, magari da noi o dai nostri figli. Potreste divertirvi a realizzare insieme le mascherine per gli stencil (di solito in cartoncino) e a decorare le pareti della vostra casa. Ma nulla va improvvisato,  e sicuramente vi è bisogno di una guida per orientarsi nel mare magnum del mondo dell’arredamento, così come è forte l’esigenza di affidarsi ai migliori marchi e seguire gli influssi e le tendenze dei professionisti. Lo shopping online giunge quindi in aiuto, sia ai neofiti che agli appassionati di decorazione e arredamento, e a tal proposito può quindi risultare molto utile spulciare il web alla ricerca di idee o di una galleria dei migliori prodotti o marchi, come quella presente sulla piattaforma Homelook. Perché la casa è il nostro spazio vitale, e prendersene cura richiede lo […]

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Gigantomachia: tra mito e arte

Quello della Gigantomachia è tra i miti leggendari più antichi ed attuali che siano stati tramandati, attraverso l’arte e la scrittura. La Gigantomachia (La battaglia dei Giganti) rappresenta l’ultima fase della Cosmogonia, ovvero il processo di costruzione di un cosmo armonico, affermatosi con gli scontri tra le intelligenze divine dell’Olimpo e la forza bruta dei Giganti, sconfitta quest’ultima per lasciar spazio all’universo ordinato a cui Zeus ambiva, intendendo affermare la giustizia attraverso l’equilibrio e l’armonia. Ma chi sono i Giganti? Il termine deriva dalla parola sanscrita g’ant-u, che significa “animale”, identificando un personaggio crudele, teso a distruggere ed uccidere. Da ciò l’idea, su cui si fondano i miti, per cui i Giganti sarebbero figure tese a sovvertire l’ordine dell’universo generando caos e distruzione. Gigantomachia: mito greco Il mito della Gigantomachia è narrato nella Teogonia del poeta greco Esiodo, in cui viene descritto il lungo processo attraverso cui il mondo, da luogo di caos, giunge alla realizzazione di un armonico equilibrio. Ma tale passaggio è tutt’altro che semplice e lineare: sono occorse infatti innumerevoli battaglie tra dèi e Titani prima e tra dèi e Giganti poi. Tutto comincia con la Titanomachia, ossia l’imponente battaglia tra i Titani, figli di Urano e Gea, e gli dèi dell’Olimpo guidati da Zeus. I Titani erano anch’essi dèi, dotati di forza prodigiosa e statura considerevole. Non tutti si rassegnano al dominio di Zeus, per cui molti si ribellano, generando una guerra. Il re degli dèi riesce a sconfiggere i Titani, punendoli duramente. Intanto l’ultimo di questi, Crono, evira il padre Urano che, appoggiato completamente su Gea, si unisce a lei continuamente, impedendo ai figli di vedere la luce. Urano dunque, straziato dal dolore e staccatosi da Gea, riversa il suo sangue nel mare, plasmando isole popolate da creature che incarnano l’odio, tra cui i Giganti. Tali erano simili ai Titani per forza e dimensioni, ma ibridi tra umano e divino, pertanto legati alla profezia per cui nessun immortale sarebbe stato in grado di sconfiggerli. La forza distruttiva dei Giganti era paragonabile a quella degli Ecatonchiri, i “centobraccia”. Questi però, a differenza dei primi, impiegavano la propria furia bellica al servizio dell’ordine divino, dunque alleati di Zeus, riconoscendone l’autorità. Dal canto loro, i Giganti intendevano dominare il mondo, potendo contare su una forza prodigiosa, in grado di piegare l’armonia voluta da Zeus. Tali esseri dall’altezza smisurata ed antropomorfi, in quanto dotati di code di serpente dalla cintola in giù, intendevano peraltro vendicare i fratelli Titani sconfitti. Viene preannunciata così la colossale Gigantomachia, la battaglia finale tra dèi e Giganti, che conosce un autentico protagonista nella figura di Eracle (o Ercole), il vero eroe che, essendo come i Giganti metà umano e metà divino, era il solo in grado di poterli definitivamente piegare. Nato dall’unione di Zeus e la mortale Alcmena, Eracle si scaglia con violenza sui Giganti, riuscendo a piegarli lì dove le divinità, seppur superiori per intelligenza, fallivano. La Gigantomachia avviene in Tracia, dove i Giganti, capitanati da Alcioneo, si scagliano ciascuno contro ogni divinità […]

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Quarto Stato, manifesto delle lotte dei lavoratori

Il Quarto Stato, del pittore piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo, è uno dei quadri simbolo del XX secolo, oggi conservato nelle sale del Museo del Novecento di Milano, e divenuto un’allegoria delle battaglie politico-sociali dei lavoratori. Si tratta di un quadro epocale perché, per la prima volta nella storia dell’arte italiana, un pittore sceglie di rappresentare l’ascesa del movimento operaio nella vita nazionale del Paese. Per Pellizza la questione sociale è un tema imprescindibile dall’arte e, con la sua pittura, afferma il principio di emancipazione del popolo. Il dipinto è un olio su tela di 293×545 cm e fu realizzato nel 1901. La protesta sociale de Il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo  Pellizza cominciò a lavorare a un bozzetto degli Ambasciatori della fame già nel 1891, dopo aver assistito a una manifestazione di protesta di un gruppo di operai. Il soggetto iniziale era una rivolta operaia nella piazza Malaspina a Volpedo, in provincia di Alessandria, con tre soggetti posti davanti alla folla in protesta. Numerose furono, poi, le opere intermediarie tra il primo bozzetto degli Ambasciatori della fame e la Fiumana. Quest’ultima, rispetto ai bozzetti precedenti, presentava una massa vastissima di gente, tale da formare (come suggerisce il titolo) una vera e propria fiumana umana. Pellizza pose anche, in posizione subordinata rispetto al resto dei riottosi, una figura femminile con un bimbo in braccio, intesa passivamente come allegoria dell’umanità. L’opera è un primitivo esempio di pittura sociale. Tuttavia, non pienamente soddisfatto del risultato tecnico-artistico della Fiumana, ma soprattutto alla luce del brutale massacro di Bava-Beccaris a Milano, il pittore decise nel 1898 di riprendere per la terza volta il lavoro sul “più grande manifesto che il proletariato italiano possa vantare fra l’Ottocento e il Novecento“, con l’obiettivo di rendere la fiumana più tumultuosa e irruente e facendola avanzare “a cuneo” verso l’osservatore. Il soggetto dell’opera erano gli “uomini del lavoro”, i braccianti. che fanno della lotta per il diritto universale una lotta di classe: il loro incedere verso l’osservatore non è violento, ma lento, fermo, con una pacatezza che richiama alla mente una sensazione di invincibilità e di vittoria. In primo piano, davanti alla folla in protesta, sono rappresentati tre soggetti: due uomini e una donna con un bambino in braccio. La donna, che Pellizza plasmò sulle sembianze della moglie Teresa, è a piedi nudi e invita con un eloquente gesto i manifestanti a seguirla. Alla sua destra, procede il protagonista della scena: un uomo sui 35 anni che, con una mano nella cintola dei pantaloni e l’altra che regge la giacca appoggiata sulla spalla, procede con disinvoltura. Alla sua destra ancora, vi è un altro uomo che avanza, pensoso, con la giacca fatta cadere sulla spalla sinistra. La quinta è costituita dal resto dei manifestanti che rivolgono lo sguardo in più direzioni. Alcuni reggono bambini in braccio, altri appoggiano la mano sugli occhi per ripararli dal sole, altri ancora guardano diritti davanti a loro. Sulla tela si affacciano i volti di numerosi amici di Pellizza, come Giovanni Gatti, il […]

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Come togliere il malocchio? Guida semiseria sui rimedi occulti

Come togliere il malocchio? Come si riconosce chi ne è stato colpito? Quali sono i suoi sintomi? Come si allontana?  Ci sono mondi, che albergano nell’infanzia di ognuno di noi, in cui l’Illuminismo non è mai avvenuto, la ragione non riesce a far luce nel fitto buio del mistero, la superstizione è una vera e propria scienza esatta. In questi mondi, quando accade qualcosa di increscioso, quando le cose non vanno più per il verso giusto, quando un malessere ci colpisce, quando la sfortuna sembra non volersi allontanare da noi, la spiegazione più ovvia e plausibile è solo una: il malocchio. E chi crede nel malocchio crede in quella vera e propria “scienza” che permette di fare anamnesi, diagnosi e prognosi del malocchio. A parlarci diffusamente del malocchio, dei suoi effetti e delle sue cause è il Filosofo Cornelio Agrippa nel suo De occulta philosophia del 1531. Cornelio Agrippa definisce il malocchio “una forza che partendo dallo spirito del fascinatore entra negli occhi del fascinato e giunge fino al di lui cuore”. Il malocchio, dunque, altro non è che una maledizione di cui qualcuno può essere vittima: l’occhio del male (in inglese evil eye, occhio del male, in spagnolo mal de ojo) può essere trasmesso volontariamente ma può essere anche frutto involontario di invidie o vere e proprie ossessioni. Sintomi del malocchio possono essere mal di testa, nausea, vomito, o anche più in generale sfortuna, infelicità, malessere interiore. Come togliere il malocchio? A diagnosticare ed eventualmente curare il malocchio sono solitamente donne anziane depositarie di tutto il sapere relativo alle arti occulte. Queste donne sono le uniche in grado di riconoscere l’occhio del male e le uniche a conoscere i trucchi per poterlo allontanare: trasmettere questo sapere ad un’altra persona implica necessariamente la perdita o l’indebolimento del proprio “potere guaritore”. Per questo motivo le donne trasmettono il proprio sapere occulto come una sorta di eredità solo nei giorni rossi del calendario. Nell’era digitale, se la filosofia dell’occulto ha meno appeal sulle persone, è altrettanto vero che per fare “indagini diagnostiche” e ottenere “terapie” per il malocchio non è più necessario rivolgersi alle anziane donne che custodiscono gelosamente il loro sapere. Per capire se si è stati colpiti dal malocchio e trovare dei rimedi basta fare un rapido giro in rete o consultare qualche tutorial su youtube. E quindi, come togliere il malocchio? Cercheremo qui di proporre qualcuno tra i metodi più diffusi per togliere il malocchio.  Per togliere il malocchio dalla propria casa sarà sufficiente lavare pareti e pavimenti con acqua e sale, porre in ogni angolo sacchettini di stoffa rossa fatti a mano con dentro sale grosso e un foglietto con sopra scritto a mano il numero “sette”. Il numero sette, numero buono diversamente dal 4 e dal 6 che sono i numeri del male, ricorre anche in altri rimedi. Per togliere il malocchio dalla propria persona, infatti, sarà necessario fare un bagno al giorno, per 7 giorni, in acqua tiepida con abbondante sale grosso, versato possibilmente dalle mani di una […]

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Eros e Thanatos, tra le pulsioni di vita e di morte

Eros e Thanatos, le pulsioni della vita e della morte, scandiscono la nostra dimensione psichica e biologica. O, meglio, scandiscono la dimensione psichica e biologica di ogni essere umano e – allo stesso tempo – sono perennemente in lotta con la realtà. Eros, dio greco dell’Amore e del desiderio, di tutto ciò che ci fa muovere verso qualcosa, un principio divino che ci spinge verso la bellezza. E Thanatos, figlio della Notte, personificazione della morte. Insieme, riproducono i conflitti più intimi dell’uomo e, ovviamente, non possono essere scissi poiché “non c’è vita senza morte” e viceversa. Sigmund Freud, il padre della “psicoanalisi”, con le sue riflessioni sulla sessualità e le nevrosi, è approdato a una spiegazione della dinamica della società basata sul contrasto proprio tra i due principi della psiche umana, Eros e Thanatos. Con “Eros”, Freud indica l’erede della libido, un’energia psichica legata alla pulsione sessuale, che costituisce l’asse portante delle sue teorie. Per semplificare, possiamo dire che per qualche tempo Freud ha immaginato una contrapposizione tra la pulsione verso il piacere e il principio di realtà dell’Io, ovvero tra la tendenza a soddisfare immediatamente i bisogni della libido e la tendenza a procrastinarli e adattarli al mondo reale. A un certo punto, però, la vita psichica e i comportamenti si dimostrano riconducibili alla sola libido e al principio di realtà. Anzi, il principio di realtà sembra nascere dalla stessa libido. Al contrasto tra il principio del piacere e il principio di realtà, Freud sovrappone una nuova contrapposizione: quella tra gli istinti di vita e gli istinti di morte, che sembrano appartenere alla materia vivente e spingono verso uno stato di quiete e una condizione inorganica. Nel Disagio della Civiltà (1929) “Thanatos” diventa il protagonista: è il nemico della civiltà. Il ragionamento di Freud parte dalla considerazione che ogni uomo desidera la felicità ma i limiti imposti dalla natura e dalla società spesso gli impediscono di raggiungere la meta. Infatti, se ogni uomo assecondasse esclusivamente il proprio principio d’Amore, vivremmo idealmente in un mondo senza conflitti. Gli uomini primordiali, ad esempio, erano senza dubbio più liberi di quelli attuali, nonostante rischiassero la pelle ogni giorno. La società mette a disposizione attività e comportamenti per indirizzare le pulsioni libidiche nel modo più inoffensivo (ad esempio la scienza, l’arte etc). L’Amore, così, si trova imbrigliato in mille regole che, nella nostra cultura, spingono alla monogamia e alla fedeltà e deviano una parte della forza erotica verso forme di Amore “inibito nella meta”, come quello per gli amici e i familiari. Ma allora perché la società non è un luogo paradisiaco dove tutti amano gli altri come se stessi? La risposta è semplice: perché l’uomo è naturalmente aggressivo. E anche a questa pulsione la civiltà si deve porre un freno. L’uomo delle origini poteva sfogare i suoi istinti distruttori e non soffriva di nevrosi, ma rischiava di cadere vittima dell’aggressività altrui. Lo stratagemma elaborato dalla società, invece, consiste nel rispedire al mittente la sua aggressività senza lasciargliela sfogare. L’energia pulsionale aggressiva, rinchiusa tra le pareti […]

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Noleggio auto last minute: perché scegliere Locauto Elefast

Noleggio auto last minute: perché scegliere Locauto Elefast Il noleggio auto con app è un servizio sempre più familiare per gli automobilisti, grazie a soluzioni flessibili alla portata di privati e aziende. Tra le più innovative c’è Elefast, la soluzione progettata da Locauto che abilita il noleggio fai da te H24 in tutti gli aeroporti italiani e presso le stazioni di Verona Porta Nuova, Venezia Mestre e Milano Centrale. Come funziona e quali vantaggi offre rispetto all’autonoleggio di tipo tradizionale? Elefast app: il noleggio fai da te intelligente Le tecnologie digitali hanno abituato gli utenti a una gamma sempre più ampia di servizi gestibili via app, direttamente dal proprio smartphone o tablet per risparmiare tempo e denaro. Anche l’autonoleggio è stato segnato da questa rivoluzione, sposando una tecnologia amica capace di semplificare la vita e offrire, al contempo, tutte le garanzie che servono per viaggiare sereni. La app Elefast riassume perfettamente questa filosofia, grazie all’agilità del servizio di prenotazione, ritiro e riconsegna dell’auto. La formula full self service di Locauto si caratterizza per la grande affidabilità, grazie a un customer care dedicato che accompagna l’automobilista in tutte le fasi senza mai lasciarlo solo. Sperimentare i vantaggi del noleggio auto veloce, dunque, non comporta rinunce in fatto di assistenza: una premessa fondamentale per viaggiare in sicurezza e senza avere sorprese. Entriamo dunque nel dettaglio di questa soluzione all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. Come funziona Elefast Le vetture Locauto Elefast sono equipaggiate con uno speciale sistema che consente alla centralina di comunicare direttamente con la app: una volta scaricata quest’ultima sul proprio dispositivo, tramite Google Play o App Store, non serve rivolgersi al banco di noleggio: questo passaggio, infatti, è richiesto solo per la prima attivazione, ovvero per la convalida dei dati e l’abilitazione al servizio. A questo punto è possibile fare affidamento esclusivamente sullo smartphone e sulla funzione di geolocalizzazione per gestire il noleggio. Inclusa la presa dell’auto: Elefast consente di sbloccare le portiere con un semplice touch, inquadrando il codice riportato sul parabrezza della vettura. Un gesto immediato che permette di entrare in possesso delle chiavi senza avvalersi dell’assistenza degli addetti e garantisce un vantaggio prezioso: poter ritirare l’auto in piena notte e in qualunque momento, senza dipendere dagli orari di apertura degli sportelli. Ad esempio, se il volo subisce un ritardo o se l’arrivo è programmato quando le compagnie di autonoleggio sono chiuse. Noleggio auto last minute? Niente di più facile! Grazie alla serietà del servizio offerto da Locauto, il noleggio auto last minute è garanzia di serenità per organizzare il viaggio o la trasferta senza inutili code agli sportelli, approfittando della massima flessibilità per programmare i propri spostamenti. Locauto Elefast si caratterizza per la formula Ready-to-Rent: le vetture possono essere prenotate pochi istanti prima del ritiro, appena messo piede in aeroporto senza necessariamente doversi recare agli sportelli. Basta infatti accedere alla app e verificare in tempo reale le auto disponibili in aeroporto o in stazione per chi viaggia coi treni dell’alta velocità. La prenotazione può essere confermata […]

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Guida Rapida per Scrivere un Ebook

Guida Rapida per Scrivere un Ebook Sapevi che oltre il 4% di Americani legge solo tramite EBook? Un altro 23% sostiene che gli Ebook siano importanti tanto quanto i libri stampati, ed oltre il 20% ha detto di voler vedere in produzione altri modelli di Ebook in futuro. Le statistiche fanno notare come gli Ebook abbiano un alto potenziale e possano portare tanta utenza ad un’azienda. Possono aiutarti a promuovere la tua attività, ad informare potenziali clienti, a rafforzare le tue campagne di marketing ed a sviluppare le tue capacità di scrittura aziendale. In ogni caso però scrivere un Ebook richiede ricerca, lavoro di progettazione e tante altre cose da organizzare. Se non hai familiarità con questi procedimenti, continua a leggere. Questo post ti guiderà attraverso tutti i passi necessari a scrivere un Ebook. Scegli un Argomento per il tuo Ebook Gli Ebook sono uno strumento per lo sviluppo della carriera personale o nell’ambito delle vendite. Perciò i dati devono riguardare un particolare aspetto da approfondire. L’obiettivo primario non è quello di attirare clienti, bensì quello di trasformarli da potenziali compratori a lettori. Quando crei un Ebook, scegli un argomento che ti sia familiare. In questo modo sarà più semplice capire, organizzare e presentare i dati in un modo più accattivante. Dovresti anche prestare attenzione al titolo del tuo Ebook. Il titolo è la prima cosa che i clienti vedranno ancora prima di scegliere se iniziare o meno la lettura. Perciò, è meglio optare per titoli precisi e diretti. Ad esempio, per un Ebook aziendale in cui si parla di come migliorare il branding interno per i datori di lavoro, potresti usare “tot modi per migliorare il branding per i datori di lavoro”, oppure per un nuovo servizio scegliere un titolo del tipo “Un’introduzione al ‘servizio’ “. Strutturare l’Ebook La struttura complessiva di un Ebook non è definita o basata su regole precise. Puoi seguire la struttura del romanzo, del libro di testo o di un altro tipo di materiale di lettura. Puoi anche dare un’occhiata su qualche sito per avere consigli e trovare qualche modello di Ebook in modo da snellire il lavoro di organizzazione. Scegli il modello di Ebook che consideri rilevante per il pubblico al quale ti rivolgi ed inserisci il tuo contenuto. Il modello dovrebbe andare bene anche per l’indice del tuo Ebook e del font che hai scelto. Scrivere le Informazioni Gli EBook devono essere divulgativi, diretti e coinvolgenti, il che significa che devono essere divisi in sezioni. Dovrai trovare le informazioni, ottimizzare il contenuto, dividerlo in parti e poi creare un flusso di informazioni. Devi essere sicuro che il contenuto di ogni capitolo si concentri su un particolare aspetto delle informazioni e sia collegato ai capitoli successivi. Un’altra cosa da fare è dividere i capitoli in paragrafi. Devi dividere le informazioni in sezioni, usare elenchi puntati ed inserire immagini inerenti al contesto. Il linguaggio dei capitoli o dei paragrafi dovrebbe essere scorrevole e creare un flusso naturale di informazioni. È fondamentale creare un modello […]

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Shopify: cos’è e perché dovresti sceglierlo

Questa è l’era del boom del business dell’e-commerce fatto tramite Shopify, oggi certamente la migliore piattaforma che puoi utilizzare per creare e-commerce di successo e, senza dubbio, la via più semplice per aprire un negozio online. Nel 2004 Tobias Lütke, un programmatore tedesco che si era trasferito da due anni in Canada, aprì insieme a Daniel Weinand e Scott Lake un sito chiamato Snowdevil per vendere online prodotti per fare snowboard. Mentre creava il sito, Lütke non trovò nessuna piattaforma di e-commerce a cui appoggiarsi che lo soddisfacesse, così decise di crearne una lui, da zero. Oggi, dal principiante al più esperto, Shopify è la scelta migliore per chi vuole vendere e ricevere pagamenti con una semplicità che nessun’altra piattaforma è in grado di garantire. Perché scegliere Shopify La sua semplicità, unita alla sua grande versatilità, rende Shopify la piattaforma più completa per iniziare e continuare il proprio e-commerce in maniera autonoma e sicura: e proprio l’autonomia e la sicurezza sono i due massimi elementi di valore che elevano Shopify al di sopra delle altre piattaforme. Se vi state chiedendo a questo punto “Perché scegliere Shopify”, andiamo a vederlo insieme. Il primo grosso vantaggio che Shopify è “ready to go”, pronto a farti partire con la vendita online in tempi molto rapidi proprio grazie alla sua natura, quella di essere una piattaforma in cloud che non richiede un’installazione su un server. A differenze di siti come eBay o Amazon, Shopify non funziona come un sito di e-commerce vero e proprio, ma come una piattaforma a disposizione di chiunque voglia vendere qualcosa online. È utile soprattutto per chi non ha esperienza nella vendita online e non saprebbe da dove iniziare: di fatti fornisce strumenti gratuiti necessari per la creazione di un sito, anche per chi è alle prime armi, dalla registrazione del dominio alla vendita degli oggetti. Per avviare il proprio commercio online su Shopify non è richiesto nessun tipo di sforzo tecnico, proprio perché basta crearsi un account sulla piattaforma. Puoi aprire il tuo negozio online oggi stesso, inserire le immagini di un prodotto, scegliere il prezzo e promuoverlo su Facebook per vedere i primi ordini. Un altro dei vantaggi della piattaforma è che per qualsiasi tipo di problema nella gestione quotidiana del proprio esercizio commerciale online Shopify offre un unico servizio di supporto attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, cosa che nessun’altra piattaforma e-commerce propone. L’assistenza H24 di Shopify è uno dei motivi per i quali non ci si dovrebbe pensare molto, in fase di software selection: infatti, al di là della fase di partenza del proprio business online, quello che poi fa la differenza per chi sta vendendo e servendo dei clienti paganti, è che non sei solo di fronte ai problemi. Shopipy offre, tra le tante opportunità, un trial gratis di 14 giorni per ogni utente o negozio online, dopodiché richiede il pagamento di una tariffa mensile che varia a seconda delle proprie esigenze: si parte da 29 euro al mese fino ad arrivare a 299 euro al mese […]

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Lotto: tra fascino, miseria e superstizione

Quanti di voi sono convinti che il gioco del lotto sia nato a Napoli? Beh, segnatevi questa data, 1576, e questo luogo, Genova. Due volte l’anno, venivano estratti tra centoventi nobili genovesi cinque nominativi che subentravano ad altrettanti membri del Senato e del Consiglio dei Procuratori per i quali era scaduto il mandato elettorale. Il sorteggio veniva seguito dal popolo, che iniziò a scommettere sui nomi che sarebbero stati estratti. Il gioco del lotto arriverà a Napoli in un secondo momento, con l’Unità d’Italia, e in questa città troverà terreno fertile per attecchire come non mai. Chest’è. Napoli e il gioco del lotto “Ebbene, il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito. Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano. Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina, la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia. Il lotto, il lotto è il largo sogno, che consola la fantasia napoletana: è l’idea fissa di quei cervelli infuocati; è la grande visione felice che appaga la gente oppressa; è la vasta allucinazione che si prende le anime”. Queste le parole di Matilde Serao ne “Il Ventre di Napoli” del 1884. L’instancabile scrittrice, sofferente di un “mal di Napoli” mai guarito che si portava addosso come una sorta di cicatrice, ci lascia in eredità anche pagine meravigliose che descrivono un’estrazione del lotto ne “Il paese della Cuccagna” del 1891. Queste sono ancora impregnate di sorprendente puntualità. Il fascino della scommessa e il brivido provocato dalla sfida di prevedere lo svolgimento degli eventi sono le radici dell’attrazione per il gioco. Il carattere fatalista e creativo del popolo napoletano riesce a creare persino una filosofia dei numeri, attribuendo loro un significato profondo. Per il partenopeo verace, qualsiasi avvenimento può regalare numeri vincenti. La catastrofe, soprattutto, è il luogo in cui da sempre s’incontrano scienza e superstizione. Non sorprende, dunque, che anche per il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata vari dati sono stati riferiti a una dimensione paranormale o insolita. C’è chi afferma di aver previsto l’evento, chi sostiene che a esso si accompagnarono segni straordinari. L’estrazione del […]

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La libertà possibile, il brillante esordio di Margaret Wilkerson Sexton

È in uscita il 10 ottobre, per Fazi Editore, “La libertà possibile”, il romanzo d’esordio di Margaret Wilkerson Sexton. Finalista al National Book Award 2017, il romanzo è stato molto apprezzato dalla critica tanto da essere incluso nella lista dei migliori libri dell’anno da tutte le testate più autorevoli. La libertà possibile: una storia familiare Il libro ha per protagonisti i membri di una famiglia di origini africane residente a New Orleans; in particolare il racconto è incentrato sulla figura di Evelyn, su sua figlia Jackie e sul figlio di quest’ultima T.C. , e attraversa tre epoche diverse. Si parte dal 1944: Evelyn è una giovane e timida studentessa proveniente da una delle più rispettate famiglie della città. Si innamora di Renard, un ragazzo qualsiasi, senza soldi e dal futuro incerto; questo diventa motivo di tensione in casa. Le riserve della famiglia di lei e la decisione di lui di partire per la guerra come volontario metteranno a dura prova la relazione tra i due. Lasciamo temporaneamente Evelyn e Renard per fare un salto in avanti nel tempo. È il 1986, Jackie, figlia di Evelyn e Renard, è una madre single: il marito Terry è andato via di casa per combattere la sua tossicodipendenza, lasciando soli lei e il figlio T.C. Quando l’uomo fa inaspettatamente ritorno nella sua vita, Jackie è sconvolta e non sa se dare un’altra opportunità al marito. Arriviamo all’estate del 2010. New Orleans si sta pian piano riprendendo dai danni dell’uragano Katrina, il figlio di Jackie, T. C., ormai venticinquenne, è appena uscito di prigione dopo essere stato condannato per spaccio di droga. Nonostante l’arrivo di un figlio che gli sconvolge i piani, T.C. continua ad essere attratto dall’idea dei “soldi facili” e, quando il suo amico Tiger gli propone un “grande affare”, è combattuto sul da farsi. Un romanzo incisivo La Sexton mette a confronto tre generazioni, tre destini, tre epoche creando un abile intreccio tra i protagonisti e gli eventi narrati. Il racconto è caratterizzato da ripetuti salti temporali, ma, nonostante l’andirivieni tra le diverse storie, non perde mai di continuità. Il filo conduttore è la faticosa conquista della libertà, oltre i pregiudizi sociali e le aspettative dei familiari. L’autrice dimostra un’ottima capacità di analisi sociale, nonché una grande sensibilità avvalorata dalla sua attenzione ai sentimenti umani. Il romanzo pone l’accento sulla capacità di resistenza dei protagonisti agli ostacoli sociali e familiari piuttosto che sulle ingiustizie subite e questo aspetto è il motivo principale del successo di questo libro. Un romanzo diretto e incisivo, ricco di sfumature, che fa uso di un linguaggio forte, chiaro e tagliente, senza fronzoli poetici, che lo rende autentico e credibile. Una proposta interessante. Note sull’autrice Margaret Wilkerson Sexton è nata e cresciuta a New Orleans, ha studiato Scrittura creativa al Dartmouth College e Legge all’Università della California, Berkeley. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su «The New York Times Book Review». Come accennato in precedenza, “La libertà possibile” è il suo romanzo d’esordio ed  è stato finalista al National […]

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Libri

DeA Planeta in libreria con Il gioco del silenzio di Rob Keller (Recensione)

Cristina, ex famosa criminologa, è una donna razionale, metodica, routinaria. Insieme a suo marito Lorenzo e al figlio Leone vivono a Milano, ma quando inaspettatamente riceve una telefonata dal padre Alessandro, tornerà nella sua città natia a Cadenabbia sul lago di Como, per fare i conti con il passato lasciato in sospeso troppo a lungo e a risolvere un’indagine misteriosa: tutto sotto gli occhi attenti di un orologio. Il gioco del silenzio è il primo romanzo di Rob Keller, appena pubblicato dalla DeA Planeta. Nato da padre e tedesco e madre italiana, Rob Keller ha per tanto tempo lavorato come mastro orologiaio. Cresciuto proprio sul lago di Como, scrive questo primo romanzo a tinte fosche partendo dalle sue origini, per trasformarle, come uno scrittore dall’estro creativo, in un thriller: dipingendo a tratti immagini quasi cinematografiche a tratti raccontando la storia di una famiglia e di una cittadina misteriosa. La protagonista Cristina, quando viene a conoscenza della morte improvvisa del caro zio Francesco, decide di tornare a casa, nonostante la decisione presa anni fa di voler chiudere con un brutto passato. Soprattutto tentando di dimenticare il presunto suicidio della madre, e per buttarsi alle spalle il ricordo della famiglia Radlach, la più potente della città, che ancora vive ai piedi del lago nella famosa Villa degli Orologi, per i quali quasi tutta la sua famiglia lavorava. L’impatto con i vecchi fantasmi fa riemergere tutto nella mente di Cristina, così come i soprusi dei due gemelli Radlach Odessa e Riccardo, e dei coniugi Stella e Martin. Ma in special modo tornano vividamente alla mente le leggende che era solita raccontarle Miriam, sorella del signor Radlach considerata pazza, e di Nicholas, probabilmente l’unica persona di questa pericolosa famiglia ad aver avuto un’anima buona. Sì perché solo qualche tempo prima, anche Nicholas è stato trovato tragicamente morto nelle acque tenebrose del lago, forse spinto dal dirupo da una entità misteriosa. Ma ovviamente queste morti sospette, che sono ricollegate ad un filo lunghissimo che arriva sino alla madre, faranno riaprire ferite antiche in Cristina, che si troverà anche a dover fare i conti con la sua professione e i ricordi della sua infanzia, per scoprire chi si trova dietro queste sinistre sparizioni. Il gioco del silenzio ha tanti elementi che si incastrano con l’evoluzione della trama, che vanno a chiudere il libro come si chiudesse una grossa indagine: tutto sullo sfondo tetro di un lago che nasconde in sé tanti misteri e mostri, tra verità e miti, come quello della Dama Bianca o il fantasma della piccola Ghita, che porterà il lettore finalmente a conoscere qual è stato il passato oscuro di Miriam. Il gioco del silenzio, DeA Planeta: i personaggi e il tempo come protagonista I personaggi delineati nel romanzo si fondono in quella che è la classica diatriba tra bene e male; da una parte Cristina e il suo curioso ed iperattivo Leone, che entrambi trovano, o ritrovano, l’amore verso Alessandro, il mastro orologiaio che per primo decide di non avere più paura […]

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I Disinnamorati, un romanzo di Frank Iodice | Recensione

“I Disinnamorati” un romanzo di Frank Iodice edito ERETICA Edizioni è un libro che ha visto la prima pubblicazione in un’edizione francese su ‘Le Lys Bleu éditions’ nel 2018. Antonino Bellofiore è un giovane agente di polizia. Indossa calzini spaiati, non si prende cura particolarmente del suo aspetto, e fa di un suo bottino le cose sequestrate ai malfattori. La sua vita è intrecciata a quella di Anisetta, una giovane ragazza di origini genovesi, con occhi grandi e spaventati come quelli dei gatti. Le indagini di lui circa alcune lettere arrivate con ritardo presso la sua abitazione, e l’attitudine di lei, ad interrogarsi sulle questioni della vita, complici i suoi studi in psicologia, porteranno i due protagonisti in una corsa ad ostacoli, dove più volte ci si chiederà se l’amore basta a salvare una relazione o si necessita di molto altro. Il romanzo è incentrato per lo più su due grandi personaggi: Bellofiore ed Anisetta. Entrambi avranno modo e spazio di essere conosciuti dal lettore, si mostreranno senza maschere, talvolta rendendo i lettori partecipi dei loro dubbi e domande, portandoli dunque ad essere parte attiva della narrazione stessa. Bellofiore è lo stereotipo del “poliziotto cattivo” quello che fuma le sigarette di contrabbando, che non attende gli ordini o il lascia passare dei suoi superiori. È un poliziotto autonomo, che confonde utilità pubblica con questioni prettamente personali. Nega a tutti di voler fare carriera, perché il suo status di poliziotto semplice sembra assicurargli una certa sicurezza quotidiana. Non ama particolarmente Nizza, e spesso sembra ricordare con nostalgia i sapori e i paesaggi italiani. Gran parte delle vicende che lo riguarderanno saranno quelle riguardanti “le raccomandate” consegnategli con trent’anni di ritardo, a nome di suo padre. Spesso, l’uomo trascurerà le sue vicende personali a favore di indagini fuorvianti e senza grandi organizzazioni pratiche. Questo lo porterà a farsi sfuggire di mano molte delle sue questioni irrisolte, tra cui ciò che l’uomo ed Anisetta tentavano di ricucire da troppo tempo, senza buoni risultati. Anisetta è un personaggio positivo, calmo e leggero. Le vicende che la riguarderanno saranno incentrate sul suo lavoro sodo circa la tesi di laurea, sul fatto che proverà in ogni modo ad avvicinarsi ad un uomo scostante e burbero. Anisetta è osservatrice, pedalatrice, sognatrice, tutto insieme, e tutto in modo ineccepibile. Dapprima sembrerà vergognarsi anche solo di un complimento a voce alta, per poi nel corso delle pagine, trasformarsi, e diventare una ragazza più forte, quasi sfrontata: un esempio chiaro è senz’altro quello della bicicletta. Anisetta infatti, inizierà ad indossare gonne corte, o camice trasparenti in sella ad una bici, senza il timore di essere guardata o apprezzata. La sua trasformazione è piacevole alla vista quanto al pensiero. Anisetta dapprima curva sulle sue spalle, quasi intimidita dalla sua stessa voce, sembrerà darsi un tono, apprezzare di più le sue doti, e prendere scelte personali, che possano renderla davvero felice. Verso la fine del romanzo, la giovane infatti, si porgerà delle domande. Si chiederà infatti se è davvero ciò che vuole […]

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Libri

Uno qualunque: la vita e la morte nel romanzo di Alessandro Agnese

Uno qualunque, romanzo di esordio di Alessandro Agnese, edito dalla casa editrice calabrese Ferrari Editore, è un romanzo per certi versi spietato, che mette di fronte alla vera essenza dell’esistenza umana. Quattro storie, apparentemente slegate una dall’altra, che si compiono e s’incastrano nei deserti dell’anima in cui si rimane inghiottiti senza nessuna via di scampo. Quattro anonimi protagonisti-narratori, cittadini della stessa indefinita città-mondo, che attraversano quella sottile linea d’ombra che fa da confine tra la normalità e la follia. Due costanti ricorrenti sono Amerigo, personaggio dalla natura contrastante e tormentata che mostra la forza e la fragilità del male, e la morte, metafora della transizione tra i vari stadi della coscienza, mistero e incubo palpabile da cui l’uomo tenta invano di scappare. Uno qualunque, di Alessandro Agnese: quattro stadi della vita uniti da un filo rosso sangue Il romanzo di Alessandro Agnese è suddiviso in quattro macrocapitoli, ognuno dei quali rappresenta uno stadio del percorso umano: in ordine, abbiamo infantia, adulescentia, juventus-maturitas e senectus. Protagonisti sono, appunto, delle persone “qualunque”, individui che in qualche modo provano un certo “disagio” nei confronti della vita e che, invece, sembrano essere morbosamente attratti dalla morte, fil rouge dell’intero romanzo. I protagonisti di Uno qualunque la desiderano ardentemente, la sognano come la pace dopo una lunga ed estenuante battaglia contro sé stessi e i propri fantasmi. Lo stesso Alessandro Agnese, per bocca di uno dei suoi protagonisti, spiega la sua visione dell’esistenza e dello stretto rapporto tra questa e la morte: “Tutti noi umani, al di là di chi siamo e di cosa facciamo, abbiamo le stesse paure e le stesse necessità. Viviamo e attraversiamo tutti le stesse fasi, in un modo o nell’altro. L’infante, ad esempio, agisce senza morale e senza cognizione di causa. È un esserino fastidioso e capriccioso che si muove e impara a tentoni, attraverso stupidi sbagli. (…) L’adolescente è, invece, in conflitto con se stesso e il mondo intero. È convinto di essere il solo a perseguire il vero ma, in realtà è bloccato in una fase della vita che lo strattona, in egual misura, tra la puerizia e quello che inevitabilmente diventerà. L’adulto, invece, è  consapevole che la vita si regge su schemi e compromessi invalicabili. (…). Infine c’è il vecchio, un uomo solo, angustiato dal pensiero di non avere più un ruolo utile nel teatrino osceno dell’esistere. (…) Eppure, arriviamo tutti allo stesso capolinea: la morte, il solo motore del nostro agire. È la morte il vero operatore di cambiamento della nostra vita, ma tutti ne siamo terrorizzati. Sono convinto, però, che, in realtà, abbiamo più paura della vita, non il contrario…“ I quattro capitoli di Uno qualunque, dunque, presentano quattro protagonisti che, ognuno a modo loro e ognuno secondo le modalità proprie dell’età in cui si trovano, cercano di capire il rapporto ambiguo e necessario che intercorre tra la vita e il suo contrario, tra caos vitale e ordine mortale. Tutti loro sono irresistibilmente attratti dal lato oscuro, fanno di tutto per raggiungerla e passano l’esistenza a stordirsi per arrivare quanto più vicino possibile all’esperienza […]

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Napoli e Dintorni

Food

La Shell di Eugenio Tibaldi per il restyling del Nabilah

In Nabilah affida a Eugenio Tibaldi il suo restyling: una Shell (conchiglia) per la Villa romana di Bacoli. Luca Iannuzzi mette nelle mani e nello sguardo di Eugenio Tibaldi il suo Nabilah: il risultato è una Shell, una conchiglia ultramoderna dal fascino vintage, incastonata nella sabbia e nel tufo della Villa romana di Bacoli.  Il 1956 è stato il nostro punto di partenza. L’anno in cui il lido è stato costruito. Siamo partiti da qui per compiere uno slittamento in una sorta di “disio”, di “nostalgia per il futuro”: costruire un ambiente possibile ma non reale fatto di dettagli che rimandano ad un tempo altro, ad un futuro mancato che poteva essere. Un futuro utopico che contempla il passato come bagaglio, che registra gli errori e le incertezze come momenti di costruzione preziosa rivisitandoli in un’atmosfera che, con un termine partenopeo unico al mondo, si potrebbe definire di dolce “pucundria”. Queste le parole dell’artista che ha fatto della nostalgia, della “pucundria” la sua cifra stilistica e l’ha declinata, nel lavoro fatto per il Nabilah, in un vintage ricercato e raffinato, in un’atmosfera calda, soffusa e vagamente malinconica. La conchiglia di Tibaldi rientra probabilmente in quella scuola di pensiero che vuole le strutture in piena armonia, se non addirittura fuse e confuse, nel territorio in cui si sviluppano: e in effetti la conchiglia per i materiali utilizzati, per i colori, per la forma e per lo stesso concetto che la anima si confonde con i colori e le forme della spiaggia romana di Bacoli. Acciaio, legno, vetro e PVC, tecnologia e design, arte e architettura modellano una tensostruttura pensata per resistere al violento vento di Ponente che sferza la spiaggia in ogni stagione. Ma Tibaldi riesce nel miracolo di dare un’anima alla materia, di dare calore al vetro e al PVC, di dare una lacca vintage all’ipermoderno acciaio, di far dialogare tecnologia e natura, mondanità e storia, passato e presente. L’ambiente diventa uno spazio surreale, una bolla sospesa tra tempo e spazio: la tela e il legno si fondono con la sabbia, tre alberi, una Sterlizia Nicolai detta Semi di Uccello del Paradiso, un  Ficus Benjamin, una Dracaena Drago, rompono le barriere che separano l’interno dall’esterno, accessori da donna vengono celebrati in teche come opere d’arte, raffinatissimi suppellettili trasformano il cibo da bisogno primario in lusso, pensiero, produzione culturale, piacere.

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Napoli e Dintorni

Non solo sole, nail bar. Intervista a Federico Fashion Style

Il mese di ottobre porta a Napoli una ventata di glamour con l’apertura di “Non solo sole”, un esclusivo nail bar in via San Gennaro ad Antignano. Il 5 ottobre è stata inaugurata la seconda sede di quest’attività, frutto del piglio imprenditoriale di Roberta Totaro e del suo compagno Nicola, i primi a proporre su suolo partenopeo una simile iniziativa. «Avevo 15 anni e per questioni economiche ho iniziato a lavorare – spiega Roberta Totaro – Mi sento tuttavia fortunata per due motivi: perché il mio lavoro è per me pura passione e perché all’età di 16 anni ho conosciuto Nicola, il mio attuale compagno, che, nonostante fosse un semplice operaio, mi ha aiutato ad avviare un finanziamento che mi ha consentito, all’età di 18 anni, di diventare titolare del centro dove lavoravo. Dopo quattro anni, anche grazie all’incitamento delle mie clienti, abbiamo aperto il nail bar… Siamo stati i primi a Napoli!» Non solo sole: la nuova sorpresa del mondo beauty napoletano Un connubio avanguardistico e che fa tendenza quello tra il bar e il mondo del fashion. L’innovazione sta nel potersi prendere cura della propria immagine sorseggiando elegantemente un cocktail a scelta. Abbiamo parlato con i giovanissimi titolari che confidano i tanti sacrifici che hanno dovuto fare per poter realizzare il loro sogno. Trattandosi di un’attività, è stato d’obbligo chiedere un finanziamento (con tutti i rischi che ciò comporta), fare un salto nel buio e rischiare, puntando tutto su questo progetto. La difficoltà è aumentata anche tenendo in considerazione la loro giovane età, la mancanza delle “giuste conoscenze” e le umili origini. Ma la clientela li ha sostenuti durante l’intero processo, incoraggiandoli ad aprire anche una seconda sede. “Non solo sole” è un luogo di ristoro, dove potersi abbandonare alle coccole e ritagliarsi del tempo per amarsi un po’ e risvegliare il lato sensuale che ogni donna ha dentro sé. Proprio per accogliere e cullare il cliente, la scelta di abbinare vini e cocktail a trattamenti di bellezza personalizzati è stata vincente. Sono messi a disposizione trattamenti come make-up, depilazione, massaggi, solarium, ma anche strade più innovative e specialistiche come microblanding, ossigenoterapia, radiofrequenza bipolare e il BBglow. Il progetto di Roberta e Nicola è stato positivamente accolto dall’intero mondo del beauty e del fashion. All’inaugurazione è intervenuto anche Federico Fashion Style, noto hair stylist che ha molto apprezzato l’innovativo connubio nail-bar e che è stato indirizzato al “Non solo sole” proprio da alcuni dei suoi clienti più famosi. L’occasione del nail-bar è coincisa con il suo trentesimo compleanno che ha festeggiato subito dopo al “White Pearl” di Casoria con un party a tema “Grande Gatsby”. Abbiamo avuto così modo di rivolgergli qualche domanda. Intervista a Federico Fashion Style Come ha scoperto questa sua passione e quando ha deciso di trasformala in lavoro? L’ho scoperta fin da subito perché diventare parrucchiere è stato uno dei sogni che volevo realizzare, quindi si può dire che ci sono nato con questo sogno. Cosa pensa di questo connubio nail-bar? Il connubio nail-bar […]

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Napoli e Dintorni

Arca: il supermarket a Napoli dove non serve denaro

“Arca – l’emporio della solidarietà” è il primo supermercato a Napoli dove è possibile fare la spesa senza utilizzare denaro. Il meccanismo di acquisto avviene attraverso una “speciale” tessera punti che, direttamente alla cassa, converte la spesa in ore di volontariato da praticare presso i servizi sociali. Il supermarket si trova nella zona flegrea, tra Bacoli e Monte di Procida. Il progetto, unico in tutta la Regione Campania, non è riceve finanziamenti pubblici ma è stato realizzato su iniziativa dell’associazione “La Casetta Onlus” e la “Fondazione Progetto Arca” di Milano, oltre che con il supporto di tante attività commerciali napoletane. Sono quaranta le famiglie indicate dai servizi sociali dei due Comuni flegrei che, in condizioni di indigenza, beneficiano del progetto. Il progetto “Arca – emporio della solidarietà” ha un significato molto forte di fronte ai numeri che riguardano la povertà in Italia: oltre un milione e mezzo di famiglie vivono in una situazione di bisogno assoluta, per un totale di 4,5 milioni di persone, il numero più alto dal 2005 ad oggi. E, come spesso accade, le situazioni di disagio sono concentrate nel Mezzogiorno, dove si trova il 45,3% di persone bisognose di tutto il totale nazionale. «Secondo il rapporto 2016 su “Povertà ed esclusione” pubblicato dalla Caritas – spiega Anna Gilda Gallo, presidente della Onlus flegrea – in Italia 1 milione e 582mila famiglie vivono in povertà assoluta. Non si tratta di un disagio economico, ma della forma più grave di indigenza, quella di chi non riesce ad accedere a quei beni e servizi necessari per una vita dignitosa. Dal 2007 la percentuale di persone povere è più che raddoppiata passando al 7,6%.» «A Milano, a Roma, a Napoli, e speriamo anche in altre città italiane, il progetto Arca vuole essere presente per aiutare le famiglie in difficoltà, che hanno il bisogno e il diritto di riprendersi e ricominciare a vivere – commenta Laura Nurzia, vicepresidente della Fondazione – Aiutare per noi significa, innanzitutto, soddisfare i bisogni primari attraverso beni semplici proprio come quelli alimentari ma significa anche guardare oltre l’assistenza, credendo in un futuro di autonomia e integrazione sociale per tutti. Questo è il valore imprescindibile della dignità della persona». «Una delle novità che abbiamo voluto introdurre – conclude Mariano Boccia dell’associazione “La Casetta” – è la possibilità per i clienti di ricambiare il servizio ricevuto tramite ore di volontariato da prestare secondo le proprie possibilità, competenze e predisposizioni. Non più, quindi, un semplice dono, ma una nuova dimensione di scambio che gratifica la persona». Anche nel resto del Paese si stanno diffondendo i market in cui non serve denaro per fare la spesa. A Rimini, l”Emporio Rimini” è parte del “Protocollo d’intesa per la lotta allo spreco alimentare” e viene definito come un luogo dove il concetto di “aiutare” è il fattore chiave. A Moderna, invece, si trova l’”Emporio Portobello“, in cui sono attivati servizi di prima consulenza legale e di sostegno per le famiglie che necessitano di aiuto in seguito a problemi legati al lavoro. Infine, […]

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Eventi/Mostre/Convegni

So’ Vivo di Flavio Ricci vince al Napoli Film Festival 2019

“Com’è bello il mare, le onde mosse dal vento, ma chi sa che rumore fa o’mare”-  così inizia il corto  “So’ Vivo”, vincitore del premio Vesuvio Award e il premio miglior cortometraggio over 13 al Napoli Film Festival 2019. Diretto da Flavio Ricci, il corto, il cui impianto è quasi da docufilm, è ambientato a San Giovanni a Teduccio. Il protagonista, Gennaro è un ragazzo non udente, che, non potendo sentire il rumore del mare, vorrebbe almeno vederlo. Girovaga quindi nella sua scuola incrociando alcune ragazze, prese da discussioni quotidiane, e cerca di farsi dare le indicazioni necessarie per raggiungere il mare. Nessuno riesce a capirlo, tranne Maria, una ragazzina nera, timida, isolata, che fatica anche ugualmente a farsi comprendere dai suoi compagni, e che incredibilmente, aiuta Gennaro a trovare il mare, a trovare una speranza.  Il mare è la bellezza a cui questi ragazzi senza voce anelano, la pace che meriterebbero, il futuro che faticano a sognare.  Gennaro, nella sua isolata purezza, riuscirà a trovare la strada, sfrecciando tra i murales di Jorit e gli angoli degradati di una periferia moribonda e riuscirà a godersi questa bellezza e a gridare nei suoi pensieri: “So’ Vivo!” «E’ un grande onore aver vinto questo premio del Napoli Film Festival. – dice il giovane regista Flavio Ricci – Dedico questi premi ai ragazzi che mi hanno seguito con passione in questo meraviglioso percorso, in particolar modo a Gennaro, che non solo ha saputo essere l’anima del progetto, ma è diventato simbolo del riscatto di una generazione di giovani che può e deve ancora credere nei propri sogni» “So’ Vivo”, è stato premiato dalla giuria perché riesce a mostrare in maniera egregia la spontaneità del vissuto quotidiano di una scuola di provincia, dove l’alterità viene compresa solo da chi mostra interesse e attenzione realmente all’altro al di là del semplice e futile conversare. Il corto, già vincitore al Vesuvio d’Oro Film Fest, è stato prodotto presso l’ISIS Rosario Livatino di Napoli nel corso dell’Anno Scolastico 2018/2019 ed è nato dalla collaborazione fra Flavio Ricci – Associazione Tycho ed il progetto “Amori a San Giovanni a Teduccio” (Piano Nazionale Cinema per la Scuola promosso da MIUR e MIBAC; laboratorio curato da Giovanni Piperno, con il coordinamento di Antonella Di Nocera per Parallelo 41 Produzioni), con il supporto di Maestri Di Strada e la concessione del brano “So’ Vivo” da parte di Andrea Tartaglia. “Una scuola a colori” invece si aggiudica il Premio Diregiovani.it – Giovani Visioni 2019, categoria under 13. Il cortometraggio, diretto da Luca Ciriello, è ambientato in una scuola in cui ciascuna aula ha un colore ed è occupata da un gruppo di bambini. Ogni gruppo ha abitudini diverse e vive il suo mondo come se fosse l’unico, ignorando i componenti degli altri gruppi. Un giorno due bambini di gruppi diversi si incontrano davanti ad un muro ricco di sfumature e la curiosità li porta a scoprire che in realtà sotto ad un colore si nasconde un altro colore.  Il premio è stato attribuito “per la semplicità con cui si […]

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Musica

Musica

Tonia Cestari racconta la nostra generazione con un nuovo singolo

Arriva Senza Destinazione, l’ultimo singolo di Tonia Cestari, classe 1990, campana, ma conosciuta nello stivale grazie al suo brano Capate nel Muro, finalista del Premio Bianca d’Aponte 2015. Il singolo, approdato su tutte le piattaforme digitali il 17 settembre, con annesso videoclip ad opera del videomaker Frè, prelude l’uscita di un album omonimo, che presto verrà suonato live. Senza Destinazione è un brano dal sapore fresco, polistrumentistico, che rimane impresso nella mente, anche grazie al ritornello pop, gradevole e ricordabile. Andando oltre la superficie musicale, si scorge un testo dal forte impatto, poiché specchio della quotidianità che la generazione dei giovani d’oggi è costretta a vivere: l’ansia di dover trovare il proprio posto nel mondo, ad un ritmo standard e aziendale. La libertà di camminare con il proprio passo, di respirare seguendo il proprio battito, di vivere nel proprio ritmo, è questo che Tonia Cestari racconta, nel giusto mix di verità e leggerezza. Per conoscerla meglio, le abbiamo fatto qualche domanda. Intervista a Tonia Cestari Senza destinazione è il tuo nuovo singolo. Cosa rappresenta per te questo brano? Quali delle esperienze accumulate negli anni ti hanno portata a questa filosofia? “Senza destinazione” è la scelta di essere se stessi, cercare la propria felicità nel presente, il viaggio ideale in cui obiettivi e sogni corrispondono. Spesso si rischia di essere schiacciati tra la pressione delle generazioni precedenti nell’indicarci un percorso convenzionale per realizzarci  e la velocissima realtà attuale, così innaturale per l’essere umano. Siamo sempre tutti messi a confronto: numeri, punteggi, titoli sono un’ossessione, siamo costretti a correre e sgomitare per arrivare primi, altrimenti ci si sente inadeguati e in ritardo. Non a caso l’ansia è un problema tipico della nostra generazione. Bisogna attivare dei filtri verso questi stimoli che ci vogliono sempre migliori di come siamo e riscoprire che il vero traguardo è ben più vicino: la serenità a fine giornata, aver saputo cogliere l’attimo,  aver dato il giusto valore al presente e dedicato del tempo a chi lo merita. Insomma, aver fatto il possibile per migliorarsi e star bene, senza rimpianti. Senza destinazione abbatte i traguardi irraggiungibili, li scompone e ne mette i pezzi sotto il nostro naso giorno per giorno. Ci sono stati dei momenti della mia vita in cui ho pensato di essere nel posto sbagliato, in cui potevo esplodere e scappare. Quando i nostri obiettivi coincidono con i nostri sogni il passo per raggiungerli è più forte, non è mai tempo sprecato. Sappiamo di aver fatto il possibile per noi stessi, anche in vista del futuro che ci piacerebbe vivere, e come va va! Nel ritornello canti “anche se fuori piove, farò un giro in macchina per temperare la mia tensione, senza destinazione”. Mi riporta alla mente quell’idea di libertà e di dover ritagliarsi degli spazi propri all’interno della nostra vita caotica. Tu quanto credi siano importanti questi momenti “senza sapere dove” per una cantautrice? “Senza sapere dove” libera il nostro percorso da ogni aspettativa, perché va bene avere delle aspirazioni e un piano valido per […]

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Out of the Past: la musica contemporanea di Gian Marco Castro

1995, Sicilia: sono queste le coordinate spazio temporali di Gian Marco Castro, pianista dall’età di 11 anni, compositore di premiate colonne sonore e di musica contemporanea. Ha all’attivo un EP “Healing” e un album intitolato Out of the past, uscito con l’etichetta discografica INRI Classic: due tasselli di un puzzle che aspetta il proprio completamento con un concept album. Al centro di questa trilogia, il tema del viaggio: un viaggio che interseca ispirazioni e esperienze, fondendo il modello di piano solo all’elettronica. Gian Marco Castro, come ti sei avvicinato alla composizione? Cosa significa per te comporre? Ho iniziato come pianista ed ho intrapreso lo studio del pianoforte ad 11 anni, quando frequentavo le scuole medie. Sono poi entrato al conservatorio e da quel momento c’è stato un cambio repentino di idee: mi sono dapprima avvicinato alla composizione, poi alle colonne sonore e alla musica contemporanea, approcciando un nuovo percorso di studio fatto di elettronica e elettroacustica. A 18-19 anni ho composto demo per colonne sonore: è così che ho conosciuto Riccardo Cannella, regista di Palermo, con cui ho collaborato per alcuni suoi lavori. Grazie a lui ho avuto modo di ascoltare Richter, appassionandomi sempre più alla musica contemporanea; infatti è dal 2016 che scrivo brani strumentali contemporanei. Out of Past è il mio ultimo album, secondo di una trilogia che ha come tematica il viaggio e che aspetta il 2020-2021 per concludersi con l’ultimo progetto: un concept album. Riguardo la composizione, per me è un continuo trasformare le mie emozioni in musica; tutto influenza la mia ispirazione ed il mio stile compositivo: i luoghi che visito, le persone, gli eventi, ciò che mi circonda. Gian Marco Castro, uscire con INRI Classic è un grande biglietto da visita. Quali sono stati i passi che ti hanno permesso questa collaborazione? Ero su Instagram, sono incappato nelle stories di Levante, siciliana come me, di cui apprezzo tanto la musica; curioso di sapere da quale etichetta fosse prodotta, ho poi avuto modo di scoprire che la INRI aveva anche un reparto neoclassico. Così ho inviato il materiale alla INRI Classic, credendo fosse un messaggio spedito per caso, invece dopo circa due mesi ho ricevuto una risposta: erano interessati alla mia musica e mi hanno richiesto altre demo. Da lì un contratto, un’esperienza molto entusiasmante, che mi ha dato fiducia, perché quando un’etichetta così importante apprezza la tua musica, davvero avverti di essere sulla strada giusta. La mia idea era quella di produrre un EP, la INRI mi ha chiesto un album e per me è stata un richiesta positiva: ho arricchito il mio progetto, trasformandolo con brani composti appositamente, che ormai sono i preferiti di tutto il disco. Se dovessi scegliere due brani del tuo album per far entrare l’ascoltatore nel tuo mondo, quali sceglieresti? Sceglierei Through your eyes poiché è un brano piano solo: sono nato come pianista, il pianoforte è la base della mia musica;  affiancherei a questa scelta Fall is coming, un brano che ha il pianoforte, ma anche gli archi, […]

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C.R.E.O., il concorso per giovani musicisti under 35

Promosso da  Machiavelli Music il concorso C.R.E.O. è una call for artist per musicisti o gruppi di musicisti di musica strumentale under 35 residenti in Italia. Creato con la partecipazione di Artemista, un’associazione culturale no-profit che si occupa di progetti artistici, culturali, ambientali e socio-educativi, e finanziato con il sostegno del MiBACT e di SIAE, il progetto permetterà ai sei musicisti, o ai sei gruppi, selezionati di trascorrere 14 giorni nel centro culturale di Artemista di Spessa (Pavia), una suggestiva location immersa nel verde, in un’antica cascina ristrutturata adibita ad ostello e sede di tanti workshop e progetti culturali. L’ideale per sviluppare nel migliore dei modi le proprie idee.  Un’ottima occasione di crescita e formazione professionale, ma, soprattutto, di confronto tra i musicisti che potranno, non solo confrontarsi tra di loro, ma anche essere seguiti da professionisti del settore. La Machiavelli Music, infatti, lavora da 30 anni nell’ambito della post-produzione per l’audiovisivo, la musica per la comunicazione, ovvero, opera ovunque ci sia bisogno di sincronizzare la musica alle immagini: musica per pubblicità, cinema, TV, documentari e siti web. Il team di professionisti seguirà i ragazzi nel percorso di creazione. Un brano di ciascun artista (o gruppo) sarà inserito in un album che sarà poi pubblicato dalla stessa Machiavelli Music su tutti i maggiori store digitali. L’album andrà ad aggiungersi ai tantissimi cataloghi di musica gestiti dalla compagnia. Oltre all’occasione di pubblicazione, si aggiunge la possibilità di suonare in un concerto che sarà trasmesso in live streaming. Ad ogni partecipante spetterà una borsa di studio, 600 euro in caso di artista singolo o duo e 1200 euro in caso di gruppi di più di due persone. C.R.E.O, come partecipare e i criteri di scelta Attivo dall’11 settembre, gli aspiranti producer potranno presentare la propria candidatura entro il 10 ottobre inviando all’indirizzo [email protected]: il modulo della richiesta di partecipazione compilato in tutte le sue parti e scansionato insieme al documento d’identità, una scheda che descriva il progetto artistico, un’altra scheda con il curriculum vitae del candidato e il file audio con il provino (non verrà valutata la qualità della registrazione). La giuria addetta a scegliere i sei candidati valuterà le proposte secondo i seguenti criteri: Parametri tecnici (intonazione, timing, omogeneità del gruppo), punteggio: da 0 a 5; Musicalità (espressività, qualità del suono, carattere dello strumento), punteggio: da 0 a 5; Curriculum artistico, punteggio: da 0 a 4; Originalità, punteggio: da 0 a 6. Ogni candidato potrà raggiungere un massimo di 20 punti. Un’occasione rara «Penso che sia importante che ci siano queste opportunità perché non ce ne sono molte. Il bando nasce proprio dalla constatazione del fatto che ci siano poche opportunità per i giovani artisti», Elisa Boccaccini, responsabile della comunicazione di Machiavelli Music, ci racconta C.R.E.O. con queste parole.  A questo si aggiunge un’altra esigenza: «C.R.E.O nasce dall’esigenza di scoprire nuovi talenti musicali», un’opportunità che può portare giovamento sia ai giovani producer che alla Machiavelli Music. In questo modo possono portare avanti un’esperienza innovativa di formazione e crescita.  Il tutto viene arricchito […]

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Jacopo Facchi esordisce da solista con Stray Dogs | Intervista

Dopo alcuni progetti con gruppi come gli Odd Trio e gli Even, Jacopo Facchi trova la sua dimensione musicale individuale nella chitarra acustica. Pubblicato lo scorso 20 settembre Stray Dogs, il suo EP d’esordio da solista, esprime bene la spiccata propensione cantautoriale di Jacopo Facchi. Influenzato dallo stile di chitarristi acustici come Chet Atkins e Mark Knopfler, il cantautore bresciano classe ‘90 racchiude in cinque tracce i pensieri, le riflessioni e le esperienze maturate dopo un intenso anno e mezzo passato negli Stati Uniti. Un viaggio di lavoro diventato un’opportunità di crescita e definizione non soltanto musicale ma anche umana. Attraverso le sonorità acustiche e folk di Stray Dogs, Jacopo Facchi rievoca quelle atmosfere sognanti e avventurose, di quell’America dei grandi viaggi e degli spazi sconfinati. La bussola di questo breve ma intenso viaggio è stata soltanto una, la sua chitarra acustica: la condizione senza la quale non sarebbe partito. Intervista a Jacopo Facchi Incuriositi dagli immaginari evocati da Jacopo Facchi, abbiamo deciso di intervistarlo. Siamo riusciti a contattarlo telefonicamente mentre era a Berlino, questa volta non per un viaggio di lavoro ma per una vacanza e senza la chitarra (dannate policy di Ryanair!).  Stray Dogs nasce dopo un anno e mezzo passato negli Stati Uniti, cosa puoi raccontarci a riguardo? Sì, praticamente io sono andato negli Stati Uniti per lavoro. La domanda è stata: «Ti va di andare un anno e mezzo negli Stati Uniti?», ho detto subito di sì, l’unica condizione era di portare la chitarra con me. Fa un po’ ridere però è davvero l’unica cosa che ho chiesto. Dunque, sono partito con questa chitarra acustica e, una volta là, soprattutto all’inizio, ci sono stati molti momenti da solo. Quindi ho avuto l’occasione di suonicchiare nei pub e in quei momenti suonavo tanto. È stata una bella spinta, suonavo con la chitarra acustica e di conseguenza sono nati questi pezzi molto incentrati su chitarra e voce. Da lì la decisione di unire alcuni brani in un EP. Dal punto di vista concettuale, le canzoni non sono molto legate una all’altra: alcune parlano di viaggi, altre di pensieri… Però rappresentano un po’ quella che è stata la successione di pensieri durante questo annetto. Una volta registrato il disco ho aggiunto altri strumenti però l’idea di presentarlo in giro in acustico è per riproporre i brani così come sono stati scritti. Infatti, sto cercando di suonare in locali piccoli, non troppo luminosi, sempre abbastanza intimi. Qual è il tuo lavoro? Sono un solution architect, un lavoro che non c’entra nulla con la musica. Lavoro con software e automazione, macchinari praticamente. Il mio ruolo è creare progetti. Il lavoro negli Stati Uniti riguardava appunto questo quindi. Quel lavoro riguardava la stessa azienda che ha anche una sede in America. Ai tempi lavoravo al supporto tecnico e mi era stato chiesto di mettere in piedi il reparto del supporto tecnico nella sede americana e quindi sono andato lì per quello. Poi dopo un anno e mezzo il reparto si era formato […]

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Teatro

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I Corti della formica, i primi tre spettacoli in gara della XIV edizione

In scena al Teatro TRAM i primi tre corti teatrali in gara nel prestigioso festival di corti teatrali “I corti della Formica” Giovedì, 10 ottobre al teatro TRAM sono andati in scena i primi tre spettacoli in gara dell’ambito festival di corti teatrali, diretto da Gianmarco Cesario ,” I Corti della formica”. Il festival, oramai giunto alla sua quattordicesima edizione, rappresenta un appuntamento fisso per gli amanti del teatro di qualità ed è, altresì, una fucina di talenti, di giovani autori e artisti provenienti da tutta Italia, i quali ogni anno lo arricchiscono di qualità e di magia, una particolare aura magica che è proprio del teatro di qualità. I primi tre spettacoli in gara che hanno varcato la soglia del palcoscenico del TRAM sono stati, in ordine di apparizione, “Pop corn”, testo e regia di Nello Provenzano  con Roberto Ingenito e Laura Pagliara; “In-sanità” di Pietro Fusco con la regia e la interpretazione di Peppe Romano; infine, “Sulle note dell’inconscio”, testo e regia di Filippo Stasi con Anna Bocchino, Emanuele Iovino, Luigi Imperato e Nicola Tartarone. “Pop corn”, “In-sanità”, “le note dell’inconscio”, i primi tre spettacoli in gara Il primo spettacolo che ha anche aperto i battenti di questa nuova edizione de “I Corti della formica” è stato Pop-corn, uno spettacolo con testo e regia di Nello Provenzano. In questo corto teatrale un uomo e un donna rapiscono la scena per una ventina di minuti, rendendo palpabile e materializzando di fatto quello che è l’imbarazzo della timidezza del primo incontro. La scena diviene la sala di un cinema, l’uomo e la donna gli unici due spettatori. In una casuale situazione, più che ideale per tentare un approccio e anche qualcosa di più, la passione e l’erotismo zampillante si annidano sotto una carovana di coltre di timidezza, rendendo l’uomo ( interpretato straordinariamente da Roberto Ingenito) un coacervo di personalità e di maschere incollate timidamente sul suo viso e che al momento meno opportuno puntualmente si scollano facendo fuoriuscire scatti nervosi, istintivi e istantanei di verità e bestialità, i quali per via del pirandelliano “avvertimento del contrario” danno vita ad una esilarante, vivace e spontanea comicità. La donna ( interpretata da Laura Pagliara) risponde all’evidente imbarazzo e al continuo tradirsi dell’uomo con altrettanta rigidità e timidezza, ma lasciando trasparire un sotteso interesse pronto ad esplodere. Lo spettacolo dal testo incalzante e vivace si conclude con una totale esplosione dei sensi e della sensualità, quasi hardcore dell’uomo e della donna, che si lasciano ad un liberatorio amplesso indossando delle maschere, quella dell’uomo ragno e quella di un cavallo. Questo corto iniziale, giocando sul ruolo e sull’identità, mira a evidenziare quella che è l’esigenza dell’uomo nella società, cioè mascherarsi continuamente ponendo questo come conditio sine qua non  per adattamento nel sociale. Per questo, è solo attraverso quelle maschere che l’uomo e la donna riescono a far fuoriuscire la verità della loro passione. Ed è così, come nella vita di tutti i giorni, che noi riconoscendoci in una miriade di personalità imperfette, incarnandoci in molteplici […]

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Sweet Swan Sway di Nyko Piscopo: la psicologia della donna al Bellini

Giovedì 10 ottobre, al Piccolo Bellini di Napoli, è andato in scena” Sweet Swan Sway!”, una nuova lettura in chiave contemporanea de Il Lago dei Cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij, rivisitata dal regista e coreografo Nyko Piscopo. Sweet Swan Sway! di Nyko Piscopo: il Lago dei Cigni tra ispirazione e caricatura Elisabetta Violante e Leopoldo Guadagno, l’uomo e la donna, il primo dualismo di questo spettacolo, accolgono il pubblico già in scena, rendendo ancora più avvolgente l’area magica del Piccolo Bellini, quasi un caffè parigino degli anni della Belle Epoque. Sullo sfondo completamente nero, contrastato dalla luce dei vestiti bianchi, ci sono solo condutture dell’acqua, smontate. Comincia sinuosamente la scoperta dell’altro, che diventa tocco, poi presa, poi imposizione. La donna è soggiogata, al punto da perdere percezione della realtà e svenire. Nel lato, intanto, riposa un ammasso di donne, Sibilla Celesia Monica Cristiano, e Roberta Zavino, che nascono, prendono vita, ma sono ancora anatroccoli. Una magnifica interpretazione parodica degli iconici cignetti del balletto, le ragazze stramazzano, si prendono in giro e complottano per conquistare l’unico uomo in scena. Lui dà sfoggio di sé stesso, nelle perfette forme lineari del danzatore, e di controparte i cignetti rispondono nella migliore delle maniere: twerkando! Segue un passo a due, sulla musica originale del balletto, che ne ricalca i movimenti e mostra la donna nella sua natura più vulnerabile che permette all’uomo, ancora una volta, di dominarla. Il cambio di musica determina un cambio di registro: la donna-cigno si mostra, cerca di andare oltre, con gli occhi sicuri, trasformarsi da vittima a dominatrice. Questa costrizione, però, le sta stretta e, ancora una volta, finisce a terra tra le convulsioni e i respiri affannosi. I tre cignetti sono gelosi e decidono di complottare: usano i tubi, fanno gli addominali, si allenano e diventano guerriere, quasi suffragette. Ma la donna-cigno non riesce a prenderne parte, resta chiusa in sé stessa, nella sua forma non definibile. Solo un colpo di scena sarà in grado di cambiare le cose. La costrizione della forma: da cigno a donna Il Lago dei cigni è il più famoso tra i balletti classici e il danzatore-cigno è l’emblema dell’eleganza e della forma. In questa versione è proprio la forma a soffrire della sua stessa condizione: i cigni bianchi non sono più graziosi e raffinati, ma diventano donne-papere che pettegolano, complottano, litigano e, addirittura, ci fanno ridere; le musiche classiche assumono sfumature hip-hop e i movimenti lineari si spezzano completamente. La stessa costrizione del ballerino e del danzatore-cigno si riversa nella mente della donna: la donna-cigno, di volta in volta, interpreta il ruolo a lei assegnato, in linea alla mutevolezza delle cose. Ma ogni forma che investe, ogni pelle che indossa, non è stata scelta da lei, ma impostagli da un uomo, da un gruppo o da una convenzione. Così Nyko Piscopo, con l’aiuto dell’assistente Nicolas Grimaldi Capitello e del collaboratore artistico Francesco Russo, mostra in questo spettacolo il disagio dello stereotipo, della forma definita e dell’aspettativa. Un viaggio che ci trasporta dal mondo […]

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I Corti della Formica 2019, la XIV edizione al Teatro Tram di Napoli

Presentata in conferenza stampa la quattordicesima edizione de I Corti della Formica, in corso al Teatro Tram di Napoli, evento dedicato ai corti teatrali, in cui la giuria sarà composta da giovani appassionati di teatro, tutti under 25 Dodici spettacoli, divisi in gruppi di tre, per quattro serate: torna anche quest’anno, dopo ben dieci edizioni, il festival de “I Corti della Formica”, il primo ideato e realizzato a Napoli, per iniziativa di Aries Teatro ed Eventi. Giunta alla sua quattordicesima edizione, la kermesse attinge le proprie risorse unicamente dal pubblico, ma nonostante le inevitabili difficoltà che presenta un’impresa del genere, questa manifestazione continua a richiamare ogni anno autori ed artisti da tutto lo stivale, con le loro idee sempre interessanti da sviluppare sul palcoscenico. I corti selezionati (tra i quali due scelti con la collaborazione della rassegna “Le cortigiane” diretta da Tiziana Tirrito) saranno valutati da una giuria composta esclusivamente da ragazzi under 25, scelti a loro volta tra giovani frequentatori di teatro. Le serate in programmazione, come sempre al Teatro Tram di Napoli, termineranno il 13 ottobre: pubblico e giuria potranno assistere ogni sera a spettacoli diversi e al termine di ogni rappresentazione, confrontarsi e scambiarsi opinioni con gli attori del cast intorno ad un determinato argomento. Vari i temi trattati, interessanti ed attualissimi, come le nevrosi, le donne, il revenge porn, l’omofobia, in questo festival ideato e diretto da Gianmarco Cesario e nato nel 2005 con il nome originario “La Corte della Formica”. Tanti i premi destinati ad autori ed artisti I premi saranno consegnati la sera del 18 ottobre, quando la giuria decreterà il vincitore per il Miglior Corto, oltre al Miglior Autore di testo originale, Miglior Attore, Miglior Attrice, Miglior Regista e Migliore Adattamento. Compito della giuria popolare (e quindi del pubblico presente in sala) sarà invece scegliere i quattro finalisti, uno per serata, tra i quali sarà eletto vincitore assoluto quello andato in scena nella serata con maggior affluenza di pubblico. Lo sponsor dell’evento, Ottica Sacco, premierà con targhe speciali lo spettacolo con il Miglior Gusto Estetico, la targa dedicata alla memoria di Daniele Mattera, per lo spettacolo che utilizza espressività corporea, i passaporti per Positano, consegnati dal Gerardo D’Andrea, direttore artistico del Positano Teatro Festival che da otto edizioni riserva una vetrina nell’ambito della sua programmazione, dal nome ‘Il Teatro che verrà’, e tre segnalazioni per la rassegna ‘Acting Drama’ che avrà luogo presso il Teatro Gelsomino di Afragola. Come da due anni a questa parte, sarà il Teatro TRAM, in via Port’Alba 30, ad accogliere la manifestazione, che si concluderà domenica 13 ottobre. Ogni sera si inizierà dalle 20:30, il biglietto costa 12 euro. Per info e prenotazioni: [email protected] TEL. 3421785930 – Fonte immagine: https://www.expartibus.it/napoli-presentata-xiv-edizione-de-i-corti-della-formica/

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My wild love, viaggio nell’universo femminile

Napoli, Casa della Musica. 8 e 9 ottobre. My wild love di Valerio Bruner Consentitemi di immaginare, dal momento che i fatti sono così difficili a ottenere, che cosa sarebbe accaduto se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, poniamo.  Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Una voce spezza il silenzio. La voce di Valerio Bruner, che, con una chitarra e con la complicità di grandi penne del passato, esplora un universo dolce e terribile, caldo e insidioso, avvolgente e fatale: l’universo femminile. Niente di più complesso. Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Lui che con le donne ha sempre vissuto. Lui che dalle donne ha imparato l’arte della vita e della resilienza, proprio a loro dedica questo viaggio, My wild love. Un viaggio le cui stazioni sono gelosia, rabbia, speranza, rassegnazione. Un viaggio le cui fermate sono amore, odio, fuga, vendetta.  Nel frattempo quella sua sorella straordinariamente dotata, immaginiamo, rimaneva in casa. Era altrettanto desiderosa di avventura, altrettanto ricca di fantasia, altrettanto impaziente di vedere il mondo. Ma non venne mandata a scuola. Di tanto in tanto prendeva in mano un libro, magari uno di quelli di suo fratello, e ne leggeva alcune pagine.  Donne conosciute, amate, inventate, lette, immaginate si incontrano in una serata il cui fil rouge è proprio l’animo femminile, quello specchio, citando Virginia Woolf, dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Quello specchio, dice Valerio, senza il quale l’uomo forse non esisterebbe. Un tavolo, una bottiglia di vino, un libro e qualche candela a illuminare il tutto.  Una stanza tutta per sé, intima, in cui i versi diventano musica, le note diventano parole. Un inno alla grazia della donna, che sa essere anche ferina. Ragione, ma anche istinto; cuore, ma anche carne, sangue. Proprio come l’uomo. Non aveva ancora diciassette anni. Come suo fratello, lei possedeva il dono della più viva fantasia per la musicalità delle parole. Come lui, aveva un’inclinazione per il teatro. Si fermò davanti alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Quegli uomini le risero in faccia. L’impresario – un uomo grasso, dalle labbra carnose – scoppiò in una risata sguaiata. Urlò a proposito dei cani ballerini e delle donne che volevano recitare – nessuna donna, disse, avrebbe mai potuto fare l’attrice. L’uomo fece intendere invece – vi lascio immaginare che cosa. Non avrebbe mai trovato qualcuno che le insegnasse quell’arte. Un tavolo, una bottiglia, un libro e qualche candela a illuminare il tutto. Un viaggio intimistico in cui Valerio ripercorrendo le sue canzoni, tra una poesia di Keats e una citazione di Jhonny Cash, si mette a nudo in una confessione. E seduce ciò che si intravede… Vi ho già detto, nel corso della mia conferenza, che Shakespeare aveva una sorella. Lei morì giovane, e ahimè non scrisse neanche una parola. E sepolta là dove oggi si fermano gli autobus, di […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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Voli Pindarici

Il tempo vola ed è tardi, sempre troppo tardi.

Il tempo vola e nel regno dei cieli siede sul trono un pagliaccio con orologio alla mano, che presiede un reality show di cui siamo i protagonisti che vengono perculati. Il pagliaccio ha i capelli ricci e multicolori ai lati della testa, gli occhi enormi, il volto pallido, il naso rosso, gli atteggiamenti schizoidi e il sorriso finto. Uno fra i suoi addetti alle burle inviatoci sulla terra canta più o meno così: «Il mondo va veloce e tu stai indietro!», tingendo di sere nere la nostra affannata esistenza e di rosso relativo senza macchia d’amore il nostro cuore ritardatario, che non fu pronto ad accogliere la voglia che scalpitava, strillava, tuonava, cantava (?), nell’animo di chi fu puntuale. Tic, tac. Tic, tac. Tempo scaduto. È sempre troppo tardi Il pagliaccio condanna i suoi fantocci a una corsa sfrenata dettata da percezioni sfalsate della realtà e del tempo, muovendo i loro fili dall’alto senza farli mai incontrare l’uno con l’altro. Tic, tac. Tic, tac. «Mi sto avviando. Cinque minuti e arrivo! Non fare tardi.» «Cinque minuti. Cos’è cinque, se non un numero? Cinque minuti, poi, contengono un sacco di secondi. Potrei tardare con molta calma, stavolta.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo sooooo, lo saaaaaai, il tempo voooola!” «Ok, scappo.» Tic, tac. Tic, tac. “Loooo so, lo saaaai…”. «Stupido IPod. Sto correndo!» “…La mente vooooola fuori dal tempo e si ritrova soooooola.” «E dai, l’ho acchiappata la mia testa! Era fra le nuvole, ma ora ce l’ho sul collo. Maledetto Venditti, smettila di tediarmi pure tu. Non vedi? Fuggo alla velocità della luce e i miei piedi sono lì lì per ustionarsi.» Tic, tac. Tic, tac. Troppo tardi. È sempre troppo tardi. «Ah, povero me! Siamo già nel terzo millennio! Che tardi che è! Presto che è tardi!» Io lo mangerei a colazione il Bianconiglio, se solo uscisse da questo corpo. Tic, tac. Sento una porta che cigola. Tic, tac. Le unghie sulla lavagna. Tic, tac. Il ronzio di un calabrone. Tic. Tac. È tardi. Troppo tardi. L’IPod si è tramutato in un torturatore che mi vomita nelle orecchie solo fracasso e le lancette del mio orologio iniziano a girare nel senso sbagliato. Il pagliaccio non riesce a trattenere le sue risate. «Ahahah, non ci manca molto per l’infarto. Ora gli imposto Laura Pausini a tutto volume e gli stringo il collo con il cavo dell’IPod.» I teleabbonati festanti dinanzi a quello che sembra essere uno di quegli spettacoli della Roma Imperiale con i gladiatori, abbaiano: «Imbecille, aggiornati! Esistono le cuffie Bluetooth!» E il pagliaccio psicopatico, eccitatissimo nella sua tribuna d’onore, incita «Curre, curre guagliòòòò! Questa la mando in onda in prima serata. Picco di ascolti nel regno dei cieli! Ahahah!!!» Tic, tac. Tic, tac. Oggi ho un esame e mi sono svegliata tardi. Tic, tac. Tic, tac. Il tipo mi aspetta e sto ancora sulla tazza del cesso. Tic, tac. Tic, tac. «Ah, ma l’appuntamento era alle 21.00? Avevo capito alle 23.00!» Tic, tac. Tic, tac. «Sarò anche in ritardo, […]

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Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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