La Spagna di Luis De La Fuente si laurea campione del mondo per i mondiali di calcio 2026 della FIFA, battendo l’Argentina con un goal decisivo nei tempi supplementari siglato da Ferran Torres in quella che è stata ribattezzata dai media come la finale del destino tra Messi e Yamal. Lionel Messi manca l’appuntamento con il bis mondiale prima del ritiro dalla nazionale, così come Lamine Yamal manca l’appuntamento sul palcoscenico più importante della sua giovanissima carriera nel calcio internazionale, protagonista di una prestazione impalpabile, anche se il futuro è tutto dalla sua parte.
| Dati del Match | Dettagli Finale 2026 |
|---|---|
| Partita e Risultato | Spagna – Argentina 1-0 (d.t.s.) |
| Marcatore Decisivo | Ferran Torres (106′) |
| Espulsioni | Enzo Fernandez (Argentina, 93′) |
| Premi Individuali | Rodri (Miglior Giocatore), Cubarsì (Miglior Giovane) |
Le formazioni delle due squadre
- Spagna (4-2-3-1): Unai Simón; Porro, Cubarsì, Laporte, Cucurella; Rodri, Fabián Ruiz; Alex Baena, Dani Olmo, Lamine Yamal; Oyarzabal.
- Argentina (4-4-2): Dibu Martínez; Montiel, Romero, Lisandro, Tagliafico; De Paul, Enzo Fernández, Mac Allister, Nico González; Messi, Julián Álvarez.
Il primo tempo
Il canovaccio della partita si presenta in maniera cristallina sin dai primi minuti del match: la Spagna mantiene il possesso palla e attacca principalmente sulle fasce, mentre l’Argentina si chiude nella propria metà campo, in attesa di ripartire in contropiede, anche se ciò non avverrà mai. Il primo tempo risulta estremamente bloccato, senza azioni pericolose da nessuna delle due parti, anche se è sempre la Spagna a tenere il pallino del gioco. Da segnalare la sostituzione al 44′ di Lisandro Martinez a causa di un problema muscolare, al cui posto subentra Otamendi.
Il secondo tempo
Dopo l’half-time show che ha visto come protagonisti artisti del calibro di Madonna, Justin Bieber, Shakira e i BTS, per un intervallo che supera i 27 minuti di durata, decisamente insolito per una partita di calcio, comincia il secondo tempo. Lo spartito prosegue in una sinfonia suonata quasi totalmente dagli spagnoli, che continuano a palleggiare in faccia alla formazione albiceleste, incapace in ogni modo di recuperare palla e ripartire in contropiede, quasi a voler portare l’incontro ai rigori. Ferran Torres – subentrato a un impalpabile Oyarzabal -, Dani Olmo, Pedri e Cubarsì provano a scalfire la costruzione difensiva argentina, che però resiste soprattutto grazie a Emiliano Martinez che sventa qualsiasi pericolo. Il vero turning point del match non risulta però essere un goal, ma un’espulsione: Enzo Fernandez, già ammonito, entra in ritardo sulla caviglia di Cubarsí: doppio giallo e via sotto la doccia al 93′. Sulla successiva punizione, Yamal per poco non scrive il suo nome nella storia, segnando il goal che avrebbe chiuso i conti, ma il Dibu Martinez devia in angolo, chiudendo così i tempi regolamentari.
I tempi supplementari
I 30 minuti aggiuntivi iniziano allo stesso modo in cui erano terminati i precedenti 90: Spagna che arremba e Argentina che, causa l’inferiorità numerica, si chiude in difesa ancor più di quanto già non facesse. Sono le Furie Rosse ad avere un’occasione ghiottissima, con Pedri – subentrato a Fabian Ruiz – che dribbla due avversari sulla trequarti, riuscendo a servire un filtrante alto per Nico Williams – a sua volta subentrato ad Alex Baena – che sfiora di testa, ma il Dibu Martinez, con uno scatto felino, riesce a deviare la palla che era indirizzata nello specchio della porta.
Ѐ sempre la nazionale spagnola ad attaccare, riuscendo a portarsi in vantaggio al 95′ con il neo-entrato Nico Williams. Tuttavia, il gol viene annullato in quanto, nello sviluppo dell’azione, il giocatore spagnolo Mikel Merino, prima di realizzare l’assist, effettua un pestone ai danni di Otamendi. Come la goccia che, pian piano, leviga la roccia, così la Spagna fa crollare il castello difensivo dell’Argentina: azione sviluppata sulla destra, con Pedro Porro che crossa sul secondo palo verso Nico Williams che, con una torsione ai limiti della fisica, serve Ferran Torres totalmente smarcato al centro dell’area, pronto a scaraventare in rete il goal del meritatissimo 1-0 al minuto 106. Il numero 7 della Spagna realizzerebbe anche il 2-0, se non fosse pescato in fuorigioco da una linea difensiva argentina per forza di cose altissima.
Nei minuti di recupero, l’Argentina tenta un disperato assalto nel tentativo di portare la contesa ai rigori, prima con un cross rasoterra di Messi che viene deviato in angolo da Cubarsì, poi con Giuliano Simeone che, su un corner successivo, manda in curva il pallone del pareggio. Dopo 5 minuti di recupero, il direttore di gara l’arbitro Vincic fischia la fine della partita, incoronando la Spagna campione del mondo per la seconda volta nel suo palmarès.
Considerazioni finali sulle due squadre
Cosa ci lascia questa finale? Il messaggio è chiaro – giocare a calcio paga sempre i suoi dividendi, speculare sul risultato difficilmente porta gli stessi risultati. La Spagna, nonostante il pareggio alla prima giornata con Capo Verde, ha sempre espresso il proprio gioco e la propria identità di tattica calcistica, a prescindere dall’avversario e dal risultato, arrivando meritatamente ad alzare la coppa. Vero, sono quasi sempre stati privi di un centravanti puro, ma sia Oyarzabal che – soprattutto in finale – Ferran Torres, si sono fatti trovare pronti quando necessario. Se la forza della Spagna campione del mondo nel 2010 era composta da centrocampisti quali Xavi, Busquets, Iniesta, Fabregas e Xabi Alonso, oggi può schierare Rodri – eletto miglior giocatore del mondiale -, Fabian Ruiz, Pedri, Gavi, Dani Olmo, che non sono da meno – seppur con caratteristiche diverse. Cubarsì – eletto miglior giovane del torneo – a neanche vent’anni ha l’esperienza di un veterano. Lamine Yamal, autore di un solo goal in tutta la competizione, riesce sempre a risultare pericoloso anche quando non iscrive il suo nome nel tabellino dei marcatori. Ma, se il gruppo spagnolo è campione del mondo, ciò è stato possibile soprattutto grazie al commissario tecnico De La Fuente, artefice di un capolavoro non solo tecnico, ma anche progettuale, considerando quanti giocatori dell’attuale nazionale maggiore sono stati lanciati da lui in under 21. L’altro lato della medaglia è rappresentato dall’Argentina, che ha terminato il suo fantastico percorso nel modo più doloroso, non solo perdendo la finale, ma non giocandola proprio. Se Messi ha fatto il massimo, per quanto i suoi 39 anni potessero permettergli, un vero e proprio colpevole è da rintracciare – a mio avviso – in Scaloni, artefice di grandi imprese ma incapace di dare delle linee guida per il gioco dell’albiceleste, puntando sempre sulla possibilità di gettare il cuore oltre l’ostacolo, anche nelle situazioni più disperate, ma ciò, alla lunga, ha finito per ritorcersi contro una squadra sorretta essenzialmente dai goal di Messi e poco altro. Certo, il fallo scellerato di Enzo Fernandez che gli è costato l’espulsione al termine dei tempi regolamentari non era previsto nel piano tattico del commissario tecnico, ma se giochi solo per difendere i rischi aumentano sempre di più. Quando la partita sembrava non presentare vie alternative, Scaloni non ha avuto il coraggio di cambiare assetto tattico, condannando in qualche modo l’Argentina a rintanarsi nella propria area di rigore senza poter controbattere.
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