Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

Il grillo narrante: l’esordio del Dr. Massimiliano Gaudino

“Il Grillo Narrante. Racconti, favole, poesie” questo il titolo del primo libro di Massimiliano Gaudino, edito Gruppo Albatros. Psicologo, Psicoterapeuta e Terapeuta EMDR, Massimiliano Gaudino fa del suo primo libro una sorta di continuazione anatomica di quello che è il suo lavoro. Caratterizzato da una spiccata propensione all’ascolto, dopo aver deciso di fare lo Psicologo, Massimiliano Gaudino sceglie, per svolgere il proprio mestiere, di utilizzare oltre all’udito e alla voce, anche le sue mani e non solo per la Terapia EMDR (la terapia EMDR è una terapia che utilizza la stimolazione bilaterale per permettere al paziente di rielaborare i ricordi negativi e traumatici bloccati nel cervello). Utilizzare le mani…Come? Scrivendo. Malato di vitiligine, partire dalle sue mani è stato per lui molto significativo, il coronamento di un insegnamento tratto dalla sua pelle: amarsi per tutto ciò che è. È Il Grillo Narrante un libro scritto anche per tutti quei pazienti che hanno contribuito al raggiungimento di tale consapevolezza, coloro che gli hanno permesso di “mettere le mani sul loro dolore”. Massimiliano Gaudino compie un atto di “cura” con il suo libro d’esordio Il Grillo Narrante di Massimiliano Gaudino raccoglie racconti, fiabe e poesie che toccano i più svariati temi, ma che tutti, allo stesso modo, scrutano nel profondo dell’anima di ogni uomo per risvegliarla. «Io sono un grillo, il grillo parlante. Sono una fiaba, un racconto, persino una poesia. Posso essere la voce della coscienza, la voce della tua anima. Io sono un dono: posso sorprendere, commuovere, ma anche farti arrabbiare; sono scaltro, suscito emozioni e reazioni intense, fino a farti riflettere e, se ciò accade, mi sento soddisfatto.» L’ispirazione dell’autore sono state non solo le sue esperienze personali, ma anche quelle che hanno voluto affidargli i suoi pazienti e nelle quali lui stesso è riuscito a riconoscersi nella speranza che anche a noi lettori potesse accadere lo stesso. È per questo che Massimiliano Gaudino compie con Il Grillo Narrante un atto di “cura”, una parola in consonanza con un’altra: la parola “cuore”. Le parole hanno per l’autore un peso emotivo e le parole chiavi, oltre a cura che le racchiude tutte e cuore che l’accompagna, sono: amore, silenzio, relazioni, scelte, dolore, ricordo, trasformazione, diversità… Molti sono i messaggi dei racconti de Il Grillo Narrante. Amarci per quello che siamo (dal racconto Il riccio consapevole), non avere paura del cambiamento e della trasformazione e affrontare la scelta di ciò che vogliamo essere come adulti (Bruco, crisalide, farfalla), imparare a pronunciare una parola facile da scrivere, ma difficile a dirsi (Ti chiedo scusa), praticare la reciprocità che è per l’autore l’amicizia o quella capacità di scrutare negli occhi degli altri e comprendere un po’ della loro anima, con compassione (Occhio per occhio). Parla poi senza veli, l’autore, anche di sé, del suo dolore e delle sue debolezze e riesce a unire sapienza scientifica a sensibilità umana permettendoci di trarre insegnamenti attraverso delle favole che sembrano destinate ai bambini, ma che in realtà insegnano moltissimo agli adulti. Il suggerimento che ci fa […]

... continua la lettura
Libri

Anna Giurickovic Dato al suo secondo romanzo con Il grande me

Anna Giurickovic Dato è al suo secondo romanzo con Il grande me, rigorosamente edito Fazi Editore. Con la stessa casa editrice, l’autrice aveva già conquistato un posto come finalista al Premio Brancati 2018 con il romanzo esordio “La Figlia femmina” definito “disturbante”. Nulla da smentire, ma tutto anzi da riconfermare con questa nuova opera: un talento, la penna di Anna Giurickovic Dato, che si innesta ogni volta per portarci con sé nel turbinio di una scrittura matura e intensa, realista e perciò spietata. Il grande me è la declinazione di un rapporto, quello padre-figlia, in un periodo difficile per Simone, padre di Carla, la protagonista di questo romanzo. Carla è tornata da Roma, dove è nata e vive, per recarsi a Milano ed assistere suo padre, malato di cancro, che ha adesso bisogno di cure e attenzioni. La vita diventa per lei la contemplazione, inerme, di un corpo caro consumato da un male inarrestabile. Il tempo si dilata tra le quattro mura di una casa, quella di Simone, che diventa una gabbia asfissiante, in cui si consuma il dolore, insieme al corpo di un padre e alle energie dei suoi figli – oltre a Carla, c’è sua sorella Laura e Mario, il fratello. Qui si dipanano silenziose e assillanti le paure, insieme alle infinite domande che accrescono come ombre opprimenti. Le uniche “evasioni” di Carla sono le visite in ospedale o qualche serata in compagnia di amici o di uomini dai quali le piace sentirsi desiderata: Il grande me è anche il racconto di una donna che spesso si cerca e si osserva dentro uno specchio e che nel dolore non smette mai, seppur non riuscendoci sempre, di amarsi. È inoltre l’abilità della penna di Anna Giurickovic Dato, che si eclissa dietro e dentro il personaggio di Carla, incarnandosi nelle sue emozioni e stati d’animo, a farci pensare che la protagonista de Il grande me possa essere l’alter ego della scrittrice stessa poiché sparisce, nella naturalezza della scrittura, la barriera tra lettore e protagonista. Il grande me di Anna Giurickovic Dato: fare di un padre un Dio e poi riscoprirlo bambino «Questo padre io lo abbandono, perché l’ho amato più di ogni altro, più di me stessa, perché ne ho fatto un Dio e l’unico mio Credo e mi sono compresa grazie alla sua comprensione, e mi sono riconosciuta quando lui mi ha spiegato com’ero e come sarei diventata, e mai, mai dico, ho pensato che mio padre non fosse in mio possesso: fino a ora.» L’immagine cristallizzata di un papà grande, enorme, consapevole sempre, invincibile è minacciata dalla malattia e crolla, come un castello minato alle fondamenta. Tutto d’un tratto un padre non è più un padre, non è più il papà eroico che Carla aveva conservato per sé, smette di essere un adulto e ritorna lentamente bambino: «Non è il mestiere dei figli essere padri.» È semplice quanto complessa la declinazione del rapporto tra Carla e Simone descritta da Anna Giurickovic Dato: smascherare tutta la fragilità di un […]

... continua la lettura
Culturalmente

Dea Morrigan: il corvo della battaglia

La dea Morrigan (dall’irlandese mór= grande e rígan= regina) o Grande Regina è una tra le più importanti e potenti divinità celtiche, nonché dea suprema della guerra. Al suo nome vengono attribuiti molteplici significati come per esempio “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr= incubo) o ancora “regina delle acque” (l’acqua in rapporto alle entità femminili è presente in tutte le religioni: le divinità femminili sono quelle che purificano e donano vita, proprio come l’acqua che fertilizza e risana la terra). Dai capelli lunghi e neri o folti e vermigli, la dea viene rappresentata come una donna vestita di sole piume o anche come una giovane e sensuale fanciulla. La dea Morrigan ha infatti il potere di mutare il proprio aspetto e da mutaforme può trasformarsi in anguilla, lupo o ancora in una giunonica lavandaia che lava i panni insanguinati nei pressi dei campi di battaglia. La sua forma prediletta è quella del corvo: ella sorvola i campi per divorare i cadaveri dei guerrieri. Di lei si dice che rapisse i bambini piccoli per tenerli con sé fin quando non fossero diventati valorosi cavalieri. Il suo vigore guerresco è lo stesso che investe la sua esuberante e insaziabile sessualità: pare infatti che la dea seducesse i cavalieri prima dell’inizio della battaglia per poi condurli alla vittoria. Le origini della dea Morrigan non sono ancora chiare: i significati e le versioni che le vengono riconosciuti sono molteplici e neppure gli studiosi hanno ancora trovato una concorde definizione. Dea Morrigan: Badb, Macha, Némain… e Anu Il triskel, simbolo celtico, è un vortice a tre raggi ed è la rappresentazione della triade che la dea Morrigan incarna, una triade formata dalle tre figure di Badb, Macha e Némain. Le tre immagini femminili rappresentano la nascita, la crescita e la morte quindi i tre aspetti che può assumere la dea: Vergine, Madre e Vecchia. In ambito guerresco Macha, rivestita di piume nere, esprime l’aspetto più combattivo di Morrigan ed è questo il nome con cui la dea veniva invocata in battaglia o durante gli spargimenti di sangue. Badb è invece la gigantessa che appariva ai soldati il giorno prima della battaglia, nei pressi di un corso d’acqua, intenta a strofinare gli indumenti dei guerrieri che sarebbero morti in combattimento. Nemain è infine lo spirito frenetico del caos della guerra, la cui voce guidava i soldati in battaglia. Le tre divinità non apparivano mai contemporaneamente. Al termine dello scontro la dea Morrigan assumeva l’aspetto di un corvo o di una cornacchia: presso di lei venivano raccolti tutti i cadaveri dei suoi protetti morti in guerra e il grido dell’animale era la voce della divinità che si propagava in un canto funebre lamentoso e disperato. Il corvo, come già detto, mangiava i cadaveri ma distruggerli significava trasformarli per rigenerarli. La dea Morrigan non è solo simbolo della distruzione ma anche della fertilità. La sua personalità è infatti duplice: essa è morte e nascita, buono e cattivo, positivo e negativo. È per questo che viene anche associata ad Anu. […]

... continua la lettura
Libri

Susy Zappa prosegue il suo viaggio in Bretagna in “La magia del faro”

La magia del faro è il nuovo romanzo di Susy Zappa, edito da  Il Frangente edizioni. Dopo Sein, una virgola sull’acqua. Ritratto di un’isola bretone leggendaria e Fari di Bretagna. Storie di uomini e di mare continua il viaggio della scrittrice nella leggendaria Bretagna, intorno e dentro ai fari delle sue coste per rivelarne tutta la loro magia e il loro misterioso fascino. La storia de La magia del faro ruota intorno al faro dell’isola di Wrac’h, l’isola della Strega, dove le due protagoniste del romanzo – una è Agathe, l’altra è Susy Zappa stessa – finiranno per vivere nel faro, svolgendo la vita di guardiane improvvisate, travolte dalla ricchezza di un’isola ricca di storie suggestive e di meraviglie naturali. Susy Zappa, appassionata della Bretagna e della storia dei suoi fari che hanno scandito la sua scrittura e i suoi viaggi, è stata chiamata a far parte del consiglio direttivo dell’Associazione “Il Mondo dei Fari”, un collettivo che mira a valorizzare il patrimonio architettonico, storico e culturale dei fari italiani. Tra onirico e reale: Susy Zappa, Agathe e un faro di Bretagna Agathe è una visione onirica dell’autrice Susy Zappa; consegnatale dal suo inconscio, il personaggio prende forma in tutta la prima parte del racconto, come a preparare il terreno che l’autrice è destinata, finalmente, a calpestare coi suoi passi. Agathe Parigi, la Seconda Guerra Mondiale è in corso, la capitale appare ovattata dal fermento artistico e letterario nell’aria, nonostante la guerra, e aleggia un clima di normalità. Qui Agathe vive una vita routinaria e ha spesso l’impressione che la sua vita proceda per inerzia in attesa della morte. Il 6 febbraio 1944 un aereo precipita davanti al faro dell’isola di Wrac’h, in Bretagna. Agathe è una delle sopravvissute, e quel faro le apparirà davanti come un’allucinazione:  è il suo faro, quello raffigurato nel quadro di casa sua, che la salutava ogni volta prima di andare al lavoro. Sulla costa di Pays des Abers, il faro di Wrac’h si erge su di una piccola isola deserta, accessibile solo con la bassa marea. Il faro della Strega è abbandonato e malandato, custodisce libri impolverati che narrano la storia bretone. Il periodo in cui Agathe vive al faro sarà scandito dalle maree dell’isola e dalle letture in solitudine. Al faro, il ricordo del naufragio si trasforma in una palpitante energia e nello sconforto che avvolge la protagonista, il bagliore di una nuova alba è la sola seduzione mentale cui aggrapparsi: Agathe sente che la sua vita sta cambiando. Diventa così la “donna del mare” per il villaggio di pescatori, l’Aber Wrac’h, che la accoglie e la avvolge in un’atmosfera arcaica e quasi idilliaca, mentre lei ne ammira lo stile di vita semplice e genuino. Seguono pagine ricche di aneddoti e leggende: la storia di Pont Krac’h, il ponte del Diavolo, quella dei goémoniers, i raccoglitori di alghe, la leggenda del cavaliere Bran o ancora quella del drago di Élorn. Susy Zappa La magia del faro è un romanzo per chi ama la […]

... continua la lettura
Libri

L’accordo dell’acqua di Federica Russo: poesie di Amore e Morte

L’accordo dell’acqua (Edizioni Dialoghi) è l’ultimo lavoro poetico di Federica Russo, giovane scrittrice partenopea, classe ’93. La sua raccolta, tessuta col filo del dolore e del ricordo, ripercorre e mette a nudo un’anima consumata eppure fresca, che intraprende agile il cammino della rinascita e del ricominciamento.   Federica Russo tra amore, ricordo, morte e ricominciamento «Come la memoria dell’acqua/ fantascienza gentile/ ad ogni cambiamento/ resta il meglio,/ se è vero che può ricordare». Giovane eppure potentissima, nel suo L’accordo dell’acqua, Federica Russo prende spunto da una particolare teoria secondo cui l’acqua ha la capacità di ricordare, conservare memoria, e sempre rimanere leggera. È quello che succede anche a lei, l’autrice, che si contrae e si contorce nei suoi versi sinuosamente come l’acqua, impregnandoli dei suoi ricordi, ravvivandoli della sua energia, percorrendo a ritroso le ombre della sua memoria breve, ma anche intensa. Il suo spirito è irruente e dichiara subito: «Vivere la vita/ senza poter vivere/ è una cella senza sbarre/ e io / preferisco correre/ come una pazza», la sua mano è rivoluzionaria, la sua penna scrive poesie agitate di Amore e Morte, mette in rima e fa combaciare liberamente versi che scandiscono “paure ridicole”, confessando l’instabilità di un’anima in bilico tra sanità e malattia, rotta in due dalla paura e dal coraggio di amare, costantemente minacciato da quella che Federica Russo chiama paralisi emotiva. La Morte ha un’influenza prepotente che infligge come castigo a tutta la prima parte della raccolta: come in preda a una malattia mentale, declinando un ragionamento senza logica, quasi ad auto-diagnosticarsi una patologia cronica, Federica Russo vede le emozioni sprigionarsi e scivolare via dalle sue mani, quindi dalla sua poesia, riempiendola di un senso di morte inoppugnabile; il cuore ora e ormai, batte solo al ritmo della mano infelice. L’autrice sembra più di tutto atterrita dalla paura della ineluttabilità della morte: «Non voglio morire, non voglio veder morire» e ancora: «Vorrei essere morta quando dovrò morire». Ma non esistono “paure ridicole”, l’animo è giovane e il dolore è sempre giusto, mai demistificabile, non si può sminuire. Quello stesso dolore imprigiona una voglia di vivere che Federica Russo libera verso la fine de L’accordo dell’ Acqua, recuperando, come si recupera per rivelazione improvvisa un oggetto prezioso che sembrava non servire più a nulla, l’Amore e la sua spinta vitale. L’Amore viene ripreso ancora una volta attraverso il ricordo, il ricordo di “due sconosciute che una volta si amavano”. Logorato da una storia finita, Federica Russo non vuole punire l’Amore facendolo soccombere al suo dolore viziato, ma cerca di salvarlo e ascoltarlo: «Il mio amore sa parlare, il mio amore è Donna». Fatto Suo, il sentimento amoroso diventa lei stessa, Federica Russo sa comunicare: svelarsi nella sua fragilità è scoprirsi nella sua più silenziosa e prepotente forza. È lei stessa Donna, lei è la sua poesia: semplice, chiara, immediata e scattante, dai toni sfumati tra ricercati e sferzanti. «È arrivato il momento di fare il conto di quello che ho vinto e che ho perso. Torna a […]

... continua la lettura
Libri

Mare in fiamme: Francesco Troccoli ricuce le sponde dell’umanità

Mare in fiamme, edito L’Asino d’oro, è l’ultimo romanzo dello scrittore romano Francesco Troccoli. «E poi tu non credi in Dio, cara» «No, infatti. Ma credo negli esseri umani. E nelle relazioni complesse che fra essi si stabiliscono» A pronunciare questa frase carica di umanità è proprio Marina, la protagonista di Mare in fiamme, maestra di una scuola multietnica della periferia di Roma, a cui arriva una foto di una ragazza africana sul cui retro è scritto «Sorella mia, aiutami». Intanto suo padre Italo, rimasto coinvolto in un’esplosione in Libia, è in coma presso l’ospedale militare di Roma. Marina si troverà coinvolta in un giallo che la porterà a riscoprire il passato di un padre che non aveva mai conosciuto fino in fondo come uomo, e a riconciliarsi con una Terra e con la sua Umanità grazie a una sorella ritrovata. Dalle sfumature multietniche e dalle componenti di romanzo giallo, la trama di Mare in fiamme si snoda proprio intorno ai rapporti umani – sorelle, padri, figlie, amicizia- , un innesco caro all’autore Francesco Troccoli e che coinvolge ognuno dei personaggi del romanzo, adulti e fanciulli. Mare in fiamme: Francesco Troccoli ricuce le sponde dell’umanità Orazio, Italo, Marina. Un triangolo generazionale intorno al quale si sviluppa una trama e si ricongiungono i punti della storia che lega la nostra Italia all’Africa, il nostro passato al nostro presente. Mare in fiamme è il mare in cui Orazio, nonno di Marina e padre di Italo, arruolato in marina, salvò i nemici inglesi da un naufragio, conquistandosi la fama di “eroe di guerra”. Mare in fiamme è quello in cui è rimasto irretito Italo, figlio di Orazio e padre di Marina: inchieste giornalistiche fastidiose che rivelano i crimini di guerra italiani in Libia e più in generale in Africa. Mare in fiamme è il mare che ha separato per troppi anni Marina, figlia di Italo e nipote di Orazio, da suo padre e da una parte di se stessa. È del rapporto padre-figlio che Francesco Troccoli si serve per delineare il rapporto storico di Italia e Libia, per ricucire le due sponde nella rivelazione cruda, che da sempre i libri di storia omettono, del massacro africano, in particolare quello libico, da parte dell’Italia; mostruosità che portavano con sé, anticipandole, le oscenità naziste. Così, leggendo il romanzo di Francesco Troccoli, mentre noi lettori facciamo i conti con un pezzo della nostra storia di oppressori, Marina fa i conti con la riscoperta di un padre e di tutto ciò che si porta dietro dalla Libia, e Orazio riscopre grazie al lavoro di suo figlio, il ruolo meschino dell’ Italia in Africa e cerca di riscattarsi con chi gli è più vicino, i suoi badanti nigeriani, lontani da lui solo etnicamente. Ma i personaggi non si fermano a tre, e non sono solo adulti. Mare in fiamme è un romanzo che pullula di umanità e quindi di cultura: la quinta in cui insegna Marina è una classe che accoglie fanciulli, a metà tra bambini e adolescenti, […]

... continua la lettura
Teatro

Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri. Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO». In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” . Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono. Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij. Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna» Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini. L’intera scena si slaccia intorno a una […]

... continua la lettura
Libri

I Sinistri, l’ultimo libro di Mauro Bortone

I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore è l’ultimo libro di Mauro Bortone, edito AUGH! Edizioni Come suggerisce anche il titolo, “I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore” mette insieme frammenti di esistenze apparentemente sconnesse eppure impigliate l’una all’altra. Per farlo, Mauro Bortone usa il monologo creando un multiprospettivismo che sembra, all’inizio della lettura, disordinato e confusionale, ma che al concludersi del romanzo riverbera in una coerenza di temi, luoghi e sofferenze chiudendo così il cerchio della coralità. Potremmo provare a visualizzare la struttura de I Sinistri definendolo un romanzo dall’andamento circolare che come un vortice scava nel cuore di piccole, marginali realtà. La sinistra è il cantuccio anatomico del cuore e, nel perenne tentativo di mettere d’accordo cuore e cervello che “non si danno neanche del tu”, è al muscolo cardiaco involontario che ci affidiamo in ultimo, allo scadere di ogni esitazione: da qui Mauro Bortone attinge l’energia vitale che innesca la formulazione di monologhi viscerali e riflessivi, in cui ognuno dei vari protagonisti tira le somme del proprio passato mentre costruisce il proprio presente. È quindi da quello spazio fisico definito, il lato sinistro della vita, che si avviano questi cinque assoli, scanditi dalla sincerità delle uniche emozioni autentiche che ci rimangono e che Mauro Bortone chiama “i sinistri”: ecco come tutto, in questo libro, torna. Mauro Bortone scrive dalla parte del cuore L’ultimo romanzo di Mauro Bortone, “I Sinistri. Cinque Monologhi dalla parte del cuore“, ci catapulta senza preavviso a Tamburi, nella amata Taranto dello scrittore e subito si fanno i conti con la morte. Tamburi è un quartiere di Taranto che «soccombe agli sbuffi continui delle bocchette di carico sparate a più di milletrecento gradi» dalle colonne di sviluppo dell’acciaieria che domina il paesaggio e lo sovrasta: polveri, benzopirene, anidride solforosa e diossine. Il primo monologo è quello di un uomo che dopo anni di esalazioni tossiche è costretto a chemioterapia e continue ricadute. Un’intossicazione che ferisce gli organi umani portando a galla un altro tema importante de I Sinistri, quello del rapporto padre-figlio: tra i vari personaggi c’è il “prodigo figlio” che accorre al capezzale paterno in un ultimo, rapido congedo nella speranza di un perdono prima che la malattia porti via per sempre la figura del genitore deluso e rancoroso. Ecco allora designato il quadro che accoglie e fa da filo rosso tra i vari monologhi: la questione dell’inquinamento e del sopruso dello sviluppo economico sulla Natura verrà ripresa successivamente nella sequenza “Affari” e ancora, come a ricongiungere la fine con l’inizio, sarà il tema ripreso nell’ultimo gorgoglio di pensieri che costituisce la dovuta conclusione del romanzo: «Sarebbe bello immaginare che un domani diverso sia possibile, sebbene oggi tutto sembra andare verso un’altra direzione. Continuare ad amare questo posto, come faccio intimamente senza pretese, nonostante il suo cullarci di bellezze infruttuose, di desideri taroccati rimasti nei cassetti, di prospettive che non vedono la luce e fiaccano lo spirito alla distanza. […] Questa terra è scesa a patti con un’incertezza che immobilizza e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ideale dell’ostrica: la visione della vita di Giovanni Verga

Ideale dell’ostrica: la visione verghiana della vita La prima formulazione dell’ideale dell’ostrica da parte di Giovanni Verga si ha in Fantasticheria, una delle novelle di Vita dei campi pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della domenica” il 24 agosto 1879. Fantasticheria è una specie di lunga lettera a una signora esperta del mondo, una dama d’alta società, con la quale l’autore narrava di aver passato quarantotto ore ad Aci Trezza, il villaggio di miseri pescatori divenuto teatro de I Malavoglia. «Insomma, l’ideale dell’ostrica! – direte voi – Proprio l’ideale dell’ostrica e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose seriissime e rispettabilissime anch’esse.» Così Giovanni Verga compiva, con Fantasticheria, il passo decisivo verso la narrazione della vita degli umili. Cominciava ad operare in lui tutto il fascino di una realtà diversa da quella che fino ad allora aveva influenzato le sue scelte poetiche: Verga non più narratore della vita galante, ma Verga narratore della povera gente, della sua terra d’origine, la Sicilia. Un germe che avvia alla stesura dei Malavoglia, ma anche il germe della pietà umanitaria “nei confronti delle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita” che nasce nello scrittore “galantuomo” del Sud. Ideale dell’ostrica: Verga tra idealizzazione e impossibilità del mondo arcaico Con l’ideale dell’ostrica Verga aveva fatto quello che, poco meno di un secolo dopo, farà anche Pasolini: riconoscere la sacralità di un popolo ancora incontaminato dalla artificiosità della vita cittadina e borghese: un popolo di umili sfuggito alla “fiumana del progresso”. I deboli (i miseri pescatori di Aci Trezza o i miseri contadini del mondo rurale), come ostriche, rimangono attaccati allo scoglio di valori (primo fra tutti la religione della famiglia e il lavoro), credenze e tradizioni nel tentativo di sopravvivere alla “lotta per l’esistenza” ancorati, rinchiusi e difesi in un’atmosfera idilliaca fatta di «pace serena» e «sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione». Ma la idealizzazione romantica del mondo idilliaco degli abitanti di Aci Trezza, un mondo arcaico rurale che diventa mitico, fatto di innocenza e ingenuità, incontra lo spietato pessimismo verghiano e si trasforma in nostalgia: prende il sopravvento la crudele consapevolezza della impossibilità di esistenza per quel mondo, destinato a subire anch’esso gli influssi della modernizzazione, scontrandosi con la storia e le sue forze disgregatrici. È proprio con I Malavoglia che assistiamo alla disgregazione di un mondo primordiale; è ne I Malavoglia che il coro meschino, ovvero la voce degli abitanti di Aci Trezza, demistifica e svaluta tutti i valori nobili e puri […]

... continua la lettura
Libri

Capitalocene. Appunti da una nuova era di Silvio Valpreda

Capitalocene. Appunti da una nuova era edito dall’Add Editore, è il racconto illustrato del viaggio di Silvio Valpreda in zone del mondo agli antipodi: Serengeti, Scozia, Norvegia, Miami, Tokyo, Lavezzi. Scrittore, artista pop concettuale e curatore, torinese classe ’64, Silvio Valpreda è spinto, nei suoi viaggi, da impellenti interrogativi: «tra un vulcano che stermina gli abitanti di una città e gli uomini che, per primi, hanno aggredito le sue pendici costruendovi case, possiamo stabilire chi sia buono e chi cattivo?». O, ancora: «avevo davanti un ambiente creato dall’uomo che non era ospitale per l’uomo, né per il ricco né per il povero. Allora l’uomo, per chi lo aveva creato?» È un forte squilibrio tra uomo e natura quello che avverte Silvio Valpreda e che ci illustra con l’esempio lampante della planimetria del suo appartamento di Miami. Da un lato il salotto, da cui è possibile scorgere il cortile dei vicini che rilassati prendono il sole a bordo piscina; dall’altro, la cucina che affaccia sul retro: uno stretto vico abitato da un cassonetto della spazzatura che per procioni e uomini simboleggia qualcosa di preziosissimo, uno scrigno da contendere per la ricerca di cibo e non solo. Un edificio, quello della casa di Miami, che divide e evidenzia il divario tra due ecosistemi differenti, entrambi costruiti dall’uomo eppure diversamente confortevoli e ideali per l’uomo stesso. La forza delle illustrazioni di Capitalocene è tutta qui, nella loro efficace semplicità: esse ci permettono di “visualizzare” le sottili dinamiche che muovono e determinano il complesso sistema natura-uomo, che ha come tirannico intruso il denaro. La dicotomia uomo-natura, ci spiega Silvio Valpreda,  diventa così denaro-natura, laddove la natura (di cui l’uomo è parte)  non è che una dimensione costituente di un sistema che la subordina alla necessità di produzione e di accumulazione di ricchezza. È sulle orme di Jason W. Moore, quindi, che le immagini accumulate in questo diario di viaggio vengono analizzate alla luce del concetto di Capitalocene. Chiamare il sistema con il proprio nome. Sì, ma quale? Per Silvio Valpreda è Capitalocene All’inizio del suo viaggio, Silvio Valpreda è accompagnato dalla convinzione che i luoghi si possano classificare in base all’impatto che l’azione dell’uomo ha avuto su di loro: «“Antropocene” è un termine nato alla fine del XX secolo, e poi divulgato da Paul Crutzen, con cui viene indicata una nuova era geologica nella quale tutte le caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del pianeta Terra sono influenzate dall’azione dell’uomo». Chiamare il sistema con il proprio nome: Antropocene sembra essere, ancora oggi, la soluzione più condivisa tra quei tentativi di dare un nome alla nostra era per sintetizzarne il suo andamento ed evidenziarne i fenomeni che lo determinano. Ma di certo incontra opposizioni. James Lovelock per esempio, ambientalista e futurista britannico, priva l’uomo di ogni supremazia. Secondo Lovelock, infatti, l’era che stiamo vivendo è definibile come Novacene: l’era dell’iperintelligenza, in cui le intelligenze artificiali sostituiranno l’uomo la cui supremazia “sta rapidamente finendo”. Capitalocene è invece la proposta di Jason W. Moore (storico ambientale e geografo […]

... continua la lettura
Libri

100SfumaturediSchiuma: l’intervista a Maria Musella

Intervista a Maria Musella per il suo esordio letterario “100 SFUMATURE DI SCHIUMA”, un racconto autobiografico. Maria Musella, classe ’98, è un’esordiente attrice partenopea (seppure lei preferisce definirsi, con umiltà, una “teatrante”) che si racconta, senza veli, nel suo libro d’esordio, #100 Sfumature di Schiuma: un racconto autobiografico breve, data la giovane età della scrittrice, ma intenso. Dall’infanzia “artigianale e vintage”, alla dura e faticosa adolescenza all’insegna di bullismo e sopraffazione, passando per le prime esperienze amorose e le delusioni che ne scaturiscono, per finire con un’epifania: scoprire una passione, quella dell’attrice, e riconoscere in sé un grande talento. Maria Musella approda così al Transit, una compagnia teatrale che diventa la sua seconda famiglia. Napoletana nelle viscere, cresciuta in periferia a “Pane e Pino Daniele”, con #100 Sfumature di Schiuma Maria Musella è pronta a raccontarci tutti i suoi successi ma soprattutto e con grande orgoglio, si rivela nelle sue paure e nei suoi fallimenti, da cui si è sempre riscattata più caparbia di prima. Prepotente e ostinato, il suo tono è carico di dissenso: «Eravamo anime buone cadute in teste sbagliate, in quartieri sbagliati, eravamo trascurati dalle istituzioni del territorio come scuola, parrocchia, […]». Eppure è proprio nella periferia in cui cresce che Maria rafforza la propria personalità e ci insegna che è sempre possibile il “riscatto” se solo si ha il coraggio di dare forma ai propri sogni. 100 Sfumature di Schiuma: l’intervista a Maria Musella Ciao Maria, puoi raccontarci di come e perché è nato 100 Sfumature di Schiuma e a chi è dedicato questo libro (oltre che, sicuramente, a te stessa)? L’idea del libro nacque per puro caso, quando ero in terapia dallo psicologo, iniziai a creare un quaderno di scrittura creativa per raccontare dei pensieri negativi che affollavano la mia mente in quel periodo, come il suicidio. Ho sentito un’esigenza naturale di rifugiarmi nella scrittura come l’ultima spiaggia alla quale appigliarmi. Mi è venuto naturale gettare su carta vari pensieri sparsi e spesso sconnessi fra loro. Non è stata una mia idea nei primi tempi quella di scrivere una biografia né un racconto autobiografico. Ma su varie sollecitazioni di amici, parenti e addetti ai lavori mi è stato consigliato di scrivere una sorta di guida alla ‘’sopravvivenza”, potendo aiutare anche altre ragazze per superare i loro “omini di plastilina”, mi riferisco a quelli della slow motion, che si ingrandiscono o rimpiccioliscono in base all’importanza data in quella determinata scena. L’ho dedicato a me in primis ma soprattutto alla mia migliore amica Roberta nonché colei che ha scritto la prefazione del mio libro, che ci è sempre stata e ci sarà sempre nella mia vita; nel libro c’è un intero capitolo dedicato a lei. Nel tuo racconto autobiografico ci viene presentata una Maria che odia e combatte le ingiustizie. Tu stessa dici di te: «Ero nata con questo senso di giustizia incondizionata, ero una sognatrice che voleva difendere il suo popolo dalle angherie della Camorra.» A un certo punto della tua vita, però, hai scelto di […]

... continua la lettura
Libri

Lo strano caso del Rêverie, una favola moderna di Marcostefano Gallo

Lo strano caso del Rêverie è il nuovo libro di Marcostefano Gallo, edito ScatoleParlanti. Conoscevamo già lo scrittore calabrese e di lui abbiamo parlato riguardo al suo romanzo La fragilità dei Palindromi. Questa volta però, Marcostefanno Gallo è ritornato in scena con un libro che ha il sapore di un esperimento inedito per la sua penna: Lo strano caso del Rêverie è una favola moderna che dà vita al fenomeno sconcertante (a cui siamo tutti tanto affezionati) degli animali parlanti. Il Rêverie, famigerato zoo di Parigi, è sull’orlo del fallimento. Il proprietario dello zoo, il Signor Lemer, affiancato dal direttore Truffault, si trovano a prendere una losca decisione: rimediare alle gravi condizioni economiche dello zoo intraprendendo affari illegali con il contrabbandiere Igor Kovoc a cui verranno venduti i cuccioli in sovrannumero. Venuti a conoscenza della triste notizia grazie al barbagianni Anselmo, gli abitanti dello zoo, con grande fermento e preoccupazione, si riuniscono presso la gabbia del più saggio di tutti: l’elefante Namir. Dopo diverse riunioni notturne segrete e escursioni per la città di Parigi, gli animali scoprono che l’unica soluzione per mettersi in salvo è evocare l’Arca dell’Alleanza. Per farlo bisognerà mettere insieme i frammenti di una pietra sparsi in posti diversi del mondo, dal SudAmerica al Polo Nord. Solo il prescelto potrà realizzare una missione così maestosa: è Benny, un cucciolo di foca che ha sui fianchi due strisce nere che sembrano ali. Affiancato dai suoi amici più cari e dai suoi aiutanti – come la geniale talpa Mario, un inventore formidabile – Benny partirà per il viaggio più importante della sua vita alla conquista della propria libertà. Carico della responsabilità di salvare un intero zoo, affrontando nemici e peripezie di ogni tipo, ritroverà in sé un grande coraggio. Come ogni favola degna di questo nome, anche Lo strano caso del Rêverie ha la sua morale e soprattutto il suo lieto fine. Marcostefano Gallo ha scritto una favola moderna che insegna a grandi e piccini La scrittura di Marcostefano Gallo in Lo strano caso del Rêverie è nella sua scorrevolezza stilistica e semplicità letteraria, una scrittura fruibile a ogni età; la narrazione è dinamica e grande rilievo lo hanno i dialoghi. Gli animali parlanti che popolano questo libro lo fanno a gran voce e i messaggi che trasmettono sono molteplici per chi riesce a coglierli. Come lo scrittore stesso ha detto, Lo strano caso del Rêverie è un’avventura mozzafiato per ragazzi che racchiude un messaggio serio e importantissimo. La favola di Marcostefano Gallo è prima di tutto una storia di unione e forza collettiva in cui le diversità convergono, abbattendo ogni barriera. Al Rêverie di Parigi vivono specie animali di ogni tipo: leoni, rinoceronti, tartarughe, foche, elefanti. Vi è il brontolone, il sognatore, il ribelle e il più saggio, il violento e il pacifico. In lotta contro un nemico comune, un “mostro crudele” quale l’uomo, questi animali abbattono la gerarchia della fauna divenendo tutti uguali: non vince il più forte, ma il più leale e, soprattutto, non esiste il […]

... continua la lettura
Libri

Giuseppe Plazzi e le sue storie sui disturbi del sonno

Tra i titoli messi a disposizione dalla casa editrice Il Saggiatore per fuggire la noia che mina la nostra resistenza in questo delicato periodo di quarantena, c’è stato un titolo curioso, I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, e ad attirare particolare interesse era anche l’autore di questo libro, il neurologo Giuseppe Plazzi. Sembrava quindi interessante leggere storie sui disturbi del sonno raccontate da un esperto che ne è a contatto quotidianamente. Nello studio del Dott. Plazzi si odono tantissime storie, divertenti o a volte tragiche. Nel laboratorio di polisonnografia (la “camera del sonno”) strani casi vengono registrati e buffi personaggi vi entrano accettando di buon grado di essere ricoperti di ellettrodi affinché la loro attività durante il sonno (cerebrale, muscolare, cardiovascolare e non solo) venga monitorata. Entusiasmante fucina di ricerca scientifica, la  video-polisonnografia consente, infatti, ai ricercatori di documentare ogni tipo di comportamento atipico durante il sonno, così da dare nome a strani accadimenti notturni. Con I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, Giuseppe Plazzi ci fa entrare nel suo laboratorio: una “camera del sonno” rischiarata da luci artificiali e arredata di solo un letto. Qui ha deciso di radunare alcuni dei suoi pazienti più interessanti. «I loro disturbi talvolta faranno vacillare ogni nostra certezza sulla realtà in cui viviamo. Ci saranno notti, in questo nostro viaggio insieme, in cui prevarrà l’incubo e il terrore. Altre in cui, invece, i fenomeni davanti ai nostri occhi ci strapperanno un sorriso.» Eppure, continua Giuseppe Plazzi, ognuno di noi sarà in grado di «riconoscervi ricordi, sospetti e sensazioni familiari, e di comprendere la propria mente molto più di quanto sia possibile immaginare». In un periodo in cui il nostro sonno è probabilmente irregolare – a volte non si dorme mai altre si fanno sogni strani e ricorrenti – saperne qualcosa di più potrebbe attivare una spia d’allarme o forse tranquillizzarci. Giuseppe Plazzi: «il mondo dei sogni può essere una foresta spaventosa» Ma dunque noi come sogniamo? E cosa può accaderci di insolito e pericoloso durante il sonno, di cui il mattino dopo saremo totalmente inconsapevoli e dimentichi? Furono N. Kleitman e due suoi allievi ad assodare che, ogni 70-90 minuti, il sonno profondo che ci avvolge durante le prime fasi, viene interrotto dalla fase REM (rapid eye movements). Durante il sonno con movimenti oculari rapidi l’elettroencefalogramma somiglia a quello di un uomo sveglio: l’attività mentale è vivace, vivida, bizzarra. Durante il sonno REM, infatti, si sogna. Non per tutti, però sognare significa vivere esperienze oniriche piacevoli, o risvegliarsi con sollievo riconoscendo come “per fortuna era solo un incubo”. Addentrarsi nella foresta del sonno significa anche avere a che fare con l’orrore: leggendo le storie riportate da Giuseppe Plazzi, talvolta sembrerà di assistere a scene di un film horror. Per fare un esempio, potremmo ricondurci a un fenomeno abbastanza diffuso nei bambini, denominato pavor nocturnus, ovvero il «terrore notturno». Un appuntamento notturno con il risveglio straziante di un figlio che improvvisamente, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

... continua la lettura
Culturalmente

Diomede, le imprese del valoroso guerriero greco divenuto immortale

Diomede, mitico figlio di Tideo e di Deipile, fu uno dei più valorosi guerrieri greci: uomo dalle grandi virtù guerresche, viene però ricordato anche come eroe della civilizzazione e promotore e difensore della stessa. La sua storia è costellata di imprese indimenticabili: fu tra i principali eroi achei che parteciparono alla battaglia degli Epigoni, fu al fianco di Ulisse in intrepide imprese come il furto del Palladio o l’incursione notturna nell’accampamento del re tracio Reso che Diomede stesso uccise nel sonno. Partecipò inoltre alla Guerra di Troia al fianco degli Achei e di Agamennone, distinguendosi in battaglia tra i più possenti uomini delle schiere achee in quanto affrontò in duello Enea arrivando a sfidare gli stessi Dei. Omero dedica a Diomede, uomo dal grande coraggio ma anche dalla grande intelligenza, un intero canto, il quinto, dell’Iliade in cui l’eroe assume un ruolo centrale. Per il suo valore e le sue virtù Diomede fu reso immortale, il suo culto si diffuse in tutto il mondo ellenico. Diomede: le sue imprese da Argo all’Italia La battaglia degli Epigoni Originario dell’Etolia, Diomede nacque ad Argo, costretto qui all’esilio insieme alla sua stirpe dopo che il trono di suo nonno Oineo regnante sulla città di Calidone, fu usurpato dal fratello Agrio. Rimasto orfano a Tebe, città posta sotto assedio, Diomede crebbe col desiderio di rivendicare la morte del padre e restituire al nonno il suo legittimo trono. Sin da giovane mostrò grande dedizione nell’arte della guerra, si allenò duramente insieme agli altri sei figli dei comandanti uccisi durante l’assedio di Tebe. Insieme formavano i Sette Epigoni che marciarono su Tebe per indire la seconda guerra contro la città uscendone vittoriosi. Come vuole la leggenda, i Sette Epigoni sconfissero da soli l’esercito di Tebe. Dopo aver vendicato la morte del padre, Diomede volle però restituire il trono al Nonno Oineo. Così si infiltrò a Calidone e uccise gli usurpatori del trono, i figli di Agrio che invece si tolse la vita. Ad Argo sposò Egialea, figlia orfana del re. Presto però, il grande guerriero dovette lasciare la sua casa e partire per la Guerra di Troia. La Guerra di Troia e il duello con Enea “Le gesta di Diomede” è, come anticipato, il titolo del V canto dell’Iliade a Diomede totalmente dedicato, che narra le vicende che lo videro protagonista durante la Guerra di Troia. «Allor Palla Minerva a Dïomede Forza infuse ed ardire, onde fra tutti Gli Achei splendesse glorïoso e chiaro. Lampi gli uscían dall’elmo e dallo scudo D’inestinguibil fiamma, al tremolío5 Simigliante del vivo astro d’autunno, Che lavato nel mar splende più bello. Tal mandava dal capo e dalle spalle Divin foco l’eroe, quando la Diva Lo sospinse nel mezzo ove più densa Ferve la mischia.» Il V canto prende le mosse dal punto in cui Diomede, ferito da Pandaro, riuscì a riprendere la battaglia grazie all’aiuto della dea Atena. Salito sul suo carro, il valoroso guerriero acheo sfidò ancora Pandaro uccidendolo con un colpo di giavellotto. Quindi ingaggiò un furioso duello […]

... continua la lettura
Libri

Ornella Esposito e la napoletanita dei racconti di “Aghi”

Aghi: dieci racconti di napoletanità firmati da Ornella Esposito Non c’è niente di più napoletano che stare ad ascoltare storie e racconti di fronte ad una “tazzulella di caffè”: è questo l’invito che si sente di ricevere da Ornella Esposito leggendo il suo libro d’esordio Aghi, pubblicato da Augh! Edizioni. Leggere Aghi è sorseggiare la napoletanità raccontata dalla scrittrice a sorsi ora amari, ora dolcissimi, tra due risate e qualche lacrima. Protagonista indiscussa di questo libro è la città di Napoli  che fa da filo rosso per tutte le storie raccontate, sempre colorate dall’inconfondibile dialetto partenopeo attraverso cui Ornella Esposito lascia i suoi personaggi liberi di respirare e svelarsi con purezza, anche quando la narrazione passa dalla prima alla terza persona. Il filtro linguistico è solo uno degli espedienti utilizzati in Aghi per permettere al lettore di percepire tutta la veracità dei napoletani che lo popolano. La lente con cui Ornella Esposito racconta fatti e personaggi sfaccetta ambienti (dalle più famose Piazza del Plebiscito e via Toledo, passando per i quartieri reconditi, fino a Nisida), ma soprattutto superstizioni, credenze e tradizioni: è ben radicato il culto di Faccia Gialla (San Gennaro) il suo quadretto è invetiabilmente in vista, tappezza le pareti di pizzerie e panifici affiancato da quello di Maradona, mentre in sottofondo la voce di Mario Merola invade San Gregorio Armeno e i suoi pastori moderni e mentre tutti hanno sentito dire che Donna Carmela, vedova rinchiusa in casa, pratica il malocchio. Sarà vero? Ornella Esposito ha dedicato il suo libro agli emarginati Dopo aver letto questa raccolta, che ruba solo qualche ora di lettura, capiamo perché nella dedica iniziale Ornella Esposito abbia voluto dedicare il suo libro agli “emarginati”: le storie contenute in Aghi sono storie di sofferenza e ribellione, di degrado e di violenza talvolta ai limiti del deplorevole, i suoi sono personaggi umili e semplici eppure immensi in quelle esprienze che hanno gentilmente confessato alla fantasia della scrittrice che le ha poi donate a noi lettori. Eppure la realtà – che è poi la fonte di ispirazione di una scrittrice napoletana che ama la sua terra e la sua gente – la quale vi si scorge in queste storie frutto di fantasia ci apre a un sentimento di compassione, nel senso etimologico del termine e cioè quello di condivisione di pathos: sorridiamo all’ilarità di certe situazioni, ma piangiamo anche col cuore che si irrigidisce di rabbia il secondo immediatamente successivo a quello in cui viene trafitto da tanti piccoli aghi di triste consapevolezza. Aghi ha quindi come protagonisti gli emarginati, quelli dimenticati o quelli che non si possono difendere: un quindicenne rinchiuso nel carcere di Nisida che continua a sognare, una bambina troppo piccola per subire certe meschinità di adulti, un travestito intrappolato nella vita di strada, storie minime che convergono in un grande affresco napoletano e universale, contemporaneo ed eterno. Dentro ognuno dei personaggi di Aghi, si attua una rivolta silenziosa che, al di là di ogni aspettativa, viene ascoltata: la prima a farlo è […]

... continua la lettura
Musica

Afar Combo: con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa

Gli Afar Combo riprendono il viaggio con il loro secondo album Majid per l’etichetta discografica Music Force e Toks records. Dopo il primo disco omonimo AFAR COMBO, il gruppo si conferma un quartetto che funziona: Mirko Cisilino alla tromba, Alan Malusà Magno alla chitarra elettrica, Roberto Amadeo al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria. Un connubio di musicalità apolidi sognanti e concrete, violente e sentimentali allo stesso tempo, nomadi e sempre consapevoli di sé che creano visioni sonore inaspettate per un viaggio musicale che supera i confini di genere. Con Majid, gli Afar Combo hanno sviluppato un lavoro discografico dinamico dai cambi di stile repentini che rivelano un lavorio mentale recondito: basati su idee e prospettive diverse, i gusti e le ambizioni musicali dei quattro componenti si mescolano e convergono in un prodotto necessariamente originalissimo. Afar Combo, con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa Partiti dall’Africa con il loro primo album chiamato non a caso Afar Combo (un nome che rimanda alle popolazioni nomadi africane), dopo aver fatto la prima fondamentale tappa del loro cammino musicale quale la tradizione jazzistica più classica e “convenzionale”, gli Afar Combo lasciano il punto di partenza per continuare un viaggio tra generi che si fa più urban e suggestivo. La maturità musicale del quartetto udinese è dimostrata nella ideazione e elaborazione più colta di questo secondo album caratterizzato dalla coesione interessante di strumenti diversi (chitarra elettrica e tromba, batteria e contrabbasso) e dalla coerenza concettuale che rimane intatta dall’inizio alla fine. La musica di Majid risale dai “bassifondi metropolitani” e si espande coinvolgendo regioni musicali lontane. Nove tracce, nove posti remoti fatti di sole note: Rokia, In fila, Paesaggio, Detto al mare, L’oracolo, Majid, Barca a vela, Ferrage, Bulga bulga. Una miscela di rock, blues, jazz, sound soft e ruvido, musica dalla potenzialità di colonna sonora (L’oracolo ne è un esempio lampante), ma anche di ispirazioni e contaminazioni più lontane. Majid è il nome di Majid Bekkas un musicista originario del Marocco a cui Mirko, Alan, Roberto e Marco hanno dedicato il titolo dell’album e di una track al suo interno. Rokia è invece dedicata a Rokia Traorè, un musicista del Mali. Una pietanza speziata che ha gli odori e i sapori di ogni dove: così potremmo definire Majid riprendendo le parole degli stessi Afar Combo. Ogni onnivoro musicale dovrebbe assaggiarla per soddisfare ogni senso, uditivo e non, e appagare l’immaginazione che corre lontano e si libera da forzature o schemi di ogni sorta. Come forse accade raramente, il lavoro degli Afar Combo è fresco e sincero, non dà conto al mercato. Majid è un prodotto di nicchia che mantiene perciò intatta la propria purezza, ma soprattutto da non sottovalutare. Fonte immagine di copertina: AfarCombo su Facebook.

... continua la lettura