Il consenso nel film La Pianista: cosa ci insegna

Il consenso non è sempre così chiaro: cosa ci insegna La pianista

Il consenso nel film “La Pianista” non è mai così semplice: tra desiderio e realtà, esistono zone grigie difficili da riconoscere e interpretare.

Si parla molto di consenso, oggi. Questo concetto racchiude un significato molto più complesso di quanto si possa immaginare, perché è attraversato da contraddizioni, ambiguità e difficoltà nel riconoscere cosa si desidera realmente o no. È proprio sulle fondamenta di queste sue sfaccettature che si costruisce La pianista (2001), pellicola di Michael Haneke, tratto dal romanzo del 1983 di Elfriede Jelinek. Questo film conturbante e a tratti feroce, ci mostra quanto sia a volte labile il confine tra ciò che si desidera realmente e ciò che si è in grado di vivere.

Elemento dell’opera Dettagli e protagonisti
Titolo del film La pianista (2001)
Regista e autore Michael Haneke (tratto dal romanzo di Elfriede Jelinek, 1983)
Protagonista femminile Erika Kohut (interpretata da Isabelle Huppert)
Co-protagonista maschile Walter Klemmer (interpretato da Benoît Magimel)
Tematiche psicologiche Consenso, anedonia, controllo, dominio e sottomissione

Il consenso nel film La Pianista: significato e ambiguità

Il consenso viene spesso identificato all’interno del binomio “sì o no”, come un qualcosa di chiaro e limpido. Ma la realtà dei fatti non mostra questo. Nel film La Pianista, il regista austriaco mostra agli spettatori senza filtri esattamente il contrario, ossia che il consenso, concetto dibattuto assai nel panorama contemporaneo, non è facilmente leggibile né compreso senza sforzi; anzi, nel film questa chiarezza non arriva mai davvero alla comprensione integrale.

Desiderio e controllo nella protagonista Erika Kohut

Erika Kohut, interpretata in modo impeccabile dall’attrice francese Isabelle Huppert, vive nell’elegante cornice di una Vienna degli anni ’80. Insegnante di pianoforte al conservatorio della città, donna dall’allure glaciale e algido, vive una vita piatta e assoggettata al rigido e capillare controllo dell’anziana madre, la quale invade gli spazi fisici ma soprattutto quelli mentali della protagonista. Infatti, vivono sotto lo stesso tetto, condividono le più semplici attività giornaliere e dormono nello stesso letto. È un legame simbiotico, il loro, che si costruisce in maniera malsana e con un carattere quasi patologico, in un’ambientazione casalinga che anziché rivelarsi un nido amorevole si configura come una vera e propria prigione.

Isabelle Huppert nel ruolo di Erika Kohut
Isabelle Huppert – ( Wikimedia)

Ed è proprio questo legame, che assume la parvenza e i connotati di un vero rapporto di sottomissione, il quale condizionerà l’intera vita della donna, costretta a plasmare e allo stesso tempo frammentare la sua identità secondo le logiche dittatoriali della figura materna, creandone un legame morboso, macchiato da gesti violenti, masochistici e persino incestuosi. Erika è costretta, per non rompere il suo fragile equilibrio emozionale, a costruire dentro di sé un complesso sistema di controllo, il quale arriverà a condizionare totalmente i suoi sentimenti e come li manifesta.

Questo sistema si configura come una struttura messa in piedi dalla protagonista non come una scelta consapevole, bensì come una forma di difesa estrema per tenere sotto controllo emozioni che altrimenti diventerebbero ingestibili. Ma le difficoltà giungono quando proprio quella struttura vacillerà. E ciò accade quando la donna si trova a vivere le dinamiche relazionali di un rapporto che risulta ambiguo già dal primo contatto con la figura di un aspirante pianista, Walter Klemmer (Benoît Magimel), che si innamorerà di lei. I due, infatti, condividono la medesima passione, quella per la musica.

Benoît Magimel nel ruolo di Walter Klemmer
Benoît Magimel – (Wikimedia)

Quando il desiderio incontra l’altro: il rapporto con Walter Klemmer

Il nodo significativo del film è il rapporto tra i due, Erika e Walter, allievo e maestra, il quale si incornicia in un contesto di ambiguità fatto di desiderio, dominio e sottomissione. Il giovane prova da subito un’attrazione magnetica verso la sua professoressa, tenta di sedurla e farsi notare in ogni modo, sottostando alle sue rigide regole e alle sue vessazioni. Ma Erika, rifiutando all’inizio ogni forma di contatto, tenterà con freddezza, in ogni modo, di respingerlo e screditarlo, soprattutto nelle sue esibizioni al pianoforte.

La relazione tra i due, non libera e spontanea sin da subito, non tarderà a degenerare in una zona d’ombra malsana. Non è una relazione lineare la loro, ma sarà alternata tra desiderio e rifiuto, attrazione e distacco. I loro rapporti sessuali, infatti, sono privi di qualsivoglia coinvolgimento affettivo: Erika è fredda, vive l’atto seguendo la rigidità di quando suona il pianoforte. Non riesce a concedersi totalmente e liberamente, né a provare piacere fisico. Il suo corpo non partecipa, rimane totalmente passivo. Questo comportamento può essere letto come una forma di anedonia, che si manifesta non tanto nell’assenza di desiderio, quanto più nell’incapacità e nella difficoltà di percepirne davvero gli effetti.

Oramai sprofondati nell’abisso e nell’oscurità di un rapporto impari, i due innescano il cortocircuito di un rapporto distorto, dove l’amore non si manifesta in maniera libera e sana. La psiche della protagonista è, sin dal principio, compromessa da ferite di origine antica causate dalla figura materna, complice nell’aver marchiato a fuoco la sua interiorità attraverso abusi e manipolazioni. Il rapporto con l’altro, difatti, per Erika non è mai esistito davvero. La sua assenza di sentimenti, la sua rigidità, così come anche i suoi comportamenti più estremi (l’autolesionismo, il voyeurismo e altro) sono frutto di una struttura psichica oramai profondamente compromessa.

Cosa ci insegna il film La Pianista sul consenso

La relazione tra Erika e Walter non evolve in modo funzionale verso una dimensione affettiva e/o sessuale, ma diventa un gioco di potere, dominio e sottomissione che avrebbe tutti i crismi tipici delle pratiche BDSM se non mancasse proprio la sua caratteristica fondamentale: il consenso. Ed è proprio tale assenza a decretare il verdetto della storia dei due: un rapporto in cui i confini sono sfocati, non riconosciuti da ambo le parti. Erika tenta – senza successo – di applicare nella sua sessualità una pedagogia rigida, la stessa che usa nel suo mondo musicale, fino a consegnare a Walter una lettera sigillata in cui vi sono indicazioni precise su svariate pratiche da esercitare su di lei, senza possibilità alcuna di discuterne con l’uomo.

Nella pellicola del regista austriaco, il consenso quindi si muove all’interno di uno spazio dalla natura ambigua, dove il desiderio, il controllo e le emozioni di ogni personaggio si intrecciano continuamente.

Forse, il consenso nell’ambito delle relazioni non può essere semplicemente ridotto ad un “sì” o a un “no”. Affinché una dinamica relazionale sia sana, devono essere sempre chiamati in causa elementi fondamentali come:

  • i limiti personali;
  • la consapevolezza di sé;
  • il dialogo aperto e costruttivo;
  • la comprensione emotiva dell’altro.

Ma a volte neanche questo basta, poiché il consenso, come analizzato nel film La Pianista, implica anche e soprattutto fiducia. Quando questa è compromessa da esperienze pregresse, relazioni disfunzionali e ferite antiche (come nel caso della protagonista), il modo in cui si vive e concepisce un rapporto può essere alterato e trasformato. La pianista mostra agli spettatori con cruda realtà proprio questo: che l’equilibrio relazionale quasi mai è lineare e a volte si regge su un piedistallo fragile. E forse, è proprio in questa fragilità che ci si può esporre a dinamiche pericolose che possono, sovente, sfuggire al controllo.

Fonte immagine copertina: Unsplash (Jason Nunes)

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