Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

Gianni Farina

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri.

Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO».

In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” .

Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono.

Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij.

Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna»

Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini.

L’intera scena si slaccia intorno a una contrapposizione continua tra il poeta Majakovskij (il suo biglietto di commiato, la sua poesia) e il “coro greco” del pettegolezzo: un contrasto perenne scandito dai passi degli attori che si contendono il centro del palco.

Gli attori in scena, Federica Garavaglia, Tamara Balducci e Leonardo Bianconi, si alternano la voce ad esasperare il pettegolezzo maligno di chi separa con insistenza la morte puramente personale del poeta dalla sua biografia letteraria contro chi non crede al suicidio considerando invece significativo il coinvolgimento politico e sociale di Majakovskij nel clima sovietico di oppressione e terrore che spazzò via tutto il fiore della poesia russa. Del poeta parlano Stalin, Marina Cvetaeva, Lev Trockij, informatori pettegoli, l’Istituto statale del cervello, Serena Vitale.

Majakovskij suicida d’amore? Majakovskij vittima della Čeka? Majakovskij odiava i pettegolezzi.

A spezzare la ricostruzione dei fatti e recuperare instancabilmente voce in capitolo, si appropria del palco Majakovskij, interpretato con grande irruenza da Mauro Milone: di fronte a un pubblico che lo deride, con i tratti del bohémien ribelle, l’impotenza del poeta è rude e noncurante, ammalato e in cattiva salute, le sue parole preannunciano implicitamente la sua fine, di uomo e di poeta. La rottura e il distacco dai suoi contemporanei sono significativi di una completa sfiducia e rinuncia all’utopia rivoluzionaria in un contesto in cui non c’è verità nemmeno nella morte. Ogni suo intervento è volto a spazzare via i pettegolezzi e, mentre legge a gran voce i suoi versi, si rivolge dichiaratamente ai posteri, affinché si appellino alla sua unica valevole arma, incontaminabile e incontaminata: la sua poesia.

Per Gianni Farina, drammaturgo e regista di Majakovskij BPM, la poesia majakovskijana non è una poesia anacronistica: sulla scia della Rivoluzione di Ottobre che Majakovskij chiamava la “sua rivoluzione”, sotto lo stendardo della passione sociale e politica che lo resero una delle voci più significative della rivoluzione russa, Vladimir M. rinuncia ad appellarsi agli uomini del suo tempo, e si rivolge a noi, i posteri: la compagnia Menoventi e Gianni Farina, non sono che il tramite di una poesia che vuole gridare la sua eterna incorruttibilità.

Fonte immagine di copertina: NTFI2020, foto di Zani-Casadio

 

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