Le 5 canzoni più belle di Sufjan Stevens: una classifica

Sufjan Stevens

Sufjan Stevens è difficile da definire. Cantautore spirituale, Stevens ha sempre trovato modi per trasmettere la sua fede in album indie-folk. Ha realizzato opere acclamate come il toccante Carrie & Lowell e il monumentale Illinois. Stevens ha realizzato una colonna sonora per il film Call me by Your Name, un EP sull’apocalisse e due enormi album di Natale. È un artista che non smette mai di sorprendere: la sua musica affronta temi come l’abbandono, la morte, la religione e la spiritualità con una sensibilità unica.

Ecco una classifica delle sue canzoni più belle e poetiche.

La classifica in sintesi

Canzone (album) Tema poetico principale
Flint (Michigan, 2003) La malinconia del declino industriale e la speranza perduta
Futile Devices (The Age of Adz, 2010) L’intimità e la difficoltà di esprimere a parole l’amore profondo
Fourth of July (Carrie & Lowell, 2015) Il dialogo con la madre morente e l’accettazione universale della mortalità
Casimir Pulaski Day (Illinois, 2005) La perdita di una persona cara, la fede messa alla prova dal dolore e la memoria
John Wayne Gacy, Jr. (Illinois, 2005) L’umanizzazione del mostro e la riflessione sull’oscurità nascosta in ognuno di noi

Le 5 canzoni più belle di Sufjan Stevens

5. Flint (For the Unemployment and Underpaid) (Michigan, 2003)

Nel 2009, Sufjan Stevens ha dichiarato che il suo “Fifty States Project” era un espediente promozionale. Anche se improbabile che avremo altri album statali, Michigan e Illinois sono opere meravigliose. Michigan si apre con “Flint“, la cui semplice apertura di pianoforte inaugura l’atmosfera malinconica che riempie l’intero album.

4. Futile Devices (The Age of Adz, 2010)

L’album The Age of Adz è un netto allontanamento verso regni elettronici più sperimentali. La maggior parte delle canzoni sono aggressive, ma la tranquilla e senza pretese “Futile Devices” che apre l’album rimane impressa, forse per il suo crudo contrasto. Le chitarre pizzicate e il pianoforte creano una trama dolce e intima.

3. Fourth of July (Carrie & Lowell, 2015)

Tratta dall’album più doloroso e personale di Stevens, dedicato alla morte di sua madre, “Fourth of July” è un dialogo sussurrato al capezzale. Con una melodia di pianoforte scarna e inquietante, Stevens scambia nomignoli affettuosi con la madre (“my little hawk”, “my little dove”) mentre affronta la realtà della fine. Il ritornello, “siamo tutti destinati a morire”, trasforma una tragedia personale in una meditazione universale sulla mortalità, rendendola una delle canzoni più toccanti mai scritte, come riconosciuto dalla critica specializzata come Pitchfork.

2. Casimir Pulaski Day (Illinois, 2005)

Gran parte della bellezza di Illinois deriva dall’uso di riferimenti storici come fondali per storie personali. In “Casimir Pulaski Day”, Stevens racconta la storia di un amante che muore di cancro durante la festa omonima. L’autore lotta con i suoi sentimenti di amore, vergogna e senso di colpa religioso. Accompagnato dal banjo, è una delle canzoni più riconoscibili ed emotivamente potenti di Stevens.

1. John Wayne Gacy, Jr. (Illinois, 2005)

È difficile creare un’opera d’arte che faccia provare compassione per un serial killer, ma Stevens ci riesce. Lo scopo di “John Wayne Gacy, Jr.” non è perdonare, ma umanizzare il mostruoso. Nella strofa finale, Stevens capovolge la narrazione su sé stesso, cantando “And in my best behavior / I am really just like him / Look beneath the floorboards / For the secrets I have hid”. È un riconoscimento che anche il male ha un’origine. Musicalmente, è uno dei brani più evocativi e inquietanti di Stevens, con una voce che sembra tremare sull’orlo delle lacrime.

 

Immagine di copertina: Flickr

Articolo aggiornato il: 11/09/2025

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A proposito di Valeria

Valeria Vacchiarino (1999), studia Lingue e Culture dell'Europa e delle Americhe a L'Orientale di Napoli, città che ormai considera la sua seconda casa. Amante dei libri, del cinema e del teatro, ha una grande passione per la musica jazz.

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