Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

Ideale dell’ostrica: la visione della vita di Giovanni Verga

Ideale dell’ostrica: la visione verghiana della vita La prima formulazione dell’ideale dell’ostrica da parte di Giovanni Verga si ha in Fantasticheria, una delle novelle di Vita dei campi pubblicata per la prima volta sul “Fanfulla della domenica” il 24 agosto 1879. Fantasticheria è una specie di lunga lettera a una signora esperta del mondo, una dama d’alta società, con la quale l’autore narrava di aver passato quarantotto ore ad Aci Trezza, il villaggio di miseri pescatori divenuto teatro de I Malavoglia. «Insomma, l’ideale dell’ostrica! – direte voi – Proprio l’ideale dell’ostrica e noi non abbiamo altro motivo di trovarlo ridicolo che quello di non essere nati ostriche anche noi. Per altro il tenace attaccamento di quella povera gente allo scoglio sul quale la fortuna li ha lasciati cadere, mentre seminava principi di qua e duchesse di là, questa rassegnazione coraggiosa ad una vita di stenti, questa religione della famiglia, che si riverbera sul mestiere, sulla casa, e sui sassi che la circondano mi sembrano – forse pel quarto d’ora – cose seriissime e rispettabilissime anch’esse.» Così Giovanni Verga compiva, con Fantasticheria, il passo decisivo verso la narrazione della vita degli umili. Cominciava ad operare in lui tutto il fascino di una realtà diversa da quella che fino ad allora aveva influenzato le sue scelte poetiche: Verga non più narratore della vita galante, ma Verga narratore della povera gente, della sua terra d’origine, la Sicilia. Un germe che avvia alla stesura dei Malavoglia, ma anche il germe della pietà umanitaria “nei confronti delle tenaci affezioni dei deboli, nell’istinto che hanno i piccoli di stringersi fra loro per resistere alle tempeste della vita” che nasce nello scrittore “galantuomo” del Sud. Ideale dell’ostrica: Verga tra idealizzazione e impossibilità del mondo arcaico Con l’ideale dell’ostrica Verga aveva fatto quello che, poco meno di un secolo dopo, farà anche Pasolini: riconoscere la sacralità di un popolo ancora incontaminato dalla artificiosità della vita cittadina e borghese: un popolo di umili sfuggito alla “fiumana del progresso”. I deboli (i miseri pescatori di Aci Trezza o i miseri contadini del mondo rurale), come ostriche, rimangono attaccati allo scoglio di valori (primo fra tutti la religione della famiglia e il lavoro), credenze e tradizioni nel tentativo di sopravvivere alla “lotta per l’esistenza” ancorati, rinchiusi e difesi in un’atmosfera idilliaca fatta di «pace serena» e «sentimenti miti, semplici, che si succedono calmi e inalterati di generazione in generazione». Ma la idealizzazione romantica del mondo idilliaco degli abitanti di Aci Trezza, un mondo arcaico rurale che diventa mitico, fatto di innocenza e ingenuità, incontra lo spietato pessimismo verghiano e si trasforma in nostalgia: prende il sopravvento la crudele consapevolezza della impossibilità di esistenza per quel mondo, destinato a subire anch’esso gli influssi della modernizzazione, scontrandosi con la storia e le sue forze disgregatrici. È proprio con I Malavoglia che assistiamo alla disgregazione di un mondo primordiale; è ne I Malavoglia che il coro meschino, ovvero la voce degli abitanti di Aci Trezza, demistifica e svaluta tutti i valori nobili e puri […]

... continua la lettura
Libri

Capitalocene. Appunti da una nuova era di Silvio Valpreda

Capitalocene. Appunti da una nuova era edito dall’Add Editore, è il racconto illustrato del viaggio di Silvio Valpreda in zone del mondo agli antipodi: Serengeti, Scozia, Norvegia, Miami, Tokyo, Lavezzi. Scrittore, artista pop concettuale e curatore, torinese classe ’64, Silvio Valpreda è spinto, nei suoi viaggi, da impellenti interrogativi: «tra un vulcano che stermina gli abitanti di una città e gli uomini che, per primi, hanno aggredito le sue pendici costruendovi case, possiamo stabilire chi sia buono e chi cattivo?». O, ancora: «avevo davanti un ambiente creato dall’uomo che non era ospitale per l’uomo, né per il ricco né per il povero. Allora l’uomo, per chi lo aveva creato?» È un forte squilibrio tra uomo e natura quello che avverte Silvio Valpreda e che ci illustra con l’esempio lampante della planimetria del suo appartamento di Miami. Da un lato il salotto, da cui è possibile scorgere il cortile dei vicini che rilassati prendono il sole a bordo piscina; dall’altro, la cucina che affaccia sul retro: uno stretto vico abitato da un cassonetto della spazzatura che per procioni e uomini simboleggia qualcosa di preziosissimo, uno scrigno da contendere per la ricerca di cibo e non solo. Un edificio, quello della casa di Miami, che divide e evidenzia il divario tra due ecosistemi differenti, entrambi costruiti dall’uomo eppure diversamente confortevoli e ideali per l’uomo stesso. La forza delle illustrazioni di Capitalocene è tutta qui, nella loro efficace semplicità: esse ci permettono di “visualizzare” le sottili dinamiche che muovono e determinano il complesso sistema natura-uomo, che ha come tirannico intruso il denaro. La dicotomia uomo-natura, ci spiega Silvio Valpreda,  diventa così denaro-natura, laddove la natura (di cui l’uomo è parte)  non è che una dimensione costituente di un sistema che la subordina alla necessità di produzione e di accumulazione di ricchezza. È sulle orme di Jason W. Moore, quindi, che le immagini accumulate in questo diario di viaggio vengono analizzate alla luce del concetto di Capitalocene. Chiamare il sistema con il proprio nome. Sì, ma quale? Per Silvio Valpreda è Capitalocene All’inizio del suo viaggio, Silvio Valpreda è accompagnato dalla convinzione che i luoghi si possano classificare in base all’impatto che l’azione dell’uomo ha avuto su di loro: «“Antropocene” è un termine nato alla fine del XX secolo, e poi divulgato da Paul Crutzen, con cui viene indicata una nuova era geologica nella quale tutte le caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche del pianeta Terra sono influenzate dall’azione dell’uomo». Chiamare il sistema con il proprio nome: Antropocene sembra essere, ancora oggi, la soluzione più condivisa tra quei tentativi di dare un nome alla nostra era per sintetizzarne il suo andamento ed evidenziarne i fenomeni che lo determinano. Ma di certo incontra opposizioni. James Lovelock per esempio, ambientalista e futurista britannico, priva l’uomo di ogni supremazia. Secondo Lovelock, infatti, l’era che stiamo vivendo è definibile come Novacene: l’era dell’iperintelligenza, in cui le intelligenze artificiali sostituiranno l’uomo la cui supremazia “sta rapidamente finendo”. Capitalocene è invece la proposta di Jason W. Moore (storico ambientale e geografo […]

... continua la lettura
Libri

100SfumaturediSchiuma: l’intervista a Maria Musella

Intervista a Maria Musella per il suo esordio letterario “100 SFUMATURE DI SCHIUMA”, un racconto autobiografico. Maria Musella, classe ’98, è un’esordiente attrice partenopea (seppure lei preferisce definirsi, con umiltà, una “teatrante”) che si racconta, senza veli, nel suo libro d’esordio, #100 Sfumature di Schiuma: un racconto autobiografico breve, data la giovane età della scrittrice, ma intenso. Dall’infanzia “artigianale e vintage”, alla dura e faticosa adolescenza all’insegna di bullismo e sopraffazione, passando per le prime esperienze amorose e le delusioni che ne scaturiscono, per finire con un’epifania: scoprire una passione, quella dell’attrice, e riconoscere in sé un grande talento. Maria Musella approda così al Transit, una compagnia teatrale che diventa la sua seconda famiglia. Napoletana nelle viscere, cresciuta in periferia a “Pane e Pino Daniele”, con #100 Sfumature di Schiuma Maria Musella è pronta a raccontarci tutti i suoi successi ma soprattutto e con grande orgoglio, si rivela nelle sue paure e nei suoi fallimenti, da cui si è sempre riscattata più caparbia di prima. Prepotente e ostinato, il suo tono è carico di dissenso: «Eravamo anime buone cadute in teste sbagliate, in quartieri sbagliati, eravamo trascurati dalle istituzioni del territorio come scuola, parrocchia, […]». Eppure è proprio nella periferia in cui cresce che Maria rafforza la propria personalità e ci insegna che è sempre possibile il “riscatto” se solo si ha il coraggio di dare forma ai propri sogni. 100 Sfumature di Schiuma: l’intervista a Maria Musella Ciao Maria, puoi raccontarci di come e perché è nato 100 Sfumature di Schiuma e a chi è dedicato questo libro (oltre che, sicuramente, a te stessa)? L’idea del libro nacque per puro caso, quando ero in terapia dallo psicologo, iniziai a creare un quaderno di scrittura creativa per raccontare dei pensieri negativi che affollavano la mia mente in quel periodo, come il suicidio. Ho sentito un’esigenza naturale di rifugiarmi nella scrittura come l’ultima spiaggia alla quale appigliarmi. Mi è venuto naturale gettare su carta vari pensieri sparsi e spesso sconnessi fra loro. Non è stata una mia idea nei primi tempi quella di scrivere una biografia né un racconto autobiografico. Ma su varie sollecitazioni di amici, parenti e addetti ai lavori mi è stato consigliato di scrivere una sorta di guida alla ‘’sopravvivenza”, potendo aiutare anche altre ragazze per superare i loro “omini di plastilina”, mi riferisco a quelli della slow motion, che si ingrandiscono o rimpiccioliscono in base all’importanza data in quella determinata scena. L’ho dedicato a me in primis ma soprattutto alla mia migliore amica Roberta nonché colei che ha scritto la prefazione del mio libro, che ci è sempre stata e ci sarà sempre nella mia vita; nel libro c’è un intero capitolo dedicato a lei. Nel tuo racconto autobiografico ci viene presentata una Maria che odia e combatte le ingiustizie. Tu stessa dici di te: «Ero nata con questo senso di giustizia incondizionata, ero una sognatrice che voleva difendere il suo popolo dalle angherie della Camorra.» A un certo punto della tua vita, però, hai scelto di […]

... continua la lettura
Libri

Lo strano caso del Rêverie, una favola moderna di Marcostefano Gallo

Lo strano caso del Rêverie è il nuovo libro di Marcostefano Gallo, edito ScatoleParlanti. Conoscevamo già lo scrittore calabrese e di lui abbiamo parlato riguardo al suo romanzo La fragilità dei Palindromi. Questa volta però, Marcostefanno Gallo è ritornato in scena con un libro che ha il sapore di un esperimento inedito per la sua penna: Lo strano caso del Rêverie è una favola moderna che dà vita al fenomeno sconcertante (a cui siamo tutti tanto affezionati) degli animali parlanti. Il Rêverie, famigerato zoo di Parigi, è sull’orlo del fallimento. Il proprietario dello zoo, il Signor Lemer, affiancato dal direttore Truffault, si trovano a prendere una losca decisione: rimediare alle gravi condizioni economiche dello zoo intraprendendo affari illegali con il contrabbandiere Igor Kovoc a cui verranno venduti i cuccioli in sovrannumero. Venuti a conoscenza della triste notizia grazie al barbagianni Anselmo, gli abitanti dello zoo, con grande fermento e preoccupazione, si riuniscono presso la gabbia del più saggio di tutti: l’elefante Namir. Dopo diverse riunioni notturne segrete e escursioni per la città di Parigi, gli animali scoprono che l’unica soluzione per mettersi in salvo è evocare l’Arca dell’Alleanza. Per farlo bisognerà mettere insieme i frammenti di una pietra sparsi in posti diversi del mondo, dal SudAmerica al Polo Nord. Solo il prescelto potrà realizzare una missione così maestosa: è Benny, un cucciolo di foca che ha sui fianchi due strisce nere che sembrano ali. Affiancato dai suoi amici più cari e dai suoi aiutanti – come la geniale talpa Mario, un inventore formidabile – Benny partirà per il viaggio più importante della sua vita alla conquista della propria libertà. Carico della responsabilità di salvare un intero zoo, affrontando nemici e peripezie di ogni tipo, ritroverà in sé un grande coraggio. Come ogni favola degna di questo nome, anche Lo strano caso del Rêverie ha la sua morale e soprattutto il suo lieto fine. Marcostefano Gallo ha scritto una favola moderna che insegna a grandi e piccini La scrittura di Marcostefano Gallo in Lo strano caso del Rêverie è nella sua scorrevolezza stilistica e semplicità letteraria, una scrittura fruibile a ogni età; la narrazione è dinamica e grande rilievo lo hanno i dialoghi. Gli animali parlanti che popolano questo libro lo fanno a gran voce e i messaggi che trasmettono sono molteplici per chi riesce a coglierli. Come lo scrittore stesso ha detto, Lo strano caso del Rêverie è un’avventura mozzafiato per ragazzi che racchiude un messaggio serio e importantissimo. La favola di Marcostefano Gallo è prima di tutto una storia di unione e forza collettiva in cui le diversità convergono, abbattendo ogni barriera. Al Rêverie di Parigi vivono specie animali di ogni tipo: leoni, rinoceronti, tartarughe, foche, elefanti. Vi è il brontolone, il sognatore, il ribelle e il più saggio, il violento e il pacifico. In lotta contro un nemico comune, un “mostro crudele” quale l’uomo, questi animali abbattono la gerarchia della fauna divenendo tutti uguali: non vince il più forte, ma il più leale e, soprattutto, non esiste il […]

... continua la lettura
Libri

Giuseppe Plazzi e le sue storie sui disturbi del sonno

Tra i titoli messi a disposizione dalla casa editrice Il Saggiatore per fuggire la noia che mina la nostra resistenza in questo delicato periodo di quarantena, c’è stato un titolo curioso, I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, e ad attirare particolare interesse era anche l’autore di questo libro, il neurologo Giuseppe Plazzi. Sembrava quindi interessante leggere storie sui disturbi del sonno raccontate da un esperto che ne è a contatto quotidianamente. Nello studio del Dott. Plazzi si odono tantissime storie, divertenti o a volte tragiche. Nel laboratorio di polisonnografia (la “camera del sonno”) strani casi vengono registrati e buffi personaggi vi entrano accettando di buon grado di essere ricoperti di ellettrodi affinché la loro attività durante il sonno (cerebrale, muscolare, cardiovascolare e non solo) venga monitorata. Entusiasmante fucina di ricerca scientifica, la  video-polisonnografia consente, infatti, ai ricercatori di documentare ogni tipo di comportamento atipico durante il sonno, così da dare nome a strani accadimenti notturni. Con I tre fratelli che non dormivano mai e altre storie di disturbi del sonno, Giuseppe Plazzi ci fa entrare nel suo laboratorio: una “camera del sonno” rischiarata da luci artificiali e arredata di solo un letto. Qui ha deciso di radunare alcuni dei suoi pazienti più interessanti. «I loro disturbi talvolta faranno vacillare ogni nostra certezza sulla realtà in cui viviamo. Ci saranno notti, in questo nostro viaggio insieme, in cui prevarrà l’incubo e il terrore. Altre in cui, invece, i fenomeni davanti ai nostri occhi ci strapperanno un sorriso.» Eppure, continua Giuseppe Plazzi, ognuno di noi sarà in grado di «riconoscervi ricordi, sospetti e sensazioni familiari, e di comprendere la propria mente molto più di quanto sia possibile immaginare». In un periodo in cui il nostro sonno è probabilmente irregolare – a volte non si dorme mai altre si fanno sogni strani e ricorrenti – saperne qualcosa di più potrebbe attivare una spia d’allarme o forse tranquillizzarci. Giuseppe Plazzi: «il mondo dei sogni può essere una foresta spaventosa» Ma dunque noi come sogniamo? E cosa può accaderci di insolito e pericoloso durante il sonno, di cui il mattino dopo saremo totalmente inconsapevoli e dimentichi? Furono N. Kleitman e due suoi allievi ad assodare che, ogni 70-90 minuti, il sonno profondo che ci avvolge durante le prime fasi, viene interrotto dalla fase REM (rapid eye movements). Durante il sonno con movimenti oculari rapidi l’elettroencefalogramma somiglia a quello di un uomo sveglio: l’attività mentale è vivace, vivida, bizzarra. Durante il sonno REM, infatti, si sogna. Non per tutti, però sognare significa vivere esperienze oniriche piacevoli, o risvegliarsi con sollievo riconoscendo come “per fortuna era solo un incubo”. Addentrarsi nella foresta del sonno significa anche avere a che fare con l’orrore: leggendo le storie riportate da Giuseppe Plazzi, talvolta sembrerà di assistere a scene di un film horror. Per fare un esempio, potremmo ricondurci a un fenomeno abbastanza diffuso nei bambini, denominato pavor nocturnus, ovvero il «terrore notturno». Un appuntamento notturno con il risveglio straziante di un figlio che improvvisamente, […]

... continua la lettura
Culturalmente

Lanterninosofia. Il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre

Lanterninosofia: che cos’è e come possiamo comprenderla appieno attraverso la scrittura e i personaggi di Luigi Pirandello. Per dare un titolo a questo articolo di approfondimento sulla Lanterninosofia abbiamo preso in prestito le parole di Sergio Campailla, che nell’introduzione al romanzo Il Fu Mattia Pascal (edizione Grandi Tascabili della Newton Compton Editori), fa un’analisi critica complessa del romanzo e sintetizza poeticamente – e in maniera affascinante – il concetto filosofico della Lanterninosofia come «il tentativo disperato di ascoltare le voci dell’oltre». La parola “tentativo”, in questo caso indistricabile dalla parola “ascoltare”, è parola chiave della ricerca antropologica nell’abisso dell’animo umano, onnipresente nella poetica pirandelliana e mai abbandonata dallo scrittore siciliano; ricerca che, al contrario, tradisce, o meglio rispecchia, il senso che Pirandello dà agli uomini e alla loro esistenza: il tentativo ripetuto, che dura una vita, di spalancare le porte chiuse dell’incomunicabilità (ben oltre il semplice concetto di maschera) per dare voce all’infinito “io” che ci portiamo dentro e che bussa per essere ascoltato. Lanterninosofia: la teoria delle illusioni ne Il Fu Mattia Pascal Prova di vocazione al romanzo, a colmare la mediocrità di Pirandello nel comporre versi, Il Fu Mattia Pascal, apparso dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia, viene pubblicato nel 1904. Capolavoro dell’umorismo, il romanzo finalmente abbandona lo schermo della terza persona e insieme ad esso il femminile de La Capinera (Romanzo d’esordio di Pirandello, costruito per intero al femminile) invertendo la declinazione de L’esclusa. L’escluso è in questo caso un uomo, la voce che dice «Io» è quella di Mattia Pascal, escluso dalla vita. Come e perché? Accadono a Mattia Pascal due casi straordinari: vince al casinò di Montecarlo un’ingente somma di denaro e nel mentre viene ritrovato al suo paese il corpo di un suicida che la moglie e la suocera si affrettano a riconoscere come il suo cadavere. Allora questo personaggio tragicomico ne approfitta per fare qualcosa che forse tutti nella vita, almeno una volta, abbiamo sognato di fare: si crea una nuova identità, continua a vivere oltre la morte anagrafica, reincarnandosi in Adriano Meis. Ma la nuova vita si palesa presto come una impietosa esclusione: la morte anagrafica diventa morte effettiva, poiché un uomo senza identità, alienato dal mondo, che non possiede che un nuovo nome, non ha diritto ad alcun legame, nemmeno possedere un cane da compagnia. Alla condizione di esiliato, sentimento comune a tutti i personaggi pirandelliani condannati all’alienazione, si affianca ne Il Fu Mattia Pascal quella dell’illuso. L’illusione che erode Adriano Meis, quella della sopravvivenza – la sua invenzione aleatoria di essere diventato un altro – si estende all’intera umanità. Ecco che allora l’espediente dell’illusione, nel capitolo tredicesimo, viene delineato da Anselmo Pelari che introduce la disciplina da lui definita, neologisticamente, come lanterninosofia. Il Signor Pelari, cultore di fenomeni spiritici e appassionato speculatore filosofico, accoglie provvisoriamente in casa sua Adriano Meis il quale, per coronare la sua strategia di fuga, ha subito un’operazione all’occhio strabico che lo ha costretto a un isolamento di quaranta giorni al buio. Per consolare il […]

... continua la lettura
Culturalmente

Diomede, le imprese del valoroso guerriero greco divenuto immortale

Diomede, mitico figlio di Tideo e di Deipile, fu uno dei più valorosi guerrieri greci: uomo dalle grandi virtù guerresche, viene però ricordato anche come eroe della civilizzazione e promotore e difensore della stessa. La sua storia è costellata di imprese indimenticabili: fu tra i principali eroi achei che parteciparono alla battaglia degli Epigoni, fu al fianco di Ulisse in intrepide imprese come il furto del Palladio o l’incursione notturna nell’accampamento del re tracio Reso che Diomede stesso uccise nel sonno. Partecipò inoltre alla Guerra di Troia al fianco degli Achei e di Agamennone, distinguendosi in battaglia tra i più possenti uomini delle schiere achee in quanto affrontò in duello Enea arrivando a sfidare gli stessi Dei. Omero dedica a Diomede, uomo dal grande coraggio ma anche dalla grande intelligenza, un intero canto, il quinto, dell’Iliade in cui l’eroe assume un ruolo centrale. Per il suo valore e le sue virtù Diomede fu reso immortale, il suo culto si diffuse in tutto il mondo ellenico. Diomede: le sue imprese da Argo all’Italia La battaglia degli Epigoni Originario dell’Etolia, Diomede nacque ad Argo, costretto qui all’esilio insieme alla sua stirpe dopo che il trono di suo nonno Oineo regnante sulla città di Calidone, fu usurpato dal fratello Agrio. Rimasto orfano a Tebe, città posta sotto assedio, Diomede crebbe col desiderio di rivendicare la morte del padre e restituire al nonno il suo legittimo trono. Sin da giovane mostrò grande dedizione nell’arte della guerra, si allenò duramente insieme agli altri sei figli dei comandanti uccisi durante l’assedio di Tebe. Insieme formavano i Sette Epigoni che marciarono su Tebe per indire la seconda guerra contro la città uscendone vittoriosi. Come vuole la leggenda, i Sette Epigoni sconfissero da soli l’esercito di Tebe. Dopo aver vendicato la morte del padre, Diomede volle però restituire il trono al Nonno Oineo. Così si infiltrò a Calidone e uccise gli usurpatori del trono, i figli di Agrio che invece si tolse la vita. Ad Argo sposò Egialea, figlia orfana del re. Presto però, il grande guerriero dovette lasciare la sua casa e partire per la Guerra di Troia. La Guerra di Troia e il duello con Enea “Le gesta di Diomede” è, come anticipato, il titolo del V canto dell’Iliade a Diomede totalmente dedicato, che narra le vicende che lo videro protagonista durante la Guerra di Troia. «Allor Palla Minerva a Dïomede Forza infuse ed ardire, onde fra tutti Gli Achei splendesse glorïoso e chiaro. Lampi gli uscían dall’elmo e dallo scudo D’inestinguibil fiamma, al tremolío5 Simigliante del vivo astro d’autunno, Che lavato nel mar splende più bello. Tal mandava dal capo e dalle spalle Divin foco l’eroe, quando la Diva Lo sospinse nel mezzo ove più densa Ferve la mischia.» Il V canto prende le mosse dal punto in cui Diomede, ferito da Pandaro, riuscì a riprendere la battaglia grazie all’aiuto della dea Atena. Salito sul suo carro, il valoroso guerriero acheo sfidò ancora Pandaro uccidendolo con un colpo di giavellotto. Quindi ingaggiò un furioso duello […]

... continua la lettura
Libri

Ornella Esposito e la napoletanita dei racconti di “Aghi”

Aghi: dieci racconti di napoletanità firmati da Ornella Esposito Non c’è niente di più napoletano che stare ad ascoltare storie e racconti di fronte ad una “tazzulella di caffè”: è questo l’invito che si sente di ricevere da Ornella Esposito leggendo il suo libro d’esordio Aghi, pubblicato da Augh! Edizioni. Leggere Aghi è sorseggiare la napoletanità raccontata dalla scrittrice a sorsi ora amari, ora dolcissimi, tra due risate e qualche lacrima. Protagonista indiscussa di questo libro è la città di Napoli  che fa da filo rosso per tutte le storie raccontate, sempre colorate dall’inconfondibile dialetto partenopeo attraverso cui Ornella Esposito lascia i suoi personaggi liberi di respirare e svelarsi con purezza, anche quando la narrazione passa dalla prima alla terza persona. Il filtro linguistico è solo uno degli espedienti utilizzati in Aghi per permettere al lettore di percepire tutta la veracità dei napoletani che lo popolano. La lente con cui Ornella Esposito racconta fatti e personaggi sfaccetta ambienti (dalle più famose Piazza del Plebiscito e via Toledo, passando per i quartieri reconditi, fino a Nisida), ma soprattutto superstizioni, credenze e tradizioni: è ben radicato il culto di Faccia Gialla (San Gennaro) il suo quadretto è invetiabilmente in vista, tappezza le pareti di pizzerie e panifici affiancato da quello di Maradona, mentre in sottofondo la voce di Mario Merola invade San Gregorio Armeno e i suoi pastori moderni e mentre tutti hanno sentito dire che Donna Carmela, vedova rinchiusa in casa, pratica il malocchio. Sarà vero? Ornella Esposito ha dedicato il suo libro agli emarginati Dopo aver letto questa raccolta, che ruba solo qualche ora di lettura, capiamo perché nella dedica iniziale Ornella Esposito abbia voluto dedicare il suo libro agli “emarginati”: le storie contenute in Aghi sono storie di sofferenza e ribellione, di degrado e di violenza talvolta ai limiti del deplorevole, i suoi sono personaggi umili e semplici eppure immensi in quelle esprienze che hanno gentilmente confessato alla fantasia della scrittrice che le ha poi donate a noi lettori. Eppure la realtà – che è poi la fonte di ispirazione di una scrittrice napoletana che ama la sua terra e la sua gente – la quale vi si scorge in queste storie frutto di fantasia ci apre a un sentimento di compassione, nel senso etimologico del termine e cioè quello di condivisione di pathos: sorridiamo all’ilarità di certe situazioni, ma piangiamo anche col cuore che si irrigidisce di rabbia il secondo immediatamente successivo a quello in cui viene trafitto da tanti piccoli aghi di triste consapevolezza. Aghi ha quindi come protagonisti gli emarginati, quelli dimenticati o quelli che non si possono difendere: un quindicenne rinchiuso nel carcere di Nisida che continua a sognare, una bambina troppo piccola per subire certe meschinità di adulti, un travestito intrappolato nella vita di strada, storie minime che convergono in un grande affresco napoletano e universale, contemporaneo ed eterno. Dentro ognuno dei personaggi di Aghi, si attua una rivolta silenziosa che, al di là di ogni aspettativa, viene ascoltata: la prima a farlo è […]

... continua la lettura
Musica

Afar Combo: con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa

Gli Afar Combo riprendono il viaggio con il loro secondo album Majid per l’etichetta discografica Music Force e Toks records. Dopo il primo disco omonimo AFAR COMBO, il gruppo si conferma un quartetto che funziona: Mirko Cisilino alla tromba, Alan Malusà Magno alla chitarra elettrica, Roberto Amadeo al contrabbasso e Marco D’Orlando alla batteria. Un connubio di musicalità apolidi sognanti e concrete, violente e sentimentali allo stesso tempo, nomadi e sempre consapevoli di sé che creano visioni sonore inaspettate per un viaggio musicale che supera i confini di genere. Con Majid, gli Afar Combo hanno sviluppato un lavoro discografico dinamico dai cambi di stile repentini che rivelano un lavorio mentale recondito: basati su idee e prospettive diverse, i gusti e le ambizioni musicali dei quattro componenti si mescolano e convergono in un prodotto necessariamente originalissimo. Afar Combo, con Majid continua il viaggio musicale partito dall’Africa Partiti dall’Africa con il loro primo album chiamato non a caso Afar Combo (un nome che rimanda alle popolazioni nomadi africane), dopo aver fatto la prima fondamentale tappa del loro cammino musicale quale la tradizione jazzistica più classica e “convenzionale”, gli Afar Combo lasciano il punto di partenza per continuare un viaggio tra generi che si fa più urban e suggestivo. La maturità musicale del quartetto udinese è dimostrata nella ideazione e elaborazione più colta di questo secondo album caratterizzato dalla coesione interessante di strumenti diversi (chitarra elettrica e tromba, batteria e contrabbasso) e dalla coerenza concettuale che rimane intatta dall’inizio alla fine. La musica di Majid risale dai “bassifondi metropolitani” e si espande coinvolgendo regioni musicali lontane. Nove tracce, nove posti remoti fatti di sole note: Rokia, In fila, Paesaggio, Detto al mare, L’oracolo, Majid, Barca a vela, Ferrage, Bulga bulga. Una miscela di rock, blues, jazz, sound soft e ruvido, musica dalla potenzialità di colonna sonora (L’oracolo ne è un esempio lampante), ma anche di ispirazioni e contaminazioni più lontane. Majid è il nome di Majid Bekkas un musicista originario del Marocco a cui Mirko, Alan, Roberto e Marco hanno dedicato il titolo dell’album e di una track al suo interno. Rokia è invece dedicata a Rokia Traorè, un musicista del Mali. Una pietanza speziata che ha gli odori e i sapori di ogni dove: così potremmo definire Majid riprendendo le parole degli stessi Afar Combo. Ogni onnivoro musicale dovrebbe assaggiarla per soddisfare ogni senso, uditivo e non, e appagare l’immaginazione che corre lontano e si libera da forzature o schemi di ogni sorta. Come forse accade raramente, il lavoro degli Afar Combo è fresco e sincero, non dà conto al mercato. Majid è un prodotto di nicchia che mantiene perciò intatta la propria purezza, ma soprattutto da non sottovalutare. Fonte immagine di copertina: AfarCombo su Facebook.

... continua la lettura
Libri

Incontri all’angolo di un mattino: Lia Migale ci racconta il ’68 prima del ’68

Con il suo ultimo romanzo, Incontri all’angolo di un mattino edito La Lepre Edizioni, Lia Migale ci racconta di quella stagione speciale della storia che fu la rivoluzione studentesca del 1968 da un punto di vista inedito e altrettanto speciale, il proprio, partendo dagli anni prima del ’68, anni in cui la rivoluzione andava forgiando le proprie forme e le proprie spinte, arrivando fino a oggi. «Non ho un filo logico, non ho chiarezza, solo devo ricomporre quel tempo, con quel poco di memoria che mi resta, con quelle scarse carte che mi ridanno volti, parole e pensieri. E dolori.» Lia Migale si fa testimone della storia dell’ultimo mezzo secolo del millennio passato, una storia piena di gente: una costellazione di stelle comete, così la definisce. Sono i sui amici più cari ai quali ella sopravvive. Ormai adulta, Lia migale si ritrova a passeggiare tra le loro tombe e un pensiero si ferma lì sui quei volti fotografati; è un fluire continuo di ricordi inutilizzati che si materializzano in inchiostro che tramanda la memoria e ricompone il segno indelebile che ognuno le ha lasciato ricostruendo e fissando sulla pagina il momento in cui lei divenne una rivoluzionaria. Quella costellazione di cui parla Lia Migale si compone gradualmente quando di capitolo in capitolo ogni stella prende il suo nome e alla fine, questi punti luminosi, con le loro accezioni e individualità, si uniscono grazie a una narrazione che non è solo rigidamente cronologica, ma che vuole chiarire come e perché i figli del dopoguerra siano diventanti “la generazione”, chiarire chi erano quei bambini dall’infanzia antica che, protagonisti di un’era di passaggio, si ritrovavano a fare da “ponte” tra Vecchio Mondo e Nuovo Mondo difendendo gli ideali di svecchiamento, libertà, amore e pace divenute le nuove parole all’ordine del giorno. Lia Migale, tra lotta individuale e lotta collettiva Incontri all’angolo di un mattino di Lia migale prende le mosse da una lettera datata marzo 1968. La lettera è di Gioia, uno dei personaggi più importanti per l’evoluzione della giovane scrittrice di provincia, incastrata in una città che racchiudeva un mondo che non esisteva già più, alimentando il suo desiderio di fuga, il suo fastidio e la sua tristezza. Gioia fu allora “la finestra” che permise alla giovane Lia di lasciarsi travolgere dal mondo del cambiamento. C’era il sorriso di Gioia ad accompagnarla nel suo primo assaggio del ’68: “ uno shock estetico” fu per lei la visione de La Cinese di Jean Luc Godard, un film registrato tra il 6 e il 31 marzo 1967 a Parigi, e che anticipava quella che sarebbe stata la rivoluzione dei giovani francesi nel Maggio del ’68. «Vietato vietare» era uno degli slogan della rivolta francese, condiviso dagli italiani che si apprestavano alla lotta che Lia Migale abbracciò definitivamente nel 1969, con l’occupazione dell’Università di Roma alla quale si era iscritta. «Dicevo di sì a lei e alla rivoluzione. Qualunque cosa la rivoluzione fosse stata.» L’adolescenza era finita, il tempo smise di “passeggiare” e iniziò a […]

... continua la lettura
Culturalmente

Dea con la cornucopia: Opi e Abbondanza

Dea con la cornucopia: tra Opi e Abbondanza. A una prima ricerca, alla voce “Dea con la cornucopia” viene associata Opi. Con ricerche più approfondite scopriamo poi che Abbondanza è la divinità custode della cornucopia con cui distribuiva beni di vario tipo. Le due dee vengono spesso confuse: approfondiamo allora le loro caratteristiche e scopriamone le differenze. Abbondanza: la dea custode della cornucopia La storia dell’origine della cornucopia è comune nella mitologia greca e romana: Giove strappò il corno alla Capra Amaltea, lo affidò poi ad Abbondanza, promettendo che da questo sarebbe uscito tutto ciò che poteva desiderarsi. Abbondanza, dal latino Abundantia, è nella mitologia romana la dea dell’abbondanza, della prosperità  e della fortuna. Con la sua cornucopia, derivata dal corno degli animali da latte, distribuisce cibo, denaro, beni e ricchezze. La dea viene raffigurata con pannocchie di granturco tra le mani o con la cornucopia rovesciata verso il basso. Guglielmo D’Alvernia, vescovo di Parigi, narra della Domina Abundia:  queste “padrone dell’abbondanza” pare entrassero di notte nelle case dove le famiglie preparavano offerte per loro. Le Domina Abundia consumavano i beni che però, miracolosamente, rimanevano intatti. Se erano offerte gradite, alla famiglia erano garantite prosperità e ricchezza. Dea con la cornucopia: Opi, la Madre Terra dea dell’abbondanza agricola OPI ROMANA Nel calendario romano, le Opiconsivia si celebravano il 25 agosto in onore della dea Opi ( o Ops), la Madre Terra, dea della opulenza e personificazione dell’abbondanza agricola. Il suo nome deriva infatti dal termine latino ops, parola che tradotta significa abbondanza, doni. Tuttavia gli autori classici, al nominativo singolare Ops, preferivano Opis che indicava invece il lavoro, in particolare quello agricolo. L’attività agricola era infatti dai romani considerata come sacra e i rituali che l’accompagnavano volevano ottenere il favore, oltre che di Ops, di divinità come Conso, (Dio del seme, del grano e dei raccolti),  Dis Pater (Dio del sottosuolo) o Pomona (Dea dei frutti). Associata nel culto a Saturno e all’antico dio Conso, la dea Opi viene infatti chiamata anche Consiva: morto e risolto, il dio si sarebbe unito a lei (forse facendola sua sposa). Furono dedicati alla dea Opi due santuari: uno sul Campidoglio e l’altro nel Foro. Nella Reggia, all’interno del Foro, vi era una cappella, la sacrarium Opis, a cui l’accesso era consentito alle sole vestali e al Pontefice Massimo. Secondo Festo, durante i riti veniva utilizzato un particolare tipo di vaso, custodito nella cappella. Non si sa con certezza come si svolgessero i riti durante le Opiconsiva. Nei campi, invece, ovunque erano sparse le sue are presso cui i contadini lasciavano come offerte i prodotti dei loro campi. Alla sua protezione era affidato anche il grano mietuto e riposto nei granai. Oltre alla celebrazione del 25 agosto, vi erano poi le Opalia, celebrate il 19 dicembre. Secondo Varrone, il culto di Opi è di origine sabina, in quanto introdotto dal re sabino Tito Tazio, quando regnava su Roma al fianco di Romolo. OPI GRECA La mitologia greca associa la Dea Ops a Rea, moglie […]

... continua la lettura
Musica

Mezzosangue live con SVA CVIQVE PERSONA tour: Napoli ha il passamontagna

Si è tenuto giovedì 23 gennaio il live di Mezzosangue che ha portato il SVA CVIQVE PERSONA TOUR anche a Napoli, tramite il Noisy Club, presso il suggestivo Common Ground di Agnano. Mezzosangue desiderava mettere su un live che “spaccasse” e ci è riuscito. Il SVA CVIQVE PERSONA TOUR, che ha girato l’Italia e che culminerà sul palco di Roma, stasera, sabato 25 gennaio, è una vera bomba. Un ritorno all’underground che mancava da un po’. Mezzosangue live: si inizia con l’HURRICANE TOURNAMENT Stacchiamo il biglietto, entriamo nel locale e… sul palco un octagon (una gabbia di mma): ospiterà i partecipanti alll’Hurricane Tournament della tappa di Napoli. Prima dell’inizio del live, ad inaugurare il palco, entrano in gabbia, invitati da Squarta (producer dei Cor Veleno e spalla forte di Mezzosangue) i partecipanti alla battle: Varden, V, Refuse, Chico, Dabbol, Smile, Alton, Cheyenne. Non è una Battle di freestyle – ognuno ha già scritto una strofa su di una base scelta in precedenza – ma sarà comunque il pubblico a scegliere il vincitore, proprio come tradizione vuole. È questa la grande novità che accompagna il SVA CVIQVE PERSONA TOUR. Il progetto nasce nel settembre 2019, inaugurato dal singolo Out of the Cage: Mezzosangue dà la possibilità a giovani talenti selezionati di sfidarsi sul palco di ogni tappa del tour in una Live Battle per conquistare un posto in finale. I vincitori – tre cantanti e tre producer emergenti – saranno inclusi nell’Hurricane Mixtape Vol. 2. In un’intervista per Rolling Stones, Mezzosangue ha detto «Per me è quasi un modo per sdebitarmi con Capitan Futuro per la possibilità che mi ha offerto: l’idea è di portare in giro uno spettacolo in cui il pubblico e la giuria votano per dare accesso alla finale». Quasi inneggiando a lui, il pubblico sceglie Smile come vincitore supremo di questa Battle. Sembra avere la stoffa di un vero artista, ha flow e rime. Ci auguriamo di vederlo, ancora una volta vincitore, sul palco della finale di Roma. Ma la conquista di quel palco e l’abbraccio sincero scambiato con Mezzosangue, saranno per lui già una vittoria. Buona fortuna Smile! SVA CVIQVE PERSONA TOUR : Napoli ha il passamontagna Con alle sue spalle Squarta ai piatti e Luca Martelli alla batteria, Mezzosangue sale sul palco fedele al suo passamontagna e l’attesa si trasforma in adrenalina di fronte a un mostro da palcoscenico del genere. L’MCing  è nelle rime e nel flow, Mezzo ci intrattiene e ci riporta nell’atmosfera del vero Hip Hop. Più di un live, il SVA CVIQVE PERSONA TOUR ( che tradotto diventa: “A ciascuno la propria maschera”: «È il titolo di un quadro del XVI secolo esposto agli Uffizi, e rappresenta il concetto che ciascuno ha la propria maschera».) è una cerimonia collettiva. Sotto quel passamontagna non c’è semplicemente un viso, Mezzosangue ha detto «Sotto non c’è nessuna faccia, nessun nome, solo un’idea che parla». Il live di giovedì a Napoli è stato l’ennesima conferma che Mezzosangue e il suo pubblico sono un solo corpo, […]

... continua la lettura
Libri

Il silenzio dopo l’amore: il romanzo di Daniel Cundari | Recensione

Parla subito chiaro, Daniel Cundari, sin dalla prima pagina e questa sua schiettezza la trascina con sé per l’intero romanzo. Le sue prima formulazione è una domanda retorica – forse autocritica mista ad autoironia o forse incredulità-:«Chi sarebbe capace di pubblicare un romanzo scritto da uno come me e composto da una sola e interminabile frase?» Sembrava assurdo? Eppure lo ha fatto la Ferrari editore, il romanzo è Il silenzio dopo l’amore, il suo autore Daniel Cundari. Daniel Cundari ha scritto un antiromanzo Daniel Cundari ha scritto un  romanzo che è “un’unica e interminabile” frase o una frase che è diventata un romanzo. Quanto sarebbe utile definire Il silenzio dopo l’amore un anti-romanzo? Meglio sarebbe liberarci da ogni classificazione di sorta, mandare al diavolo le convenzioni formali e concentrarci sulla forza di questo libro perturbante. Immaginiamo allora una notte interminabile, una notte d’insonnia selvaggia che scava la testa come un lombrico malato e il cervello inizia a fare le flessioni e si stanca instancabile cimentandosi in un esercizio di scrittura che chiameremmo flusso di coscienza, stream of consciousness, che non bada alla punteggiatura, né alle buone maniere, ma dà sfogo a una mente in fermento. Daniel Cundari è precursore e inventore del ‘Repentismo Cutise’, una scienza/spettacolo originata dal canto d’improvviso. Non ci stupiamo allora della maestria e dell’abilità in suo possesso nel gestire un prosa scorrevole e veloce, fatta di cambi di prospettiva repentini mai scanditi da segni di punteggiatura che non siano virgole; una prosa che nei suoi voli pindarici, in meno di cento pagine accoglie in sé temi e motivi attualissimi e vari che includono ogni aspetto del presente. Né ci stupiamo che l’autore citi Louis-Ferdinand Céline:« Al principio era l’emozione: ho voluto sempre una prosa che nasca dalla Musica, senza mediazioni.» Il risultato è che Il silenzio dopo l’amore di Daniel Cundari è un rigurgito che odora di carta, è un corpo che copiosamente sanguina coordinate e invettive. Questo libro così piccolo, che per contenerlo basta una mano o una tasca, è un docile e ostinato resoconto del nostro tempo: siamo noi uomini un insulto a noi stessi, su un pianeta colmo di lestofanti e maleducazione, tutti affetti da “pecorismo acuto” di massa o dalla malattia del secolo- la depressione e l’ansia- e quando gli ansiolitici non bastano, ecco ricorriamo alla violenza, allo stupro, al denaro, alle scommesse, alle bombe del secolo del Capitalismo dove ancora si sente dire “Fascismo! Comunismo!”. Nel Silenzio dopo l’amore, Daniel Cundari si sofferma e si dilaga in parole sferzanti e veritiere che – nonostante tutto, nonostante lo schifo, la Nausea, la Noia – paradossalmente celano ancora fiducia e speranza nel genere umano: occorre il barbaro coraggio dei poeti, si sa, e Daniel Cundari è un poeta attratto dagli emarginati e dai folli consapevole del fatto che il folle è un diverso, è un genio. Nonostante tutto: l’amore, i libri, la cultura Nonostante tutto, Daniel Cundari è convinto che in un mondo in cancrena, dove si diffonde veloce un colera di massa, […]

... continua la lettura
Libri

Cuorebomba di Dario Levantino, un romanzo dedicato ai cani di periferia

Dopo il suo esordio Di niente e di nessuno, Dario Levantino è al suo secondo romanzo Cuorebomba edito Fazi Editore. Palermitano, Dario Levantino ritorna alla sua terra e a quella di Di niente e di nessuno ambientando anche Cuorebomba  nella periferia di Palermo, Brancaccio, una “periferia” che rispetta ogni stereotipo: abbandonata a se stessa, dimenticata dallo Stato, in preda alla violenza e alla droga, sottomessa al potere delle “famiglie”. Brancaccio è un luogo che accoglie nel suo putrido e puzzolente grembo di cemento armato gli emarginati, gli esclusi dai salotti borghesi della Palermo bene. Da qui Dario Levantino dà alito a una voce che dalla periferia grida l’ingiustizia dell’abbandono. Da qui continua e ri-parte la storia di Rosario, un ragazzo adolescente che ha il nome di suo nonno Rosario (e non solo, Rosario è il nome che Dario Levantino ha voluto dargli perché è un nome che sa di casa, è il nome di suo padre) e la sua storia è l’emblema della nostra epoca. Cuorebomba: la storia di Rosario Dopo l’abbandono del padre, ora in carcere per spaccio di sostanze dopanti, Rosario rimane solo con la mamma a Brancaccio. In casa loro la luce è sempre spenta, c’è puzza di chiuso e l’aria ha il gusto acre dell’abbandono. La mamma di Rosario, abbattuta dal dolore dell’abbandono del marito, si è ammalata di anoressia e Rosario cerca in ogni modo a lui possibile di aiutarla a guarire, fino a supplicarla di mangiare ormai stufo di essere complice di un abbandono suicida. Le sue suppliche però non bastano, Rosario da solo non ce la fa. Il silenzio di quelle quattro mura fatte per due viene brutalmente spezzato dai servizi sociali. La mamma di Rosario viene portata via, il ragazzo affidato a una casa famiglia. La vita di Rosario diventa sempre più difficile, ma soprattutto solitaria. Costretto alle rigidità di una casa famiglia dove le figure genitoriali non fanno che sfruttare il denaro destinato alla cura del ragazzo, Rosario risponde con la violenza, diventa insofferente, urla la verità, non sta al gioco. Ma il suo fare ribelle lo tiene lontano dalla mamma per un tempo sempre maggiore, è questa la minaccia con cui tenerlo a bada. Una sola frase pronuncerebbe Rosario per convincere il giudice dei minori a ricongiungerlo alla madre: «Me matri è beddha comu ‘na rrosa picchì è ‘u me ciatu, picchì addhuma i iuinnati nivure.» “Mia madre è bella come una rosa perché è il mio fiato, perché accende le giornate nere.” In città Rosario non è solo: c’è Jonathan, il suo cane, e poi c’è Anna, una ragazza normale che non c’ha nessun difetto. Anna è carismatica, ha un anno in più a Rosario e gli insegna a baciare. Con lui fa l’amore, lo incanta e lo spaventa allo stesso tempo, come il precipizio al tredicesimo piano. A Rosario piace: «il carattere urgente del suo parlare, il suo modo rude di comunicare creando conflitto per distruggere e ricostruire; mi sembra un diavolo che mi sussurra all orecchio il […]

... continua la lettura
Culturalmente

Ate, figlia di Eris. La dea dell’inganno che fu cacciata dall’Olimpo

Ate, figlia di Eris. Cosa ci racconta la mitologia greca sulla dea dell’inganno. Figlia maggiore di Zeus ed Eris, dea della discordia, così viene definita Ate da Omero: « Antica figlia di Zeus, Ate rovinosa, che tutti acceca. » Il suo nome in greco antico significa inganno, rovina, scelleratezza. Ancora secondo Omero, ed anche secondo Esiodo, Ate sconvolge l’animo umano turbandolo con inganni, incubi e immagini sconcertanti. Perfino Zeus ne subì il colpo. Ate fa infatti parte della schiera di divinità minori che abitano l’Olimpo. O meglio, abitavano l’Olimpo, visto che Zeus decise di punirla cacciandola definitivamente dal monte degli dei. Ma cosa aveva fatto Ate per meritarsi una punizione del genere? Ate, figlia di Eris: il mito Tutto avvenne la notte della nascita di Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena (nipote di Perseo), quando il re dell’Olimpo si vantò che il nascituro, primo discendente della stirpe di Perseo, avrebbe regnato su Argo e sugli argivi, con la totale supremazia. Zeus fu però persuaso da Ate, sotto istigazione di Era, a trasformare quel vanto in giuramento. Così Era, viola d’invidia per essere stata tradita con Alcmena, tramite Ilizia, dea delle parti, fece sì che a nascere per primo non fosse più Eracle, di cui ritardò la nascita di tre mesi, ma Euristeo, ancora al settimo mese del concepimento. Euristeo, nato prematuramente e quindi primo nipote di Perseo, giovò della promessa di Zeus. Eracle fu invece a lui sottomesso e obbligato a compiere le “dodici fatiche”. Zeus, venuto a sapere della verità e colto da una collera furiosa, si scagliò contro Ate che lo aveva reso cieco all’inganno della moglie Era, poi la prese per i capelli e la scaraventò sulla terra, esiliandola per sempre dall’Olimpo. Stando a quello che racconta Apollodoro, Ate fu scagliata su una collina in Frigia, in una località che prese il suo nome. Nello stesso luogo Zeus vi scaraventò Palladio e Ilo vi fondò Troia. Da allora Ate vaga sulla terra, i suoi piedi non toccano il suolo, ella cammina sul capo dei mortali e come un angelo cattivo inosservata persuade e inganna gli uomini per indurli in errore. L’istante in cui domina Ate, la mente umana è offuscata, cieca e irrazionale, mossa appunto da una forza superiore. Tuttavia Zeus non le lasciò campo libero. Per contrastare i suoi danni, il dio dell’Olimpo generò le Preghiere; le così dette Litai avevano il compito di prendersi cura dei mortali compromessi da Ate. Coloro che si rivelavano sordi alle Preghiere venivano, per mezzo di Zeus, fatti perseguitare dalla stessa dea Ate. Spesso Ate viene confusa con Eris. Per alcuni non fu Eris, ma Ate a lasciar cadere durante il banchetto di nozze di Peleo e Teti, la mela d’oro destinata “alla più bella”. Sappiamo che con la mela della discordia nacque la disputa tra Era, Atena e Afrodite e che la mela andò a quest’ultima per mezzo del parere di Paride. Si erano gettate le premesse per la guerra di Troia. Il peccato di Hybris Il […]

... continua la lettura
Libri

Graffi, il romanzo di esordio di Claudia Squitieri | Recensione

Graffi di Claudia Squitieri: un romanzo edito Capponi editore. Leggi qui la nostra recensione! Campana, classe ’71, Claudia Squitieri ha esordito con “Graffi”, un romanzo che racconta la storia di Diana e Serena, amiche sin dall’infanzia unite dallo stesso destino di essere orfane. In Graffi è Diana a ripercorrere le sue memorie in prima persona, alternandole a brevi componimenti poetici, profonde riflessioni e uno scambio epistolare tra lei e Serena, l’ancora alla quale ricorre quando “le onde diventano troppo alte”. Serena è come uno specchio per Diana: è il destinatario di quelle lettere intrise di paure, dubbi, sconforto ma anche di consigli, dritte, rassicurazioni. Forse Serena è Diana stessa, l’altro sé, che riconosce come tale solo alla fine. Graffi ci appare allora come un lungo e urlante monologo con la coscienza necessario per far chiarezza nell’anima e nella mente di Diana che attraverso il percorso romanzato della sua esistenza, riesce finalmente a guardare con oggettività la sua intera vita, sciogliere dubbi irrisolti, ritrovare la pace con se stessa. Claudia Squitieri racconta in Graffi qualcosa che conosce bene: l’adozione La protagonista di Graffi si lascia andare al racconto della sua vita, a partire dall’infanzia, passando per il duro distacco da Serena che viene adottata, riscoprendo l’astio tra sé e sua mamma, ormai morta, per poi essere travolta dalla paura della scoperta di essere stata adottata. Tutto è minato da squarci di analisi personali e ondate di emozioni. Graffi è, per questo, un romanzo scorrevole in cui la semplicità si fonde con profondità riflessiva. Claudia Squitieri è accomunata a Diana e Serena dalla stessa esperienza d’adozione. Con il suo romanzo, ha voluto raccontare qualcosa che conosce bene per descriverne tutte le emozioni che provoca con sincerità, senza filtri né artifici retorici. «L’adozione crea un’interruzione – come quella della spina strappata dall’interruttore. Per creare il contatto ci vuole un po’ di tempo, e non sempre si riesce a recuperare il cavo». Ma cosa vuol dire, scoprire di essere stata adottata? Il confronto con l’abbandono si palesa per Diana quando lei è già adulta. Di fronte a questa notizia, però, si riscopre fragile come una bambina, stordita tra la consapevolezza dell’aver sempre saputo tutto e il rumore di una vita che si disgrega in un istante azzerando e dilatando all’infinito il tempo passato. Schiacciata dalla necessità di reinterpretare le certezze acquisite nella pergamena degli anni passati nell’ansia di perderle del tutto, la protagonista di Graffi acquista lucidità solo attraverso la voce di Serena, l’unica al mondo che riesce a comprenderla. E Claudia Squitieri, portavoce di entrambe, riesce a rendere nitida la sensazione di un abbandono e lo smarrimento di chi non può che vedere la sua intera esistenza come un unico grande inganno. «Un fulmine in testa provocherebbe meno sconquasso di questa notizia. Molti troverebbero esagerato questo paragone, ma gli altri non sanno cosa vuol dire sentirsi morire. Tu e io invece sì, conosciamo la vertigine che ti coglie all’improvviso e la sensazione che ne deriva, lo smarrimento che si insedia nella mente, la […]

... continua la lettura
Recensioni

Aldo Simeone e il suo esordio “Per chi è la notte”: la Garfagnana magica e terrificante dei partigiani

Aldo Simeone ha pubblicato con la Fazi Editore il suo primo romanzo Per chi è la notte: un racconto ambientato nella Garfagnana ai tempi del fascismo che si sviluppa tra le fronde oscure di Bosconero, un borgo infestato di magia e superstizione, una “favolosa Linea Gotica” attraversata da forze naziste e partigiane. Qui vive Francesco, un ragazzino di undici anni che la guerra non l’ha mai vista, ma che è figlio di un disertore. Suo padre, ex carbonaio, è sparito con l’inizio della guerra: addentratosi nel bosco non è mai più ritornato. Francesco non sa se il padre è vivo o morto, forse lo hanno preso gli streghi: «Anime cattive – morti, forse. Vanno dopo il tramonto, in processione al lume di candela, e, se li incontri, ti chiedono:  «Per chi è la notte? Se sai la risposta, puoi andare. Sennò, fingono di riaccompagnarti a casa, ma in realtà resti con loro per sempre. » È per questo che nel Bosco non ci si può entrare, al bosco è vietato anche solo pensarci. Ma l’ossessiva curiosità mista alla paura, questo impulso di violare il confine è la colpa che Francesco Pacifico porta con sé fin dalla nascita. «Così il bosco venne lui a cercarmi, e aveva labbra sottili e occhi verdi per convincermi a dargli la mano.» È Tommaso, un ragazzino che ha attraversato il bosco per sfuggire al vero nemico (la guerra) e che anzi il nemico lo conosce bene, che aiuterà Francesco a sciogliere l’interrogativo che gli urla in testa: «Per chi è la notte? » Per chi è la notte: Aldo Simeone ha scritto  un romanzo sulla fine dell’infanzia L’esordio di Aldo Simeone è stato definito un libro sulla fine dell’infanzia. Il bosco simboleggia questa fine, il bosco – che ha in inizio, ma che non si sa dove finisce, il bosco abitato dagli streghi, dai giganti, dalla Gatta Marella che rapisce i bambini o da capri che sono demoni … –  è la soglia che Pacifico deve superare per crescere: attraversarlo significa riconoscere la realtà della guerra e con essa la possibilità che il padre sia morto, morto da partigiano. Pacifico è vissuto nelle superstizioni, nei racconti spaventosi della nonna, nel timore costante del bosco. Il binomio paura-speranza accompagna Pacifico per tutto il racconto: stare alla larga dai pericoli, rifugiarsi nella paura degli streghi lo protegge dal male vero nella speranza che basti stargli alla larga per non cascarci dentro. In un luogo in cui la guerra accade e viene dimenticata, naturale come la morte, Aldo Simeone apre uno squarcio di fiaba e orrore insieme, in una delle terre che hanno visto le più sanguinose stragi della Seconda Guerra mondiale, lo scrittore pisano ambienta la storia di un’amicizia e la forza che ne deriva. L’arrivo di Tommaso è fondamentale per Pacifico: è questo ragazzo dai capelli rossi che lo riaggancia alla realtà, è grazie a lui che Pacifico infrange  tutti i divieti e finalmente cresce. «Passai in rassegna i divieti infranti da quando avevo conosciuto Tommaso, […]

... continua la lettura