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Eroica Fenice

Teatro

Gemito L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano al CTF

“Gemito L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano al CTF Napoli 8 luglio- debutta al Campania Teatro Festival nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano del Real Bosco di Capodimonte “Gemito – L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano regista, autore e attore di una piece teatrale che vuol farsi indagine acuta della furia vitale di un pazzo, Vincenzo Gemito, artista e scultore napoletano, povero, nato dal popolo e abbandonato alla nascita nella ruota degli esposti poi battezzato dal suo stesso nome – gèmito- a un destino di dolore e sacrificio; per tutti non più un uomo, ma un genio-folle. “Il genio dell’abbandono” lo aveva chiamato Wanda Marasco nel suo omonimo romanzo e, alla stregua della scrittrice napoletana, il talentuoso Antimo Casertano entra nelle carni dell’artista “Vicienzo” e ne simula l’ossessione tutta cristallizzata nel blocco marmoreo che domina la scena accecando gli spettatori di un bianco allucinante: ricorda il colore di una camicia di forza. La messa in scena, prodotta dalla Compagnia Teatro Insania, Associazione culturale Nartea, ripercorre i momenti più esasperati ed esasperanti della vita di Gemito: la fuga dalla clinica psichiatrica e il ritorno a casa che sancisce l’inizio degli anni di clausura volontaria nello studio di casa dove Nannina, la moglie, interpretata da Daniela Ioia, lo accoglie come una Madonna: seduta in terra, regge Vincenzo adagiato come un Cristo tra le sue braccia. Quella della Ioia è forse la più intensa performance di questo spettacolo: l’irruenza sul piano della vis tragica restituisce nei gesti recitativi e nelle tonalità della voce tutte le paure e le sofferenze di chi, al fianco di un artista considerato folle anche dai suoi stessi familiari, decide di non disertare. Il personaggio di Daniela Ioia, Nannina, non è solo la nenia malinconica che lenisce le sue sfuriate, ma nella testa di Gemito è anch’essa una nemica complice di Salvatore, amico artista, interpretato da Luigi Credendino qui anche voce nella testa di Gemito, nonché suo alter ego, un attore che conferma ancora lo scacco e il dinamismo attoriale vivacissimi che lo contraddistinguono. Quarto tra gli attori in scena è Ciro Kurush Giordano Zangaro: muto e dai passi pesanti, cinto da un’armatura reale, statuario e maiestatico, come fosse la vera statua di Palazzo Reale di Napoli che “Ponta ‘nterra” col dito, sproporzionato e pieno di imperfezioni, è il fantasma del Carlo V di Vincenzo Gemito, causa della crisi irreversibile dell’artista che vede in questa sua scultura la sua dannazione, la fonte di ogni derisione. Ciro Kurush Giordano Zangaro è l’altero busto marmoreo del fallimento di Gemito che gioca con il suo tormento muovendone le fila e lo consuma: è lui la sua “prigione di marmo”. Ma Gemito- L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano non vuole solo raccontare la Passione di un uomo che trascina sulle proprie spalle il blocco granitico della sua arte come fosse una Croce, ma pure arrivare alla catarsi di una possessione maniacale che attanaglia Gemito come artista rappresentativo di tutti gli artisti. Soggiogato dal fascino di un artista napoletano dagli occhi implacabili […]

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Libri

Viola Lo Moro presenta le sue poesie di un Cuore Allegro

Viola Lo Moro ha raccolto il suo archivio poetico in Cuore Allegro, una raccolta di poesie edita Giulio Perrone Editore. “Tieni il cuore allegro” è il monito di un morente a Viola Lo Moro, Cuore Allegro è il titolo della sua raccolta poetica, una raccolta che oscilla tra la tenera notte che “appuntita e uncinata [..] attraversa di spillo il costato” – e il deludente giorno; la sua è una poesia che si fa spasmo di una lotta tra conscio e inconscio: tra la tangibilità delle cose e l’immaterialità del sogno. Solo terminato il buio, una risoluzione (forzata): “Il giorno può cominciare con me/ come un ferro da calza spinto a forza nella lana” (da Il giorno). Il durante persiste ancora: dare e togliere consistenza alla poesia è il gioco dei poeti, è il trascorrere delle ore tra luce e buio: l’oscillare della coscienza nella “morsa dei potevo“. Il sogno è di riflesso mostruoso, “[…] sono serpenti neri./ Entrano dallo spiraglio della porta/risalgono strisciando l’orlo del lenzuolo/li fermo al confine del piede/mi rannicchio – feto nella resa –/non hanno zampe./Sono solo sogni” (da Presenze). Nel flusso di visioni ingannatrici, attaccarsi alle visioni del reale significa tenere il cuore allegro: “Ecco la mia notizia dei giorni virali:/ ho recuperato la vista/per necessità[…] ora sono costretta/ a guardare l’ostinazione/ degli oggetti / indifferenti e screpolati/ come me” (da Ostinazione virale).  Prima di confondersi ancora una volta con l’incubo, schiacciarsi al suolo della realtà, mentre si aspetta il morire (o il risveglio): “Acqua distillata/caffè aceto/al mercato/sale grosso/detersivo lavastoviglie […] ennesima lista/di ennesimo giorno di mia/non morte” (da Lista). Tenere il cuore allegro è ispirarsi a un elemento vitale, guardare fuori dalla finestra, “Nella stanza vuota dalla grande finestra/ osservo il mare in  tempesta./ Dal mare maestose emergono/ presenze primitive.” (da Sogno). “Emerge il gabbiano contorto nello spasimo” e anche per Viola Lo Moro si concretizza, in uno stramazzo, il male di vivere montaliano. Ecco che allora il raggrumarsi delle proprie sensazioni avviene tutto all’interno, come da uno spazio chiuso sembrano arrivare – ed essere state scritte – le poesie di Viola Lo Moro. “La flebo metronomo/non segna il battito/ (un cuore, una arteria, un sistema)/scandisce invece l’attaccamento dell’esterno/all’interno“(da Monito). La necessità del “fuori” (che è anche solo esteriorità rispetto al proprio corpo/mente) si condensa in spinte vitali che, una volta impresse alle cose, ritornano in possesso dell’io, che qui straripa in un io-torrente: “Le notti scappo/risalgo l’io torrente/ per i canali venosi/mi bagno negli umori amari/pesco fantasmi[…] Torrente è il nome mio” (da Torrente). Un pulsare delle vene-torrente che investe anche l’amore, come le poesie della terza parte della raccolta di Cuore allegro, in dialogo con un “altro” che è un tu, poi un te, poi un “amore mio” e si estende alle altre sezioni un interloquire che sembra inedito e antico allo stesso tempo: una sfilza di tu, una amante, una mamma, una Eva e un babbo. L’anatomia dell’allegria è forse il corpo della poesia, l’anatomia del cuore è la sua pulsazione […]

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Libri

Caterina Edwards: Riscoprendo mia madre, il riscatto di identità perdute

Riscoprendo mia madre Una figlia alla ricerca del passato di Caterina Edwards: la storia di una figlia alla ricerca del passato edito Les Flâneurs Edizioni. «Le persone sono intrappolate nella storia e la storia è intrappolata in loro». James Baldwin, Appunti americani Riscoprendo mia madre Una figlia alla ricerca del passato di Caterina Edwards è un dono, quello che la scrittrice fa a sua madre (e un po’ anche a se stessa), una dimostrazione di amore senza pari, una faticosa ricerca del passato la cui scoperta implica il riconoscimento e la comprensione di una madre nella sua essenza e insieme il “perdono” da parte di sua figlia. Riscoprendo mia madre è però anche l’ “inventario”, inteso alla maniera gramsciana: un “conosci te stesso”, la raccolta di quella infinità di tracce che la storia lascia in ogni “io”. Caterina Edwards ha origini italiane da parte materna, suo padre è invece inglese. Ma la Edwards innesta radici culturali anche in America, dove si trasferisce da bambina, all’età di soli sette anni. La sua infanzia è scandita da visite estive alla città di Venezia a cui è legata da una storia di dolore e sofferenza che la avvicina, ancora inconsapevolmente quando è troppo piccola per comprenderne il valore, alla storia e al destino della popolazione istro-veneta, quella a cui apparteneva anche la madre, protagonista di un tragico esodo dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Ma se l’Inghilterra era il presente, l’Istria, la città natale di mia madre, era il passato nebuloso, distante e irrilevante. Non era un Paese; non appariva su nessuna mappa moderna o in nessun libro che avevo letto. Durante la mia giovinezza, l’Istria era una fantasia, un costrutto mentale, una sequenza di immagini incubate dai miei sogni». Riscoprendo mia madre è il settimo libro di Caterina Edwards e anche qui confluiscono i suoi più sensibili interessi: immigrazione, innesti di culture e popoli, la Storia. Tuttavia questo suo romanzo, un intreccio tra (auto)biografia, diario o libro di memorie familiari, ha una carica personalissima di sentimenti ed emozioni che finiscono per grattare via la scorza di pudicizia e anche di moralità della scrittrice, non solo quando la Edwards si auto-svela nel mostrare le proprie debolezze ma, e soprattutto, nel descrivere con sincerità il conflittuale rapporto con sua madre Rosa: l’autrice ha il grande coraggio di non nascondere il risentimento e l’amore rancoroso che prova nei confronti di un genitore, che sono poi la gabbia e la verità non-detta (difficile da digerire) che marchiano la vita di ognuno. Per questo, quello di Caterina Edwards non è un libro per tutti: è la storia di un lento declino, quello di sua madre, Rosa Pia Pagan, afflitta in vecchiaia dall’Alzheimer, ma è anche la storia dell’Istria, troppe volte terra di contesa, terra dalle plurime dominazioni (austriaca, fascista, nazista e jugoslava…), terra multietnica e non per questo aperta da sempre alla diversità. La storia delle popolazioni dell’Istria, ripercorsa attraverso la ricerca stancante e accurata di Caterina Edwards, è la storia di popolazioni di rifugiati, di espropriati e […]

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Libri

Elena Rui, recensione del romanzo La famiglia degli altri

Candidato al Premio POP (Premio Opera Prima) nella decina semifinalista, La famiglia degli altri (Garzanti), libro d’esordio di Elena Rui, è un romanzo sull’autodeterminazione attraverso l’accettazione di sé. Nella Parigi di J.P. Sartre e Simone de Beauvoir, ma qualche decennio dopo, Marta – la protagonista- e Antoine, il marito, sono alle prese con la loro piccola e “disarmante” figlia Giulia di appena tre anni e mezzo mentre fanno i conti con il fallito tentativo di essere una “coppia aperta”: l’altra, per un’imitazione mal riuscita, “couple magnifique” alla maniera dei due intellettuali. Antoine e Marta sono grandi confidenti e la loro intesa mentale è molto serrata: lui scrive programmi culturali per la Tv, lei è una scrittrice, autrice di un solo “romanzetto” – come lei stessa lo definisce- in procinto di scrivere quello che sembra essere il suo vero esordio letterario. La frattura che divide i due giovani genitori, però, è tale da mettere in crisi Marta che non vuole tornare con Antoine, il quale non riesce ad immaginare una quotidianità che non la includa, ma con cui condivide il compito di genitore in una collaborazione confortante e riuscita. Ciò che sembra mettere in crisi Marta è anche il suo atteggiamento nei confronti di Giulia, e riprenderà spesso le parole di Simone de Beauvoir tratte da Il Secondo sesso quando diceva che «una donna che lavora senza essere economicamente autonoma, solo per avere un piccolo reddito supplementare, resta in una posizione subalterna, di rinuncia, e finisce col riversare la sua frustrazione sugli altri». Marta è ossessionata dall’idea di essere una cattiva madre. Ma, citando Elena Rui, al dialogo materno occorre ogni tanto “una sfrondatura, un po’ di spazio nel groviglio fitto degli scambi quotidiani”. Il funerale di sua nonna Ada sarà l’occasione ideale per Marta di allontanarsi da Parigi, creare quel piccolo vuoto, quella lontananza necessaria a rinnovare il nitore di alcune consapevolezze. Come a ricreare una situazione tipica del romanzo di famiglia, il funerale diventa il momento di riunione dell’intera famiglia Fasolo: la ricerca si snoda allora intorno ai concetti precostituiti di coppia o famiglia, fedeltà e perbenismo. Con gli occhi di una scrittrice, acuta osservatrice, ecco che Marta scruta “la famiglia degli altri”: quella dei propri genitori, di zii e zie, nessuna priva di segreti e compromessi. Scoprire verità celate riguardo il passato della famiglia di suo padre, costringerà Marta ad abbandonare l’idea infantile e romantica del matrimonio dei suoi nonni, Ada e Augusto, arrivando alla consapevolezza che, mettendo a confronto la propria vita e quella di Ada, la sua libertà aveva prodotto più insoddisfazione delle apparenti costrizioni a cui era stata soggetta la nonna. In una sorta di conflitto tra Es e Super-io, istinto e coscienza morale, le riflessioni di Marta partono da qui a dipanarsi intorno a problematiche di genere e di ruoli sociali: quello di donna che non implica necessariamente quello di madre e di moglie, ruoli che la protagonista deforma e forgia nella misura più adatta alla sua persona. I suoi fitti monologhi non danno […]

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Libri

Giuseppe Zucco: la carnalità dell’onirico ne I poteri forti

Giuseppe Zucco. I poteri forti (NNEditore): una raccolta di cinque racconti mondo in cui l’onirico si fa carnalità attraverso la metamorfosi. Nella molteplicità delle forme e della loro possibili materializzazioni vi è ne “Le metamorfosi” di Ovidio, partendo dalla riformulazione dei miti greci, il tentativo di compiere il “racconto del mondo”. Usando le parole di Italo Calvino:  «Le Metamorfosi vogliono rappresentare l’insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza d’immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere – secondo l’ambiguità propriamente mitica – tra le chiavi di lettura possibili» (Gli indistinti confini 1979). Qui la metamorfosi segue una filosofia certa che è quella parentela tra tutte le cose esistenti, viventi o meno (Ursini su Ovidio). Denotata quindi da un carattere onnicomprensivo, l’opera che intende la “metamorfosi” anche come trasformazione delle forme dell’inconscio ci rimanda inavvertitamente a I poteri forti di Giuseppe Zucco (NNeditore) e non solo per il patrimonio letterario classico da cui quest’ultimo prende spunto. Tra queste e altre cose, come il gusto incantato per le favole o il prodigioso fantasticare, quello che l’opera di Ovidio ha in comune con i cinque racconti mondo di Giuseppe Zucco è il tentativo di metter “radice su indistinti confini tra mondi diversi”: in un singolarissimo tentativo e nella forma del racconto breve, uno dei generi tanto delicato e complesso quanto più bistrattato oggi, i racconti di Giuseppe Zucco si prestano a uno scopo comune a tutta la letteratura, forse spinta primordiale della stessa: la rappresentazione dell’ “umano troppo umano” con un estro di originalità e crudezza. Una rappresentazione già abilmente realizzata da uno dei punti di riferimento per Giovanni Zucco quale Fëdor Dostoevskij, le cui influenze sono non solo dichiarate più volte da Zucco stesso, ma chiare e riconoscibili nella raccolta “I poteri forti”. A maggior ragione quando il protagonista di uno dei racconti (il cui titolo è Giuditta) diventa il nuovo Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov di Delitto e castigo – senza però aver compiuto alcun omicidio – e porta evidente con sé la sua colpa come se un cartello recitante “colpevole” fosse attaccato alla sua schiena e allora lui, il criminale, guardingo e ossessionato, è scorticato e rivelato nella sua colpevolezza dagli occhi di tutti coloro che posano il proprio sguardo su di lui.  Tanto più quando l’ “altro” inteso alla maniera sartriana di colui che guardandomi mi fa vergognare mettendomi di fronte alla mia vera essenza, disvelandomi nella mia intimità, è la risata di sua moglie che ogni notte lo fa scuotere dal sonno di soprassalto. Tutto quello che rivela se stesso al personaggio di questo primo racconto non è altro, quindi, che la realtà riflessa della sua immaginazione. Molto infatti si è parlato della vitalità immaginosa dei racconti di Giuseppe Zucco, ma non bisogna fraintendere la potenza immaginifica con il “fantastico” . Ecco che è facile cadere in questo fraintendimento con un racconto in particolare, “Quarant’anni”, il cui carattere psichedelico, da film, è ben oltre i limiti del reale (C’è un uomo che parla con gli animali e un bambino […]

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Libri

Giorgio Borroni, Il vuoto dentro: parlare con i morti si può

Giorgio Borroni ha pubblicato con PubMe, nella Collana Ater, Il vuoto dentro, un romanzo cupo e breve, forse – come rivela l’autore stesso in un’intervista– il più cupo che abbia mai scritto. Giorgio Borroni, Il vuoto dentro: parlare con i morti si può Catapultati in una lercia periferia d’Italia, Biagio e Nadia vengono risucchiati dal fetore di putrido della bottega di Marione e di sua mamma Felicita, uno squallido bugigattolo con l’insegna che recita: «Carne e Pesce». L’odore dolciastro della carne è un tutt’uno con quello del pesce che sta per imputridirsi e il buio della sala è soffocante. Sarà nel retro di questa piccola e malmessa bottega che si consumerà tra Biagio e Nadia la partita a scacchi con la morte, un gioco perverso che ha delle regole precise il cui scopo è uno: parlare con i morti. Uno dei due, il più debole, pagherà con la morte, l’altro sarà poco più fortunato. Biagio, ex compagno di cella di Marione, è un uomo la cui irascibilità è una malattia e che ha alle spalle un crimine indicibile. Nadia è invece una donna frustrata e sola. Superata la soglia della bottega, il tempo parrà fermarsi e, come da un insano incubo, il lettore si desterà, insieme a uno dei due protagonisti, solo alla fine del romanzo per comprendere finalmente il motivo di una simile ordalia. Classificabile nel genere suspense, Il vuoto dentro di Giorgio Borroni ha fin troppo di realistico per non suscitare nel lettore non solo un senso di disgusto, ma un vero senso di disagio ed inquietudine che spira dalle pagine del romanzo con un realismo spiazzante. Il desolamento di luoghi sviscerati di ogni dignità, il viaggio nei contorcimenti della psiche di Nadia e Biagio, anime vuote condannate al proprio senso di colpa, appaiono di un mostruoso tanto disturbante quanto più è umano. Nemmeno la descrizione di “Lui”, il medium tra la vita e la morte, un mostro di fumo e viscidume, saranno tanto conturbanti di fronte al rito imbastito nell’aldiquà da Felicita e Marione: «Come inizierebbe questa barzelletta? Ci sono una povera illusa, due pazzi, un tizio disperato a contemplare una testa di morto che pare un’anguria su un banchetto di un fruttivendolo». Potremmo dire che il senso del ridicolo che traspare agli occhi dei due protagonisti, Nadia e Biagio, che si alternano nel raccontare la storia in prima persona, suscita invece nel lettore una sorta di sentimento del contrario: una scena ridicola per chi non crede affatto nella possibilità di poter parlare con chi non c’è più; due figure, quella di Marione e Felicita, che complottano tra loro come due mosche che si accoppiano in aria… una scena insomma che susciterebbe il riso, senonché sono orrore e fastidio le sensazioni psicofisiche che ribollono negli occhi di chi legge. Un sentimento di ripugnanza che è, probabilmente, incarnato perfettamente dalla maschera che indosserà Marione, un ex carcerato per pedofilia: la maschera di un imbianchino su cui disegnerà il muso di un maiale. Giorgio Borroni ha scritto quindi un […]

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Libri

La storia prende il treno: l’esordio di Sophie Dubois-Collet

Sophie Dubois-Collet: La storia prende il treno è il suo esordio Alessandro Baricco nel suo libro Castelli di Rabbia dedica uno speciale capitolo al treno. In una manciata di pagine l’immagine della locomotiva è messa su da una serie di metafore che ne svelano l’essenza attraverso quello stile che è congeniale allo scrittore torinese: una prosa poetica che pare dissolversi per la sua leggerezza. Qui il treno è la culla fiocamente illuminata dei lettori: «Sui treni, per salvarsi, leggevano. Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L’occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all’indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino. Vendevano, nelle stazioni, delle apposite lampade, lampade per la lettura. Si reggevano con una mano, descrivevano un intimo cono di luce da fissare sulla pagina aperta. Bisogna immaginarselo. Un treno in corsa furibonda su due lame di ferro, e dentro il treno un angolo di magica immobilità ritagliato minuziosamente dal compasso di una fiammella. La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. […] Come nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato». Chi legge lo sa: il treno è forse uno dei luoghi privilegiati dai lettori e per i più allenati il rumore della ferraglia in movimento sui binari tace per tutto il tragitto ovattato com’è tra le pagine di un libro. È questa la meravigliosa sensazione a cui Sophie Dubois-Collet ci rimanda, facendocene provane nostalgia, con il suo esordio La storia prende il treno edito add editore nella traduzione di Enrico Pandiani: è il primo libro del 2021 pubblicato dalla casa editrice, il primo viaggio offerto in questo nuovo, faticoso anno ai suoi lettori. Sophie Dubois-Collet e la storia che viaggia con uno dei suoi personaggi: il treno Quello di Sophie Dubois-Collet non è un romanzo che si svolge su di un treno: mentre molti sono gli scrittori che hanno fatto del treno l’ambientazione dei proprio romanzi e che sono citati dall’autrice nel suo libro (come Agatha Christie ne “Assassinio sull’Orient Express“, definito dalla Dubois-Collet  “il re dei treni e il treno dei re“), La storia prende il treno è un saggio, storico, in cui il treno è il protagonista, un protagonista che si muove nel tempo, percorrendo a ritmo incalzante due secoli o forse più, dall’Ottocento fino ad oggi, dalla prima linea per il trasporto viaggiatori francese fino a Barack Obama che farà in treno lo stesso percorso fatto da Lincoln, in suo onore. Citato ne La storia prende il treno da Sophie Dubois-Collet è Émile Zola con il suo romanzo “La bestia umana”: la citazione è, più che dovuta, inevitabile, poiché nel suo libro pubblicato nel 1889, Zola aveva fatto della locomotiva il personaggio principale dandole persino un nome, Lison, “per spingere la personificazione della macchina fino al parossismo”. È, meno similmente nei modi che nel concetto, quello che fa anche Sophie Dubois-Collet grazie alle accurate descrizioni che fa dei treni, i più belli del mondo, tutti costruiti per famosi personaggi e i […]

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Libri

Saverio Giannini: l’Uomo Sole, l’eroe di cui tutti abbiamo bisogno

Dopo un appassionante percorso di editing, Saverio Giannini ha ridato vita (e luce) al suo libro edito Giazira scritture, nella collana Ali di Giorgia dedicata a bambini e ragazzi, dal titolo L’uomo Sole: un titolo che preannuncia l’apparizione di un eroe-protagonista che porta con e dentro di sé una carica di luce ed energia pronti a far del bene al prossimo. Alessandra Minervini, scrittrice, editor e consulente editoriale si è così espressa riguardo al romanzo di Saverio Giannini: “Genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze dovrebbero essere molto grati anche loro all’Uomo Sole. Spero tutti possano leggere presto le sue storie, dentro un libro”. Saverio Giannini: come tutti possiamo diventare l’Uomo Sole «Mi chiamo Samuel e sono uno zero. Ho 18 anni e l’umore nero come il colore degli occhi, dei capelli e dei miei vestiti, ALL BLACKS». Si presenta subito così il protagonista del romanzo di Saverio Giannini: Samuel è un ragazzino solitario, succube della violenza dei bulli a scuola e sempre perso nella musica che tutto il giorno suona nelle sue cuffiette. È un appassionato di cinema e il suo posto preferito al mondo è la Cava di Bauxite, un luogo incontaminato in cui Samuel troverà il suo magnifico potere: quello di curare le ferite del cuore e dell’anima altrui. Riconoscere la forza del dono ricevuto costerà a Samuel sofferenza, ma ad aiutarlo nell’impresa saranno tutti i giovani ragazzi che incontrerà nel suo cammino. Samuel si imbatterà infatti in giovani sul punto di farla finita con la propria vita e, come per osmosi, la luce che irradia l’animo di Samuel, attraverso i suoi occhi e il suo sorriso, avvolgerà chi gli è accanto, guarendolo dalle sofferenze e restituendogli la speranza e la voglia di vivere. L’uomo Sole di Saverio Giannini è un libro delicatissimo sull’adolescenza e per gli adolescenti. È preziosa, infatti, la cura con cui lo scrittore tratta alcuni argomenti: i ragazzi le cui ferite Samuel si troverà a lenire, sono tutti afflitti da disagi esistenziali e sono quasi sempre adolescenti. Un giovane omosessuale escluso per questo dalla società, una giovanissima ragazza in sovrappeso schiacciata dai giudizi altrui e infine Michael e Massimo due ragazzi autistici di fronte ai quali gli adulti si trovano ad essere fin troppo impreparati. Samuel, indossata la sua “normalissima” tuta da eroe, avrà molto da insegnare non solo a ragazzi e ragazze, ma anche agli adulti: il romanzo di Saverio Giannini è prima di tutto un romanzo di formazione e poi senza dubbio un romanzo sulla diversità, sulla sua comprensione e sull’inclusione. Comprensione dei disagi e delle difficoltà altrui, ma anche accettazione dei limiti che spesso possono rappresentare molto altro oltre ad un mero ostacolo. Alessandra Minervini ha parlato dell’Uomo Sole come di un romanzo sulla vulnerabilità: i più vulnerabili in questo romanzo appariranno, paradossalmente, gli adulti. Seppure non è una lezione quella che, con questo romanzo, Saverio Giannini vuole impartirci, molto ha da imparare chi leggerà questo libro, grandi e piccini: non esiste il più forte, né necessariamente i più forti sono sempre […]

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Libri

Gianluca Sabatini: un viaggio lungo La via delle perle

Gianluca Sabatini, cultore della storia di Roma e navigatore del Mar Mediterraneo, è al suo terzo libro edito il Frangente Edizioni e, dopo un saggio e un romanzo storico, è la volta della narrazione di un’avventura. Si intitola “La via delle perle. Oltre i confini dell’Impero Romano” e con questo romanzo Gianluca Sabatini rende ancora una volta omaggio al mare e al viaggio. Gianluca Sabatini e il racconto di un viaggio via mare Se è vero che ciò che più ci consola è una buona storia, è anche vero che abbiamo un debito con gli autori del passato che ci hanno insegnato l’arte del raccontarle. Gianluca Sabatini raccoglie questa eredità e, conscio del debito nei confronti dei classici, la onora da diversi anni nei suoi libri. Ad incarnare una classicità mai abbandonata sono i suoi personaggi: Matidia, l’imperatore Adriano e l’imperatore Traiano così come il marinaio Marco sono già apparsi in “Sulle rotte dei romani” e nel romanzo storico “Adriano, Matidia e il salto nel mare” e ritornano, ancora una volta, ne La via delle perle, a testimoniare la ricchezza del mondo romano antico attraverso un’altra appassionante avventura via mare, oltre i confini dell’Impero romano fino in India, proprio sulla via delle perle e, questa volta, il racconto assume una nuova forma. È un dialogo quello che occupa lo spazio del libro di Gianluca Sabatini e che si consuma tra il fedelissimo marinaio Marco Amemptus e la nobile Matidia, una donna amatissima dal popolo per la sua generosità ma soprattutto amante ella stessa della cultura. Attraverso le parole di Marco, che Matidia carpisce con sentimenti che vanno dallo stupore all’invidia, si districa una storia intrepida ed emozionante, ricca di tappe lungo le coste del Mediterraneo e di pericoli continui che coinvolgeranno i marinai della Xifias, la nave fatta costruire per Marco e per il suo esiguo, ma abile equipaggio. Due sono le cose che sappiamo all’inizio del racconto: in primis che lo scopo del viaggio di Marco è la ricerca di un libro per volere di Vibia Matidia e poi che a guidarlo nell’impresa sarà l’opera di un anonimo greco-egiziano, Il Periplo del Mare Eritreo, un documento ricco di informazioni utili per l’orientamento in mare dei naviganti che riporta nelle sue note tutta la storia degli uomini di mare vissuti al tempo della Roma antica: racconti di popoli, religioni, vicende di navi e di pesca. Il Periplo del Mare Eritreo sarà l’unità di misura itineraria usata da Marco per il suo viaggio: un misto tra una bussola di carta, un ricco portolano e una vera ancora di salvezza nei momenti più difficili. Sì, poiché non basterà la protezione della dea Iside a salvare l’equipaggio da un’ingegnosa trappola messa su da un’organizzazione criminale per mezzo di Scarpaleggera, un vile scagnozzo che si intrufola silenziosamente sulla nave di Marco per nascondervi un malloppo di conii. Saranno questi conii ad attirare, come fossero calamite, le peripezie che si abbatteranno sull’equipaggio. Ma un indizio ce lo dà anche il titolo del libro di Gianluca […]

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Culturalmente

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo

Atreo e Tieste: la macabra lotta fratricida ai limiti del cannibalismo Nota come una delle più famose della mitologica greca, quella degli Atridi è una famiglia tanto ramificata genealogicamente quanto colpita da tragici sventure. La saga della famiglia, detta degli Atridi poiché così venivano identificati i figli di Atreo, comprende le terribili dispute tra i due fratelli Tieste e Atreo: è anzi da queste vicende che la saga prende il via passando così per la storia di Agamennone e Menelao (i figli di Atreo), protagonisti del mito troiano, e per molte altre storie ancora. In particolare, la storia della faida tra Atreo e Tieste ha tutta l’esemplarità di una tragedia di Euripide: l’incesto, l’inganno, il suicidio di una donna usurpata e la vendetta, nonché i destini predetti dall’oracolo, caratterizzano un dramma sulla paternità, oltre che sulla consanguineità, che tocca molto da vicino il cannibalismo, con una serie di conseguenze in cui il potere decisionale spetta sempre e solo agli dèi. Dove tutto ebbe inizio: la contesta del trono di Argo o la volta in cui Atreo fece mangiare al fratello Tieste i suoi figli. L’unica vicenda che vide complici Atreo e Tieste, figli di Pelope e Ippodamia, fu l’uccisione di Crisippo, loro fratellastro nato dall’unione di Pelope con la ninfa Astioche. La gelosia dei due scaturiva dal timore che Crisippo, figlio preferito del padre, potesse ereditare il trono di Pisa. Fu addirittura la loro madre, Ippodamia, ad aiutare Atreo e Tieste a compiere l’assassinio. Banditi e maledetti dallo stesso Pelope, i due scapparono ad Argo: una città che li separerà definitivamente, dando inizio a una lotta fatta di vendette e rivincite esasperanti. Allora Re di Argo era un loro parente, Stenelo, il quale morì senza figli. Come suggerito dall’oracolo, era da decidere il successore al trono tra uno dei figli di Peleo. Dalla contesa del trono della città tutto ebbe inizio, ma a muovere le prime pedine fu Tieste con l’aiuto della mogli di Atreo, Erope, divenuta sua amante. Fu Erope a consegnare segretamente a Tieste il vello d’oro che, tempo prima, Atreo aveva trovato nel suo gregge. Comunicato dal fratello che sarebbe succeduto al trono colui che ne era in possesso, inconsapevole del tradimento della moglie, Atreo accettò senza esitazioni. Il trono di Argo andò così a Tieste, ma per molto poco. Atreo era il prediletto degli dei e fu con il loro aiuto che riuscì a trarre in inganno il fratello e ottenere finalmente la supremazia sulla città. Poco pago della vittoria e dell’esilio a cui era stato condannato Tieste, Atreo era ancora in cerca di vendetta per la relazione del fratello con la moglie. Atreo finse allora una riconciliazione invitando Tieste a tornare ad Argo e accogliendolo con un fastoso banchetto. Quanto orrore negli occhi di Tieste, già solo provando a immaginarli, alla vista delle teste dei suoi figli, la cui carne aveva appena gustato presso la tavola del clemente re a lui imparentato! Proprio così: Tieste aveva appena mangiato i suoi figli, quelli che Atreo aveva […]

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Musica

Assaggi EP: l’esordio discografico dei Post Fata Resurgo | Intervista

È in uscita oggi, 16 dicembre, accompagnato dal videoclip di uno dei suoi brani chiave (qui il link al video di “Veleno” ft. Rosalba Alfano) Assaggi EP l’esordio discografico dei Post Fata Resurgo: un duo composto dal rapper/MC – nonché frontman dei Resurrextion – Mauro Marsu e dal polistrumentista Salvatore Torregrossa. Tre brani Veleno, ‘Ncroce e ’O Rap d’’e scugnizze (un rifacimento giocoso e pungente della Rumba e omaggio al grande artista Raffaele Viviani) compongono l’EP Assaggi che, come suggerisce il nome stesso, è solo un’anticipazione di quella che sarà la “portata principale”: un album a cui i due artisti stanno lavorando con grande passione e la cui uscita è prevista per il 2021. Di seguito l’intensa intervista ai Post Fata Resurgo in cui, con dedizione, i due artisti Mauro Marsu e Salvatore Torregrossa ci raccontano degli aneddoti e dei motti che si nascondono dietro Assaggi EP – e dietro il loro progetto tutto – e di come quella carica velenosa che muove l’ispirazione artistica, seguita da un forte senso di appartenenza, si trasformi in spinta rivoluzionaria sancendo così un esordio promettente che è già “antidoto”. Assaggi EP: l’intervista ai Post Fata Resurgo POST FATA RESURGO Mauro Marsu e Salvatore Torregrossa: qual è la storia di questo duo e come nasce questo progetto insieme? Salvatore: «Ho conosciuto Mauro dopo uno spettacolo teatrale in cui suonavo e che lui era venuto a vedere. Ci presentò Cristian Izzo (lo spettacolo era suo). Mi impressionò la caratura della persona e, pur non amando (onestamente conoscendo poco o nulla) l’Hip Hop, la naturalezza con cui riusciva a improvvisare rime su qualsiasi argomento gli proponessimo, anche a tavola, davanti a dei panini meravigliosi e seduti in un giardino bellissimo, con una calma olimpica degna dei migliori jazzisti. Mi incuriosii per quel genere in quella occasione. Poi nel tempo abbiamo collaborato a un suo disco, alla sigla di in documentario sulle relazioni tra Cuba e Napoli e ad alcuni brani miei in cui il suo rap è sempre la ciliegina sulla torta!» Mauro: «Salvatore ha ben sintetizzato il tutto! Aggiungo un aneddoto sul progetto. A Marzo, poco dopo il lockdown telefonai a Salvatore per parlargli della mia idea di fare un disco insieme, lui mi disse: «Stavo per chiamarti io per proporti dei pezzi in collaborazione con tanti artisti durante questo lockdown», nacquero così “a Paura”, “’a Pacienzia” e “’a Speranza”. Fu subito entusiasta della mia idea, diventata subito nostra, di un progetto insieme. Salvatore è un musicista potentissimo, di lui ho sempre apprezzato la versatilità, l’istintività e l’attenzione ai dettagli al tempo stesso. Un po’ come me, appena mi manda una base scrivo subito, in un giorno è pronto il pezzo, poi raffiniamo il tutto lavorando maniacalmente sui dettagli. Più che musica Rap facciamo musica col Rap, una unione di qualsiasi influenza musicale, che secondo noi suona forte, “’o dda”, con il Rap. Come gli dissi a telefono, solo tu puoi dare musica, dare le giuste armature, a “chelle ca tengo n’cape”, insieme possiamo essere i P.F.R.!» La […]

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Libri

Il fantasma del lettore passato: in regalo il racconto natalizio di Desy Icardi

Il fantasma del lettore passato è il racconto natalizio scritto da Desy Icardi che, insieme alla casa editrice Fazi Editore, ha pensato di distribuirlo gratuitamente nei formati ePub, Pdf, mobi  e in tutti i negozi online per ricambiare la vicinanza e la stima da sempre espresse nei suoi confronti da parte di tutti i suoi lettori e le sue lettrici: un gesto di gratitudine che è un vero e proprio regalo di Natale in anticipo. Un racconto inedito dell’amatissima scrittrice in cui ritornano i personaggi del suo primo romanzo L’annusatrice di libri e in cui ritorna, come protagonista, l’avvocato Ferro, forse uno dei più prediletti e positivi tra i personaggi dei romanzi di Desy Icardi apparso anche nel suo secondo libro La ragazza con la macchina da scrivere, tutti editi Fazi Editore. Torino, dicembre 1959. È quasi Natale e in città “il delirio collettivo che va sotto il nome di compere natalizie” e che riverbera in strada, importuna il solitario avvocato Ferro, un uomo bisbetico e misantropo, l’alter ego del restio Ebenezer Scrooge protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens: una figura per cui l’atmosfera natalizia non è tra le più congeniali. Tutto ciò che l’avvocato desidera è infatti comprare qualche libro e rifugiarsi finalmente nella sua biblioteca casalinga per sparire in qualche buona lettura. L’avevamo già conosciuta, questa camera, specchio di una compulsiva smania di collezionare libri, ne L’annusatrice di libri, descritta attraverso … l’olfatto della piccola Adelina, la ragazza capace di leggere i libri con il naso: «Un insostenibile puzzo aggredì le narici della ragazza: un’esalazione intensa, pungente e gonfia di tanti aromi diversi. Introdursi in quella camera piena di volumi disposti nelle librerie, impilati sui mobili e persino sparsi a terra, fu per Adelina come entrare in una di quelle profumerie dove mille essenze si fondono in un’unica miscela nauseante. La differenza, rispetto al laboratorio di un profumiere, era che le fragranze, che tutte insieme davano vita a una nube odorosa, non appartenevano al delizioso mondo floreale: in quella camera si percepivano odori che andavano dalla rugiada mattutina alla putrescenza della cancrena». Un vero e proprio armamento di libri per il bibliofilo avvocato Ferro che sembra voler servirsene per ripararsi dall’odiosa frenesia natalizia. Tuttavia l’eccentrico lettore non sa che i suoi piani verranno sconvolti. Non solo dalla proposta di madame Peyran, la zia di Adelina, che sfiderà l’avvocato Ferro in un dei fioretti per lui più difficili (i lettori immagineranno quale possa essere la rinuncia più difficile per un incallito lettore). Ma cosa più imprevista: un libro misterioso gli finirà tra le mani e, con esso, porterà nella sua maestosa biblioteca il passato di uno sconosciuto. L’avvocato Ferro si troverà così coinvolto in un’avventura inaspettata e a tratti da brividi. Come ogni buon libro di Natale, anche Il fantasma del lettore passato di Desy Icardi ha il suo lieto fine, proprio di un’atmosfera magica e piena di speranza quale quella natalizia. Un racconto che non manca di essere un inno ai libri e alla lettura; è in […]

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Libri

Ci ho fatto caso: il libro d’esordio di Valentina Preti

Edito per AUGH! Edizioni nella collana Frecce, Ci ho fatto caso è il libro di esordio di Valentina Preti. Copywriter, redattrice di testi e coordinatrice ufficio stampa, per Valentina Preti la scrittura si insinua nella vita quotidiana come una necessità e il suo esordio sembra nascere dall’urgenza di raccontare qualcosa che le sta particolarmente a cuore per dare vita a “Ci ho fatto caso“, un romanzo emozionante e suggestivo, ricco di sensibilità e a tratti commovente. Un romanzo che figura tra quei recenti titoli come “Il carretto dei dolci” o “Lo scorpione dorato” pubblicati dalla stessa casa editrice che raccontano tutti storie di donne straordinarie, coraggiose e audaci, caparbie e malinconiche, ognuna con le proprie battaglie e i propri dolori. Ci ho fatto caso ruota infatti intorno a tre figure femminili: Serena, la protagonista del romanzo, sua madre e sua nonna, Lucia. La storia ha inizio quando Lucia, in seguito a una frattura al femore, non più autosufficiente, viene accolta nel grande ricovero Manfredi: «un rifugio per anime stanche», una casa di riposo che «non aveva niente di poetico neanche al suo interno». Il Manfredi diventerà presto una seconda dimora anche per sua nipote Serena che con spiccata sensibilità presterà attenzione alla vita che si consuma in quel luogo chiuso per riscattarla dall’oblio. Una vicenda che ha molto di autobiografico e una capacità di “fare caso” alle cose che lega Serena a Valentina Preti e di cui la scrittrice si serve per scrivere un romanzo dedicato alla sua nonna e a tutte le donne, della sua vita e non. Ci ho fatto caso: tutta la sensibilità di Valentina Preti nell’attenzione verso i più anziani Ci ho fatto caso non è solo un romanzo declinato al femminile, ma soprattutto un romanzo che dà voce agli anziani: in un periodo in cui sempre più dimentichiamo l’importanza di figure portatrici di storia e in cui le case di riposo sembrano configurarsi come luoghi-non-luoghi dove reclutare la vecchiaia come qualcosa che non ci appartiene né ci riguarda, ma soprattutto come qualcosa che ci prepara alla morte e che non è già più vita, Valentina Preti attua un doppio riscatto. Con il suo romanzo scopriamo – inaspettatamente per gli animi più sterili- che la vita, quella degli anziani, è ancora vita e se ne può sentire tutta la sua forza, il carico di emozioni che porta con sé, la vitalità e il coraggio che ancora la alimenta. Non solo, con Ci ho fatto caso scopriamo che le case di riposo non sono solo luoghi di emarginazione e abbandono, ma luoghi ricchi di vita (e di ricordi). Le donne, e alcuni degli uomini, che popolano il romanzo sono figlie del dopoguerra e portano con sé testimonianze di patriarcato, miseria e sacrifici che raccontano non senza pudore. Nei loro racconti emerge una continua comparazione col presente, con le donne dell’oggi così diverse – ed emancipate- rispetto alle donne del passato il cui primo compito era accudire la casa e i figli e imbastire grandi pranzi domenicali. Un’ […]

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Culturalmente

Franz Reichelt: il sogno di volare e la sua tragica sperimentazione

Franz Reichelt: la storia dell’inventore austriaco soprannominato il «sarto volante». Era il 4 febbraio 1912, ore 8 e 22 del mattino, quando Franz Reichelt tentò nell’impresa di volare gettandosi dal primo piano della Torre Eiffel a 60 metri di altezza. Il paracadute che usò era di sua invenzione, ma risultò fallace: non si aprì e il suo corpo si schiantò al suolo morente. Non è tuttavia certo che la sua morte fu dovuta all’urto col suolo: la sua autopsia rivelava una morte avvenuta prima, durante la caduta, provocata da un arresto cardiaco. Dal video qui riportato, è possibile notare un Franz Reichelt titubante che, salito sull’orlo della rampa della torre di ferro parigina, esita diversi secondi prima di decidere di lanciarsi nel vuoto. Un’esitazione però accompagnata da un sorriso in contrasto con la precarietà dell’invenzione che stava per sperimentare: un paracadute “homemade” a cui si affidò con l’entusiasmo cieco di un sognatore. Il primo ad aver tentato una simile impresa. Franz Reichelt: il sarto arrivato a Parigi con la passione per il volo Appassionato di moda, Franz Reichelt arrivò a Parigi dall’Austria nel 1898 all’età di venti anni. Il suo atelier sorgeva in Rue Gallion ed era frequentato dalle signore di alta società, soprattutto quelle viennesi, presso cui ottenne grande successo. Le sue abilità sartoriali erano notevoli e presto si cimentò anche nella costruzione di crinoline: quelle strutture rigide e a gabbia che si nascondevano sotto le gonne e le rendevano alte e gonfie. Ma la moda e la sartoria presto incontrarono l’altra sua grande passione, l’aviazione. Prima di lui, il 17 dicembre del 1903 erano stati i fratelli Wright, Wilbur e Orville, i primi ad aver compiuto quello che viene considerato come vero “primo volo”: erano riusciti a far compiere al loro Flyer, una macchina “più pesante dell’aria” con un pilota a bordo, un volo di diversi secondi per ben quattro volte. Varie e molteplici erano le sperimentazioni fatte dagli aviatori dell’epoca pionieristica. Quello che mancava però era uno strumento, un paracadute, appunto, che avrebbe garantito la sicurezza del volo e dell’aviatore in caso di caduta. L’Aero-club de France aveva poi messo in palio un premio in denaro per chi avesse costruito un paracadute efficiente. Franz Reichelt volle dare il suo contributo. Imbastì così il suo “abito da paracadute”. La “tragica sperimentazione” Prima di indossare la sua “tuta paracadute” Franz Reichelt utilizzò i manichini del suo atelier come cavie per la sua invenzione. Fece loro indossare dapprima delle ali pieghevoli e poi il suo paracadute casalingo, lanciandoli giù dal quinto piano del suo palazzo. I risultati ottenuti con le ali pieghevoli sembravano essere positivi. Incoraggiato dai parziali successi, Franz passò al perfezionamento della tuta adattandola all’uomo e rendendola quanto più leggera possibile. Il paracadute rimaneva tuttavia del peso di ben 70 chili. Sia il collaudo sui manichini che schiantavano al suolo mutilati, sia quello che fece lui stesso indossando la tuta e gettandosi da basse quote su balle di fieno, fallirono. Franz Reichelt si convinse così che il problema […]

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Attualità

Divagazioni Superflue: racconti sparsi di Frank Iodice

Divagazioni superflue è l’ultima, nuova opera letteraria partorita dallo scrittore Frank Iodice e pubblicata per Eretica Edizioni. Nasce, Divagazioni superflue, dopo una gestazione dai limiti temporali effimeri e sfumati, poiché è una raccolta di racconti sparsi, nel mondo e nel tempo. Sono infatti, quelli in Divagazioni superflue, racconti già pubblicati su riviste oppure inediti; scritti in Francia o anche dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires (La Catedral del tango, pag.99) Come dichiarato da lui stesso, l’elemento autobiografico (La figlia di Rapaccini, pag. 9, è dichiaratamente autobiografico) dirige l’ispirazione di Frank Iodice, guardiano notturno nella città di Nizza, in Francia. La notte è la compagna della sua penna. Prendono così le forme dell’oscurità i suoi personaggi e l’atmosfera che esala ognuno di questi racconti, che non emanano luce se non quella del mistero di volti incontrati nella hall di un albergo o per le strade contraddittorie di città sudamericane, è quella macabra dei sottopassaggi ferroviari. L’impuro di questa raccolta, per non dire la sua sozzura o ancora semplicemente l’”umano”, è visivo: la copertina ce ne dà solo un’anticipazione, esattissima. Si intitola Cacacuo – Sapore di casa, il suo autore è Alessandro Bellucco e a sceglierla è stato lo stesso Frank Iodice: ha visto in essa tutta la bestialità racchiusa in Divagazioni Superflue. Cacacuo – Sapore di casa è facile da associare a un preciso racconto: si intitola Il mignolo rotto, a romperselo è Sabina mentre va in bici. Qui l’autore è interpellato chiaramente, in un racconto che diventa un interloquire con un altro sé immaginario che prende tante forme quante il lettore può intuirne. Un interlocutore che sbotta come esausto: «Frank, tu racconti soltanto storie, non credo a nulla di quello che dici». Divagazioni Superflue: come un veilleur de nuit è poeta Fermenta di vita Divagazioni superflue di Frank Iodice, vita autobiografica o vita che gli scorre davanti, da una hall di un albergo all’altra. Ma in questa raccolta la realtà non è distinguibile dalla fantasia, poiché hanno qualcosa di magico o di fantastico i suoi personaggi, come ricoperti da un velo di mistero che rimane il segreto inconfessabile che passa tra loro e lo scrittore, cavie di cui indebitamente si serve per arricchire il suo scrigno di visioni. Ma labile è anche il confine tra l’autobiografico e la vita di cui Iodice si fa testimone non richiesto: la prima persona che si intromette tra il lettore e i personaggi si confonde con esso o prende forme vive e palpabili, ma soprattutto uditive, si fa voce e il lettore non più legge, ascolta. È una voce netta e distinguibile, ha toni propri e il suo timbro è unico. Eppure nel suo confondersi, la voce di Frank Iodice non poteva essere più chiara di così. Ma la notte o la prima persona, sono solo due dei tanti leitmotiv in Divagazioni superflue: ci troviamo quasi sempre a Nizza- tranne che per alcuni racconti come Divagazioni superflue, pag. 54, qui siamo a Montevideo- è quasi sempre notte, gli occhi sono quasi sempre quelli […]

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Libri

Gian Luca Favetto e il suo personale racconto della poesia

Gian Luca Favetto: Attraverso persone e cose. Il racconto della poesia. Recensione Gian Luca Favetto, scrittore, drammaturgo e giornalista, ha pubblicato per Add editore Attraverso persone e cose il suo personalissimo racconto della poesia. Un tentativo che è un viaggio, quello di Gian Luca Favetto che ha percorso secoli di letteratura lontani – da Omero a lui stesso – e interminati spazi fino a Oriente. È proprio in viaggio che gli sono arrivate le prime poesie e la loro forma era quella di una voce: la voce di suo padre che, alla guida di una Lancia, con tutte e due le mani sul volante, accennando un mezzo sorriso, recitava Guido Gozzano. Gian Luca Favetto aveva solo nove anni, ma disteso supino sui sedili posteriori con lo sguardo rivolto in su, già sentiva in quelle parole l’innesco di qualcosa di profondo: «La voce di mio padre – lei sì, una poesia». E su quella che oggi è la Statale di Castellamonte, che unisce Rivarolo a Ivrea, superato il Ponte dei Preti, Gian Luca Favetto incontrava l’unica vigna delle sue colline quando ancora sapeva di antico. Con l’aiuto dei versi di Cesare Pavese scanditi dal canto paterno, si cucivano su di lui le emozioni che impennavano a ogni curva sconfiggendo la sua nausea. Naturalmente allora, alla primissima domanda del suo racconto Attraverso persone e cose, “Che cos’è la poesia?“, Gian Luca Favetto risponde: « È un movimento, un modo di essere in relazione con le cose e con se stessi, un modo di trovare relazioni; è un principio, è ciò che c’era prima del Big Bang e innerva tutto.» Gian Luca Favetto: Attraverso persone e cose è una circumnavigazione Johann Wolfgang von Goethe aveva nell’ottocento recuperato il termine Weltliteratur, una letteratura mondiale che abbatteva i confini nazionali- “letteratura nazionale non vuol dire più molto” – e in cui convergeva l’essenza dell’umanità tutta. Goethe scopriva quanto sempre più la poesia fosse un bene comune a tutta l’umanità. Si andava verso una letteratura universale per cui la traduzione si configurava come necessaria. Il poeta riconosceva finalmente la sua patria, che è il mondo, ma che soprattutto è la parola. Gian Luca Favetto prova a percorrerla questa “letteratura universale”: Omero, Dante Alighieri, Ludovico Ariosto, Gabriele D’Annunzio, Marc Chagall, Anna Achmatova, Robert Musil, Saffo, Ezra Pound, Anton Cechov, Rainer Maria Rilke, Fernando Pessoa… Ma non sono ancora tutti i nomi dei poeti presenti in Attraverso persone e cose. L’autore è preso da un’ansia del nominare che lo spinge a circumnavigare il nominabile in una forsennata serie di citazioni in cui riscoprire l’essenza del poeta, un servo della parola, e la sua patria, la lingua. Ma come dice l’autore stesso, per essere completo il viaggio ha bisogno del ritorno: e ritorna alle origini Gian Luca Favetto con la tessitrice delle notti: Shahrazad. Con lei si conclude questo racconto della poesia che si svela continua scoperta. Ritardare il momento della morte è quello che fa anche l’autore, poiché non stila una mera lista di grandi poeti, ma mette […]

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Libri

Bestia divina: il gioco anarchico del regime poetico di Mario Fresa

“Bestia divina” di Mario Fresa è una raccolta sulla contro-intuitività poetica. Recensione dell’opera Sembra un ricacciare in una mano tutto il linguaggio-non linguaggio minacciato da una imminente balbuzie della lingua, del capo e della mano stessa che sorregge, Bestia divina di Mario Fresa, edito La Scuola di Pitagora editrice. In Bestia divina, infatti, il linguaggio è un mostro ibrido a tre teste: soggetto, predicato, complemento si rassomigliano e si scambiano, nessuna logica semantica li contrassegna. L’umanità pure è mostruosa nella sua risolutezza di essere razionale tanto da intrappolare la bestialità divina della parola: il raziocinio è una trappola in cui quest’ultima si dimena bramando libertà. Il soggetto poetico qui sfuma, sfugge e si contorce nei versi poiché è il linguaggio stesso il soggetto, il suo regime poetico è l’anarchia. «Era una lingua, un salto. Mica per noi, mica un insulto. […] Così stordita,/ s’alza dai ragazzi ed è ben fatta:/ ed è prossima a trasformarsi in un/ gemello puro, in un fulmine lavoro di altri tempi./ Oppure che sia fatta, di sicuro,/ di un’altra lingua più aceto./ Qui c’è madre orologio, come un istante nervo./ E poi gambe di esclamativi, miracoli di/ atomici pittori.» Nella presentazione di Bestia divina, Andrea Corona parla di frase-affetto per cui vale ciò che vale anche per il linguaggio onirico: la frase-affetto non segue le regole di nessun genere di discorso ma sospende o interrompe i concatenamenti, dando vita a un dissidio logico traducibile in un torto alla frase articolata, un torto che dissimula un gioco poetico. Un gioco che si costruisce intorno all’incompiutezza dell’inafferrabile è quello che si concede Mario Fresa: confondere il lettore, disseminando nei suoi versi leitmotiv e dipanando un personalissimo filo rosso fatto di nomi propri che si ripetono – rimandi letterari ed artistici? – e inconcludenti “Soluzioni finali”, poste in appendice al testo. Difendere l’intrattabile, difendere l’illogicità dell’onirico equivale a prendersi gioco della razionalità del lettore incallito, il quale si sforza alla ricerca di un senso che sente nascosto ed è anzi convinto di poterlo trovare laddove a scorgersi è solo la parvenza di un non-senso. «Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è/ così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio / che sia di un altro.» (Parole della morte a sua madre, p. 52). «Oppure, certo, l’alternativa è diventare/ un altro nome; o una mosca, diciamo, d’allegria.» (I Musici, p. 38) Quello stesso linguaggio che differenzia l’uomo dalle bestie, in Bestia Divina adesso si fa estraneo, non vuole più appartenerci e ci riesce divenendo incontrollabile. Come un usurpato, disserta le articolazioni della frase e il poeta è il «Vero soldato /pronto a morire per una lingua che non passa/ più mercato[…] Soldato che diventa puro crollare,/ colla di ballerina; una sonora mente/ di balbuzie!» Oscura ed enigmatica, in preda alla frenesia del nominare il possibile, un quotidiano che ci inganna e ci spaesa, la poesia di Mario Fresa ci restituisce alla nostra natura bestiale. Bestie divine, noi uomini che «carnivori e infelici» (da Sparirà, prima poesia della raccolta), «siccome tutto […]

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