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DANIEL DAGREZIO: il tempo della trasformazione

Con “Le mie cinque fasi”, Daniel Dagrezio ci regala un album costruito come un racconto cinematografico in cui ogni brano rappresenta una tappa di un percorso segnato dalla perdita, dalla memoria e dalla rinascita. Attraverso una narrazione che intreccia e anzi ingloba un momento “nel momento” come la “Trilogia del Cuore Diviso” e quel motivo ricorrente dentro “Nel silenzio del bazar”, il cantautore lombardo affida alla musica (sagomata ad arte dal lavoro di produzione di Daniel Tek) una storia unitaria, sostenuta dalla produzione di Daniel Tek. Un disco che sceglie di attraversare il dolore senza cercare scorciatoie.

Concetto chiave Dettagli dal testo
Artista e opera Daniel Dagrezio – Le mie cinque fasi
Produzione artistica Daniel Tek
Elementi strutturali Trilogia del Cuore Diviso, Nel silenzio del bazar
Tematiche principali Elaborazione del dolore, riconciliazione familiare, valore del tempo concreto

Il ruolo della memoria e il superamento del dolore

C’è un passaggio molto interessante nel finale dell’album: la memoria smette di essere una ferita e diventa una presenza quasi complice. Succede davvero così secondo te?

Credo possa succedere. Non significa che ogni ricordo diventi piacevole o che il dolore sparisca completamente. Significa che puoi tornare in certi luoghi della memoria senza esserne risucchiato. All’inizio il ricordo ti impone cosa sentire. Alla fine puoi guardarlo, riconoscerne la bellezza e anche le parti più difficili, ma mantenendo una distanza. È ancora parte di te, solo che non decide più al posto tuo. Da prigione diventa un luogo che puoi visitare. Faccio un esempio semplice: la prima volta che siamo stati lasciati dalla fidanzatina magari alle scuole medie a quel tempo ci ha fatto soffrire tantissimo. Ma se oggi ci pensi? Non hai dimenticato, né l’avvenimento né che hai sofferto… ma ora non ti tocca più.

Il giradischi come simbolo del tempo concreto

Il giradischi che apre e chiude il racconto sembra evocare un rapporto quasi fisico con il tempo, il ricordo e le cose. Anche qui, un manifesto contro il tempo liquido che viviamo?

Non l’ho pensato deliberatamente come un manifesto, ma capisco la lettura. Il giradischi richiede un gesto concreto: scegli un disco, lo appoggi, abbassi la puntina, rimani in ascolto. Non è un flusso infinito che continua da solo. Ha un inizio, una fine e persino un rumore fisico. Nel progetto rappresenta anche la cornice del racconto. All’inizio lo accendo e accompagno l’ascoltatore dentro la storia. Alla fine lo spengo e la stanza torna reale. Forse è anche un invito a concedere alla musica un tempo pieno, non soltanto quello distratto dello scorrimento.

La registrazione del coro con la famiglia

Nel finale compare un coro registrato con la tua famiglia. Che cosa ha significato? Come a dire che in fondo è la famiglia il vero grande rifugio, il vero grande finale?

Questa è una bella domanda! Pochi sanno questa cosa. Non direi che il messaggio sia semplicemente “la famiglia è il rifugio”, perché le famiglie possono essere anche luoghi complessi, pieni di ferite e conflitti. Nel mio caso, però, durante questo percorso sono riuscito a ricostruire alcuni rapporti e a comprendere meglio certe ferite più antiche, che poi finivo per portare inconsapevolmente nelle relazioni. Registrare quel coro insieme a loro è stato quindi un simbolo concreto. Il viaggio era partito da una perdita amorosa, ma nel frattempo aveva toccato zone molto più profonde della mia storia. Chiuderlo con le loro voci significa mostrare che il cambiamento non è rimasto un pensiero astratto: ha prodotto qualcosa anche nella vita reale. Aver lavorato sulle mie ferite ha portato ad una riconciliazione più stretta con la mia famiglia.

La collaborazione con Daniel Tek e l’equilibrio musicale

Hai lavorato con Daniel Tek trattando i brani come scene di un unico racconto. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra l’esigenza narrativa e quella musicale?

Molto, e ho scelto Daniel apposta per questo! Sapevo che sarebbero nate molte difficoltà e “scontri” (fortunatamente siamo molto amici e le nostre divergenze di opinione hanno portato a confronti costruttivi). Senza contare che si è trovato spesso a “dover fare le cose che vuole l’artista” (perché ovviamente il progetto è dell’artista), ma con delle difficoltà tecniche che io nella mia ignoranza non capivo, né conoscevo. Quindi a volte pretendevo dei miracoli da lui, poverino. Questo perché molte scelte narrative sulla carta sembravano quasi contrarie alle regole musicali:

  • ci sono parlati che entrano durante passaggi strumentali;
  • canzoni che cambiano struttura e genere;
  • transizioni pensate più come montaggio cinematografico che come successione di tracce.

Daniel Tek ha dovuto rendere tutto questo solido e leggibile senza normalizzarlo. La sfida era fare in modo che il disco suonasse bene, ma senza cancellare le sue stranezze, perché erano proprio quelle stranezze a raccontare la storia. L’equilibrio è stato trovato quando la tecnica ha smesso di chiedere al progetto di essere più convenzionale e ha iniziato a sostenerne la logica interna.

L’epilogo dell’album e il concetto di accettazione

L’epilogo sembra suggerire che guarire non significhi dimenticare, ma trovare una collocazione diversa per ciò che è stato. Ha senso chiederti se anche il suono di questo disco, per te, ha significato un “lasciar andare” o “ricollocare” le cose della vita?

Grazie per questa domanda, mi piace molto! Perché seppur “La Donna della Mia Vita” funge un po’ da “riassunto/titoli di coda”, ho deciso volutamente di metterla dopo la tanto ricercata “libertà dal dolore”. Dove addirittura dico “ho un desiderio di libertà ma con la persona che mi sono perso”. Alcuni mi hanno detto di aver proprio pensato “ma come? avevi detto di essertene liberato!”. Ma il concetto che non dobbiamo dimenticare è che l’accettazione è una fase, non è il traguardo; quindi anche quella, come tutte le altre, può avere momenti di confusione, ritiro, o fusione con le altre fasi. Ad ogni modo, ogni volta che trasformi un’esperienza in una canzone, volente o nolente, le dai un confine. Prima era una massa indistinta di pensieri e sensazioni; dopo ha un titolo, un suono, un punto preciso del racconto. Non significa liberarsene, ma darle una forma che non invada più tutto. E forse lasciar andare significa proprio questo, smettere di trascinarsi qualcosa dietro e permettergli, finalmente, di stare al suo posto.

Ascolta l’album completo su Spotify.

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