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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 942 articoli

Libri

Cristina Henríquez, Anche noi l’America. Una storia di speranza e immigrazione

Una storia corale di immigrazione e speranza si intreccia al quotidiano della famiglia Rivera, giunti negli Stati Uniti dal Messico. In libreria la nuova edizione di Anche noi l’America, romanzo di Cristina Henríquez, pubblicato in Italia dalla NN editore e tradotto da Roberto Serrai. Human rights, freedom, justice, equality. Parole che risaltano sullo sfondo a stelle e strisce della copertina italiana di “The book of Unknown Americans”, un titolo che annullandosi raddoppia nella traduzione di Roberto Serrai, ispirato ad una potentissima poesia di Langston Hughes, come si legge nella nota del traduttore: «vedranno la mia bellezza e ne avranno vergogna: anch’io sono l’America». Io sono America, noi siamo America. Un tempo e ancora oggi, purtroppo, dove c’è chi deve ribadire la propria appartenenza e i propri diritti, contro muri immaginari e una politica che sembra andare a ritroso. Una realtà mondiale, come è corale questo romanzo. E quale storia potrebbe essere più attuale di Anche noi l’America? Ci sono Alma, Arturo e Maribel Rivera, una famiglia messicana che compie la traversata guardando indietro con occhi malinconici e in avanti colmi di speranza. La loro scelta però è atipica rispetto alla maggior parte dei latinoamericani che tentano di fare fortuna attraversando illegalmente e disperatamente il confine; infatti, i coniugi Rivera giungono nel Delaware per iscrivere la figlia Maribel ad una scuola adatta alla sua condizione di salute, dopo l’incidente che le ha causato una lesione cerebrale e un conseguente ritardo mentale. Qualsiasi possibile confronto temporale, come afferma il personaggio di Alma nel romanzo, si trova tra il “prima” e “dopo” l’incidente: la gioia della famiglia dipende da Maribel, e tutto vibra nella speranza di guarigione, nella speranza che la sua essenza possa essere restituita al presente. Così, la famiglia varca il confine, segue la legge, compila moduli, aspetta. Difficile non pensare al recente evento di cronaca, la foto che immortala padre e figlia morti nel Rio Grande mentre tentavano di abbandonare il Paese. L’ostacolo è dietro l’angolo, il sapore della sconfitta sembra essere più forte che mai. Gli anni di Anche noi l’America sono però un pochino precedenti agli attuali eventi; è il tempo in cui Obama veniva eletto Presidente, pronto ad inaugurare una nuova era per gli Stati Uniti e il mondo intero, al suono di human rights, freedom, justice, equality, per dare voce all’emarginato, e scrivere un nuovo capitolo della storia in cui al termine “immigrato” l’accezione cambia. A rifletterci, quanto può cambiare il corso del tempo in una manciata di anni? Se questo romanzo fosse stato scritto poco dopo? Cosa ne sarebbe stato della famiglia Rivera e degli altri componenti descritti da Cristina Henríquez? Forse non molto: l’adolescente Mayor Toro, figlio di Rafael e Celia giunti da Panama negli Stati Uniti quindici anni prima, si sarebbe comunque innamorato follemente di Maribel, sarebbe comunque riuscito a guardare nel profondo dei suoi occhi senza giudicarla, accompagnandola nei pensieri e aspettando il suo sorriso come unica ragione di vita. E ad interrompere l’idillio, ad infrangere il sogno americano, la storia d’amore […]

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Teatro

Perla Navarra in Edward mani di forbice

Recensione dello spettacolo Edward mani di Forbice, in scena al Maschio Angioino per la regia di Perla Navarra Una volta, tanti e tanti anni fa, viveva in quel castello un inventore, e tra le tante cose che faceva, si racconta che diede vita ad un uomo. Un uomo con tutti gli organi: un cuore, un cervello, tutto. Beh, quasi tutto. Perché vedi, l’inventore era molto vecchio, e morì prima di finire l’uomo da lui stesso creato. Da allora, l’uomo fu abbandonato, senza un papà, incompleto e tutto solo. Il suo nome era Edward. Un balcone, una nonna e una bambina avida di storie. Inizia così la piece Edward mani di forbice, andata in scena domenica, 14 luglio, nella meravigliosa cornice del Maschio Angioino, per la regia di Perla Navarra. Inizia così una delle favole meglio riuscite del regista americano Tim Burton. Il Maschio Angioino diventa il castello sulle cui scale e nelle cui ombre si nasconde Edward, un triste assemblaggio di parti umane, che si ritrova delle lame al posto delle mani. Vissuto da sempre in solitudine, viene d’improvviso catapultato tra la gente, nel mondo frivolo e conservatore della sua epoca. Edward mani di forbice, una fiaba gotica per la regia di Perla Navarra Una fiabesca, surreale commedia malincolica, fedele alla pellicola, che accende le luci sulla solitudine, sul dolore, sulla tristezza, ma soprattutto sulla bellezza che si cela nel “diverso”. Edward, come uno scrigno, mostra la sua immensa e inspiegabile bellezza solo a chi ne possiede le chiavi, solo a chi è dotato di quella sensibilità che permette di andare oltre la forma. Suscita molta curiosità, dettata dalla sua diversità: sarà prima accolto, fino quasi a diventare un mito, per poi essere ripudiato e ricacciato nel castello. Eppure lui, al quale le forbici, negano persino la possibilità dell’abbraccio, è capace di sentimenti puri, delicati, come l’amore per Kim, figlia della donna che lo ospita fuori dal castello. Estremamente attuale l’affascinante rivisitazione del tema della diversità, figlia della mente geniale di Tim Burton, e ben rappresentata dalla compagnia la Chiave di Artemysia, guidata da Perla Navarra. Estremamente attuale la critica del perbenismo borghese e dello strato superficiale che lo contraddistingue, smascherato dalla presenza di Edward che ne mostra il lato feroce e ipocrita. Estremamente attuale e necessario l’invito all’apertura verso la diversità, in un buio momento storico del nostro paese, che costruisce muri e fomenta odio verso il debole, verso il diverso, verso l’altro.   EDWARD MANI DI FORBICE REGIA Perla Navarra DRAMMATURGIA Livia Bertè IN SCENA Danilo Rovani, Livia Berté, Milena Pugliese, Diletta Acanfora, Flavio D’Alma, Annamaria Prisco, Nicola Caianiello FonteFoto:https://www.facebook.com/lachiavediartemysia/photos/p.695151167572370/695151167572370/?type=1&theater

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Recensioni

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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Recensioni

”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’interiorità di Luigi Pirandello e Marta Abba

In scena l’11 ed il 12 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival in Sala Assoli, lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”: l’intensa rappresentazione del conflitto interiore di una donna, Marta Abba, allieva e musa ispiratrice del celebre scrittore e drammaturgo italiano del Novecento Luigi Pirandello. La prima nazionale al NTF per la regia di Arturo Armone Caruso, testo di Katia Appiso e con una coinvolgente ed appassionata Elena Arvigo nei panni della giovane Marta. L’interiorità della musa ispiratrice senza eguali di Luigi Pirandello Collocato temporalmente nel 10 dicembre 1936, è lo spettacolo ”Non domandarmi di me, Marta mia”, data importante poiché segna quella che è la morte di uno dei più celebri artisti del Novecento italiano: Luigi Pirandello. Geograficamente collocato nella città di New York e più precisamente nella camera della giovane attrice Marta Abba, viene così presentata una delle più intense introspezioni nell’animo di una donna profondamente segnata dall’incontro, dalle esperienze vissute insieme e dalla morte del suo maestro. In una notte di veglia insonne vengono fuori tutti i mostri sotto il letto di Marta immensamente turbata e scossa dalla perdita appena subita. E così ripercorre il suo percorso con il maestro, tra lettere ricevute e pensieri mai detti tra il 1926 ed il 1936. Lettere che la donna legge con un tale trasporto ed una tale malinconia, che solo chi ha davvero amato una persona con sincera devozione riesce a provare. A partire dall’ultima ricevuta, scritta a lei qualche giorno prima di morire, alle prime in cui Pirandello stesso si rivolgeva a lei come musa ispiratrice e le dedicava ogni singola parola con attenzione e senza mai dire nulla di non intensamente pensato e sentito. Piovono poi i numerosi ricordi dei testi scritti appositamente per lei e di tutti i personaggi da lei interpretati che l’hanno fatta diventare un’attrice di fama nazionale e non, conquistando in poco tempo sia la critica, che gli spettatori più accaniti. Tra Marta Abba e Pirandello Un personaggio in continua ricerca quello di Marta Abba, magistralmente interpretata da Elena Arvigo che ha saputo cogliere tutte le sfumature di una personalità così singolare come quella dell’attrice. Una personalità che vuole cercare ed allo stesso tempo trovare ogni minimo frammento di ricordo che possa in qualche modo collegarla alla figura del maestro, alla figura di un qualcuno che ormai non c’è più e che ha lasciato un’inguaribile ferita sulla pelle della giovane. Una ferita che solo il ricordo può lontanamente risanare, ma mai definitivamente. Nell’oscurità della sua camera di New York, tra suoni psichedelici e luci ad intermittenza, si trasforma man mano l’inquietudine di Marta Abba in uno spazio che è un ”caleidoscopico comporsi e scomporsi di inquadrature” che influenzano e trascinano il testo e lo spettacolo in un vortice di emozioni sensoriali, ma soprattutto in un turbine di sentimenti così tanto altalenanti, senza eguali e, allo stesso tempo, intensamente forti. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/non-domandarmi-di-me-marta-mia/

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Recensioni

Il paradiso perduto. Leela debutta al Teatro Grande di Pompei

Un micro cosmo bicolore, fatto di ombre, voci soffocate e corpi. “Il paradiso perduto. Leela”, una produzione del Teatro Stabile di Napoli, con coreografie di Noa Wertheim in collaborazione con la Vertigo Dance Company, ha debuttato l’11 luglio 2019 al Teatro Grande di Pompei e sarà in scena fino al 13. Il titolo, un calco del poema seicentesco del poeta inglese John Milton, ne richiama il tema della caduta dell’uomo dall’Eden, con tutte le conseguenze legate al conflitto individuale tra libera volontà e condizionamento sociale. Le forze primordiali del desiderio e della tentazione esplodono e invadono la platea attraverso una danza che coinvolge ogni parte del corpo, oltre che dell’anima. Un conflitto, che però talvolta è comunione, unione, fusione. La volontà di emanciparsi da una forza esterna e coatta è estremamente evidente. Il paradiso perduto: la danza delle anime La scena si apre con una diagonale di corpi e anime che sfilano lungo un fascio di luce. Il primo contatto è quello del volto, delle menti, degli occhi, prima ancora che quello delle mani. A due a due i corpi si toccano ed è come se il fascio di energia vitale, che parte da ognuno, si scontrasse con quello con il quale viene a contatto, dando vita talvolta ad uno scontro, altre volte a una vera e propria fusione. E quelle mani che si uniscono per scontrarsi, talvolta si fanno da parte, nella ricerca spasmodica di contatti corporali, di abbracci tra corpi che si ritrovano uniti nello stesso destino di caduta e, forse, di perdizione. Prima un uomo e una donna che lottano, unendosi e respingendosi di continuo, poi donna e donna, uomo e uomo. Nelle coppie non v’è distinzione e l’energia che emanano è identica. La lotta è senza tregua, e il cuore, il centro propulsore della forza vitale, batte fino a materializzarsi al di fuori del corpo stesso attraverso un movimento ondulatorio che lo fa precipitare verso il basso. Non sono solo i corpi a vibrare, ma le anime stesse, in movimenti che da fluidi diventano concitati, così interiori da proseguire al di là delle note; la danza, forma d’arte inscindibile dalla base musicale, è spesso in questo micro-cosmo, indipendente, e i movimenti non si interrompono, come a rispecchiare e richiamare una melodia interiore, una danza silenziosa ma mai muta. Il conflitto, da lotta interiore si esteriorizza attraverso il contatto: le mani di tutti vanno a sovrapporsi, e la testa, la mente, il centro propulsore della razionalità, il contrario dell’istinto rappresentato dal cuore che batte, diviene il centro del contatto. Le mani, come fili conduttori, costringono la mente sotto il proprio giogo, e solo per brevi istanti il corpo riesce a distaccarsene, allontanandosi. Ma un’attrazione magnetica lo richiama a sé. La lotta per l’emancipazione dell’io è continua e impervia. Man mano ogni corpo se ne distacca, lasciando perplesso lo spettatore su quanto tale scelta implichi un condizionamento portato a compimento, o un vero e proprio distacco. La scena si colora in un unico momento, quello emblematico della fusione di […]

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Teatro

”Processo a Fellini”: la rabbia di una donna in scena in Galleria Toledo

In scena l’11 luglio 2019 al Napoli Teatro Festival presso il Teatro Stabile D’Innovazione Galleria Toledo lo spettacolo ”Processo a Fellini”: uno struggente ed intenso progetto teatrale di Mariano Lamberti con testo di Riccardo Pechini, interpretato da Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati, che portano sul palco le mille sfumature dei sentimenti di una donna, Giulietta Masina, moglie del noto regista Federico Fellini e tutte le influenze che essere ciò le comportava. Federico Fellini e Giulietta Masina in Processo a Fellini: un amore al di là dei riflettori In tutta la sua più cruda realtà, in tutta la sua più necessaria esigenza di esprimersi, Caterina Gramaglia porta sul palco l’essenza di una donna frustrata e rassegnata a vivere all’ombra di un marito troppo famoso e allo stesso tempo non propriamente rispettoso della moglie che aveva al suo fianco. Processo a Fellini è un percorso di singolare introspezione della donna, ripercorrendo tutte quelle che erano le sue fragilità, il suo abuso di alcol, i suoi tradimenti, ma soprattutto la sua disperazione nel sapere dei continui tradimenti di un marito poco presente fisicamente, ma troppo presente spiritualmente perché l’eco della sua fama arrivasse alle orecchie di tutti e facesse sì che la moglie fosse quasi completamente spogliata di una propria identità e vista solo come ”la moglie di”. Eccellente interpretazione di Giulio Forges Davanzati il quale riesce a cambiare rapidamente personaggio, ma comunque restando costante in un modo di stare sul palco e di trasmettere determinate emozioni, degno di un vero professionista. Nelle vesti di Federico Fellini o in quelle di Marcello Mastroianni, cambiando modalità e passando da un amico che comprende ad un marito che totalmente ignora il malessere di una moglie che andava man mano regredendo e che portava sul viso, sugli occhi, sulla pelle quelli che erano i segni di una relazione marcia, ma solo al di là dei riflettori e, quindi, del mondo intero. Le lacrime di Giulietta Già interprete di uno spettacolo su Giulietta Masina, ”Le lacrime di Giulietta”, l’attrice ormai riveste il ruolo del personaggio in maniera impeccabile, riuscendo a trasmettere tutto il lavoro che esce fuori quasi come un thriller psicologico nei confronti di una Giulietta delusa, amareggiata, ma allo stesso tempo mai stanca di seguire il marito, eterno ed inguaribile traditore, anche in capo al mondo. Un volto nuovo ad una figura di un’attrice eccellente che era l’iniziale musa ispiratrice del regista, che sotto i riflettori dell’epoca appariva come un essere rivestito di purezza infantile, mentre alle spalle vi era celata una donna consapevole, adulta, vendicativa, umiliata, rabbiosa e piena di mostri sotto il letto man mano che il tempo e gli anni passavano. Mariano Lamberti porta così sul palco del Napoli Teatro Festival ”Processo a Fellini”, uno degli spettacoli-rivelazione di questo Festival, un testo crudo, ma allo stesso tempo così forte, diretto e reale. Fonte immagine: https://www.napoliteatrofestival.it/spettacolo/processo-a-fellini/

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Teatro

Bartleby di Melville un tenero scrivano: Leo Gullotta al Teatro Sannazaro

Un’anteprima nazionale di rilievo attira al Napoli Teatro Festival 2019 l’attenzione che esso merita nel panorama culturale estivo della città partenopea. Martedì 9 e mercoledì 10 luglio, al Teatro Sannazaro di via Chiaia, è andato infatti in scena un classico della letteratura moderna che ha fatto registrare il tutto esaurito ad entrambe le rappresentazioni. Bartleby lo scrivano – il celebre racconto di Herman Melville datato 1853 – è stato proposto nel riadattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Emanuele Gamba, che soltanto nel 2020 comincerà il suo tour teatrale in giro per l’Italia. A vestire i panni del protagonista Bartleby è Leo Gullotta, volto noto ed amato dagli spettatori che ne hanno applaudito più volte la performance. Funziona l’interazione sul palco con il resto degli attori: con le due brave attrici Giuliana Colzi e Lucia Socci, e con i tre convincenti Andrea Costagli, Dimitri Frosali e Massimo Salvianti. La sceneggiatura è fedele al racconto originale, la scenografia essenziale e le luci e le musiche sapientemente indovinate. Non appena si apre il sipario, compare ciò che ne costituirà l’ambientazione centrale: tre scrivanie, cinque sedie e cinque lampade accanto ad esse. Una porta sullo sfondo che nasconde un bagno e un lavandino. Fa il suo ingresso Rita, la donna delle pulizie armata di straccio e spazzolone: non le sfugge una briciola nel suo pulire in lungo e in largo quel luogo così sobrio pieno di faldoni, fascicoli, e carta per scrivere. Uno ad uno fanno poi il loro ingresso coloro che a quel luogo conferiscono la giusta atmosfera: uno studio legale diretto da un avvocato senza nome, apparentemente buono e giusto, aiutato dai suoi tre dipendenti Turkey, Nippers e Miss Ginger, che in questa versione è una donna e dunque differisce dal fattorino Ginger Nut melvilliano.Le caratteristiche dei personaggi sono altrimenti rispettate: Turkey è un modello di efficienza al mattino, ma dopo pranzo diventa insolente e scontroso; Nippers è invece intrattabile al mattino ma dà il suo meglio di pomeriggio. I ritmi dello studio si susseguono simili ed uguali, cadenzati da una musica da “loop” che li accompagna, finché il principale non decide di assumere un nuovo scrivano. All’annuncio di lavoro risponde Bartleby, che si presenta in ufficio vestito di grigio, un colore non casuale volto ad amplificarne la cifra antracite di fondo. Gullotta rispecchia in tutto e per tutto la “gentilezza cadaverica” che deve impersonare. Bartleby lavora come il più dedito degli scrivani: non ha eguali per la bravura nel redigere, la rapidità di esecuzione, l’assenza di errori. Ma non appena gli viene chiesta una qualsiasi cosa che esuli dalla mansione per cui è stato assunto, egli rifiuta con la battuta ferma che l’ha reso celebre nella storia della letteratura: «I would prefer not to», qui reso con un grave: «Avrei preferenza di no». C’è stupore, incredulità, malumore, un turbinio di reazioni incresciose e contrarie girano attorno alla solidità dello scrivano che fa tutt’uno con la sua sedia alla scrivania e puntualmente preferisce non fare altro che ciò che deve […]

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Teatro

The Handmaid’s Tale, racconto distopico di una donna-oggetto

È andato in scena il 6 luglio alla Galleria Toledo The Handmaid’s Tale- Il racconto dell’Ancella, spettacolo tratto dal romanzo di Margaret Atwood, con la regia di Graziano Piazza. Non ci sono dialoghi ma solo un lungo, intenso monologo, recitato dalla talentuosa Viola Graziosi, che con grande pathos trasporta lo spettatore nel distopico mondo di Gilead, dove la donna è tale solo se in grado di partorire un figlio. Le altre sono non-donne, ribelli, amorali, usurpatrici indegne di un corpo fatto esclusivamente per generare vite. The Handmaid’s Tale e la lotta per la rivendicazione del corpo femminile A Gilead, la famiglia non può certo dirsi “tradizionale”: è composta da un Capitano, una moglie sterile e un’ancella fertile, utilizzata come mero strumento di concepimento. Una volta adempiuto al loro dovere, le ancelle vengono allontanate dal bambino che hanno messo al mondo, che diventa a pieno titolo figlio “legittimo” dei padroni. Difred è l’Ancella del Capitano Fred Waterford, sposato con Serena Joy, e come tutte le altre indossa un lungo abito rosso, il colore del sangue, e un cappellino bianco con le alette che servono a coprire il volto, mascherando la sua femminilità. Le ancelle passeggiano  due a due, con il capo chino, rompendo il silenzio per pronunciare espressioni come Benedetto il frutto, Possa il signore schiudere, Il signore ci ha mandato bel tempo, Sia lode. Un repertorio di frasi di circostanza che diventa l’unico modo per comunicare, dato che i libri sono stati mandati al rogo e scrivere è severamente vietato. L’unica lettura concessa è la Bibbia, testo ritenuto utile per l’educazione di donne devote e sottomesse all’autorità del pater familias. June lavora nel campo dell’editoria, è sposata con Luke ed è madre di una bambina. Immagina di comprare una casa grande col giardino e l’altalena, poco importa il fatto che non può permettersela: è una giovane donna libera, padrona del suo corpo e della sua mente, piena di entusiasmo, passione e curiosità, circondata dalle persone che ama. Dopo una guerra civile la vita di June viene completamente stravolta, perché il regime teocratico totalitario di Gilead prende il comando nella zona un tempo conosciuta come Stati Uniti e le donne in età fertile vengono allontanate dalle loro famiglie per trasformarsi in incubatrici a servizio di ricchi senza scrupoli. È così che June diventa (proprietà) Di-Fred, costretta a subire la mortificazione del suo corpo di donna attraverso un atto sessuale che non può essere chiamato copulazione, dato che manca il consenso di entrambi i partner, né stupro, in quanto è stato sottoscritto un accordo. Il tutto sotto gli occhi di Serena, che a differenza delle altre mogli non prova malvagia soddisfazione ma solo inerme disgusto e repulsione. Chi di noi sta peggio, lei o io?  Viola Graziosi portavoce dei diritti delle donne La scena si apre con una serie di scarpe rosse disposte sul palco, richiamando l’immagine delle manifestazioni contro la violenza sulle donne. Ed è proprio di violenza che si parla ne Il racconto dell’ancella, lettura scenica elaborata da Loredana Lipperini per […]

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Teatro

Il Principe e la Luna, un viaggio onirico: a cura di Mario Autore

Il Principe e la Luna di Mario Autore: il ritorno della compagnia Teatro in Fabula al Napoli Teatro Festival. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità”. Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupéry Per il Napoli Teatro Festival Italia 2019, Teatro in Fabula ha presentato alla Galleria Toledo Il Principe e la Luna, uno spettacolo con Giuseppe Cerrone e Melissa Di Genova. Il progetto, le musiche originali e la regia a cura di Mario Autore, i costumi e gli elementi scenici di Federica Pirone. Protagonista del racconto è Louìs, che trascorre il suo tempo nel testardo tentativo di raggiungere la luna. Puntualmente fallisce, ma la sua aspirazione lo induce a ritentare ogni volta. L’incontro con una ragazzina di nome Lea spinge lo strampalato inventore a ripercorrere la storia dei suoi tentativi.  Chi ha detto che i sogni devono restare chiusi nel cassetto? Bisognerebbe non smettere mai di realizzare i propri sogni, o almeno provarci, perché, in fondo, anche questo è un modo di sentirsi vivi. Lo sa bene Louìs, che, dando voce al bambino che è in lui, si adopera per raggiungere la luna, di cui si scopre innamorato una sera qualunque e, affrontando peripezie di ogni genere, riesce a raggiungerla.  Louìs, interpretato con estrema bravura dall’istrionico Giuseppe Cerrone, pur con un linguaggio incomprensibile, riesce attraverso la sua mimica a far arrivare al pubblico il campionario infinito dei suoi sentimenti, tanto belli, quanto semplici e incontaminati, con la complicità di una meravigliosa Melissa Di Genova, che veste i panni di Lea.  Inevitabile non pensare al Piccolo Principe e al suo sguardo sul mondo tanto profondo, quanto lontano dalla superficialità del mondo dei grandi, ciechi verso tutto ciò che davvero conta nella vita, se è vero che l’essenziale è invisibile agli occhi. Il Principe e la Luna di Mario Autore, spettacolo decisamente sui generis Il Principe e la Luna, uno spettacolo che colpisce, rapisce, stupisce, per il suo carattere estremamente poco convenzionale, per la sua scenografia dai tratti onirici, che ricorda le tinte fiabesche delle pellicole di Wes Anderson; per i suoi personaggi che sembrano usciti da un libro di storie per bambini; per la trama, che pur nella sua semplicità, si fa portavoce di un messaggio significativo: l’importanza dei sogni e della visione incantata della vita che l’età tende a portar via, perché tutti i grandi sono stati piccoli, ma pochi di essi se ne ricordano. Note dell’Autore Lo spettacolo è concepito come una forma di pantomima, in cui la componente sonora e musicale fa da drammaturgia, sostenendo ritmicamente ed emotivamente la scena.  La lingua è un grammelot arcaico, una sorta di lingua primitiva e meticcia, un pidgin infantile. La musica riprodotta, tutta originale, ripropone in forma sonora gli ambienti immaginari dei protagonisti. I riferimenti sono il cinema muto, i personaggi anomali, buffi ed alieni, i cartoni Pixar e i maestri Charlie Chaplin e Buster Keaton, il circo teatro. Il Principe e la Luna è una ricerca sul desiderio: il desiderio quale motore […]

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Teatro

Tu, mio al Real Orto Botanico con Nico Ciliberti

Il Real Orto Botanico di Napoli continua a essere l’ideale palcoscenico per la rassegna estiva di spettacoli Brividi d’Estate 2019, organizzata da Il Pozzo e il Pendolo. È la volta di Tu, mio, tratto dall’omonimo testo di Erri De Luca, egregiamente interpretato da Nico Ciliberti, accompagnato dalle musiche dal vivo di Giacinto Piracci, per la regia di Annamaria Russo. In una calda sera d’estate, attraversando viali circondati da fitte piante, un piccolo palchetto illuminato qui e lì da candele di luce fioca e traballante, perfette per accogliere lo spettatore ed immergerlo in un’atmosfera suggestiva. Sul palco Nico Ciliberti, accompagnato alla chitarra da Giacinto Piracci, si destreggia tra le pagine di un libro affascinante e coinvolgente. Sembra di sentire la salsedine del mare e i profumi di un’isola perduta. Il ragazzo e il mare, e sullo sfondo i cocci di una guerra appena terminata, che lascia un piccolo spazio ad una rinata speranza, alla vita che ricomincia. In un piccolo paese del meridione italiano nel dopoguerra, un io-narrante sedicenne vive la sua «estate brutale di amore e di furore», a contatto con le regole inflessibili del mare, tra le parole sagge dello zio e le conversazioni sulla guerra con il pescatore Nicola, che è stato soldato sul fronte orientale. Il protagonista si misura con un mondo che  non conosce, libero, ma anche interessato a quella Storia di guerra che ormai si sta seppellendo anche nei racconti dei reduci. Erri De Luca non descrive un tormentato Agostino, piuttosto pare riproporre in chiave più problematica la spinta vitale del giovane Arturo morantiano, sullo sfondo di un paesaggio-personaggio almeno topograficamente affine. Proprio l’isola, infatti, è il luogo d’incontro con una ragazza di qualche anno più grande che, per uno strano sortilegio, vede rivivere nel ragazzo il fantasma del padre ucciso dai tedeschi. Lei è Caia, o Hàiele, come si dovrebbe pronunciare, un’ebrea che si finge romena per sfuggire al pregiudizio sulla sua razza ancora inculcato nella mente di chi ha vissuto. Difatti, sarà proprio il pescatore Nicola a rivelare il “losco segreto” al protagonista, sarà proprio chi ha vissuto quella realtà fatta di odio e vendetta a ricordare il suono di quel nome. “Guagliò, che brutta carogna è a guerra. […] Che vuoi sapere, tu sei venuto quando non c’era più niente, né tedeschi, né ebbrei, solo americani hai visto tu […]. Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri. Tenevamo vent’anni, ci hanno pestato come le olive e come le olive non abbiamo fatto rumore. Erano ebbree, ci chiedevano di salvare i bambini, ce li mettevano in braccio a noi soldati italiani che eravamo i nemici e noi non potevamo fare niente.” – tuona Nico Ciliberti con un accento perfetto. Il giovane si ritrova ad affrontare una relazione alquanto particolare con Caia, interpretando il ruolo del padre perduto. Piuttosto che vivere una classica storia d’amore adolescenziale, il protagonista assume dunque più volte  gli atteggiamenti e l’intonazione di voce del padre di Caia, in un […]

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