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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 1000 articoli

Culturalmente

Ceci n’est pas une pipe: la genialità del pittore surrealista René Magritte

Ceci n’est pas une pipe: o anche una delle opere che più hanno segnato la storia del surrealismo in epoca moderna. Si tratta di un quadro (olio su tela) dell’artista belga René Magritte, più noto con il titolo ”La trahison des images”, creato tra il 1928-29 ed attualmente esposto nel Los Angeles County Museum of Art in Los Angeles (Stati Uniti D’America). L’opera fu realizzata quando l’artista aveva trent’anni e rappresenta una pipa dipinta su uno sfondo monocromo e sotto la scritta (che ha creato enormi discussioni): Ceci n’est pas une pipe (in italiano: questa non è una pipa). Ceci n’est pas une pipe: la rivoluzione surrealista Citando lo stesso Magritte, egli sottolinea questa dicotomia ed afferma: ”Chi oserebbe pretendere che l’immagine di una pipa è una pipa? Chi potrebbe fumare la pipa del mio quadro? Nessuno. Quindi, non è una pipa”. Da ciò si può spiegare quello che era il reale intento dell’artista, ovvero quello di marcare la differenza tra una rappresentazione ed un oggetto reale poiché la pipa rappresentata non è una pipa reale bensì una raffigurazione pittorica dato che se si osservasse il quadro, senza la rivoluzionaria didascalia, alla domanda ”che cos’è?”, ognuno risponderebbe ”è una pipa”; invece l’artista vuole marcare il concetto che le due cose hanno proprietà e funzioni spiccatamente differenti. Egli punta il tutto sulla differenza di tangibilità e consistenza che il mondo della realtà ha con quello dei segni, invitando nello stesso tempo alla riflessione sulla complessità del linguaggio. Magritte con quest’opera va oltre gli schemi della pittura classica secondo cui vi era un legame indissolubile tra l’immagine e la realtà. L’artista non solo lo nega, ma dà la chiara dimostrazione del contrario, andando contro tutti i preconcetti e portando anche con sé, invece, un concetto profondo sul linguaggio e sulla comunicazione umana in quanto molto spesso i codici verbali e non verbali, per essere quanto più pratici ed operativi possibili si adeguano alla realtà e si ”semplificano”. Queste semplificazioni portano poi nell’oggetto un deficit comunicativo che è quello che Magritte continuerà sempre a sottolineare la differenza tra le due cose che, per quanto possa risultare banale, non lo è assolutamente se si analizzano i fattori linguistici che fanno di questa dicotomia una delle rivoluzioni più forti dell’arte moderna. Il quadro mette in contrasto l’atto di leggere e l’atto di guardare, facendo dell’uno la negazione dell’altro ed, inoltre, fa da stimolo per l’intelletto poiché pone un enigma così intrinseco di fondamenti logici e linguistici che fa della pittura un mezzo di conoscenza.   Fonte immagine: https://www.tumblr.com/privacy/consent/begin?redirect=https%3A%2F%2Fwww.tumblr.com%2Ftagged%2Fquesta-non-%25C3%25A8-una-pipa

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Re e regine inglesi: tra storia, politica e intrighi

Re e regine inglesi siedono sul trono britannico da più di mille anni, ma storicamente non è possibile stabilire chi sia stato il primo monarca del Regno unito. La monarchia britannica è un regime parlamentare dal 1215, quando con la Magna Charta vennero istituite la House of Commons e la House of Lords, le due camere del Parlamento. Il monarca è comunque riconosciuto come capo di stato, per quanto il suo potere sia ad oggi limitato dal parlamento e dalla costituzione. Il re è fonte del potere esecutivo, legislativo e giudiziario del Regno Unito. Tuttavia, la sovranità completa non risiede più nel monarca dal 1689, anno di approvazione del Bill of Rights, che stabilì il principio di sovranità parlamentare. La regina Elisabetta II, attuale monarca del Regno unito, salì al trono alla morte di suo padre, re Giorgio VI, il 6 febbraio 1952. A lei e alla sua famiglia spettano ad oggi varie mansioni ufficiali, cerimoniali e diplomatiche oltre che di rappresentanza, come conferire onorificenze e nominare il primo ministro. Il re o la regina sono inoltre tradizionalmente a capo delle Forze armate britanniche. Attualmente in Gran Bretagna la monarchia vede sicuramente ridotto il suo ruolo rispetto al passato, puramente formale e svuotato di significato. Eppure la monarchia in Gran Bretagna suscita ancora un ampio consenso nella popolazione (o nei suoi sudditi), forse come simbolo di unione e patriottismo. Ma guardando a ritroso alla storia della Gran Bretagna, ripercorriamo insieme il succedersi di re e regine inglesi che hanno lasciato un segno nella storia ormai da secoli. Re e regine inglesi: i più famosi Guglielmo I, detto anche Guglielmo il Conquistatore fu Duca di Normandia dal 1035 con il nome di Guglielmo II e re d’Inghilterra dal 1066 fino alla morte. Definito il Conquistatore ancor prima di diventare re, per le vittorie sui Bretoni, venne anche definito il Bastardo perché nato da un’unione non riconosciuta dalla Chiesa. Guglielmo ascese al trono d’Inghilterra dopo la vittoria nella battaglia di Hastings, le cui gesta sono immortalate nel famoso Arazzo di Bayeux. Con il suo regno ebbe inizio la dinastia dei Normanni, dalla quale discendono tutti i sovrani d’Inghilterra. Riccardo I d’Inghilterra, noto anche con il nome di Riccardo Cuor di Leone è stato re d’Inghilterra dal 1189 fino alla sua morte. Era il terzo dei cinque figli maschi del re Enrico II d’Inghilterra e della duchessa d’Aquitania e Guascogna e contessa di Poitiers, Eleonora. Riccardo era, per parte di madre, il fratellastro minore di Maria di Champagne e di Alice di Francia. Era anche il fratello minore di Guglielmo, Conte di Poitiers, di Enrico e di Matilda d’Inghilterra, e il fratello maggiore di Goffredo II, Duca di Bretagna, di Leonora d’Aquitania, di Giovanna d’Inghilterra e di Giovanni senza terra. Nonostante fosse nato in Inghilterra, dove trascorse l’infanzia, la maggior parte della sua vita adulta la passò nel Ducato d’Aquitania, nel sud-ovest della Francia. Fu uno dei comandanti cristiani della terza crociata. Enrico di Monmouth fu re d’Inghilterra dal 1413 alla sua morte. Nonostante la brevità del suo regno, la sua azione […]

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Don Chisciotte e i mulini a vento, battaglia contro le illusioni

Il celebre episodio di Don Chisciotte e i mulini a vento è all’origine di uno dei modi di dire più celebri della nostra lingua. “Lottare contro i mulini a vento”. Capita spesso di leggere o di sentire pronunciata questa espressione con il significato di intraprendere una guerra futile, inutile e che non esiste. L’origine è da ricercare in una delle opere letterarie più importanti e famose della letteratura spagnola: il Don Chisciotte della Mancia, scritto da Miguel de Cervantes nel XVII secolo. Don Chisciotte e i mulini a vento. Analisi dell’episodio Il romanzo di Cervantes vede come protagonista Alonso Quijiano, un nobiluomo (in spagnolo hidalgo) con la passione per i romanzi cavallereschi. Egli si lascia rapire da quelle pagine fatte di duelli e amori al punto da divenire lui stesso un cavaliere errante, spinto dalla necessità di una crociata contro il male che alberga nel mondo. Così adotta il nome di Don Chisciotte della Mancia, si procura un destriero che chiama Ronzinante e coinvolge nella sua impresa Sancho Panza, un umile contadino a cui promette un’isola come ricompensa. Inoltre, come ogni cavaliere che si rispetti, dedica le sue eroiche imprese a una damigella: Dulcinea del Toboso che altri non è se non una popolana. Le avventure di Don Chisciotte non si possono definire gloriose come quelle dei romanzi da lui letti. Il più delle volte si risolvono in disastri e guai causati dalla follia che si è impossessata della mente del protagonista e che rimodella la realtà che si trova davanti. Tutto ciò si esplicita in uno degli episodi più celebri dell’intero romanzo: la lotta contro i mulini a vento, narrata nel primo libro dell’ottavo capitolo. Don Chisciotte e Sancho Panza stanno cavalcando, quando l’improvvisato cavaliere osserva in lontananza una trentina di figure gigantesche. Si tratta di mulini a vento che, nonostante il suo fido scudiero glielo faccia notare più volte, il cavaliere scambia per dei giganti con delle enormi braccia e si impone di ucciderli. Così carica il fido Ronzinante e indirizza la punta della propria lancia verso una delle pale rotanti. Il risultato è prevedibile: la lancia rimane incastrata tra le pale e si spezza, facendo cadere Chisciotte e il suo destriero rovinosamente a terra. Il folle cavaliere però è convinto che in realtà i giganti abbiano mutato forma appositamente per ingannarlo e continua imperterrito a sostenere la sua tesi davanti a un rassegnato Sancho Panza. La lotta contro i mulini a vento, una lotta contro le illusioni L’episodio appena narrato è aperto a una moltitudine di significati, ma tra tutti prevale quello che è entrato nel linguaggio comune: lottare contro i mulini a vento, ovvero “intraprendere una battaglia inutile e impossibile da vincere”. Nell’insensato duello di Don Chisciotte contro i mulini a vento si cela una battaglia futile contro le illusioni o, per meglio dire, contro un nemico che non esiste. Ancora oggi quando vogliamo descrivere una situazione talmente difficile da cui è impossibile uscirne da vincitori si dice “lottare contro i mulini a vento”, per evidenziarne […]

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Cover più belle del mondo: 10 incredibili successi

Tantissimi sono i brani musicali che hanno fatto la storia della musica italiana e internazionale. Successi intramontabili, divenuti autentiche colonne sonore della nostra vita, pezzi di ricordi, di storie d’amore sbocciate o naufragate. Molti di questi brani sono inimitabili, eppure diversi artisti si son cimentati nella rischiosa impresa di riproporli, modificandone un po’ il testo o semplicemente l’arrangiamento, dando vita così alle cover più belle del mondo. Vediamo insieme la nostra classifica. Cover più belle del mondo. Top 10 Tra le cover più belle e meglio riuscite, va annoverata senza dubbio Knockin’ On Heaven’s Door dei Guns N’ Roses. Si tratta di una reinterpretazione in chiave hard rock del famoso successo di Bob Dylan, realizzato nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett e Billy Kid. Un testo poetico e impegnato, che pone al centro la vita di un soldato che si sta spegnendo: sono gli anni della guerra in Vietnam, un contesto che poneva in ginocchio l’America e le sue forze armate. Non è casuale dunque la scelta di un soldato come protagonista, così come la figura materna, reiterata nel testo come anafora. Un brano già fortemente riuscito, e ancor più valorizzato dalla penna e dalla voce della band statunitense Guns N’ Roses nel 1992, contribuendo ulteriormente al successo della canzone, aggiungendo una strofa che si discosta un po’ dal significato originario del brano. Evidente inoltre il tocco rock nella cover – rispetto allo stile di Bob più poetico e contenuto – che infonde al testo maggiore energia, grazie anche agli intermezzi strumentali con chitarra, che fanno levitare. Tra le cover più belle si menziona con orgoglio I Will Always Love You. Ebbene, il brano raggiunge l’apice del successo, grazie alla straordinaria voce di Whitney Huston. Tale popolarità giunge nel 1992, quando la cantante statunitense reinterpreta il brano come colonna sonora del film Guardia del corpo, recitando lei stessa accanto a Kevin Costner. Il singolo fu il più venduto nella storia di un’artista femminile, con oltre sedici milioni di copie. Ma forse pochi sanno che I Will Always Love You è un successo antecedente alla Huston, firmato Dolly Parton. La cantautrice statunitense compose la canzone nel 1974, dedicandola a Porter Wagoner, suo socio, in riferimento alla fine della loro partnership, amichevole e professionale. Questa versione originale si presenta con uno stile marcatamente country, con intermezzi di chitarra, più contenuto e con arrangiamento più scarno. Whitney Huston, diciotto anni dopo, fa proprio quel brano; particolarissimo l’inserimento del sax a metà canzone, suonato da Kirk Whalum. Fu un successo internazionale, facendo schizzare alle stelle la fama della Huston. Una dichiarazione d’amore, seppur semanticamente più distante dall’originale, in una versione ancor più romantica, dai toni più struggenti ed intensi, il tutto accompagnato dallo straordinario timbro di Whitney e il fantastico arrangiamento. La protagonista di Guardia del corpo attacca a cantare a cappella, e da lì brividi ed emozione pura! Tra le cover più complesse, sia nell’interpretazione, sia nel significato, che nell’arrangiamento riproposto dai vari artisti, si annovera senza dubbio Hallelujah. Scritta […]

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Culturalmente

Youth Acerra, intervista al segretario Silvio Nuzzo

Youth, presente e futuro di Acerra Youth Acerra è un progetto nato ad Acerra nel 2018, inizialmente grazie all’azione di quattro amici e studenti universitari. Diventata formalmente un’associazione un anno dopo, è ormai una realtà consolidata, dalle molteplici sfaccettature, e che col passare del tempo ha raggiunto sempre di più un ruolo importante per la città di Acerra. Un comune dalla storia antichissima, che affonda le proprie radici all’età romana e che negli ultimi tempi ha avuto una storia bistrattata ma che, grazie proprio a progetti come Youth, prova a risollevarsi. Abbiamo parlato, rigorosamente in modalità telematica, con Silvio Nuzzo, studente di giurisprudenza presso la Federico II e tra i maggiori promotori di Youth, nonché segretario: una chiacchierata informale, su passato, presente e futuro dell’associazione. Youth Acerra: intervista a Silvio Nuzzo Silvio, come nasce Youth? Youth Acerra nasce concretamente come progetto associativo esattamente un anno fa, di questi tempi, grazie all’idea di un gruppo prima tutto di amici: Francesco Esposito, Giovanni Bruno, Mattia Brasile, oltre al sottoscritto. Noi quattro eravamo e siamo tuttora legati dall’aver frequentato il Liceo Alfonso Maria De’ Liguori e di aver fatto attivismo studentesco: io, Francesco e Giovanni come rappresentati di istituto, Mattia come rappresentante di consulta. Una volta finito il liceo, noi, che siamo della generazione ’95, ’96, ’97, ci siamo ritrovati praticamente spaesati, nel senso di aver perso quel punto di riferimento costituito dal nostro liceo; tuttavia, era sempre forte in noi la voglia di fare qualcosa, colmando proprio questa lacuna. Nell’estate del 2018, dopo l’esperienza dell’associazione Ex studenti del liceo, realizziamo di voler fare un passo in più, in termini di respiro ed idea progettuale: Youth, appunto. Youth nasce concettualmente su determinati presupposti: Acerra non godeva di una comunità giovanile, ma di tante realtà parcellizzate, come istituti, circoli etc.; questo era dovuto principalmente ai luoghi della nostra città, che di fatto sono dei “non luoghi”, praticamente né frequentati né attivati. Siete un’associazione culturale e le attività di cui vi occupate sono molteplici, principalmente sul territorio acerrano. Nel contesto di una città così complessa, come si inserisce Youth? L’obiettivo che ci siamo posti sin da subito è stato quello di ritessere l’attività giovanile di Acerra, attraverso modalità che tendessero sostanzialmente all’aggregazione. Gli strumenti utilizzati e gli sforzi messi in atto da questo punto di vista sono stati molteplici: “Acerra Social Sunday”, ad esempio, di cui andiamo molto orgogliosi e che consiste in dei piccoli talk tra giovani della comunità, magari affermati in svariati campi professionali. Il secondo modo è rappresentato da attività che definiamo “ludiche”, tra cui senz’altro il “Giovedì Universitario”. Il terzo volano è stata la promozione culturale e sociale: qualunque tipo di attività, ad eccezione dei primi appuntamenti del già citato Acerra Social Sunday, non è stata mai organizzata da sola. Acerra pullula di associazioni e per questo il nostro mantra è quello di non fare mai da soli: attraverso questa rete, abbiamo lanciato numerosissime iniziative di elevato carattere culturale, dalla rinascita del “Cinema Italia”, con la famiglia Puzone, passando per il […]

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Viaggi e Miraggi

5 destinazioni insolite per il vostro prossimo viaggio

Se siete alla ricerca di mete insolite, luoghi curiosi in giro per il mondo, mettetevi comodi, perché il viaggio sta per cominciare. Cinque suggerimenti per organizzare la vostra prossima vacanza in luoghi al di fuori dei classici itinerari turistici: destinazioni di nicchia per un viaggio fuori dall’ordinario. Una città perduta nella Toscana meridionale e un’isola di pietra dal sapore di malvasia. Villaggi galleggianti nella remota Birmania e strane rocce modellate dal mare e dal vento nella verde Irlanda. Un emozionante percorso in giro per il mondo tra viaggi e miraggi, proprio come piace a noi. Monemvasia (Grecia) La storia di Monemvasia si intreccia a quella del celebre vino dolce per cui la città di pietra della Laconia è diventata famosa in tutto il Mediterraneo. Furono i veneziani a comprendere per primi le potenzialità di questo vino apprezzato da re e imperatori e a monopolizzarne per secoli il commercio, tanto che l’antica Monemvasia fu ribattezzata Malvasia. Porto strategico del mare nostrum, l’abitato di Monemvasia si trova nella regione del Peloponneso lungo la costa orientale della penisola della Laconia. Per secoli questo piccolo villaggio circondato dal mare e protetto da poderosa mura di pietra ha resistito a innumerevoli tentativi di conquista, per diventare infine un possedimento della Serenissima. Ancora oggi abitazioni in stile veneziano fanno bella mostra di sé tra i vicoli del centro storico. Un romantico gioiello architettonico affacciato sulle acque dell’Egeo, un’incantevole destinazione per una vacanza all’insegna della cultura e dell’enogastronomia. Monemvasia in Grecia è ancora oggi una località poco conosciuta, ma capace di regalare intense emozioni per chi decide di avventurasi fino all’isola di pietra della Laconia. Selciato del gigante (Irlanda del Nord) L’antico nome di questo singolare luogo è Clochán na bhFomhórach, tanto impronunciabile quanto singolari e misteriose appaiono le formazioni rocciose modellate in foggia di colonne esagonali. Ce ne sono oltre 40mila disseminate lungo una lingua di terra affacciata sul canale che separa l’Irlanda del Nord dalla Scozia. Un luogo ricco di leggende, popolato da giganti intenti a darsi battaglia per il predominio di queste terre battute dal vento. La costruzione, secondo il folklore locale, si deve al gigante Fionn Mac Cumhaill che vi avrebbe costruito un poderoso ponte per raggiungere la Scozia e sfidare il suo nemico giurato: il gigante Angus. Dalla sua scoperta, avvenuta nel 1692,  il selciato del gigante ha alimentato le più strampalate teorie sulla sua formazione, fino alla definitiva spiegazione da parte del geologo francese Nicolas Desmarest che nel XVIII secolo provò l’origine vulcanica di questa singolare formazione rocciosa. Se avete intenzione di avventurarvi in questi luoghi leggendari farà comodo affidarvi al sito ufficiale del Giant’s Causeway per organizzare al meglio la vostra visita in una delle destinazioni più insolite dell’Europa. Vitozza (Italia) L’antico abitato di Vitozza, nel comune di Sorano (Toscana) è un luogo magico, circondato da un bosco rigoglioso da cui emergono grotte scavate nel tufo, chiese e fortezze diroccate; una città perduta della Toscana che merita di essere visitata per la piacevolezza dell’escursione, i sentieri sono ben tenuti e […]

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Culturalmente

Astrattismo lirico: la pittrice Georgia O’ Keeffe

Astrattismo lirico: la pittrice Georgia O’ Keeffe. Nata nel 1887 nel Wisconsin, il padre di Georgia O’ Keeffe era di origine irlandese, mentre la madre era di origine ungherese. Nel 1908 nella galleria newyorchese del fotografo Alfred Stiegliz, che sposerà in futuro, ebbe l’ opportunità di ammirare gli acquerelli del pittore e scultore Auguste Rodin da cui trasse ispirazione. In quegli anni Stieglitz organizza diverse art exhibitions contenenti le opere della pittrice alle prime armi Georgia O’Keeffe, facendola conoscere dai pittori dell’avanguardia newyorchese, tra cui molti artisti modernisti americani come Charles Demuth, Paul Strand ed Edward Steichen. Le creazioni pittoriche di Georgia O ‘Keeffe sono fondamentalmente costituite da un astrattismo lirico, risultato di un esperto uso di linee armoniose di pittura, armonia e sinfonia nella scelta delle figure ritratte e dei colori. E’ stata autrice anche di una serie di illustrazioni a carboncino e tecnica di acquerello. L’astrattismo lirico di Georgia O’ Keeffe: Evoluzione della carriera dell’artista  Nei primi anni Venti del Novecento Georgia O ‘Keeffe abbandonò l’acquerello per realizzare pitture ad olio di grande formato con forme naturali e architettoniche in primo piano ispirate agli edifici della città di New York, come se i dipinti fossero ispirati ad uno sguardo che osserva tramite una lente d’ingrandimento. Queste opere contribuirono al suo successo, permettendole di avanzare nella sua carriera. Negli anni ’30 decise di trasferirsi e vivere alcuni mesi in un contesto differente da quello della città di New York, si trasferisce nel New Mexico. Ha dipinto numerose opere d’ arte, nelle quali i soggetti erano creazioni di sintesi, di fiori e paesaggi tipici, inoltre ha dipinto anche paesaggi ritraenti colline desertiche e paesaggi rocciosi ricchi di conchiglie ed ossa. I contorni sono increspati, con sottili transizioni di tonalità di colori che variano fino a trasformare il soggetto in immagini dai contorni labili che trasmettono un senso di astrazione,  alcune delle quali possono essere lette anche in chiave erotica. Negli anni Cinquanta si dedicò ad una tecnica che può essere definita “Airplane Eye” come se la pittrice dipingesse le nuvole, il cielo e tutti gli elementi naturali, osservando seduta dal finestrino di un aeroplano. Per oltre 50 anni la pittrice Georgia O’Keeffe aveva messo sulle sue tele un’ idea di bellezza del paesaggio americano contrapposta alle linee tradizionali di quel periodo artistico. Questo stile pieno di energia selvaggia é stata la sua carica pittorica, ben presente in numerosi suoi dipinti di paesaggi urbani e di nature morte, apprezzate in tutto il mondo sia dal pubblico sia dalla critica. Film e Museo dedicati alla pittrice Nel 1977 il presidente americano Gerald Ford conferì alla pittrice Georgia O ‘Keeffee la prestigiosa onorificenza denominata “Medaglia presidenziale della libertà”. Negli anni ’80 è stata definita come una delle pittrici più quotate al mondo ed è per questa ragione e per sottolineare il profilo artistico della pittrice che nel 2009 è stato realizzato il film biografico dal nome Georgia ‘O Keeffe, magistralmente interpretato da Joan Allen e Jeremy Irons. Sono oltre 20 anni (1998) che a […]

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Mario Bambea: un dualismo perfetto nella società odierna

L’intellettuale Mario Bambea conquista il web, e sono sempre più numerosi coloro che riflettono su una figura così enigmatica e interessante al tempo stesso. Dov’è Mario (Bambea)? La serie si compone di quattro puntate, scritte da Guzzanti e Mattia Torre e dirette da Edoardo Gabbriellini, trasmesse lo scorso maggio, di martedì. Più che una commedia, quella di Guzzanti è stata definita una “serie lunga” e sul web c’è chi ha definito Mario Bambea “un insopportabile intellettuale di sinistra”, altri invece lo hanno adorato, o meglio, in realtà impazzivano per Bizio, l’altra faccia della medaglia, il comico coatto che, tra le altre cose, nutre un profondo odio per i centri commerciali. Mario Bambea, interpretato da Corrado Guzzanti, è l’alter ego di Bambea, un rozzo comico romano ironico e tremendamente volgare, reduce da uno sdoppiamento della personalità, che si palesa a seguito di un incidente stradale. Secondo la dinamica, probabilmente a causa di un improvviso colpo di sonno, l’intellettuale Mario Bambea, rimane vittima di un incidente stradale, mentre rincasava, dopo un convegno. Bambea non è esclusivamente un intellettuale, la sua figura racchiude in sé, anche l’identità del filosofo, del politico, dello scrittore e anche dell’opinionista, naturalmente polemico. Un uomo molto intelligente, considerato di sinistra, a tratti insopportabilmente coerente, troppo, in crisi con se stesso e con i propri ideali, quelli in cui con convinzione crede ma che al contempo sono pressoché labili, specchio della società culturale attuale. Dopo l’incidente in cui è coinvolto, Bambea, entra in coma, anche se non si sa per quale preciso motivo, gli amici (o presunti tali) lo credono già morto, come se fosse assente. Trascorso relativamente poco tempo, l’intellettuale pignolo e polemico, si risveglia, ma deve fare i conti con un aspetto ben radicato nel suo ego, qualcosa che non poteva considerare, Bizio. Il personaggio dal nome buffo, rappresenta la sua perfetta contrapposizione, tutto ciò che egli in realtà non è, o meglio, probabilmente crede di non essere. I suoi atteggiamenti, considerati strani dalla famiglia, vengono fuori di notte, quando Fabrizio, ossia Bizio Capoccetti, girovaga per Roma, nelle vesti di un comico notevolmente apprezzato. Naturalmente tutto ciò prende vita da una patologia nota, ossia, lo sdoppiamento della personalità, con la quale, l’amato e odiato protagonista, oramai scisso in due entità diverse, deve fare i conti. Un particolare da non sottovalutare, all’interno di questa vera e propria commedia dai toni intellettuali e dalle sfumature socio-culturali, è che solo Dragomira, l’infermiera che segue la riabilitazione di Mario Bambea, è a conoscenza della doppia vita dell’intellettuale e prova a tenerla nascosta, soprattutto agli occhi dell’opinione pubblica. Una vera e propria “commedia sociale” Una commedia pungente con un protagonista altrettanto tale, sia nelle sue vesti “normali”, sia tramutato in ciò che probabilmente non è mai venuto fuori della propria personalità. Per la caratterizzazione dell’intellettuale, nel corso delle riprese, tra il mondo intellettuale e quello comico, più dispersivo e ovviamente meno serio, i critici hanno notato una possibile somiglianza fisica (non voluta e del tutto casuale) con Vittorio Sgarbi, che rende il […]

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Ercole e Lica: la scultura di Canova che ha proclamato la sua grandezza

Ercole e Lica è un gruppo scultoreo in marmo eseguito da Antonio Canova tra il 1795 e il 1815, conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Qui, il mito, la realizzazione e varie curiosità. La realizzazione e l’ardua vendita dell’ Ercole e Lica Era il 1795 quando la statua canoviana di Venere e Adone giunse a Napoli e fu collocata nel giardino del palazzo Berio. Ebbe cosi tanto successo che il marchese Francesco Berio dovette vietarne la visita al pubblico. Tale consenso di pubblico, tuttavia, non fu la chiave della fama di Antonio Canova, poiché le sue prodezze artistiche gli valsero l’appellativo di “scultore grazioso”. Negli ambienti accademici di quegli anni essere definiti graziosi significava avere uno stile “sdolcinato, debole ed effeminato”. Nel breve soggiorno a Napoli, il conte Onorato Gaetani dell’Aquila D’Aragona, durante una cena, suggerì una strategia per eliminare dalle opere canoviane quella fastidiosa etichetta. Fu così che don Onorato propose ad Antonio D’Este, veneziano coetaneo di Canova, di commissionare all’artista una scultura che rappresentasse Ercole furioso che getta in mare Lica. Questa sorta di scommessa fu accettata di buon grado dallo scultore che appena tornato a Roma fece dell’opera un bozzetto in cera. La scultura sarebbe stata fatta prima in gesso e poi trasformata in marmo; nello specifico sarebbe stata creata una scultura di quasi tre metri e mezzo, dal costo di tremila zecchini d’oro, prezzo che avrebbe pagato don Onorato in tre rate. Per un anno e mezzo l’opera rimase incompiuta, fino a quando Onorato Gaetani ritirò la sua offerta, complici le vicende militari che tediavano il paese. Una nuova opportunità cambiò le sorti del Canova quando l’esercito austriaco sconfisse le truppe francesi. I Veronesi erano così entusiasti per quella vittoria che vollero installare un grosso monumento in memoria del successo militare e della liberazione. Fu in quel momento che il critico d’arte Giovanni de Lazara si rivolse a Tiberio Roberti, caro amico di Canova, per proporre allo scultore la realizzazione di una grande opera. Canova pensò che la scultura Ercole e Lica potesse essere congeniale alla richiesta. Dopo un fitto scambio epistolare con la municipalità veronese, si siglò l’accordo: Ercole e Lica fu venduta per tremila zecchini. Ancora una volta, però, l’incarico venne nuovamente arrestato da una serie di vicende politiche. La vendita finale fu aggiudicata a Giovanni Torlonia, che acquistò l’Ercole e Lica per 18.000 scudi. Nel 1815 la scultura fu terminata definitivamente ed esposta in una sala rotonda appositamente costruita dal Valadier, con cupola a luce zenitale. In occasione dell’inaugurazione, si registrò un grande successo dei visitatori. L’opera, che era nata per una scommessa ed aveva vissuto varie tribolazioni durante la sua costruzione, fu la chiave principale per trasformare l’arte canoviana da graziosa ad eroica. Il significato dell’ Ercole e Lica Il momento che viene rappresentato è quello in cui Ercole sta scagliando in aria Lica, il quale aveva consegnato all’eroe una tunica da parte di sua moglie Deianira. Quando il centauro Nesso tentò di rapire Deianira, Ercole lo uccise con una freccia […]

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Napolitudine: a smania ‘e turnà

Una strana malinconia, accompagnata da una dolce nostalgia e da quel pizzico di gioia. Una sensazione che riempie cuore, mente, anima e sensi. Un’emozione speciale, che racchiude un universo in un unico termine: “napolitudine”. Non è semplicissimo spiegare cosa sia la napolitudine, ma son riusciti egregiamente nell’impresa lo scrittore, regista e filosofo partenopeo Luciano De Crescenzo, insieme all’umorista, comico, attore e scrittore napoletano Alessandro Siani, attraverso il libro Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà, edito da Mondadori. Cosa esprime dunque questo sentimento così unico e straordinario? Napolitudine. Cos’è «E moro pe’ ‘sta smania ‘e turnà a Napule…» (Da Munasterio’e Santa Chiara di Roberto Murolo). Proprio questo indica la napolitudine. È una smania che ribolle nelle vene e che fa fremere corpo e mente per il desiderio di tornare, sentito ardentemente da chi, per motivi disparati, è costretto a lasciare l’amata Napoli. È una sensazione di malinconia, mista a quella nostalgia propria del distacco da ciò che si ama, da ciò che è parte di sé. Ed è una sensazione così inedita e particolare da essere provata persino dai napoletani che la città non l’hanno mai lasciata. I portoghesi la chiamano “saudade”, ma il sentimento è il medesimo: la malinconia, appunto, quella smania ‘e turnà – come recita l’intramontabile canzone di Murolo – che attanaglia i partenopei, costretti a lasciare la città per lavoro, o i turisti, che ne hanno subìto il fascino e pertanto amareggiati nel ripartire, lasciando la terra dei misteri e delle meraviglie. La verità è che Napoli è una terra uguale solo a se stessa, diversa da qualsiasi altra città al mondo. Descritta, apprezzata ed amata da poeti e scrittori, e rappresentata in film, opere teatrali e canzoni. Lo scrittore tedesco Goethe, durante il suo tour, così appuntava nei suoi diari: «Vedi Napoli e poi muori». Sì, perché è impensabile ed assurdo non gustarne i sapori, non percepire l’arte e la cultura che la animano, non osservarne la bellezza che delizia i sensi e la mente. È impossibile esistere, calpestare questa terra e non vivere Napoli, almeno una volta nella vita! Ebbene Napolitudine nasce dall’incontro di due generazioni distanti un cinquantennio, entrambi napoletani e con un medesimo sentimento da condividere. Seduti al tavolino di un bar cominciano a scambiarsi varie considerazioni, le stesse che alimenteranno il libro, partendo dal concetto di felicità, per giungere poi alle differenze tra nord e sud. De Crescenzo e Siani fanno appunto riferimento alla già citata malinconia, che funge da collante tra i termini “Napoli” e “latitudine”. E quell’incontro, quelle chiacchierate amichevoli ispirano la copertina di Napolitudine. Si tratta di un disegno di De Crescenzo, che ritrae due vecchi pini di Napoli, quelli che un tempo ne adornavano il panorama da Posillipo. Per la copertina i pini vengono umanizzati e si parlano, proprio come due vecchi amici, come Luciano e Alessandro. Qui emerge il senso di Napolitudine, ossia un dialogo su quella sorta di inspiegabile nostalgia «perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io […]

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