Ogni guerra provoca danni incalcolabili all’uomo e all’ecosistema in cui vive. Parlare dei danni della guerra sull’ambiente non è facile pensando alle persone che hanno perso la vita, ai feriti, ai malati, ai rifugiati, ma è un ulteriore e grave costo legato alla sostenibilità ambientale da sostenere a breve e lungo termine. In realtà, non occorre arrivare necessariamente alla guerra: la costruzione, l’utilizzo e la movimentazione di interi apparati militari in tempi di pace causa gravissimi danni all’ambiente a livello ecologico e climatico.
| Causa dell’Impatto Militare | Consumi, Emissioni e Danni Reali |
|---|---|
| Carro Armato Leggero | Consuma 300 litri ogni 100 km, immettendo 600 kg di CO2. |
| Caccia Bombardiere (es. F-35) | Usa oltre 400 litri ogni 100 km (circa 28.000 kg di CO2 a missione). |
| Inquinamento Chimico/Nucleare | Macerie tossiche, rilascio di scorie radioattive, acqua non potabile. |
| Trattati Internazionali | Le emissioni militari sono spesso escluse dai report ufficiali (es. COP26). |
Il consumo di risorse e l’inquinamento nucleare
Tra i principali danni che i conflitti armati provocano a livello ambientale c’è il notevole consumo di energia da fonti fossili. Petrolio e gas naturale sono consumati in grandissime quantità per il trasporto, le esercitazioni militari e la logistica durante i combattimenti. Non va assolutamente dimenticato l’inquinamento atmosferico e del suolo, dove macerie contenenti sostanze tossiche si disperdono nell’atmosfera e a contatto con le falde acquifere rendono l’acqua non potabile.
Ma il danno che più si teme parlando di guerra resta l’inquinamento di tipo nucleare e radioattivo. Oltre ad un effetto drastico e mortale immediato sulla popolazione, la natura e il paesaggio, i suoi danni si prolungano drammaticamente nel tempo. I residui nucleari e radioattivi permangono sul territorio per decenni e costituiscono un enorme pericolo per gli interi ecosistemi. Asma e malattie polmonari, tumori e cancro, malformazioni e malattie genetiche sono una ferita ancora aperta nella memoria di chi ha vissuto negli anni del disastro nucleare di Chernobyl, e le conseguenze ricadono pesantemente ancora oggi.
Qualche dato sull’inquinamento ambientale militare
Per riflettere in maniera concreta sui danni della guerra sull’ambiente e avere un’idea dei consumi legati ai mezzi militari, basta pensare che un carro armato leggero consuma ben 300 litri di combustibile per percorrere soli 100 chilometri, immettendo oltre 600 kg di CO2 nell’atmosfera. Un caccia F-35 utilizza oltre 400 litri di carburante ogni 100 chilometri, producendo un’enorme quantità di gas serra e anidride carbonica: circa 28.000 chilogrammi per ogni singola missione di volo. Sorprendentemente, le emissioni militari di gas inquinanti non sono sempre conteggiate in modo rigoroso nei trattati internazionali sul clima, come alla COP26.
L’inquinamento militare mondiale risulta quindi essere gravemente sottostimato. Proprio per questo motivo, l’Osservatorio sui Conflitti e l’Ambiente (Conflicts and Environment Observatory) ha promosso iniziative e raccolte firme per costringere i Governi mondiali a rendicontare e ridurre le loro emissioni militari. In un’epoca dominata dall’emergenza del cambiamento climatico e dal surriscaldamento globale, molti cittadini e associazioni chiedono una riduzione delle spese militari affinché tali fondi vengano investiti per tutelare l’ambiente e le persone.
Eppure, la corsa agli armamenti post-pandemica ha accentuato la competizione tra Stati, innescando una spirale di potenziamento militare. Persino la Commissione Europea sta valutando se considerare parte del settore della Difesa come sostenibile per facilitarne i piani di finanziamento, una mossa aspramente criticata da chi vorrebbe catalogare tali spese come socially harmful (socialmente dannose).
I danni della guerra sull’ambiente: l’esempio ucraino
Il 2022 è stato tragicamente segnato dallo scoppio del conflitto in Ucraina, una regione che peraltro era già considerata tra i Paesi più inquinati e critici d’Europa. Prima della guerra, la qualità dell’aria era giudicata mediamente pericolosa dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), con un inquinamento paragonabile a quello di uno stato fortemente industrializzato e concentrazioni di particolato fine (PM2.5) doppie rispetto ai limiti raccomandati. La guerra ha costretto i governi europei a riconsiderare fonti energetiche altamente inquinanti per superare le dipendenze geopolitiche: si è tornati a parlare di riaprire le centrali a carbone e di aumentare le trivellazioni offshore per sfuggire ai ricatti di Vladimir Putin.
I danni diretti sul suolo ucraino sono stati evidenti fin da subito. La mattina del 21 marzo 2022, ad esempio, un bombardamento russo ha provocato una drammatica fuoriuscita di ammoniaca in un impianto chimico a Sumy. Poiché l’Ucraina ospita innumerevoli miniere e complessi siderurgici e chimici, gli attacchi su queste infrastrutture sprigionano fumi tossici devastanti. La regione de Il Donbass, nota per i suoi immensi giacimenti di carbone e i tunnel sotterranei, rischia letteralmente di sprofondare a causa delle bombe, provocando infiltrazioni chimiche letali per le risorse idriche di un’intera nazione.
Un problema già noto: scorie e industria chimica
Un’ultima nota serve per comprendere la portata storica e premeditata del problema: già nel 2015, la Banca Mondiale aveva sollevato la questione della vulnerabilità ambientale della parte orientale dell’Ucraina. Nel territorio si contano oltre 170 impianti chimici ad alto rischio e più di cento siti contenenti materiali radioattivi, senza contare l’enorme pericolo rappresentato dai 15 reattori nucleari civili ucraini attivi. Una rottura di tali impianti produrrebbe un fallout radioattivo su scala continentale.
Il Conflict and Environment Observatory, sottolinea costantemente che l’apparato militare globale sfrutta ingenti quantità di carburanti fossili ed enormi scorte energetiche, producendo un costo ambientale incalcolabile non solo nel momento dello sparo, ma in tutta la filiera di produzione, stoccaggio, trasporto logistico e smaltimento degli armamenti.
“Dopo il conflitto conteremo i morti per inquinamento”, ha amaramente dichiarato Daniele Baldi, referente della Società Italiana di Geologia Ambientale. In conclusione, i danni della guerra sull’ambiente si manifestano in una molteplicità di forme devastanti: dalla distruzione irreversibile degli ecosistemi, all’inquinamento persistente di suolo, aria e acqua dolce, sino al drastico aumento delle emissioni climalteranti che peggiorano il riscaldamento globale condannando le generazioni future.
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