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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 812 articoli

Culturalmente

Natale ortodosso: come, quando e perché di un’antica tradizione

Esistono molti modi di festeggiare il Natale nel mondo: scopriamo insieme il Natale ortodosso, quando si festeggia, in quali Paesi e in cosa differisce da quello cattolico Lo scorso 7 gennaio, come tutti gli anni, è stato celebrato in Medio Oriente e nei Paesi dell’Europa dell’Est di tradizione russa il Natale ortodosso che presenta caratteristiche distinte rispetto al nostro Natale cattolico, a cominciare appunto dalla data. Quest’ultima è dovuta al fatto che le Chiese orientali cattoliche e le Chiese ortodosse seguono il calendario giuliano e non ad una questione “scismatica”, come alcuni erroneamente ritengono. A tal proposito, l’Archimandrita Christopher Calin, decano della cattedrale ortodossa russa, spiega: “La maggior parte delle chiese ortodosse di tutto il mondo utilizzano il calendario giuliano, creato sotto il regno di Giulio Cesare nel 45 a.C., e non hanno adottato il calendario gregoriano, proposto dal latino papa Gregorio XIII di Roma nel 1582. Anche gli ortodossi festeggiano il Natale il 25 dicembre, ma nel loro calendario questa data corrisponde al “nostro” 7 gennaio, cadendo in ritardo di 13 giorni. Non tutti i Paesi ortodossi hanno rifiutato di adattarsi al cambiamento però: in Grecia, ad esempio, il giorno del Natale coincide con quello cattolico; in Egitto, i cattolici del Cairo e di Alessandria, con le rispettive province, celebrano la nascita di Gesù come noi il 25 dicembre. Natale ortodosso: come si festeggia? Oltre alla differenza del calendario, le due Chiese si distinguono tra loro anche per altre caratteristiche. La Vigilia di Natale cristiana prevede festeggiamenti in compagnia di familiari e amici dalla sera fino alla mezzanotte del 25 dicembre, tutti si riuniscono a tavola tra cene pantagrueliche e giochi da tavola. Gli ortodossi fanno esattamente il contrario, osservando un periodo di quaranta giorni di digiuno e preghiera prima della vigilia. Un digiuno però non totale (è consentito infatti il consumo di pesce il mercoledì ed il venerdì), ma che nel giorno della vigilia diventa rigidissimo e prevede solo il consumo di cibo “socivo” ovvero grano lesso e frutta. Questo periodo di Avvento si conclude in chiesa al tramonto con la solenne Messa di Mezzanotte, dove al termine della preghiera i fedeli intonano l’inno di Natale ed al centro della chiesa viene portata l’icona della festività: una candela accesa che simboleggia la Stella Cometa. Infatti, a differenza dalla Chiesa cattolica, dove la nascita di Cristo è rappresentata dal presepe, il simbolo del Natale ortodosso è la candela. L’albero di Natale invece sembra essere una tradizione comune, ma ogni Paese ha le proprie tradizioni: ad esempio, in Grecia non arriva Babbo Natale a portare i doni ai bambini, ma San Basilio il 1° gennaio; in Bulgaria i fedeli bruciano un tronco di legno durante la notte della vigilia (le scintille simboleggiano la prosperità dell’ anno nuovo) e alla fine del pranzo non sparecchiano il tavolo, per lasciare gli avanzi per i cari defunti; durante il cenone della vigilia in Russia si consumano il miele e l’aglio, che simboleggiano la dolcezza e l’amarezza della vita. Fonte immagine: http://www.natale360.com/religioni/Natale_ortodosso.htm

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Culturalmente

4 poesie sulla Shoah: per non dimenticare

Ogni anno cade il 27 gennaio la Giornata della Memoria, dedicata al ricordo delle vittime dell’Olocausto, affinché la barbarie e l’odio non abbiano la meglio sull’umanità e la solidarietà, perché soltanto la memoria -dovere morale e civile- di ciò che è stato e non dovrà ripetersi potrà impedirlo. In questo giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, rivelando al mondo l’orrore di ciò che lì accadeva e che condusse a morte oltre 15 milioni di persone tra uomini, donne e bambini, tra ebrei, dissidenti politici, disabili, rom e omosessuali. A ricordarci ciò che è stato non sono soltanto i documentari ed i saggi, ma anche il cinema e la letteratura: sono moltissime le opere cinematografiche e le opere letterarie sul tema, da Primo Levi ad Anne Frank fino a titoli meno noti ma non per questo meno significativi. Leggiamo oggi alcune poesie sulla Shoah, per non dimenticare. “La domanda: Ditemi dove era Dio, ad Auschwitz. La risposta: E l’uomo dov’era?” (William Clarke Styron) 4 toccanti poesie sulla Shoah Se questo è un uomo, Primo Levi Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un si o per un no. Considerate se questa è una donna, senza capelli e senza nome senza più forza di ricordare vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via, coricandovi, alzandovi. Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi. Una rassegna delle più note e toccanti poesie sulla Shoah non può che iniziare con la poesia introduttiva al crudo e straziante, forte primo romanzo di Primo Levi Se questo è un uomo (1947), un uomo che, avendo vissuto in prima persona l’esperienza del lager senza esserne mai uscito davvero, pur essendo tra i salvati, si chiede fino a che punto possa spegnersi nell’uomo l’umanità e sonda con estrema lucidità l’alienazione ed il progressivo imbarbarimento sia dei sommersi che dei salvati all’interno del lager. A lui dobbiamo l’invito costante a ricordare, perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“: ricordare le indicibili (eppure dette, una per una, in questo romanzo) atrocità di cui l’uomo si è macchiato contro l’uomo, contro il concetto stesso di umanità, perdendo ogni contatto con la stessa. Ricordare che, se ciò è accaduto, potrebbe ripetersi qualora noi decidessimo di abbassare la guardia. Un invito a stare all’erta, affinché ciò che è stato non possa ripetersi. Un paio di scarpette rosse, Joyce Lussu C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro quasi nuove: sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica “Schulze Monaco”. C’è un paio di scarpette rosse in cima a un mucchio di […]

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Riflessioni culturali

Formentera, tra sogno e realtà

Formentera, chiamata a ragion veduta, la perla delle Baleari, è una piccola isola che ben rappresenta l’ideale di libertà. Facilmente raggiungibile dall’Italia, questo fazzoletto di terra sopravvive indenne al passare del tempo e ai mutamenti edilizi. Se, in altre zone bagnate dal mare, l’afflusso copioso di turisti, ha snaturato l’identità del luogo, qui a Formentera l’intento degli abitanti è stato quello di conservare e preservare il genius loci che aleggia su questa magica isola. Ma cosa la rende così famosa tanto da essere osannata dai fedelissimi “formenteralovers”? Perché Formentera e non Ibiza o Palma di Maiorca? Come anticipato, l’isola esula dai clichè delle grandi mete turistiche. Nonostante sia molto affollata nei mesi estivi, riesce sempre a dare a chi la visita una sensazione di libertà ineguagliabile. Sarà il fascino delle sue stradine sterrate che piano piano si avvicinano al mare regalando agli occhi uno spettacolo da cartolina, sarà l’aria che vi spettinerà i capelli quando andrete in motorino, o sarà la salsedine sulla vostra pelle… ma come Formentera non esiste alcun altro luogo! Tra i fattori che contribuiscono a darle fascino c’è sicuramente madre natura che qui ha giocato le sue carte migliori. Il mare di Formentera è un mare caraibico. In qualsiasi spiaggia andrete resterete stupiti dai colori dell’acqua: blu, azzurro, celeste, verde… una gamma cromatica che vi farà venire voglia di partire guardando solo qualche foto. Dalla meravigliosa caletta di Calò des Mort alla magnifica spiaggia di Ses Illetes, Formentera è in assoluto una delle più belle isole del Mar Mediterraneo. Il segreto della trasparenza delle sue acque risiede nella Posidonia Oceanica, una pianta che, grazie alla sua particolare conformazione, evita l’erosione delle coste ed ossigena l’acqua. Inoltre, una delle caratteristiche del mare è anche la bassa marea: ci saranno giorni in cui potrete camminare per decine e decine di metri con l’acqua alle caviglie! Non sarà la condizione ideale per chi è appassionato di nuoto… ma per una settimana di vacanza siamo certi che vi potrete accontentare anche di questo! Ma Formentera è anche celebre per i suoi tramonti. L’abitudine di chi frequenta l’isola (una consuetudine che vi piacerà molto) è quella di frequentare le spiagge di giorno, godersi lunghi bagni e, poco prima del calar del sole, raggiungere uno dei tanti chiringuito sulla spiaggia. Il rito dell’aperitivo è un “must” a cui nessuno si sottrae e, se accompagnato da un tramonto infuocato, è quanto di più bello ci si possa concedere dopo una “faticosissima” giornata in spiaggia. Ci sono tantissimi bar sulla spiaggia ma differenziano tra loro solo per la location, per il resto la formula rimane invariata: mojito e tramonto per tutti! Se vi state chiedendo quali siano i più gettonati vi deludiamo dicendovi che non ne esistono… tutti i chiringuito di Formentera hanno un fascino unico, motivo per cui è molto probabile che ogni sera andrete in un posto diverso. Continuando il nostro viaggio alla scoperta di Formentera è d’obbligo parlare dei suoi coloratissimi mercatini artigianali. L’isola infatti vanta un passato hippy degno di […]

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Culturalmente

Mitologia nordica, la storia degli dèi scandinavi

La mitologia nordica rappresenta una costola di quella germanica ed è una delle più conosciute al mondo. I nomi di Thor, Loki e Odino suggeriscono qualcosa anche a chi non è ferrato in materia di mitologia e folklore grazie all’enorme numero di romanzi fantasy, film e fumetti con protagoniste le divinità del Pantheon norenno adorate dai popoli della Scandinavia. Mitologia nordica, le fonti Gran parte dei racconti nordici sono stati tramandati dall’Edda in prosa, scritta dallo storico e poeta finlandese Snorri Sturluson nel XII secolo. Si può considerare come un manuale di retorica in cui l’autore dà delle istruzioni agli aspiranti poeti nell’usare la materia norenna spiegando il complesso significato delle kenningar, le frasi poetiche che indicavano i nomi di cose e di persone con perifrasi designanti proprio le divinità nordiche. L’Edda in versi, risalente allo stesso periodo, raccoglie invece ventinove poemi con protagonisti dèi ed eroi che furono riscoperti soltanto nel 1643 da un vescovo all’interno del Codex Regius, un insieme di manoscritti di opere medievali scandinave. Tra le fonti scritte sono importanti per la mitologia nordica anche le rune, pietre scritte in caratteri detti appunto “runici”. Sono presenti soprattutto in Scandinavia e risalgono all’età dei vichinghi, dove i racconti venivano tramandati soltanto oralmente. Nelle pietre runiche troviamo testimonianze non solo della storia, dei costumi e della lingua delle popolazioni scandinave, ma anche episodi tratti dai miti nordici. L’origine del mondo, il Ginnungagap All’inizio si racconta che nel mondo non vi erano il cielo e la terra, ma soltanto un abisso primordiale al centro conosciuto con il nome di Ginnungagap (baratro/voragine magica). Diviso dal regno della nebbia e dei ghiacci a nord (Niflheimr) e da quello del fuoco a sud (Múspellsheimr), al suo interno scorrono gli undici fiumi detti Élivágar le cui gocce velenose danno vita al gigante Ymir, capostipite della stirpe dei giganti che si nutrì del latte di Auðhumla, la vacca universale. Quest’ultima leccò il sale delle rocce ghiacciate e liberò Búri, il primo uomo comparso sulla terra il quale, essendo androgino, diede vita al figlio Borr che a sua volta diede vita alle divinità Odino, Vili e Vé. La prima cosa che fecero i figli di Borr fu uccidere Ymir e usare le parti del suo cadavere per creare il mondo: il cranio divenne la volta celeste, dal suo sangue nacque l’oceano e le carni furono usate per creare la terra. Le ossa furono erette per creare le montagne, mentre dai suoi capelli nacquero gli alberi. Il nome dato a questa terra fu Midgard (terra di mezzo), luogo in cui abitavano gli uomini e i troll. Yggdrasil, il “frassino del mondo” Dal corpo di Ymir fu generato anche Yggdrasil, il più alto tra gli alberi. Si tratta di un frassino (un albero di tasso o una quercia in altre versioni) i cui nove rami sorreggono il mondo. Questi sono: Ásahemir, il mondo delle divinità celesti Álfheimr, popolato dagli elfi di luce Midgard, popolato di uomini e troll Jǫtunheimr, la terra dei giganti (Jotunh) Vanaheimr, il mondo […]

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Culturalmente

Gita scolastica a Napoli: cosa vedere con gli alunni

Gita scolastica a Napoli? Ecco dove portare gli alunni!  Napoli è una città eterogenea e piena di proposte culturali. Non solo vanta di un particolare territorio che presenta mare, montagne, isole e addirittura, un vulcano, ma anche numerose influenze storico-culturali. Per questo, appare tutt’oggi meta privilegiata per una gita scolastica. Ecco alcuni consigli su cosa vedere. Gita scolastica a Napoli, ecco i nostri consigli. Gita scolastica a Napoli? Prima tappa: Il Museo Cappella Sansevero Nel pieno cuore del centro storico, alle spalle di Piazza San Domenico Maggiore, questa cappella sconsacrata è uno dei migliori esempi di barocco napoletano. È conosciuta in tutto il mondo per ospitare capolavori come Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, una rappresentazione del Cristo morto ricoperto da un velo marmoreo che si adagia sul suo corpo con la delicatezza della seta, e Il disinganno di Francesco Queirolo, oltre che le macchine anatomiche, due corpi scarnificati che permettono di osservare l’intero sistema circolatorio. Napoli sotterranea Sicuramente, la scelta di visitare la Napoli sotterranea appare tra le più interessanti, in grado di concedere un punto di osservazione completamente differente. La città è infatti attraversata da una fitta rete di cunicoli, acquedotti e gallerie utilizzate dall’uomo nelle diverse fasi storiche. Così, è oggi possibile compiere un viaggio di 2400 anni, a 40 mt di profondità. Si ammireranno i resti di un antico acquedotto greco-romano, dei rifugi antiaerei della Seconda guerra Mondiale e si tornerà in superfice per visitare un particolarissimo “vascio”, ricco di sorprese. Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) Non si tratta solo del più importante museo partenopeo ma il MANN vanta un patrimonio di opere d’arte e manufatti che lo pongono tra i più importanti musei archeologici del mondo. I maggiori punti d’interesse riguardano la collezione Farnese, costituita da reperti provenienti da Roma e dintorni, le collezioni pompeiane, con reperti provenienti dall’area vesuviana, e la collezione egizia, il vero fiore all’occhiello, che si colloca solo dopo le collezioni del museo egizio del Cairo e del museo egizio di Torino. Inoltre, il Mann ospita frequentemente mostre temporanee di altissimo valore: tra le più acclamate e visitate del 2019, Canova e l’antico, con famosissime sculture dell’autore provenienti dall’ Ermitage di San Pietroburgo, e il World press photo, la più importante mostra di fotogiornalismo del mondo. Il Parco Vergiliano a Piedigrotta Questo piccolo gioiello, posto a pochi passi dal lungomare di Mergellina, è spesso confuso con il parco Virgiliano di Posillipo. Si tratta, invece, di uno spazio verde che profuma di aria buona e offre una vista mozzafiato e, come se non bastasse, vanta un importante valore culturale: al suo interno, infatti, c’è, secondo la tradizione popolare, il sepolcro del poeta latino Virgilio ed il monumento sepolcrale che contiene le spoglie di Giacomo Leopardi. Città della Scienza SI tratta del primo museo scientifico interattivo italiano, un progetto che ci avvicina ai science centres diffusi in tutto il mondo. Qui viene proposto un nuovo tipo di apprendimento: partendo dal corpo umano e giungendo all’universo, analizzato grazie ad un planetario, i più piccoli […]

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Culturalmente

Architettura organica: arte e natura

L’architettura organica è una corrente di pensiero artistica concepita dall’architetto Frank Lloyd Wright. Con il termine si intende la totale armonia fra paesaggio antropico (ambiente costruito, edilizio, paesaggio naturale modificato dall’uomo) e paesaggio naturale. Architettura organica: definizione ed esempi Il termine, si è detto, sta ad indicare il “sistema di equilibrio” fra ambiente costruito e ambiente naturale, sistema, questo, raggiungibile attraverso l’inserimento armonico – integrazione “non forzata” – degli elementi architettonici artificiali (da utilizzare per la costruzione) con gli elementi naturali del sito in cui si va a costruire l’impianto architettonico. «Una poetica serenità»: così Frank Lloyd Wright, architetto moderno e fondatore dell’architettura organica, ha definito lo stile; essa, quindi, in contrasto con l’architettura razionale, intende ricuperare l’armonia fra uomo e natura erigendo opere architettoniche che facciano del rapporto di simbiosi uomo-costruzione il dittico fondamentale e precipuo della messa in opera architettonica. I punti salienti di tale modello – definiti, nel loro insieme, attraverso i termini di “progetto organico” – riguardano i concetti di aria, luce, spazio: in termini pratici, le costruzioni rispettose dei principi dell’architettura organica (che deve, in primo luogo, armonizzare la triade uomo-tecnica-natura), per seguire pienamente i “dettami organici”, devono essere concepite e realizzate come unità architettoniche in cui aria e luce si espandono libere, senza ostacoli d’ombra (di cui fanno parte, ad esempio, le “chiusure” delle prospettive e degli spazi causate dalle stanze); come unità architettoniche in cui vi è perfetta intersezione fra la costruzione stessa e l’ambiente naturale circostante. Sono preferibili l’aggetto delle superfici orizzontali – ossia la sporgenza dell’edificio che contribuisce, similmente a quanto accade con l’ombra in pittura, a donare caratteristica dinamica e risalto alla costruzione -, e l’utilizzo di singoli materiali edilizi (e di elementi d’arredamento interno) in grado di integrarsi al meglio con l’ambiente naturale circostante. L’edificio, dunque, non è considerato come “isolato”, come costruzione a sé stante, o “fissato” entro determinati schemi precostruiti, ma è concepito come spazio libero che forma “un unico sistema” con l’ambiente circostante; in altre parole, si potrebbe dire che sono gli ambienti naturali a “richiedere” adattabilità agli schemi di costruzione e non gli edifici, con i loro schemi fissi di costruzione, ad imporsi “con tirannia” sugli ambienti naturali. Il modello architettonico organico e le sue derivazioni Dal modello architettonico organico sono discesi vari modelli architettonici che rispettano il principio di armonia-coesione espresso dalla triade uomo–architettura–ambiente; è questo il caso dell’architettura bioclimatica, dell’architettura ecosostenibile, dell’arcologia, della bioarchitettura: correnti architettoniche che, per un verso o per l’altro, hanno in comune la progettazione e la costruzione di edifici che rispettano i principi dell’ecologia (ricerca e utilizzo di materiali naturali o sintetici ma con impatto inquinante prossimo allo zero, prospettive di risparmio energetico) e della salute psico-fisica (recupero per l’individuo della dimensione di “abitante della Natura“); tutti pensieri, dunque, che, a ben vedere, hanno l’intento di recuperare le “facoltà visive” dallo stato di forte cecità dell’edilizia disattenta e nociva; un recupero, questo, realizzantesi attraverso lo studio di tecniche consapevoli che si riavvicinano ai sani modi di comprendere gli spazi […]

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Culturalmente

Battaglia di Bouvines, la domenica che cambiò l’Europa

Il 27 luglio del 1214 ebbe luogo la battaglia di Bouvines che vide contrapposti Filippo II e Ottone IV di Brunswick, rispettivamente il sovrano del regno di Francia e l’imperatore del sacro romano impero. Si trattò di un episodio molto importante, giacché il suo esito sarà importante per l’assetto dell’Europa. Antefatti  Ottone IV era stato eletto imperatore da papa Innocenzo III nel 1209, anno in cui lo stesso Ottone aveva accettato le condizioni del Trattato di Spira in cui rinunciava a qualsiasi aspirazione di dominio sui territori pontifici. Ma l’imperatore non ci pensò due volte a rimangiarsi la promessa fatta, dato che l’anno successivo invase e occupò quell’insieme di territori conosciuti sotto il nome di “Patrimonio di San Pietro” (Viterbo e il comprensorio di Civitavecchia) e giunse persino ad impossessarsi della corona del Regno di Sicilia nonostante il papa lo avesse scomunicato. Il 9 dicembre del 1212 Innocenzo III incoronò imperatore Federico II di Hohenstaufen, sfruttando il malcontento della nobiltà tedesca che criticava Ottone per il fatto che fosse più occupato a battibeccare con il papa che ad occuparsi dei territori dell’impero. Intanto l’oramai ex-imperatore cercò in ogni modo di riprendersi il trono e si alleò con il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra, anche lui messo sotto pressione dalla non facile situazione in cui le terre inglesi versavano. Preso il trono in qualità di “sostituto” del fratello Riccardo Cuor di Leone partito per la terza crociata (1189 – 1192), l’obiettivo principale di Giovanni fu quello di privare i feudatari di qualsiasi loro diritto con una politica tributaria che non piacque ai baroni inglesi, i maggiori avversari di re Giovanni assieme al re di Francia Filippo Augusto. Originario della famiglia dei Capetingi, questi era succeduto al padre Luigi VII nel 1180 quando aveva solo quindici anni, trovandosi davanti un sacco di problemi da affrontare. In primis dovette sedare una rivolta del conte delle Fiandre Filippo I, furioso in quanto sua nipote nonché moglie del re Isabella di Hainaut aveva portato come dote di matrimonio la contea di Artois e alcuni territori delle Fiandre. Il conseguente scontro ebbe come esito la stipulazione del trattato di Boves del 1185 con cui si riconosceva a Filippo Augusto il dominio sulle contee di Artois, Vermandois e Arménois. L’altro problema di Filippo Augusto era la corona inglese, che aveva dei propri possedimenti in Francia. Ciò rappresentò la causa degli scontri che Filippo ebbe con Riccardo Cuor di Leone, ex alleato durante la terza crociata in Terrasanta, e quando il sovrano inglese fu fatto prigioniero nel viaggio di ritorno dal duca d’Austria Leopoldo V ne approfittò per negoziare con il già citato successore Giovanni il quale, pur di impossessarsi della corona del fratello (si dice addirittura che fece circolare nel regno la falsa notizia della sua morte!), si mise al servizio di re Filippo divenendo suo feudatario a tutti gli effetti e cedendogli una buona parte dei territori appartenenti ai Plantageneti, il ramo della famiglia reale da cui Giovanni discendeva. Ma quando il re inglese si rifiutò di adempire […]

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Culturalmente

Conte Vlad, la leggenda di Dracula

Il conte Vlad è una delle figure storiche più affascinanti e allo stesso tempo più disturbanti, dal momento che la sua fama è legata perlopiù alla tortura dell’impalamento con cui uccideva i propri nemici. L’uso di tali metodi sanguinari hanno poi gettato le basi per la creazione del personaggio letterario del conte Dracula. Partiamo alllora per questo viaggio in Romania, per la precisione in Valacchia, per scoprire la storia del conte Vlad che per alcuni vive ancora tra noi sotto le vesti di vampiro.  La storia del conte Vlad III di Valacchia Vlad nacque nel 1431 nella cittadella di Sighisoara da Vlad II, sovrano della Transilvania e membro dell’Ordine del Dragone. Questi era un ordine militare fondato, forse ad inizio ‘400, dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo allo scopo di contrastare l’eresia di Giovanni Hus e in seguito l’avanzata dei turchi in Europa. Proprio dai Turchi Vlad venne fatto prigioniero ad Adrianopoli nel 1442, dove venne educato come un sultano. Nel 1448 venne raggiunto dall’assassinio del padre Vlad II e di suo fratello maggiore durante una rivolta dei boiardi organizzata dal regno d’Ungheria, desideroso di impossessarsi della Valacchia. Una volta libero il conte Vlad invase il proprio paese natale con al seguito un esercito di turchi, ma venne sconfitto dal sovrano Vladislao II che lo costrinse all’esilio in Moldavia. Trascorrono alcuni anni e in questo periodo di tempo Vlad stipula trattati di alleanza tra la Moldavia e la Transilvania, oltre a riuscire a portare dalla propria parte quei boiardi che avevano causato la morte del padre e con cui condivideva un nemico in comune: gli ottomani. La presa di Costantinopoli nel 1453 da parte di Maometto II e la fine dell’Impero Romano d’oriente rappresentavano un campanello d’allarme per la cristianità, che vedeva l’ombra musulmana oramai pronta ad abbattersi in Europa. Per tutti i signori dei vari regni cristiani era quindi necessario fare fronte comune per evitare il peggio e lo stesso valeva per Vlad, il quale si batté respingendo le armate ottomane nel 1454 a Szendro in Ungheria e nel 1456 a Belgrado. Quest’ultimo scontro andò a vantaggio proprio di Vlad, poiché tra le varie vittime ci fu Giovanni Hunyiadi, condottiero e fino a quel momento voidova ( “governante”) della Valacchia. Vlad approfittò del vuoto di potere e si impadronì del trono divenendo voidova della Valacchia con il nome di Vlad III e attuando una serie di riforme per risollevare la regione dallo stato di degrado in cui versava. Cercò innanzitutto di favorire l’economia locale tramite la costruzione di nuovi villaggi per i contadini e sostenendo i commercianti locali per limitare l’influenza estera di quelli di altre regioni romene. Inoltre spostò la capitale a Tirgoviste, dove venne costruito il Castello di Poenari in mezzo alle montagne. Questi provvedimenti non vennero ben accolti dai mercanti sassoni della Transilvania, i quali avevano creato nella regione una rete commerciale di città detta Siebenbürgen ( “Le sette città“) e che videro minacciati i propri interessi. Ciò portò a un’alleanza con i boiardi che a causa delle minacce […]

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Culturalmente

Idem con patate: uso e origine della frase idiomatica

Molti sono i modi di dire o le frasi idiomatiche utilizzate in tutta la penisola, alcune che denunciano apertamente la propria origine e provenienza, altre che, col passare del tempo, perdono le proprie radici pur restando nel linguaggio comune a tutti. Moltissimi inoltre sono i termini derivanti dal latino che restano immutati nella nostra lingua, come il comunissimo idem, utilizzato per esprimere la ripetitività o l’assenso rispetto a quanto affermato prima. Altra espressione tipicamente utilizzata è “idem con patate”, con l’intento forse di rafforzare la concordanza e talvolta utilizzato col fine di sottolineare ironicamente l’ordinarietà dell’affermazione. Curiosa l’origine di tale modo di dire; scopriamo insieme le varie proposte. L’origine del modo di dire Idem con patate Questo curioso modo di dire presenta una probabile tripla origine che proponiamo di seguito. La barzelletta Secondo alcuni la frase idiomatica deriverebbe da una barzelletta nella quale si racconta di una famiglia di umili origini che si concede il lusso per una sera di una cena al ristorante. Essendo analfabeti e incapaci di interpretare le pietanze elencate nel menù, il capofamiglia ordina a caso, e gli viene così servito un comunissimo piatto di fagioli. La moglie, più scaltra, origlia l’ordinazione di una coppia seduta accanto a loro, dove una signora, dopo aver ordinato “idem con patate”, indicando il piatto del suo commensale, vede arrivare al suo tavolo un appetitoso arrosto con patate. La signora dunque replica l’ordinazione, ripetendo anch’ella “idem con patate”; purtroppo però il suo “idem” erano i fagioli del marito, accompagnati dalle patate, appunto. L’origine nordica Una seconda versione dell’origine del detto sarebbe legata alle trattorie del nord Italia, dove era solito essere servito un unico piatto al giorno, che veniva comunemente accompagnato dalle patate, contorno economico e molto diffuso, soprattutto nelle zone vicine alle regioni nordiche, in particolar modo la Germania. Nel Novecento la frase idiomatica si sarebbe poi diffusa nell’intera penisola. La paretimologia latina Un terza origine richiamerebbe a una paretimologia dal latino, ovvero “idem comparate“, storpiato in italiano in “idem con patate”, in tono canzonatorio e ironico, mantenendo però lo stesso significato di “lo stesso di, come sopra”. Esempi dell’uso del detto: “Cosa hai fatto ieri sera?” “Nulla, sono stato a casa a guardare la tv, e tu?” “Idem con patate!“. “Stamattina c’era un gran traffico a causa delle spese natalizie; idem con patate stasera quando sono tornata a casa!” “Vorrei tanto andare in vacanza alle Maldive quest’anno!” “Idem con patate!” Dagli esempi riportati si nota come spesso il modo di dire, a differenza del classico “idem” utilizzato per indicare la comunanza di pensiero, aggiunge una sfumatura ironica al comune assenso, com’è tipico delle frasi idiomatiche. [Fonte immagine: https://www.publicdomainpictures.net/it/view-image.php?image=274585&picture=vecchio-libro]

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Riflessioni culturali

Campi di concentramento: storia di ciò che è stato

I campi di concentramento erano delle strutture carcerarie all’aperto, utilizzate per la detenzione e lo sfruttamento di civili o militari. Il primo utilizzo dei campi di concentramento, nella storia contemporanea, è riconducibile all’insurrezione cubana del 1896 quando il generale dell’esercito spagnolo Valeriano Weyler, attuò quello che è stato definito un “riconcentramento” della popolazione. Furono bruciate abitazioni e campi coltivati, e poi si passò alla deportazione vera e propria, in zone dove era permesso costruire capanne, delimitate da una “trincea” al cui interno erano gettati tutti i rifiuti ed esternamente circondate da una recinzione di filo spinato, ai cui lati erano presenti solitamente due e o tre soldati. Col passare degli anni, anche in Sud Africa, dopo la seconda guerra boera, tra il 1900 e il 1902, il comandante britannico Kitchener, deportò in ben cinquantotto campi di concentramento 120.000 boeri, circa metà della popolazione, in gran parte morta, a causa delle scarse condizioni igienico-sanitarie, epidemie e denutrizione. La deportazione di civili e militari, non riguardò esclusivamente zone lontane dall’Italia, infatti, a seguito della Rotta di Caporetto circa 300.000 soldati italiani furono imprigionati dagli eserciti degli imperi centrali e fu avviata una vera e propria deportazione, in quelli che erano conosciuti come campi di concentramento, controllati dagli austro-ungarici e tedeschi. L’uso sistematico dei campi di sterminio o concentramento, si ebbe nell’URSS a partire dal 1917 quando Lenin annunciò che tutti i “nemici di classe”, dovevano in qualche modo esser puniti, proprio come con i criminali. Decisione sistematica e irremovibile che diede inizio all’epoca dei gulag ossia campi di internamento in cui i detenuti erano costretti a lavorare in condizioni disumane, fino alla morte. I più tristemente “famosi” campi di concentramento sono quelli creati dai nazisti, in Germania: un sistema di prigionia provvisoria, contraddistinta dalla dicitura “lager”, all’interno dei quali venivano rinchiusi oppositori e persone sgradite al regime, costretti ai lavori forzati fino allo sfinimento o alla morte. I prigionieri dei campi di concentramento, arrivavano stremati e stipati in vagoni ferroviari, dopo aver viaggiato in condizioni al limite della sopravvivenza, senza acqua, né cibo, al caldo o al gelo, in base al periodo. I più deboli, tra i quali tanti anziani e bambini, purtroppo non sopravvivevano a tutto ciò e morivano durante il viaggio. Arrivati ai campi di sterminio, si effettuava una “selezione”, coloro che erano ritenuti ancora abili al lavoro, venivano separati dai loro familiari e destinati alle baracche dei prigionieri, per essere sfruttati fino alla morte. Gli altri, soprattutto, anziani, donne, e bambini, erano condotti nelle camere a gas, dopo essere stati spogliati e depredati di ogni cosa, denti d’oro e capelli compresi; docce, o meglio, camere a gas, all’interno delle quali morivano, a causa dell’immissione di un pesticida letale. I cadaveri venivano poi eliminati nei cosiddetti forni crematori, che riducevano i corpi esanimi in cenere. All’orrore e alla devastazione fisica e psicologica, di quanto riuscivano a sopravvivere, si affiancò a partire dalla fine del 1941, la terribile rete dei campi di sterminio, studiati analiticamente, per l’eliminazione fisica degli ebrei e degli altri prigionieri. Uno […]

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