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Eroica Fenice

La categoria Culturalmente contiene 764 articoli

Culturalmente

Pittori del 500. Gli artisti italiani più celebri

Pittori del 500: un viaggio tra i più celebri artisti italiani. I secoli che vanno dal XV al XVI hanno rappresentato un enorme spartiacque tra il Medioevo e l’Età Moderna. Non soltanto per eventi storici come la caduta di Costantinopoli o la scoperta dell’America ma anche per un evento di portata culturale come l’Umanesimo il cui inizio coincide con l’attività di Francesco Petrarca e con il suo inedito modo di studiare i classici, gettando uno dei semi fondamentali del Rinascimento: il ruolo centrale dell’uomo, protagonista assoluto della propria vita e quindi il solo e unico plasmatore del proprio destino (e non più predestinato come nel Medioevo). Questa rivoluzionaria visione, che ebbe come culla la Firenze dei Medici, si ripercuote in ogni campo del sapere: nella filosofia con Marsilio Ficino, nella letteratura con Ariosto e Poliziano e soprattutto nell’arte con il contributo di tanti pittori del 500 che ci hanno lasciato opere che hanno affascinato tanto i loro contemporanei quanto le generazioni successive. Pittori del 500, i più celebri Sandro Botticelli e la Primavera Uno dei pittori rinascimentali più importanti è Sandro Botticelli (1445 – 1510). Nato da una famiglia benestante, lavorò dapprima nella bottega di suo fratello orafo e poi in quella del pittore Filippo Lippi, per poi aprire una bottega tutta sua. La Fortezza, il suo primo dipinto commissionatogli da Piero de’ Medici, era ospitata all’interno dell’ex Sala delle Udienze del Tribunale della Mercanzia in Piazza della Signoria e fa parte del ciclo delle sette Virtù commissionate alla bottega di Piero del Pollaiolo. Botticelli rappresenta la Fortezza come una donna seduta su di un trono riccamente decorato, rispetto alle altre sei virtù del Pollaiolo, con un atteggiamento monumentale e quasi scultoreo grazie anche all’uso del chiaroscuro che la risalta. Inoltre l’abito indossato dalla protagonista è caratterizzato dall’uso del panneggio, conferendo a chi lo osserva l’illusione di essere pesante o meno, ma anche di chiedersi se la figura sia seduta o non lo sia. Famosissime sono invece la Primavera (1482) e la Nascita di Venere (1482 – 1485), che si trovano entrambe nella Galleria degli Uffizi. Per quanto riguarda la Primavera, su cui esistono varie ipotesi riguardo la sua commissione, si tratta di una tela dove sono presenti nove figure della mitologia classica (sei femminili e tre maschili) e va osservata da destra a sinistra: ecco quindi apparire Zefiro, una figura in blu simboleggiante il vento orientale che secondo il mito si innamorò della ninfa Clori. Spaventata la ninfa cerca di sfuggire, ma Zefiro si unisce carnalmente a lei facendola diventare la dea della fioritura Flori, incarnazione della primavera stessa, raffigurata poco più avanti da Botticelli con un un abito tutto ghirlandato e con lo sguardo rivolto all’osservatore. Al centro spicca la figura di una Venere che somiglia più ad una casta Vergine che alla dea dell’amore, sopra la quale svetta il figlio Cupido rappresentato bendato (per indicare la cecità dell’amore) che punta il suo arco sulle tre Grazie, impegnate in una danza, e sul dio Mercurio mentre sfiora una nuvola. Il […]

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Assiri e Babilonesi: le antiche civiltà della Mesopotamia

L’antica Mesopotamia, la regione estesa tra i fiumi Tigri ed Eufrate (il nome significa, infatti, “in mezzo ai fiumi”), è considerata la culla delle prime civiltà (come quella di Assiri e Babilonesi), poiché qui sono nate le prime città e, soprattutto, la scrittura. La regione viene di solito suddivisa geograficamente in Alta Mesopotamia (la zona più a Nord, vicina all’Anatolia) e Bassa Mesopotamia (la regione più a Sud, che arriva fino al Golfo Persico). Oggi la zona dell’antica Mesopotamia si trova in gran parte nel territorio dell’Iraq. Un primo motivo per cui questa zona ha visto lo sviluppo delle prime civiltà è il fatto che la regione, compresa appunto fra due fiumi, ha permesso ai popoli che vi risiedevano di prosperare grazie allo sviluppo di sistemi di irrigazione. Il secondo motivo è che la conformazione per lo più pianeggiante del territorio ha favorito gli scambi commerciali. Accanto ai Sumeri, vivevano in Mesopotamia anche i Semiti, che si distinguevano in Assiri (zona settentrionale) e Babilonesi (nel Centro-Sud); Assiri e Babilonesi parlavano l’accadico, la lingua semitica che si diversificò nei rispettivi dialetti, l’assiro e il babilonese, simili tra loro. I Babilonesi Possiamo parlare di Babilonesi dopo il crollo del grande impero della III dinastia della città di Ur (2112-2004 a.C.), che aveva unificato l’intera Mesopotamia sotto il suo dominio. I nomadi Amorrei, che parlavano una lingua semitica affine all’accadico, erano entrati in Mesopotamia e si erano stabiliti nelle città abbandonando il nomadismo. Costoro si fusero con la popolazione locale e diedero origine ad alcuni regni, il più importante dei quali fu quello della I dinastia di Babilonia (1894-1595 a.C.), che assurse a grandi dimensioni, unificando la Mesopotamia centromeridionale sotto il re Hammurabi (1792-1750 a.C.). Hammurabi è l’autore del famoso Codice di Hammurabi, in cui il re elenca le leggi del regno. Nel 1901 venne ritrovata a Susa (oggi Shush), nell’Iran sud-occidentale, la magnifica stele di diorite nera (alta 2,25 m) che reca inciso questo Codice. Oggi il Codice di Hammurabi costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità Orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Una copia si trova al Pergamonmuseum, a Berlino. Il principio più noto che si ricava dalla lettura del Codice di Hammurabi è la Legge del Taglione, secondo cui si infligge all’offensore lo stesso male che egli ha recato all’offeso (“occhio per occhio”, come dice l’espressione proverbiale), e che si trova anche in altre legislazioni antiche. Non bisogna però esagerare l’importanza del principio del taglione, come se fosse l’unico che determinava il diritto penale: in realtà il quadro delle pene e delle punizioni previste era ben più complesso. Frequente era la pena capitale e non meno frequenti le pene corporali, dalla bastonatura alle mutilazioni più orribili, che sembrano non risparmiassero nessuno («Se un bambino ha colpito suo padre, gli si taglierà la mano»). Il Codice di Hammurabi fornisce indicazioni preziose anche sui rapporti sociali. La società babilonese appare divisa in tre categorie: gli awilu (letteralmente, «uomini civilizzati») erano le persone di rango elevato; i mushkenu («coloro che si sottomettono») erano individui di condizione libera ma di ceto […]

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Proverbi famosi. I 10 più conosciuti

Cos’è un proverbio? Un detto popolare che veicola un insegnamento tratto dall’esperienza. Ebbene i proverbi sono intrisi di vita e di cultura, e nonostante le loro origini antiche, la saggezza che incarnano risulta sempre attuale e significativa. Ma analizziamo i proverbi famosi più conosciuti. Proverbi famosi. I 10 più conosciuti «Chi non risica non rosica». Sì, chi non rischia non ottiene. Spesso nella vita ci si crogiola nell’inerzia vestita di pigrizia e viltà, aspettando cambiamenti che non avverranno mai se a brillare non sono il rischio e il coraggio. Occorre pertanto lottare e anche sbagliare per tentare almeno di imboccare il sentiero più giusto ambendo alla serenità. «Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre». Uno dei proverbi più autentici e quanto mai attuali nell’era dell’indifferenza e dell’ingratitudine. Si sa, i genitori donano ai figli tutto il proprio io, se stessi, le proprie forze ed energie, e lo fanno incondizionatamente, perché guidati da immenso e totale amore. Ma spesso i figli, nonostante il bene e l’enorme affetto provato, non riescono a ricambiare nel modo giusto e con lo stesso ardore tutto quanto ricevono in dono. Eppure, agli occhi dei genitori, sono sempre meritevoli di comprensione e perdono. «Vivi e lascia vivere». Quante volte abbiamo pronunciato, ascoltato, trascritto, dedicato e urlato questo saggio proverbio! Un vero mantra intriso del bisogno di tolleranza e serenità. Perché spesso, per andare avanti, voltare pagina o vivere semplicemente nel modo più degno e corretto, occorre lasciar scivolare sulla pelle e sul cuore il fiele che il marcio intorno inietta con arroganza e crudeltà. A volte occorre semplicemente lasciarsi andare al flusso degli eventi senza opporre resistenza, e il raggio della speranza potrà tornare ad illuminare l’anima. «L’erba del vicino è sempre più verde». L’essere umano è da sempre considerato una creatura insaziabile e talvolta arrogante. Nonostante sia artefice di meraviglie e bramoso d’amore, il suo essere risulta perennemente inappagato: raggiunge un obiettivo e immediatamente tende ad uno nuovo e magari diverso e opposto al precedente. E spesso questa tensione è guidata non solo dalla natura, bensì dall’invidia, che spinge l’uomo ad ottenere ciò che detiene qualcun altro, considerandolo migliore. In questo modo rischia costantemente di perdere di vista l’essenza e la bellezza di quanto lui stesso possiede, dalle più piccole soddisfazioni ai più grandi orgogli. Pertanto i beni degli altri non per forza devono eccellere sui nostri, deviandoci e distraendoci. «Finché c’è vita c’è speranza». Quanta verità in poche parole! Quanto spesso si cade, ci si abbatte sprofondando nel più cupo sconforto, si perde la speranza e si smette di credere in ciò che di prezioso ed autentico la vita offre. Un’esperienza sconvolgente o un qualsiasi evento scatenante riesce a turbare così profondamente il proprio io da far vacillare certezze e sogni. Ma la vita non è una divinità crudele, pronta a punire e giudicare. La vita è la meraviglia più saggia e perfetta che sia stata concessa a noi creature fragili e vulnerabili. E la speranza ne è linfa vitale. […]

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Moda anni ’50: la rinascita dello stile

La moda anni ’50 non sembra eclissarsi in epoca contemporanea, l’era in cui lo stile diviene intreccio di innovazione, ricerca e nostalgia. Nostalgia dell’eleganza, della cura data ai particolari, accolta e soddisfatta attraverso outfit che ritornano ad imporsi con tanta determinazione, segnale di una moda destinata a rimanere attuale. Ritornano pantaloni e gonne a vita alta, con pattern a pois o a tinta unita, e tra le ragazze imperversa l’uso di fascette/foulard tra i capelli, così come diversi accessori firmati anni ’50. Ebbene, gli anni ’50 sono il decennio del rock & roll, dei blue jeans, delle camicie annodate e degli accessori “matchy matchy”. La moda di quegli anni conosce un’autentica rinascita, abbandonando il clima austero a favore del look “bon ton” e della femminilità ispirata alle “pin up” (le ragazze procaci, sorridenti e ammiccanti fotografate in abiti succinti, le cui immagini iniziarono a diffondersi su molte riviste settimanali degli Stati Uniti, durante il primo conflitto mondiale). La donna osa di più, desiderosa di apparire elegante e raffinata dopo i duri anni bellici. Excursus storico Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si apre un decennio improntato all’ottimismo, allo sviluppo economico e ad un benessere diffuso, riflettendosi in una rivoluzione in campo culturale e stilistico. Gli Stati Uniti, già vincitori della guerra, divengono autentica potenza leader dell’Occidente, presentando una tale influenza evidente non solo in materia politico-economica, ma anche nello stile di vita. Gli Usa – anche in seguito all’elaborazione del Piano Marshall, consistente in un programma di aiuti economici atti a supportare la ricostruzione dei Paesi alleati e martoriati in Europa – divengono un modello a cui ispirarsi per tendere a maggior e nuovo dinamismo e benessere. Nascono in questo frangente gli stereotipi veicolati dalla pubblicità, quali il modello della famiglia felice (quello attualmente in Italia identificato come “famiglia Mulino Bianco”!) e quello della casalinga perfetta ed impeccabile nonostante la situazione informale. Anche la musica si allinea all’attitudine del decennio “felice”: basta menzionare Tu vuo’ fa’ l’americano (1956), uno degli straordinari successi del talentuoso ed intramontabile Renato Carosone, che attraverso la tradizione della musica partenopea e internazionale veicola messaggi in perfetta sintonia con i cambiamenti e i desideri del decennio. La televisione e il cinema americano giungono con semplicità e immediatezza a dettare moda e a influenzare usi e costumi. Si pensi alle fortunate e travolgenti pellicole cinematografiche, quali Colazione da Tiffany (1961) di Blake Edwards, American graffiti (1973) di George Lucas, o ancora Grease – Brillantina (1978) di Randal Kleiser. Seppur dopo qualche decennio, quelle forti icone continuano ad influenzare stile, moda e costumi. Tuttavia, in fatto di moda, nei primi anni ’50 è ancora l’Europa a primeggiare. Nel febbraio del ’47 nasce la silhouette “a clessidra”, costituita da ampie gonne e vitini di vespa, che rimarrà in voga per l’intero decennio e oltre. Ad inventarla lo stilista francese Christian Dior, che, in una Parigi ancora segnata dalla guerra, attraverso una sola collezione spazza via l’austerità e il tedio del conflitto. Un’autentica rivoluzione conosciuta come “New Look”. In […]

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Briseide, storia della sacerdotessa Troiana di Apollo

Briseide, figlia di Briseo, sacerdotessa Troiana di Apollo. È questo il patronimico (ovvero l’espressione utilizzata per indicare il vincolo di un figlio o di una figlia con il proprio padre) che Omero riporta nell’Iliade per la giovane Ippodamia, principessa di Lirnesso, un’antica città della Misia, in Asia Minore, sotto la sfera d’influenza di Troia. Briseide sposò Minete, re di Cilicia, poi ucciso dal guerriero Achille nella presa di Lirnesso, durante la guerra di Troia. Fu proprio Achille a scegliere Briseide come schiava e amante. Nell’Iliade di Omero, Briseide viene raffigurata come una bella fanciulla, triste per la morte dei suoi cari e, tuttavia, innamorata di Achille, che l’ama a sua volta. Per questo, quando essa gli viene strappata per ordine di Agamennone che la rivendica per sé, Achille si rifiuta di proseguire a combattere. Il re dell’Argolide, infatti, aveva scelto come schiava Criseide, figlia del sacerdote di Apollo, Crise. Ma il Dio del Sole aveva scatenato una pestilenza tra l’esercito Greco per indurre Agamennone a liberare la fanciulla. Fu a quel punto che il capo supremo degli Achei pretese di avere Briseide, ma fu costretto allo stesso modo a “restituirla” ad Achille, con molti doni, quando l’eroe decise di tornare in battaglia per vendicare l’amico Patroclo. Ovidio, nella terza lettera delle Heroides, riprendendo e sviluppando il racconto omerico, immagina che Briseide scriva una lunghissima lettera ad Achille, in cui, dopo aver lamentato di essere stata da lui ceduta ai messi di Agamennone senza opporre resistenza, dichiara che, dopo la morte dei suoi cari, egli è diventato per lei signore, marito e fratello e che senza di lui la vita non ha significato. Gli chiede, perciò, di riprenderla con sé, non importa se come moglie o come ancella. Briseide compare anche in diverse opere d’arte, come “Pittore di Achille” (un’anfora attica a figure rosse di ceramica dipinta del 450 a.C. circa), “Briseide condotta a forza da Agamennone” (un affresco di Tiepolo del 1757), “Patroclo consegna Briseide agli araldi di Agamennone” (un affresco di Felice Giani degli inizi del XIX secolo) e “Briseide consegnata da Achille agli araldi di Agamennone” (gesso di Antonio Canova sempre dei primi anni del XIX secolo). Infine, nel libro “The silence of the girls” di Pat Barker, che “ha riscritto l’epica con gli occhi di una donna” (come riportato nella recensione dell’Atlantic), Briseide viene rappresentata come una sorta di “giudice di pace” intenzionata a risarcire le donne (che, durante la guerra di Troia, persero mariti, dignità, figli, diritti) dando loro voce. Ma, soprattutto, è una signora “stufa di ascoltare viaggi e storie sulle gloriose morti degli eroi, perché è tragico anche il destino delle donne che sopravvivono”. La Briseide di Pat Barker ragiona da individuo che ha un enorme valore, e con l’obiettivo di dire che, nello scontro tra Achei e Troiani, sono esistite anche le donne e sono state carne da macello. Non hanno combattuto corpo a corpo, nei campi di battaglia, ma sono state protagoniste di un altro sacrificio. Un sacrificio che – come osserva […]

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Preposizione articolata: come si forma

La preposizione, in grammatica, è una parte invariabile di un discorso che crea un legame tra le parole e le frasi. La parola preposizione deriva dal latino “praeponere”, ossia porre davanti. In italiano, le preposizioni si dividono in: semplici e articolate. Le preposizioni articolate si ottengono unendo le preposizioni semplici con gli articoli determinativi. Dunque, per formarle, alle cosiddette preposizioni semplici (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra) si aggiunge un articolo determinativo, che poi andrà a formare, la preposizione articolata. Ricordiamo che alcune di esse cambiano, altre restano invece invariate; ciò significa che, con l’articolo determinativo la preposizione può fondersi e creare una terza parola, oppure si otterranno semplicemente due parole separate, costituite da: preposizione e articolo determinativo. Attenzione a non confondere la preposizione articolata di più articolo con l’articolo partitivo, che non introduce un complemento indiretto. Ad esempio, nella frase: vorrei del pane, – del pane è complemento oggetto o diretto. Come si formano le preposizioni articolate Bisogna anzitutto precisare che solo alcune delle preposizioni semplici, formano, unite ad un articolo determinativo una preposizione articolata. Tra queste: di, a, da, in, su, per, più un articolo determinativo, (il, lo, la, i, gli, le). L’accostamento tra preposizione semplice e articolo determinativo, rappresenta una sorta di addizione, dalla quale si avrà poi un risultato, dato appunto, dalle preposizioni articolate. Anche con, per, te e fra, possono essere seguite da un articolo ma in questo caso preposizione e articolo non si uniscono. Preposizione articolate: come si sceglie correttamente l’articolo determinativo da aggiungere Capire quale sia l’articolo determinativo giusto da accostare alla preposizione semplice per ottenere quella articolata, è piuttosto semplice; ciò avviene in relazione al nome o all’aggettivo che segue la preposizione. Ovviamente ciò diventa ancor più facile, conoscendo le regole che caratterizzano in grammatica, nella lettura e nella scrittura, la lingua italiana. Ad esempio, è risaputo, lo insegnano a scuola sin da piccoli che l’articolo la si utilizza davanti a nomi femminili singolari che cominciano per consonante. Nel caso specifico delle preposizioni articolate “di più la” diventa  della. Per quanto riguarda invece “di più i”, in questo caso cambia leggermente la preposizione che diventa dei, utilizzata davanti ai nomi maschili al plurale che cominciano per consonante: “dei ragazzi molto simpatici” ad esempio. Ricordiamo che le preposizioni sono delle particelle invariabili, che possono essere seguite da un nome, un pronome o da un verbo all’infinito e hanno diversi usi e significati a seconda del contesto in cui si impiegano. Le preposizioni articolate svolgono le medesime funzioni delle preposizioni semplici, infatti hanno la stessa valenza, anche se non è semplice, non solo per un non italofono, capire come e quando utilizzarle e quindi farne buon uso. Il problema fondamentalmente è che non è possibile stabilire una regola precisa per il loro utilizzo ma esistono alcune tendenze, precedentemente indicate. Ripassare le preposizioni  Volendo dare uno sguardo alle preposizioni semplici (ricordiamo che esse non vanno mai accentate) e articolate, si può fare riferimento allo schema riportato, che semplicemente, e in modo chiaro, menziona il passaggio da preposizione semplice ad […]

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Australia: vivere in una terra dalle mille opportunità

L’Australia, si sa, è una terra di grandi promesse. Fin da quando, nel primo e poi nel secondo dopoguerra, migliaia e migliaia di Italiani (e, in generale, di Europei) la scelsero come destinazione, come possibilità di costruirsi una vita e un futuro migliore all’estero. Canberra, Sydney, Melbourne, Brisbane, Perth, Adelaide: queste le città in cui molti dei nostri nonni e bisnonni hanno messo su una famiglia e aperto attività commerciali, contribuendo non poco alla crescita economica del Paese. L’Australia è un Paese molto esteso, il sesto Paese più esteso al mondo, in gran parte desertico. E, di contro, ha una popolazione molto ridotta, circa 25 milioni di abitanti, per la gran parte residenti nelle aree costiere, che affacciano sull’Oceano Indiano (a Sud e a Ovest) e sul Pacifico (a Est). Storicamente, è stata popolata dagli aborigeni per più di 40mila anni, e poi colonizzata dal Regno Unito a partire dal XVIII secolo. Infatti, ancora oggi, l’Australia è una monarchia costituzionale federale, con a Capo dello Stato la Regina Elisabetta II, e rappresentata da un Governatore Generale. Dal censimento australiano del 2011, si evince che solo il 2% della popolazione è indigena, mentre il 90% discende dagli Europei e l’8% è di origine Asiatica. Gli Italiani in Australia sono più di 170mila, mentre gli Italo-australiani rappresentano il quarto gruppo etnico del Paese, con 850mila persone. La lingua Italia è stata per decenni la seconda lingua più parlata dopo l’inglese, ed è comunemente insegnata come materia facoltativa nelle scuole. L’Australia ha, inoltre, una grande cura del proprio aspetto naturalistico e paesaggistico, con ben 64 siti sottoposti a una particolare tutela della propria biodiversità, e con 16 siti “Patrimonio dell’Umanità” dell’UNESCO. Grazie al suo impegno sul fronte ambientalistico, è al 16° posto nell’Environmental Sustainability Index (l’Indice di Sostenibilità Ambientale). Ma cosa offre, oggi, l’Australia a un giovane che voglia fare un’esperienza di vita, di studio o lavoro, all’estero? Vivere nella “terra dei canguri”: le città principali Innanzitutto, è fondamentale la scelta della città in cui stabilirsi. Canberra è la capitale federale e centro politico-amministrativo del Paese, costruita a partire dal 1923. Si trova sulle sponde del lago artificiale Burley Griffin, in una regione prevalentemente agricola. La maggior parte della popolazione locale è impiegata nel settore pubblico, ma anche in quello turistico e dell’industria leggera. Sydney è la città più popolosa del Paese, con edifici moderni e costruzioni che ricordano l’Inghilterra dell’Ottocento. I visitatori sono attirati dai mercanti di antiquariato e dai musei dedicati alla scienza o all’arte contemporanea. Nei grattacieli della city hanno sede attività finanziarie e commerciali. Affianco, si estendono spiagge, parchi e riserve naturali incontaminate. Melbourne è un importante centro industriale sviluppatosi nella metà dell’Ottocento in seguito alla scoperta di giacimenti auriferi. Vi hanno sede alcuni degli orti botanici più ampi al mondo. La metropoli è un importante centro economico, in cui operano marchi automobilistici come Ford e Toyota. Studiare e lavorare in Australia: La prima cosa da fare per potersi stabilire nel Paese è, necessariamente, ottenere il Visto Australia. Si […]

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Dipinti di Caravaggio: un viaggio tra realtà e sacralità

Un viaggio tra i più famosi dipinti di Caravaggio. Caravaggio, pseudonimo di Michelangelo Merisi, nacque a Milano presumibilmente intorno al 1571, probabilmente a Caravaggio, un paese vicino a Bergamo di cui era originaria la sua famiglia. Sempre avvolto in un’aura di mistero, Caravaggio rappresenta uno dei pittori più amati e studiati nel tempo. Per capire a fondo i dipinti di Caravaggio, bisogna andare oltre quella che è definita la cosiddetta interpretazione canonica, ed osservare quell’immensa bellezza, spesso ammaliata e disseminata sulle tele da egli realizzate. La sua carriera artistica ebbe inizio a tredici anni, quando andò a bottega dal pittore manierista Simone Peterzano, a Milano. Per molti anni non si ebbero più notizie sulla vita del giovane Caravaggio, fino al 1594, anno in cui l’artista si trasferì a Roma. E proprio l’anno seguente, il 1595, realizzò uno dei suoi dipinti più famosi, “I bari”, con il quale guadagnò l’appellativo di miglior pittore della città eterna. Un dipinto molto importante, commissionato dal cardinale Francesco Maria del Monte, che ebbe un ruolo fondamentale nella vita travagliata di Caravaggio. La scena dipinta da Caravaggio ha tre giocatori di carte come protagonisti; ad un primo sguardo, si può facilmente capire che sia in corso una truffa ai danni di uno dei protagonisti; due dei giocatori sono in combutta per sconfiggere, con l’imbroglio, il ragazzo che si trova alla sinistra della scena. Ciò che colpisce maggiormente in questo splendido dipinto è la luce che lo caratterizza; essa proviene dall’esterno, e permette non solo di distinguere perfettamente i tre personaggi, gli indumenti, ma anche l’ambiente in cui essi sono inseriti. Ovviamente la scena è ricca di dettagli, dalla piccola spada presente nella tasca di uno degli imbroglioni, agli occhi attenti di questi ultimi; infatti, grazie alla posizione che essi occupano nel dipinto, i due truffatori, sembrano avere un solo occhio, un dettaglio da non sottovalutare, nella pittura del Caravaggio, che permette di comprendere il loro ruolo preciso in quel determinato contesto. Dettagli nascosti che però consentono di lasciarsi trasportare dalla grandezza di un pittore amato, ancora oggi oggetto di analisi da parte degli storici dell’arte. Un altro dipinto famoso di Caravaggio, nel quale sono presenti dei significati nascosti, è il “Bacco”, dipinto tra il 1596-1598. Il celebre dipinto fu commissionato dal cardinal Francesco Maria Bourbon del Monte, ambasciatore mediceo a Roma, per regalarlo a Ferdinando I de’ Medici in occasione della celebrazione delle nozze del figlio Cosimo II. Al centro della rappresentazione, Bacco, dio del vino e dell’ebbrezza. Secondo il canone tradizionale è nudo, con una corona di foglie di vite o di edera, con in mano il tirso e un grappolo d’uva o una coppa di vino. Come sottolineato in precedenza, questo dipinto è anche esso ricco di spunti di riflessione e significati nascosti che ad una prima osservazione dell’opera potrebbero sfuggire. Secondo alcune interpretazioni recenti, il dipinto potrebbe essere riferito a Dioniso, e secondo la filosofia neoplatonica, che collega i miti classici con i contenuti cristiani, Dioniso per somiglianza viene collegato a Cristo, perché il mistero […]

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Calcolo q.i., storia del calcolo dell’intelligenza

Può un valore numerico definire il livello di intelligenza di una persona? Il calcolo del q.i., il quoziente intellettivo, avviene attraverso la serie di quesiti che compongono il famoso “test d’intelligenza”. Le persone che rientrano nel range 85-115 sono considerate nella norma.; il non superamento di una certa soglia segna che la persona in questione è affetta da qualche deficit, mentre chi supera i valori di 150 è un genio. Calcolo q.i. – Come e quando ha avuto inizio? Il test di intelligenza non è unico. Le varie tipologie di test esistenti sono fondate sugli studi che i vari scienziati hanno condotto nel settore. In genere il format del test per il quoziente intellettivo è quello della risoluzione di un certo numero di problemi in un certo tempo a disposizione. La pratica del calcolo del q.i. ebbe inizio nel 1905, anno in cui lo psicologo francese Alfred Binet pubblicò il primo test di intelligenza moderno, sviluppato per identificare gli alunni che avevano bisogno di un particolare aiuto nell’apprendimento scolastico. Il test Binet-Simon misurava  dunque l’età mentale del bambino; il risultato sperato era che essa coincidesse con l’età biologica cosicché, per esempio, un bambino di 10 anni con q.i. 10 potesse risolvere un problema adatto a bambini della sua età. Fu William Louis Stern, dall’Università di Breslavia, a coniare il termine I.Q. – Intelligent Quotient – e a definirlo come il risultato della formula: Età mentale / Età biologica * 100 Con questa modalità il calcolo del q.i. da’ come risultato un numero che non è da interpretare in relazione all’età del bambino ma che lo colloca direttamente in una scala di valutazione generica per ogni età. Questo tipo di test è chiamato Stanford-Binet. Un altro famoso metodo di valutazione risale al 1939. In quest’anno David Wechsler pubblicò un test realizzato per adulti e pubblicò la cosiddetta Wechsler Adult Intelligence Scale – WAIS – poi estesa anche ai bambini. Il punteggio, basato su una distribuzione normale standardizzata, non era da interpretare in relazione all’età e, a differenza del test Binet, il test comprendeva non solo una parte di valutazione lessicale ma anche una di valutazione logico-sequenziale, visiva ecc. Il punteggio del q.i. sulla curva gaussiana doveva dare, con la scala Wechsler, un valore medio di 100 con permissione standard di 15. Come si calcola il quoziente intellettivo? Esistono quindi varie metodologie di calcolo del q.i. ma tutte sono basate sulla risoluzione di problemi ascritti a categorie come informazione, comprensione, ragionamento aritmetico, analogie, vocabolario, memoria di cifre, ordinamento di numeri e lettere, codificazione di cifre e simboli, completamento di immagini, block design, Matrici di Raven, riordinamento  di storie figurate, ricerca di simboli, assemblaggio di oggetti. Sulla base del risultato al test q.i. si è formata l’Associazione Internazionale Mensa, una “tavola rotonda” senza scopo di lucro, formata da circa 120000 persone che rientrano nel 2% della popolazione mondiale ossia hanno raggiunto o superato il 98° percentile della popolazione nel test proposto dal sito. Il test ha una durata di 20 minuti ed è […]

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Ebraismo: tutto ciò che c’è da sapere sulla religione ebraica

In cosa credono gli ebrei? Questa è la domanda principale che ognuno si pone quando entra in contatto per la prima volta con la religione ebraica. Gli ebrei credono in Dio, lo stesso Dio che si conosce grazie alla Bibbia nel Vecchio Testamento. A differenza però dei cristiani, gli ebrei non riconoscono in Gesù il ”figlio di Dio”, ma attendono ancora il Messia che salvi il popolo di Israele. Rispetto alle altre religioni monoteiste, come ancora una volta il Cristianesimo, nell’Ebraismo non esistono formalmente i principi di fede ebraica. Nonostante gli ebrei ed i capi religiosi condividano un nucleo di principi monoteisti e ci siano molti principi fondamentali citati nel Talmud per definire l’Ebraismo, non vi è una formulazione tradizionale di principi di fede che siano o debbano essere riconosciuti da tutti gli ebrei osservanti. I concetti fondamentali dell’ebraismo Nonostante comunque la religione ebraica non abbia una formulazione tradizionale riconosciuta di principi di fede, vi sono alcuni concetti fondamentali imprescindibili. La religione ebraica si basa su un primo concetto fondamentale di ”monoteismo unitario rigoroso” e sulla credenza in un solo ”Dio indivisibile”. Secondo gli ebrei, concezioni dualistiche e trinitarie di Dio sono generalmente indicate come ”Shituf” (Associazione) cioè una credenza errata, ma non idolatra. Nella Shemà Israel, una delle preghiere ebraiche più importanti, vi è racchiusa all’interno la natura monoteistica di questa religione: ”Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno”. Il secondo concetto fondamentale della religione ebraica è quello di ”Dio creatore dell’Universo”. Però gli ebrei non credo in un’interpretazione letterale della narrativa creazionista della Genesi e l’Ebraismo non è in contraddizione tramite discussioni, quindi non ancora apertamente affrontate, col modello scientifico che pone l’età dell’Universo a circa 13,75 miliardi di anni. Il terzo concetto fondamentale è quello di ”Dio eterno”, ”senza inizio e senza fine”, un principio che viene affermato in numerosi passi biblici.  L’opinione tradizionale ebraica è che Dio sia onnipotente, onnisciente ed infinitamente buono. Tuttavia, diversi pensatori ebraici hanno proposto un ”Dio finito”, a volte come risposta al problema del male e l’idea del libero arbitrio. Ma resta comunque affermata l’idea iniziale e principale. Il quarto concetto fondamentale è quella dell”’esclusività della divinità” cioè la preghiera diretta a Dio. I riferimenti ad angeli o ad altri intermediari non sono in genere considerati nella liturgia ebraica o nei libri di preghiera (siddur). Tuttavia la letteratura talmudica fornisce alcune prove di preghiera ebraica ad angeli e altri intermediari a partire dal I secolo dell’era volgare (e.v.) ed esistono esempi diversi di preghiera post-talmudica, tra cui un noto piyyut (inno liturgico) intitolato ”Custodi della Misericordia” recitato prima e dopo Rosh haShanah nelle Selichot (preghiere penitenziali ebraiche). Il quinto ed ultimo concetto fondamentale è ”la credenza nell’aldilà”. L’ebraismo riconosce un aldilà, ma non ha un modo unico o sistematico di pensare alla vita dopo la morte. La religione ebraica pone la sua enfasi principale su Olam HaZeh (questo mondo), piuttosto che Olam Ha-Ba (il mondo a venire) e le speculazioni sul Mondo a venire sono marginali […]

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