Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 685 articoli

Culturalmente

Aforismi dall’antica Grecia: le 10 frasi greche più famose

La civiltà greca ha lasciato in eredità al mondo moderno un enorme bagaglio culturale. Frasi celebri, massime e sentenze sono il segno di un mondo non dimenticato, un mondo che corrisponde alle radici della nostra umanità. Gli antichi greci, padri della filosofia, ci hanno lasciato lezioni riguardo felicità, amore, morte e giustizia. Il fascino forte e magnetico del greco, dovuto in parte ai suoi caratteri arcaici, conserva dentro di sé l’acme della filosofia, dell’arte e della letteratura del mondo antico. Filosofi tutt’oggi inconfutabili, pillole di saggezza ancora valide. Quando si parla degli antichi greci non si fa che sottilinearne l’attualità. Ecco le nostre 10 frasi greche preferite. Aforismi dall’antica Grecia: le 10 frasi greche più famose Conosci te stesso (in greco γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón). Questa massima religiosa scritta nel tempio di Apollo a Delfi è una delle più note frasi greche. Probabilmente voleva ammonire gli uomini ed esortarli a riconoscere la loro inferiorità rispetto agli dei. L’equivalente latino di questa frase è nosce te ipsum. In molte filosofie greche c’era l’idea che l’anima provenisse dal Tutto; conoscere se stessi era quindi il primo modo per arrivare alla conoscenza di Dio. Sant’Agostino, secoli dopo, dirà di cercare la Verità non nel mondo, ma nel proprio io. Tutto scorre (in greco πάντα ῥεῖ, pánta rheî). Questa massima è attribuita al filosofo Eraclito ma in realtà da lui non fu mai scritta. Tutto scorre è la frase che meglio riassume il pensiero di Eraclito sul divenire. Il filosofo pensava che non ci si potesse bagnare due volte nello stesso fiume perché seppure a distanza di pochi attimi ogni elemento naturale muta, sottoposto a una legge inesorabile. So di non sapere (in greco Έτσι, δεν γνωρίζω, estì den gnōthizo). La celebre frase di Socrate è tutt’oggi un grande esempio di saggezza. Dopo che la sacerdotessa dell’oracolo di Delfi rivelò che Socrate era l’uomo più saggio di tutti egli non poté accettarlo. Decise di dialogare con coloro che si consideravano i migliori oratori del tempo ma capì che in loro c’erano solo arroganza e presunzione. Socrate dunque ammise di essere il più sapiente di tutti per un solo motivo: lui sapeva di non sapere, ammetteva la sua ignoranza. Ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza. Vivi nascosto (in greco λάθε βιώσας, láthe biósas). Epicuro con questa frase contesta l’identificazione dell’uomo con il cittadino, anche se riconosce l’utilità per la società delle leggi.  Per lui la politica era «un inutile affanno» e l’uomo doveva essere contento del vivere appartato. A causa di queste affermazioni l’epicureismo, al suo tempo, godeva di una concezione alquanto distorta e non era visto di buon occhio. Simile a un dio mi sembra quell’uomo (in greco Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν ἔμμεν’ ὤνη, fainetai moi kenos isos theoisin emmen’oner). In questi famosissimi versi la poetessa Saffo paragona l’uomo amato ad un dio, in una poesia che ha esercitato il suo fascino su molti. Molte sono le sue traduzioni: da Catullo in latino a Salvatore Quasimodo in italiano. Le parole di Saffo che parla dell’amore […]

... continua la lettura
Culturalmente

Emilio Salgari, un approfondimento sul padre del pirata Sandokan  

Nell’Italia di fine 800’, divisa tra analfabetismo e i salotti buoni della Bell’epoque, uno scrittore veronese catalizzò l’attenzione del pubblico con i suoi romanzi d’avventura. Dotato di una fantasia senza pari, Emilio Salgari non è soltanto tra gli autori più prolifici e letti della letteratura italiana ma il padre di eroi immortali che ancora affascinano, stupiscono nel loro difendere con tenacia e vigore un mondo e i suoi valori che sembrano ormai scomparsi. Numerosi sono gli aspetti che il veronese ci lascia in analisi. Il laboratorio salgariano è quanto mai ricco di suggestioni, idee e intuizioni che hanno dato vita a un corpus che, seppur uniforme dal punto di vista stilistico, è incredibilmente vario per quanto riguarda personaggi, vicende, ambientazioni. Dal Golfo del Bengala alle coste dell’oceano Pacifico, da Mompracem al Polo Nord, numerose sono le location, esotiche e non, nelle quali l’azione si svolge. Nessuna di esse era mai stata visitata in realtà dall’autore che non conseguì mai l’agognato brevetto di ‘Capitano di gran cabotaggio’, anche se lasciò intendere di esserne in possesso. Era, tuttavia, un gran sognatore e un ottimo giornalista tale da ricordare ogni minimo particolare di ciò che leggeva che lasciava poi trasudare nelle sue pagine di vivido realismo. Disegnate con maestria sulle fredde indicazioni di atlanti, enciclopedie e diari di viaggio, queste ambientazioni sono in perfetta simbiosi con i suoi personaggi, eroi vinti in cerca di perenne riscatto che, seguendo le passioni più istintive e veraci, combattono furiose battaglie. La gloria, l’onore, e il rispetto, Sandokan, Yanez, Treamail Naik rispettano un codice etico che non deve essere violato e che va difeso ad ogni costo. Gli invasori delle loro terre, le sette religiose, i ribelli voltagabbana, invece, sono i nemici che hanno violato il patto, il cui unico scopo è arricchirsi e conquistare, distruggendo, così, quelle oasi in cui regnava sovrano l’equilibrio tra uomo e natura. L’instancabile penna dell’autore veronese trasmette questi dissidi con una semplicità disarmante e con la vibrante passione di chi non è mai cresciuto davvero. Le sue opere, che rappresentano un unicum nel panorama letterario italiano di fine 800’, sono difficili da inquadrare. Estraneo al verismo, alle questioni sulla lingua e al romanzo di formazione, il mancato capitano impegna tutte le sue energie su un genere che in pochi avevano praticato prima, il romanzo d’avventura, e in cui si predilige la forza espressiva ad uno stile ricamato. Gli echi classici, le illustri citazioni, la complessità psicologica dei personaggi e delle vicende lasciano, così, il posto alla spasmodica ricerca dello stupore sensoriale del lettore che tramite le sue descrizioni riesce a viaggiare pur rimanendo seduto in poltrona. Queste scelte tematiche e una scrittura non sempre impeccabile lo hanno relegato, nel corso degli anni, ai margini della letteratura, tra gli scrittori d’appendice o per l’infanzia, con un dibattito critico tendente molte volte a sminuirne il corpus. Solo nell’ultimo ventennio di studi, a ottanta anni dal suo macabro suicidio, Salgari comincia ad essere pienamente apprezzato e il tesoro di opere lasciato da lui lasciate […]

... continua la lettura
Culturalmente

La Villa Romana di Positano riapre finalmente al pubblico

È stata inaugurata alle 18 di mercoledì 18 luglio, la Villa Romana di Positano (Salerno), uno dei siti archeologici sotterranei scoperti di recente nel sud Italia. I residenti del comune campano, celebre nel mondo per la sua incomparabile bellezza, potranno visitare la villa gratuitamente dal 19 al 31 luglio, mentre l’apertura definitiva al pubblico è prevista per il 1° agosto. La villa, sepolta dalla cenere dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., è venuta alla luce dopo anni di scavi ed ora le sue meraviglie sono pronte a lasciare a bocca aperta i visitatori. Durante la conferenza svoltasi a Palazzo “Ruggi D’Aragona”, coordinata da Michele Faiella, Funzionario per la Promozione e Comunicazione – Responsabile dell’Ufficio Stampa della Soprintendenza ABAP di Salerno, sono stati illustrati i dettagli del restauro e della valorizzazione dell’area. Presenti all’evento Francesca Casule, soprintendente ABAP di Salerno e Avellino; Michele De Lucia, sindaco di Positano; Silvia Pacifico, funzionario archeologo; Diego Guarino, architetto e direttore dei lavori e Walter Tuccino, restauratore del Mibact. Villa Romana di Positano, un tesoro sepolto troppo a lungo La costruzione, situata al di sotto della chiesa di Santa Maria Assunta, “fu costruita alla fine del I secolo a.C. In quell’epoca l’élite romana aveva scelto le coste del Golfo di Napoli e della Penisola Sorrentina per edificarvi lussuose residenze ove trascorrere il tempo libero tra giardini e ricchi ambienti affrescati con spettacolari vedute sul paesaggio costiero”, spiega Maria Antonietta Iannelli, funzionario archeologo della Soprintendenza ABAP di Salerno e Avellino. Già nel 1758, Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, segnala l’esistenza di affreschi e mosaici al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo della Corte pensò si trattasse della villa di Posides Claudi Caesaris, liberto dell’imperatore Claudio, a cui andrebbe attribuita l’origine del nome di Positano. Il sisma del 62 creò la possibilità di rinnovare gli ambienti di rappresentanza, come testimonia una delle sale da pranzo della villa, il lussuoso “triclinium” venuto alla luce nella cripta. Architetture a più piani, tipiche del Quarto stile pompeiano (metà del I secolo d.C.), occupano le pareti. Decisamente suggestive le scene mitologiche rappresentate, come il centauro Chirone che impartisce lezioni di musica al giovane Achille. E poi, la raffigurazione del paesaggio marino, con una baia circondata da edifici porticati e da scogli, suggerisce che la vista da questa sala triclinare, sulla baia di Positano, doveva essere molto simile. Gli scavi dopo il terremoto del 79 Nei secoli successivi al terremoto del 79, da cui la villa fu completamente distrutta, nella stessa zona furono costruiti edifici religiosi. Le ricerche hanno fatto emergere due cripte, una superiore di epoca settecentesca ed una inferiore più antica. Lungo il perimetro della sala principale della cripta più recente, sono allineati 69 sedili in muratura per l’essiccazione dei defunti: come spiegato in una nota di Lina Sabino, funzionario storico del’arte della Soprintendenza ABAP di Salerno, la finitura plastica degli stucchi è unica nell’intero territorio amalfitano. La cripta più antica, dedicata alla Vergine Maria del 1159, appartiene all’epoca medievale: la sua pianta è simile […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il treno dei Foja continua ad andare. Intervista a Dario Sansone

E piglio ‘stu treno che va luntano ‘a tutt”e paranoie addò ‘nu biglietto nun se fa ‘nu suonn’ ‘e binari e stazioni lassamme ‘a casa tutt”e guaje cercanne chell’ ca nun saje.                                                                                                                     ‘O treno che va, terzo album dei Foja, band partenopea, è il simbolo di un viaggio in cui la lingua napoletana sposa il rock. In cui la tradizione sposa il moderno. Ogni canzone è una stazione, un pretesto per esplorare e scandagliare le passioni che abitano l’animo umano con quella foja, quella foga che li accende, e da cui è impossibile non lasciarsi accendere.   Dario Sansone, intervista al frontman dei Foja Partiamo dal titolo, ‘O treno che va. Dario Sansone, ma dove va questo treno? Lo sto ancora scoprendo: è un treno che va per andare. Quello che c’importa è la dimensione del viaggio più che l’arrivo. Il nostro treno si è fermato in varie stazioni, regalandoci tante soddisfazioni e intanto continua ad andare e, a dire il vero, non so, non sappiamo ancora dove vogliamo arrivare. Intanto, in autunno, questo treno vi porterà oltre i confini nazionali…  Esatto. Da novembre porteremo la nostra musica all’estero. Sono previste almeno dieci tappe. Sicuramente Barcellona, Parigi, Londra. Poi si vedrà. Avete scelto di cantare esclusivamente in napoletano, di rimanere ancorati alle vostre radici. Pensi che questo possa essere, in qualche modo, un limite? Tutt’altro. Credo che cantare in napoletano sia un punto di forza. Cantare in napoletano mi sembra il modo più sincero di esprimere le mie emozioni. E poi alcune parole del nostro dialetto hanno una capacità di sintesi che altre lingue non hanno. Eppure convieni con me che il napoletano è una lingua intraducibile… Come sono intraducibili molti slang americani, eppure sono cresciuto ascoltando Bob Dylan. In più il Regno di Napoli ha subito molte dominazioni, il napoletano si è miscelato con lo spagnolo, con il francese. Sono tanti i vocaboli stranieri assorbiti dal napoletano. Per dirne uno: ‘a buatt’! Abbiamo già suonato all’estero, a Londra, ed è stato bellissimo, la musica, se ha qualcosa da dire, arriva comunque. Touché. I nostri nuovi progetti sono basati proprio su scambi linguistici. Cagnasse tutto sarà tradotto in catalano; la collaborazione con la grandissima cantautrice Pauline Croze ha portato alcuni nostri pezzi, come A chi appartieni, oltre le Alpi. Napoli è da sempre una città internazionale pronta allo scambio, una città di mare aperta al dialogo con il mondo e il nostro obiettivo è proprio quello di varcare i confini. Il treno va, appunto, e deve continuare ad andare. Domanda un po’ scomoda. In un tuo pezzo bellissimo, canti Fosse pe’ me cagnasse tutto… È davvero possibile secondo te il cambiamento? In che modo? Sicuramente la chiave non […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Vedi Napoli e poi muori, storia e significato del famoso detto

Ogni persona nel corso del tempo avrà sentito il famoso aforisma «Vedi Napoli e poi muori», che pronunciò il rinomato scrittore tedesco Goethe, rimasto estasiato dalla bellezza, dalla posizione della città e dalle meraviglie spesso decantate di Napoli. Napoli è un insieme di cose, cultura, gastronomia, storia, arte, musica, folklore, tradizioni popolari, ma è soprattutto una città che ha tanto da offrire e tanti tabù da sfatare. Spesso, la frase «Vedi Napoli e poi muori», è utilizzata con accezione negativa, in riferimento alla morte, all’annullamento della vita terrena, ma in realtà essa racchiude in sé molti significati ricchi di spunti d’interpretazione. Il famoso aforisma può essere infatti, metafora di bellezza, di convivialità, ma anche di accoglienza, e soprattutto di rinascita. Una visita a Napoli può regalare una rinascita, una nuova visione del mondo. Vedi Napoli e poi muori, una citazione conosciuta in tutto il mondo «Vedi Napoli e poi muori», è definibile un detto popolare, oltre ad essere una citazione conosciuta in tutto il mondo, nell’ambito della letteratura straniera e naturalmente anche italiana. Sono numerosi i turisti che ogni anno scelgono di trascorrere qualche giorno a Napoli, visitando le sue innumerevoli bellezze, lasciandosi inebriare dal calore che caratterizza la città. Goethe giunse a Napoli nel febbraio del 1787, egli volle conoscere l’Italia, e in particolar modo Napoli, della quale si innamorò scrivendo versi meravigliosi, decantando peculiarità artistiche, storiche e culturali. Scrisse «Vedi Napoli e poi muori», passata alla storia come una delle sue citazioni più importanti, dichiarando di esser profondamente ammaliato dal clima che si respirava in città e dalla “napoletanità”, un refuso che significava e significa ancora oggi, tante cose. Infatti, si può affermare che gli abitanti di Napoli vivono filosofeggiando, dispensando musicalità, oltre che cantata, anche nel modo di esprimersi (infatti il dialetto  napoletano è definito ufficialmente una lingua) accompagnando con il proprio sguardo caloroso, ed il proprio abbraccio festoso, quanti giungono in visita da ogni parte del mondo. Quel diverso modo di vivere, colpì anche Goethe, il quale parlò di una vera e propria attitudine all’esistenza, un modo diverso di intendere la vita, che continua a manifestarsi ancora oggi, definendo unici i napoletani, che guardava con profonda ammirazione, come dichiarò più volte. Dunque, oggigiorno si può dire che Napoli è facile bersaglio di chi spesso la prende di mira, denigrandola, sottolineando i difetti, le mancanze, trascurandone però i pregi. Probabilmente ciò avviene perché conoscere a fondo una metropoli non è un’impresa semplice, ci saranno sempre dei fattori, delle peculiarità che rimarranno sconosciute. Ricordiamo che la denominazione Napoli, deriva dal greco antico Nea polis, ossia città nuova; accezione perfettamente adattabile ad una grande metropoli quale essa è e da utilizzare come aggettivo. Napoli è nuova per tante cose, è nuova per le sorprese che continua a regalare, è nuova per le numerose proprietà linguistiche che acquisisce nel corso del tempo, è nuova perché arricchisce di elementi essenziali prima sconosciuti. Ecco perché, prima di morire, bisognerebbe visitare almeno una volta Napoli, splendida città, vivendo la complessità e anche i […]

... continua la lettura
Culturalmente

24 frasi latine famose e la loro traduzione, chi l’ha detto che il Latino è una lingua morta?

Erroneamente il Latino viene definito una lingua morta. Ma quando è morto il Latino? E, soprattutto, chi l’ha detto che è morto? Nulla di più falso. Il Latino è la lingua più parlata del mondo. Certo, non quello di Cicerone, ma quello che parliamo ogni giorno, con le sue trasformazioni storiche: quello delle lingue neolatine, o romanze. Il Latino è un dispositivo della memoria culturale, come versatile interfaccia multilingue, come ponte tra le culture. Conoscere il Latino significa comprendere meglio il presente in quanto figlio di un passato, conoscere una lingua le cui parole raccontano una civiltà, l’evoluzione umana, la cultura di un popolo. Il Latino è una lingua viva, perché vive nelle lingue che parliamo. E non solo nelle sue evoluzioni. Sono tante le parole, le espressioni latine che, ancora oggi, infatti, sopravvivono nel parlato di tutti i giorni. Queste sono le nostre 24 frasi latine famose preferite, con traduzione e spiegazione. Frasi latine famose, le nostre preferite  Ad maiora/A cose più grandi. Cominciamo la nostra carrellata di frasi famose in latino con una locuzione utilizzata come formula di buon auspicio, augurando che l’obiettivo raggiunto sia un primo passo verso cose più grandi. Carpe diem/Cogli l’attimo. Tratta dalle Odi del poeta latino Orazio, letteralmente significa Cogli il giorno ed è un invito a godere in maniera equilibrata le gioie della vita, cercando di coglierne ogni sfumatura godibile. Melius abundare quam deficere/Meglio abbondare che scarseggiare. Locuzione di origine incerta, secondo la quale, piuttosto che rischiare di non raggiungere la giusta misura, è preferibile eccedere e superarla. Alea iacta est/Il dado è stato tratto. Pronunciata, a torto o a ragione, secondo Svetonio da Cesare nel passaggio del Rubicone con i suoi soldati in marcia verso Roma, indica il raggiungimento di un punto di non ritorno, che ormai si è compiuto un passo decisivo, che non si può più tornare indietro. Homo quisque faber ipse fortunae suae/Ogni uomo è artefice della propria fortuna. Attribuita ad Appio Claudio Cieco, sottolinea la capacità dell’uomo, in quanto animale razionale, di creare mezzi per adeguare e trasformare la realtà secondo le sue esigenze. Mens sana in corpore sano/Mente sana in un corpo sano. Locuzione tratta dalle Satire di  Giovenale, secondo cui l’uomo dovrebbe aspirare a due beni soltanto: la sanità dell’anima e la salute del corpo. Con il passare del tempo, l’espressione è stata intesa con il significato che corpo e anima debbano svilupparsi insieme e che vadano esercitati entrambi per assicurarsi il benessere. In medio stat virtus/La virtù sta nel mezzo. Derivata da alcune frasi dell’Etica Nicomachea di Aristotele, afferma la necessità o la convenienza della moderazione, dell’equilibrio, o come invito a evitare gli eccessi. Mater semper certa est, pater numquam/La madre è sempre certa, il padre mai. Massima di esperienza, secondo la quale se è facile individuare la madre di un soggetto, la ricerca della paternità è spesso difficile, e, in qualche caso, impossibile. Espressione usata spesso in senso ironico. Omnia munda mundis/Tutto è puro per i puri. Tratta dal Nuovo Testamento: nell’Epistola a […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lalineascritta di Antonella Cilento: l’arte della scrittura e della lettura trova casa dopo 25 anni

«La scrittura è un’arte che si apprende giocando a scrivere», recita il motto del Laboratorio di Scrittura Creativa Lalineascritta, fondato nel 1993 e diretto da Antonella Cilento e dallo staff sorridente ed emozionato che ci attende, lunedì 9 luglio alle 18, nei locali nel cuore del Vomero finalmente diventati “casa” della scuola. È «casa» la parola che si preferisce nominare al posto di una «sede» asettica e più neutrale. Occasione dell’incontro è l’inaugurazione del nuovo domicilio nonché la presentazione delle tante attività estive che animeranno un luglio altrimenti meno movimentato e motivante. È il caso del favoloso programma dal titolo Sogni&Scritture (nelle sere di mezz’estate), 12 lezioni con film e aperitivo: la prima pellicola è prevista in onda, a tambur battente, già giovedì 12/7, con in programma Lettera a tre mogli (1949) di Joseph L. Mankiewicz, per poi proseguire con Vogliamo vivere! (1942) di Ernst Lubitsch il 16/7, Pallottole su Broadway (1994) di Woody Allen il 18/7, Genius (2016) di Michael Grandage il 19/7, Black Narcissus (1947) di Powel&Pressburger il 23/7, La guerra lampo dei fratelli Marx (1933) il 25/7, Carnage (2011) di Roman Polanski l’11/9, Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder il 13/9, Scoprendo Forrester (2000) di Gus Van Sant il 28/9, Memento (2000) di Christopher Nolan il 20/9, Delitto perfetto (1954) di Hitchcock il 25/9, sino a Rumori fuori scena (1992) di Michael Frayn il 27/9. C’è grande entusiasmo per le iniziative culturali che, in mesi “sonnecchianti” come quelli estivi, restituiscono quello che invece è il primus motor della scuola: l’amore per il cinema, “la settima arte“, in un binomio indissolubile con quello per la scrittura e la lettura che si fondono nella più alta letteratura. A seguito delle vacanze d’agosto, nel bel mezzo di cotanta offerta, Lalineascritta si estende e parte, orgogliosa, anche in trasferta: venerdì 7 e sabato 8 settembre è la volta dello stage di scrittura creativa intitolato Storia&Storie – Il racconto e il romanzo storico, in collaborazione con l’Associazione Letteraria “Giovanni Boccaccio” e non a caso ambientato in pieno luogo boccaccesco quale il Palazzo Pretorio di Certaldo. Da ottobre ad aprile riprendono inoltre i corsi semestrali di scrittura narrativa, suddivisi per focus e livelli, aperti ad un massimo di 30 partecipanti, al fine di dedicare a ciascuno studente – “debuttante” o meno che sia – l’attenzione che merita. «Scrivere è inventare», è la sentenza posta a mo’ di vademecum del laboratorio tutto: ognuno è invitato a sperimentare e provare, perché qui è – semplicemente – il benvenuto. Un grande traguardo per Lalineascritta Sono tante le persone che vogliono esserci per festeggiare i 25 anni della scuola, ormai 26. A una ventina di fedelissimi che giungono di buon’ora, si aggiungono un centinaio di persone entusiaste di poter presenziare alla manifestazione. Portano bouquet di fiori, sorrisi sinceri, una sorta di “sano fervore” che sfocia dalla mente di un lettore alle prime armi come di uno scrittore in erba, sempre partendo da un moto del cuore. È come fosse una grande famiglia, quella che si è data appuntamento in un torrido lunedì al piano […]

... continua la lettura
Viaggi e Miraggi

Parigi. Ville Lumière, amore, arte e spirito bohémien

Cosa visitare a Parigi? Consigli e indicazioni per un fine settimana nella città dell’amore Parigi. Cité d’amour. Terra d’incanto, curiosità, cultura, arte e joie de vivre. È una meta che sicuramente non può mancare nella lista dei viaggi e weekend fuori porta di un buon viaggiatore. Spesso, e non a torto, considerata “la città dell’amore” per i suoi panorami mozzafiato dall’alto della Tour Eiffel, dell’Arc de Triomphe, della Torre della Cattedrale di Notre Dame e lungo la splendida Senna. Ma Parigi è una metropoli moderna e cosmopolita, romantica e anche misteriosa, con uno spirito gaio e bohémien che la rendono unica nel vasto panorama delle capitali europee. Parigi e il romanticismo Nella magnifica città, patria di artisti, successi cinematografici e musicali, è impossibile annoiarsi; ma soprattutto è impossibile non innamorarsi. Il profumo dei croissants appena sfornati, il brulicare di artisti di strada e il fascino notturno della città illuminata rendono irresistibile la “Ville Lumière”. La magia nasce dal cuore della città, l’Île de la Cité, una delle due isole fluviali della Senna. Questa ospita la Cattedrale di Notre Dame, maestosa architettura gotica costruita a partire dal 1163 e completata nel 1344. Entrata nell’immaginario collettivo grazie all’omonimo romanzo di Victor Hugo (1831) prima e dopo con il successo del musical Notre Dame de Paris di David e Clemente Zard, con al centro la tormentata storia d’amore tra Quasimodo ed Esmeralda. La bellezza delle vetrate interne rapisce l’occhio dell’osservatore, ma ciò che desta stupore è il pazzesco panorama visto dall’alto della torre, a cui si accede attraverso 378 gradini a chiocciola che inibiranno le forze ma, una volta giunti in cima, la meraviglia spodesterà la fatica. Lì tra le guglie e i misteriosi demoni in pietra cominceranno a risuonare nella testa le straordinarie musiche di Riccardo Cocciante scritte per il musical. Uno spettacolo indimenticabile! Tra una passeggiata e l’altra attraverso boulevards e bistrot, assaggiando prelibatezze quali omelette e i coloratissimi macarons, ci si sposta nella città trafficata ed affollata con la metropolitana, che con le sedici linee permette di raggiungere quasi ogni destinazione a Parigi e dintorni. Ma per i sognatori ed i romantici non può certamente mancare il tour parigino effettuato sui bateaux-mouches. I famosi traghetti utilizzati un tempo esclusivamente per il trasporto merci e divenuti una delle principali attrazioni turistiche a partire dal 1867 in occasione dell’Esposizione Universale. Le architetture e i colori della città visti dalla Senna non hanno prezzo. Da ogni angolo di Parigi in cui ci si trovi, dal basso o dall’alto, di giorno o di notte, è impossibile non ammirare la splendente bellezza della Tour Eiffel. Salire in cima, attraverso i 1665 scalini o in ascensore, è un’esperienza irrinunciabile. Luogo per eccellenza di viste mozzafiato, sguardi innamorati, promesse scambiate e fascino sublime! Il gioiello in ferro del progettista Gustave Eiffel, destinato ad una precoce demolizione, dopo la sua costruzione in occasione dell’Esposizione Universale del 1889, sembra osservare e proteggere l’intera città come una madre elegante e premurosa. Lì sulla sua cima ci si carica di eccitazione […]

... continua la lettura
Culturalmente

Musica da camera, cos’è e come nasce

La musica da camera dove nasce? Forse per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro e chiedersi dove nasce la musica, e cos’è? Da sempre l’uomo ha trovato l’esigenza di esprimere i propri sentimenti attraverso la musica, di farsi partecipe attraverso quest’ultima della massima espressione delle emozioni umane. Dalle diverse tonalità di voce, al battito delle mani fino ad arrivare all’invenzione degli strumenti musicali, che con corde o con il fiato hanno tradotto in musica le note del pentagramma. L’uomo, in particolare modo il musicista (colui che fa musica) ha sempre avuto la necessità di suonare insieme ad altri componimenti di quelli che oggi chiamiamo orchestra, ovvero un insieme di molti strumenti. Quest’ultima nasce tra il XVII ed il XVIII secolo in Europa, come istituzione, ma come ben sappiamo il termine era già usato nell’ antica Grecia e nell’antica Roma per indicare il luogo di esecuzione del cosiddetto coro danzante. Ritroviamo poi, questo termine nel Rinascimento come vero e proprio luogo indicante l’area direttamente frontale al pubblico che assiste alla scena musicale. Cos’è la musica da camera La nascita di questa particolare tipologia di “fare musica” è da collocarsi già nell’antico Egitto come accompagnamento agli uffici sacri, rituali nei quali erano comprese danze e intonazioni di canti. Nell’antica Roma durante le pantomime si realizzavano scene mimico-orchestrali durante le quali, ad un pubblico ristretto, venivano raccontate gesta mitologiche. Nella Provenza medioevale invece, il giullare, di corte in corte, realizzava spettacoli per pochi intimi all’interno della corte di un signore. Ma ancora siamo lontani rispetto a quello che poi nei secoli successivi prederà il vero e proprio nome di musica da camera. Nel Cinquecento nasce l’idioma strumentale. La musica strumentale iniziò ad essere scritta e tutto ciò che prima era nato e destinato a voce, da adesso verrà scritto sul pentagramma. Sarà il Settecento il secolo in cui si affermerà la distinzione definitiva tra musica orchestrale e musica da camera, grazie a compositori come Haydn, Boccherini, Brahm e Mozart. Dalla sonata alla musica da camera Quella che anticamente era definita sonata prenderà il nome di musica da camera. Il numero di coloro che erano destinati a suonare era molto limitato. Gli strumenti utilizzati erano strumenti ad arco e fiato, più tardi grande anche al celebre Muzio Clementi verrà aggiunto il pianoforte, assoluto protagonista della scena dell’età romantica. Senza ombra di dubbio è il quartetto (soprattutto d’archi), per la musica da camera, la composizione musicale per eccellenza. Questo misto di sonate sintetizza in modo perfetto quelle che erano le quattro voci principali del coro (soprano, tenore, contralto e basso). Nel corso del tempo questa particolarità di musica è andata via via scomparendo: Beethoven iniziò a comporre musiche (che rientrano sempre nel filone delle musiche da camera) che comprendevano voce e pianoforte. Soltanto nel tardo Novecento con un’opera intitolata “Bartòk la musica da camera”, Stephen Walsh racconta il progresso che questa tipologia di musica aveva compiuto nel corso dei secoli. Dalla semplice voce che accompagnava le storie delle antiche mitologie greche e romane, si passò ad […]

... continua la lettura
Culturalmente

Philip Roth e Fëdor Dostoevskij: gli spazi discorsivi del “volontario” isolamento di David Kepesh e l’uomo-topo

Philip Roth (Newark, 19 marzo 1933 – New York, 22 maggio 2018) è stato uno degli scrittori statunitensi più noti e premiati della sua generazione, diventato famoso con Lamento di Portnoy, romanzo del ’69 che si presenta come un lungo monologo del narratore, Alexander Portnoy, al suo psicanalista. L’opera è il ritaglio di una “scandalosa confessione” della libertà sessuale e individuale del protagonista. Il percorso letterario di Philip Roth, dai racconti d’esordio Addio, Columbus e i cinque racconti, i seguenti romanzi Lasciarsi andare, Quando lei era buona, e ancora la satira politica con La nostra gang, del 1971, procede con un romanzo dal clima surrealista, Il seno del 1972 nel quale compare il professore David Kepesh. Questi ritorna ne Il professore di desiderio del ’77 e in L’animale morente del 2001. È interessante notare che proprio quest’ultimo libro ha dei punti di contatto con Memorie dal Sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, specialmente se facciamo riferimento alla dialettica servo-padrone di hegeliana memoria. Philip Roth e Dostoevskij I romanzi di Dostoevskij sono stati definiti “romanzi polifonici”, accezione bachtiniana, per intendere la voce singolare di un personaggio che è coscienza e autocoscienza, capace di staccarsi dal brusio di fondo. In sostanza essa sa essere una coscienza indipendente dal narratore-autore, “in confronto-contrasto con altre coscienze autonome” [1]. Anche il romanzo di Roth propone un tipo di “dialogicità individuale” meno intermittente, ma allo stesso modo “stratificata”, volta a definire e a reprimere un aspetto caratteriale o pulsionale contenuto inconsciamente. In questo modo il discorso diventa un groviglio di possibilità e di analisi nell’alternanza tra servilismo e dominio sia nei confronti della società per l’uomo-topo, sia per la bellezza femminile e l’immagine feticcio del seno e di Consuela Castillo per Kepesh. David e l’uomo-topo scelgono volontariamente l’isolamento, così padroni del proprio benessere egoistico e “padroni” del proprio vissuto. David è un professore universitario, padrone e vittima della bellezza e della sua inclinazione, liberamente lontano dagli uomini, dalle convenzioni borghesi, pur essendo inserito negli schemi della società. L’uomo-topo invece è la stratificazione di una coscienza che sfila le sue contraddizioni per reprimere la vergogna di non essere come gli altri. Nel romanzo di Roth, il professore risponde alle necessità che la società impone, nonostante cerchi di allontanare la figura di marito e di padre, o di professore perfetto, o di uomo integrato negli ingranaggi del sistema: “Guardammo l’Anno Nuovo che arrivava sulla terra, assistemmo all’inutile isterismo di massa che accompagnò la celebrazione del millenario giorno di San Silvestro. […] L’attesa della catena di orrende Hiroshima che collegassero in una distruzione sincronizzata le antiche civiltà della terra. Ora o mai più. E non accadde. […] La Tv che fa quanto le riesce meglio: il trionfo della banalizzazione sulla tragedia. […] Né bombe che scoppiano, né spargimento di sangue: il prossimo bang che sentirete sarà il boom del benessere e l’esplosione delle borse. La minima chiarezza sull’infelicità resa ordinaria dalla nostra era sedata dallo stimolo grandioso della massima illusione”[2]. Tuttavia, Kepesh e l’uomo-topo non riescono ad abbattere il dominio che la società e […]

... continua la lettura