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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 906 articoli

Teatro

Il teatro Sannazaro presenta una stagione ricca e variegata

Il teatro Sannazaro di Napoli è riconosciuto dai cittadini partenopei come il teatro della tradizione, dove trovano giusta collocazione le prose più classiche. Con al sua elegante struttura, i decori dorati e i rivestimenti di pregio, mantiene un forte legame con le sue radici, rispettando e salutando anche il pubblico della contemporaneità. Ma quest’anno, la stagione teatrale 2019-2020 fa un salto definitivo nella scelta degli spettacoli offerti. Seppure la propensione a restare attento e vigile nei confronti delle proposte più moderne si era già fatta notare negli ultimi anni, il nuovo programma porta definitivamente a compimento questa visione. Un cartellone ricco di offerte, che spazia dai modelli dei grandi classici ad innovative proposte contemporanee con la regia e le performance di artisti noti e giovanissimi talenti. Stagione teatrale 2019-2020 tra tradizione e modernità La nuova stagione stringe forte la mano al teatro più tradizionale con spettacoli che vedono il coinvolgimento di artisti del calibro di Peppe Barra con I fantasmi del Monsignore. A seguire Eduardo Traglia con Quanto spazio tra di noi che lo vedrà protagonista con Veronica Mazza; Enzo de Caro in Non è vero ma ci credo di Peppino de Filippo per la regia di Leo Muscato. Il nuovo Cafè Chantant di Lara Sansone un vero classico del teatro Sannazaro, Masaniello di Armando Pugliese ed Elvio Porta, con un cast numerosissimo e con la partecipazione di Leopoldo Mastelloni. Una Tragedia Reale di Giuseppe Patroni Griffi per la regia di Francesco Saponaro con Andrea Renzi, Lara Sansone, Luciano Saltarelli, Ingrid Sansone. Il nuovo lavoro di Benedetto Casillo,  I papà nascono negli armadi ed ancora Casa di frontiera scritto e diretto da Gianfelice Imparato con Francesco Procopio. Non mancano, come anticipato, le incursioni dedicate al teatro contemporaneo sotto l’ala degli eterni modelli Platonov di Anton Cechov con Michele Sinisi, ma anche Tutta casa letto e chiesa di Dario Fo e Franca Rame con Valentina Lodovini. Un borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami con Massimo Dapporto. Pochos uno spettacolo di Benedetto Sicca; Molière/Il Misantropo diretto ed interpretato da Valter Malosti, Non Farmi perdere tempo con Lunetta Savino per la regia di Massimo Andrei. Cassandra con Elisabetta Pozzi, Trascendi e Sali con Alessandro Bergonzoni. L’opera olofonica di Luca Cedrola, Offelia, con Graziano Piazza e Viola Graziosi che si avvale delle musiche di Arturo Annecchino. Modo Minore con Enzo Moscato. Ettore Bassi nel Sindaco Pescatore, tratto da Dario Vassallo testi di Edoardo Erba per la regia di Enrico Maria Lamanna. E Scende giù per Toledo di Giuseppe Patroni Griffi, con Arturo Cirillo. Il cartellone prosegue nella presentazione degli spettacoli di riconosciutissime identità artistiche che andranno in scena le Prime di Settimana, aprendo le porte del teatro Sannazaro anche nei giorni non classicamente dedicati al teatro. Si tratta di Tornò al nido di Titina de Filippo diretto ed interpretato da Antonella Stefanucci con Carmine Borrino, Luciana de Falco, Gino Curcione, Adele Pandolfi, Eva Sabelli  ed ancora Moby Dick, la bestia dentro regia di Davide Sacco con Stefano Sabelli e Gianmarco Saurino. Nummere spettacolo sull’antica arte della tombola napoletana di e con Gino Curcione; Io […]

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Teatro

Sogno di una notte di mezza estate, Shakespeare tra Eros e Freud

Sogno di una notte di mezza estate, recensione dello spettacolo di Gianmarco Cesario Alle cose più umili e vili e senza pregio l’amore può dare forma e dignità; l’amore non guarda con gli occhi, ma con gli affetti e perciò l’alato Cupido viene dipinto bendato; l’amore non ha il gusto del distinguere: alato e cieco, è tutta foga senza giudizio; perciò si dice che l’amore è un fanciullo: perché nelle scelte sbaglia quasi sempre. Pochi autori nella letteratura sono stati in grado di definire i labili e incostanti tratti dell’amore come il bardo. Nelle sue opere, infatti, William Shakespeare scandaglia per poi raccontare verso dopo verso, atto dopo atto, il sentimento in tutte le sue forme, dalle più innocenti e puerili alle più tragiche ed estreme. E in questa operazione, in questo suo studio dello scibile amoroso umano, egli anticipa quelli che saranno poi gli studi psicologici di Freud. Un esempio è riscontrabile in “A midnight summer dream” (Sogno di una notte di mezza estate), in cui la trasposizione onirica e surreale delle emozioni provate dai personaggi non è altro che un transfer del loro subconscio. Un subconscio che è destinato a rimanere tale e non arrivare mai al livello successivo di consapevolezza, a causa della società e delle sue dinamiche ancor più perverse. Su questo aspetto Gianmarco Cesario ha improntato la sua particolare riscrittura dell’omonima opera shakesperiana, che ieri è andata in scena nel Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore, nel corso della rassegna, di cui è anche il direttore artistico, “Tutto il mondo è palcoscenico”. Nella splendida cripta – uno dei tesori sconosciuti di Napoli – il regista e i suoi attori hanno incantato gli stanti con una rappresentazione dalla spiccata vis comica, nella quale l’elemento farsesco della rappresentazione di Piramo e Tisbe degli artigiani, e delle sue prove nel bosco, è arricchita da una caratterizzazione napoletana del gruppo (Capechiuovo, Strummolo e Zeppola sono i loro nomi). Sogno di una notte di mezza estate, tra Eros e folletti In Sogno di una notte di mezza estate è presente, come anticipato pocanzi, uno dei più famosi esempi di transfer onirico della letteratura inglese. Il mondo di Oberon, re degli elfi, del folletto Puck e della regina delle fate Titania, non è altro che uno scenario fantastico in cui l’Es possa esprimersi senza remore, senza rischiare di trovare ostacoli come invece accade nella città, paragonabile per questo al Super-io. Interessante è notare, inoltre, come praticamente tutte le tipologie di amore siano presenti sulla scena. Analizzando le varie coppie troviamo: l’amore ottenuto con la violenza (quello di Teseo e Ippolita), quello sincero e corrisposto (di Ermia e Lisandro), quello imposto (Ermia e Demetrio), quello non ricambiato (di Elena per Demetrio), quello perverso (di Titania e Bottom), quello dalla conclusione tragica (di Piramo e Tisbe), quello “incestuoso” (Egeo ed Ermia, Titania con il ragazzo indiano) e quello infedele (Titania e Oberon). Sogno o realtà? Il finale della commedia di William Shakespeare vede ancora una volta il sogno protagonista. Il monologo […]

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Teatro

Carmine Del Grosso al Kestè. Una comedy tra amici

Si è esibito sabato 18 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli il comedian beneventano Carmine Del Grosso. Il suo spettacolo intitolato #Solo si è presentato come una vera e propria chiacchierata tra amici. Confidenze e confronti sulla realtà quotidiana dei trentenni sono state messe a nudo su un palco intimo. Carmine Del Grosso, un uomo semplice e atipico del Sud Carmine sale sul palco intorno alla mezzanotte. Un orario insolito per lui, non abituato ad esibirsi così tardi. “Sono di Benevento, l’Isernia del Sud. Qualcuno ci è mai stato?”. Le sue prime parole denotano subito un tono colloquiale, dimesso, fraterno. Lo show si apre con riflessioni personali sul meteo che sta cambiando. “Ho rischiato davvero di non essere qui stasera a causa di una brutta influenza intestinale dovuta ai cambiamenti climatici. Quante stagioni ci sono in una settimana?”. Le considerazioni sul clima impazzito si soffermano sul personaggio di Greta, la piccola attivista svedese che allarma la società col problema del Global Warming. “Come fa una ragazza di 16 anni a parlare davanti ai politici? Noi italiani chi avremmo potuto mandare al Parlamento Europeo? Il ragazzino di ‘saluta Antonio?’”.  Da uomo del Sud trapiantato al Nord, Del Grosso ci racconta di quanto viaggi spesso scegliendo le soluzioni low cost. Ryan Air e Flixbus sono la sua prima scelta. “Una volta ho viaggiato su un Flixbus (che è la Ryan Air degli autobus) e l’autista era così umile da averci detto: vi ringrazio per avermi fatto viaggiare con voi”. Dalle incertezze degli spostamenti con i mezzi di trasporto, Del Grosso passa alla “follia dei social network” e all’influenza che questi assumono nella nostra società. “Avete notato quelle immagini condivise su Facebook dove la gente scrive ‘Amen’ per fare in modo che, ad esempio, un bambino africano non venga mutilato? Immagino il social media manager di Facebook che va in Africa e ferma un’esecuzione dicendo: Stop! Siamo arrivati a 1000 like!“. La vita del trentenne è davvero strana per Carmine: “Sia gli adulti che i bambini mi danno del Lei”. Racconta di avere mille paranoie, di andare la mattina presto in palestra insieme agli anziani e di divertirsi a stare la sera a casa guardando Un Giorno in Pretura alla televisione.  Ed è ancora più strano per lui essere del Sud ma vivere da astemio: “Quando devo chiedere ad una donna di uscire non so come fare dato che non bevo. Cosa le offro? Del cibo?”. Carmine e la sua vita da single al Nord “Perché una persona del Sud va a vivere al Nord? Parliamoci chiaramente. Lo fa solo per la carriera!”. Milano è per Del Grosso la città del marketing, dove tutto è in vendita, anche le cose più brutte. La gente non ha il tempo di innamorarsi  e lui non sa come relazionarsi in una città così frenetica. “Il mio coinquilino gay ha una vita sentimentale più felice della mia. Lo invidio!”. La ricerca del successo in una società competitiva porta, inevitabilmente, alla perdita dell’umiltà e della semplicità. “Posso […]

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Teatro

Carmine Del Grosso, un comedian beneventano al Nord

Carmine Del Grosso si esibirà domani alle ore 22.00 alla Stand Up Comedy del Kestè di Napoli Carmine, oltre ad essere un comedian, è anche autore e speaker radiofonico. Il suo show #Solo, uno spettacolo tra amici si presenta, appunto, come una semplice “chiacchierata tra amici” in cui dialogare e confrontarsi sui problemi della nostra società. Vincitore del Premio Ottovolante nel 2012, Del Grosso fa parte della StandUp Comedy di Sky Italia. Lo abbiamo intervistato prima della performance. Ciao, Carmine. Ci parli di te e della tua comicità? Sono beneventano e vivo a Milano da 5 anni. Ho scoperto la comicità a Roma dove ho frequentato l’Accademia Teatrale e alcuni laboratori comici. Sono sia autore che attore comico. Ho collaborato come autore per la Rai e attualmente faccio parte del team della StandUp Comedy di Sky Italia. Sto girando l’Italia con lo spettacolo intitolato #Solo. La mia comicità si basa sulla visione della realtà attraverso gli occhi dissacranti di un trentenne. Molte delle cose che racconto sono autobiografiche e altre parlano del nostro rapporto coi social network. Sono un campano atipico. Il mio accento e il mio stile di vita non vengono riconosciuti come campani. Sono astemio e non mangio molti carboidrati.  Credi ci siano delle differenze tra la Comedy Americana e quella Italiana? Mi fa piacere rispondere a questa domanda, perché, di solito, mi viene chiesto soltanto se c’è differenza tra il cabaret e la comedy. Noi abbiamo una tradizione diversa da quella americana, parlo di usi e costumi, di modi di fare. Veniamo dalla Commedia dell’Arte. C’è soprattutto una linea generale che tutti i comici del Mondo seguono: salire sul palco con i panni di se stessi. I monologhi possono essere satirici, oppure analizzano semplicemente la realtà quotidiana. Questo è il clima che troviamo ovunque, cambia solo il metodo. La percezione dell’arrivo della comedy in Italia è stata distorta. Si pensava fosse una sorta di satira accelerata e quindi si è creata una frattura comunicativa. Solo grazie a Netflix, negli ultimi 5 anni, siamo arrivati ad un’espansione verso un pubblico di giovani ed è questo il vero successo della comedy italiana. I ragazzi prima non andavano più agli spettacoli dei comici. Pensi che le barriere tra la comicità del Nord  e quella del Sud Italia siano state superate? A me piace quando ci si prende in giro sulle proprie origini. Molto probabilmente ci sono ancora delle differenze tra Nord e Sud ed è giusto che ci siano, parlo di differenze culturali. La comicità si basa su un’alterazione della realtà. Quindi se io sono nato a Napoli e voglio prendere in giro una persona che è nata a Milano lo faccio. L’importante è che ci sia parità tra i due. Quando un milanese mi sfotte chiamandomi terrone, non me la prendo perché cerco di sfotterlo di conseguenza. Bisogna essere alla pari nella presa in giro, non deve esserci alcun scalino tra le due parti. Abbiamo invece superato l’idea che chi è nato al Sud abbia una marcia in meno. Puoi […]

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Recensioni

Ranavuottoli: nei panni delle sorellastre di Cenerentola al Piccolo Bellini

Ranavuottoli al Piccolo Bellini, dal 14 al 19 maggio: una fiaba deformata, sviscerata e stiracchiata, vista attraverso gli occhi delle due perdenti, Genoveffa e Anastasia. Ranavuottoli: il suono onomatopeico di questa parola, come per associazione istintiva, instilla nelle nostri menti il gracidare di un grosso rospo, dall’aspetto conturbante e magari piazzato sull’orlo di uno stagno. Ranavuottoli: se Cenerentola fosse nata a Napoli, e avesse passato il suo tempo a strizzare stracci e pulire i pavimenti di un vascio napoletano, le sue due sorelle sarebbero state sicuramente dei ranavuottoli, dagli occhi vuoti e velenosi, l’aspetto sgradevole e la lingua biforcuta capace di tagliare il ferro come se fosse burro. Ed è proprio da questa deformazione, che ricorda il grottesco dei cunti di Basile, che nasce lo spettacolo Ranavuottoli  di Roberto Russo e Biagio Musella, a regia di Lello Serao, con Nunzia Schiano, Biagio Musella, Vincenzo Esposito e con la partecipazione in video di Sergio Assisi, Giovanni Esposito, Niko Mucci, Carmen Pommella, Claudia Puglia. Assistere a questo spettacolo significa ritrovarsi scalzi, abbandonare l’acqua placida del mare ed entrare pian piano nelle acque paludose, stagnanti e rimorte dove si bagnano gli imperfetti, gli imprecisi e le cose spezzate. Assistere a Ranavuottoli vuol dire fare spazio alla propria parte rotta e imperfetta, prenderla per mano e farla sedere accanto a sé, nella poltrona del Piccolo Bellini, e trovare il coraggio di guardare questa nostra estensione con rispetto, ironia e brillante leggerezza, smettendo una volta per tutti di sentirci un grumo di cellule informi e senza scopo. Il rovesciamento della fiaba di Cenerentola: non più dalla parte della perfezione di Cenerentola, ma da quella di Anastasia e Genoveffa. Ranavuottoli è uno spettacolo da guardare stringendo saldamente quella parte di noi brutta, rattoppata, rattrappita, che ha sempre urlato per farsi ascoltare e che abbiamo sempre stiracchiato e deformato per cercare di farla accettare al mondo, nascondendola e indorandola come si fa con le pillole troppo dure e difficili da ingoiare. A prima vista, sembrerebbe soltanto uno spettacolo brillante, favorito anche dal linguaggio fresco, colorito e ricco di umori, ma è invece un’elegia amarognola e zuccherata al tempo stesso, di miele e di piccante, che analizza i corpi delle due sorellastre, i ranavuottoli Genoveffa e Anastasia, interpretate magistralmente da un istrionico e camaleontico Biagio Musella e da una rassicurante e quasi materna Nunzia Schiano. La loro recitazione è corporale  e dialettale, e affonda le mani nelle budella della fiaba, torcendole e strizzandole fino a farle penzolare su uno specchio incrinato, che consegna l’immagine di due sorelle che abitano in “Via delle Brutte, 2”, e che hanno fatto della bruttezza il loro stendardo e il loro vessillo, esibendola con una fierezza volgare quasi da vaiasse. Cenerentola? Diviene subito la cessa, l’antitesi dello specchio che consegna una perfezione odiosa e quasi disgustosa, una Cenerentola destinata a una vita densa di ipocrisie e storie d’amore destinate al fallimento, mentre invece la bruttezza delle due sorellastre diviene confortevole, e viene “protetta” sulla scena da una cortina abbassata e trasparente, che rende però tutto fumoso ed evanescente come una visione […]

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Teatro

La comicità noir di Valerio Lundini alla Stand Up Comedy del Kestè

Si è esibito domenica 12 al Kestè di Napoli il comedian romano Valerio Lundini. Con il suo spettacolo Penultima Tappa del Tour Mondiale, Lundini ha portato in scena una comicità noir e surreale fatta di scene quotidiane e luoghi comuni. Valerio Lundini, un comedian dalla risata intuitiva “A volte cerco di raccontare cose che mi sono accadute rendendole divertenti”. Valerio Lundini “gestisce” un’ora e più di spettacolo con uno stile estremamente personale. Gli episodi di vita personale, protagonisti dello show, sono narrati attraverso una naturalezza impacciata mista ad un tono lento e surreale. Lo spettatore deve addentrarsi nei tempi comici di Valerio Lundini che si esprimono con una voce volutamente imprevista. L’italiano medio è il bersaglio preferito di Valerio, il classico cittadino grottesco che si crogiola nella sua ignoranza infastidendo coloro che gli sono attorno. Nel quiz a premi Duce non Duce, un irritato presentatore prova a dialogare con Giovanni da Guidonia, un giocatore tipo che non si sforza di capire il senso del gioco a cui sta partecipando ma approfitta dei cinque minuti di notorietà che la radio gli concede per parlare della sua vita e dei suoi amici. Nell’approfondimento giornalistico di una puntata di Ted Talk, un presentatore altezzoso ci spiega quanto siano diventati dannosi per la nostra società i social network. L’uso smodato di Facebook e delle altre piattaforme vincola la vita dell’essere umano fino ad imprigionarla in una cella. L’impossibilità dell’uomo di staccarsi dalla dipendenza dai social è un allarme dal quale dobbiamo fuggire. Anche in questo pezzo comico lo stereotipo dell’utente normale è oggetto di sberleffo. Il tono serioso e sconcertato di Lundini suscita una risata indotta nello spettatore, causata principalmente da tempi scenici imprevisti. Brillante è la gag sui tabù che mortificano il concetto di sesso nella nostra società. Il comedian ci spiega quanto sia irrazionale far passare per normale il messaggio che ruota attorno alle relazioni serie e rendere immorale la naturalezza dei rapporti sessuali. E lo fa attraverso una narrazione ribaltata che intreccia i ruoli e i significati dei contenuti. Una Stand Up Comedy metateatrale ed alternativa La peculiarità della comedy di Valerio Lundini sta tutta nella sua capacità di rendere metateatrale il proprio spettacolo. Lo show di Valerio è fatto di sketch supportati da video ed immagini. La sua “narrazione nella narrazione” serve a far cadere la quinta parete del palcoscenico. Ma anche il velo della realtà circostante svanisce davanti ai nostri occhi, per rendere più comprensibile il no sense che ci circonda. Tra giornalismo da sciacalli, eccessivi atteggiamenti della comunità contemporanea e prese di posizione di nicchia, Valerio Lundini propone una comicità poco italiana. Punta ad uno stile internazionale che si pone a metà strada tra il gusto retrò e quello futuristico. Ed è per questo motivo che il gradito ritorno di Lundini a Napoli appoggia pienamente il lavoro sperimentalista che il Kestè sta effettuando sulla Stand Up Comedy. Puntare sulla comicità naturale per dare voci a narrazioni coinvolgenti e giovanili. Riunirsi davanti ad un comedian è oggi, per il pubblico, sinonimo […]

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Teatro

Manco per sogno al Tan, una risata vi seppellirà

Il 10 e 11 maggio, al TAN – Teatro Area Nord, è andato in scena “Manco per sogno“, spettacolo prodotto dalla compagnia teatrale Diapason. Lo spettacolo, scritto da Antonio Colursi e Gianpaolo Pasqualino, vede in scena gli stessi insieme a Tano Mongeri, Eleonora Pace e Giulia Mancini. Manco per sogno, qualcosa per cui vivere Se si studia il latino, cosa che ci sentiamo di consigliare a tutti, non si può non soffermarsi, oltre che sugli aspetti linguistici, sulla straordinaria letteratura che ci ha lasciato in eredità. Il teatro latino, ad esempio, è fondamentale per cogliere le evoluzioni e la storia di ciò che vediamo in scena oggi. Una differenza fondamentale, per i latini, era quella tra il dramma e la commedia. Il primo era considerato un teatro “alto”, mentre la commedia era quello “basso”. Ad oggi, la concezione di dramma e commedia sono assai diverse e spesso assistiamo a produzioni dove la differenza tra le due anime è talmente sottile da essere quasi invisibile. Questa trasformazione la dobbiamo al lavoro e alle opere lasciate da tanti artisti nel corso del tempo. “Manco per sogno” si può tranquillamente collocare nel filone della commedia che non è fine a se stessa e non è semplicemente l’occasione per del buon riso. Approfittando, con saggezza, dell’innata vivacità dei dialetti italici, “Manco per sogno” racconta la storia di Noemi, influencer d’assalto, del suo agente e del suo compagno tra il desiderio della prima di maggiore clamore pubblico e il desiderio d’intimità dell’ultimo. Quello che si nota è la scelta degli autori di un fare uso particolare della forte comicità intrinseca nel testo. Se è evidente che il lavoro del duo artistico Pasqualino/Colursi è improntato sul dare all’opera un retrogusto dolce e piacevole, è altrettanto chiara la presenza di un’altra nota di sapore. Allo spettatore vengono posti, seppur come sottotraccia, problematiche reali, concrete e tragiche come quella  della perdita dell’identità e della dipendenza dai social. Ogni cosa però viene mostrata attraverso il gioco di specchi, come il bimbo che osserva il sole posando l’occhio su un vetro affumicato per non bruciarsi. Il destino di Noemi è appeso ad un filo, un filo governato da un vento di like e condivisioni. Solo lo spettatore può decidere quale fine farà, solo a loro è concesso di mettere realmente la parola fine all’opera. Fonte immagine: Ufficio Stampa.    

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Recensioni

Quotidiana mente: il monologo da sold out di Aurora Leone a Caserta

Dopo il grande successo di Italia’s Got Talent, sbarca al Teatro Comunale ”C. Parravano” di Caserta, per una serata ricca di emozioni e divertimento, Aurora Leone con il suo monologo ”Quotidiana mente (Una famiglia a pretesto)”. L’attrice, con la collaborazione ed il patrocinio del comune di Caserta, ha voluto ringraziare la sua città per tutto il supporto ricevuto nelle intense settimane di Italia’s Got Talent, noto programma televisivo in cui Aurora è riuscita ad aggiudicarsi un posto tra i finalisti, portando in scena gratuitamente il suo monologo che ha fatto sorridere e allo stesso tempo commuovere tutti gli italiani. Un monologo da sold out Un monologo che già nel maggio dello scorso anno, per circa tre date, è stato sold out presso il Teatro Civico 14 di Caserta e che è stato il punto di partenza di un percorso che ha portato Aurora Leone davanti ad un pubblico di circa 400 persone. Il monologo inizia con il palco buio e di sottofondo la canzone di Brunori Sas ”Il costume da torero”, poi la giovane attrice casertana fa il suo ingresso in scena mettendo in evidenza, con singolare e sottile comicità, quelli che sono gli aspetti più ”quotidiani” della sua vita. A partire dal ”trauma infantile” della musica propinatale dal padre (sketch ormai famoso in tutta Italia), proseguendo poi con la sua Università, i viaggi, i ricordi d’infanzia, le avventure e le vicende più divertenti vissute con la sua famiglia, ma in particolar modo con i suoi genitori e suo fratello gemello Antonio. Aurora Leone: un mix di originalità e comicità Un mix di originalità e comicità che ha conquistato subito i cuori degli italiani, ma soprattutto dei casertani che dopo lo spettacolo erano tutti in piedi ad applaudire la giovane attrice che a soli 19 anni è riuscita a portare avanti un monologo di circa 70 minuti, coinvolgendo il pubblico e provocando in ogni spettatore tanta ilarità mista a momenti di intensa, e mai banale, riflessione su tematiche ancora oggi forti e presenti nel nostro territorio e non. Il coraggio, quello di Aurora, di mettersi in gioco e di portare avanti i suoi ideali ed il teatro, in cui lei si cimenta a pieno con il suo modo di essere trasparente e spontaneo. Un grande talento, quello dell’attrice casertana, che a piccoli passi è arrivata nel cuore di ogni persona nel modo più diretto possibile e sempre col sorriso sulle labbra. Grazie Aurora e viva il teatro, quello sincero e senza filtri. Fonte immagine: Screenshot da Youtube

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Teatro

Mater Camorra e i suoi figli: zoomorfismo e poesia al Teatro Instabile

Mater Camorra e i suoi figli al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”: zoomorfismo, cruda bestialità e poesia.   Sembra quasi di scendere nell’Ade, calpestando le tavole di legno e respirando l’odore dei corpi, delle scenografie e della folla disposta a cerchio, come in un anfiteatro romano. Questa l’atmosfera che si respira al Teatro Instabile Napoli “Michele Del Grosso”, ruvida e verace perla custodita nello scrigno del centro storico, proprio imboccando il Vico Fico al Purgatorio: dal 10 maggio al 12 maggio, il Teatro Instabile ospita “Mater Camorra e i suoi figli”, adattamento da Brecht di Gianni Sallustro e Nicla Tirozzi, che sono anche i protagonisti dello spettacolo. Lo spettacolo è dedicato a Gaetano  Montanino, a dieci anni dalla sua morte, riconosciuto “vittima del dovere”, con decreto del capo della polizia del 13 marzo 2013, e a tutti i corpi dilaniati e straziati da una macchina cannibale che lacera le carni e i tendini dei figli di quella Mater Camorra che non smette mai di compiere dolorosi parti. Chiunque vorrà vedere questo spettacolo, dovrà armarsi di un solido equilibrio interiore, perché il rischio di risalire dagli inferi col volto bagnato di lacrime e salsedine è altissimo: l’impatto emotivo dello spettacolo tocca le fibre e i nervi più scoperti del corpo degli spettatori, investendoli con luci accecanti, rumori di giungla e stalla, ululati, belati, pigolii e strepitii animali. Un coacervo di attori, giovanissimi, vestiti di nero e con soldi sporchi di sangue appiccicati addosso come sanguisughe, circondano il palco come se fossero fiere scalpitanti, pronte ad azzannare lo spettatore e a morderlo alle caviglie: in uno zoomorfismo inquietante e sensuale al tempo stesso, assumono le sembianze di gatti che si strusciano sulle gambe dello spettatore e gli fanno le fusa, di cani che abbaiano furiosi dalla balconata che sembra un ring, di serpenti che strisciano melliflui e viscidi, mostrando la lingua e le spire, e di volatili che pigolano e camminano in modo ridicolo, in un misto di incredulità e goffaggine. Mater Camorra prende i suoi figli quando sono puri, vergini, e li mastica e li rimescola, sputandoli dalle sue fauci trasfigurati in belve grottesche, in caricature di animali, in subumani che non hanno nelle pieghe del volto nessun tratto umano.   La brutalità di una madre che trasfigura i suoi figli in bestie Parlare di questo spettacolo elencando freddamente una trama, come se si parlasse della lista della spesa o del corredo di nozze, non è possibile proprio perché si sviluppa per immagini, per visioni o, se vogliamo, per allucinazioni. Lo spettatore entra in una spirale di allucinazioni e di vortici onirici, in cui è guidato dalla figura pregnante e quasi titanica di  Madre Coraggio, ossia Anna ‘a  Squarciona, interpretata magistralmente da Nicla Tirozzi, che traina un carro che, sui quattro lati, è intarsiato con quattro sculture che raffigurano le capuane Matres Matutae, che custodiscono i misteri delle vita come delle sfingi imperscrutabili. Nicla Tirozzi non si risparmia sul palco, è materna, rassicurante, ma anche minacciosa e potente come un […]

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Teatro

Trainspotting di Sandro Mabellini al Piccolo Bellini

Dal 7 al 12 maggio al Piccolo Bellini va in scena Trainspotting, con la regia di Sandro Mabellini. Tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, lo spettacolo mette in scena lo squallore e le vicissitudini di chi si ostina a rifiutare le convenzioni di una vita borghese attraverso i paradisi artificiali. Trainspotting di Sandro Mabellini, ieri ed oggi Trainspotting è un’opera che non ha di certo bisogno di presentazioni: arrivato al grande pubblico nel ’93 grazie al film di Danny Boyle, l’opera mostra le scapestrate vite di Mark Renton (interpretato nello spettacolo da Michele Di Giacomo) e dei suoi amici, sempre alla ricerca di un modo per procurarsi la tanto sospirata dose della giornata. Fin dalla prima scena è lampante ciò che il regista vuole comunicare: tutti i personaggi si presentano al pubblico mentre osservano con aria annoiata i treni sfrecciare davanti a loro, metafora del loro disinteresse verso altre potenziali esperienze al di fuori delle droghe pesanti. I motivi che spingono i personaggi a questa deriva sono molteplici e differenti fra loro, anche se quasi tutti hanno in comune il desiderio di rifuggire il dolore, che sia esso causato dalla rottura con la  propria fidanzata o da scelte di vita sbagliate che comportano altri inevitabili drammi. A fare eccezione a questa regola è proprio Mark, che fa della sua dipendenza una vera e propria opposizione alle regole di una società borghese, che impone ai suoi membri un lavoro alienante intervallato solo da brevi pause da dedicare all’industria dell’intrattenimento. Rifiutando questo modello, l’unico concretamente attuabile nell’Inghilterra degli anni ’90, Mark sceglie allora di perseguire la morte, nonostante quest’ultima preferisca restargli intorno piuttosto che portarlo con sé. Così in un susseguirsi di squallide vicende e fugaci prese di coscienza nel delirio collettivo che  spesso accompagna i protagonisti, assistiamo ad alcune delle scene più iconiche dell’opera di Welsh, che conservano intatta la loro potenza concettuale. Ciò è merito anche della didascalica regia di Mabellini, che utilizzando una scenografia minimale e tramite un sapiente uso della musica e delle luci, entrambi elementi portanti della scenografia, reinterpreta senza stravolgerlo un classico senza tempo. Ad accompagnare Mark nel suo viaggio verso il degrado ci sono gli amici di sempre: Tommy (Riccardo Festa), Allison e il rissoso Begbie (interpretati dai poliedrici Valentina Cardinali e Marco Bellocchio) che nonostante non sia un tossicodipendente fa dell’alcool e della violenza la sua eroina personale. Lo spettacolo, della durata di un’ora e mezza, dà allo spettatore la possibilità di comprendere una realtà che appare il più delle volte distante dalla nostra, mostrando come alla base della dipendenza ci sia sopratutto la frustrazione, sentimento comune ad ogni essere umano. Dopo aver assistito alla spasmodica ricerca della sostanza, ai suoi effetti e ai dolori provocati dall’astinenza, è impossibile guardare a questi personaggi con gli stessi occhi carichi di pregiudizi con cui li si condannava prima.

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