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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 971 articoli

Libri

Sunstein: la democrazia nell’epoca dei social

Edito in Italia da Il Mulino, #republic – La democrazia nell’epoca dei social media è il libro di Cass R. Sunstein, docente presso la Harvard Law School, pubblicato nel 2017. «In una democrazia ben funzionante, le persone non vivono chiuse in camere di risonanza o in bozzoli di informazione. Ai loro occhi e alle loro orecchie giunge un ampio ventaglio di temi e idee, e sarebbe così anche nel caso in cui non dovessero scegliere di guardare o ascoltare proprio quei temi e quelle idee». Queste le parole con cui si apre #republic, l’opera di Cass R. Sunstein in cui si spiega perché per il bene del sistema democratico, soprattutto inteso nella sua accezione deliberativa, i gusti, le idee e le emozioni dei cittadini non dovrebbero essere sempre assecondate rispettando il principio della sovranità del consumatore a discapito della sovranità politica. Infatti, per come si presenta oggi, la rete è composta da tante echo chambers (camere dell’eco) all’interno delle quali gli utenti non fanno che riascoltare tutto ciò che vogliono escludendo tesi ed argomentazioni contrarie al loro punto di vista. La crescente possibilità degli utenti-cittadini di filtrare i contenuti e la possibilità dei provider di assecondare le loro preferenze, secondo l’autore, è un problema perché porta ad una crescente frammentazione e polarizzazione della società. Se osservati da una prospettiva economica, tali fenomeni sono naturali dal momento che l’unico e legittimo obiettivo delle aziende private è il profitto. Sarebbe un errore, come riconosce lo stesso Sunstein, accusare Facebook o Twitter di voler rendere l’esperienza del consumatore gradevole dato che massimizzare il suo tempo di permanenza sulle loro piattaforme è ciò che genera un guadagno. Il problema si presenta quando si osserva tutto ciò dal punto di vista democratico. Ricostruendo l’approccio dei padri costituenti americani, Sunstein spiega come alla base del modello democratico rappresentativo ci fosse l’idea di una cittadinanza informata, pronta a dialogare e giungere ad una sintesi. Una forte fiducia nel dialogo razionale che, tuttavia, presuppone la condivisione di informazioni, spazi (virtuali o fisici) ma, soprattutto, discussioni. Anni addietro la maggior parte delle persone si informava tramite quelli che Sunstein definisce come «mediatori dell’interesse generale» cioè quotidiani, riviste, emittenti televisive o radiofoniche che obbligavano le persone a leggere, guardare o ascoltare anche argomenti, punti di vista o persone che non avrebbero altrimenti cercato. A discapito dei mediatori dell’interesse generale, negli ultimi anni si sono affermati i «mediatori dell’interesse particolare» che permettono all’utente di ignorare tutto ciò che non stimola la sua attenzione. Se considerato singolarmente ciò non costituisce un problema e, anzi, è perfettamente ragionevole. Ma se milioni di persone osservano milioni di rappresentazioni diverse della realtà diventerà per loro impossibile riunirsi e discutere razionalmente. Oltre al rischio di non capirsi più a causa della mancanza di un’unica realtà (o di un’unica rappresentazione della realtà) di riferimento, c’è il pericolo di una discussione sempre più polarizzata che in una spirale negativa porta all’emersione di estremismi. Secondo la “dottrina del foro pubblico” elaborata dalla Corte Supreme statunitense, ogni strada o parco […]

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Solo Dio è innocente, un nuovo caso per Gordiani

Giusto in tempo per aggiungerlo ai libri che ci faranno compagnia sotto l’ombrellone, è in uscita per Fazi Editore l’intrigante giallo di Michele Navarra “Solo Dio è innocente”. Il libro aggiunge un nuovo intenso capitolo alle avventure dell’avvocato Gordiani, a cui abbiamo imparato ad affezionarci nel corso della prolifica produzione narrativa di Navarra. Siamo nel cuore della Barbagia Nuorese in un piccolo paese sulle pendici del Gennargentu, Fonni, il paese più alto della Sardegna. In una comunità dove i rapporti sociali sembrano ancora regolati da antichi codici d’onore e arcaiche leggi di prevaricazione e vendetta, l’assassinio a sangue freddo di un ragazzo di quindici anni getta sale sulle ferite ancora aperta di una faida familiare che si tramanda da indefinite generazioni. La morte del giovanissimo Gregorio Rutzu viene da subito ricollegata all’eterno nemico di famiglia Mario Serra, il bastardo, l’assassino. Ad incriminare Mario, ancor più degli indizi dell’ultimo crimine, sono le colpe di tutti quelli che lo hanno preceduto. Mario è un uomo avvezzo al crimine, Mario è un uomo che ha già le mani sporche del sangue dei Rutzu e quando Gregorio viene assassinato davanti agli occhi del fratello Davide, nessuno ha dubbi sul fatto che l’omicidio non sia altro che l’ultima mossa della faida che ha portato già alla morte dello zio di Gregorio e del fratello di Mario. La difesa di Mario viene affidata all’avvocato Alessandro Gordiani, che, ad un passo dal chiudere lo studio romano e godersi le vacanze estive, viene coinvolto in questo caso in cui le colpe sembrano già stabilite senza possibilità di appello. L’avvocato Gordiani si troverà a combattere prima di tutto contro la propria coscienza che gli impedisce di assumere la difesa di persone della cui non colpevolezza non sia ragionevolmente convinto; e Mario non è un uomo a cui si addita l’etichetta dell’innocenza. Nel corso delle sue indagini, Gordiani vedrà ricomporsi tutti i tasselli di un quadro in cui è impossibile segnare una linea retta che separi i colpevoli dagli innocenti; un intreccio di colpe personali e familiari si dipanerà davanti agli occhi dell’avvocato incrinando le sue certezze umane e professionali. Lo sforzo di non accontentarsi della verità processuale bensì di cercare di restituire ai fatti la verità assoluta, è da sempre la convinzione su cui si fonda l’etica professionale dell’avvocato Gordiani. Nel tentativo di costruire la linea difensiva di Serra, Gordiani darà fondo a tutte le sue energie per ricostruire la verità dei fatti e convincere l’accusa, ma soprattutto se stesso, dell’innocenza del suo assistito. Ma la verità che uscirà fuori dal groviglio di colpe che tutti i personaggi si portano dietro sarà una verità piena di ombre, una verità senza assoluzione per nessuno. Con “Solo Dio è innocente” Navarra ci restituisce l’immagine di una Sardegna d’altri tempi, ancorata alle sue origini e sospesa in una dimensione temporale in cui i rapporti umani sono vissuti come rapporti di forza e regolati da leggi ataviche e crudeli. Una dimensione sociale in cui tutto è sacrificabile per la difesa dell’onore e le […]

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Mara Tribuzio e il suo nuovo romanzo: Raccontiamoci

Mara Tribuzio è nata a Bitonto nel 1979. Ha frequentato il liceo classico, si è laureata in Lettere Classiche con ­ indirizzo filologico-linguistico presso l’Università degli Studi di Bari. Successivamente ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento di Lettere presso scuole secondarie di I e II grado e di attività di sostegno per studenti diversamente abili. Oggi è una docente che vive e lavora a Bari. Ha pubblicato nel 2017 il suo primo romanzo Sinestesie e ha vinto diversi concorsi letterari inerenti il genere della novellistica e del racconto breve. Cura un blog personale di letteratura dal titolo Parola alle parole. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è il romanzo di cui vi parlerò. Raccontiamoci di Mara Tribuzio è un viaggio nel patrimonio narrativo della tradizione barese e bitontina, viaggio in cui impareremo a conoscere il califfo Muffarag, di provenienza asiatica, Giovanni l’accalappiacani, Romeo e Giulietta della Bari Vecchia, la Contessa di Bitonto. Storie e personaggi esistiti ed altri frutto dell’immaginazione, descritti in maniera minuziosa, sia grazie all’ausilio di fonti scritte, multimediali e orali a cui ha fatto riferimento l’autrice, sia grazie ad un lavoro di arricchimento svolto dalla Tribuzio al fine di romanzare i protagonisti del racconto, conosciuti da molti grazie alla trasmissione orale delle storie qui descritte. Notevoli le illustrazioni che arricchiscono il testo, la cui lettura risulta scorrevole e piacevole grazie alle notevoli capacità descrittive dell’autrice, che apre il romanzo così: «L’importanza della Storia nella coscienza civica di ogni uomo, nel bisogno di scoperta e riscoperta continua della sua identità, delle radici e del pensiero sociale e politico, è senz’altro indubbia. Non potremmo vivere il presente con il buio spazio-temporale alle nostre spalle. Sarebbe come camminare nel vuoto senza la possibilità di appoggiarci a un sostegno o di percorrere strade certe che scorrano su solide fondamenta. L’uomo stesso è Storia, gli anni che segnano la sua vita sono Storia che prende forma, ma che necessitano di un costante sguardo al passato per una costruzione più consapevole del presente e più coscienziosa del futuro.» Raccontiamoci di Mara Tribuzio Appare così dunque come un tentativo, del tutto riuscito, di far conoscere non solo ai pugliesi storie e racconti magari impressi nella mente dei cittadini di Bari e di Bitonto; storie che meritano però di essere apprese poiché sono fonte di riflessione e analisi profonda. Occorrono le storie, servono i miti e abbiamo bisogno delle leggende al fine di arricchire la nostra humanitas, poiché le storie, che siano esse frutto della realtà o della più totale immaginazione, meritano di essere raccontate, sempre.

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Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne

Costruisci te stesso, i saggi di Michel de Montaigne Michel de Montaigne nacque a Pèrigord nel 1533 e morì a Saint-Michel-de-Montaigne nel 1592. Scrittore e filosofo francese, iniziò lo studio dei classici in tenera età. Studiò presso il Collegio di Guyenne a Bordeaux, successivamente filosofia nella stessa città e diritto a Tolosa. Nel 1554 entrò nella magistratura a Périgueux, divenne poi consigliere del parlamento di Bordeaux. L’avvenimento che segnò profondamente la sua esistenza fu l’amicizia con Étienne de La Boétie, iniziata nel 1558. Dal 1570, ritiratosi nelle sue terre, si dedicò agli studi, alla meditazione e alla composizione degli Essais. Gli scritti di Montaigne sono contrassegnati da un pessimismo e da uno scetticismo rari al tempo del Rinascimento. Citando il caso di Martin Guerre, egli pensa che l’umanità non possa raggiungere la certezza e rigetta le proposizioni assolute e generali. Secondo Montaigne, non possiamo prestare fede ai nostri ragionamenti perché i pensieri ci appaiono senza atto di volontà: non sono sotto il nostro controllo. Perciò, nella Apologia di Raymond Sebond, egli afferma che noi non abbiamo ragione di sentirci superiori agli animali. Costruisci te stesso di Montaigne Costruisci te stesso di Montaigne è un insieme di saggi la cui lettura ci porta a comprendere che, per gli uomini, è quasi del tutto impossibile dare un’immagine di sé definitiva e priva di sfaccettature. Soffermandosi sui ragionamenti operati dall’autore, è possibile rendersi conto del fatto che Montaigne giunge alla più totale perdita di se stesso e prova a venirne fuori operando un’attenta analisi del proprio passato. Ci ritroviamo dunque di fronte alla composizione di una sorta di puzzle letterario, in cui l’autore prova a raggiungere una totalità in cui ogni pezzo funge da incastro per l’altro che si andrà ad inserirgli accanto. Montaigne analizza a fondo le esperienze basilari della vita di ogni essere umano: la vita coniugale, l’amore, l’amicizia, il rapporto tra padri e figli, il ruolo delle abitudini nella vita dell’essere umano. Costruisci te stesso di Montaigne è un tentativo di operare una sorta di controllo sulla nostra esistenza, nonostante ciò sia del tutto impossibile, alla luce del fatto che non possiamo dominare le nostre vite. “Siamo nati per cercare la verità, il possederla spetta a un potere più grande. Essa non è nascosta nel fondo degli abissi, ma piuttosto innalzata ad altezza infinita nella conoscenza divina. Il mondo non è che una scuola di ricerca. Non è importante chi raggiungerà la meta, ma chi farà la corsa più bella. Può fare lo sciocco sia chi dice la verità sia chi mente. È importante il modo, non i contenuti”.   Fonte immagine: ufficio stampa.

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Il nome della madre, il nuovo romanzo di Roberto Camurri

Recensione de Il nome della madre, il secondo romanzo di Roberto Camurri pubblicato da NN Editori il 28 maggio di quest’anno. Roberto Camurri, breve biografia È nato nel 1982 a Fabbrico, a detta sua; “un paese triste e magnifico di cui è innamorato forse perché è riuscito a scappare“. Attualmente vive a Parma ed è sposato con Francesca con cui ha una bambina. Lavora per una cooperativa sociale che ha a che fare con la disabilità mentale e che lo ha aiutato molto nel tentativo di eliminare ogni tipo di giudizio, nel suo pensiero e nel suo modo di trasporlo nei racconti che scrive; è così che ha elaborato il suo primo romanzo A Misura D’Uomo, con cui nel 2018 vince il Premio Pop e il Premio Procida. È stato tradotto in Olanda ed è in corso di traduzione in Spagna. Il nome della madre è il suo secondo romanzo. “Il mio avvicinarmi alla scrittura ha un inizio particolare, ero in terza elementare e la maestra ci aveva detto di fare un tema a piacere e, dopo aver scritto quattro fogli protocollo, mi son detto che scrivere era la cosa più bella del mondo”. È un autore giovane, dall’animo sensibile, che osserva e ascolta le svariate realtà che lo circondano ma che con grande sensibilità riesce a portare alla luce storie di una straordinaria bellezza. Il nome della madre, recensione Questo romanzo è uscito il 28 maggio 2020 per NN Editore. E’ una storia familiare, intima ma profonda, che attraversa la vita di Pietro, figlio di Ettore, dalla corsa in ospedale quando si sono rotte le acque, il suo primo pianto, l’odore della pelle del neonato, ai primi gemiti infantili, fino all’abbandono della madre che senza spiegazioni se ne va. Ettore non lo accetta, aspetta un suo ritorno, la cerca nei ricordi, nei lineamenti del figlio che le assomiglia così tanto, ma nel frattempo Pietro cresce; “hai le labbra tutte screpolate, gli aveva detto la maestra a scuola durante l’intervallo. Sono cose che vede una mamma, gli aveva detto.” In quel pesino; Fabbrico, le loro vite scorrono in quelle righe malinconiche e pensierose, alla ricerca di un sentimento perduto, del loro essere, tra la vita di campagna lenta e faticosa, nei campi verdi e i pascoli, sognando quella di città, verso un futuro diverso ma sempre vuoto, perché lei non c’è . Pietro sente un conflitto con quel paese, con il padre, con il mondo che non capisce e con la voglia di scoprirlo; “Sente gli odori freschi di quell’estate, dell’erba appena tagliata che riesce a entrare perché sta guidando piano, senza la voglia di tornare a casa, “l’odore di una stalla che gli penetra nelle narici e gli fa grattare il naso”. Nel rapporto difficile con il padre e con se stesso arriva uno spiraglio; Miriam. La ama ma non sa come affrontare quei sentimenti, non li comprende, lei lo rassicura ma l’animo di Pietro è inquieto sempre alla ricerca di quella figura oscura, ignota a cui vorrebbe dire tante cose; […]

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Riccardino: recensione dell’ultimo Montalbano di Camilleri

A un anno dalla morte di Andrea Camilleri la sua storica casa editrice Sellerio dà alle stampe Riccardino, l’ultima avventura del commissario Montalbano. La nostra recensione di Riccardino “Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliari sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi ammatula dintra al letto.” È questo l’incipit dell’ultimo romanzo di Andrea Camilleri, Riccardino, scritto tra il 2005 e il 2006 e poi rivisto una decina d’anni dopo dal suo autore che, nel 2016, volle ridare un’occhiata a quella geniale lingua sicula creata nell’altrettanto inventata cittadina di Vigata. Nell’introduzione curata dalla casa editrice Sellerio, vengono svelati i retroscena della stesura di Riccardino a mo’ di preambolo alla lettura del romanzo. È con questo spirito che viene ripercorsa la “quarantennale avventura di amicizia, di libri, di lavoro, di divertimento, iniziata nei primi anni ’80”, quando Andrea Camilleri – allora regista teatrale e docente all’Accademia d’Arte drammatica “Silvio D’Amico” a Roma – consegnò a Leonardo Sciascia un faldone di documenti su una “Strage dimenticata avvenuta a Porto Empedocle nel 1848“. Sciascia studiò le carte ricevute e se ne appassionò a tal punto che non volle limitarsi a scriverne una cronaca, bensì propose allo scopritore dell’interessante vicenda locale, ripescata dal lontano passato, di raccontarla a modo suo, impegnandosi a sostenerne la successiva pubblicazione. Un’avventura che in tal modo ha segnato sia l’avvenire di Andrea Camilleri e del suo futuro di scrittore quanto il successo e il destino tout-court della casa editrice palermitana, fortemente legata al “Tiresia di Porto Empedocle” e indimenticabile creatore del commissario di Vigata. «Ancora un momento, Montalba’»: il continuo “dialogo tra le righe” tra il creatore Andrea Camilleri e la creatura Salvo Montalbano Gli affezionati lettori di Camilleri, nonché sostenitori del commissario Montalbano, non potranno non inforcare gli occhiali della malinconia nel leggere questo “romanzo di congedo”, dove il titolo stesso, inizialmente scelto dal Maestro come provvisorio, suona come un’invocazione che risuona dell’eco del definitivo. Così succede con la tastiera di un pianoforte, dove tonalità deboli danno armonia alle note forti e tutte sono inevitabilmente necessarie per una composizione in grande stile. Rispetto alla solidità di altre creazioni letterarie di Camilleri, la trama di Riccardino sembra infatti deboluccia. Montalbano riceve una telefonata per errore dopo una notte insonne e a comporre il numero è la vittima prossima e ventura, un uomo che si rivelerà poi “un mandrillo” ed è contorniato da tre amici così stretti da esserlo fin troppo, sino all’inevitabile gioco di specchi e sospetti che daranno corpo e piega all’indagine, leggermente “sottotono” rispetto ai ritmi narrativi a cui il Maestro aveva generosamente abituato i suoi fedeli lettori. Ci sono parole magnifiche, destinate a far parte dell’alfabeto camilleriano come di quello italiano: «mammalucchigna» per dire «magica», o «’nturciunata» per rendere tutto il complesso senso del contorto. Ma a spiazzare sono le incursioni del Camilleri eterno ammiratore del conterraneo Pirandello e dei suoi personaggi in cerca d’autore: vi è un Andrea che di continuo “parla” col suo Salvo, lo bacchetta […]

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Il romanzo della rosa. Storie di un fiore raccontate da Anna Peyron

Recensione del saggio di Anna Peyron Il romanzo della rosa. Storie di un fiore Anna Peyron è la vivaista fondatrice del Vivaio Anna Peyron a Castagneto Po, specializzato nella coltivazione di fiori, soprattutto rose antiche e botaniche. Proprio alla rosa, che, nelle parole del curatore della prefazione Ernesto Ferrero è “una lente attraverso la quale si può mettere a fuoco la storia del mondo“, è dedicato il saggio Il romanzo della rosa. Storie di un fiore, uscito nel mese di giugno per Add editore. Attraverso la rosa, un fiore dalle mille incarnazioni e personalità, che di volta in volta assume nomi e tratti simbolici di un’epoca, è possibile ripercorrere la grande storia negli snodi in cui questa s’intreccia con la storia del fiore. Nelle pagine del saggio di Anna Peyron – che è romanzo perché vi compaiono, comparse o protagonisti, come Giuseppina Bonaparte, innumerevoli personaggi – il lettore scoprirà tratti inediti dei grandi nomi della storia: la passione della moglie di Napoleone, Giuseppina Bonaparte, e la sua grandissima competenza nella coltivazione delle rose, nell’ibridazione e nel collezionismo di rose e piante rare, donate all’imperatrice dallo stesso Napoleone, che si appropriava di queste rarità durante i suoi viaggi, tali da rendere il maestoso giardino della Malmaison, la residenza dell’imperatrice, un modello sempre più imitato nell’alta società, al punto che, caduto l’Impero, vi sopravviverà il gusto per i giardini e per la coltivazione delle rose sovra ogni altro fiore, simbolo di potere, bellezza, purezza ed eleganza non soltanto presso l’aristocrazia e l’alta borghesia europea, ma anche presso gli strati meno agiati della popolazione, dove la rosa, vero e proprio lusso, assurgeva a simbolo di una sorta di comunanza di gusti e d’interessi -e dunque un tratto di ricercatezza- con i nobili, un modo per sentirsi parte di quel mondo patinato, di quella società. Attraverso personaggi e luoghi diversi, dalla Francia, all’Inghilterra, fino alla Cina alla Russia e alle Americhe, inseguendo la scia del profumo della rosa, Anna Peyron ricostruisce, dall’Ottocento ad oggi, la storia della passione per la coltivazione di rose, una passione che ha radici ben lontane (difatti della bellezza e della purezza della rosa ci parlano le fonti letterarie fin dai tempi di Omero) e che conoscerà il suo picco in Europa grazie alla figura di Giuseppina Bonaparte, vera e propria mecenate di artisti e uomini di scienza cui si devono varietà di rose apprezzate ancora oggi. Un saggio ben scritto, ricco di ritratti inediti di uomini e donne della grande storia, di luoghi, di profumi e di curiosità, che ripercorre, come nelle tappe di un romanzo, senza ricorrere ad un uso eccessivo di tecnicismi -il che rende il romanzo godibile anche per chi non fosse un esperto in materia-, le tappe della storia della rosa, protagonista indiscussa dei giardini di ogni tempo, nelle sue mille, profumatissime e coloratissime varietà. Un saggio-romanzo che adoreranno tutti coloro che si lasciano sedurre dalla poesia senza tempo di una rosa. Immagine copertina: ufficio stampa

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Nemo, il nuovo volume degli Straordinari gentlemen

Bao Publishing ha pubblicato lo scorso febbraio Nemo, il nuovo volume facente parte della saga de La lega degli straordinari gentlemen. Per coloro il cui titolo non dice nulla, La lega degli straordinari gentlmen è una delle più celebri saghe fumettistiche nata dalla mente di Alan Moore (From Hell, The Killing Joke, Watchmen) e illustrata dal fumettista Kevin O’Neill. Protagonisti di questa serie sono tra i più celebri personaggi della letteratura di fine ‘800 e inizio ‘900, riproposti in chiave supereroistica: Il dottor Henry Jekyll, l’Uomo Invisibile e il Capitano Nemo, giusto per citarne alcuni. Dopo i primi tre volumi dedicati alle vicende principali della lega, Bao Publishing ne pubblica un quarto con all’interno un ciclo di tre storie che Moore e O’Neill dedicano a Janni Dakkar, la figlia del capitano Nemo di cui prende anche il comando del mitico sottomarino Nautilius. Le storie sono state tradotte da Michele Foschini e sono fedeli al formato dell’edizione inglese/americana. Nemo, trama delle storie Le storie seguono un preciso ordine cronologico, che va dagli anni ’20 agli anni ’70 del secolo scorso, e che vedono il capitano Jenni (il secondo Nemo) raccogliere l’eredità paterna in una serie di avventure dove lei e i suoi compagni si ritrovano a fronteggiare una serie di minacce tutte collegate ad Ayesha, immortale sovrana del regno di Korr che mira al controllo del mondo. Cuore di ghiaccio porta Janni e il suo equipaggio in una spedizione in Antartide nel 1921 alla ricerca delle “Montagne della follia”, di cui il Capitano Nemo ha scritto nei suoi diari. Oltre a doversi confrontare con alcuni avventurieri/sicari mandati da Ayesha, Janni e i suoi devono anche fare i conti con perturbanti e mostruose visioni degne del miglior romanzo gotico. Le Rose di Berlino ci trasporta nel 1941, nella Germania nazista. Qui Janni e il marito Broad Arrow Jack devono salvare la figlia Hiri e il genero tenuti prigionieri dal dittatore Hynkel (chiamato come l’omonimo personaggio de il Grande Dittatore di Charlie Chaplin) e dai suoi seguaci che Alan Moore rimodella dal cinema espressionista tedesco, come il dottor Caligari e l’androide di Metropolis di Fritz Lang (proprio a questo film si rifà l’architettura tecnologicamente mostruosa della Berlino immaginata dai due autori, mescolata a visioni propagandistiche prese da Orwell). A chiudere il ciclo è Fiume di Spettri, ambientata nel 1975. Un’anziana Janni viene visitata dagli spirti dei suoi compagni di viaggio e parte per un’ultima missione nel Rio delle Amazzoni, con l’obiettivo di cancellare per sempre la minaccia di Ayesha che, in mezzo a una foresta, ha riunito attorno a sé alcuni scienziati tedeschi che hanno costruito un esercito di androidi femminili e alcuni di essi hanno le stesse sembianze della regina. Una spirale di citazioni e inquietudini Le storie raccolte all’interno di Nemo non vanno concepite come una lettura da affrontare a cuor leggero. Del resto Alan Moore, come gli appassionati di comics ben sapranno, è una fucina vivente di idee e di rimandi a tutto lo scibile che la cultura umana abbia […]

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Cascasse il mondo, il primo entusiasmante romanzo di Maria Cristina Maffeis

È Cascasse il mondo, il libro d’esordio di Maria Cristina Maffeis, edito da Rizzoli editore, vincitore del Premio Angelo Zanibelli Leggi In Salute 2019. Cascasse il mondo: la trama Nella vita di una donna le amiche sono fondamentali. Titti lo sa bene e infatti, “cascasse il mondo”, non rinuncerebbe mai agli incontri con le sue compagne di avventure. Lei è lo spirito libero del gruppo, quella che affronta ogni circostanza con l’energia di un vulcano e il sorriso pronto. Poi ci sono loro: Ndidi, la chirurga, razionale e cinica; Adriana, l’insegnante dall’animo inguaribilmente romantico; e infine Irma, che di mestiere è psicologa e di soprannome è “la Dolce”. I loro problemi sono quelli di tutte le donne ma tra maschi incapaci, parenti a dir poco eccentrici e animali domestici un po’ matti, ce n’è uno più grande degli altri, un dramma che le accomuna e le spinge a restare unite per darsi forza e speranza. Il romanzo inizia con una gioviale descrizione di un giorno comune. Il bar è un luogo di incontri, e ancora di più, nel romanzo della Maffeis è il posto dove le cose più straordinarie della vita arrivano a compiersi. Un giorno comune, si trasforma in un evento straordinario, quando per l’appunto, Titti, la voce narrante della storia, incontra quelle che saranno le sue migliori amiche di sempre. I personaggi della storia nata dalla penna di Maria Cristina Maffeis appartengono alla schiera delle “ragazze della porta accanto”, ma con qualità straordinarie. Con la storia di Ndidi, si assiste all’emancipazione femminile dove una donna, straniera, è chirurgo. La donna indaga gli argomenti più ostici legati alla fine di un’unione coniugale, ma soprattutto il lettore, attraverso la sua storia, compie un breve viaggio nella storia del “razzismo”. E di come una persona di colore, ogni giorno, pur vivendo in Italia stabilmente, debba imbattersi in preconcetti di razza e frasi infelici. Ndidi, all’interno della narrazione, sembra rappresentare l’impeto e il femminismo, ma anche la durezza, la stessa corazza che diventa burro fuso sotto la pressione di un gesto d’affetto. Con Irma, ci la narrazione è quasi opposta alla storia precedente. Irma è una donna che ha preso le sue scelte sentimentali, senza subirle, è un animo in continua metamorfosi, che ha fatto della sua professione un trampolino di lancio per vivere efficacemente la sua esistenza. Adriana è la più impacciata del gruppo, si potrebbe dire un elefante selvaggio che sogna di essere una farfalla, e per certi aspetti, ci riesce. Attraverso la sua vita, il romanzo indaga un aspetto sociale dei giorni nostri: la precarietà dell’insegnamento. Pur apprezzando la sua professione, la donna, in alcuni momenti, sembra essere insofferente all’instabilità del suo lavoro. L’altalena delle emozioni, sembra spingerla in un tumulto di eventi e risposte, che prende il nome di distimia. A dare elettricità alla storia di sottofondo, è senz’altro la voce narrante del libro stesso: Titti, una donna dai capelli rossi, la cui vita è continuamente sotto la spinta feroce degli eventi. La donna è divisa tra il […]

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I Tredici: esordio vincente per Irene Lorelai Visentin

I Tredici: recensione della raccolta di racconti di Irene Lorelai Visentin, pubblicati da Segreti in Giallo Edizioni I racconti di Irene Lorelai Visentin, riuniti nella raccolta “I Tredici” e pubblicati il 17 aprile dalla casa editrice Segreti in Giallo Edizioni, sono stati una piccola catarsi. Strano potrebbe sembrare accostare questo processo ad un libro horror ma non si può evitare di definirlo così. E si può associare anche altro: poesia. Catarsi e poesia: vi chiederete perché. Tredici racconti. Tredici protagonisti, ciascuno dei quali dà titolo ad una vicenda. Tredici tagli di traverso nell’esistenza umana che sono altrettanti scavi, crepe nella quotidianità che, per un attimo, il tempo della lettura, diventano bagliore. Di autenticità. Di crudezza. Di sincerità. Sfogliando le pagine del libro, entriamo nelle vite di Anita, Magda, Alessandro, Efrem, Sara, Enrico, Violante, Carola, Riccardo, Tommasino, Marco, Dania e Rebecca ma, quando chiudiamo il volume, sono loro che ci avranno risucchiati nel loro mondo. Questo perché, imparando a conoscere poco a poco le loro storie, scarnificate da un’autrice la cui penna è spietata nel suo sezionare realtà ed irrealtà, inevitabilmente, se un po’ di onestà ci appartiene, non possiamo non riconoscere in esse un riflesso, seppur minimo, della nostra anima, un frammento, un richiamo. Questo è stato il pregio più grande della Visentin: aver creato racconti in cui il “mostro” non è qualcosa di demoniaco da vincere, eliminare; al contrario, giace silenzioso nelle esistenze delle persone comuni. Ognuno dei personaggi conduce una vita normale, persegue obiettivi normali ma combatte, internamente, con la propria ossessione, che nei racconti trova un pretesto, un momento di svolta attraverso cui esprimersi in maniera così potente e dirompente da liberare infine il “mostro” che distrugge il personaggio stesso dall’interno. Perché tutti noi le vere angosce, le inquietudini più malsane e incontrollabili le releghiamo in un angolo recondito della nostra mente e reclutiamo la ragione per tenerne serrata la porta. A spranghe. Col doppio lucchetto. E poco a poco dimentichiamo che esistono. Che fanno parte di noi. Abbiamo paura di chi potremmo essere. Abbiamo paura di cosa potremmo fare… e provare. Quindi, creiamo mostri esterni dalle caratteristiche più enfatizzate possibili, abbracciando troppa fantasia da rasentare il grottesco, troppa carneficina da corteggiare lo splatter. Ma il vero horror, quello profondo, quello lacerante, è quello che ha terreno fertile nella nostra psiche. E questo Irene Lorelai Visentin lo ha perfettamente capito e con i suoi Tredici ne ha fatto omaggio ai lettori. Un regalo che è anche una provocazione, una proposta di fare un viaggio nell’intimità dei suoi personaggi, e nel proprio Sé, per scoprire quanto trafitti usciremo dopo la lettura, quanto rinati. I Tredici di Irene Lorelai Visentin: la catarsi dopo l’abisso Con la lettura di queste storie, ad ogni personaggio e ad ogni lettore sembra quasi venga donata la possibilità di rinascere attraverso le vicende de I Tredici e di riscoprire quell’Io che spasimiamo di incontrare, di conoscere, forse per la prima volta. Perché I Tredici è, soprattutto, rivelazione. La Visentin riesce a restituire tutto questo […]

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