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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1150 articoli

Culturalmente

Louisiana: tra vampiri aristocratici e letteratura Southern Gothic

Louisiana, alla scoperta di una terra che ha influenzato la letteratura dark fantasy e horror recente e alle leggende sui vampiri «Capisco…» disse pensieroso il vampiro, poi attraversò lentamente la stanza fino alla finestra. Qui restò a lungo, in piedi, contro la luce di Divisadero Street e i bagliori intermittenti del traffico. Adesso il ragazzo riusciva a distinguere più chiaramente l’arredamento della stanza, il tavolo rotondo di quercia, le sedie. E su una parete, un lavandino e uno specchio. Posò la cartella sul tavolo e aspettò. «Quanto nastro hai con te?» chiese il vampiro voltandosi, così che il ragazzo ora ne poteva scorgere il profilo. «Ce n’è abbastanza per la storia di una vita?» Questo è l’incipit di uno dei più famosi romanzi dark fantasy e horror ambientati negli Stati Uniti, principalmente in Louisiana; si tratta di “Intervista col vampiro” scritto da Anne Rice e pubblicato in Italia nel 1993 da Salani Editore. Il romanzo, reso celebre dal film omonimo con Tom Cruise, Brad Pitt e Antonio Banderas, appartiene a quel filone della letteratura statunitense meridionale che ha rimodulato il genere gotico in base alle caratteristiche socio-culturali del territorio come la schiavitù oppure le condizioni di vita degli aristocratici. Per questo motivo la città di New Orleans e il resto della Louisiana sono diventate fonte di ispirazione per molte opere “Southern Gothic” o horror-dark fantasy contemporanee. Alle origini di questi topoi della letteratura americana abbiamo la peculiare storia coloniale della Louisiana. Louisiana, un melting pot multietnico tra Europa, Africa e Americhe In origine il nome indicava il territorio nordamericano controllato dai francesi tra il 1600 e il 1700, chiamato così in onore del sovrano Luigi XIV (noto anche  come il Re Sole) che avviò la campagna coloniale in quei territori conquistando un tratto di terra che si estendeva dal Golfo del Messico, passando per il Mid-West e i Grandi Laghi, fino al Québec. In seguito alla sconfitta della Guerra dei Sette Anni e all’Indipendenza delle Tredici colonie inglesi, quel vasto territorio passò sotto il controllo dei neonati Stati Uniti d’America. Una caratteristica peculiare della città statunitense è l’incontro tra culture diverse che l’hanno resa un melting pot eterogeneo. Ai nuovi dominatori di lingua inglese sopravvivevano i vecchi padroni di lingua francese e i Cajun (coloni francofoni originari dell’Acadia, una regione del Canada) poi abbiamo le diverse tribù di nativi americani e molti schiavi di colore provenienti dall’Africa occidentale o dai Caraibi. Insomma, New Orleans ha risentito di questo clima culturale multietnico, dove “l’Europa si è fusa con l’America e con l’Africa, dando vita ad una cultura originale” e diversa da gran parte del sud degli USA. Rispetto ad altre realtà come Miami, New York o Los Angeles; “New Orleans conserva gelosamente la sua anima europea”; come dimostrato dall’architettura della città (il famoso Quartiere Latino) ma anche dalla sua cucina, dalle leggende folk e dai toponimi riconducibili alla cultura francese. All’anima europea della città, se ne aggiunge una “afro-caraibica” dovuta all’arrivo di schiavi usati nelle piantagioni di cotone e di zucchero. […]

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La Libertà che guida il popolo. Il simbolico dipinto di Delacroix

La Libertà che guida il popolo è forse il più celebre dipinto a olio su tela (260×325 cm) realizzato dal pittore francese Eugène Delacroix nel 1830 all’età di trentadue anni. Attualmente conservato al Museo del Louvre di Parigi, il capolavoro dalla forte carica simbolica celebra il popolo francese in rivolta, guidato dalla giovane personificazione della libertà. E cosa c’è di più attuale oggi! Oggi che si ha tanta sete di libertà e rivoluzione, in alcuni Paesi più che in altri, come l’Afghanistan, che vive momenti drammatici per l’oppressione di minoranze dispotiche e per la barbarie utilizzata come strumento per usurpare quella libertà, quella “normalità” conquistata con lotte e coraggio. E da questo punto di vista, la Francia ha insegnato tanto nel percorso storico, e da insegnare ha ancora tanto alle menti e agli animi pigri e riluttanti! Ma tornando al dipinto di Delacroix, sarà opportuno analizzarne il contesto storico, la rappresentazione e il simbolismo per comprenderne appieno il significato. La Libertà che guida il popolo. Contesto storico ed esposizione L’opera nasce in relazione ad un evento contemporaneo all’autore, a cui, attraverso l’arte, decide di partecipare appassionatamente, piuttosto che evadere dalla realtà. «Ho cominciato un tema moderno, una barricata… e, se non ho combattuto per la patria, almeno dipingerò per essa…» (Eugène Delacroix in una lettera al fratello riferendosi a La Libertà che guida il popolo). Nel 1829 il nuovo re di Francia Carlo X di Borbone affida il nuovo governo clerical-reazionario al capo della Congregazione Jules de Polignac, adottando una politica spiccatamente autoritaria ed emanando una serie di provvedimenti legislativi con i quali viene ristabilita la censura. Ciò scatena la legittima furia dei parigini che, dal 27 al 29 luglio 1830, si ribellano contro l’autorità regia, alzando le barricate nelle strade di Parigi, le cosiddette “Tre Gloriose Giornate”. Con il trionfare dell’insurrezione, Carlo X licenzia i suoi ministri, revoca le ordinanze emesse, fino ad abdicare, riparando in Inghilterra. I moti rivoluzionari in effetti portano in soli tre giorni al rovesciamento del regno di Carlo X e all’instaurazione della monarchia costituzionale sotto Luigi Filippo d’Orléans. È proprio questo il cruciale episodio storico che Delacroix decide di immortalare nel suo dipinto La Liberté guidant le peuple. Esposta al Salon nel 1831, l’idea del nuovo governo è quella di esporla, dopo l’acquisto per 3.000 franchi, nella Sala del Trono del Palazzo del Lussemburgo quale monito del “Re Borghese” Luigi Filippo, asceso al trono dopo la fuga di Carlo X. Tuttavia l’opera, ritenuta estremamente pericolosa e “rivoluzionaria”, viene invece prudentemente confinata in un attico, precipitando nell’oblio. La sua esposizione vede nuovamente la luce solo nel 1848, in occasione della Terza Rivoluzione, e nel 1855 all’Esposizione Universale di Parigi, trovando la sua definitiva collocazione presso il Museo del Louvre solo a partire dal 1874, dove è tutt’oggi esposta. La Libertà che guida il popolo. Descrizione e confronti L’opera è allegorica e reale insieme, in quanto fonde elementi inventati, ossia personificazioni, e personaggi reali. Vediamo in che modo. La Libertà che guida il popolo rappresenta tutte […]

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Pittura metafisica: il silenzio dell’assurdo

“Metafisica” è un termine che risale ad Aristotele e significa “oltre la fisica”, cioè oltre le cose visibili. Quando questo termine è associato all’arte parliamo sicuramente della pittura metafisica, movimento creato da Giorgio De Chirico e Carlo Carrà nel 1917 e volto a rappresentare ciò che va oltre. Il vero obiettivo del quadro è rappresentare non l’apparenza fisica ma l’intima essenza delle cose, al di là della realtà sensibile. La pittura metafisica rientra tra le avanguardie storiche del ‘900 ed è un grande contributo italiano all’arte, nonché presupposto necessario ed indispensabile per la successiva nascita del Surrealismo. Cosa significa pittura Metafisica? Il termine sta ad indicare fin dall’inizio lo speciale rapporto degli artisti aderenti alla corrente nei confronti della realtà. Gli oggetti sembrano quasi esistere fuori dalla realtà. Le immagini trasmettono un senso di perpetuo mistero e allucinazione, evocano qualcosa che trascende la materia fisica. La scena dipinta va oltre l’immediata percezione dell’oggetto; l’arte metafisica non si ferma alla bella immagine ma riporta a profonde suggestioni. Secondo De Chirico, la metafisica è l’arte che esprime l’essenza intima della realtà, una realtà che viene interpretata e non descritta come univoca per ognuno. Nei quadri dei pittori metafisici troviamo tantissimi elementi di vita reale ma essi, messi insieme in un particolare modo, si distaccano dalla logica ambientale in cui ci è solito vederli. E così un oggetto, estrapolato dal suo contesto e sapientemente abbinato ad una serie di altre suggestioni, diventa immediatamente estraneo. “Ogni oggetto presenta due aspetti: l’aspetto comune, che è quello che generalmente si scorge, e che tutti scorgono, e l’aspetto spirituale e metafisico, che solo pochi individui riescono a vedere, in momenti di chiaroveggenza o di meditazione metafisica. L’opera d’arte deve richiamare un aspetto che non si manifesta nella forma visibile dell’oggetto rappresentato”, scrive De Chirico nel 1914. La pittura metafisica nasce dall’incontro di diversi artisti Siamo nel 1911, il ventitreenne Giorgio De Chirico, trasferitosi a Parigi, inizia a sperimentare una nuova tecnica che, nelle sue evoluzioni, darà vita a questa corrente. È dal 1916 che De Chirico iniziò ad avere questo stile particolare e molto caratteristico che lo rese famoso e per cui egli fu ispirazione per altri pittori italiani che iniziarono ad imitarlo. De Chirico era un’artista dal grande bagaglio culturale tra anti-impressionismo di matrice tedesca e forte suggestioni dal classicismo europeo. Questo interesse sarà esplicitato nella chiara particolare attenzione del pittore ai reperti museali e ai calchi di arte greca, spesso protagonisti dei suoi dipinti. De Chirico viaggiò tra Monaco, Firenze, Parigi e Ferrara, città da cui trarrà ispirazione per le sue opere. Un incontro decisivo per la corrente artistica fu quello di De Chirico con Carlo Carrà, nella Ferrara del 1917. L’anno dopo anche Giorgio Morandi si convertì a questa avanguardia, ritrovando il suo stile più personale molto affine a quello dei suoi colleghi. Altri nomi di artisti famosi sono Filippo De Pipis, Mario Sironi, Massimo Campigli, Felice Casorati. La corrente durò poco in realtà: il suo momento terminò nel 1920 circa, quando gli esponenti […]

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Poesie sulla Luna: 7 tra le più belle, magiche, profonde ed evocative

Poesie sulla luna, le nostre preferite La Luna. Quest’incantevole, incostante e meraviglioso satellite! Musa ispiratrice di poeti, racconti, sceneggiature e canzoni. Testimone d’amore, d’intrighi, di solitudine, malinconia e sogni. Fortemente connessa con gli stati emotivi dell’anima e influente sulle maree naturali e umane. La Luna diviene pertanto protagonista di una miriade di versi, che regalano straordinarie poesie sulla Luna. Da Alda Merini a Giacomo Leopardi, passando per aforisti e cantori di musical, fino all’irriverente Charles Bukowski. Analizziamole! Poesie sulla Luna. Paura, speranza, consapevolezza, evasione Cominciamo con una poesia autobiografica, che si districa tra buio e luce, tra paura e speranza. È Canto alla luna di Alda Merini. «La luna geme sui fondali del mare, o Dio quanta morta paura di queste siepi terrene, o quanti sguardi attoniti che salgono dal buio a ghermirti nell’anima ferita.   La luna grava su tutto il nostro io e anche quando sei prossima alla fine senti odore di luna sempre sui cespugli martoriati dai mantici dalle parodie del destino.   Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo, ma forse al chiaro di luna mi fermerò il tuo momento, quanto basti per darti un unico bacio d’amore» È un pathos quasi disperato, arroccato nel buio che troppo spesso caratterizza la condizione umana, soprattutto se a guidarlo è la malattia, il morbo che chiama la morte. Ma anche l’oscurità può essere illuminata dalla luce della speranza, che da flebile può divenire persino forte. È ciò che si evince nell’ultima parte della poesia, in cui si comprende come un’anima afflitta dal tetro destino possa ancora brillare sotto la luce della Luna, che segue ogni cosa, l’anima, i sensi e i sentimenti dialettici. E quella luce guida all’amore, che ancora riesce a sollevare il cuore turbato dell’autrice. E anche se si sente una zingara, una nomade errante nel mondo e nella vita, la luce della Luna, che è luce d’amore, riesce, seppur per un tempo limitato e fugace, a riportarla in vita, rischiarando le tenebre di una lenta morte dell’anima e fisica. Se nella poesia di Alda Merini si evince una dimensione dialettica, passando dalla disperazione alla speranza, in Canto notturno di un pastore errante dell’Asia emerge tutta la consapevolezza della drammaticità della condizione umana, ben espressa dal profondo poeta pessimista Giacomo Leopardi. Si riportano di seguito alcuni dei versi più significativi di questo Canto immortale. «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga? di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?»   […]

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Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia?

Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Scopriamo in questo articolo la storia del santo patrono di Napoli e del suo “prodigio”. Napoli non sarebbe la stessa se il suo nome non fosse legato al culto di San Gennaro. Il rapporto dei napoletani con “faccia ‘ngialluta”, uno dei tanti epiteti usati per chiamare il santo patrono, trascende la dimensione sacra per abbassarsi a quella terrena della quotidianità. Basta ricordare Massimo Troisi e Lello Arena in uno degli sketch più famosi de La Smorfia in cui interpellano San Gennaro per sapere su quali numeri puntare per la prossima estrazione del lotto; oppure, in tempi recenti, osservare l’enorme murales opera di Jorit in cui il volto del santo campeggia su un edificio di Forcella, come se fosse stato messo a guardia di quel quartiere. Ma chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? E quanta verità c’è dietro al miracolo dello scioglimento del sangue, tema portante della sua festa che si celebra ogni 19 settembre? Chi era San Gennaro? Qual è la sua storia? Come accade per la vita di quasi ogni santo, anche quella di San Gennaro è avvolta nel mistero. Non conosciamo con certezza né il luogo, né la data di nascita. Gli Atti Bolognesi, la fonte più attendibile sulla vita del santo, affermano che fosse nato a Benevento intorno al III secolo d.C. . Il nome Gennaro, diffusissimo in Campania e nel mezzogiorno d’Italia, deriva dal latino Ianuarius e significa “consacrato al dio Giano” (che in latino si chiamava proprio Ianus). Questo nome veniva dato ai bambini che erano nati nel mese di gennaio, ma è diffusa l’ipotesi per cui San Gennaro si chiamasse così in quanto facente parte della gens Iaunaria da cui avrebbe preso il cognome. La vicenda del santo si concentra attorno al IV secolo, periodo in cui divenne vescovo della città di Benevento e in cui imperversavano le persecuzioni contro i cristiani volute dall’imperatore Diocleziano. Egli venne a sapere dell’incarcerazione del diacono Sossio, capo della comunità cristiana di Miseno, e decise di andare a trovarlo in carcere per recargli conforto. Si fece accompagnare da Festo e Desiderio, due suoi amici, ma non appena giunti in città i tre furono arrestati dal giudice Dragonio, lo stesso che aveva fatto arrestare Sossio. San Gennaro e i suoi compagni furono condannati a morire sbranati dagli orsi, nell’anfiteatro di Pozzuoli. Su questo punto della storia, le fonti propongono versioni differenti: secondo alcune la condanna venne sospesa quando Dragonio si accorse che il popolo si era impietosito per la sorte dei condannati, altre raccontano di come Gennaro avesse benedetto con un gesto gli orsi, i quali si inginocchiarono davanti a lui. Qualunque sia la versione dei fatti non cambia di certo l’animo di Dragonio, che fece decapitare Gennaro e compagni nell’anno 305 presso la Solfatara di Pozzuoli. Gli Atti Vaticani raccontano una storia del tutto diversa: Gennaro venne imprigionato a Nola dal giudice Timoteo, che lo accusò di proselitismo. Il santo non batté ciglio quando lo torturarono, […]

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Armocromia autunnale, come valorizzare i propri colori

Armocromia autunnale, come valorizzare i propri colori Autunno, inverno, primavera ed estate non sono solo stagioni climatiche, ma anche categorie appartenenti a una disciplina che si occupa di valorizzare le persone: l’armocromia. Cos’è e come funziona l’armocromia? L’armocromia è una materia che ha l’obiettivo di analizzare scientificamente le caratteristiche cromatiche di un individuo, dai capelli e gli occhi, fino al tono (sottotono e sovratono) della pelle. In questo modo è possibile individuare una palette di colori che illuminino il suo incarnato e comprendere quali siano abiti, make-up e accessori che gli donino. Riconoscendo quale sia la palette di tonalità che valorizza una persona, è possibile acquistare solo capi che esaltino le proprie caratteristiche, evitando tutti i colori che spengono il colorito. In questo modo non si lasceranno più vestiti dimenticati nell’armadio senza un apparente perché. L’armocromia unisce il bello all’utile! Il segreto di questo metodo è stato portato in Italia da Rossella Migliaccio, autrice del best seller Armocromia, Il metodo dei colori amici che rivoluzione la vita e non solo l’immagine e fondatrice dell’Italian Image Institute. «Lo scopo dell’armocromia è tirare fuori il bello da ciascuno, non secondo le mode del momento o i canoni imposti dalla società. In fondo la bellezza è armonia ed è proprio a questo ideale che si ispira. Il mio motto? Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che ci rende belli.» –  Rossella Migliaccio. Le palette dell’armocromia si ispirano alle quattro stagioni climatiche, e fanno riferimento ai cambiamenti cromatici che le caratterizzano. Dopo aver fatto il test, che può essere eseguito da una consulente o attraverso un test online, realizzato dalla stessa Rossella Migliaccio, si può procedere ad assegnare la stagione che valorizza meglio l’incarnato della persona. Il test viene effettuato tenendo i capelli coperti (specialmente se tinti), alla luce naturale, senza trucco e indossando una maglietta o una tovaglietta bianca. Verrà valutato se la persona esaminata porterà meglio l’oro o l’argento e se le doneranno di più i colori caldi o i colori freddi. Nel caso in cui le sue caratteristiche risalteranno grazie all’argento e ai colori freddi, sarà un Inverno (alto contrasto) o un’Estate (basso contrasto). Nel caso in cui le sue caratteristiche risalteranno grazie all’oro e ai colori caldi, sarà un Autunno (bassa intensità) o una Primavera (alta intensità). L’armocromia utunnale Questo articolo si propone nello specifico di analizzare l’armocromia autunnale, la stagione autunno e le sue sotto-categorie. Innanzitutto, la palette dell’armocromia autunnale è basata su colori caldi, esattamente come la Primavera, ma si differenzia per l’intensità dei colori, che è più bassa, esattamente come in natura. Questa categoria riporta i colori bruciati e desaturati che rimandano al foliage e alla terracotta. L’analisi del colore: Chi corrisponde all’Armocromia Autunnale? Per corrispondere all’armocromia autunnale bisogna avere la pelle di un sottotono dorato e il sovratono giallino o olivastro. Inoltre, gli occhi devono essere verdi, nocciola o marroni e il colore dei capelli può variare da una sfumatura di biondo, al castano o al ramato. Caratteristiche fisiche così differenti, possono essere […]

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Nike di Samotracia – La Vittoria Alata

La Nike di Samotracia è una scultura ellenistica, diventata un’icona culturale dei giorni nostri, che è possibile ammirare nella sua mastodontica bellezza al Museo del Louvre a Parigi. La scultura in marmo e pario, alta 245 cm, raffigura un personaggio femminile, privo di testa e di braccia, bensì dotata di ali, ben spiegate dietro la schiena e il corpo è avvolto da un panneggio che aderisce perfettamente alle sensuali forme della donna. Secondo la mitologia greca, Nike è una dea, figlia del titano Pallante e della ninfa Stige. I Greci veneravano la dea come simbolo di vittoria nella guerra e nello sport, infatti la traduzione italiana del nome è Vittoria, da qui il nome con cui è altresì conosciuta la scultura, “Vittoria Alata”. La statua è raffigurata come protesa in avanti e le ali spiegate fanno pensare al vento che soffia in favore della prua di una nave. La scultura è stata scolpita da Pitocrito a Rhodi, in occasione della vittoria della lega delio-attica durante la battaglia contro il re Antioco III. Alcune testimonianze riportano la volontà di recidere le ali per far sì che la Vittoria non lasciasse Atene. La particolare sagoma della Nike di Samotracia ha assunto un valore iconico ed è stata valorizzata dall’imponente scalinata progettata da Hector Lefuel nel Museo del Louvre, al fine di raccordare la Galerie d’Apollon con il Salon Carré. Tale capolavoro è stato portato al Louvre nell’800, dopo aver sostato nella Santuario dei Grandi Dei di Samotracia. Forse non è un caso, e neppure un difetto, che la scultura sia monca della testa, perché ammirandola da vicino si percepisce l’essenza di questa figura non identificabile, che celebra la Vittoria, non di qualcosa o di qualcuno, ma nel senso più viscerale, secondo il quale, la Vittoria è tale quando da essa non scaturisce il male, ma un senso di riscatto e dinamismo.  La Nike è stata grande ispirazione anche per altri artisti nel corso dei secoli, come ad esempio la “Double Victoire de Samothrace” di Salvador Dalì, il quale raffigura una doppia Vittoria Alata, che come fosse davanti uno specchio, si riflette in se stessa; oppure la scultura di Umberto Boccioni, conosciuta come “Forme uniche della continuità nello spazio“, una figura antropomorfa che simboleggia l’uomo moderno che si spinge verso il futuro. Pertanto, occorre ammirare una simile opera d’arte, unica nel suo genere, capolavoro di tecnica e bellezza, con una vena filosofica, al fine di poter respirare il mito greco e la brezza marina, come fossimo anche noi sulla prua della nave da guerra, su cui si poggia la Dea.

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Viaggi e Miraggi

My Hobbit Life, intervista alla Compagnia di Nicolas Gentile in viaggio dai boschi abruzzesi fino al Vesuvio

My Hobbit Life: intervista con Nicolas Gentile alla scoperta della viaggio naturalistico della Compagnia dai boschi abruzzesi fino al Vesuvio My Hobbit Life è la pagina Instagram gestita da Nicolas Gentile, pasticciere originario di Bucchianico (in provincia di Chieti) che ha deciso di attraversare l‘Italia centro-meridionale assieme ad altri nove ragazzi imitando le gesta della “Compagnia dell’Anello” descritta da J.R.R. Tolkien nel romanzo omonimo. Il gruppo di avventurieri, vestiti come i personaggio della trilogia campione d’incassi diretta da Peter Jackson, era partito dalla Contea Gentile di Bucchianico (come riportato da un post sulla  pagina Instagram My Hobbit Life), dirigendosi prima ai castelli di Roccascalegna e Palena (in provincia di Chieti), poi attraversando il Bosco di Sant’Antonio a Pescocostanzo (L’Aquila) per giungere al Parco Nazionale della Maiella. Da qui la rotta verso il Molise e poi la Campania, chiudendo il viaggio con il Parco Archeologico di Pompei e il vulcano Vesuvio per simulare il Monte Fato di Mordor, dove Frodo gettò l’anello del potere. Il viaggio, iniziato il 26 agosto, si era concluso il giorno giovedì 2 settembre in occasione dell’anniversario della morte dell’autore delle vicende della Terra di Mezzo. Proprio per questa occasione la Compagnia dell’Anello di Nicolas Gentile aveva optato di far sosta al pub The Sign 2.0 di Pomigliano d’Arco (in provincia di Napoli), un locale che richiama il mondo del fantasy medievale essendo ispirato alla serie tv “Il Trono di Spade”. Cosa vi ha spinto a intraprendere questo lungo viaggio partendo dall’Abruzzo fino ad arrivare alle pendici del Vesuvio in Campania? Le motivazioni che ci hanno spinto a partire dall’Abruzzo per arrivare fino in Campania, fino al Vesuvio, sono molteplici. Diciamo che quella più importante è quella di supportare la nostra idea di realizzare una Contea degli hobbit in Abruzzo, insomma è solo una parte poiché vogliamo far vedere come la nostra Italia, il nostro centro-sud Italia ha delle potenzialità in quanto territorio, natura e paesaggi che non hanno nulla a invidiare a territori quali la Nuova Zelanda […] dove hanno girato le scene del Signore degli Anelli. Sono dei luoghi così belli e immaginifici che davvero potrebbero vivere di forza propria solo che dobbiamo preservare di più, un modo per dire “salviamo la Terra di Mezzo” dove ci abitiamo, quindi è un modo proprio per salvaguardare ciò che abbiamo di più prezioso ed è un gesto di speranza e di coraggio. Se noi nove matti siamo partiti dalla contea per arrivare fino al Vesuvio è anche soprattutto perché dobbiamo dare l’idea che tutti possano realizzare i propri sogni, quindi di migliorarsi e di migliorare il territorio dove abitiamo. Attraversando i boschi dell’Abruzzo, del Molise e della Campania avete imitato il viaggio della Compagnia dell’Anello ma anche ammirato le bellezze paesaggistiche e storiche dell’Italia Meridionale molto spesso dimenticate. Pensate che iniziative come questa possano incrementare il turismo naturalistico? Allora, si. E’ quello che noi ci auguriamo proprio perché un turismo naturalistico ben ponderato e non lasciato allo sbaraglio può portare davvero alla salvaguardia di sempre più siti […]

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Batracomiomachia, topi e rane in guerra

Batracomiomachia: titolo di un poemetto divertente in cui si narra della guerra tra topi e rane, ma è anche un termine ironico molto ricercato. Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una discussione. Una di quelle discussioni inutili, dove i vostri fratelli stanno litigando per accaparrarsi l’ultima polpetta al ragù rimasta nella pentola o dove i vostri due coinquilini si scambiano insulti riguardo a chi tocca lavare la montagna di piatti alta quanto il grattacielo di Dubai che si erge dal lavello della cucina. Nel caso doveste trovarvi in mezzo a una di queste situazioni, avete due possibilità: o applicare la sempreverde legge del “tra i due litiganti, il terzo gode” avventandovi sull’ultima polpetta o sgattaiolando fuori di casa pur di non dovervela vedere con tre giorni e più di piatti sporchi oppure, con un bel carico di compostezza, potete uscirvene dicendo “Piantatela con questa batracomiomachia!”. Se doveste scegliere la seconda opzione, aspettatevi di vedere stampata sul volto di chi vi sta attorno un’aria perplessa nel chiedervi cosa sia mai una “batracomiomachia”. Per evitare figuracce (e anche per darvi un’aria da intellettuali, che ogni tanto non fa male), vi parleremo proprio della Batracomiomachia. Con la B maiuscola perché è il titolo di un poemetto eroicomico attribuito (anche se non se ne ha la certezza) a Omero, in cui si narra di una guerra tra topi e rane. Batracomiomachia, trama Sulle rive di uno stagno il re delle rane Gonfiagote si imbatte in Rubamolliche, principe dei topi appena sfuggito dalle grinfie di un gatto. Gonfiagote convince il roditore a salire sul suo dorso per visitare il lago, garantendogli che non correrà alcun pericolo. Ma nel bel mezzo del tragitto i due vengono assaliti da una biscia e Gonfiagote, spinto dall’istinto, si immerge nell’acqua dimenticandosi del povero Rubamolliche il quale, non sapendo nuotare, muore annegato. La notizia giunge alle orecchie di Rodipagnotta, re dei topi e padre di Rubamolliche, il quale incita i sudditi a prendere le armi e a marciare verso lo stagno. Ha così inizio la guerra tra rane e topi alla quale assistono addirittura gli dèi che, come da tradizione epica, sono spettatori neutrali. A un certo punto Zeus prova compassione per il destino delle rane decimate da Scavizzolabriciole, il più valoroso tra i soldati-topo. Così il dio dei fulmini, deus ex-machina, invia in soccorso dei poveri anfibi orde di granchi che fanno strage di topi, costringendo i superstiti alla ritirata. La guerra si è conclusa e le rane hanno trionfato. Parodia della poesia epica Se si legge questo poemetto di soli 303 versi non è difficile comprendere come sia una presa in giro dei più solenni poemi omerici, in particolare dell’Iliade. Se la guerra tra achei e troiani durò dieci anni, quella tra rane e topi si consuma nell’arco di una sola giornata. Ma la messa in ridicolo della poesia epica e della sua solennità non si limita soltanto alla trama. L’autore della Batracomiomachia adopera elementi stilistici tipici del genere come il catalogo degli eroi, la rassegna dei […]

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Trimurti, le tre divinità indù e il ciclo di nascita, crescita e distruzione

Trimurti e il ciclo cosmico di nascita, crescita e distruzione; le tre divinità della religione induista e il loro significato Trimurti è un vocabolo di origine sanscrita, antica lingua indoeuropea dell’India, che vuol dire “il Dotato di tre aspetti” è indica la rappresentazione della triplice forma dell’Essere Supremo diviso tra Shiva, Bramha e Visnu. Nonostante l’apparenza, la Trimurti non ha niente a che vedere con la Trinità cristiana essendo quest’ultima la ripartizione divisa della stessa divinità (Padre, Figlio e Spirito Santo sono un solo Dio con tre manifestazioni diverse). La Religione induista, un culto nato con l’arrivo degli Indoarii dall’Asia Centrale Il termine Induismo indica un’antica religione politeista diffusa in India ma anche in Pakistan, Nepal, Buthan e in alcune parti del Sud-Est asiatico nonché in Europa, Stati Uniti e Africa Orientale a causa di immigrazioni nello scorso secolo. Un credo antichissimo che risale all’arrivo di popoli nomadi dall’Asia centrale che giunsero nel sub-continente indiano nel III millennio a.C. Costoro, chiamati Indoarii, sottomisero i popoli locali e decisero di istituire un sistema di caste per evitare contatti con i conquistati, per poi evolversi nelle caste attuali che vanno dai Bramini (sacerdoti) fino ai Pariah (i fuori casta o “Intoccabili”). Proprio in questa fase risale la stesura dei Veda, antichi libri religiosi scritti in Sanscrito, una lingua imparentata con il Latino, il Greco antico, il Gotico e il Celtico, per poi dare l’avvio alla nascita dell’attuale Induismo. La Trimurti: Shiva, Visnù e Bramha In tale religione si parla dell’esistenza di dèva ossia di divinità maschile e devi ossia divinità femminili. In questo ricco pantheon divino abbiamo un posto speciale per l’Essere supremo rappresentato dalla Trimurti. La prima divinità raggruppata nella Trimurti è Shiva (o Siva); si tratta, come affermato da Treccani, di un essere cosmico che “presiede all’incessante dinamica creazione-annientamento-rigenerazione, il cui ritmo è scandito dalla sua danza cosmica” ma anche un tranquillo asceta, due figure diverse che si fondono assieme: “A dispetto di ciò, si dovrebbe evitare di vedere una contraddizione o un paradosso là dove un hindu vede soltanto un’opposizione secondo il senso indiano – opposti correlati che agiscono come identità interscambiabili in relazioni necessarie. Il contrasto fra il carattere ascetico e quello erotico nelle tradizioni e nelle mitologie di Śiva non è della specie “congiunzione degli opposti”, concetto col quale spesso si è fatta confusione. Ascetismo (tapas) e desiderio (kāma) non sono diametralmente opposti come possono esserlo bianco e nero, o caldo e freddo, dove la presenza completa di un aspetto esclude automaticamente l’altro. Essi sono, nei fatti, due forme di calore, essendo tapas il fuoco distruttivo o creativo che l’asceta genera dentro di sé, kāma il calore che viene dal desiderio. Sono forme strettamente connesse in termini umani, opposte in quel senso in cui possono esserlo amore e odio, ma non mutuamente escludibili.” Queste sono le parole della studiosa Wendy Doniger nel suo volume Śiva – The Erotic Ascetic (1981). Proprio per questo forte connotazione erotica, il simbolo di Shiva è la Linga, una rappresentazione di un fallo, […]

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