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Gli invisibili e la loro seconda morte

Per alcuni giorni sono stati soltanto “quattro migranti”. Oppure “tre afghani e un pakistano”. In alcuni casi semplicemente “quattro stranieri bruciati vivi”. Una definizione che sembrava sufficiente a raccontare chi fossero le vittime della strage di Amendolara. E invece non bastava.

Vittima Età Origine
Amin Fazal Khogjani 28 anni Afghanistan
Ullah Ismat Qiemi 19 anni Afghanistan
Safi Iayjad 27 anni Afghanistan
Waseem Khan 29 anni Pakistan

 

Oltre le etichette: i nomi dietro la strage

Dietro quelle etichette c’erano quattro persone. Avevano un nome, un’età, una storia, una famiglia e, soprattutto, avevano attraversato mezzo mondo per arrivare in Italia, affrontato guerre, povertà, frontiere e trafficanti. Erano sopravvissuti ai deserti, alle montagne e alle rotte migratorie. Sono morti in Calabria, bruciati vivi all’interno di un minivan, dopo aver chiesto di essere pagati per il lavoro svolto. I 4 uomini uccisi si chiamavano Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi, 19 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, 29 anni.

Per fortuna i loro nomi sono emersi. Per fortuna qualcuno ha fatto il proprio mestiere fino in fondo, scegliendo di raccontare non soltanto il crimine, ma anche le persone che ne sono state vittime. Perché il giornalismo migliore non si limita a inseguire la cronaca giudiziaria, ma restituisce umanità a chi rischia di essere ridotto a una categoria. La tragedia si è consumata lunedì scorso ad Amendolara, lungo la Statale 106 jonica. Cinque braccianti agricoli viaggiavano a bordo di un minivan dopo una mattinata trascorsa nei campi. Lavoravano nella raccolta delle fragole tra la Calabria ionica e il Metapontino lucano. Secondo la ricostruzione fornita dall’unico sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, afghano di 35 anni, i lavoratori non ricevevano il salario da oltre un mese e mezzo. Avevano protestato e chiesto ciò che dovrebbe essere ovvio in qualsiasi Paese civile: essere pagati per il proprio lavoro. Secondo le accuse, quella richiesta sarebbe stata considerata una sfida da punire.

La dinamica della tragedia e il sistema del caporalato

Taj ha raccontato agli investigatori e ai giornalisti una scena che sembra appartenere più alla cronaca delle organizzazioni mafiose e agromafie che a quella del lavoro agricolo. I cinque uomini sarebbero stati condotti in un’area di servizio. La benzina sarebbe stata versata sul mezzo e le uscite bloccate per appiccare poi il fuoco. Lui si è salvato per miracolo, riuscendo a fuggire attraverso il portellone posteriore rimasto aperto. Gli altri quattro sono morti tra le fiamme. Immaginate! Una morte atroce. La vicenda ha riportato al centro dell’attenzione il tema del fenomeno del caporalato in Italia e dello sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne italiane. Un sistema che da decenni alimenta intere filiere agricole e che continua a prosperare grazie alla vulnerabilità di persone che dipendono dai caporali per il trasporto, per l’alloggio, per il lavoro e spesso perfino per la permanenza regolare sul territorio.

Nei giorni successivi alla strage si è parlato molto dei presunti responsabili, delle indagini, dei collegamenti con il mondo del caporalato, delle eventuali infiltrazioni criminali. Si è discusso di decreti flussi, di immigrazione, di sicurezza, di controlli mancati. Tutti temi legittimi. Molto meno spazio è stato dedicato alle persone che erano morte. Per ore, e in alcuni casi per giorni, i quattro uomini sono rimasti senza volto e senza nome nel racconto pubblico. Erano definiti attraverso la loro provenienza geografica o la loro condizione amministrativa: afghani, pakistani, migranti, stranieri. Una scelta che può apparire normale ma che in realtà rivela un meccanismo profondo legato alla percezione dei diritti umani.

Quando una tragedia colpisce cittadini italiani, la prima domanda che ci si pone è quasi sempre: chi erano? Si cercano fotografie, testimonianze, ricordi. Si raccontano le loro passioni, i loro sogni, il loro lavoro, gli affetti lasciati dietro di sé. Quando invece le vittime appartengono agli ultimi, ai poveri, agli sfruttati, agli stranieri, spesso il loro nome sembra diventare secondario. È sufficiente sapere da quale Paese arrivavano, come se la nazionalità sostituisse l’identità personale, come se il passaporto fosse più importante della persona. Eppure Amin non era soltanto un afghano, Ullah non era soltanto un migrante, Safi non era soltanto un bracciante, Waseem non era soltanto un pakistano. Questo processo di deumanizzazione favorisce forme di schiavitù moderna e sfruttamento lavorativo.

Da Steccato di Cutro ad Amendolara: il valore della dignità

Erano uomini giovani. Due di loro non avevano ancora compiuto trent’anni. Uno aveva appena diciannove anni. Avevano famiglie che aspettavano le loro telefonate, genitori che contavano sul denaro inviato dall’Europa, fratelli, amici, persone che oggi piangono una perdita immensa. La loro morte richiama inevitabilmente un’altra tragedia avvenuta in Calabria pochi anni fa: il naufragio di Steccato di Cutro. Cento chilometri e tre anni separano i due eventi. A Cutro il mare ha restituito decine di corpi. Ad Amendolara è stato il fuoco a uccidere. In entrambi i casi, però, emerge la stessa domanda: quanto vale la vita di chi si trova ai margini? A Cutro morirono persone che cercavano di entrare in Europa. Ad Amendolara sono morti uomini che quell’Europa l’avevano raggiunta e che credevano di aver finalmente trovato un lavoro. Erano sopravvissuti al viaggio, ma non al sistema di oppressione sociale che hanno incontrato una volta arrivati. Per questo la pubblicazione dei loro nomi assume un significato che va oltre la semplice cronaca, perché restituire un nome significa restituire dignità umana, ricordare che dietro ogni categoria esiste una persona, dietro ogni etichetta c’è una storia e dietro ogni numero c’è una vita che merita solidarietà.

Amin Fazal Khogjani. Ullah Ismat Qiemi. Safi Iayjad. Waseem Khan.

Ripetere i loro nomi non cambierà ciò che è accaduto, non restituirà queste vite alle loro famiglie, non cancellerà il dolore né le responsabilità ma impedirà almeno che la loro seconda morte, quella dell’oblio e dell’anonimato, si consumi nel silenzio. È un atto di inclusione sociale postumo ma necessario.

Resistenza

Sono tornati al paese natale,
pochi secondi prima della morte,
come se il viaggio fosse già scritto
nella cenere del ritorno.
La cronaca accumula materiali scandalosi
come rovine della colonizzazione
e della schiavitù mai finite.
Allo straniero si dice
che è solo uno straniero,
un sottouomo senza nome,
senza volto, invece,
i loro nomi resistono
al vento inutile della storia:
Amin, Ullah, Safi, Waseem,
sono fiori di sangue nel campo
dei diritti negati e
torneranno come ribellione,
come grido vegetale
sbocceranno
i loro nomi
dalla ferita della terra.

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