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Sick of Myself, la malattia in vetrina | Recensione

Nel panorama del cinema nordico contemporaneo, Sick of Myself si distingue come una delle opere più lucide spietate sulla moderna società dell’apparire. Diretto dal norvegese Kristoffer Borgli, già noto per i suoi corti visionari, il film è una satira velenosa e grottesca sul bisogno di attenzione, ma anche un ritratto chirurgico di una relazione affettiva patologica, in cui lei è istrionica e lui narcisista. Due specchi che si cercano per vedersi e odiarsi meglio.

Sick of Myself: la trama (senza spoiler)

Signe e Thomas vivono insieme in una relazione tiepida, in apparenza affettuosa, ma in realtà fondata su un continuo bisogno di validazione. Lui è un artista concettuale emergente, che ruba mobili e li trasforma in installazioni per gallerie chic; lei lavora in un caffè e lotta per non sprofondare nella mediocrità. Quando Thomas inizia a ricevere attenzioni dal mondo dell’arte, Signe inizia a sabotare la sua stessa salute assumendo un farmaco illegale che provoca lesioni cutanee: tutto pur di tornare al centro della scena.

Il risultato è un corpo che si decompone davanti agli occhi del pubblico, ma anche una mente che si ricostruisce come nuova icona della sofferenza. Una martire contemporanea, fotogenica e vittimista. Di seguito, il trailer della pellicola:

Due patologie, una coppia

Borgli costruisce due personaggi insopportabili, eppure mai totalmente caricaturali. Signe è un manuale di disturbo istrionico di personalità: teatrale, egocentrica, seduttiva, dipendente dallo sguardo altrui. Thomas, invece, incarna il narcisismo da artista contemporaneo: cinico, opportunista, incapace di empatia. Entrambi competono in una gara di auto-esposizione, come se l’amore fosse un talent show mal riuscito.

La relazione non è mai romantica, né veramente violenta. È solo tossica nel senso più banale e ordinario possibile: due individualità che si usano come palco. L’affetto non si misura mai in calore, contatto autentico o tenerezza vera. Al contrario, si esprime in una forma malsana attraverso interviste, post virali e scandali.

Sick of Myself
Fonte immagine: trailer ufficiale

Sick of Myself: apparire o non essere

Sick of Myself è anche una riflessione tagliente su come la sofferenza (fisica, mentale, persino etica) sia diventata uno strumento di capitalizzazione simbolica. Signe non vuole guarire: vuole che la vedano. La malattia diventa spettacolo, la vulnerabilità una moneta da spendere in visibilità.

Il film si inserisce perfettamente in un immaginario post-Instagram: l’unica cosa che resta è il desiderio disperato di essere qualcuno in un mondo affollato di identità.

Fonte immagine: trailer ufficiale

Regia e stile: un realismo grottesco

Kristoffer Borgli, in piena regola nordica, adotta uno stile asciutto, quasi neutrale, che contrasta con la deriva estrema del contenuto. Non ci sono sbavature sentimentali né momenti catartici: solo una sequenza di eventi sempre più disturbanti, in un climax ascendente in cui l’ironia si mescola al disgusto.

La fotografia nitida, quasi pubblicitaria, accompagna una narrazione che non vuole far ridere ma far riflettere sul ridicolo. Alcune scene, come le interviste in cui Signe finge umiltà o i vernissage in cui Thomas posa come un genio incompreso, sono veri e propri gioielli di satira dell’ego contemporaneo. Scene che suscitano un sorriso amaro e che al contempo gettano nell’animo di chi assiste una profonda sensazione di inquetuidine.

Fonte immagine: trailer ufficiale

Conclusione: chi siamo senza gli altri?

Sick of Myself è un film scomodo. Una pellicola visivamente disturbante e narrativamente corrosiva. Ma è anche una diagnosi lucidissima del nostro tempo: quello in cui soffrire non basta, bisogna farlo bene (possibilmente in diretta).

Non è solo una storia d’amore andata a male. È una parabola sulla fragilità dell’identità nell’era del capitalismo emotivo. Un film che non consola, ma resta addosso come una cicatrice che non vuoi mostrare… e che proprio per questo diventa virale. Un’opera crudele e intelligente, che ci sbatte in faccia la domanda più inquietante di tutte: quanto siamo disposti a distruggerci per essere visti?

Il film è su fuboTV, Paramount+ with Showtime, Paramount+ su Apple TV Channel, Roku e Amazon Channel, disponibile fino al 15 agosto 2025.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia, dal trailer ufficiale del film

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