Uno spazio quasi vuoto, una luce che taglia il buio e un corpo che sembra emergere lentamente dalla materia stessa del palco. È da queste immagini evocative che prende forma “Mute”, performance di danza contemporanea andata in scena il 23 maggio al Teatro Basilica di Roma. Ideato e interpretato da Martina Gambardella, lo spettacolo si muove lungo il confine tra movimento, percezione e trasformazione, costruendo un’esperienza immersiva che mette al centro il rapporto tra corpo e spazio.
La performance nasce – come spiegato dalla stessa artista durante l’intervista realizzata al termine dello spettacolo – da una riflessione sul gesto e sulla sua origine: “Mute nasce dal desiderio di celebrare l’origine del movimento“, lasciando emergere “il potenziale e la forza generativa dello spazio dal quale esso emerge“.
Mute: il corpo tra peso, gravità e frammentazione
Uno degli aspetti più evidenti della coreografia è il rapporto fisico con il suolo. Gambardella costruisce, infatti, gran parte della performance a partire da movimenti bassi, strisciati, nei quali il corpo sembra quasi cedere continuamente alla gravità per poi tentare di risollevarsi. Durante l’intervista, la performer ha spiegato come proprio la gravità rappresenti il punto d’origine dell’intero lavoro: “Il lavoro è proprio un grande contatto con il peso”.

In scena questa ricerca si traduce in un dialogo costante tra orizzontalità e verticalità. Nelle prime sequenze il corpo appare raccolto, contratto, quasi frammentato; successivamente, il movimento si apre gradualmente nello spazio, cercando nuove forme di equilibrio. Il passaggio dalla posizione rannicchiata a quella eretta non assume però mai il valore di una conquista definitiva: ogni slancio verso l’alto resta instabile.
Il risultato è una danza che punta alla trasformazione continua del gesto. La performer lavora infatti su posture spezzate, torsioni improvvise e movimenti che sembrano nascere da impulsi interni.
Mute: una scena essenziale che amplifica il movimento
La scenografia scelta dal Teatro Basilica – che ha già ospitato spettacoli come “Ape regina” e “Gli altri rivoluzionari” – contribuisce fortemente alla dimensione immersiva dello spettacolo. Lo spazio scenico rimane completamente spoglio: ciò rende possibile amplificare ogni minimo gesto della performer.
L’assenza di elementi scenografici invasivi concentra inevitabilmente l’attenzione sul corpo e sulle sue traiettorie. Anche il vuoto assume quindi un ruolo attivo nella narrazione.
Gambardella, durante l’intervista, ha parlato dello spazio come di “un campo di forze che attraversa il corpo e viene da esso trasformato“. Questa idea emerge chiaramente durante la performance: i movimenti sembrano modificare la percezione stessa dell’ambiente, trasformando il palco in un luogo instabile.

Particolarmente suggestivo è l’utilizzo delle diagonali e delle pause. In diversi momenti la danzatrice interrompe improvvisamente il movimento, lasciando che il silenzio e l’immobilità producano tensione. Queste sospensioni permettono allo spettatore di entrare maggiormente nell’atmosfera contemplativa dello spettacolo.
Luci e musica: un’esperienza immersiva
Fondamentale nella costruzione emotiva di “Mute” è anche il disegno luci di Alessia Massai. I fasci luminosi isolano spesso il corpo della performer all’interno di grandi porzioni di buio, creando immagini fortemente teatrali e quasi pittoriche. In alcune sequenze la luce cade verticalmente sul palco, generando ombre lunghe che sembrano estendere il movimento oltre il corpo stesso.
La luce non si limita quindi ad illuminare la scena, ma diventa parte integrante della coreografia. Nei momenti più intimi le tonalità rimangono soffuse; quando invece il movimento si espande nello spazio, l’illuminazione si apre maggiormente, accompagnando la trasformazione del corpo.

Anche la componente sonora gioca un ruolo essenziale. Le musiche originali di Giuseppe Giroffi e il lavoro sonoro di Stefano Costanzo funzionano come elemento vivo della performance.
Gambardella ha raccontato di aver scelto di collaborare con Stefano Costanzo dopo aver ascoltato per anni la sua musica, percependo in essa “qualcosa che in qualche modo ti svegliava tutta una serie di processi”.
I suoni metallici, le vibrazioni e le sonorità dissonanti contribuiscono infatti a creare una dimensione immersiva e quasi sensoriale, nella quale musica e movimento sembrano fondersi continuamente.
Mute: una ricerca sul corpo vivo
Più che raccontare una storia lineare, “Mute” costruisce un’esperienza percettiva. Lo spettacolo non offre interpretazioni univoche né immagini immediatamente decifrabili; al contrario, invita il pubblico a lasciarsi attraversare dalle sensazioni generate dal movimento.

Durante l’intervista, Martina Gambardella ha dichiarato di voler “celebrare insieme il corpo vivo”, concependolo come una materia in continua trasformazione.
È probabilmente proprio questo il nucleo centrale della performance: la capacità di trasformare il gesto in un linguaggio aperto, in grado di evocare fragilità, connessione e metamorfosi senza mai ricorrere alla parola.
“Mute” si configura così come una performance intensa e fortemente contemporanea, capace di coinvolgere lo spettatore attraverso immagini essenziali ma estremamente evocative, nelle quali il corpo diventa spazio di memoria e tensione.

Informazioni utili e la rassegna “Nel Blu”
“Mute” è andato in scena all’interno della quarta edizione di “Nel Blu – Orizzonti della danza contemporanea“, rassegna organizzata dal Teatro Basilica in collaborazione con il Gruppo della Creta e curata da Chiara Marianetti. Il cartellone, sviluppato tra il 18 e il 24 maggio 2026, ha proposto diversi appuntamenti dedicati alla ricerca coreografica contemporanea, alternando spettacoli, studi performativi e laboratori.
Accanto a “Mute” di Martina Gambardella, la rassegna ha ospitato anche “Estasi” di Gabriella Maiorino e “NOBODY NOBODY NOBODY. It’s ok not to be ok” di Daniele Ninarello.
Per informazioni sulla programmazione futura e sui prossimi spettacoli del teatro è possibile consultare il sito ufficiale del Teatro Basilica.

Fonte delle immagini: archivio personale

