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Eroica Fenice

Culturalmente

Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

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Culturalmente

Diomede, le imprese del valoroso guerriero greco divenuto immortale

Diomede, mitico figlio di Tideo e di Deipile, fu uno dei più valorosi guerrieri greci: uomo dalle grandi virtù guerresche, viene però ricordato anche come eroe della civilizzazione e promotore e difensore della stessa. La sua storia è costellata di imprese indimenticabili: fu tra i principali eroi achei che parteciparono alla battaglia degli Epigoni, fu al fianco di Ulisse in intrepide imprese come il furto del Palladio o l’incursione notturna nell’accampamento del re tracio Reso che Diomede stesso uccise nel sonno. Partecipò inoltre alla Guerra di Troia al fianco degli Achei e di Agamennone, distinguendosi in battaglia tra i più possenti uomini delle schiere achee in quanto affrontò in duello Enea arrivando a sfidare gli stessi Dei. Omero dedica a Diomede, uomo dal grande coraggio ma anche dalla grande intelligenza, un intero canto, il quinto, dell’Iliade in cui l’eroe assume un ruolo centrale. Per il suo valore e le sue virtù Diomede fu reso immortale, il suo culto si diffuse in tutto il mondo ellenico. Diomede: le sue imprese da Argo all’Italia La battaglia degli Epigoni Originario dell’Etolia, Diomede nacque ad Argo, costretto qui all’esilio insieme alla sua stirpe dopo che il trono di suo nonno Oineo regnante sulla città di Calidone, fu usurpato dal fratello Agrio. Rimasto orfano a Tebe, città posta sotto assedio, Diomede crebbe col desiderio di rivendicare la morte del padre e restituire al nonno il suo legittimo trono. Sin da giovane mostrò grande dedizione nell’arte della guerra, si allenò duramente insieme agli altri sei figli dei comandanti uccisi durante l’assedio di Tebe. Insieme formavano i Sette Epigoni che marciarono su Tebe per indire la seconda guerra contro la città uscendone vittoriosi. Come vuole la leggenda, i Sette Epigoni sconfissero da soli l’esercito di Tebe. Dopo aver vendicato la morte del padre, Diomede volle però restituire il trono al Nonno Oineo. Così si infiltrò a Calidone e uccise gli usurpatori del trono, i figli di Agrio che invece si tolse la vita. Ad Argo sposò Egialea, figlia orfana del re. Presto però, il grande guerriero dovette lasciare la sua casa e partire per la Guerra di Troia. La Guerra di Troia e il duello con Enea “Le gesta di Diomede” è, come anticipato, il titolo del V canto dell’Iliade a Diomede totalmente dedicato, che narra le vicende che lo videro protagonista durante la Guerra di Troia. «Allor Palla Minerva a Dïomede Forza infuse ed ardire, onde fra tutti Gli Achei splendesse glorïoso e chiaro. Lampi gli uscían dall’elmo e dallo scudo D’inestinguibil fiamma, al tremolío5 Simigliante del vivo astro d’autunno, Che lavato nel mar splende più bello. Tal mandava dal capo e dalle spalle Divin foco l’eroe, quando la Diva Lo sospinse nel mezzo ove più densa Ferve la mischia.» Il V canto prende le mosse dal punto in cui Diomede, ferito da Pandaro, riuscì a riprendere la battaglia grazie all’aiuto della dea Atena. Salito sul suo carro, il valoroso guerriero acheo sfidò ancora Pandaro uccidendolo con un colpo di giavellotto. Quindi ingaggiò un furioso duello […]

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Libri

Ornella Esposito e la napoletanita dei racconti di “Aghi”

Aghi: dieci racconti di napoletanità firmati da Ornella Esposito Non c’è niente di più napoletano che stare ad ascoltare storie e racconti di fronte ad una “tazzulella di caffè”: è questo l’invito che si sente di ricevere da Ornella Esposito leggendo il suo libro d’esordio Aghi, pubblicato da Augh! Edizioni. Leggere Aghi è sorseggiare la napoletanità raccontata dalla scrittrice a sorsi ora amari, ora dolcissimi, tra due risate e qualche lacrima. Protagonista indiscussa di questo libro è la città di Napoli  che fa da filo rosso per tutte le storie raccontate, sempre colorate dall’inconfondibile dialetto partenopeo attraverso cui Ornella Esposito lascia i suoi personaggi liberi di respirare e svelarsi con purezza, anche quando la narrazione passa dalla prima alla terza persona. Il filtro linguistico è solo uno degli espedienti utilizzati in Aghi per permettere al lettore di percepire tutta la veracità dei napoletani che lo popolano. La lente con cui Ornella Esposito racconta fatti e personaggi sfaccetta ambienti (dalle più famose Piazza del Plebiscito e via Toledo, passando per i quartieri reconditi, fino a Nisida), ma soprattutto superstizioni, credenze e tradizioni: è ben radicato il culto di Faccia Gialla (San Gennaro) il suo quadretto è invetiabilmente in vista, tappezza le pareti di pizzerie e panifici affiancato da quello di Maradona, mentre in sottofondo la voce di Mario Merola invade San Gregorio Armeno e i suoi pastori moderni e mentre tutti hanno sentito dire che Donna Carmela, vedova rinchiusa in casa, pratica il malocchio. Sarà vero? Ornella Esposito ha dedicato il suo libro agli emarginati Dopo aver letto questa raccolta, che ruba solo qualche ora di lettura, capiamo perché nella dedica iniziale Ornella Esposito abbia voluto dedicare il suo libro agli “emarginati”: le storie contenute in Aghi sono storie di sofferenza e ribellione, di degrado e di violenza talvolta ai limiti del deplorevole, i suoi sono personaggi umili e semplici eppure immensi in quelle esprienze che hanno gentilmente confessato alla fantasia della scrittrice che le ha poi donate a noi lettori. Eppure la realtà – che è poi la fonte di ispirazione di una scrittrice napoletana che ama la sua terra e la sua gente – la quale vi si scorge in queste storie frutto di fantasia ci apre a un sentimento di compassione, nel senso etimologico del termine e cioè quello di condivisione di pathos: sorridiamo all’ilarità di certe situazioni, ma piangiamo anche col cuore che si irrigidisce di rabbia il secondo immediatamente successivo a quello in cui viene trafitto da tanti piccoli aghi di triste consapevolezza. Aghi ha quindi come protagonisti gli emarginati, quelli dimenticati o quelli che non si possono difendere: un quindicenne rinchiuso nel carcere di Nisida che continua a sognare, una bambina troppo piccola per subire certe meschinità di adulti, un travestito intrappolato nella vita di strada, storie minime che convergono in un grande affresco napoletano e universale, contemporaneo ed eterno. Dentro ognuno dei personaggi di Aghi, si attua una rivolta silenziosa che, al di là di ogni aspettativa, viene ascoltata: la prima a farlo è […]

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Musica

Afar Combo: con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa

Gli Afar Combo riprendono il viaggio con il loro secondo album Majid per l’etichetta discografica Music Force e Toks records. Dopo il primo disco omonimo AFAR COMBO, il gruppo si conferma un quartetto che funziona: Mirko Cisilino alla tromba, Alan Malusà Magno alla chitarra elettrica, Roberto Amadeo al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria. Un connubio di musicalità apolidi sognanti e concrete, violente e sentimentali allo stesso tempo, nomadi e sempre consapevoli di sé che creano visioni sonore inaspettate per un viaggio musicale che supera i confini di genere. Con Majid, gli Afar Combo hanno sviluppato un lavoro discografico dinamico dai cambi di stile repentini che rivelano un lavorio mentale recondito: basati su idee e prospettive diverse, i gusti e le ambizioni musicali dei quattro componenti si mescolano e convergono in un prodotto necessariamente originalissimo. Afar Combo, con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa Partiti dall’Africa con il loro primo album chiamato non a caso Afar Combo (un nome che rimanda alle popolazioni nomadi africane), dopo aver fatto la prima fondamentale tappa del loro cammino musicale quale la tradizione jazzistica più classica e “convenzionale”, gli Afar Combo lasciano il punto di partenza per continuare un viaggio tra generi che si fa più urban e suggestivo. La maturità musicale del quartetto udinese è dimostrata nella ideazione e elaborazione più colta di questo secondo album caratterizzato dalla coesione interessante di strumenti diversi (chitarra elettrica e tromba, batteria e contrabbasso) e dalla coerenza concettuale che rimane intatta dall’inizio alla fine. La musica di Majid risale dai “bassifondi metropolitani” e si espande coinvolgendo regioni musicali lontane. Nove tracce, nove posti remoti fatti di sole note: Rokia, In fila, Paesaggio, Detto al mare, L’oracolo, Majid, Barca a vela, Ferrage, Bulga bulga. Una miscela di rock, blues, jazz, sound soft e ruvido, musica dalla potenzialità di colonna sonora (L’oracolo ne è un esempio lampante), ma anche di ispirazioni e contaminazioni più lontane. Majid è il nome di Majid Bekkas un musicista originario del Marocco a cui Mirko, Alan, Roberto e Marco hanno dedicato il titolo dell’album e di una track al suo interno. Rokia è invece dedicata a Rokia Traorè, un musicista del Mali. Una pietanza speziata che ha gli odori e i sapori di ogni dove: così potremmo definire Majid riprendendo le parole degli stessi Afar Combo. Ogni onnivoro musicale dovrebbe assaggiarla per soddisfare ogni senso, uditivo e non, e appagare l’immaginazione che corre lontano e si libera da forzature o schemi di ogni sorta. Come forse accade raramente, il lavoro degli Afar Combo è fresco e sincero, non dà conto al mercato. Majid è un prodotto di nicchia che mantiene perciò intatta la propria purezza, ma soprattutto da non sottovalutare. Fonte immagine di copertina: AfarCombo su Facebook.

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Libri

Incontri all’angolo di un mattino: Lia Migale ci racconta il ’68 prima del ’68

Con il suo ultimo romanzo, Incontri all’angolo di un mattino edito La Lepre Edizioni, Lia Migale ci racconta di quella stagione speciale della storia che fu la rivoluzione studentesca del 1968 da un punto di vista inedito e altrettanto speciale, il proprio, partendo dagli anni prima del ’68, anni in cui la rivoluzione andava forgiando le proprie forme e le proprie spinte, arrivando fino a oggi. «Non ho un filo logico, non ho chiarezza, solo devo ricomporre quel tempo, con quel poco di memoria che mi resta, con quelle scarse carte che mi ridanno volti, parole e pensieri. E dolori.» Lia Migale si fa testimone della storia dell’ultimo mezzo secolo del millennio passato, una storia piena di gente: una costellazione di stelle comete, così la definisce. Sono i sui amici più cari ai quali ella sopravvive. Ormai adulta, Lia migale si ritrova a passeggiare tra le loro tombe e un pensiero si ferma lì sui quei volti fotografati; è un fluire continuo di ricordi inutilizzati che si materializzano in inchiostro che tramanda la memoria e ricompone il segno indelebile che ognuno le ha lasciato ricostruendo e fissando sulla pagina il momento in cui lei divenne una rivoluzionaria. Quella costellazione di cui parla Lia Migale si compone gradualmente quando di capitolo in capitolo ogni stella prende il suo nome e alla fine, questi punti luminosi, con le loro accezioni e individualità, si uniscono grazie a una narrazione che non è solo rigidamente cronologica, ma che vuole chiarire come e perché i figli del dopoguerra siano diventanti “la generazione”, chiarire chi erano quei bambini dall’infanzia antica che, protagonisti di un’era di passaggio, si ritrovavano a fare da “ponte” tra Vecchio Mondo e Nuovo Mondo difendendo gli ideali di svecchiamento, libertà, amore e pace divenute le nuove parole all’ordine del giorno. Lia Migale, tra lotta individuale e lotta collettiva Incontri all’angolo di un mattino di Lia migale prende le mosse da una lettera datata marzo 1968. La lettera è di Gioia, uno dei personaggi più importanti per l’evoluzione della giovane scrittrice di provincia, incastrata in una città che racchiudeva un mondo che non esisteva già più, alimentando il suo desiderio di fuga, il suo fastidio e la sua tristezza. Gioia fu allora “la finestra” che permise alla giovane Lia di lasciarsi travolgere dal mondo del cambiamento. C’era il sorriso di Gioia ad accompagnarla nel suo primo assaggio del ’68: “ uno shock estetico” fu per lei la visione de La Cinese di Jean Luc Godard, un film registrato tra il 6 e il 31 marzo 1967 a Parigi, e che anticipava quella che sarebbe stata la rivoluzione dei giovani francesi nel Maggio del ’68. «Vietato vietare» era uno degli slogan della rivolta francese, condiviso dagli italiani che si apprestavano alla lotta che Lia Migale abbracciò definitivamente nel 1969, con l’occupazione dell’Università di Roma alla quale si era iscritta. «Dicevo di sì a lei e alla rivoluzione. Qualunque cosa la rivoluzione fosse stata.» L’adolescenza era finita, il tempo smise di “passeggiare” e iniziò a […]

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Culturalmente

Dea con la cornucopia: Opi e Abbondanza

Dea con la cornucopia: tra Opi e Abbondanza. A una prima ricerca, alla voce “Dea con la cornucopia” viene associata Opi. Con ricerche più approfondite scopriamo poi che Abbondanza è la divinità custode della cornucopia con cui distribuiva beni di vario tipo. Le due dee vengono spesso confuse: approfondiamo allora le loro caratteristiche e scopriamone le differenze. Abbondanza: la dea custode della cornucopia La storia dell’origine della cornucopia è comune nella mitologia greca e romana: Giove strappò il corno alla Capra Amaltea, lo affidò poi ad Abbondanza, promettendo che da questo sarebbe uscito tutto ciò che poteva desiderarsi. Abbondanza, dal latino Abundantia, è nella mitologia romana la dea dell’abbondanza, della prosperità  e della fortuna. Con la sua cornucopia, derivata dal corno degli animali da latte, distribuisce cibo, denaro, beni e ricchezze. La dea viene raffigurata con pannocchie di granturco tra le mani o con la cornucopia rovesciata verso il basso. Guglielmo D’Alvernia, vescovo di Parigi, narra della Domina Abundia:  queste “padrone dell’abbondanza” pare entrassero di notte nelle case dove le famiglie preparavano offerte per loro. Le Domina Abundia consumavano i beni che però, miracolosamente, rimanevano intatti. Se erano offerte gradite, alla famiglia erano garantite prosperità e ricchezza. Dea con la cornucopia: Opi, la Madre Terra dea dell’abbondanza agricola OPI ROMANA Nel calendario romano, le Opiconsivia si celebravano il 25 agosto in onore della dea Opi ( o Ops), la Madre Terra, dea della opulenza e personificazione dell’abbondanza agricola. Il suo nome deriva infatti dal termine latino ops, parola che tradotta significa abbondanza, doni. Tuttavia gli autori classici, al nominativo singolare Ops, preferivano Opis che indicava invece il lavoro, in particolare quello agricolo. L’attività agricola era infatti dai romani considerata come sacra e i rituali che l’accompagnavano volevano ottenere il favore, oltre che di Ops, di divinità come Conso, (Dio del seme, del grano e dei raccolti),  Dis Pater (Dio del sottosuolo) o Pomona (Dea dei frutti). Associata nel culto a Saturno e all’antico dio Conso, la dea Opi viene infatti chiamata anche Consiva: morto e risolto, il dio si sarebbe unito a lei (forse facendola sua sposa). Furono dedicati alla dea Opi due santuari: uno sul Campidoglio e l’altro nel Foro. Nella Reggia, all’interno del Foro, vi era una cappella, la sacrarium Opis, a cui l’accesso era consentito alle sole vestali e al Pontefice Massimo. Secondo Festo, durante i riti veniva utilizzato un particolare tipo di vaso, custodito nella cappella. Non si sa con certezza come si svolgessero i riti durante le Opiconsiva. Nei campi, invece, ovunque erano sparse le sue are presso cui i contadini lasciavano come offerte i prodotti dei loro campi. Alla sua protezione era affidato anche il grano mietuto e riposto nei granai. Oltre alla celebrazione del 25 agosto, vi erano poi le Opalia, celebrate il 19 dicembre. Secondo Varrone, il culto di Opi è di origine sabina, in quanto introdotto dal re sabino Tito Tazio, quando regnava su Roma al fianco di Romolo. OPI GRECA La mitologia greca associa la Dea Ops a Rea, moglie […]

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Musica

Mezzosangue live con SVA CVIQVE PERSONA tour: Napoli ha il passamontagna

Si è tenuto giovedì 23 gennaio il live di Mezzosangue che ha portato il SVA CVIQVE PERSONA TOUR anche a Napoli, tramite il Noisy Club, presso il suggestivo Common Ground di Agnano. Mezzosangue desiderava mettere su un live che “spaccasse” e ci è riuscito. Il SVA CVIQVE PERSONA TOUR, che ha girato l’Italia e che culminerà sul palco di Roma, stasera, sabato 25 gennaio, è una vera bomba. Un ritorno all’underground che mancava da un po’. Mezzosangue live: si inizia con l’HURRICANE TOURNAMENT Stacchiamo il biglietto, entriamo nel locale e… sul palco un octagon (una gabbia di mma): ospiterà i partecipanti alll’Hurricane Tournament della tappa di Napoli. Prima dell’inizio del live, ad inaugurare il palco, entrano in gabbia, invitati da Squarta (producer dei Cor Veleno e spalla forte di Mezzosangue) i partecipanti alla battle: Varden, V, Refuse, Chico, Dabbol, Smile, Alton, Cheyenne. Non è una Battle di freestyle – ognuno ha già scritto una strofa su di una base scelta in precedenza – ma sarà comunque il pubblico a scegliere il vincitore, proprio come tradizione vuole. È questa la grande novità che accompagna il SVA CVIQVE PERSONA TOUR. Il progetto nasce nel settembre 2019, inaugurato dal singolo Out of the Cage: Mezzosangue dà la possibilità a giovani talenti selezionati di sfidarsi sul palco di ogni tappa del tour in una Live Battle per conquistare un posto in finale. I vincitori – tre cantanti e tre producer emergenti – saranno inclusi nell’Hurricane Mixtape Vol. 2. In un’intervista per Rolling Stones, Mezzosangue ha detto «Per me è quasi un modo per sdebitarmi con Capitan Futuro per la possibilità che mi ha offerto: l’idea è di portare in giro uno spettacolo in cui il pubblico e la giuria votano per dare accesso alla finale». Quasi inneggiando a lui, il pubblico sceglie Smile come vincitore supremo di questa Battle. Sembra avere la stoffa di un vero artista, ha flow e rime. Ci auguriamo di vederlo, ancora una volta vincitore, sul palco della finale di Roma. Ma la conquista di quel palco e l’abbraccio sincero scambiato con Mezzosangue, saranno per lui già una vittoria. Buona fortuna Smile! SVA CVIQVE PERSONA TOUR : Napoli ha il passamontagna Con alle sue spalle Squarta ai piatti e Luca Martelli alla batteria, Mezzosangue sale sul palco fedele al suo passamontagna e l’attesa si trasforma in adrenalina di fronte a un mostro da palcoscenico del genere. L’MCing  è nelle rime e nel flow, Mezzo ci intrattiene e ci riporta nell’atmosfera del vero Hip Hop. Più di un live, il SVA CVIQVE PERSONA TOUR ( che tradotto diventa: “A ciascuno la propria maschera”: «È il titolo di un quadro del XVI secolo esposto agli Uffizi, e rappresenta il concetto che ciascuno ha la propria maschera».) è una cerimonia collettiva. Sotto quel passamontagna non c’è semplicemente un viso, Mezzosangue ha detto «Sotto non c’è nessuna faccia, nessun nome, solo un’idea che parla». Il live di giovedì a Napoli è stato l’ennesima conferma che Mezzosangue e il suo pubblico sono un solo corpo, […]

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Libri

Il silenzio dopo l’amore: il romanzo di Daniel Cundari | Recensione

Parla subito chiaro, Daniel Cundari, sin dalla prima pagina e questa sua schiettezza la trascina con sé per l’intero romanzo. Le sue prima formulazione è una domanda retorica – forse autocritica mista ad autoironia o forse incredulità-:«Chi sarebbe capace di pubblicare un romanzo scritto da uno come me e composto da una sola e interminabile frase?» Sembrava assurdo? Eppure lo ha fatto la Ferrari editore, il romanzo è Il silenzio dopo l’amore, il suo autore Daniel Cundari. Daniel Cundari ha scritto un antiromanzo Daniel Cundari ha scritto un  romanzo che è “un’unica e interminabile” frase o una frase che è diventata un romanzo. Quanto sarebbe utile definire Il silenzio dopo l’amore un anti-romanzo? Meglio sarebbe liberarci da ogni classificazione di sorta, mandare al diavolo le convenzioni formali e concentrarci sulla forza di questo libro perturbante. Immaginiamo allora una notte interminabile, una notte d’insonnia selvaggia che scava la testa come un lombrico malato e il cervello inizia a fare le flessioni e si stanca instancabile cimentandosi in un esercizio di scrittura che chiameremmo flusso di coscienza, stream of consciousness, che non bada alla punteggiatura, né alle buone maniere, ma dà sfogo a una mente in fermento. Daniel Cundari è precursore e inventore del ‘Repentismo Cutise’, una scienza/spettacolo originata dal canto d’improvviso. Non ci stupiamo allora della maestria e dell’abilità in suo possesso nel gestire un prosa scorrevole e veloce, fatta di cambi di prospettiva repentini mai scanditi da segni di punteggiatura che non siano virgole; una prosa che nei suoi voli pindarici, in meno di cento pagine accoglie in sé temi e motivi attualissimi e vari che includono ogni aspetto del presente. Né ci stupiamo che l’autore citi Louis-Ferdinand Céline:« Al principio era l’emozione: ho voluto sempre una prosa che nasca dalla Musica, senza mediazioni.» Il risultato è che Il silenzio dopo l’amore di Daniel Cundari è un rigurgito che odora di carta, è un corpo che copiosamente sanguina coordinate e invettive. Questo libro così piccolo, che per contenerlo basta una mano o una tasca, è un docile e ostinato resoconto del nostro tempo: siamo noi uomini un insulto a noi stessi, su un pianeta colmo di lestofanti e maleducazione, tutti affetti da “pecorismo acuto” di massa o dalla malattia del secolo- la depressione e l’ansia- e quando gli ansiolitici non bastano, ecco ricorriamo alla violenza, allo stupro, al denaro, alle scommesse, alle bombe del secolo del Capitalismo dove ancora si sente dire “Fascismo! Comunismo!”. Nel Silenzio dopo l’amore, Daniel Cundari si sofferma e si dilaga in parole sferzanti e veritiere che – nonostante tutto, nonostante lo schifo, la Nausea, la Noia – paradossalmente celano ancora fiducia e speranza nel genere umano: occorre il barbaro coraggio dei poeti, si sa, e Daniel Cundari è un poeta attratto dagli emarginati e dai folli consapevole del fatto che il folle è un diverso, è un genio. Nonostante tutto: l’amore, i libri, la cultura Nonostante tutto, Daniel Cundari è convinto che in un mondo in cancrena, dove si diffonde veloce un colera di massa, […]

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Libri

Cuorebomba di Dario Levantino, un romanzo dedicato ai cani di periferia

Dopo il suo esordio Di niente e di nessuno, Dario Levantino è al suo secondo romanzo Cuorebomba edito Fazi Editore. Palermitano, Dario Levantino ritorna alla sua terra e a quella di Di niente e di nessuno ambientando anche Cuorebomba  nella periferia di Palermo, Brancaccio, una “periferia” che rispetta ogni stereotipo: abbandonata a se stessa, dimenticata dallo Stato, in preda alla violenza e alla droga, sottomessa al potere delle “famiglie”. Brancaccio è un luogo che accoglie nel suo putrido e puzzolente grembo di cemento armato gli emarginati, gli esclusi dai salotti borghesi della Palermo bene. Da qui Dario Levantino dà alito a una voce che dalla periferia grida l’ingiustizia dell’abbandono. Da qui continua e ri-parte la storia di Rosario, un ragazzo adolescente che ha il nome di suo nonno Rosario (e non solo, Rosario è il nome che Dario Levantino ha voluto dargli perché è un nome che sa di casa, è il nome di suo padre) e la sua storia è l’emblema della nostra epoca. Cuorebomba: la storia di Rosario Dopo l’abbandono del padre, ora in carcere per spaccio di sostanze dopanti, Rosario rimane solo con la mamma a Brancaccio. In casa loro la luce è sempre spenta, c’è puzza di chiuso e l’aria ha il gusto acre dell’abbandono. La mamma di Rosario, abbattuta dal dolore dell’abbandono del marito, si è ammalata di anoressia e Rosario cerca in ogni modo a lui possibile di aiutarla a guarire, fino a supplicarla di mangiare ormai stufo di essere complice di un abbandono suicida. Le sue suppliche però non bastano, Rosario da solo non ce la fa. Il silenzio di quelle quattro mura fatte per due viene brutalmente spezzato dai servizi sociali. La mamma di Rosario viene portata via, il ragazzo affidato a una casa famiglia. La vita di Rosario diventa sempre più difficile, ma soprattutto solitaria. Costretto alle rigidità di una casa famiglia dove le figure genitoriali non fanno che sfruttare il denaro destinato alla cura del ragazzo, Rosario risponde con la violenza, diventa insofferente, urla la verità, non sta al gioco. Ma il suo fare ribelle lo tiene lontano dalla mamma per un tempo sempre maggiore, è questa la minaccia con cui tenerlo a bada. Una sola frase pronuncerebbe Rosario per convincere il giudice dei minori a ricongiungerlo alla madre: «Me matri è beddha comu ‘na rrosa picchì è ‘u me ciatu, picchì addhuma i iuinnati nivure.» “Mia madre è bella come una rosa perché è il mio fiato, perché accende le giornate nere.” In città Rosario non è solo: c’è Jonathan, il suo cane, e poi c’è Anna, una ragazza normale che non c’ha nessun difetto. Anna è carismatica, ha un anno in più a Rosario e gli insegna a baciare. Con lui fa l’amore, lo incanta e lo spaventa allo stesso tempo, come il precipizio al tredicesimo piano. A Rosario piace: «il carattere urgente del suo parlare, il suo modo rude di comunicare creando conflitto per distruggere e ricostruire; mi sembra un diavolo che mi sussurra all orecchio il […]

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Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

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Libri

Graffi, il romanzo di esordio di Claudia Squitieri | Recensione

Graffi di Claudia Squitieri: un romanzo edito Capponi editore. Leggi qui la nostra recensione! Campana, classe ’71, Claudia Squitieri ha esordito con “Graffi”, un romanzo che racconta la storia di Diana e Serena, amiche sin dall’infanzia unite dallo stesso destino di essere orfane. In Graffi è Diana a ripercorrere le sue memorie in prima persona, alternandole a brevi componimenti poetici, profonde riflessioni e uno scambio epistolare tra lei e Serena, l’ancora alla quale ricorre quando “le onde diventano troppo alte”. Serena è come uno specchio per Diana: è il destinatario di quelle lettere intrise di paure, dubbi, sconforto ma anche di consigli, dritte, rassicurazioni. Forse Serena è Diana stessa, l’altro sé, che riconosce come tale solo alla fine. Graffi ci appare allora come un lungo e urlante monologo con la coscienza necessario per far chiarezza nell’anima e nella mente di Diana che attraverso il percorso romanzato della sua esistenza, riesce finalmente a guardare con oggettività la sua intera vita, sciogliere dubbi irrisolti, ritrovare la pace con se stessa. Claudia Squitieri racconta in Graffi qualcosa che conosce bene: l’adozione La protagonista di Graffi si lascia andare al racconto della sua vita, a partire dall’infanzia, passando per il duro distacco da Serena che viene adottata, riscoprendo l’astio tra sé e sua mamma, ormai morta, per poi essere travolta dalla paura della scoperta di essere stata adottata. Tutto è minato da squarci di analisi personali e ondate di emozioni. Graffi è, per questo, un romanzo scorrevole in cui la semplicità si fonde con profondità riflessiva. Claudia Squitieri è accomunata a Diana e Serena dalla stessa esperienza d’adozione. Con il suo romanzo, ha voluto raccontare qualcosa che conosce bene per descriverne tutte le emozioni che provoca con sincerità, senza filtri né artifici retorici. «L’adozione crea un’interruzione – come quella della spina strappata dall’interruttore. Per creare il contatto ci vuole un po’ di tempo, e non sempre si riesce a recuperare il cavo». Ma cosa vuol dire, scoprire di essere stata adottata? Il confronto con l’abbandono si palesa per Diana quando lei è già adulta. Di fronte a questa notizia, però, si riscopre fragile come una bambina, stordita tra la consapevolezza dell’aver sempre saputo tutto e il rumore di una vita che si disgrega in un istante azzerando e dilatando all’infinito il tempo passato. Schiacciata dalla necessità di reinterpretare le certezze acquisite nella pergamena degli anni passati nell’ansia di perderle del tutto, la protagonista di Graffi acquista lucidità solo attraverso la voce di Serena, l’unica al mondo che riesce a comprenderla. E Claudia Squitieri, portavoce di entrambe, riesce a rendere nitida la sensazione di un abbandono e lo smarrimento di chi non può che vedere la sua intera esistenza come un unico grande inganno. «Un fulmine in testa provocherebbe meno sconquasso di questa notizia. Molti troverebbero esagerato questo paragone, ma gli altri non sanno cosa vuol dire sentirsi morire. Tu e io invece sì, conosciamo la vertigine che ti coglie all’improvviso e la sensazione che ne deriva, lo smarrimento che si insedia nella mente, la […]

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Recensioni

Aldo Simeone e il suo esordio “Per chi è la notte”: la Garfagnana magica e terrificante dei partigiani

Aldo Simeone ha pubblicato con la Fazi Editore il suo primo romanzo Per chi è la notte: un racconto ambientato nella Garfagnana ai tempi del fascismo che si sviluppa tra le fronde oscure di Bosconero, un borgo infestato di magia e superstizione, una “favolosa Linea Gotica” attraversata da forze naziste e partigiane. Qui vive Francesco, un ragazzino di undici anni che la guerra non l’ha mai vista, ma che è figlio di un disertore. Suo padre, ex carbonaio, è sparito con l’inizio della guerra: addentratosi nel bosco non è mai più ritornato. Francesco non sa se il padre è vivo o morto, forse lo hanno preso gli streghi: «Anime cattive – morti, forse. Vanno dopo il tramonto, in processione al lume di candela, e, se li incontri, ti chiedono:  «Per chi è la notte? Se sai la risposta, puoi andare. Sennò, fingono di riaccompagnarti a casa, ma in realtà resti con loro per sempre. » È per questo che nel Bosco non ci si può entrare, al bosco è vietato anche solo pensarci. Ma l’ossessiva curiosità mista alla paura, questo impulso di violare il confine è la colpa che Francesco Pacifico porta con sé fin dalla nascita. «Così il bosco venne lui a cercarmi, e aveva labbra sottili e occhi verdi per convincermi a dargli la mano.» È Tommaso, un ragazzino che ha attraversato il bosco per sfuggire al vero nemico (la guerra) e che anzi il nemico lo conosce bene, che aiuterà Francesco a sciogliere l’interrogativo che gli urla in testa: «Per chi è la notte? » Per chi è la notte: Aldo Simeone ha scritto  un romanzo sulla fine dell’infanzia L’esordio di Aldo Simeone è stato definito un libro sulla fine dell’infanzia. Il bosco simboleggia questa fine, il bosco – che ha in inizio, ma che non si sa dove finisce, il bosco abitato dagli streghi, dai giganti, dalla Gatta Marella che rapisce i bambini o da capri che sono demoni … –  è la soglia che Pacifico deve superare per crescere: attraversarlo significa riconoscere la realtà della guerra e con essa la possibilità che il padre sia morto, morto da partigiano. Pacifico è vissuto nelle superstizioni, nei racconti spaventosi della nonna, nel timore costante del bosco. Il binomio paura-speranza accompagna Pacifico per tutto il racconto: stare alla larga dai pericoli, rifugiarsi nella paura degli streghi lo protegge dal male vero nella speranza che basti stargli alla larga per non cascarci dentro. In un luogo in cui la guerra accade e viene dimenticata, naturale come la morte, Aldo Simeone apre uno squarcio di fiaba e orrore insieme, in una delle terre che hanno visto le più sanguinose stragi della Seconda Guerra mondiale, lo scrittore pisano ambienta la storia di un’amicizia e la forza che ne deriva. L’arrivo di Tommaso è fondamentale per Pacifico: è questo ragazzo dai capelli rossi che lo riaggancia alla realtà, è grazie a lui che Pacifico infrange  tutti i divieti e finalmente cresce. «Passai in rassegna i divieti infranti da quando avevo conosciuto Tommaso, […]

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Musica

It’s never too late-a migrant mixtape: la voce dei migranti in un album Hip Hop

Grazie all’Associazione Youthink, nasce il nuovo album “It’s never too late – A migrant mixtape”, in collaborazione con l’MC Mauro Marsu dei Resurrextion. Il mixtape è il frutto del workshop Hip Hop- a self empowerement, che ha visto la partecipazione di migranti di etnie diverse, tutti con il desiderio di voler esprimere dissenso (“Sputo le mie liriche contro lo stupido razzismo”) e quindi valori come l’amore, la giustizia e la solidarietà. Un album attualissimo e ricco di messaggi necessari, che è stato realizzato seguendo quella che viene definita dallo stesso Mauro Marsu “pedagogia dell’Hip Hop”. La musica è crescita, unione e l’Hip Hop è una disciplina di strada, aggregante e dissacratoria, adattissima a un album come It’s never too late che racchiude in sé una protesta sotto varie vesti: inni, preghiere, incoraggiamenti, appelli. Ma all’Hip Hop si uniscono generi come il reggae o il latin american in un plurilinguismo che è la chiave di lettura di tutto il disco: “Accorciamo le distanze dentro un suono, scansiamo il male e prendiamoci il buono”. Abbiamo intervistato Raffaella Monia Calia, presidente dell’associazione, e Mauro Marsu, genitori del progetto. “It’s never too late – a migrant mixtape”: intervista L’associazione Youthink promuove vari workshop artistico-espressivi; inoltre, non è la prima volta che la musica diventa strumento di integrazione e aggregazione culturale. Come nasce allora la scelta di un progetto Hip Hop, vi siete ispirati a qualcuno? Raffaella Monia Calia: L’idea nasce dalla lunga amicizia e collaborazione negli anni con Mauro D’Arco (Mauro Marsu), collega sociologo, che all’epoca si laureò alla Federico II con una tesi sull’Hip Hop. Quando abbiamo avviato le attività di mediazione interculturale, nei diversi Centri di Accoglienza della provincia di Avellino, dopo una prima fase in cui il lavoro è stato orientato verso gestione dell’emergenza (cure mediche, beni di prima necessità etc.), orientamento e sostegno, io personalmente, poiché credo fortemente nel potenziale espressivo dei linguaggi artistici, anche in direzione della rimotivazione e del potenziamento dell’autostima, ho pensato che Mauro ed il suo Hip Hop potessero essere delle figure chiave per la realizzazione di uno dei laboratori. Ricordo che lo chiamai e ricordo anche che alcune delle persone con cui parlavo dell’idea mi consideravano quasi una “folle”. Anche perché l’accoglienza è quasi sempre gestita con una logica assistenzialista che non promuove l’autonomia e che non valorizza le potenzialità dei ragazzi africani e non solo. Si pensa al migrante con un pensiero stereotipato, senza comprendere che i ragazzi sono tutti portatori di storie diverse, in quanto l’essere umano è unico nella sua complessità, con tratti sicuramente simili, ovviamente, se si proviene dallo stesso mondo culturale. L’Africa è un continente enorme, paragonare un guineano con un nigeriano è come paragonare un italiano con uno svedese. Inoltre, alcuni ragazzi provengono dai villaggi, sono musulmani con bassa scolarizzazione, altri da centri urbani, di fede cristiana e con scolarizzazione media. Altri ancora arrivano dal Bangladesh, dal Pakistan etc.  Un macrocosmo culturale accomunato, sicuramente, dall’indole pacifica di questi popoli. I ragazzi e le ragazze che abbiamo incontrato sul nostro […]

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Culturalmente

Naxos, l’isola delle Cicladi tra meraviglia e storia

Naxos, isoletta delle Cicladi: cosa sapere e perché visitarla Considerate come le perle dell’Egeo, le isole Cicladi – Creta, Mykonos, Santorini, Paros…- costituiscono uno degli arcipelaghi greci più belli e apprezzati della penisola. Quella di Naxos è l’isola più grande e più densamente abitata, ma anche la più variegata per paesaggi: colline e montagne, valli di vigne, torrenti che rendono il territorio fertile, immense spiagge (100km di costa) ventilate dal maltemi (vento tipico dell’Egeo) che regala esperienze uniche per gli appassionati di windsurfing o per chi volesse cimentarsi in sport d’acqua (la meta prediletta dei surfisti è Mikri Vigla). Spiagge gettonatissime sono anche Agia Anna o Plaka nella costa settentrionale o, per chi è in cerca di intimità, spiagge come quella di Psili Ammos, situate nella parte orientale dell’isola e poco frequentate. La cima più alta dell’isola oltre che di tutte le Cicladi, è quella del monte Zas (1004 m) raggiungibile in circa 3 ore che valgono la vista mozzafiato che offre. Prospera di risorse naturali, archeologiche e dionisiache, Naxos è un interessantissimo paradiso terrestre dove non ci si annoia mai. Il clima poi, è perfetto:  estati temperate e inverni di  14/18 gradi. Storia e mito sull’isola di  Naxos Nel cuore delle acque egee, l’isola di Naxos è culla di storia e mito. Le testimonianze del passato costellano l’intera isola; è possibile visitare torri e castelli medievali, monasteri fortificati, chiese bizantine e siti archeologici. Portara, o la Grande Porta, è l’icona dell’isola di Naxos. Sorge sul piccolo promontorio di Palatia, quello che secondo il mito fu il luogo in cui Arianna venne abbandonata da Teseo dopo che il giovane riuscì a sconfiggere il Minotauro proprio grazie al “filo di Arianna”. Portara era l’ingresso del tempio dedicato ad Apollo, è infatti rivolta verso Delos, la città natia del Dio. Intorno al 530 a.C., l’allora tiranno Ligdami, aveva in mente un progetto maestoso per la costruzione di un tempio che esaltasse Naxos in bellezza e maestosità. Quando il re Ligdami fu sconfitto dagli Spartani, l’opera venne interrotta e, porta e mura esterne a parte, non fu mai conclusa. Durante il Medioevo venne costruita una basilica cattolica oltre la porta, mentre sotto il dominio veneziano il materiale fu utilizzato per la costruzione di altri edifici. Quando anche le mura furono spoliate per mano dei Turchi, la porta marmorea fu l’unica che sopravvisse perlopiù grazie alla sua imponenza: era troppo pesante per riuscire a spostarla. (20 tonnellate per ognuno dei 4 blocchi che la compongono). Alcuni credono invece che il tempio fosse dedicato a Dionisio (Secondo il mito, Naxos è la sua terra natia) che proprio presso Palatia trovò Arianna, la portò in salvo su di un carro trainato da pantere per poi sposarla. Lo stile architettonico di Naxos è quello tipico delle Cicladi. Paesini pittoreschi, case dipinte di bianco circondate dal blu del mare e dall’azzurro del cielo. Tra i centri urbani più importanti vi è il capoluogo Chora, diviso in quattro quartieri. Il quartiere di Kastro è la parte più antica di […]

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Culturalmente

Sigieri di Brabante, filosofo della doppia verità?

Sigieri di Brabante, scopriamo di più sul filosofo della doppia verità. Nella Divina Commedia Dante incontra Sigieri di Brabante in Paradiso (Canto X), nel Quarto cielo, tra gli Spiriti Sapienti: «Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidiosi veri. » Molto si è dibattuto sul perché Dante collochi la figura di un filosofo («luce etterna») in bilico tra ragione e fede ( e che «silogizzò invidiosi veri» ossia verità che lo misero in cattiva luce rispetto alla Chiesa), nella cerchia dei teologi celesti da lui ben diversi per personalità e pensiero e su come sia proprio S. Tommaso a lodarlo. Sicuramente, quella di Sigieri fu la stessa dualità che visse anche il giovane Dante che del filosofo di Brabante apprezzò la spregiudicatezza filosofica. Nonostante il dubbio sia ancora irrisolto, cerchiamo di scoprire qualcosa in più su Sigieri di Brabante. Chi è Sigieri di Brabante: la vita Filosofo fiammingo, non si hanno di lui notizie biografiche precise. Sigieri di Brabante nacque a Brabante, in Belgio, tra il 1230 e il 1240. Tra il 1255 e il 1260 fu a Parigi per compiere i suoi studi alla Facoltà di Arti liberali dove, diventato “maestro d’arti”, insegnò tra il 1266 e il 1277. Sono questi gli anni più produttivi e difficili per il filosofo. Nel 1266 compose le Questiones in tertium de anima in cui sostenne il monopsichismo, mostrandosi in linea con il pensiero razionale aristotelico. Fu condannato per le sue posizioni per la prima volta nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier poi da Etienne Tempier nel 1277, anno in cui gli fu proibito di insegnare all’università. Per non bastare, Sigieri fu citato in tribunale dall’inquisitore di Francia, Simone du Val, ma non si presentò: era già presso la corte pontificia, ad Orvieto, con l’intento di appellarsi a Papa Martino IV per difendersi. Fu proprio nella città umbra che, in attesa della sentenza del pontefice, fu assassinato brutalmente da un chierico impazzito, suo segretario. Era forse il 1282. L’unità dell’intelletto e la doppia verità Secondo la tradizione, Sigieri fu un radicale sostenitore dei “maestri delle arti”, in particolare di quella loro tendenza a sostenere e accettare le dottrine aristoteliche – averroistiche. Punto di partenza della ricerca filosofica di Sigieri fu uno studio approfondito delle opere aristoteliche con la volontà di dimostrare l’inconciliabilità tra le teorie di Aristotele e le concezioni ortodosse del cristianesimo. Considerando Aristotele il vero filosofo, Sigieri ne condivide varie tesi: il mondo è eterno come eterna è la sua Causa prima, Dio. Tra le tesi vi è anche quella della trascendenza totale dell’intelletto che risente dell’interpretazione averroistica di Aristotele. L’unità dell’intelletto Nel Quaestiones in III De anima (1265-1266), Sigieri si propone di discutere riguardo al concetto dell’unicità dell’intelletto e della sua separazione dal corpo. Già espressa nel Commento grande al De anima di Averroè, Sigieri fa sua […]

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Libri

L’anno nuovo, lo sconcertante romanzo di Juli Zeh

L’anno nuovo di Juli Zeh: leggi qui la nostra recensione! È in libreria da giugno “L’anno nuovo” di Juli Zeh, un nuovo romanzo edito Fazi Editore tradotto dal tedesco da Madeira Giacci. Già autrice di bestseller, la scrittrice tedesca riconferma il suo talento con un romanzo che è una “sorpresa” in tutti i sensi. Juli Zeh ci narra la storia di Henning, padre a tempo pieno di due bambini e marito di una donna molto dedita al lavoro, Theresa. Tutto sembra  “funzionare” nella sua monotona vita, ma Henning sente che qualcosa non va, un senso di pesantezza lo soffoca. “Per Henning la vita era diventata una sequenza di stati interiori, cattivi, pessimi, più o meno buoni. Bel tempo e successi lavorativi non lo rallegravano più. Restavano dietro le quinte. A volte guardava Theresa o i bambini, ma non provava nulla”. In più c’è la “COSA” che lo perseguita: ogni volta che lo assale è simile a un mal di stomaco, talvolta assume le sembianze di un attacco cardiaco. Ma non è nulla di tutto questo, gli attacchi di panico sono qualcosa che oltre a logorarlo dentro, gli stanno rovinando la vita. Una svolta, attende, però, Henning Femés: c’è qualcosa in questo villaggio di Lanzarote, dove la coppia ha deciso di trascorrere le Feste, che lo aspetta da sempre. A decidere di festeggiare il Natale e il Capodanno alle isole Canarie è stato lui stesso, un posto ideale per le sue escursioni in bici. Il ciclismo è per lui puro relax, in bici sembra riuscire a combattere, seppure per poco, la COSA. Il mattino del primo dell’anno è deciso a raggiungere il picco più alto dell’isola, ma l’impresa lo ha sfinito e in cerca di aiuto, si imbatte nella casa di Lisa. Una sensazione strana lo pervade tutto, conosce quella casa, ci è già stato e lentamente  inizia a ricordare come allucinato. La descrizione di un’esperienza da brividi prende il posto del racconto, è il tuffo in qualcosa di raggelante. La scena è quella di una casa vacanze ora diventata un tremendo inferno: due bambini abbandonati a se stessi, la fame, la sete, la paura infantile dei mostri della notte, la speranza spossante del ritorno di una salvezza. L’orrido e la violenza possono impossessarsi anche di due bambini che seguono l’istinto di sopravvivere, seppure piccoli, troppo piccoli. “Sono state più le volte che l’ha portata in braccio e trascinata di quelle che la sorella ha camminato da sola. L’ha sgridata e implorata, le ha promesso premi e l’ha minacciata, l’ha strattonata per le gambe e per le braccia, l’ha spinta e l’ha presa a calci …” L’anno nuovo,  forse il miglior romanzo di Juli Zeh Non ci vuole molto a riconoscere l’abilità di una scrittrice il cui romanzo thriller-psicologico, nei punti più letterariamente validi, attraverso immagini vivide e potentissime, ci riporta a quelle di Saramago nella sua Cecità. Forse un paragone azzardato, eppure spiega come quella allucinazione (non è la prima) offerta da uno dei momenti di panico che contrassegnano la […]

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Libri

Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo (Recensione)

Il Canzoniere dell’assenza (Kairós Edizioni) di Antonio Spagnuolo è una raccolta di circa settanta componimenti dedicati alla memoria della donna amata, Elena. La stessa che, nella prefazione, Silvio Perrella definisce “la Beatrice in carne ed ossa” del poeta. “L’incontro con Elena è stato baciato dalla grazia e adesso quella grazia è interdetta”: Elena è andata via troppo presto per un problema di cuore. Il Canzoniere dell’assenza ha modo di esistere solo dopo che Antonio Spagnuolo ha già assolto al “compito di  dire l’assenza”. I componimenti della raccolta prendono forma in momenti diversi, nascono sparsi, separati. È solo successiva l’idea di farne un libro. Tuttavia le premesse (ir)razionali alla genesi di queste poesie sono univoche e soprattutto chiare fin dall’incipit: nel Canzoniere dell’assenza la creazione poetica cerca di dare forma all’informe, mettere ordine al caos portando alla luce il passato fino a ricostruire anche in falso le visioni del ricordo. Allora il reale e l’onirico si alternano e si inseguono svelando una nuova energia della mente che non è che il desiderio di un corpo che non è più tangibile carne. Le forme dell’assenza: Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo “L’assenza della persona amata è il baratro incolmabile che si apre ogni sera, quando fra le coltri la mano inutilmente cerca quella carne che per decenni ha concesso il profumo della sublimazione…” Ora che Elena non c’è più, la sua assenza prende il suo posto ed occupa ogni spazio, assume tutte le forme possibili: il sogno, il disincanto, l’illusione, l’allucinazione. Nella solitudine agghiacciante di una vita spezzata, visioni: “Ti rivedo nuda nell’azzurro del cielo”. Il silenzio diventa caleidoscopio di ricordi e si ridesta color di limone l’illusione che la poesia possa vincere il tempo in eternità . Nell’antico terrore di vivere senza memorie,  non c’è spazio neppure per il pianto ora che la mente è intenta a ripercorrere il passato, in cerca di mani e carezze, palpiti, affanni – “ Chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro”- i versi sono un bluff crudele, l’unica via per “non cadere invano tra gli artigli del dubbio dell’eterno”. Incastri di incisive e subordinate delineano sensazioni: “ La carezza del tempo ha il rintocco / di una musica lieve, modulata”,  “Eri la variopinta farfalla che ritorna […] nell’odore del balsamo / dei tuoi capelli intrecciati dal dubbio”; “ Ripete l’erotismo del piede richiami violenti, / per riprendere il tocco della pelle / che avvolge vertigini di schegge”. È l’incanto di memorie che ti appaga. Ma sillabare la morte è incontrare il mistero della dissoluzione di un corpo. Nel Canzoniere dell’assenza i motivi ricorrenti come il sogno, la solitudine, il dubbio, il ricordo, le ombre vengono esasperati in un vortice di pensieri assillanti, in bilico sulle ossa vissute e ormai stanche di Antonio Spagnuolo che con i suoi versi –  fitti di enjambement, metafore e analogie – cerca, nell’esercizio d’andare a capo, di ricucire le ore che hanno ferito il corpo e distolto ogni leggerezza. I drammi del canzoniere, oltre a quello irrimediabile della perdita definitiva […]

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