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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 757 articoli

Culturalmente

Un proverbio cinese per amico, i 5 più filosofici

Un proverbio cinese per amico, ovvero insegnamenti pronti ad accompagnarci in ogni situazione della nostra vita. Il numero sembra essere molto consistente; ci facciamo spazio in questa distesa semisconosciuta e ne scegliamo cinque tra i più filosofici. Il proverbio è un detto popolare che con incisività e sintesi accoglie in sé una morale o una norma tratti dall’esperienza. Se pensiamo ad un proverbio, pensiamo alla saggezza (in un contesto che è proiettato nel passato e nella tradizione) ed ogni volta che ne pronunciamo uno è facile per noi ricondurlo all’immagine di un anziano signore, dal volto scavato o magari bello cicciottello, con i capelli e la barba bianca, una pipa in bocca e le rughe degli occhi che sorridono. Perché no, potremmo pensare  all’archetipo Junghiano del Vecchio Saggio dei sogni simbolo di sapienza, riflessione, risorsa di esperienze e qualità morali. Insomma volendo dare un corpo al proverbio, potremmo dire che esso è il senex, il genitore dei nostri genitori: un ottimo consigliere e amico in momenti critici o dilemmatici. Schiettezza, ilarità e popolarità dei proverbi italiani, spesso dialettali, sono noti a tutti. Ma può accadere di ritrovarsi ad usare proverbi cinesi inconsapevolmente, senza riconoscerne la loro vera origine. Proverbi e “chengyu” cinesi: origini e tradizioni Nella lingua cinese i proverbi – così come i segni zodiacali – occupano un ruolo molto importante e saper padroneggiare con abilità la lingua significa conoscere almeno parte di quei proverbi che appartengono alla sua tradizione e che sono testimonianza della saggezza delle sue più antiche generazioni. Uno straniero che li inserisce nella conversazione informale sarà apprezzatissimo dal suo interlocutore cinese. I proverbi che in primis costituiscono la più profonda espressione dell’Antica Cina sono i così detti “chengyu”( 成語/成语 Chéngyǔ ) , frasi idiomatiche formate da soli quattro caratteri.  Ma un proverbio cinese può essere anche molto più lungo. Legati alla tradizione,  i proverbi  cinesi nascono in un contesto popolare e quindi basso: nelle aree rurali, presso i contadini essi sono perlopiù collegati a miti e leggende di cui ne sintetizzavano l’insegnamento, tuttavia molti traggono la loro origine dalla tradizione letteraria dei classici. Da una divulgazione unicamente orale, si passa per i  “chengyu” a  piccole raccolte scritte.  Arricchendosi col tempo, la realizzazione di libri di  “chengyu” richiedeva il contributo di burocrati che avessero studiato i classici: opere di maestri come Confucio o Mencio avevano un’importanza pari a quella che ha la Bibbia per i cristiani. Da letteratura popolare, presto quella dei proverbi diviene letteratura minore della grande tradizione: una sorta di seconda lingua nazionale (tali frasi idiomatiche non seguono la classica struttura grammaticale né la sintassi del cinese parlato attualmente) che viene inserita nello studio dei classici nei programmi scolastici cinesi. Essi sono oggi considerati parte fondamentale della cultura cinese. Un proverbio cinese per amico: la nostra top 5 Come già detto, i “chengyu” (proverbio cinese) sono frasi idiomatiche formate da quattro caratteri. Sappiamo che la grafia cinese prevede per ogni carattere (nel linguaggio specifico logogramma) un significato, quindi è importante per comprendere il senso […]

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Viaggi e Miraggi

Madrid, breve viaggio nella capitale della Spagna

Piccola guida su Madrid, capitale della Spagna “A Madrid l’aria è diversa. La sua luminosità, a volte, acceca l’anima per farci vedere più chiaramente le cose”. Tanta verità nelle parole di Roberto Bolaño Ávalos, scrittore e saggista cileno che visse gli ultimi suoi giorni proprio in Spagna; anche se non si è in pieno agosto, la luce a Madrid arriva prima di tutto: per riempire quelle piazze grandi e le calle lunghe, per illuminare i monumenti e dargli un nuovo volto nel presente. La capitale spagnola, terza tra le città europee più popolose, è il centro politico della Spagna e sede del governo, dominata nel VII secolo dagli arabi che la chiamarono “Matrit” (da cui probabilmente deriva il nome attuale) e governata a lungo dai Castiglia: una storia che condiziona ancora tutt’oggi il profilo urbanistico della città, i cui scorci antichi si confondono placidamente con l’architettura moderna. Infatti, fu solo verso l’Ottocento che il profilo storico cambiò faccia, quando Madrid subì un rimodernamento considerevole. Una città che è cuore dell’arte e della storia iberica, per un turista meta obbligata anche se si ha poco tempo a disposizione (il consiglio è programmare in anticipo una guida per visitare Madrid in pochi giorni), un’esperienza da fare passeggiare in tranquillità nelle piazze assolate, mangiando un boccadillo o un soldaditos. Prima fra tutte, la Puerta del Sol, la più antica della città, dove i madrileni ogni anno si riuniscono per festeggiare il Capodanno accompagnati dai rintocchi dell’orologio, in presenza della celebre statua in pietra e bronzo dell’Orso e del Corbezzolo. Scolpita dall’artista Antonio Navarro Santafè negli anni Sessanta, raffigura appunto un orso, l’animale che si dice vivesse in questi luoghi, che si appoggia su un tronco di un albero da frutto, un simbolo storico che è diventato emblema della città, tant’è che oggi è l’immagine della bandiera ufficiale. Madrid, capitale della Spagna, tra arte e architettura Immensi spazi, occupati all’improvviso da splendidi monumenti, come il Palazzo Reale (o Palazzo d’Oriente), ancora oggi residenza ufficiale della famiglia reale spagnola. O Plaza de España, al cui centro campeggia la statua di Miguel Cervantes, insieme a quelle di Don Chiscotte e Sancho Panza, un prezioso e nostalgico omaggio al grande scrittore seicentesco. Architettura ed urbanistica si incrociano con magnificenza con l’arte iberica, che al Museo del Prado, una delle pinacoteche più importanti al mondo, trova manifestazione. Impossibile da non vedere almeno una volta le opere di Francisco Goya esposte. E l’antico ancora si fonde con moderno e fa da compagno perfetto al Prado, il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia, dove è esposto, il mastodontico Guernica di Pablo Picasso. La vita notturna nella capitale della Spagna non manca di certo, se si pensa che il significato che diamo oggi al termine movida nasce proprio dal movimento sociale ed artistico madrileno in onore delle celebrazioni per la fine della dittatura di Francisco Franco. Spetta un giro per i vari quartieri di Madrid, Malasaña, Lavapiés o Chueca.

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Culturalmente

Mar Nero: ritrovato un relitto greco di 2400 anni

Ritrovato nel Mar Nero il relitto di una nave mercantile greca  Un team anglo-bulgaro di archeologi, guidati dal britannico J. Adams, nell’ambito del programma di ricerca sottomarino Black Sea Maritime Archaeology Project, ha recentemente scoperto quella che potrebbe ritenersi la nave più antica mai ritrovata dall’uomo, a circa 80 km dalle coste bulgare di Burgas, adagiata indisturbata sui fondali del Mar Nero da 2400 anni, in base ai risultati del test al carbonio 14; si tratta di un’imbarcazione mercantile lunga 23 metri, preservatasi quasi del tutto intatta, completa di albero, timone, contenuto della stiva – anche se gli oggetti all’interno del vascello non sono ancora stati resi noti – e postazioni per gli addetti ai remi; era adoperata per fini commerciali ed era originaria della Grecia. Tali condizioni ottimali del relitto sono motivate dall’habitat peculiare di un bacino chiuso e preistorico come il Mar Nero e dall’ubicazione sui suoi fondali, a circa 2 km di profondità, dunque in assenza di ossigeno, che è responsabile di eventuali fenomeni di usura dei materiali organici. Helen Farr, membro della spedizione di archeologi autori della scoperta, ha dichiarato alla BBC: «Questo è un altro mondo. Quando il Rov, il veicolo telecomandato, scende giù attraverso la colonna d’acqua e tu scopri questa nave apparire nella luce in basso, preservata in ottime condizioni in fondo al mare, ti senti come se fossi tornato indietro nel tempo». Il prof. J. Adams, responsabile della ricerca nell’ambito del progetto di esplorazione e mappatura del Mar Nero, che si dichiara oltremodo colpito, ha così rivelato al The Guardian: «Una nave sopravvissuta intatta dall’epoca classica è qualcosa che non avrei mai creduto possibile vedere. Si tratta di un ritrovamento che cambierà le nostre conoscenze e la nostra comprensione delle attività di cantieristica e della marineria del mondo antico». Il relitto non sarà rimosso dai fondali del Mar Nero, per preservarne lo stato di conservazione Allo stato attuale non vi è un progetto per riportare il relitto in superficie, sia per i costi elevati di un simile procedimento, sia perché occorrerebbe suddividerlo in pezzi: per questo, Adams e la sua équipe di ricercatori, dopo aver predisposto le opportune valutazioni, si dicono persuasi a lasciare il vascello sul fondo del Mar Nero, per evitare che un suo eventuale spostamento minacci di danneggiare o perfino distruggere la nave più antica di tutta la storia dell’umanità. Tuttavia, ne è stato recuperato un frammento, condotto all’Università di Southampton per ulteriori analisi, le quali hanno anche consentito di confermare la datazione; per il momento «è al sicuro, non si sta deteriorando ed è improbabile che attragga cacciatori di tesori», ha spiegato la Farr. Il sito in cui giace la nave greca è, in realtà, disseminato di relitti: la scoperta della nave – che potrebbe aver fatto naufragio durante una tempesta, il che non esclude la possibilità che i corpi dei membri dell’equipaggio siano conservati nei sedimenti circostanti la nave – giunge, infatti, al culmine di un progetto che nel corso di tre anni ha consentito la localizzazione […]

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Culturalmente

Tanit, curiosità sulla più importante dea cartaginese

Tanit, la più importante dea cartaginese, è una di quelle divinità di cui si sa ben poco. Delle sue origini non conosciamo molto, tanto antico è il suo culto. Alcuni l’hanno conosciuta nella terra dei Fenici, lungo le coste dell’attuale Libano. Altri raccontano di averla sentita invocare come la “più grande divinità del deserto” o “Signora della rugiada” in Africa settentrionale. Proprio dove il vento porta senza fatica la sabbia del deserto cominciano a essere visibili i suoi passi, nel V secolo, a Cartagine, fondata, secondo la leggenda, dalla regina Didone, discendente dai Fenici di Tiro. Nel 146 a.C. Cartagine cade sotto la furia romana ma l’incanto di Tanit non scompare. Secondo la tradizione fu proprio Scipione Africano, eroe della Seconda Guerra Punica, a portare la dea a Roma, ma i santuari ritrovati risalgono all’epoca di Settimio Severo, africano di nascita che, sulle sue monete, introdusse l’immagine della dea, seduta in groppa a un leone. Un tempio della dea sorse a Roma vicino all’antico e venerato santuario di Giunone Moneta: a ciò si attribuisce non solo l’introduzione del culto della dea punica ma anche la sua assimilazione con Giunone, invocata come Dea Caelestis (o Virgo Caelestis). Oltre che a Roma, il culto si diffuse in Numidia, nella Mauritania, in Spagna, in Sardegna, in Sicilia, a Malta, a Pantelleria e a Cartagine, dove l’effigie di Tanit compariva sulla maggior parte delle monete, si mantenne tenacemente fino all’invasione dei Vandali, quando ne fu distrutto il tempio. Tanit, importante dea cartaginese, e i suoi attributi La dea cartaginese Tanit aveva potere sul sole, sulla luna e le stelle; era dea dell’acqua dolce e del piacere.  Poiché la luna è mutevole nelle sue fasi, le vennero attribuite  anche denominazioni antitetiche quali dea dell’Amore e della Morte, Creatrice e Distruttrice.  La palma era il suo albero, espressioni della sua forza in terra erano il serpente, la colomba, il leone e i pesci, l’uva e il melograno. Proprio perché eccezionale, alcune tradizioni la dipingono come androgina, con una lancia in mano mentre guida un carro, in modo da racchiudere in sé il maschile e il femminile e superarli. Nella mitologia fenicia era assimilata ad Astarte, la dea madre. Nella religione greca, era paragonata ad Afrodite, ad Artemide ed a Demetra, dea delle messi e dei raccolti. Nella lingua egizia il nome Tanit potrebbe essere letto come “Terra di Neith” e Neith era una divinità legata anche alla guerra. Nell’accezione romana di Caelestis Dea è dea della fecondità. Verrà identificata anche dai cristiani come Lilith, la Luna nera dei Semiti, demone infernale e protettore delle streghe, a testimonianza della persistenza del culto lunare fino al Medioevo. Raffigurazione La raffigurazione della dea cartaginese Tanit può essere studiata secondo due direttive: quella antropomorfa e quella simbolica. La prima è espressa da statuette che la rappresentano come una donna nuda che si stringe i seni o appare talvolta su un trono, un carro e, in epoca romana, cavalcante un leone.  La seconda è costituita da un disegno, in cui sono combinati un triangolo equilatero, una linea orizzontale e un disco. Nel sito archeologico di Thinissut, nei pressi della città di Bir Bouregba, nel 1908 è stata rinvenuta una statua in terracotta raffigurante […]

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Leggi razziali in Italia, cosa stabilivano e contro chi furono emanate

Leggi razziali in Italia, i 180 decreti che privarono gli ebrei di ogni libertà Quando si parla di leggi razziali, ci si riferisce a quell’insieme di norme legislative ed amministrative il cui comune denominatore è la discriminazione razziale: tali norme, varate per la prima volta nella Germania nazista a cavallo tra gli anni ‘30 e ’40 del Novecento, erano principalmente rivolte agli ebrei, agli omosessuali, ai disabili, ai Rom, agli afro-tedeschi ed ai Testimoni di Geova. Sarà questo il seme da cui avrà origine il genocidio messo in atto dalla Germania nei confronti delle minoranze “non gradite” dai nazisti per ragioni politiche o razziali, noto con il nome di Shoah. Sulla scia delle cosiddette “leggi razziali antisemite” tedesche, qualche anno più tardi furono applicate in Italia le leggi razziali fasciste: Benito Mussolini ne annunciò per la prima volta il contenuto il 18 settembre 1938 a Trieste, davanti al Municipio in Piazza Unità d’Italia. Il presupposto su cui si fondavano le leggi razziali era la teoria, rivelatasi priva di qualunque valore scientifico, dell’esistenza della razza italiana e della sua appartenenza alla categoria, tanto inesistente quanto assurda, delle cosiddette razze ariane. Il Regio decreto legge n. 880, entrato in vigore nel 1937, che vietava il madamismo (l’acquisto di una concubina) e il matrimonio fra italiani e “sudditi delle colonie africane”, fece da apripista ad altre leggi di stampo razzista promulgate dal parlamento italiano. Il “Manifesto della Razza”, base ideologica della legge razziale Pubblicato inizialmente in forma anonima sul Giornale d’Italia il 14 luglio 1938, con il titolo “Il Fascismo e i problemi della razza”, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della Razza fu ripubblicato il 5 agosto del ’38 sul primo numero della rivista “La difesa della razza” e firmato stavolta da 10 scienziati. Il testo del manifesto era costituito da dieci punti in cui veniva analizzata la questione razziale secondo la politica fascista: si sosteneva l’esistenza delle razze umane e di grandi e piccole razze; si definiva il concetto di razza come concetto puramente biologico; si affermava che l’origine della popolazione italiana era per la maggior parte ariana; si sosteneva che, a differenza di altre nazioni europee, in Italia la composizione razziale di allora era la stessa di mille anni prima data la mancanza, dopo l’invasione dei Longobardi, di significativi movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione; si dichiarava l’esistenza di una pura razza italiana data da un’antica purezza di sangue; si esortava gli italiani a proclamarsi razzisti e a trattare la questione da un punto di vista puramente biologico senza intenzioni filosofiche o religiose; veniva fatta una netta distinzione tra i mediterranei d’Europa (occidentali) e quelli orientali e africani; si negava l’appartenenza degli ebrei alla razza italiana; era definita inammissibile l’unione degli italiani con qualunque razza extra-europea, portatrice di valori diversi rispetto a quelli ariani. Leggi razziali in Italia: cosa stabilivano? Il 5 settembre del 1938 il Regio Decreto Legge 1340, voluto da Mussolini e firmato dal re Vittorio Emanuele III, stabiliva l’allontanamento di alunni ed […]

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Storia del diritto di voto alle donne dall’Ottocento al Dopoguerra

La storia del diritto di voto alle donne è costellata da importanti battaglie per la parità dei sessi e si sviluppa in un arco temporale che va dall’Italia pre-unitaria al Dopoguerra. Scoprite con noi le date più decisive della politica sociale del nostro Paese e le figure che hanno lottato in nome dell’affermazione femminile. La storia del diritto di voto alle donne ha origine nell’Ottocento, secolo che sancisce la possibilità per la donna di dare un voto amministrativo. Le donne benestanti, che possedevano terre e beni, potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale attraverso un tutore e, in alcuni comuni, essere elette. Ciò valeva specialmente per le regioni che godevano di una politica amministrativa avanzata, quale il Lombardo-Veneto, che, attraverso riforme sociali di stampo illuministico, cercava di uscire dall’ottica arretrata italiana e guardare al modello europeo. In occasione del plebiscito del Veneto nel 1866, anche le donne vollero esprimere la propria preferenza per la creazione di un’Unità d’Italia, e per questo motivo inviarono al Re Vittorio Emanuele II lettere di protesta di forte carattere patriottico e di rivendicazione del diritto con accenni di protesta e umiliazione. Con l’avvenuta Unità, il diritto di voto garantito a livello locale venne meno e le donne scontarono una totale esclusione dalla vita politica del Paese. Il novello Regno d’Italia ignorava la sua componente femminile e per tale motivo le donne lombarde, audacemente definendosi “cittadine italiane“, inviarono una petizione alla Camera per ottenere un diritto di voto esteso a tutto il Paese. I disegni di legge di Minghetti, di Ricasoli, ministri dell’Italia post-unitaria, posero l’accento sulla necessità dell’estensione di voto, ma la questione si risolse negativamente con il discorso dell’onorevole Boncompagni, relatore alla camera sul progetto. Costui affermò che i costumi italiani non permettevano alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, e la dichiarò, infine, non eleggibile, ponendola alla stregua di analfabeti, falliti e condannati. Agostino Depretis, nel 1880, propose di estendere il diritto di voto ai cittadini di ambo i sessi, maggiorenni, in possesso di diritti civili e paganti imposte, ma non fu preso in considerazione. Giuseppe Zanardelli, infatti, oppose al disegno il carattere propriamente maschile del suffragio, giacché l’uomo si è sempre battuto per i diritti civili, mentre la donna si è da sempre occupata dell’educazione, della famiglia; opinione, del resto, incalzata anche da Francesco Crispi nel 1883. La prima conquista della storia del diritto di voto alle donne avvenne nel 1890: la legge n. 6972 del 17 luglio conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza. Seguirono le leggi: n. 295 del 16 giugno 1893 che ammetteva le donne al voto nei collegi probiviri chiamati a risolvere i conflitti di lavoro; n. 121 del 20 marzo 1910 che conferiva alle donne la partecipazione elettorale nelle Camere di Commercio; n. 487 del 4 giugno 1911 con la quale le donne potevano partecipare alle elezioni di organi dell’istruzione elementare e popolare. La storia del diritto di voto alle donne dall’età […]

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Pomona, dea romana della frutta: la storia del suo culto e della sua fortuna

Chi è Pomona, l’antica dea romana della frutta? Il nome di Pomona sembra quasi parlare, esprimersi e richiamare la visione di un frutto rubicondo, che rotola via da un banchetto di divinità fino a scivolare tra i comuni mortali. Patrona pomorum, signora dei frutti, Pomona è l’antichissima divinità romana protettrice non solo dei frutti da raccogliere sugli alberi, ma anche delle due coltivazioni simbolo della macchia mediterranea, la vite e l’olivo. Frutti e schiere di viti e olivi argentati sono i gioielli di Pomona, dea che è spesso raffigurata con i frutti e foglie intrecciate tra i capelli come una corona bucolica, mentre Ovidio   la immagina con una falce ben salda nella mano destra. Il poeta Ausonio, invece, la raffigura come fiera protettrice del mese di settembre, quello in cui i frutti giungono a maturazione e in cui l’atmosfera è placida, tersa e non minata dall’eccessiva calura estiva. Patrona di una stagione mitigata, così come mitigato e tiepido è stato il suo culto, secondo le fonti letterarie, filologiche e storiografiche. Per lei non vi è mai stato nessun culto viscerale in grado di toccare l’apice del Pantheon, ma solo piccoli sprazzi di devozione e gratitudine, quasi a richiamare quella stessa devozione verso la natura che fruttifica. Il culto di Pomona: il bosco sacro e il flàmine pomonale. Al culto di Pomona era consacrato un vero e proprio locus amoenus, un bosco frondoso ricco di frescura e spiritualità, chiamato Pomonal, nei pressi dell’odierno Castel Porziano (oggi nei pressi della ventinovesima zona di Roma nell’Agro Romano, all’epoca ubicato a sud del XII miglio della via Ostiense): i suoi adepti, tra il silenzio e la pace di quel bosco mistico, omaggiavano la fertilità del corpo di Pomona che si esprimeva germogliando attraverso ogni gemma e ogni frutto succoso. Al culto della dea Pomona era preposto anche un flàmine. Che cosa era un flàmine? Vi è da premettere che, nella società dell’antica Roma, vi era una fitta gerarchia di istituti religiosi, dal pontefice massimo fino ad altre cariche minori, ognuna con un proprio compito e una specifica utilità, e ognuna di esse era irrinunciabile e necessaria come tanti piccoli ingranaggi di un meccanismo sociale ben oliato e perfettamente funzionante. Vi erano gli aruspici e gli àuguri, il cui compito era quello di interpretare la volontà delle divinità ispezionando le interiora degli animali o scrutando meticolosamente il volo degli uccelli, e poi c’era la figura del flàmine. Come si potrebbe evincere dal nome, (dal latino flamen, cioè accenditore del fuoco sull’ara dei sacrifici), il flàmine era un sacerdote che aveva il compito di prestarsi al culto di una specifica divinità, di cui celebrava la festività e i riti. Per Pomona era previsto un flàmine minore, chiamato flàmine pomonale, che era purtroppo il meno importante di tutti nell’ambito nell’ordo sacerdotum. Non molti altari avranno bruciato per Pomona, e nemmeno molte feste avranno allietato i suoi fedeli, perché non ci sono giunte notizie di Pomonalia, feste in suo onore, né dalle fonti classiche né dai calendari antichi. Il filologo classico tedesco Georg Wissowa , in merito […]

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Culturalmente

Le 5 opere d’arte moderna che hanno fatto più discutere

Abbiamo raccolto cinque opere d’arte moderna che, nel corso degli anni, hanno fatto assai discutere e, talvolta, indignare il pubblico. Scopri quali sono! Ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, visitando un museo, si è imbattuto in dipinti, sculture e rappresentazioni criptiche, strane o semplicemente bizzarre. Che si parli di Dadaismo, di Arte Povera, di Transavanguardia o di Arte Concettuale, molti sono gli artisti che, sperimentando, son riusciti nell’intento di scandalizzare e di imbastire, attorno ai propri prodotti artistici, dei lunghi e agguerriti dibattiti. Abbiamo selezionato per voi cinque opere d’arte moderna che, al momento della presentazione, hanno sconvolto il pubblico e che restano, agli occhi dei più, tuttora assurde. Le 5 opere d’arte moderna più discusse 1. “Fontana” di Marcel Duchamp L’opera – uno dei tanti ready-made dell’artista francese – consiste in un orinatoio in porcellana bianca che, secondo una testimonianza, Duchamp acquistò a New York e sul quale pose la firma falsa R. Mutt. Al di là dell’apparizione sulla rivista Dada The Blind Man, Fontana non venne mai esposta al pubblico e anzi, poco tempo dopo, fu perduta. Ad oggi, esistono numerose repliche autorizzate dell’opera. Sul significato di questa, ci sono dei pareri assai discordanti. L’interpretazione più autorevole è, però, quella del filosofo Stephen Hicks, che sottolineò l’intento provocatorio di Duchamp:«Utilizzando l’orinatoio, il messaggio dell’artista è evidente: l’arte è qualcosa su cui puoi pisciare». 2. “Merda d’artista” di Piero Manzoni Realizzate nel 1961, le novanta scatolette di Piero Manzoni presentano, oltre alla firma dell’autore e al numero, un’etichetta laterale sulla quale si legge: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta e incastonata nel maggio 1961». L’artista chiese, per la vendita di queste, l’equivalente di 30 gr. di oro. Tralasciando l’aspetto palesemente scandalistico, i critici hanno colto, dallo studio dell’opera, diversi significati, che non si escludono l’un l’altro: per alcuni, è possibile che Manzoni volesse, attraverso una simile provocazione, smascherare le contraddizioni dell’arte dei suoi tempi e prendersi gioco di quei collezionisti disposti a pagare profumatamente delle opere scadenti e banali purché di un artista affermato; altri, invece, sottolineano la mercificazione e la cessione, a peso d’oro, di una parte di sé. Ma cosa c’è, davvero, in quelle scatolette? Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, dichiarò al Corriere della Sera: «Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole.» Questa è tra le opere d’arte che più hanno sconvolto pubblico e critica. 3. “Seconda soluzione d’immortalità (l’Universo è immobile)” di Gino De Dominicis Non parliamo, in questo caso, né di un dipinto, né di una scultura; l’opera consiste, infatti, in una vera e propria esposizione. Questa, avvenuta all’inaugurazione della XXXVI Biennale veneziana, destò subito scalpore e indignazione e costò all’artista anconetano una denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia. L’accusa era quella di sottrazione d’incapace alla patria potestà: l’opera, infatti, era costituita da tre opere già presentate al pubblico – “Il Cubo invisibile”, rappresentato da un quadrato disegnato a terra, “La Palla di gomma (caduta da […]

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Aquinum: rinvenute tre teste marmoree di età romana

Nel corso dello scorso mese sono riemerse nell’area archeologica di Aquinum tre teste marmoree alquanto ben conservate Presso la colonia romana di Aquinum, nel complesso archeologico ubicato nel territorio comunale di Castrocielo, in provincia di Frosinone, è stata recentemente ultimata un’incredibile scoperta, da parte di un’équipe di Archeologi dell’Università del Salento: gli studiosi, infatti, hanno rinvenuto tre splendide teste marmoree di età romana. Lo straordinario ritrovamento, verificatosi nel corso delle periodiche campagne di scavo di un’area prima privata, ora acquisita dal Comune, dirette dal 2009 dal prof. Giuseppe Ceraudo del Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, su Concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, è stato reso possibile grazie all’utilizzo di droni e riprese aeree dell’antica colonia di Aquinum, sito strategico in età romana fra l’Urbe e Latina: tali droni, lanciati in volo in un’area prossima all’antico teatro, hanno consentito di rilevare con precisione millimetrica una crescita disomogenea dell’erba: «Erano i resti di un grande edificio porticato – spiega il prof. Ceraudo, direttore degli scavi – disposto lungo la via Latina che, probabilmente, vista la posizione centrale all’interno della colonia, sono da mettere in connessione con il Foro, il cuore della città. Lì, scavando, abbiamo trovato l’angolo del porticato: nel punto in cui si connetteva con una strada c’erano le tre teste». I reperti rinvenuti ad Aquinum potrebbero raffigurare Giulio Cesare, Eracle e una donna velata Si tratta di tre teste appartenenti a statue, scolpite nel marmo, plausibilmente databili al periodo intercorso tra l’età augustea e la successiva età giulio-claudia: la prima, di alto livello stilistico, che da una valutazione preliminare ha evidenziato analogie con altre rare raffigurazioni dello stesso, è stata identificata con uno dei protagonisti indiscussi della storia di Roma, ovvero Giulio Cesare; la seconda, frammentaria, ricciuta e barbuta, pare corrispondere all’iconografia di Ercole; una terza, velata, di un austero volto femminile, resta ancora da identificare. Le teste, sotterrate in un passato remoto e riemerse alla luce, sono incredibilmente alquanto ben conservate, nonostante si necessiti di ulteriori indagini. «Si tratta – precisa ancora il prof. Ceraudo – di una scoperta eccezionale, soprattutto se venisse confermata l’identità del personaggio maschile su cui stiamo lavorando; ad ogni modo, la prosecuzione delle ricerche potrà servire da volano per una migliore conoscenza e tutela del sito, anche in previsione di una futura valorizzazione strategica dell’area, che il Comune di Castrocielo ha iniziato ad attuare ormai da un decennio». Inoltre, i ricercatori palesano un certo stupore per l’inusuale e, dunque, ancor più sorprendente ritrovamento, dato il richiamo suscitato nel corso dei secoli da tali reperti su razziatori e mercanti d’arte, unitamente alla considerazione degli eventi catastrofici, quali inondazioni o terremoto, che avrebbero potuto inficiarne lo stato di conservazione. Il direttore degli scavi di Aquinum: «Abbiamo esplorato poco, là sotto c’è un mondo» L’intensa attività di ricognizione aerea della campagna di scavo in corso ha permesso di esplorare un nuovo settore nel cuore della città romana, in prossimità delle rovine ancora emergenti del Teatro, del Tempio […]

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Culturalmente

Il favoloso mondo di Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy

Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy, è l’artista floreale più famosa al mondo. Scopriamo insieme il suo mondo. «Qualunque fiore tu sia, quando verrà il tuo tempo sboccerai, prima di allora una lunga e fredda notte potrà passare, anche dei sogni della notte trarrai forza e nutrimento, perciò sii paziente verso quanto ti accade e curati e amati, senza paragonarti a voler esser un altro fiore, poiché non esiste un fiore migliore di quello che si apre alla pienezza di ciò che è. E quando ti avverrà potrai scoprire che andavi sognando Di essere un fiore che aveva da fiorire». (Daisaku Ikeda) Siamo quasi certamente sicuri che molti dei nostri lettori avranno visto, almeno una volta sul web, una delle splendide creazioni dell’artista floreale di origini malesi, Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy. Infatti è impossibile non aver ammirato o condiviso sui social le sue flowergirls (collezione in ingrandimento dal 2014), leggiadre figure femminili con gli abiti o le fattezze realizzate con autentici petali di fiori e foglie dalle molteplici forme. Non confondetela, però, con un’altra artista malese, Grace Ciao, illustratrice di moda conosciuta per i suoi disegni unici e sofisticati disegnati a mano, molti dei quali richiestissimi da brand di moda come Chanel, Dior, Fendi e Elie Saab. La flower artist Ciao, infatti, aggiunge agli abiti delle sue mannequin, delicatezza e fluidità con petali di fiori e altri materiali naturali, divenendo a tutti gli effetti una stilista floreale. Lim Zhi Wei, invece, nata a Kota Kinabalu, capitale di Sabah, uno stato della Malesia, e trasferitasi a Singapore per studiare arte a soli 16 anni, ha conseguito il diploma al Nanyang Academy of Fine Art Singapore (NAFA) nel 2011, con una specializzazione nella pittura occidentale. Divenuta insegnante di arte e flower designer, Lim Zhi Wei crea piccoli capolavori con acquerelli delicati, accostando la morbidezza dei petali di rose, orchidee, ortensie, garofani, narcisi e campanule alla delicatezza di corpi femminili appena accennati e realizzati con sottili pennelli, secondo un’arte tipicamente orientale. L’idea di vestire, letteralmente, immaginarie e sottili figure è nata non solo da un esperimento effettuato dall’artista con la flower press per realizzare un segnalibro di rose essiccate in occasione del compleanno della nonna, ma anche dalla sua professionalità. Love Limzy, come è nata la sua passione «Ho premuto un po’ di petali di rosa e ho creato un segnalibro per la nonna (…). Dopo il lavoro come insegnante d’arte, non avevo mai molta energia per dipingere su grandi tele, neanche la luce era quella giusta; così ho iniziato a ritrarre piccoli soggetti con le cose che si trovavano dentro la mia stanza». Ed è proprio da questa intuizione che Love Limzy ha cominciato ad arricchire i propri schizzi con altri materiali vegetali: non limitandosi, infatti, solo alla mescolanza di più tecniche, ha composto anche opere interamente di legumi, cereali, semi, spezie e perfino verdure. E così un po’ di cacao o di pepe se modellati con le dita mostrano i contorni di un aeroplano, una rosa rossa costituisce il corpo di […]

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