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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 806 articoli

Libri

Le disavventure di Amos Barton, il romanzo clericale di George Eliot per Fazi Editore

Le disavventure di Amos Barton, primo romanzo del ciclo “Scene di vita clericale” di George Eliot, pseudonimo dell’autrice Mary Anne Evans (1819-1880), tra le più brillanti dell’epoca vittoriana e autrice anche di Daniel Deronda, altra recente uscita per la medesima casa editrice, è in tutte le librerie dal mese di novembre 2019 per Fazi Editore. Lo sguardo ricco di arguzia e sagacia di George Eliot sulla comunità rurale di Amos Barton Scene di vita clericale, si è detto. Ebbene, al centro delle vicende narrate c’è Amos Barton, un curato di campagna che vive e lavora presso la piccola comunità di Shepperton, un uomo presentato dal narratore onnisciente, che abilmente conduce il lettore attraverso le fila del racconto, come non particolarmente brillante, né particolarmente stupido, non particolarmente buono né particolarmente malvagio, senza alcun carattere particolare che ne permetta la memorabilità né che lo distingua da qualsiasi altro umile curato di campagna: perché, d’altronde, se la grande storia appartiene ai grandi, la piccola appartiene ai piccoli, che rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione, non vivono di grandi esperienze entusiasmanti ma trascorrono la propria vita alla ricerca della tranquillità e della moderazione. George Eliot, in questo piccolo gioiellino del realismo inglese che è questo breve romanzo, delinea con maestria la vita di campagna della middle class provinciale di epoca vittoriana, all’insegna delle maschere e dell’ipocrisia, attraverso lo sguardo di un uomo, Amos Barton, umile, goffo ed impacciato, del tutto privo di carisma e di forza, un uomo le cui intenzioni sono sempre più alte dei suoi risultati, che non riesce, nonostante la sua indole, ad attrarsi le simpatie di una ristretta comunità che lo loda in pubblico e ne ride in privato, osservando con maldicenza la vita modesta ma dignitosa, caratterizzata da crescenti ristrettezze economiche, che il curato conduce assieme all’adorata moglie Milly, una donna assennata e paziente che ha dedicato tutta la sua vita alla cura della sua numerosa famiglia, già provata nel fisico da sei gravidanze e nonostante ciò nel mezzo della settima. Della bigotta comunità di Shepperton, delineata con uno stile ricco d’arguzia ed umorismo, cura e dovizia di particolari, sembra di sentire il chiacchiericcio, che risuona tra le pagine del romanzo di George Eliot passando con leggerezza da una maldicenza all’altra, leggerezza che nasconde la superficialità di una comunità di uomini e donne che non hanno altra distrazione che osservare la vita degli altri per commentarla con cattiva ironia in privato, attorno al fuoco, fino a distruggerne l’armonia familiare: il lettore non potrà che provare empatia nei confronti del pover’uomo così bistrattato, inconsapevole vittima della comunità che egli, disperatamente e senza grandi risultati, ma votandosi con tutto sé stesso alla causa, si sforza di condurre sulla retta via attraverso sermoni decisamente poco convincenti e opere caritatevoli immancabilmente disastrose. E tuttavia, laddove le sue buone intenzioni hanno fallito, saranno le sue traversie a suscitare, finalmente, la benevolenza della sua comunità, che si volgerà infine con sguardo denso di ipocrita bontà all’uomo così vessato dalla sorte. Un romanzo acuto e brillante […]

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Libri

Claudio Lagomarsini esordisce con Ai sopravvissuti spareremo ancora

Ai sopravvissuti spareremo ancora è il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, pubblicato oggi da  Fazi editore. Lo scrittore toscano, già autore di diversi racconti, fa il suo esordio dipingendo davanti agli occhi del lettore un ritratto essenziale ed estremamente vivo e realistico della provincia italiana. Claudio Lagomarsini ambienta infatti il suo romanzo in un paesino al limite tra la periferia cittadina e la campagna, un paesino anonimo nei suoi dettagli, dove le case sono tutte uguali: l’intonaco color pesca, la siepe di pitosfori, il ghiaino bianco, omogeneo, abbacinante; ma allo stesso tempo un luogo iconico che potrebbe confondersi con gli innumerevoli paesi di provincia da capo a coda dello Stivale e descriverli tutti. L’immagine di apertura ci mostra un giovane rassegnato di fronte all’indesiderato ma allo stesso tempo necessario ritorno al suo paese d’origine. La decisione, ormai inevitabile, di vendere la casa di famiglia comporta la necessità di doversi disfare di tutti gli oggetti familiari che essa ancora contiene. Così d’improvviso il giovane e il lettore si trovano a rivivere la caldissima estate del 2002 attraverso le parole del fratello maggiore, Marcello, riemerse su alcuni quaderni in mezzo ad insignificanti oggetti di vita quotidiana. Nel racconto di Marcello si delineano progressivamente eventi e personaggi sospesi nel tempo: piccoli drammi e grandi menzogne che impegnano tutte le vite comuni. La rapina in casa di un vicino, le cene d’estate sotto il gazebo, le relazioni indifferenti di una famiglia allargata, le liti per la gestione dell’orto comune, le relazioni conflittuali tra mamma e nonna e le incomprensioni generazionali sfilano come fotogrammi davanti al protagonista facendogli rivivere il ricordo di una vita che solo attraverso le parole di Marcello riesce a comprendere veramente. Tutto si svolge secondo un copione consueto, una trama che il giovane lettore riconosce e che lentamente, tra piccoli sbalzi, precipita verso un punto di rottura, un evento drammatico con il quale fa pace per la prima volta dopo tanti anni. Quello che viviamo attraverso gli occhi di Marcello è il racconto di una dimensione lontana nel tempo ed arcaica nelle convinzioni ma ancora viva nei meandri della provincia italiana. Una dimensione patriarcale in cui prevale il valore della forza fisica, il pregiudizio razziale e la ragione dell’uomo sulla donna, una realtà i cui protagonisti, delineati nei loro tratti più grotteschi, appaiono come piccole caricature di vite comuni. Una realtà, quella che emerge nel ritratto di Marcello, verso la quale il narratore sente un senso di inadeguatezza. Con la sua sensibilità e pacatezza, Marcello appare come un combattente inerme al centro di una lotta tra sfacciati e volgari gladiatori. E proprio in questa inadeguatezza e fragilità il lettore riconosce un quasi naturale senso di repulsione e una voglia di mettere distanza nei confronti di un mondo gretto e meschino che perdura anacronistico tra le trame della società contemporanea. Il romanzo di Claudio Lagomarsini, con uno stile netto e preciso, riesce a dipingere un ritratto crudo nella sua autenticità e familiarità, un ritratto in cui ognuno può riconoscere la traccia più […]

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Libri

Confidenza, recensione dell’ultima opera di Domenico Starnone

Da poco è uscito nelle librerie “Confidenza” (Einaudi, 2019) l’ultima opera dello scrittore Domenico Starnone,  autore di molti libri tra cui spiccano “Scherzetto” (2016) e “Lacci” (2014), entrambi editi dalla casa editrice Einaudi. “Confidenza”, uscito nelle librerie alla fine del 2019, è l’ultimo libro dello scrittore napoletano Domenico Starnone, nonché sceneggiatore ed insegnante, autore di numerose opere di spessore che vanno dai libri “Via Gemito” (Feltrinelli, 2000, vincitore del Premio Strega) al già citato “Lacci” (Einaudi, 2014)  a sceneggiature di film di registi famosi quali Michele Placido (“Ovunque sei”, 2004), Sergio Rubini (“L’uomo nero”, 2009), Alessandro D’Alatri (“La febbre”, 2005). Inoltre, Domenico Starnone è stato uno degli scrittori a cui  è stata attribuita l’identità di Elena Ferrante. Confidenza di Domenico Starnone: la sinossi Pietro e Teresa sono un’insegnante e un’alunna che si innamorano. Ma il loro amore è decisamente tempestoso perché Teresa ha un carattere impulsivo e passionale che mal si collima con il bisogno di perfezione di Pietro e il suo desiderio di piacere agli altri. Dopo che si sono lasciati restano legati da un segreto: una confidenza su un episodio del passato che ciascuno di loro ha vissuto in precedenza e che, sicuramente, non li riempie di orgoglio. Una “confidenza” banale  diventa una sorta di “ricatto morale” per Pietro, che trasforma Teresa nel suo “Super io” personale che frena le sue passioni e alimenta la paura di perdere tutto quello che ha costruito. Una riflessione sulla nostra identità “Confidenza” è un romanzo complesso, caratterizzato da un stile narrativo fluido e coinvolgente e da una trama che lascia aperti molteplici interrogativi. “Confidenza” è una riflessione sulla nostra identità e sul conflitto interiore che ciascuno di noi vive, quello tra quello che siamo  e quello che mostriamo agli altri, su cosa ci dà consenso e rafforza la nostra autostima. L’identità, malgrado sia rafforzata da una florida carriera, come nel caso di Pietro che diventa uno scrittore ed oratore di successo (le presentazioni dei suoi libri gli danno più notorietà delle stesse opere), resta fragile di fronte alla “minaccia” rappresentata da Teresa e alla possibilità che racconti al mondo il suo “segreto”. Domenico Starnone, confermando la sua grande capacità narrativa, mediante i personaggi di Teresa e Pietro ma anche di Nadia, la moglie di Pietro, inizia un percorso di analisi dell’animo umano soffermandosi sulla complessità dei rapporti interpersonali, fatti di equilibri estremamente precari e volubili che spesso finiscono nello sfociare in tradimenti, in insicurezze e in crisi identitarie.

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Eventi/Mostre/Convegni

Layla di Massimo Piccolo apre la terza edizione di Marigliano Letteart

Layla di Massimo Piccolo | Recensione | A 14 giorni dall’inizio del nuovo anno a Marigliano, comune della provincia napoletana, si inaugura la terza edizione di “Marigliano Letterart“, la rassegna culturale che propone interessanti e stimolanti incontri letterari, ideata e organizzata da Deborah Daniele, con il sostegno di associazioni come il Circolo letterario anastasiano di Giuseppe Vetromile, Clarae musae di Vittoria Caso e I colori della poesia di Annamaria Pianese, oltre al patrocinio del Comune di Marigliano. Il primo incontro si è svolto nella sala del Pato’ Lounge Bar di Marigliano, luogo scelto appositamente per avvicinare un pubblico variegato di lettori, al fine di promuovere in maniera ampia questa iniziativa culturale. Ad inaugurare il ciclo di incontri è Massimo Piccolo, autore dalla personalità poliedrica essendo non solo scrittore, bensì anche regista, giornalista e fotografo. Per la casa editrice  napoletana Cuzzolin, l’autore aveva già pubblicato la favola moderna “Estelle“. L’incontro si apre con la presentazione del suo romanzo “Layla” ambientato, come ci spiega l’autore, in una Napoli diversa da quella che siamo abituati a conoscere attraverso gli autori contemporanei; non è la Napoli dei commissari, né quella di un tempo lontano o dei quartieri difficili e malfamati. L’autore ha voluto scavare più a fondo, arrivando a sviscerare tradizioni plurisecolari, per toccare temi nascosti e mistici; uno degli aspetti che caratterizza la città è quello dell’esoterismo, dei culti nascosti che si stratificano col tempo nelle mille sfaccettature che essa assume in base a come ognuno sceglie di guardarla; nessuna città più di Napoli, centro nevralgico di tradizioni e culti plurimillenari, avrebbe potuto fungere da palcoscenico letterario per il romanzo di Massimo Piccolo. La volontà dell’autore è quella di portare alla luce la bellezza del patrimonio napoletano, non solo in ciò che è evidente e sotto gli occhi di tutti, bensì in ciò che i simboli, le strade e le numerose chiese e cappelle della città nascondono. Questi solo alcuni dei temi sviscerati durante la presentazione di un libro che arriva a toccare numerose sfaccettature dell’animo umano e non solo. La presentazione di Deborah Daniele fa emergere la perplessità del lettore una volta arrivato all’ultima pagina del libro, in un finale forse volutamente aperto alle più svariate interpretazioni. Un romanzo che lascia dubbi e nessuna certezza, solo come i grandi libri sanno fare, secondo Deborah Daniele. I protagonisti I protagonisti del romanzo sono ragazzi che si accingono a varcare il limite tra l’adolescenza e l’età adulta, con tutte le crisi del caso e i problemi legati ad un mondo che inizia a svelarsi e a far cadere il velo che lo ha fino a quel momento ricoperto, mostrandone i fantasmi reali e irreali. Layla, una giovane e timida studentessa al penultimo anno di liceo, nel romanzo si spoglia delle sue incertezze e delle sue fragilità, facendo emergere anche la sua forza. Nella copertina del romanzo in primo piano il volto di una ragazza, fotografata dall’autore stesso, richiama l’attenzione col suo sguardo volutamente enigmatico, che cattura e inquieta, prefigurazione del mistero che avvolge il […]

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Libri

Il vincolo cieco di Luigi Salerno, un romanzo di potenza e riflessione

Da poco pubblicato dalla Ferrari editore, Il vincolo cieco è la terza opera di Luigi Salerno, scrittore e sceneggiatore. Il vincolo cieco è di una potenza riflessiva disarmante: pensieri corroborati da una moltitudine di parole che ad un primo momento disturbano, ma in un secondo si comprende come, invece, siano state incastrate secondo una logica scrittoria, da Luigi Salerno, sceneggiatore e scrittore alla sua terza opera. Strano, quindi, come si possa credere che questa infinità di input e riflessioni che provengono da un unico narratore senza nome, che scandaglia la sua vita quanto le persone che la popolano utilizzando una vorticosa e sempre nuova valutazione, possa essere condensata in sole seicento e più pagine. Troppe per i pochi fatti raccontati, scarse azioni che nel loro dinamismo permettono solo un cambio di scena (molte volte in realtà riproposte, ma con sensazioni diverse): poche per i continui disfacimenti interiori del protagonista, poche per i monologhi che lascia che i suoi personaggi utilizzino per parlare in prima persona e, il più delle volte, per svelare qualcosa di inatteso. Più che monologhi sono sfoghi, eruttazioni vulcaniche che scandagliano la successiva, impercettibile e forse impassibile, reazione del narratore senza nome. Più che impassibile appunto cieca: il protagonista si strugge per la maggior parte di questo lungo romanzo/riflessione, alla ricerca, o alla non ricerca, di qualcosa che sfugge sempre al lettore, o che a tratti sembra cambiare direzione, con la speranza perenne che il nostro protagonista possa trovare una pace interiore forse mai agognata. Lupo solitario, gli fa da dimora un semplice appartamento così tanto confortevole nell’abitudine, sia degli oggetti come un macinino di caffè, sia nelle prospettive visive che appaiono sempre le stesse da tutti gli angoli della casa, come il balcone dei vicini dirimpettai Goslin con la metodica donna che innaffia instancabilmente le sue piante. Scrittore fallito per sua scelta, abitudinario nei suo lavoro di bigliettaio al cinema Napoleone, si corrobora in un cervellotico continuum di prove e preoccupazioni, condita da una estenuante insonnia, nella possibilità di creare un nuovo format scrittorio che si sintetizza in una serie di file su una cartella del computer dal nome “Logbook”. Qui, il protagonista racconta di se stesso, ma anche di personaggi inventati, o persone che abbiano un vincolo con la sua esistenza, tra fatti reali e immaginari. Una di queste persone è Aris, la moglie del caro amico Paul, una donna affascinante nella sua fragilità, dalla bellezza erotica nelle sue calze quando indossa una ridondante gonna scozzese. Soggetto del desiderio, e per questo uno dei centri verso il quale il protagonista oscilla continuamente, tra essere e non essere, volere e non volere, immaginare e non vivere insieme a lei i due figli, David e la piccola Vic, un animo sensibile e forse proprio per questo sentito più vicino. Il narratore così ne dipinge una figura innocente, spezzata nella sua tristezza e nel suo silenzio da un contorno molto più violento e pesante per poter essere sopportato nella sua purezza. Piegata alle ingiustizie del mondo se vediamo […]

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Ricordati di me: intervista ad Emanuele Bosso

Emanuele Bosso, studente di Lettere Moderne e curatore della rubrica (su Instagram) “#unlibrosospeso“, ha pubblicato quest’anno il suo primo romanzo, Ricordati di me (edito per la casa editrice GM press); per l’occasione, abbiamo intervistato l’autore. Ricordati di me di Emanuele Bosso: l’intervista Emanuele, studi Lettere, sei stato libraio, curi una rubrica di libri e sui libri: quanto e in che modo il sapere umano, la letteratura, le emozioni, le storie, sono il nutrimento delle tue parole, dei tuoi pensieri, della tua vita? Le parole, e in particolar modo i libri che le contengono, sono i pilastri della mia vita. Senza, mi sentirei perso, costantemente in pericolo. La verità è che ho bisogno di storie, di immergermi in vite completamente diverse dalla mia, di provare emozioni contrastanti e poco coerenti con il mio carattere. Tutto questo si riflette inevitabilmente sul mio modo di relazionarmi con gli altri: i libri accrescono la mia sensibilità, la delicatezza, la comprensione verso il prossimo. Mi definirei un “profondo romantico” e questo mio modo di essere deriva dai libri che ho letto. “Unlibrosospeso”: come nasce il titolo e l’idea? Vuoi parlarci in dettaglio della tua rubrica? Il titolo della rubrica è un chiaro riferimento a “Un caffè sospeso”, un’iniziativa tutta napoletana attraverso la quale, chi prende un caffè al bar, ne paga un altro per chi verrà dopo, che non può permetterselo. L’idea nasce da questo meraviglioso gesto e dalla mia volontà di condividere e lasciare in sospeso le sensazioni provate dopo la lettura di un libro. Ho cominciato quasi per gioco, adesso collaboro con grandi case editrici e sul profilo siamo in ottomila a condividere la passione per i libri e per le storie. È per me un traguardo incredibile che testimonia ancora una volta, come i libri siano aggregazione e partecipazione e non qualcosa di solitario e noioso come spesso vogliono farci credere. In Ricordati di me vengono affrontati temi profondi quali il dramma della mancata maternità (e paternità), l’infanzia desiderata, le distanze cagionate dalla mancanza di comunicazione, di dialogo; come sono nate e maturate dentro te queste riflessioni? Tutto nasce dalla volontà di scrivere un romanzo di un certo spessore introspettivo, che indagasse in profondità la psicologia di tutti i personaggi. Di conseguenza, ho dovuto documentarmi molto prima di cominciare a scrivere, anche perché quasi tutte le tematiche trattate non mi appartengono in senso stretto. Per me scrivere vuol dire soprattutto mettersi in gioco, sperimentare e conoscere nuovi punti di vista. Diciamo che quando devo creare una storia, preferisco sempre allontanarmi dalla mia comfort-zone e scoprire nuove sfumature e altre intensità. Le vicende raccontate nel testo si svolgono fra Napoli e Rocca San Felice; quanto la scelta dei luoghi ha influito sulla costruzione dei personaggi e sulle loro vicende? Rocca San Felice, molto più di Napoli, è stato un luogo fondamentale per la costruzione e caratterizzazione dei personaggi. Per chi non lo sapesse, è un piccolissimo paese in provincia di Avellino, con poco più di mille abitanti. Ho scelto di ambientare il romanzo […]

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Libri

Antonella Perrotta, Giuè e la Calabria

“Si chiamava Giosuè. Come il Poeta. Ma non sapeva chi fosse il Poeta.” Con queste parole si apre il primo romanzo di Antonella Perrotta, Giuè (Ferrari editore), dal nome del protagonista. Ambientato negli anni del primo dopoguerra, racconta, appunto, la storia di Giuè Palmitano, giovanissimo contadino nato e cresciuto nelle campagne tra Paola e San Lucido. Terra aspra e dura, ricca di oliveti che scendono verso il mare, accarezzati dal sole scottante e dalla salsedine portata dal vento. Questa l’ambientazione che Antonella Perrotta ha scelto per il suo romanzo, e che lei, nata e cresciuta a Paola, conosce tanto bene da riuscire a trasmetterne l’atmosfera attraverso immagini dal tratto quasi impressionistico. La storia di questo contadino diventa così una delicata e potente analisi dell’ipocrisia, della giustizia mancata, dell’indifferenza ma anche delle diverse strategie che ogni individuo adotta di fronte alle avversità della vita. Giuè. La trama del romanzo di Antonella Perrotta La trama di Giué prende spunto da un caso giudiziario realmente avvenuto nel 1920, ma diventa l’occasione per rappresentare tutte le contraddizioni di questa terra così affascinante e terribile allo stesso tempo. Prima di metterci di fronte all’episodio centrale del romanzo, cioè un omicidio (forse politico) avvenuto durante i festeggiamenti del Primo Maggio 1920 a Paola, l’autrice ci racconta i retroscena di questo piccolo paese tra la costa e i monti, in cui le beghe politiche si confondono e si sovrappongono a quelle personali. Così, nelle prime pagine del romanzo, il lettore viene messo al corrente dei rapporti, ben poco idilliaci, che intercorrono tra Giuè Palmitano, che vuol essere “un’isola che se ne sta per i fatti suoi”, Santino Frangipane, iscritto al  Partito Popolare e proprietario delle terre confinanti con i Palmitano, e Filippo Mastropinto, che era candidato alle elezioni proprio con i popolari e sostenuto dal Frangipane. Tra i retroscena, che la Perrotta riporta con una gradevole coloritura dialettale che li rende ancora più realistici, ritroviamo anche i rapporti tesi che intercorrono tra socialisti e popolari, tensioni che sfociano, durante i festeggiamenti del Primo Maggio 1920, in un omicidio. Qui si apre la parte centrale e più corposa del romanzo, quella che ruota intorno alle indagini per risalire al colpevole dei fatti. Ed è qui che si concentrano tutti gli eventi che avranno un terribile impatto sulla vita di Giuè e della sua famiglia. L’uomo può essere un’isola? Questa è la domanda che scaturisce dalla lettura di Giuè. Il protagonista del romanzo vuole disperatamente esserlo, desidera vivere tranquillo nel suo terreno, con la sua famiglia, i suoi figli e i suoi olivi. Ma, come fa notare Celestina, con parole intrise di saggezza atavica, “pure le isole, anche se non ci vogliono credere, sono terraferma, tali e quali ai continenti, e ai continenti devono rendere conto”. Il sogno di indipendenza di Giuè è, dunque, un’utopia, il desiderio di un uomo puro nel cuore. E proprio la sua purezza si scontra con il mondo, che è formato da continenti che continuamente si scontrano tra di loro, trascinandosi dietro le povere piccole […]

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Comunicati stampa

Killer Loop’s #1, in uscita il nuovo volume di Stefano Labbia

Pubblicato il 12 dicembre dalla LFA Publisher, Killer Loop’s #1 è la nuova graphic novel di Stefano Labbia. Su Eroica Fenice qualche info sul progetto del giovano autore (per saperne di più qui l’intervista). Usa. Giorni nostri. Kimberly (Stuart Whitman) è un trentenne americano. Mestiere: killer prezzolato, ribattezzatosi “punitore” di ogni criminale in circolazione – salvo compenso, ovviamente. Dietro alla sua faccia da bravo ragazzo, al suo pessimo senso dell’umorismo e alla sua ossessione per le citazioni pop, si nasconde un passato sofferto che, da persona “normale” l’ha trasformato in un killer apparentemente senza cuore. Convinto di avere una morale – non uccide né bambini, né donne, né agenti delle forze dell’ordine ed essendo perennemente dalla parte dei più deboli, spesso finisce per cambiare schieramento durante la “missione” – viaggia per il mondo perennemente all’avventura. Ma l’uomo finisce inevitabilmente per pestare i piedi alle persone sbagliate – nella fattispecie il sindacato internazionale criminale Pauraz, complice della morte della sua sorellina Kimberly anni prima. Evento quest’ultimo che ha cagionato la sua trasformazione da persona per bene a killer. Armato della sua Beretta munita di silenziatore e del suo coltello a serramanico, l’uomo dovrà scontrarsi con gli assassini del Sindacato e con i peggiori killer del mondo, attirati dalla taglia che Pauraz ha messo sull’uomo… Killer Loop’S, la storia nata dalla fervida mente di Stefano Labbia Kimberly, ovvero Stuart Whitman: mercenario USA dalla lingua lunga, egli è alle prese con il sindacato criminale Pauraz a cui ha pestato i piedi e che gli sguinzaglia contro quattro-assassini-quattro, abili almeno quanto lui. Non si sa bene come finirà la lotta che gioca al rialzo ad ogni pagina, con ogni dialogo e situazione imprevedibile. Un mondo feroce, dalla tricromia – bianco nero e scala di grigi – accesa che rispecchia bene una storia che definire al cardiopalma è poco. È stato inquadrato nel genere noir – gangster. Gli è stato affibbiato il marchio del pulp… in realtà, Killer Loop’S è anche action, crime e donne. Presente, un po’ in stile Diabolik, con il volto di una donna per ogni storia. Mai vittime, le donne partorite dalla penna di Stefano Labbia, sono vere, reali, sofferenti ma anche tigri pronte a lottare per non perire contro gli uomini che vorrebbero averla vinta su di loro. Donne pronte a lottare per se stesse e per coloro che amano. Donne pronte ad agire/a reagire. Qual è la forza di Killer Loop’S? Un comics che va oltre la rappresentazione grafica perché la storia, di per sé, presenta già elementi vincenti: citazionismo, personaggi efficaci e l’imprevedibilità delle azioni degli stessi che stravolgono la storia ad ogni vignetta, cambiandone spesso direzione ed alzando il tiro ad ogni inquadratura. Un po’ Lupin III, un po’ The Mask, un po’ Ryo di City Hunter a detta dell’autore. Ma anche un po’ Bugs Bunny, un po’ Jigen ed un po’ Deadpool. Anti eroe per eccellenza, Kimberly ha un potenziale incredibile e Killer Loop’S, grazie anche alla resa grafica, si presta benissimo ad una serie animata dedicata […]

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Ricordati di me: il romanzo di Emanuele Bosso

Ricordati di me è il romanzo d’esordio di Emanuele Bosso. Il testo, pubblicato dalla casa editrice GM press e introdotto da una prefazione scritta da Valentina D’Urbano, è «un romanzo che racconta del rapporto complesso tra un uomo che desidera diventare padre e un bambino che non è mai stato un figlio». Ricordati di me: il romanzo e la struttura Attraverso Ricordati di me, Emanuele Bosso più che costruire una trama narrativa – più o meno fitta di azioni, situazioni, contesti diegetici – si dedica, con la sua scrittura, al complesso tessuto delle emozioni umane: trama e intreccio, vicende, azioni e situazioni, infatti, non sono descrizioni dei personaggi, piuttosto intendono farsi voce della “vita” stessa dei personaggi. E allora questi personaggi maturano, crescono, si sviluppano e dalle prime pagine prendono corpo attraverso ciò che caratterizza gli esseri umani: le emozioni. Le emozioni: inevitabile parlarne, e  inevitabile ripetere questa parola, questo concetto, riflettendo sul testo di Emanuele Bosso, poiché è proprio su questa componente umana che il testo si trova sorretto; non a caso, infatti, lo sguardo e l’attenzione ricadono su questa frase all’interno del testo: «[…] eppure adesso sono seduto qui a scrivere […] Ho preferito non chiamarlo “diario” ma “raccolta di emozioni”. Un diario segue il tempo, segna i mesi, scandisce i giorni. Queste pagine invece seguiranno soltanto il cuore e le emozioni». Emanuele Bosso scandisce il suo testo in tre momenti: un “mentre”, un “prima”, un “dopo”: tali elementi si evincono non soltanto dal logico scorrere della storia e dei suoi tempi narrativi: l’autore separa in tre scansioni “fisiche” il passaggio fra i ricordi e le azioni, fra i pensieri e le speranze, fra presente e futuro. E così si palesano gli avanzamenti, le stasi, gli inciampi, in continue oscillazioni e all’interno del complesso, delicato e per certi versi misteriosissimo tessuto vitale emotivo. La lettura scorre veloce, sinonimo di una scrittura semplice ma sicuramente attenta alla delicatissima sintassi delle emozioni, e le sequenze narrative si fanno immagine, “consolidandosi” in un affresco linguistico e verbale che non lascia dubbi sullo spessore interiore, intimo, dei personaggi e sulla loro caratterizzazione all’interno del testo. Un composito mosaico: così, potrebbe definirsi, con un’artistica metafora, la complessa struttura del testo, in cui vicende, azioni, pensieri, emozioni, avanzamenti, ritorni, ripensamenti, si fanno strada, sul percorso tracciato da Emanuele Bosso per il cammino dei suoi personaggi; sullo sfondo, un paesaggio che, forse, si fa anch’esso “personaggio” ulteriore, determinando con la sua forte carica suggestiva gli sviluppi della trama. Ricordati di me: fra vive presenze e dolentissime assenze Nel campionario delle emozioni umane che emerge dalla lettura del romanzo di Emanuele Bosso, ciò che colpisce – fra evidenti e intensissime presenze – è stata sicuramente la presenza in penombra – eppure vivissima nel proprio inesprimibile dolore e profondissimo – della protagonista femminile, Silvia; e chissà se interpretazione personale o volontà autoriale, il ricordo che immediatamente suscita il nome: la Silvia di leopardiana memoria. Un dolore, una felicità che fugge: le emozioni hanno una voce universale, benché […]

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Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia | Recensione

Raffaella D’Elia è nata a Roma nel 1979. Ha scritto Adorazione (Edilet, 2009), Come le stelle fisse (Empirìa, 2014). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui “L’Unità”, “Il Riformista” ed altre. Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, in La terra della prosa. Narratori italiani degli anni Zero (2014), nella riedizione del volume Gruppo 63, Il romanzo sperimentale (2013) per L’Orma, e nell’antologia Con gli occhi aperti (Exòrma, 2016). Ultimo libro dell’autrice, Ritmi di veglia, edito da Exòrma. “Quando è notte e non dorme Ida apre gli occhi, e nel buio il buio diminuisce. Quando è notte e non dorme, Ida sta a occhi chiusi, aperti, si impegna ma la notte fugge via, e lei perde il tempo, rimane indietro. Rimanere indietro è stata sempre la sua più grande abilità, del vizio e della virtù che ciò significa ha sempre faticato a capirne le conseguenze ultime, le prime”. […] La vita concreta per Ida si sviluppa fuori il cerchio magico della concretezza altrui. […] La vita concreta come distrazione, cura del guasto, dall’affanno e dalla fatica estrema della vita. […] Quando di sveste dei panni di danzatrice Ida si cala nel mondo della vita pratica, e sembra arrivare da un posto remoto. Sembra essere sempre stata lì, Ida, nella vita concreta, quando sveste i panni di ballerina. Questa è la sua grazia, la forza e la sua debolezza”. Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia Ritmi di veglia di Raffaella D’Elia più che un romanzo, è una sorta di flusso di coscienza. Protagonista del racconto è Ida, Ida e la danza, la danza che va ben oltre il moto armonioso dei corpi. La danza viene intesa come una sorta di logorio dell’animo, come meditazione, come fuga e rifugio dalla solitudine alla quale la protagonista del libro è incatenata. L’autrice ripete innumerevoli volte il nome Ida, ripete le parole, ci gioca, le fa suonare, risuonare, in modo che la narrazione assuma un ritmo unico, incalzante. C’è Ida: è ovunque e non è in nessun luogo. C’è la danza, la danza di Ida che prende il sopravvento anche nelle vite di chi non ha danzato mai. Un libro da leggere e rileggere mille volte, una sorta di trattato filosofico sull’esistenza umana. Lessico complesso, parole adoperate in maniera geniale, capaci di far comprendere al lettore quanto le parole, appunto, possano portare lontano dal significato spicciolo delle stesse prese singolarmente.

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