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Eroica Fenice

Culturalmente

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo Nota come una delle più famose della mitologica greca, quella degli Atridi è una famiglia tanto ramificata genealogicamente quanto colpita da tragici sventure. La saga della famiglia, detta degli Atridi poiché così venivano identificati i figli di Atreo, comprende le terribili dispute tra i due fratelli Tieste e Atreo: è anzi da queste vicende che la saga prende il via passando così per la storia di Agamennone e Menelao (i figli di Atreo), protagonisti del mito troiano, e per molte altre storie ancora. In particolare, la storia della faida tra Atreo e Tieste ha tutta l’esemplarità di una tragedia di Euripide: l’incesto, l’inganno, il suicidio di una donna usurpata e la vendetta, nonché i destini predetti dall’oracolo, caratterizzano un dramma sulla paternità, oltre che sulla consanguineità, che tocca molto da vicino il cannibalismo, con una serie di conseguenze in cui il potere decisionale spetta sempre e solo agli dèi. Dove tutto ebbe inizio: la contesta del trono di Argo o la volta in cui Atreo fece mangiare al fratello Tieste i suoi figli. L’unica vicenda che vide complici Atreo e Tieste, figli di Pelope e Ippodamia, fu l’uccisione di Crisippo, loro fratellastro nato dall’unione di Pelope con la ninfa Astioche. La gelosia dei due scaturiva dal timore che Crisippo, figlio preferito del padre, potesse ereditare il trono di Pisa. Fu addirittura la loro madre, Ippodamia, ad aiutare Atreo e Tieste a compiere l’assassinio. Banditi e maledetti dallo stesso Pelope, i due scapparono ad Argo: una città che li separerà definitivamente, dando inizio a una lotta fatta di vendette e rivincite esasperanti. Allora Re di Argo era un loro parente, Stenelo, il quale morì senza figli. Come suggerito dall’oracolo, era da decidere il successore al trono tra uno dei figli di Peleo. Dalla contesa del trono della città tutto ebbe inizio, ma a muovere le prime pedine fu Tieste con l’aiuto della mogli di Atreo, Erope, divenuta sua amante. Fu Erope a consegnare segretamente a Tieste il vello d’oro che, tempo prima, Atreo aveva trovato nel suo gregge. Comunicato dal fratello che sarebbe succeduto al trono colui che ne era in possesso, inconsapevole del tradimento della moglie, Atreo accettò senza esitazioni. Il trono di Argo andò così a Tieste, ma per molto poco. Atreo era il prediletto degli dei e fu con il loro aiuto che riuscì a trarre in inganno il fratello e ottenere finalmente la supremazia sulla città. Poco pago della vittoria e dell’esilio a cui era stato condannato Tieste, Atreo era ancora in cerca di vendetta per la relazione del fratello con la moglie. Atreo finse allora una riconciliazione invitando Tieste a tornare ad Argo e accogliendolo con un fastoso banchetto. Quanto orrore negli occhi di Tieste, già solo provando a immaginarli, alla vista delle teste dei suoi figli, la cui carne aveva appena gustato presso la tavola del clemente re a lui imparentato! Proprio così: Tieste aveva appena mangiato i suoi figli, quelli che Atreo aveva […]

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Musica

Assaggi EP: l’esordio discografico dei Post Fata Resurgo | Intervista

È in uscita oggi, 16 dicembre, accompagnato dal videoclip di uno dei suoi brani chiave (qui il link al video di “Veleno” ft. Rosalba Alfano) Assaggi EP l’esordio discografico dei Post Fata Resurgo: un duo composto dal rapper/MC – nonché frontman dei Resurrextion – Mauro Marsu e dal polistrumentista Salvatore Torregrossa. Tre brani Veleno, ‘Ncroce e ’O Rap d’’e scugnizze (un rifacimento giocoso e pungente della Rumba e omaggio al grande artista Raffaele Viviani) compongono l’EP Assaggi che, come suggerisce il nome stesso, è solo un’anticipazione di quella che sarà la “portata principale”: un album a cui i due artisti stanno lavorando con grande passione e la cui uscita è prevista per il 2021. Di seguito l’intensa intervista ai Post Fata Resurgo in cui, con dedizione, i due artisti Mauro Marsu e Salvatore Torregrossa ci raccontano degli aneddoti e dei motti che si nascondono dietro Assaggi EP – e dietro il loro progetto tutto – e di come quella carica velenosa che muove l’ispirazione artistica, seguita da un forte senso di appartenenza, si trasformi in spinta rivoluzionaria sancendo così un esordio promettente che è già “antidoto”. Assaggi EP: l’intervista ai Post Fata Resurgo POST FATA RESURGO Mauro Marsu e Salvatore Torregrossa: qual è la storia di questo duo e come nasce questo progetto insieme? Salvatore: «Ho conosciuto Mauro dopo uno spettacolo teatrale in cui suonavo e che lui era venuto a vedere. Ci presentò Cristian Izzo (lo spettacolo era suo). Mi impressionò la caratura della persona e, pur non amando (onestamente conoscendo poco o nulla) l’Hip Hop, la naturalezza con cui riusciva a improvvisare rime su qualsiasi argomento gli proponessimo, anche a tavola, davanti a dei panini meravigliosi e seduti in un giardino bellissimo, con una calma olimpica degna dei migliori jazzisti. Mi incuriosii per quel genere in quella occasione. Poi nel tempo abbiamo collaborato a un suo disco, alla sigla di in documentario sulle relazioni tra Cuba e Napoli e ad alcuni brani miei in cui il suo rap è sempre la ciliegina sulla torta!» Mauro: «Salvatore ha ben sintetizzato il tutto! Aggiungo un aneddoto sul progetto. A Marzo, poco dopo il lockdown telefonai a Salvatore per parlargli della mia idea di fare un disco insieme, lui mi disse: «Stavo per chiamarti io per proporti dei pezzi in collaborazione con tanti artisti durante questo lockdown», nacquero così “a Paura”, “’a Pacienzia” e “’a Speranza”. Fu subito entusiasta della mia idea, diventata subito nostra, di un progetto insieme. Salvatore è un musicista potentissimo, di lui ho sempre apprezzato la versatilità, l’istintività e l’attenzione ai dettagli al tempo stesso. Un po’ come me, appena mi manda una base scrivo subito, in un giorno è pronto il pezzo, poi raffiniamo il tutto lavorando maniacalmente sui dettagli. Più che musica Rap facciamo musica col Rap, una unione di qualsiasi influenza musicale, che secondo noi suona forte, “’o dda”, con il Rap. Come gli dissi a telefono, solo tu puoi dare musica, dare le giuste armature, a “chelle ca tengo n’cape”, insieme possiamo essere i P.F.R.!» La […]

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Libri

Il fantasma del lettore passato: in regalo il racconto natalizio di Desy Icardi

Il fantasma del lettore passato è il racconto natalizio scritto da Desy Icardi che, insieme alla casa editrice Fazi Editore, ha pensato di distribuirlo gratuitamente nei formati ePub, Pdf, mobi  e in tutti i negozi online per ricambiare la vicinanza e la stima da sempre espresse nei suoi confronti da parte di tutti i suoi lettori e le sue lettrici: un gesto di gratitudine che è un vero e proprio regalo di Natale in anticipo. Un racconto inedito dell’amatissima scrittrice in cui ritornano i personaggi del suo primo romanzo L’annusatrice di libri e in cui ritorna, come protagonista, l’avvocato Ferro, forse uno dei più prediletti e positivi tra i personaggi dei romanzi di Desy Icardi apparso anche nel suo secondo libro La ragazza con la macchina da scrivere, tutti editi Fazi Editore. Torino, dicembre 1959. È quasi Natale e in città “il delirio collettivo che va sotto il nome di compere natalizie” e che riverbera in strada, importuna il solitario avvocato Ferro, un uomo bisbetico e misantropo, l’alter ego del restio Ebenezer Scrooge protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens: una figura per cui l’atmosfera natalizia non è tra le più congeniali. Tutto ciò che l’avvocato desidera è infatti comprare qualche libro e rifugiarsi finalmente nella sua biblioteca casalinga per sparire in qualche buona lettura. L’avevamo già conosciuta, questa camera, specchio di una compulsiva smania di collezionare libri, ne L’annusatrice di libri, descritta attraverso … l’olfatto della piccola Adelina, la ragazza capace di leggere i libri con il naso: «Un insostenibile puzzo aggredì le narici della ragazza: un’esalazione intensa, pungente e gonfia di tanti aromi diversi. Introdursi in quella camera piena di volumi disposti nelle librerie, impilati sui mobili e persino sparsi a terra, fu per Adelina come entrare in una di quelle profumerie dove mille essenze si fondono in un’unica miscela nauseante. La differenza, rispetto al laboratorio di un profumiere, era che le fragranze, che tutte insieme davano vita a una nube odorosa, non appartenevano al delizioso mondo floreale: in quella camera si percepivano odori che andavano dalla rugiada mattutina alla putrescenza della cancrena». Un vero e proprio armamento di libri per il bibliofilo avvocato Ferro che sembra voler servirsene per ripararsi dall’odiosa frenesia natalizia. Tuttavia l’eccentrico lettore non sa che i suoi piani verranno sconvolti. Non solo dalla proposta di madame Peyran, la zia di Adelina, che sfiderà l’avvocato Ferro in un dei fioretti per lui più difficili (i lettori immagineranno quale possa essere la rinuncia più difficile per un incallito lettore). Ma cosa più imprevista: un libro misterioso gli finirà tra le mani e, con esso, porterà nella sua maestosa biblioteca il passato di uno sconosciuto. L’avvocato Ferro si troverà così coinvolto in un’avventura inaspettata e a tratti da brividi. Come ogni buon libro di Natale, anche Il fantasma del lettore passato di Desy Icardi ha il suo lieto fine, proprio di un’atmosfera magica e piena di speranza quale quella natalizia. Un racconto che non manca di essere un inno ai libri e alla lettura; è in […]

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Libri

Ci ho fatto caso: il libro d’esordio di Valentina Preti

Edito per AUGH! Edizioni nella collana Frecce, Ci ho fatto caso è il libro di esordio di Valentina Preti. Copywriter, redattrice di testi e coordinatrice ufficio stampa, per Valentina Preti la scrittura si insinua nella vita quotidiana come una necessità e il suo esordio sembra nascere dall’urgenza di raccontare qualcosa che le sta particolarmente a cuore per dare vita a “Ci ho fatto caso“, un romanzo emozionante e suggestivo, ricco di sensibilità e a tratti commovente. Un romanzo che figura tra quei recenti titoli come “Il carretto dei dolci” o “Lo scorpione dorato” pubblicati dalla stessa casa editrice che raccontano tutti storie di donne straordinarie, coraggiose e audaci, caparbie e malinconiche, ognuna con le proprie battaglie e i propri dolori. Ci ho fatto caso ruota infatti intorno a tre figure femminili: Serena, la protagonista del romanzo, sua madre e sua nonna, Lucia. La storia ha inizio quando Lucia, in seguito a una frattura al femore, non più autosufficiente, viene accolta nel grande ricovero Manfredi: «un rifugio per anime stanche», una casa di riposo che «non aveva niente di poetico neanche al suo interno». Il Manfredi diventerà presto una seconda dimora anche per sua nipote Serena che con spiccata sensibilità presterà attenzione alla vita che si consuma in quel luogo chiuso per riscattarla dall’oblio. Una vicenda che ha molto di autobiografico e una capacità di “fare caso” alle cose che lega Serena a Valentina Preti e di cui la scrittrice si serve per scrivere un romanzo dedicato alla sua nonna e a tutte le donne, della sua vita e non. Ci ho fatto caso: tutta la sensibilità di Valentina Preti nell’attenzione verso i più anziani Ci ho fatto caso non è solo un romanzo declinato al femminile, ma soprattutto un romanzo che dà voce agli anziani: in un periodo in cui sempre più dimentichiamo l’importanza di figure portatrici di storia e in cui le case di riposo sembrano configurarsi come luoghi-non-luoghi dove reclutare la vecchiaia come qualcosa che non ci appartiene né ci riguarda, ma soprattutto come qualcosa che ci prepara alla morte e che non è già più vita, Valentina Preti attua un doppio riscatto. Con il suo romanzo scopriamo – inaspettatamente per gli animi più sterili- che la vita, quella degli anziani, è ancora vita e se ne può sentire tutta la sua forza, il carico di emozioni che porta con sé, la vitalità e il coraggio che ancora la alimenta. Non solo, con Ci ho fatto caso scopriamo che le case di riposo non sono solo luoghi di emarginazione e abbandono, ma luoghi ricchi di vita (e di ricordi). Le donne, e alcuni degli uomini, che popolano il romanzo sono figlie del dopoguerra e portano con sé testimonianze di patriarcato, miseria e sacrifici che raccontano non senza pudore. Nei loro racconti emerge una continua comparazione col presente, con le donne dell’oggi così diverse – ed emancipate- rispetto alle donne del passato il cui primo compito era accudire la casa e i figli e imbastire grandi pranzi domenicali. Un’ […]

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Culturalmente

Franz Reichelt: il sogno di volare e la sua tragica sperimentazione

Franz Reichelt: la storia dell’inventore austriaco soprannominato il «sarto volante». Era il 4 febbraio 1912, ore 8 e 22 del mattino, quando Franz Reichelt tentò nell’impresa di volare gettandosi dal primo piano della Torre Eiffel a 60 metri di altezza. Il paracadute che usò era di sua invenzione, ma risultò fallace: non si aprì e il suo corpo si schiantò al suolo morente. Non è tuttavia certo che la sua morte fu dovuta all’urto col suolo: la sua autopsia rivelava una morte avvenuta prima, durante la caduta, provocata da un arresto cardiaco. Dal video qui riportato, è possibile notare un Franz Reichelt titubante che, salito sull’orlo della rampa della torre di ferro parigina, esita diversi secondi prima di decidere di lanciarsi nel vuoto. Un’esitazione però accompagnata da un sorriso in contrasto con la precarietà dell’invenzione che stava per sperimentare: un paracadute “homemade” a cui si affidò con l’entusiasmo cieco di un sognatore. Il primo ad aver tentato una simile impresa. Franz Reichelt: il sarto arrivato a Parigi con la passione per il volo Appassionato di moda, Franz Reichelt arrivò a Parigi dall’Austria nel 1898 all’età di venti anni. Il suo atelier sorgeva in Rue Gallion ed era frequentato dalle signore di alta società, soprattutto quelle viennesi, presso cui ottenne grande successo. Le sue abilità sartoriali erano notevoli e presto si cimentò anche nella costruzione di crinoline: quelle strutture rigide e a gabbia che si nascondevano sotto le gonne e le rendevano alte e gonfie. Ma la moda e la sartoria presto incontrarono l’altra sua grande passione, l’aviazione. Prima di lui, il 17 dicembre del 1903 erano stati i fratelli Wright, Wilbur e Orville, i primi ad aver compiuto quello che viene considerato come vero “primo volo”: erano riusciti a far compiere al loro Flyer, una macchina “più pesante dell’aria” con un pilota a bordo, un volo di diversi secondi per ben quattro volte. Varie e molteplici erano le sperimentazioni fatte dagli aviatori dell’epoca pionieristica. Quello che mancava però era uno strumento, un paracadute, appunto, che avrebbe garantito la sicurezza del volo e dell’aviatore in caso di caduta. L’Aero-club de France aveva poi messo in palio un premio in denaro per chi avesse costruito un paracadute efficiente. Franz Reichelt volle dare il suo contributo. Imbastì così il suo “abito da paracadute”. La “tragica sperimentazione” Prima di indossare la sua “tuta paracadute” Franz Reichelt utilizzò i manichini del suo atelier come cavie per la sua invenzione. Fece loro indossare dapprima delle ali pieghevoli e poi il suo paracadute casalingo, lanciandoli giù dal quinto piano del suo palazzo. I risultati ottenuti con le ali pieghevoli sembravano essere positivi. Incoraggiato dai parziali successi, Franz passò al perfezionamento della tuta adattandola all’uomo e rendendola quanto più leggera possibile. Il paracadute rimaneva tuttavia del peso di ben 70 chili. Sia il collaudo sui manichini che schiantavano al suolo mutilati, sia quello che fece lui stesso indossando la tuta e gettandosi da basse quote su balle di fieno, fallirono. Franz Reichelt si convinse così che il problema […]

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Attualità

Divagazioni Superflue: racconti sparsi di Frank Iodice

Divagazioni superflue è l’ultima, nuova opera letteraria partorita dallo scrittore Frank Iodice e pubblicata per Eretica Edizioni. Nasce, Divagazioni superflue, dopo una gestazione dai limiti temporali effimeri e sfumati, poiché è una raccolta di racconti sparsi, nel mondo e nel tempo. Sono infatti, quelli in Divagazioni superflue, racconti già pubblicati su riviste oppure inediti; scritti in Francia o anche dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires (La Catedral del tango, pag.99) Come dichiarato da lui stesso, l’elemento autobiografico (La figlia di Rapaccini, pag. 9, è dichiaratamente autobiografico) dirige l’ispirazione di Frank Iodice, guardiano notturno nella città di Nizza, in Francia. La notte è la compagna della sua penna. Prendono così le forme dell’oscurità i suoi personaggi e l’atmosfera che esala ognuno di questi racconti, che non emanano luce se non quella del mistero di volti incontrati nella hall di un albergo o per le strade contraddittorie di città sudamericane, è quella macabra dei sottopassaggi ferroviari. L’impuro di questa raccolta, per non dire la sua sozzura o ancora semplicemente l’”umano”, è visivo: la copertina ce ne dà solo un’anticipazione, esattissima. Si intitola Cacacuo – Sapore di casa, il suo autore è Alessandro Bellucco e a sceglierla è stato lo stesso Frank Iodice: ha visto in essa tutta la bestialità racchiusa in Divagazioni Superflue. Cacacuo – Sapore di casa è facile da associare a un preciso racconto: si intitola Il mignolo rotto, a romperselo è Sabina mentre va in bici. Qui l’autore è interpellato chiaramente, in un racconto che diventa un interloquire con un altro sé immaginario che prende tante forme quante il lettore può intuirne. Un interlocutore che sbotta come esausto: «Frank, tu racconti soltanto storie, non credo a nulla di quello che dici». Divagazioni Superflue: come un veilleur de nuit è poeta Fermenta di vita Divagazioni superflue di Frank Iodice, vita autobiografica o vita che gli scorre davanti, da una hall di un albergo all’altra. Ma in questa raccolta la realtà non è distinguibile dalla fantasia, poiché hanno qualcosa di magico o di fantastico i suoi personaggi, come ricoperti da un velo di mistero che rimane il segreto inconfessabile che passa tra loro e lo scrittore, cavie di cui indebitamente si serve per arricchire il suo scrigno di visioni. Ma labile è anche il confine tra l’autobiografico e la vita di cui Iodice si fa testimone non richiesto: la prima persona che si intromette tra il lettore e i personaggi si confonde con esso o prende forme vive e palpabili, ma soprattutto uditive, si fa voce e il lettore non più legge, ascolta. È una voce netta e distinguibile, ha toni propri e il suo timbro è unico. Eppure nel suo confondersi, la voce di Frank Iodice non poteva essere più chiara di così. Ma la notte o la prima persona, sono solo due dei tanti leitmotiv in Divagazioni superflue: ci troviamo quasi sempre a Nizza- tranne che per alcuni racconti come Divagazioni superflue, pag. 54, qui siamo a Montevideo- è quasi sempre notte, gli occhi sono quasi sempre quelli […]

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Libri

Gian Luca Favetto e il suo personale racconto della poesia

Gian Luca Favetto: Attraverso persone e cose. Il racconto della poesia. Recensione Gian Luca Favetto, scrittore, drammaturgo e giornalista, ha pubblicato per Add editore Attraverso persone e cose il suo personalissimo racconto della poesia. Un tentativo che è un viaggio, quello di Gian Luca Favetto che ha percorso secoli di letteratura lontani – da Omero a lui stesso – e interminati spazi fino a Oriente. È proprio in viaggio che gli sono arrivate le prime poesie e la loro forma era quella di una voce: la voce di suo padre che, alla guida di una Lancia, con tutte e due le mani sul volante, accennando un mezzo sorriso, recitava Guido Gozzano. Gian Luca Favetto aveva solo nove anni, ma disteso supino sui sedili posteriori con lo sguardo rivolto in su, già sentiva in quelle parole l’innesco di qualcosa di profondo: «La voce di mio padre – lei sì, una poesia». E su quella che oggi è la Statale di Castellamonte, che unisce Rivarolo a Ivrea, superato il Ponte dei Preti, Gian Luca Favetto incontrava l’unica vigna delle sue colline quando ancora sapeva di antico. Con l’aiuto dei versi di Cesare Pavese scanditi dal canto paterno, si cucivano su di lui le emozioni che impennavano a ogni curva sconfiggendo la sua nausea. Naturalmente allora, alla primissima domanda del suo racconto Attraverso persone e cose, “Che cos’è la poesia?“, Gian Luca Favetto risponde: « È un movimento, un modo di essere in relazione con le cose e con se stessi, un modo di trovare relazioni; è un principio, è ciò che c’era prima del Big Bang e innerva tutto.» Gian Luca Favetto: Attraverso persone e cose è una circumnavigazione Johann Wolfgang von Goethe aveva nell’ottocento recuperato il termine Weltliteratur, una letteratura mondiale che abbatteva i confini nazionali- “letteratura nazionale non vuol dire più molto” – e in cui convergeva l’essenza dell’umanità tutta. Goethe scopriva quanto sempre più la poesia fosse un bene comune a tutta l’umanità. Si andava verso una letteratura universale per cui la traduzione si configurava come necessaria. Il poeta riconosceva finalmente la sua patria, che è il mondo, ma che soprattutto è la parola. Gian Luca Favetto prova a percorrerla questa “letteratura universale”: Omero, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Gabriele D’Annunzio, Marc Chagall, Anna Achmatova, Robert Musil, Saffo, Ezra Pound, Anton Cechov, Rainer Maria Rilke, Fernando Pessoa… Ma non sono ancora tutti i nomi dei poeti presenti in Attraverso persone e cose. L’autore è preso da un’ansia del nominare che lo spinge a circumnavigare il nominabile in una forsennata serie di citazioni in cui riscoprire l’essenza del poeta, un servo della parola, e la sua patria, la lingua. Ma come dice l’autore stesso, per essere completo il viaggio ha bisogno del ritorno: e ritorna alle origini Gian Luca Favetto con la tessitrice delle notti: Shahrazad. Con lei si conclude questo racconto della poesia che si svela continua scoperta. Ritardare il momento della morte è quello che fa anche l’autore, poiché non stila una mera lista di grandi poeti, ma mette […]

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Libri

Bestia divina: il gioco anarchico del regime poetico di Mario Fresa

“Bestia divina” di Mario Fresa è una raccolta sulla contro-intuitività poetica. Recensione dell’opera Sembra un ricacciare in una mano tutto il linguaggio-non linguaggio minacciato da una imminente balbuzie della lingua, del capo e della mano stessa che sorregge, Bestia divina di Mario Fresa, edito La Scuola di Pitagora editrice. In Bestia divina, infatti, il linguaggio è un mostro ibrido a tre teste: soggetto, predicato, complemento si rassomigliano e si scambiano, nessuna logica semantica li contrassegna. L’umanità pure è mostruosa nella sua risolutezza di essere razionale tanto da intrappolare la bestialità divina della parola: il raziocinio è una trappola in cui quest’ultima si dimena bramando libertà. Il soggetto poetico qui sfuma, sfugge e si contorce nei versi poiché è il linguaggio stesso il soggetto, il suo regime poetico è l’anarchia. «Era una lingua, un salto. Mica per noi, mica un insulto. […] Così stordita,/ s’alza dai ragazzi ed è ben fatta:/ ed è prossima a trasformarsi in un/ gemello puro, in un fulmine lavoro di altri tempi./ Oppure che sia fatta, di sicuro,/ di un’altra lingua più aceto./ Qui c’è madre orologio, come un istante nervo./ E poi gambe di esclamativi, miracoli di/ atomici pittori.» Nella presentazione di Bestia divina, Andrea Corona parla di frase-affetto per cui vale ciò che vale anche per il linguaggio onirico: la frase-affetto non segue le regole di nessun genere di discorso ma sospende o interrompe i concatenamenti, dando vita a un dissidio logico traducibile in un torto alla frase articolata, un torto che dissimula un gioco poetico. Un gioco che si costruisce intorno all’incompiutezza dell’inafferrabile è quello che si concede Mario Fresa: confondere il lettore, disseminando nei suoi versi leitmotiv e dipanando un personalissimo filo rosso fatto di nomi propri che si ripetono – rimandi letterari ed artistici? – e inconcludenti “Soluzioni finali”, poste in appendice al testo. Difendere l’intrattabile, difendere l’illogicità dell’onirico equivale a prendersi gioco della razionalità del lettore incallito, il quale si sforza alla ricerca di un senso che sente nascosto ed è anzi convinto di poterlo trovare laddove a scorgersi è solo la parvenza di un non-senso. «Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è/ così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio / che sia di un altro.» (Parole della morte a sua madre, p. 52). «Oppure, certo, l’alternativa è diventare/ un altro nome; o una mosca, diciamo, d’allegria.» (I Musici, p. 38) Quello stesso linguaggio che differenzia l’uomo dalle bestie, in Bestia Divina adesso si fa estraneo, non vuole più appartenerci e ci riesce divenendo incontrollabile. Come un usurpato, disserta le articolazioni della frase e il poeta è il «Vero soldato /pronto a morire per una lingua che non passa/ più mercato[…] Soldato che diventa puro crollare,/ colla di ballerina; una sonora mente/ di balbuzie!» Oscura ed enigmatica, in preda alla frenesia del nominare il possibile, un quotidiano che ci inganna e ci spaesa, la poesia di Mario Fresa ci restituisce alla nostra natura bestiale. Bestie divine, noi uomini che «carnivori e infelici» (da Sparirà, prima poesia della raccolta), «siccome tutto […]

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Libri

Il grillo narrante: l’esordio del Dr. Massimiliano Gaudino

“Il Grillo Narrante. Racconti, favole, poesie” questo il titolo del primo libro di Massimiliano Gaudino, edito Gruppo Albatros. Psicologo, Psicoterapeuta e Terapeuta EMDR, Massimiliano Gaudino fa del suo primo libro una sorta di continuazione anatomica di quello che è il suo lavoro. Caratterizzato da una spiccata propensione all’ascolto, dopo aver deciso di fare lo Psicologo, Massimiliano Gaudino sceglie, per svolgere il proprio mestiere, di utilizzare oltre all’udito e alla voce, anche le sue mani e non solo per la Terapia EMDR (la terapia EMDR è una terapia che utilizza la stimolazione bilaterale per permettere al paziente di rielaborare i ricordi negativi e traumatici bloccati nel cervello). Utilizzare le mani…Come? Scrivendo. Malato di vitiligine, partire dalle sue mani è stato per lui molto significativo, il coronamento di un insegnamento tratto dalla sua pelle: amarsi per tutto ciò che è. È Il Grillo Narrante un libro scritto anche per tutti quei pazienti che hanno contribuito al raggiungimento di tale consapevolezza, coloro che gli hanno permesso di “mettere le mani sul loro dolore”. Massimiliano Gaudino compie un atto di “cura” con il suo libro d’esordio Il Grillo Narrante di Massimiliano Gaudino raccoglie racconti, fiabe e poesie che toccano i più svariati temi, ma che tutti, allo stesso modo, scrutano nel profondo dell’anima di ogni uomo per risvegliarla. «Io sono un grillo, il grillo parlante. Sono una fiaba, un racconto, persino una poesia. Posso essere la voce della coscienza, la voce della tua anima. Io sono un dono: posso sorprendere, commuovere, ma anche farti arrabbiare; sono scaltro, suscito emozioni e reazioni intense, fino a farti riflettere e, se ciò accade, mi sento soddisfatto.» L’ispirazione dell’autore sono state non solo le sue esperienze personali, ma anche quelle che hanno voluto affidargli i suoi pazienti e nelle quali lui stesso è riuscito a riconoscersi nella speranza che anche a noi lettori potesse accadere lo stesso. È per questo che Massimiliano Gaudino compie con Il Grillo Narrante un atto di “cura”, una parola in consonanza con un’altra: la parola “cuore”. Le parole hanno per l’autore un peso emotivo e le parole chiavi, oltre a cura che le racchiude tutte e cuore che l’accompagna, sono: amore, silenzio, relazioni, scelte, dolore, ricordo, trasformazione, diversità… Molti sono i messaggi dei racconti de Il Grillo Narrante. Amarci per quello che siamo (dal racconto Il riccio consapevole), non avere paura del cambiamento e della trasformazione e affrontare la scelta di ciò che vogliamo essere come adulti (Bruco, crisalide, farfalla), imparare a pronunciare una parola facile da scrivere, ma difficile a dirsi (Ti chiedo scusa), praticare la reciprocità che è per l’autore l’amicizia o quella capacità di scrutare negli occhi degli altri e comprendere un po’ della loro anima, con compassione (Occhio per occhio). Parla poi senza veli, l’autore, anche di sé, del suo dolore e delle sue debolezze e riesce a unire sapienza scientifica a sensibilità umana permettendoci di trarre insegnamenti attraverso delle favole che sembrano destinate ai bambini, ma che in realtà insegnano moltissimo agli adulti. Il suggerimento che ci fa […]

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Libri

Anna Giurickovic Dato al suo secondo romanzo con Il grande me

Anna Giurickovic Dato è al suo secondo romanzo con Il grande me, rigorosamente edito Fazi Editore. Con la stessa casa editrice, l’autrice aveva già conquistato un posto come finalista al Premio Brancati 2018 con il romanzo esordio “La Figlia femmina” definito “disturbante”. Nulla da smentire, ma tutto anzi da riconfermare con questa nuova opera: un talento, la penna di Anna Giurickovic Dato, che si innesta ogni volta per portarci con sé nel turbinio di una scrittura matura e intensa, realista e perciò spietata. Il grande me è la declinazione di un rapporto, quello padre-figlia, in un periodo difficile per Simone, padre di Carla, la protagonista di questo romanzo. Carla è tornata da Roma, dove è nata e vive, per recarsi a Milano ed assistere suo padre, malato di cancro, che ha adesso bisogno di cure e attenzioni. La vita diventa per lei la contemplazione, inerme, di un corpo caro consumato da un male inarrestabile. Il tempo si dilata tra le quattro mura di una casa, quella di Simone, che diventa una gabbia asfissiante, in cui si consuma il dolore, insieme al corpo di un padre e alle energie dei suoi figli – oltre a Carla, c’è sua sorella Laura e Mario, il fratello. Qui si dipanano silenziose e assillanti le paure, insieme alle infinite domande che accrescono come ombre opprimenti. Le uniche “evasioni” di Carla sono le visite in ospedale o qualche serata in compagnia di amici o di uomini dai quali le piace sentirsi desiderata: Il grande me è anche il racconto di una donna che spesso si cerca e si osserva dentro uno specchio e che nel dolore non smette mai, seppur non riuscendoci sempre, di amarsi. È inoltre l’abilità della penna di Anna Giurickovic Dato, che si eclissa dietro e dentro il personaggio di Carla, incarnandosi nelle sue emozioni e stati d’animo, a farci pensare che la protagonista de Il grande me possa essere l’alter ego della scrittrice stessa poiché sparisce, nella naturalezza della scrittura, la barriera tra lettore e protagonista. Il grande me di Anna Giurickovic Dato: fare di un padre un Dio e poi riscoprirlo bambino «Questo padre io lo abbandono, perché l’ho amato più di ogni altro, più di me stessa, perché ne ho fatto un Dio e l’unico mio Credo e mi sono compresa grazie alla sua comprensione, e mi sono riconosciuta quando lui mi ha spiegato com’ero e come sarei diventata, e mai, mai dico, ho pensato che mio padre non fosse in mio possesso: fino a ora.» L’immagine cristallizzata di un papà grande, enorme, consapevole sempre, invincibile è minacciata dalla malattia e crolla, come un castello minato alle fondamenta. Tutto d’un tratto un padre non è più un padre, non è più il papà eroico che Carla aveva conservato per sé, smette di essere un adulto e ritorna lentamente bambino: «Non è il mestiere dei figli essere padri.» È semplice quanto complessa la declinazione del rapporto tra Carla e Simone descritta da Anna Giurickovic Dato: smascherare tutta la fragilità di un […]

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Culturalmente

Dea Morrigan: il corvo della battaglia

La dea Morrigan (dall’irlandese mór= grande e rígan= regina) o Grande Regina è una tra le più importanti e potenti divinità celtiche, nonché dea suprema della guerra. Al suo nome vengono attribuiti molteplici significati come per esempio “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr= incubo) o ancora “regina delle acque” (l’acqua in rapporto alle entità femminili è presente in tutte le religioni: le divinità femminili sono quelle che purificano e donano vita, proprio come l’acqua che fertilizza e risana la terra). Dai capelli lunghi e neri o folti e vermigli, la dea viene rappresentata come una donna vestita di sole piume o anche come una giovane e sensuale fanciulla. La dea Morrigan ha infatti il potere di mutare il proprio aspetto e da mutaforme può trasformarsi in anguilla, lupo o ancora in una giunonica lavandaia che lava i panni insanguinati nei pressi dei campi di battaglia. La sua forma prediletta è quella del corvo: ella sorvola i campi per divorare i cadaveri dei guerrieri. Di lei si dice che rapisse i bambini piccoli per tenerli con sé fin quando non fossero diventati valorosi cavalieri. Il suo vigore guerresco è lo stesso che investe la sua esuberante e insaziabile sessualità: pare infatti che la dea seducesse i cavalieri prima dell’inizio della battaglia per poi condurli alla vittoria. Le origini della dea Morrigan non sono ancora chiare: i significati e le versioni che le vengono riconosciuti sono molteplici e neppure gli studiosi hanno ancora trovato una concorde definizione. Dea Morrigan: Badb, Macha, Némain… e Anu Il triskel, simbolo celtico, è un vortice a tre raggi ed è la rappresentazione della triade che la dea Morrigan incarna, una triade formata dalle tre figure di Badb, Macha e Némain. Le tre immagini femminili rappresentano la nascita, la crescita e la morte quindi i tre aspetti che può assumere la dea: Vergine, Madre e Vecchia. In ambito guerresco Macha, rivestita di piume nere, esprime l’aspetto più combattivo di Morrigan ed è questo il nome con cui la dea veniva invocata in battaglia o durante gli spargimenti di sangue. Badb è invece la gigantessa che appariva ai soldati il giorno prima della battaglia, nei pressi di un corso d’acqua, intenta a strofinare gli indumenti dei guerrieri che sarebbero morti in combattimento. Nemain è infine lo spirito frenetico del caos della guerra, la cui voce guidava i soldati in battaglia. Le tre divinità non apparivano mai contemporaneamente. Al termine dello scontro la dea Morrigan assumeva l’aspetto di un corvo o di una cornacchia: presso di lei venivano raccolti tutti i cadaveri dei suoi protetti morti in guerra e il grido dell’animale era la voce della divinità che si propagava in un canto funebre lamentoso e disperato. Il corvo, come già detto, mangiava i cadaveri ma distruggerli significava trasformarli per rigenerarli. La dea Morrigan non è solo simbolo della distruzione ma anche della fertilità. La sua personalità è infatti duplice: essa è morte e nascita, buono e cattivo, positivo e negativo. È per questo che viene anche associata ad Anu. […]

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Libri

Susy Zappa prosegue il suo viaggio in Bretagna in “La magia del faro”

La magia del faro è il nuovo romanzo di Susy Zappa, edito da  Il Frangente edizioni. Dopo Sein, una virgola sull’acqua. Ritratto di un’isola bretone leggendaria e Fari di Bretagna. Storie di uomini e di mare continua il viaggio della scrittrice nella leggendaria Bretagna, intorno e dentro ai fari delle sue coste per rivelarne tutta la loro magia e il loro misterioso fascino. La storia de La magia del faro ruota intorno al faro dell’isola di Wrac’h, l’isola della Strega, dove le due protagoniste del romanzo – una è Agathe, l’altra è Susy Zappa stessa – finiranno per vivere nel faro, svolgendo la vita di guardiane improvvisate, travolte dalla ricchezza di un’isola ricca di storie suggestive e di meraviglie naturali. Susy Zappa, appassionata della Bretagna e della storia dei suoi fari che hanno scandito la sua scrittura e i suoi viaggi, è stata chiamata a far parte del consiglio direttivo dell’Associazione “Il Mondo dei Fari”, un collettivo che mira a valorizzare il patrimonio architettonico, storico e culturale dei fari italiani. Tra onirico e reale: Susy Zappa, Agathe e un faro di Bretagna Agathe è una visione onirica dell’autrice Susy Zappa; consegnatale dal suo inconscio, il personaggio prende forma in tutta la prima parte del racconto, come a preparare il terreno che l’autrice è destinata, finalmente, a calpestare coi suoi passi. Agathe Parigi, la Seconda Guerra Mondiale è in corso, la capitale appare ovattata dal fermento artistico e letterario nell’aria, nonostante la guerra, e aleggia un clima di normalità. Qui Agathe vive una vita routinaria e ha spesso l’impressione che la sua vita proceda per inerzia in attesa della morte. Il 6 febbraio 1944 un aereo precipita davanti al faro dell’isola di Wrac’h, in Bretagna. Agathe è una delle sopravvissute, e quel faro le apparirà davanti come un’allucinazione:  è il suo faro, quello raffigurato nel quadro di casa sua, che la salutava ogni volta prima di andare al lavoro. Sulla costa di Pays des Abers, il faro di Wrac’h si erge su di una piccola isola deserta, accessibile solo con la bassa marea. Il faro della Strega è abbandonato e malandato, custodisce libri impolverati che narrano la storia bretone. Il periodo in cui Agathe vive al faro sarà scandito dalle maree dell’isola e dalle letture in solitudine. Al faro, il ricordo del naufragio si trasforma in una palpitante energia e nello sconforto che avvolge la protagonista, il bagliore di una nuova alba è la sola seduzione mentale cui aggrapparsi: Agathe sente che la sua vita sta cambiando. Diventa così la “donna del mare” per il villaggio di pescatori, l’Aber Wrac’h, che la accoglie e la avvolge in un’atmosfera arcaica e quasi idilliaca, mentre lei ne ammira lo stile di vita semplice e genuino. Seguono pagine ricche di aneddoti e leggende: la storia di Pont Krac’h, il ponte del Diavolo, quella dei goémoniers, i raccoglitori di alghe, la leggenda del cavaliere Bran o ancora quella del drago di Élorn. Susy Zappa La magia del faro è un romanzo per chi ama la […]

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Libri

L’accordo dell’acqua di Federica Russo: poesie di Amore e Morte

L’accordo dell’acqua (Edizioni Dialoghi) è l’ultimo lavoro poetico di Federica Russo, giovane scrittrice partenopea, classe ’93. La sua raccolta, tessuta col filo del dolore e del ricordo, ripercorre e mette a nudo un’anima consumata eppure fresca, che intraprende agile il cammino della rinascita e del ricominciamento.   Federica Russo tra amore, ricordo, morte e ricominciamento «Come la memoria dell’acqua/ fantascienza gentile/ ad ogni cambiamento/ resta il meglio,/ se è vero che può ricordare». Giovane eppure potentissima, nel suo L’accordo dell’acqua, Federica Russo prende spunto da una particolare teoria secondo cui l’acqua ha la capacità di ricordare, conservare memoria, e sempre rimanere leggera. È quello che succede anche a lei, l’autrice, che si contrae e si contorce nei suoi versi sinuosamente come l’acqua, impregnandoli dei suoi ricordi, ravvivandoli della sua energia, percorrendo a ritroso le ombre della sua memoria breve, ma anche intensa. Il suo spirito è irruente e dichiara subito: «Vivere la vita/ senza poter vivere/ è una cella senza sbarre/ e io / preferisco correre/ come una pazza», la sua mano è rivoluzionaria, la sua penna scrive poesie agitate di Amore e Morte, mette in rima e fa combaciare liberamente versi che scandiscono “paure ridicole”, confessando l’instabilità di un’anima in bilico tra sanità e malattia, rotta in due dalla paura e dal coraggio di amare, costantemente minacciato da quella che Federica Russo chiama paralisi emotiva. La Morte ha un’influenza prepotente che infligge come castigo a tutta la prima parte della raccolta: come in preda a una malattia mentale, declinando un ragionamento senza logica, quasi ad auto-diagnosticarsi una patologia cronica, Federica Russo vede le emozioni sprigionarsi e scivolare via dalle sue mani, quindi dalla sua poesia, riempiendola di un senso di morte inoppugnabile; il cuore ora e ormai, batte solo al ritmo della mano infelice. L’autrice sembra più di tutto atterrita dalla paura della ineluttabilità della morte: «Non voglio morire, non voglio veder morire» e ancora: «Vorrei essere morta quando dovrò morire». Ma non esistono “paure ridicole”, l’animo è giovane e il dolore è sempre giusto, mai demistificabile, non si può sminuire. Quello stesso dolore imprigiona una voglia di vivere che Federica Russo libera verso la fine de L’accordo dell’ Acqua, recuperando, come si recupera per rivelazione improvvisa un oggetto prezioso che sembrava non servire più a nulla, l’Amore e la sua spinta vitale. L’Amore viene ripreso ancora una volta attraverso il ricordo, il ricordo di “due sconosciute che una volta si amavano”. Logorato da una storia finita, Federica Russo non vuole punire l’Amore facendolo soccombere al suo dolore viziato, ma cerca di salvarlo e ascoltarlo: «Il mio amore sa parlare, il mio amore è Donna». Fatto Suo, il sentimento amoroso diventa lei stessa, Federica Russo sa comunicare: svelarsi nella sua fragilità è scoprirsi nella sua più silenziosa e prepotente forza. È lei stessa Donna, lei è la sua poesia: semplice, chiara, immediata e scattante, dai toni sfumati tra ricercati e sferzanti. «È arrivato il momento di fare il conto di quello che ho vinto e che ho perso. Torna a […]

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Libri

Mare in fiamme: Francesco Troccoli ricuce le sponde dell’umanità

Mare in fiamme, edito L’Asino d’oro, è l’ultimo romanzo dello scrittore romano Francesco Troccoli. «E poi tu non credi in Dio, cara» «No, infatti. Ma credo negli esseri umani. E nelle relazioni complesse che fra essi si stabiliscono» A pronunciare questa frase carica di umanità è proprio Marina, la protagonista di Mare in fiamme, maestra di una scuola multietnica della periferia di Roma, a cui arriva una foto di una ragazza africana sul cui retro è scritto «Sorella mia, aiutami». Intanto suo padre Italo, rimasto coinvolto in un’esplosione in Libia, è in coma presso l’ospedale militare di Roma. Marina si troverà coinvolta in un giallo che la porterà a riscoprire il passato di un padre che non aveva mai conosciuto fino in fondo come uomo, e a riconciliarsi con una Terra e con la sua Umanità grazie a una sorella ritrovata. Dalle sfumature multietniche e dalle componenti di romanzo giallo, la trama di Mare in fiamme si snoda proprio intorno ai rapporti umani – sorelle, padri, figlie, amicizia- , un innesco caro all’autore Francesco Troccoli e che coinvolge ognuno dei personaggi del romanzo, adulti e fanciulli. Mare in fiamme: Francesco Troccoli ricuce le sponde dell’umanità Orazio, Italo, Marina. Un triangolo generazionale intorno al quale si sviluppa una trama e si ricongiungono i punti della storia che lega la nostra Italia all’Africa, il nostro passato al nostro presente. Mare in fiamme è il mare in cui Orazio, nonno di Marina e padre di Italo, arruolato in marina, salvò i nemici inglesi da un naufragio, conquistandosi la fama di “eroe di guerra”. Mare in fiamme è quello in cui è rimasto irretito Italo, figlio di Orazio e padre di Marina: inchieste giornalistiche fastidiose che rivelano i crimini di guerra italiani in Libia e più in generale in Africa. Mare in fiamme è il mare che ha separato per troppi anni Marina, figlia di Italo e nipote di Orazio, da suo padre e da una parte di se stessa. È del rapporto padre-figlio che Francesco Troccoli si serve per delineare il rapporto storico di Italia e Libia, per ricucire le due sponde nella rivelazione cruda, che da sempre i libri di storia omettono, del massacro africano, in particolare quello libico, da parte dell’Italia; mostruosità che portavano con sé, anticipandole, le oscenità naziste. Così, leggendo il romanzo di Francesco Troccoli, mentre noi lettori facciamo i conti con un pezzo della nostra storia di oppressori, Marina fa i conti con la riscoperta di un padre e di tutto ciò che si porta dietro dalla Libia, e Orazio riscopre grazie al lavoro di suo figlio, il ruolo meschino dell’ Italia in Africa e cerca di riscattarsi con chi gli è più vicino, i suoi badanti nigeriani, lontani da lui solo etnicamente. Ma i personaggi non si fermano a tre, e non sono solo adulti. Mare in fiamme è un romanzo che pullula di umanità e quindi di cultura: la quinta in cui insegna Marina è una classe che accoglie fanciulli, a metà tra bambini e adolescenti, […]

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Teatro

Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri. Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO». In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” . Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono. Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij. Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna» Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini. L’intera scena si slaccia intorno a una […]

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Libri

I Sinistri, l’ultimo libro di Mauro Bortone

I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore è l’ultimo libro di Mauro Bortone, edito AUGH! Edizioni Come suggerisce anche il titolo, “I Sinistri. Cinque monologhi dalla parte del cuore” mette insieme frammenti di esistenze apparentemente sconnesse eppure impigliate l’una all’altra. Per farlo, Mauro Bortone usa il monologo creando un multiprospettivismo che sembra, all’inizio della lettura, disordinato e confusionale, ma che al concludersi del romanzo riverbera in una coerenza di temi, luoghi e sofferenze chiudendo così il cerchio della coralità. Potremmo provare a visualizzare la struttura de I Sinistri definendolo un romanzo dall’andamento circolare che come un vortice scava nel cuore di piccole, marginali realtà. La sinistra è il cantuccio anatomico del cuore e, nel perenne tentativo di mettere d’accordo cuore e cervello che “non si danno neanche del tu”, è al muscolo cardiaco involontario che ci affidiamo in ultimo, allo scadere di ogni esitazione: da qui Mauro Bortone attinge l’energia vitale che innesca la formulazione di monologhi viscerali e riflessivi, in cui ognuno dei vari protagonisti tira le somme del proprio passato mentre costruisce il proprio presente. È quindi da quello spazio fisico definito, il lato sinistro della vita, che si avviano questi cinque assoli, scanditi dalla sincerità delle uniche emozioni autentiche che ci rimangono e che Mauro Bortone chiama “i sinistri”: ecco come tutto, in questo libro, torna. Mauro Bortone scrive dalla parte del cuore L’ultimo romanzo di Mauro Bortone, “I Sinistri. Cinque Monologhi dalla parte del cuore“, ci catapulta senza preavviso a Tamburi, nella amata Taranto dello scrittore e subito si fanno i conti con la morte. Tamburi è un quartiere di Taranto che «soccombe agli sbuffi continui delle bocchette di carico sparate a più di milletrecento gradi» dalle colonne di sviluppo dell’acciaieria che domina il paesaggio e lo sovrasta: polveri, benzopirene, anidride solforosa e diossine. Il primo monologo è quello di un uomo che dopo anni di esalazioni tossiche è costretto a chemioterapia e continue ricadute. Un’intossicazione che ferisce gli organi umani portando a galla un altro tema importante de I Sinistri, quello del rapporto padre-figlio: tra i vari personaggi c’è il “prodigo figlio” che accorre al capezzale paterno in un ultimo, rapido congedo nella speranza di un perdono prima che la malattia porti via per sempre la figura del genitore deluso e rancoroso. Ecco allora designato il quadro che accoglie e fa da filo rosso tra i vari monologhi: la questione dell’inquinamento e del sopruso dello sviluppo economico sulla Natura verrà ripresa successivamente nella sequenza “Affari” e ancora, come a ricongiungere la fine con l’inizio, sarà il tema ripreso nell’ultimo gorgoglio di pensieri che costituisce la dovuta conclusione del romanzo: «Sarebbe bello immaginare che un domani diverso sia possibile, sebbene oggi tutto sembra andare verso un’altra direzione. Continuare ad amare questo posto, come faccio intimamente senza pretese, nonostante il suo cullarci di bellezze infruttuose, di desideri taroccati rimasti nei cassetti, di prospettive che non vedono la luce e fiaccano lo spirito alla distanza. […] Questa terra è scesa a patti con un’incertezza che immobilizza e […]

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Culturalmente

Ideale dell’ostrica: la visione della vita di Giovanni Verga

Ideale dell’ostrica: la visione verghiana della vita La prima formulazione dell’ideale dell’ostrica da parte di Giovanni Verga si ha in Fantasticheria, una delle novelle di Vita dei campi pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della domenica” il 24 agosto 1879. Fantasticheria è una specie di lunga lettera a una signora esperta del mondo, una dama d’alta società, con la quale l’autore narrava di aver passato quarantotto ore ad Aci Trezza, il villaggio di miseri pescatori divenuto teatro de I Malavoglia. «Insomma, l’ideale dell’ostrica! – direte voi – Proprio l’ideale dell’ostrica e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose seriissime e rispettabilissime anch’esse.» Così Giovanni Verga compiva, con Fantasticheria, il passo decisivo verso la narrazione della vita degli umili. Cominciava ad operare in lui tutto il fascino di una realtà diversa da quella che fino ad allora aveva influenzato le sue scelte poetiche: Verga non più narratore della vita galante, ma Verga narratore della povera gente, della sua terra d’origine, la Sicilia. Un germe che avvia alla stesura dei Malavoglia, ma anche il germe della pietà umanitaria “nei confronti delle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita” che nasce nello scrittore “galantuomo” del Sud. Ideale dell’ostrica: Verga tra idealizzazione e impossibilità del mondo arcaico Con l’ideale dell’ostrica Verga aveva fatto quello che, poco meno di un secolo dopo, farà anche Pasolini: riconoscere la sacralità di un popolo ancora incontaminato dalla artificiosità della vita cittadina e borghese: un popolo di umili sfuggito alla “fiumana del progresso”. I deboli (i miseri pescatori di Aci Trezza o i miseri contadini del mondo rurale), come ostriche, rimangono attaccati allo scoglio di valori (primo fra tutti la religione della famiglia e il lavoro), credenze e tradizioni nel tentativo di sopravvivere alla “lotta per l’esistenza” ancorati, rinchiusi e difesi in un’atmosfera idilliaca fatta di «pace serena» e «sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione». Ma la idealizzazione romantica del mondo idilliaco degli abitanti di Aci Trezza, un mondo arcaico rurale che diventa mitico, fatto di innocenza e ingenuità, incontra lo spietato pessimismo verghiano e si trasforma in nostalgia: prende il sopravvento la crudele consapevolezza della impossibilità di esistenza per quel mondo, destinato a subire anch’esso gli influssi della modernizzazione, scontrandosi con la storia e le sue forze disgregatrici. È proprio con I Malavoglia che assistiamo alla disgregazione di un mondo primordiale; è ne I Malavoglia che il coro meschino, ovvero la voce degli abitanti di Aci Trezza, demistifica e svaluta tutti i valori nobili e puri […]

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