The strangers’ case di Brandt Andersen | Ischia Film Festival

The strangers'case

The strangers’ case, uscito il 23 febbraio del 2024, proiettato in prima serata presso Piazza delle Armi a Ischia Ponte in occasione dell’Ischia Film Festival, è un film che attiene al genere drammatico.
Per la regia di Brandt Andersen, The strangers’ case ha ottenuto già una vittoria al Berlin International Film Festival e una candidatura al Raindance Film Festival. Secondo alcune stime, il film è denso e permeante, dalle suggestioni importanti. La pellicola vanta la collaborazione di un cast estremamente talentuoso tra cui figurano i nomi di Yasmine Al Massri (Amira), Omar Sy (Marwan | già noto per il ruolo di Driss in Quasi Amici) e Yahya Mahayni (Mustafa).

The strangers’ case: trama

Una storia importante, carica di significato dal primo frame all’ultimo. Le immagini si susseguono veloci con poche pause che sembrano respiri rilasciati per non soffocare. Amira, radiologa pediatrica, quella che Dio non voleva dare al mondo, entra nel quadro del film molto coraggiosamente insieme alla figlia nel giorno del proprio compleanno, classificando entrambe come personaggi guida attraverso una serie di intricate dinamiche pericolose– che coinvolgono cinque famiglie diverse sparse tra i continenti del mondo.   

The strangers’ case le tematiche                                                                                                                                                                                                                                                   

A partire da il caso degli sconosciuti, citazione di Shakespeare tratta dal “Sir Thomas More”,  dove già nel sedicesimo secolo il poeta-drammaturgo invitava i suoi connazionali a dimostrare empatia e solidarietà nei confronti dei popoli migranti e in particolar modo nei confronti dei rifugiati entrati nel paese, il regista Brandt Andersen dà voce al suo sentimento e alla sua voce interiore che lo ha spinto a raccontare le storie del popolo siriano. Brandt Andersen si autodefinisce uno storyteller e dichiara di avere sentito fortemente da qualche parte nel suo cuore il desiderio di raccontare il dramma dei siriani, senza motivi autorevoli, senza cause celeberrime da portare avanti in quanto, dice, io non sono un attivista e si ripete dicendo sono un narratore. Con enfasi infatti Andersen è consapevole di dare al pubblico uno spazio in cui sentirsi vulnerabili in quanto la narrazione è forte e decisa ma anche cruda e durissima. Taglienti sono i dettagli della fotografia che aprono, nella primissima scena, il panorama della narrazione sulla immagine di New York: il centro del mondo occidentale, la capitale della supremazia a Ovest. Brandt Andersen dice anche però di avere raccontato la storia di un profondo amore e ciò è sicuramente vero perché nessun amore al mondo si è detto più grande di quello che lega una madre a un figlio e le protagoniste della vicenda sono due creature tenute agganciate e salde da un cordone ombelicale più forte dei lacci della morte. Di fronte a The strangers’ case si prova lo splendido lusso di sentirsi indifesi e si sperimenta, grazie al cinema, la possibilità di essere qui e altrove nello stesso momento: il cinema, dice il regista stesso, è ciò che gli ha permesso da bambino di vedere luoghi del mondo di cui non avrebbe potuto fare esperienza altrimenti. È ancora così per molti di noi. E fare esperienza, anche attraverso l’uso prevalente della lingua araba commistionata all’inglese e al greco, dei luoghi afflitti dalla guerra accanto a casa nostra danno del Mediterraneo quel suo poliedrico volto spesso dimenticato: da un lato di fatto le crociere di lusso solcano le acque cristalline toccando i lidi e le coste, infrangendosi volentieri contro le gocce che cadono delicatamente sul luccicante metallo, da un altro lato ancora i bagnanti si lamentano del caldo, delle alghe o godono della purezza delle acque , da un altro lato invece puramente il Mediterraneo fa terrore e non profuma, non diverte, non rilassa, non permette il godimento ma è un animale feroce, un coccodrillo con le fauci spalancate che inghiotte e spesso nemmeno rigurgita. Di fronte a questa riflessione, la pellicola di Arendt è un pugno nel nostro cuore: doloroso, commovemente ma necessario in quanto non si possono ignorare le cose che accadono. Bisogna invece assorbire tutto il male per dargli nuovo volto, nuova vita, nuova visione. 

Credit foto: Ischia Film Festival

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A proposito di Arianna Orlando

Classe 1995, diplomata presso il Liceo Classico di Ischia, attualmente studente presso la Facoltà di Lettere all’Università di Napoli Federico II, coltiva da sempre l'interesse per la scrittura e coniuga alla curiosità verso gli aspetti più eterogenei della cultura umana contemporanea, un profondissimo e intenso amore verso l’antichità. Collabora con una testata giornalistica locale, è coinvolta in attività e progetti culturali a favore della valorizzazione del territorio e coordina con altri le attività social-mediatiche delle pagine di una Pro Loco ischitana.

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