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Eroica Fenice

La categoria Comunicati stampa contiene 1084 articoli

Comunicati stampa

Documentario La gente di Napoli: fruizione gratuita

Il documentario La gente di Napoli si inserisce come la prosecuzione naturale di un progetto interessante di indagine sociale condotto da alcuni giovani studiosi che ho avuto modo di conoscere qualche anno fa. Ho seguito personalmente alcune delle fasi salienti che hanno interessato le ricerche di Vincenzo De Simone e del suo gruppo di colleghi collaboratori, attenti alle dinamiche psico-sociali dei napoletani e di Napoli. Mi trovo qui, a distanza di qualche tempo, a riparlarne, questa volta in occasione di un’appendice – per così dire – al progetto fotografico: un documentario complesso realizzato con gli stessi intenti che avevano mosso il progetto fotografico prima e la pubblicazione del libro illustrato poi. Ecco di seguito il comunicato stampa e il collegamento ipertestuale per la fruizione del documentario: Dall’omonimo progetto fotografico e di indagine psicosociale di Vincenzo De Simone, La gente di Napoli – Humans of Naples è un viaggio esclusivo tra cibo, arte, musica, teatro e calcio: l’obiettivo è quello di rafforzare e rilanciare l’immagine della città di Napoli sullo scenario internazionale attraverso gli occhi e le parole di chi la vive, soprattutto attraverso i volti di chi decide di restare o di chi è stato costretto a lasciarla. Nello svolgersi di una giornata a Napoli, i suoi personaggi raccontano le storie e le contraddizioni della loro città: tra questi Enzo Avitabile descrive la città come una casa madre, un punto da cui si parte per poi ritornarvi inesorabilmente; Laura Bouchè, emigrata a Londra, della capacità del napoletano di adattarsi a nuovi contesti; ancora Cristina Donadio sottolinea come Napoli sia avvolta da luci e ombre che spesso cerchiamo di nascondere; infine Christian Giroso, nato e cresciuto a Scampia, racconta del laboratorio teatrale Arrevuoto al quale partecipano i ragazzi della periferia di Napoli.               La carica innovativa di questo documentario rappresenta un occhio permanente sulle diverse sfaccettature della città, un sistema di connessioni tra le persone e il territorio con l’ambizione di metterli in correlazione, studiare in particolare un luogo ricco di risorse, al fine di migliorarle e di non disperderle. Si vogliono rafforzare così i rapporti d’interazione e di scambio con chi continua a impegnarsi e ad investire nella crescita di Napoli, una straordinaria possibilità per “la gente di Napoli” di essere finalmente altro rispetto agli stereotipi che la affliggono. L’amore del napoletano per la sua città è unico al mondo.               Il cast è composto da Carlo Alvino, Enzo Avitabile, Laura Bouchè, Sara Caiazzo, Sal Da Vinci, Luigi de Magistris, Cristina Donadio, Marco Ferrigno, Luciano Filangieri, Sara Gentile, Christian Giroso, Emanuela Marchese, I Nati con la Camicia, Gianni Parisi, Teresanna Pugliese, Luigi Reale, Patrizio Rispo, Pasquale Ruocco, Mario Scippa, Veronica Simioli, Ciro Vitiello.                 Le musiche di Enzo Avitabile, Andrea Sannino, LePuc, Roberto Ormanni & Il Quartet. Il documentario è disponibile sul canale YouTube e sul sito del progetto “La gente di Napoli” poiché è nostra volontà renderlo gratuito e accessibile a tutti, per sempre: un segnale positivo per dimostrare che Napoli è viva e sogna ancora nonostante le problematiche affrontate […]

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Culturalmente

La Teoria della finestra rotta: studio sulla criminalità

La Teoria della finestra rotta è uno studio di carattere criminologico, secondo il quale i segni chiari del crimine, ma anche del comportamento antisociale e dei disordini civili, creano un ambiente urbano che incoraggia ulteriormente criminalità e disordine. Teoria della finestra rotta: gli ambienti degradati favoriscono la criminalità L’importante Teoria fu introdotta nel 1982 in un articolo basato sullo studio delle scienze sociali e demografiche a cura di James Q. Wilson e George L. Kelling. Cosa succede se si rompe un vetro di una finestra di un edificio (seppur fatiscente) e non viene riparato? La conseguenza è che probabilmente presto saranno rotti anche tutti gli altri. Lo stesso concetto può essere applicato alla società, o meglio, ad una comunità. Se quest’ultima presenta segni di disfacimento e degrado, senza che nessuno agisca, lasciando che tutto vada nel verso sbagliato, si genera criminalità. Prima dell’affermazione e lo sviluppo della tesi vera e propria, furono numerosi gli esperimenti e condotti sul campo soprattutto in America, e anche le ipotesi susseguitesi nel tempo. Diversi studi scientifici e di tipo psicologico, avvalorano la teoria della finestra rotta. È stato infatti sottolineato che un esempio di disordine, come ad esempio i graffiti o i rifiuti, può incoraggiarne altri come, ad esempio, il furto, o altri reati più gravi, dunque atteggiamenti inclini alla criminalità. In realtà, la teoria della finestra rotta, stabilisce che non sono gli ambienti in sé a determinare un atteggiamento di tipo criminale, ma la presenza in questi luoghi, di elementi “deleteri”, “fuori dal comune”, da emulare. In questo senso tutti quei fattori di degrado urbano e disfacimento e disordine sociale, contribuiscono e talvolta peggiorano la situazione, configurandosi come elementi da seguire ed imitare. La Teoria della finestra rotta ha sempre affascinato gli studiosi di ogni parte del mondo e ancora oggi ci si interroga sui vari fattori scatenanti, per provare a capirne di più e sulle considerazioni (opinabili e soggettive) che da essi scaturiscono. Nel corso del tempo sono stati condotti esperimenti di vario tipo, proprio per provare a capire bene in cosa consista tale Teoria. Uno degli esperimenti principali riguarda un parcheggio di biciclette accanto ad un recinto con un vistoso avviso “No Graffiti”. Ad ognuna delle biciclette parcheggiate viene appiccicato un volantino, in modo tale che il proprietario debba rimuoverlo per usare la bicicletta.  Se sul recinto non vi sono graffiti, il 33% getterà a terra il volantino; ma se invece vi sono graffiti, la percentuale salirà al 69%. Questo è solo uno degli esperimenti condotti, ma anche gli altri sono svolti su questa falsariga, alternando comportamenti corretti, moralmente e socialmente giusti, in luoghi degradati. Sicuramente si tratta di “prove sociali” basate su una forte impronta di tipo psicologico, oltre che comportamentale. Gli atteggiamenti di violenza e criminalità, secondo i due studiosi che svilupparono la Teoria della finestra rotta, creano un circolo vizioso, all’interno del quale le persone si dividono in due categorie: coloro che decidono di sottostare al sistema e quindi subiscono e coloro che invece ne fanno parte. In questo […]

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Culturalmente

Cromofobia. Storia della paura del colore

Cromofobia di David Batchelor, artista e scrittore scozzese, vissuto intorno al 1955, analizza la storia e i motivi della cromofobia, dai suoi inizi, attraverso gli esempi letterari del XIX secolo, all’architettura e la filmografia del XX secolo, la Pop art, il minimalismo, l’arte e l’architettura dei nostri giorni. Lui spiega come la paura della contaminazione attraverso il colore sia una costante all’interno della storia dell’Occidente. Si cerca di eliminare il colore da ogni tipo di raffigurazione artistica, rimpiazzandolo con il bianco. Cromofobia: l’uso del bianco Questo bianco era bianco in maniera aggressiva. Imponeva la sua influenza su tutto quello che gli era attorno, e niente gli sfuggiva. Il bianco puro di cui era impossibile per l’Occidente liberarsene, in molti testi prevale solo ed esclusivamente il bianco; Cuore di tenebra è colorato quasi esclusivamente di neri e bianchi. Una contrapposizione, questa, che non coincide con l’altra grande contrapposizione su cui è costruito il racconto, quella fra tenebra e luce, ma che vuole accentuare elementi di bianchezza che diventano lo snodo fondamentale del racconto. dalla “grande balena bianca” di Melville al “Viaggio verso est” di Le Corbusier, agli esperimenti con la mescalina di Huxley, ai viaggi di Dorothy nel Regno di Oz; il tutto “in connessione agli esperimenti di artisti contemporanei con i materiali e le vernici industriali e che riflettono l’uso del bianco da parte dell’Occidente”. L’uso del colore La cromofobia si manifesta nei tanti e vari tentativi di respingere il colore dalla cultura, di svalutare il colore, di diminuirne la rilevanza, di negarne la complessità. Più specificamente: questa liberazione dal colore è di solito realizzata in due modi. Nella prima, il colore viene considerato come proprietà di un qualche corpo “estraneo”: di solito il femminile, l’orientale, il primitivo, l’infantile, il volgare, il bizzarro o il patologico. Nella seconda, il colore viene relegato al regno del superficiale, del supplementare, dell’inessenziale o del cosmetico. Nell’una, il colore è guardato come alieno e perciò pericoloso; nell’altra, è percepito soltanto come una qualità secondaria dell’esperienza, e quindi non meritevole di seria considerazione. Il colore è pericoloso, è banale. “In entrambi i casi, comunque, il colore è di solito escluso dalle più elevate occupazioni della Mente. È altro rispetto ai più alti valori della cultura occidentale. O forse è la cultura che è altro rispetto ai più alti valori del colore. O il colore è la corruzione della cultura”.

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Culturalmente

Il carnevale degli animali: la celebre opera di Camille Saint-Saens

Il carnevale degli animali è un’opera molto celebre, composta da Camille Saint-Saens nel 1886, durante un periodo di riposo del compositore a Vienna. Camille Saint-Saens, fu un compositore, pianista e organista francese; la sua celebre opera fu eseguita pubblicamente per la prima volta nel 1922 diretta da Gabriel Pierné. Il carnevale degli animali: fascino senza tempo L’opera venne eseguita per la prima volta nel 1887, in forma strettamente privata, in occasione del martedì grasso. In realtà, l’idea di realizzarla in tale modo fu dell’autore stesso, il quale desiderava che l’opera fosse realizzata in pubblico solo dopo la sua morte. Secondo il compositore stesso e i critici del tempo, ma anche attuali, Il carnevale degli animali si contraddistingue per l’ironia e la forte retorica con cui paragona celebri artisti parigini a vari animali. L’opera si compone di quattordici brani, relativamente brevi e molto suggestivi, ciascuno dedicato ad un animale. Il primo componimento, La marcia reale del leone, descrive l’andamento sicuro e deciso dell’animale, sottolineato da accordi molto intensi. Il leone si prospetta come un animale fiero e forte, superiore agli altri, sui quali predomina. Con musicalità nettamente marcata si alternano archi e pianoforte. Il secondo brano che costituisce l’opera è Galline e galli. La musica rende orecchiabile anche lo starnazzare delle galline che chiassosamente cercano di farsi notare dai galli. Tutto è perfettamente reso con pianoforte, violini, viola e clarinetto. Il terzo brano è dedicato agli Emioni (degli animali velocissimi, asini e cavalli). La corsa veloce degli asini selvatici è resa dalla melodia sinfonica di due pianoforti, che con andamento rapido conducono agli arpeggi finali, altrettanti tali. Tartarughe è il simulacro dell’ironia propria dell’opera; quella nota simpatica e retorica soprattutto che la contraddistingue, rendendola immortale. Camille Saint-Saens sceglie il celebre Can-can dell’Orfeo all’Inferno di Jacques Offenbach, originariamente un travolgente balletto, proposto in versione lenta, in un certo senso adattato all’andatura di certo non rapida, delle tartarughe. Non manca un altro riferimento famoso nel quinto brano; si tratta de La Danza delle silfidi di Hector Berlioz, che anche in questo caso conferisce ironia al brano. Il protagonista è l’elefante che ovviamente è contrapposto alla leggiadria delle silfidi, creature leggiadre ed aggraziate: l’opposto rispetto al grande, goffo e simpatico elefante. Il sesto componimento è dedicato ai Canguri, i cui salti scattanti sono realizzati grazie a brevi successioni di note dei pianoforti; tutto è caratterizzato da un anelito di mistero e suggestione che accompagna e quasi “presenta” il brano successivo. Fraseggi, alpeggi, ma anche gli archi ed i pianoforti, accompagnano in un misterioso ed affascinante acquario, che dà il nome al settimo componimento. Gli strumenti scelti conferiscono briosità al brano, esprimendo musicalmente il suono onomatopeico delle bollicine che si intravedono nell’acqua, in un’atmosfera quasi onirica. Gli asini sono i protagonisti dell’ottavo componimento, il cui raglio è reso dall’alternanza tra note acute e basse, dei violini. Il titolo: Personaggi dalle orecchie lunghe può essere letto in chiave metaforica. Si allude ai critici che spesso si presentano con chiave saccente e saputa. A loro si riferisce il celebre […]

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Culturalmente

Il Behaviorismo e il perché del nostro comportamento

Cosa influenza davvero le nostre azioni? Una domanda moderna si potrebbe pensare, risultato di studi moderni dovuti all’uso della tecnologia e dei social network, che ogni giorno, involontariamente, modificano i nostri comportamenti. Ed è qui che ci sbagliamo. Il behaviorismo è nato molto prima E se tutto quello che ci circonda fosse una grande scatola che controlla i nostri comportamenti e influenza le nostre azioni? Che ci sia un’ombra di complottismo è senza dubbi, ma quanto di ciò che noi osserviamo e che fa parte del nostro ambiente influenza le nostre azioni? A interrogarsi su questo strano argomento per la prima volta fu John Watson in persona, all’inizio del Novecento. Il movimento creato dallo psicologo chiamato ”comportamentismo” o  ”behaviorismo” non si distanzia troppo dai metodi scientifici utilizzati attualmente perché faceva della scienza e dell’osservazione il suo metodo di verifica. Il suo studio era quindi fondato sullo studio scientifico del comportamento, cioè degli aspetti esteriori, praticamente osservabili, dell’attività mentale. Chicca interessante è sapere che gli studi di Watson si basavano su una psicologia intesa diversamente da quella attuale, credeva infatti che grazie allo studio della mente era possibile prevedere e controllare il comportamento umano. Il suo intento era del tutto benevolo e attribuito a una visione utopica di una società che traesse beneficio da questa scoperta, ma resta un carattere inquietante dei suoi studi. Cos’è il C? Inquadriamo il ”comportamento” (o behavior) nel termine generale come una risposta a uno stimolo, perché risultato di un input sensoriale proveniente dall’ambiente esterno. Ma che tipo di stimolo è necessario per ottenere un una risposta? A rispondere a questa domanda furono due studiosi: Il primo fu quello effettuato da I. Pavlov, fisiologo Russo famoso per aver sperimentato uno degli esempi più caratteristici questa scuola di pensiero. Pavlov aveva sviluppato un procedimento semplice ma ingegnoso, in cui ogni volta che portava da mangiare al suo cane faceva tintinnare una campanella; Presentando insieme i due stimoli per un discreto tempo, lo studioso notò come l’animale iniziava a salivare al solo sentire il suono. In questi esperimenti, il suono fungeva da stimolo (un input sensoriale proveniente dall’ambiente esterno) che influenzava la risposta di salivazione del cane, il quale costituiva la risposta (un’azione o una modificazione fisiologica evocata da uno stimolo). E’ semplice osservare come in questo esperimento l’animale preso in considerazione sia totalmente passivo, in balia dell’esperimento dell’uomo con unico ruolo quello di vivere l’esperimento. L’esperimento di Pavlov è il più caratteristico perché il più vicino alla nostra contemporaneità, basti pensare al nostro animale domestico che scodinzola o abbaia ogni volta che sente suonare alla porta. Behaviorismo: L’uomo risponde passivamente agli stimoli dell’ambiente? Nonostante l’efficacia dell’esperimento di Pavlov è bene ricordare che l’uomo non effettua un comportamento passivo di fronte a uno stimolo, ed è qui che il secondo esperimento prende forma. L’esperimento più attivo è stato condotto da B. F. Skinner il quale iniziò a studiare gli animali in base ai loro comportamenti nel loro habitat. Il perché? Semplice, questo permetteva di osservare come, in una […]

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Culturalmente

Donna etrusca, libertà ed emancipazione nel mondo antico

Non tutte le donne del mondo antico erano recluse in casa. La donna etrusca era ricca, libera e aveva gli stessi diritti degli uomini. «Le donne etrusche, a differenza di Penelope e Andromaca, non si accontentavano di attendere pazientemente a casa il ritorno degli sposi, ma prendevano legittimamente parte a tutti i piaceri della vita». Le parole dello storico francese Jean-Paul Thullier riassumono perfettamente la condizione particolare della donna etrusca, in un mondo non propriamente woman-friendly come quello antico. La libertà di cui godeva rappresenta l’eccezione in un contesto dove, in gran parte delle società antiche, alla donna venivano assegnati compiti che la escludevano dalla vita pubblica. Va però chiarito che questo scenario non si presentava in tutte le comunità etrusche (soprattutto in quelle a stretto contatto con la civiltà greco-romana, dove vigeva il modello della famiglia patriarcale), ma in Etruria, la vasta zona comprendente la Toscana, L’Umbria e l’Alto Lazio il cui sviluppo economico del VI secolo a.C. favorì la nascita di condizioni favorevoli all’ emancipazione femminile. Donna etrusca, le testimonianze storiche L’immagine di una donna libera ed emancipata provocava scandalo e ribrezzo presso gran parte dei contemporanei, che non si risparmiavano in giudizi spietati. Un esempio su tutti? Teopompo di Chio (IV secolo a.c.), storico greco che descriveva le donne etrusche con queste parole: «Le donne etrusche curano molto il loro corpo, spesso fanno ginnastica anche con gli uomini, e a volte da sole; non hanno vergogna a mostrarsi nude. E non banchettano con i propri mariti, ma accanto a chi capita e bevono alla salute di chi vogliono; sono anche grandi bevitrici e di bell’aspetto […] Non è riprovevole per i Tirreni abbandonarsi ad atti sessuali in pubblico o talora circondando i loro letti di paraventi fatti con rami intrecciati, sui quali stendono dei mantelli». Le parole di Teopompo, trascritte dallo scrittore di età imperiale Ateneo di Naucrati all’interno de I deipnosofisti, pur aiutando a comprendere la condizione “democratica” di cui godevano le donne etrusche, rasentano il moralismo più becero possibile, ma non solo: si possono considerare anche un ottimo esempio di fake news dell’età antica (un altro storico, Cornelio Nepote, definì Teopompo un «maldicente»), volte a sostenere come giusta l’immagine di una donna che invece doveva essere tagliata fuori dalla vita pubblica e dedita soltanto alla cura della casa e dei figli. La realtà era invece ben diversa, come dimostrano le tante testimonianze artistiche lasciate dal popolo etrusco. I nomi e i cognomi Di gran parte delle donne etrusche conosciamo i nomi. A differenza di quanto succedeva a Roma, dove la donna veniva identificata soltanto con il nome della famiglia (gens), in Etruria queste possedevano sia un nome che un cognome. A testimonianza di ciò ci sono le iscrizioni e le epigrafi non soltanto sulle tombe, ma anche su oggetti di uso quotidiano. Nel Museo Gregoriano Etrusco, all’interno dei Musei Vaticani, è conservata un’olletta, un recipiente che serviva a contenere gli alimenti, su cui si trova trascritta questa frase: “Io sono di Ramutha Kansinai”.  Un altro […]

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Culturalmente

Ulisse e Dante nel XXVI canto dell’Inferno

In netto contrasto con i gruppi di dannati, rappresentanti di un’umanità mediocre e volgare, che popolano le bolge precedenti, spicca per la sua isolata grandezza, al centro dell’ottava bolgia, la figura di Ulisse. Il nome di Ulisse giungeva alla cultura medievale come quello d’un uomo famoso per la sua abile arte oratoria e, insieme, per gli inganni che aveva ordito: un personaggio contraddittorio, magnanimo e calcolatore, certo più vicino all’avventuroso protagonista dell’Odissea che non all’eroe dell’Iliade. Ulisse prima di Dante Nel canto XXVI dell’Inferno, che accoglie nella sua seconda parte l’incontro di Dante con Ulisse, l’eroe è fiamma che brucia tra i consiglieri di frode, insieme a Diomede. Le ragioni di tale pena sono brevemente ricordate da Virgilio: l’inganno del cavallo di legno per entrare nella città di Troia e concludere così il lungo assedio; l’inganno ai danni di Achille, dalla madre Teti celato in abiti femminili alla corte di Licomede, re di Sciro, ma di lì strappato da Ulisse e Diomede giunti travestiti da mercanti; e il furto del Palladio, la piccola statua di Atene dal potere prodigioso, trafugata da Ulisse e Diomede introdottisi nottetempo in città sotto mentite spoglie (Eneide, II, 162 sgg.), per indurre i Troiani a ritenere di non esser più protetti dagli dèi. L’autore antico che, per così dire, consegna a Dante questo Ulisse, è Virgilio, che lo definisce scelerum inventor, cioè inventore-ideatore di azioni delittuose. Sulla tradizione classica dell’eroe greco, demone dell’inganno, Dante innesta il suo Ulisse, che ha generato, a sua volta, una fascinosa tradizione di scienziato e di esploratore, costante nei secoli, e giunta fino ai nostri tempi. La sete di conoscenza e la sua ambiguità Nell’Odissea sono presenti due temi che avranno grande risalto nell’episodio dell’Ulisse dantesco: il primo è quello della conoscenza del tutto (la tentazione delle Sirene, alla quale, se libero, Ulisse non resisterebbe); l’altro è quello del viaggio per mare che l’eroe avrebbe compiuto in età avanzata e della morte che gli sarebbe giunta sempre dal mare. Ebbene, l’Ulisse di Omero non è dimenticato da Dante, ma interpretato in modo nuovo: dinanzi ad egli, l’alternativa fra ammirazione e condanna si fa più forte in quanto, attraverso la storia di lui, il poeta affronta il problema della conoscenza, che sente centrale nella vita dell’uomo e, di conseguenza, costituisce il nodo essenziale del suo poema. E proprio la sete di conoscenza, l’ardore di svelare con la propria intelligenza tutti gli aspetti della natura umana e delle varie forme del creato fa di Ulisse il simbolo del mondo antico nella sua coscienza più alta. Ulisse, però, non ha il contemplativo distacco degli «spiriti magni» del Limbo, ma appare travolto da una passione che cancella in lui la necessità di controllare le doti naturali: sicché assume un significato profondo l’immagine della fiamma, che lo avvolge e lo tormenta. L’ansia di conoscere, che porta Ulisse alla sua epica e tragica fine, si traduce poeticamente nel solenne monologo, in cui il protagonista racconta il suo ultimo viaggio: dalla partenza alla descrizione dell’itinerario interno al […]

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Riflessioni culturali

Baarack e la sua storia: il lato oscuro della selezione

Baarack, pecora sfuggita a un allevamento intensivo e ritrovata coperta da 35 kg di vello, ha messo in luce il lato oscuro della selezione. Circa un mese fa è stata ritrovata e soccorsa una pecora, reduce da anni di vagabondaggio in un bosco nello Stato di Victoria, in Australia, a circa 60 km a nord di Melbourne. Baarack, così come è stata chiamata dai volontari dell’Edgar’s Mission Farm Sanctuary vicino a Lancefield, dopo la segnalazione da parte di un cittadino, era scappata da un allevamento intensivo ed aveva girovagato allo stato brado; tuttavia, poiché le attuali specie ovine richiedono almeno una tosatura annuale per il loro benessere, questa pecora coraggiosa aveva accumulato circa 35 chili di vello sul suo manto, che le rendevano difficile muoversi, alimentarsi e perfino aprire gli occhi, sicché l’animale al suo ritrovamento era sottopeso e a stento in grado di adoperare la vista. Nonostante tali condizioni iniziali non del tutto felici l’animale, intenzionato a vivere libero nella foresta, è stato in primo luogo tosato: la lana ricavata – che, come già detto, senza una regolare tosatura continua a crescere in modo incontrollato, causando sofferenze all’animale – era pari alla quantità che, in condizioni normali, crescerebbe in circa cinque anni. Risollevatasi dal carico della lana in straordinario eccesso, Baarack ha iniziato gradualmente ad adattarsi alla temperatura circostante e familiarizzare con gli altri ovini presenti nella struttura, nella quale vivrà libera e fruirà delle cure necessarie. Che cos’è la selezione artificiale La storia della pecora Baarack è un prodotto diretto dell’allevamento selettivo umano per la lana, raccolta a scopo commerciale, ed ha mostrato al mondo come la selezione umana delle specie animali abbia alterato la loro vita. Gli animali, infatti, dopo le piante, sono state l’oggetto privilegiato della sete di predominio umano sul mondo: mentre in natura la selezione è operata spontaneamente in relazione alle varianti che consentano agli organismi viventi un migliore adattamento, la selezione artificiale è operata dall’uomo fin dai tempi più remoti in modo tale da isolare determinate caratteristiche a suo proprio beneficio; ciò consentirà, in agricoltura e in allevamento, di ottenere nuovi individui basandosi sul fenotipo, ovvero sulle caratteristiche visibili esteriormente, che siano ritenute migliori rispetto a quelle di origine. L’uomo, pertanto, è in grado di apportare cambiamenti negli esseri viventi che lo circondano; l’allevamento selettivo sia di specie vegetali che animali è stato praticato, infatti, fin dalla preistoria, finché fu istituzionalizzato come pratica scientifica durante la rivoluzione agricola britannica nel XVIII secolo, in special modo in relazione al programma di allevamento delle pecore. Baarack è riuscita coraggiosamente a sfuggire all’allevamento selettivo La coniazione della definizione di “allevamento selettivo” (selective breeding) si deve a Charles Darwin, quale pratica di allevamento intenzionale di animali e piante da individui dotati di caratteristiche desiderabili, a imitazione, dunque, del più ampio processo di selezione naturale alla base della teoria evoluzionistica. Tuttavia, la selezione artificiale ha dei rovinosi effetti collaterali sul fisico e sul comportamento degli animali destinati alla produzione massiva di carne, latte e uova: aspettative di vita […]

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Culturalmente

Le bambole down Miniland fra inclusività e accettazione di sé

Le bambole down dell’azienda spagnola Miniland vincono il prestigioso premio come “miglior giocattolo dell’anno 2020” e diventano simbolo di inclusività e di accettazione di sé A proposito delle bambole down, andiamo un po’ indietro nel tempo nella storia dei giocattoli educativi più noti. Fra il 2015 e il 2016, Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, Melissa Mostyn, mamma di una bimba sulla carrozzina e Karen Newell, mamma di un bimbo cieco, avevano lanciato l’hashtag Toy like me iniziando la produzione di bambole con caratteristiche simili a quelle dei propri figli e per tutti i bambini con diverse disabilità fisiche. Rebecca, Melissa e Karen avevano poi chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili per portare sul mercato prodotti nei quali i figli potessero riconoscersi, al di là dei canoni “perfetti” dei soliti giocattoli. La necessaria risposta alle esigenze dei bambini e il bisogno di dare ad ogni bambino la possibilità di ritrovare nel giocattolo con cui gioca caratteristiche a lui vicine, e non per questo “diverse” in senso negativo, hanno portato nel corso degli anni a rivedere soprattutto l’ideologia dietro al giocattolo, tralasciando la strategia e le tattiche pubblicitarie (si pensi alle Barbie in sedia a rotelle o genderless, lanciate da Mattel come Creatable World). «La trasmissione dei valori come la tolleranza o il rispetto per la diversità sono aspetti che devono essere messi al centro della produzione di giochi». (sulle bambole down, Victoria Orruño, direttore marketing di Miniland al The Guardian)  Sull’onda dell’inclusività e dell’apprezzamento del mercato da parte delle famiglie, anche altri brand hanno annunciato collezioni inclusive e collaborazioni fruttuose: è il caso di Kmart in Australia e Nuova Zelanda, di Toyse in Spagna e dell’organizzazione spagnola per la sindrome di Down. A tale proposito, dopo alcuni anni, è stata premiata per l’ “obiettivo lavorare sulle diversità”, come “miglior giocattolo scelto dalla giuria dell’anno 2020” dall’Associazione spagnola di produttori di giocattoli (AEFJ), la linea di bambole con sindrome di Down prodotta da Miniland, originaria di Onil, nella provincia di Alicante in Spagna orientale. Queste bambole con diverso colore di pelle e tratti somatici internazionali (dall’asiatico al sudamericano) e di capelli (da poco sono stati introdotti capelli rossi e castani come annuncia El Mundo), hanno pienamente risposto alle richieste dei piccoli consumatori, arricchendo il catalogo e la scelta dei prodotti dell’azienda spagnola. Insieme ad altri giochi educativi (come una linea di giochi eco- friendly per la sensibilizzazione alla sostenibilità ambientale), la Miniland ha ottenuto l’ambito premio con una mini- collection di due bambole e di due bambolotti, di cui due di pelle scura e due chiara. L’obiettivo è quello di “normalizzare e integrare questi gruppi fin dall’infanzia”: le bambole vincitrici del premio, in vinile senza bpa (bisfenolo A) e ftaltati (agenti plastificanti), hanno pezzi intercambiabili per realizzare, in diverse espressioni del viso, le cinque emozioni fondamentali: gioia, paura, tristezza, rabbia e amore, cui sono associati dal bambino che ci gioca anche cinque colori della pancia. […]

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Culturalmente

Primavera: tre poesie italiane per celebrarne la bellezza

La primavera è una stagione di rinascita, di fiori che sbocciano e della natura che si risveglia. Questa stagione si caratterizza per i mille colori che la contraddistinguono, accompagnandola dolcemente, delineandone i contorni; essa al contempo è anche cultura, consapevolezza, conoscenza, apertura e lo sapevano bene gli autori e poeti della letteratura italiana, che hanno lasciato una traccia di questa splendida stagione, nei propri versi. A tal proposito come non menzionare la conosciuta quanto spesso criticata poetessa ed autrice Grazia Deledda, che scrisse un componimento intitolato appunto, “Primavera”. Tale poesia rappresentò per l’autrice italiana un’occasione di riscatto, in quanto fu la prima donna italiana a ricevere un Premio Nobel. È risaputo che nella scrittura della Deledda gli elementi naturali, i colori si fondono, quasi personificandosi; tutto ciò ha voce umana e rappresenta lo specchio delle condizioni dell’uomo. Ne risulta un interessante gioco fra parola e silenzio, fondamento del linguaggio dell’autrice. È quasi come se lo sguardo dei personaggi, attivi e cognitivamente presenti, si aprisse a nuove prospettive, con un’energia che risolleva, sprigionando il profumo dei peschi in fiore, che nonostante il vento si piegano, ma non cadono. Così l’uomo, così le parole dell’indimenticabile autrice e poetessa sarda. Secondo la psicologia moderna, uno dei fattori principali relativi all’influenza positiva che la primavera esercita sul nostro umore è sprigionato dal colore. Le giornate diventano più lunghe ed è bello uscire a passeggiare all’aria aperta, leggere un libro su un vivido prato verde, osservare qualche nuvola candidamente bianca dalla forma buffa, assaporando tutto ciò con leggerezza. È proprio il tema della leggerezza, o meglio, dell’essenzialità, sua caratteristica predominante, che contraddistingue un’altra poesia, adatta alla primavera. Si tratta di “Prato”, un componimento del celebre autore e poeta italiano Giuseppe Ungaretti, appartenente alla raccolta Allegria di naufragi. Una poesia semplice e coincisa, essenziale, che esprime in poche righe la bellezza della stagione primaverile. “La terra s’è velata di tenera leggerezza come una sposa novella”, si legge all’inizio. Una metafora davvero significativa, che esprime l’energia propria dell’esistenza umana, del mondo, descrivendo come la natura riprenda a popolarsi, a prendere vita. La primavera prende forma nelle poche parole della poesia in modo spontaneo, con qualche elemento che si rivelerà essere indimenticabile. Leggere più volte il componimento aiuterà a comprenderne pienamente il significato, proprio come accade con la primavera: ogni giorno se ne assapora la bellezza, semplicemente vivendola. Solitamente si dice che il freddo tipico dell’inverno fiacca i corpi, intorpidendo i sensi, e la primavera li ritempra, costruendo una sorta di cerchio magico in cui danzare, amandosi. Forse è semplicemente una metafora, troppo sentimentale per qualcuno, ma, probabilmente l’amore, bello o brutto che sia, spinse un altro stimatissimo autore e poeta italiano a scrivere un componimento in cui, in preda ad una delusione sentimentale, egli sperava di scorgere la primavera. Il poeta in questione è il celebre Cesare Pavese e la poesia s’intitola proprio “Primavera”. Il componimento è dedicato a Constance Dowling, attrice americana di cui il poeta si innamorò perdutamente. Il testo fa parte di una silloge di dieci […]

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