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Eroica Fenice

Culturalmente

Sigieri di Brabante, filosofo della doppia verità?

Sigieri di Brabante, scopriamo di più sul filosofo della doppia verità. Nella Divina Commedia Dante incontra Sigieri di Brabante in Paradiso (Canto X), nel Quarto cielo, tra gli Spiriti Sapienti: «Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, è ‘l lume d’uno spirto che ‘n pensieri gravi a morir li parve venir tardo: essa è la luce etterna di Sigieri, che, leggendo nel Vico de li Strami, silogizzò invidiosi veri. » Molto si è dibattuto sul perché Dante collochi la figura di un filosofo («luce etterna») in bilico tra ragione e fede ( e che «silogizzò invidiosi veri» ossia verità che lo misero in cattiva luce rispetto alla Chiesa), nella cerchia dei teologi celesti da lui ben diversi per personalità e pensiero e su come sia proprio S. Tommaso a lodarlo. Sicuramente, quella di Sigieri fu la stessa dualità che visse anche il giovane Dante che del filosofo di Brabante apprezzò la spregiudicatezza filosofica. Nonostante il dubbio sia ancora irrisolto, cerchiamo di scoprire qualcosa in più su Sigieri di Brabante. Chi è Sigieri di Brabante: la vita Filosofo fiammingo, non si hanno di lui notizie biografiche precise. Sigieri di Brabante nacque a Brabante, in Belgio, tra il 1230 e il 1240. Tra il 1255 e il 1260 fu a Parigi per compiere i suoi studi alla Facoltà di Arti liberali dove, diventato “maestro d’arti”, insegnò tra il 1266 e il 1277. Sono questi gli anni più produttivi e difficili per il filosofo. Nel 1266 compose le Questiones in tertium de anima in cui sostenne il monopsichismo, mostrandosi in linea con il pensiero razionale aristotelico. Fu condannato per le sue posizioni per la prima volta nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier poi da Etienne Tempier nel 1277, anno in cui gli fu proibito di insegnare all’università. Per non bastare, Sigieri fu citato in tribunale dall’inquisitore di Francia, Simone du Val, ma non si presentò: era già presso la corte pontificia, ad Orvieto, con l’intento di appellarsi a Papa Martino IV per difendersi. Fu proprio nella città umbra che, in attesa della sentenza del pontefice, fu assassinato brutalmente da un chierico impazzito, suo segretario. Era forse il 1282. L’unità dell’intelletto e la doppia verità Secondo la tradizione, Sigieri fu un radicale sostenitore dei “maestri delle arti”, in particolare di quella loro tendenza a sostenere e accettare le dottrine aristoteliche – averroistiche. Punto di partenza della ricerca filosofica di Sigieri fu uno studio approfondito delle opere aristoteliche con la volontà di dimostrare l’inconciliabilità tra le teorie di Aristotele e le concezioni ortodosse del cristianesimo. Considerando Aristotele il vero filosofo, Sigieri ne condivide varie tesi: il mondo è eterno come eterna è la sua Causa prima, Dio. Tra le tesi vi è anche quella della trascendenza totale dell’intelletto che risente dell’interpretazione averroistica di Aristotele. L’unità dell’intelletto Nel Quaestiones in III De anima (1265-1266), Sigieri si propone di discutere riguardo al concetto dell’unicità dell’intelletto e della sua separazione dal corpo. Già espressa nel Commento grande al De anima di Averroè, Sigieri fa sua […]

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Libri

L’anno nuovo, lo sconcertante romanzo di Juli Zeh

L’anno nuovo di Juli Zeh: leggi qui la nostra recensione! È in libreria da giugno “L’anno nuovo” di Juli Zeh, un nuovo romanzo edito Fazi Editore tradotto dal tedesco da Madeira Giacci. Già autrice di bestseller, la scrittrice tedesca riconferma il suo talento con un romanzo che è una “sorpresa” in tutti i sensi. Juli Zeh ci narra la storia di Henning, padre a tempo pieno di due bambini e marito di una donna molto dedita al lavoro, Theresa. Tutto sembra  “funzionare” nella sua monotona vita, ma Henning sente che qualcosa non va, un senso di pesantezza lo soffoca. “Per Henning la vita era diventata una sequenza di stati interiori, cattivi, pessimi, più o meno buoni. Bel tempo e successi lavorativi non lo rallegravano più. Restavano dietro le quinte. A volte guardava Theresa o i bambini, ma non provava nulla”. In più c’è la “COSA” che lo perseguita: ogni volta che lo assale è simile a un mal di stomaco, talvolta assume le sembianze di un attacco cardiaco. Ma non è nulla di tutto questo, gli attacchi di panico sono qualcosa che oltre a logorarlo dentro, gli stanno rovinando la vita. Una svolta, attende, però, Henning Femés: c’è qualcosa in questo villaggio di Lanzarote, dove la coppia ha deciso di trascorrere le Feste, che lo aspetta da sempre. A decidere di festeggiare il Natale e il Capodanno alle isole Canarie è stato lui stesso, un posto ideale per le sue escursioni in bici. Il ciclismo è per lui puro relax, in bici sembra riuscire a combattere, seppure per poco, la COSA. Il mattino del primo dell’anno è deciso a raggiungere il picco più alto dell’isola, ma l’impresa lo ha sfinito e in cerca di aiuto, si imbatte nella casa di Lisa. Una sensazione strana lo pervade tutto, conosce quella casa, ci è già stato e lentamente  inizia a ricordare come allucinato. La descrizione di un’esperienza da brividi prende il posto del racconto, è il tuffo in qualcosa di raggelante. La scena è quella di una casa vacanze ora diventata un tremendo inferno: due bambini abbandonati a se stessi, la fame, la sete, la paura infantile dei mostri della notte, la speranza spossante del ritorno di una salvezza. L’orrido e la violenza possono impossessarsi anche di due bambini che seguono l’istinto di sopravvivere, seppure piccoli, troppo piccoli. “Sono state più le volte che l’ha portata in braccio e trascinata di quelle che la sorella ha camminato da sola. L’ha sgridata e implorata, le ha promesso premi e l’ha minacciata, l’ha strattonata per le gambe e per le braccia, l’ha spinta e l’ha presa a calci …” L’anno nuovo,  forse il miglior romanzo di Juli Zeh Non ci vuole molto a riconoscere l’abilità di una scrittrice il cui romanzo thriller-psicologico, nei punti più letterariamente validi, attraverso immagini vivide e potentissime, ci riporta a quelle di Saramago nella sua Cecità. Forse un paragone azzardato, eppure spiega come quella allucinazione (non è la prima) offerta da uno dei momenti di panico che contrassegnano la […]

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Libri

Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo (Recensione)

Il Canzoniere dell’assenza (Kairós Edizioni) di Antonio Spagnuolo è una raccolta di circa settanta componimenti dedicati alla memoria della donna amata, Elena. La stessa che, nella prefazione, Silvio Perrella definisce “la Beatrice in carne ed ossa” del poeta. “L’incontro con Elena è stato baciato dalla grazia e adesso quella grazia è interdetta”: Elena è andata via troppo presto per un problema di cuore. Il Canzoniere dell’assenza ha modo di esistere solo dopo che Antonio Spagnuolo ha già assolto al “compito di  dire l’assenza”. I componimenti della raccolta prendono forma in momenti diversi, nascono sparsi, separati. È solo successiva l’idea di farne un libro. Tuttavia le premesse (ir)razionali alla genesi di queste poesie sono univoche e soprattutto chiare fin dall’incipit: nel Canzoniere dell’assenza la creazione poetica cerca di dare forma all’informe, mettere ordine al caos portando alla luce il passato fino a ricostruire anche in falso le visioni del ricordo. Allora il reale e l’onirico si alternano e si inseguono svelando una nuova energia della mente che non è che il desiderio di un corpo che non è più tangibile carne. Le forme dell’assenza: Canzoniere dell’assenza di Antonio Spagnuolo “L’assenza della persona amata è il baratro incolmabile che si apre ogni sera, quando fra le coltri la mano inutilmente cerca quella carne che per decenni ha concesso il profumo della sublimazione…” Ora che Elena non c’è più, la sua assenza prende il suo posto ed occupa ogni spazio, assume tutte le forme possibili: il sogno, il disincanto, l’illusione, l’allucinazione. Nella solitudine agghiacciante di una vita spezzata, visioni: “Ti rivedo nuda nell’azzurro del cielo”. Il silenzio diventa caleidoscopio di ricordi e si ridesta color di limone l’illusione che la poesia possa vincere il tempo in eternità . Nell’antico terrore di vivere senza memorie,  non c’è spazio neppure per il pianto ora che la mente è intenta a ripercorrere il passato, in cerca di mani e carezze, palpiti, affanni – “ Chiudo gli occhi per sognare il tuo labbro”- i versi sono un bluff crudele, l’unica via per “non cadere invano tra gli artigli del dubbio dell’eterno”. Incastri di incisive e subordinate delineano sensazioni: “ La carezza del tempo ha il rintocco / di una musica lieve, modulata”,  “Eri la variopinta farfalla che ritorna […] nell’odore del balsamo / dei tuoi capelli intrecciati dal dubbio”; “ Ripete l’erotismo del piede richiami violenti, / per riprendere il tocco della pelle / che avvolge vertigini di schegge”. È l’incanto di memorie che ti appaga. Ma sillabare la morte è incontrare il mistero della dissoluzione di un corpo. Nel Canzoniere dell’assenza i motivi ricorrenti come il sogno, la solitudine, il dubbio, il ricordo, le ombre vengono esasperati in un vortice di pensieri assillanti, in bilico sulle ossa vissute e ormai stanche di Antonio Spagnuolo che con i suoi versi –  fitti di enjambement, metafore e analogie – cerca, nell’esercizio d’andare a capo, di ricucire le ore che hanno ferito il corpo e distolto ogni leggerezza. I drammi del canzoniere, oltre a quello irrimediabile della perdita definitiva […]

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Culturalmente

Adone, la dannazione della bellezza

Adone: il mito, l’arte e l’interpretazione. Approfondimento. Adone è un dio di origine asiatica collegato ai culti delle popolazioni semitiche di Babilonia e Siria. Il suo nome non è che il termine semita Adon che significa “Padrone”.  Ripresa dai Greci, la sua figura acquista importante rilievo nella cultura classica e diviene la più celebrata dai culti antichi. Il mito di Adone, l’intreccio Adone è una creatura concepita nel peccato, così come la definiva Ovidio nelle sue Metamorfosi. Il giovane nacque dall’unione incestuosa tra Mirra (o Smirna) e suo padre, Cinira, re di Cipro. Tale unione infausta fu voluta da Afrodite. Secondo la versione di Apollodoro la giovane principessa era colpevole di aver trascurato il culto della dea che adirata, istillò in lei il germe dell’amore incestuoso per il padre (altre versioni raccontano che a scatenare l’ira della dea fu invece Cancreide, madre di Mirra, che aveva osato affermare che la figlia fosse addirittura più bella di Afrodite). Per soddisfare la propria passione e unirsi a Cinira, Mirra attese la celebrazione della festa di Demetra durante la quale le mogli si astenevano dall’andare a letto con i propri mariti. Aiutata dalla sua nutrice Ippolita e fatto ubriacare Cinira, Smirna si introdusse nel letto del padre nascosta dall’oscurità. Per nove notti giacque con lui senza essere scoperta fin quando il re, preso dalla curiosità, smascherò l’inganno. La fanciulla costretta alla fuga nel disperato tentativo di scampare all’ira del padre che minacciava di ucciderla, supplicò gli dei. Afrodite la trasformò in un albero di mirra. Dopo nove mesi l’albero s’aprì dando alla luce Adone. “Ma sotto il legno la creatura mal concepita era cresciuta e cercava una via per districarsi e lasciare la madre. A metà del tronco il ventre della madre si gonfia,tutto teso dal peso del feto.[…] Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l’albero fa nascere un essere vivo, un bimbo che piange” (Ovidio, Metamorfosi) Afrodite (secondo quanto narra Apollodoro) a causa della sua bellezza, nascose Adone in una cassa di legno per poi affidarlo a Persefone, affinché lo tenesse al sicuro. Ma quando lo vide, la regina dell’oltretomba colpita anch’ella dalla bellezza del fanciullo, non volle più restituirlo. Furiosa Afrodite invocò l’intervento di Zeus e venne stabilito che Adone dovesse trascorrere un terzo della sua vita con Afrodite, un terzo con Persefone e il restante per conto suo. Adone però dedicò anche la sua parte di anno ad Afrodite. In un’altra variante è la Musa Calliope a stabilire tale tripartizione tanto che Afrodite non contenta prima punì la musa provocando la morte del figlio Orfeo e poi, bramosa di avere Adone tutto per sé usò una cintura magica per attirarlo a sé e toglierlo a Persefone. Ovidio ci offre invece una versione diversa. Secondo il poeta latino alla nascita Adone fu accolto e allevato dalle Naiadi divenendo un uomo tanto bello da piacere persino a Venere che, colpita per sbaglio da una freccia di Cupido, se ne innamorò. Durate i periodi passati insieme, Afrodite tentò invano di persuadere […]

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Culturalmente

Medea di Seneca, quando la passione vince

Medea di Seneca: la tragedia e il personaggio. Approfondimento Medea è una delle preziosissime nove tragedie di argomento greco scritte da Lucio Anneo Seneca, le uniche pervenuteci dell’intera letteratura latina. La Medea di Seneca trae ispirazione dall’omonima tragedia greca di Euripide e ne condivide la trama. La trama Giunto nella Colchide presso il Tempio del Sole alla ricerca del Vello d’oro che qui era custodito, accompagnato dagli arditi e valorosi Argonauti, Giasone incontra Medea, figlia di Eeta, re della Colchide, e di Idia. Dopo aver ascoltato il motivo dell’impresa di Giasone, folgorata dalla sua bellezza, la donna è disposta a tutto pur di aiutarlo. Lo ravvisa sulla crudeltà del padre e gli promette di mostrargli il modo per conquistare il vello senza rischiare la vita. Medea  uccide il terribile drago custode e conquistata la desiderata preda, Giasone la fa sua sposa per poi scappare.  Ma seguiti da Eeta, per aver maggior tempo a disposizione, Medea fa in mille pezzi suo fratello Apsirto spargendo i resti delle sue membra dietro di sé così da ostacolare il cammino del padre fino a indurlo a cessare di rincorrerla. Imbarcatasi sulla nave Argo insieme al marito e agli Argonauti, Medea giungerà a Corinto dove vivrà insieme al consorte con cui avrà due figli. Dopo alcuni anni Creonte, Re di Corinto vuole concedere sua figlia Glauce in sposa a Giasone, dando a quest’ultimo il diritto di salire al trono. Giasone decide di sposare la giovane e ripudiare Medea, resosi conto di non poter contare su di lei come moglie e in nome dell’amore per i suoi figli. Il dolore del tradimento acceca Medea e alimenta la sua atroce vendetta. Intimata da Creonte a lasciare Corinto, chiede al re di concedergli un ultimo giorno presso la città per poter dire addio ai figli avuti con Giasone. Fingendosi rassegnata, Medea dapprima si vendica di Glauce inviandole come dono nuziale, per mezzo dei suoi due figli, un mantello infettato di “magici veleni”. Ignara di ciò, la novella sposa lo indossa morendo tra gli spasmi. Analoga sorte spetta al padre Creonte, che corso in suo aiuto, perisce avvelenato. Ma a Giasone spetta il male peggiore. L’ultima scelleraggine viene compiuta: Medea uccide prima uno e poi l’altro figlio. Infine, a bordo del Carro del Sole fugge ad Atene. Giasone a causa di queste terribili vicende, non potendo sopportare il dolore, si uccide. Medea, l’analisi del personaggio Medea è una delle personalità più dirompenti e complesse della mitologia greca. Figlia del Sole, maga dai poteri malefici, demoniaca e passionale, il suo nome deriva dal greco e significa “astuzia” , la sua indole è scaltra e vendicatrice. Oltre alla tragedia senecana ed euripidea, la tradizione classica vanta vari autori che trattarono il mito di Medea: Apollonio Rodio, Draconzio e lo stesso Ovidio che ce ne racconta nelle Metamorfosi e nelle Heroides. Ognuno tratta il mito di Medea da una prospettiva singolare, cogliendo di volta in volta una sfaccettatura diversa della sua personalità; ma tutti, unanimemente ritraggono in lei la figura  dell’amante tradita […]

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Musica

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” by PUGILE

Sparring Project, “Soundtrack for contemporary stories” è il nuovo album di PUGILE uscito il 15 marzo per Macchiavelli Music. “Colonne sonore per storie contemporanee”, già il titolo ci preannuncia un’ambizione cinematografica nata dall’osservazione urbana, sicuramente quella torinese a cui appartiene Pugile, che suggerisce di inserire storie reali in uno sfondo musicale privo di parole, costruito appunto per fare da  colonna sonora; un ritorno all’underground che devia la forma-canzone standard distanziandosi volutamente e in maniera evidente dal mercato discografico contemporaneo puntando invece all’essenzialità. Quello che ha fatto Pugile – il trio composto da Elia Pellegrino, Matteo Guerra e Leo Leonardi – è sperimentazione di musica strumentale, un allenamento che ha dato vita ad ambienti sonori volti a celebrare gli stadi della vita umana e che coinvolgono l’immaginazione dell’ascoltatore: la sensazione è quella di una concessione da parte loro, che ci permette di impossessarci e godere di ogni traccia per decidere poi a quale storia segreta debba fare da colonna sonora. Per il proprio side project Pugile ha scelto come “sparring partner”  Maurizio Brogna, sound engineer e producer. Sono nate  così 15 tracce intorno a 5 concept principali: l’elaborazione del trauma e la ricerca della pace; l’autoconsapevolezza; la cattiva osservazione della realtà e i dubbi che essa comporta; la brama come rovina dell’anima; la ripetitività dei cicli generazionali.  Archetipi che trovano la loro sonorità in un viaggio musicale fatto di sperimentazione e originalità. «Seduto sul bus che porta in centro guardo fuori dal finestrino: i lavoratori del mercato la mattina presto, una coppia innamorata, le dita di una madre che stringe quelle della figlia. Sparring Project è questo: un lungo viaggio verso un mondo in cui tutto è musica». Soundtrack for contemporary stories, l’intervista Come nasce PUGILE e come vi definireste in rapporto alla scena musicale torinese dagli esordi fino ad oggi? Pugile nasce per necessità, come credo anche un’altra miriade di progetti artistici. Ma In rapporto alla scena musicale Torinese, ci definirei post apocalittici. Negli anni 90 e primi del 2000 in questa città si poteva respirare aria di Musica, trasformazione e fabbriche. E noi stessi siamo il prodotto di underground di una rinascita che è svanita, che si è persa nelle regole del commercio, assoggettata dalle logiche di mercato in cui vendi solo quello che dà un profitto. In un luogo dove l’underground faceva parte della cultura delle persone, adesso, nei posti dove quell’underground era praticato come alternativa culturale e musicale concreta, ci sono solo localini copia ed incolla (copy and paste) dove andare a bere lo stesso bicchiere di vino con il prossimo incontro Tinder. Perché proprio “Sparring Project”, ha forse a che fare con il nome del vostro gruppo PUGILE? Direi di Si mio caro amico/a … per chi non mastica il linguaggio sportivo “Sparring partner” è colui che si allena con il pugile che andrà al combattimento. In questo progetto facciamo sparring con Maurizio. L’idea è quella di far entrare diversi compagni di allenamento in futuro. “Soundtrack for contemporary stories” nasce per incontrarsi con il mondo cinematografico. […]

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Libri

TF TF TF! Viaggi nel tempo.Tragitti interplanetari di F. M. Caligiuri

TF TF TF! Viaggi nel tempo. Tragitti interplanetari | Recensione TF TF TF! Viaggi nel tempo. Tragitti interplanetari è il nuovo romanzo di Francesco Maria Caligiuri edito Ferrari Editore. Il titolo è un’onomatopea che evoca il suono di una mitragliatrice “ tf tf tf tf tf tf.” Un rumore graffiante che ha qualcosa di armonico analogamente alla prosa di questo romanzo, che ci mette spalle al muro con le sue fitte digressioni concettuali. La complessità di questi racconti è la presenza, dietro le microstorie e le profonde riflessioni dei vari personaggi, di una sottile trama di concetti filosofici ed esistenziali. Si snodano così le diverse figure tematiche dell’amore, del tempo, del viaggio, della nostalgia e della morte. La logica con cui i concetti prendono forma è spiazzante, soffocante quanto veritiera, inoppugnabile. TF TF TF! Traiettorie, tragitti, viaggi e intersezioni I sedici racconti del libro seguono il filo conduttore del viaggio – introspettivo e esteriore –  e tutte le sue deviazioni possibili, perturbazioni che generano una diversità infinitamente imprevedibile di percorsi: intersezioni di anime e corpi o addii che sono biforcazioni irrimediabili. Insomma, viaggio uguale vita dove l’esperienza è sinonimo di conoscenza e il movimento è cambiamento, necessaria crescita. Seguendo dei concept principali, l’autore parte, con il suo primo racconto “Traiettorie”, da un sentimento tra i più godibili e appaganti quale l’amore. Due giovani corpi che come pietre si scontrano e si incontrano nella follia dell’innamoramento, in una declinazione amorosa che celebra la donna amata prima dantescamente per poi smentirsi senza alcun lieto fine. La triste rassegnazione che ne scaturisce è la stessa che permane per tutto il resto del libro: i personaggi più sensibili, quelli più riflessivi, tendono ad isolarsi, incompresi ed esclusi sono prigionieri della loro incomunicabilità. Accade per esempio in “Tragitto in treno” che il protagonista, in uno scompartimento per fumatori, in procinto di accendere una sigaretta, si ritrova biascicante e tremebondo di fronte alle accuse degli altri viaggiatori che lo bersagliano come “irrispettoso”. Attanagliato, messo in gabbia, rovista invano nella sua mente in cerca di parole che possano far valere la sua ragione. Ma non fa in tempo. Fallito, illuso, sognatore o inesperto viaggiatore? Il lettore ne sente tutto il disagio e non sa come giudicarlo. L’idea che prende forma con la lettura di questo libro è un po’ quella di una viaggio infernale in cui tutti i protagonisti sono “in balia del Mondo che accade così come accade”. Osservano un’umanità varia e ridicola, una massa dalla quale sentono di distinguersi grazie alla bolgia di pensieri e consapevolezze che li rattrista poiché, come privilegiati, essi riconoscono la loro condizione ma non riescono ad uscirne. Chi tenta di farsi valere spesso fallisce. Il senso del viaggio, tra ottimismo e rassegnazione Il romanzo di Caligiuri è anche un viaggio nel tempo e “la Morte, si sa, è una sgradita ma inevitabile compagna di strada”. Si fa più lirica la prosa di Francesco Maria Caligiuri negli ultimi racconti, che narrano la morte.  Sono i giovani che prendono la parola, seppur […]

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Libri

«Tutto chiuso tranne il cielo»: il nuovo romanzo di Eleonora Caruso

Tutto chiuso tranne il cielo, il nuovo romanzo di Eleonora Caruso, edito Mondadori. | Recensione Quando abbiamo intervistato Eleonora Caruso, l’anno scorso, dopo l’uscita di “Le ferite originali” (leggi l’intervista), abbiamo parlato di dolore e di Milano e in fondo, senza dirlo, speravamo che l’autrice tornasse a scrivere di quei personaggi e della loro inquietudine con quella singolare, fitta intensità poetica che le appartiene. Con Tutto chiuso tranne il cielo, Eleonora Caruso esaudisce le nostre aspettative e parlare solo del suo modo di raccontare sarebbe insufficiente. Il piccolo universo dolente – Julian, Christian, Pietro, Dante, An ma anche nuovi personaggi – torna ad esistere tra le sue pagine e tutti i particolari emotivi delicatamente compiti parola per parola, rivelano con lentezza la verità di tormenti non detti. Quest’universo ci include nella sua ampia stretta e il romanzo di Eleonora C. Caruso si fa attualissimo, contemporaneo, ci fa da riflesso e ci turba. “Alla fine, quello di cui scrivo è sempre la ricerca dell’equilibrio, con se stessi e con gli altri, ma per farlo onestamente credo sia importante partire dall’assunto che tutti soffriamo, per un motivo o per l’altro, e non c’è niente di strano in questo.” – Eleonora Caruso per Eroica Fenice. Eleonora Caruso racconta la storia di Julian e del suo “dentro” Tutto chiuso tranne il cielo parla di Julian, prima di tutto. Gli altri personaggi sono comparse, quasi alla sua mercé, affinché possa scoprire se stesso e ritrovare la sua verità. Dopo un anno a Tokyo, Julian torna a Milano; nell’aria afosa che toglie il respiro, nella solitudine estiva che tiene compagnia a una Milano sola col suo cielo, arriva per lui il momento della resa dei conti. Julian torna nella città della sua ferita originale per rendersi conto che andare a Tokyo per non pensarci era stato inutile perché, senza scampo, suo fratello Christian aveva finito per eroderlo come il mare erode la città. Un anno e sei mesi di silenzio li separano e lo corrode come un tarlo il pensiero di quel segreto indicibile consumatosi  la sera in cui Christian, il ragazzo caleidoscopio che gli è sempre sfuggito ma che lo amava, lo ha morbosamente legato a sé per sempre. Quando Eleonora Caruso sceglie di tornare a scrivere di Julian è consapevole che avrebbe avuto a che fare, di nuovo, con Christian. Ma il bellissimo, bipolare Christian che risucchia tutti nella sua ammaliante aura magica, non appare che in alcune righe, in qualche frase sconnessa o in quell’ansia di parlargli che è l’ossessione che pedina Julian in ogni gesto, ogni movimento, ogni respiro. Il confronto si avvera solo alla fine, come una liberazione. Julian non racconta mai e mai chiama col suo nome quello che veramente lo logora, togliendogli la forza di mangiare. I post di Instagram e le brevi didascalie che seguono parlano per lui, ma nessuno sa che quelli sono solo i resti. Lui non è vivo. Eleonora ha definito il suo romanzo, “un libro sulla sottrazione del corpo”. Julian non sente il suo […]

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Libri

Sulla soglia, intervista all’autrice Ida Basile

Sulla soglia. La costruzione  dell’identità attraverso i miti greci di “non passaggio”(Edizioni Epoké , intervista all’autrice Ida Basile. Chi lo ha già letto, lo ha definito “alternativo“. Soglia, costruzione dell’identità e miti greci di “non passaggio”, il saggio di Ida Basile ci fa rivivere i miti classici con grande passione, ma soprattutto da una prospettiva singolare, interessantissima, affascinante. Sulle orme dei più importanti nomi della psicoanalisi che riconoscevano nel mito il fondamento della costruzione del sé di ogni individuo, Ida Basile conia una nuova categoria, quella dei miti di non passaggio che sono però qualcosa in più: un avviso, l’allarme che ci segnala un pericolo. C. G. Jung ci parlava di un archetipico “puer“: colui che essendo apparentemente nulla, contiene al suo interno la totalità. Ebbene ognuno di noi è o è stato quel Puer: un fanciullo ancora non determinato, che è tutto e niente, totale potenzialità. Se la soglia, o limen, di cui ci parla Ida Basile, è il momento del passaggio dalla totalità alla definizione della propria identità, è chiara l’accezione dei miti che la scrittrice recupera, ben diversa da quella a cui noi siamo abituati. Atalanta, Orfeo, Adone, Ippolito, le Pretidi… non sono illustri modelli di eroiche virtù, ma tutti personaggi incompiuti, coloro che sostando presso il limen si sottraggono  al compimento del proprio destino e per questo vengono puniti aspramente dagli dei. Il mancato compimento del proprio destino è traducibile nel rifiuto del passaggio all’età adulta. Se all’interno del limen vige la totale indeterminatezza, non uscirne significa rimanere intrappolati nella totalità che ci annulla. Ed il pericolo è tutto qui, saltare la parte più dfficile, ma anche più bella di tutte. Così anche quegli “anti-eroi”, che pullulano nel cuore di questo saggio, diventano eroi (certo eroi del “non passaggio”) poiché ci insegnano a non privarci della eccezionale opportunità che abbiamo di fare del tutto quel “qualcosa” che ci renda unici e fare della nostra unicità un valore. Sulla soglia riconduce il mondo greco e i meccanismi regolatori delle società antiche fino a noi moderni, sottolineando ancora una volta il debito che abbiamo con chi, da secoli, non smette mai di arricchirci. Intervista all’autrice Ida Basile Nei ringraziamenti finali leggiamo come Sulla soglia sia stato, prima di un valido libro, un elaborato accademico. Puoi raccontarci di più su come è nato questo studio e perché? La laurea, si sa, è un momento di passaggio. Ti chiedi cosa farai dopo, ti rendi conto che il futuro è tanto affascinante quanto spaventoso, ma soprattutto il momento in cui è necessario diventare grandi e prendersi pienamente la responsabilità delle proprie azioni, sia nelle decisioni giuste che negli sbagli. Ecco, a me questo momento ha fatto paura e sulle prime, questa paura mi ha tenuta ferma sulla soglia del futuro, senza capire come oltrepassarla. La mitologia è stata la mia ancora di salvezza, mi sono chiesta come facessero gli antichi Greci a educare le persone alle varie fasi di margine, a prendere coscienza di loro stessi e delle loro responsabilità. Ne […]

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Culturalmente

Ratto di Proserpina, tra storia e mito

Ratto di Proserpina, approfondimento e curiosità Quella di Proserpina (Persefone per i greci)  è una vicenda che rientra in quel gruppo di racconti mitologici greci in cui ninfe e dee, piegate alla volontà di Zeus, subiscono violenze e costrizioni per la smania degli Dei di possedere la loro accecante bellezza. Quello che subisce Proserpina è un rapimento ad opera di Plutone (Ade per i greci) che la farà sua sposa rendendola Regina degli Inferi. Interpretare e motivare il mito del ratto di Proserpina ci porta a diverse conclusioni: la prima è che i greci vollero giustificare l’alternarsi delle stagioni, e in particolare l’avvento della Primavera, in maniera molto originale e come d‘abitudine coinvolgendo l’Olimpo e le sue forze divine. Ma l’atto del rapimento si interpreta anche come un vero e proprio matrimonio. Quello tra Zeus , padre di Persefone, e il fratello Ade assume le peculiarità dell’engye: una sorta di contratto in cui il padre della sposa concede l’allontanamento della figlia dal nucleo familiare per cederla come moglie. Nell’antichità, molti furono i riti dedicati a Proserpina. Presso i santuari dedicati alla divinità, le giovani fanciulle prossime alle nozze si recavano per offrire rami di melograno, simbolo del matrimonio, o ciocche di capelli nella speranza di ricevere in cambio prosperità per il matrimonio. Ma andiamo con ordine. Ratto di Proserpina: il mito Proserpina o Kore (dal greco,  giovinetta) è figlia di Zeus Re dell’Olimpo e di Demetra (Cerere per i romani) Dea dell’agricoltura e della fertilità nonché protettrice dei raccolti. Il ratto della fanciulla si realizza molto probabilmente presso Enna, sul lago di Pergusa (anche se la tradizione associa al rapimento diverse località come Siracusa, Eleusi, Cnosso). Qui Proserpina era intenta a raccogliere fiori in compagnia di altre ninfe, figlie di Oceano, quando attratta da un narciso, si piega a raccoglierlo. Nell’esatto momento in cui tende la mano, una voragine si spalanca nella terra e da lì, su di un carro d’oro  trainato da quattro cavalli nerissimi e maestosi, emerge Plutone, re degli inferi, che la rapisce contro la sua volontà. La fanciulla urla e si dimena, ma niente può fermare la furia e l’avidità di Ade che la trascina con sé nell’oltretomba per farla sua sposa. Kore era un fanciulla bellissima, rappresentante giovinezza e spensieratezza. Plutone, invece, viveva triste e solo nel mondo dei morti e folgorato dalla bellezza della fanciulla, ricevette il permesso di Zeus a unirla a sé per sempre. Il poeta  Claudiano racconta: «[Plutone] si precipitò verso di lei [Proserpina], che, scortolo, così nero e gigantesco, con quegli occhi di fuoco e le mani protese ad artigliarla, fu colta dal terrore e fuggì leggera assieme alle compagne… Il dio dell’Ade, in due falcate le fu addosso e l’abbracciò voracemente e via col dolce peso; la pose sul cocchio, invano ostacolato da una giovinetta, Ciane, compagna di Proserpina, che tentò di fermare i cavalli, ché il dio infuriato la trasformò in fonte. Ancora oggi Ciane, con i suoi papiri, porta le sue limpide acque a Siracusa» Ma Demetra, […]

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Libri

Più donne che uomini, un romanzo di Ivy Compton-Burnett

Più donne che uomini, un romanzo di Ivy Compton-Burnett. Recensione  In uscita il 21 marzo, Più donne che uomini è un romanzo dell’autrice novecentesca Ivy Compton-Burnett riproposto  dalla casa editrice Fazi Editore, con la traduzione di Stefano Tummolini. Più donne che uomini è un romanzo che si inserisce tra le opere più apprezzate dell’inglese Ivy Compton-Burnett e che ci ricorda perché fu stimata dai suoi contemporanei e poi da chi, a distanza di anni, non la conobbe se non attraverso la sua scrittura. Il romanzo già nel Novecento raccolse attorno a sé l’attenzione scalpitante di tutte le donne che si apprestavano a leggerlo con curiosità e probabilmente malizia se pensiamo al tempo in cui si svolge l’intera vicenda: l’Inghilterra vittoriana del primo Novecento. Non è possibile per il lettore non percepire l’atmosfera vittoriana impregnata dall’odore del tè. L’intreccio e i personaggi La prima donna di questo romanzo è Josephine Napier, direttrice dell’istituto femminile da lei fondato. Josephine è una donna rigida, mascolina nei tratti, indipendente negli affari, compita, gentile e premurosa, sempre. Eppure, il suo spesso eccessivo fare benevolo soffoca chi riceve le sue grazie tanto da sentirsi in debito con lei, incastrato in un rapporto di dipendenza che mette Josephine al di sopra di tutti: «Lei è il destino, e noi le sue marionette». L’arrivo di due donne, Elizabeth e la figlia, Ruth, scombussola la vita di Josephine mettendola alla prova. Elizabeth è una vecchia fiamma di Simon, il marito della signorina Napier, un uomo vissuto nell’ombra a lungo; la sola presenza della nuova arrivata provoca una tragedia, l’inizio di una serie di colpi di scena. Come a non bastare, Josephine deve presto prepararsi ad una novità che riguarda il figlio adottivo, Gabriel, un giovane ventenne che, travolto dal trasporto del primo amore, decide di ribellarsi all’autorità materna. Le debolezze della direttrice verranno fuori in questi momenti, e la brama di trattenere suo figlio sotto il proprio tetto, di nuovo alle sue dipendenze, la renderanno meschina, capace di gesti crudeli. Alla fine otterrà ciò che vuole. Da sfondo alle vicende personali di Josephine Napier, che tanto personali non sono in un ambiente dove tutti sanno tutto, vi è il coro pettegolo. La signorina Rosetti, la signorina Munday, la signorina Chattaway, la signorina Luke e la signorina Keats sono le insegnanti dell’istituto: pettegolezzi, frecciatine, indiscrezioni fermentano tra le mura della stanza docenti  quando puntuale, all’ora del tè, il coro si fa sempre più acuto. In loro la direttrice crede di trovare delle amiche; in fondo da lei hanno ricevuto un lavoro e, come tutti, le devono qualcosa. Gli uomini di questo romanzo sono in minoranza nonché in netto svantaggio. Tra questi c’è il fratello della direttrice Jonathan, un uomo insignificante e misero, e il suo amante Felix, un quarantenne nullatenente che, assunto come insegnante di disegno, con ammirevole abilità riesce ad integrarsi al coro pettegolo. È forse proprio nel coro che si rispecchia la schiera di avide lettrici in cerca di maldicenze. Il mondo è tutto qui, in questo collegio […]

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Musica

Rehab: Ketama126 unisce il grunge alla trap e sale di livello

Rehab , ultimo disco di Ketama126 | Recensione Rehab, pubblicato per l’etichetta discografica Asian Fake, è l’ultimo lavoro di Ketama126 uscito il 25 maggio 2018 sulle principali piattaforme digitali tra cui Spotify e iTunes. «È uscito a sorpresa, mi andava di fare così» dichiara Ketama126 (il suo vero nome è Piero Baldini), intervistato per Rolling Stone. Il disco è autoprodotto, le tracce sono otto: Angeli Caduti, Rehab, S.Q.C.S., Misentomale, Sporco, Con te, Lucciole, Potrei, alcune delle quali vantano collaborazioni con Franco126 e Pretty Solero, che hanno collaborato rispettivamente alla quarta e terza traccia dell’album, suoi compagni nella crew italiana trap la “126 Lovegang“, da cui proviene il numero “126” che ne contraddistingue l’appartenza. La “Lovegang” è un motivo che viene ripetuto spesso in tutto l’album, il “clan 126” è una realtà importante nella scena romana, tiene in vita il genere della trap e ne alimenta lo sviluppo col proprio lavoro dritto verso il futuro. Intanto, con Rehab, Ketama126 dà una nuova sfumatura alla trap affiancandola a generi vari, facendo un passo negli anni 90. Rehab è un disco evoluto rispetto ai precedenti, che mette a frutto il desiderio del trapper di superare il confine del genere trap e aggiungere alle sue tipiche tematiche, come droga o sesso, suoni e sonorità nuove: rock, emo, grunge. Un Ketama126, quello di Rehab, schietto, sincero, fedele al proprio stile ma cresciuto artisticamente. Consapevole e maturo definirei il Ketama126 di questo album fresco, introspettivo. Queste otto tracce pare siano solo il primo capitolo di Rehab che, come ha annunciato Ketama126 sui social, ha un seguito con altre otto tracce, attese per settembre 2018, la cui uscita è stata rimandata. Rehab: live fast, die young and fuck rehab Come ha affermato lo stesso Ketama126, anche la trap ha bisogno di continue evoluzioni e sperimentazioni sennò si finisce per buttare fuori il solito pezzo trito e ritrito e il loop è sempre lo stesso. Sì, Rehab è album fondamentalmente trap, i ritornelli sono orecchiabilissimi, avvincenti e trascinanti; il sound di Misentomale ne è l’esempio e Franco126 ci ha messo il suo. Ma in questa e nel resto delle tracce, con le sfumature emo (SQCS con Pretty Solero)  e soprattutto grunge usate e che i più appassionati riconosceranno subito,  la musica si fa manifesto, l’album originale, evoluto e ci incuriosisce proprio per l’unione chitarra- trap. Nella title track Rehab (per la cui realizzazione è stata fondamentale la collaborazione di Generic Animal) è lampante la contaminazione del grunge, l’attacco sembra quasi un pezzo dei Nirvana e i rimandi sono frequenti (“Giuro, non ho una pistola” canta Ketama126 come Kurt Cobain in Rape me “And I swear that I don’t have a gun”). Autodistruzione quindi, nessuna paura per la morte né per la fatalità della droga. Il concetto di droga è raccontato con sfacciataggine e lo stile è provocatorio (“Parlo sempre di droga perché non facciamo altro, non ho contenuti perché sono vuoto dentro”, e poi “fuck rehab” probabilmente lo stesso rifiuto di Amy Winehouse nella sua omonima canzone Rehab ). […]

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Libri

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo | Recensione

“In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” è l’esordio letterario di Roland Schimmelpfenning. Pubblicato il 17 gennaio, edito Fazi Editore e tradotto da Stefano Jorio , quello del drammaturgo tedesco è stato un romanzo tanto atteso quanto stimato dopo che la lettura ci ha rivelato quella che, più di una autentica vicenda berlinese, è la storia della desolazione umana che dimora il palcoscenico della quotidianità affiancata, in questo racconto (e forse sempre), da un fitto mistero che si insinua intangibile nella vita scardinata dei personaggi lungo la rete ferroviaria tedesca, la S-Bahn. È vero, in “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo” c’è un lupo, ma questa storia non ha nulla di fiabesco o fantastico, essa è crudelmente realistica, inquietante, fredda. Perturbante è l’aggettivo perfetto per descrivere questo romanzo. “In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo”: un lupo o “gli occhi di Berlino” «In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo un lupo solitario attraversò poco dopo il sorgere del sole il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia», nel frattempo sull’autostrada che porta in Germania, un’autocisterna sbanda quaranta chilometri dopo il confine con la Polonia, causando un’esplosione. Nel frattempo Tomasz, manovale polacco, è di ritorno a Berlino per raggiungere la sua fidanzata Agnieszka. É bloccato in una coda d’automobili sconcertante quando lo vede: vede un lupo, scatta una foto col suo cellulare. Il lupo è fermo sotto un cartello che recita “80 km per Berlino”.  La foto, in poco tempo, farà il giro di tutto il mondo. Poco dopo, all’alba, i due adolescenti Elizabeth e Micha, scappano di casa mobilitando i propri genitori, tra cui il padre alcolista di Micha e la mamma violenta e frustrata di Elisabeth. Ma questi sono solo i pochi personaggi chiamati col proprio nome che in questa vicenda coesistono con altri, indicati come “il padre della ragazza” o “l’amica della madre” … Tutti perseguitati dalla presenza girovaga del lupo e da un fucile che passa di mano in mano, anch’esso come un animale pericoloso, trovato tra le mani di un uomo il cui corpo morto giace nella neve dall’inizio alla fine di questo racconto. La vicenda si districa abbastanza velocemente eppure anche la dinamicità dell’azione – che non lascia spazio a giri di parole, né a descrizioni accurate – ci offre una suspense sospettosa e sconcertante più che preludio alla sorpresa. Lo stile minimalista del drammaturgo si dirige immediato al nocciolo del racconto, Roland Schimmelpfenning è un narratore onnisciente che non si fa sentire, egli sparisce con abilità tra le righe. Così accade per noi lettori di capire con facilità e precipitosamente, tutto d’un tratto, quale sia il cuore del romanzo ovvero solitudine, rancore, pentimento, insoddisfazione e malinconia che abitano le macerie di Berlino: una città riunita, ma ancora divisa, scissa come ogni personaggio che come uno strascico, porta con sé le rovine del vecchio muro che non sono altro che le rovine del proprio passato. Il paesaggio […]

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Culturalmente

Viverna, storie e leggende sulla creatura leggendaria

Viverna, storie e leggende | Approfondimento Quasi sicuramente guardando un’immagine rappresentante una viverna, la definiremmo, dopo un veloce primo sguardo, come un generico drago: le ali enormi, le fauci spalancate, il corpo serpentino e possente, la coda allungata e affilata … È facile insomma, confondere le due creature se non le si scruta con attenzione; le differenze però ci sono e rendono la viverna una creatura leggendaria altrettanto affascinante (ma che non sputa fuoco!). Maliziosa e ostile, la viverna è un rettile alato che presenta due sole zampe, la coda è dotata all’estremità di un pungiglione: quest’ultimo è un’arma letale poiché dotata di veleno mortale. Le rappresentazioni di questa creatura variano e si possono trovare pungiglioni a forma di uncino o di freccia o addirittura a forma di pinna nel caso di viverne acquatiche. Ricercando su Google immagini relative alla viverna, scoprirete figure mostruose e terrificanti, accurate e originalissime, frutto delle interpretazioni più svariate. Difficile è invece trovare informazioni esaustive su questa creatura avvolta ancora nel mistero e nell’incertezza riguardo la sua storia e la sua genesi. Viverna, storie e leggende Il termine viverna deriva dalla parola francese wiver (da guivre “serpente” ), a sua volta ripresa dal latino viper, vipera: rimarca quindi la natura serpentina del drago (probabilmente anche in riferimento alla sua velenosità?) Non possiamo con certezza sapere come e quando nasce la viverna, la sua genesi non è certa, ma è presente nella cultura del Nord Europa, così come nella mitologia africana. In ogni caso, questa creatura rappresenta pestilenza, ma anche guerra, vizio, invidia e disgrazia: durante il Medioevo veniva identificata con Lucifero. Inoltre, in epoca medioevale, la viverna era utilizzata come stemma araldico: gli araldici sono quei simboli che rappresentavano una casata o una famiglia nobile e potente. In questo caso il valore simbolico della viverna era quello di potenza o, poiché rappresentata con le ali spalancate, di una nuova conquista. Nell’araldica, inevitabilmente, essa è molto simile a leoni o a orsi seppure in  contrapposizione con essi per significato: orsi e leoni infatti rappresentavano poteri già affermati e solidi. Talvolta era possibile trovare la figura della viverna anche sugli scudi dei cavalieri come monito della forza distruttiva o del coraggio del cavaliere stesso. Oggi, soprattutto attraverso il genere fantasy, possiamo imbatterci nella figura della viverna La saga fantasy “La ragazza drago” della scrittrice Licia Troisi, rivendica bene la figura della viverna che invece raramente si trova nei bestiari o nei libri antichi. All’interno dei romanzi della saga, le viverne sono le antagoniste dei draghi: il loro capo è Nidhoggr, la Grande Viverna: feroce, avara, vendicativa e corrotta. Essa è dotata di poteri magici. Nell’antichità le viverne erano collegate anche alla stregoneria: erano creature utili per gli incantesimi. Lo stemma della città di Terni: drago o viverna? «Thirus et Amnis Dederunt Signa Teramnis» ossia: «Il Tiro e il fiume diedero le insegne a Terni.» La leggenda narra che nei pressi di una località umbra chiama “La chiusa” dimorasse una specie di viverna o serpente alato il quale, con […]

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Culturalmente

5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

Alla scoperta di 5 poesie di Alda Merini | Riflessioni Non possiamo, in questo articolo, parlare della nostra “top five” di poesie di Alda Merini, né prenderà qui forma un’analisi o un commento critico delle sue opere; tutto quello che si vuol fare è segnalare le «molecole di narratività» di cinque componimenti scelti per parola chiave nel tentativo di ripercorrere la poetica e la vita della poetessa. Dalla nascita, fino alla morte, contando la furia della pazzia, passando per l’orrore del manicomio e l’abbandono di un marito, odorando amanti senza tempo, ritrovando l’amore di una mamma che meglio di tutto seppe dare alle sue figlie i suoi versi. 5 poesie di Alda Merini Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano. Inaugurata la primavera con i suoi versi e fiorendo come un ciliegio che si riempie di rosso, lei, fiore riempito di linfa, si dice “poetessa della vita”. «Sono nata il ventuno a primavera»  canta, in suo onore, Milva sulle note di Giovanni Nuti (dall’album “Milva canta Merini“, 2004). «Il gobbo» da “Poetesse del Novecento” Il destino di Alda Merini è, sin dalla nascita, fatto di pane e poesia. Alda è una bambina subito forte: a soli 12 anni fa l’ “ostetrica”, portando alla luce il fratellino, sotto le bombe della guerra e le urla della mamma. Al contempo si svela ai suoi occhi l’identità salvifica della poesia e all’età di 15 anni Giacinto Spagnoletti è il primo ad essere considerato il vero scopritore del suo talento. «Il gobbo» è infatti tra le prime poesie pubblicate di Alda Merini: prima di finire in “Poetesse del Novecento“, fu pubblicata da Spagnoletti in “Antologia della poesia italiana 1909-1949″. Dalla solita sponda del mattino io mi guadagno palmo a palmo il giorno: il giorno dalle acque così grigie, dall’espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono, insoluta io stessa per la vita … e nessuno m’aiuta. Mi viene a volte un gobbo sfaccendato, un simbolo presago d’allegrezza che ha il dono di una stana profezia. E perché vada incontro alla promessa lui mi traghetta sulle proprie spalle. «Quel sentirmi chiamare» da “Ipotenusa d’amore” “…allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti […] Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui.” (dall’intervista con Cristiana Ceci, 2004). Ettore Carniti è un uomo poco propenso alla letteratura; Alda non rinuncia alla poesia neppure con la fame… Un giorno Ettore torna a casa dopo aver speso tutti i soldi, lei gli lancia una sedia contro per ferirlo gravemente. Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta vengono strappate presto alla loro mamma: Alda è considerata psicolabile. Quel sentirmi chiamare mamma quando eri nel cortile, il cortile del canto, e muovevi un pallone tutto tuo per quel tuo sapiente rigiocare sulle scintille dell’adolescenza: era già un abbandono e non […]

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Culturalmente

Aruspicina, disciplina etrusca

Aruspicina (disciplina etrusca) o interpretazione della volontà divina I Romani chiamavano “Etrusca disciplina” l’insieme dei riti, delle cerimonie e delle conoscenze che costituivano la scienza sacrale degli Etruschi. In particolare, la scienza degli haruspices era svolta da esperti sacerdoti e consisteva nella pratica dell’arte divinatoria dell’aruspicina: esaminare gli organi interni degli animali per scorgerne i presagi divini. L’aruspice o “esaminatore delle viscere”, accompagnando il rito con una preghiera, sacrificava l’animale, ne estraeva  l’organo per analizzarne i segni. La forma, il colore e l’aspetto saranno la chiave di volta per il presagio. Aruspicina: origini e tecniche Il mito etrusco narra che Tarconte( figlio di Telefeo e comparso nell’Eneide come capo degli etruschi e come fondatore della Tarquinia, una delle più potenti città etrusche)  già istruito nell’arte dell’aruspicina, stava arando i campi nei pressi del fiume Marta in Tarquinia,  quando vide una zolla di terra innalzarsi e assumere le sembianze di un fanciullo. Era Tagete, un ragazzo dalle virtù e dalla saggezza sconfinate tanto che veniva rappresentato con i capelli bianchi. Tagete tramandò i segreti della scienza sacrale al popolo dell’Etruria che si impegnò a riscrivere tutti i suoi insegnamenti nella lingua patria in tre libri: gli Aruspicini, i Fulgurali e i Rituali. Nella concezione religiosa etrusca vi era una stretta relazione tra macrocosmo e microcosmo: la terra è un riflesso dell’ordine divino che è in cielo. Proprio per questo motivo la ripartizione della volta celeste si rifletteva anche sui singoli elementi terrestri, tra cui appunto, gli organi interni degli animali. L’esame delle viscere svolto dagli aruspici, oltre che su organi come l’intestino, si focalizzava soprattutto, se non esclusivamente, sull’analisi del fegato. Il fegato veniva ripartito in varie sezioni, ognuna delle quali corrispondeva a una certa divinità ed aveva quindi il proprio significato, positivo o negativo. Ognuna delle due facciate del fegato presentava un suo centro, una sua destra e una sua sinistra dove destra e sinistra erano rispettivamente segno di buono e cattivo auspicio. Del fegato contavano anche il colore e l’aspetto: se questo aveva un cattivo aspetto, delle anomalie, delle malformazioni o segni di malattia e di cattive influenze esterne si poteva parlare di segni “fortuiti” e quindi di una volontà nefasta. L’esempio più esplicativo e raffigurativo dell’arte dell’aruspicina è il Fegato di Piacenza, detto più semplicemente fegato etrusco: la lettura può essere rimandata a quella di una mappa in riferimento ai suoi punti cardinali. Rivolgendosi con le spalle verso il nord, si aveva alla propria sinistra la parte orientale che era di buon auspicio e alla propria destra quella occidentale di cattivo auspicio. La scienza degli aruspici: dagli etruschi ai romani Molti dei libri che costituivano la letteratura sacra detta Etrusca disciplina furono tradotti dall’etrusco al latino da due personaggi romani: l’Aruspice Tarquizio Prisco e Aulo Cecina. (Purtroppo però, i libri, fatti custodire da Augusto nel tempio di Apollo Aziaco sul Palatino, furono fatti distruggere da Teodosio e Onorio). Le popolazioni romane furono infatti, ancora prima della sconfitta etrusca da parte dell’Impero Romano, influenzate dalla cultura Tuscanica specialmente in […]

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Libri

Nel Nido dell’Aquila, il nuovo romanzo di Michele Imbriani (Recensione)

Pubblicato da Il Terebinto Edizioni, Nel Nido dell’Aquila è un suggestivo romanzo scritto da Angelo Michele Imbriani. Ambientato in Germania durante gli anni del nazismo, il racconto ripercorre fatti storici realmente accaduti, focalizzandosi sulle vicende della lotta di opposizione al regime di Adolf Hitler. Il protagonista è Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano tedesco condannato a morte poco tempo prima della fine della guerra. Di Bonhoeffer sono state tramandate queste ultime parole: «Per me è la fine, ma anche l’inizio». Il romanzo è costruito con la trama del suo vissuto. Il vissuto di uomo di fede in un periodo storico che alla coscienza degli uomini di fede poneva ancor più del solito dei terribili problemi. Nel Nido dell’Aquila: la Casa sul Kehlstein Il teologo Dietrich Bonhoeffer si distinse per la decisione e la convinzione con cui partecipò ai piani della congiura «contro il cappotto» (il nome in codice del Führer). Senza esito, fu introdotto nel gruppo di Hans Oster, Dohnanyi, Müller per poi entrare a far parte dei servizi d’intelligence militari: l’Abwehr. Dall’abbazia di Ettal offrì i propri servizi all’organizzazione. Angelo Michele Imbriani, nello scrivere questo romanzo, si reca in prima persona presso l’abbazia e mentre racconta della sua escursione arricchendola di dettagli e curiosità, a tratti con divertimento, ripercorre la storia del teologo. Cerca il luogo adatto al proprio raccoglimento e, seguito da buffe peripezie, si reca al Zugspitze (la vetta più alta della Germania) per dipanare nella mente la storia di Dietrich. Lo fa con naturalezza: i paesaggi, le montagne, i sentieri, tutto rimanda continuamente alla storia del pastore. Il racconto si fa così ricco di flashback che – come l’autore stesso afferma – il lettore potrebbe smarrirsi nei salti di spazio e di tempo. Ma come è avvenuto a Michele Imbriani, anche il lettore, che segue il suo breve viaggio, sente incombente nell’aria berlinese la memoria di Dietrich, ma anche di Hitler quando si arriva finalmente nel Nido dell’Aquila ( detto anche Kehlsteinhaus: in tedesco Casa sul Kehlstein).  “Una casa grigia in muratura che in se stessa non avrebbe grande fascino se non fosse per la vertiginosa posizione in cui si trova e le memorie sinistre che evoca”. “Chi è l’omino? Chi è la signora bionda? Sembrerebbero un funzionario in vacanza, il direttore di un ufficio postale o dell’esattoria, con una moglie parecchio più giovane di lui. Forse stanno dando un ricevimento per amici e parenti, nella loro casetta in montagna. Forse è il loro anniversario. Forse sono gli anni prima della guerra. O magari la guerra è già cominciata, ma lassù al Nido dell’Aquila, in un giorno di festa, si può far finta di nulla”.   L’omino è Adolf Hitler, la giovane donna è Eva Braun: sono nella loro baita sulle Alpi bavaresi. Un teologo nella congiura contro Hitler: tra fede e azione Nel Nido dell’Aquila oltre ad essere una fonte di informazioni veritiere e precise, ci svela anche i pensieri più profondi di Dietrich in rapporto alla sua fede.  Le sue riflessioni sul rapporto tra fede e azione furono […]

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