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The Fabelmans di Steven Spielberg | La recensione del film

The Fabelmans, la recensione del film autobiografico di Steven Spielberg con Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano, David Lynch e Seth Rogen

Steven Spielberg è uno dei registi statunitensi più influenti di tutta la storia del cinema. Lo Squalo (1975), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), E.T. L’Extra-terrestre (1982), Jurassic Park (1993), Schindler’s List – La lista di Schindler (1993), Salvate il soldato Ryan (1998) fino ad arrivare ai più recenti Lincoln (2012) e Ready Player One (2018) ‒ per citare due esempi contemporanei ‒ sono solo alcune delle opere più popolari di tutti i tempi. E, come una cornice che incastona una filmografia di notevole successo planetario, The Fabelmans aziona la macchina del tempo per parlare di cinema. E torna indietro, ai suoi fervidi anni più nostalgici.

The Fabelmans: quando la magia del cinema invade noi stessi

Quando la magia del cinema ti fa innamorare del grande schermo e ti fa sognare attraverso la pellicola cinematografica. È questo The Fabelmans scritto ‒ insieme a Tony Kushner ‒ e diretto da Steven Spielberg. Il tenero ricordo di un bambino che fin da piccolo immaginava storie riprese con la sua cinepresa, giocando tra finzione e realtà nell’incantesimo del buio della sua cameretta. Una dedizione nata quasi per caso. Un treno che si scontra in maniera impetuosa con una macchinina e si frantuma nella sua ripresa in primo piano. E vagamente L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1895) dei fratelli Lumière riecheggia negli occhi onirici di Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), nel suo viaggio tra l’Arizona e la California degli anni ’50 e ‘60 dentro le continue sperimentazioni cinematografiche. Il sogno che diventa realtà e la realtà che diventa sogno sul grande schermo. Eppure, la fantasia calpesta il terreno di un segreto sconvolgente che neanche l’infelicità della madre (Michelle Williams) può nascondere. Un segreto che il suo modo di fare cinema ha portato alla luce, con tutte le sue tragiche conseguenze.

E non sono di certo le iniziali riflessioni del padre (Paul Dano) sul suo semplice hobby a frenare l’indole cinefila di Sammy. Stralci di girato montati e intervallati da lampi di genio per ultimare l’opera finita, la separazione dalla cinepresa per la carriera universitaria, interrotta poi per riprendere la retta via con l’appoggio dei genitori e amici perché il potere del film è tale da non saper fuggire dal dovere del regista. E Sammy lo sapeva bene, con la sua cinepresa in mano per aiutar(ci) a vedere noi stessi oltre le parvenze. E quel sogno accantonato diventa terra su cui poggiare i piedi, al tempo del suo universale cinema d’autore spronato dal regista più famoso per i suoi film western John Ford (David Lynch).

Tanti film (auto)biografici tornano indietro nel tempo per rispolverare una parte importante della loro vita. Ci aveva deliziato Kenneth Branagh con il suo dolce Belfast (2022) e molti anni prima anche l’italiano Federico Fellini aveva proiettato un suo particolare periodo di scarsa ispirazione nel film (1963). E The Fabelmans, con le ottime interpretazioni di Gabriel LaBelle, Michelle Williams, Paul Dano e un inedito David Lynch irriconoscibile con la sua sorprendente ironia, non è solo un autoritratto intimo dell’infanzia e adolescenza di Steven Spielberg sognatore che stavamo aspettando. È la magia del (meta)cinema dietro la macchina da presa che riscopre noi stessi ammaliati dalla Settima Arte.

VOTO: 8.5                                                                                                                                

 Martina Corvaia

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