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Alternanza Scuola-Lavoro, 10 anni dopo: quattro maturandi su dieci lasciano i banchi senza aver svolto un tirocinio formativo. L””Osservatorio di Skuola.net e Gi Group

“2026, Odissea nel futuro”: se la vita di alcuni maturandi fosse un film, questo potrebbe essere un titolo più che azzeccato. Perché, quest’anno, almeno 1 neodiplomato su 3 si è presentato all’appuntamento con l’esame – teoricamente il trampolino di lancio verso la vita adulta – senza avere le idee chiare su cosa fare “dopo” e soprattutto senza mai aver toccato con mano un luogo di lavoro reale

A rivelarlo è l’annuale Osservatorio “Giovani e Orientamento” realizzato da Skuola.net in collaborazione con Gi Edu – la divisione di Gi Group, prima agenzia italiana per il lavoro, che costruisce connessioni concrete tra scuola, università, ITS e mercato del lavoro – e giunto alla sua quinta edizione, che ha raccolto il punto di vista di circa 1.000 studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, interpellati a ridosso della Maturità 2026.

C’è da dire che sui due fronti che, più di tutti, dovrebbero rappresentare i cardini dell’accompagnamento verso il domani – l’Orientamento scolastico e l’Alternanza Scuola-Lavoro – ci sono stati indubbi progressi. Ma resta una fetta importante (per la precisione il 39,5%) quella dei maturandi che lasciano i banchi senza aver mai messo piede in un luogo di lavoro nell’ambito delle attività scolastiche, mentre il 28% arriva al diploma senza aver chiaro precisamente cosa fare con il “pezzo di carta” in mano.

Alternanza: più organizzata rispetto al passato, ma quasi 4 su 10 restano a scuola

Introdotta 10 anni fa con la contestatissima Riforma della Buona Scuola, che aveva l’obiettivo di avvicinare le due citate direttrici, fino a quel momento pressoché parallele, dopo vari “rebranding” – prima Alternanza, poi PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) – quella che oggi si chiama Formazione Scuola Lavoro (FSL) non sembra aver ancora raggiunto l’obiettivo dichiarato

Perché se da un lato è vero che aver svolto le ore minime richieste dal proprio indirizzo di studi è un requisito per l’ammissione all’esame di Maturità – tradotto: tutti devono raggiungere l’obiettivo – dall’altro esistono vari modi per “hackerare” le intenzioni iniziali della norma, attraverso simulazioni d’impresa a scuola, project work, formazione a distanza. E quindi far sì che gli studenti facciano esperienze di FSL senza mai mettere piede, anche solo per dare uno sguardo, in un luogo di lavoro reale. 

È quello che è capitato al 39% degli intervistati. All’esatto opposto, c’è un 28% che ha svolto le ore di FSL solo in ambiti lavorativi. Mentre il 33% ha mixato entrambe le modalità. Un dato, questo, che colpisce soprattutto se si considera che la componente pratica rappresentava uno dei perni della riforma che ha introdotto l’Alternanza.

Peraltro, se nell’immaginario collettivo il luogo di lavoro dove si svolge l’Alternanza è un’azienda privata, in realtà questi contesti rappresentano solo il 37% delle esperienze di FSL (da non confondere con l’Alternanza prevista dai percorsi professionalizzanti). Diversamente, il 38% degli studenti ha svolto la formazione on the job in un ente pubblico e il 17% persino in una no-profit

Allo stesso tempo però, come detto, rispetto agli anni scorsi emergono alcuni segnali di maturazione del sistema. Per dire, ben il 67% dei maturandi dichiara di aver completato il monte ore obbligatorio già all’inizio del quinto anno, segno di una pianificazione ormai consolidata da parte degli istituti.

Anche sul fronte della “personalizzazione” dell’esperienza si registrano progressi: il 68% afferma di aver potuto scegliere almeno in parte il proprio percorso. 

Nel dettaglio, il 38% ha individuato autonomamente la struttura ospitante, mentre il 30% ha selezionato una delle tante opzioni proposte dalla scuola. Solo poco più di 3 studenti su 10 si sono trovati davanti a una scelta completamente (o quasi) imposta, al massimo potendo scegliere all’interno di una rosa molto ristretta di destinazioni.

Anche guardando all’utilità del tempo speso sul luogo del lavoro, complessivamente, solo il 25% dichiara di non aver imparato nulla, perché impiegato a svolgere compiti marginali (le classiche “fotocopie”) oppure parcheggiato senza fare niente.  

Cosicché, unendo tutti i punti, il giudizio finale è tutto sommato positivo: non a caso, solo il 24% dei maturandi dichiara che la sua esperienza di FSL è stata totalmente inutile ai fini della valutazione delle opzioni – di studio o lavorative – per il futuro. 

Orientamento: attività più diffuse, ma il gradimento resta basso

Ma il bilancio non può essere davvero completo se al fianco della Formazione Scuola Lavoro – che rappresenta il contatto con il lavoro – non si va a considerare pure la bontà delle attività di Orientamento, che invece dovrebbe aiutare gli studenti a capire “sulla carta” chi vorrebbero diventare. 

Le recenti riforme dettate dal PNRR, con il rafforzamento dell’impegno nell’accompagnamento delle ragazze e dei ragazzi – su tutto l’introduzione delle 30 ore obbligatorie di orientamento nell’ultimo triennio delle superiori – hanno certamente aumentato il numero delle iniziative proposte agli studenti

Come la creazione della figura del docente tutor: il 57% dei maturandi ha avuto modo di fissare dei momenti di colloquio individuale e il 30% di loro ha trovato utile questa possibilità. 

Migliora anche la qualità dell’orientamento, che in passato era spesso ridotto a un mero momento di promozione delle università o, quando andava bene, anche degli ITS Academy: oggi il 60% dei maturandi ha avuto la possibilità di svolgere attività – teoriche o pratiche – per comprendere meglio se stessi e i propri talenti, per poi magari essere indirizzati verso una scelta di un preciso percorso formativo o lavorativo.

Segno che la strada intrapresa è buona. Ma, come nel caso della FSL, anche qui c’è ancora parecchio da fare, in particolare sul fronte della formazione dei docenti orientatori e tutor o sulla qualità delle proposte offerte agli studenti: nel complesso, solo l’8% dei maturandi è molto soddisfatto delle 30 ore di orientamento scolastico, il 28% si limita ad esserlo “abbastanza”, mentre la maggior parte è poco (37%) o per niente (27%) incline ad esprimere un giudizio positivo.

Più strumenti, ma il futuro continua a spaventare (anche le scuole)

Mettendo insieme i due tasselli – Formazione Scuola Lavoro e Orientamento – emerge, dunque, una fotografia piuttosto chiara.

Rispetto al passato, le scuole sono chiamate a curare maggiormente la formazione non solo sulle competenze verticali ma anche su quelle trasversali, offrendo agli studenti momenti di sviluppo delle stesse, e di autoconsapevolezza, per portarli a fare una scelta meno improvvisata delle strade da seguire dopo il diploma.

Tuttavia, alla quantità non sempre corrisponde la qualità dei percorsi di FSL e di orientamento messi a disposizione dalle scuole: da questo punto di vista un ruolo importante possono svolgerlo i professionisti dell’orientamento e del mondo del lavoro, come ad esempio le agenzie per il lavoro. 

“Grazie alle recenti riforme del PNRR, l’orientamento scolastico ha visto un incremento sia delle opportunità offerte agli studenti sia della qualità delle iniziative. È un passo avanti importante, ma i dati ci dicono che non è sufficiente: quasi 4 maturandi su 10 arrivano al diploma senza alcuna esperienza di un contesto lavorativo e la soddisfazione per le attività di orientamento rimane comunque bassa”, commenta Alessandro Nodari, Responsabile di Gi Edu.

“La sfida, quindi – prosegue Nodari – è fare in modo che quelle ore integrative di orientamento aiutino davvero ragazze e ragazzi a identificare il proprio talento, scoprire le opportunità formative e professionali del territorio e costruire un percorso in linea con le proprie aspirazioni. Da una parte ci sono giovani che spesso non sanno dove guardare; dall’altra imprese che cercano competenze e fanno fatica a trovarle; in mezzo c’è il tessuto scolastico che non può essere lasciato solo”.

“È qui – conclude il responsabile di Gi Edu – che si inserisce il lavoro di Gi Edu, la divisione di Gi Group che supporta scuole, università e aziende dall’orientamento ai percorsi formativi fino all’inserimento lavorativo. All’expertise di Gi Edu si affianca, poi, l’attività che portiamo avanti con il Gi Group Training Hub, fondato su un modello formativo altamente specializzante, che si traduce in percorsi progettati insieme alle aziende ed enti formativi di primo livello, capaci di rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro”.

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