Sta circolando sui social e in televisione il video di Fakir, il quarantenne morto dopo un fermo di polizia. Non voglio entrare nel merito di quella vicenda, perché saranno la magistratura e le indagini ad accertare responsabilità e dinamica dei fatti. Quel video, però, mostra un uomo profondamente agitato. Pronuncia frasi sconnesse, appare in evidente stato di sofferenza e, a tratti, sembra quasi chiedere aiuto. È un’immagine che colpisce e che dovrebbe spingerci non soltanto a cercare la verità su quanto accaduto, ma soprattutto a interrogarci su come il nostro Paese affronti il disagio mentale e sulle risposte che il welfare state e la psichiatria territoriale sono realmente in grado di offrire per la corretta gestione del paziente psichiatrico.
| Soggetti coinvolti | Criticità del sistema | Soluzioni necessarie |
|---|---|---|
| Famiglie dei pazienti | Abbandono istituzionale, liste d’attesa e mancanza di supporto psicologico continuo. | Presa in carico tempestiva e assistenza domiciliare. |
| Dipartimenti di Salute Mentale | Carenza di psichiatri, psicologi e risorse economiche territoriali. | Rafforzamento netto delle équipe multidisciplinari. |
| Forze dell’ordine | Gestione impropria di emergenze sanitarie trattate come questioni di ordine pubblico. | Integrazione con unità mobili psichiatriche e soccorso sanitario. |
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La solitudine delle famiglie e la crisi dei Centri di Salute Mentale
Vorrei partire da un altro aspetto. Leggo molti commenti che affermano: “La famiglia avrebbe dovuto accompagnarlo in una struttura”, “I parenti avrebbero dovuto fare di più”. Ogni volta mi rendo conto di quanto poco si conosca la realtà che vivono migliaia di famiglie italiane. Chi non ha mai attraversato questa esperienza immagina che esista una rete pronta ad accogliere chi sta male, magari garantendo un tempestivo supporto psicologico. La realtà è spesso molto diversa.
Oggi la salute mentale territoriale vive una condizione di forte sofferenza. In molte aree del Paese i Dipartimenti di Salute Mentale lavorano con personale insufficiente, i Centri di Salute Mentale non riescono a garantire una presenza continuativa, le visite di controllo vengono fissate a distanza di mesi e la presa in carico delle persone più fragili incontra ostacoli quotidiani. La carenza di psichiatri, psicologi, infermieri, educatori professionali e assistenti sociali rende estremamente difficile costruire percorsi terapeutici continuativi prescritti dalle linee guida del Ministero della Salute. Mancano équipe multidisciplinari numericamente adeguate, programmi domiciliari, interventi intensivi nelle crisi e servizi capaci di accompagnare realmente le persone nel loro progetto di vita.
A tutto questo si aggiunge una profonda disomogeneità territoriale. Esistono realtà che funzionano e altre nelle quali i servizi sono insufficienti rispetto ai bisogni della popolazione. Così il diritto alla cura finisce per dipendere anche dal luogo in cui si vive. La conseguenza è che moltissime famiglie vengono lasciate sole:
- sono genitori anziani che affrontano da soli le crisi del proprio figlio;
- sono fratelli e sorelle che cercano di sostituirsi ai servizi;
- sono madri che vivono nella paura costante che una situazione possa degenerare senza sapere chi chiamare per attivare un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) o ricevere un aiuto immediato.
Ogni giorno ricevo le loro testimonianze. Non chiedono privilegi. Chiedono di non essere abbandonate.
Il ruolo delle forze dell’ordine: emergenze sanitarie, non di ordine pubblico
In questo scenario esiste un altro tema di cui si parla troppo poco: il ruolo delle forze dell’ordine. Sono e continuerò a essere al loro fianco. Poliziotti, Carabinieri e operatori delle altre forze di polizia vengono chiamati sempre più spesso a intervenire in situazioni caratterizzate da grave alterazione comportamentale, crisi psichiatriche, abuso di sostanze o forte agitazione psicomotoria. Ma queste non sono, prima di tutto, emergenze di ordine pubblico. Sono emergenze sanitarie e sociali.
Le forze dell’ordine intervengono per garantire la sicurezza delle persone presenti, della persona in crisi e degli stessi operatori. Tuttavia, troppo spesso si trovano ad agire in contesti dove manca un intervento sanitario tempestivo e integrato. Non è ragionevole pensare che possano sostituirsi agli psichiatri, agli psicologi, agli infermieri di salute mentale o alle équipe territoriali. Il loro compito è diverso e il sistema non può continuare a scaricare su di loro responsabilità che appartengono alla sanità e al welfare istituzionale.
Prevenzione e soluzioni per la psichiatria territoriale
Il caso Fakir richiama con forza proprio questo tema: quando una persona manifesta una evidente condizione di sofferenza psichica, l’intervento non può limitarsi alla gestione dell’emergenza improvvisata da un pronto soccorso psichiatrico di fortuna. Occorre una rete capace di intervenire prima, durante e dopo la crisi, mettendo insieme competenze sanitarie, sociali e di sicurezza pubblica. Il problema, infatti, nasce molto prima dell’episodio acuto.
Nasce quando una famiglia chiede aiuto e trova liste d’attesa. Nasce quando una presa in carico viene rinviata per mancanza di personale. Nasce quando i servizi territoriali non hanno risorse sufficienti per seguire le persone in maniera continuativa. Nasce quando la prevenzione viene sacrificata e si interviene soltanto davanti all’emergenza.
La ricerca scientifica ci dice che investire nella salute mentale significa ridurre le ospedalizzazioni, diminuire le crisi acute, migliorare la qualità della vita delle persone e alleggerire anche il lavoro delle forze dell’ordine e dei pronto soccorso. Per questo è necessario:
- rafforzare la medicina territoriale;
- aumentare il personale nei Dipartimenti di Salute Mentale;
- potenziare gli interventi domiciliari;
- sviluppare unità mobili dedicate alle crisi psichiatriche;
- integrare stabilmente servizi sanitari, servizi sociali e istituzioni locali;
- investire nella prevenzione e garantire continuità assistenziale.
Il fallimento dello Stato dopo la Legge Basaglia
La Legge Basaglia (nota anche come Legge 180) non aveva immaginato semplicemente la chiusura dei manicomi ma aveva immaginato un modello completamente diverso: una comunità capace di prendersi cura delle persone attraverso servizi diffusi, vicini ai cittadini, multidisciplinari e realmente accessibili. Quel progetto, però, è rimasto incompleto. Bisogna dire che non ha fallito Franco Basaglia, ha fallito uno Stato che, dopo aver chiuso i manicomi, non ha investito con la stessa determinazione nella costruzione della rete territoriale prevista dalla riforma.
Ha fallito un sistema che ha progressivamente ridotto personale e risorse. Ha fallito un welfare che troppo spesso arriva quando la crisi è già esplosa. Per questo il dibattito non può limitarsi alla ricerca delle responsabilità di un singolo episodio, che spetta esclusivamente alla magistratura accertare.
La vera domanda è un’altra: quante tragedie dovranno ancora verificarsi prima di comprendere che la salute mentale deve diventare una priorità nazionale?

