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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 627 articoli

Libri

“Nugae” di Marika Addolorata Carolla: le piccole cose da non sottovalutare

Vedono la luce su carta stampata per la prima volta nel dicembre 2016, nella collana “Gli emersi” della Aletti Editore, ma nascono molto tempo prima dall’esigenza di esprimere se stessi, nella versione più vera possibile: sono i versi della raccolta di poesie Nugae di Marika Addolorata Carolla. Immediatamente la memoria corre ai banchi di scuola, alle Nugae (dal latino, letteralmente “cosucce”) di Catullo, le sue ”cose da poco” che la letteratura non ha mai sminuito. Sono poesiole che parlano d’amore, del fascino di Lesbia e della passione per la vita. Sono sciocchezze dal valore inestimabile. Sono i dettagli che mettiamo a tacere. Così le Nugae di Marika Addolorata Carolla. Marika Addolorata Carolla e le Nugae in cui riconoscersi “Credo nel sentire e dare importanza a quella voce che arde nel mio cuore che mi spinge a lottare a dirmi che non è mai troppo tardi. Non posso fermarmi, permettere la caduta sarebbe la fine.” Recitano i primi versi della poesia Di notte, svelando la tensione a cui la penna dell’autrice gira intorno. La beneventana Marika Addolorata Carolla è nata nel 1995, ancora una studentessa universitaria e già costruttrice del suo futuro: tra la timidezza delle prime volte e lo sguardo agli anni che verranno, queste Nugae sono la voglia di crescere e la paura di non essere all’altezza, sono lo stupore delle cose nuove e l’abitudine alle cose belle. “Non rubare nulla se non sei capace di restituire”, recita il componimento dal titolo che parla da sé: Amore. Una poesia che è anche preghiera di chi cerca il suo equilibro e lo trova nel più antico dei sentimenti: tra le “cosucce” con cui entriamo in contatto ogni giorno, i cuori degli altri occupano il primo posto. Il cuore è l’occhio con cui scandiamo i colori di ogni cosa, è il filtro di cui aver cura, è la piazza in cui si scambia il male e il bene. L’amore è il filo conduttore della vita, men che meno lo è di queste poesie. Che sia nascosto dallo sconforto, vestito di malinconia, ferito dalla cruda realtà dei nostri tempi in cui sembra che lo spazio riservato ai sogni sia ora occupato dalla fretta dell’apparire, l’amore è una costante ricerca. L’amore ci ricorda che al mondo non si sta mai troppo stretti per sognare. Tra le incertezze del presente e le insicurezze del futuro, Marika dà voce al silenzio a cui i vent’anni condannano i dubbi e i perché. Come esorcizzare le ansie dei primi passi nel mondo se non scrivendone, se non trasformandole in poesia? E come negare che sia proprio l’essere donna, l’essere giovane ed empatica, il canale da percorrere per arrivare a creare poesia?  “Eppure in questo cumulo di “Non” qualcosa riesce a far resistere ciascun individuo alla quotidianità. È un sentimento cieco, forte, alle volte doloroso, difficile da gestire. È la ninfa vitale si chiama: Amore.“ Così si chiude Voglia di un senso, la poesia che a sua volta conclude la raccolta e insieme il cammino che il lettore […]

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La scrittrice del mistero di Alice Basso: Vani Sarca deve fare una scelta importante

“La scrittrice del mistero” è l’ultimo libro di Alice Basso, autrice di “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” (2015), “Scrivere è un mestiere pericoloso” (2016), “Non ditelo allo scrittore” (2017) e il racconto natalizio “La ghostwriter di Babbo Natale” (2017), tutti editi dalla Garzanti. Protagonista di tutte le sue opere è Vani Sarca, all’anagrafe Silvana Sarca, che di lavoro fa la ghostwriter presso una casa editrice di Torino, in pratica scrive libri per conto di altri. Di fatto, “fa il lavoro sporco” e gli altri firmano. Vani si contraddistingue per tre caratteristiche: la grande cultura- acquisita anche grazie al lavoro che svolge, l’animo dark-le piace vestirsi di nero e ha un’indole decisamente asociale, l’empatia: malgrado sia di fatto sociopatica ha il dono di capire al volo gli stati d’animo altrui.  Proprio per questa sua capacità, da qualche tempo Vani collabora con la polizia, in particolare con il commissario Berganza che sembra il protagonista dei romanzi noir degli anni Trenta, con l’impermeabile grigio e una sigaretta fissa agli angoli della bocca. “La scrittrice del mistero”, la sinossi Ci sono molte novità nella vita di Vani: un nuovo amore (eh si, è dura ammetterlo ma Vani è proprio innamorata!), un caso di stalking che vede come vittima il suo ex Riccardo, una separazione (finalmente sua sorella Lara ha deciso di rifarsi una vita). Dulcis in fundo, Vani dovrà fare una scelta di vita molto importante che ha a che fare con il suo lavoro di ghostwriter. A Vani viene chiesto di scrivere un bestseller per conto di un autore “americano”, vecchia conoscenza di Enrico, il suo datore di lavoro. Nel frattempo, a Riccardo, suo ex fidanzato che finalmente si è rassegnato a volerla riconquistare, stanno arrivando strani messaggi intimidatori: qualcuno minaccia di fargli del male, così il commissario Berganza e Vani si adoperano per trovare il responsabile tra le persone che hanno sofferto per causa sua (e non ne sono poche!). La sorella di Vani, Lara, ha finalmente deciso di lasciare suo marito Michele, padre dei suoi figli Walter e William e che, negli anni, non si è certo contraddistinto per sensibilità e amore verso la sua famiglia.  Infine, la sua “figlioccia”, Morgana, una ragazzina che abita nel palazzo di Vani e che da quando era bambina, la prende come modello, è alle prese con le prime esperienze amorose. “La scrittrice del mistero” di Alice Basso, considerazioni “La scrittrice del mistero” non delude le aspettative dei lettori. Come le altre opere di Alice Basso, ha una scrittura fluida, coinvolgente, leggera al punto giusto.  Si legge con estremo piacere. Vani Sarca è un personaggio arguto, simpatico (malgrado tutto!) ed estremamente intuitivo. Anche gli altri personaggi, ben descritti, sono ben caratterizzati e, soprattutto sono in evoluzione, come Lara, la sorella “superficiale” di Vani. Carina è anche la descrizione di questo riavvicinamento tra le due sorelle. Altamente consigliato.

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All’inizio del settimo giorno di Luc Lang per Fazi Editore

Finalista del premio Goncourt, All’inizio del settimo giorno di Luc Lang è stato pubblicato il 10 maggio a cura della casa editrice Fazi. Complesso e articolato tanto nella struttura quanto nei contenuti, questo romanzo francese si presenta, a prima vista, come un thriller psicologico ma, procedendo nella lettura, assume sfumature ben più articolate. Il thriller si trasforma, quindi, ora in epopea familiare, ora in un romanzo di ricerca delle proprie origini e della propria identità più profonda. Punto di partenza e filo conduttore del romanzo è il dolore. L’intera vita di Thomas, personaggio centrale e multiforme, sembra attraversata da dolori antichi, risalenti all’epoca in cui, ancora bambino, viveva con un padre assente e una madre succube di quest’ultimo. A questo dolore, si sovrappone quello, ben più recente, legato ai ventotto giorni di coma dell’amata Camille, che da quel coma non si risveglierà più. Proprio la morte della moglie, spinge Thomas a cercare le proprie radici, e a intraprendere un viaggio che lo condurrà in luoghi remoti alla ricerca delle proprie radici. All’inizio del settimo giorno di  Luc Lang, la trama All’inizio del settimo giorno si presenta suddiviso in tre parti, in cui domina la figura di Thomas Texier: sebbene egli non sia l’unico protagonista delle tre sezioni, è in realtà l’elemento che crea un collegamento tra di esse. Nella prima parte facciamo la conoscenza di Thomas, uomo di successo, marito devoto di Camille, padre amorevole di Anton ed Elsa, fratello minore di Jean e Pauline. Una notte, una telefonata della polizia lo avverte che Camille ha avuto un incidente mentre guida a velocità sostenuta lungo una strada secondaria ben lontana da quella che porta a casa. Camille è in coma e l’auto distrutta. Pensieri vorticosi attanagliano la mente di Thomas: che cosa faceva Camille in auto da sola in quella zona sconosciuta? Chi doveva incontrare? La seconda parte si apre con Thomas che percorre sentieri impervi delle montagne dov’è nato, i Pirenei. Sono passati alcuni mesi dall’incidente di Camille e dalla sua morte. Il protagonista con i figli è in visita dal fratello Jean che, al contrario di Thomas, ha scelto di restare ancorato alle tradizioni di famiglia, diventando un pastore. In questo ambiente idilliaco, lontano dal trambusto cittadino, il protagonista del romanzo intraprende una serie di escursioni alla riscoperta della natura e del proprio vero io, ormai sopito da tempo. Durante la permanenza sui Pirenei, infatti, Thomas si ritroverà a pensare a eventi che, nascosti in un cassetto in fondo alla sua memoria, aveva cercato di cancellare: ripenserà alla morte del padre in un incidente in montagna, alla sua infanzia, alla fuga della sorella Pauline. Proprio Pauline è il nodo centrale della terza parte, ambientato in Africa, dove quest’ultima vive e lavora da anni. In contatto con questo mondo lontano e totalmente differente, le prospettive di Thomas mutano radicalmente. Proprio in Africa, grazie anche al contatto quotidiano con la fame e la miseria, decide di dare una svolta alla sua vita e cercare un lieto fine. Considerazioni finali A primo acchito All’inizio […]

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L’animale femmina di Emanuela Canepa, Einaudi Editore

L’animale femmina di Emanuela Canepa è il primo romanzo della bibliotecaria, romana d’origine e padovana d’adozione. È edito da Einaudi e ha raggiunto un grande successo, oltre al conseguimento, assegnato all’unanimità, del Premio Calvino 2017. Il romanzo è un’indagine, profonda, dell’animo umano, apparentemente suddivisa in una classificazione di genere ma così unita nella sua fragilità. L’enorme pregio è infatti quello di poter seguire l’evoluzione di una ragazza che tenta di diventare donna e che, per farlo, è costretta a minare le certezze di una semplicità al maschile. L’animale femmina di Emanuela Canepa: di prigionia in prigionia Rosita Mulè è una ragazza di ventisei anni, costretta a migrare dalla provincia di Caserta a Padova, per realizzare il suo sogno: diventare medico. Nella sua terra natìa era perennemente ostacolata dalle premure e dalle eccessive attenzioni di una donna di vecchio stampo, la madre, convinta che la sua istruzione fosse solo una perdita di tempo. Il distacco non avviene senza dolore e ogni giorno Rosita ne porta il peso come un senso di colpa. D’altronde il resto della sua vita non va certamente come sperava: è al settimo anno di università, indietro con gli esami, incastrata in un lavoro full-time senza prospettive e possibilità di dedicare tempo allo studio e in una relazione senza sbocchi, con un uomo sposato. Tutto sembra cambiare, nel punto di maggiore crisi della sua vita, quando è sul punto di mollare tutto. Dopo un gesto di disinteressato altruismo entra nella vita di Rosita un settantenne molto particolare. All’inizio cerca di convincersi che questa opportunità sia una benedizione, ignara del fatto di starsi infilando in una nuova gabbia, seppur dalle sbarre dorate. L’animale femmina di Emanuela Canepa è la dimostrazione che uomini e donne, quando si tratta di sentimenti, sono un unicum. Probabilmente cambia il modo di processare gli eventi, ma all’amore, all’orgoglio, alla gelosia, alla paura e all’impazienza non si comanda. È la dimostrazione che gli stereotipi esistono ma non è detto che ogni individuo ne sia la rappresentazione vivente: ognuno è fatto di molteplici sfumature e deve solo scoprire fin dove arrivano i propri limiti. E superarli.

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Maria Franzè e fili sottili del vissuto in “Le donne, i bambini e la guerra”

“Le donne, i bambini e la guerra”, edito da GM Press, è il  nuovo libro di Maria Franzè, classe ’69. Il testo sarà, inoltre presentato il 26 maggio presso Ex Circuì di Roma (Via della Vetrina, 15). Leggendo il libro di Maria Franzè ci si rende subito conto di come i destini così variegati dei personaggi che abitano il romanzo siano legati dalle esperienze sottili che “accadono” inevitabilmente. Sembra esserci un filo piccolissimo che tiene insieme tutte le storie inserite nel solco del cambiamento. “Le donne, i bambini e la guerra”, è diviso infatti in diverse sezioni nelle quali ci sono punti di vista e situazioni differenti, e anche la scrittura cambia. Ad una prima impressione, risalta subito la caratteristica del testo in forma epistolare, quale strumento fondamentale di spontaneità e privo di artifici retorici (inutili) che altrimenti andrebbero a scalfire quel bisogno di autenticità che si ha quando si vuole raccontare qualcosa senza veli. L’importanza della scrittura nel romanzo di Maria Franzè è centrale, perché è ciò che unisce la distanza fisica, ad esempio tra due sorelle, come Clelia e Vittoria, ed è ciò che dovrebbe chiarificare una scelta, come nel caso dei genitori di Marta. Inoltre la scrittura, anche quando non è in forma epistolare, è capace di portare il peso delle immagini di un’infanzia negata a causa della guerra come nel caso di Sven, o del piccolo Mile. La forza del libro inoltre risiede nelle figure femminili che mostrano una forza disarmante, specialmente in situazioni particolarmente dure da affrontare da sole. Ad esempio le due sorelle Clelia e Vittoria, echi di una generazione precedente, mostrano di saper vivere nella delicatezza dei campi a San Nicola, trovando vigore nella forza materna. Inoltre accettano il cambiamento con grande maturità e consapevolezza, affidando alle lettere un sentimento fortissimo che le legherà per tutta la vita nel ricordo e nell’innocenza. L’amore per la famiglia, e l’attaccamento al destino “capitato” è così forte per la trasmissione del “codice morale” di mamma Angela, che insegna alle figlie soprattutto di essere autosufficienti: “L’omini nun sannu e nun ponnu stari suli, ‘na fimmina sì: sapi lavari, cucinari e cusiri e puru lavurari inta i campi, si voli” [1]. Al contrario, la situazione raccolta nella parte centrale del libro, propone le immagini di un’altra guerra. Prima i conflitti mondiali, la povertà, l’emigrazione forzata, le famiglie distanti, e la pazienza, come nel caso di Clelia e Vittoria. In seguito sono mostrate immagini di famiglie che vivono una guerra intestina nella stessa casa, in cui una moglie deve trovare il coraggio di giustificare il marito violento e amarlo per ogni calcio nello stomaco. Solo dopo, una volta raccolto tutto il coraggio e la consapevolezza, Sara decide di scrivere una lettera al marito Giovanni in cui decide di lasciarlo. Ecco un’altra figura dalla femminilità intensa, con lo stesso spirito di Vittoria, Clelia, e di Jovanka. Un altro conflitto: la famiglia “Non è il legame di sangue che definisce una famiglia, ma l’amore”, scrive in una lettera al padre la […]

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De Magistris a Telese per raccontare la sua “Città ribelle”

Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli, mercoledì 16 maggio è stato ospite a Telese Terme presso la Sala Goccioloni delle Terme, per presentare il suo libro “La città ribelle – il caso Napoli”, scritto insieme alla giornalista Sarah Ricca, che ha raccolto le testimonianze del Sindaco,  e con la collaborazione di Erri De Luca e Maurizio De Giovanni. L’evento, in forma dialogata, è stato moderato da Michele Selvaggio, scrittore e storico telesino, e ha previsto la partecipazione del Sindaco di Telese Pasquale Carofano, che ha evidenziato gli antichi rapporti tra la città telesina e Napoli quando, ad inizio secolo, un treno speciale conduceva i bagnanti partenopei alle strutture termali; dell’assessore Teresa Teta e di Filomena Grimaldi, titolare della libreria telesina Controvento e spunti di lettura presentati da Antonio Troiano e Claudia Mobilia, della Compagnia “Bacco, Tabacco e Venere”. De Magistris in questo incontro si è raccontato, precisando che il libro è la prosecuzione di “Assalto al PM”, pubblicato la prima volta nel 2010. Ha evidenziato la volontà di continuare, di rialzarsi, tratta dagli ideali e dalla consapevolezza di non aver fatto nulla di male, ma soprattutto ha sottolineato il dovere di denunciare, lui, magistrato che aveva coronato il suo sogno di giurista e che si è ritrovato tradito dallo Stato che doveva proteggerlo, ma da cui sceglie di non allontanarsi del tutto, per non consegnarlo interamente alla sua parte marcia. Si è ritrovato ad essere Sindaco della città dove lo avevano assegnato, in seguito ad una campagna elettorale iniziata con le strette di mano, ed oggi la sua ribellione consiste nell’impegnarsi in una battaglia contro il debito ingiusto. Veniamo così a sapere che Napoli è stata la prima città della storia della Repubblica italiana ad organizzare una manifestazione contro il debito ingiusto, che la città non ha mai contratto e di cui, anzi, è vittima reiterata, a causa di una politica “che si è mangiata il denaro pubblico e che si è indebitata per il terremoto dell’80 e per l’emergenza rifiuti”. Da qui la ribellione, anche se le battaglie contro il Sistema non sono indolore, con al fianco soltanto la gente semplice, che è la cosa migliore che un Sindaco si possa augurare. Napoli ha dimostrato che, con capitale umano, orgoglio, onestà e partecipazione dei cittadini, si può arrivare a dei risultati impensabili perché non è vero che non c’è l’alternativa: sette anni fa la città partenopea era invasa dai rifiuti, ostaggio della camorra, sull’orlo della bancarotta mentre oggi i napoletani non si vergognano più della loro città. De Magistris: a Napoli siamo ripartiti dal verbo essere De Magistris ha spiegato che il segreto per realizzare il cosiddetto “Rinascimento napoletano”, di cui oggi si è testimoni, è stata la creazione di una borsa di valori che al mercato capitalista non valgono nulla: amore per la città, passione, coraggio, follia, onestà, autonomia, vicinanza alla gente. Centralità della persona e valorizzazione delle bellezze delle nostre terre porta oggi la gente a non scappare più da Napoli ma a voler, piuttosto, restare e, perché […]

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Lamentation, il romanzo d’apertura alla “Jay Porter Series” di Joe Clifford

Disponibile nelle nostre librerie dal 3 maggio grazie a CasaSirio Editore e all’impeccabile traduzione di Alessandra Brunetti, Lamentation è il romanzo – uscito nel 2014 – che apre la serie che ha per protagonista Jay Porter, scritta dall’acclamato autore americano Joe Clifford. Siamo nell’anonima cittadina di provincia di Ashton dove vive, da solo ormai da anni, il giovane Jay Porter cercando di sopravvivere onestamente con dei lavori saltuari. Lasciato dall’unica ragazza che abbia mai amato – e ami – Jenny che ha portato con sé Aiden, il loro figlioletto di quasi due anni e che ora convive con il compagno Brody, Jay può contare unicamente sull’amico di infanzia Charlie dopo l’incidente nel quale sono morti i genitori e la sparizione del fratello maggiore Chris diventato un tossicodipendente. È proprio quest’ultimo a tornare nella sua vita con una sconvolgente scoperta che coinvolgerà il protagonista in una storia rocambolesca ammantata di mistero; un mistero che Jay, inizialmente restio a crederci visti i burrascosi trascorsi con il fratello paranoico e problematico, deciderà di risolvere a tutti i costi pur di aiutare, per l’ennesima volta, Chris a smascherare la potente e influente famiglia locale dei Lombardi. “Lamentation” di Joe Clifford : il riscatto degli ultimi Scritto con uno stile discorsivo scorrevole e semplice, il lavoro di Joe Clifford scopre sin da subito le sue carte in quanto a intenti: portare l’attenzione dei lettori sulla dipendenza. Dipendenza non soltanto dalla droga – che l’autore conosce bene visti i suoi trascorsi con l’eroina seguiti dal lungo e difficile percorso della riabilitazione affrontato per disintossicarsi – ma, anche, la dipendenza nell’ostinarsi a insistere nell’adottare comportamenti sbagliati e dai legami familiari. Per quanto riguarda la prima, centrale è il personaggio di Chris, al quale si affiancano altre figure di giovani che, come lui, si sono persi a causa della droga; mentre, in relazione alle altre due, è Jay a esserne l’esempio lampante. Il protagonista, infatti, sa di dover lasciar perdere il fratello per il quale ha perso tanto nella vita; eppure, proprio per il loro legame di sangue, non riesce a disinteressarsi di lui lasciandolo a se stesso e ai suoi problemi. Il tema principale del romanzo – a cui fa da sfondo il minaccioso monte Lamentation – si sviluppa ed evolve in una maniera unica e trasudante suspense grazie a una trama in cui non mancano giochi di potere, aggressioni, omicidi e segreti inconfessabili che, se resi di pubblico dominio, provocherebbero dei danni irreparabili. L’arduo compito di Jay sarà proprio quello di fare giustizia non soltanto per il bene delle persone a lui care ma anche per quello dell’intera comunità ignara dell’altro mostro, oltre a quello della droga, che agisce indisturbato ad Ashton provocando dolore alle sue innocenti vittime. Lamentation è un’opera matura nella quale gli ultimi riescono, seppur faticosamente, a ottenere il loro riscatto in un mondo che, troppo spesso, volta loro le spalle emarginandoli e facendoli sentire inutili quando, invece, a ogni vita umana, persino quando si tratti della più derelitta, dovrebbe essere riconosciuto il proprio incalcolabile valore.

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“Amapolas”: sacralità e perversione dal mondo ispanico

«Ci risultava difficile parlare di questo, amore mio, perché eravamo ancora molto giovani e la paura aveva la meglio». Le parole hanno un peso che la voce non riesce sempre a sostenere. Così, tra le pagine di Amapolas, alcuni personaggi si affidano alla scrittura, comunicando attraverso lettere da lasciare sul tavolino di casa prima di partire. C’è chi invece è di un’eloquenza scabrosa e senza freni, e non teme di lasciare che il fluire di turpiloquio e umori si scagli contro l’altro. Si è pur sempre troppo giovani, e si compiono follie, come le dodicenni dalle tettine bollenti che giocano a fare sesso telefonico, scoprendo il proprio corpo al suono della voce di uno scapolo quarantenne. La paura talvolta ha la meglio, e si fugge via da una camera d’albergo che odora di bagordi, trascurando il proprio amante, steso sul letto nella sua nudità. Al centro dei venti racconti del mondo di Amapolas vige l’amore. Dal volto multiforme, è gioco, passione, violenza, petali e sangue. Petali di sangue come quelli delle amapolas, i papaveri. I fiori dei caduti di guerra, fiori del ricordo, ma anche, secondo il noto mito, simboli del sonno. Morfeo nell’iconografia è rappresentato in una posa candida, disteso sul letto, e tra le mani un mazzo di papaveri. Nel Medioevo, il papavero per il suo colore rosso è stato invece identificato come simbolo di passione e morte. D’altronde, lo insegna William Shakespeare: «to die: to sleep/no more». Ma con il sonno, dimenticate sono le sofferenze della carne. I racconti di Amapolas provengono dal mondo ispanico, esotico secondo percezione comune, ma rappresentato in alcuni casi come inquinato dall’imborghesimento della vita quotidiana. I protagonisti sono spesso viaggiatori desiderosi di avventure urbane, tra le sporche strade della città assediate da compagnie facili e a basso costo. Ribaltato è quel canone di uomo europeo, bianco, eterosessuale: protagoniste le realtà dell’America Latina o degli Stati Uniti, fra uomini che amano uomini e donne che si nascondono dietro maschere di identità indefinite. Il senso del molteplice, dell’ermafrodito, è reso evidente dall’omoerotismo, protagonista poco convenzionale della narrativa perfino nella nostra contemporaneità. L’Alessandro Polidoro Editore, insieme all’Università “L’Orientale” di Napoli e all’Istituto Cervantes, rivitalizza il discorso della traduzione portando fra le mani del lettore una raccolta che ha del nuovo sotto ogni aspetto. Contenutistico, con personaggi dalla psiche complessa, timide figure o espliciti narratori di passioni estreme. Metaletterario, con un implicito richiamo al valore che una traduzione di livello ha nel consentire un dialogo diretto fra i grandi autori dell’orizzonte mondiale e la realtà italiana. Così vengono riportati giochi di prestigio fra parole, sentenze di acume peccaminoso e delirante onirismo, reso possibile da una ricerca che supera le barriere culturali e si affaccia su un mondo con il quale è spesso complesso empatizzare, considerato fuori dalla nostra portata, remoto. Camminano davanti ai nostri occhi «le pazze in cerca di un amore impossibile, vampireggiano tutta la notte nei vicoli delle città». Le descrizioni sono allucinate, vorticose, il cui lirismo nobilita una fame di amore divorante e crudele, […]

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Tinder Generation: due chiacchiere con lo scrittore Ciro Zecca

Questa è la Tinder generation: è così facile spingere con il proprio pollice a destra o a sinistra, per apprezzare o meno un potenziale partner. È una vetrina che pone inevitabilmente una distanza fra i soggetti. Se da un lato semplifica le cose, perché sei certo – senza equivoci – che le intenzioni sono più o meno le medesime tra coloro che interagiscono, dall’altro vede un’alienazione dei protagonisti, che finiscono per sentirsi in dovere di non rispettare più la persona con cui si sta interagendo. Comincia infatti a sparire l’empatia e le cose diventano più facili, ma anche più fredde, più distaccate, più meccaniche. Serve davvero questo? C’è chi afferma di arricchirsi ugualmente, attraverso l’incontro di nuove persone e nuovi punti di vista; c’è chi invece si sente terribilmente vuoto, dopo che l’”ennesima” persona è entrata nella propria vita e poi ne è immediatamente uscita. Della Tinder generation e delle nuove tendenze correlate abbiamo parlato con Ciro Zecca, scrittore per il cinema, che attualmente lavora per la Lucky Red. Probabilmente vedremo presto sul grande schermo un altro film (il terzo) scritto da lui e prodotto da Medusa. Tinder generation, una chiacchiera con Ciro Zecca sulle nuove tendenze nel campo delle relazioni Lo hai detto tra le righe del tuo libro, Diario di un bastardo su Tinder, ma ribadiamolo chiaramente: cos’è Tinder per te? Penso che il successo che ha avuto lo abbia avuto perché risponde a varie necessità e vari desideri degli utenti: avere un’ampia scelta, una facilità di approccio, il potersi nascondere dietro un telefono… Tantissimi vantaggi dà Tinder. Poi a me, lo hai visto anche nel libro, ciò che più ha colpito tra gli effetti collaterali è il fatto di alienarmi. Prima di Tinder mi era più facile vedere una ragazza carina e avvicinarmi. Dopo è stato più difficile. È come se volessi uno schermo pure lì, vuoi accertarti di piacerle. Ti dà una grande sicurezza il fatto che abbia messo “mi piace” alle tue foto. Ti allontana dalla vita vera. Consiglierei a tutti di usarlo un po’ e poi di cancellarlo. È un peccato se uno non lo prova come molte cose nella vita. Alla lunga non fa bene. Solo quando non hai chance, può darti una mano. Per me è come la dipendenza da alcool. Oggi le app di dating sono particolarmente diffuse. Persino Facebook ha dichiarato di voler implementare le proprie funzioni in tal senso. Cosa ne pensa Ciro Zecca? Mah, penso che sia comunque una cosa positiva. Anche se mi stanno dicendo che in tal senso, rispetto a Instagram, sta diventando più obsoleto. Il dating è una delle principali funzioni che ha dato Facebook. Prima di Tinder c’era Facebook e lo usavamo per rimorchiare. Anche se poi si è creato quasi subito un certo scetticismo da parte delle ragazze soprattutto. A me non ha aiutato tantissimo, ma se sei famoso invece sì. Ghosting e zombieng, due prestiti stranieri. Cosa ne pensi del fenomeno che rappresentano? Beh siamo dei vigliacchi. Anche io l’ho fatto delle volte. […]

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Sopravvivi all’amore, con Michel de Montaigne l’uomo conosce se stesso

Dopo Coltiva l’imperfezione e La fame di Venere, è uscito in libreria il 5 aprile il terzo volume dedicato ai saggi di Michel de Montaigne. Sopravvivi all’amore, infatti, è il capitolo conclusivo di una grande opera di ristampa  della raccolta saggistica di Montaigne che la Fazi Editori ha deciso di promuovere, proponendola con una nuova traduzione. Sopravvivi all’amore, saggio sull’uomo di Michel de Montaigne Parlare di Sopravvivi all’amore non è semplice a causa della molteplicità dei temi che vengono trattati, apparentemente in maniera rapsodica. Attraverso uno stile fluido, amabile come una conversazione che si intrattiene con un amico che conosce tutto su tutti gli argomenti, Michel de Montaigne ci fa entrare subito nel vivo della materia. Diceva Bolano che”leggere è come pensare, come pregare, come parlare con un amico, come esporre le tue idee, come ascoltare le idee degli altri, come ascoltare la musica sì, come contemplare un paesaggio, come uscire a fare una passeggiata sulla spiaggia”. E mai citazione fu più calzante nel descrivere il meccanismo letterario di Sopravvivi all’amore. Un’enciclopedia delle emozioni, che scandaglia in profondità sentimenti come la vanità, la tristezza, la collera, saltando da un argomento all’altro in maniera leggiadra: così, ci si ritrova a leggere se stessi e a specchiarsi nelle parole di Montaigne come Narciso faceva nell’acqua del lago. L’incostanza delle nostre azioni, l’amore per i libri, addirittura gli odori, diventano protagonisti della trattazione, a cui si allegano spesso esempi illustri provenienti soprattutto dalla letteratura e dalla storia greca e latina. Il potere di accomunarci con i grandi personaggi fittizi e reali del passato già di per sé dovrebbe essere garanzia di una lettura edificante, in quanto ci rende parte di un unico, immenso respiro vitale. Il titolo quindi potrebbe ingannare il lettore: non si tratta di un saggio come quello di Ovidio “sull’amore e i suoi rimedi”, non è il sentimento che viene analizzato puntualmente. Si dà più che altro spazio all’intimità dell’individuo, partendo da ciò che più lo accomuna al resto degli uomini. In costante tensione, dunque, nella ricerca della propria affermazione, Michel de Montaigne promuove l’identità come conservazione del proprio io, in contrasto dunque con l’amore, inteso come propulsione che spinge a cercare nell’altro se stessi. Il messaggio lanciato, in definitiva, è forte e chiaro: è solo attraverso la conoscenza del sé, con i propri punti di forza e debolezza, che si riesce a vivere una vita completa, nella quale la condivisione, e soprattutto la tendenza a superare i propri limiti, trovano un posto di prim’ordine. Da leggere tutto d’un fiato o da assaporare lentamente e in maniera graduale, Sopravvivi all’amore costituisce un tassello imprescindibile per i lettori che vogliono rinsaldare il legame prima di tutto con se stessi e in second’ordine con il resto del mondo.

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