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Tranquillity Base di Lorenzo Pedrotti: il documentario dentro il film | Recensione

Tranquillity Base

Tranquillity Base, esordio alla regia di Lorenzo Pedrotti, è un film che si muove su un terreno fragile: quello di un protagonista in attesa. Edo è un aspirante attore di 34 anni che vive in una piccola città di provincia nel nord Italia. Lavora come rider, fa provini e trascorre le notti tormentato da incubi ricorrenti. Quando viene a conoscenza del “caso Trotta”, la storia di un uomo che sostiene di essere stato rapito dagli alieni negli anni Settanta, qualcosa dentro di lui si mette in movimento.

Il film non è un’opera sugli alieni. È un’opera su un uomo che prova a trasformare la propria crisi in un racconto. E lo fa attraverso un gesto preciso: decide di documentare. Quando Edo (interpretato dallo stesso Lorenzo Pedrotti), incoraggiato dall’amica Eli, sceglie di intervistare Tranquillo Trotta e di riprendere con una videocamera, il film cambia registro. Fino a quel momento la regia di Pedrotti è composta, quasi contemplativa.

Dettaglio dell’opera Informazioni principali
Regia e sceneggiatura Lorenzo Pedrotti
Cast principale Lorenzo Pedrotti (Edo), Yile Yara Vianello (Eli), Fabrizio Ferracane (Tranquillo Trotta)
Budget stimato Sotto la soglia limite dei 20.000 euro
Anteprime e proiezioni Milano Film Fest (sezione Controcampo) e Cinema Troisi di Roma (15 giugno 2026)
Elementi di stile Integrazione mockumentary, found footage e finto archivio TV registrato in vero VHS

Cast, produzione e contesto di Tranquillity Base

Presentato al Milano Film Fest e poi proiettato al Cinema Troisi di Roma nella serata speciale del 15 giugno 2026, Tranquillity Base è un esordio che porta nella propria forma anche la dimensione produttiva ridotta da cui nasce. Il film, scritto, diretto, prodotto e interpretato da Lorenzo Pedrotti, affianca al suo Edo due presenze fondamentali, rappresentate da Yile Yara Vianello nel ruolo di Eli e Fabrizio Ferracane in quello di Tranquillo Trotta, il testimone ufologico attorno a cui ruota l’indagine del protagonista.

Una dimensione confermata dallo stesso Pedrotti, che ci ha raccontato: «Sapevo che non potevo superare i 20.000 euro». Un limite produttivo che non resta solo un dato economico, ma entra nella forma del film: pochi mezzi, troupe ridotta, luoghi reali, costumi trovati con mezzi minimi una messa in scena costruita più sull’atmosfera che sull’effetto spettacolare.

Accanto agli interpreti professionisti, Pedrotti lavora anche con non attori, parenti e volti legati ai luoghi delle riprese. Il punto, come ha spiegato il regista, non era far recitare loro battute rigide, ma indicare il senso della scena e lasciare che agissero con naturalezza. È un aspetto importante: l’opera non cerca la fantascienza spettacolare, ma un realismo fragile, quasi dimesso, dove anche il cast e gli ambienti sembrano appartenere allo stesso mondo sospeso che Edo attraversa.

tranquillity base
Lorenzo Pedrotti in una scena del film.

Tra found footage e forma documentaristica

Questo uso della forma documentaristica richiama diversi film che hanno lavorato sul rapporto tra ripresa e soggettività. Il riferimento immediato è rappresentato da The Blair Witch Project (1999) il found footage è assoluto: la videocamera è l’unico occhio possibile per lo spettatore.

Anche in Tranquillity Base la forma documentaristica non diventa mai la struttura totale del film, ma resta una traccia interna, legata al tentativo di Edo di trasformare la propria inquietudine in racconto. Pedrotti ha raccontato che, in una prima fase, aveva pensato di mostrare tutto ciò che Edo ed Eli riprendevano, anche in 4:3, ma nei test il passaggio dallo scope al formato televisivo non funzionava. Per questo il film non mostra integralmente quei materiali: li lascia esistere come possibilità, come gesto, come desiderio di documentare. Non si tratta quindi di spiegare il caso Trotta, ma di mostrare il bisogno del protagonista di uscire dalla propria condizione di attesa.

Dal video online alla suggestione

Un elemento decisivo è il modo in cui il caso Trotta arriva a Edo. Pedrotti ha raccontato di essersi imbattuto, prima del film, in molti video online di persone che sostenevano di aver visto UFO o alieni: «Guardo tanto YouTube, mi faccio ispirare da video. Sono finito su Eyes on Cinema, un canale con interviste a persone che sostengono di aver visto alieni o UFO». Prima ancora di chiedersi se quelle testimonianze fossero vere, al regista interessava il gesto umano del racconto: perché qualcuno sente il bisogno di dire una cosa così impossibile?

È qui che il film intercetta anche l’eco del caso Zanfretta, una delle matrici più riconoscibili dietro la figura di Tranquillo Trotta, ma non l’unica. Pedrotti ha spiegato che Trotta nasce da un pattern più ampio, presente in molti racconti di abduction italiani, americani, inglesi e irlandesi: persone che lavorano da sole, spesso di notte, in luoghi isolati, e che a un certo punto raccontano di essere state abdotte. Del caso Zanfretta resta soprattutto un dettaglio fisico e perturbante, quello della “testa calda”, insieme al cortocircuito tra testimonianze, televisione, ufologia e sospetto.

In Tranquillity Base questa dinamica passa a Edo: il mistero arriva come contenuto da guardare, riguardare, fino a instillare il dubbio.

 

L’archivio televisivo di Trotta in Tranquillity Base

La sequenza della trasmissione televisiva è uno degli elementi più interessanti del film, perché non imita soltanto un’estetica d’archivio. Pedrotti ha raccontato che quella parte nasceva dal fascino per i materiali televisivi del passato: «Quelli vecchi erano più belli, sia a livello visivo sia perché c’è un modo di parlare diverso se vai indietro nel tempo». Per questo il regista non si è limitato ad applicare un filtro nostalgico: la scena è stata girata con una vera macchina VHS, usando «veri microfoni anni Novanta» e senza intervenire con correzioni digitali. «È veramente l’effetto che veniva registrandola», ha spiegato Pedrotti. La sporcatura, il tremolio e la dominante azzurrina dell’immagine diventano così parte materiale della costruzione del falso documento, non una semplice citazione estetica.

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La finta trasmissione tv anni ’90

La messa in scena dell’inquietudine

Il punto centrale di Tranquillity Base non è quindi l’ufologia in sé. Come ha spiegato Pedrotti durante l’incontro, gli alieni diventano soprattutto una metafora del malessere del protagonista, spiegando che «è proprio sentirsi alieno in un mondo che non ti appartiene. Quegli alieni nella testa sono la depressione». Il “caso Trotta” funziona allora come catalizzatore. Edo non sta cercando tanto di dimostrare l’esistenza degli alieni, quanto di dare un nome e una forma a una sensazione di sospensione che lo accompagna.

I suoi incubi, la paralisi del sonno, il senso di inutilità: tutto questo trova, nella decisione di documentare, un tentativo di traduzione. Anche la forma visiva segue questa idea. Pedrotti ha raccontato di aver costruito una differenza precisa: quando Edo è solo, l’inquadratura tende a essere ferma, stabile, quasi immobile; quando entra Eli, invece, la macchina si fa più mobile, come se il suo arrivo scompaginasse lo spazio e introducesse movimento in una vita bloccata.

Questa alternanza non è solo stilistica. Da una parte c’è una superficie visiva controllata, quasi rigida, che contrasta con l’inquietudine interiore del protagonista. Dall’altra c’è l’irruzione di Eli, che porta instabilità ma anche possibilità. La nebbia che avvolge molti paesaggi del film, i luoghi di provincia, le strade vuote, le case isolate: tutto contribuisce a restituire un senso di sospensione. Il protagonista non vive in un luogo ostile. Vive in un luogo che non lo riconosce più. E la macchina da presa diventa il modo per provare a riconnettersi, anche solo attraverso l’atto di osservare.

Edo e Eli Edo ed Eli[/caption>

Tranquillity Base: filmare per non sparire

Il lavoro di Pedrotti è un film che non punta tanto sull’enigma ufologico, quanto sulla fragilità di un uomo che cerca di dare senso a se stesso. Il documentario dentro il film non è un espediente narrativo fine a se stesso. È il tentativo, da parte di Edo, di passare da chi subisce la vita a chi prova a raccontarla. Che questo tentativo abbia successo o meno è secondario. Ciò che conta è il movimento: il passaggio dalla passività alla volontà di documentare, dalla sospensione al desiderio di una forma.

Immagini tratte dal press kit e dal trailer ufficiale forniti dall’ufficio stampa.

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