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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1045 articoli

Culturalmente

Pederastia greca: tra pedagogia e mito

Con pederastia greca (παῖς – pàis – “ragazzo” o “fanciullo”, ed εραστής – erastès – “amante”), termine in uso dall’epoca moderna (preso dalla definizione di Platone nel Simposio), si definisce il rapporto anche erotico (riconosciuto e accettato) tra un uomo adulto “erastes” (amante) e un adolescente “eromenos” (amato) di sesso maschile (per legge doveva avere più di 12 anni). Quest’espressione mantenne una connotazione negativa fino al XX secolo, quando si diffusero termini quali omosessualità e uranismo per designare un rapporto di natura sessuale tra due uomini. Pederastia greca: il modello di Platone nel Simposio e il mito dell’androgino In origine, racconta Aristofane nel dialogo, esistevano tre tipi di esseri umani. Questi, di forma sferica, erano dotati di quattro mani e quattro piedi su cui si muovevano, due volti e ai lati della sfera due organi sessuali. Alcuni avevano due organi femminili o due maschili, altri un organo femminile e uno maschile. Un giorno Zeus decise di punire la tracotanza degli uomini dividendoli in due, così tutti gli esseri umani furono condannati a cercare ciascuno la propria parte mancante. Questo non giustifica l’unione omosessuale, anzi, nella Grecia antica l’unico rapporto omosessuale accettato era quello tra un allievo e il proprio educatore. Platone criticava il mero atto sessuale, considerandolo talvolta brutale mentre apprezzava altri aspetti: «un amante è il migliore amico che un ragazzo potrà mai avere» (Fedro, dialogo 231). Questa “unione” era molto più complessa di quanto possa apparire. Infatti l’allievo doveva accertarsi che le intenzioni dell’adulto nei suoi riguardi fossero serie e che poteva considerarlo un “maestro” mentre l’erastes a sua volta doveva comprovare di non essere attratto solo dalla bellezza fisica del primo. Si trattava comunque di una condizione temporanea; raggiunta la maggiore età, l’eromenos doveva necessariamente cambiare il proprio ruolo, trovando il proprio posto nella società. La pederastia si estinse ufficialmente tramite un decreto dell’imperatore Giustiniano I; egli stesso fece chiudere anche altre istituzioni permeate della cultura classica quali i Giochi olimpici antichi e l’Accademia di Atene (istituita da Platone). La pederastia nella società La pederastia veniva considerata come una forma di pedagogia, intesa come naturale forma di educazione dell’aristocrazia. Era una pratica strettamente legata allo sport: infatti era questa l’usuale occasione in cui i ragazzi potevano incontrarsi con gli adulti e apprendere le arti della guerra ma anche della filosofia. Nella mitologia È Apollo a vantare il maggior numero di amanti adolescenti: celebre è il mito riguardante la sua rivalità con Zefiro per l’amore di Giacinto e la successiva morte del giovane causata dallo stesso dio. Alcune famose coppie esempi di pederastia greca Parmenide ed Empedocle Parmenide e Zenone di Elea Fidia e Agoracrito Socrate e Alcibiade (si dice sia stato un rapporto casto) Platone e Aster Senofonte e Clinia Aristotele e Palefato Filippo II di Macedonia e Pausania di Orestide Immagine: Wikipedia

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Bromuro di argento e fotografia: uno scatto nella storia

Il Bromuro di argento è un sale dal colore giallo chiaro, ottenuto facendo reagire argento e bromo (un non metallo liquido a temperatura ambiente). La scoperta della fotografia rappresenta un ambito ben documentato, con attestazioni e documenti storici, a differenza di tante altre discipline, le cui origini non sono perfettamente riscontrabili o si perdono nel corso del tempo. Uno degli elementi chimici più usati tra tutti gli alogenuri in ambito fotografico, è proprio il bromuro di argento. La fotografia nella storia, tecniche e supporti L’utilizzo del Bromuro di argento nell’ambito della fotografia fu osservato dal chimico Joseph Swan. Tale procedimento prevedeva lo scioglimento del bromuro in una soluzione di acqua e gelatina aggiungendo poi il nitrato d’argento. Tutto ciò portava ad una vera e propria cristallizzazione dei grani di argento che, avvicinandosi l’uno all’altro, daranno poi vita all’immagine, seppur non ancora visibile. Lo scienziato osservò che in particolar modo gli alogenuri d’argento, cloruro, bromuro e ioduro, portavano alla formazione di un’immagine su un supporto. Nel corso del tempo, il procedimento al bromuro di argento, divenne tanto famoso da essere commercializzato in tutto il mondo, soprattutto in America. Il primo a dare risalto a tale procedimento, dopo Swan, fu Peter Mawdsley, che mise in vendita carte da stampa la cui realizzazione si basava sull’utilizzo della gelatina di bromuro d’argento e che prevedevano un’immagine latente, non immediatamente visibile. La differenza, tra le carte a base di gelatina di bromuro d’argento e quelle all’albumina era la struttura molecolare dell’argento. Nelle prime, infatti, la composizione propria della struttura rimaneva invariata. I procedimenti fotografici introdotti dal 1839 a oggi sono stati circa centocinquanta, tra negativi e stampe. Naturalmente si tratta di tecniche antiche, oggigiorno affinate grazie ai moderni mezzi tecnologici e ai supporti sempre più avanzati. Tutto ciò però, ha condotto ad una vera e propria evoluzione nello sviluppo delle fotografie, sempre più belle e precise. Ovviamente, ogni procedimento storico, si connota per un meccanismo interno di differenziazione rispetto all’altro. Dal bromuro di argento alla fotografia moderna Ricordiamo che l’utilizzo della carta risale al Novecento, sui diversi supporti di emulsioni positive, quindi destinate a quella che era la riproduzione dell’immagine negativa ottenuta su lastra di vetro o pellicola. Le carte al bromuro, presentano una sensibilità molto accentuata, motivo per il quale sono utilizzate esclusivamente per effettuare gli ingrandimenti. Oggigiorno la fotografia è alla portata di tutti, chiunque può immortalare un panorama, un volto, un monumento, anche solo con la fotocamera del proprio cellulare, e di certo non è necessario un processo di sviluppo tanto lungo e delicato come quelli del passato. La globalizzazione ma anche gli specifici mutamenti economici e sociali hanno inevitabilmente condotto ad un radicale cambiamento, sia dei supporti per scattare le fotografie, sia delle modalità utilizzate per stamparle. Cambiano i procedimenti ma senza le prove dirette del passato non si riuscirebbe a realizzare tutto ciò che si ottiene oggi, con i supporti fotografici. Bromuro e fotografia creano una combo perfetta che, a distanza di anni, è ancora utilizzata per affinare le tecniche di zoom. Un procedimento chimico, nato […]

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Prossemica: quanto possiamo stare vicini?

La prossemica è un sistema di contatto, che concerne la percezione, l’organizzazione e l’uso dello spazio, della distanza e del territorio nei confronti degli altri. Interessa la semiologia e la psicologia del linguaggio e nasce dagli studi di Edward Hall. Partendo da studi effettuati su soggetti nordamericani, Hall ha suddiviso lo spazio in quattro distanze interpersonali, relative alla distanza che la persona pone tra sé e gli altri, da quella più personale a quella più formale. Distinguiamo quattro diverse zone: –Zona intima (fra 0 e 0.5 m circa): è la distanza delle relazioni intime. Ci si può toccare, sentire l’odore del partner, parlare sottovoce. –Zona personale (fra 0.5 e 1m circa): è l’area invisibile che circonda in maniera costante il nostro corpo e la cui distanza varia da interazione a interazione. È possibile toccare l’altro, vederlo in modo distinto, ma non sentirne l’odore. –Zona sociale (fra 1 e circa 4 m): è la distanza per le interazioni meno personali; è il territorio in cui l’individuo sente di avere libertà di movimento in maniera regolare e abituale. –Zona pubblica (oltre i 4 m): è la distanza ottenuta in situazioni pubbliche ufficiali che comporta un’enfatizzazione dei movimenti e una intensità elevata della voce. Come tutti i linguaggi, la prossemica varia per individuo e luogo. Infatti, radicata nella cultura di ognuno di noi, c’è l’abitudine di stare più o meno a contatto: le popolazioni europee, asiatiche e indiane sono caratterizzate da una cultura della distanza, mentre le popolazioni arabe, sudamericane e latine sono caratterizzate da una cultura della vicinanza. Prossemica e aptica Accanto alla prossemica, si pone il sistema aptico: l’aptica concerne le azioni di contatto corporeo nei confronti di altri. Si tratta di uno dei bisogni fondamentali della specie umana, al pari delle altre specie animali. Nei primati non umani una considerevole quantità di tempo è trascorsa nell’attività di grooming, l’azione di cura e la toilettatura reciproca del pelo, che comporta un prolungato contatto fisico e che mantiene relazioni di affiliazione, dominanza e sottomissione. Particolarmente rivelante è questo sistema nei neonati che comunicano principalmente attraverso comunicazione tattile, sia per esigenze biologiche, come l’allattamento, che psicologiche, come il bisogno di rassicurazione. Nell’aptica si è soliti distinguere: – sequenze di contatto reciproco: formate da due o più azioni di contatto compiute in modo reciproco nel corso della medesima interazione. Questa ripetizione comporta una funzione di supporto affettivo all’interno di una relazione di parità – contatto individuale: è unidirezionale ed è rivolto da un soggetto ad un altro. Comprendere adeguatamente questi sistemi è fondamentale al pari di conoscere una lingua: affinché la comunicazione sia efficace è necessario fare attenzione ai segnali non verbali che l’interlocutore invia (segnali di allontanamento/avvicinamento) e porsi ad una distanza relazionale che l’altro desidera venga mantenuta. In questa maniera, sarà possibile rispettarsi e non ferirsi, senza impelagarsi nel dilemma del porcospino. Immagine in evidenza: Pixabay

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Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo Nota come una delle più famose della mitologica greca, quella degli Atridi è una famiglia tanto ramificata genealogicamente quanto colpita da tragici sventure. La saga della famiglia, detta degli Atridi poiché così venivano identificati i figli di Atreo, comprende le terribili dispute tra i due fratelli Tieste e Atreo: è anzi da queste vicende che la saga prende il via passando così per la storia di Agamennone e Menelao (i figli di Atreo), protagonisti del mito troiano, e per molte altre storie ancora. In particolare, la storia della faida tra Atreo e Tieste ha tutta l’esemplarità di una tragedia di Euripide: l’incesto, l’inganno, il suicidio di una donna usurpata e la vendetta, nonché i destini predetti dall’oracolo, caratterizzano un dramma sulla paternità, oltre che sulla consanguineità, che tocca molto da vicino il cannibalismo, con una serie di conseguenze in cui il potere decisionale spetta sempre e solo agli dèi. Dove tutto ebbe inizio: la contesta del trono di Argo o la volta in cui Atreo fece mangiare al fratello Tieste i suoi figli. L’unica vicenda che vide complici Atreo e Tieste, figli di Pelope e Ippodamia, fu l’uccisione di Crisippo, loro fratellastro nato dall’unione di Pelope con la ninfa Astioche. La gelosia dei due scaturiva dal timore che Crisippo, figlio preferito del padre, potesse ereditare il trono di Pisa. Fu addirittura la loro madre, Ippodamia, ad aiutare Atreo e Tieste a compiere l’assassinio. Banditi e maledetti dallo stesso Pelope, i due scapparono ad Argo: una città che li separerà definitivamente, dando inizio a una lotta fatta di vendette e rivincite esasperanti. Allora Re di Argo era un loro parente, Stenelo, il quale morì senza figli. Come suggerito dall’oracolo, era da decidere il successore al trono tra uno dei figli di Peleo. Dalla contesa del trono della città tutto ebbe inizio, ma a muovere le prime pedine fu Tieste con l’aiuto della mogli di Atreo, Erope, divenuta sua amante. Fu Erope a consegnare segretamente a Tieste il vello d’oro che, tempo prima, Atreo aveva trovato nel suo gregge. Comunicato dal fratello che sarebbe succeduto al trono colui che ne era in possesso, inconsapevole del tradimento della moglie, Atreo accettò senza esitazioni. Il trono di Argo andò così a Tieste, ma per molto poco. Atreo era il prediletto degli dei e fu con il loro aiuto che riuscì a trarre in inganno il fratello e ottenere finalmente la supremazia sulla città. Poco pago della vittoria e dell’esilio a cui era stato condannato Tieste, Atreo era ancora in cerca di vendetta per la relazione del fratello con la moglie. Atreo finse allora una riconciliazione invitando Tieste a tornare ad Argo e accogliendolo con un fastoso banchetto. Quanto orrore negli occhi di Tieste, già solo provando a immaginarli, alla vista delle teste dei suoi figli, la cui carne aveva appena gustato presso la tavola del clemente re a lui imparentato! Proprio così: Tieste aveva appena mangiato i suoi figli, quelli che Atreo aveva […]

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Effetto farfalla: significato e benefici

«Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo». Una semplice frase, tratta dal film The Butterfly Effect, riassume un più complesso concetto, tanto incisivo quanto affascinante: l’effetto farfalla. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Più semplicemente piccole azioni, anche quelle più innocue e insignificanti, possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Partendo in fisica dalla teoria del caos, l’effetto farfalla spiega quanto importanti siano per il futuro le azioni compiute nel presente, in quanto tutto è interconnesso. Con piccole azioni è possibile, volontariamente o meno, cambiare il corso degli eventi e magari molte cose che nel presente non si apprezzano e per le quali si tende spesso ad autocolpevolizzarsi. Ma analizziamo nello specifico tale meravigliosa teoria. Effetto farfalla. Origini, significato e cinematografia Già nel 1950 il matematico e filosofo britannico Alan Turing così anticipava il concetto “effetto farfalla” in Macchine calcolatrici e intelligenza: «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza». Nel 1952 molto probabilmente il celebre racconto fantascientifico di Ray Bradbury A Sound of Thunder – Rumore di tuono ispira l’espressione “effetto farfalla”: si immagina che nel futuro, grazie ad una macchina del tempo, vengano organizzati viaggi temporali per turisti e che in una remota epoca passata un escursionista del futuro calpesti una farfalla, provocando una serie di conseguenze per la storia umana. Un po’ come ripropone il celebre cult cinematografico Ritorno al futuro! Ma fu il matematico e meteorologo statunitense Edward Lorenz a coniare il neologismo “effetto farfalla” e ad analizzarlo nel 1962 in uno scritto: Lorenz osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, con dati di condizione iniziale arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero ottenuti i medesimi risultati con i dati di condizione iniziale non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni originarie creava un risultato diverso. Lorenz coniò poi l’espressione ispirato dal diagramma dato dai suoi attrattori, somiglianti proprio a tale insetto. Dunque, si immagina che un semplice movimento di molecole d’aria, generato appunto dal battito d’ali della farfalla, possa causare il concatenarsi di movimenti di altre molecole, fino a generare un uragano a chilometri di distanza. La conseguenza immediata è che sistemi complessi, come il clima o il mercato azionario, siano difficili da prevedere in tempo utile. Ogni scelta, metaforicamente simboleggiata dal battito d’ali, può condizionare la vita anche significativamente, generando appunto un “uragano”. Per fare un esempio, una persona resta gravemente ferita in un incidente stradale: se la stessa persona fosse uscita più tardi da casa, non avendo magari sentito la sveglia, forse non sarebbe stata investita dall’auto fuori la propria abitazione. O, se invece una ragazza con un’immensa passione per la danza non avesse anteposto rigorosamente gli impegni di studio a quelli delle sue amate lezioni, forse oggi sarebbe una […]

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Faber e il Dark Side della canzone italiana

Vincenzo Mollica, in un’intervista del 1988, chiese al nostro Faber se si considerasse più cantautore o poeta e quali fossero le differenze che esistono tra canzone d’autore e poesia, se esistono. La sua risposta: “Mah, a questa domanda ti devo rispondere come tante altre volte ho risposto. Benedetto Croce diceva che fino all’età di diciotto anni tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.” Faber ha sempre sostenuto che la musica dovesse avere un contenuto: deve essere balsamo, riposo, liberazione, catarsi, espressione dei propri sentimenti, a volte addirittura un tentativo di autoanalisi. Le canzoni per lui servono a formare una coscienza. Sono svariati i temi affrontati nei brani di Faber e, sebbene lui non si definisse un poeta, la sua anima lirica e sensibile gli ha permesso di scandagliare comunque mirabilmente svariati argomenti, facendo leva sulle sue fragilità, creando versi, pensieri, trovando ispirazione nella musica francese, americana, nel folk e nei poeti maledetti. Fabrizio De Andrè è stato, infatti, un profondo conoscitore di musica popolare e ha sempre considerato fondamentale l’interconnessione tra musicalità dei versi e potenza narrativa della musica. Niente, nelle sue canzoni, è lasciato a caso. Niente è sottomesso alla parola. Lui ha la capacità del tutto unica e originale di mostrare alla maggioranza distratta la magia, la bellezza e il dolore che passano inosservati ai loro occhi. Non al denaro non all’amore né al cielo, terzo concept di Faber L’album esce nel 1971 ed è un crocevia d’incontri: la semplicità scarna dei versi dell’Antologia di Spoon River di Masters arriva in Italia grazie a Cesare Pavese che la commissiona all’amico Antonio Chiumatto (un italo-americano che abitava negli Stati Uniti) e la suggerisce a Fernanda Pivano, prima storica traduttrice dell’opera. Il disco nasce grazie allo spunto di Sergio Bardotti e alla collaborazione con Bentivoglio per quanto riguarda i testi, oltre a Piovani, per quanto concerne le musiche. La copertina è di Deanna Galletto: è apribile a libretto e sul retro è visibile il testo dell’intervista rilasciata da De Andrè alla Pivano. Si dice che Faber non sopportasse le interviste, e che lei sia riuscita a intervistarlo solo nascondendo un registratore sotto il letto durante una lunga conversazione! Ci sono, poi, la busta interna con i testi delle canzoni, i crediti sui musicisti e il testo di un’intervista virtuale a Edgar Lee Masters ricostruita dalla stessa Pivano. De Andrè mette in musica nove poesie di Masters, dando vita a una galleria di personaggi soffermandosi sulla vis non convenzionale, sull’umanità e sulla portata allegorica dei ritratti umani, caratterizzati ognuno da un aspetto diverso, ognuno felice e sofferente a modo suo. Due temi principali svettano sulle poesie scelte: l’invidia, come ignoranza e molla del potere esercitata sugli altri (vedi “Un matto”, “Un giudice”, “Un blasfemo”, “Un malato di cuore”) e la scienza, come contrasto tra l’aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema (vedi “Un medico”, “Un chimico”, “Un ottico”). Il […]

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Attualità

2021 l’anno di Dante, la parola del giorno della Crusca

Il 2021 è l’anno dedicato a Dante Alighieri in Italia e nel mondo. In occasione del Settecentenario della morte del sommo poeta, avvenuta a Ravenna nel 1321, si svolgeranno diverse iniziative, molte delle quali a Firenze, patria d’origine del poeta ma anche nel resto d’ Italia. Dal primo Gennaio, la Divina Commedia prende vita sul web, per la prima volta, sul sito degli Uffizi saranno visibili i disegni che illustrano il poema, realizzati alla fine del Cinquecento dal pittore Federico Zuccari, che affrescò la Cupola di Santa Maria del Fiore. Nella sola città di Firenze gli eventi saranno più di un centinaio; sono in programma celebrazioni di carattere scientifico, giornate di studi e convegni ma anche progetti culturali di ampio respiro selezionati per comprendere un pubblico più vasto: mostre, esposizioni, concerti, performance di danza e teatro e una lettura completa del Poema divinamente ispirato. Si intrecceranno così collaborazioni da più fronti: l’Accademia della Crusca, gli Uffizi, il Museo Galilei, il Teatro Nazionale della Toscana, l’Università degli studi di Firenze, la Società Dantesca, l’Archivio di Stato, l’istituto degli Studi del Rinascimento, il Museo Casa di Dante, il museo Casa Buonarroti. La Gallerie degli Uffizi, che custodisce l’intero gruppo dei fogli “danteschi” in tutto 88, ha aperto le celebrazioni pubblicando sul sito una mostra virtuale: “A riveder le stelle” accompagnata da un apparato didattico scritto da Donatella Fratini, curatrice dei disegni dal Cinquecento al Settecento degli Uffizi. Dante 2021: una parola fresca di giornata Ad accompagnare le varie iniziative non mancheranno le parole; per ciascuno dei 365 giorni dell’anno sul sito internet dell’Accademia della Crusca apparirà una diversa parola o espressione di Dante arricchita dall’aggiunta di un breve commento, pensato per raggiungere tutti i lettori. Una varietà di locuzioni, motti, latinismi, neologismi che in gran parte appartengono ancora al nostro patrimonio linguistico. “Anche in questo modo si intende sottolineare la capacità creativa, l’attualità e la straordinaria leggibilità del grande poeta- spiega il presidente Claudio Marazzini- l’iniziativa si tiene nell’ambito delle celebrazioni dei Settecento anni dalla morte di Dante Alighieri” Nel 2020 la Crusca ha fortemente sostenuto l’istituzione del Dantedì, una giornata intitolata alla memoria del poeta celebrata per la prima volta il 25 marzo scorso, durante l’esperienza del primo lockdown, in un periodo complesso di attesa e speranza. L’iniziativa è riuscita a coinvolgere il mondo della cultura italiano e internazionale, le scuole, le istituzioni e tutta la popolazione di amatori e appassionati. Attraverso  “Una parola di Dante fresca di giornata”, ogni giorno, lungo il corso dell’intero anno, una parola di Dante verrà presentata e commentata sul sito dell’Accademia e condivisa poi sui suoi social. Lo scopo è quello di invitare alla riflessione sul nostro patrimonio culturale e di coinvolgere nelle celebrazioni un pubblico quanto più ampio e variegato possibile. Per conoscere nel dettaglio gli eventi dell’Accademia e quelle delle altre istituzioni fiorentine, è possibile consultare il sito web dell’Accademia della Crusca: accademiadellacrusca.it e quello del Comune di Firenze 700dantefirenze.it     Fonte immagine: Pixabay.

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Culturalmente

Arte araba in Italia: i più suggestivi capolavori architettonici della penisola

L’arte araba in Italia si diffuse nell’epoca normanna e principalmente in Sicilia e in Italia meridionale nel XII secolo. Quest’arte è identificata principalmente come ”arabo-normanna” dove per “arabo” si intende l’uso di alcuni elementi architettonici-decorativi riconducibili al mondo arabo-musulmano, mentre per ”normanno” si intende l’influenza dell’architettura, della cultura e della stirpe reale dominante il cui apice viene raggiunto quando i Normanni conquistarono la Sicilia nel 1071 ed i nuovi reali cercarono di creare un proprio stile che racchiudesse le varie culture presenti sull’isola. Arte araba in Italia: i monumenti più significativi Tra i monumenti più significativi di arte araba in Italia si nota, principalmente, “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale“. Questo sito seriale è stato inserito nel 2015 dall’Unesco nella Lista dei patrimoni dell’umanità e comprende ben due palazzi, tre cattedrali, quattro chiese ed un ponte suddivisi tra le città di Palermo, Cefalù e Monreale. Palazzo dei Normanni: inaugurato nel 1130, il palazzo è la più antica residenza reale d’Europa, dimora dei sovrani del Regno di Sicilia, sede imperiale con Federico II e Corrado IV e dello storico Parlamento siciliano. Al primo piano del palazzo sorge la Cappella Palatina, mentre invece l’ala ovest è assegnata all’Esercito Italiano. Cappella Palatina: si trova all’interno del Palazzo dei Normanni a Palermo, consacrata il 28 aprile del 1140 da Ruggero II e adibita a cappella privata della famiglia reale dell’arcivescovo. Particolare è un’iscrizione trilingue (latino, greco-bizantino ed arabo) sull’esterno della cappella che commemora la costruzione di un horologium nel 1142. Palazzo della Zisa: il palazzo sorge fuori le mura della città di Palermo e la parola “Zisa” deriva dall’arabo e significa ”splendida”. Questo palazzo fu costruito tra il 1165 ed il 1166 sotto il regno di Guglielmo I ed è un dato certo poiché. nell’anno della sua morte, il palazzo era stato per la maggior parte costruito. Proprio per la breve durata della costruzione e la grande spesa fu dato a questo palazzo il nome di “Zisa”, progettato come residenza estiva dei re. Cattedrale di Palermo: la Cattedrale di Palermo, nota anche come “Basilica cattedrale metropolitana primaziale della Santa Vergine Maria Assunta“, è il principale luogo di culto cattolico della città di Palermo, nonché sede arcivescovile dell’omonima arcidiocesi metropolitana. Fu fatta costruire nel 1185, ma fu completata solo in età medievale anche se, successivamente, la cattedrale fu arricchita con delle aggiunte fino al XVIII secolo. Chiesa di San Giovanni degli Eremiti: nei pressi del Palazzo dei Normanni, in pieno centro storico di Palermo, è situata questa chiesa, distrutta inizialmente nell’842 dai saraceni, ma riedificata da re Ruggero nel 1132 e completata nel 1136. Chiesa della Martorana: la “chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio”, sede della “parrocchia di San Nicolò dei Greci”, nota come Martorana, è una chiesa situata nel centro storico di Palermo adiacente alla chiesa di San Cataldo. Fu fondata nel 1143, ma seguirono anche delle aggiunte. Chiesa di San Cataldo: iniziata a costruire nel 1154 e terminata nel 1160, la chiesa di San Cataldo è situata nei pressi di piazza […]

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Burqa significato: la storia dal punto di vista culturale e religioso

Il Burqa ha un significato molto profondo dal punto di vista sia culturale che religioso. La parola Burqa è l’arabizzazione della parola persiana purda (parda) che significa “cortina”, “velo”. È un indumento prevalentemente usato dalle donne in Afghanistan e in Pakistan ed è noto in Asia centrale oltre che come “burqa” o “burka” anche come “chadri” o “paranja“. Burqa: significato e varie tipologie Il burqa si distingue in due tipi di indumenti diversi: il primo è un velo fissato al capo che copre l’intera testa permettendo di vedere solo da una finestra all’altezza degli occhi che li lascia scoperti o che lascia scoperti occhi e bocca che rimane comunque coperta da una sorta di mascherina detta “bandar burqa“. Il secondo tipo invece è un abito, denominato “burqa completo” o “burqa afghano“, che solitamente è di colore o nero o blu e che copre sia la testa che il corpo e che possiede all’altezza degli occhi una retina che permette di vedere parzialmente, senza però scoprire gli occhi della donna. Esistono tipi di burqa diversi poiché sono strettamente legati all’appartenenza geografica della donna e alla sua essenza culturale e religiosa. A prescindere dall’Islam, l’obbligo di indossare il burqa è conseguenza di tradizioni locali poiché nelle norme coraniche vi è riconosciuto normalmente l’obbligo di indossare un velo, anche se l’argomento è molto controverso poiché non esiste pena in caso di trasgressione. Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all’inizio del 1890 durante il regno di Habibullah Kalakani che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da “non indurre in tentazione” gli uomini qualora esse si fossero trovate fuori dalle residenza reale. Da lì in poi è divenuto un capo per le donne dei ceti superiori, da usare per essere protette dagli sguardi del popolo. Dagli anni ’50 però, cambiò lo scenario poiché le donne dei ceti elevati cominciarono a non farne più uso e nel frattempo diventò un capo ambito dai ceti poveri. Nel 1961 venne proclamata una legge che ne vietò l’uso alle pubbliche dipendenti anche se, durante la guerra civile, venne instaurato un regime islamico e sempre più donne tornarono ad indossarlo fin quando non fu dettato il divieto assoluto di mostrare il volto imposto a tutte le donne dal successivo regime teocratico dei taleban che durò meno di cinque anni. Attualmente, sia in Afghanistan che nel resto del mondo (tranne che in Arabia Saudita, dove l’obbligo è stato abolito solo nel marzo del 2018) non vige obbligo sanzionato dalla legge di indossare il burqa. Fonte immagine: Pixabay

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Culturalmente

Giano Bifronte: uno sguardo al passato e uno al futuro

Giano rappresenta una delle più importanti divinità romane, il cui culto risale all’epoca arcaica. È il dio degli inizi, materiali e non ed è sempre raffigurato con due volti, motivo per cui si parla di “Giano Bifronte”. Il dio ha la capacità di guardare il passato ma anche il futuro, di proteggere i varchi e le nuove avventure. Il culto di Giano per gli antichi romani Macrobio e Cicerone facevano derivare il nome del dio dal verbo “ire”, andare. Per Macrobio questa derivazione indicava il costante proseguire, ma in una ciclicità insita nel naturale corso degli eventi. Gli studiosi moderni confermano questa relazione e fanno derivare il nome Giano da “ianua”, porta. La radice da cui proviene il termine ha a che fare ad ogni modo con l’idea di un passaggio, un cambiamento. La figura di Giano è prettamente romana; non esiste un parallelo del dio né nella cultura greca, né in quella etrusca. Date le poche informazioni che abbiamo non possiamo far risalire questa figura nemmeno al culto italico. Tuttavia esiste una relazione con il dio sumero Usmu, il dio dai due volti. Dio degli Dei, Giano creatore, Padre del mattino: sono questi alcuni degli epiteti con cui Giano veniva invocato e che testimoniano la sua importanza nel pantheon romano. In effetti Giano è una divinità spesso associata ed invocata insieme a Iuppiter, padre degli dei. Ciò avveniva perché il suo culto, antichissimo e risalente all’epoca arcaica, voleva che egli fosse stato un dio principale, presente da sempre e per sempre. Per i romani Giano non era figlio di altre divinità ma, definito anche padre degli dei, era sempre esistito. Come racconta Ovidio, egli era presente nei quattro elementi che si separarono tra di loro per dare forma ad ogni cosa. Come iniziatore del mondo Giano è anche appellato con il nome di Creatore. Giano Bifronte nelle rappresentazioni artistiche Uno sguardo al passato e uno al futuro. Giano Bifronte è sempre rappresentato come bicefalo. In epoca classica la sua figura era posta come simbolo sulle porte e sui portali come a custodirne l’entrata e l’uscita. Nella rappresentazione classica egli portava in mano, come i portinai, una chiave e un bastone, mentre le sue due facce erano rivolte nelle due direzioni opposte a sorvegliare entrata e uscita. Alcune rappresentazioni vedono anche un Giano Quadrifronte, con quattro facce rivolte verso i punti cardinali. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano lo Ianus Geminus, un passaggio coperto intitolato al dio da Numa Pompilio, situato nel Foro, e di cui non abbiamo resti – se non su qualche moneta – e lo Ianus Quadrifrons, un arco a quattro aperture nel Foro Boario. La presenza di Giano nella cultura romana ha lasciato diverse tracce. Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esiste un’area di Roma chiamata appunto Gianicolo, che affaccia su un lato del Tevere, dove è presente un passaggio naturale. Il dio Bifronte nel Medioevo venne assunto a simbolo di […]

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