Quando volano gli alberi all’auditorium di Santa Lucia

Quando volano gli alberi

Dal 17 al 20 giugno all’auditorium di Santa Lucia va in scena Quando volano gli alberi. Drammaturgia e regia di Enrico Forte.

Dal 17 al 20 giugno, nell’atmosfera laica e sacrale dell’auditorium di Santa Lucia di Gaeta, si intersecano come rami più espressioni artistiche: danza, teatro, musica e arti visive. Dalla collaborazione del teatro Laboratorio di Limosa, OperaPrima teatro e la compagnia di danza PinDoc prende vita uno spettacolo a forma di albero, un’opera-tronco, frutto maturo del gesto di rilegatura dei diversi e frammentari lavori d’improvvisazione, a cura del maestro Enrico Forte.

Sulla passerella-palco si esibiscono in ordine sparso: Agnese Chiara D’apuzzo, Vera Cavallaro, Edda Di Laudadio, Ada Filosa, Enzo Santoro, Greta Tirelli, Angela Tedesco, Adelfina Pimpinella, Enrica Di Maio, Bruna Agnoni, Ivonne Marchiori, Marcella Garau, Zahira Silvestri, Beatrice D’amelio, Chiara Marianetti, Sarah Turchini.

La drammaturgia e regia di Enrico Forte colpisce per la poetica capacità – che ricorda molto da vicino l’andare a capo del verso, in grado di legare una parola a quella successiva – di cucire insieme le emozioni reali degli uomini-attori con quelle personali del sé autoriale.

Quando volano gli alberi, recensione

Quando volano gli alberi è la messa in scena di vive maschere che, come comuni mortali, sfilano, danzano, giocano a simulare e si nascondono dietro la mimica facciale ma, come eteree creature, imparano a planare.

Seduti l’uno accanto all’altro, senza alcun distanziamento fisico ed emotivo dagli artisti, gli spettatori sono chiamati a partecipare a una comune attività di teatro-terapia. La non consueta vicinanza rispetto agli attori è così stretta da consentirci di sentire il loro respiro, di osservarli dritto negli occhi, di entrare in contatto con le loro più recondite paure e insicurezze e, al contempo, di ammirare la loro attraente e imperfetta fisicità. I movimenti sono in slow-motion, delicati e sensuali, i loro piedi paiono appena sfiorare la terra. Gli interpreti vogliono comunicare il timore di sentirsi radicati o, al contrario, il desiderio di sollevarsi dalla superficie, con la stessa leggerezza e facilità di palloncini ad elio.

Di importanza cruciale – ci svela, come un segreto professionale, una delle attrici dopo l’esibizione – è la ritmica. Di fatti il ritmo, in alcuni momenti lento e pacato delle movenze, e le voci impercettibili dei silenzi ci trasportano in uno stato sensoriale a metà tra l’onirico e il soprannaturale. In altri istanti più o meno lunghi della rappresentazione, il ritmo si fa via via più concitato, l’atmosfera rocambolesca, si comincia a ridere e a divertirsi come bimbi innocenti e spensierati. È questo l’effetto delle due maschere commentatrici che aprono l’immaginario sipario, della presenza di un arlecchino riesumato e reinventato in maniera originalissima che dialoga con un’altra “guarattella” di origine meridionale. I personaggi in questione – che, con esplicito riferimento letterario, rievocano la coppia protagonista di Aspettando Godot – stupiscono il pubblico con capriole acrobatiche. Lo spettatore si sente, però, anche beffeggiato da queste figure che, con astrusi dialoghi e improvvisi componimenti poetici, lo confondono e lo rendono partecipe di giocosi voli pindarici.

Il battibecco scherzoso diviene in pochi attimi più serioso e, senza alcun cambiamento di tono, i due affrontano anche temi esistenziali, sondando l’impenetrabile e dolceamaro terreno dell’emozionalità specificamente umana. «Sono infelice e non ricordo il perché», una delle frasi più significative caratterizzate da ripetitività. La reiterazione sembra attraversare tutti e tre i livelli della produzione creativa: quello rappresentativo della natura e del fiorire degli alberi, quello comico, bizzarro e spontaneo della commedia dell’arte e, infine, quello più complesso e strettamente antropologico legato alla fragilità e alla follia, analizzate come origini del senso d’inadeguatezza dell’umano.

Va da sé che, in questo variegato miscuglio di generi e forme, la mente si annebbia e diventa incapace di razionalizzare tutti gli stimoli e le nozioni, e di rielaborare i numerosissimi aforismi, versi e frammenti di testo. Per dare un’idea dello spessore dei riferimenti intellettuali presenti, tra gli autori nell’immediato riconoscibili, basta citare: Calvino, Cervantes, Baudelaire, Beckett, Carroll, e ve ne sarebbero altri ancora. Si comprende che, forse, lo scopo reale della creazione teatrale è proprio quello di farci perdere il controllo, di metterci nella condizione in cui c’è poco da pensare e da capire e molto più da immaginare e sentire. Se ci si lascia coinvolgere in questa intenzione, che costituisce l’anima autentica e profonda del tutto, il pieno godimento è assicurato e anche la malinconia si trasforma in piacere: Godot arriva.

In una frazione di tempo limitato, che corrisponde a quello della recita, sembra racchiusa la durata intera di una vita, o meglio, del percorso di formazione dell’uomo che dall’infantile entusiasmo per il mondo e le cose, dallo stato di primordiale meraviglia con cui osserva il Creato, passa alla presa di coscienza della sua complessità e problematicità. Questa consapevolezza corrisponde allo stato di disillusione in cui gli adulti sono costretti alla finzione, all’ostentazione, alla lussuria, alla prevaricazione: tutte strategie emergenziali necessarie alla sopravvivenza. A questa fase ne segue un’altra, che, con una spinta verticalista, si avvicina molto alla salvezza. Questo processo evolutivo avviene, però, solo in alcuni individui che hanno la virtù di mutare la sofferenza in un prezioso dono.

Se i protagonisti, che sono poi tutti gli attori presenti sulla scena, si rivelano capaci di descrivere – senza dire una sola parola – la difficoltà e la bellezza di intraprendere un simile viaggio, l’unica cosa che a noi è dato di fare è lasciarci prendere per mano. Farsi guidare da volti che si celano dietro un cerone bianco non è un compito facile. Quando la messa in discussione di sé raggiunge livelli così spinosi a tal punto da diventare insopportabile, ecco che la follia esplode come una liberazione e un riparo: i palloncini cominciano a volare alti, le barchette sono trascinate dalla corrente, sugli alberi crescono le verdi foglie, i teatranti tirano fuori la loro personalissima dimensione animale. Per la prima volta li sentiamo parlare, e capiamo che il loro lato più viscerale, matto e bestiale è, in verità, irrimediabilmente e squisitamente poetico.

Quando volano gli alberi è uno sguardo caleidoscopico sulle varie sfumature colorate che accompagnano le emozioni: dalla tristezza alla gioia, dalla sanità alla malattia, dalla nevrosi alla sana follia. Alla fine, quando le luci si riaccendono, è il pubblico che resta lì a sedere, come allucinato, ad applaudire “all’impazzata”.

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A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureata in Filologia moderna.

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