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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 859 articoli

Culturalmente

L’uomo della sabbia, il racconto di Hoffmann

Nel 1815 Ernst Theodor Hoffmann pubblica la raccolta dei Racconti Notturni. Da quest’opera è tratto uno dei racconti più disturbanti e misteriosi di tutti: L’uomo della sabbia. L’uomo della sabbia, la trama Il racconto segue due tipi di narrazione. La prima è di forma epistolare e vede Nathaniel, lo studente protagonista della vicenda, raccontare un episodio della sua infanzia all’amico Lotario. Egli ricorda di come sua madre lo esortasse ad andare a letto presto, altrimenti l’uomo della sabbia sarebbe giunto per cavargli gli occhi e darli in pasto ai propri figli. Colpito da questa immagine, Nathaniel giunge ad individuare il mostro nella figura di un amico di famiglia: Coppelius, un avvocato che assieme al padre compiva degli esperimenti alchemici. Una sera il ragazzino si nasconde dietro la tenda dello studio del padre per vedere l’arrivo dell’uomo della sabbia, ma viene scoperto. Questo irrita non poco Coppelius, il quale minaccia il bambino di strappargli via gli occhi. Preso dal terrore, Nathaniel sviene e cade malato. Successivamente suo padre muore in seguito alla seconda visita di Coppelius e quest’ultimo abbandona la città. A questo punto la storia viene narrata da un narratore esterno, il quale spiega il motivo per  cui Nathaniel abbia scritto a Lotario: trasferitosi nella città di G. avrebbe incontrato un ottico piemontese di nome Giuseppe Coppola. Nathaniel ha motivo di sospettare che in realtà si tratti del malefico Coppelius, il quale ha assunto una falsa identità. Tuttavia viene subito rassicurato sia dalla fidanzata Clara e dall’amico Lotario e dal professore Spalanzani, amico di Coppola fin dai tempi in cui vivevano assieme in Italia. Quando però la sua casa rimane distrutta in un incendio Lotario acquista per Nathaniel un appartamento di fronte alla casa di Spalanzani. Qui riceve la visita di Coppelius e Nathaniel, per toglierselo di torno, acquista da lui un binocolo. Durante una festa nella casa del professore tramite il binocolo osserva una ragazza bellissima che sta suonando il pianoforte. È Olimpia, figlia del Spalanzani. Nathaniel si innamora di lei e la frequenta, nonostante Lotario gli faccia notare che la donna è una “faccia di cera”, ovvero una donna priva di anima. Nathaniel ha conferma di ciò quando Spalanzani e Coppola si contendono la ragazza strattonandola da entrambi i lati. Nel tentativo di salvarla Nathaniel nota che non ha gli occhi, i quali giacciono sul pavimento. Il professore confessa allora che Olimpia altri non è che un automa e che il signor Coppola altri non è che il temuto Coppelius. Nathaniel impazzisce e viene rinchiuso in un manicomio. Ne esce guarito, ma la tragedia è inevitabile. Mentre si trova sulla cima di una torre assieme all’amata Clara, egli indossa il binocolo di Coppelius e scambia la ragazza per un automa. Cerca di ucciderla, ma Lotario accorre in tempo per salvarla. Nathaniel, impazzito del tutto, si getta dalla torre e muore. Tra la folla accorsa a vedere il cadavere c’è anche Coppelius il quale, scompare tra la gente. L’uomo della sabbia, l’interpretazione di Freud Nel corso degli anni sono […]

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Viaggi e Miraggi

5 cose da fare a Procida assolutamente

Ecco 5 cose da fare a Procida, per avere un assaggio dell’essenza di quest’isola! Antica e colorata. Autentica e “sgarrupata”. Affascinante e ancora da scoprire. Procida, isola del Golfo di Napoli, è la “quintessenza” del posto di mare, un territorio da secoli votato alla pesca, alla navigazione e al buon vivere. Qui non impazzano i vip, non si trovano paparazzi e non c’è rischio di perdersi nell’omologazione. Isola di pescatori, è profondamente diversa dalle “sorelle maggiori” Capri e Ischia, lontana dalla ribalta e dal viavai mondano. Una terra semplice e schiva, gelosa e orgogliosa delle proprie tradizioni: dalla pesca con le tipiche imbarcazioni in legno alla coltivazione dei limoni. Il turismo è arrivato tardi: mentre già a fine Ottocento Capri era il rifugio prediletto di viaggiatori colti, e Ischia chiamava a sé gli aristocratici di tutta Europa, la piccola Procida continuava a coltivare i suoi orti e i giovani prendevano il largo sui grandi mercantili. Oggi il nuovo comincia a farsi avanti ma ciò non sta snaturando l’isola: i pescatori e i contadini restano l’anima vera di Procida, disegnano il suo paesaggio da cartolina con i pescherecci di legno, le reti ammassate sui pontili, le case dall’intonaco colorato, i giardini di limoni e gli orti nascosti oltre le mura di vecchi palazzi. Un’isola di appena quattro chilometri quadrati che si visitano facilmente in un giorno, e se avete abbastanza tempo a disposizione potete pensare di esplorarla a piedi. In alternativa, ci sono quattro opzioni: utilizzare il servizio pubblico degli autobus, contrattare con un taxi per un giro completo dell’isola, noleggiare uno scooter o, ancora meglio, affittare una bici elettrica, a patto di fare attenzione ai tanti dettagli architettonici e ai frammenti di vita di gente semplice, temprata dalle dure leggi del mare. Per alcuni Procida è irrimediabilmente “L’isola di Arturo“, il luogo che ha ispirato il capolavoro letterario di Elsa Morante. Ma anche se non hai letto il libro e vuoi scoprire le bellezze di quest’isola, ecco le 5 cose da fare a Procida per avere un assaggio della sua essenza. 5 cose da fare a Procida: dal carcere borbonico a “Il Postino” 1. VISITARE TERRA MURATA Terra Murata è una contrada posta sul punto più alto dell’isola, contraddistinta da case color pastello e dominata da un’antica Abbazia, consacrata a San Michele Arcangelo, da cui si gode di uno splendido panorama del Golfo. Qui in cima tutto è iniziato, si tratta della parte più antica dell’isola. L’intero borgo era costruito in funzione difensiva per proteggere i cittadini dalle numerose invasioni, da quelle barbariche del primo Medioevo fino ai saccheggi saraceni. Terra Murata è la sede del Palazzo d’Avalos. Edificato tra il 1560 e il 1570 dai d’Avalos, feudatari dell’isola fino al 1729, fu trasformato in Palazzo reale e casino di caccia da Carlo III di Borbone. Successivamente, dal 1815, divenne prima scuola militare, poi prigione e bagno penale per ergastolani: una cittadella carceraria a picco sul mare. 2. PASSEGGIARE A LA CORRICELLA Le reti dei pescatori, i pescherecci e le case colorate: la Corricella è il […]

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Culturalmente

Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Culturalmente

Metrica latina: istruzioni per l’uso

Metrica latina, origini etimologiche La parola metrica, che si ricollega nell’etimologia al concetto di misura, indica l’insieme dei metri, ossia dei periodi ritmici dai quali veniva misurato, nella sua durata e variamente caratterizzato nel ritmo, il verso di tipo classico; essa, insieme ad altri espedienti della versificazione e all’eventuale raggruppamento strofico dei singoli versi, costituisce l’elemento basilare della poesia. La metrica classica, ideata dai Greci, adottata e rielaborata dai Romani, è la metrica quantitativa per eccellenza: in essa, cioè, il ritmo è strettamente connesso con la quantità o durata delle sillabe. Che cosa fosse precisamente tale quantità a base vocalica, non sappiamo; il senso vivo di essa si perdette sul finire dell’età pagana, pertanto i moderni solo imperfettamente percepiscono il verso antico, nel quale senza dubbio prevaleva un accento musicale.  Nozioni generali di prosodia e metrica  Richiedendo il ritmo intervalli fissi di tempo, le sillabe furono divise in due categorie e la durata delle sillabe brevi fu impiegata come unità di misura, mentre alle lunghe fu assegnata una durata doppia; la successione di sillabe brevi e lunghe in una stessa parola o in una serie di parole formava i diversi “piedi”, unità ritmiche analoghe alla battuta musicale; il gruppo di due o più piedi uguali formava la serie ritmica detta colon (gr. κῶλον); il gruppo di due o più cola formava il periodo ritmico detto “metro” che, se scritto sullo spazio di una riga, era chiamato dai Latini versus. Ogni piede si scompone in due parti: il tempo forte colpito dall’ictus – l’accento ritmico, o percussione – e corrispondente a maggiore intensità di voce, e il tempo debole. I versi classici, per lo più, si compongono di piedi uguali e desumono la denominazione generale dal piede che li costituisce, o talvolta dal poeta che per primo li adoperò. I principali piedi sono: il giambo, dal ritmo molto vicino a quello del linguaggio parlato; il trocheo, dal ritmo poco meno agile; il dattilo, il piede dell’epopea antica; lo spondeo, dal ritmo lento; l’anapesto, un dattilo a rovescio. La denominazione del verso evidenzia la tipologia dei piedi che lo compongono: ad esempio, l’esametro dattilico è formato da una sequenza di sei dattili; il senario giambico, il metro più adoperato dai Romani nei testi teatrali, è formato da una successione di sei giambi. Molti versi erano tipicamente connessi con determinati generi poetici: gli esempi più noti sono offerti dall’uso dell’esametro nell’epos e del distico elegiaco nella poesia amorosa; la satira, invece, si volse ai ritmi giambici e trocaici, che in seguito furono adottati dalla tragedia e dalla commedia per le parti dialogiche. Caratteristiche della metrica latina  Le convenzioni prosodiche del latino non coincidono interamente con quelle del greco e, soprattutto in età arcaica, quando il processo di acculturazione da parte dei Romani della più sofisticata cultura greca era in pieno svolgimento, i modelli greci furono adattati con grande libertà dagli autori latini. La differenza più consistente rispetto a quella greca risiede nel fatto che, dato il diverso carattere della lingua e la natura […]

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Culturalmente

L’Elzeviro, la rivista letteraria di prosa, poesia e critica degli studenti Unina

Il 15 Marzo è uscito il primo numero del 2019 de «L’Elzeviro», rivista letteraria nata in ambito universitario tra colleghi della Federico II di Napoli. La redazione raccoglie giovani voci del panorama letterario attuale, canalizzando l’attenzione sul verso e sulla prosa, fino al discorso critico. La sezione poesia è curata da Ciro Piccolo e Crescenzo Picca, la sezione di prosa è a cura di Ciro Terlizzo e Anna Battista, la sezione di critica annovera Vincenzo Borriello, Maria Chiara Caiazzo e la nostra articolista Federica Picaro. A parlarcene sono proprio loro in questa breve intervista rilasciata in esclusiva. Come nasce la rivista? Chi ne fa parte?  La rivista è stata partorita sulle scale del primo piano della sede della Federico II a Corso Umberto. È stato un parto inaspettato, una gravidanza nascosta in maniera subdola. Vincenzo Borriello mi propose di creare una rivista letteraria (quanto era entusiasta!) nella quale poter racchiudere i testi migliori di tutti i ragazzi migliori. Quello stesso pomeriggio ci incontrammo per scrivere il manifesto (https://www.lelzeviro.it/2017/12/29/lelzeviro-introibo/), creammo le pagine social e cominciarono ad arrivare i primi incoraggiamenti, quelli dei nostri amici.  Ci si aspettava poco da un parto prematuro: disillusione, inesperienza. Il destino sarebbe stato sicuramente quello di lasciare il pargoletto davanti alla ruota degli esposti, ma non è andata così. Il progetto resta sostanzialmente quello originario ma acquisisce a mano a mano nuovi valori e ambizioni, ma anche nuove sicurezze. Per noi valgono ancora le parole che Vincenzo scrisse nella premessa al numero di Febbraio, la nostra seconda uscita dopo il debutto di Gennaio: “Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”. Ed è proprio questo che è successo con la nostra rivista, un po’ come in Forrest Gump, io e Ciro Terlizzo abbiamo cominciato a correre, e sempre più persone adesso stanno correndo con noi, talvolta anche indicandoci la via. Se nella premessa al primo numero la dedica era per chi già correva con noi, questa invece va a quelli che, seduti su una panchina, ci guardano passare e fanno per alzarsi e raggiungerci. Sempre più forte è il rumore dei passi, ma lungi dall’essere unisoni come in una marcia militare: ognuno ha il suo ritmo. Vogliamo dirvi che è solo il secondo passo, il respiro ancora regolare, niente affanno…e sarà così ancora per un po’! Come lavorate in redazione? In che modo gli autori e i poeti possono collaborare con voi? La redazione lavora attraverso uno scambio sinergico, in cui però ciascuno mantiene un’individualità, un suo modo peculiare di percepire il discorso poetico o lo stile di una prosa. Decidiamo le pubblicazioni seguendo una linea affine al nostro gusto, alla ricerca di voci giovani e valide. Ciascuno di noi, del resto, scrive prosa o poesia, e dà il suo contributo ideologico alla sezione di appartenenza.  Gli autori interessati possono collaborare  contattandoci tramite l’indirizzo email presente sulla pagina Facebook de «L’Elzeviro», annettendo al proprio lavoro una biografia di presentazione. Parlateci di “23Pugnalate”, il primo numero del 2019, uscito il 15 Marzo.  “23Pugnalate” è […]

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Riflessioni culturali

Capitello ed ordine architettonico: dorico, ionico e corinzio

Capitello ed ordine architettonico | Riflessione Capitello dorico, ionico e corinzio: queste voci sono emerse a più riprese durante il nostro percorso scolastico, talvolta nominate senza realmente capire bene cosa indicassero e quali fossero le loro differenze. Ma chi inventò il capitello? Perché furono inventati tali elementi architettonici? Tutto nasce dalla colonna, grosso fusto di legno issato dall’uomo per sostenere…cosa? Una trave. Semplice! Ma l’occhio umano, soddisfatta la necessità di creare un sistema di costruzione basico, volle di più e creò il capitello, trait-d’union tra la colonna e la trave, che obbediva ad istanze estetiche che appagavano l’occhio. Nacquero, così, gli ordini architettonici, da cui partire per distinguere i vari tipi di capitello realizzati nella storia. Gli ordini, la più grande novità introdotta dai Greci nella tecnica di costruzione, rappresentano vere e proprie risposte all’esigenza concettuale di eliminare qualsiasi forma di casualità nella realizzazione di un edificio e consistono nel complesso di norme geometriche e matematiche che regolano le proporzioni tra le parti di un edificio. Con questo fine, gli architetti greci ricorsero al modulo, un’unità di misura (il raggio di base della colonna), con cui regolare le proporzioni dell’edificio, utilizzando multipli e sottomultipli della stessa. Il primo ad introdurre il concetto di “ordine architettonico” fu Vitruvio Pollione, architetto romano vissuto nel I secolo a. C., autore del trattato De Architectura, un testo suddiviso in 10 libri, dove sono illustrate le principali tecniche costruttive dell’antichità. Gli ordini architettonici, in ambito greco, si uniformano a tre grandi stili: dorico, ionico e corinzio ed hanno nomi greci perché compaiono per la prima volta in regioni specifiche: l’ordine dorico nel Peloponneso, Magna Grecia e Sicilia, quello Ionico in Asia minore ed a Samo, quello corinzio invece potrebbe esser stato suggerito all’architetto greco Kallimakos da un cesto di acanto posto sulla tomba di un giovane uomo. Quando si parla di ordini architettonici, nonostante essi si differenzino per un gran numero di elementi che concorrono a dare alle colonne e agli edifici un aspetto molto diverso, si è solitamente portati a concentrarsi sulle forme assunte dal capitello, che ne è l’espressione più visibile e maggiormente discriminante perché è la prima cosa che cattura l’occhio. Ordine e capitello dorico Caratterizzato da proporzioni massicce e da una rigorosa semplicità di forme, è il più antico e maestoso dei tre, le cui prime testimonianze documentate risalgono agli inizi dell’epoca arcaica, impiegato principalmente per la costruzione di templi. Il tempio dorico poggia solitamente su robuste fondamenta in pietra locale (euthynteria), che svolgono la funzione di sopraelevare l’edificio, separando simbolicamente l’Olimpo degli dèi dal mondo terreno. Su di esse poggiano i gradini di accesso al tempio (krepidòma), inizialmente tre, che aumenteranno, poi, in base al tipo di tempio. L’ultimo gradino è detto stilòbate e costituisce il piano orizzontale sul quale poggiano tutte le colonne del tempio, prive di base. La colonna può avere un’altezza da 4,5 a 6 volte il diametro della sua base ed è composta da due elementi distinti: il fusto, costituito da rocchi fissati con un perno centrale di bronzo, e il […]

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Attualità

Cognomi napoletani: la classifica dei cinque più diffusi

I cognomi esistenti nel mondo sono innumerevoli, e spesso ci si chiede quali siano quelli più diffusi in una determinata località. Il patrimonio dei cognomi italiani è straordinariamente ricco e senza paragoni in Europa, data la frantumazione linguistica che caratterizzò il territorio nazionale. I cognomi napoletani, sono tantissimi, alcuni particolarmente divertenti, altri definibili strani e altri ancora dalle origini curiose. In testa alla classifica dei cognomi napoletani, c’è Esposito, diffuso in molte aree della Campania; il cognome Esposito, deriva da expositus dato ai bambini abbandonati, lasciati solitamente davanti a luoghi di carità, come sagrati delle chiese o monasteri. A Napoli si contano ben 15.109 persone che portano questo cognome. Il secondo cognome napoletano, diffuso soprattutto in provincia, è Caiazzo. Il celebre cognome, si rifà all’illustre famiglia Caiazzo del Regno di Napoli. La famiglia in questione, acquisì il proprio cognome dall’omonima città, prima di passare a Capua. Il cognome in questione, è diffuso in particolar modo a Napoli e nella provincia di Salerno. I cognomi, in un’ottica generale, sono da considerarsi dei veri e propri elementi di unione delle persone con i propri consanguinei, ossia dei segni distintivi delle famiglie, dato che essi sono tramandati di padre in figlio all’interno della società. Esistono cognomi che derivano da gruppi aggettivali, da soprannomi, da nomi personali o comuni, da storpiature e ciò fa sì che lo stesso cognome si possa riscontrare in aree del Paese distanti tra loro. Tra i cognomi napoletani, al terzo posto della classifica, dopo Caiazzo, troviamo, Romano: esso deriva dal nome latino Romanus che significa “uomo nativo di Roma e dai vari toponimi contenenti la radice roma. Tale cognome è particolarmente diffuso in tutta Italia, ma trova notevole concentrazione in Campania. Napoli è una grande metropoli e naturalmente il numero di cognomi largamente diffusi è piuttosto alto, dato anche l’alto indice demografico che registra la città. Al quarto posto della classifica dei cognomi napoletani, troviamo De Rosa, il sessantanovesimo cognome più diffuso in Italia e il quarto in Campania. L’origine del cognome si rifà alla botanica, infatti esso deriva dal noto fiore. Le prime testimonianze del cognome De Rosa, si riscontrano sin dal 1600, con particolare concentrazione al sud. I cognomi che presentano la particella “De”, sono cognomi patronimici. Anticamente non esistendo ancora i cognomi veri e propri si appellava una persona con il suo nome di battesimo e con quello del padre o della madre. Il ”de” significava ”figlio di”. De Crescenzo ad esempio è un cognome patronimico, cioè derivante dal nome del padre, ossia del capostipite. A volte può indicare anche origini nobili, se scritto in minuscolo. Al quinto posto, tra i cognomi napoletani, troviamo Giordano. Potrebbe derivare dal cognomen latino Gordianus oppure dal nome medioevale italiano Giordano (dal fiume omonimo che significa “fiume che scorre” o “coppia di fiumi”) o ancora dal francese Jourdain. Giordano è diffuso in Italia, e soprattutto in provincia di Salerno. La classifica stilata dei cinque cognomi, diversi tra loro per origine e storia, tutti molto diffusi a Napoli e in provincia, […]

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Culturalmente

Monastero di Santa Chiara: tra bellezza e mistero

Oggi il Monastero di Santa Chiara racconta le vicende della città, dalle vestigia di epoca greco romana passando per l’opera di Giovanni da Nola, gli incredibili marmi del XVI secolo fino alle architetture del medievale Chiostro delle clarisse, un luogo dove il tempo sembra fermarsi e si riesce a sentire il respiro della città. Autentico gioiello incastonato nel cuore di Piazza del Gesù, punto di snodo tra l’area di impianto greco-romano e l’ampliamento urbano di età vicereale,  la cittadella francescana voluta dal re Roberto d’Angiò e da sua moglie Sancia di Maiorca nel 1310 si erge di fronte alla chiesa del Gesù Nuovo, una delle più affascinanti di Napoli. Il monastero è protagonista della prima e più famosa canzone napoletana Munastero ‘e Santa Chiara, scritta da Michele Galdieri e Alberto Barberis, quando il complesso versava in condizioni strazianti a causa dei bombardamenti alleati del 4 agosto 1943, che lo ridussero in macerie. La canzone rievoca il desiderio di una Napoli che risorga dalle ceneri del secondo conflitto mondiale e dalla sua stessa paura della distruzione, delle rovine, dei residui di quei bombardamenti che hanno lacerato i suoi spazi più belli, le sue piazze, le sue strade e lo stesso monastero. Ma proprio da quella ferita vennero rimessi in luce resti della città antica, che giacevano nascosti da secoli sotto il complesso e oggi si possono visitare gli scavi archeologici in cui sorge il Museo dell’Opera, quattro chiostri monumentali e i resti degli affreschi di Giotto. Il monastero, retto dalle Clarisse, è di rilievo assoluto nella storia di Napoli e si qualifica ancora oggi come la più grande chiesa gotica della città, che ospita il sepolcro ufficiale della dinastia dei Borbone a Napoli, dove riposano i sovrani del Regno delle Due Sicilie, da Ferdinando a Francesco II. Cenni storici Il Monastero di Santa Chiara fu realizzato tra il 1310 e il 1328 dall’architetto Gagliardo Primario per volere di Roberto d’Angiò e la moglie. La chiesa, costruita in forme gotiche provenzali, assurse ben presto a una delle più importanti di Napoli al cui interno lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, come Tino di Camaino e Giotto,  che eseguì nel coro delle monache affreschi su Episodi dell’Apocalisse e Storie del Vecchio Testamento. Assieme alla basilica fu edificato adiacente ad essa anche un luogo di clausura per i frati minori, divenuto in seguito la chiesa delle Clarisse. Nella basilica di Santa Chiara, il 14 agosto 1571, vennero solennemente consegnati a don Giovanni d’Austria il vessillo pontificio di Papa Pio V ed il bastone del comando della coalizione cristiana prima della partenza della flotta della Lega Santa per la battaglia di Lepanto contro i Turchi Ottomani. A  partire dal 1742 fino al 1796, il monastero di Santa Chiara fu ampiamente ristrutturato sulla base del gusto barocco dell’epoca: l’interno fu ricoperto di marmi, così come il pavimento, e molti degli affreschi della mano giottesca furono cancellati per fare spazio alle pitture di Francesco de Mura, Sebastiano Conca e Giuseppe Bonito. Durante la seconda guerra mondiale […]

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Cinema e Serie tv

Il CULT #3: Arancia Meccanica di Stanley Kubrick

“Il CULT” è la rubrica di cinema che a cadenza mensile propone ai suoi lettori un classico della cinematografia, spiegando in quattro punti cosa l’ha reso famoso e perché è diventato un pilastro del cinema. Se nello scorso numero ci siamo dedicati alla commedia romantica in occasione di San Valentino, questo mese ricordiamo invece uno dei registi più famosi e talentuosi di tutti i tempi: Stanley Kubrick. A vent’anni dalla morte del regista, avvenuta il 7 marzo del 1999, è impossibile non conoscere Kubrick, regista di opere immortali che hanno fatto la storia del cinema sia per l’aspetto tecnico, preciso e calcolato, che per il contenuto dei suoi film, capaci di scandalizzare l’opinione pubblica. Fra grandi opere come 2001: Odissea nello spazio e Eyes Wide Shut, il classico che proponiamo oggi è un film che continua tutt’oggi a far discutere: stiamo parlando di Arancia Meccanica (Clockwork Orange). Arancia Meccanica di Stanley Kubrick Tratto dall’omonimo libro di Anthony Burgess, Arancia Meccanica è un film del 1971 dal carattere distopico e grottesco, ambientato in una società dove le pulsioni dell’uomo sono represse fino a renderle distorte e violente. Seguendo le (dis)avventure di Alexander DeLarge (Malcom McDowell) lo spettatore viene coinvolto in un viaggio all’interno di una società solo all’apparenza mite e controllata, facendolo riflettere sull’importanza del libero arbitrio. 1) La narrativa di Arancia Meccanica Conosciamo già la trama del film, uno dei più famosi di sempre: Alexander DeLarge è un ragazzo spietato dedito ad ogni tipo di violenza che, in seguito ad una cura sperimentale denominata “Cura Ludovico” perde ogni forma di aggressività, tramutandosi da carnefice a vittima. A rendere ancor più originale una trama che già di per sé si dimostra interessante è la modalità in cui viene narrata: l’opera assume il carattere di una confidenza del protagonista fatta allo spettatore, coinvolgendolo maggiormente nelle scene mostrate tramite il narratore fuori campo che da voce al flusso di pensieri di Alex, approfondendo così la psiche del personaggio. 2) La violenza protagonista Fin dalla sequenza d’apertura è possibile capire che è la violenza la principale protagonista del film, espressa non solo con le numerose scene di pestaggi o soprusi che vedono protagonisti tutti i personaggi, ma anche dalla macchina da presa e dalla scenografia, che richiama concettualmente in ogni scena il tema della soppressione e della brutalità. Anche la sessualità, slancio vitale per eccellenza, in questo caso viene corrotta fino a rendere anch’essa un elemento negativo. Alla sua uscita Arancia Meccanica ricevette numerose critiche e fu costretto ad una pesante censura: il film non fu più proiettato nelle sale inglesi fino al 1999, anche a causa delle minacce di morte ricevute dal regista. 3)  Alexander DeLarge – odio et amo Arancia Meccanica è un classico senza tempo non solo per i temi tratti e i virtuosismi tecnici, ma anche per la capacità che ha di coinvolgere lo spettatore in un turbinio di emozioni contrastanti. Seguendo le vicende di Alex e dei suoi “drughi” prevale un senso di orrore e disgusto per le azioni di […]

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Culturalmente

Poesie sul mare e gli ”stati della tempesta”: dalla battaglia all’allegoria

Dal primo libro dell’Eneide di Virgilio si legge: «[…] subito le nubi strappano il cielo ed il giorno/dagli occhi dei Teucri; nera sul mare sovrasta la notte.(vv. 88-89) […] Si spaccano i remi, poi si rovescia la prora ed offre il fianco/alle onde, l’insegue un monte spezzato con la (sua) massa d’acqua»(vv. 104-105). Dopo l’intervento di Nettuno che «placa il gonfio mare», Enea e i suoi compagni raggiungono i lidi pacifici: «[…] l’isola crea/un porto con la barriera dei fianchi, su cui ogni onda/dall’alto si grange e si scinde in seni appartati» (vv.159-161). Nel primo esempio, il mare in tempesta è una forza contro cui l’uomo non può fare nulla. Il mare, nel testo latino, è una forza invincibile causata da un dio e da un altro dio controllata. Diventa, in sostanza, il luogo di una battaglia, il luogo della storia guardato da dentro o di lato, come i  quadri di Hasui Kawase che sembrano delle poesie sul mare. E ancora l’onda di lato di Katsushika Hokusai, o la vista dall’alto, alla maniera di Paul Gauguin, o da dentro, alla maniera di Peder Balke, o di fronte, alla maniera di Shoda Koho. Il mare in tempesta descritto da Virgilio non sembra una tempesta di Emil Nolde, o l’onda di Hokusai? E “i seni appartati” non fanno pensare a L’onda di Gauguin? In poesia il mare è il deuteragonista e l’antagonista insieme, o lo sfondo bellico entro cui la storia di un osservatore si compie. Nelle poesie sul mare, l’orizzonte marino è una costante in agguato che non solo ricama sullo sgomento, ma lo rievoca. Lo sgomento nasce dalla meraviglia di quella “natura” accompagnata dalla possibilità di annegare nella memoria. In Mare al mattino di Konstantinos Kavafis il mare, ad esempio, è fotografato, nella prima stanza, in un momento di “piena luce” nei toni azzurri e gialli. Nella stanza successiva sbucano lo sgomento e l’illusione «di non vedere anche qui le mie fantasie,/i miei ricordi, le visioni del piacere». Per quanto il mare sia custode dei silenzi, è anche il luogo delle riflessioni irreversibili. Gli “stati del mare”, le sue onde “mormorano” nel silenzio come una cassa di risonanza. Un esempio è Al di là di Fernando Pessoa: «Guardo il mare ondeggiare/e un leggero timore//prende in me il colore/di voler avere/una cosa migliore/di quanto sia vivere». Il mare, però, è anche uno “specchio” che riflette due abissi segreti svelati dall’ unione dell’ «infinito svolgersi dell’onda», alla maniera di Charles Baudelaire in L’uomo e il mare. E tra questi segreti di due «implacabili fratelli» emerge anche l’ «amore/per la strage e la morte». In ‘O mare di Eduardo De Filippo, invece, l’immagine del mare sembra ricamata sulla incontrollabilità di un uomo che di notte lotta contro se stesso: «è caparbio,/’mperruso,/cucciuto» e «caccia n’ata vota/e s’aiuta c’’a capa/’e spalle/’e bracce/ch’’e piede/e cu ‘e ddenocchie/e ride/e chiane/pecché vulesse ‘o spazio pé sfucà…». Qui non c’è l’orizzonte e lo sgomento che rimbomba alla vista delle onde. C’è l’imprevedibilità degli stati umani contro cui non bisogna rassegnarsi, […]

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