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Eroica Fenice

La categoria Attualità contiene 1121 articoli

Attualità

Il diario di Anna Frank: scoperte due pagine segrete

Sono passati 72 anni dalla pubblicazione del Diario di Anna Frank, una delle testimonianze più celebri della tragedia dell’olocausto. Un testo che testimonia il tentativo di sopravvivere nel clima del terrore antisemita, ma senza dimenticare il fatto che ci troviamo pur sempre davanti al diario di una ragazza adolescente con le sue sensazioni ed emozioni. A sostegno di ciò sono state scoperte, dalla Fondazione Anne Frank di Amsterdam, due pagine inedite del Diario che ora vedono la luce. Storia e composizione del Diario di Anna Frank Anne ha da poco compiuto 13 anni quando, dopo essersi rifugiata con la famiglia da Francoforte ad Amsterdam, inizia a scrivere il suo Diario il 12 giugno del 1942. Nel 1944 inizia a riordinare gli appunti in vista di una pubblicazione delle sue memorie, ma il 4 agosto dello stesso anno la Gestapo scopre il nascondiglio della famiglia che viene deportata ad Auschwitz. Anne muore nel 1945. Otto Frank, il padre, fa pubblicare la prima edizione del Diario di Anna Frank nel 1947, grazie anche all’interessamento della famiglia che ospitò la famiglia di Anna. La prima edizione italiana è del 1954, pubblicata da Einaudi con la prefazione di Natalia Ginzburg. Un’Anna Frank segreta Le pagine in questione del Diario consistono in due fogli di cartoncino corrispondenti alle pagine numero 72 e 73 della prima versione del diario (conosciuta anche come “versione del taccuino”). Sono state scoperte nel 2016 e, grazie alle avanzate tecnologie dell’istituto Hyugens e il NIOD, si è riusciti a decifrare il testo. Si è così scoperto che Anna Frank ha dedicato un piccolo spazio delle sue memorie per appuntare barzellette sconce e pensieri riguardanti la sessualità. Ecco un esempio: «Sai perché ci sono ragazze delle Forze armate tedesche nei Paesi Bassi? Per fare da materasso ai soldati». Riusciamo a scoprire un lato trascurato di Anne Frank, quello della sua giovinezza e dei pensieri tipici della sua età, nonché delle prime scoperte riguardanti il proprio corpo. Quando parla delle sue prime mestruazioni afferma che «Sono il segnale che una ragazza è pronta a fare sesso con un uomo, ma non prima del matrimonio». Parla persino della prostituzione, che conosce grazie al padre Otto: «Per strada ci sono donne che parlano con loro (gli uomini) poi se ne vanno insieme. A Parigi, ci sono case molto grandi per questo. Papà ci è stato. Ci sono ragazze che vendono questa relazione». Testimonianza di umanità Una scoperta sorprendente e che ci offre un’immagine differente di uno dei simboli della Shoah, quella di una ragazzina nel pieno della scoperta fisica e sessuale tipica della sua età. Quello del diario, in fin dei conti, è forse il più intimo e personale di tutti i generi letterari ed è normale trovare anche qualche appunto un po’ più “sentito”. Ma è proprio questa intimità a ribadire la legittimità di Anne Frank, la cui immagine è stata oggetto di un’inumana degenerazione negli ultimi tempi (ci riferiamo all’indegna operazione compiuta dagli ultrà della Lazio, che hanno usato una foto della ragazza per […]

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Eventi nazionali

Salone internazionale del libro di Torino 2018: alla kermesse libraria presente tutto il panorama editoriale italiano

“Un giorno, tutto questo…” è lo slogan del Salone internazionale del libro di Torino 2018, che partirà oggi, giovedì 10 maggio, e si concluderà lunedì 14. Un giorno, tutto questo sarà bellissimo, oppure sarà in pericolo. Un giorno, tutto questo sarà il migliore dei mondi possibili, dove poter vivere felici con in nostri figli, o magari sarà perduto. Obiettivo del salone sarà infatti “parlare della costruzione di un futuro comune in cui sia sensato vivere”. Il capoluogo piemontese ospiterà per cinque giorni editori, scrittori, scienziati, registi, premi Nobel e Oscar provenienti da ogni parte del mondo, a testimonianza della grande risonanza dell’evento. Risonanza frutto dell’impegno dell’Associazione Editori Amici del Salone Internazionale del Libro, che ha creduto nel progetto fin da subito. “Ci saranno sia gli editori indipendenti che i grandi gruppi. Chi sarà a Torino in questo periodo verrà a contatto con l’intera scena editoriale italiana. È un motivo d’orgoglio, nonché la conferma di 31 anni di storia e tradizione, che gli editori italiani abbiano scelto Torino per ritrovarsi tutti insieme sotto lo stesso tetto”, spiegano gli organizzatori. Salone internazionale del libro di Torino 2018 2018: cinque grandi domande sul mondo contemporaneo Il presidente Massimo Bray e il direttore Nicola Lagioia hanno pensato ad una manifestazione che non sia solo una vetrina di eventi, ma un grande produttore di contenuti culturali:“Abbiamo chiesto alle migliori menti del nostro tempo di rispondere a cinque grandi domande sulla contemporaneità, fondamentali per il tempo che ci attende”. Cinque le parole chiave attorno alle quali ruotano tali quesiti: identità, nemico, mondo, scienza/religione e arte. La prima domanda è “chi voglio essere?”: in quest’epoca del culto di sé, chi aspiriamo a essere? La seconda questione è “perché mi serve un nemico?”: i confini ci proteggono oppure ci impediscono di incontrarci e cooperare? Il terzo interrogativo è “a chi appartiene il mondo?”: tra cent’anni la Terra potrebbe essere meno accogliente: il divario tra ricchi e poveri sta diventando sempre più evidente e milioni di persone saranno costrette a lasciare la propria casa. Il quarto quesito è “dove portano spiritualità e scienza?”: scienza e religione hanno forgiato la nostra storia e il nostro pensiero. Ma sono state usate anche come strumenti di oppressione. Infine la quinta domanda è “che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?”: la creazione artistica può bastare a se stessa o deve porsi l’obiettivo di cambiare le cose? Con testi, immagini, tracce audio e video, gli intellettuali interpellati hanno fornito le loro risposte che comunicheranno durante le giornate del Salone, grazie al contributo dei consulenti editoriali Paola Caridi, Ilide Carmignani, Mattia Carratello, Giuseppe Culicchia, Valeria Parrella, Fabio Geda, Alessandro Grazioli, Giorgio Gianotto, Loredana Lipperini, Giordano Meacci, Eros Miari, Francesco Pacifico, Christian Raimo, Lucia Sorbera, Rebecca Servadio, Annamaria Testa. Alle domande sarà destinato un luogo preciso: il Duomo delle Officine Grandi Riparazioni di corso Castelfidardo, recuperate e rilanciate come polo artistico e culturale dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, e le Ogr della Fondazione Crt , dedicate invece alla parte musicale. Lo scorso anno, con […]

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Attualità

Lingua slovena a scuola: lo ha stabilito il Miur

Accogliendo la richiesta dell’Ufficio scolastico regionale del Friuli Venezia Giulia, con una nota ufficiale il Miur ha stabilito “Il riconoscimento ordinamentale dell’insegnamento dello sloveno come seconda lingua comunitaria nella scuola secondaria di primo grado”. Tale decisione trae origine dalla legge 53 del 2003 (art.2, comma 1), la quale sancisce lo studio di una seconda lingua dell’Unione europea per gli studenti delle scuole medie. Ora, fra le tradizionali lingue comunitarie che costituiscono materia di studio, è stato inserito anche lo sloveno, dopo che già da alcuni anni l’idioma della vicina repubblica veniva insegnato in due scuole triestine. Parliamo della scuola Rismondo di Melara, parte dell’Ic Istituto comprensivo Iqbal Masih, e della scuola Sauro di Muggia, all’interno dell’Ic Giovanni Lucio. Come spiega Andrea Avon, dirigente scolastico dell’Iqbal Masih, “La sperimentazione, grazie all’attivazione di un gruppo di ricerca e alla supervisione di un comitato tecnico-scientifico formato da esperti delle università e degli enti di ricerca a cavallo del confine, ha prodotto libri di testo tarati sulle scuole medie, ma anche la guida metodologica per il loro uso: prima c’erano solo testi rivolti agli adulti”. “Dopo la fase sperimentale, i tempi sembravano maturi per inserire lo sloveno come seconda lingua comunitaria. Un’organizzazione sindacale ha però manifestato la propria contrarietà, motivata con l’affermazione che quella slovena non è una lingua comunitaria, bensì minoritaria. C’era inoltre preoccupazione per un’eventuale riduzione delle cattedre di insegnamento delle altre lingue straniere”, aggiunge Marisa Semeraro, dirigente scolastica dell’Ic Giovanni Lucio. Un primo spiraglio si è intravisto lo scorso settembre con Valeria Fedeli, Ministro dell’Istruzione, ospite in quell’occasione al Teatro Stabile Sloveno di Trieste, con il primo saluto ufficiale da parte di un ministro dell’Istruzione italiano alla comunità slovena in Italia. Il Ministro riconosce nella questione “un problema che dobbiamo affrontare, perché adesso qualche difficoltà c’è, probabilmente anche in termini di capacità di costruire clima e merito. È importante sottolineare che l’insegnamento sarà portato laddove ce ne sarà richiesta da parte dei genitori”. La lingua slovena arriva in classe Oggi, in base alla decisione del Miur, l’insegnamento di tale materia nelle scuole è da ritenersi “pacifico”, ma deve rispondere a tre requisiti: in primis, la cattedra in questione deve risultare “priva di titolare”. Inoltre, non devono essere presenti “nella provincia docenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato in attesa di sede definitiva”. Infine, non devono venire a crearsi “situazioni di soprannumerari età”. In effetti, da un simile provvedimento, si aprirebbero diverse questioni da affrontare, come il reclutamento degli insegnamenti di lingua slovena, la definizione delle graduatorie e l’attivazione di ulteriori concorsi. Dal prossimo anno scolastico quindi, oltre all’inglese, al francese e al tedesco, gli studenti potranno scegliere di cimentarsi nell’apprendimento della lingua slovena che, da lingua di minoranza, ha finalmente acquisito lo status di lingua della comunità europea.

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Attualità

Libera contro le mafie: le parole graffianti di don Ciotti a Copenaghen

Baciato dal sole, accarezzato dal vento, don Ciotti fa tappa all’Università di Copenaghen. Parla a braccio, senza interprete. La sala è gremita di italianisti, conquistati sin dal titolo del suo testo appena tradotto in danese: Håbet er ikke til salg, “La speranza non è in vendita”. Un motto che racchiude anche il senso del suo intervento, svolto in senso autobiografico senza però (s)cadere nell’autoreferenziale. Sottolinea, infatti, a più riprese che il soggetto di ogni azione è un “noi” collettivo, fedele al suo primo progetto diventato realtà, ormai ben 53 anni fa. Soggetto e oggetto del discorso è la prima tappa del percorso di don Ciotti: il gruppo Abele, che già nel termine “gruppo” rivendica la voce dell’associazione. Raccontando come esso nacque, svela di esser stato “provocato da una storia umana”, in prima persona. La missione di don Ciotti Il giovane Luigi aveva 17 anni e andava a scuola a piedi, a Torino, quando, in una grigia mattina, si accorse di un uomo su una panchina. Un clochard che a quei tempi si cominciava a chiamare “barbone”, proprio perché non curava la barba. Quell’uomo era sempre solo, ma in una dimensione più profonda non lo era mai, perché aveva sempre con sé dei libri, che leggeva avidamente e sottolineava con una matita rossa e blu. Un giorno Luigi gli chiese se volesse un caffè. L’uomo non rispose. E così per dodici giorni di “testardaggine reciproca”, finché poi ruppero il ghiaccio e venne a scoprire la sua storia. Quell’uomo era un medico, “bravissimo, generoso e competente”, che nel bel mezzo del cammin della sua vita fu travolto da una tempesta e si autoescluse dalla società. Aveva il terrore delle “bombe”, i cocktail che allora iniziavano ad andare di moda tra i giovani, mix letali di droghe sintetiche ed alcol. «Dovresti fare qualcosa per loro», disse un giorno il medico senza nome, e una settimana dopo la panchina rimase vuota, e Luigi capì che il suo amico era morto, e che quella preoccupazione che gli aveva confidato era un monito sul da farsi, una missione da abbracciare. Contro ogni Caino spacciatore nacque dunque il Gruppo Abele, nel 1965. Per fare qualcosa per loro. «Non basta commuoversi, bisogna muoversi», afferma con fermezza, mimando con un gesto deciso della mano la prontezza che di fronte alle tragedie bisogna dimostrare. Nello stesso spirito di un rinnovato «noi che vince», trent’anni dopo nasce Libera, il 25 marzo 1995. Un’associazione apartitica, non governativa, contro i cosiddetti “cittadini a intermittenza” che fanno della legalità una cosa malleabile a piacimento,  discutibilmente “sostenibile”. Torna con la memoria al sanguinoso 1992, quando a Gorizia, per un corso di formazione, viene chiamato Giovanni Falcone, reduce dal losco colpo di mano che, per un voto, lo allontanerà dalla Procura di Palermo dirottandolo a Roma. È per prendere insieme un caffè a Roma o a Palermo che don Ciotti e Falcone si danno appuntamento a Gorizia, nel ’92. Ma arriva il 23 maggio, e poi il 19 luglio, ed arrivano prima di quel caffè che non […]

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Il Nobel per la letteratura 2018 non verrà assegnato: lo scandalo molestie e la crisi dell’Accademia

Dopo la singolare vicenda di Bob Dylan, vincitore nel 2016 e sostituito alla cerimonia ufficiale di consegna dalla collega Patty Smith, il premio Nobel per la letteratura continua a far discutere: quest’anno non verrà assegnato. “The Nobel Prize in Literature 2018 has been postponed”, twitta l’account ufficiale dell’Accademia svedese: infatti, il premio del 2018 verrà assegnato il prossimo anno, insieme a quello del 2019. Perché l’Accademia non assegnerà il premio Nobel per la letteratura quest’anno? Istituito dal testamento di Alfred Nobel nel 1895 (insieme a quello per la pace, la medicina, la fisica, la chimica e l’economia), il premio Nobel per la letteratura viene assegnato ogni anno dall’Accademia di Svezia: quest’anno, però, farà eccezione. Un caso storico, sì, ma non l’unico. Non è, infatti, la prima volta che il Nobel per la letteratura non viene assegnato, ci sono stati altri sette casi (nel 1914, 1918, 1935 e dal 1940 al 1943), mentre è stato rifiutato ben due volte (nel 1958 da Boris Pasternak, costretto dal governo dell’Unione Sovietica e nel 1964 da Jean-Paul Sartre). Prima nella storia del premio è, invece, la motivazione con la quale è stato giustificato lo slittamento della nomina all’anno prossimo. Lo scorso novembre, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito della giurata Katarina Frostenson (poetessa eletta nel 1992 membro dell’Accademia svedese) è stato accusato da 18 donne di aggressioni sessuali. A queste accuse, pubblicate dal quotidiano svedese Dagens Nyheter, se ne somma un’altra, autorevole e pericolosa: quella della principessa Victoria di Svezia che denuncia di essere stata avvicinata e molestata, nel 2006, proprio dal fotografo. Chiare sono, dunque, le intenzioni dell’Accademia di prendere le distanze dall’uomo, anche in virtù dei finanziamenti, interrotti pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo, che questa destinava al centro culturale Forum, gestito da Arnault e dalla moglie Frostenson. Sono tempi duri per l’Accademia, che si trova nella condizione di non avere membri attivi sufficienti alla formazione del quorum necessario per alcune deliberazioni (tra le quali comunque non rientrerebbe quella della scelta del vincitore del premio Nobel): dopo l’allontanamento della della Frostenson, altri membri (tra cui l’ex segretario Sara Danius) sono venuti meno a causa del coinvolgimento nel caso Arnault. Innegabile lo scoppio della crisi che ha portato alla discussa decisione. Un’Accademia macchiata dalle polemiche, un’Accademia che si è sporcata agli occhi dei suoi estimatori. Un’Accademia che ha fatto un passo indietro. “I membri attivi dell’Academia, nel rispetto dell’eredità unica dell’istituzione, considerano necessario modificare il loro modo lavorare”, si legge nel comunicato ufficiale. Non troppo tra le righe, si legge anche la volontà di recuperare la stima e la fiducia dell’opinione pubblica, l’intenzione di essere più attenti. Decidere di rinviare la nomina del vincitore del Nobel per la letteratura del 2018 non è una scelta che va decontestualizzata dalla posizione particolarmente delicata che l’Accademia ha occupato negli ultimi mesi, ma le polemiche non sono comunque venute meno. Quali criteri verranno considerati per designare, l’anno prossimo, il vincitore di quest’anno? Quali cautele verranno prese per far sì che uomini come Arnault non infanghino più le […]

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Attualità

Intervista ad Aurora Nobile, ballerina di “Ballando con te”

Aurora Nobile è una ragazza sedicenne di Nichelino che a suon di vittorie è giunta alla trasmissione televisiva “Ballando con le stelle”, per il torneo dedicato ai non-famosi “Ballando con te”. Ha battuto i concorrenti grazie alla bravura mostrata nelle esibizioni di Salsa Shine, un tipo di danza che le è valso nel 2016 il titolo di Campionessa Mondiale Salsa Shine per la IDO, nel 2017 quello di Campionessa italiana di Salsa Shine e negli ultimi anni il titolo di Campionessa Regionale, anche per l’hip hop e il classico. Non solo, infatti nonostante la giovane età, Aurora vanta altri numerosi trofei. Seguendo le orme del papà coreografo, ha cominciato a insegnare danza ai bambini, anche se al momento tutte le sue energie sono rivolte alla partecipazione al format televisivo. Dopo aver passato le selezioni, gareggiando con più di diecimila  ballerini, ha vinto nella sfida contro il gruppo di trenta ballerini di Ladispoli, e ora aspetta di sapere se potrà o meno continuare questa avventura a “Ballando con te”. Nel frattempo, per conoscere meglio questa giovane e semplice ragazza, le abbiamo rivolto qualche domanda. Intervista ad Aurora Nobile C’è un ballerino/a che consideri un modello di riferimento o che ti ha segnato particolarmente? Mi piace moltissimo Karen Forcano per la sua grinta e allo stesso tempo per il suo essere semplice al di fuori del mondo del ballo. Da dove nasce il sogno di dedicare la tua vita alla danza? Tutto questo è un sogno che si è sviluppato man mano nel tempo, ma che in fin dei conti ho sempre avuto fin da bambina, dato che in famiglia ballano e ballavano tutti. Cosa può insegnare la danza a una giovane donna in crescita come te? A me la danza ha insegnato la determinazione, la padronanza del corpo, l’eleganza, la sicurezza, il non arrendersi mai di fronte alle difficoltà, il sacrificio ripagato, il cercare di vincere superando se stessi non gli altri. Mi ha insegnato la libertà, la convinzione e mi ha donato la forza di portare avanti questa passione. Ritieni che la danza abbia migliorato la qualità della tua vita? In che modo? Penso che la danza abbia migliorato la mia vita dato che è soprattutto il mio punto di sfogo. Quando danzo non penso ad altro, è quel momento del giorno in cui scarico tutte le tensioni per immergermi in un mondo tutto mio. Cosa significa per te danzare? Per me la danza è poesia espressa in movimenti. Dietro le quinte, come ti prepari per andare in scena? L’attimo prima di andare in scena penso a tutti i sacrifici che ho fatto, che hanno fatto i miei genitori, al lavoro svolto fino ad ora e al cercare di trasmettere al pubblico ciò che provo io facendolo. Il mio rituale porta fortuna è la respirazione e l’autoconvinzione. Come definiresti questa esperienza a “Ballando con te”? Quest’esperienza è a dir poco magnifica, è un sogno che diventa realtà, un miscuglio di emozioni indescrivibili. È un’esperienza che auguro a tutti almeno una […]

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Attualità

Tesoro vichingo riemerso grazie a un bambino

È di poche settimana fa la sorprendente notizia di una scoperta sui generis, avvenuta in Germania: non una équipe di specialisti, ma la curiositas di un archeologo dilettante e di un tredicenne ha consentito di far riemergere un tesoro vichingo di tutto rispetto, verosimilmente appartenuto al leggendario re Harald Blåtand, meglio conosciuto come Aroldo I “Dente Azzurro”, uno degli ultimi re Vichinghi e il primo sovrano a unificare, dal punto di vista sia politico che religioso, il frammentario regno di Danimarca, nel I sec. d.C. esteso alla sola penisola dello Jutland. La casualità del ritrovamento non sminuisce la sua portata: si tratta, infatti, di un rinvenimento notevole, che si compone di centinaia di monete d’argento, collane intrecciate, anelli, perle, spille e perfino un martello di Thor, il monile della mitologia norrena carico di significati simbolici, teologici o teorico-sapienziali. L’inattesa scoperta è stata effettuata dal giovane Luca Malaschnitschenko e dal suo insegnante René Schoen, entrambi appassionati di archeologia che, alla ricerca di tesori sull’isola di Rügen, nel Mar Baltico, setacciando con un metal detector un terreno agricolo, lo scorso gennaio hanno rinvenuto quello che dapprima era apparso un insignificante pezzo di alluminio e che, invece, si è poi rivelato essere, a un esame più accurato, un esemplare d’argento del prezioso “bottino”, vecchio di mille anni. I due, avendo intuito, dopo aver ripulito il reperto dai residui terrosi, di aver individuato qualcosa di notevole, si sono diretti all’istante presso l’Istituto Archeologico di Meclemburgo-Pomerania per far valutare la moneta da archeologi professionisti, i quali hanno immediatamente compresero che Luca e il professor René si erano imbattuti in un reperto di grande valore storico ed hanno conseguentemente stabilito di predisporre una spedizione per esaminare a fondo il campo dell’isola tedesca. Un raro e preziosissimo tesoro vichingo L’isolata e insolita scoperta, pertanto, stando ai media tedeschi, ha dato l’avvio a un’operazione ufficiale delle autorità archeologiche tedesche, partita nelle prime settimane di aprile 2018. Gli scavi, che si sono concentrati su un’area di 400 metri quadrati, hanno consentito in pochi giorni di far riaffiorare alla luce dal sito in analisi un vero e proprio tesoro, ricco di monili e suppellettili, che è stato ritenuto il patrimonio appartenente al sovrano Aroldo I, che regnò tra il 958 e il 986 sull’attuale Danimarca, sul Nord della Germania, sulla Svezia meridionale e su parte della Norvegia, presumibilmente occultato dal suo entourage dopo una sconfitta sul campo: il tesoro vichingo, pertanto, potrebbe essere stato sotterrato verso la fine degli anni ’80 del IX secolo quando, a causa di una rivolta capeggiata dal figlio Sweyn Barbaforcuta, Aroldo fuggì in Pomerania, dove morì nel 987. La moneta più antica del tesoro è risultata essere un dirham di Damasco risalente al 714 d.C.; mentre la più recente, pare sia un centesimo del 983 d.C. Si tratta di «Una scoperta unica nel suo genere», come l’ha definita la squadra di archeologi del Meclemburgo-Pomerania che ha condotto lo scavo dopo la segnalazione, diretta da Michel Schirren, intervistato dall’agenzia tedesca DPA: stando alle autorità tedesche, dunque, la fortuita […]

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Smartphone: la dipendenza dalle notifiche come dall’oppio

«La dipendenza dall’uso di smartphone inizia a formare connessioni neurologiche nel cervello in modo simile a quelle che si sviluppano in coloro che acquisiscono una dipendenza da farmaci oppioidi per alleviare il dolore». Queste le parole di Erik Peper, professore di educazione alla salute presso l’università di San Francisco e autore dello studio condotto su questo tema. I risultati di sondaggi e statistiche, pubblicati dal giornale NeuroRegulation, fanno suonare il campanello d’allarme… di nuovo! Le notifiche dello smartphone creano dipendenza proprio come l’oppio Uso o abuso? Uno dei temi più ricorrenti della nostra società è legato proprio ai pro e i contro dell’utilizzo delle nuove tecnologie. Per ogni fattore positivo la questione ne ha uno negativo e il risvolto del progresso tecnologico, in  questo caso, è legato alla dipendenza. A evidenziare come l’abuso di smartphone sia simile a quello di sostanze stupefacenti è NeuroRegulation, giornale ufficiale dell’ International Society of Neurofeedback and researches. Erik Peper – primo autore di questo studio – ha condotto un sondaggio su 135 studenti prima di giungere a delle conclusioni piuttosto radicali. Di questi 135 studenti, quelli che usavano continuamente il cellulare avevano livelli più elevati di senso di isolamento, depressione e ansia. Inoltre, mentre compivano attività abituali come mangiare e studiare, guardavano sempre lo smartphone, distraendosi e ottenendo un rendimento dimezzato per entrambe le occupazioni. Causa di questo comportamento sarebbe l’arrivo di push e notifiche che ci fanno sentire come se fossimo obbligati a guardarle. Il nostro cervello, stimolato dagli impulsi delle notifiche del cellulare , avverte il messaggio di pericolo imminente. L’SOS però, in questo caso, ci avvisa delle cose più banali e, come ha affermato Erik Peper, ci dirotta. Sfruttando così i nostri recettori di pericolo, usiamo nel modo sbagliato quello che prima era sfruttato per la sopravvivenza. Non a caso il sondaggio condotto in questo ambito dimostra che la maggior parte di persone che hanno questo comportamento soffrono d’ansia. Phoneliness: la solitudine da smartphone Gli smartphone ormai sono parte integrante della nostra vita, basti pensare che guardare lo schermo del nostro cellulare è probabilmente l’ultima cosa che facciamo prima di addormentaci e la prima al risveglio. Il risultato degli ultimi studi dimostra che la dipendenza creata da queste nuove tecnologie rende queste ultime una vera  propria droga e quindi, quella che finora era pronunciata come sentenza apocalittica, adesso ha anche una base scientifica. Lo studio dà rilievo ad un’importante patologia sviluppatasi di pari passo alla diffusione degli smartphone  ovvero la cosiddetta phoneliness.  La “phone-loneliness” è però curabile. Non possiamo aspettarci che il mercato faccia qualcosa: del resto i segnali neurologici che il nostro cervello ci invia quando arriva una notifica sono pilotati proprio da chi ha la possibilità di farci leva per guadagnare. Dunque il primo passo per disintossicarci sarà riconoscere le nostre potenzialità e capire che, così come possiamo smettere di fumare, possiamo anche disattivare le notifiche sul nostro smartphone e controllarle quando più opportuno.

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In Costarica la natura fa miracoli: da una discarica nasce una foresta

A prima vista quello che si è verificato in Costarica appare un miracolo. Può una foresta rigogliosa sorgere da un terreno sterile, usato come discarica? Può. Per miracolo, o meglio per l’ineccepibile potenza della natura. Una storia quasi miracolosa in Costarica Negli anni Novanta la ditta Del Oro, azienda produttrice di succhi commerciali, era alla ricerca di una sede dove riversare i suoi scarti di arancia. Due ecologisti dell’Università della Pennsylvania, Daniel Janzen e Winnie Hallwachs, ebbero a quel punto un’intuizione decisiva: dato che l’azienda Del Oro confinava con l’Área de Conservación Guanacaste in Costarica dove loro lavoravano come consulenti, offrirono un’area dove scaricare le bucce di arancia prodotte. In cambio, la ditta Del Oro avrebbe dovuto donare al parco di Guanacaste una porzione dei loro terreni boschivi. L’area proposta dai consulenti Janzen e Hallwachs per essere utilizzata come discarica era una zona arida, quasi desertica. Dopo l’accordo, nel 1998, più di mille camion vi riversarono un’ingentissima quantità di scarti di arancia. Tuttavia l’azienda Del Oro fu denunciata da una ditta rivale (la TicoFruit) per aver inquinato con rifiuti organici il parco di Guanacaste, patrimonio dell’Unesco. La discarica fu dunque abbandonata in seguito alla delibera della Corte Suprema del Costarica. Ed è qui che si colloca il “miracolo” compiuto dalla natura. Janzen, uno dei due consulenti dell’Area de Conservación Guanacaste della Costarica, nel 2013 decise di verificare cosa ne fosse stato del luogo. Come mai? Timothy Treuer, laureando a Princeton, aveva contattato i consulenti per scrivere una tesi proprio sull’evoluzione di quella zona arida. Janzen, giunto sul luogo, scoprì che il miracolo era avvenuto davvero: al posto dell’area degradata ceduta all’azienda Del Oro nel 1998, rinvenne una foresta florida e in pieno sviluppo. In cosa consiste il “miracolo”? Le bucce di arancia hanno arricchito il suolo di micronutrienti, arginando la desertificazione del luogo. Da questa concimazione spontanea è sorta una foresta miracolosa, di alberi rigogliosi. A costo zero, la natura ha provveduto a riabilitare un’area arida, in cui nessuno riponeva più speranze. Gli scarti organici hanno aumentato del 176% la biomassa in quasi metà del terreno dove sono stati riversati. Una differenza abissale rispetto all’area utilizzata come discarica di un’azienda produttrice nel 1998, tanto da far apparire lo stesso luogo negli anni “due ecosistemi diversi”. La rivista Restoration Ecology ha pubblicato gli studi effettuati dai biologi Timothy Treuer e Jonathan Choi su questo incredibile sviluppo. Si è occupato di studiare questa singolare vicenda anche David Wilcove, che ha sottolineato l’importanza della collaborazione tra aziende private e associazioni ambientali al fine di darsi a questa intelligente forma di riciclaggio, che utilizza gli scarti produttivi per riabilitare aree naturali non valorizzate. Una vicenda unica ed emozionante, che dimostra ancora una volta di quanto la natura sopravanzi l’uomo, sostituendo la sua opera per realizzare degli autentici miracoli.

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Arriva lo Street store a Napoli per i senzatetto: cos’è e perché è importante

Non bisognerebbe mai frenare l’istinto di generosità e solidarietà che anima il buon cuore, men che meno bisognerebbe farlo giovedì 19 aprile: nel pomeriggio, verrà temporaneamente allestito nella facilmente e comodamente raggiungibile piazza Garibaldi, uno Street Store a Napoli per le persone senza fissa dimora. Si tratta a tutti gli effetti di un negozio di strada (lo Street Store a Napoli sarà il 753esimo al mondo) messo in piedi con le donazioni di abiti (e non solo) che chiunque può destinare ai senzatetto e a chi ne abbia bisogno. L’iniziativa è partita dall’associazione Leo Club (l’associazione giovanile del Lions Clubs International) del Distretto 108Ya, dalla sua nascita impegnata nell’ambito della cittadinanza attiva e dell’assistenza nelle realtà sociali più deboli e in difficoltà. Cosa c’è da sapere sullo Street Store a Napoli Abbiamo fatto qualche domanda a Mariapia Napoletano, studentessa e giovanissimo membro del Leo Club di Aversa, che ci ha detto qualcosa in più sul viaggio dello Street Store a Napoli, partendo dall’origine dell’iniziativa. Dov’è nata l’idea dello street store? E soprattutto, dov’è nata quella di esportarlo anche a Napoli? L’idea degli street store è nata a livello globale in Sud Africa. Lì i senzatetto hanno grandissime necessità e scarsissima assistenza sociale, per questo i volontari hanno dato vita a questa idea. Io l’ho vista in un corso sull’innovazione sociale che ho seguito online e me ne sono innamorata, proprio perché l’idea di base è quella di restituire dignità a queste persone, dato che anche quando vengono donati loro degli abiti, glieli buttano addosso, non li ricevono mai in modi appropriati. Questo è un modo per coinvolgere pubblicamente più persone a donare e per rendere anche le persone beneficiarie totalmente partecipi ad iniziative di questo tipo. È un’idea finalizzata ad influire in modo positivo anche a livello morale sull’umore di queste persone. Non appena ne sono venuta a conoscenza non ho potuto non pensare di portarla anche a Napoli. Anche perché ogni giovedì, i Leo e Lions organizzano in piazza Garibaldi a Napoli, dietro la stazione, l’evento Stelle in strada, che consiste nella distribuzione di pasti caldi e medicinali, vestiti quando ce ne sono, molto spesso anche visite mediche. Allora, conoscendo già la situazione che c’è alla stazione centrale non potevo perdere quest’occasione di coinvolgere più persone e spingerle a partecipare. Più persone possono venire più persone possono essere aiutate. Parlaci del Leo club, qual è il ruolo che ha svolto e svolgerà in questa iniziativa? Il Leo club è un’associazione no profit che si trova in tutto il mondo. C’è ad Aversa, c’è a Napoli e nei paesi di provincia, tanto di Napoli quanto di Caserta. Si occupa di tutte le tematiche relative alla cittadinanza attiva, il nostro obiettivo principale è quello di migliorare la società, in tutti i modi possibili: io sono socia da 6 anni e ho avuto modo di vedere tutti i lati di questa associazione. In questo caso, il ruolo di Leo club è quello di creazione e supporto del progetto. Come si svolgerà, nei fatti, […]

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