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Eroica Fenice

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Eventi/Mostre/Convegni

“SpeleoEvo”: il nuovo progetto di Timeline

Sabato 20 ottobre l’associazione Timeline ha presentato al pubblico il progetto SpeleoEvo, che da due anni appassiona e impegna i giovani ragazzi dell’associazione. Timeline è costituita da studenti e professionisti, geologi, analisti, archeologi o giovani appassionati di speleologia e di Napoli che, accanto alle istituzioni, hanno lavorato ad un’iniziativa di valorizzazione e riscoperta del Maschio Angioino e hanno reso fruibili al turismo ambienti prima impraticabili. L’obiettivo infatti è la rivalutazione del patrimonio storico napoletano, prezioso quanto trascurato. Timeline ha anche inaugurato l’apertura di un nuovo itinerario sotterraneo, che prevede la visita della bombardiera, situata sotto la torre San Giorgio, una delle torri costruita nel 1266 per volere di Carlo D’Angiò e che dopo i lavori di ripristino del 1442 terminati dagli Aragonesi, è stata abbandonata in epoca borbonica. Alla presentazione viene chiamato subito a parlare il sindaco Luigi De Magistris: “Esprimo il mio sostegno al progetto SpeleoEvo: sono diversi anni che lavoriamo insieme e stiamo scoprendo questo castello, che aveva dei luoghi che nessuno conosceva, come la bombardiera.  Napoli, insieme a Matera, è tra le grandi città la prima in Italia che sta crescendo grazie alla cultura, con la quale si può fare economia”. Subito dopo Davide, professionista che si occupa di speleologia da 9 anni: “Timeline è un’associazione costituita da giovani che con la loro passione cercano di vivere e sopravvivere in questa città perché la amano davvero. Speleovo è un’idea che prevede non solo il percorso guidato che oggi andremo a presentare, ma anche l’impegno di far conoscere a tutti un mondo diverso, che è quello del sottosuolo”. Il programma raccoglie una serie di iniziative culturali, ma anche sociali, come il corso “Calarsi in corda”per avvicinare i giovani all’insegnamento della Speleologia, attraverso tecniche e supporti didattici, in collaborazione con “Sicurezza Verticale”. “SpeleoEvo prevederà anche dei corsi di speleologia urbana, di operatori in fune, soprattutto di lavori verso il sociale, infatti stiamo cercando di avere contatti con il carcere di Nisida, per iniziare un percorso di avviamento di quella che è una pratica lavorativa nuova e per dare una speranza diversa a questa città”,continua un altro membro del team. Dopo aver dettagliatamente spiegato il progetto e gli obiettivi, inizia l’esibizione in corda dei giovani di Timeline, il primo dei quali, per esempio, Giulia, una ragazza di soli quindici anni, che inizia a scalare in corda la facciata del museo civico del castello con la tecnica della progressione di corda in salita. I ragazzi hanno seguito dei corsi con il gruppo speleologico CAI al Castel del’Ovo e possiedono tutte le abilitazioni necessarie per i lavori in corda. Il Team mostra alcune tecniche di salita e le modalità di soccorso ad operatori che hanno perso conoscenza durante un lavoro. Si procede poi alla dimostrazione dei lavori in quota, piccoli interventi su edifici o pareti di roccia, più economici perché evitano l’uso dei ponteggi. Dopo le esibizioni, uno dei ragazzi, Giovanni, ci mostra l’inedita bombardiera, ce ne svela i segreti e i progetti futuri, come quello di riuscire a far calare in […]

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Musica

10 canzoni belle ma (purtroppo) dimenticate

10 canzoni belle dimenticate dal pubblico e talvolta dagli stessi artisti. Ecco le nostre preferite! Girando per le strade della propria città è possibile imbattersi in negozietti amarcord, dimenticati da Dio e dagli uomini, pieni di vinili, videocassette, cd in super offerta. Tra copertine colorate, dischi impolverati e qualche affare imperdibile è possibile riscoprire buona musica, lasciata chiusa in cantina a prender polvere; vecchie glorie, ormai passate di moda; canzoni che non sono mai riuscite a scalare le vette delle classifiche, eppure non hanno nulla da invidiare alle più grandi hits. Sono tante le motivazioni per cui una canzone finisce nel dimenticatoio, pur essendo un valido prodotto musicale: talvolta i passaggi in radio sono pochi, altre volte a cantarla non è un nome particolarmente conosciuto, in determinati anni si preferisce un genere ad un altro; in tutta questa baraonda di parametri conta -ahimè- anche il “fattore sfiga”, il quale spesso segna e determina il successo di un brano. Le canzoni belle non hanno un parametro oggettivo per essere definite tali, ma indubbiamente esistono fattori che incidono magistralmente sulla loro piacevolezza: la musicalità è un indicatore necessario perché una canzone piaccia e soprattutto trasporti; per questo si cerca di trovare un giro di accordi che si inserisca bene negli schemi uditivi dell’ascoltatore, soprattutto quando parliamo di musica pop. Insieme alla musicalità gioca un ruolo fondamentale il testo, nella sua veste artistica, ma anche a livello di comprensione, in quanto molti brani non spiccano a causa di troppe parole enigmatiche, difficili da ricordare e da musicare. Questa è la playlist eroica delle dieci canzoni belle, ma dimenticate dalle radio, dalla massa e forse anche dai cantanti stessi!   #Io – Niccolò Fabi Capolavoro del cantautore romano, appartenente all’album Ecco. Con poche e semplici frasi che sottolineano potenti verità appartenenti alla vita di ognuno, Fabi mette in luce uno dei vizi che abbrutisce maggiormente l’uomo: l’egomania, ovvero il pensare unicamente a se stesso, senza mettersi nei panni altrui. Una melodia sofisticata che si innesta con un testo di profonda autenticità. #Vorrei – Lùnapop Prima che Cremonini diventasse Cremonini, c’erano loro: i Lùnapop, con quel sapore elettronico, fresco, tutto anni ’90. Già dalle prime note di piano è possibile riportare alla mente questo brano, dolce, come una dichiarazione d’amore tra due adolescenti, ma allo stesso tempo armonioso, divertente. Qualcuno ne faccia una cover! #Bambine cattive – Irene Grandi Lo spirito grintoso di Irene Grandi si evidenzia in questo brano, ormai completamente fuori da ogni riproduzione musicale; neanche Spotify ricorda più il suo groove. Eppure bambine cattive rappresenta una pietra miliare per gli amanti del Singstar (quando esisteva la Playstastion2) e per tutta quella fetta di pubblico che acquistò nel 1995 l’album di Irene, In vacanza da una vita. #Egocentrica – Simona Molinari Correva l’anno 2009, quando Egocentrica fu presentato a Sanremo, nella sezione Proposte. Un mix di pop e jazz, cantato da una voce unica. Si è classificato in Italia nella 75 posizione per la FIMI, ma ebbe un positivo passaggio radio. Fu considerato […]

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Culturalmente

Teoria geocentrica e teoria eliocentrica: da Aristotele a Copernico

Teoria geocentrica e teoria eliocentrica, un approfondimento Aristotele affermava che tutti gli uomini tendono naturalmente al sapere: quello di chiedersi il “perché” delle cose è un impulso naturale che per fortuna ci appartiene. È per questo che quella che noi oggi chiamiamo scienza, in realtà, esiste da sempre. La teoria geocentrica e poi la teoria eliocentrica, approfondite in questo articolo, fanno già parte di una fase più razionale  dell’evoluzione del sapere. La scienza nasce col primo tentativo degli uomini di dare una spiegazione alle cose che lo circondavano. L’uomo guarda il cielo fin dagli albori della storia dell’umanità: curiosità, stupore ma soprattutto timore di fronte all’inspiegabile, all’immenso, all’ignoto. Guardando le stelle, quelle cose lontane e luminose, era facile per gli uomini ricorrere al divino. Alla domanda “Che cos’è l’universo?”,  “Chi ha creato il mondo?” l’uomo rispose con la mitologia mostrando il proprio estro molto fantasioso. Secondo la mitologia scandinava, per esempio, l’universo non è che un immenso albero (un Frassino) chiamato Yggdrasill: le sue radici affondano negli inferi, i suoi rami sostengono la sfera celeste. Tra i nove mondi sorretti dai suoi rami vi è quello degli uomini, chiamato Midgardr,  e quello degli Dei detto Asaheimr. Ancora, la cosmologia assiro- babilonese concepisce la Terra come poggiata sul Regno dei Morti, sommerso dalle acque oceaniche, e sovrastata dalla volta celeste. L’oceano su cui la Terra galleggia è frutto del diluvio universale: il cielo non è altro che un oceano celeste abbattutosi sulla Terra. Una concezione, questa, che ha influenzato fortemente la cosmologia biblica che poneva al centro dell’universo l’uomo: è per questo che la teoria geocentrica fu sempre fortemente supportata dalla Chiesa. I primi astronomi: la teoria geocentrica da Aristotele a Tolomeo Nato A Stagira nel 384 a.C. e formatosi alla scuola di Platone presso Atene, Aristotele  fu il primo a sviluppare una teoria sul cosmo alla luce del dualismo tra mondo celeste e mondo terrestre, dualismo già visto in Platone e prima ancora in Eudosso di Cnido, astronomo greco. L’universo di Aristotele, ordinato e finito, ha al proprio centro la Terra perfettamente sferica ed immobile (modello geocentrico e geostatico)  mentre tutti gli altri corpi celesti ruotano intorno ad essa di moto circolare uniforme, moto della perfezione che appartiene unicamente al mondo celeste. Esistono infatti, nella teoria aristotelica, due fisiche: a garantire la perennità dei moti circolari uniformi dei copri del mondo celeste (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno fino al cielo delle stelle fisse che è il limite estremo dell’universo) è la quintessenza di cui sono composti. Essa è l’etere, una sostanza  incorruttibile, ingenerabile (senza inizio né fine) e quindi perfetta. Diverso è invece ciò che accade per il mondo terrestre (o atmosfera sublunare), mondo dell’imperfezione, in cui i quattro elementi fondamentali – terra, acqua, aria e fuoco –  in perenne agitazione, sono causa  dei cicli di generazione e corruzione. Acqua e terra hanno moto verticale, dall’alto in basso; aria e fuoco hanno moto verticale, dal basso all’alto. Ecco spiegata la gravità, ecco spiegato perché aria e fuoco […]

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Attualità

Attualità

Forum dei brutti: i “single non per scelta”

Il Forum dei brutti è la prima piattaforma italiana “incel” per numero di utenti. I termini “Involuntary” e “Celibate” si fondono nel neologismo anglosassone “Incel”: “single non per scelta”, che definisce persone (per la maggioranza di sesso maschile) vergini, o che lamentano l’assenza di un partner stabile. Il Forum dei brutti, il rifugio dei racchi Tutto ha inizio nel 2007 con la creazione di un blog, il cui fine è quello di trattare l’argomento della “bruttezza” per far crollare il tabù e per reclutare brutti che potessero confrontarsi e comprendersi, senza sentirsi giudicati. L’età media degli utenti si aggira intorno ai venti, trentacinque anni e le discussioni vertono sull’aspetto fisico, sui rapporti sociali e sulle esperienze di vita quotidiana. Gli iscritti al Forum dei brutti sono convinti di essere gli unici a vedere le cose per quelle che sono e, non a caso, sono esposte vere e proprie teorie sulla società. Si tratta di una subcultura, sviluppatasi col tempo nei meandri della rete, che basa le sue fondamenta sulla Teoria LMS (acronimo di Look, Money, Status) secondo la quale “l’attrattività di un uomo nei confronti dell’altro sesso è direttamente proporzionale al suo livello estetico e socioeconomico“. Preso atto del fatto che l’estetica è un elemento cruciale delle dinamiche sociali, il Forum si dedica a un vero e proprio culto della bellezza, ritenuta oggettiva e misurabile in una scala da 1 a 10. Buona parte degli utenti sono, praticamente, ossessionati nel voler classificare le persone in base al loro aspetto. Il prototipo del “maschio alpha”, dunque il bello, viene identificato come “Chad” ed è seguito dai diversi livelli di “maschio beta”. Gli “Incel” si trovano in fondo a questa classifica. Un altro pilastro di quella che è diventata una vera e propria filosofia è la “Red Pill Theory”, per cui i brutti sarebbero estromessi dalla catena riproduttiva a causa della rivoluzione sessuale che ha reso le donne libere dai vincoli della monogamia. Le donne non sono affatto persone, ma una specie diversa, molto più vicina alla definizione di automi. Questa una delle “simpatiche” citazioni, provenienti direttamente dal Forum, dedicate a quelle “cose” dotate di una vagina. Il Forum dei brutti nasce come qualcosa di simile a una comunità online dedicata all’auto-aiuto e all’auto-miglioramento, ma dismorfofobia (la preoccupazione ossessiva per i propri difetti, reali o immaginari che siano) e ansia sociale troneggiano in questo posto virtuale, che non ha gli strumenti utili a offrire il giusto supporto. Si tratta di uno spazio in cui capita che gente che sta male è portata a rafforzare le proprie convinzioni e a nutrire l’odio con ulteriore odio, puntando il dito contro il mondo esterno, sempre e solo ipocrita e crudele. La verità è che viviamo in un mondo di furibondi dietro a uno schermo. Tutti si scagliano contro tutto e tutti, e la gente è sempre più sola. La gente. Bella e brutta. Tutti parlano e nessuno ascolta. Forum dei brutti: la sofferenza di chi si sente a disagio dinanzi a uno specchio e al cospetto dello sguardo […]

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Attualità

Salón Erótico de Barcelona: come cambia la pornografia

“E tu? Come hai imparato a scopare?”. Inizia, provocatoriamente, così il video-spot del Salón Erótico de Barcelona (SEB), il più importante evento internazionale sul sesso e l’erotismo in una città da sempre pioniera nella lotta per l’amore libero e responsabile. Un evento in cui la sessualità viene affrontata positivamente e sottratta ad ogni tipo di discriminazione e in cui – tra le decine di diverse attività proposte – convergono offerte ludiche, culturali, informative, formative e commerciali. Il tutto secondo un’etica che rispetta ogni sensibilità e non promuove atteggiamenti sessuali degradanti nei confronti di qualsiasi persona o genere.   Quest’anno, in una nuova area del Salón Erótico de Barcelona, denominata “Toca-toca”, come risposta all’impossibilità di esplorare il proprio corpo a livello sensoriale all’interno di una società che non educa a livello sessuale-affettivo, sono stati organizzati dei workshop pratici diretti da Noemí Casquet, giornalista specializzato in sessualità e collaboratore di “El País”. Tra i temi affrontati dai vari laboratori, il desiderio femminile e le mestruazioni, il dolore e gli orgasmi mestruali, la gestione emotiva nel poliamore, la respirazione e il massaggio tantrico, la masturbazione maschile e femminile. Ma non solo, la diffusione di un’educazione sessuale consapevole al SEB passa anche per il “PornoEducativo” e la “Classroom of Sex”, in cui sessuologi e artisti provano a raccontare la sessualità e tutti i suoi feticci in modo didattico e con dimostrazioni dal vivo. Tra i vari concorsi che il SEB propone: Bodypainting, per valorizzare l’arte erotica in tutte le sue espressioni, e Pole Dance, una forma di danza le cui origini risalgono all’Inghilterra degli anni ’80. Ma anche Photocall, in cui assistere a sessioni di fotografia dal vivo con alcuni dei migliori fotografi, e sfilate di abiti intimi e sensuali. Inoltre, all’interno del SEB, è possibile trovare: “X Cinema Area”, uno spazio per la proiezione di film erotici e pornografici di tutti i generi; un centro per professionisti del settore body art che realizzano tatuaggi e piercing intimi; “Boulevard Erotico”, una fiera con tutte le ultime novità in articoli, film, cosmetici, libri, biancheria e tutto ciò che può essere correlato al mondo della sessualità. Tra le altre attività: spettacoli realizzati da oltre 150 artisti nazionali e internazionali legati a film per adulti; la sezione “Artica”, con ospite il fumettista Milo Manara, per esplorare altri modi di sentire, godere e vivere il sesso, oltre a quello fisico e carnale; “EnClaveGay”, un’area specifica dedicata al pubblico gay e bisessuale. Il Salón Erótico de Barcelona è un luogo al di fuori di ogni tabù, ma soprattutto in profonda trasformazione. L’avvicinamento alla sfera sessuale di ogni individuo passa necessariamente attraverso la pornografia, che rappresenta una sorta di “libretto di istruzioni” per migliaia di adolescenti (e non solo). Tuttavia, la pornografia non educa alla sessualità, ma inculca l’idea che una donna poco vestita ha sicuramente un forte desiderio sessuale, che una ragazza ubriaca è un’opportunità e che se non oppone resistenza non è stupro. Il porno, incentrato su un’idea machista e maschilista del sesso (ovvero incentrata quasi esclusivamente sui bisogni e i desideri dell’uomo), è l’unico genere di “educazione sessuale” […]

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Attualità

Tartufi, etichetta chiara per una maggiore trasparenza

Breve storia dei tartufi Il tartufo è conosciuto sin da un’età remotissima, citato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, il quale sosteneva che il tubero fosse un prodotto definibile miracoloso, in quanto nasce e cresce senza radici. Nel tempo, anche altri filosofi ed eruditi, famiglie reali, sottolinearono la propria simpatia nei confronti di questo tubero particolarmente pregiato; tra questi citiamo Plutarco di Cherone, ma anche i Savoia, che apprezzarono le proprietà organolettiche ed olfattive del tartufo piemontese. Nel corso degli anni poi, il tartufo ha assunto una fama internazionale, grazie all’imprenditore albese Giacomo Morra. Col passare del tempo, il tartufo ha acquisito sempre maggiore importanza, diventando un prodotto pregiato, ricercato e dal carattere inconfondibile, semplice e genuino al tempo stesso. Naturalmente, esso e la relativa coltivazione, rientrano in un vero e proprio tessuto di natura agricola, in quello che è definibile un “agromosaico”, il quale è dato da una mappatura delle zone di coltivazione, che devono avere determinati requisiti. Esistono una serie di mappe o tessere che indicano la tipologia di tartufo coltivato in quella determinata area, ma anche gli arbusti e il tessuto naturale tipico di quella zona, il clima, che contribuiscono a creare una vera e propria classificazione del tartufo, la quale semplifica e dà valore economico alla commercializzazione del pregiato tubero. Classificazione dei tartufi e norme vigenti per l’etichettatura Anche i prodotti ortofrutticoli freschi, sui quali non gravano le norme di commercializzazione Ue, come funghi e tartufi spontanei raccolti in natura, devono essere obbligatoriamente etichettati con il luogo di raccolta. L’Italia dispone di oltre 10 milioni di ettari di bosco, un terzo del territorio, che forniscono tartufi, la cui raccolta coinvolge circa 200.000 raccoglitori ufficiali che riforniscono negozi e ristoranti. L’obbligo di etichettatura di origine anche per questi prodotti, così come precisato dalla DGAgri dell’Ue a un preciso quesito posto dall’Italia, fa chiarezza in un settore in cui, ogni anno, vengono importati oltre 7 milioni di chilogrammi tra funghi e tartufi freschi (di cui 167.000 kg sono tartufi). Per quanto concerne la classificazione dei tartufi, essi si distinguono essenzialmente in: nero e bianco. Il tartufo nero è ampiamente diffuso nell’Appennino Centrale, in Piemonte e in Veneto. Può essere coltivato in terreni idonei appositamente rimboschiti con specie arboree particolari. Il tartufo bianco, invece, si differenzia dal precedente per il profumo particolarmente forte di formaggio e aglio; il sapore, è leggermente piccante; è diffuso soprattutto in Umbria, in Piemonte, in Toscana e nelle Marche. Esistono anche altre varianti, che però risultano essere un sottoinsieme del tartufo bianco e di quello nero, poco conosciute se non dai veri intenditori. Dunque, essendo il tartufo, un prodotto estremamente pregiato, la Coldiretti, ha pressato l’Ue, affinchè si stabilissero delle norme severe per la commercializzazione di questo tubero, al fine di evitare truffe o inganni. Le indicazioni obbligatorie devono esser presenti sui documenti relativi alla tracciabilità del prodotto, cioè quelli che lo accompagnano in tutte le fasi della commercializzazione. Un’attenzione particolare all’ecosistema e alla trasparenza dell’etichetta Di fondamentale importanza, ricordare che i tartufi […]

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Attualità

Pompei, gli scavi riportano alla luce “Il Giardino incantato”

Un’altra splendida quanto interessante scoperta a Pompei, dove nel corso degli scavi condotti all’interno del Parco archeologico, degli operai hanno riportato alla luce il Giardino incantato. Pompei, il Parco archeologico tra i più visitati e apprezzati, continua a regalare sorprese: oggi è riemerso il meraviglioso “Giardino incantato”, una grande edicola per il culto dei Lari, custodita da una coppia di sinuosi e benauguranti serpenti, un pavone solitario che fa capolino nel verde, fiere dorate in lotta con un cinghiale nero. Ma anche cieli luminosi dove prendono il volo dei graziosi quanti piccoli uccelli, un pozzo, una grande vasca colorata, il ritratto di un uomo con la testa di cane. Il ritrovamento dello splendido Giardino Incantato Lo splendido “Giardino incantato” è riemerso intatto e in tutta la sua bellezza, dal fitto strato di lapilli e pomici che lo aveva ricoperto, regalando un nuovo pezzo di storia, ricco di colori, dettagli perfetti e immagini fortemente evocative, in un viaggio e proprio viaggio tra illusione e realtà che permette di rivivere i momenti di quella quotidianità, a distanza di quasi duemila anni. Il maestoso larario è tra i più grandi finora ritrovati a Pompei, e sottolinea che quella stanza fosse un luogo domestico, dedicato al culto dei Lari (i lari sono delle divinità, appartenenti alla religione romana che rappresentano gli spiriti protettori degli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia, della proprietà o delle attività in generale). La conferma è data dall’arula in terracotta che è ancora poggiata lì, proprio come duemila anni fa ai piedi di quell’edicola, con i resti distrutti delle offerte bruciate. Gli scavi archeologici di Pompei continuano a regalare emozioni Una scoperta che si aggiunge alle altre dei mesi precedenti e che regala delle forti emozioni, anche a chi continua a scavare: ricordiamo infatti che l’area in cui si trova il Giardino incantato è un vero e proprio cantiere, si continua a scavare alla ricerca di nuovi reperti. Ma ciò che colpisce di più, sono gli operai stessi, i quali sottolineano la forte emozione dinnanzi a quella magnificenza, a quel tesoro nascosto, che piano piano è riemerso, con colori stupefacenti, regalando ancora una volta delle sensazioni uniche e rare. Esprime soddisfazione anche il direttore del Parco, Massimo Osanna “Una stanza meravigliosa ed enigmatica che ora dovrà essere studiata a fondo”, sottolinea appassionato il direttore del Parco Archeologico, Massimo Osanna. Per quanto riguarda il proprietario della stanza, è ancora misterioso, ma non è detto che i lavori di scavo che saranno condotti nei prossimi mesi non portino alla luce qualche dettaglio in più che possa svelare il mistero. Tutt’intorno Pompei oggi è un grande cantiere per mettere in sicurezza la millenaria città. La scoperta della casa del giardino incantato “è un tesoro inaspettato che viene da qui”, continua soddisfatto il direttore Osanna. Il binomio “Pompei scavi” o “Scavi Pompei”, che dir si voglia, a quanto pare non smetterà mai di stupire!

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Cinema & Serie tv

Cinema & Serie tv

5 migliori serie tv inglesi per perfezionare la lingua

Quale modo più efficace per imparare la lingua se non guardando la tv? La nostra proposta sulle 5 migliori serie tv inglesi! Non c’è neanche bisogno di ripeterlo: ad oggi, sapere l’inglese è a dir poco fondamentale. Il rapporto fra i giovani e l’antico idioma britannico, è inevitabile per una serie di ragioni; basti pensare che canzoni, libri, pezzi nell’ambito dell’elettronica, marche nel vestiario, vengono nominati come parole appartenenti al nostro vocabolario. Ma ciò che ha ultimamente colpito la società dal punto di vista culturale, è stato l’approdo nelle Smart TV e nei computer in generale, del colosso statunitense dello streaming: Netflix. Consequenzialmente, vi è stato un grande incremento nella “dipendenza da serie”: certo una lancia va sicuramente spezzata in favore degli ottimi prodotti del medesimo portale, tuttavia, vi si trovano spesso anche serie storiche, come Friends, Breaking Bad, e via dicendo. Prorio a questo proposito, spesso svariate serie TV vengono maggiormente visualizzate, nonchè apprezzate, in lingua originale: questo è un ottimo trampolino di lancio per perfezionare il proprio inglese, sopratutto se si iniziano a seguire delle serie prettamente britanniche. Per cui, abbiamo selezionato per voi 5 delle migliori serie tv inglesi per poter godere del ricercatissimo “perfect London accent” e che, oltre all’utilità della lingua, sono dei veri capolavori. La nostra proposta sulle 5 migliori serie tv inglesi Sherlock Mandato in onda dal 2010 dalla rete britannica BBC, la serie delinea le avventure dell’investigatore inglese dell’epoca vittoriana,  figlio delle opere letterarie di Sir Arthur Conan Doyle, in chiave moderna. Sherlock, che vede nei panni del protagonista Benedict Cumberbatch, e nella sua infallibile spalla Dr Watson, Martin Freeman, ha riscosso un enorme successo: i due, si ritrovano come sempre nell’appartamento dell’investigatore 221B Baker Street, per risolvere svariati misteri e rompicapi, escogitati alla perfezione: vediamo quindi come la spiccata intelligenza di un “sociopatico” quale Sherlock Holmes, dedito a minuziosissimi dettagli, riesca a sciogliere ogni nodo, precedentemente elaborato in maniera impeccabile dai suoi “avversari”. Oltre ad un’interessantissima trama, ascoltare il perfetto londinese di Benedict Cumberbatch, nella vita anche doppiatore, è a dir poco travolgente: ci troviamo in un’atmosfera sia colloquiale sia elevata, perché nonostante la serie sia ambientata ai giorni nostri, Sherlock Holmes resta sempre e comunque un gentlemen d’altri tempi. Skins Per percepire alla perfezione il linguaggio colloquiale-giovanile e, perchè no, anche qualche parola colorita ed un pò di slang, Skins è un ever green decisamente perfetto. Tre gruppi di adolescenti di Bristol, vivono gli ultimi due anni delle scuole superiori in maniera decisamente intensa: al di là di amore, sesso, feste, droga ed alcol, Skins tocca dei punti decisamente più interessanti. Andando a fondo nella conoscenza dei personaggi, veniamo a contatto con le loro personalità, i problemi, la loro psicologia: sono stati trattati argomenti come i disturbi alimentari, abuso di droghe, gravidanza giovanile. L’innovazione di Skins sta nel raccontare a tutto tondo cosa sia l’adolescenza: il periodo più bello della vita, ma assolutamente non privo di problemi. Vincitore del premio BAFTA, è ad ogni modo una delle serie cult più […]

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Cinema & Serie tv

A Milano nasce FeST Il festival delle serie tv

Milano, avanguardistica capitale dell’innovazione, ha di recente ospitato il festival delle serie tv, il FeSt, che dall’11 al 14 ottobre ha attirato l’attenzione dei giovani di tutta Italia. Il Santeria Social Club è stata la location che ha fatto da palcoscenico a panel, anteprime, spettacoli e addirittura dj set: con il suo bistrot e le sue sale accoglienti, sembra, infatti, che sia stato progettato proprio per contenere un’esplosione di cultura popolare e svago. “Per la prima volta sotto lo stesso tetto, i prodotti televisivi seriali più amati, indipendentemente dall’emittente o piattaforma impegnata a trasmetterle, troveranno una speciale collocazione per regalare ai milioni di appassionati un’esperienza immersiva e coinvolgente” si legge sui profili social del FeST, e difficilmente troveremmo parole più adatte, perché il festival delle serie tv è esattamente questo: comunicazione, passione, intrattenimento. Direttori artistici e ideatori del progetto sono, non a caso, esperti del settore come Marina Pierri e Giorgio Viario: l’una articolista presso il Corriere della Sera nell’ambito serie tv e personaggi annessi, l’altro direttore artistico del Cine&Comic Fest di Genova e del mensile Best Movie. Ma scopriamo insieme gli eventi salienti di questi giorni, così da poter dire di averli vissuti almeno da lontano e da poterci fare un’idea di quello che ci aspetterà (se il riuscito festival delle serie tv verrà riproposto) l’anno prossimo. Il FeST dalle mille voci L’evento si è svolto nella prima metà di ottobre, ma l’avvicinamento al pubblico e il dialogo con gli appassionati è iniziato molto prima: c’è stata il 7 giugno la prima tappa del Road to FeST, il progetto che ha anticipato e accompagnato il pubblico alle quattro giornate autunnali del FeST. Primi ospiti sono stati Maccio Capatonda e Luigi Di Capua che hanno presentato THE GENERI, di cui Capatonda è attore e regista, seguiti da Alessandro D’Ambrosi, Giorgio Mastrota, Federica Cacciola e gli Actual per l’incontro dedicato alla nuova serie Sky Romolo + Giuly. Ma veniamo alla prima edizione del FeST. Parallelamente al ricco programma di incontri e spettacoli correva l’area free (così nominata perché, appunto, ad ingresso gratuito, a differenza delle giornate del FeST alle quali si poteva partecipare previo acquisto di un biglietto, o giornaliero dal valore di 10 euro o dal costo di 20 euro valido per tutto il weekend, o ancora direttamente mediante abbonamento di 30 euro). Padrone di casa dell’area free è stato il sagace Marco Villa, conosciuto soprattutto per essere la simpatica spalla di Alessandro Cattelan del suo show EPCC. A proposito dello spazio da lui condotto, nelle Instagram stories del profilo del FeST, Villa dice “È un area di libero accesso per chi vorrà stare qui, bersi una birra e intanto ascoltare qualcosa di interessante”. Non stupisce, infatti, che in questo caso l’aspetto social abbia avuto il suo peso: consentendo di raggiungere un pubblico ben più vasto (basti pensare che dal 12 ottobre è stato possibile seguire gli eventi dell’area free in diretta facebook), i social network hanno tanto contribuito alla diffusione degli eventi ed ospiti del FeST, oltre ad aver […]

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Cinema & Serie tv

Gli Incredibili 2: il ritorno di Mr Incredible e della sua “normale” famiglia di supereroi (Recensione)

Mr Incredibile e la sua stupefacente famiglia sono tornati sul grande schermo. Questa è la nostra recensione di Gli Incredibili 2. A 14 anni dall’uscita de Gli Incredibili, il film d’animazione prodotto dalla Pixar e diretto da Brad Bird, esce nelle sale il sequel tanto atteso da grandi – gli ex piccini del 2004 – e piccini, Gli Incredibili 2. Ritornano sul grande schermo le avventure della coppia di coniugi Bob ed Helen Parr, esattamente al punto in cui li si lascia nella conclusione del primo film: dismessi i panni di supereroi al servizio dei cittadini e le identità parallele di Mr Incredible e Elastigirl, i due conducono una “normale” ed ordinaria in un contesto di vita borghese, insieme ai tre figli Violetta, Flash e Jack-Jack, che, esattamente come i loro genitori, sono costretti a celare i propri superpoteri ed integrarsi in società da un esplicito divieto del governo, preoccupato dagli ingenti danni che le azioni eroiche ed i loro superpoteri causano ad edifici infrastrutture. Tuttavia, esattamente come accade nel primo film, anche in questo secondo capitolo qualcuno promette ai due coniugi, intenzionati a non rinunciare alla propria identità per uniformarsi a ciò che la società chiede loro di essere, l’occasione per ritornare i supereroi amati e rispettati che sono stati in gioventù, occasione fin troppo ghiotta per i due ex supereroi in pensione, padre e madre di famiglia rimasti senza una casa e senza un lavoro, ancor prima che supereroi. Dimenticate gli Avengers: tra divertimento, azione e riflessione Gli Incredibili 2 porta sullo schermo una famiglia davvero straordinaria, e non soltanto per i superpoteri A proporre a Bob ed Helen una soluzione ai loro problemi è Winston Deavor, ammiratore delle loro gesta e vero fanatico di supereroi, proprietario, insieme alla sorella, dell’azienda di telecomunicazioni DevTech, convinto che, nell’era in cui tutto diventa reale solo quando viene condiviso e proiettato su uno schermo, il solo modo per convincere l’opinione pubblica della necessità dei supereroi sia coinvolgere il pubblico, mediante riprese in diretta, nelle loro imprese. Testimonial designata di quest’impresa è Helen, spinta così a indossare nuovamente i panni di Elastigirl, che, come suggerisce il nome, ha il superpotere di poter plasmare, allungare ed attorcigliare il proprio corpo a suo piacimento, come se fosse fatto di gomma elastica. La donna, ormai rassegnata, a differenza del marito, a condurre la vita di un’ordinaria casalinga, accetta la proposta affinché i suoi figli, dotati di superpoteri così come i genitori, possano vivere in una società più giusta, nella quale non doversi nascondere e vergognare di ciò che sono. Accetta così di separarsi da loro per tornare ad essere un’eroina full time come un male necessario, lasciando la gestione totale della casa e della vita familiare al marito Bob, che si barcamena con difficoltà tra le prime pene d’amore di Violetta, i compiti di Flash e l’esplosione, inaspettata e precoce, dei superpoteri nel piccolo Jack-Jack, scoprendo che al confronto, tutto sommato, non era poi così difficile salvare il mondo. Gli Incredibili 2 è un film d’animazione ben […]

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Cinema & Serie tv

Il Bene Mio del regista Pippo Mezzapesa – Recensione

Il Bene Mio del regista Pippo Mezzapesa è nelle sale cinematografiche dal 4 ottobre 2018 Il film italiano Il Bene Mio del regista Pippo Mezzapesa è proiettato nelle nostre sale cinematografiche dal 4 ottobre 2018. Questo film ha come riferimento primario il terremoto ad Amatrice e tutte le conseguenze disastrose che ne sono derivate, quindi é un film che riprende direttamente la realtà e la vita dei cittadini di Provvidenza. (Amatrice nella vita reale). Amatrice è un luogo simbolo di una tragedia recente, il film il Bene Mio del regista Pippo Mezzapesa ha un’ottica costruttiva di messaggio sociale e di sostegno, poiché racconta quanto sia importante tenere vivi, non solo i ricordi, ma anche i luoghi che sono stati colpiti dalla furia di disastri ambientali come il terremoto ad Amatrice. Dalle parole del regista Pippo Mezzapesa scopriamo quale é stata la sua fonte di ispirazione nel girare questa pellicola: “È in queste strade che ho cercato le ragioni per cui un uomo decide di non andar via. Nel vuoto di case senza più anima, è nata la storia di Provvidenza e del suo ultimo abitante: Elia, un uomo che resiste. La sua è una lotta personale contro la rimozione del ricordo e l’inesorabile smembramento di una comunità che vorrebbe spegnere quell’ultima luce di Provvidenza“. Il protagonista Elia, interpretato magistralmente da Sergio Rubini, é un uomo forte che argina l’oblio, si prende cura di quello che inevitabilmente il tempo e l’abbandono distruggono e lo fa con risolutezza e amore per il suo paese. Il Bene Mio – La trama Elia, ultimo abitante di Provvidenza, paese distrutto da un terremoto, rifiuta di adeguarsi al resto della comunità che, trasferendosi a “Nuova Provvidenza”, ha preferito dimenticare. Per Elia, invece, il suo paese vive ancora e, grazie all’aiuto del suo vecchio amico Gesualdo, cerca di tenerne vivo il ricordo. Quando il Sindaco gli intima di abbandonare Provvidenza, Elia sembrerebbe quasi convincersi a lasciare tutto, se non cominciasse, d’un tratto, ad avvertire una strana presenza. In realtà, a nascondersi tra le macerie della scuola, dove durante il terremoto perse la vita sua moglie, è Noor. Lei è una giovane donna in fuga e sarà questo incontro, insieme al desiderio di continuare a custodire la memoria di Provvidenza, a mettere Elia di fronte a un’inesorabile scelta. Il Bene Mio –  Struttura e protagonisti del film La struttura del racconto, nonostante abbia un forte realismo e sia tratto da una storia vera, somiglia alla struttura di una fiaba, ricca di soffitte nascoste, presenze misteriose e segreti da scoprire. La presenza misteriosa é la chiave centrale del racconto che dà una svolta alla vicenda tramite la protagonista Noor, interpretata dall’ affascinante attrice Sonya Mellah di nazionalità algerina-spagnola che conferisce fascino al suo personaggio. Noor rappresenta l’esigenza primaria di sopravvivenza, è il movimento, il futuro per il protagonista Elia lo sprona a reagire e a prendere una decisione. Nell’Italia dei terremoti, la pellicola Il bene mio rappresenta una medicina preziosa per chi ha dovuto lasciare i propri luoghi di […]

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Cucina & Salute

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Dal ricettario della nonna, le melanzane sott’olio a crudo

Imprescindibili nel ricettario di qualunque nonna italiana, le melanzane sott’olio a crudo costituiscono una tradizionale conserva estiva. La conservazione sott’olio, una procedura naturale che evita la prolificazione di batteri dannosi, è un metodo di preparazione delle melanzane semplice, rapido e comodo. Le melanzane a crudo sott’olio si preparano perlopiù in estate, e una simile preparazione ne consente la conservazione per tutto l’anno. La melanzana, emblema della cucina mediterranea, è uno degli ortaggi più gustosi e versatili della nostra alimentazione. Grazie al ricettario della nonna può conservare a lungo il suo sapore caratteristico e prelibato con pochi, semplici passaggi. Direttamente dal ricettario familiare: come preparare le melanzane a sott’olio a crudo. La ricetta che illustreremo per realizzare questa squisita conserva estiva è indicata per realizzare cinque barattoli di melanzane sott’olio a crudo. Per iniziare è necessario munirsi di melanzane crude, di una pentola, di un torchietto, di una ciotola, di cinque barattoli muniti di tappo, di un litro di olio extravergine d’oliva, di sale, aceto, uno spicchio d’aglio. Tra le varie spezie da utilizzare si annoverano origano secco tritato, pepe secco, peperoncino, qualche foglia di alloro e, se si desidera, anche delle bacche di ginepro. Le melanzane a disposizione devono essere almeno quattro; prima di mettersi all’opera, è indispensabile lavarle accuratamente e sbucciarle. Solo in seguito si potrà procedere con il taglio, prima a fette, in seguito a listarelle. Dopo, inserite in una pentola, bisognerà versare aceto e sale in abbondanza, per poi coprire la pentola con le melanzane ed esercitare una pressione al di sopra per favorire la mescolazione degli ingredienti. Quanto tempo deve trascorrere affinché sale e aceto impregnino per bene le melanzane? Minimo due ore. Al loro termine, si potranno scolare le melanzane e trasferirle in un torchietto, dove si procederà a pressarle per trenta minuti a intervalli regolari. Occorreranno almeno 24 ore di riposo a seguito della pressatura, durante le quali le melanzane verranno cotte dall’azione dell’aceto e perderanno l’acqua accumulata. In ogni caso, concluse le 24 ore, si consiglia di strizzare le melanzane accuratamente per ridurre ulteriormente la presenza di acqua. A questo punto avrà inizio l’aggiunta delle spezie: in una ciotola, si aggiunga prima l’origano secco, poi il peperoncino. Nei barattoli, invece, sarà opportuno realizzare degli strati in cui la distribuzione dei sapori dovrà essere il più possibile omogenea. Posizionare le melanzane pressate con aceto e sale all’interno dei barattoli. A questo punto, alternare alle melanzane aglio, alloro, pepe e le bacche di ginepro e versare l’olio affinché le copra interamente. Si consiglia di avvitare solo leggermente il tappo, così da consentire la traspirazione, e di preferire per la conservazione un luogo fresco e non esposto a luce. È consigliabile sterilizzare prudentemente i barattoli prima di trasferirvi le melanzane a crudo sott’olio. Per la consumazione bisognerà attendere un mese, durante il quale l’aceto cuocerà le melanzane crude e permetterà la loro conservazione anche nelle stagioni più fredde. Dopo questo periodo di “gestazione” i barattoli di melanzane sott’olio a crudo sono pronte per entrare dal ricettario […]

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Dolce al limone con ricotta: una ricetta facile e veloce

Cerchi un dolce al limone fresco e saporito? La risposta è la torta al limone con la ricotta!  Ci sono molte ricette che mescolano zuccheri e limoni in impasti soffici, oppure in paste frolle e creme di accompagnamento: oggi mi piacerebbe condividere con voi una ricetta particolare che io stessa cucino spesso ricevendo sorrisi di “gusto” dagli ospiti ai quali servo questa torta al limone con ricotta. Torta al limone con ricotta: piccole avvertenze Innanzitutto, prima delle dosi, una piccola parentesi che guardi alla salute è d’uopo: i dolci contengono molti zuccheri (fra impasti delle basi e ripieni vari) e un esubero di sostanze glucidiche (fra zuccheri e carboidrati), come tutti gli eccessi, nuoce alla salute. Questo dolce al limone vuole nell’intenzione cercare di bilanciare, in qualche modo, carboidrati, zuccheri, fibre e proteine: per questo, in essa, si trovano ricotta e uova insieme a farina e zucchero (in una quantità che lo rende per niente “stucchevole”). Altra avvertenza: il dolce contiene ricotta, dunque lattosio; se si sceglie una ricotta senza lattosio, il dolce può essere assaggiato anche dalle persone intolleranti a questo disaccaride: si può, comunque, assumere, prima dell’assaggio della torta, una compressa di enzima di lattasi (mancante negli intolleranti) che scinde lo zucchero del lattosio nei suoi due composti semplici, il glucosio e il galattosio. In ogni caso, prima di assumere qualsiasi prodotto integratore, così come per ogni medicina, bisogna sempre consultare un medico affidabile e competente in materia. Dolce al limone con ricotta: la nostra ricetta Le dosi segnalate sono quelle idonee per preparare una torta di dimensioni pressoché medie che può andar bene per 4 – 6 persone (discrimine è l’appetito dei commensali…). Innanzitutto bisogna preparare la pasta frolla, base “dura” del nostro dolce al limone. Dosi consigliate per la pasta frolla: 250 grammi di farina; 1 uovo intero; 30 grammi di olio (preferibilmente di semi, perché più indicato per questo tipo di preparazione); 30 grammi di acqua (a piacere si può aggiungere un po’ di succo di limone); 70 grammi di zucchero. Dosi consigliate per il ripieno al limone e ricotta: 250 grammi di ricotta; 40 grammi di zucchero; 2 limoni; 1 uovo intero; un po’ di limoncello (non “quanto basta” ma “quanto piace”: senza esagerare!). Consigli per la preparazione della pasta frolla: unire prima gli ingredienti secchi (quindi la farina e lo zucchero) all’uovo e mescolare il tutto; successivamente unire al composto l’olio e l’acqua (oppure la miscela d’acqua e succo di limone) e impastare il tutto fino a che il prodotto non assumerà un carattere omogeneo e si mostrerà ben amalgamato e “compatto”; a quel punto, lasciar riposare mentre si prepara l’impasto del ripieno della torta. Consigli per la preparazione del ripieno al limone e ricotta: unire lo zucchero alla ricotta, poi aggiungere l’uovo intero. Quando il tutto sarà ben mescolato, aggiungere il succo dei due limoni (oppure il limoncello) e le loro scorzette grattugiate (abbondando nell’operazione, perché le scorzette conferiscono una dolce e piacevole freschezza al prodotto!) e mescolare finché il tutto non sarà ben […]

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Spaghetto alla Nerano: la ricetta della cucina partenopea

Tre ingredienti sono alla base dello spaghetto alla Nerano: zucchine, Parmigiano Reggiano e Provolone del Monaco. Questa ricetta semplice ed efficace è una delle più amate pietanze campane. Il piatto dello spaghetto alla Nerano è uno dei piatti tipici della tradizione culinaria partenopea ed è conosciutissimo in tutto il mondo. Si racconta che lo stesso Eduardo De Filippo ne fosse ghiotto e raccomandasse questo piatto ai propri amici. I segreti di una buona esecuzione di questo piatto sono un buon mix di formaggi, una buona frittura delle zucchine e la mantecatura finale. La genuina semplicità di questo piatto è ciò che lo ha reso internazionale. L’origine dello spaghetto alla Nerano: dagli anni Cinquanta al giorno d’oggi Il tipico piatto partenopeo non ha delle origini molto chiare. La sua ricetta è avvolta da diverse leggende, la più accreditata delle quali risale agli anni Cinquanta. Siamo a Nerano, un paese marinaro vicino Sant’Agata dei Due Golfi, sulla costiera amalfitana. In questo periodo una ristoratrice del paese, una certa Maria Grazia, per legare pasta e zucchine usò il Provolone del Monaco. Il formaggio ottenuto dalla lavorazione del latte di vacca di Agerola ha una pasta filante ed è più o meno piccante in base alla stagionatura. Il Provolone del Monaco era l’ultimo ingrediente necessario alla ricetta dello spaghetto alla Nerano. Un piatto tipico della cucina campana: la ricetta dello spaghetto alla Nerano Ingredienti: 400 g di spaghetti 150 g di Provolone del Monaco  700 g di zucchine 5/6 foglie di basilico 30 g di Parmigiano Reggiano Sale fino q.b. Pepe Nero q.b. 1 spicchio d’aglio 500 g circa di olio extravergine d’oliva Per preparare un delizioso spaghetto alla Nerano bisogna iniziare dalle zucchine. Dopo averle lavate e tagliate a rondelle sottili, bisogna scaldare circa 500 grammi di olio extravergine d’oliva in una larga padella. La temperatura ideale per una buona frittura è 170°C. Quando l’olio sarà pronto, bisognerà immergervi le rondelle di zucchine. Un consiglio è di versarle nella padella un po’ alla volta, per evitare di abbassare la temperatura dell’olio. Durante la cottura, le zucchine devono essere condite con del sale e delle foglioline di basilico spezzettate a mano (la lama del coltello la annerisce!). Devono cuocere per due o tre minuti; raggiunta la doratura saranno pronte. Una volta cotte, le zucchine vanno scolate e adagiate su un vassoio rivestito con uno strato di carta assorbente, che servirà a far asciugare l’olio in eccesso. Adesso bisognerà porre sul fuoco una pentola alta colma d’acqua per la cottura degli spaghetti. Durante l’ebollizione dell’acqua, si può iniziare a grattugiare il Provolone del Monaco e il Parmigiano Reggiano con una grattugia a fori larghi. In un tegame largo riscaldiamo circa 30 grammi di olio extravergine d’oliva e aggiungiamo l’aglio per insaporire. Rimosso l’aglio, versiamo le zucchine fritte precedentemente. Aggiungiamo un mestolo di acqua di cottura al tegame e saltiamo le zucchine per non farle asciugare. Dopo qualche istante spegniamo il fuoco. Dopo aver salato l’acqua bollente in pentola, versiamo la pasta. Quest’ultima sarà da scolare al […]

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La frittata di maccheroni, il gusto “leggero” dell’estate

La frittata di maccheroni: il gusto “leggero” dell’estate. Che estate sarebbe senza? Ormai è risaputo. La frittata di maccheroni è un po’ come la Nutella, ma in versione balneare: che estate sarebbe senza? Già risuona l’eco della voce di Tony Tammaro, che rievoca perfettamente uno scenario marittimo in cui proprio lei, la somma  frittata di maccheroni, è pomposamente assisa sul trono di regina dell’estate. Immancabile nelle cucine campane (e non solo!), la frittata di maccheroni troneggia in modo tronfio e regale, sancendo in maniera inequivocabile l’inizio della “staggione”. Nonostante non sia un piatto propriamente light e preveda il sacrificio della frittura, pratica proibita tassativamente in estate sia da Studio Aperto che dai gironi infernali di Dante, il fascino della frittata di maccheroni continua ad inebriare i palati da anni, confermandosi come un grande classico estivo. Un po’ come la versione estiva del panettone, ma senza l’inconveniente dell’uvetta. Come preparare una frittata di maccheroni (quasi) perfetta? Ma come preparare una frittata di maccheroni quasi perfetta? Di quelle che brillano non appena sguainate durante i pranzi luculliani in spiaggia, gli spuntini in riva al lago o in fiume o durante i pic-nic in montagna? Il primo ingrediente è la pazienza: tanta pazienza, che renderà il piatto più appetitoso e gradito agli ospiti, pazienza nel friggere ad agosto e nel mettersi ai fornelli nonostante la temperatura bollente. Il secondo ingrediente è ovviamente la pasta, di tutti i formati, anche se si consiglia di utilizzare gli spaghetti: bisogna, innanzitutto, procedere a cuocere gli spaghetti in abbondante acqua salata, e poi lasciarli riposare in un ampio recipiente con un filo d’olio (in alternativa è possibile utilizzare anche spaghetti avanzati, e mamme e nonne gradiranno l’iniziativa, perché così, si sa, la frittata di maccheroni sarà ancora più buona). Bisogna poi procedere a tagliare la mozzarella e la scamorza in piccoli cubetti, grossolanamente, così la pancetta, il salame e, se si desidera, il prosciutto cotto e altri salumi a piacere. Sarà poi il turno delle uova: si consiglia di sbatterle in una ciotola capiente in modo da integrare i formaggi e i salumi precedentemente tagliati, assieme al sale, al pepe e a un po’ di latte per rendere tutto il composto più morbido e cremoso. Ora è il turno dei fornelli: si consiglia di irrorare una capiente padella con abbondante olio, far riscaldare per bene e tuffarvi gli spaghetti precedentemente messi a riposare. Dopo aver fatto sfrigolare e soffriggere per un po’ gli spaghetti con l’olio bollente, versare in padella il composto con le uova, i salumi e i formaggi, fino a coprire il diametro del disco di spaghetti. Coprire con un coperchio e lasciar gonfiare e dorare la nostra frittata, che cuocerà per una decina di minuti o poco più. C’è chi fa cuocere per un po’ e poi aggiunge il formaggio grattugiato, c’è chi invece sceglie di non metterlo, ma l’importante è seguire il proprio gusto ed essere celeri nel girare la frittata prima che si bruci. Dopo averla girata, bisognerà aspettare che cuocia anche […]

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Culturalmente

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Il galateo a tavola: obsoleto o intramontabile?

Galateo a tavola, regole obsolete o ancora utili? Considerato da molti obsoleto e da altri intramontabile, il galateo consiste nel complesso delle norme convenzionali che definiscono le aspettative di un dignitoso comportamento sociale. Si parla di galateo soprattutto per identificare una serie di prescrizioni soprattutto per quanto riguarda il comportamento a tavola. Oggi si è dinanzi al seguente dilemma: ha ancora senso rispettare certe regole sociali oppure è tempo di accantonarle per una maggiore flessibilità e spontaneità quando si tratta di intrattenere relazioni civili? Il galateo a tavola: iniziamo dall’etimologia Galateo, vocabolo che designa il sistema di convenzioni che determinano il corretto comportamento da osservare nelle situazioni civili e sociali, deve la propria fama a Giovanni Della Casa. Tra il 1551 e il 1555, infatti, Della Casa redasse un trattato battezzato “Galateo overo de’ costumi” in cui erano elencati consigli su come vestirsi, conversare e comportarsi a tavola e, più in generale, nelle occasioni sociali. L’idea gli era stata trasmessa da Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa (da qui il nome Galateo). Il galateo a tavola, l’ABC che ognuno dovrebbe conoscere. Prima di schierarci dalla parte di chi sostiene l’anacronismo del galateo o di chi lo addita ancora come buon costume da seguire, sarà opportuno conoscere l’ABC del galateo a tavola. Tutto comincia dalla postura: non bisogna poggiare i gomiti sul tavolo, né piegarsi verso il cibo. Solo le mani possono essere appoggiate sul tavolo, ed è conveniente spostare il cibo verso la bocca, e non la bocca verso il cibo. Il tovagliolo, invece, va posto opportunamente sulle gambe (e non legato intorno al collo per paura di macchiarsi la maglietta). Vietato dire buon appetito: o perlomeno così prescriverebbe il galateo originale. Nelle cerimonie nobiliari, infatti, il cibo era considerato soltanto una cornice, mentre il fulcro era rappresentato dall’incontro sociale e dall’intrattenimento degli ospiti. Chiaramente, è bene osservare questa norma solo in occasioni formali e non risparmiarsi un gioviale “buon appetito” quando si è con amici o parenti. Chi mangia per primo? Ovviamente, i padroni di casa. E affinché il banchetto possa avere inizio, tutti gli ospiti devono aver preso posto. Ma giungiamo alla parte più problematica che il galateo implica: l’apparecchiamento della tavola. Le posate devono occupare il posto a lato del piatto, posizionando le forchette sulle sinistra (in ordine di utilizzo) e sulla destra i coltelli e, più esterno, il cucchiaio. La lama del coltello deve essere rivolta verso l’interno, a significare che l’ospite è gradito. Sempre a sinistra occorre disporre un piattino per il pane, che è l’unico alimento a poter essere toccato con le mani. Esso va spezzato in bocconi e portato alla bocca, evitando di fare la famosa (ma non sempre opportuna) scarpetta. E per le bevande? Esiste un codice anche per quelle. Se si sceglie di fare un brindisi, tutti i commensali devono portare il bicchiere alla bocca, anche senza bere. È bene inoltre versare l’acqua prima ai propri vicini e poi a se stessi, e bere solo dopo aver inghiottito il boccone. Mai chiedere […]

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Culturalmente

Scipione l’Africano: chi era e cosa ha fatto

Quale sarebbe stato il destino dell’attuale Europa se Annibale, il grande generale cartaginese, avesse vinto contro i Romani? Probabilmente, o quasi certamente, il mondo non sarebbe come lo conosciamo oggi. Si sa, la Storia è scritta dagli uomini. Ed un uomo, Scipione l’Africano, tanti secoli fa, scrisse la sua e quella di Roma. Ultor patriaeque domusque, «vendicatore e della patria e della famiglia»: così il poeta Silio Italico definisce Publio Cornelio Scipione, l’uomo che rovesciò le sorti della Seconda Guerra Punica (218 a.C. – 202 a.C.) – il titanico scontro tra Roma e Cartagine per il predominio sul Mediterraneo antico -, ma soprattutto l’uomo che sconfisse Annibale. Scipione l’Africano, chi era? Scipione, detto in seguito Scipione l’Africano, nacque nel 235 a.C. a Roma. Secondo una leggenda riportata da Tito Livio, fu generato, come Alessandro Magno, dall’unione con un grande serpente, che si materializzava nella camera da letto di sua madre. Al di là della finzione letteraria, Scipione era nipote e pronipote di consoli e senatori, nato nel seno di una delle famiglie più antiche e illustri, educato fin da bambino a seguire la carriera politica di tutti i patrizi. La sua vita cambiò un giorno di fine inverno del 218 a.C. quando suo padre venne eletto console. Scipione Padre riuscì a farsi assegnare l’esercito che sarebbe andato a combattere contro Annibale arrivato in Italia. E portò al proprio fianco il figlio diciassettenne. Il futuro Africano si distinse subito nella Battaglia del Ticino (218 a. C) e nel 216 a.C. riuscì a sopravvivere alla catastrofe di Canne. Cinque anni dopo, in Spagna, persero la vita suo padre e suo zio. E fu di lì a poco che, appena venticinquenne, venne nominato proconsole e spedito proprio in Spagna, dove, nel 209, sconfisse i nemici a Cartagena, importante avamposto cartaginese. Come? Secondo Gastone Breccia, autore del libro “Scipione l’Africano. L’invincibile che rese grande Roma”, egli conosceva la «buona regola per non sbagliare, in guerra»: quella di «concepire piani semplici e affidarne l’esecuzione ai subordinati con istruzioni chiare, essenziali e possibilmente flessibili». Dopodiché la seconda regola, quella per la pace, sarebbe stata di essere particolarmente generoso con gli sconfitti. Scipione l’Africano, cosa ha fatto? Tutti concordano nel riconoscere a Scipione l’Africano il merito di aver concepito fin dal 205 il disegno di andare a combattere la Seconda Guerra Punica in Africa, così da costringere Annibale a lasciare l’Italia. Una decisione che si rivelò fortunatissima. Prima della battaglia decisiva, Scipione e Annibale si incontrarono su sollecitazione di quest’ultimo. Perché? Secondo Barry Strauss (“L’arte del comando”, edito da Laterza) Annibale «sapeva che se fosse morto in battaglia e Roma avesse vinto la guerra, sarebbe stato il nemico a scrivere la storia e voleva che in seguito, quando si sarebbero rivolti a lui, Scipione ricordasse l’uomo che aveva incontrato sotto una tenda prima della battaglia». A Zama, nel 202 a.C, non si scontrarono solo due popoli e due eserciti. Si scontrarono due differenti forme di genio. Annibale: l’incredibile capacità di leggere le battaglie e inventarsi mosse geniali e inaspettate, tanto che, nonostante l’inferiorità, […]

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Eruzione Pompei, un’iscrizione ne varia la data

Eruzione Pompei, e se Plinio avesse avuto torto?  Un’iscrizione realizzata con un carboncino, l’ultima scoperta degli archeologi a Pompei, consente di dare una nuova data all’eruzione del Vesuvio, che a partire dalla scoperta, avvenuta due giorni fa, verrebbe fatta risalire ad ottobre e non ad agosto del 79 d.C. Datata sedicesimo secolo prima delle Calende di novembre, 17 ottobre, la scritta è stata ritrovata in una Domus in corso di ristrutturazione, mentre le stanze adiacenti erano già state oggetto di restauri. A scoprire l’iscrizione sarebbe stato un operaio addetto ai lavori; scoperta poi confermata dal direttore del Parco Archeologico Massimo Osanna. Eruzione Pompei, I dubbi degli studiosi sulla data  In realtà negli ultimi mesi, sarebbero stati vari i segnali che esprimevano dubbi sulla data dell’eruzione; tra questi, il rinvenimento di melograni, che come ha spiegato il ministro dei beni culturali Alberto Bonisoli, non sono un frutto propriamente estivo e che puntualmente si ritrovavano in quell’area del Parco archeologico di Pompei. Il ministro Bonisoli, a tal proposito ha dichiarato: “Il melograno è un frutto che non matura in estate, ma leggermente più avanti, ciò sorprendeva, ma continuavamo imperterriti a fare riferimento alla datazione che si legge nella lettera di Plinio, che datava l’eruzione il 24 agosto. Alla luce della iscrizione venuta alla luce due giorni fa, si presume, che qualche amanuense, nel corso del medioevo abbia fatto una trascrizione non fedele, e quindi l’eruzione del Vesuvio è sempre stata datata (erroneamente) ad agosto”. Si tratta di un’iscrizione a carboncino venuta alla luce negli scavi nella Regio V di Pompei. “E’ un pezzo straordinario di Pompei datare finalmente in maniera sicura l’eruzione. Già nell’800 un calco di un ramo che fa bacche in autunno aveva fatto riflettere, oltre al rinvenimento di melograni e dei bracieri”. Dichiara soddisfatto il direttore generale del Parco archeologico, Massimo Osanna. Una scoperta importante, che darà sicuramente una inclinazione differente ai libri di storia, sottolineando la grandezza culturale di un parco archeologico quale Pompei. I codici di Plinio e il giorno effettivo dell’eruzione del Vesuvio I codici di Plinio riportano tutti «nonum kalendas semptember», ossia «nove giorni prima delle calende di settembre», tranne uno che riporta «nonum kalendas november»: nove giorni prima delle calende di novembre. I filologi e gli studiosi, nel corso del tempo, hanno sempre optato per settembre. «Calenda» era il primo giorno del mese. Il conto va fatto al contrario. Dunque nove giorni prima dell’uno settembre cade il 24 agosto. Stesso ragionamento per la frase successiva e cioè «nove giorni prima delle calende di novembre» e quindi il 24 ottobre. La scritta scoperta recita «sedici giorni prima delle calende di novembre» e dunque il «17 di ottobre». Pompei continua a regalare delle splendide sorprese, a dispensare emozioni nuove, reperti storici, frammenti di un’umanità che sembra essere ancora viva nel ricordo di chi ancora oggi ne ripercorre la quotidianità. Studiosi, storici, o semplicemente cittadini, tutti ammaliati dallo splendido Parco Archeologico, che nel tempo, non smette di sorprendere. Eruzione Pompei, fonti

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Il principe Myškin, figura ideale (e impossibile) de “L’idiota” di F. Dostoevskij

“Tutto è secco fuori del nostro cuore”, scriveva Giacomo Leopardi in una lettera al fratello. È così, con questo epigrafico verso che sancisce l’unione, nell’uomo, di sentimento e verità, che penso al principe Myškin, l’”idiota” dostoevskiano. Sia nella scrittura, sia nell’idea, l’autore fu preda di vari ripensamenti, incalzato anche, come spesso accadeva, dal bisogno economico e dalla fretta degli editori. La stessa ricezione dell’opera generò, più che perplessità, il silenzio eloquente della critica. Nell’inverno di una Russia frastornata dal progresso, dalle battaglie economiche, dal cieco asservimento alla violenza, brilla di luce propria – e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di una novello Cristo – il personaggio più sofferto di tutti. Ci si chiede, leggendo l’Idiota, come una figura cristologica possa sopravvivere nella turba di un secolo marcio e corrotto. Se il Dio del Cristianesimo è morto sotto il colpo del Male, se il suo Verbo è stato mistificato e il suo corpo mercificato, se il suo atto di carità è stato convertito nel segno della demagogia, è possibile rinvenire una correlazione con l’idea religiosa di Dostoevskij. La purezza delle origini, il mito edenico, il Paradiso incorrotto, che nel romanzo assumono i connotati di una clinica bianca in una bianca Svizzera, sono sovvertiti dal mondo a tinte fosche di Mosca, di San Pietroburgo e delle campagne circostanti. Non c’è albero che tenga – eppure il Principe ama gli alberi, e spesso ne fa professione – di fronte al dolore metafisico, di cui tutti i personaggi, coscienti o meno, sembrano soffrire. Il principe Myškin è specchio delle coscienze altrui, e quando qualcuno vi si riflette, scopre la propria abiezione, e la rifiuta, la nega, o, talvolta, la accoglie. Il Principe mette l’uomo di fronte al nocciolo duro della coscienza, la coscienza ipertrofica, che spesso sottende e occulta, cela e disvela. Proiettato nelle debolezze dell’altro, assume su di sé, oltre a un infantile e tenero stupor mundi, il dolore dell’altro, e lo fa senza riserve, dalla prima all’ultima pagina. È una compassione schopenhaueriana a muoverlo. Estirpare la radice del dolore, portarla alla luce, significa inglobarla, penetrarla, attraversarla. Come il Dio cristiano, spesso la sua opera – la sua parola, il suo Verbo – sarà travisata, giudicata, incompresa, degradata nell’orticello retorico dell’idiozia, della dabbenaggine. La bellezza salvifica del Principe Myškin ne “L’idiota” di F. Dostoevskij  Nella mappa dei sentimenti tracciata, poco importa chi il Principe ami, e se ami una donna rispetto ad un’altra, perché l’amore, nel suo essere, si esprime sotto ogni forma, e per ogni forma ha in sé un tipo di amore. È scontato immaginare che questa sia una figura ideale, poiché salvifica, e se “la bellezza salverà il mondo”, è pur vero che il Principe non riesce a salvare, e a salvarsi, e questa chiusa amara, gravissima, rivela l’incosistenza dell’illusione, che io tuttavia giudico, e ostinatamente, unico motore del mondo, finché in noi, come il Principe spiega, sia vivo “il senso della felicità”. Nella sconfitta della purezza, l’illusione di essa ci mantiene in vita, mantiene in vita il nostro bisogno di […]

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5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar (quantomeno non ancora)

L’orgoglio di Leonardo Di Caprio nel sollevare nel 2016 il tanto ricorso premio Oscar ha segnato la fine di un’era: senza dubbio l’interprete di Jack Dawson, dall’alto delle sue 6 nominations, era il primo a cui si pensava con una certa malinconia quando si parlava di attori che non hanno mai vinto la statuetta d’oro, ma di certo non l’unico. Il numero, infatti, di attori e attrici navigati e talentuosi che non hanno mai avuto l’onore di stringere tra le mani il premio Oscar è più alto di quanto i cinefili possano immaginare (alcune icone come Marylin Monroe e Marlene Dietrich ci resteranno per sempre). Tra tutti, vi proponiamo 5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar che ci hanno stupito di più! 5 attori famosi che non hanno mai vinto l’Oscar: tra Jack Sparrow e Mia Wallace Tra i più inflazionati senz’altro c’è Johnny Depp. 10 volte candidato al Golden Globe di cui una trionfante come miglior attore in una commedia o film musicale grazie al ruolo ricoperto in Sweeney Todd, Il diabolico barbiere di Fleet Street. Questo film gli valse anche l’ultima candidatura agli Oscar come Miglior attore protagonista, nel 2008, dopo quelle del 2004 e del 2005, rispettivamente per Pirati dei Caraibi- La maledizione della prima luna e Neverland- Un sogno per la vita. Vi farà esclamare “Com’è possibile!?” anche il nome di Will Smith. Attore apprezzato dai migliori registi e dal pubblico mondiale, il principe di Bel-Air ha conquistato anche il mondo della musica: ha infatti vinto ben 4 Grammy Awards, che vengono considerati l’equivalente dei premi Oscar in ambito musicale. Candidato come miglior attore protagonista nel 2002 per Alì e nel 2007 per La ricerca della felicità, Will Smith non ha mai vinto la statuetta d’oro. Ha, però, portato a casa 4 Razzie Award, l’ironico riconoscimento assegnato ogni anno il giorno prima della cerimonia degli Oscar per eleggere i peggiori attori, film, registi e sceneggiatori della stagione cinematografica precedente. Vi stupirà sapere che neanche la musa di Tarantino, Uma Thurman, ha mai vinto un Oscar. L’iconico ruolo di Mia Wallace in Pulp Fiction le ha regalata una nomination come miglior attrice non protagonista nel 1995 (anno in cui, però, Quentin Tarantino e Roger Avary vinsero nella categoria Miglior sceneggiatura originale). Trionfante, invece, a tutti gli MTV Movie Awards a cui venne candidata: nel 1994 per la miglior sequenza di danza in Pulp Fiction, nel 2003 per la migliore attrice e il miglior combattimento con Kill Bill: Volume 1, categoria in cui dominò anche nel 2004 con Kill Bill: Volume 2. A differenza della collega Julia Roberts (Miglior Attrice nel 2011), Richard Gere e Hugh Grant non hanno mai vinto un Oscar. Due dei più apprezzati e affascinanti sex symbol di Hollywood non hanno ottenuto neanche una candidatura da parte dell’Academy. Tra i tanti riconoscimenti, Richard Gere è stato il miglior attore straniero ai David di Donatello del 1979 (con I giorni del cielo) e il suo ruolo in Chicago lo portò alla vittoria di un […]

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Facebook e security breach: 50 milioni di utenti a rischio

Facebook ha dichiarato un security breach e rischia un sanzionamento di 1,4 miliardi di euro dalla Comunità europea per aver messo a rischio i dati e la privacy di 50 milioni di utenti, che quotidianamente accedono al social network più importante ed utilizzato di tutti i tempi. Le responsabilità della società capitanata da Mark Zuckerberg non sono ancora ben note. La conferma del security breach di Facebook ha avuto luogo venerdì scorso, in data 28 ottobre 2018. Se la Comunità europea accerterà che la compagnia di Zuckerberg ha trasgredito ad alcuni punti del nuovo regolamento europeo di salvaguardia dei dati personali (il GDPR), la multa potrebbe addirittura salire. Facebook e security breach: nuovo attacco hacker nell’anno nero di Facebook Un nuovo security breach colpisce la piattaforma di Facebook, il secondo dopo lo scandalo del Cambridge Analytica, gravato sulla “fedina penale” di Facebook a marzo del 2018, la quale utilizzò 87 milioni di profili Facebook per fare propaganda elettorale a favore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. La società Cambridge Analytica, di proprietà di Robert Mercer ma guidata da Steve Bannon, ex consigliere di Trump, avrebbe utilizzato i dati dei profili Facebook di quasi 90 milioni di utenti per prevedere e influenzare le scelte elettorali pro Trump (attraverso armi di persuasione come annunci politici di parte). Il 21 marzo 2018, Mark Zuckerberg, ha ammesso le responsabilità della propria società nell’accaduto. Dunque un vero e proprio anno nero per Facebook, che deve fare i conti con un nuovo security breach e giustificarsi ancora, mettendo a repentaglio per la seconda volta la fiducia investita dagli utenti dopo lo scandalo Cambridge Anlytica. Il GDPR, il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati personali, è entrato in vigore a maggio di quest’anno, proprio per correre ai ripari dopo i mea culpa pronunciati per il più importante attacco hacker della storia di Facebook risalente a marzo 2018. Se il GDPR risulterà davvero violato, la sanzione cui la società di Facebook dovrà andare incontro corrisponderà al 4% del suo fatturato annuale globale. Facebook e security breach: per capirne di più Il security breach che rende ancora più cupo l’anno nero di Facebook si è servito di diverse “vulnerabilità” della piattaforma, come la funzione “Visualizza come” e una nuova versione prevista per il caricamento online di video (in vigore da luglio 2017). Ancora una volta, dunque, gli utenti di Facebook devono temere per la protezione dei propri dati personali, non solo su Facebook ma anche su piattaforme cui è possibile accedere mediante le credenziali di Facebook (come nel caso di Instagram). La commissione irlandese per la tutela dei dati personali, la Data protection commissioner, messa al corrente della questione da Menlo Park, ha intenzione di indagare ancora sulla natura del coinvolgimento di Facebook in questo security breach. Si è affermato infatti che “Facebook non è stata in grado di chiarire la natura della violazione e il rischio per gli utenti in questo momento”. Sicuramente Facebook dovrà approfondire la questione con tempestività, chiarendo le proprie responsabilità circa […]

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InstaNovel, i libri a portata di click su Instagram

InstaNovel è un nuovo progetto della New York Public Library In principio era la fotografia: al suo esordio, Instagram, la piattaforma social nata il 6 ottobre del 2010, era improntata prettamente sulla passione per le immagini, che venivano scattate dagli utenti per immortalare un paesaggio, uno stato d’animo o il ricordo di un viaggio. Quest’applicazione, dal successo planetario inarrestabile, si è andata via via affinando sempre più negli anni, col suo corredo di hashtag, filtri e video da condividere con il resto del mondo, grazie anche all’acquisto da parte di Mark Zuckerberg che ne finanzia i vari miglioramenti per offrire funzionalità sempre nuove. Tra queste ultime, impossibile non menzionare le famosissime “Instagram Stories”: prendendo spunto da “Snapchat”, le cosiddette “Storie” danno la possibilità di condividere una foto o un video che spariranno 24 ore dopo. Con InstaNovel, la letteratura diventa digital E a proposito di “Instagram Stories”, ecco che un mese fa arriva un’altra novità, un progetto nato da un’idea della New York Public Library per dare impulso alla lettura dei grandi classici, sfruttando proprio le famose “storie”: le InstaNovel. In collaborazione con l’agenzia di comunicazione “Mother in New York”, la storica biblioteca dell’America del Nord, lo scorso 22 agosto, ha creato sul suo account Instagram (@nypl), la prima versione digitale di un capolavoro della letteratura mondiale, Alice’s Adventures in Wonderland di Lewis Carroll, con le illustrazioni del designer Magoz. Già previste per i prossimi mesi, le pubblicazioni di “The Yellow Wallpaper”, di Charlotte Perkins Gilman con le illustrazioni di Buck, e “ The metamorphosis” di Franz Kafka illustrato da César Pelizer. Basterà semplicemente andare all’account @nypl e, nella sezione Highligth, si potrà leggere tutto il libro. InstaNovel: istruzioni per l’uso e limiti Le modalità sono esattamente quelle di qualunque altra Storia di Instagram. InstaNovel pubblica romanzi e racconti in più parti che vanno a formare una Storia, permettendo la visualizzazione delle pagine (adatte allo schermo di uno smartphone) del libro. Per evitare di perdere anche solo una parola, vista la velocità con cui scorrono le Stories, basterà tenere il dito premuto in basso a destra del display, dove c’è un piccolo disegno animato, e la pagina resterà ferma fin quando non si vorrà passare a quella successiva. Caratteri di scrittura e colore dello sfondo non sono casuali. Infatti, Georgia è il carattere tipografico che si addice sia alla carta stampata che al formato digitale, in quanto carattere serif capace di rendere agevole la lettura di un testo piuttosto lungo; il bianco neutro dello sfondo poi, ha un effetto rilassante che riduce il fastidio della luminosità. Il debutto con “Alice nel Paese delle meraviglie” ha messo però in luce qualche difetto della funzione: non è possibile, infatti, riprendere la lettura da dove la si è interrotta ed è necessario scorrere tutte le pagine dall’inizio. Ad ogni modo, la New York Public Library ha annunciato che molti dei volumi pubblicati si potranno scaricare in formato e-book, oppure essere presi fisicamente in prestito. Cultura per tutti La Biblioteca ha lanciato l’iniziativa al fine […]

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Internet connette più della metà delle persone al mondo

Gli utenti di Internet in tutto il mondo hanno superato quota 4 miliardi, e dunque più della metà degli abitanti della Terra è connessa alla Rete: lo rivela l’ultimo Global Digital 2018 Report, che presenta anche una fotografia aggiornata sull’evoluzione del Web in questi anni. Non si può non essere online I numeri di questa indagine mettono in risalto, qualora ce ne fosse bisogno, che Internet rappresenta oggi molto più di una semplice vetrina, ma è piuttosto un immenso mass media, una grande rete (appunto) che consente alle persone di essere informati, di parlare, di socializzare, di divertirsi, o di acquistare prodotti e servizi. E confermano non solo che chi non è presente perde occasioni e quasi non esiste, ma anche che “stare male” in Rete ha effetti controproducenti, come evidenziato anche da ItaliaOnline, la più importante società digitale italiana, con un’esperienza ultradecennale nella realizzazione siti web e nel supporto ai progetti online. I numeri della Rete in Italia Gli italiani, infatti, hanno gusti piuttosto “semplici” quando si parla di Web: pur trascorrendo in media circa 6 ore al giorno connessi online, i quasi 43 milioni di navigatori del nostro Paese (il 73 per cento della popolazione nazionale) si concentrano quasi sempre sulle stesse destinazioni. Vale a dire, ben 34 milioni di utenti risultano attivi sui social media, e due ore sul totale del tempo speso online si passano a chiacchierare su Facebook e i suoi fratelli. Più tempo online che davanti alla Tv. La statistica rivela anche altri fattori interessanti, e soprattutto sottolinea l’evoluzione che la connessione in Italia sta conoscendo negli ultimi anni: solo nel corso del 2017 è aumentata di 4 milioni di persone la quota di “naviganti” online (vale a dire un 10 per cento in più), mentre gli utenti di social media sono aumentati di 3 milioni di unità. Il tempo speso online inoltre rappresenta quasi il doppio di quello trascorso davanti alla Tv, che quindi perde il ruolo di fulcro del tempo libero domestico. Sui social in 34 milioni Dal punto di vista dei social, sono YouTube e Facebook a contendersi il primato delle piattaforme su cui gli italiani sono maggiormente attivi, mentre Instagram si piazza al terzo posto assoluto; sul versante app di messaggistica, invece, è prevedibilmente WhatsApp a fare terra bruciata dei concorrenti, nonostante qualche timido accenno di alternativa portato avanti da Telegram e Facebook Messenger. Le statistiche nel mondo Allargando il quadro al mondo intero, invece, abbiamo già presentato il dato più rilevante, ovvero il superamento di quota 4 miliardi di utenti connessi a Internet, che significa che più della metà della popolazione mondiale è online. Un traguardo raggiunto anche grazie all’evoluzione tecnologica e infrastrutturale che ha coinvolto anche il continente africano, che nel corso del 2017 ha registrato il maggiore tasso di crescita di nuove persone connesse; in assoluto, si stima che l’anno scorso siano approdati sul Web circa 250 milioni di novizi. Le tendenze globali Sempre a livello mondiale, i social media continuano ad attrarre iscritti, con una crescita del 13 per cento rispetto ai risultati di fine 2016, e in assoluto intercettano oltre 3 miliardi di utenti attivi, che accedono soprattutto via device mobile (in 9 […]

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Carmen Korn e il suo romanzo storico “Figlie di una nuova era”

Esce oggi nelle nostre librerie per Fazi Editore nella collana Le strade, il romanzo storico Figlie di una nuova era della giornalista e scrittrice tedesca Carmen Korn. Ambientata nella città di Amburgo, la storia inizia nel marzo del 1919 – a pochi mesi dunque dalla conclusione del Primo conflitto mondiale – nella casa di Henny Godhusen una diciannovenne che ha perso il padre in guerra, che vive con l’autoritaria madre Else e che sta per iniziare l’apprendistato di ostetrica presso la rinomata clinica Finkenau. Come lei, anche la sua amica d’infanzia Käthe Laboe si prepara per cominciare questa nuova esperienza appoggiata dal fidanzato Rudi Odefey con cui condivide, soprattutto, le idee politiche comuniste in netto contrasto con la corrente di quegli anni e di quelli a venire. Lina Peters è, invece, una futura insegnante orfana di entrambi i genitori e con un fratello più piccolo a cui badare, il sensibile Lud. Di tutt’altra pasta, infine, è la quarta e ultima protagonista della storia, la ricca e viziata diciassettenne Ida Bunge cui il padre, con problemi di denaro, sta organizzando un matrimonio di interesse con il dirigente di banca Friedrich Campmann. Le vite di queste ragazze – che si intrecceranno tra le strade amburghesi con amori, amicizie, interessi comuni e carriere lavorative – provate da lutti e sacrifici, proseguiranno il loro corso naturale fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale dalla quale saranno inevitabilmente tutte cambiate e segnate. Figlie di una nuova era di Carmen Korn, quattro donne della Germania della prima metà del Novecento Carmen Korn riporta il lettore nella Amburgo degli anni tormentati della prima metà del Novecento ricostruendone le vicende attraverso le storie delle quattro protagoniste – nonché dei tanti altri personaggi a loro collegate per le più svariate ragioni – che vengono presentate in maniera ben caratterizzata. Di ognuna si conosce il passato, che ha contribuito a renderle quelle che sono nel presente: quattro giovani donne diverse l’una dall’altra ma accumunate dalla determinazione e dalla voglia di sopravvivere a ciò che la vita ha in serbo per loro. Carmen Korn, servendosi di uno stile scorrevole e di una narrazione a incastro che segue un ordine cronologico preciso, offre ai lettori una storia interessante, ricca di particolari e di emozioni dalla quale si è immediatamente coinvolti e appassionati. Figlie di una nuova era di Carmen Korn è un’opera piacevole in cui maggiore attenzione viene data alle vicende personali delle sue eroine, ragazze all’apparenza comuni ma che, grazie alle loro peculiarità individuali, risultano essere tutt’altro che banali e ordinarie.

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Napoli mon amour: la voce e il tono di Alessio Forgione

Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, pubblicato per la NN Editore, diventa in pochi mesi un caso letterario. Perché leggerlo? «Ho letto i suoi racconti e, le confesso, mi piacciono molto. Mi sono piaciuti molto. C’è qualcosa da rivedere, non glielo nascondo, ma lei ha una voce, un tono. Mi piace molto, il suo modo». A queste parole Amoresano, protagonista di Napoli mon amour, romanzo d’esordio di Alessio Forgione, si commuove dopo tanto tempo, dopo il tanto soffrire immerso in una vita di stenti economici e continue delusioni. Questo picaro precocemente in pensione, ormai lontano dalla vita di nave che continuamente rammenta, si crogiola in un abisso presente che, tra dimensione onirica e ruvido vero, gonfia e mortifica a tempi alterni ogni speranza futura. Inizia a Piazza Dante il flusso di Amoresano, voce narrante di timori ed esami di realtà amari e costanti. A ogni passo in avanti si rivela l’impossibilità stessa di un avanzamento, inibito dal muro insormontabile del mondo reale. Intanto il timore stesso del non averci provato abbastanza, «che forse mi ero seduto sul ciglio della strada ad aspettare che le cose accadessero o che qualcuno si fermasse a raccogliermi». L’imagery urbana partenopea è la cornice di un eterno vagare tra la folla indistinta, dai vicoli del centro storico, dai colori caldi e dalle improbabili possibilità di amori occasionali, fino alla periferica Bagnoli. «Mi sarebbe piaciuto essere chiunque eccetto che me». Amoresano si osserva dall’esterno, nelle sue continue ricerche di un posto di lavoro, nella dimensione monetaria in cui rinchiude gli eventi della sua vita. La prospettiva è quella del fondo di bottiglia di una Peroni che a mano a mano si svuota, portando linfa putrida a membra sgangherate. «Perché la mia non era una reale timidezza, di quelle che vinci e vai, ma un imperativo al silenzio, dettato da una spropositata considerazione di me stesso». Napoli mon amour: la città di Alessio Forgione L’atteggiamento nichilista descritto da Alessio Forgione per bocca di Amoresano concede delle dovute eccezioni. Napoli, il suo amore, la città che vive da cima a fondo, la devozione nei confronti della sua squadra, un tifo spesso unico veicolo di comunicazione con il padre. Camminare a Napoli regala ad Amoresano un inaspettato momento di beatitudine. Proprio tra la folla incontra lo sguardo della misteriosa Lola (così almeno si fa chiamare, memore dell’idolo letterario di Vladimir Nabokov, questa misteriosa studentessa di filosofia). Attraverso i suoi occhi, Amoresano fa esperienza di un universo-dinamite, «ed io pensai ch’era meglio un mondo così, che rischiava di esplodere e finire in ogni istante, che un mondo come il mio, dove non accadeva nulla». Così come in Hiroshima mon amour, il film che insieme guardano, un crogiuolo di amore e guerra. Il lento procedere di questa stanca vita gode di momenti di luce, di speranza, e di meno sane illusioni. Napoli è il luogo della luce della vita e il profondo blu di una eterna immersione. Vige la lotta tra il partire e il restare, fonte di tentativi […]

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Libri

“Darei la vita”, un interessante saggio di Cinzia Tani

Edito da Rizzoli, Darei la vita è il saggio in cui la scrittrice romana Cinzia Tani ha deciso di omaggiare alcune tra le figure femminili maggiormente emblematiche della storia sia per le loro relazioni con uomini di spicco in vari campi – si spazia dall’arte alla scienza, dalla letteratura alla musica – sia per la loro particolare personalità. Il libro di Cinzia Tani si apre con la citazione della famosa frase “Dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna” – attribuita alla ancor più celebre scrittrice, saggista e attivista inglese ottocentesca Virginia Woolf – e continua con il proporre particolari delle vite di queste singolari figure rimaste spesso all’ombra dei loro noti compagni. È così che, in un arco di tempo che va dall’inizio dell’Ottocento fino a quasi la fine del Novecento, il lettore fa la conoscenza – o la approfondisce – di creature conturbanti, intelligenti, dotate di spirito critico, tenaci, selvagge e docili; degli esseri, insomma, che se fecero parlare di sé fu non soltanto per i loro illustri partner ma anche per la loro spiccata personalità. Tra queste, la Tani narra le vicende della serba Mileva Marić, la brillante studentessa – nonché la prima donna della sezione di matematica di quegli anni – del Politecnico di Zurigo che metterà da parte le proprie aspirazioni per condividere quelle del futuro padre della relatività Albert Einstein. Si conosce poi anche l’infelice storia della giovane Jeanne Hébuterne, anche lei studentessa ma di arte presso l’Académie Colarossi di Parigi, innamoratasi dello sregolato pittore italiano Amedeo Modigliani; o quella di Giuseppina Strapponi, soprano italiano, nonché seconda moglie – all’inizio malvista dai concittadini del marito – del compositore Giuseppe Verdi. Le loro storie, così come quelle delle altre protagoniste/eroine del libro, vengono narrate con un’abbondanza di particolari e retroscena curiosi e incredibili da invogliare sempre più alla lettura. Darei la vita di Cinzia Tani. Grandi donne di grandi uomini Quello che maggiormente colpisce dei fatti raccontati dall’autrice è l’estrema naturalezza dello stile da lei impiegato per parlare di aspetti – pubblici e privati – delle donne straordinarie citate nel volume. Cinzia Tani, inoltre, per ognuna di loro, sembra quasi cambiare volutamente registro in base a che si approcci a una figura fragile, magari sventurata, o a una scaltra, risoluta, intenzionata a non farsi dominare dall’altro o dagli eventi. Eppure, tutte ottengono ciò che, purtroppo a molte, è mancato sia quando erano in vita sia dopo la loro morte: l’attenzione del pubblico su chi furono, cosa provarono, quali prove dovettero affrontare per quel sentimento, l’amore, che è capace di rendere una donna invincibile o distruggerla. Darei la vita è, innanzitutto, questo: un elogio all’amore, alla dedizione, alla passione e al sacrificio che hanno permesso a queste creature di vivere accanto a uomini eccezionali camminando loro fianco a fianco.

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Libri

Raffaele Riba e La custodia dei cieli profondi (Recensione)

Intenso, malinconico e vero fin dalle fondamenta, quella di un rapporto umano o della casa della propria infanzia. La custodia dei cieli profondi è il terzo e nuovo romanzo del piemontese Raffaele Riba, edito dalla 66th and 2nd. Costruita da suo nonno nel settembre del 1936, Cascina Odessa è per Gabriele molto più della propria casa di infanzia, come lo sono i luoghi in cui cresciamo e che ci tengono legati ad un passato pieno di ricordi intensi. Cascina Odessa è il posto dell’anima, dove Gabriele ne diventa il Custode, ma dove ne diventa anche succube, travolto dal susseguirsi delle stagioni, del tempo, che lo lasciano incollato, con la mente e poi con la presenza fisica, ad una vecchia vita in cui è stato davvero felice, ma che non esiste più. Ed è in quel momento che Gabriele ha iniziato a guardare il cielo, o forse è sempre stata una conseguenza già prestabilita. Anche Cascina Odessa vive nel ricordo di Emanuele: il punto di osservazione del protagonista de La custodia dei cieli profondi Il romanzo di Raffaele Riba parte proprio da una consapevolezza profonda, già radicata in Gabriele, che, unico osservatore della realtà che lo circonda, inizia a raccontare al lettore la propria storia, piano piano. Una narrazione piena di indeterminatezza, misteriosa e oscura da principio proprio come l’universo, che ha imparato sin da piccolo a conoscere grazie ai libri illustrati regalati dal padre che lui e suo fratello Emanuele leggevano con grande entusiasmo e meraviglia. Infatti, è Emanuele ad essere centro nevralgico della storia, anche se quasi mai presente, ma vivo in tutti i ricordi di Gabriele, anche se il ricordo è nostalgico e amaro. Anche Cascina Odessa vive nel protagonista con Emanuele: “tutto è contemporaneamente mio e suo. Le stanze, il corridoio, il locale caldaia, l’erba e la terra […]. Avere Emanuele mi ha permesso di provare tutte le gradazioni di un legame. […] non ho mai amato nessuno con tutta quella forza e mai odiato nessuno con la brutalità che ho dedicato ad Emanuele”. Sempre con dei piccoli spunti dati al lettore, scopriamo che dopo avere vissuto in città per parte dell’università, Gabriele decide di tornare a casa, e dedicarsi alla cura di Cascina Odessa e della campagna che ha imparato anch’essa a conoscere da piccolo, dove con Emanuele giocava e ascoltava gli insegnamenti maldestri del padre, un altro grande ruolo nella storia, passata e presente. Uno degli aspetti volutamente paralleli raccontati da Raffaele Riba è la descrizione dei momenti di infanzia insieme alle persone più importanti per Gabriele plasmata dal presente e dal momento psicologico in cui si trova il protagonista. Un padre assente con la mente che ha inconsapevolmente allontanato per questo suo figlio, il quale per molto tempo ha tentato di rincorrere i suoi desideri. E poi una madre “paziente, silenziosa, apparentemente ben inserita nell’esistenza”, che vivrà, men che meno degli altri, il disfacimento e il vuoto che tutta la famiglia sembra vivere ognuno a modo proprio. Tranne Emanuele, che una volta lasciato casa […]

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Napoli & Dintorni

Eventi/Mostre/Convegni

Laurea Honoris Causa a Dacia Maraini a L’Orientale

L’Università degli Studi di Napoli L’Orientale  ha conferito una Laurea Honoris Causa a Dacia Maraini in “Letterature e culture comparate”.  Mercoledì 17 Settembre, nell’elegante cornice della Sala Conferenze di Palazzo Du Mesnil, la rettrice dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, Elsa Morlicchio, coadiuvata dai membri del senato accademico, Augusto Guarino (Direttore del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati) e Donatella Izzo (Coordinatrice del corso di laurea magistrale in Letterature e culture comparate), ha conferito la Laurea Honoris Causa a Dacia Maraini in “Letterature e culture comparate”. Dacia Maraini: una donna, un universo Impossibile tracciare in pochi vocaboli un profilo esaustivo della Maraini, una scrittrice dagli innumerevoli interessi che si è cimentata con le più disparate tipologie di scrittura: è stata ed è tutt’ora una poetessa, una drammaturga, una saggista e una sceneggiatrice. Con la sua inesauribile vena narrativa, ha collezionato nel corso del tempo tantissimi premi, come il Premio Strega nel 1999 con la raccolta di racconti Buio, ma anche tantissime onorificenze come il titolo di Cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana il 9 Gennaio 1996 e il titolo Ordine del Sol Levante, Raggi in Oro con Rosetta il 3 Novembre 2017. Ultimo, almeno per ora, la Laurea Honoris Causa in “Letterature e culture comparate”. Un’onorificenza che non ha voluto premiare Dacia Maraini come autorità culturale o accademica ma ha voluto celebrare i valori e i principi della sua letteratura fatta di ardore e passione civile, di apertura e solidarietà verso il mondo, verso l’altro e il diverso. Valori che l’Ateneo ha voluto suggellare con questa cerimonia per indicare una strada ai suoi studenti, per offrirgli un modello e dunque quale modello migliore di una donna dalla insaziabile curiosità intellettuale che ha saputo conciliare e far vivere insieme tutte le culture conosciute durante i suoi viaggi. Laurea Honoris Causa a Dacia Maraini: una storia iniziata nella Terra del Sol Levante Nata a Fiesole nel 1936, figlia dello scrittore e antropologo Fosco Maraini e della pittrice nonché aristocratica Topazia Alliata, Dacia ha trovato fin da subito un grande incentivo creativo nelle due figure genitoriali che le hanno trasmesso- come ama definirli- il “male” del viaggio e il “morbo” della scrittura. La sua arte va infatti oltre qualsiasi mero esercizio o pratica tecnica/artistica ma si lega visceralmente alla sua vita: a quella caparbia capacità, quasi un’ostinazione, di farsi ambasciatrice di pace anche in seguito a una catastrofe. Catastrofe che ha vissuto da bambina in prima persona dal 1943 al 1946, quando fu internata insieme alla famiglia nel campo di concentramento di Nagoya ma che forse, più di qualsiasi esperienza, ha conferito alla sua scrittura un intrinseco dialogismo: il potere di dialogare e aprirsi assiduamente al confronto con la realtà contingente. La prima donna insignita di una Laurea Honoris Causa a L’Orientale Quella di ieri non è stata di certo la prima Laurea Honoris Causa conferita dall’Ateneo- in passato l’hanno ricevuta personaggi illustri come Giorgio Napolitano e François Mitterrand- ma è stata la prima laurea ad honorem conferita […]

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A Napoli arriva Brikmania, viaggio nel mondo LEGO per tornare bambini

In corso a Palazzo Fondi a Napoli, Brikmania – Un mondo di mattoncini LEGO. Una mostra originale ed unica, un tuffo nella magia dell’infanzia Dopo la presentazione alla stampa il 12 ottobre organizzata dalla ADR Communication, è stata inaugurata il giorno successivo a Palazzo Fondi, a Napoli, la mostra Brikmania – Un mondo di mattoncini LEGO. L’esposizione promette un’avventura ricca di suggestioni, un’immersione totale nelle atmosfere giocosamente “belliche” di Star Wars, ricreate da più di un milione di mattoncini LEGO disposti ad arte. Un lavoro certosino, realizzato dal collezionista LEGO Wilmer Archiutti, fondatore dell’azienda LAB (Literally Addicted to Bricks), e ovviamente dalla sua squadra: l’allestimento è stato reso possibile anche dalla collaborazione della 2GM di Giuliamaria e Gianmatteo Dotto. Brikmania, milioni di mattoncini tra guerre stellari, pirati, motori, e anche Totò Il tema di Star Wars, con tanto di Homer Simpson e del perfido Joker nelle vesti di guest stars, è solo uno dei quattro scenari che fanno da sfondo all’esposizione: nella sezione Motori troviamo infatti i modelli di auto più rappresentativi del mondo delle quattro ruote; la sezione Pirati offre al visitatore la visione di galeoni curati nei minimi particolari; la strabiliante City & Fun è composta dalla rappresentazione delle metropoli più famose al mondo: la Statua della Libertà, il Taj Mahal, il Ponte di Brooklin, sono, in Brikmania, dei veri e propri capolavori in miniatura, interamente realizzati con mattoncini LEGO. Creato con la stessa tecnica anche il ritratto di Totò nell’ultima sala della mostra: un omaggio alla città di Napoli, che lo riceverà in dono quando l’esposizione sarà conclusa, il 27 gennaio 2019. Degno di nota, inoltre, l’eccezionale Yellow Castle, pezzo unico in quanto unico esemplare di castello LEGO giallo. Al termine del percorso, una sala ricreazione per i più piccoli, a sottolineare l’importanza dell’aspetto ludico che anche da adulti non dovrebbe mai essere dimenticato del tutto. LEGO, un successo senza tempo Il LEGO Group, messo in piedi da Ole Kirk Kristiansen, nasce nel 1932: i suoi celebri mattoncini sono sul mercato dal 1958 ed il loro fascino senza tempo si tramanda di generazione in generazione. Questo “paradiso dell’infanzia” che ha fatto parte un po’ della storia di tutti noi, ritorna oggi disponibile in Brikmania, a portata di mano di chiunque voglia tuffarsi in quei ricordi incancellabili. Ciò grazie alla creatività degli organizzatori, che hanno saputo fare della propria passione un lavoro, non senza riscuotere un notevole successo. Parte del merito va alle società organizzatrici, Time4Fun e Venice Exhibition, che hanno posto l’accento sul collegamento tra il collezionismo e la salvaguardia dell’Arte, che viene tenuta in vita anche da coloro che coltivano quest’hobby, spinti dalla curiosità, dalla passione, dal piacere della scoperta. Insomma, Brikmania è davvero una collezione adatta a tutti. Un’esperienza che sicuramente farà felici i bambini, ma forse ancora di più gli adulti. Anche se difficilmente lo ammetteranno. La mostra sarà a Napoli, a Palazzo Fondi, in via Medina 24, fino al 27 gennaio 2019. ORARI Lunedì – Venerdì dalle 15 alle 20 (ultimo ingresso ore […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Ad Aversa la quattordicesima edizione del Premio Bianca d’Aponte

Premio Bianca d’Aponte Città di Aversa si legge a chiare lettere sulle locandine rosse nei pressi del Salone Romano del Teatro Cimarosa di Aversa, location di una bellezza che sorprende, che ospiterà il 26 e 27 ottobre la quattordicesima edizione del festival e concorso dedicato alla canzone d’autore femminile: il Premio Bianca d’Aponte. La cantautrice prematuramente scomparsa quindici anni fa continua a vivere nell’anima della manifestazione a lei dedicata: un’occasione per ricordare una delle voci più belle a cui il casertano (proprio la città di Aversa) ha dato i natali e un’opportunità per le cantautrici che conservano nel cassetto un testo in italiano o in dialetto da condividere, da far conoscere. Tra le 150 donne che hanno risposto al bando di partecipazione al concorso, il Comitato di garanzia del premio (formato da produttori, giornalisti, cantautori) ne ha selezionate soltanto 10, che parteciperanno alle finali di sabato 27 ottobre (al Teatro Cimarosa, ingresso libero su prenotazione obbligatoria). I premi in palio sono, quest’anno più che mai, appetibili: alla vincitrice del premio assoluto, il Premio Bianca d’Aponte, andrà una borsa di studio di 1.000 euro offerta dalla cooperativa nazionale DOC Servizi, il premio della critica, invece, dedicato allo storico direttore artistico Fausto Mesolella, sarà di 800 euro. Sono poi previste menzioni d’onore per il miglior testo, la migliore musica e la migliore interpretazione con numerosi riconoscimenti esterni, tra cui la possibilità di un tour di otto concerti (finanziato con i fondi previsti dalla legge 93/92). Le dieci finaliste di quest’anno del Premio Bianca D’Aponte Argento da Brindisi con il brano “Goccia” Roberta De Gaetano da Messina con “Va tutto benissimo” Francesca Incudine da Enna con “Quantu stiddi” Irene da Napoli con “Call center” Kim da Padova con “Un cane e una moglie” Meezy da Foggia con “Temporale” Giulia Pratelli da Pisa con “Non ti preoccupare” Chiara Raggi da Rimini con “Lacrimometro” Chiara Ragnini da Genova con “Un angolo buio” Elisa Raho da Roma con “Bello” Inoltre, solo durante la serata finale, presentata da Max Tommasi di Radio1 Rai e Carlotta Scarlatto, sarà possibile acquistare la compilation della quattordicesima edizione del Premio: il ricavato della vendita sarà poi interamente devoluto ad Emergency. Le novità della quattordicesima edizione del Premio Bianca d’Aponte In un clima di rispetto per l’impostazione data al premio dal suo storico direttore artistico Fausto Mesolella, scomparso nel marzo del 2017, a prendere il suo posto è il collega contrabbassista Ferruccio Spinetti, con il quale ha fatto parte del gruppo pop-jazz Piccola Orchestra Avion Travel, vincitrice del Festival di Sanremo nel 2000 con “Sentimento”. È stato lui ad aver voluto fortemente la talentuosa Simona Molinari come madrina di quest’edizione. La cantante di “In cerca di te” e “La felicità” (brano con cui ha partecipato al festival di Sanremo del 2013 in duetto con Peter Cincotti) ha scelto, come consuetudine per le madrine del concorso, il brano di Bianca d’Aponte (che sarà inserito nel cd compilation di questa edizione) da interpretare sul palco della serata conclusiva: la scelta è caduta su “Bagarozzo Re”. […]

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Disco Days 2018. Cresce la passione per il vinile

Si è conclusa la 21esima edizione dei Disco Days. La fiera annuale, organizzata all’interno del Complesso Palapartenope di via Barbagallo a Fuorigrotta, ha vissuto due giorni di intensa comunicazione tra il pubblico e la musica. Etichette indipendenti ma soprattutto espositori di nicchia hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con decine di persone provenienti da tutta Italia. L’atmosfera che si è respirata all’interno dei capannoni della Casa della Musica è stata caratterizzata da un senso di libertà e dalla voglia di scoprire nuove informazioni sulla storia della musica. Il vinile ci riconquisterà tutti Girando tra gli stand degli espositori è difficile non rendersi conto di quanto i clienti si rechino alla fiera solo per acquistare dischi in vinile. “Il mercato è aumentato negli ultimi 5 anni – ci dice un giovane espositore –  io vendo tantissimo. La gente si sta rendendo conto che è più bello avere un disco fisico a casa. Chi ama l’arte, inoltre, apprezza il vinile perché la sua copertina rappresenta un’opera d’arte”. Tra gli espositori ci sono anche i venditori che si affidano al mercato on line per incrementare le proprie vendite: “In Italia c’è una competizione pazzesca. Vendo di più on line trattando con il mercato estero. Ma sono ottimista. Molti giovani si stanno avvicinando all’acquisto del disco fisico. C’è chi lo fa per moda e chi invece per costruirsi una cultura“. Gli acquirenti che gironzolano incuriositi attraverso gli stand sono molteplici e diversi tra loro. C’è l’appassionato adulto che ci dice: “Ci sono cresciuto con il vinile. Questi dischi parlano del mio rapporto con la musica e credo che il vinile sia la scelta migliore per poter ascoltare la musica. Con un impianto buono puoi passare delle ore fantastiche a casa tua”. E c’è l’appassionato giovane che aggiunge: “Credo che il vinile sia migliore dal punto di vista dell’ascolto. Ho 26 anni e vedo molti ragazzi della mia età acquistare questi dischi solo per seguire una moda. Ma in realtà la verità è che grazie a loro puoi concederti un ascolto più caldo“. Artisti indipendenti sul palco del Disco Days Nei due giorni della fiera Disco Days numerosi artisti si sono esibiti sul palco allestito accanto agli stand. Scrittori, musicisti, fumettisti, rappresentanti di etichette locali, tutti uniti dalla volontà di indipendenza. Da Tommaso Primo a Claudia Megrè, dagli Urban Strangers a La Terza Classe, da Raiz & Radicanto alle Mujeres Creando. Il legame con la musica ha unito coloro che hanno partecipato alla rassegna al pubblico che ha potuto acquistare i dischi dei musicisti facendosi firmare la propria copia in maniera personalizzata. “Siamo davvero lusingati per il numero di partecipanti che quest’anno si è unito alla nostra manifestazione – hanno detto gli organizzatori – ogni anno è come ripetere un rituale che ci fa incontrare vecchi amici e ce ne fa conoscere di nuovi”. La collaborazione con il Comicon e con il Napoli Film Festival ha arricchito maggiormente l’evento. La scena indipendente dell’arte e della comunicazione napoletana si dirige sempre più verso una […]

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Torna “Balconica”, resistenza culturale tutta cilentana

Sabato 6 ottobre, dalle ore 10, torna “Balconica” a Futani nel Cilento. Giunto alla sua quinta edizione, il festival colorerà i balconi delle case di musica, teatro e letteratura. Balconica si conferma come un vero e proprio baluardo di resistenza culturale innovativa nel Cilento. Il balcone, solido spartiacque che divide la sfera intima e domestica da quella pubblica, è il protagonista del festival “Balconica”, che torna il 6 ottobre a Futani e giunge alla sua quinta edizione. Se i borghi cilentani potessero parlare, i balconi sarebbero le sue lingue, impastate di casa, aria domestica, di domenica e di vasi di gerani e di frescura estiva. I balconi, come antri della Sibilla, si schiudono per spalancare al pubblico il mondo verace, genuino e istintivo da essi evocato, un po’ come il mondo rurale richiamato da Pasolini nei suoi “Comizi D’Amore”: la musica si svincola dai luoghi tradizionali, il teatro riemerge e straripa dai palchi per immettersi nel circuito popolare e penetrare nel centro del paese. Come tanti occhi e fessure scavati nella pietra viva del borgo antico di Futani, i balconi diventeranno veri e propri simulacri di arte, istinto e vita, un coro di luci affacciate sul sacro teatro dell’esistenza. “Balconica” ha i tratti di una vera e propria resistenza culturale cilentana, condotta sul filo della ringhiera: ogni pietra, viuzza e vicoletto di Futani è il riflesso di una cultura rurale che si impregna generosamente delle diversità, delle contaminazioni lontane e che riaffiora nello specchio dell’arte e della creatività. Gli artisti, ciascuno appartenente ad ambiti diversi, come musica, teatro e letteratura, si esibiranno affacciati ai vari balconi, creando un caleidoscopio brillante di sinfonie, esperienze e storie multiformi che si intrecceranno nell’atmosfera di Futani, dando vita ad una teatralità ardente e palpitante. Tra loro vi saranno Alessandro e Walter Valletta e Carmine Ruggiero Acoustic Trio, Atomoon, Faderica, Frank Against the Machine, Vibrazione Positiva, e avranno luogo tre spettacoli teatrali: “Giro Tondo”, “Il Carnevale degli Insetti” (con Biancarosa Di Ruocco, Mico Argirò e Letizia Bavuso” e “Legger|mente” (regia di Alessandro Calabrese con Francesca Schiavo Rappo). Sarà  possibile anche visitare  un mercatino con stand di associazioni e prodotti artigianali locali.  Da quest’anno “Balconica” però non rimarrà soltanto sui balconi ma, insieme alla kermesse di eventi “Menevavo Festival” organizzata dal comune di Futani, realizzerà anche picninc sociali, kermesse e laboratori (come quello di cianotipia, condotto dal fotografo Giacomo Fierro). Dopo aver illustrato le generalità del festival e aver provato a richiamarne lo spirito, è doveroso chiamare in causa i suoi volti, dall’organizzazione all’aspetto artistico, dando loro la possibilità di raccontare e di raccontarsi. Abbiamo intervistato i protagonisti di “Balconica”, seguendo quest’ordine: organizzazione (dando la parola Mariagrazia Merola), musica (Walter Di Bello del progetto “Vibrazione Positiva”) e teatro e letteratura (Biancarosa Di Ruocco e Francesca Schiavo Rappo). Buon viaggio tra i balconi del Cilento! Nell’organizzazione di “Balconica”: la parola a Mariagrazia Merola (con la collaborazione di Raffaella Ruocco) 1) Ciao Mariagrazia, grazie per la disponibilità! Innanzitutto, mi piacerebbe iniziare questa chiacchierata con una piccola presentazione. Fingiamo di […]

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Il Cervello debutta con Spirale (intervista)

Spirale è il primo lavoro discrografico di Antonio Preziosi a.k.a Il Cervello pubblicato lo scorso 10 Settembre e distribuito da Distrokid. Realizzato musicalmente dal beatmaker romano Alessandro D’Alessio a.k.a Deville, l’album si compone di 5 tracce (Intro,  Io sono fatto di cera, Il tuo posto nel mondo, Storie di fantasmi, Outro) ed offre un’interessante scelta musicale unendo sonorità Hip-Hop, drum’n’bass, elettroniche e nu metal. Il disco è caratterizzato da una forte carica introspettiva: Antonio attraverso i suoi testi mette a nudo le contraddizioni più profonde della sua psiche, svelando i demoni della sua coscienza. È un racconto condito da diversi riferimenti letterari, dalle tinte forti, che verte su temi delicati come la solitudine e la depressione. È un racconto che assume anche tratti un po’ cinici ma che offre, nonostante tutto, un punto di vista costruttivo, propedeutico alla propria crescita personale. Per comprendere meglio quest’album abbiamo intervistato Antonio che ci ha illustrato un po’ il suo mondo: il mondo de Il Cervello. Il Cervello, intervista ad Antonio Preziosi Come nasce Il Cervello? Il Cervello nasce nel 2016, in seguito ad uno dei periodi più cupi della mia vita. In quel momento ho capito che o tocchi il fondo e ci resti, o cominci a risalire. Scrivevo già testi da parecchi anni. Ho militato in diversi progetti Metalcore, Hardcore, Stoner, pop-punk e alternative rock come bassista e voce, successivamente ho deciso di proseguire il mio percorso artistico da solo. Ero uno screamer, un urlatore, e in quel momento era quello il massimo mezzo di espressione per ciò che provavo interiormente. Volevo urlare la rabbia e il dolore che provavo in quel periodo e ci sono riuscito. Nel 2012 ho iniziato a rappare e questo amore non è mai finito. Sono stato sempre un amante del rap e di tutta la musica, per cui non ho mai avuto problemi a mutare la mia arte in modi differenti.   Qual è stata la ricerca musicale per questo ep? Ho disegnato una linea, quella tra il mio passato da ascoltatore e quella attuale da artista indipendente. Nel mezzo ho inserito quelle che sono le mie influenze musicali, quello che avrei desiderato tematicamente e musicalmente da questo album. Le tracce sono state composte da Deville, un beatmaker romano che ha colto in pieno le sonorità giuste per risaltare al meglio testi e voce.   Nel brano “Il tuo posto nel mondo” citi David Foster Wallace, cosa hai letto e cosa ti ha affascinato di più di questo scrittore? David Foster Wallace non è soltanto uno dei più grandi scrittori della letteratura contemporanea ma anche uno dei più sensibili. Si è messo totalmente a nudo, ha combattuto i suoi demoni interiori con un foglio di carta e una penna, era il suo modo di rispondere alla depressione e a ciò che andava e non andava nella sua vita. Wallace ha scritto opere come “La scopa del sistema”, “Questa è l’acqua” e “Il rap” spiegato ai bianchi ma il libro che apprezzo di più è sicuramente “Infinite […]

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Il BLU di Micaela Tempesta, intervista

BLU è l’esordio discografico da solista di Micaela Tempesta pubblicato lo scorso 18 Maggio. Anticipato dal singolo Invincibili edito lo scorso 4 Maggio, il disco si dimostra un prodotto di pregiata fattura. Un album dalla natura ancipite, in bilico tra il racconto dell’emotività e la cognizione di causa di una realtà arida e difficile. BLU è il suo manifesto, un colore notoriamente malinconico ma sensibilmente denso, profondo. Tale spessore si esterna anche nelle scelte musicali, scelte musicali elettroniche eleganti che oscillano tra diversi generi come l’R’n’B, l’Hip Hop, il Soul e il cantautorato italiano. Per l’occasione abbiamo avuto il piacere e la fortuna di fare quattro chiacchiere con Micaela Tempesta che ci ha dato modo di conoscere la genesi dell’album e di conoscerlo meglio in alcuni suoi aspetti. Micaela Tempesta e il suo BLU, l’intervista Chi è Micaela Tempesta? Quali sono i suoi trascorsi musicali?  I miei trascorsi sono abbastanza “sfigati”. Ho iniziato a fare musica verso la fine degli anni ’90, quando c’è stata una rivoluzione sia nel modo di fruire che nel modo di fare musica. Un periodo che poi ha portato a questo scatafascio odierno: vedi i talent, lo streaming… Ho cominciato scrivendo in inglese e, insieme ad alcuni miei amici che avevano una casa di produzione, abbiamo fatto 3-4 pezzi che abbiamo poi licenziato all’estero. Roba dance, nulla di importantissimo ma comunque ci hanno aiutati a fare qualche soldino. Poi ho cominciato a lavorare sul mio progetto personale, sempre in inglese e con i miei amici ma vidi che non era molto semplice e quindi staccai per un po’. Nel frattempo c’è stata appunto tutta questa rivoluzione nella musica, anche nel modo di acquisirla da parte della case discografiche. Io sono stata almeno 10 anni a fare il pendolino tra Napoli e Milano perché a Milano c’erano le case discografiche. A Napoli adesso c’è qualcosa, ma negli anni ’90 c’era davvero pochissimo. Ho preso un po’ di porte in faccia ma non mi sono arresa.  C’è un filo conduttore nell’album? Un collegamento tra il titolo e la copertina? Guarda, il titolo è venuto prima dell copertina. Anzi la copertina è uscita per caso mentre rovistavo tra le vecchie foto di famiglia. Trovai questa foto che aveva questa moquette blu e altri elementi blu. È stata una cosa fortuita. Si chiama BLU perché è un colore che rappresenta un po’ un modo di essere. È quella cosa che abbiamo un po’ tutti noi napoletani: siamo “tristi” ma siamo intensi e ritmici in quello che facciamo, riusciamo comunque ad andare avanti.  Qual è stata la ricerca musicale?  La ricerca musicale l’ho fatta insieme a Massimo De Vita. Una volta scelte le canzoni da inserire nell’album abbiamo cominciato a fare degli ascolti che si avvicinassero al mio modo di far musica che è R’n’B ma anche un po’ soul e un po’ cantautorato italiano. Abbiamo fatto una ricerca abbastanza breve perché Massimo ha capito subito cosa mettermi addosso. Io ascolto molta musica nera, impazzisco per Lauryn Hill e quindi siamo andati […]

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Moving Spheres, l’esordio da solista di Rose (Recensione)

Moving Spheres è il disco d’esordio da solista della giovane cantante di Portogruaro (Ve) Rosa Mussin in arte Rose, targato Music Force e Toks Records (distribuzione Discover) e pubblicato il nel maggio 2017. Accompagnata da Alessio Benedetti (batteria), Alessio Zoratto (basso), Matteo Pinna (chitarra) e Alessandro Scolz (piano e tastiere), dalla produzione di Steve Taboga e dal mastering di Max Millan, la giovane cantautrice ha dato vita a un pregiato album che fonde Jazz, Soul e R’n’B, caratterizzato da un sound distinto e signorile dalle eleganti atmosfere lounge. Moving Spheres, l’album L’album è composto da sei brani, tutti in inglese. Nonostante la giovane età (Rosa è una classe 1994), Rose mostra fin dal primo brano, Relation, una grande padronanza della voce che riesce a muoversi sinuosa tra sonorità Soul e R’n’B. Segue la title-track dell’album, Moving Spheres, alla cui realizzazione hanno contribuito anche la batteria di Marco D’Orlando e il basso e le tastiere di Roberto Amadeo. Il brano strizza l’occhio a sonorità elettroniche minimali dalle quali si staglia la voce di Rosa attraverso ripetizioni ecoiche e un approccio più vicino al cantato che al recitato. Le contaminazioni però non finiscono qui però, dopo Moving Spheres è il turno di Same Things, un brano dal brio jazz estroso che continua a mettere in risalto le qualità e la duttilità della voce di Rosa, in questa traccia molto vicina alla black music. L’album prosegue con Amused, Stupid e Ups & Downs. Le contaminazioni tra Jazz, Soul e R’n’B continuano in maniera sapiente offrendo sempre un risultato uniformemente elegante, tutti gli elementi si fondono senza sbavature. L’album risulta- e questo è probabilmente il suo più grande pregio- un prodotto ben realizzato che unisce generi, non di pubblica diffusione, ampliandone il range di fruibilità, senza però snaturandone o banalizzandone le caratteristiche. Il tutto si amalgama e si sviluppa con organicità e senza sbavature di sorta creando una rilassante atmosfera “smooth”. Rose, una giovane musicista di grande esperienza Sorprendente e convincente, dunque, l’esordio discografico da solista di Rosa Mussin che di certo, come possiamo vedere dai suoi trascorsi musicali, è tutt’altro che una musicista alle prima armi. Rose vanta infatti una solida esperienza musicale: ha suonato il clarinetto nella Real Flexible Orchestra del maestro Roberto Rossetti e nella Big Band di Pordenone di Juri Dal Dan. Ha sempre avuto una grande passione per il reggae e lo ska, infatti,  con il progetto Freddy Frenzy & The Magazin Roots  ha aperto concerti ad artisti del calibro di Roy Paci & Aretuska e Alborosie.

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Stand-Up Comedy, Saverio Raimondo al Piccolo Bellini

Saverio Raimondo diverte con la sua irriverenza il pubblico del Piccolo Bellini La Stand-Up Comedy di Saverio Raimondo approda al Piccolo Bellini. Il genere, di derivazione anglosassone, ha conosciuto un’evoluzione importante in Italia negli ultimi anni. Moltissimi club e teatri riempiono i propri spazi con una forma peculiare di cabaret che appassiona sempre più persone. Il pubblico napoletano ha così conosciuto colui che probabilmente è il maestro della Stand Up nel nostro paese, Saverio Raimondo. “Il miglior satiro attualmente in Italia”, “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, alcune delle definizioni che gli sono state date. Il one man show del comico, nato a Roma nel 1984, diverte e incanta il pubblico del Piccolo Bellini. Nel salottino posto al piano di sopra della più nota platea sottostante, il monologo di Saverio Raimondo intrattiene i presenti per un’ora e mezza. Lo spettacolo segue i canoni del genere. Assenza della quarta parete, scenografia praticamente assente. Sul palco c’è uno sgabello, un microfono e Raimondo che riempie il vuoto con i suoi racconti, le proprie ansie, senza mancare di qualche attacco satirico qua e là. Lo spettacolo fila via piacevolmente. Saverio Raimondo esibisce senza pudore tutte i propri difetti, le proprie angosce e paure. Lo spettatore può facilmente immedesimarsi in quei piccoli vizi che sono tipici di ogni essere umano. Non mancano attacchi personali, come all’attore Benedict Cumberbatch o ai politici del nostro tempo. Raimondo analizza vere e propri campi semantici, dalla democrazia alla sessualità, dalla tecnologia al denaro, mostrando il ridicolo che c’è in ogni manifestazione umana. One man show dello stand up comedian al Piccolo Bellini Lo stand up comedian alterna così battute folgoranti, riflessioni ironiche, aneddoti personali, il tutto in uno stile particolare. Difficilmente riconducibile alla comicità italiana, ma che anzi si rifà senz’altro a quella anglosassone, come vuole la stand up. Il rapporto con il pubblico, che pure non interviene direttamente, è così estremamente disinvolto, i tempi sono sincopati, il corpo del comico diviene parte integrante dello spettacolo. La faccia “di gomma” di Raimondo diverte il pubblico del Bellini a più riprese. Si passa così da una comicità demenziale a una riflessione amara, ma affrontata pur sempre con l’ironia tipica del genere. In particolare divertono gli aneddoti personali del comico, assurdi e quasi “fantozziani” verrebbe da dire.  Sul palco emergono così i suoi conflitti interiori, dalla paura del volo al proprio rapporto con l’ansia. Temi universali, grazie a cui lo stand up comedian crea un rapporto di totale intimità con il pubblico. Il satiro spezza a più riprese il ritmo con la propria comicità dissacrante, ma a più riprese sembra di assistere a una seduta collettiva di psicoterapia. Come da canone del genere satirico, Raimondo oltre a intrattenere meramente gli spettatori vuole fare così riflettere. La comicità così demolisce e scompone le ipocrisie e i tabù del nostro tempo. Saverio Raimondo è stato così il primo ospite di una vera e propria stagione di stand up comedy. Gli amanti del genere potranno infatti assistere nei prossimi mesi ad una vera e propria rassegna negli spazi intimi […]

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Al teatro Bellini, il Don Giovanni di Mozart secondo l’orchestra di piazza Vittorio

Il Don Giovanni secondo l’orchestra di Piazza Vittorio, interessantissima ed originale rivisitazione del capolavoro del compositore Austriaco Wolfgang Amadeus Mozart, andrà in scena al teatro Bellini di Napoli dal 19 al 30 ottobre. L’orchestra di Piazza Vittorio si configura come una realtà unica nel suo genere. Essa nasce nel 2002 quando l’associazione Apollo 11 decide di salvare lo storico cinema Apollo di Roma, destinato a diventare una sala Bingo. L’ex cinema diviene così la sede di una meravigliosa orchestra curata ed ideata da Mario Tronco e Agostino Ferrante. La meritevole iniziativa è sostenuta da artisti, intellettuali e operatori culturali che hanno voluto valorizzare il multietnico rione Esquilino. L’Orchestra di Piazza Vittorio è nata grazie alla generosità di coloro che, investendo in questo progetto, hanno dato la possibilità ad eccellenti musicisti, provenienti da tutto il mondo, di diventare nostri concittadini. Il don Giovanni di Mozart Il Don Giovanni,  opera nata dalla collaborazione fra Mozart e Da Ponte, debuttò a Praga il 29 Ottobre 1787. Il testo narra le vicende del più famoso seduttore di tutti i tempi, e di come la sua ossessione per le donne finirà per portarlo alla dannazione eterna. Don Giovanni, invaghito di Donna Anna, si traveste e si intrufola in casa di questa con lo scopo di sedurla. Fortunatamente, la donna riesce a respingere le insistenze dell’uomo mascherato, così costringendolo alla fuga. Nel corso della ritirata purtroppo Don Giovanni incontra il padre di Anna, il commendatore, il quale decide di sfidare a duello l’intruso che ha cercato di pregiudicare l’onore dell’amata figlia. Lo scontro si concluderà con la morte del commendatore e con la fuga di Don Giovanni. A questo punto, donna Anna, distrutta per la perdita, sarà consolata da Don Ottavio, il suo promesso sposo, che le prometterà di scoprire l’identità dell’assassino per vendicare il defunto padre. Nel proseguo della narrazione, Don Giovanni avrà a che fare con Elvira, una delle tantissime donne da lui sedotte e poi abbandonate, la quale però, a differenza delle altre, non si è mai rassegnata e cercherà imperterrita di redimere il suo amato, ma anche odiato, seduttore. Don Giovanni, accompagnato dal fedele servo Leporello, si imbatterà poi in Zerlina e Masetto, due giovani sposini pronti a coronare il proprio sogno d’amore. Sfortunatamente la lussuria di Don Giovanni non conosce limiti e con inganni e sotterfugi farà di tutto per approfittarsi della bella Zerlina. L’intera opera ha ad oggetto la insaziabile ossessione di Don Giovanni per le Donne. L’aitante giovane pur di soddisfare i propri istinti è pronto ad ingannare, ferire e addirittura uccidere. Ma non tutte le malefatte resteranno impunite, e le sofferenze provocate da Giovanni gli spianeranno la strada verso un’orribile epilogo, in cui sarà costretto a confrontarsi con i propri demoni. Il Don Giovanni secondo l’orchestra di Piazza Vittorio La storia del seduttore viene riletta e reinterpretata dalla orchestra di Piazza Vittorio, senza però perdere quelle che sono le sue caratteristiche essenziali.  Nella versione portata in scena al Bellini, le vicende si svolgono in un music club sullo stile degli […]

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Orazio Cerino in Buco nell’acqua, la storia di tre uomini in barcone

Giovedì 18 ottobre al teatro TRAM è andato in scena Buco nell’acqua, visibile fino al 28 ottobre e con protagonisti Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris. La regia è di Mirko Di Martino e la produzione è del Teatro dell’Osso. La rappresentazione ha vinto il premio Emma Sorace alla drammaturgia e vede sul palco Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris. Tre uomini in barca: Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris Ci sono un musulmano, un cristiano e un ebreo in un barcone in mezzo al mare. Detta così potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta, invece potrebbe rappresentare esattamente tutto il succo dello spettacolo. Antonio Buonanno, Orazio Cerino e Marco Mario De Notaris sono i soli protagonisti posti su una zattera che davvero si muove in mezzo alla scena. Non ci vuole un enorme sforzo di fantasia per immaginarli persi nel mar Mediterraneo, in cerca della terra promessa, l’Italia, che per loro rappresenterà il riscatto, il futuro e soprattutto il lavoro. L’immigrazione è estremamente attuale nelle cronache odierne, non si può far a meno di sentirne parlare, sempre più frequentemente con disprezzo nei confronti di chi arriva per cercare un po’ di fortuna. Buco nell’acqua è il racconto dal punto di vista di chi arriva, del viaggio disperato che ogni migrante fa, pur rischiando la vita; intreccia tutti i progetti sognanti e il doloroso passato di chi decide di partire, costretto a lasciare la terra in cui è nato, piegato dai soprusi dei “fottutissimi” miliziani.  Il tutto raccontato con un linguaggio estremamente comico, al limite del surreale, che fa affiorare sulle labbra un sorriso che solo in un secondo momento ci si rende conto essere amaro, amaro proprio come i bocconi di ingiustizia che ogni giorno i profughi sono costretti a ingoiare. Ma se di fronte alle violenze patite i tre fanno fronte comune, si stringono le mani in gesti di fratellanza e si promettono “di non perdersi nemmeno appena sbarcati a Lampedusa”, è quando scoprono che appartengono a religioni diverse che comincia la parte più incredibile della storia. È proprio questa la più significativa: lo scontro tra religioni e, di conseguenza, tra civiltà. Siamo tutti uguali, eppure dinanzi all’appartenenza a credo diversi tutti profondamente in contraddizione. Ci si annusa come cani con diffidenza e con rabbia, perché Dio prima li fa e poi li s-coppia. Qualcuno si chiederà se tutto questo sia giusto: la verità è che bisogna chiedersi se tutto questo possa essere tollerato nel presente, in momento storico in cui è molto facile far paragoni pericolosi con un passato nemmeno tanto lontano. Eppure, sembra che a scuola la storia molti l’abbiano studiata male.  

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Teatro

Mimmo Borrelli, intervista al più grande drammaturgo italiano vivente

Mimmo Borrelli, considerato il più grande drammaturgo italiano vivente, ci ha concesso un’intervista. Scopri come è andata! Mercoledì 17 ottobre, presso il Dipartimento di Studi Umanistici della Federico II di Napoli, si è tenuto un interessante incontro con il drammaturgo, attore e regista napoletano Mimmo Borrelli. Per l’occasione, l’autore de ‘A sciaveca, Napucalisse e La Cupa si è reso disponibile per un’intervista. L’intervista a Mimmo Borrelli Nell’epoca della rivoluzione digitale e dei social media, qual è il ruolo che il teatro, anche quello popolare, può svolgere? Il teatro è, oggi, l’unica assemblea democratica e l’unico luogo dove è possibile il rito. Ricordo che quando iniziarono a comparire i primi schermi piatti, mio nonno, abituato agli schermi a tubo catodico, andava dietro la televisione e diceva: “Qua non c’è niente. Come è possibile che vengono trasmessi i canali?”. Questa frase è indicativa, per un certo tipo di civiltà dell’apparire e dell’apparenza, dove purtroppo il popolare è divenuto sinonimo di basso livello. Un tempo, invece non era così: popolari erano le opere liriche, che avevano un livello alto e che mio nonno conosceva a memoria. Anche i più grandi poeti del mondo, da Shakespeare a Dante, scrivevano in basso ma verso l’alto e inscenavano cose alte. Il problema della nostra epoca è che non c’è, nei mezzi di comunicazione, la possibilità di andare a fondo, di andare nel pozzo e uscire. Inoltre, la presenza di cellulari a teatro crea una barriera fra il pubblico e gli attori, poiché la realtà viene filtrata in un modo diverso. Questa, invece, bisogna leggerla col proprio corpo. In questo modo, il teatro diventa un corpo a corpo, perché se il pubblico cambia e l’osservatore cambia, cambia anche l’osservato, ma se l’osservatore ha, a sua volta, uno schermo, si crea una perversione che non avrà limiti e confini. Quindi, tutta la tecnologia andrebbe distrutta? No, ma che il teatro ne resti fuori! L’amore per il teatro è, soprattutto fra i giovani, sempre meno diffuso. È possibile, a tal proposito, immaginare un cambiamento? Secondo me c’è bisogno, più che di un cambiamento, di un ritorno al rito, nel senso che bisogna andare a teatro non per addormentarsi o per sfoggiare un abbonamento credendo di essere intellettuali, bensì per emozionarsi: bisogna ridere, piangere, stare male. Se ciò non avviene, il teatro non ha alcun senso. Asse portante del suo teatro, oltre al forte pathos, è l’utilizzo del dialetto. Che significato attribuisce, all’interno della rappresentazione, a questo? Non teme di non essere compreso dal pubblico? A tal proposito, lo scrittore e regista Vittorio Sermonti, che incontrai al Premio Riccione 2005, mi incitò ad andare avanti per la mia strada. A teatro, infatti, non si va mai per comprendere tutto: guardando un’opera di Pirandello è facile perdere le parole, perché ciò che va letta è l’azione. L’italiano è, inoltre, una lingua che non esiste, perché non è parlata nel vivo, nella realtà. Un operaio di Bergamo, per esempio, non parlerà mai, nella vita di tutti i giorni, in lingua italiana; perciò, […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Non mi fa paura stare nell’ombra

Non mi fa paura stare nell’ombra. Molti sono terrorizzati dal buio, dall’assenza di orientamento e di punti fermi. A me invece il nero piace proprio per il suo essere labile, fluttuante, avvolgente. Nasconde i rossori, le debolezze, ciò che non si vuole vedere, lasciando tutto all’immaginazione. Si possono così assumere volti, sembianze, personalità diverse, riconducendo tutto a se stessi. Non si indossa una maschera ma la si prende in prestito, facendo piccoli passi a tentoni, orientandosi con la mente. Oggi è tutto affidato alla parola, gridata, gesticolata, sputata, lasciata lì a maturare nella consapevolezza o nell’indifferenza di chi ci ascolta. Perciò chiudo gli occhi, mi faccio cullare dal silenzio privo di gravità, come se fossi sola su una scogliera a picco sul mare, mentre odo il suono di pensieri mai pronunciati ad alta voce, che hanno il fascino del potenziale e il sapore amaro di ciò che poteva essere e non è stato. Non mi fa paura stare nell’ombra. Eppure non rinuncio alla luce. Ripenso alle tante volte in cui ho dovuto affrontare l’ansia da palcoscenico, prima del saggio di danza. Adrenalina, riflettori, pubblico in attesa. Era il mio posto e non ero nell’angolo, ero al centro. Spesso ho smarrito quel centro, quel movimento come forma di espressione di me. Si sente sempre il bisogno di qualcosa per completare il cerchio, di quel tassello mancante che si percepisce con prepotenza nel suo spazio vuoto, conferendo al tutto quel senso di precarietà senza volto. La comfort zone è sopravvalutata. Non sbilanciarti troppo, dicono. Sono stanca di stare in equilibrio, di pianificare emozioni, di agire sulla superficie delle cose con il peso dell’inespresso sulle spalle. È giunto il momento di sporgersi in avanti e cadere, di far oscillare l’ago della bilancia verso direzioni ignote, di chiudere gli occhi e sentirsi al sicuro anche nel buio. Non mi fa paura stare nell’ombra, la luce è qualcosa che non si vede.

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Cara estate, ora vai via

Cara estate, mi hai deluso. Quello che ci hai propinato ad agosto ti è sembrato forse un clima degno della bella stagione? È inutile che cerchi di giustificarti, promettendoci un ottobre spettacolare con sole e temperature sopra la media perché in autunno ci tocca lavorare e le ferie già consumate per te non ce le rende indietro nessuno. Nemmeno l’Italia ai Mondiali abbiamo potuto vedere quest’anno, che desolazione! Estate e film tv Inoltre, dove sono finiti i soliti film con te che fai da sfondo romantico e nostalgico? Per noi vacanzieri casalinghi, destinati inevitabilmente a trascorrere qualche ora della nostra giornata davanti al teleschermo, quei revival cinematografici rappresentavano ormai un attesissimo momento di svago e, mestamente attestata la loro prolungata assenza dai palinsesti, abbiamo dovuto virare sulle solite repliche ad oltranza di programmi già visti. Dov’è andato a finire Un sacco bello trasmesso il pomeriggio di ferragosto?  L’orario da terza serata, poi, non rende affatto giustizia a Ferie d’agosto, gravato pure da fastidiosi spot pubblicitari ogni quindici minuti. Nessuna traccia, invece, di Dirty Dancing, sprecato per coprire qualche buco di palinsesto in serate autunnali, per non parlare di Sapore di mare, sparito persino dalle programmazione delle tv locali. Cara estate, dov’è finito quel gusto un po’ amaro di cose perdute? Estate di tragedie Al di là delle osservazioni sul futile, sei riuscita comunque a fare di peggio. Le persone non dovrebbero morire così, in quel modo atroce, come fossero i protagonisti inconsapevoli di un film apocalittico di quart’ordine.  Molti di loro si recavano al mare con i bambini, lo sai? Una coppia doveva sposarsi a breve e altri ancora non lo so cosa avevano programmato per le loro vite ma poco conta. sono stati inghiottiti da un precipizio inaspettato e infernale, bagnati dalla pioggia battente e sommersi dalle macerie di un ponte traballante, emblema vergognoso e infame dell’Italia arrogante, superficiale e arruffona. Nessuno dovrebbe morire d’estate, come nessuno dovrebbe morire a Natale. Non si va via quando l’atmosfera incita al divertimento e l’attesa di vivere finalmente qualcosa di bello dona felicità. Non si dovrebbe morire nemmeno tra le rapide di un fiume, immersi nella gioia di condividere un’avventura con la famiglia e la natura restituisce invece vite spezzate e orfani inconsolabili. Il terremoto con quelle giornate sospese, le notti insonni e i minuti interminabili, potevi pure risparmiartelo. Estate e matrimoni Cara estate, per ritornare superfluo, è vero che sei la stagione dei fiori d’arancio, però potevi evitarci tutto quel teatrino mediatico e social sul matrimonio dell’anno tenutosi in quel di Noto, dove la riservatezza della celebrazione di un sentimento si è tristemente persa tra sprechi e ostentazioni, marketing ed hastag, eccessi spacconi e sceneggiate inopportune. Quel giorno, poi, molti italiani “influenzati”/“influenzabili”, smartphone alla mano nella loro qualità di invitati social alle nozze, sono stati indefessi spettatori e puntuali commentatori dell’evento al quale hanno contribuito a far giungere con il loro like ancora più soldi nelle casse dei due onnipresenti protagonisti. Inoltre, sono sicura che nei prossimi tre/cinque anni, la richiesta modaiola […]

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Avere un sogno… oggi!

«Io ho un sogno… che un giorno gli uomini si solleveranno e capiranno che sono fatti per vivere da fratelli… che tutti gli uomini rispetteranno la dignità dell’essere umano. Sogno che un giorno la giustizia scorrerà come l’acqua e la rettitudine come un fiume irruente». Così Martin Luther King scriveva negli anni ’60, urlando a gran voce un bisogno urgente di giustizia e la sconfitta di ogni sentimento razzista e belligerante. Erano quelli gli anni della speranza, del sangue che ribolliva vivo nelle arterie. Gli anni della più grande rivolta giovanile che la storia dell’uomo abbia sperimentato. Quel sogno di ieri i giovani di oggi lo hanno ereditato, ma lo hanno spogliato di entusiasmo e coraggio. E nel momento storico in cui quel sogno diviene più urgente, vien meno la speranza di lotta, la voglia di crederci davvero, come un tempo ci hanno creduto davvero loro, i figli della rivoluzione. Avere un sogno oggi equivale ad abolire le barriere dell’ipocrisia e del falso buonismo. Avere un sogno oggi equivale a impugnare un’arma più tagliente dei coltelli e più letale di cannoni e fucili, il coraggio cioè di vivere davvero, lottando strenuamente per le cose che contano: un amore che non faccia male, un lavoro che non risieda oltre le frontiere della propria terra, la dignità d’essere uomini e donne in un mondo in cui diritti e doveri non abbiano una veste formale, ma basi solide su cui costruire un futuro degno d’essere vissuto. Il bisogno di cambiamento brucia e arde come il sole cocente di mezzodì. E quel cambiamento risiede negli sguardi giovani di chi sperimenta la piaga della disoccupazione. Risiede nel cuore di ragazze e ragazzi costretti a lasciare affetti, amore, terra e cuore pur di approdare alle rive di una stabilità economica, deponendo spesso sogni ed ambizione. Risiede nel cuore e nella sofferenza di quanti vedono scomparire davanti ai propri occhi cari e conoscenti, risucchiati dal cemento dell’indifferenza e della corruzione. Vite spezzate, desideri tarpati, adulti colpevoli e giovani disillusi. È questa la cospicua eredità del XXI°. Questa la ricchezza che colma vuoti fittizi e mai dona autentica serenità. Ma la pena colossale risiede nell’attuale inerzia, nella superficialità, nel disincanto, nemici di quell’attivismo un tempo motore efficace per capovolgere abitudini e situazioni intollerabili. La futura “generazione d’idioti” di cui parlava Einstein è già qui, presente intorno a noi e siamo proprio noi, ciascuno coinvolto in prima persona. Perché quel che cede sotto i nostri piedi è innanzitutto la dignità e il rispetto personale prima che sociale. Ciò che manca a noi giovani oggi è quella scintilla che smuove le coscienze, che turba gli animi di quanti brancolano nell’errore. Ciò che manca è un vivo desiderio di rivalsa e di giustizia, quello in cui i nostri coetanei di mezzo secolo fa credevano davvero. Manca la pazienza, manca la capacità di comprendere la sana tempistica del momento dell’audacia e quello della riflessione. E così precipitiamo nel baratro della disperazione, in una dimensione in cui l’arduo sacrificio non viene ricompensato, bensì […]

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Riflessi(oni) di una nottambula allo specchio

Mi guardo e vedo solo frammenti. Non so più dove posizionare i pezzi. Lo specchio riflette l’immagine senza penetrarla, come una foto della superficie. Cosa c’è sotto? Non riesco a toccare il fondo, la mia mano afferra un’effimera illusione. Chissà cosa vedono i suoi occhi. Un opaco riflesso, un’ombra evanescente, stralci di verità? È facile celare se stessi, manovrare gli altri portandoli verso la menzogna, come se la vera essenza di sé fosse qualcosa di cui vergognarsi. Il bourbon mi fa sempre lo stesso effetto, un bicchiere ed è come se la mia mente andasse a ruota libera, isolandomi da tutto ciò che mi circonda. Mi sento inerme, senza riuscire a smettere di pensare, come trascinata da una corrente che mi porta prepotentemente verso l’ignoto. Ogni notte la stessa atmosfera: il bancone di legno lucido, le pareti gialle sbiadite dal fumo, l’odore penetrante di alcool, le persone che entrano ed escono dal bar come comparse in una scadente messa in scena, lo sconosciuto dalla giacca verde scuro che mi osserva silenzioso. Viene sempre allo stesso orario, ordina il suo drink e poi va via, lasciando uno spazio vuoto sempre più difficile da colmare. Ha catturato la mia attenzione dalla prima volta in cui ha varcato quella porta. Lui ha visto me, ha colto i frammenti ed è lì che mi lancia segnali dal lato opposto della sala, offrendomi una via di fuga da tutto quello che non ho il coraggio di cambiare, dalla mia confortevole routine. Ho capito chi sei. L’ho capito dal tuo atteggiamento annoiato e raffinato, dalla sigaretta fumata compulsivamente, dal caffè amaro, dal libro di Carver che porti sempre con te, dallo sguardo triste e smarrito. Tutto questo grazie alla sottile barriera che ci separa e ci dona oggettività. La giusta distanza per capire le cose, per guardarle nell’insieme mettendo ordine nel caos che fa delle nostre vite una matassa ingarbugliata. Tirando il filo tutto si riduce a uno. Alla lineare semplicità che è alla base del disordine che creiamo. Ho sempre amato le cose semplici, prive di inutili complicazioni eppure così sottovalutate. Troppo facili, le cose semplici annoiano. E si riparte da capo, creando un’affascinante tempesta e tanta solitudine. “Principianti” è il mio libro preferito. Anche io mi sento così. Dalla fine all’inizio ricomincio da capo ogni volta e nel moto incessante mi smarrisco per poi ritrovarmi, diversa, a volte più forte, altre più fragile. Trovarti ogni settimana al tavolo di fronte mi riporta all’ordine, all’immagine allo specchio. Senza crepe, ma con segni leggeri che ne delineano il percorso. Riprendo da dove avevo lasciato me stessa, recupero ciò che è mio. Ritrovato il mio posto, gusto il sapore dell’ignoto, del bilico, del nuovo inizio. Principiante. E ti guardo, vedendoti per la prima volta.

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