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Aftersun | Recensione del film

“Aftersun” è il debutto cinematografico della regista e sceneggiatrice Charlotte Wells, presentato alla 75° edizione del festival di Cannes e distribuito in Italia attraverso la piattaforma MUBI a partire dal 6 gennaio 2023.

“Aftersun” è un film piuttosto semplice: racconta della vacanza di due settimane in un resort turco dell’undicenne Sophie (l’esordiente Francesca Corio) e del padre, quasi trentunenne, Calum (Paul Mescal, candidato all’Oscar per il miglior attore 2023), vissuta attraverso i ricordi di una Sophie cresciuta, circa 20 anni dopo. I confini tra ricordi e sogni sono sfumati e sin dalle prime scene emerge nello spettatore la sensazione che questa vacanza segna un momento finale nella relazione tra Sophie e il padre: la morte del padre non viene mai confermata ma l’ombra del lutto accompagna ogni scena.

Lo sguardo di Sophie sul mondo appare curioso e vivace, lei è una bambina che freme dalla voglia di crescere, che origlia con interesse le conversazioni di due ragazze più grandi sulle loro esperienze sessuali, osserva attentamente il comportamento degli adolescenti con i quali gioca a biliardo e accetta di essere baciata da un altro bambino nonostante sembri più interessata al proprio riflesso nell’acqua che a lui.

Il rapporto tra Sophie e il padre è sicuramente la parte migliore di “Aftersun”: non ci sono moltissimi dialoghi nel film ma tra i due ci sono vari fraintendimenti, a volte litigano o si prendono in giro ma il bene che provano l’uno per l’altra è evidente nonostante occasionalmente Calum si comporti in maniera avventata e potenzialmente negligente nei confronti della figlia. Calum mostra il suo affetto verso Sophie con piccoli gesti, spesso senza che la bambina se ne accorga, oppure proteggendola da qualsiasi tormento che lo affligge. La sua distanza emotiva è, per molti versi, una dimostrazione di affetto (qualcosa che è impossibile comprendere ad 11 anni) così come lo è il modo in cui la rassicura di poter diventare ciò che vuole e di avere tempo (il suo, al contrario, sembra stia per finire).

Più di ogni altra cosa le sequenze del film mostrano un disperato bisogno di comprensione, un tentativo di riconciliarsi con un fantasma e proprio per questo alcune scene di Calum da solo (a cui la bambina non può aver assistito) sembrano essere state immaginate dalla Sophie adulta come per trovare un senso. La mente, dopo un evento traumatico, cerca nei propri ricordi dei segnali, dei presagi che diano una spiegazione e se non riesce a trovarli, li immagina.

Ci sono fantasmi di cui non ci si può e non ci si vuole liberare, la distanza che si crea tra una persona e i propri genitori è incolmabile. Nelle parole della regista “Anche quando si cresce rimane sempre difficile vedere i propri genitori come persone”, le persone riescono difficilmente (se mai) a capirsi; tuttavia, la filosofa Simone Weil credeva che l’attenzione fosse la forma più rara di amore e se accettiamo quest’idea possiamo dunque dire che l’attenzione riposta da Sophie nel tentativo di conoscere il padre è la più pura tra le dimostrazioni di amore nonostante, o forse ancora di più, perché non è possibile trovare una risposta.

Fonte immagine: Mubi.com

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