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Il libro di Talbott di Chuck Palahniuk | Recensione

Il talento artistico di Chuck Palahniuk colpisce ancora, questa volta con un romanzo dai forti connotati postmodernisti, Il libro di Talbott, edito lo scorso gennaio dalla Mondadori (Traduzione di Gianni Pannofino). Una perla che cattura e tiene incollati alle pagine per alcuni giorni, regalando atmosfere suggestive, situazioni intriganti e personaggi unici. Dalla volontà di distruggere la società capitalista, alla condanna del mondo della moda, alla stregoneria, all’accusa dell’edificazione urbana incontrollata, alla denuncia dei reality, Chuck Palahniuk approda ancora una volta a quella che sembra essere la sua urgenza: denunciare. Questa volta, Palahniuk mira a smascherare le teorie complottiste di cui sono intrise le menti degli americani e le contraddizioni della società odierna. Una società che sembra entrare negli ultimi spasimi di un’umanità, che non riesce più ad occuparsi adeguatamente della sua terra, che è ormai incapace di governare se stessa. Il libro di Talbott è una nuova realtà dai risvolti inquietanti, narrata mirabilmente con il classico stile asciutto e deciso di Palahniuk. Non mancano pennellate sarcastiche e dialoghi sorprendenti in una trama quasi impossibile da riassumere, che intreccia molte, molte sorprese. È certo che Palahniuk, con quest’opera, si riconferma un autore magnetico e dal grande talento. Quella del nuovo romanzo di Palahnuk è, infatti, una storia ben congegnata e ben scritta, pregna di personalità differenti e di meravigliose chicche. L’atmosfera di suspense creata dall’autore riesce ad assorbire completamente il lettore dal principio alla fine, che si ritrova a leggere tutto d’un fiato, nonostante le quattrocento pagine circa. Il libro di Talbott: il Giorno dell’Aggiustamento Molti immaginano che ci sarà un Giorno del Giudizio a ristabilire la giustizia. Ci ritroveremo davanti al trono di Dio e saremo giudicati in base alla nostra condotta. In compenso godremo della serenità in Paradiso o saremo tormentati all’Inferno. Palahniuk immagina, invece, il “Giorno dell’Aggiustamento”, che rimedierà tutte le storture della società. Si tratta di una grande congiura contro l’élite intellettuale. Ci troviamo negli Stati Uniti e la nazione si sta preparando alla rivoluzione. Abbiamo a che fare con una sorta di aspirante dittatore/guru new-age, le cui massime vengono amplificate dai media. «Immagina che Dio non esista, che non ci sia né paradiso, né inferno. Ci sono soltanto tuo figlio e suo figlio e il figlio di suo figlio e il mondo che tu lascerai loro (…)» Abbiamo anche un libro nero-blu, una sorta di pamphlet profetico che racconta di questo “Giorno dell’Aggiustamento”, in cui a pagare saranno i pezzi grossi. Anzi, le loro orecchie. E poi abbiamo una lista su Internet, i “Meno Amati d’America”, contenente i nomi dei giornalisti, dei politici e dei professori universitari, che devono ricevere tremila voti per rimanere in classifica. Dovrà nascere una nuova civiltà. Gli Stati Uniti verranno divisi. Cosa ne uscirà? Caucasia. Dei bianchi. Blacktopia. Dei neri. Gaysia. Degli omosessuali. Un’immagine forte, di quelle che s’imprimeranno per sempre nella memoria del lettore la si troverà alla fine del libro, dove una donna nutre un uomo affamato con un salsicciotto fatto della sua stessa carne. Un messaggio d’amore e […]

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Isolette italiane incantevoli dove trascorrere le vacanze

Isolette italiane da considerare come meta per le vacanze: la nostra top 5! | Opinioni Isolette italiane: luoghi incantati, di dimensioni ristrette, dal turismo selezionato, dall’offerta naturalistica e paesaggistica così vasta da lasciare l’imbarazzo della scelta. Eppure la maggior parte degli italiani non prende abbastanza in considerazione il ventaglio di isolette italiane di cui disponiamo come meta turistica su cui fiondarsi per l’estate. Il settore turistico è una delle risorse economiche più rilevante del nostro paese, destinazione amatissima da turisti di tutto il mondo e spesso data per scontato proprio da noi nella scelta del posto dove passare le ferie. Se sei stanco della routine ma anche di sfuggirle, optando per vacanze tradizionali e conformiste, ti accompagniamo in un breve tour alla scoperta delle isolette italiane incantevoli e naturalistiche, in cui dovresti proprio considerare di trascorrere le vacanze quest’anno! Isolette italiane: la top 5! 1.Procida La nostra rassegna non può che cominciare dalla più piccola isola campana. Procida è un’affascinante, graziosa isoletta italiana caratterizzata da una collina detta Terra Murata, sovrastata da un borgo di origini medievali. Tre i porticcioli presenti e la divisione in nove contrade dette grancìe. Marineria e industria turistica sono i cavalli di battaglia di questo isolotto campano. Ricordata per vari capolavori di cui è stata teatro, tra cui “Il Postino“, interpretato da Massimo Troisi, Procida è una deliziosa gemma mediterranea, profumata degli enormi e succosi limoni che dà alla luce, costellata da sentieri naturalistici, casette colorate, vigneti e insenature a picco sul mare. 2. Pantelleria Delizioso isolotto siciliano, si annovera tra le isolette italiane da visitare che offrono più ricchezze e attrattività. Di origini vulcaniche, è spesso definita “Perla Nera del Mediterraneo” per i suoi paesaggi esclusivamente rocciosi, mai sabbiosi, e per gli scogli di pietra lavica. Soggetta alla dominazione araba per più secoli, oggi ne conserva tracce intrise di fascino in molti aspetti della cultura locale. Destinazione amatissima dai vip per la sua vicinanza all’Oriente, per le prelibatezze culinarie e anche per la discrezione dei suoi abitanti. 3. Ventotene: esili illustri per una delle isolette italiane da scoprire Situata tra Lazio e Campania, il nome di questa isola selvaggia e suggestiva è associata a molti esili “famosi”: proprio a Ventotene, Augusto esiliò la figlia Giulia, Tiberio la nipote Agrippina e Nerone la moglie ripudiata Ottavia. Caratterizzata da una natura piuttosto incontaminata, Ventotene non vanta un gran numero di villaggi turistici o di attrazioni mondane, ma si presenta come il luogo prediletto dagli amanti del mare, della terra, del relax a contatto con Madre Natura. Si circola solo con vetture elettriche, bici, motorini e…a piedi. Grotte affascinanti, calette naturalistiche e poco spazio per il caos e il turismo di massa. 4. Giglio L’isola del Giglio, la seconda più grande isola appartenente all’Arcipelago Toscano, è una vera e propria gemma naturalistica. Calette isolate in una costa molto varia, panorami mozzafiato e percorsi da godersi a piedi rendono questa destinazione perfetta per chi ama addentrarsi nella natura. Giglio Castello offre ai suoi turisti un pittoresco borgo medievale, […]

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L’Alabama vieta l’aborto: rischio ergastolo per i medici

Lo scorso 15 maggio, il Senato dell’Alabama (dopo 4 ore di dibattito) ha approvato una legge, l’HB314, che vieta quasi completamente l’aborto in tutto lo Stato. La nuova normativa ha ottenuto prima il via libera dalla Camera, poi dal Senato, e successivamente la firma di Kay Ivey, repubblicana, governatrice dello Stato. Ivey ha poi prontamente twittato: «Ho firmato. La legge afferma con forza l’idea che ogni vita è preziosa ed è un regalo di Dio». A sostegno della governatrice, la deputata repubblicana dell’Alabama, Terri Collins, sponsor della proposta di legge, ha dichiarato: «Il nostro disegno di legge dice che il bambino nell’utero è una persona». Durante il durissimo scontro nell’aula del Senato dell’Alabama, le donne in segno di protesta sono scese in piazza vestite da ancelle, in riferimento alla serie tv ispirata al romanzo Il racconto dell’ancella. Si tratta della più dura misura fra quelle che attualmente restringono l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) negli Stati Uniti. Nello specifico, la legge stabilisce il divieto di aborto anche in caso di incesto o di stupro, e lo consente solo nell’eventualità in cui la gravidanza compromettesse la salute dalla madre. Inoltre, sono previste condanne pari a dieci anni di carcere per i medici che proveranno a praticare un’operazione del genere e fino a 99 anni di carcere per quelli che violeranno il divieto. Le donne che violeranno la legge, invece, non verranno incriminate penalmente. Nel testo della proposta di legge, viene comparato il numero di feti abortiti con quello delle vittime dei gulag di Stalin e dei campi di sterminio in Cambogia. Il provvedimento ha provocato le reazioni più disparate nel mondo politico Americano, nella società civile, tra le organizzazioni sociali. Staci Fox, dell’associazione “Planned Parenthood Southeast Advocates”, ha parlato di «giorno oscuro per le donne in Alabama e in tutto il paese», e il senatore democratico Bobby Singleton ha detto che il disegno di legge «criminalizza i medici ed è un tentativo da parte degli uomini di dire alle donne cosa fare con i loro corpi». L’Organizzazione Nazionale per le donne ha definito il divieto «incostituzionale» e decine e decine di ricorsi sono pronti per fermarlo. I gruppi di attivisti “pro-choice”, ovvero i sostenitori dei diritti riproduttivi delle donne, sono convinti, infatti, che i tribunali di livello più basso bocceranno il provvedimento, ma il piano dei Repubblicani è far arrivare la questione alla Corte Suprema Americana (SCOTUS), che rappresenta il tribunale di ultima istanza di Stato e che dovrà pronunciarsi sulla sua costituzionalità. I promotori della Legge puntano proprio a rovesciare in quella sede la sentenza “Roe contro Wade”, che dal 1973 ha di fatto legalizzato l’aborto a livello federale. A incoraggiarli è la recente nomina nella Corte Suprema, da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, di due giudici anti-aborto: Neil Gorsuch e il controverso Brett Kavanaugh, accusato di abusi sessuali da almeno quattro donne. Attualmente i giudici di orientamento conservatore alla Corte Suprema sono 5 su 9. Non solo Alabama Negli Stati Uniti non esiste una legge unica […]

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Evolve, intervista ai fondatori del comitato

EvolveU2019, It’s your turn La Generazione Z, Erasmus o Ryanair, quella dei post-millennials, dei nati dal 1995 in avanti è un’annata che troppo spesso viene bollata con dispregiativi o giudicata negativamente. Tanti sono infatti i luoghi comuni che accompagnano questa generazione, da un’assenza di valori comuni ad un eccessivo attaccamento per la tecnologia e i social network. Evolve è un comitato studentesco, un “libero gruppo di studenti e studentesse” come dice il sito, nato nel febbraio del 2018 a Pomigliano d’Arco. Un gruppo di amici, prima che di studenti e colleghi, accomunati da una forte passione per la politica e per il mondo dell’informazione, che si oppone in maniera forte al clima generalmente nichilista che pervade i nostri tempi, non soltanto tra i più giovani. Un vero e proprio punto di riferimento per un ambiente difficile come la provincia napoletana, con forti ambizioni di espansione a livello regionale e nazionale, con tanti progetti in cantiere e che in un anno e mezzo ha già tenuto numerose iniziative, arrivando sino ad un convegno alla Camera dei Deputati, tenutosi la settimana scorsa. Colpisce, aprendo il sito web di Evolve, la lista di obiettivi così decisa e pragmatica. Tenere informati i cittadini, verificare la corrispondenza dei fatti alla realtà, organizzare eventi e convegni sono solo alcuni tra i punti salienti. Quella dei vent’anni è un’età difficile, è l’età delle scelte e in cui si tende maggiormente all’idealismo, ma questi ragazzi hanno le idee chiare e sanno come realizzarle. Valeria Rea e Alessandro Fusco sono tra i fondatori del progetto. Rispettivamente 19 e 21 anni, studenti di Giurisprudenza e Scienze politiche a Napoli e Bologna, hanno raccontato della loro esperienza e delle loro ambizioni e progetti futuri. Come nasce l’idea di Evolve? Evolve nasce ufficialmente nel febbraio del 2018, in pieno clima elettorale dato dalle allora imminenti elezioni politiche. Forti delle nostre esperienze di rappresentanza, a livello sia locale che provinciale, ci rendemmo conto all’epoca che tra i ragazzi della nostra età c’era una disinformazione generale, una vera e propria disaffezione generale nei confronti di quel dovere civico che poi è il voto. Grazie anche all’aiuto di Vito Fiacco, Michele Guadagni e Domenico De Maria, gli altri ragazzi fondatori del comitato, uniti anche da una forte amicizia, nacquero in quel periodo le prime iniziative di Evolve, specie nell’ambito dei nostri licei (l’Imbriani e il Cantone di Pomigliano d’Arco). Dopo un anno e mezzo, fatti i primi bilanci, ci ritroviamo ancora uniti dalla stessa passione e spirito di iniziativa, per di più con l’aiuto di tutte le persone incontrate in questo percorso che è ancora agli inizi. Senza di queste tanti dei traguardi conseguiti da Evolve non sarebbero stati possibili, dai convegni organizzati alla cura del sito web. L’obiettivo è stato sin dall’inizio quello di un’informazione completamente neutrale, di arrivare il più possibile nei luoghi dei nostri coetanei. Siamo consapevoli di vivere in un’epoca fortemente dinamica e di forti cambiamenti sociali e culturali che influiscono sempre di più sulle nostre coscienze. Siete molto giovani, fate parte di […]

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Terra piatta, intervista al terrapiattista Albino Galuppini

Terra piatta, abbiamo intervistato uno degli esponenti italiani del terrapiattismo e… La Terra? È chiaramente piatta. Le immagini diffuse dalla NASA? Sono false. Marte, Giove, Saturno? Non esistono. Sono queste alcune delle affermazioni fatteci, durante l’intervista, da Albino Galuppini, terrapiattista italiano. L’ultima parola su queste teorie, secondo alcuni strambe e fuori da ogni logica, spetta naturalmente a voi lettori! Quello della sfericità terrestre è un fatto acquisito da secoli. Già nel 240 a.C. Eratostene di Cirene, attraverso meticolose indagini scientifiche, lo dimostrò calcolando con buona approssimazione la circonferenza. Più tardi, durante la media aetas dell’ignoranza e della superstizione, nessun cosmografo europeo avanzò perplessità sulla scoperta ellenica. Anzi, opere come la Summa theologiae di San Tommaso d’Aquino e la Commedia dantesca riportavano chiaramente la sfericità della Terra. Gli ultimi dubbiosi, nel XVII secolo, venivano dalla Cina dei Ming. Qui alcuni missionari gesuiti, attraverso un proficuo scambio culturale, riuscirono a distogliere l’ingegnoso popolo cinese dalla credenza della terra piatta e quadrata. Vi starete chiedendo perché mai abbia perso tempo a rievocare la storia antica e una scoperta scientifica ormai incontestabile. Ebbene, nel 2018 – ironia della sorte – c’è chi ha deciso di mettere in dubbio la forma della Terra, le teorie di Galilei e Keplero, lo sbarco sulla luna e persino l’esistenza del sistema solare. Sto parlando, naturalmente, dei terrapiattisti, un movimento che ha preso piede in Inghilterra con il titolo di Flat Earth Society (società della Terra piatta) e che, nel giro di qualche anno, ha riscosso successo anche in Italia. I terrapiattisti italiani sono convinti che il nostro pianeta abbia la forma di un disco pianeggiante e che il mondo intero sia soltanto vittima di un complotto dei Poteri Forti, che ci nasconderebbero, a detta loro, la verità. Spinto dalla curiosità, ho pensato di fare qualche domanda ad Albino Galuppini, uno dei maggiori relatori del movimento terrapiattista. Intervista a un terrapiattista Lei dice che la Terra è piatta. Le immagini dallo spazio, però, dimostrano il contrario. Lei, come me e tutti quelli che non sono stati sullo spazio, non ha potuto verificare la veridicità delle immagini diffuse dalla NASA, che potrebbero essere false o disegnate al computer. Se tutti i pianeti del nostro sistema solare sono tondi, perché la Terra dovrebbe essere piatta? Quali pianeti? Non ne esistono. Quelli che, erroneamente, chiamiamo pianeti altro non sono che stelle erranti, dotate di intensa luce e di forma discoidale. Come giustifica il fuso orario? Non c’è nessuna anomalia. Il fuso orario esiste perché il sole si trova sul disco terrestre in orari diversi. Se la Terra è piatta, perché esistono le eclissi? Questa è una bella domanda, alla quale almeno io non riesco a dare una risposta. Però, posso ribattere che ci sono alcune eclissi di luna, come il Selenelion, che non sono spiegabili neppure rifacendosi al modello eliocentrico. Fra le vostre teorie, quella che desta maggiore curiosità è l’effetto Pac-Man. Cosa mi dice al riguardo? Si tratta di una fake-news messa in giro dai giornalisti. Ma non è la sola teoria […]

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L’energia rinnovabile che viene dal mare

L’acqua, elemento indispensabile per la vita sul nostro pianeta, si è rivelata nel corso degli anni un valido strumento per la produzione dell’elettricità di cui la società moderna ha costantemente bisogno. Nell’ottica di quelle che sono le tecniche utilizzate per trarre energia rinnovabile dal H2O, assume sempre maggiore rilievo la considerazione dell’immensa potenza sprigionata dai mari e dagli oceani. La tecnologia attuale non è ancora in grado di gestire a pieno le potenzialità delle acque, ma anno dopo anno, i ricercatori di tutto il mondo fanno passi da giganti verso la piena utilizzazione di questa inesauribile risorsa. Le tecnologie che traggono energia rinnovabile dai mari Sono svariati i fenomeni marini, che potrebbero essere astrattamente utilizzati per la produzione di energia pulita, ed in tale ottica assume particolare rilievo lo sfruttamento del moto ondoso, infatti le onde del mare, possono essere convertite in energia e tale consapevolezza sta portando molti paesi ad investire nella ricerca tecnologica volta a perfezionare gli strumenti necessari per sfruttare questa straordinaria forza della natura fino ad oggi sottovalutata. Ad oggi esistono svariate tipologie di impianti capaci di convertire in elettricità il moto ondoso, a titolo esemplificativo è possibile citare i sistemi che utilizzano il cosiddetto  Salto idrico, dove il passaggio delle onde in un canale di larghezza decrescente determina il riempimento di un contenitore sopraelevato rispetto al livello del mare. L’acqua raccolta, durante il deflusso, fa girare delle turbine così producendo elettricità. O ancora possiamo considerare gli impianti basati sul principio di Archimede. Tali sistemi sfruttano il cambio di pressione che viene generato dall’aumento della colonna d’acqua soprastante un impianto sommerso che è costantemente soggetto a cicli di compressione e decompressione. Un importante esempio di impianto capace di utilizzare il moto ondoso per produrre energia, è il progetto Pelamis, posizionato nelle acque del Portogallo, esso è una struttura galleggiante che è in grado di trasformare l’energia meccanica in energia elettrica. Accanto alle onde, anche le Maree sono divenute oggetto di studio, infatti il giornaliero innalzamento ed abbassamento di ampie masse d’acqua (oceani, mari e grandi laghi) dovuto alla attrazione gravitazionale esercitata sulla Terra dalla Luna, permette la creazione della Energia maremotrice. Esistono diverse tipologie di impianti strutturati per lo sfruttamento di tale fenomeno, ma quello più comune fonda il proprio funzionamento sulla predisposizione di un sistema di bacini che si riempiono e svuotano in funzione delle maree, nello specifico gli impianti basano il proprio funzionamento sul passaggio di enormi masse d’acqua attraverso delle turbine collegate a dei generatori. In Francia, alla foce del fiume Rance, negli anni sessanta è stata costruita una centrale che sfrutta la marea che in quelle zone raggiunge i 13,5 m di dislivello, tale impianto copre ogni anno il 3 % del fabbisogno elettrico della Bretagna francese. Proseguendo la disamina delle modalità mediante le quali è possibile trarre energia dal mare, occorre dare rilievo al concetto di Energia talassotermica, indicata comunemente con l’acronimo Otec (Ocean thermal energy conversion), la quale nasce dalla differenza di temperatura tra le profondità oceaniche e la superficie marina. Le installazioni necessarie per produrre questa tipologia di energia necessitano […]

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Cinema e Serie tv

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Rolling Thunder Revue, Scorsese racconta Dylan

Rolling Thunder Revue: a Bob Dylan story by Martin Scorsese “Life is about creating yourself, and creating things” A un certo punto di Rolling Thunder Revue, il documentario di Martin Scorsese (Casino, Taxi Driver, Goodfellas) sull’omonimo tour degli anni settanta, Bob Dylan pronuncia questa frase che più dilanyana non potrebbe essere. Ma chi è in realtà Robert Allen Zimmerman? Uno, nessuno e centomila, come il personaggio di pirandelliana memoria. Il menestrello di Duluth, bardo delle utopie sessantine, cantore elevato al rango di poeta, emblema degli eccessi di una generazione, premio Nobel per la letteratura. Nessuna di queste maschere corrisponde minimamente al genio di Dylan. Appena lo si prova a catalogare in una definizione, ecco che è lì pronto ad inventarsi una nuova trovata, pronto ad ingannarci tutti, dall’alto dei suoi quasi ottanta anni e del suo patto con il diavolo per l’eterna giovinezza. Su Netflix è appena uscito un documentario del premio Oscar Martin Scorsese che prova a raccontare uno dei momenti salienti della carriera di Dylan: il Rolling Thunder Revue, il lungo tour itinerante gli States durato quasi un anno, a cavallo tra gli anni 1975-1976. Il regista italo-americano non è nuovo a cimentarsi nel racconto di personalità che hanno fatto la storia della musica: i Rolling Stones di Shine a Light e il George Harrison del bellissimo Living a Material World sono un esempio calzante. Già nel 2005 Scorsese aveva girato un documentario su Dylan, No Direction Home, incentrandosi sul primissimo Zimmerman, il ragazzo che nel 1961 giunse a New York direttamente dal Minnesota. Quello di Rolling Thunder Revue è un però un artista completamente diverso. Ha già pubblicato alcuni tra i più dischi più belli della storia della musica (Blonde on Blonde e Highway 61 Revisisted su tutti), ha cambiato per sempre la musica americana e non solo suonando la chitarra elettrica al Festival di Newport. Bob Dylan on the road Dylan sceglie così, in quel momento della sua carriera, di girare in lungo e largo gli Stati Uniti, in un itinerario on the road alla Jack Kerouac (citato a più riprese nel corso del documentario) durato un anno, con 57 date, suddivise in una fase autunnale e in una fase primaverile. Con l’intermezzo del gennaio del 1976, quando fu pubblicato Desire, tra le gemme della carriera del cantautore di Duluth. Il tour parte da Plymouth, una scelta dai connotati fortemente simbolici e che tanto sarebbe piaciuta al vate Kerouac, di cui peraltro Dylan omaggia la tomba in uno degli intermezzi più commoventi del documentario. La città del Massachusetts è il luogo dove nel 1620 sbarcarono i padri pellegrini, il posto dove partì quel grande romanzo americano di cui Bob Dylan è stato e sarà ancora tra i più grandi narratori. Perché l’America è un po’ di tutti, e non solo degli americani, che l’hanno solo presa in affitto, come direbbe qualcuno. Parte così più che un tour una carovana in stile circense, un circo burlesque di musicisti, poeti e addetti ai lavori. Ci sono Joan Baez, di […]

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Giorgio Montanini gira un film. Sì, avete letto bene!

Prendete Giorgio Montanini. Immaginatevelo per nulla sudato. Senza una Tennent’s in mano. Che non ride e non “mazziea” la sua platea dal palco. Mi pare di descrivervi una di quelle complesse e vivaci allucinazioni visive tipiche dell’LSD. E invece no. Giorgio Montanini girerà un film! Eh, avete letto bene. Un film! Chiacchierando con Giorgio, è uscita fuori questa cosa che mi ha un attimo destabilizzata. Ho pensato, lì per lì, che i comici che hanno contribuito negli ultimi vent’anni a far tv, non sono sempre ben visti in Italia… E allora, il comico Giorgio Montanini che c’azzecca col cinema? Il fatto è che il comico è sempre un attore, l’attore può non essere comico. In tutti gli altri Paesi del mondo gli stand up comedians fanno questo tipo di percorso e, aprendo loro le porte del cinema, viene loro riconosciuta una qualità. «Se prendiamo Alberto Sordi, non si può dire che non abbia avuto la possibilità di esprimersi anche in altri ruoli, in maniera egregia, eccellente. La nostra commedia italiana era una commedia fantastica. I film di Alberto Sordi sono esempi straordinari di quella che è la commedia italiana. Purtroppo ci si è persi in un oblio culturale che non poteva durare perché, alla fine, si riemerge dall’abisso. Speriamo che sia questo il momento!» Giorgio Montanini, l’intervista Chiacchierando, mi hai detto che avresti voluto imparare a suonare la chitarra, ma dopo due settimane di esercizio, ti sei reso conto di leggere lo spartito al contrario e hai lasciato perdere! Dimmi un po’ come stai con la prima canzone che ti viene in mente. (Ride, ndr) Confusa e felice di Carmen Consoli. Facciamo Confuso e felice. Hai definito la denuncia per blasfemia che ti è stata mossa un premio alla carriera. Tiriamo un po’ le somme dei tuoi ultimi spettacoli “con la fedina penale pulita”. Sebbene si siano tenuti nel bel mezzo delle temperature estive, ho avvertito una presenza e una partecipazione diversa da parte del pubblico. Ho sentito una sorta di sostegno, attaccamento e piacere diverso nel vedere il mio spettacolo. Non che prima non ci fosse, ma ho sentito un entusiasmo più marcato. L’atmosfera che si è venuta a creare è stata più bella, come rinnovata. Io sul palco t’insulto, ma non ti prendo per il culo, e questa coerenza mi sta ripagando perché la gente conta su di me. Da dove parte la tua comicità satirica? Perché Giorgio Montanini ha scelto di far ridere? Trovo nella comicità satirica la mia capacità espressiva, ricalca perfettamente quello che io voglio dire. Parte da dove è sempre partita. Da duemilacinquecento anni fin qua. Parte da un’insoddisfazione, da una frustrazione, da una presa di coscienza tragica di quella che è la vita delle persone e di ciò che è la tua vita. Tragica nell’accezione anche positiva del termine. Rendendosi conto di quello che siamo, la satira diventa anche una forma egoistica da parte dell’artista per cercare di stare un po’ meglio. L’artista non fa nient’altro che tirare un sospiro di sollievo. Non […]

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Fleabag e la penna tagliente di Phoebe Waller-Bridge

Il primo buon motivo per vedere Fleabag, andata in onda prima su BBC 3 e attualmente disponibile su Amazon Prime Video, è che in un momento in cui si producono film e stagioni televisive di usato sicuro (nessuna citazione per evitare guerre civili), la serie con Phoebe Waller-Bridge non ha bisogno di più di due stagioni da sei puntate l’una per dire tutto il necessario. Per di più la seconda stagione riesce ad essere sorprendentemente migliore della prima. Se da un lato si potrebbe giustamente desiderare altro, forse si può anche prendere atto che cose brevi e perfettamente riuscite possano restare tali senza necessità di spin-off, sequel o prequel. Se dovesse arrivare una terza stagione la si guarderebbe con grande piacere, beninteso, ma anche così va benissimo. Acclamata da pubblico e critica, Fleabag è il racconto della vita di una giovane donna londinese che prova a tenere testa alla vita dimesticandosi tra lavoro, famiglia e relazioni. Le puntate e l’intera serie hanno un ritmo incalzante e dei dialoghi brillanti che rendono Fleabag una commedia drammatica estremamente interessante. Tratto da uno spettacolo teatrale scritto dalla stessa Phoebe Waller-Bridge, che è anche autrice della serie e interprete del personaggio principale, Fleabag intrattiene divinamente con un umorismo estremamente sarcastico e pungente. Umorismo frutto di un’ottima prova attoriale corale, di un’ottima sceneggiatura e della rottura della quarta parete. Infatti, il dialogo tra lo spettatore e Fleabag, “sacco di pulci” che non ci rivelerà mai il suo vero nome, ci fa sentire un po’ complici e confessori. Fleabag si lascia seguire costantemente e alterna azioni giuste con scelte sbagliate e viceversa. Ma c’è anche qualcosa in più. Lo sguardo intelligente e provocatorio in camera è una fuga dalla realtà, uno spazio in cui nascondersi per proteggersi. La stessa autrice ha spiegato come la relazione principale sia quella tra Fleabag e lo spettatore, una relazione che cambia riuscendo a suscitare in chi guarda attrazione, disaccordo, simpatia, antipatia e tenerezza. E mentre lo spettatore si rivela un amico su cui fare affidamento nei momenti più difficili, il sarcasmo diventa una vera e propria arma con cui difendersi. Il sarcasmo per nascondere l’impossibilità e l’incapacità di amare ed essere amati. Nel caso di Fleabag questo non porta ad una autocommiserazione paralizzante ma ad una serie di comportamenti che lei stessa riconoscerà come sbagliati. I tre migliori momenti dell’intera serie sono forse proprio quelli in cui il sarcasmo viene completamente distrutto dagli interlocutori (una psicologa, un prete e una donna d’affari). In tutti e tre i casi Fleabag si mostra estremamente umana, non perché debole ma perché comprensibile. Paradossale che quando, nella prima delle tre scene citate, la psicologa le riassume la descrizione da lei stessa fornita, Fleabag rimane spiazzata perché le stesse identiche cose spogliate del sarcasmo diventano solo dolorose e non più tanto divertenti. Non si vuole qui sminuire l’importanza di un personaggio principale femminile perché è un ulteriore merito ma celebrare la serie per questo invece che per il resto potrebbe essere un errore. La vera […]

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Johan Renck e Craig Mazin per l’HBO: Chernobyl

Chernobyl, con la regia di Johan Renck, è l’ennesima dimostrazione della qualità che la HBO riesce a garantire. Dopo i pareri contrastanti che hanno accompagnato l’ultima stagione di Game of Thrones, l’emittente statunitense torna con una miniserie di cinque puntate dedicate al disastro nucleare avvenuto il 26 aprile 1986 all’01:23 in Ucraina, all’epoca ancora parte dell’Unione Sovietica, presso la centrale nucleare V.I. Lenin. Ideata e scritta da Craig Mazin, diretta da Johan Renck, Chernobyl è stata prodotta e distribuita da HBO e sarà trasmessa in Italia da Sky Atlantic. Per raccontare il più grave incidente nucleare della storia un cast eccezionale con Jared Harris, Stellan Skarsgård, Emily Watson, e Paul Ritter. Molti elementi sono tratti da Preghiera per Chernobyl di Svetlana Aleksievič, un libro in cui l’autrice provava a ricostruire non tanto gli avvenimenti quanto «le impressioni, i sentimenti delle persone che hanno toccato con mano l’ignoto». Chernobyl è una serie drammatica e non potrebbe essere altrimenti dati i fatti che racconta. Tutta l’atmosfera, fin dai primissimi minuti, sembra confermarci che quello a cui stiamo per assistere è un dramma che ci verrà presentato in tutta la sua cruda realtà. L’ambientazione e le atmosfere ci rimandano all’Unione Sovietica negli anni precedenti alla sua dissoluzione. L’abbigliamento, i colori delle pareti, le decorazioni delle piastrelle, i telefoni, i registratori, le audiocassette, le auto e la fatiscenza dei palazzi rimandano ad un mondo apparentemente lontanissimo ma che è vicino, lontano di soli 33 anni. Unico neo di una serie che lascia davvero poco spazio alle critiche è sicuramente la scelta di Johan Renck di utilizzare comunque l’inglese per i dialoghi. È forse l’unico elemento straniante in una ricostruzione perfettamente riuscita di un’atmosfera. Chernobyl è una storia che viene raccontata da quello che scopriremo presto essere uno scienziato, Valery Legasov. Un racconto registrato su delle audiocassette per capire ciò che è accaduto, ricostruirlo e farlo sapere al mondo. Non un caso perché la serie evidenzierà le dinamiche distorte del potere che portano alla costruzione di narrazioni false e distorte, fatte di omissioni e bugie. Ma ogni bugia ha un debito con la verità e quel debito prima o poi dovrà essere ripagato. Far raccontare quella storia ad uno scienziato significa mettere ulteriormente in evidenza quel debito. La scienza segue un rigore logico, ha una sua razionalità e un suo metodo.  Tutti elementi che in un regime divengono contraddittori perché ci sono altri valori e altre dinamiche da preservare. Chernobyl può essere un ottimo strumento per comprendere meglio una stagione storica.  È difficile capirlo solo attraverso i libri scolastici ma la Guerra fredda ha condizionato migliaia di vite. Questa miniserie è un ottimo modo per scoprire come l’ha fatto. Durante una guerra fredda tante piccole verità possono essere sacrificate per proteggere una rappresentazione. In questo caso è la rappresentazione del potere sovietico ma si tratta di dinamiche rinvenibili in tanti altri sistemi di potere e in tutte le epoche. Chernobyl è un ottimo esempio per dimostrare che il potere ha sempre provato a costruire una sua narrazione […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Cucina tunisina: le 5 ricette da sperimentare

La cucina tunisina, uno dei must del momento in ambito gastronomico, è caratterizzata dall’impossibilità di categorizzarla: tripudio di sapori diversissimi tra di loro, la cucina tunisina è il prodotto di tutte le dominazioni e influenze esercitate da altri popoli nella regione della Tunisia. Sapori riconducibili alla cucina turca, a quella araba, a quella andalusa e a quella italiana conoscono nuova vita nelle ricette che la tradizione tunisina mette a tavola. La peculiarità di tale cucina è proprio quella di saper valorizzare e assemblare in maniera originale sapori e pietanze di altre culture. Prodotti tipicamente mediterranei come olio d’oliva e pomodori sono il cuore di questa cucina saporita e fortemente speziata: si propongono le 5 ricette più famose e gustose che chiunque vorrà sperimentare! 1.Brik Quando si dice che la semplicità paga, ci si riferisce propri al Brik tunisino. Cucinato spesso per ottenere un veloce e sfizioso antipasto, il Brik è una frittella costituita da una sfoglia sottile, che dovrà essere fritta fino a diventare dorata, e poi farcita con un composto costituito da tonno, patate, uova, il tutto condito da sale, pepe e prezzemolo. Le patate andranno lessate prima di essere unite agli altri ingredienti che andranno a riempire il composto. Si consiglia di servirlo caldo e croccante, per un colpo di fulmine assicurato! 2.Lablabi Appartenenti a quello che possiamo etichettare come “street food” tunisino, il lablabi è una zuppa che si annovera tra i pezzi forti della cucina popolare della Tunisia. Molto amata da lavoratori, studenti e da chiunque abbia voglia di assaggiare qualcosa di caldo, saporito e familiare senza spendere molto. Si serve direttamente da un pentolone fumante, cui è abitudine avvicinare una scodella già riempita di pane, affinché la zuppa ne ricopra e insaporisca per bene i tocchetti. Composta da ceci, limone e harissa (salsa tipica della Tunisia), è cotta a fuoco lento ed è uno dei piatti tipici più economici e più gustosi della cucina tunisina, da consumare tradizionalmente in piedi e per strada. 3.Keftas Che cucina sarebbe quella tunisina, senza le tradizionali e amatissime polpette? Amate in tutto il mondo, le keftas sono delle saporitissime polpette di carne macinata e patate: le patate vengono sbucciate e fatte bollire, mentre la carne viene cotta a parte e poi unita alle patate opportunamente schiacciate. In seguito, aggiungere sale, aglio, pepe e cipolla e speziare il tutto con il coriandolo. Infine, si aggiungono uova, formaggio e pangrattato prima di destinarle a una prelibata frittura. 4.Cous cous di verdure e agnello Fin qui è risultato chiaro che la cucina tunisina prediligesse le zuppe, i ceci e…la frittura. Tuttavia, la cucina tunisina si caratterizza anche per un amore spassionato verso il cous cous. In particolare, uno dei piatti più popolari in Tunisia è sicuramente il cous cous con l’agnello. Per servire questa prelibatezza locale, si fa rosolare l’agnello con una cipolla fino alla cottura. A questo punto è necessario speziarlo, solitamente con paprika e harissa. Si versa il passato di pomodoro sull’agnello speziato e si aggiungono, nella stessa pentola, le […]

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I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose

I 6 prodotti tipici del Piemonte: La cucina piemontese vanta una tradizione culinaria ricchissima di prodotti caratteristici che la rendono squisita. In tutte le ricette regionali vi é l’impiego di uno dei prodotti tipici del Piemonte come il tartufo, il vino Barolo ed i formaggi che servono come condimento per risotti e pasta fresca; come il tartufo che viene adoperato per condire i ravioli del Plin. I 6 prodotti tipici del Piemonte: elenco delle ricette più famose Riassumiamo qui i 6 prodotti tipici del Piemonte, pietanze dal gusto irresistibile che sono molto apprezzate dai piemontesi e dagli abitanti del Nord Italia. Vitello Tonnato o Vitel Tonné Nella cultura culinaria del Piemonte celebre e molto apprezzato è il Vitello Tonnato o Vitel Tonné. Dal nome sembra che questa pietanza sia un’eredità francese in realtà non è così, poiché questo prodotto è tipico del Piemonte, è un’antica ricetta rigorosamente Made in Italy che risale al Settecento italiano ed è stata rivendicata dal Piemonte a fine Ottocento. Il vitello tonnato è un antipasto dalle origini piemontese, semplice e veloce da realizzare, che viene servito anche come gustoso secondo piatto. Si tratta di un prodotto che negli anni ’80 era presente sulle le tavole di tutte le feste. Oltre che nel Piemonte, possiamo affermare che il vitello tonnato è una delle pietanze fredde più apprezzate e conosciute in tutta Italia. Sono sottili e morbidissime fettine di carne di vitello condite con una salsa a base di acciughe, capperi, tonno, uova e succo di limone. Tutti noi riteniamo che il suo nome “Vitel Tonné” si riferisca al tonnato cioè alla salsa che comprende il tonno tra i suoi ingredienti. Vi sveliamo che la definizione “tonnato” è una tecnica di cottura della carne: preparata alla maniera del tonno. Per la preparazione del Vitel Tonné, bisogna lasciar marinare per 12 ore la carne in una pentola con il vino Barolo. Aggiungere i chiodi di garofano ed il sedano a pezzettini. Per cucinare una buona salsa tonnata si necessita di frullare le acciughe, i capperi, il tonno ed i tuorli delle uova. La salsa tonnata serve per guarnire il vitello dopo averlo fatto raffreddare, perché è una pietanza che va servita fredda come antipasto o come secondo piatto. Ravioli del Plin Come primo piatto la tradizione culinaria del Piemonte vanta i ravioli del Plin che risalgono al 1846. Gli ingredienti tipici sono: farina, uova ed olio extra vergine di oliva. Come ripieno, invece, si usa la carne arrosto oppure spinaci, parmigiano ed una spolverata di noce moscata. La forma tradizionale di questi ravioli all’uovo è quadrata e la caratteristica fondamentale che la differenzia da altri ravioli è la carne arrosto per il ripieno, cotti nel brodo vegetale. Un’alternativa originale è quella di condire i ravioli del Plin con burro e una spolverata di tartufo bianco, tipico della città di Alba. Esiste una variante a questa ricetta ed è quella di sostituire il ripieno di carne con quello di cavolo o verza ed adoperare come condimento semplicemente burro, salvia […]

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Cene vegane, alcuni consigli: gusti diversi ma stessa bontà

Le persone che scelgono uno stile di vita vegano, sono in crescita e preparare delle cene che quindi accontentano i gusti di tutti i commensali, spesso non è semplice. Il menù da realizzare per delle cene vegane, va studiato in tutti i dettagli, con largo anticipo, soprattutto per riuscire a reperire tutti gli ingredienti, spesso non facili da trovare. Durante le cene vegane, uno dei consigli più semplici da seguire, è quello di preparare un primo piatto a base di riso, da condire poi con verdure, latte di cocco e curry. È una ricetta facile da preparare, gustosa e carina da presentare. Inoltre, in questo caso, anche l’apporto calorico, è giusto, e quindi non si avranno problemi dal punto di vista nutrizionale. Un altro consiglio per organizzare cene vegane di qualità, è quello di preparare un ricco aperitivo, con tante piccole leccornie, quali, polpettine di pane (ovviamente senza latticini e senza uova) insalate a base di avocado e semi vari, condite con spezie, frutta secca e noce moscata e degli spiedini, con pomodorini e formaggi senza lattosio. Quelle elencate sono una serie di preparazioni veloci, ma buone, che contribuiranno a donare gusto e colore ai propri aperitivi, senza impiegare troppo tempo. Chi sono i vegani Chi sceglie di adottare un’alimentazione vegana, rifiuta ogni cibo di derivazione animale. I vegani sono nati nel 1944 quando due animalisti britannici, D. e E. Shrigley crearono la Vegan Society britannica, lasciando la Vegetarian Society (la più antica organizzazione vegetariana mondiale) poiché dissentivano sullo sfruttamento animale nella produzione di latticini. Consigli pratici e adatti ad ogni occasione Naturalmente, i semplici consigli cui si faceva riferimento in precedenza, sono applicabili nell’ambito delle cene vegane preparate in casa. Per quanto riguarda le cene fuori, un vegano è perfettamente consapevole che potrà frequentare solo determinati ristoranti, pub, pizzerie, nella maggior parte dei casi, luoghi conosciuti, che propongono, oltre ai piatti tradizionali, anche preparazioni vegane. Spesso, può essere utile scegliere un ristorante giapponese; solitamente il menù giapponese piace a tutti, e un vegano avrà ampia scelta, tra hosomaki o uramaki con riso, alga nori e avocado, ma anche cetrioli/daikon, zuppa di miso, the verde o gelsomino. Un altro consiglio per delle cene vegane preparate in casa, è quello di evitare i cosiddetti piatti pronti, da riscaldare e servire; tali alimenti, infatti, potrebbero contenere tracce di panna, burro, o comunque, derivati animali spesso nascosti. Quando si struttura un menù per cene vegane, è opportuno non modificare delle ricette tradizionali, che prevedono l’utilizzo di derivati animali. In questo caso, il risultato sarebbe quello di portare in tavola dei “piatti modificati” ai quali mancheranno troppi ingredienti, che risulterebbero poco appetibili. Il consiglio che sembra in realtà il più banale, è quello di essere creativi e semplici al tempo stesso. Spesso si pensa che le verdure, onnipresenti nelle cene vegane, siano poco appetibili, in realtà non è così. Le verdure, se cucinate in modo saporito, e quindi non esclusivamente al vapore o alla griglia, risulteranno appetibili e di forte eco. Oltre ai piatti da preparare […]

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Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose?

Ricette veloci per cena: quali sono le più gustose e semplici da realizzare? Lavoro, studio e impegni vari ci deprivano amaramente del tempo da dedicare ai fornelli. Ci prosciugano, ci trascinano estenuati ed esausti ad ora di cena e ci spingono a compiere quella malefica mossa: impugnare lo smartphone con la stessa velocità di un giaguaro e cliccare sull’icona di Just Eat per dare libero sfogo a tutta la lussuria (e la pigrizia!) culinaria del mondo, tra pizze super condite ed erotici panini talmente ripieni da far impallidire anche il celeberrimo Man vs Food. Se non c’è nulla di più piacevole e godurioso dell’atto dello scorgere il fattorino che si presenta col nostro tesoro proprio davanti alla  porta di casa, dall’app dello smartphone al divano, per poi fiondarci col nostro gustoso bottino di fronte a una puntata di Game of Thrones, sicuramente tutto ciò non è che sia proprio la quintessenza della salute. Molto più soddisfacente ritagliarsi un po’ di tempo per fare una bella spesa, magari dai negozianti di fiducia, nei mercatini o (per gli irriducibili) al supermercato sotto casa, toccare con mano gli ingredienti, giocare con i colori, i profumi e le spezie, concedersi il piacere di scegliere tra più prodotti, tagli di carne o varietà di pesce e mettersi alla prova con ricette veloci per cena, nuove e stuzzicanti. Ma di cosa parliamo quando pensiamo a delle ricette veloci per cena? Una carrellata di idee per la vostra cena, gustose e semplici da realizzare.   Scaloppine al limone, ai funghi o al vino bianco: sfumature di gusto. Veloci da realizzare e buone da gustare: basta procurarsi delle fettine sottili di carne di vitello (o, in alternativa, petto di pollo), condirle con sale e pepe, infarinarle abbondantemente, farle cuocere in una padella capiente con una noce di burro e sfumare il tutto con succo di limone, oppure vino bianco, a seconda di ciò che il nostro stomaco e i suoi borbottii ci suggeriscono. Molto gustosa anche la versione che vede dei funghi trifolati, preparati in precedenza, adagiarsi sulla nostra scaloppina.   Salmone al forno con patate: non lasciatevi ingannare dal nome altisonante, è tra le più facili ricette veloci per cena. Lo ricordate quel pescivendolo sotto casa? Forse è tempo di farci un salto, e acquistare i suoi tranci di salmone più belli, magari già sfilettati. Se quel pescivendolo non ce l’avete, andranno benissimo anche dei tranci surgelati da acquistare al supermercato (ce ne sono di buonissime marche). Non dimenticate di prendere anche delle patate novelle. Vi basterà poi sbucciare quelle patate, tagliarle a fette sottilissime e condirle con un po’ d’olio, sale, pepe e rosmarino (per i più golosi, c’è anche l’alternativa del pangrattato, per far formare poi la famosa crosticina): le patate bisogneranno cuocere un po’ prima del salmone, quindi andranno infornate a 200° prima del pesce, che invece richiede una cottura più veloce perché a nessuno piace il salmone stopposo, e questo fastidioso inconveniente è sempre dietro l’angolo, anche per i cuochi più esperti. Molto […]

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Culturalmente

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Le Tre Grazie: l’armonia per dèi e uomini

Le Tre Grazie: la bellezza e la gioia di vivere che gli dèi regalarono agli uomini Divinità poste tra il cielo e la terra, con l’unico, importantissimo compito di attuare nel mondo l’armonia per mezzo delle arti che rendono l’animo degli uomini più nobile, le Tre Grazie sono tra le figure più positive della mitologia degli antichi. Presso i greci erano dette Cariti (in greco antico Χάριτες) e diventano le Grazie (in latino Gratiae) nella mitologia romana. Probabilmente sin dall’origine del mito legate al culto della natura e della vegetazione, sono anche le dee della gioia di vivere ed infondono la vivacità della Natura nel cuore degli dèi e dei mortali. Le Tre Grazie Queste dee benefiche sono ritenute figlie di Zeus e di Eurinome e sorelle del dio fluviale Asopo; secondo altri, loro madre sarebbe Era. Per altri autori, le dee greche Cariti sono nate dal dio Sole (Elios) e dall’Oceanina Egle. Altrettanto accettata è la versione che vede come madre delle Grazie proprio Afrodite, la dea della bellezza e fertilità, sia sessuale (Afrodite è anche la dea della “vita” sessuale) sia vegetale (non a caso dove camminava spuntavano fiori),  la quale le avrebbe generate insieme a Dioniso, dio della vite, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Le versioni che riguardano il numero delle Grazie sono ancor più diverse; secondo Esiodo, nella Teogonia, esse sono tre: Aglaia,  l’Ornamento ovvero lo Splendore, Eufrosine, la Gioia o la Letizia, Talia, la Pienezza ovvero la Prosperità e Portatrice di fiori. A Sparta erano venerate solo due Cariti: Cleta, l’Invocata, e Faenna, la Lucente; ad Atene Auxo, la Crescente, ed Egemone, Colei che procede. Secondo la leggenda, le Grazie fanno parte del seguito di Apollo o di Venere e dalla dea della bellezza hanno ereditato alcuni attributi: la rosa, il mirto, la mela o il dado, che sono solite recare nelle mani. Le Tre Grazie presiedevano ai banchetti, alle danze e ad altri piacevoli eventi sociali, e diffondevano gioia e amicizia tra dèi e mortali. Spesso accompagnavano Eros, la divinità dell’amore e, assieme alle muse, cantavano e ballavano per gli dèi sul monte Olimpo al suono della lira di Apollo. In alcune leggende, Aglaia divenne la sposa di Efesto, il fabbro degli dèi. Esse, come le muse, donavano ad artisti e poeti la capacità di creare bellissime opere d’arte. Venivano di solito raffigurate come giovani vergini (più o meno snelle a seconda di come mutava l’idea di bellezza femminile) che danzavano abbracciate in cerchio. Le tre divinità nell’immaginario Nell’immaginario poetico, letterario e culturale, sia ellenico-romano che successivamente, fino ad arrivare ai giorni nostri, sono rappresentate quasi sempre come tre giovani nude, di cui una voltata verso le altre, mentre le altre due, ai lati, rivolte verso lo spettatore. Esse incarnano la perfezione a cui l’essere umano dovrebbe tendere, nonché, secondo alcuni autori, le tre qualità essenziali della donna nella prospettiva classica. Nonostante siano andate purtroppo perdute le raffigurazioni di epoca ellenistica, possiamo ancora ammirare delle rappresentazioni di epoca romana. Una delle più note è quella che si ritrova sulle pareti di Pompei, nell’affresco di I secolo d.C. oggi […]

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Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Progetto Turbanti, fra integrazione e solidarietà femminile

Ci sono iniziative che inducono l’anima e il cuore a sorridere. Ci sono idee così innovative che commuovono e fanno riflettere. Una di queste è il “Progetto Turbanti” dell’ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri a Firenze. Il “Progetto Turbanti” è un laboratorio di realizzazione di copricapo africani tradizionali che si svolge nel day hospital oncologico a cui partecipano donne rimaste calve a causa della chemioterapia. Questo progetto è gestito da donne provenienti dall’Africa sub sahariana del gruppo di sartoria sociale Bazin. Nato circa due anni fa da un’idea del reparto di psiconcologia della Ausl Toscana centro diretto da Lucia Caligiani, rientra nell’ambito della riabilitazione psicologica del dipartimento di oncologia coordinato da Luisa Fioretto. Grazie alla collaborazione con Avo Firenze ODV (Associazione Volontari Ospedalieri), che finanzia anche l’iniziativa “Diversamente belle”, “Progetto Turbanti” è ormai un appuntamento atteso dalle pazienti e dalle insegnanti che ogni anno si danno appuntamento per partecipare a quattro lezioni. Ed è proprio durante questi momenti insieme che le donne malate incontrano le donne africane altrettanto sottoposte alla pressione dell’integrazione e della diversità: la femminilità e il desiderio di ri-vedersi affascinanti e piacenti in un mondo dove la calvizie dovuta alla malattia non è sinonimo di bellezza, si confronta con la volontà – spesso coincidente con il timore – di mostrare con fierezza e orgoglio le proprie tradizioni e cultura, che passano anche da un simbolo come il turbante. Il “Progetto Turbanti”: rinascere dopo la chemioterapia con forza, rivalutando la propria bellezza Durante l’epoca coloniale e la schiavitù, la testa delle donne africane veniva rasata. Non c’erano né  femminilità né identità: la mancanza di tali valori è la stessa delle donne malate di tumore e che si sottopongono alla chemioterapia. È solo alla fine degli anni ’60 che il turbante divenne un simbolo identitario perché distintivo di una bellezza in antitesi con la femminilità delle donne bianche. Inizialmente simbolo offensivo nato dal razzismo e dalla supremazia bianca, è poi diventato forte espressione dell’identità del popolo africano, che oggi condivide con le donne malate di tumore una simbologia che nel dolore del passato trova la sua massima rappresentazione. Ritornare a guardarsi allo specchio e ritornare ad apprezzarsi, prima ancora che lo facciano gli altri, è l’obiettivo di un lungo e doloroso percorso che sconvolge completamente l’interiorità di ognuna, schiava dei pregiudizi di una società diversa dalla propria o della malattia. Il turbante, dal persiano dūlband   (in turco è tülbent), è un copricapo in seta, lana o cotone che si avvolge intorno al capo e che nella cultura africana indica forza, fierezza e bellezza. Sono proprio queste le parole chiave di un’iniziativa che coinvolge le donne di altra provenienza e che rappresenta anche un’importante occasione per parlare di prevenzione. Le donne africane, infatti, come tutti i migranti, poco inclini a sottoporsi a screening e cure preventive oncologiche, dialogando con altre donne, sopravvissute alla malattia anche spesso grazie a controlli di routine, comprendono quanto un ospedale possa essere un luogo di cura, ma soprattutto di salvezza e di rinascita. Infatti, […]

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Mito di Narciso: non si può possedere se stessi

Il mito di Narciso: un riflesso che viene da lontano “Un mito è un modo per dare un senso a un mondo senza senso, un modello narrativo  che dà un significato alla nostra esistenza” (Rollo May) Accade talvolta che il mito, poesia, metafora, narrazione precedente alla storia scritta, che assurge a carattere sacrale, in quanto racconta le origini del mondo ed in quanto considerato verità assoluta, entri prepotentemente nella storia dell’uomo, evidenziandone valori, difetti, potenza, tormenti. Questo è ciò che sicuramente si è manifestato per il mito di Narciso, il bellissimo giovane che si innamora della sua immagine riflessa, caratteristica che ben si presta a sottolineare una delle caratteristiche umane per eccellenza: l’amore per se stessi. Varie sono le versioni del mito giunte fino ai giorni nostri. La prima fonte in assoluto sarebbe quella proveniente dai papiri di Ossirinco, forse opera dello scrittore Partenio. Un’altra si trova nelle Narrazioni di Conone, greco contemporaneo di Ovidio, conservato nella Biblioteca di Fozio e datata fra il 36 a.C. e il 17 d.C. La fonte greca più attendibile sarebbe però l’opera di Pausania, Periegesi della Grecia (II secolo d.C.) mentre quella che, da sempre è riconosciuta come più autorevole in assoluto, è Ovidio con le sue Metamorfosi. Il mito di Narciso “Né vasto tratto di mare, né lungo cammino, né monti, né mura di città con porte sbarrate, ci separano, bensì siamo disgiunti da poca acqua” (Le metamorfosi, Ovidio). La storia ha degli aspetti comuni a tutte le versioni. Narciso è figlio di Cefiso, una divinità fluviale, e di Liriope, una ninfa (o secondo un’altra versione di Selene ed Endimione). La madre, però, preoccupata per aver dato alla luce un bambino bellissimo, si reca dall’oracolo Tiresia, che le consiglia di non fargli mai conoscere se stesso. Il bambino cresce e diventa un adolescente di cui tutti si innamorano ma egli respingeva tutti, forse per orgoglio, per crudeltà o per una forte personalità. Versione ellenica del mito di Narciso La versione greca del mito è una sorta di racconto morale, nella quale il superbo Narciso viene punito dagli dèi per aver respinto tutti i suoi pretendenti e, in un certo qual senso, per aver rifiutato lo stesso Eros. Il mito ellenico narra che Narciso aveva molti innamorati, che lui costantemente respingeva fino a farli desistere ma un giovane, Aminia, non si arrendeva ed allora Narciso gli donò una spada affinché si uccidesse perché non corrisposto. Aminia, obbedendo alla sfida di Narciso, si trafisse l’addome davanti alla sua casa, invocando gli dèi, prima del suo folle gesto, per ottenere una giusta vendetta. La vendetta si compì quando Narciso, contemplando il suo riflesso in una fonte, restò incantato dalla sua immagine riflessa, innamorandosi perdutamente di se stesso. Preso dalla disperazione per l’impossibilità del suo amore, Narciso prese la spada donata ad Aminia e si uccise trafiggendosi il petto. Dalla terra sulla quale fu versato il suo sangue, si dice che spuntò per la prima volta l’omonimo fiore. Versione di Ovidio del mito di Narciso Secondo Ovidio, invece, quando raggiunse il sedicesimo anno di età, Narciso era un giovane di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o […]

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Fun e Tech

Fun e Tech

Stiamo vivendo in una simulazione?

La realtà è un’elaborazione digitale. O almeno così crede una fetta sempre più grande del mondo accademico. Benvenuti nella teoria della simulazione, la filosofia tech del ventunesimo secolo “Viviamo in una simulazione programmata al computer, e l’unico indizio che abbiamo è un’alterazione della realtà, quando una variabile viene cambiata. Avremmo la schiacciante impressione di rivivere il presente – un déjà vu – forse esattamente nello stesso modo: ascoltare le stesse parole, dire le stesse parole. Ritengo che queste impressioni siano valide e significative, e dirò anche questo: tale impressione è un indizio, che in qualche punto del tempo passato, una variabile è stata cambiata – per così dire riprogrammata – e che, per questo, un mondo alternativo si è ramificato”. Queste parole vennero pronunciate da Philip Dick, nel 1977. Lo scrittore si trovava a Metz, in Francia per una convention di fantascienza. Davanti ad una platea che lo ascoltava con attenzione, Dick procedeva sicuro. Probabilmente sapeva già che alcuni dei suoi colleghi avrebbero riso di quel discorso strampalato. D’altronde è uno scrittore di nicchia e all’infuori di certe convention come quella di Metz, il suo nome dice poco. Anni di problemi mentali e uso di droghe psichedeliche, di certo non aiutavano a metterlo in buona luce. Parola dopo parola, emergono i meccanismi alla base dei suoi scritti. Non fantasia, ma realtà. Una realtà simulata in cui milioni di persone vivono ignare, palesatasi allo scrittore un giorno di qualche anno prima dopo un misterioso flash. Il mondo non è altro che un’elaborazione informatica. Facciamo un salto in avanti di ventisei anni. Nick Bostrom, un filosofo svedese dell’Università di Oxford, nel 2003 pubblica un paper dal titolo “Are You Living in a Computer Simulation?” (tradotto, “stai vivendo in una simulazione informatica?”, che potete leggere qui.). Nel paper Bostrom propone un trilemma, tre possibili ipotesi disgiuntive, che si escludono a vicenda: la civiltà si estinguerà prima di raggiungere un livello tecnologico “post-umano”; la civiltà raggiungerà un livello tecnologico “post-umano”, ma preferirà non sprecare le sue risorse per creare simulazioni convincenti; la nostra civiltà sta già vivendo all’interno di una simulazione. Se si crede alla possibilità che una civiltà possa raggiungere un livello tecnologico che supera di gran lunga i livelli attuali e che anche solo una piccola parte di quella civiltà si dedichi alla creazione di simulazioni, le probabilità di vivere già in una simulazione tendono al cento per cento. Il numero di essere simulati supererebbe enormemente gli esseri reali, perché se le simulazioni possono essere molte (dipende ovviamente dalla potenza di calcolo a disposizione) ma la realtà sarà sempre e solo una. Oltre a diffondersi negli ambienti accademici, il paper in questione riesce a far entrare la teoria della simulazione nei media mainstream. Se è vero che la cultura pop da anni si nutriva di certe tematiche ( la trilogia di Matrix ne è un esempio), Bostrom ha preso una teoria strampalata e gli ha dato una dignità accademica. Non è più lo scrittore di fantascienza a parlarne, ma uno studioso di […]

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Fun e Tech

Presente e futuro oltre la legge di Moore

Mentre la legge di Moore volge al termine, emergono nuovi interessanti scenari che potrebbero cambiare gli assetti politici mondiali È il 1965, quando la rivista Electronics chiede a Gordon Moore, direttore del settore ricerca e sviluppo della Fairchild Semiconductor, di formulare un’ipotesi sull’evoluzione del mercato dei semiconduttori per i successivi dieci anni. Il risultato, un articolo pubblicato il 16 aprile, prevedeva che per il 1975 sarebbe stato possibile inserire 65000 componenti su un semiconduttore di mezzo centimetro. Le stime si rivelarono esatte, dando vita ad una legge che avrebbe cambiato per sempre l’industria elettronica: la legge di Moore. Per circa 50 anni, la legge di Moore ha dettato i ritmi dell’evoluzione tecnica, ricoprendo il duplice ruolo di metro e obbiettivo per i colossi del settore. È stata a tutti gli effetti una profezia autodeterminante. “La complessità di un microcircuito, così come il numero di transistor al suo interno, raddoppia ogni 18 mesi”, così dettava la legge e così le imprese tech spingevano la miniaturizzazione dei processori fino ai limiti della fisica. Ma oggi qualcosa si è rotto e la giostra, che per anni ha girato vorticosamente regalando processori sempre più performanti, rallenta inesorabilmente. Questo perché la miniaturizzazione non può procedere all’infinito. Al diminuire della dimensione dei circuiti (attualmente Intel sta producendo processori a 10 nanometri) diventa infatti sempre più complicato contenere l’elettrone nel gate del transistor. Poiché il funzionamento del transistor è di tipo booleano, ovvero prevede due stati, 0 e 1 (acceso e spento per intenderci), il passaggio incontrollato di elettroni inficerebbe la determinazione di uno stato rispetto all’altro, rendendone impossibile il funzionamento. I problemi non finiscono qui. All’aumentare della complessità di lavorazione dei transistor, i costi di produzione salgono vertiginosamente. Produrre transistor più piccoli dei 7 nanometri, potrebbe quindi essere antieconomico oltre che difficile da realizzare dal punto di vista ingegneristico. Possibili scenari Per sfuggire alla secca in cui l’industria dei processori rischia di incagliarsi, vecchi e nuovi players muovono verso rotte alternative. Se da un lato c’è chi grida all’inesorabile morte della legge di Moore e immagina un futuro guidato dall’ottimizzazione della potenza di calcolo più che da un incremento della stessa, lo sviluppo di nuove tecnologie potrebbe dare nuovo vigore alle previsioni di Moore e permettere ulteriori livelli di miniaturizzazione. Intel, che fatica a mantenere le promesse sulla produzione di transistor a 10 nanometri, accetta il rallentamento dello sviluppo tecnologico e concentra i suoi sforzi prevalentemente sul perfezionamento di strutture già esistenti. Sull’altro versante ci sono AMD e Samsung, che spingono per transistor sempre più piccoli grazie a tecnologie alternative. AMD, grazie al design “chiplet”, ovvero parti di silicio che possono essere assemblate in moduli per creare chip, ha battuto sul tempo Intel, annunciando transistor a 7 nanometri mentre Samsung, in contemporanea con GlobalFoundries, ha promesso i 3 nanometri per il 2021 (tramite la creazione di nanosheet transitor). Qualora la legge di Moore dovesse arrivare veramente al capolinea, non cambierebbe solo le prospettive per l’aumento di capacità computazionale, ma potrebbe mettere in discussione lo storico predominio […]

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Cinema e Serie tv

Cos’è lo split screen? 7 esempi nella storia del cinema

Lo split screen (letteralmente “schermo diviso”) è una tecnica che consiste nel suddividere appunto lo schermo in due o più inquadrature al momento del montaggio o girando con un’inquadratura multipla. Scopriamo alcuni film che si sono resi celebri proprio per l’utilizzo  dello split screen. Dalle applicazioni più classiche a quelle più elaborate nate a seguito dell’avvento nel mondo cinematografico dell’uso del digitale, lo split screen è stato ed è un intelligente espediente per mostrare allo spettatore in un film uno stesso momento ma in diverse scene, così che si abbia un quadro completo della narrazione e dell’immagine. Ad esempio, è spesso utilizzata nella versione più classica ed immediata, quando l’inquadratura multipla è applicata alla scena di una telefonata, tra due o più interlocutori. Soprattutto se il momento filmico è lungo, o se contemporaneamente accade qualcosa di più sullo sfondo, lo spettatore ha così la possibilità di non perdersi nulla e la scena, sincronizzata con tutti gli eventi anche distanti nel luogo, è di conseguenza più ricca. Oppure può accadere di dover utilizzare tale tecnica proprio per mostrare più scene insieme ma a distanza di tempo (ad esempio cosa accade a diversi personaggi, e all’ambiente, se si trovano nello stesso luogo ma in epoche diverse). Un effetto che è tipico dei videogiochi multiplayer, o ancora meglio nelle strisce dei fumetti, quando con forme diverse si vuole esprimere un’unica sensazione del momento vista da più prospettive. 5 film che hanno utilizzato la tecnica dello split screen: Il letto racconta… (1959) Numerosi sarebbero gli esempi, ma pensiamo a film come la simpatica commedia americana Il letto racconta… (Pillow talk) diretto da Michael Gordon, che proprio la trama permette un utilizzo sagace dello split screen. Jan e Brad sono costretti ad avere a che fare l’uno con l’altra perché hanno la linea telefonica in duplex, in comune: l’uomo allora decide di spacciarsi per un corteggiatore della ragazza, e da lì si susseguono tante scene in cui i due protagonisti Doris Day e Rock Hudson chiacchierando al telefono, al letto, nella vasca da bagno, finiscono per innamorarsi. Grazie alla creatività e originalità delle scene con lo split screen e i dialoghi spiritosi, il film ottenne un grande successo, anche per il sottotesto equivoco ed erotico, e un Oscar come migliore sceneggiatura. Napoléon (1927) Uno dei primi lungometraggi che utilizza lo split screen è il francese Napoléon del visionario e avanguardista Abel Gance. Si tratta di una biografia dell’imperatore (interpretato da Albert Dieudonné) che va dall’adolescenza fino alla campagna in Italia del 1796, un film che ebbe tantissima risonanza e che viene ricordato come un’innovazione nella storia del cinema proprio per le diverse sperimentazioni che compì come appunto lo split screen e il sistema “Polyvision”, che consisteva nel girare con tre schermi divisi che allargavano la visione. Il caso di Thomas Crown (1968) Uno dei lungometraggi invece che utilizza quasi esclusivamente la tecnica dello split screen è il giallo/commedia Il caso di Thomas Crown di Norman Jewison. Un ricchissimo imprenditore (Steve McQueen) viene scoperto da una […]

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Fun e Tech

Edoardo Adamuccio, intervista al Life Lover

Dire che Edoardo Adamuccio sia più di ciò che appare è comunque un eufemismo. Autoproclamatosi “Life Lover”, Edoardo è uno studente di farmacologia ed un attore. Si è iscritto ad Instagram nel 2013 ed il suo profilo è cresciuto ad oltre 13 mila follower. Il suo obiettivo è quello di intrattenere attraverso un mix di stile e arte e dimostrare che una persona può fare più di una sola cosa che lo appassiona. Abbiamo chiaccherato con Edoardo per discutere dei social media, del loro ruolo nella sua vita e di cosa avrebbe fatto un domani se i social dovessero essere spenti per sempre. Grazie per il tempo che ci dedichi Edoardo. Iniziamo con le generalità e qualche info di base, presentati. Salve a tutti, mi chiamo Edoardo Adamuccio, ho 22 anni, vengo da Martina Franca, Puglia. Edoardo Adamuccio, quand’è che hai iniziato ad utilizzare i social media e qual è stata la motivazione per iniziare? Il mio primo incontro con i social media è stato nel 2012 con Facebook. Ho aperto il mio account Instagram l’anno seguente. All’inizio, era tutto un gioco, erano app super popolari (lo sono tuttora) e mi sono iscritto perché tutti avevano un profilo. È stato un conformarsi. Il tuo account Instagram ha un pubblico di nicchia? Cosa speri di dare ai tuoi follower con i tuoi post? Cerco sempre di raggiungere il maggior numero di persone possibile senza limitarlo a un certo tipo o gruppo di persone. Ho fondato il mio profilo sull’originalità e un po’ di autoironia. Il mio obiettivo è far divertire le persone quando guardano le mie storie o sfogliano i miei post. Pubblico post che vanno dal lifestyle alla moda, ma anche foto che scatto per prendermi in giro da solo o immagini di cose bizzarre che vedo ogni giorno intorno a me. Le persone tornano se gli piace quello che vedono e mi piace quando le persone tornano… significa che abbiamo costruito un qualche tipo di fiducia. Edoardo Adamuccio, quanto tempo dedichi ai social media? È curioso il fatto che non dedico molto tempo al mio profilo instagram o ai social media in generale. Ho giorni prestabiliti in cui posto qualche contenuto, scelgo l’hashtag o scatto foto. Cerco solo di organizzare il mio tempo in modo da non sprecarlo. Parlando invece del mondo reale… come si è evoluto il tuo stile personale con Instagram? Cambia se sai che devi pubblicare qualcosa? Non ho uno stile personale specifico. Prendo ispirazione da ciò che vedo. D’altra parte, l’importante è sentirsi bene con se stessi. Dovremmo sempre cercare di dare una buona impressione di noi stessi, indipendentemente dal fatto che sia per i social media o meno. Se fai star bene le persone, starai bene anche tu. L’immagine non dipende da Instagram, ma è costituita dall’esperienza di vita di tutti i giorni. Dedico più attenzione ai dettagli quando so che sto per creare un post sul mio stile e cerco sempre di non lasciarmi influenzare dai commenti o dai “like” che ottengo dai […]

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Libri

Libri

Pigiama Computer Biscotti di Alberto Madrigal

Edito da Bao Publishing, Pigiama Computer Biscotti è la nuova opera di Alberto Madrigal. Un peso sul petto per  la storia di una figlia che piange dopo aver scoperto che il padre ha abbandonato la sua passione per lei, un nuovo libro da scrivere e l’ispirazione che manca. È l’inizio del nuovo libro di Alberto Madrigal che torna sugli scaffali dopo le precedenti opere: Un lavoro vero, Va tutto bene e Berlino 2.0. Pigiama Computer Biscotti: quando non si riesce a separare il lavoro dalla vita privata  Mangiare biscotti mentre, ancora in pigiama, si lavora al computer è un’immagine in cui quasi tutti oggi possono ritrovarsi per esperienza diretta o indiretta. È una sintesi della necessità di trovare tempo per lavorare e, soprattutto, di doverlo fare anche quando si è a casa, in cucina, seduto al tavolo dove per definizione si dovrebbe solo mangiare, possibilmente con gli affetti più cari. Al contrario subentra il computer, le scadenze imminenti, l’idea geniale che non arriva e la vita privata che si disintegra. Immagine familiare, dati i tempi, ma in realtà ci sono una serie di professioni per cui la netta separazione tra lavoro e vita privata non è mai esistita. Si fa qui riferimento alla vita dell’artista, dello scrittore o categorie simili che, dovendo sviluppare un lavoro sulla base di un processo creativo, necessitano di qualsiasi spunto utile. Se arriva l’intuizione meglio annotarla subito, perché aspettare che finisca la cena può costare la possibilità di scrivere un intero libro o di realizzare un’opera. In questo senso si è costantemente a lavoro perché qualsiasi esperienza può essere d’ispirazione. Con piglio ironico uno dei personaggi di Pigiama Computer Biscotti dirà: «Almeno l’ispirazione esiste davvero. A me arriva soltanto quando ho timbrato il cartellino tutti i giorni. Quando sono stato seduto davanti allo schermo per un sacco di ore. Ma quando arriva la senti. Ed è meraviglioso. Arriva a durare anche un paio di secondi». Ma questa è solo una parte del problema. Legata alla necessità di avere idee brillanti c’è il bisogno di guadagnare, soprattutto quando si ha una famiglia. Con un’opera a tratti autobiografica, Madrigal riflette sulla sua vita lavorativa e privata. In Pigiama Computer Biscotti l’autore spagnolo, residente a Berlino dal 2007, riprende alcuni eventi della sua vita per creare una realtà parallela in cui gli episodi reali vengono narrativamente rielaborati per raccontare una storia con un notevole equilibrio narrativo. Madrigal ripensa alle aspirazioni e alle aspettative legate all’uscita del suo primo libro ma anche agli anni che passano e alle esigenze che cambiano. L’arrivo di un bambino, per esempio. Un esame di maturità con cui scoprire cosa «hai imparato in questi trentatré anni» e fare i conti con le paure e le insicurezze, oltre a dover cambiare completamente abitudini di vita e di lavoro. Dai timori legati alla paternità alla necessità di accettare compromessi lavorativi, Madrigal alterna con armonia il racconto della nuova vita familiare con l’incapacità di scrivere un nuovo libro. Con una notevole leggerezza e abilità di emozionare nelle […]

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Libri

Rossella Montemurro presenta Calci e pugni sul tetto del mondo

È stato pubblicato lo scorso febbraio, per conto di Altrimedia Edizioni, “Calci e pugni sul tetto del mondo. Biagio Tralli, Identikit di un campione”, un libro che racconta la storia del campione materano di kickboxing Biagio Tralli, a cura della giornalista Rossella Montemurro. Biagio Tralli: l’identikit di un campione                              Esistono storie che vale la pena raccontare e diffondere. A Rossella Montemurro va il merito di avercene fatta conoscere una, semplice ma straordinaria: quella di un ragazzino che tirava calci e pugni su un ring improvvisato nel cortile di casa divenuto, dopo anni di sacrifici, un campione di kickboxing e che oggi dirige la Nazionale. “Con gli amichetti allestiva il ring conficcando paletti nel terreno, i bidoni diventavano i sacchi. Era un gioco ma aveva tutte le premesse del futuro di Biagio sui ring più prestigiosi”. Biagio Tralli è di fatto una leggenda della kickboxing, ma ha dovuto faticare non poco per diventarlo. In questo libro a lui dedicato, il campione materano si mette a nudo raccontando non solo i momenti d’oro della sua carriera – gli obiettivi raggiunti, le medaglie appese al collo e le coppe sollevate in aria dopo aver trionfato in un incontro -, ma tutto quello che c’è dietro il raggiungimento di un sogno, dunque i sacrifici, le rinunce e gli immancabili momenti di scoramento. Una storia di vita e di sport, di un uomo tenace e determinato. La testardaggine di Tralli e la convinzione di poter realizzare il suo sogno sono state più forti di tutto, dei pareri contrari dei familiari e degli amici più cari, dei sacrifici e degli ostacoli incontrati lungo il suo percorso. A chi tentava di fargli cambiare idea, di scoraggiarlo, Biagio ha risposto con i fatti, dimostrando che quel sogno non era impossibile da raggiungere, come volevano fargli credere. “Biagio ha sempre avuto le idee chiare: indossare le fasce, i guantoni, salire sul ring. E vincere tutto. La passione di Biagio Tralli è nata per gioco. L’amore per il ring lui lo prova da sempre. Un amore forte, viscerale che ha saputo resistere alle critiche di quanti hanno provato a fargli cambiare idea, hanno tentato di incanalarlo verso un futuro tranquillo: un posto fisso, una famiglia…” Certo, però, per far sì che quel sogno divenisse realtà c’è voluta un’immensa forza di volontà e tanti sacrifici. Probabilmente non tutti al posto di Tralli avrebbero avuto la sua stessa caparbietà. Materano, classe 1976, Biagio inizia a praticare kickboxing nel 1988, all’età di 12 anni, quando con gli amici si iscrive in una palestra del suo quartiere. Tuttavia il sogno di diventare un campione si fa prepotente solo un anno dopo, quando Donato Milano, attuale presidente della Federazione italiana kickboxing, Muay Thai, Savate, Shoot Boxe e Sambo, nonchè per 16 anni allenatore della Nazionale Italiana, tiene uno stage proprio in quella palestra di Matera. Per quel ragazzino tredicenne, audace e incosciente, inizia così un lungo percorso in salita per raggiungere il tetto del mondo. Nel 1989, pur di essere allenato dal coach Milano, che […]

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Libri

Quando un uomo cade dal cielo di Lesley Nneka Arimah – Recensione

“Quando un uomo cade dal cielo”, l’esordio letterario di Lesley Nneka Arimah, scrittrice afro-americana, è finalmente arrivato in italia, edito dalla casa editrice SEM, dopo aver ottenuto un ottimo riscontro negli Stati Uniti. I racconti narrati dalla scrittrice danno voce a personalità diversissime, ma al contempo un fil rouge mantiene legate le pagine del racconto, attraverso una voce che narra le gioie ma soprattutto i dolori della vita con una spontaneità disarmante. Le storie si aggirano tra i generi più disparati, dalla leggenda al realismo che in alcuni punti diventa magico, attraverso le tradizioni di un popolo la cui cultura scorre nelle vene e nell’inchiostro della scrittrice; il folklore delle tradizioni africane, dove molti dei racconti sono ambientati, e dei quali tutti portano impressa almeno una traccia, è lo spunto per affrontare problematiche che accomunano tutti; drammi familiari, amore e amicizia, nonché tradimenti, ma a spiccare e ad emergere forte è la voce delle donne, protagoniste di drammi e di problematiche che spesso diventano però la loro forza, o la loro fine. Quando un uomo cade dal cielo: dentro le storie… A caratterizzare le donne raccontate da Lesley una scintilla, talvolta un vero fuoco, che arde loro dentro, ma che in un modo o nell’altro, la società o l’ambiente in cui si trovano, provano in tutti i modi a spegnere, perché tutt’intorno vi è deserto di emozioni, di conseguenza quelle troppo forti vanno sopite. Le giovani donne di questi racconti, le figlie, sono definite ribelli, talvolta semplicemente troppo intelligenti e dalla spiccata curiosità, dote niente affatto ben vista; tale animo sveglio viene spesso represso da madri che hanno subìto lo stesso trattamento quando erano giovani, e che talvolta vogliono evitare alle figlie, paradossalmente, ulteriori sofferenze. I padri se non sonnecchiano sul divano, con una birra, sono comunque assenti, o morti. Tutti i racconti si spezzano sul finale, come a voler lasciare interdetta l’ultima parola, forse perché pronunciarla sarebbe troppo, o perché in questo modo possiamo immaginare che quella scintilla che le caratterizza abbia ancora una speranza. Le giovani di questi racconti cercano in ogni modo di far sentire la propria voce, anche a costo di incorrere in una cocente punizione, come accade alla protagonista del terzo racconto, in una scena quanto mai attuale, intitolato appunto “Ribelle“: “O quando mi avevano sospesa perché avevo dato della vacca fascista alla mia insegnante di Retorica e Comunicazione dal momento che si rifiutava di lasciarmi argomentare a favore del diritto all’aborto, un tema su cui non avevo un’opinione precisa fino a quando non mi è stata negata la possibilità di difenderlo.” È in punti come questi che emerge la forte personalità della scrittrice, che dietro il destino spesso ingiusto delle proprie protagoniste, non riesce a trattenere la propria sensibilità di donna forte in un mondo che vuole assoggettarla ancora. Il racconto spesso si ricostruisce a ritroso, come se i protagonisti ricordando, narrassero la storia partendo dal momento presente, per arrivare a quello passato, e così la confusione dei tempi del racconto è l’emblema dello stato confusionale dei protagonisti.  […]

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Libri

Attacco dalla Cina, il nuovo thriller di Michael Dobbs (Recensione)

Attacco dalla Cina, il nuovo libro di Michael Dobbs pubblicato dalla Fazi Editore, è il secondo capitolo de La serie di Harry Jones. Dopo Il giorno dei Lord, in questo nuovo thriller politico l’autore attinge elementi reali dalla storia recente e li rielabora per raccontare scenari di guerre cibernetiche e conflitti internazionali. Michael Dobbs è l’autore di House of Cards, trilogia su cui sono basate due famose serie televisive. Tanto House of Cards, miniserie televisiva britannica del 1990 trasmessa dalla BBC in quattro puntate, quanto House of Cards – Gli intrighi del potere, serie di cinque stagioni prodotta dal 2013 al 2018 da Netflix, sono infatti ispirate dall’omonima trilogia. Nato nel 1948, Michael Dobbs è stato il capo dello staff del Partito Conservatore durante l’ultimo governo Tatcher e dal 2010 è membro della Camera dei Lord. Riguardo il contenuto delle sue opere, Dobbs afferma: «Nei miei romanzi racconto la sola cosa che conosco bene, la politica per com’è e per come deve essere: spietata e crudele. Lì sta la sua grandezza». L’ultimo romanzo di Michael Dobbs Una serie di attacchi informatici provenienti dalla Cina rischiano di mandare nel caos il mondo occidentale. Gli attacchi  non lasciano tracce e  potrebbero mandare il mondo in “cortocircuito” perché non rendono evidente la presenza di un problema ma si limitano a produrre informazioni, valori e comportamenti errati. Se inizialmente i leader delle principali potenze occidentali possono pensare a dei banali malfunzionamenti, sul lungo termine appare evidente la presenza di una regia nemica. Per far fronte a quella che potrebbe essere una terza guerra mondiale combattuta con input informatici, i principali leader occidentali si riuniscono in gran segreto per prendere delle decisioni. Convocati con urgenza dal Primo Ministro britannico, la Presidente degli Stati Uniti d’America e il Presidente russo, accompagnati rispettivamente da un consigliere e dal genero, si riuniscono in un castello in Scozia completamente isolato dal resto del mondo dove saranno accolti ed accuditi da un’anziana signora e dal nipote. Il Premier britannico decide di farsi accompagnare da Harry Jones, integerrimo ed insolente ex militare pluridecorato già presente nel precedente romanzo, Il giorno dei lord. Mentre in Scozia i leader del mondo occidentale provano a trovare un accordo, in Cina gli informatori vengono torturati e gli ambasciatori sequestrati nell’attesa di sferrare un attacco cibernetico in grado di distruggere linee energetiche, centrali nucleari, mercati finanziari e sistemi informatici sanitari. Data la biografia di Michael Dobbs e i suoi importanti incarichi politici, è impossibile non rinvenire nelle pagine di Attacco dalla Cina tanti elementi reali del presente e del passato prossimo che rendono la lettura un gioco per capire il confine tra realtà e finzione. Certo, Dobbs ci fa conoscere personaggi frutto della fantasia, ma è comunque divertente pensare che in quella finzione ci sia qualcosa di veritiero. Il thriller di Dobbs dimostra che nell’attuale immaginario collettivo il grande nemico è la Cina e non più la Russia. Una Cina che vuole dare un colpo di spugna ad un passato di guerre, soprusi e violenze nel momento in […]

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Napoli e Dintorni

Food

Cenando sotto un Cielo Diverso 2019, fra cucina e solidarietà

Torna l’evento più atteso della stagione, un’occasione di incontro per tutti gli appassionati di gastronomia e gli addetti ai lavori che nel corso degli ultimi dieci anni ha esteso la sua fama a macchia d’olio sul territorio campano. Si tratta di “Cenando sotto un Cielo Diverso” e della sua decima edizione, che coniuga ancora una volta il gusto e la solidarietà. Un buon gusto che non si esprime soltanto nelle squisite pietanze messe a disposizione degli ospiti, ma anche nella scelta della location con l’elegante Castello di Lettere. “Cenando sotto un Cielo Diverso” sposa l’amore per la gastronomia con la solidarietà Il format è frutto dell’idea di Alfonsina Longobardi e nasce dalla volontà di far fronte comune per accogliere la diversità partendo dal proprio piccolo e sperando che questo possa cambiare il futuro della nostra società. “Cenando sotto un Cielo Diverso” invita 115 chef che, uniti dalla passione della cucina e a braccetto con aiutati diversamente abili, daranno vita a piccole prelibatezze alla portata di tutti. Un evento che coglie l’occasione per valorizzare non solo i prodotti, ma anche le bellezze paesaggistiche di un territorio fertile, che mai come in questo periodo storico sta lottando per ricevere il giusto e meritato apprezzamento. Così il format si svolge in due diverse location nella stagione invernale ed estiva: il 30 giugno sarà la volta del Castello di Lettere pronto ad ospitare in tutta la sua storia questa kermesse all’insegna della solidarietà. Il progetto ha le sue radici anche nell’Associazione “Tra cielo e mare” che sostiene tutte le persone affette da disagi fisici e psichici, cercando di superare le barriere che le dividono dalle persone “normali”. Il rispetto della diversità passa attraverso il buon gusto, come cita il messaggio di questa edizione di “Cenando sotto un Cielo Diverso”, ed è proprio con tale spirito e motivazione che Alfonsina Longobardi – psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage – ha mosso i suoi passi nell’Associazione e nella kermesse alle porte. Un evento solidale all’insegna del buon cibo rispettando la migliore delle tradizioni campane, quella culinaria. Davanti un buon pasto saporito si appianano da sempre tutte le divergenze e dietro ai fornelli si crea un’alchimia che non conosce barriere o ostacoli, ma solo passione e dedizione. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza Per questa decima edizione “Cenando sotto un Cielo Diverso” si propone ancora una volta di devolvere il ricavato ad azioni benefiche, nella fattispecie per la costruzione di un laboratorio ludico didattico per persone affette da sindromi schizofreniche. Per raccogliere i fondi necessari, la serata sarà allietata non soltanto da cibo di qualità ma anche da spettacoli accattivanti. Sul piccolo palco appositamente adibito per l’occasione, introdurrà gli ospiti Ida Piccolo con la partecipazione del mentalist Luca Volpe – tutor del programma Rai “Detto Fatto” -, del modello e attore Nicola Coletta e del cantautore Luigi Libra. Con il patrocinio del Comune di Lettere, Slow Food, FIS e Parco Archeologico del Castello di Lettere, il 30 giugno la serata si svolgerà all’insegna della cucina […]

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Napoli e Dintorni

Sannio Tattoo: dalla Scozia a Guardia Sanframondi

Sannio Tattoo: evento unico nel sud Italia, al castello di Guardia Sanframondi Guardia Sanframondi è diventato cornice, ieri sera, dell’evento Sannio Tattoo, una spettacolare serata, che ha permesso la riproposizione del famoso Edimburgh Military Tattoo, che si svolge presso il castello della capitale scozzese, lungo il Royal Mile, ogni anno, nel mese di agosto. La manifestazione è iniziata nel pomeriggio, con una suggestiva sfilata per le strade del paese sannita a partire dalle ore 18.00, per terminare poi con una serata di gala presso il piazzale d’armi del castello medievale del borgo sannita. Le esibizioni che raccontano “Tradizione, professionalità, interculturalità e lungimiranza: sono sicuramente questi gli elementi propri di questo evento, dal sapore tutto sannita”. Morena Di Lonardo, assessore al Turismo di Guardia Sanframondi e conduttrice della serata ma, soprattutto, promotrice e coordinatrice dell’evento, ha accolto con queste parole il pubblico presente alla serata, in cui arte, cultura, musica, balli ed interscambio si sono alternati in una location iconica e pittoresca, quale il castello medievale dei Sanframondo, centro generativo per la comunità guardiese e luogo di vedetta posto, appunto, “a guardia” dell’intera valle. “È proprio da questo luogo che noi lanciamo una sfida. La sfida di un territorio che si apre a larghe vedute, che si lascia contaminare e che contamina altre culture; stimolo espresso questa sera in un tripudio di musiche e balli, regalati da fanfare militari e da cornamuse, da chi ha scelto di far rivivere e di portare alla memoria le nostre antiche tradizioni, non solo canore. Anche la scelta di inserire ‘Sannio’ nel nome dell’evento ben sottolinea come questa iniziativa sia radicata nel territorio: il Sannio è la nostra terra, non potevamo che scegliere questo nome. Tattoo, invece, riprende l’Edimburgh Military Tattoo: come ad Edimburgo si alternano bande militari e cornamuse, così a Guardia abbiamo deciso di rievocare questo grandioso evento, facendo alternare sul piazzale d’armi del castello medievale la nostra tradizione unita a quella di coloro che hanno scelto di far parte del nostra terra”. Il termine “tattoo” risale al XVII secolo, al periodo in cui le unità dell’esercito britannico vennero dislocate nei Paesi Bassi, e deriva dall’espressione “doe den tap toe”. Ogni sera i tamburini della guarnigione venivano inviati nelle città per dare il segnale di rientro in caserma ai soldati in libera uscita. Questa consuetudine era nota anche come “tappa il rubinetto” ed era un invito agli osti a non servire più da bere ai militari della guarnigione. Guardia Sanframondi: la bellezza di incontrarsi “Ormai Guardia Sanframondi rappresenta una meta privilegiata per gli stranieri e tre anni fa, insieme alla comunità scozzese, abbiamo deciso di dare vita a questo evento del tutto particolare. La comunità scozzese di Guardia è sicuramente viva, attiva, ha dato e ci dà impulso continuo e abbiamo creato, da questa sinergia, un evento unico nel sud Italia. Attraverso il Sannio Tattoo, cerchiamo di fare in modo che Guardia si apra al mondo, all’internazionalizzazione, perché il Sannio Tattoo è effettivamente sinonimo di tutto questo” ha continuato la Di Lonardo. L’evento […]

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Napoli e Dintorni

Carcere di Poggioreale, tra rivolte e degrado

Il Carcere di Poggioreale fu costruito nel 1914 nel pieno di un processo che, dalla fine del XVIII secolo, rese la prigione sostitutiva della pena di morte e delle punizioni corporali. Queste ultime, in realtà, persistevano anche nelle carceri e, in Italia, fino a circa cinquant’anni fa erano usate per mantenere “disciplina” e sopprimere eventuali ribellioni tra le celle. La pena di morte, invece, fu abolita nel 1945, con la Liberazione dal nazi-fascismo, e ufficialmente nel 1948, con la Costituzione Repubblicana. Poggioreale fu, però, una “necessità” per affrontare il sovraffollamento delle carceri in funzione all’epoca. Era, ed è tuttora, una “casa circondariale”, i cui detenuti sono in attesa di giudizio o condannati a pene inferiori ai cinque anni. Nel tempo, i reparti hanno preso il nome di città Italiane: Napoli, Milano, Livorno, Genova, Torino, Venezia, Avellino, Firenze, Salerno e Roma. Il punto massimo di sovraffollamento nel carcere di Poggioreale avvenne nella prima metà degli anni ‘40 e nell’immediato dopoguerra, vista la presenza di numerosi prigionieri politici e di commercianti della “borsa nera”. Fu in parte occupato dai tedeschi che, cinque giorni dopo l’armistizio, aiutarono i detenuti a fuggire. Tra le varie rivolte contro le condizioni igieniche del carcere, quella del 31 maggio 1972, quando dal padiglione Genova i detenuti devastarono ogni cosa, abbatterono i cancelli e saccheggiarono i magazzini. Furono due giorni di scontri con la polizia, durante i quali un detenuto di 19 anni fu ucciso da un colpo di pistola. I detenuti furono poi ammassati nei sotterranei e molti furono trasferiti. Ma nel carcere di Poggioreale si è consumata anche una vera e propria faida, durante la guerra di camorra tra i Cutoliani e gli appartenenti alla Nuova Famiglia organizzata, durante la quale era la camorra stessa a stabilire le regole di vita tra le celle. Il carcere di Poggioreale viene, ancora oggi, definito il “carcere peggiore d’Italia, sia per i diritti umani che per il degrado”. Secondo il rapporto del 2018 dell’associazione “Antigone”, la struttura ospita 2.299 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 1.611 posti. Nonostante le numerosi ristrutturazioni, le condizioni generali sono ancora inadeguate e incompatibili con ciò che prevede l’attuale ordinamento penitenziario. Alcuni esempi: celle che ospitano fino a 12 detenuti, assenza di stanze adibite alla socialità, mancanza di docce, umidità degli ambienti. Tra i più degradanti, il padiglione Roma, che “ospita” detenuti transessuali, tossicodipendenti e sex offenders tra muffa, finestre rotte, assenza di intonaco e docce comuni distaccate dalle celle. Ma le criticità presenti nelle celle sono numerosissime: non sono garantiti 3 mq calpestabili per detenuto, non tutte le celle sono riscaldate adeguatamente e dotate di acqua calda, non ci sono schermature alle finestre, non è assicurata la separazione dei giovani dagli adulti. Inoltre, sette reparti su dieci non hanno spazi di socialità all’interno dei padiglioni, comportando una limitazione nei movimenti dei detenuti e la loro permanenza all’interno della cella per moltissime ore. Solo nel 2017, si contano 290 casi di autolesionismo, 2 suicidi, 8 morti e 199 scioperi della fame. I […]

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Napoli e Dintorni

Monte di Procida, storia e leggenda della terrazza flegrea

Monte di Procida, nel punto più estremo della penisola flegrea, era un villaggio appartenente alla città di Cuma e, per questo, fu chiamato per secoli “Monte Cumano”. Le testimonianze sulla sua storia provengono, in particolare, da Dionigi di Alicarnasso (VI secolo a.C.) e risalgono al neolitico medio-superiore. Dopo la fondazione della colonia di Miseno, Monte di Procida ne fu affiliata al punto da mutare nuovamente il suo nome e divenire “Monte Miseno”. Ma lo splendore dei Campi Flegrei iniziò a vacillare con le devastazioni dei barbari del V secolo d.C., che spinsero molti uomini e molte donne a spostarsi verso Napoli e lasciare Cuma, Pozzuoli e Miseno. Quest’ultima fu, poi, distrutta dai Saraceni intorno all’850 d.C. e annessa all’isola di Procida. L’area fu interamente ricoperta di vegetazione selvaggia, una vera e propria foresta che Re Ferdinando I destinò alle cacce reali. I Procidani consolidarono la propria presenza sul Monte con la costruzione della Chiesa della Madonna Assunta (attualmente sito architettonico di rilievo, costruita simbolicamente verso il mare e l’isola di Procida), un graduale disboscamento, la semina del grano e la coltivazione vitivinicola. Oggi, Monte di Procida è un Comune Italiano che conta più di 12mila abitanti, all’interno della Città Metropolitana di Napoli. Nacque amministrativamente con il Referendum del 27 gennaio 1907, che sancì la separazione della terraferma e dell’isolotto di San Martino dal resto del Comune di Procida. Monte di Procida è nota come la “terrazza” dei Campi Flegrei poiché da diversi punti panoramici è possibile ammirare il Golfo di Napoli, la Penisola Sorrentina e Capri (a est), le isole di Procida e Ischia (verso Sud), le isole di Ventotene, Ponza e il Circeo (a ovest). Nelle vicinanze sono, poi, visibili: il Golfo di Baia e Pozzuoli, Nisida, Capo Posillipo, Bacoli, Capo Miseno, Miliscola, la collina di Torregaveta, il litorale Domitio, l’Acropoli di Cuma e il lago Fusaro con la Casina Vanvitelliana. Il patrimonio più prezioso per Monte di Procida è, infatti, quello delle bellezze ambientali e paesaggistici, con panorami marini di rara bellezza, caratteristici per i colori tipici dell’area. Un esempio è l’Isolotto di San Martino, di appena 1600 mq, a cui si accede attreverso uno stretto tunnel, seguito da un fragile pontile. La principale manifestazione religiosa nel Comune di Monte di Procida è la Festa Patronale dell’Assunta dal 13 al 17 agosto, durante la quale avviene la processione del 15 agosto, di secolare tradizione: la statua dell’Assunta (che risale al 1814, opera dello scultore napoletano Francesca Verzella) viene trasportata a spalle dai marinai Montesi in servizio di leva per le strade principali del paese. Rappresenta la festa dei marinai e degli emigranti, che tornano per ringraziare la Madonna e la venerazione viene fatta risalire al culto per la dea Minerva. A Monte di Procida è legata anche la leggenda di Acquamorta, una piccola spiaggia da cui partivano le flotte cumano-siracusane. Si narra che un ricco proprietario terriero di nome Cosimo avesse un’unica figlia, bellissima, di nome Acqua, la quale un giorno si recò in spiaggia da sola per fare […]

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Musica

Musica

Giovanni Block in quartetto per il Sunset [email protected]

Il 16 giugno, il Sunset [email protected] (alla sua V Edizione), rassegna di musica al tramonto organizzata dall’Associazione Culturale Brodo, con la direzione artistica di Viola Bufano, porta sulla meravigliosa terrazza del Museo Nitsch, in Vico Lungo Pontecorvo 29/d, Giovanni Block in quartetto. Una visita libera alla mostra della sanguinolenta arte della complessa personalità di Hermann Nitsch- dinanzi alla quale è difficile restare indifferenti- e del buon vino offerto dal “Consorzio e Tutela Vini del Vesuvio” sono gli elementi che fanno da anteprima a quella che sarà una serata all’insegna della magia. Ci si ritrova in un puzzle di volti entusiasti e occhi incantati, dinanzi al panorama spettacolare di Napoli che vanta la terrazza del Museo con affaccio sul “Cavone”. Un panorama luminoso che dice ormai addio alla nebbia, all’umidità e al grigiore della fredda e lunga stagione trascorsa. L’emozione è palpabile nell’aria. Giovanni Block in quartetto, il concerto Giovanni Block. Laureato in Composizione e in Musica applicata ai Contesti Multimediali al conservatorio di Napoli, è un cantautore, chitarrista, compositore e produttore discografico napoletano, classe ’84. La sua è una storia ricca di riconoscimenti, importantissimi premi e collaborazioni con artisti del mondo musicale e teatrale italiano. Una storia ricca di passione e amore viscerale per la musica e il teatro. All’imbrunire, Giovanni imbraccia la sua chitarra e si fa spazio tra la gente. Viene raggiunto da Dario Maiello al basso elettrico, Giuseppe Donato alla batteria ed Eunice Petito al piano. La loro musica si srotola nell’aria e la serata si trasforma in un brindisi alla bellezza, con il naso all’insù, verso una luna piena bellissima che avvolge i presenti nel suo fascino silenzioso, per permettere alla mente di errare insieme alle note del sublime quartetto. È un sogno consapevole. Sembra di riuscire ad ascoltare il cuore pulsante di Napoli. Si chiude, così, il viaggio di S.P.O.T (Senza perdere ‘o tiempo), in attesa del nuovo album di Giovanni Block. Una chiusura impreziosita dalla presenza dei musicisti Roberto Trenca e Alessio Arena, con il quale Block emoziona tutti cantando “Tiempo e’Viento”. “‘O mare va truann’ ‘e forte”… a un certo punto riecheggiano queste parole, e hai la possibilità di tuffare letteralmente lo sguardo nel blu delle onde. Vai lontano. Cerchi quel gabbiano che sorvola le acque libero, finché un blues rugginoso non torna a prenderti per abbozzarti un sorriso spiritoso in viso e buttarti “Dint all’underground”. È tutto un ping pong tra lo struggente, l’irriverente, l’adrenalina e l’ironia. S’intrecciano originalità e freschezza in un vero calderone d’imprevedibilità, che tanto caratterizza la personalità inquieta di Block, autore e compositore lontano da ogni clichè. Attraverso le sue canzoni non si esplorano solo sentimenti e sensazioni, ma anche controversie attuali, dilemmi sociali e privati, e ideali. Giovanni Block racconta la solitudine degli artisti e dei folli nonostante viviamo in un mondo iperconnesso, e prende per mano chi lo ascolta per andare in una sola direzione, quella “Ostinata e Contraria”, così come i suoi maestri gli hanno insegnato a fare. Il terzo appuntamento del Sunset [email protected] sarà […]

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Musica

Rocco Rosignoli e il nuovo album Tutto si dimentica | Intervista

Tutto si dimentica è il nuovo disco autoprodotto del polistrumentista e cantautore parmigiano Rocco Rosignoli pubblicato lo scorso 26 Aprile. Ossessionato dalla memoria e dallo scorrere del tempo, Rocco Rosignoli fa della memoria il fil rouge del suo lavoro. In brani come L’ululato e Sul selciato di Piazza Garibaldi questo tema assume una grande connotazione storica e pedagogica, non si lega soltanto all’inarrestabile scorrere del tempo, ma a quegli esempi di lotta per la libertà e i diritti che hanno caratterizzato l’esperienza partigiana della Resistenza. Il racconto di Rosignoli diventa così un monito stimolante e infervorante, allo stesso tempo ispirante e leggero. Emerge anche la componente poetica, ispirata e fortemente legata a quella grande tradizione cantautoriale costituita da Fabrizio De André, Leonard Cohen, Francesco Guccini e Claudio Lolli al quale dedica il brano Piccola canzone per me. Il tutto viene rivestito da una veste musicale folk che conferisce ai temi trattati un tocco di maggior profondità e sapienza. Rocco Rosignoli mette a frutto tutta la sua conoscenza musicale e strumentale inserendo nell’album moltissimi strumenti: dalla chitarra acustica al violino, dalla fisarmonica all’armonium, dal bouzouki al mandolino, passando anche per l’armonica a bocca, il pianoforte e il basso elettrico. Oltre ad essere un polistrumentista, Rocco Rosignoli è anche uno scrittore e coltiva molteplici interessi: è autore di due raccolte di poesie;  dirige il coro di canto popolare “OltreCoro”;  ha ideato alcuni particolari format musicali monografici chiamati “Lezioni-concerto”;  ed è anche curatore del laboratorio “Shir” presso il Museo Ebraico Fausto Levi di Soragna. Di questo e di tanto altro ancora abbiamo avuto possibilità di parlare con il diretto interessato. Intervista a Rocco Rosignoli Suoni la chitarra, il violino, il basso, il bouzouki, il pianoforte, la fisarmonica, l’armonica, l’harmonium indiano e il mandolino. Raccontaci un po’ della tua carriera di musicista, come hai imparato a suonare tutti questi strumenti? Ho iniziato con la chitarra, a 11 anni. C’era questa vecchia chitarra classica in casa e ho voluto tirarla giù dal muro a cui era appesa da anni e provare a suonarla. Mia madre ha voluto fare le cose per bene e mi ha iscritto a una scuola di musica. Mi hanno dato per due anni le basi della chitarra classica. Alla fine del secondo anno mi sono stancato perché a me interessava suonare le canzoni e non fare degli esercizi. Mi sono comprato un prontuario degli accordi e ho cominciato a studiare da solo le canzoni che mi piacevano. Col tempo però ho capito che le basi di chitarra classica che avevo mi rendevano molto indipendente nello studio e mi davano una velocità di apprendimento che altri miei coetanei autodidatti non avevano. E dunque ho ricominciato a prendere lezioni. L’armonica faceva parte dell’armamentario di chi, come me, amava Bob Dylan. Anche quella l’ho studiata con passione. A vent’anni poi ho dato sfogo al desiderio di studiare il violino: è certamente lo strumento che amo di più, suonarlo per me è una lotta costante e richiede tantissimo studio. Il mandolino si accorda come il violino e […]

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Musica

Cose Difficili: EP d’esordio funk, nu soul e pop

Il 12 aprile è uscito per la Lumaca Dischi l‘EP “Cose Difficili” dell’omonima band. All’esordio con questo disco, Cose Difficili è una band calabrese nata nel 2017. È composta da Mattia Tenuta (cantautore), Giuseppe Rimini alias Dj Kerò (dj e produttore) e Mario D’Ambrosio (bassista), il suo genere è un misto di Funk, nu soul e Pop. Il nome della band è un omaggio al brano “Cose Difficili” dei Casino Royale, e non è l’unico richiamo presente nell’album, con ogni brano che presenta influenze diverse, ad esempio Favola di Plastica ha riferimenti come Ainè e Serena Brancale, Se Fossi Tu è ispirata a Luther Vandross e Curtis Mayfield, È Tempo invece è ispirata all’underground anni ’90, dai Subsonica a Casino Royale. L’EP conta cinque brani, per una durata complessiva di circa venti minuti: Favola di Plastica, Se Fossi Tu, È Tempo, Tutto Semplice, Ora Che Sono Qui. Apre l’album il brano Favola Di Plastica, soul con notevoli influenze elettroniche ed un ritmo lento, che parla delle illusioni che servono ad andare avanti e a ritenersi falsamente soddisfatti, in assenza di riferimenti certi. Segue Se Fossi Tu, in pieno genere funk con qualche accenno di elettronica, storia di una relazione movimentata i cui protagonisti in fondo non si conoscono veramente, pur desiderandolo. Terzo brano È Tempo, il cui videoclip è uscito in anteprima per la promozione dell’EP. Anima marcatamente elettronica e ritmo coinvolgente in linea con il testo, che tratta dello scorrere inarrestabile del tempo e sulla necessità di impegnarsi per provare a realizzare i propri sogni. Cose Difficili: EP d’esordio della band omonima per la Lumaca Dischi   Penultimo brano Tutto Semplice, prevalentemente hip-hop con influenze funk, testo sulla apparente semplicità di una relazione, che nasconde una complessità non evidente, basata su ingenuità, finzione e maschere da abbandonare. Chiude Ora Che Sono Qui, brano elettronico con un ritmo vivace, sul confronto tra un passato da ricordare e chiudere ed un presente da vivere “ora che si è qui”. L’EP spazia su generi diversi tra di loro, nonostante questo non c’è un distacco tra i brani, collegati dalla sonorità della band, riconoscibile seppur declinata in diversi generi. Misto di generi diversi, “Cose Difficili” è un EP relativamente breve e scorre veloce, leggero nei testi e nella musicalità. Francesco Di Nucci Fonte immagine: www.lalumacadischi.com

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Musica

Simone Vignola e il suo Naufrago

Simone Vignola e il suo “Naufrago”: l’ultima fatica di un artista poliedrico e dalle mille risorse | Recensione Parlare di Simone Vignola cercando di inglobare tutti i suoi poliedrici interessi è un po’ come provare ad arginare il mare, giacché il suo mondo è un caleidoscopio di musica rifrangente e dai mille rispecchiamenti. Abbiamo provato ad insinuarci nei meandri del suo universo, ascoltando “Naufrago“, che già dal titolo ricalca quel prototipo del viaggio incessante, oceanico e omerico nel gorgo della musica. Classe 1987, nato ad Avellino, Simone Vignola è un cantautore e polistrumentista: il basso elettrico è il suo strumento di espressione principale, su cui riversa tutto se stesso, i suoi virtuosismi e il suo talento, così come l’utilizzo particolare della loop-station nelle sue esibizioni. Molti sono stati i traguardi raggiunti da Simone Vignola: nel 2008 vince il prestigioso concorso “EuroBass Contest” (Miglior bassista emergente d’Europa) e nel 2010 il “BOSS Loop Contest” (Best Italian Looper). Nel corso della sua carriera da solista pubblica ben 5 album, di cui 3 in lingua inglese, ristampati anche in Japan Edition. Vignola realizza le sue creature, i suoi dischi, in maniera completamente autonoma, suonando tutti gli strumenti, cantando e pensando anche al missaggio e all’arrangiamento: un vero e proprio factotum e stacanovista ed è questa sua ostinata indipendenza il motore dei suoi lavori. Nonostante la sua granitica e incrollabile autonomia, Simone Vignola non disdegna la partecipazione di altri artisti ai suoi album: ricordiamo, a tal proposito, i featuring con la cantante nipponica Naoryu (nel brano “Vado avanti”) e con il trombettista jazz Fabrizio Bosso (nel brano “Passion vs Regression”). Inoltre, Simone Vignola è stato ospite ai maggiori festival dedicati al basso elettrico, ossia European BassDay, AsterBASS, EuroBassDay,  in Italia, Germania, Olanda e Stati Uniti. Con il suo loop-show apre il Tour Italiano 2011 dei Level 42, il Tour Italiano 2013 dei Jutty Ranx, concerti per Caparezza, Richard Bona, Scott Kinsey e altri. Inoltre, è presente sulle copertine di Bass Magazine (Giappone) e Linha de Frente (Brasile). Simone Vignola è accolto con entusiasmo anche dalla diffusione radiofonica, con “Love Song” (Rotazione su NHK Japan e Radio Rai1), “The Time Flows” (Top100 Indie Music Like), “Sul Cesso” (Rotazione su oltre 200 radio Italiane) e “Mi sento meglio” (Rotazione Radio Lattemiele, “Artista della settimana” MTV New Generation). Oltre a tutta questa carrellata di cose, che soltanto ad elencarle si percepisce la misura e la vastità della sua vita, Simone Vignola è anche dimostratore ed endorser con alcuni dei maggiori brand di strumenti musicali come Orange Amps, TC Helicon, TC Electronic e tanti altri. “Naufrago“, la sua ultima creatura, è stata finanziata tramite una campagna di fundraising, su Musicraiser, e si nutre proprio dal naufragio, dall’opera di novantanove impavidi e valorosi navigatori che hanno deciso di lasciare la propria impronta sull’isola di Vignola. Ma ora immergiamoci, coi piedi e con la mente, nell’acqua fluviale, torrentizia e grondante di “Naufrago“, musica e testi di Simone Vignola. Un viaggio, un incontro d’anime: “Naufrago” di Simone Vignola Erri De Luca, […]

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Teatro

Recensioni

Jenga, il gioco del disequilibrio come metafora della realtà

In occasione del Napoli Teatro Festival, Alberto Mele e Marco Montecatino hanno messo in scena sabato 22 giugno Jenga, l’ultima mossa del becchino, con la produzione del Teatro Serra. A fare da cornice una location d’eccezione, il cortile delle carrozze del Palazzo Reale, che ha conferito allo spettacolo un’atmosfera suggestiva e raccolta, astraendo gli spettatori dal tempo e dallo spazio, per calarli nelle vicende dei protagonisti, verso i quali si provano sentimenti contrastanti, che oscillano dalla simpatia al disgusto. Jenga: i tre mattoncini e l’inconciliabilità del triangolo Jenga è il gioco dei mattoncini di legno che vengono impilati tre alla volta: ogni giocatore, a turno, deve sfilarne uno fino a quando la costruzione non crolla. Tutti perdono, nessuno vince. Mai. È un gioco di sottrazione, in cui non si costruisce ma si demolisce, e lo si fa con la mano ferma e la mente calcolatrice, perché è il gioco di tutti contro tutti, come se fosse una lotta per la sopravvivenza. Ed è così che Jenga diventa la metafora della condizione umana, con le sue dinamiche conflittuali mirate a salvaguardare i propri interessi senza tener conto dell’altro, in una società della performance in cui tutti mentono, alimentando sconforto e solitudine. L’unico barlume di verità resiste ancora in Corrado, quarantenne con la sindrome di Asperger e la passione per il wrestling, che si oppone alla sorellastra Bianca che vuole convincerlo a vendere la vecchia casa di famiglia ad un’azienda di trasporti, con la mediazione del cinico Kapino, addetto alla compravendita. A contribuire allo sfacelo sarà Gianluca, il fidanzato di Bianca (interpretato da Montecatino), che sfoga le sue frustrazioni con tentativi, falliti, di sopraffazione. Conflitto, rabbia, aggressività: e così che le dinamiche interpersonali sfociano in lotta, in una spettacolarizzazione della violenza che trova la sua espressione nel wrestling. Il confine tra ring e vita reale è labile, per cui Corrado non riesce a discernere tra realtà e finzione. Chi mente? Chi dice la verità? Sei mio amico, vero? Tanti, troppi interrogativi insoluti e questa incomunicabilità si riconduce al dispari, al numero tre che non permette alle parti dei conciliarsi tra loro. Questa scelta numerica non è casuale, ma si ripropone con insistenza: tre mattoncini, tre round di wrestling, tre personaggi che cercano di dialogare tra loro senza riuscirci. Alla fine verrà proclamato il vincitore, in una partita in cui non esiste vittoria. Jenga è uno spettacolo che confonde, che inizia come commedia e si conclude in modo drammatico, portando lo spettatore a riflettere sulla vera natura dei rapporti umani e sulla falsità dilagante. Non si propone di dare soluzioni e risposte ma gioca proprio sull’ambiguità per affascinare il pubblico, che non può non dare il suo plauso. Gli attori si sono calati perfettamente nei personaggi da loro interpretati, dando prova di grande bravura. Di notevole impatto la scenografia di Florian Mayer, con la sua disposizione geometrica e quasi asettica dello spazio e il sound design di Gino Giovannelli, che ha dato armonia alle vicende dei protagonisti, smussando gli angoli e conferendo picchi […]

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Recensioni

Vladimiro mira il mare, lo smarrimento dell’essere al Napoli Teatro Festival

Arriva al Napoli Teatro Festival lo spettacolo ”Vladimiro mira il mare (dell’ingestibile smarrimento dell’essere)”, partitura per voce, corpo e contrabbasso, dal progetto Solit’aria-gestazioni sull’incontenibile andirivieni dell’essere pensante e inquieto. Con Paola Tortora nei panni di Vladimiro, la Capra Dea (Amaltea) e al contrabbasso Stefano Profeta per una messa in scena ricca di riflessioni, ma soprattutto di continui spunti tormentati dell’animo umano.  Presentato il 20 giugno 2019 presso il Cortile delle Carrozze del Palazzo Reale di Napoli per uno spettacolo intrinseco di riflessivi pensieri che creano un rapporto singolare tra l’interprete Vladimiro e la Capra dea Amaltea, accompagnati da alcune suggestioni sonore per contrabbasso. Vladimiro ed i dilemmi più esistenziali dell’animo umano Liberamente ispirata al saggio Hamletica di Massimo Cacciari ed alcune prose di Samuel Beckett, la partitura è affidata a Vladimiro, uno dei più importanti ”easusti” del teatro Beckettiano, per una rilettura particolare e quasi radicalmente trasformata, che conserva solo lievi accorgimenti. Si immagina che il protagonista, rimasto solo, smetta di aspettare Godot e lo va a cercare sulla scena dell’impossibile traducendo il vano tentativo in un vero e proprio sogno. Lo scenario si apre in una sorta di recinto con all’interno della paglia, una capra e Vladimiro. All’esterno del recinto, il contrabbasso con il Profeta come accompagnamento dei pensieri più profondi. Inizia così lo spettacolo di circa un’ora e quindici minuti in cui l’attrice mette in scena la dualità del suo pensiero. Tra Amaltea e Vladimiro, tra l’animo e la mente, tra ragione e sentimento, all’interno di quelle che sono le più sottili sfumature dell’esistenza in rapporto con l’Universo che ci circonda e che influenza le nostre vite. Eccezionale l’interpretazione di Paola Tortora che è riuscita ad entrare pienamente nel personaggio di Vladimiro e ad assumere tutti gli atteggiamenti facendoli arrivare in maniera diretta e precisa al pubblico che aveva davanti, entrando nelle menti e nei cuori di tutti coloro che recepivano quegli spunti e creandone ognuno di propri, facendoli diventare parte integrante del rapporto intimo che si forma tra attore e spettatore. La relatività del tempo ”Vladimiro mira il tempo.” ”Il tempo è relativo, quindi non lo miro.” La relatività del tempo, la costante fuga e ricerca di se stessi: questa è una delle tematiche che viene affrontata, quella per cui il protagonista si strugge arrivando al dialogo estremo con una capra nelle vesti di un clown che sta proprio a significare il punto limite della metamorfosi grottesca. Dal confronto e dal dialogo con quella creatura che simboleggia la Natura ed il Divino, il protagonista si immerge in una dimensione spazio/temporale dilatata alla costante ricerca di nuovi paesaggi interiori. E così continua, anche se con un velo di ironia, per tutto lo spettacolo, un susseguirsi instancabile di gesti, azioni, parole seppur quasi del tutto sconnesse e frammentate, che provano a colmare vuoti interiori ed a rispondere a domande a cui, probabilmente, non si avrà mai un’effettiva risposta.

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Recensioni

La Tempesta di Shakespeare: un surreale pastiche letterario

Luca De Fusco stravolge Shakespeare e regala al pubblico di Pompei Theatrum Mundi una Tempesta sotto forma di pastiche artistico. Il 20 giugno la prima de La Tempesta di Luca De Fusco al Teatro Grande di Pompei, primo spettacolo dell’edizione 2019 di Pompei Theatrum Mundi. Dopo il debutto a Pompei, lo spettacolo andrà in scena al Teatro Romano di Verona il 28 e 29 giugno 2019  La tempesta di Shakespeare, per esplicita volontà del regista, diventa un enorme contenitore in cui si amalgamano immagini surreali, clamorosi anacronismi, arditi accostamenti, citazioni letterarie e cinematografiche. In una scenografia essenziale, ma all’occorrenza immaginifica e onirica, semovente e magica, convivono Machiavelli e Jocker, il Re Sole e la Decalcomania di Magritte; la musica si mescola alla prosa, Shakespeare incontra De Filippo, la tragedia si risolve in farsa, Giunone si veste da Marilyn, la vendetta sfuma in perdono. La Tempesta, riadattata e diretta da Luca De Fusco, va in scena nel chiuso della biblioteca di Prospero: il protagonista, interpretato da Eros Pagni ed ispirato più o meno inconsapevolmente a Renato De Fusco, padre del regista ed emerito storico dell’architettura, dalla dimensione protettiva e claustrofobica della sua biblioteca manovra come abile demiurgo ogni avvenimento, personaggio o evento per piegarli al proprio progetto di vendetta e rivalsa. Prospero, malvagio e sadico come la più vendicativa delle Medee, gioca come il gatto con il topo con i suoi personaggi: li ipnotizza con la sua “musica fatata”, sconvolge le loro menti e li fa sbandare, li piega al suo volere, li seduce, li circuisce e li raggira. Il Prospero di De Fusco si presenta fin dall’inizio come un appassionato letterato che ha votato tutto se stesso al sapere, all’arte e alla conoscenza, come un “sovrano che aliena la sovranità”, per cui “la biblioteca è un regno più che sufficiente”. Prospero è a tal punto intriso di letteratura e teatro da diventare lui stesso drammaturgo, autore di trame e personaggi: tutto ciò che accade accade perché è Prospero a volerlo, a prevederlo, a renderlo possibile, in un intreccio sapiente tra caparbia volontà e provvidenziale predestinazione. E allora i personaggi che ruotano attorno al protagonista o sono suoi complici, come l’affascinante e naïf Ariel, interpretato dalla bravissima Gaia Aprea, o narcotizzate marionette che rincorrono illusioni. Ma Prospero non vuole davvero il potere né la vendetta: ha trascurato il trono fino a perderlo e alla fine del dramma concederà al fratello usurpatore un perdono neanche richiesto. Il motore di Prospero è la volontà di autoaffermazione, il desiderio di controllo, il sadico compiacimento che prova nel manovrare e manipolare. Al centro de La Tempesta ci sono anche i torbidi e ciclici giochi di potere, in cui il tradimento genera tradimenti, l’usurpatore finisce per usurpare: in una inevitabile e perversa anaciclosi, in cui ognuno vuole essere “re di se stesso”, i vari personaggi, da Prospero al fratello Antonio fino al mostruoso Calibano (interpretato dalla stessa Aprea), tradiscono e usurpano poiché traditi e usurpati. In questi torbidi giochi si muovono, però, anche personaggi dotati di […]

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Teatro

Lo Sgargabonzi al Kestè di Napoli (Intervista)

La serata del 12 giugno è approdato al Kestè di Napoli l’impertinente Alessandro Gori, noto come Lo Sgargabonzi. Stiamo parlando di un interessantissimo personaggio che desta molta curiosità: scrittore, comico, fumettista. Dal 2013 cura l’omonima pagina Facebook e porta in giro per l’Italia il suo spettacolo satirico “Lo Sgargabonzi Live“. Eroica Fenice ha avuto il piacere di scambiare una chiacchierata con lui! Lo Sgargabonzi, intervista Le prima parola che senti di dover proferire quando ti si chiede di te. Guarda, facciamo che va bene qualsiasi parola tranne una: “ciccione”. Grazie. Raccontami de “Lo Sgargabonzi ”. Lo Sgargabonzi è stato il mio blog fin dal 2005 ed è dal 2013 la mia pagina FB. Ma a me piace immaginare Lo Sgargabonzi come un universo che partorisce universi. Un blob scivoloso, cangiante e mutaforma, tempestato da metastasi sotto forma di ossei bussolotti delle sorprese Kinder. Dentro ciascuno una storia che vive di regole e mostri propri. L’avventura letteraria di cui vai più fiero. Sono contento di tutti i miei libri. Sono tutti frutto di anni di lavoro. L’ultimo, Jocelyn Uccide Ancora, l’ho scritto nel giro di tredici anni. Nella scrittura sono un perfezionista e non uno che si accontenta: se il libro non è come ce l’ho in mente non lo pubblico. Qual è il carburante de Le Avventure di Gunther Brodolini? Le Avventure di Gunther Brodolini fu scritto nel 2005 e nasceva dalla voglia urgente, in anni di politicamente correttissimo, di tirar fuori le storie morbose e inquietanti che avevo in testa fin da piccolo. È un libro quasi punk, nonostante il punk non sia mai stato fra i miei riferimenti. Cosa mi dici di Bolbo e Il Problema Purtroppo del Precariato? Bolbo è un’opera fortemente autobiografica, un romanzo decostruito e psichedelico che ha il passo di una rapsodia prog. L’ho scritto col mio amico Gianluca Cincinelli, esattamente come il successivo Il Problema Purtroppo del Precariato, ovvero un libro schiettamente umoristico che mette in scena il nostro sottogenere comico preferito: la commedia dell’imbarazzo. E di Jocelyn Uccide Ancora? Jocelyn Uccide Ancora, edito da minimumfax e adesso in libreria, è un’opera totale sotto forma di un armonico zibaldone di 50 racconti e 10 interludi. Ci sono favole horror, siparietti dadaisti, ipertesti di canzoni alla moda, interviste a personaggi storici, barzellette, poesie, cronache dall’adolescenza profonda, guide pratiche, non tutti sanno che, pagine perdute del diario di Anna Frank e monologhi inediti di Saviano. In un mondo giusto si meriterebbe un successo planetario. Inutile dire che è un libro da ombrellone a dir poco perfetto e che previene il cancro solare lì dove fa ombra. Mi conieresti, al volo, un neologismo per definire ciò che fai durante i tuoi live? Una sorta di assemblea d’istituto. Uno col cappellino e la felpa in pile che legge i propri testi da un foglio a protocollo, senza particolare talento per la recitazione, con una dizione pessima e mangiandosi pure le parole. Potresti darti un voto come comico? Mi darei umilmente 5. Ovvero la media fra lo 0 […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Passi e testa tra le nuvole

9.957 passi. Uno dopo l’altro, verso direzioni volute, cercate, imposte? Smarrirsi è semplice, fa parte del percorso di ognuno, ritrovare la strada non è facile, perché è bello uscire dal binario, quasi fosse una naturale insofferenza verso le regole, verso ciò che è percepito come giusto ma in realtà è deviante. Chi sa camminare con rettitudine non sa cosa c’è volgendo lo sguardo indietro, al proprio fianco, in aria, non sa che significa perdere tutte le sicurezze e i punti di riferimento necessari ad orientarsi per tornare ad una base sicura. Si ignorano così tutti i particolari e le sfumature che compongono il quadro di esperienze, ricche di per sé più della meta stessa. Una volta mi hanno detto che suonando la chitarra sul tetto si vede la gente passare con la testa bassa, affaccendata e distratta, senza mai alzare lo sguardo ad osservare il cielo. Vorrei averlo il privilegio di sedermi lì su, con la testa tra le nuvole, per avere una visione d’insieme, per prevedere quali saranno i passi delle persone sotto di me, in quali pensieri sono immerse o cosa si stanno perdendo. Ma io sono una di quelle, provo a camminare verso, andando incontro, voltando le spalle, chiudendo gli occhi per non vedere, per orientarmi nel buio di decisioni che non so prendere, che non voglio prendere o che forse non sono ancora mature per essere pronunciate ad alta voce. Io ho fatto un passo avanti, tu hai fatto un passo indietro e viceversa. La bilancia è ancora lì in precario equilibrio. Non riusciamo a venirci incontro, ci perdiamo per anni, poi ci ritroviamo ma i passi fatti sono tanti ed è difficile sincronizzarli di nuovo. Mi chiedo cosa mi sono persa e se siamo ancora le stesse persone di prima, se abbiamo seguito la stessa direzione o abbiamo girato intorno senza una meta, credendo che fosse la strada giusta, privi di certezze sulle decisioni prese o lasciate nell’oblio. 9.957 sono i passi fatti in un giorno qualunque, ma quanti sono quelli voluti davvero?

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Voli Pindarici

Amor sui: amarsi per amare “doppio”

L’amor sui, amarsi è il presupposto essenziale dell’amore. Dall’infanzia ci insegnano che gran parte della vita sia finalizzata alla conquista dell’amore. Ce lo fanno capire con le mani. Alzano indice e medio e fanno un due con le dita. Siamo nati da mamma e papà e passeremo l’esistenza nella ricerca e nell’attesa di una persona con cui formare, a nostra volta, quel due fatto di polpastrelli. Sbarchiamo appena nel mondo e già ci dicono che siamo soli, che dovremmo recuperare una nostra “metà”. È una delle prime lezioni su cui, indirettamente, veniamo istruiti. Un passo oltre la soglia di quell’abitudine culturale che ci strattona verso l’amore – nutrita generosamente da una società sempre pronta a mercificare e rendere profittevole anche ciò che non dovrebbe – c’è la natura. La natura chiama all’amore. Ce ne accorgiamo dalla pubertà e non smettiamo mai di farci i conti; anche quando il tempo ci rattrappisce, la natura continua a vagheggiare le stagioni, il fiore che beve la vita, l’ape che ronza sul proprio nutrimento. L’amore è cultura e natura. Ma la ricerca della metà con cui conquistare una felicità definitiva ha davvero così tanto a che fare con l’amore? Nessuno da queste parti ha la presunzione o la follia di negare l’imprescindibilità dell’amore. Ma qualcuno dovrebbe mettere in guardia su un’altra lezione, su cui sia la natura che la cultura non amano troppo disquisire. Quella sull’amor proprio. L’amor proprio, secondo l’interpretazione portante, coincide con l’espressione latina “amor sui”. Come sempre, a parità di concetto, la formulazione latina trattiene una luce antica e imperitura che sembra chiarificare maggiormente. Di più, sembra rendere ogni concetto viscerale, come se si fosse annidato in un sottopassaggio della coscienza, recondito e segretissimo. Per alcuni antichi, come San Bernardo, l’amor proprio era addirittura il preambolo immancabile di un iter verso Dio. Sant’Agostino, invece, contrappone l’amor sui all’amor dei: il primo, fine a se stesso, corrisponde a un egoismo dannoso che allontana l’anima da Dio e la avvince alle cose terrene. Il secondo è espiazione dall’interesse personale e adesione totale a Dio. La sensibilità contemporanea si è chiaramente evoluta, e la descriviamo fieramente come progressiva. Ma la storia si tiene in equilibrio facendo leva sui punti d’appoggio di sempre, quelli che desumiamo dalla cultura antica e quelli che ci suggerisce la natura di volta in volta. Cultura e natura, di nuovo, come sempre. Eppure, il concetto di amor proprio è una piccola delusione. Oggi se ne parla poco, lo si rende subalterno, insufficiente dinanzi alla trionfante promessa dell’amore. Ogni tappa e attività sembrano programmate nell’attesa fatale e necessaria della persona giusta, con cui formare una famiglia perfetta e con cui condurre una vita perfetta. Ma cosa c’è prima? Cosa c’è durante? Chi ci fa compagnia mentre cacciamo il naso nei negozi per trovare il regalo più adatto, e nel viaggio in macchina di ritorno verso casa? Chi ama proprio quel gusto di gelato, chi condivide con noi il piacere di una lettura avvincente se non…noi? Agostino a suo tempo asseriva che […]

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Tre occhi azzurro cielo

Lui trovò la scatola, ma non l’aprì. Tornata a casa, lei la trovò sul tavolo. Un brivido partì dal suo polso orfano. I tre occhi che l’avevano protetta così a lungo le tornarono subito alla mente. Era tempo di andare. Lui era già arrivato, col solito minuto di anticipo. Il camion dei traslochi era partito. Mancava solo lei, la sua borsa e la scatola dei libri che non aveva voluto confondere con tutto il resto. Ultimo sguardo di ricognizione, un sospiro lungo, e stava per chiudersi la porta alle spalle, quando le venne in mente di una scatola. Della scatola. Era piccola. “Sembra fatta apposta”, aveva pensato quando l’aveva riempita anni addietro. L’aveva nascosta per bene, con lo scopo esatto di non trovarla più. O almeno di nasconderla alla vista; non solo quella degli occhi. Però quel pensiero latente volle risvegliarsi proprio allora. Conteneva una lettera, o forse due. E quel bracciale. La lettera era finita in quella scatola per il destino sfortunato delle lettere mai recapitate; ne aveva scritte diverse, tutte sempre consegnate al mittente. Quella no. Non perché non ne avesse avuto il coraggio. La ragione era la più banale di tutte. La ragione per la quale le parole restano imprigionate. Nessun occhio le accarezza, nessuna voce apre i lucchetti dell’inchiostro. Le cose erano semplicemente andate come dovevano. Due strade diverse, e le ultime parole mai dette, impigliate sulla carta. Ricordò tutto. Il momento in cui aveva finalmente deciso di scriverla, e ricordò anche che il secondo foglio non era una lettera, bensì la sua prima poesia, la prima ufficiale. Il bracciale era una sorta di sigillo. Per anni aveva abitato il suo polso, vissuto con lei. Tante volte, con un gesto involontario, ne accarezzava l’assenza. Tutte le volte sussultava, facendolo. Era sicura che avesse una vita propria, con quei tre occhi color del mare. Era uno di quei bracciali che abbiamo avuto tutti una volta nella vita, comprato l’ultimo giorno come souvenir di una vacanza organizzata in fretta. Era un regalo banale. Comune. E come tutti, lo comprarono un giorno d’estate. Al mare, quel giorno, ci si andava solo per guardalo. Volevano un sigillo, qualcosa che ricordasse insieme quel giorno, e quanto erano felici. Il bracciale fece il resto. Quando lo ripose nella scatola lo aveva tolto senza sciogliere il nodo; era stinto, morso dall’usura quotidiana. Sfilandolo dal polso, aveva temuto si rompesse. Che controsenso. Rimase intatto.   Glielo aveva legato stretto, e come di consuetudine aveva dovuto esprimere tre desideri, uno per ogni nodo. Ad oggi, uno solo si era realizzato. “Ti proteggerà” aveva detto. Lei non ci aveva creduto. Non era superstiziosa, né amava appropriarsi delle superstizioni altrui. Ma lo aveva accettato a cuore aperto. Poi aveva guardato il mare, e due braccia l’avevano stretta, inaspettatamente giuste. E così quei tre occhi divennero i testimoni inconsapevoli di una felicità che sboccia. La felicità delle prime volte, dell’ingenua inesperienza. E per tutto ciò che avevano visto, le era insopportabile guardarli, ormai. Come era possibile che se […]

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