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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1105 articoli

Culturalmente

Pride: orgogliosi di essere se stessi per #nociaograzie, Maria Francesca Duilio

Giugno è il mese dedicato al pride. Letteralmente significa “orgoglio”. Ma orgoglio di cosa? Di cosa essere orgogliosi? È chiaro che in un mondo in cui si fa spesso fatica ad essere se stessi, esserlo con convinzione può risultare un po’ complicato e quindi esprimersi diventa una piccola forma di orgoglio. Ancora meglio di me, le parole di Maria Francesca Duilio, conosciuta sui social come “nociaograzie”. Attraverso contenuti tra il serio e il faceto Maria Francesca si spende tanto affinché questo senso di fierezza appartenga a tutti. Non è facile ma è sicuramente gratificante. E un po’, oggi, siamo grati noi a lei per il tempo e per la bella intervista che ci ha rilasciato. SE TI DOVESSI PRESENTARE IN UNA MANCIATA DI BATTUTE, COSA DIRESTI? Un uomo entra in un caffè… “Buongiorno”. – Cosa dice un maiale che cade da un palazzo? Niente, i maiali non parlano. – Come si chiama la ballerina spagnola più famosa al mondo? Se è così famosa perché nessuno sa mai rispondere a questa domanda? NEI TUOI VIDEO SI TENTA CON IRONIA DI TRASMETTERE MESSAGGI POSITIVI. È MAI CAPITATO CHE L’IRONIA POTESSE NON ESSERE COMPRESA? COME SI FA POI? Poi si aspetta che qualcun* nei commenti spieghi che è una battuta. Credo che se lo facessi io stessa offenderei l’intelligenza di qualcun*, soprattutto la mia, perché sono convinta che si capisca benissimo che è una battuta, il punto è che non tutte le battute sono gradite. Spesso rivedersi in qualcosa fa soffrire, non tutt* riescono a ridere di se stess*, e fidatevi che non basta dire ‘’è una battuta’’ per evitare che le persone si offendano. I SOCIAL SONO UNO STRUMENTO MOLTO POTENTE PER ARRIVARE ALLE PERSONE. QUALE LAVORO C’E’ DIETRO PER ARRIVARE CON I CONTENUTI GIUSTI? I contenuti “giusti” per i social sono i più semplici. Tra tutti spicca la ‘’relatable comedy’’ seguita immediatamente dai segni zodiacali, capitanati dagli insuperabili balletti. Io personalmente cerco di proporre qualcosa che sia semplice ma con un fondo di spessore, qualcosa di diretto, immediato, rapido, ma pensato. Insomma, utilizzo mezzi e linguaggi pop per parlare di argomenti che pop non sono. Tranquilli, però: spesso i miei contenuti fanno ridere senza far riflettere… al massimo fanno piangere! IN ITALIA IL MOVIMENTO LGBT, GRAZIE ANCHE A PERSONE COME TE, HA FATTO TANTI PASSI AVANTI. MA COSA DIRE ALLE PERSONE CHE ANCORA HANNO TIMORE? Che le paure si affrontano, guardandosi dentro. Omofobia significa ‘’paura di scoprirsi omosessuali’’, ma ci tengo a dire che nessuno avrebbe paura di scoprirsi omosessuale se gli omosessuali non venissero picchiati, uccisi e discriminati ogni giorno in ogni parte del mondo. La paura di quello che c’è dentro è spesso dovuta ad una paura profonda di quello che potrebbero dire fuori. E COSA INVECE DIRE A CHI CREDE CHE IL PRIDE MONTH E IL PRIDE SIANO COSE SUPERATE? Che l’unica cosa ad essere stata superata è il limite di sopportazione delle persone che vogliono essere se stesse e devono dar conto agli altri se lo sono […]

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Culturalmente

Donne e impresa teatrale, intervista a Stefania Bruno

“Donne e impresa teatrale” è il titolo del convegno online svoltosi il 10 e l’11 giugno, con la partecipazione di numerose protagoniste del mondo teatrale Italiano. L’evento, organizzato sulla piattaforma Zoom dalla Cooperativa En Kai Pan, in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, è stato dedicato a “La nascita delle cooperative teatrali dagli anni ’70 a oggi” e alla “Ridefinizione dei ruoli femminili all’interno dei nuovi scenari organizzativi, produttivi e artistici”. Il seminario è stato parte del progetto di ricerca interdisciplinare Talking about a Revolution – Donne e impresa teatrale, ideato e progettato da En Kai Pan con il sostegno di Coopfond, per stimolare il dialogo tra la comunità accademica, il mondo delle imprese culturali e quello del lavoro, contribuendo alla costruzione di una cultura femminile del lavoro. Dalle cooperative teatrali, infatti, provengono attrici e drammaturghe come Laura Curino e Mariella Fabbris (Teatro Settimo), registe come Cora Herrendorf (Teatro Nucleo), esperienze territoriali che, nate in condizioni di marginalità, sono diventate centri culturali per l’intera regione, come la cooperativa Sardegna Teatro, divenuta Teatro Nazionale, e Teatro Koreja in Puglia o Teatri Uniti in Campania. Il ruolo delle donne nella cooperazione teatrale è potente e vario, eppure non sempre raccontato, sia in rapporto alle questioni di genere e al teatro femminista, sia alla nascita di nuove forme produttive e organizzative, alla visione artistica e alle pratiche teatrali.   Al convegno, dopo i saluti istituzionali di Roberto Tottoli, Rettore dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, e di Carmela Maria Laudando, Direttrice del Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Comparati, sono state affrontate e discusse le tematiche relative al ruolo della donna nella cooperazione teatrale e culturale, mettendo in risalto le prospettive storiche, sociologiche ed economiche e dedicando spazio agli esempi di teatro femminista in Italia. Tra gli interventi Susanna Camusso, Sindacato CGIL, Giovanna Barni, Presidente CulTurMedia Nazionale, Anna Ceprano, Presidente Legacoop Campania, Fabiana Sciarelli, Economia e gestione delle imprese internazionali – Unior, Laura Angiulli, Teatro Galleria Toledo, Costanza Boccardi, Teatri Uniti, Napoli, e molti altri. Donne e impresa teatrale, due chiacchiere con Stefania Bruno Abbiamo intervistato Stefania Bruno, della Cooperativa En Kai Pan, tra le organizzatrici del convegno. En Kai Pan si occupa di “ideazione e diffusione di progetti sociali e culturali”. Ma com’è nata la vostra cooperativa e in che modo si realizza il vostro lavoro quotidianamente? En Kai Pan è stata costituita formalmente a marzo 2014. L’idea di fondare una cooperativa è nata per rispondere all’esigenza di professionalizzarsi. Tutti noi soci fondatori venivamo da percorsi di formazione molto lunghi e il rischio, dopo la crisi finanziaria e le conseguenti riforme strutturali, era di rimanere tagliati fuori dal mondo del lavoro, ritrovarsi esodati a trent’anni. Abbiamo deciso, così, di fare un salto di qualità, a cui è corrisposto anche un forte rischio, e di iniziare a realizzare da soli le nostre idee. Ci siamo dedicate negli anni alla produzione e all’organizzazione di festival di Commedia dell’Arte contemporanea, di formazione di giovani attori, di progetti di ricerca, di teatro sociale e di formazione del pubblico. Ciò che […]

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Viaggi e Miraggi

Estate, mare, bici: la Sicilia da scoprire pedalando

Gli effetti portati dai radicali cambiamenti del 2020 hanno influito e stanno tuttora influendo molto sulla scelta delle vacanze da parte degli italiani. Sono infatti sempre di più i cittadini tricolori che preferiscono un tipo di turismo “lento”, rilassato e fuori dagli schemi soliti, per motivi di sicurezza ma anche per ricongiungersi con la natura e scoprire nuovi luoghi suggestivi. Ecco quindi qualche spunto utile per chi vuole godersi il mare della Sicilia in sella alla propria bici. Quando visitare la Sicilia su due ruote? Il periodo migliore per partire per un’esperienza come questa è senza ombra di dubbio quello primaverile: già nel mese di marzo, infatti, il clima sull’isola è molto gradevole, con precipitazioni quasi completamente assenti; da questo mese fino a maggio, dunque, visitare la Sicilia in bici è assolutamente consigliato. Lo stesso si può dire per l’autunno, quando le temperature non superano i 18°C. Naturalmente l’estate attira moltissime persone da tutta la Penisola e anche dall’estero, ma le temperature in questa stagione possono arrivare a essere anche molto alte, superando i 40°C; per questo è bene avere delle accortezze in più in questo caso, seguendo tutti gli accorgimenti utili per evitare fastidiose scottature solari e pianificando le uscite con cura in base al meteo, soprattutto se si hanno bambini al seguito. Marzamemi, Agrigento e Trapani: le bellezze da scoprire in bicicletta Tra i percorsi più consigliati per chi vuole scoprire la Sicilia in bici c’è la SIBIT (Sustainable Interregional Bike Tourism), la ciclovia finanziata dall’Unione Europea che permette di ammirare attrazioni uniche nel loro genere come il borgo di Marzamemi, la Valle dei Templi di Agrigento, la meravigliosa Scala dei Turchi e le bianchissime saline presenti tra Marsala e Trapani. Per non avere problemi di alcun tipo durante il tragitto o eventuali deviazioni è bene dotarsi di una bici versatile e affidabile: ne sono un esempio quelle da trekking presenti nella sezione dedicata alla bici elettrica sul negozio di bici Bikester.it, indicate per chi non vuole affaticarsi troppo, soprattutto con le alte temperature estive. In ogni caso, la ciclovia è quasi completamente in asfalto, quindi non è richiesto un livello particolare di impegno fisico. Per completare l’esperienza è possibile alloggiare in strutture bike friendly prenotabili online come l’Agriturismo Vultaggio, ad esempio, che organizza anche dei custom bike tour (ossia dei tour personalizzati da fare in bicicletta) fra i luoghi d’interesse della zona di Trapani.

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Riflessioni culturali

Leopardi e la Natura matrigna: un pensiero ecologista ante litteram?

Leopardi e la Natura matrigna: il poeta ottocentesco di Recanati aveva provato ad avvisare l’umanità dei propri limiti molti secoli fa? Giacomo Leopardi, il noto poeta recanatese, morì il 14 giugno del 1837. Anche se due secoli separano i nostri giorni da quelli del poeta recanatese, il pensiero filosofico di Leopardi è molto più attuale di quello che sembri. Nonostante l’immagine stereotipata degli studenti italiani sia quello del “poeta pessimista mai-una-gioia” e dell’autore di “A Silvia”, le riflessioni di Leopardi nascondono una realtà amara che solo oggigiorno abbiamo appreso appieno. Giacomo Leopardi e la critica alla fiducia (esagerata) sul progresso umano  “Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco, Che il calle insino allora Dal risorto pensier segnato innanti Abbandonasti, e volti addietro i passi, Del ritornar ti vanti, E procedere il chiami.” Questi sono i versi 52-56 della lirica La Ginestra (dell’edizione curata da Ugo Dotti e pubblicata da Feltrinelli Editore), scritta durante la permanenza nella villa a Torre Annunziata, situata sulle pendici del Vesuvio. La critica che Leopardi rivolge ai suoi contemporanei, è quella di accettare una posizione antropocentrica dell’umanità nei confronti del mondo circostante. In seguito a molto scoperte  scientifiche ed esplorazioni, l’Ottocento è passato alla storia come il secolo più antropocentrico degli altri: filosofi come Auguste Comte e la corrente dei Positivisti elogiavano la grandezza umana capace di superare diversi ostacoli, Charles Darwin pubblicava i suoi scritti sull’evoluzione della specie e Jules Verne celebrava le imprese tecnologiche con romanzi come Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni. Nonostante questo elogio all’umanità abbia accompagnato tutto l’Ottocento, dai primi anni fino alla fine, il poeta recanatese si scontrò con tali idee dimostrando che l’uomo non ha alcun potere contro la Natura. L’egocentrismo dell’uomo spiegato nelle Operette Morali e ne La Ginestra La dimostrazione più grande del pensiero leopardiano che l’uomo non conti nulla di fronte alle forze della Natura è dimostrato  nell’Operetta Morale intitolata “Dialogo di uno gnomo e di un folletto”, scritta nel 1824. Giacomo Leopardi immagina un dialogo tra due creature fantastiche in una terra desolata. Un giorno, uno gnomo esce dalle miniere per capire come mai non ci siano più minatori all’interno delle miniere. In seguito un folletto, incontrato per caso, spiega allo gnomo che l’umanità si era estinta a causa di diversi fattori tra cui guerre, omicidi, esplorazioni, trascorrere le giornate nell’ozio e “stillandosi il cervello sui libri”. Secondo lo stesso folletto, tutte le creature viventi credono che il mondo sia stato creato per il proprio tornaconto come il filosofo greco Crisippo che affermava che i maiali erano “pezzi di carne preparati apposta per gli uomini”. Nonostante la scomparsa dell’umanità, sembra che il resto della vita continui a vivere il proprio ciclo così come le stagioni o i pianeti. Il tema si ripresenta nella poesia La Ginestra per la cui composizione Leopardi trae spunto dall’osservazione di una pianta dai fiori gialli, tipica dell’area tra il Lazio e la Campania. La ginestra, il fiore che cresce sul Vesuvio, è l’unica pianta che riesce […]

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Cinema e Serie tv

Iwájú: la nuova serie animata firmata Kugali e Disney

Iwájú è la nuova serie animata africana firmata Kugali e Disney. Leggi qui alcune anticipazioni! In occasione del Disney Investor Day 2020 Jennifer Lee, Chief Creative Officer della Walt Disney Animation Studios ha annunciato un’inedita collaborazione con la casa editrice africana Kugali per la realizzazione di una serie animata che sarà possibile guardare su Disney+ nel 2022. La casa editrice Kugali, fondata da Tolu Olowofoyeku, Ziki Nelson e Hamid Ibrahim, allo scopo di far conoscere ai lettori internazionali di fumetti storie ignote ai più di origine e tradizione africane usa animazioni, realtà aumentate e virtuali. Ziki Nelson, CEO di Kugali, annovera fra le sue esperienze la produzione televisiva e cinematografica; il direttore creativo Hamid Ibrahim vanta una lunga esperienza nel blockbuster di Hollywood, mentre Tolu Olowofoyeku è noto nel panorama dell’industria nigeriana dei videogames. Come annotato sul sito ufficiale, Kugali, quindi, rispetta la storia dell’Africa e cerca di raccontare non solo il presente del continente, ma anche di immaginare il suo futuro. Un futuro che passa attraverso collaborazioni importanti e visual arts contemporanee. Nota per produzioni come Nani, Lake of Tears, Mumu Juju, e una serie antologica che raccoglie storie africane, Kugali, con sede a Londra, con questo nuovo progetto, segna uno spartiacque importante perché è la prima volta che la Disney collabora con un’azienda ideatrice di fumetti che non sia la Marvel. La serie originale, che sarà prodotta da Walt Disney Animation Studios e Kugali, intitolata Iwájú (“il futuro” in lingua Yoruba), è ambientata proprio a Lagos, in Nigeria, e la sua realizzazione (la serie è ancora in produzione), grazie al talento degli animatori Disney, consentirà agli spettatori di esser proiettati nel futuro, dal momento che essa sarà ambientata in un futuro lontano e intrisa di fantascienza. Ziki Nelson, regista della serie animata, entusiasta di questa collaborazione ha dichiarato che Iwájú è un sogno personale che si realizza e che farà conoscere a tutti la propria storia e quella della sua gente. Inoltre, secondo Nelson, «questo spettacolo combinerà la magia e l’esperienza di animazione Disney con il fuoco e l’autenticità narrativa di Kugali». Infatti, dall’annuncio della Lee e di Nelson, probabilmente la serie animata, non basata su un film pre-esistente (come avverrà, ad esempio, nel caso della pur annunciata serie Tiana, tratta da “La principessa e il ranocchio” della Disney) sarà incentrata su temi «come la classe sociale, l’innocenza e la volontà di cambiare il proprio status quo» e durante il Disney Investor Day 2020 è stata mostrata un’anteprima del prodotto finale. Secondo alcuni, questo concept art sembra rimandare alla rappresentazione del regno collocabile in Africa orientale di Wakanda, disegnato da Jack Kirby nel lontano 1966 (Fantastic Four) e luogo protagonista di Black Panther  (2018) della Marvel, pur distribuito dalla Disney (e presente sulla piattaforma streaming del colosso dell’animazione). Walt Disney Animation Studios e la fantascienza africana: la collaborazione con Kugali Non è la prima volta che la Walt Disney Animation Studios collabora con una società di animazione africana, infatti la Triggersfish Animation Studios, con sede a Cape Town, in Sud […]

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Culturalmente

Europei 2021: tutto quello che c’è da sapere

Gli Europei di calcio 2021 sono prossimi a partire e c’è davvero una grande attesa da parte di tifosi e semplici appassionati, in Italia proprio come in altre nazioni. Competizioni come queste, si sa, hanno sempre un grande richiamo e hanno lo straordinario potere di “unire” i popoli nel tifo per i loro beniamini, ma quelli di quest’anno saranno degli Europei davvero molto speciali. Un Europeo davvero innovativo Quello che sta per partire può essere definito l’Europeo “delle prime volte”, anzitutto perché per la prima volta il torneo non è ospitato da un’unica nazione, ma sarà itinerante e si terrà in ben 11 diverse città europee; per il medesimo motivo, peraltro, nessuna squadra si è classificata d’ufficio come nazione ospitante. Non era mai accaduto inoltre che un torneo come questo si disputasse nell’anno successivo rispetto a quello programmato: gli Europei, infatti, si sarebbero dovuti giocare la scorsa estate, tuttavia la nota emergenza sanitaria ha implicato questo posticipo e per la prima volta il nome ufficiale del torneo, Euro 2020, non corrisponde all’anno di gioco effettivo. Si parte l’11 giugno, fino alla finale dell’11 luglio La formula del torneo prevede 6 gironi da 4 squadre e qualificarsi al secondo turno non è particolarmente difficile: oltre a tutte le prime e a tutte le seconde classificate, infatti, passano anche le 4 migliori terze. La partita inaugurale è prevista per l’11 giugno e vedrà protagonista l’Italia, che allo stadio Olimpico di Roma affronterà la Turchia; i match dei gironi si concluderanno il 23 giugno con Portogallo-Francia. La programmazione prevede poi ottavi di finale, quarti di finale, semifinali e finale, la quale si terrà l’11 luglio al Wembley Stadium di Londra. L’Italia arriva all’Europeo in salute e col morale alto L’Italia si affaccia a questo Europeo in condizioni molto buone: gli Azzurri possono vantare una trafila di risultati utili davvero impressionante, hanno chiuso il girone di qualificazione a punteggio pieno e anche nelle qualificazioni ai prossimi Mondiali hanno iniziato come meglio non avrebbero potuto. La squadra non può vantare dei nomi altisonanti, ma il ct Mancini ha avuto il merito di costruire un gruppo molto solido e coeso, un mix tra calciatori esperti e giovani emergenti che sembra essere vincente. È pur vero che negli ultimi anni l’Italia, a livello di partite ufficiali, non ha affrontato grandi squadre, tuttavia le sensazioni sono senz’altro positive e alla fine, ovviamente, a parlare sarà il campo. Quali squadre potrebbero aggiudicarsi il titolo? Ma alla fine, quale potrebbe essere la vincitrice? Nessuno ha la sfera magica per sbilanciarsi, ovviamente, di conseguenza non si può far altro che dare un’occhiata alle quote proposte dai bookmakers: secondo i più noti brand di scommesse, il “podio” dei possibili vincitori è occupato da Francia, Inghilterra e Belgio, non necessariamente in quest’ordine. Anche siti web specializzati come Bottadiculo.it ritengono che potrebbero essere queste le principali candidate alla vittoria finale, senza tuttavia trascurare squadre come Germania, Italia, Spagna e Portogallo, che i bookmaker collocano appena al di sotto rispetto a quelle citate, ma che […]

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Viaggi e Miraggi

Glamping Experience, intervista ad una delle ideatrici

É il “glamping” la tipologia di turismo esperienziale a prendere fortemente piede in tutto il mondo. Glamour + camping, la crasi da cui prende nome il fenomeno in cui le tradizionali attività da campeggio si fondono a moltissimi servizi in “stile resort”. Un campeggio “sofisticato”, dunque, in cui vivere esperienze incredibili con il massimo confort e sicurezza. Ne abbiamo parlato con Marcella, co-ideatrice del sito “Glamping Experience” (www.glamping-experience.com) Intervista all’ideatrice di Glamping Experience Parlaci un po’ di Glamping Experience. Da dove nasce la vostra idea? La nostra idea nasce dalla condivisa passione per il Glamping, di cui scopriamo casualmente l’esistenza per la prima volta nella primavera del 2018, durante l’organizzazione di un viaggio on the road in Portogallo. Proprio in Algarve dormiamo per la prima volta in una tenda indiana e in una casetta costruita su un albero di noce. Da lì le prime ricerche di glamping in Italia e le prime riscontrate difficoltà nell’individuare strutture di questa tipologia in maniera semplice e veloce. Il clamore che suscitavano i post che pubblicavamo sui nostri profili personali e la continua richiesta di informazioni che ricevevamo ci hanno spinto all’apertura della pagina Instagram nel luglio del 2020. La gestione del profilo social, nonostante la mancanza di una formazione specifica in tal senso, si è subito rivelata essere nelle nostre corde. Entrambe creative e socievoli, abbiamo saputo trasformare la nostra pagina social in uno spazio di libertà e di dispiegamento di energie creative e in una grande opportunità di scambio e di interazione. Lo studio e l’esperienza sul campo hanno fatto il resto. L’idea, però, è sempre stata – in una più ampia prospettiva – quella di aprire un sito dedicato alle strutture in Italia. Non sapevamo come fare e da dove incominciare. Fondamentale si rivelerà il colloquio con Aldo Nicotra, che entra nel team nel ruolo di CEO e che riesce ad aiutarci nel trasformare quella che era solo un’idea in un progetto concreto, a guidarci nel far evolvere la nostra pagina Instagram in una startup innovativa e scalabile. Dopo qualche mese di duro lavoro, interminabili call e indagini di mercato, il 26 aprile del 2021 viene alla luce la nostra piattaforma. Quali requisiti devono avere le strutture per poter far parte della vostra “rete”? 1) essere immerse nel verde, 2) essere confortevoli (si va dalla base minima di un letto comodo al super agio di una vasca idromassaggio riscaldata esterna), 3) essere ecosostenibili. Natura, lusso ed ecosostenibilità sono i punti chiave della filosofia glamping. In prima battuta puntiamo ad avere sulla nostra piattaforma il più alto numero possibile di strutture italiane. L’obiettivo – già nel breve termine – è, però, quello di “aggredire” altre Nazioni. L’ultimo anno – a causa della pandemia da Covid-19 – è stato particolarmente difficile per il settore turistico. Cosa vi aspettate dai prossimi mesi? Noi mettiamo il sito on-line, per una fortuita causalità, proprio il 26 aprile, data nella quale entra in vigore il nuovo dpcm che consente, sia pur a certe condizioni, gli spostamenti tra […]

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Riflessioni culturali

La parentesi della dad che rischia di non essere più parentesi

Sono piuttosto convinta che dopo la parentesi covid e dopo l’assuefazione che ne è derivata non si tornerà più all’università come l’ho conosciuta all’inizio. Alcuni post sbucati nel web di recente lo confermano e di fatto resta una sconfitta. Mi spiego: è più comodo fare tutto da casa, imbastire lezioni senza il tran tran di doversi trascinare in sede, risentirsi il docente fino allo sfinimento. Davvero, lo è. Diventa più semplice, meno sfiancante, tutto a portata di mano (ma portare le cose alla mano non rischia di rimpicciolirle?) La dad funziona, è stata provvidenziale nelle emergenze, ha permesso a molti di non rimanere indietro e anzi di fare anche passi avanti grazie a tempistiche estremamente ridotte. Però dovrebbe rimanere la via d’uscita e non la via preferenziale. Sarebbe un cortocircuito altrimenti. La scuola è una esperienza totale di socialità, di contatto, di contesto classe non replicabile a casa. Non è solo la lezione, gli appunti, l’esame. È proprio un pezzo di vita, non comodo, emozionante. Il problema è che il covid ci ha fatto pensare che la dad è comoda a che in fin dei conti è pure normale passare 5/6 ore di fila buttati davanti a uno schermo come robottini. Diventa normale ridurre tutto a combo studio-lavoro, trasformarsi in variabili economiche x, avere zero stimoli e il solo pallino del per forza veloce. Qualcuno penserà che sono di parte, che la sto mettendo sul personale e che mi sono laureata con l’università sotto casa, a bere caffè annacquati e subito a studiare. Quando invece ho preso la circumvesuviana per Napoli per tre anni interi, tutti i giorni alle sette, cadaverica e riluttante e non c’è giorno ora che non mi manchi. Non è mai stato comodo però mi ha lasciato un sacco di cose: dalle teste piene di chiacchiere agli appunti smerciati in copisteria, lale piccole scoperte personali. Non le baratterei per la semplicità di una lezione registrata, mi sembrerebbe di sminuirle. Di dire a un pezzo enorme di crescita che vale meno di un esame. E questo neanche meno della promozione di latino 1.     Fonte immagine: https://www.orientamentoeformazione.it/soft-skill-milano/

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Culturalmente

Dinastia di Enrico VIII, storia dei Tudor

La dinastia di Enrico VIII, quella dei Tudor, ha plasmato l’immagine dell’Inghilterra trasformandola in una potenza mondiale. La dinastia dei Tudor è quella che più di tutte ha segnato la storia dell’Inghilterra. È prima di tutto la dinastia di Enrico VIII, uno dei sovrani più controversi che mai siano apparsi sulla faccia della terra, ma è anche quella della figlia Elisabetta I e il cui regno è ricordato come uno dei più splendenti della storia del Regno Unito. Ma prima di arrivare a ciò bisogna per forza partire dall’inizio: da quando i Tudor si impossessano del potere. La Dinastia di Enrico VIII, i Tudor Tra il 1455 e il 1485 fu combattuta la Guerra delle due rose, una serie di guerre civili tra due casate della dinastia dei Plantageneti che si contendevano il trono: gli York e i Lancaster, i cui simboli erano rispettivamente una rosa bianca e una rossa (da qui deriva il nome del conflitto). Questo periodo, fatto di intrighi di corte e sanguinosi conflitti, influì negativamente sul regno di Edoardo VI, già mentalmente instabile di suo e dopo i brevi regni di Edoardo V ed Riccardo III nel 1485 salì sul trono Enrico VII della dinastia Tudor, che aveva sconfitto proprio Riccardo III nella battaglia di Boswhort Field. Il sovrano e la sua famiglia erano di origini gallesi, ma la madre era imparentata con i Lancaster e ciò gli permise di andare a rivendicare il trono. Inoltre sposò Elisabetta di York, mettendo fine alla guerra fratricida. Enrico si dimostrò un sovrano abile e di temperamento ben differente rispetto ai suoi predecessori. Non si fece mettere i piedi in testa dai baroni, che in passato avevano fatto il bello e il cattivo tempo della monarchia con le loro rivendicazioni, risanò le casse dello stato prosciugate dalla guerra delle due rose e per rafforzare il potere in Europa aveva tessuto una rete di alleanze matrimoniali. Nel 1502 fece sposare la figlia Margherita con il re di Scozia, allo scopo di impedire a quest’ultimo l’appoggio del misterioso Perkin Werbeck che si spacciava per l’ultimo figlio superstite di Riccardo IV di York e, quindi, pretendente al trono. Un anno prima, invece, fece sposare il primogenito Arturo con Caterina d’Aragona, figlia di Fernando II e di Elisabetta di Castiglia, stipulando un’alleanza con la Spagna. Ma alla morte di Arturo, dopo appena quattro mesi di matrimonio, Caterina fu data in sposa al secondogenito Enrico, che alla morte del padre, nel 1509, prenderà il nome di Enrico VIII. Il regno di Enrico VIII e delle sue sei mogli Enrico VIII venne incoronato il 24 giugno del 1509 nell’abbazia di Westminster assieme a Caterina d’Aragona. Il matrimonio fu reso possibile grazie a una dispensa papale da parte di Giulio II, grazie alla quale si poteva esonerare una persona dall’obbedire a una norma. Con questa “eccezione alla regola” Enrico aveva potuto sposare Caterina nonostante il matrimonio non fosse stato consumato (infatti la Bibbia proibiva di sposarsi con le vedove). Nei primi anni di governo Enrico lasciò […]

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Culturalmente

Preraffaelliti. Storia e caratteristiche

Il movimento preraffaellita (detto anche “confraternita dei preraffaelliti”) nasce e si sviluppa attorno al XIX secolo, nell’Inghilterra vittoriana. Un periodo di relativa pace e di sviluppo per il paese, ma anche pieno di contraddizioni al suo interno. Il lungo regno della regina Vittoria (1837-1901) fu caratterizzato da un’incessante fiducia nel progresso e nella fede. La seconda rivoluzione industriale, iniziata nel 1856, aveva aumentato il benessere delle classi agiate. Di contro i poveri erano costretti a vivere nei sobborghi e nelle periferie delle città in condizioni drammatiche, messe in luce dai maggiori scrittori dell’epoca come Charles Dickens. I bambini furono impiegati a lavorare nelle miniere di carbone o come spazzacamini, con conseguente aumento del livello di analfabetismo. Le donne, essendo prive di diritti, si davano alla prostituzione pur di mandare avanti le proprie famiglie.  Il tutto avveniva in un clima di ipocrisia che vide il trionfo dei valori puritani: castità, pudicizia, fedeltà assoluta e timore religioso non dovevano mai mancare in una buona famiglia borghese e doveva esserne massima espressione la donna, remissiva verso il marito e dedita alla casa e alla cura dei figli. Gli stessi esponenti della cultura non mancavano di sottolineare le contraddizioni di questa società. Basti pensare al solo Oscar Wilde, scrittore spiccatamente omosessuale (quindi un “abominio” per la morale dell’epoca), ma soprattutto il mondo dell’arte che tramite varie correnti divenne il più efficace veicolo di denuncia nei confronti della società vittoriana. Tra queste correnti c’è anche la confraternita dei preraffaelliti, nata nel 1848. Preraffaelliti. Origini e caratteristiche A fondare il movimento furono tre giovani studenti della Royal Accademy di Londra: William Holman Hunt, Dante Gabriel Rossetti e John Everett Millias. Con la loro confraternita i tre pittori si opposero ai precetti accademici a cui l’arte era vincolata e che, secondo loro, si diffusero per colpa di Raffaello Sanzio. Osservando La Trasfigurazione conservata nella Pinacoteca Vaticana, Hunt aveva criticato il pittore rinascimentale «per il suo disprezzo grandioso della verità, per la postura altezzosa degli apostoli e per l’atteggiamento non spirituale del Salvatore». Raffaello era quindi ritenuto colpevole di aver corrotto l’innocenza primitiva dell’arte concentrandosi più sulla “bellezza” dei soggetti delle composizioni che sulla “realtà” rappresentata, gettando le basi per la nascita di tutti i canoni della vituperata arte accademica. C’era un solo modo per liberarsi di tutto ciò: volgere lo sguardo indietro, all’arte medievale e prerinascimentale pura e semplice, che ritraeva la quotidianità senza orpelli superflui. Da qui la scelta, da parte dei tre pittori, di adottare il nome di “preraffaelliti”. Le opinioni dei preraffaelliti andavano di pari passo con quelle di uno dei loro maggiori sostenitori, il critico d’arte John Ruskin. Egli, durante l’Esposizione Universale di Londra del 1851, definì il Crystal Palace di Joseph Paxton un «cocomero di vetro». Tanto Ruskin quanto Hunt e compagni erano accomunati da una certa repulsione verso la moderna società industriale, fatta di fabbriche e macchine che avevano allontanato l’uomo dal rapporto intimo con la natura. Anche i temi scelti aderiscono alla scelta di opporsi alla negatività portata dalla società […]

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