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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 714 articoli

Culturalmente

Hybris: Tra mitologia e sindrome psicologica

Dal folle volo di Ulisse alla tela di Aracne, sono molti gli episodi della cultura greca che ruotano intorno all’Hybris, il difetto fatale che caratterizza la maggior parte degli eroi dei miti che tanto amiamo. Tracotanza, orgoglio, trapasso dei limiti umani: nella cultura attuale sono molte le denominazioni con cui si è cercato di spiegare il significato di questa parola. Tuttavia, prima ancora di essere utilizzato all’interno della cultura letteraria, nell’Atene classica assumeva il ruolo di termine giuridico, il quale andava a classificare un tipo di reato -o di affronto- di particolare gravità, ma senza specificare quale tipo di reato fosse. In ambito giuridico, si andava a condannare un atto nato dal piacere di umiliare una persona considerata inferiore, dimostrando tutta la propria forza e superiorità. Col tempo, però, è andata a caratterizzare anche fortemente la mitologia del mondo classico, ponendosi come uno degli affronti maggiormente puniti dagli dei. Parlando di prevaricazione, infatti, nella cultura greca, la hybris si definisce come tentativo di superare i limiti umani, ponendosi al pari o al di sopra delle divinità stesse. Gli eroi protagonisti delle storie di guerre e amori, sopravvalutano sempre le proprie forze al punto da credere di poter sfidare quelle divinità che li hanno creati e consentono loro una vita tranquilla. Un affronto di tale genere, quasi sempre, una vendetta da parte di quelle stesse divinità che sono state oltraggiate dal comportamento umano. Ed è per questo motivo che, all’interno dei miti greci, la figura della Hybris viene sempre affiancata a Nemesis come diretta conseguenza delle proprie azioni, e a Dike, sua contrapposizione, ovvero la Giustizia divina che mette in atto la vendetta nei confronti dell’eroe. L’Hybris affonda le sue radici sin dall’inizio dei tempi, almeno secondo la mitologia classica. Attraverso la condivisione e la diffusione dei miti, venivano insegnati agli uomini anche i caposaldi e i valori della società in cui vivevano. Pertanto, come una sorta di scuola di pensiero, essi venivano istruiti su ciò che si considerava giusto fare e su ciò che era visto in maniera peccaminosa dagli dei. Il primo a essersi macchiato di tale colpa, infatti, non sarebbe altro che Prometeo, il potente Titano portatore del fuoco all’umanità. Prometeo, infatti, che era stato incaricato di plasmare l’umanità, aveva dato loro qualità che garantissero il progresso degli uomini stessi, cosa malvista da Zeus e dagli altri dei, i quali temevano che le sue creature potessero diventare troppo intelligenti. Motivo per cui, il re degli dei privò gli uomini del fuoco divino, che fu ritrovato e consegnato all’umanità da Prometeo stesso, garantendogli una punizione esemplare. Per aver posto gli uomini nella condizione di peccare di superbia, infatti, Prometeo venne legato a una roccia mentre delle aquile divoravano ogni giorno le sue viscere, le quali venivano rigenerate il mattino seguente. Secondo la mitologia, quindi, è stato lo stesso Prometeo ad aver messo gli uomini in condizione di sopravvalutare le proprie forze e di sfidare di volta in volta gli dei, in numerosi altri miti. Basti pensare ad Aracne, trasformata in un […]

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Culturalmente

Aspasia: il mito di una donna indipendente

Aspasia, donna celebrata da poeti e filosofi antichi e moderni, è un esempio di donna intraprendente e libera, le cui notizie biografiche sono intessute in sparute testimonianze letterarie, motivo per il quale risulta essere una sorta di fantasma mitico che ricompare negli scritti di importanti uomini del tempo, quali Plutarco, Platone, Senofonte e Aristofane. Scopriamo insieme l’intrigante vicenda biografica di una donna che fa discutere ancora a distanza di secoli, come tutte le donne brillanti. La discussa vita di  Aspasia, una donna-mito Aspasia nasce a Mileto nel V secolo a.C., probabilmente da una famiglia mediamente benestante. Le notizie biografiche che la riguardano sono alquanto contrastanti, e si alternano testimonianze che la vedono legata all’uomo politico più importante del tempo, ovvero Pericle, ad altre che collegano la sua indipendenza al suo essere un’etera, ovvero una cortigiana acculturata, forse sinonimo di un pregiudizio maschilista che non conosce tempo, non potendo incasellare Aspasia nella perfetta categoria di femminilità del tempo: una donna silente e taciturna, che si occupa dei figli e del marito, oltre che delle faccende domestiche. Aspasia rompe gli schemi, essendo, se diamo per vera la prima ipotesi, la compagna di un influente uomo politico, che però aveva rotto il suo precedente matrimonio per lei, e con il quale conviveva, senza essere sposata. Pericle aveva inoltre promulgato una legge sul diritto di cittadinanza che la vedeva non solo straniera ad Atene, ma che le impediva inoltre di avere una progenie legittima. Nonostante ciò Aspasia diede a Pericle un figlio, chiamandolo come il padre. Nella Vita di Pericle, Plutarco ci racconta di Aspasi, e di quanto il compagno l’amasse e lo dimostrasse anche in pubblico, senza però riuscire a spiegarsi cosa trovasse di così fuori dal comune nella donna. Aspasia non è infatti ricordata per la sua bellezza straordinaria, bensì per il suo fascino e il suo carisma in grado di incantare alcuni dei più grandi filosofi del tempo quali Socrate e Senofonte, che la ricordano nelle loro opere con una sorta di venerazione dovuta al suo spirito libero e indipendente. Sono invece i poeti comici ad attaccarla e a rappresentarla come un’etera e una cortigiana ammaliatrice. Da Cratino, in una satira, è definita “Giunone libertina”. Gli attacchi non saranno però meramente letterari: la donna verrà portata in tribunale con l’accusa di empietà e lenocinio e solo le lacrime di Pericle potranno salvarla. Alla morte di Pericle, sopraggiunta qualche anno dopo, la donna non si perderà d’animo sposando Lisicle, uomo meno importante del primo, ma comunque in grado di garantirle una certa stabilità. La sua memoria sopravvive inoltre nei dialoghi socratici di Eschine e Antistene. In nessun caso Aspasia risulta essere una donna priva di risorse e sembra uscire vittoriosa anche dagli avvenimenti più infausti. Il suo amore per Pericle assurge a modello di amore indipendente e più forte di qualsiasi necessità di legittimazione, e forse è proprio in questo che si esplica la carica di modernità e di indipendenza di una donna che per queste due sole caratteristiche è sopravvissuta al […]

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Culturalmente

Fermo e Lucia, un vero e proprio romanzo a sè

“Fermo e Lucia” è la prima stesura del romanzo di Alessandro Manzoni successivamente rielaborato e pubblicato col titolo “I Promessi Sposi”. Il 24 aprile 1821 è la data d’inizio di un nuovo capitolo della storia della Letteratura Italiana, il giorno in cui Alessandro Manzoni dà avvio alla stesura di una pietra miliare della nostra cultura: il Fermo e Lucia. Il manoscritto che conserva questo stato dell’opera riporta, come estremi temporali, l’inizio, 24 aprile 1821, e il termine della scrittura il 17 settembre 1823. La prima data simboleggia il temporaneo arresto del lavoro manzoniano sul già avviato Adelchi per concentrarsi sul nuovo progetto che darà vita a I Promessi Sposi. È la data, insomma, del passaggio dalla tragedia al romanzo, quel romanzo che ha rivoluzionato e innovato il canone italiano, il primo romanzo moderno. Parlare del 24 aprile 1821 come data di inizio de I Promessi Sposi non sarebbe però del tutto corretto. Quello che noi leggiamo, e abbiamo sempre letto, è un testo che ha subito svariate e molteplici revisioni da parte dell’inarrestabile mano del Manzoni. Infatti, il Fermo e Lucia è il primo mattone di una storia romanzesca di successo, quel pezzo iniziale che il successo però non lo ha mai potuto guardare in faccia perché mai divenuto edizione e rimasto sempre e solo allo stadio di redazione. Manzoni non ha mai pubblicato il Fermo e Lucia: terminata la sua scrittura, il testo viene sottoposto alla revisione dei fidati amici Fauriel e Visconti, dopodiché, facendo tesoro dei giudizi e postille degli amici, inizia il lungo e tortuoso lavorìo di perfezionamento che ha condotto direttamente alla Ventisettana, ovvero all’edizione pubblicata con il titolo ufficiale di I Promessi Sposi. Il Fermo e Lucia non va dunque considerato come laboratorio di scrittura utile a preparare il terreno al futuro romanzo, bensì un’opera autonoma, dotata di una struttura del tutto indipendente dalle successive elaborazioni dell’autore. Rimasto per molti anni inedito (sarebbe stato pubblicato solo nel 1915 da Giuseppe Lesca, col titolo Gli sposi promessi), il Fermo e Lucia viene oggi guardato con grande interesse. Anche se la tessitura dell’opera è meno elaborata di quella de I Promessi Sposi, nei quattro tomi del Fermo e Lucia si ravvisa un romanzo irrisolto a causa delle scelte linguistiche dell’autore che crea un tessuto verbale ricco, ove s’intrecciano e si alternano tracce di lingua letteraria, elementi dialettali, latinismi e prestiti di lingue straniere. Nella seconda Introduzione a Fermo e Lucia l’autore definì la lingua usata «un composto indigesto di frasi un po’ lombarde, un po’ toscane, un po’ francesi, un po’ anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia e per estensione o dall’una o dall’altra di esse». Oltre all’aspetto linguistico, che Manzoni maturerà per tutti gli anni ’20 e ’30 (fino alla stesura della Quarantana), il Fermo e Lucia differisce profondamente da I Promessi Sposi per la struttura narrativa più pesante, dominata dalla suddivisione in quattro tomi e dalla mancata scorrevolezza dell’intreccio narrativo, dovuta ai frequenti interventi dell’autore o alla narrazioni dettagliate delle vicende di alcuni protagonisti, specie della monaca di Monza. Uno spunto per la trama del racconto gli fu suggerito dall’“Historia Patria” di Giuseppe Ripamonti e dal trattato […]

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Viaggi e Miraggi

Praiano, dolce incanto della Costiera Amalfitana

Praiano: un comune che conta soli 2011 abitanti, ma che trasuda incanto e bellezza da ogni sassolino, da ogni eco di costa, da ogni sentiero, da ognuna delle numerose scale che decorano una location tanto preziosa quanto suggestiva. Le graziose insenature e i panorami a strapiombo sul mare donano vanto a Praiano, il cui nome deriva dal termine praia, ossia “spiaggia”, dal greco plagion. «Di fronte a me il pelago riposante lambito dall’aureo raggio di luce poi tutt’intorno i bruni colli costieri e infine nel mezzo, seduto, vagheggio tra ramagli e cespugli l’idea del gaio placido vivere». (Lì su per Praiano di Domenico Stefano Galani) Metafore delicate, che profumano di magia, queste che descrivono il romantico gioiello incastonato tra le meraviglie della Costiera Amalfitana. Praiano, amena terra di magia Giunti nell’incantevole Marina di Praia è impossibile non subire il fascino delle due coste che si stagliano ai lati della dolce insenatura, quasi a cullarla, sulle note dettate dallo scroscio delle onde sul bagnasciuga e dalla lieve brezza che sussurra serena potenza. L’azzurro di quel mare che lambisce le rocce dona riflessi colmi di colore ed euforia, tali da assopire qualsiasi tedio che l’anima sperimenta in alcuni insani momenti dell’esistenza. Da lì le caratteristiche barche, così come piccoli battelli, trasportano turisti e visitatori in giro per lidi e spiagge, colmi di occhi, di corpi, di sogni e voglia di buono. Se di giorno si attende quell’aureo raggio di sole, che con la sua luce fa capolino dai sinuosi e maestosi colli frastagliati, l’incanto di Praiano si accende di pura magia nella notte marina di un paesaggio che si nutre di romanticismo. Su, dal centro del borgo, attraverso le particolari gradinate (che ricordano tra l’altro lo sfondo positanese), si giunge dinanzi ad un sentiero, dipinto del bruno della notte e del chiarore che le piccole luci incastonate sull’asfalto roccioso, insieme alla pallida Luna, riflettono sugli sguardi speranzosi e innamorati. Un’atmosfera a dir poco suggestiva e impregnata di dolcezza e desiderio. Un autentico “sentiero dell’amore”, da percorrere mano nella mano con la persona amata oppure da soli, con gli occhi rivolti alle stelle e la mente a un cuore lontano. Notte e luce, rocce e mare si prestano ad una scenografia inimitabile, sulla quale i corpi in movimento danzano coreografie di stupore e gratitudine. Praiano, arte e cucina Terra di bellezza genuina, esperta nel soddisfare gusti ed esigenze artistiche e culinarie. Piazze, locali e pavimenti decorati con le più particolari e pregiate ceramiche, figlie della Costiera Amalfitana, prodotte tra Vietri e Positano. I colori e le forme catturano l’occhio e imbrigliano il cuore, che non riesce a sfuggire a cotanta bellezza. Le terrazze panoramiche, i pavimenti della Chiesa di San Gennaro, così come la piazza antistante e la circolare panchina in muratura, e ancora tazzine, oggetti, piccole opere d’arte che si incontrano lungo i sentieri, si vestono di quest’arte caleidoscopica, al cospetto della quale è impossibile non sensibilizzarsi. E quando lo splendore naturalistico e scultoreo incontra la bontà culinaria, Praiano si trasforma in […]

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Culturalmente

Fernando Pessoa: le inquietudini e i segreti

Se si volesse provare a raccontare il genio di Fernando Pessoa, si dovrebbe cominciare proprio dal suo cognome. “Pessoa” in portoghese significa persona. In effetti attraverso la penna di Pessoa vissero e si conquistarono l’immortalità letteraria più persone: Fernando António Nogueira Pessoa (questo il nome completo) amava scindersi in tanti eteronimi, ovvero le varie persone a cui affidava il suo io tormentato e scomposto. Dichiarava di vivere da solo con se stesso e di aver individuato nell’isteria l’origine delle tante persone cui dava voce, forse per sopperire alla mancanza di un centro nella propria essenza. Misterioso, complesso, introverso e perennemente insoddisfatto: il portoghese Fernando Pessoa era questo e tanto altro. Il lascito della sua letteratura è denso di misteri e di significati difficili da decifrare ma nei quali ogni lettore ritrova un po’ delle proprie inquietudini più recondite. Fernando Pessoa: la vita, i sogni, la morte dello scrittore portoghese Riconosciuto come il più significativo poeta moderno del Portogallo, per i più Fernando Pessoa è la rappresentazione letteraria perfetta del Ventesimo secolo. Originario di Lisbona, dove trascorse la maggior parte della sua vita, durante il suo trasferimento a Durban in Sudafrica, a seguito della morte del padre, apprese impeccabilmente la lingua inglese, sebbene egli stesso dichiarasse che “la mia patria è la lingua portoghese”. A Lisbona abbandonò presto l’Università e cominciò a lavorare come corrispondente commerciale, giornalista per diverse riviste, animatore dei circoli letterari di Lisbona e traduttore. Ma la letteratura, la poesia e la divulgazione culturale furono la grande vocazione di una vita intera: addirittura Pessoa cercava di concentrare i propri impegni lavorativi in soli due giorni della settimana per poter dedicare i restanti alla propria passione. Morì in una clinica di Lisbona nel 1935 a causa di una crisi epatica, probabilmente causata da un abuso di alcool. La sua vita, caratterizzata da eventi poco significativi e sempre vissuti con discrezione, fa da sfondo a una produzione letteraria universale e folgorante. L’unico libro pubblicato in vita da Pessoa, quello che si fa più specchio della persona di Pessoa, è Mensagem (Il Messaggio). Una letteratura di evanescenza e enigmi La sua curiosa spersonalizzazione, insieme all’enigmaticità del suo stile, all’insoddisfazione esistenziale e all’affinità con il misticismo e l’occultismo, rendono Pessoa una delle figure culturali più influenti del Modernismo e della Letteratura europea in genere. Conoscere Fernando Pessoa è conoscere i suoi eteronimi, uno dei tratti più singolari della sua produzione poetica: in un universo di caos, frammentarietà, dispersione e disarmonia come quello che Pessoa riportava sulla pagina, egli si sentiva altrettanto privo di un centro, pluridimensionale, spezzato. Tra gli eteronimi più conosciuti si ricordano quelli di Ricardo Reis, Bernando Soares, Alberto Caeiro. 27.543 gli scritti inediti pervenuti in un baule dopo la sua morte, avvenuta silenziosamente come egli aveva vissuto. Il suo verso sciolto testimonia l’influenza di Walter Whitman. Un sottofondo di dolore, la sfiducia verso l’umanità e il mondo, lo spessore psicologico, un senso perenne di noia, la sua insaziabile ricerca, la concezione della letteratura come maniera di impaginare tutte le […]

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Culturalmente

Dulce et decorum est pro patria mori: i due volti della guerra

Dulce et decorum est pro patria mori è l’icastica esortazione al coraggio incastonata nell’ode 2 del III libro dei Carmina di Orazio. L’ode ripropone un tema già caro alla lirica greca di età arcaica e in particolare all’elegia dello spartano Tirteo. L’ode oraziana, così come l’elegia contenuta nel frammento 10 West, propone una visione della guerra che affonda le sue radici nella cultura spartana e che si è rafforzata nei secoli di guerre che Roma ha combattuto per proteggere ed espandere i propri confini, per affermare se stessa e il proprio dominio su buona parte del mondo conosciuto: la patria richiede il sangue e il sacrificio dei suoi cittadini e quindi “dulce et decorum est pro patria mori” (dolce e bello è morire per la patria). A chi fugge davanti al pericolo, a chi abbandona la sua patria nella speranza di mettere in salvo se stesso e i propri cari dalla guerra spetta solo la vergogna, colui che, vile, nega il proprio sacrificio alla patria: “insozza la sua stirpe, guasta la figura, ogni infamia lo segue, ogni viltà” (Tirteo, fr. 10 West). Questo tipo di retorica ha senso in un tipo di società, come quella spartana o romana, in cui fare la guerra è un diritto che spetta solo a chi è cittadino a pieno titolo, in cui il coraggio è uno status, la più importante delle virtù e la viltà una colpa imperdonabile, una macchia indelebile. Allora “Giacere morto è bello, quando un prode lotta per la sua patria e cade in prima fila” tuona Tirteo (fr. 10 West) e secondo Orazio “raro antecedentem scelestum deseruit pede Poena claudo” (raramente la Pena, seppur zoppa, lascia scappare lo scellerato che fugge). Questo messaggio rimbalza nei secoli e attraversa varie epoche. Durante la Rivoluzione francese o il Risorgimento italiano questa retorica conserva intatta la sua potenza pur riempendosi di contenuti diversi: morire per la patria è bello quando c’è da difendere un ideale, da combattere per la libertà. Quando però, agli inizi del ‘900, a chiamare al sacrificio saranno il colonialismo più avido e il nazionalismo superbo e aggressivo, allora la poesia non sarà più propaganda esortativa, ma lamento, canto di morte, testimonianza dell’orrore. Da Tirteo a Owen, la vecchia bugia del dulce et decorum est pro patria mori Sul finire del primo conflitto mondiale che ha stroncato vite, versato sangue, strappato figli alle proprie madri, mariti alle proprie mogli, padri ai propri figli, Wilfred Owen, in un testo pubblicato postumo nella raccolta Poems, sbatte in faccia alla fanatica militarista Jessie Pope quanto dulce et decorum est pro patria mori sia una old lie, una vecchia bugia.  E lo fa nel modo più efficace possibile: scolpendo con le parole l’immagine della morte più atroce possibile, l’asfissia da gas. Dal verde appannato di una maschera antigas Owen ci descrive un compagno che muore annegato nel gas, gli “occhi bianchi contorcersi nel suo volto,/il suo volto abbassato, come un diavolo stanco di peccare […] il sangue/ che arriva come un gargarismo dai polmoni rosi […]

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Riflessioni culturali

Azazel: enigmatico angelo caduto tra mistero e tradizione

Azazel è da sempre fonte di mistero, di curiosità, di interrogativi. Non è un caso se, ancora oggi, gli studiosi non sono ancora d’accordo su nessun aspetto che lo riguarda. Azazel, in aramaico רמשנאל, ebraico עזאזל, Aze’ezel, ‘ăzaz’ēl ed in arabo عزازل, Azazil, è un nome enigmatico citato nei testi sacri ebraici e in quelli apocrifi. Etimologia e morfologia L’etimologia è alquanto discussa: è presente nelle varianti Azael, Aziel, Asiel e anche con gli appellativi Rameel e Gadriel, in babilonese è detto anche Zazel, Samyaza, Samyazazel, Shamgaz, Shemyaza/Shamyaza/Shemihazah/Shamash in sumero Utu o Babbar, in accadiano Samas, Ashur in assiro. Il nome Azazel, con cui è diffuso maggiormente, si crede significhi “Colui che è più potente di Dio“, dall’ebraico ‘ăzaz (“è forte“), ed ’ēl, (“Dio“). Un’altra teoria usa ‘āzaz nella sua forma più metaforica di “sfrontato” o “impudente” e quindi “impudente verso Dio“. Altri studiosi sono convinti che le genesi del nome vada ricercata nella parola ebraica asasèl che a sua volta deriva da es, “capra”, e dal verbo asàl, “andarsene”, e che rimanda alla vicenda biblica del capro inviato nel deserto dal sommo sacerdote nel Giorno delle Espiazioni (Levitico XVI, 3-31). Ci troviamo, pertanto, catapultati nella dimensione dello spirituale, dell’occulto quando, per qualsivoglia motivo, ci imbattiamo nel nome “Azazel”. Come per il nome anche la fisionomia di Azazel, derivata da varie interpretazioni, è mutata nel corso degli anni. Nel Dictionnaire Infernal di J.A.S. Collin de Plancy (Parigi 1818), esso è rappresentato come un demone morfologicamente simile a un capro che impugna uno stendardo. Azazel: tradizioni e varianti Azazel è il “demone dei deserti” nella mitologia ittita, mesopotamica e mazdea ed è anche considerato nel satanismo spirituale il “dio della giustizia e della vendetta”, maestro di arti nere e protettore dei viaggiatori. Nella demonologia moderna, oltre ad essere il capo messaggero dell’armata infernale, è incaricato della sicurezza degli inferi. Si può dedurre, con cognizione di causa, che sia quindi uno dei demoni più potenti ed alcuni lo identificano come uno dei primi angeli caduti che ha seguito il ben più celebre Lucifero. La prima apparizione del nome “Azazel” si trova nel “Libro dei vigilanti“, la prima parte del Libro di Enoch, testo apocrifo di origine giudaica, non accolto negli attuali canoni biblici ebraico o cristiano. Il Libro narra che Azazel, uno dei capi degli angeli ribelli prima del diluvio, insegnò agli uomini i segreti della stregoneria e corruppe i costumi; insegnò loro la guerra e la costruzione di spade e coltelli, mentre alle donne l’ornamento del corpo, l’acconciatura dei capelli e il trucco per il viso. Per questo Dio mandò l’arcangelo Raffaele a punirlo affinché si pentisse ma ciò non accadde. Nell’apocrifo, si legge inoltre che sul Monte Hermon, nel settentrione di Israele, c’era un luogo di ritrovo di demoni, in cui ritroviamo Azazel. “Tutta la terra è stata corrotta dalle opere insegnate da Azazel e ogni peccato va attribuito a lui”(1 Enoc 2:8) Nella Genesi si racconta che la stirpe di Adamo, alla decima generazione, era enormemente cresciuta. Mancando il sesso femminile, gli angeli (“i figli di Dio”), trovarono mogli tra le belle “figlie dell’uomo”. Dall’unione di queste differenti creature sarebbero dovuti […]

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Culturalmente

La Sciantosa, dalla Parigi bene all’affascinante Napoli

La Sciantosa, la storia di un mito da Parigi a Napoli. “E femmene so nfame tutte quante e pure quando rideno mettono ncroce e sante” (Salvatore di Giacomo) È così che parla delle donne Salvatore di Giacomo, famoso poeta napoletano. Per lui le donne sono cattive ma essenziali, soprattutto quelle che sono sotto il nome di “sciantose”. Ma chi è la sciantosa? Non di rado con questo termine, erroneamente, alcuni identificano donne di facili costumi pronte a concedersi ad incontri fugaci con amanti di ogni età, ma in realtà tale interpretazione è assolutamente sbagliata. La sciantosa infatti, pur essendo maliziosa e provocante, faceva ben altro mestiere. Legata al mondo dell’arte e del teatro, la sciantosa era un’artista del Café-chantant parigino, difatti il termine viene fatto risalire al periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Il termine è quindi un’italianizzazione della parola francese chanteuse, traducibile con “cantante”. Le artiste erano solite esibirsi in piccoli locali con brani tratti da canzoni popolari e brevi stralci di opere liriche. Piccole dive, osannate dal pubblico, spesso bellissime ed irresistibili. Da qui il sentire comune che faceva passare quelle donne come ammaliatrici di uomini. Le sciantose pare avessero particolari trucchi per aumentare la loro popolarità, primo fra tutti l’utilizzo di accenti stranieri per apparire esotiche ed irraggiungibili, fino ad arrivare all’acquisto dei cosiddetti “claquer”, vero e proprio pubblico a pagamento che applaudiva a fine esibizione con entusiasmo ed esaltazione. Per ultimo, le sciantose non risparmiavano i racconti romanzati delle loro storie d’amore con personaggi noti (per lo più erano storie solo millantate). La moda parigina ben presto arrivò fino in Italia, con l’apertura del primo cafè chantant napoletano a Via Toledo. Era ospitato all’interno di palazzo Berio, il cui giardino fu allestito con tavoli, sedie ed un palco. Il successo fu immediato. Il boom delle sciantose coincise con la fine dell’Ottocento ed il Salone Margherita ne fu l’epicentro. Fu inaugurato nel 1891 nella crociera inferiore della Galleria Umberto. Un locale lussuoso pensato per un pubblico ricco e maschile che voleva godersi la Belle Époque, immaginandosi a Parigi. Si aprirono cafè chantant in tutta la città, creando la variante proletaria e napoletana della sciantosa ricca e parigina. Alla sciantosa sembrerebbe appartenere proprio il mito della “mossa”, un movimento rotatorio compiuto soprattutto sui fianchi da una donna prosperosa e ritmato da tamburo e grancassa. Questo movimento deve essere eseguito sia davanti che dietro. Deve procedere da destra a sinistra e viceversa, tanto con il bacino quanto con il sedere. Insomma, deve essere qualcosa di molto sensuale. Pare che la sua ideatrice fu proprio Maria Campi, una sciantosa nota al Teatro delle Varietà, divenuto poi sede del quotidiano II Mattino fino al 2018. La figura della sciantosa ispirò anche due famosissime canzoni: Lilì Kangy (Giuseppe Capurro-Salvatore Gambardella) e Ninì Tirabusciò (Aniello Califano- Salvatore Gambardella). Lilì Kangy del 1905 canta la storia di Cuncetta che, nata nel Vicolo Conte di Mola, diventa sciantosa e da quel momento tutti la considerano una diva: «Basta ca ʼa veste è corta,/tutto se po’ aggiustà!» Le sciantose si suddividevano in varie categorie. Le generiche erano giovani […]

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Culturalmente

La Grotta Chauvet: pitture rupestri e arte preistorica

Viaggio nella Grotta Chauvet La Grotta Chauvet si trova nel Midi della Francia, dipartimento Ardèche, presso la pittoresca località di Vallon-Pont-d’Arc; è un sito preistorico dichiarato patrimonio dell’UNESCO. Si tratta di una delle caverne più importanti e meglio conservate della quotidianità risalente a trentaseimila anni fa. L’ingresso della splendida Grotta, fu ostruito a seguito di uno smottamento, motivo per il quale essa è rimasta sconosciuta per tanto tempo, celata in una sorta di oblio che l’ha resa ancora più interessante. Nel dicembre del 1994 tre appassionati speleologi la scoprirono, trovandosi dinnanzi ad uno spettacolo inatteso e maestosamente meraviglioso, dalla valenza storica estremamente rilevante. Ben ottocento metri di gallerie e sale, un tempo abitate, e migliaia di disegni raffiguranti animali di varie specie, dai leoni delle caverne ai mammut, ma anche rinoceronti ed orsi, e altre creature estinte dalla glaciazione; animali rari, che purtroppo però, non possono essere ammirati dai tanti curiosi che vorrebbero visitare la Grotta. I dipinti infatti, tipici dell’arte rupestre del Paleolitico, sono a rischio conservazione, motivo per il quale nessuno può accedere all’interno del sito preistorico. La decisione di chiudere al pubblico la Grotta Chauvet, rappresenta una misura di sicurezza necessaria per proteggere le opere da eventuali batteri che potrebbero causare la proliferazione di alghe e funghi sulle pitture, le incisioni e i disegni e portare al deterioramento e alla sparizione dell’importante patrimonio artistico. Tuttavia, in Francia, è stato realizzato un sito archeologico che replica in scala naturale la Grotta, poco distante dal sito originale, con le stesse cromie, luci, angolazioni e profondità. All’interno della Grotta, appare un repertorio artistico di centinaia di animali, fra gli elementi di spicco e di maggior interesse del sito. Tra questi, ciò che sorprende maggiormente, è il carattere “tridimensionale” delle splendide pitture, elementari ma al tempo stesso complesse. Un quadro rappresentante dei cavalli, ad esempio, li mostra disegnati frontalmente, ma, spostandosi di qualche centimetro, sembrerà che essi si muovano, in un disegno dinamico che conferisce movimento alla raffigurazione. Tutto ciò rende quasi surreali quei disegni; è come rivivere quella realtà, una quotidianità ovviamente lontana, ma resa viva dalle raffigurazioni che “abbracciano” quelle pareti irregolari seguendone perfettamente il perimetro. Per quanto concerne la datazione cronologica della Grotta Chauvet, essa sarebbe riconducibile all’Età della Pietra, ma tutt’oggi, le caverne, ma anche i fossili ritrovati al suo interno, sono sottoposti a continue analisi, per inserirle in una collocazione storica precisa. Le opere artistiche risalgono quindi all’Aurignaziano (40.000-30.000) e le ultime tracce dei visitatori al Gravettiano. Oggi i pochissimi studiosi autorizzati ad entrare all’interno della caverna per motivi di ricerca, sfruttano l’accesso già esistente che fu utilizzato dai tre speleologi che inaspettatamente la scoprirono, mentre quello preistorico originario è ancora ostruito dai massi litici. Oltre alla bellezza strabiliante della Grotta, dei disegni, delle linee dinamiche e prospettiche che li caratterizzano, un aspetto che rende tutto ancora più significativo, è la presenza all’interno di una delle sale più fitte e buie, di un grosso masso, sul quale è stato rinvenuto il teschio di un orso. Il masso ha […]

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Viaggi e Miraggi

Berlino: 5 luoghi di interesse da visitare

Tra scorci limpidi e un’atmosfera mitteleuropea, Berlino è una città da visitare almeno una volta nella vita. Ricca di musei, centro di importanti avvenimenti storici, la capitale della Germania è anche palcoscenico di una scena artistica e architettonica. Ecco 5 luoghi di interesse da visitare per viverla appieno. Alan Bullock, importante biografo britannico di Adolf Hitler, disse che Berlino è “la città più simbolica del ventesimo secolo“. Tra quelli che sembrano scorci e piazze tranquille, quartieri dal profilo mite e un lieve stridio urbano interrotto solo dal rumore del vento, pullula una società cosmopolita, che fa di Berlino una città multietnica e moderna. Lontana dalla cultura mediterranea ma ricca comunque di storia, è una città piena che ha conquistato una libertà di pensiero proprio grazie al corso degli avvenimenti.  Berlino è anche una città viva e brillante, tra musica e arte, già dagli anni ’90 quando una controcultura underground prendeva possesso del tradizionalismo berlinese. Tanti sono i luoghi di interesse, che mettono in risalto l’aspetto storico di Berlino contro una nascente gentrificazione, ma 5 luoghi di interesse da visitare possono riassumersi come i simboli della città. Berlino e i 5 luoghi di interesse da visitare Alexanderplatz e la Torre della Televisione Situata nel quartiere Mitte, Alexanderplatz è una delle piazze più importanti, nodo ferroviario, il cui nome deriva dallo zar Alessandro I, imperatore russo, che si recò in quella che allora era la capitale del regno di Prussia nel 1805. È divenuta con il tempo una zona di commercio principale per la città, fino a che durante la seconda guerra mondiale non fu quasi completamente distrutta; infatti, l’attuale profilo urbano è opera di una ricostruzione avvenuta negli anni Sessanta. Nonostante la conformazione un po’ troppo austera e artisticamente non d’effetto (a causa dello stile essenziale della Neue Sachlichkeit), Alexanderplatz convoglia edifici imponenti come la Berolinahaus e l’Alexanderhaus, l’Urania Weltzeituhr – un orologio che indica le ore di tutto il mondo -, o il centro commerciale e un grande grattacielo-albergo, ma soprattutto la Fernsehturm, la Torre della Televisione di Berlino. La torre, centro delle antenne trasmittenti della città, si vede da più punti della città anche in lontananza e salendo fino alla sfera con vetrata (visitabile) situata circa a 200 metri di essa si gode di un panorama magnifico. Checkpoint Charlie Durante la guerra fredda, questo posto di blocco essenzialmente costituiva il confine tra la Berlino est e quella ovest, ed è un simbolo importante della storia tedesca. Controllato una volta dagli americani prima della caduta del muro, oggi è ancora possibile leggere all’inizio della via un cartello che reca la dicitura in più lingue “You are leaving the american sector”. Ora fortunatamente del passaggio dei blindati e dei militari in visita alla DDR rimane ben poco, ma una ricostruzione della cabina di controllo con soldati figuranti al seguito diverte i turisti in caccia di foto da immortalare. La East Side Gallery e il Muro di Berlino Il 9 novembre 1989 inizia simbolicamente l’abbattimento del muro di Berlino, emblema fisico della restrizione e […]

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