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Orfani di femminicidio: la storia di Luigia Fortunato

Quando si parla di femminicidio l’attenzione si concentra inevitabilmente sulla vittima e sull’autore del delitto. Più raramente ci si interroga su quella che la ricerca internazionale definisce la “terza vittima”: i figli. Sono loro a pagare uno dei prezzi più alti della violenza di genere. Nel caso di Luigia Fortunato, trentatré anni, uccisa dall’ex compagno a Loreto, il figlio non era presente al momento dell’omicidio. È un elemento che gli esperti considerano certamente protettivo, ma che non elimina il trauma. Anzi, la letteratura scientifica dimostra che conoscere, anche successivamente, che un genitore ha ucciso l’altro rappresenta uno degli eventi traumatici più devastanti dell’infanzia. La ricerca internazionale descrive questi bambini come “doppiamente orfani”. Perdono la madre, vittima del femminicidio, e perdono contemporaneamente il padre, che viene incarcerato, si suicida oppure viene definitivamente escluso dalla loro vita. Non perdono soltanto due figure genitoriali: perdono la continuità della propria storia, della propria casa, delle relazioni familiari, della scuola e spesso anche della rete sociale costruita negli anni.

Concetto chiave Dettagli dal testo
Definizione di terza vittima I figli delle vittime di femminicidio, descritti come “doppiamente orfani”.
Il caso di riferimento Luigia Fortunato, trentatré anni, uccisa dall’ex compagno a Loreto.
Principali conseguenze cliniche Child Traumatic Grief, disturbo post-traumatico da stress, ansia, depressione e isolamento sociale.
Fattori predittivi di rischio Incapacità di accettare la separazione, controllo ossessivo, gelosia patologica, minacce di morte, stalking.
Strumenti e tutele attive Patrocinio a spese dello Stato, borse di studio e progetti del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile (“Con i Bambini”).

Gli effetti psicologici del trauma e il Child Traumatic Grief

Secondo gli studi dell’American Psychological Association, della National Child Traumatic Stress Network e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il trauma da femminicidio presenta caratteristiche peculiari. Molti bambini sviluppano quella condizione clinica conosciuta come Child Traumatic Grief, una forma di lutto traumatico nella quale il dolore per la perdita rimane “congelato” dall’evento violento. Il ricordo della madre viene continuamente associato alle modalità della sua morte, rendendo difficile perfino elaborare il normale processo del lutto. Possono comparire:

  • disturbo post-traumatico da stress;
  • ansia;
  • depressione;
  • alterazioni dell’attaccamento;
  • difficoltà scolastiche;
  • disturbi del sonno;
  • comportamenti regressivi;
  • rabbia;
  • isolamento sociale;
  • un persistente senso di insicurezza.

Per questo motivo gli esperti sottolineano che la presa in carico non può limitarsi al sostegno psicologico del bambino, ma deve coinvolgere l’intero sistema familiare che se ne prenderà cura. Non è un caso che negli ultimi anni siano stati sviluppati programmi specifici destinati anche ai nonni, agli zii e alle famiglie affidatarie, chiamati improvvisamente a diventare figure genitoriali in una situazione emotivamente devastante.

Elementi di vulnerabilità e fattori di rischio per gli orfani

Uno degli aspetti più complessi riguarda proprio gli elementi di vulnerabilità. Gli orfani di femminicidio sono esposti contemporaneamente a molteplici fattori di rischio:

  • la perdita improvvisa dei genitori;
  • il possibile trasferimento in un’altra città;
  • l’interruzione delle relazioni amicali;
  • il cambiamento della scuola;
  • le difficoltà economiche;
  • il coinvolgimento nei procedimenti giudiziari;
  • spesso, l’esposizione mediatica del caso.

Ogni elemento aumenta la probabilità che il trauma produca effetti duraturi se non viene intercettato tempestivamente. È qui che emerge una delle principali criticità evidenziate dalla ricerca internazionale ed è la difficoltà di “agganciare” precocemente i bambini ai servizi. Molte famiglie affidatarie, travolte dall’emergenza, non conoscono i percorsi disponibili oppure arrivano all’attenzione dei servizi specialistici solo dopo mesi. In altri casi prevale il desiderio di proteggere il minore evitando di parlare dell’accaduto.

La comunicazione del trauma e la gestione delle emozioni

Dire o non dire la verità? È una delle domande più difficili che psicologi e familiari si trovano ad affrontare. La ricerca internazionale suggerisce un approccio molto diverso rispetto al passato. Le principali linee guida raccomandano di non costruire versioni false della realtà. I bambini percepiscono rapidamente che qualcosa di estremamente grave è accaduto e l’assenza di spiegazioni credibili aumenta ansia, sfiducia e fantasie spesso più spaventose della verità stessa. La comunicazione deve essere graduale, calibrata sull’età e sullo sviluppo cognitivo, accompagnata da professionisti esperti e sostenuta da figure affettive stabili. La trasparenza, quando gestita con competenza clinica, favorisce nel tempo una migliore elaborazione del trauma.

Altrettanto importante è la gestione delle emozioni. Gli studi dimostrano che il bambino ha bisogno di adulti capaci di contenere il proprio dolore senza negarlo. La tristezza, la rabbia, la paura e perfino il senso di colpa devono trovare uno spazio di espressione sicuro. Nessuna emozione va giudicata o minimizzata. Il rischio maggiore è quello di chiedere inconsapevolmente al minore di “essere forte”, costringendolo invece a reprimere il proprio vissuto traumatico.

La prevenzione e i fattori predittivi ad alto rischio

La prevenzione passa però anche molto prima del delitto. La Convenzione di Istanbul e il GREVIO insistono da anni sulla necessità di sviluppare una rete di prossimità capace di riconoscere i campanelli d’allarme. Non esiste un indicatore che consenta di prevedere con certezza un femminicidio, ma la ricerca criminologica ha individuato fattori predittivi ad alto rischio:

  • l’incapacità di accettare la separazione;
  • il controllo ossessivo della partner;
  • la gelosia patologica;
  • le minacce di morte;
  • lo stalking;
  • l’isolamento della donna;
  • il possesso economico;
  • l’escalation della violenza;
  • l’accesso ad armi.

La fase della separazione continua a rappresentare uno dei momenti statisticamente più pericolosi. Nel caso di Luigia Fortunato sarà il processo ad accertare se questi elementi fossero presenti e in quale misura. Ma la vicenda richiama l’attenzione su un punto essenziale: la sicurezza delle donne non può essere affidata esclusivamente all’intervento penale. Servono vicini di casa, insegnanti, pediatri, medici di medicina generale, operatori sanitari, assistenti sociali, educatori e associazioni capaci di cogliere i segnali di sofferenza e di costruire una rete di protezione prima che la violenza raggiunga il suo esito estremo.

Gli strumenti di tutela in Italia e le iniziative per il 2026

Negli ultimi anni l’Italia ha sviluppato strumenti importanti anche per gli orfani di femminicidio. Oltre al patrocinio a spese dello Stato indipendentemente dal reddito, alle borse di studio e ai sostegni economici previsti dalla normativa, si è consolidata una rete di progetti finanziati attraverso il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, gestito dall’impresa sociale “Con i Bambini”.

Nel 2026 il Comitato di indirizzo strategico del Fondo ha approvato nuovi bandi destinati anche agli orfani di femminicidio, con l’obiettivo di rafforzare percorsi educativi, psicologici e sociali dedicati ai minori più vulnerabili. Questi interventi rappresentano un cambio di paradigma. Non si tratta soltanto di aiutare un bambino a superare un lutto, ma di impedire che il trauma diventi una condanna permanente.

(Di Yuleisy Cruz Lezcano)

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