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Eroica Fenice

Libri

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo | Recensione

“In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” è l’esordio letterario di Roland Schimmelpfenning. Pubblicato il 17 gennaio, edito Fazi Editore e tradotto da Stefano Jorio , quello del drammaturgo tedesco è stato un romanzo tanto atteso quanto stimato dopo che la lettura ci ha rivelato quella che, più di una autentica vicenda berlinese, è la storia della desolazione umana che dimora il palcoscenico della quotidianità affiancata, in questo racconto (e forse sempre), da un fitto mistero che si insinua intangibile nella vita scardinata dei personaggi lungo la rete ferroviaria tedesca, la S-Bahn. È vero, in “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” c’è un lupo, ma questa storia non ha nulla di fiabesco o fantastico, essa è crudelmente realistica, inquietante, fredda. Perturbante è l’aggettivo perfetto per descrivere questo romanzo. “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo”: un lupo o “gli occhi di Berlino” «In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo un lupo solitario attraversò poco dopo il sorgere del sole il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia», nel frattempo sull’autostrada che porta in Germania, un’autocisterna sbanda quaranta chilometri dopo il confine con la Polonia, causando un’esplosione. Nel frattempo Tomasz, manovale polacco, è di ritorno a Berlino per raggiungere la sua fidanzata Agnieszka. É bloccato in una coda d’automobili sconcertante quando lo vede: vede un lupo, scatta una foto col suo cellulare. Il lupo è fermo sotto un cartello che recita “80 km per Berlino”.  La foto, in poco tempo, farà il giro di tutto il mondo. Poco dopo, all’alba, i due adolescenti Elizabeth e Micha, scappano di casa mobilitando i propri genitori, tra cui il padre alcolista di Micha e la mamma violenta e frustrata di Elisabeth. Ma questi sono solo i pochi personaggi chiamati col proprio nome che in questa vicenda coesistono con altri, indicati come “il padre della ragazza” o “l’amica della madre” … Tutti perseguitati dalla presenza girovaga del lupo e da un fucile che passa di mano in mano, anch’esso come un animale pericoloso, trovato tra le mani di un uomo il cui corpo morto giace nella neve dall’inizio alla fine di questo racconto. La vicenda si districa abbastanza velocemente eppure anche la dinamicità dell’azione – che non lascia spazio a giri di parole, né a descrizioni accurate – ci offre una suspense sospettosa e sconcertante più che preludio alla sorpresa. Lo stile minimalista del drammaturgo si dirige immediato al nocciolo del racconto, Roland Schimmelpfenning è un narratore onnisciente che non si fa sentire, egli sparisce con abilità tra le righe. Così accade per noi lettori di capire con facilità e precipitosamente, tutto d’un tratto, quale sia il cuore del romanzo ovvero solitudine, rancore, pentimento, insoddisfazione e malinconia che abitano le macerie di Berlino: una città riunita, ma ancora divisa, scissa come ogni personaggio che come uno strascico, porta con sé le rovine del vecchio muro che non sono altro che le rovine del proprio passato. Il paesaggio […]

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Culturalmente

Viverna, storie e leggende sulla creatura leggendaria

Viverna, storie e leggende | Approfondimento Quasi sicuramente guardando un’immagine rappresentante una viverna, la definiremmo, dopo un veloce primo sguardo, come un generico drago: le ali enormi, le fauci spalancate, il corpo serpentino e possente, la coda allungata e affilata … È facile insomma, confondere le due creature se non le si scruta con attenzione; le differenze però ci sono e rendono la viverna una creatura leggendaria altrettanto affascinante (ma che non sputa fuoco!). Maliziosa e ostile, la viverna è un rettile alato che presenta due sole zampe, la coda è dotata all’estremità di un pungiglione: quest’ultimo è un’arma letale poiché dotata di veleno mortale. Le rappresentazioni di questa creatura variano e si possono trovare pungiglioni a forma di uncino o di freccia o addirittura a forma di pinna nel caso di viverne acquatiche. Ricercando su Google immagini relative alla viverna, scoprirete figure mostruose e terrificanti, accurate e originalissime, frutto delle interpretazioni più svariate. Difficile è invece trovare informazioni esaustive su questa creatura avvolta ancora nel mistero e nell’incertezza riguardo la sua storia e la sua genesi. Viverna, storie e leggende Il termine viverna deriva dalla parola francese wiver (da guivre “serpente” ), a sua volta ripresa dal latino viper, vipera: rimarca quindi la natura serpentina del drago (probabilmente anche in riferimento alla sua velenosità?) Non possiamo con certezza sapere come e quando nasce la viverna, la sua genesi non è certa, ma è presente nella cultura del Nord Europa, così come nella mitologia africana. In ogni caso, questa creatura rappresenta pestilenza, ma anche guerra, vizio, invidia e disgrazia: durante il Medioevo veniva identificata con Lucifero. Inoltre, in epoca medioevale, la viverna era utilizzata come stemma araldico: gli araldici sono quei simboli che rappresentavano una casata o una famiglia nobile e potente. In questo caso il valore simbolico della viverna era quello di potenza o, poiché rappresentata con le ali spalancate, di una nuova conquista. Nell’araldica, inevitabilmente, essa è molto simile a leoni o a orsi seppure in  contrapposizione con essi per significato: orsi e leoni infatti rappresentavano poteri già affermati e solidi. Talvolta era possibile trovare la figura della viverna anche sugli scudi dei cavalieri come monito della forza distruttiva o del coraggio del cavaliere stesso. Oggi, soprattutto attraverso il genere fantasy, possiamo imbatterci nella figura della viverna La saga fantasy “La ragazza drago” della scrittrice Licia Troisi, rivendica bene la figura della viverna che invece raramente si trova nei bestiari o nei libri antichi. All’interno dei romanzi della saga, le viverne sono le antagoniste dei draghi: il loro capo è Nidhoggr, la Grande Viverna: feroce, avara, vendicativa e corrotta. Essa è dotata di poteri magici. Nell’antichità le viverne erano collegate anche alla stregoneria: erano creature utili per gli incantesimi. Lo stemma della città di Terni: drago o viverna? «Thirus et Amnis Dederunt Signa Teramnis» ossia: «Il Tiro e il fiume diedero le insegne a Terni.» La leggenda narra che nei pressi di una località umbra chiama “La chiusa” dimorasse una specie di viverna o serpente alato il quale, con […]

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Culturalmente

5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

Alla scoperta di 5 poesie di Alda Merini | Riflessioni Non possiamo, in questo articolo, parlare della nostra “top five” di poesie di Alda Merini, né prenderà qui forma un’analisi o un commento critico delle sue opere; tutto quello che si vuol fare è segnalare le «molecole di narratività» di cinque componimenti scelti per parola chiave nel tentativo di ripercorrere la poetica e la vita della poetessa. Dalla nascita, fino alla morte, contando la furia della pazzia, passando per l’orrore del manicomio e l’abbandono di un marito, odorando amanti senza tempo, ritrovando l’amore di una mamma che meglio di tutto seppe dare alle sue figlie i suoi versi. 5 poesie di Alda Merini Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano. Inaugurata la primavera con i suoi versi e fiorendo come un ciliegio che si riempie di rosso, lei, fiore riempito di linfa, si dice “poetessa della vita”. «Sono nata il ventuno a primavera»  canta, in suo onore, Milva sulle note di Giovanni Nuti (dall’album “Milva canta Merini“, 2004). «Il gobbo» da “Poetesse del Novecento” Il destino di Alda Merini è, sin dalla nascita, fatto di pane e poesia. Alda è una bambina subito forte: a soli 12 anni fa l’ “ostetrica”, portando alla luce il fratellino, sotto le bombe della guerra e le urla della mamma. Al contempo si svela ai suoi occhi l’identità salvifica della poesia e all’età di 15 anni Giacinto Spagnoletti è il primo ad essere considerato il vero scopritore del suo talento. «Il gobbo» è infatti tra le prime poesie pubblicate di Alda Merini: prima di finire in “Poetesse del Novecento“, fu pubblicata da Spagnoletti in “Antologia della poesia italiana 1909-1949″. Dalla solita sponda del mattino io mi guadagno palmo a palmo il giorno: il giorno dalle acque così grigie, dall’espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono, insoluta io stessa per la vita … e nessuno m’aiuta. Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una stana profezia. E perché vada incontro alla promessa lui mi traghetta sulle proprie spalle. «Quel sentirmi chiamare» da “Ipotenusa d’amore” “…allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti […] Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui.” (dall’intervista con Cristiana Ceci, 2004). Ettore Carniti è un uomo poco propenso alla letteratura; Alda non rinuncia alla poesia neppure con la fame… Un giorno Ettore torna a casa dopo aver speso tutti i soldi, lei gli lancia una sedia contro per ferirlo gravemente. Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta vengono strappate presto alla loro mamma: Alda è considerata psicolabile. Quel sentirmi chiamare mamma quando eri nel cortile, il cortile del canto, e muovevi un pallone tutto tuo per quel tuo sapiente rigiocare sulle scintille dell’adolescenza: era già un abbandono e non […]

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Culturalmente

Aruspicina, disciplina etrusca

Aruspicina (disciplina etrusca) o interpretazione della volontà divina I Romani chiamavano “Etrusca disciplina” l’insieme dei riti, delle cerimonie e delle conoscenze che costituivano la scienza sacrale degli Etruschi. In particolare, la scienza degli haruspices era svolta da esperti sacerdoti e consisteva nella pratica dell’arte divinatoria dell’aruspicina: esaminare gli organi interni degli animali per scorgerne i presagi divini. L’aruspice o “esaminatore delle viscere”, accompagnando il rito con una preghiera, sacrificava l’animale, ne estraeva  l’organo per analizzarne i segni. La forma, il colore e l’aspetto saranno la chiave di volta per il presagio. Aruspicina: origini e tecniche Il mito etrusco narra che Tarconte( figlio di Telefeo e comparso nell’Eneide come capo degli etruschi e come fondatore della Tarquinia, una delle più potenti città etrusche)  già istruito nell’arte dell’aruspicina, stava arando i campi nei pressi del fiume Marta in Tarquinia,  quando vide una zolla di terra innalzarsi e assumere le sembianze di un fanciullo. Era Tagete, un ragazzo dalle virtù e dalla saggezza sconfinate tanto che veniva rappresentato con i capelli bianchi. Tagete tramandò i segreti della scienza sacrale al popolo dell’Etruria che si impegnò a riscrivere tutti i suoi insegnamenti nella lingua patria in tre libri: gli Aruspicini, i Fulgurali e i Rituali. Nella concezione religiosa etrusca vi era una stretta relazione tra macrocosmo e microcosmo: la terra è un riflesso dell’ordine divino che è in cielo. Proprio per questo motivo la ripartizione della volta celeste si rifletteva anche sui singoli elementi terrestri, tra cui appunto, gli organi interni degli animali. L’esame delle viscere svolto dagli aruspici, oltre che su organi come l’intestino, si focalizzava soprattutto, se non esclusivamente, sull’analisi del fegato. Il fegato veniva ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali corrispondeva a una certa divinità ed aveva quindi il proprio significato, positivo o negativo. Ognuna delle due facciate del fegato presentava un suo centro, una sua destra e una sua sinistra dove destra e sinistra erano rispettivamente segno di buono e cattivo auspicio. Del fegato contavano anche il colore e l’aspetto: se questo aveva un cattivo aspetto, delle anomalie, delle malformazioni o segni di malattia e di cattive influenze esterne si poteva parlare di segni “fortuiti” e quindi di una volontà nefasta. L’esempio più esplicativo e raffigurativo dell’arte dell’aruspicina è il Fegato di Piacenza, detto più semplicemente fegato etrusco: la lettura può essere rimandata a quella di una mappa in riferimento ai suoi punti cardinali. Rivolgendosi con le spalle verso il nord, si aveva alla propria sinistra la parte orientale che era di buon auspicio e alla propria destra quella occidentale di cattivo auspicio. La scienza degli haruspices: dagli etruschi ai romani Molti dei libri che costituivano la letteratura sacra detta Etrusca disciplina furono tradotti dall’etrusco al latino da due personaggi romani: l’Aruspice Tarquizio Prisco e Aulo Cecina. (Purtroppo però, i libri, fatti custodire da Augusto nel tempio di Apollo Aziaco sul Palatino, furono fatti distruggere da Teodosio e Onorio). Le popolazioni romane furono infatti, ancora prima della sconfitta etrusca da parte dell’Impero Romano, influenzate dalla cultura Tuscanica specialmente in […]

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Libri

Nel Nido dell’Aquila, il nuovo romanzo di Michele Imbriani (Recensione)

Pubblicato da Il Terebinto Edizioni, Nel Nido dell’Aquila è un suggestivo romanzo scritto da Angelo Michele Imbriani. Ambientato in Germania durante gli anni del nazismo, il racconto ripercorre fatti storici realmente accaduti, focalizzandosi sulle vicende della lotta di opposizione al regime di Adolf Hitler. Il protagonista è Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco condannato a morte poco tempo prima della fine della guerra. Di Bonhoeffer sono state tramandate queste ultime parole: «Per me è la fine, ma anche l’inizio». Il romanzo è costruito con la trama del suo vissuto. Il vissuto di uomo di fede in un periodo storico che alla coscienza degli uomini di fede poneva ancor più del solito dei terribili problemi. Nel Nido dell’Aquila: la Casa sul Kehlstein Il teologo Dietrich Bonhoeffer si distinse per la decisione e la convinzione con cui partecipò ai piani della congiura «contro il cappotto» (il nome in codice del Führer). Senza esito, fu introdotto nel gruppo di Hans Oster, Dohnanyi, Müller per poi entrare a far parte dei servizi d’intelligence militari: l’Abwehr. Dall’abbazia di Ettal offrì i propri servizi all’organizzazione. Angelo Michele Imbriani, nello scrivere questo romanzo, si reca in prima persona presso l’abbazia e mentre racconta della sua escursione arricchendola di dettagli e curiosità, a tratti con divertimento, ripercorre la storia del teologo. Cerca il luogo adatto al proprio raccoglimento e, seguito da buffe peripezie, si reca al Zugspitze (la vetta più alta della Germania) per dipanare nella mente la storia di Dietrich. Lo fa con naturalezza: i paesaggi, le montagne, i sentieri, tutto rimanda continuamente alla storia del pastore. Il racconto si fa così ricco di flashback che – come l’autore stesso afferma – il lettore potrebbe smarrirsi nei salti di spazio e di tempo. Ma come è avvenuto a Michele Imbriani, anche il lettore, che segue il suo breve viaggio, sente incombente nell’aria berlinese la memoria di Dietrich, ma anche di Hitler quando si arriva finalmente nel Nido dell’Aquila ( detto anche Kehlsteinhaus: in tedesco Casa sul Kehlstein).  “Una casa grigia in muratura che in se stessa non avrebbe grande fascino se non fosse per la vertiginosa posizione in cui si trova e le memorie sinistre che evoca”. “Chi è l’omino? Chi è la signora bionda? Sembrerebbero un funzionario in vacanza, il direttore di un ufficio postale o dell’esattoria, con una moglie parecchio più giovane di lui. Forse stanno dando un ricevimento per amici e parenti, nella loro casetta in montagna. Forse è il loro anniversario. Forse sono gli anni prima della guerra. O magari la guerra è già cominciata, ma lassù al Nido dell’Aquila, in un giorno di festa, si può far finta di nulla”.   L’omino è Adolf Hitler, la giovane donna è Eva Braun: sono nella loro baita sulle Alpi bavaresi. Un teologo nella congiura contro Hitler: tra fede e azione Nel Nido dell’Aquila oltre ad essere una fonte di informazioni veritiere e precise, ci svela anche i pensieri più profondi di Dietrich in rapporto alla sua fede.  Le sue riflessioni sul rapporto tra fede e azione furono […]

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Libri

Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith tradotto da Barbara Bartoletti

Il vicario di Wakefield di Oliver Goldsmith è tra le pubblicazioni di novembre della Fazi Editore. La traduzione è di Barbara Bartoletti. Ecco la nostra recensione. Il vicario di Wakefield fu pubblicato per la prima volta nel 1766. Ci troviamo a Londra  quando Oliver Goldsmith, ormai ubriaco e al verde, ha terminato di scriverlo  da qualche anno ( Il romanzo fu scritto tra il 1761 e il 1762). Con l’aiuto del suo affezionato amico Samuel Johnson (dopo il loro incontro avvenuto nel 1761 circa, Goldsmith entrò a far arte del circolo letterario di Johnson al quale dedicò il romanzo stesso), Il Vicario di Wakefield fu venduto per 16 sterline a Francis Newbery  che lo pubblicò dopo due anni. Quest’ultimo non solo permise a Goldsmith di pagarsi l’affitto, ma anche di fare de Il Vicario di Wakefield uno dei romanzi più apprezzati e diffusi del Settecento e oltre. Il Vicario di Wakefield è stato sceneggiato, oltre che da registi stranieri durante il primo novecento, dal regista italiano Guglielmo Morandi (1959). Il Vicario di Wakefield: come le avversità servono a rafforzare l’amor proprio del meritevole La famiglia Primrose è una famiglia distinta per gentilezza e bontà d’animo in cui predomina una naturale affinità di mentalità e di persone. Il reverendo Primrose, vicario di Wakefield, la moglie Deborah e i loro sei figli vivono di una ricca eredità in una parrocchia di campagna. Cullati in uno stato di intensa felicità, la loro serenità è presto turbata quando, durante il matrimonio del primogenito George, a causa di un furto, vengono privati di  tutto il loro patrimonio e con esso di ogni felicità. Le vicende crudeli e le disgrazie che si scagliano sulla famiglia Primrose da quel momento in poi si susseguono con grande velocità. Un destino tragico e irrimediabile colpisce i Primrose in un vortice senza pace: la Provvidenza pare non avere scrupoli nei confronti di una famigli tanto meritevole. In un’era di raffinatezze e opulenza quale quella dell’Inghilterra del ‘700, la famiglia del vicario di Wakefield, senza più viveri, è costretta ad intraprendere una vita fatta di ristrettezze e rinunce: risulterà impresa difficilissima per Olivia e Sophia, le due figliole di casa, trovare validi sposi nel tentativo di elevare la loro posizione e mantenere intatto il loro onore. Entrambe vengono infatti rapite da un mascalzone aristocratico ingannatore e, il dottor Primrose, dopo aver creduto di perdere per sempre il figlio maggiore George, subirà il duro colpo inferto da un incendio che riduce in cenere la sua casa. Ma il vicario è un uomo dalla fede serrata, un uomo pronto a procurare conforto e speranza ai suoi cari attraverso la parola di Dio. Chi disprezza la religione,  troverà in lui un uomo che trae conforto principalmente dal futuro; egli sa che «la Provvidenza è più generosa con il povero che con il ricco perché rendendo la vita dopo la morte più desiderabile, allieta il passaggio sulla terra. In questo modo la Provvidenza ha dato due vantaggi agli infelici rispetto ai fortunati, in questa vita: una maggiore […]

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Libri

Temporary Life: la precarietà dell’esistenza raccontata da Vincenzo Villarosa

Temporary Life, pubblicato dalla casa editrice Homo Scrivens, è il libro d’esordio del napoletano Vincenzo Villarosa. Ecco la nostra recensione. Nella sua raccolta di racconti (dodici), Vincenzo Villarosa è due occhi che, molteplici e scattanti, spiano tutta Napoli. Temporary Life è l’esplorazione attenta di una città che fa da “gabbia dorata” ad esistenze precarie e temporanee: l’autore indossa i panni, ora logori ora tirati a nuovo, di tutti quelli che la vivono  e ci racconta «quelle storie che pure costituiscono l’indistinto e confuso rumore di fondo di una città come la nostra.» (La città fa rumore). Nello scenario amaro di una realtà attualissima – quella delle relazioni online (Francesca64), quella della malavita (Temporary Life), quella delle battaglie sanguinose del terrorismo del nostro secolo (Terzo Millennio)- e in quello che sembra essere un atto di accusa contro il nostro tempo, si cela però grande speranza. Temporary Life: una Napoli che fa i conti con “vite temporanee” Finestre, molteplici, si aprono sui vicoli e sulle pizze di Napoli. Piazza Plebiscito, Via Toledo, Quartieri Spagnoli, Porta San Gennaro, Posillipo, Porta Capuana compresa la periferia (Barra, Ponticelli, Poggioreale) … è un via vai d’esistere, un brulicare di vite la cui quotidianità ci accomuna e allo stesso tempo ci sorprende. È al Vomero, però, che si apre un “Temporary Store”: un negozio in cui per un po’ si vende merce di una certa marca, per un altro periodo altra merce di un’altra marca e così via.  «Comm” e vite noste!» commenta Rosario, uscito di carcere solo da poche ore e ignaro di un destino che sa di polvere da sparo. Rosario è giovanissimo e insieme alla sua, la voce che prevale è quella dei giovani. Perduti nel caos della globalizzazione, messi alla prova dalle convenzioni che dirigono i rapporti tra adolescenti, emarginati dagli stereotipi di una società ancorata al vecchio, tutti si dibattono nell’ostinata voglia di difendere il proprio diritto alla riflessione. Carlo ci dà una lezione importantissima sull’amore e sugli effetti di realtà che produce, Stefano s’addentra nei bordelli dei quartieri di Napoli costretto al rito di iniziazione al sesso che non gli appartiene affatto e poi c’è Maria che scopre quanto è dura la vita di una donna in un mondo vile e maschilista. Ancora Lucia, Gennaro, Teresa che insieme a tutti i personaggi di questa raccolta  imparano a vivere il presente nonostante l’uomo pare condannato al male. L’autore non sembra lasciare traccia scritta di una possibilità di riscatto se non attraverso il nome di alcuni personaggi. Uno di questi è Alberto testimone sopravvissuto della Shoah. La fortuna dei lettori è incontralo per caso, in autobus, attraverso il racconto di Emilio, e rendersi conto di aver incontrato un uomo capace di riconoscere il male del mondo, di scandirne l’orrore e salvare ciò che rimane di buono: quel senso di humanitas che ci rende meno soli. Vincenzo Villarosa ci lascia con un ultimo, eppure primo in quanto apre il primo racconto di Temporary Life, interrogativo: “Si Deus est, unde malum?”, “Se dio esiste da dove […]

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Libri

Francesco Frigione e Ugo Derantolis, autori de “Le ragioni nascoste”: intervista e recensione

Francesco Frigione e il suo eteronimo collega Ugo Derantolis sono gli autori di Le ragioni nascoste, un libro singolarissimo, per contenuto e forma, edito dalla GM Press. Quello de Le ragioni nascoste, libro di Francesco Frigione e Ugo Derantolis, è un insieme di racconti frammentari, senza ordine, né tempo. Il suo è uno scenario fantasmagorico, una rete di recondite rivelazioni nascoste e ingarbugliate. Ironia, ilarità e saggezza caratterizzano questo libro dalla scrittura lineare, ma non semplice; a tratti la prosa assume verticalità lirica e sfumature poetiche, da rimanerne interdetti quando si fa “seria”, quasi disarmati (come avviene in  “Cosa resta tra le dita” o in “La donna che non sapeva  aspettare”). Con la maestria di chi è avvezzo alla scrittura – o forse di chi semplicemente è dotato di talento naturale e potentissimo – l’autore ci fa sorridere, e talvolta ridere, quando scherzosamente porta all’esasperazione avvenimenti banali e comici che diventano fonte di messaggi filosofici di grande spessore e complessità. Il lettore si abitua al mistero delle ragioni profonde e invisibili già dai titoli: geniali, accattivanti, irragionevoli (La merda puzza, Indagine di un cittadino al di sotto di ogni sospetto). Tutto in questi racconti ci rivela come l’assurdità che li caratterizza contiene in sé verità attualissime o eterne. L’eteronimo Ugo Derantolis si occupa della seconda parte del libro e fa da umile amanuense dell’abissale Lallo De Bonis: filosofo dall’identità mistica e sconosciuta, eppure la figura più stimolante del libro. Un Socrate dai toni mai visti prima, Lallo De Bonis affolla ossessivamente le menti dei suoi discepoli con abissi di vertiginose metafore. Chi l’avrebbe mai detto che dietro ad un’affermazione come: «La cozza pelosa tarantina non è una cozza!» si celasse il principio della dialettica hegeliana? Stolti voi che criticate perché non comprendete che i giovani al seguito di Lallo son sì tutti folli, ma folli per la voluttà di un sapere che illumina la coscienza di chiarore iperuranio! Leggiamo l’intervista ai due autori, Francesco Frigione e Ugo Derantolis. Francesco Frigione e Ugo Derantolis: intervista agli autori de Le ragioni nascoste Cosa significa per Francesco Frigione “essere scrittore”? E per Ugo Derantolis? FF: Per prima cosa, “essere scrittore” mi permette di cedere alla seduzione di imbrigliare i fatti, alterare le apparenze del linguaggio e provare le emozioni con lo stesso trasporto di quando ero bambino. Insomma, scrivendo cado in una vertigine, in una dimensione sognante e dionisiaca che si oppone alla brutalità delle cose concrete e a cui mi appiglio per poi risalire in superficie. Sottrarmi alla traumaticità degli eventi, irridendoli e beffandoli, è la gratificazione più immediata del rapporto con l’immaginazione al servizio della scrittura. Questa frequentazione con i contenuti fantastici, d’altronde, è il carburante di qualsiasi esperienza creativa. Procedendo, però, arrivo a un secondo livello, di fascinazione “numinosa”. Qui rispondo a un richiamo estraneo all’Io, e tanto più procedo soggettivamente tanto più mi allontano da me stesso. È la materia immaginativa a dettarmi la forma. La trama, i personaggi e lo stile che il racconto assumono allora non sono più […]

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Culturalmente

Un proverbio cinese per amico, i 5 più filosofici

Un proverbio cinese per amico, ovvero insegnamenti pronti ad accompagnarci in ogni situazione della nostra vita. Il numero sembra essere molto consistente; ci facciamo spazio in questa distesa semisconosciuta e ne scegliamo cinque tra i più filosofici. Il proverbio è un detto popolare che con incisività e sintesi accoglie in sé una morale o una norma tratti dall’esperienza. Se pensiamo ad un proverbio, pensiamo alla saggezza (in un contesto che è proiettato nel passato e nella tradizione) ed ogni volta che ne pronunciamo uno è facile per noi ricondurlo all’immagine di un anziano signore, dal volto scavato o magari bello cicciottello, con i capelli e la barba bianca, una pipa in bocca e le rughe degli occhi che sorridono. Perché no, potremmo pensare  all’archetipo Junghiano del Vecchio Saggio dei sogni simbolo di sapienza, riflessione, risorsa di esperienze e qualità morali. Insomma volendo dare un corpo al proverbio, potremmo dire che esso è il senex, il genitore dei nostri genitori: un ottimo consigliere e amico in momenti critici o dilemmatici. Schiettezza, ilarità e popolarità dei proverbi italiani, spesso dialettali, sono noti a tutti. Ma può accadere di ritrovarsi ad usare proverbi cinesi inconsapevolmente, senza riconoscerne la loro vera origine. Proverbi e “chengyu” cinesi: origini e tradizioni Nella lingua cinese i proverbi – così come i segni zodiacali – occupano un ruolo molto importante e saper padroneggiare con abilità la lingua significa conoscere almeno parte di quei proverbi che appartengono alla sua tradizione e che sono testimonianza della saggezza delle sue più antiche generazioni. Uno straniero che li inserisce nella conversazione informale sarà apprezzatissimo dal suo interlocutore cinese. I proverbi che in primis costituiscono la più profonda espressione dell’Antica Cina sono i così detti “chengyu”( 成語/成语 Chéngyǔ ) , frasi idiomatiche formate da soli quattro caratteri.  Ma un proverbio cinese può essere anche molto più lungo. Legati alla tradizione,  i proverbi  cinesi nascono in un contesto popolare e quindi basso: nelle aree rurali, presso i contadini essi sono perlopiù collegati a miti e leggende di cui ne sintetizzavano l’insegnamento, tuttavia molti traggono la loro origine dalla tradizione letteraria dei classici. Da una divulgazione unicamente orale, si passa per i  “chengyu” a  piccole raccolte scritte.  Arricchendosi col tempo, la realizzazione di libri di  “chengyu” richiedeva il contributo di burocrati che avessero studiato i classici: opere di maestri come Confucio o Mencio avevano un’importanza pari a quella che ha la Bibbia per i cristiani. Da letteratura popolare, presto quella dei proverbi diviene letteratura minore della grande tradizione: una sorta di seconda lingua nazionale (tali frasi idiomatiche non seguono la classica struttura grammaticale né la sintassi del cinese parlato attualmente) che viene inserita nello studio dei classici nei programmi scolastici cinesi. Essi sono oggi considerati parte fondamentale della cultura cinese. Un proverbio cinese per amico: la nostra top 5 Come già detto, i “chengyu” (proverbio cinese) sono frasi idiomatiche formate da quattro caratteri. Sappiamo che la grafia cinese prevede per ogni carattere (nel linguaggio specifico logogramma) un significato, quindi è importante per comprendere il senso […]

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Musica

INCONTRI: il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto (intervista)

Incontri è il nuovo EP di Crazy Han e Raptus Molesto distribuito dalla Smoka Rec a partire dal 31 ottobre 2018. Noi abbiamo intervistato i due artisti dopo averne ascoltato il disco. Nella scena Hip Hop del Sud Italia il rap si fa prepotente. Dal Cilento le voci sono di Crazy Han (Only Smoke Crew) e Raptus (Poeti maledetti) che si uniscono e danno vita ad una nuova collaborazione per un progetto fatto di incontri ravvicinati grazie ai quali si mantiene viva e integra l’identità dell’Hip Hop. “Incontri” è totalmente autoprodotto, le tracce sono 5 ( Incontri, Nell’armadio, Con chi conta, Senza regole, Viagg ), la metrica e il flow sono violenti, i temi fondamentalmente classici. Le produzioni sono quasi tutte a cura di Crazy Han per posse track hardcore che vantano collaborazioni varie: Skiaffone (Only Smoke Crew), Crazy, Kekko Maye, Slaymer (Bra Familia), The Sniper aka TicSnip (Only Smoke Crew). La voglia di farsi sentire è parecchia: in un contesto in cui l’evolversi del rap va a rilento, certe battaglie lessicali sono necessarie. La forza di quest’album è la consapevolezza di una cultura intoccabile quale l’Hip Hop e la maturità di artisti che masticano e fanno rap con cura e passione. Incontri non è un disco per ciocci perché il RAP non è per ciocci. Con orgoglio il Cilento è linguisticamente presente in tutti le tracce in cui il dialetto presenzia alternato all’italiano. Dal 2014, il territorio è rappresentato nella scena Hip Hop dalla Cilento doppia H: un movimento indipendente che nasce grazie alla Only Smoke crew con l’intento di promuovere l’Hip Hop unendo tutti i producers, writers e MC del posto per formare un’unica famiglia cilentana. LA SMOKA REC DICE: N.B. «Questo è un disco RAP nato dalla passione per l’HIP HOP, se cercate autotune, “gang, gang, gang” e puttanate di questo tipo, avete sbagliato sia progetto che artisti.» Il resto ce lo dicono Raptus Molesto e Crazy Han. Incontri, intervista  a Crazy Han e Raptus Come nasce l’idea di questo progetto e come la collaborazione tra Crazy Han e Raptus Molesto? Crazy Han: L’idea mia inizialmente era di realizzare un mio progetto da solista in un periodo dove per motivi di lavoro abitavo fuori casa, successivamente Raptus è venuto a trovarmi e dopo avergli fatto ascoltare qualcosa decidemmo di portare avanti il progetto insieme. Raptus: Le fondamenta di questo progetto è l’amicizia, dopo svariati anni di collaborazioni e molteplici palchi calcati insieme, si è deciso di creare un qualcosa che avesse potuto racchiudere tutto il tempo passato a fare musica e non solo. Qual è il messaggio di fondo in questo EP che desiderate arrivi a chi ascolta ? Crazy Han: L’EP trasmette il personale punto di vista nei confronti di una cultura, che proprio grazie a certi “incontri” è diventata parte indelebile della nostra identità. Raptus: Quello di godersi della buona musica fatta con cuore ed umiltà, nel nostro piccolo cerchiamo di fare il possibile per far sì che le cose siano fatte bene, poi sta […]

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Culturalmente

Religione ortodossa, storia e curiosità

La religione ortodossa, insieme al cattolicesimo e al protestantesimo, appartiene al Cristianesimo, religione monoteista, a carattere universale, nata in seno al giudaismo, che si fonda con la venuta di Gesù Cristo sulla Terra. La sua predicazione, quale Messia e figlio di Dio, è contenuta nei Vangeli.  La suddivisione nelle tre tipologie di religione implica una differenziazione interna di usi e tradizioni. Noi approfondiremo alcune particolarità della religione ortodossa. Con il Grande scisma del 1504, la cristianità è divisa in est ed ovest, in Chiesa ortodossa e Chiesa cattolica, le più antiche nonché le più vicine per dottrina e organizzazione. Esistono, però  alcune divergenze che ne ostacolano la “piena comunione sacramentale”: non è possibile cioè celebrare insieme l’Eucarestia. Dopo lo scisma, alcuni cristiani orientali ritornano alla primitiva unione riconoscendo al Papa di Roma il primato giurisdizionale (negatogli dagli ortodossi che lo considerano al pari degli altri patriarchi): la Chiesa cattolica chiama questi cristiani “uniti”, “cattolici orientali” o “cattolici di rito orientale”; i cattolici di rito bizantino sono definiti “ortodossi cattolici” in opposizione agli “ortodossi” separati o “scismatici”. Il 12 febbraio 2016, presso L’Avana, Cuba, Papa Francesco ha incontrato il patriarca Kirill di Mosca. Un incontro “fraterno”, un incontro insolito e non scontato, tra leader in nome della fede cristiana, che culmina con la firma delle dichiarazione congiunta (qui i 30 punti che essa contiene) con la speranza di un sano recupero dei rapporti tra cattolici e ortodossi. Ma chi sono gli ortodossi? Cosa si intende per Religione ortodossa La  Chiesa cattolica chiama gli Ortodossi fratelli separati perché ritiene che in loro i sette sacramenti si siano conservati integri ed efficaci. Secondo la definizione sul vocabolario Treccani, alla voce “ortodossia” (dal greco orthòs «retto» e dòxa «opinione») segue questa definizione: “retta credenza, purezza di fede, conformità a una determinata religione o chiesa, della quale si accetta integralmente la dottrina (in contrapp. a eterodossia).” […] “Il concetto di ortodossia presuppone l’esistenza di una verità assoluta, che l’uomo conosce grazie alla rivelazione divina contenuta nei testi sacri. Tale verità viene interpretata dalla Chiesa e, in particolare, dai concili ecumenici dei vescovi, che sono ispirati dallo Spirito Santo. Chi si attiene alla verità, definita nei dogmi (dogmatismo), è ortodosso; chi se ne allontana, è eretico (eresia).” Nello specifico, gli ortodossi sono coloro che rispettano la dottrina tradizionale dei decreti dei sette Concili Ecumenici e la cui religiosità è dunque rigorosamente legata alle origini. La Chiesa ortodossa detta anche Chiesa ortodossa orientale o Chiesa cristiana d’Oriente è erede e prosecutrice della cristianità dell’Impero Romano d’Oriente. Come la Chiesa cattolica romana, anche quella ortodossa ritiene di avere l’esclusività di essere la continuazione della Chiesa Universale fondata da Gesù di Nazareth. La Chiesa ortodossa orientale è una comunione di più Chiese autocefale (esse hanno cioè piena autonomia nella scelta di un proprio vescovo, arcivescovo metropolita o patriarca) o autonome (queste ultime, seppur distinte, dipendono da un patriarcato ). Il primus inter pares (primo fa pari) è il Patriarcato di Costantinopoli definito ecumenico nel 587 e la cui sede vescovile è […]

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Libri

Come ti calpesto il cuore, il nuovo romanzo di Francesco Rago

Come ti calpesto il cuore è il titolo del nuovo e quinto romanzo di Francesco Rago, edito da Ferrari editore. Anche questo, al pari degli altri, è un romanzo di formazione e questa volta la parola chiave è “responsabilità”. È questa una storia che vuole suggerirci alcune “istruzioni capaci di non farci calpestare il cuore”… Ma il nostro o quello degli altri? Un altro romanzo realistico firmato Francesco Rago La storia di Come ti calpesto il cuore percorre due esistenze, quella di Giulia e quella di Alberto; lei, sentenziosa e fin troppo scrupolosa, da buona sorella maggiore “rincorre” letteralmente il fratello, un menefreghista irresponsabile, che finisce a Monaco pur di sfuggire ai suoi doveri di adulto (un dovere meraviglioso, ma che fa paura ). Alla fine del racconto i ruoli si ribalteranno in quello che è un lieto fine forse prevedibile eppure ironico, come l’intero romanzo. L’intreccio si scioglie tra vicende di vita quotidiana e sebbene il loro risvolto si indovini con facilità fin dal loro apparire, l’audacia di Giulia e il fare immaturo di Alberto ci fanno sorridere. Come ti calpesto il cuore di Francesco Rago è un romanzo coinvolgente perché realistico: immedesimarsi è un fatto naturale. Ma se il motore della macchina narrativa non può essere la suspense, lo sono invece i dialoghi incalzanti. È proprio nei dialoghi che i personaggi secondari adempiono a quello che si percepisce essere il loro “scopo” nel romanzo:  un continuo sottolineare, rimarcare, rivelare e rinfacciare i difetti di Giulia e Alberto. Come ti calpesto il cuore: il peso della responsbilità Una vita ordinaria, forse fin troppo, quella di Giulia a cui è dedicata la prima parte del libro: il peso della responsabilità che grava su di lei è quello dell’aspettazione. Tutti ( soprattutto Erica, la fidanzata di Alberto, la quale serba una dolce sorpresa ) si aspettando qualcosa da lei, che troppo spesso dimentica se stessa.  L’opposto di Alberto a cui è invece dedicata la seconda parte. Qui, dalla terza persona, si passa alla prima: è Alberto a raccontare, commentare, parlare di sé. Un eterno Peter Pan che attira un po’ tutti, quello che sa come divertirsi, quello che “ L’unica cosa che mi importa in questo momento è godermi la vita, essere me stesso, fare quello che mi va. Punto.”  insomma … un imbecille, in più senza lavoro, senza alcun progetto per il futuro, che non riesce a badare a se stesso, ma che finisce ubriaco all’Oktoberfest. Con naturalezza e ironia, questo romanzo affronta un tema importante che è quello della responsabilità e su di essa ci induce a una duplice riflessione. Quello che ci chiediamo, pensando a Giulia, è quanto vale essere responsabili, apprensivi e premurosi – fino ad essere definiti pedanti – se il risultato è adempiere a incarichi superflui che non badano alla nostra felicità. Qualche volta è necessario calpestare il cuore degli altri per scansare il proprio. A calpestare un cuore, Alberto comprende che responsabile non è sinonimo di spacciato. E per fortuna agli errori si può sempre […]

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Culturalmente

Teoria geocentrica e teoria eliocentrica: da Aristotele a Copernico

Teoria geocentrica e teoria eliocentrica, un approfondimento Aristotele affermava che tutti gli uomini tendono naturalmente al sapere: quello di chiedersi il “perché” delle cose è un impulso naturale che per fortuna ci appartiene. È per questo che quella che noi oggi chiamiamo scienza, in realtà, esiste da sempre. La teoria geocentrica e poi la teoria eliocentrica, approfondite in questo articolo, fanno già parte di una fase più razionale  dell’evoluzione del sapere. La scienza nasce col primo tentativo degli uomini di dare una spiegazione alle cose che lo circondavano. L’uomo guarda il cielo fin dagli albori della storia dell’umanità: curiosità, stupore ma soprattutto timore di fronte all’inspiegabile, all’immenso, all’ignoto. Guardando le stelle, quelle cose lontane e luminose, era facile per gli uomini ricorrere al divino. Alla domanda “Che cos’è l’universo?”,  “Chi ha creato il mondo?” l’uomo rispose con la mitologia mostrando il proprio estro molto fantasioso. Secondo la mitologia scandinava, per esempio, l’universo non è che un immenso albero (un Frassino) chiamato Yggdrasill: le sue radici affondano negli inferi, i suoi rami sostengono la sfera celeste. Tra i nove mondi sorretti dai suoi rami vi è quello degli uomini, chiamato Midgardr,  e quello degli Dei detto Asaheimr. Ancora, la cosmologia assiro- babilonese concepisce la Terra come poggiata sul Regno dei Morti, sommerso dalle acque oceaniche, e sovrastata dalla volta celeste. L’oceano su cui la Terra galleggia è frutto del diluvio universale: il cielo non è altro che un oceano celeste abbattutosi sulla Terra. Una concezione, questa, che ha influenzato fortemente la cosmologia biblica che poneva al centro dell’universo l’uomo: è per questo che la teoria geocentrica fu sempre fortemente supportata dalla Chiesa. I primi astronomi: la teoria geocentrica da Aristotele a Tolomeo Nato A Stagira nel 384 a.C. e formatosi alla scuola di Platone presso Atene, Aristotele  fu il primo a sviluppare una teoria sul cosmo alla luce del dualismo tra mondo celeste e mondo terrestre, dualismo già visto in Platone e prima ancora in Eudosso di Cnido, astronomo greco. L’universo di Aristotele, ordinato e finito, ha al proprio centro la Terra perfettamente sferica ed immobile (modello geocentrico e geostatico)  mentre tutti gli altri corpi celesti ruotano intorno ad essa di moto circolare uniforme, moto della perfezione che appartiene unicamente al mondo celeste. Esistono infatti, nella teoria aristotelica, due fisiche: a garantire la perennità dei moti circolari uniformi dei copri del mondo celeste (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove e Saturno fino al cielo delle stelle fisse che è il limite estremo dell’universo) è la quintessenza di cui sono composti. Essa è l’etere, una sostanza  incorruttibile, ingenerabile (senza inizio né fine) e quindi perfetta. Diverso è invece ciò che accade per il mondo terrestre (o atmosfera sublunare), mondo dell’imperfezione, in cui i quattro elementi fondamentali – terra, acqua, aria e fuoco –  in perenne agitazione, sono causa  dei cicli di generazione e corruzione. Acqua e terra hanno moto verticale, dall’alto in basso; aria e fuoco hanno moto verticale, dal basso all’alto. Ecco spiegata la gravità, ecco spiegato perché aria e fuoco […]

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Musica

Voci Spiegate: Kiave ci racconta il rap nelle carceri

Il progetto Voci Spiegate nasce e si sviluppa nel 2014 presso il carcere di Monza. Qui Mirko Filice, in arte Kiave (M.C. cosentino tra i più influenti nella Scena Underground italiana degli ultimi decenni), attraverso lezioni e laboratori musicali, porta il rap e la cultura Hip Hop nelle celle con l’intento di offrire ai detenuti tutte le conoscenze e gli strumenti per trovare nella musica la redenzione. Un sogno, quello di Mirko, che finalmente si realizza e che ha successo. Tanto è vero che il progetto verrà accolto per altri due anni presso il carcere di Monza e successivamente presso il carcere minorile Beccaria di Milano (2016) e allo SPRAR di Rho (2017). Quest’anno, i protagonisti sono stati i detenuti della casa casa circondariale di Varese per la sesta edizione del progetto culminata il 21 aprile in un live di conclusione. Sul palco, affiancati da Kiave, ci sono Pach, Tony, Domino e Labi: la complicità che c’è tra il rapper e i ragazzi detenuti, la cura e l’impegno che ne traspare insieme a fierezza, sincerità ed entusiasmo sono emozionanti. (Guarda qui il video del live ed ascolta il loro album su SOUNDCLOUD). Voci Spiegate è entrato a far parte del circuito della Street Arts Academy, un’associazione che promuove una serie di attività educative condotte attraverso le discipline classiche e gli elementi della cultura Hip Hop,  in perfetta coerenza con i principi che sono alla base dei laboratori tenuti da Kiave. La Street Arts Academy ha messo a disposizione un sito dedicato unicamente al lavoro dei partecipanti dove è possibile ascoltare tutti e sei gli album risultato del lavoro delle sei edizioni di Voci Spiegate – qui il link. “L’intento è quello di offrire ai loro concetti, alle loro idee e alle loro emozioni un passaggio verso l’esterno:  parole che vanno oltre le mura del carcere e che vogliono esprimere qualcosa.” Noi abbiamo intervistato Kiave che ci ha svelato molto di più. Voci spiegate, l’intervista a Kiave Kiave, sappiamo che il progetto Voci Spiegate nasce da una tua idea. Ci chiediamo però come e perché. Io ho collaborato con un’associazione che si chiamava “Razzismo brutta storia” che faceva riferimento al Gruppo Feltrinelli per dei laboratori di rap nelle scuole chiamati “Potere alle parole”. La persona che era assegnata a me si chiamava Agnese Radaelli. Un giorno ho espresso a lei questo mio desiderio, le ho detto : «Che figata il rap nelle scuole, è una cosa bella, però sinceramente il mio sogno è proprio portarlo nelle carceri perché secondo me il rap nelle carceri può fornire ai detenuti i mezzi per liberare tutta la negatività che assorbono là dentro con qualcosa di costruttivo e di creativo come il rap».  Il carcere è il luogo in cui c’è davvero gente di strada e il rap è di strada, non come ce lo vogliono propinare ultimamente più nelle sfilate di moda che per strada. Agnese dopo una settimana mi chiamò e mi disse:« Se vuoi andiamo al carcere di Monza a fare laboratori ».  […]

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Libri

Le nuove novelle di Sonia Senesi (Recensione)

Le nuove Novelle, Dalla parte degli animali, maghi, fate e folletti, è una raccolta di undici novelle a cura di Sonia Senesi. Pubblicato da Aracne Editrice nel Giugno 2018, il volume  fa parte della collana Ragno magico. Da subito, nella dedica a suo figlio Daniele, la scrittrice non nasconde la sua tempra di narratrice di storie fantastiche che lei stessa amava inventare per lui. Tuttavia le novelle di questo libro hanno qualcosa di magico e misterioso che le rende intriganti ed autentiche . Non è stata Sonia ad inventarle, esse sono anzi  appartenute ad un autore anonimo e sono state poi ritrovate dalla scrittrice in un baule nascosto in una soffitta polverosa, di quelle strapiene di ricordi oltre che di famigliole di ragni. Quelle che qualche volta sono custodi inconsapevoli di tesori. Prima di divenire “Le nuove novelle”, le storie erano raccolte in un vecchio quaderno datato 1865, verde in copertina  e dalla calligrafia minuta che lasciava difficilmente interpretare le descrizioni e i frammenti di vita di animali fantastici, magici e super intelligenti. Sonia Senesi, con l’aiuto di due bambini (Riccardo e Vittoria), ha copiato e trascritto le storie con quanta più fedeltà possibile, cambiando “solo qualche parola” per rendere la lettura adatta a tutti i bambini (e non solo). Le nuove novelle di Sonia Senesi: dalla parte degli animali, maghi, fate e folletti Quella delle Nuove novelle è una vera e propria schiera di animali (dai più feroci, come le tigri, ai più affabili elefanti) che nella loro quotidiana lotta alla sopravvivenza si trovano costretti a  combattere contro  il più egoista e invadente degli animali: l’uomo. Talvolta causa della loro prigionia, talvolta ladri dei loro beni primari, gli uomini vengono puntualmente sconfitti dagli animali per intelligenza e generosità. Ma i veri protagonisti sono i più piccoli, i cuccioli che avidi di scoprire ed ostili ad ogni ingiustizia , superano le gerarchie tipiche del branco, mostrandosi i più coraggiosi e ricchi di intuito di tutti gli altri: sono i veri fautori della pace e dell’armonia. Sono,infatti, proprio loro che affiancano i grandi nelle eroiche imprese e, grazie alla propria ingenuità, rivelano verità che nessun adulto oserebbe ammettere. Le storie che ci vengono raccontate con semplicità e simpatia, non nascondono la ferocia di cui a volte alcuni uomini sono capaci e che oggi  purtroppo costituiscono la causa di lotte per cui vale la legge non del più forte, ma  del più “ingegnoso”. Non tutti gli uomini sono però spietati e crudeli. Talvolta alcuni di essi si schierano dalla parte delle “bestie” assumendo un po’ la posizione dell’autore, divenendo aiutanti intelligenti, quelli diversi ma buoni. Spesso, senza sorpresa, sono proprio i più piccoli, i bambini, coloro che, tenendoli per mano, accompagnano gli adulti dalla parte degli animali. La schiera di protagonisti comprende anche fate, streghe, dragoni, maghi e bambini dalle capacità straordinarie poiché in nessuna di queste novelle viene meno la magia che, come polvere, si insidia tra le righe. Le nuove novelle di Sonia Senesi sono quindi storie di cuccioli dedicate ai bambini. […]

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Cucina & Salute

Bambù: ricette e utilizzi nel mondo della graminacea

Bambù: subito figura nella mente di ognuno un dolce panda avvinghiato a un verdastro  fusto cilindrico di cui gusta famelico le soffici foglie, sua primaria fonte di vita. Eppure questo sempreverde è molto di più e può rivelarsi meno docile di quello che siamo abituati a credere. Appartenente alla famiglia delle Graminacee (come riso, grano, mais …) e alla sottofamiglia Bambusoideae, il bambù prende il proprio nome dalla lingua Malai “Mambu” , poi tradotto in inglese con il comune termine “bamboo”. La maggior parte di queste graminacee nasce in Asia, ma possiamo trovare specie spontanee anche in America, Oceania e Africa. Esistono oltre 500 specie diverse di bambù in tutto il pianeta, la loro fioritura è eterogenea così come sono variegati i colori e le forme. Bambù: utilizzi È stato soprannominato ‘’acciaio vegetale’’ per la sua resistenza che non esclude flessibilità e leggerezza. Nel passato, in Estremo Oriente, il bambù veniva utilizzato per costruire i canali di irrigazione per le piantagioni di riso o per trasportare acqua e gas dai giacimenti fino ai villaggi. In India, il bambù veniva utilizzato per la realizzazione di utensili di uso quotidiano. Oggi, grazie alle tecniche avanzate di cui disponiamo, gli ambiti d’uso si sono ampliati. Non solo il bambù permette l’edilizia sostenibile (interi edifici costruiti tutti rigorosamente in bambù), ma nella fase iniziale della sua crescita la pianta si presta alla realizzazione di pigiami, lenzuola, tende e pannolini (questi ultimi sfruttano la sua caratteristica antibatterica) E non è finita qui! Aggiungiamo che è resistente agli urti, facile da pulire e antipolvere. Semplice immaginare il successo dei gadget in bambù: penne, calcolatrici, agende, ventagli, posacenere. Raffinati, leggeri ed economici. Tuttavia la coltivazione di questa pianta richiede molta cura. Chi decide di decorare il proprio giardino seminando o di utilizzandolo nella costruzione di recinti, deve essere al corrente della sua rapita e invadente crescita, talvolta incontrollabile, e di tutte le possibili conseguenze. Il genere Phyllostachys, che è il più conosciuto e usato in Italia, ha una crescita pari a circa un metro al giorno! Bambù: ricette Questa graminacea entra anche in cucina e non si smentisce. I più amati e usati nella cucina Orientale sono i germogli di bambù che contengono al loro interno la polpa di colore bianco crema. Possono essere mangiati anche crudi come contorno di pesce e carne o come condimento per l’insalata. Se colti in tempo, infatti, mantengono la loro croccantezza e il loro sapore delicato. Ricchi di fibre, vitamine e proteine i germogli ci offrono una vasta gamma di ricette semplici e veloci da cucinare. Super appetitoso è, per esempio, il pollo bambù e mandorle. Gli ingredienti : Petto di pollo: 500 g   Germogli di bambù: 80g   Mandorle spellate: 70g  Zenzero fresco: 15g Cipolle: 50g Olio di semi: 50g Salsa di Soia: 60g Acqua: 20g Farina: qb. Ecco i passi da seguire per prepararlo: Tostare le mandorle in un tegame antiaderente per qualche minuto Tagliare in piccoli pezzi i germogli di bambù Affettare la cipolla, grattigiare lo zenzero e far rosolare in […]

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Libri

Pacifico: termina la trilogia di Grouse County di Tom Drury

Oceano Pacifico, Redondo Beach, il mare della California fino alle ginocchia, un vestito giallo a galla sull’acqua: “Micah e Lyris rimasero in piedi, mano nella mano, con le onde che si frangevano sulle loro gambe, senza arretrare di un passo.”  Lontani da Grouse County, eppure a casa. Finisce così Pacifico e termina  la trilogia di Grouse County al suo terzo capitolo edito da NNEditore che si è occupata della pubblicazione dell’intera trilogia. I personaggi sono quelli che già conosciamo e che abbiamo visto crescere nei primi due capitoli La fine dei vandalismi e A caccia nei Sogni: Tiny, Joan, Mary, Dan, Louise, Lyris e Micah… Questa volta  scossi  da piccoli avvenimenti, a volte spiacevoli, ma fonte di importanti cambiamenti. L’epica di Grouse County è,  anche in Pacifico, macina di  compromessi, furti, bugie, morte, fughe e investigazioni. Pacifico: tra Grouse County e la California Micah è il viaggiatore tra due mondi:  Grouse County e Los Angeles, il mondo di suo padre Tiny Darling e quello di sua madre Joan. Il piccolo Darling è il nodo del romanzo, con sensibilità e attenzione, partecipiamo alla sua nuova vita fatta di eccitanti prime volte: l’amore per Charlotte, la droga, i primi sbandamenti e le prime punizioni scolastiche. Ma per lui, ancora adolescente, l’impatto con la nuova città- che è l’opposto della rurale contea natale –  è sconvolgente  e Micah non potrà negare il suo bisogno d’aiuto. Grazie alla cura che Tom Drury dedica alla crescita di  questo personaggio, noi tutti inevitabilmente ne rimaniamo inteneriti. Ma se Micah lascia casa, Tiny rimane solo e, succube di un’involuzione, torna ad essere il Charles da cui Louise aveva divorziato: un vandalo che si caccia nei guai. Louise,  invece,  sente nostalgia della sua bambina e inconsapevolmente rimedia a  questo vuoto dedicando a Lyris le attenzioni materne che la ragazza non ha mai avuto. Joan, infatti, si è creata una nuova vita in California: sposata con Rob, è un’attrice. L’arrivo di Micah le dà una seconda possibilità: essere di nuovo mamma dopo sei anni senza, però, riuscirci come vorrebbe . A Grouse County arrivano però anche nuovi personaggi a creare scompiglio. Sandra Zulma è il personaggio più strambo e stravagante del romanzo. Una mentecatta che attira la curiosità di tutti coinvolgendo in primis Dan  Norman – marito di Louise –  ex sceriffo, ora investigatore privato. L’enigma ruota intorno ad una antica pietra Celtica di cui Sandra è alla ricerca spasmodica. Incidente stradale, evasione da un carcere, fuga in un bosco… un elenco di piccole tragedie che Tom Drury trasforma in sorrisetti e risolini per noi lettori. La trilogia di Grouse County e Tom Drury La trilogia di Grouse County nasce come un puzzle di racconti che si combinano in un momento postumo alla scrittura degli stessi. Il primo volume della trilogia, La fine dei vandalismi, è anche il titolo del primo racconto di Tom Drury  pubblicato sul New Yorker  – periodico statunitense con cui lo scrittore inizia a collaborare a partire dal 1990. Da allora, Tom Drury continua a scrivere degli stessi personaggi. […]

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