Storia della riproduzione musicale: dal carillon a Spotify

Riproduzione musicale: dal carillon a Spotify | Parte 1

Dal carillon a Spotify: storia della riproduzione musicale.

Era meglio quando si stava peggio?

Proviamo a rispondere ad una delle più classiche domande esistenziali dell’uomo vedendola dal punto di vista del misterioso mondo della riproduzione musicale.

Gli anni ’20 del 2000 sono un’epoca nella quale si ha a disposizione tutto.

Non appena si ha l’intenzione di riprodurre un brano istantaneamente basta fare una ricerca Spotify, e quindi che si tratti dell’ultimo disco di Sfera Ebbasta o di una sonata di Bach, basta digitare il nome del brano richiesto sulla barra di ricerca, tasto play e il gioco è fatto.

È stato in pratica realizzato il sogno di qualunque ragazzino degli anni ’90, quando nacque lo streaming e si cercava in tutti i modi di fregare il potere forte delle case discografiche trovando soluzioni alternative che non obbligassero all’acquisto del CD.

Perfetto, tutto stupendo.

Eppure qualche dubbio sul fatto che oggi si sia assolutamente liberi di potersi aprire a qualsiasi orizzonte musicale comunque rimane. Vediamo un attimo per quale motivo.

Immaginiamo un cliente in una pizzeria. Cosa c’entra la pizzeria in tutto questo? Datemi un secondo. Si siede, arriva il cameriere col menù e lo poggia sulla tavola raffinatamente addobbata. È un manuale di 50 pagine che a confronto l’Ulisse di Joyce sembra una lista della spesa. A quel punto succede l’inevitabile: sommerso da un’overdose di lieviti, ordina una margherita.

«Quale delle nostre 37 margherite differenti?», potrebbe obiettare il malcapitato cameriere che le ha dovute imparare tutte a memoria.

«Facciamo una cosa, scegli tu, mi fido di te.»

Ed ecco scaricata la patata bollente della selezione dei 37 differenti tipi di pizza margherita.

Tornando finalmente alla spinosa questione della riproduzione musicale: è veramente certo il fatto che avere a disposizione un’infinità di materiale multimediale aiuti effettivamente la variabilità nella selezione musicale? Non è che forse, come in pizzeria, appiattito dalla marea di materiale a disposizione, l’utente in realtà trovi conforto nel porto sicuro della top 100 Spotify?

Un attimo, ovviamente la riflessione non ha come conclusione quella che si dovrebbe imporre un regresso tecnologico e riportare tutti gli ascoltatori all’ancestrale acquisto del materiale discografico. È che, come spesso accade nelle grandi svolte, ci sono dei pro e dei contro, e a volte questa distinzione non appare nitidamente ai nostri occhi.

Per questo motivo la prima cosa da fare è cercare di capire prima cosa sia accaduto.

Quindi a questo punto, dato che ci troviamo, prendiamola molto alla larga.

Anno o periodo storico Invenzione o evento fondamentale
‘700 Invenzione del carillon (primi riproduttori automatici)
1877 Invenzione del fonografo da parte di Edison
1887 Nascita del grammofono di Berliner
1897 Apertura della prima sala di registrazione (Berliner)
1901 Nascita della Phonotype Records (prima casa discografica italiana)
1904 Creazione del disco a 78 giri
1927 Invenzione del jukebox
1934 Realizzazione del Magnetophon K1 (primo registratore magnetico a nastro)
1947 Lancio del disco a 33 giri (vinile)
1963 Invenzione della musicassetta (Philips)
1982 Lancio del Compact Disc – CD (Philips e Sony)
1999 Lancio di Napster e rivoluzione globale del formato MP3
2001 Introduzione dell’iPod (Apple)
2008 Lancio di Spotify ed era dello streaming musicale

Le origini della riproduzione musicale: dal pentagramma al carillon

La più antica forma di riproduzione musicale è senza alcun dubbio quella del pentagramma, la quale vede i suoi albori già in epoca medievale.

Ovviamente mediante questa tecnica era possibile, seguendo la grammatica musicale, riprodurre un brano seguendo le indicazioni tramandate all’interno del pentagramma stesso. Siamo ancora molto lontani quindi dal concetto moderno di “riproduzione musicale”. Ci si inizia ad avvicinare nel ‘700, quando per la prima volta si svilupparono oggetti che automaticamente erano in grado di poter riprodurre un determinato brano, i carillon.

Nel 2020 il carillon è quell’inutile oggetto che sta a casa della nonna e che non si butta giusto per evitare di esser sovrastati dai sensi di colpa, in verità però si tratta di un qualcosa che ha avuto un impatto nella nostra vita enorme. È la nascita della memoria musicale. La meccanica del carillon inoltre si avvicina molto a quella dei primi riproduttori, quindi a maggior ragione si tratta di un’invenzione destinata a cambiare la vita di tutti i giorni.

È un banalissimo cilindro, bloccato lungo il suo asse, e messo in rotazione manualmente mediante una manopola esterna. Sulla superficie del cilindro sono disposti dei chiodi che mettono, durante la rotazione, in vibrazione delle lamelle d’acciaio che, in seguito al loro moto, producono un suono.

Al variare della disposizione dei chiodi varierà anche la melodia riprodotta, ingegneristicamente quasi una banalità, eppure così è nato il primo “immagazzinatore” di musica.

L’invenzione del fonografo di Thomas Edison

Per poter arrivare successivamente ad una modalità “diretta” di registrazione musicale bisognerà aspettare secoli, precisamente il 1877 quando Thomas Edison inventò il fonografo, perché si sa, così come ad oggi il mercato musicale è fortemente influenzato dallo sviluppo tecnologico, lo stesso potremo dire che accadesse in passato, quando, a dirla tutta, il mercato discografico ancora non esisteva.

Edison si accorse che un cilindro, fatto ruotare ad una opportuna velocità, una volta toccato da una puntina, può emettere un suono simile a quello della voce umana. Questa osservazione ebbe un impatto a livello sociale e tecnologico devastante: fu da lì che nacque la registrazione.

Il funzionamento dello strumento si incentrava secondo un doppio meccanismo di incisione-riproduzione. I cilindri erano ricoperti da uno strato di cera, sopra il quale era possibile effettuare delle incisioni che permettevano di costruire la traccia (ovviamente all’inizio si registrò la sola voce). L’incisione veniva realizzata usando una puntina le cui vibrazioni venivano indotte da una membrana messa in moto dalle onde sonore emesse da chi stava parlando. Di solito per acuire queste ultime si usavano geometrie a condotti convergenti, motivo per il quale i fonografi presentano quella specie di enorme trombone che li sovrasta.

Quindi ricapitolando schematicamente:

  • voce;
  • onde sonore;
  • moto della membrana;
  • vibrazione della puntina;
  • incisione sulla cera del cilindro.

Per quanto riguarda la riproduzione il meccanismo è analogo solo che al contrario: la traccia è già incisa, quindi sarà quest’ultima a determinare il suono, dunque il percorso logico che porta alla riproduzione è esattamente lo stesso proposto pocanzi con la sola differenza che stavolta si parte dalla fine per arrivare all’inizio.

Fu così che quasi come per magia delle strutture meccaniche iniziarono a parlare.

Dal grammofono di Berliner alle prime case discografiche

La data d’inizio della storia della riproduzione musicale, che si ha quindi col fonografo, non combacia però con quella della nascita del mercato discografico e quindi anche delle case discografiche stesse. Esistevano delle problematiche tecniche che complicavano non poco la fruibilità delle registrazioni realizzate con la tecnica di Edison.

La prima riguardava la fragilità del materiale che di fatto impossibilitava l’implementazione su larga scala della tecnologia precedentemente descritta. La seconda era legata alla qualità della registrazione che ovviamente in quegli anni era di bassissimo livello. Infine c’era il problema della durata, perché inizialmente potevano essere registrati solo pochi secondi. Una serie di innovazioni portarono alla risoluzione di queste problematiche e alla conseguente nascita del mercato discografico.

Il primo step fu il miglioramento dei materiali utilizzati, il che diede maggiore stabilità ai cilindri adoperati. A proposito dei cilindri, questi ultimi proprio in questi anni furono sostituiti dai dischi che permettevano di utilizzare una struttura più semplice, performante e anche spendibile sul mercato. Il disco inoltre col tempo venne inciso sia da un lato che dall’altro, il che permise anche di aumentare la capacità di questi sistemi.

Queste provvidenziali modifiche strutturali all’invenzione di Edison portarono nel 1887 al grammofono di Berliner, il precursore del giradischi moderno. Nascono le prime case discografiche e le prime sale di registrazione (nel 1897 lo stesso Berliner aprì la prima) che presentavano come ovvio limite quello della qualità del suono registrato, l’artista infatti era costretto a suonare vicinissimo allo strumento di registrazione per cercare di minimizzare quanto possibile le dispersioni sonore.

In tal senso si ottennero mostruosi miglioramenti grazie all’elettricità, che portò in ambito di registrazione all’utilizzo del microfono che cambiò radicalmente le modalità di registrazione delle tracce.

La nascita della Phonotype Records in Italia

In questa rivoluzione tecnologica l’Italia decide di rimanere al passo. Nel 1901 nasce la Phonotype Records, la prima casa discografica italiana, a Napoli, per poter permettere l’incisione di alcune opere liriche (richieste per il mercato inglese) interpretate da uno degli artisti all’epoca più apprezzati a livello nazionale ed internazionale: Enrico Caruso.

Da lì in avanti a cascata sarà una continua rincorsa per permettere alle persone di avere quanta più musica possibile, il prima possibile, più comodamente possibile. Nel 1904 nasce il 78 giri (il primo disco in commercio), nel 1927 il jukebox, nel 1947 il 33 giri (il nostro vinile), la musica si inizia ufficialmente ad ascoltare da casa, dall’estero arrivano i primi dischi in lingua inglese.

Il registratore a nastro e l’era della globalizzazione musicale

A questa cascata di avvenimenti si aggiunse anche una totale rivoluzione nelle modalità di registrazione: il registratore a nastro. Nasce nel 1934 quando vennero adoperati i nastri dell’industria chimica BASF per la realizzazione del Magnetophon K1, il primo registratore magnetico. Il funzionamento di quest’ultimo era abbastanza differente rispetto ai sistemi che sono stati descritti finora, anche se il meccanismo base è sempre quello di incisione-riproduzione.

L’incisione avviene attraverso un segnale elettrico generato dal microfono, questo viene poi inviato ad una calamita, la testina, che si occuperà di magnetizzare un nastro. Quest’ultimo, conservando la sua magnetizzazione, potrà mantenere l’incisione (avvenuta mediante la corrente del microfono). Quindi, detto in parole povere, mentre prima ci si basava su un’incisione “fisica”, stavolta si sfruttano principi base dell’elettromagnetismo per lasciare un “ricordo” all’interno di questi nastri, prima i cilindri di cera venivano “graffiati” dalle puntine, ora i nastri vengono magnetizzati dalle correnti elettriche provenienti dal microfono.

La riproduzione, come ormai abbiamo già capito, avverrà con un meccanismo al contrario: il nastro viene fatto passare in una testina di riproduzione, generando così una corrente (quella originaria del microfono) che verrà amplificata mediante un altoparlante.

L’invenzione fu di una portata gigantesca, le registrazioni iniziarono ad essere realizzate in modo molto più rapido ed economico e ciò ebbe un impatto incredibile non solo nell’ambiente delle case discografiche o degli studi di registrazione, ma anche in ambito radiofonico e televisivo.

È ufficialmente iniziata l’era della globalizzazione musicale.

Dalla musicassetta all’avvento del Compact Disc (CD)

La miniaturizzazione della tecnologia basata sul nastro magnetico porta, nel 1963, a un’altra rivoluzione firmata Philips: la musicassetta. Formato compatto, economico e soprattutto facilmente registrabile in ambito domestico, ha permesso per la prima volta di creare le proprie compilation personalizzate.

Il vero punto di svolta per la portabilità avviene però nel 1979, quando la Sony lancia sul mercato il Walkman. La musica esce definitivamente dai salotti di casa: diventa un’esperienza intima, personale e soprattutto nomade. L’ascoltatore non è più vincolato a una stanza, ma può camminare per le strade con la propria colonna sonora preferita.

Nonostante il successo delle musicassette, l’analogico aveva i suoi limiti qualitativi. Nel 1982, dalla collaborazione tra Philips e Sony, nasce il Compact Disc (CD). Si passa all’era digitale: un lettore ottico basato su un raggio laser va a leggere una sequenza di bit stampata su un disco in policarbonato, eliminando i fruscii del vinile e il degrado fisico del nastro magnetico. Il suono diventa limpido, perfetto, replicabile all’infinito senza perdita di qualità.

La rivoluzione digitale: il formato MP3 e il ciclone Napster

Se il CD ha portato la musica nel mondo digitale, la fine degli anni ’90 l’ha letteralmente smaterializzata. L’avvento di internet e lo sviluppo dei computer casalinghi hanno gettato le basi per la tempesta perfetta. Nasce il formato audio MP3, capace di comprimere le tracce audio riducendone drasticamente il peso senza compromettere troppo la qualità percepita dall’orecchio umano.

Nel 1999 un giovanissimo programmatore di nome Shawn Fanning crea Napster, il primo programma di file sharing peer-to-peer (p2p) su larga scala. Milioni di utenti in tutto il mondo iniziano a scambiarsi file MP3 gratuitamente. È il terrore per l’industria discografica: in pochi mesi crollano le vendite dei dischi fisici. Nonostante le pesantissime battaglie legali che portarono alla chiusura di Napster nel 2001, il vaso di Pandora era ormai stato aperto e il concetto di pirateria informatica musicale divenne una realtà quotidiana.

L’era di iPod e l’esplosione di Spotify e dello streaming

In questo scenario di caos, nel 2001 Steve Jobs sale su un palco e presenta l’iPod di casa Apple, con lo slogan immortale: “Mille canzoni in tasca”. Parallelamente arriva iTunes Store, la prima piattaforma capace di convincere la gente a tornare a pagare (seppur pochi centesimi) per scaricare legalmente la musica liquida.

L’ultimo tassello di questa incredibile evoluzione ci riporta all’inizio del nostro articolo. Nel 2008, dalla Svezia, fa il suo ingresso sul mercato globale Spotify. L’intuizione è geniale e chiude il cerchio: perché scaricare e possedere fisicamente o digitalmente un file, quando puoi accedere istantaneamente a un database mondiale tramite connessione internet? Nasce lo streaming musicale di massa.

Oggi la musica si noleggia in abbonamento e non risiede più nei nostri scaffali né nei nostri hard disk, ma su immensi server cloud. Il viaggio iniziato con quel pesantissimo cilindro di cera inciso dal fonografo di Edison ci ha portato fin qui: seduti al tavolo della nostra metaforica pizzeria, con l’intero scibile musicale mondiale a disposizione in un click. Forse non sappiamo più cosa ordinare, ma la scelta, oggi più che mai, è letteralmente infinita.

 

Immagine: Wikipedia

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