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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 972 articoli

Teatro

Vino stories, 4 monologhi alcolici nella rassegna estiva del Tram

Finalmente si torna a teatro! Recensione dello spettacolo “Vino Stories”, testi e regia di Mirko Di Martino, con Titti Nuzzolese, Nello Provenzano, Laura Pagliara, Diego Sommaripa. “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.” Così lo scrittore Charles Baudelaire apostrofava coloro che rinunciavano al piacere di un buon bicchiere di vino. Quello che però il simbolista parigino non dice è che dietro questo gesto, solo in apparenza semplice, si nascondono un crogiolo di rituali, affanni e convenzioni in grado di delineare molte sfumature dell’animo umano. E attorno a quel tavolo, dove calice e liquore d’uva attendono di essere sfiorati, c’è un marasma di situazioni, intrecci, incognite che si susseguono, alternano, incontrano. Ed infatti ognuno di noi ha almeno un aneddoto, una storia, a lieto fine o non, legata al nettare degli dei. Da questo semplice presupposto è partito Mirko di Martino nell’imbastire il suo Vino Stories, che ruota attorno a 4 storie, 4 situazioni legate al vino. Lo spettacolo è andato in scena il 9 e il 10 luglio, nello splendido Giardino Segreto, sito in via Foria 216 Napoli, nel pieno rispetto delle norme anti Covid,   Vino stories, storie di vino 4 storie, 4 vite incidentate in cui il vino è stato colpo di grazie, catalizzatore, triste déjà-vu oppure dolce ricordo. Vino Stories è stato questo, un viaggio itinerante in cui le varie tipologie di vino (dallo spumante al rosso, passando per bianco e rosè) si sono abbinate alla perfezione ai personaggi raccontati nei monologhi. Nel primo, “Sciabole e bollicine”, gli spettatori sono stati catapultati nella mente contorta e labirintica di un simpatico sciabolatore (Nello Provenzano) che, come Napoleone a Lipsia e a Waterloo, non è riuscito pienamente a rialzarsi dopo due terribili cadute. Niente flotte o battaglioni di soldati nemici da fronteggiare, nel suo caso, ma la forza destabilizzante dell’amore che, a volte, è anche peggio. Con “Abbinamenti” di Laura Pagliara si è cambiato registro e location, pur rimando sulla tema amoroso. Al centro del monologo, una donna al primo appuntamento e la sua voglia di non fare brutta figura con l’uomo di cui si sta innamorando, uno che di vini sembrava un vero esperto. Ma l’apparenza è una grande ingannatrice e spesso l’onestà di mostrarsi fragili è l’arma migliore per sedurre chi si ha di fronte. Diego Sommaripa e il suo sommelier in cura psicologica sono stati i protagonisti di “Pietro 5.8“, racconto di un uomo perseguitato dal bigottismo sconsiderato e soffocante della madre che lo ha cresciuto nella astemia più totale. E, come spesso accade in queste situazioni, ciò ha portato il ragazzo a crescere nel mito del vino di cui diventerà un rispettabile esperto. Ma certi traumi non passano e prima o poi ci sarà qualcuno in grado di rinnovarne la forza. Vino stories si è chiuso con “Le seconde nozze di Cana”, monologo di Titti Nuzzolese su una sposa nevrotica e disillusa per colpa della suocera e dell’apatico futuro marito. La citazione biblica non è casuale perché il vino anche per questa storia […]

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Teatro

Gemito L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano al CTF

“Gemito L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano al CTF Napoli 8 luglio- debutta al Campania Teatro Festival nel Giardino Paesaggistico di Porta Miano del Real Bosco di Capodimonte “Gemito – L’arte d’ ‘o pazzo” di Antimo Casertano regista, autore e attore di una piece teatrale che vuol farsi indagine acuta della furia vitale di un pazzo, Vincenzo Gemito, artista e scultore napoletano, povero, nato dal popolo e abbandonato alla nascita nella ruota degli esposti poi battezzato dal suo stesso nome – gèmito- a un destino di dolore e sacrificio; per tutti non più un uomo, ma un genio-folle. “Il genio dell’abbandono” lo aveva chiamato Wanda Marasco nel suo omonimo romanzo e, alla stregua della scrittrice napoletana, il talentuoso Antimo Casertano entra nelle carni dell’artista “Vicienzo” e ne simula l’ossessione tutta cristallizzata nel blocco marmoreo che domina la scena accecando gli spettatori di un bianco allucinante: ricorda il colore di una camicia di forza. La messa in scena, prodotta dalla Compagnia Teatro Insania, Associazione culturale Nartea, ripercorre i momenti più esasperati ed esasperanti della vita di Gemito: la fuga dalla clinica psichiatrica e il ritorno a casa che sancisce l’inizio degli anni di clausura volontaria nello studio di casa dove Nannina, la moglie, interpretata da Daniela Ioia, lo accoglie come una Madonna: seduta in terra, regge Vincenzo adagiato come un Cristo tra le sue braccia. Quella della Ioia è forse la più intensa performance di questo spettacolo: l’irruenza sul piano della vis tragica restituisce nei gesti recitativi e nelle tonalità della voce tutte le paure e le sofferenze di chi, al fianco di un artista considerato folle anche dai suoi stessi familiari, decide di non disertare. Il personaggio di Daniela Ioia, Nannina, non è solo la nenia malinconica che lenisce le sue sfuriate, ma nella testa di Gemito è anch’essa una nemica complice di Salvatore, amico artista, interpretato da Luigi Credendino qui anche voce nella testa di Gemito, nonché suo alter ego, un attore che conferma ancora lo scacco e il dinamismo attoriale vivacissimi che lo contraddistinguono. Quarto tra gli attori in scena è Ciro Kurush Giordano Zangaro: muto e dai passi pesanti, cinto da un’armatura reale, statuario e maiestatico, come fosse la vera statua di Palazzo Reale di Napoli che “Ponta ‘nterra” col dito, sproporzionato e pieno di imperfezioni, è il fantasma del Carlo V di Vincenzo Gemito, causa della crisi irreversibile dell’artista che vede in questa sua scultura la sua dannazione, la fonte di ogni derisione. Ciro Kurush Giordano Zangaro è l’altero busto marmoreo del fallimento di Gemito che gioca con il suo tormento muovendone le fila e lo consuma: è lui la sua “prigione di marmo”. Ma Gemito- L’arte d’ ‘o pazzo di Antimo Casertano non vuole solo raccontare la Passione di un uomo che trascina sulle proprie spalle il blocco granitico della sua arte come fosse una Croce, ma pure arrivare alla catarsi di una possessione maniacale che attanaglia Gemito come artista rappresentativo di tutti gli artisti. Soggiogato dal fascino di un artista napoletano dagli occhi implacabili […]

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Teatro

Sconosciuto. In attesa di rinascita di e con Sergio Del Prete

Sconosciuto. In attesa di rinascita, scritto, diretto e interpretato da Sergio Del Prete, ha debuttato il 30 giugno al Campania Teatro Festival, Sezione Osservatorio. Un uomo in abito scuro taglia il buio con una risata isterica, amara. Inizia a correre in ogni direzione, senza direzione. Il suo movimento è arrestato dal perimetro di neon in cui, a fatica, entra. Un rifugio, un utero materno, o più probabilmente una gabbia le cui sbarre, invisibili, sono proiezioni mentali di un passato che nega il presente, di radici familiari bloccanti come catene, di una periferia che ruba persino i sogni, di tentativi abortiti di una vita che poteva essere ma non è stata, di una vita che poteva non essere, e invece è stata. Sergio Del Prete, non si risparmia in un solo centimetro dello spazio scenico. Fratello, e tuttavia figlio unico, in compagnia della sua solitudine spia il mondo, ai margini del mondo, ai margini della sua stessa vita.  Sessanta minuti per raccontare agli altri, o forse a se stesso, una vita non-vita. Un testo duro, come l’odio verso un padre che esempio non è mai stato. Lirico, come l’amore verso una madre racchiuso nel verde di due occhi. Tagliente, come la denuncia di una terra bugiarda e di una periferia asfissiante, metafora di quella chiusura mentale che siede nei bassi di quartieri degradati come sul velluto dei divani di salotti borghesi. Intimo, come l’amplesso con Marta, una puttana che non si ferma al piacere a pagamento, ma che gli insegna l’amore, la vita, in un mondo che non sa più comunicare. Inquisitorio, come le incessanti domande rivolte a un fratello mai nato, forse alibi necessario con cui assolversi dalla propria incapacità di stare al mondo. Chi è che è veramente morto? Io o tu? Chi è veramente vivo? Io o tu? È proprio la casuale scoperta dell’aborto subìto dalla madre prima della sua nascita a condizionare la sua vita, quel dono che diventa per lui una croce da portare, peso insostenibile per le spalle di un solo uomo che cerca spasmodicamente amore nella conferma di una madre, che cerca il suo posto nel mondo, quel posto che poteva essere di un altro e che di fatto suo non lo è mai stato. Aborto sì tu, ma aborto so’ pure io. Un uomo che pian piano si spoglia davanti a uno specchio interiore in cui non riesce più a guardarsi, accecato da una verità che non fa più luce: ricordi su ricordi, rabbia su rabbia, solitudine su solitudine. Un flusso di coscienza incalzante, destabilizzante, scandito dalla potenza narrativa delle musiche di Francesco Santagata. Uno spettacolo essenziale, vero che non rassicura ma scuote, non forgia risposte ma insinua dubbi. Uno spettacolo necessario, se è vero, citando Neiwiller, che ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi. Sconosciuto. In attesa di rinascita è un viaggio interiore, edipico, nella periferia dell’anima, in una terra senza eroi, in un mare in cui è difficile tuffarsi, ma necessario e […]

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Recensioni

Campania Teatro Festival 2021: Les Folies Napolitaines

Per il Campania Teatro Festival è andato in scena il 1 e 2 luglio lo spettacolo di burlesque Les Folies Napolitaines prodotto dalla scuola Burlesque Cabaret Napoli e diretto da Floriana D’Ammorra nella cornice incantevole del Real Bosco di Capodimonte. Possiamo considerare Les Folies Napolitaines un omaggio alla tradizione degli spettacoli di music hall, varietà e cabaret de Les Folies Bergère di Parigi, che tanto hanno ispirato i lavori di famosi pittori, come Manet e Toulouse-Lautrec. In questo spettacolo si fondono magistralmente l’estetica retrò e un linguaggio, espressioni ed immagini dei giorni nostri. Infatti la sensazione è quella di ritrovarsi in una macchina del tempo che catapulta in un’altra dimensione ed essere comunque in grado di ritrovare aspetti familiari e riconoscibili. Il ritmo dello spettacolo è un continuo salire e lo spettatore può solo che rimanerne incantato. Durante l’esibizione a tenere sempre alta l’attenzione ci pensano Fanny Damour e Marlon Dietrich che, grazie alla loro alchimia e fascino, tra una battuta e qualche battibecco, sono stati il collante tra una performance e l’altra. Fanny è accogliente, sbarazzina e a tratti svampita. Marlon invece ha sempre pronta la risposta giusta, stuzzica con la sua arguzia e caparbietà. Il filo rosso che unisce le perfomance è l’espressione dell’erotismo, che sul palco assume una vera e propria forma e storia. Gli artisti si donano letteralmente al pubblico, rivelando e nascondendo, creando una tensione che non può non stuzzicare la curiosità. Nulla è scontato ed ogni siparietto è riuscito a riempire di meraviglia e sorpresa le facce del pubblico. Gli schemi del fantomatico decoro sociale si trasformano, diventando fluidi e liminali. Sul palco si celebra la bellezza dei corpi in tutte le sue forme, che siano maschili, femminili, statuarie o morbide. Se questo aspetto ha sempre fatto parte del burlesque, ora più che mai si inserisce e contribuisce al contesto del movimento del body positivity. Durante lo spettacolo sono molti gli stereotipi che vengono abbattuti e il clima è festoso, libero e gioioso. Un applauso a tutti gli artisti che si sono esibiti e che hanno reso l’aria magnetica ed elettrizzante: Floriana D’Ammorra in arte Fanny Damour e Roberta della Volpe in arte Roby Roger,  Salvatore Veneruso in arte Marlon Dietrich, gli “sguatteri” della compagnia che ci hanno intrattenuto in un continuum di risate, lo special-guest della serata che da Portland, passando per Vienna, è giunto sul palco del Campania Teatro Festival portando un bagaglio pieno di meraviglie: Russell Brunner. Grazie ad Alessandro Capasso in arte Al Capasso, Chiara D’Agostino in arte Grace Heart, Flora Coppola in arte Madame Flo e Claudia Esposito, la mastodontica bellezza primigenia, in arte Claude Legal.   Fonte immagine: Ufficio Stampa

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Recensioni

Museo del Popolo Estinto di Enzo Moscato al Campania Teatro Festival

“Museo del popolo estinto” è il nuovo progetto scenico di Enzo Moscato che ha debuttato il 29 e 30 giugno a Capodimonte per il Campania Teatro Festival. Composto da vari frammenti testuali, autonomi e nello stesso tempo interdipendenti tra di loro, il plot narra dell’odierna città di N.* (e, con essa, quasi tutte quelle dell’universo mondo) che, travolte dalla negatività e dal debordo, noir, civile, storico, estetico, morale, si sono lasciate con indolenza investire negli ultimi tempi ammalandosi e impestandosi.  Sul palco vediamo Benedetto Casillo, che s’impossessa dei racconti e li frantuma come giocattoli affidati all’umore e ha gesti dispettosi e sguardo ironico; e ancora Vincenzo Arena, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Emilio Massa, Anita Mosca, Antonio Polito, pronti a scatti di tono e di pensiero, avvolti da dubbi e sussulti, irritanti per salti logici e consolanti per sperdute certezze. E tra tutti, grande orchestratore di frammenti ritrovati e messi insieme come per costruire un nuovo “mostro” fatto coi pezzi mal combacianti, c’è Moscato attore nel suo dimesso scegliersi spazi per commenti e nel suo sgomitolare il filo che conduce nelle stanze del suo labirinto composto in sette segmenti che s’intersecano: inquietante protagonista, poeta, drammaturgo, attore, regista, intellettuale di raffinata provocazione del linguaggio e della messa in scena. Il “Museo del Popolo Estinto”: il “Museo” del Teatro che fu Come si fa a mettere in scena il nulla? Infatti, se si tratta (come introduce Moscato) di esporre «la messa a punto e la visione della progressiva ma inarrestabile estinzione, di popolo e di cultura, della “gens neapolitana”», con ciò si espone per l’appunto il nulla, proprio come in un museo: dove ci si mostra non la vita in atto, ma un’antologia più o meno esaustiva dei reperti o relitti della vita di un altro tempo, di epoche spesso lontanissime da noi. Il «Museo» a cui qui allude Moscato («crudelissimo», lo chiama) è anche e specialmente quello del Teatro che, nell’esporre la nuda verità, non dovrebbe e non potrebbe essere mai reticente e connivente con ciò che viene detto “il degrado e a cui è rimasto solo la disperazione” e una lingua che si prefigge un solo, totalizzante scopo, quello di fare a pezzi le parole della tradizione, di una tradizione malintesa e diventata a sua volta un «museo». “Museo del Popolo Estinto” è uno spettacolo che vuole raccontare di una città che dilata il suo spazio ben oltre il confine delineato dalla geografia e scolora, irritante e proterva, nell’universo a cui Enzo Moscato si avvicina ogni tanto, alimentando la sua vena per critici sussulti della rappresentazione e della storia. Lo fa ancora una volta, secondo il suo costume, costruendo sintassi frantumate, compiendo il suo lavoro di archeologo del proprio tempo e cronista di un passato che l’alimenta. Compie il suo viaggio pronto all’incontro con altri viandanti, incamminandosi in compagnia dell’amato Antonin Artaud, alla ricerca di una “vendemmia di sangue” che può essere nutrimento ed è fatale alimento per una città di morti che ritornano in vita. Incastra fili e pezzi di […]

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Libri

Felici contro il mondo, l’appassionante romanzo di Enrico Galiano

“Felici contro il mondo” è l’appassionante romanzo di Enrico Galiano edito da Garzanti editore, l’attesissimo sequel di “Eppure cadiamo felici”. La trama Gioia ha sempre pensato che ci fosse una parola per dare un senso a tutto. Dove quelle che conosceva non potevano arrivare, c’erano quelle delle altre lingue: intraducibili, ma piene di magia. Ora, il quaderno su cui appuntava quelle parole giace dimenticato in un cassonetto. Gioia è diventata la notte del luminoso giorno che era: ha lasciato la scuola e non fa più le sue chiacchierate, belle come viaggi, con il professore di filosofia, Bove. Neanche lui ha le risposte che cerca. Anzi, proprio lui l’ha delusa più di tutti. Dal suo passato emerge un segreto inconfessabile che le fa capire che lui non è come credeva. Gioia non ha più certezze e capisce una volta per tutte che il mondo non è come lo immagina. Che nulla dura per sempre e che tutti, prima o poi, la abbandonano. Come Lo, che dopo averla tenuta stretta tra le braccia ha tradito la sua fiducia: era certa che nulla li avrebbe divisi dopo quello che avevano passato insieme. Invece non è stato così. Gioia non può perdonarlo. Meglio non credere più a nulla. Eppure, Lo e Bove conoscono davvero quella ragazza che non sorride quasi mai, ma che, quando lo fa, risplende come una luce; quella che, ogni giorno, si scrive sul braccio il verso della sua poesia preferita, che a volte cade eppure è felice. È quella la Gioia che deve tornare a galla. Insieme è possibile riemergere dal buio e scrivere un finale diverso. Insieme il rumore del mondo è solo un sussurro che non fa paura. Felici contro il mondo: il romanzo Il romanzo Felici contro il mondo parte fin da subito con la fotografia precisa di due persone, che pur amandosi, non riescono a conciliare tempi, desideri e reazioni. Gioia e Luca, soprannominato Lo, mostrano fin dalle prime pagine pezzi strabilianti del loro carattere. Gioia Spada subirà una sorta di mutazione traslata, da bruco impaurito, ligio al dovere, si trasformerà in una farfalla capace di sferzare le avversità. Importante per la sua caratterizzazione, saranno senz’altro i suoi capelli rossi, e la passione per la fotografia. Se dapprima, Gioia avrà il timore che fare foto sia solo un modo capriccioso di possedere un hobby, col tempo, dinanzi ad email, cattedre e risposte buone, sarà poi capace di conquistare proprio tutti, convincendo prima sé stessa e poi gli altri che il suo non è un mero hobby, ma una passione concreta. Accanto alla protagonista, si staglierà senz’altro la figura di Lo. Il ragazzo, affetto da una sindrome che lo costringe ad ossessionarsi su cose e/o persone, subirà il pressing continuo di chi lo circonda, affinché la sua vita prenda una direzione opposta rispetto a quella di chi ama. Lo è folle, incostante, con una serie di stranezze che caratterizzano in modo particolare il suo personaggio. L’interiorità di Gioia, sarà indagata nel profondo, grazie ai numerosi flashback sulla […]

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Teatro

Il Sogno di una notte di mezza estate firmato Demiurgo

C’è tutto quello che si può chiedere al teatro in questa domenica sera di fine giugno, il calore del giorno che lascia un po’ di tregua e preannuncia una serata di allegria e leggerezza, il mare che si intravede dietro i raggi del sole e gli archi del porticato, uno scenario magico e sospeso nel tempo come solo il Miglio d’oro può regalare e una compagnia di giovani attori che ci hanno ormai abituato alla sorprendente modernità dei grandi classici. In un’atmosfera così non può che essere meraviglioso vivere questa originale e frizzante riproposizione di Sogno di una notte di mezza estate che la compagnia il Demiurgo porta in scena al Romitaggio di Villa Campolieto. Nella rivisitazione che Franco Nappi, regista e interprete, e la compagnia del Demiurgo ci regalano la scena è spostata alla corte di re Ferdinando di Borbone alla vigilia delle sue nozze con Maria Carolina d’Asburgo, interpretata da Sara Missaglia. Il timido e diffidente incontro tra il re Lazzarone e l’austera regina austriaca segna l’inizio di un sogno in cui si alternano personaggi e intrecci ben noti del capolavoro shakespeariano riproposti sotto una luce nuova, più autentica anche se non per questo meno onirica. Ritroviamo così la compagnia strampalata di attori che preparano uno spettacolo per le nozze dei sovrani, le due coppie di amanti i cui alterni amori si sciolgono e si riannodano seguendo i magici intrecci del folletto Puck e infine Oberon e Titania, re e regina del regno delle fate ai cui contrasti si intrecciano le vicende di tutti i personaggi. Il risultato è un’atmosfera onirica nella quale si muovono esseri magici dai contorni reali e personaggi storici circondati da un’aura di magia. L’ambientazione di Sogno di una notte di mezza estate nella Napoli del ‘700 dà a Franco Nappi il pretesto per una trasposizione del testo in una nuova chiave linguistica; ma il Sogno che la compagnia del Demiurgo ci regala non si limita alla definizione di nuove forme e sonorità per le parole del bardo, bensì investe tutti i personaggi di una luce più moderna e vicina ai nostri sogni. Il sogno del Demiurgo è un sogno popolato di personaggi buffi e surreali, ma allo stesso tempo vivi e animati da passioni forti, un sogno sospeso a metà tra realtà e dimensione onirica, un sogno che prende in prestito dalla realtà parole ed emozioni colorandole della magia che solo i sogni sanno regalare ma restituendole infine agli spettatori vive e autentiche.   Fonte immagine: Il Demiurgo

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Teatro

Federico Buffa incanta il bosco di Capodimonte

Recensione di Due pugni guantati di nero con Federico Buffa, sezione SportOpera del Campania Teatro Festival  Ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato.  Esistono storie bellissime ed esistono persone che sono nate per raccontare storie: dal loro incontro si spalancano mondi, ed è proprio ciò che è accaduto lunedì, 28 giugno, nella verdeggiante cornice di Capodimonte, sovrastata da un cielo stellato. Un meraviglioso Federico Buffa ha dato voce, corpo, anima alla storia di due icone sportive del Novecento, Tommie Smith e John Carlos, immortalati in un gesto che ha fatto storia: pugni alzati, guanti neri, piedi scalzi, testa bassa e una collanina di pietre al collo.  Corre l’anno ’67 quando il sociologo Harry Edwards fonda l’OPHR, Olympic program for human rights. L’idea di base è boicottare i giochi olimpici di Città del Messico: Smith e Carlos sposano l’idea curando meticolosamente un gesto simbolico in caso di vittoria. Il 16 ottobre 1968, nello stadio Olimpico di Città del Messico, i due velocisti afroamericani arrivano primo e terzo nella finale dei 200 metri piani. Dal podio, rivolti verso la bandiera statunitense che campeggia sugli spalti, con il capo chino alzano un pugno chiuso, indossando dei guanti neri. La loro foto diventerà una delle più famose del Novecento, simbolo di un decennio di proteste. Nel loro pugno chiuso, guantato di nero, la battaglia per i diritti civili, e in particolare per quelli degli afroamericani, che nel 1968 aveva raggiunto il suo apice. Alla loro protesta si unisce anche il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, che sul podio indossa la spilla dell’Olympic Project for Human Rights. Sullo stadio scende il silenzio. Un gesto che decreterà il destino dei due velocisti più forti del tempo, cacciati dal villaggio olimpico: uno finirà a lavare auto, scaricatore di porto diventerà l’altro.  Colpisce ancora una volta nel segno Federico Buffa che, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Nidi, con il suo solito carisma, emoziona e si emoziona, regalando alla platea del Campania Teatro Festival settanta minuti di sport, di storia, di vita. Un narratore straordinario, capace di fare vera cultura, cioè di stabilire collegamenti, creare connessioni, aprire digressioni. Ed ecco che noi spettatori, con il solo potere di una voce, la sua voce, ci ritroviamo alla fine degli anni ’60, seduti sugli spalti dello stadio Olimpico di Città del Messico e quei pugni alzati quasi riusciamo a vederli, e quella paura quasi riusciamo a sentirla.  La paura dei tre su quel podio: non erano due neri e un bianco che chiedevano rispetto e giustizia, erano tre esseri umani.  Due pugni guantati di nero con Federico Buffa e Alessandro Nidi – pianoforte  sezione SportOpera  a cura di Claudio Di Palma e Vesuvioteatro    

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Teatro

De Gregorio e Mou al Campania Teatro Festival con Un’ultima cosa

Concita De Gregorio e Erica Mou sono andate in scena al Cortile della Reggia di Capodimonte, nell’ambito del Campania Teatro Festival, con lo spettacolo Un’ultima cosa. Nella suggestiva cornice del Cortile della Reggia di Capodimonte sabato 19 giugno è andato in scena lo spettacolo Un’ultima cosa, di e con Concita De Gregorio, con la regia di Teresa Ludovico e la musica live di Erica Mou. Si tratta, come chiarisce il sottotitolo dell’opera stessa – Cinque invettive, sette donne e un funerale – del racconto dell’universo femminile attraverso la voce di cinque donne che, rimaste in ombra o all’ombra di qualcuno, hanno modo di prendere parola per l’ultima volta, di dire di sé senza diritto di replica un’ultima cosa, di farsi giustizia.  De Gregorio, infatti, dedica ad ognuna di loro un’orazione funebre, immaginando che siano loro stesse a parlare ai propri funerali per raccontare chi sono sempre state. Come spiega la giornalista, «le parole e le intenzioni sono veementi e risarcitorie. Ho usato per comporre i testi soltanto le loro parole – parole che hanno effettivamente pronunciato o scritto in vita – e in qualche raro caso parole che altri, chi le ha amate o odiate, hanno scritto di loro». La galleria delle orazioni si apre con Dora Maar, una talentuosa fotografa surrealista, impegnata politicamente nel gruppo Contre-Attaque con Georges Bataille e André Breton eppure ricordata, soprattutto, per essere l’amante di Pablo Picasso o come la “Donna che piange” di un suo celebre dipinto. C’è Carol Rama, superba pittrice, che ha posto il sesso come protagonista della sua produzione, suscitando scandalo, e che ha ottenuto la notorietà post-mortem, quando ormai non poteva più goderne. Ancora, Amelia Rosselli – figlia dell’esule antifascista e teorico del Socialismo Liberale Carlo Rosselli – poetessa incompresa morta suicida. Penultima orazione è quella di Maria Lai, “rammendatrice di racconti” che, anticipando i tempi, realizza a Ulassai nel 1981 l’operazione corale Legarsi alla montagna: con un nastro azzurro di ventisette chilometri, Lai avvolge case e monti del paese natale in un nodo fluido e aggregante. Più tardi, il critico d’arte Nicolas Bourriaud definirà il suo capolavoro come il primo esempio italiano di ‘arte relazionale’. La galleria delle orazioni si chiude con Lisetta Carmi, ritrattista di Ezra Pound, Carmelo Bene, Lucio Fontana, Gino Paoli, Leonardo Sciascia, nonché fotografa impegnata a denunciare le condizioni di lavoro degli operai del golfo di Genova, la cui salute era messa a rischio dallo scarico di solfati. La scintilla che ha dato vita a un progetto teatrale che tiene insieme una scrittrice e giornalista di successo come De Gregorio e una cantautrice trentenne, sempre più apprezzata nella scena musicale italiana, come Erica Mou, è il libro di Concita De Gregorio “Così è la vita – imparare a dirsi addio” (Einaudi 2012), scritto dopo la scomparsa di suo padre. Come lei stessa racconta in apertura dello spettacolo, «un giorno, molti anni fa, mio padre mi ha chiesto di scrivere con lui il suo necrologio. Stava male, sapeva che il suo tempo stava per finire, mi ha […]

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Teatro

Kassandra, l’incomunicabilità tra antico e moderno

Recensione dello spettacolo Kassandra di Sergio Blanco, rappresentato all’interno del Campania Teatro Festival 2021. La Kassandra di Sergio Blanco, interpretata da una straordinaria Roberta Lidia De Stefano con la regia di Maria Vittoria Bellingeri, padroneggia il palco in un avvincente monologo. Antico e moderno si fondono in una rivisitazione originale della protagonista del mito greco. Kassandra, il cui nome inizia ironicamente con la lettera “k”, è una donna che vende sigarette Malboro ed il suo corpo. La sua vita è racchiusa in una macchina: questa è la sua casa ed è la sua tomba. Ma è anche un luogo di memoria, in cui la protagonista si racconta senza filtri al pubblico, spregiudicata lo seduce e gli dona la parte più recondita della sua anima, quella oscura che in genere si è soliti tacere. Con microfono e synth alla mano, la profetessa alterna il lirismo dei versi greci con musiche contemporanee, dalle note di un soft blues, al pop, all’elettronica. Intanto, si perde in una lingua non sua, ponendo così una certa distanza tra lei ed il pubblico. Kassandra è incomunicabilità: dopo avere respinto l’amore del dio Apollo, è stata condannata a fare profezie alle quali nessuno avrebbe mai creduto. Ma parlando un inglese elementare, dimostra anche la volontà di farsi capire, di coinvolgere gli spettatori in quello che in certi momenti appare quasi un dialogo, narrando così il presente attraverso l’antico con un discorso fluido e attraente. Oggi, soprattutto con lo scoccare di un periodo storico difficile su tanti fronti, si sono accentuate sempre di più le diseguaglianze con quelle che vengono intese come minoranze. Queste ultime, di contro, stanno cercando di darsi delle voci di protesta per rivoluzionare il presente. In un tale clima di volontà riformatrice, l’arte recupera il mito come esempio e, perché no, come un modello etico-morale che possa fornire degli spunti di riflessione. Allora si ritorna alla polis come centro inclusivo della diversità, al teatro come esperienza di condivisione collettiva. La nostra Kassandra diventa simbolo di quelle stesse minoranze che hanno voglia di esprimersi, di urlare la loro ricerca di un posto in cui collocare il proprio rispettivo io: ella termina il suo monologo sostenendo di non essere né una donna, né un uomo, di non avere un’identità ed ironica sembra sviare superficialmente il discorso interrompendosi con un “è complicato”, ma intanto ha acceso una spia negli ascoltatori, rapiti dai suoi discorsi sarcastici e toccanti, comici e tragici, costantemente al confine tra verità ed invenzione, mito e realtà presente. Drammaturgia: Sergio Blanco Regia: Maria Vittoria Bellingeri Attrice: Roberta Lidia De Stefano Scene e costumi: Maria Vittoria Bellingeri Luci: Andrea Sanson Musiche originali: Roberta Lidia De Stefano Organizzazione: Filippo Quaranta Produzione: BRUGOLE&CO Un’iniziativa di Campania Teatro Festival, direzione artistica: Ruggero Cappuccio.        Fonte immagine copertina: ufficio stampa

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