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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 871 articoli

Recensioni

Peppe Iodice in Jody Beach Party: l’estate a Gennaio al Teatro Augusteo

Jody Beach Party è lo spettacolo ideato da Lello Marangio e Peppe Iodice, con regia di Francesco Mastrandrea e ha portato con sé l’odore del mare e il suono dei tormentoni estivi  in sala al Teatro Augusteo le sere del 23 e 24 Gennaio, stravolgendo completamente la percezione dello spazio-tempo. Com’è nata l’idea del Jody Beach Party? Ce lo spiega Peppe Iodice in persona all’inizio dello spettacolo. Non è tanto per andare contro o competere con Lorenzo Jovanotti, quanto il desiderio di vivere la vita di tutti giorni, per quanto abitudinaria a volte, con la voglia di divertirsi. Infatti il Jody Beach Party parte dall’essere spettacolo per diventare un’esperienza condivisa. Il pubblico interagisce attivamente e segue e cambia le carte in gioco, ride e risponde. L’atmosfera che si respira appena si entra in sala è elettrica. Le maschere camminano tra le file e le poltrone con cesti pieni di cibo e vivande, tanto da avere l’impressione di essere al Super Bowl negli U.S.A. Il palco è completamente inondato dalla luce dei fari, forti come il sole in Agosto. Alla consolle c’è Daniele “Decibel” Bellini, speaker dello stadio San Paolo che riesce ad interagire con grande alchimia insieme a Peppe Iodice e a divertire il pubblico con il mix e la scelta delle canzoni. La musica non è solo un accompagnamento, ma vero e proprio strumento di viaggio nel tempo. Tra gli ospiti speciali ci sono i Los Locos, duo italiano di musica latino-americana composto da Roberto Boribello e Paolo Franchetto. Il loro beat ci riporta con un battere di ciglia automaticamente all’inizio degli anni novanta e i colori delle camicie fluo stile hawaiano incoronano l’atmosfera. E tra le note di Mueve la colita  e El tic tic tac abbiamo momenti di “serietà” con un pezzo che si avvicina molto per lo stile ai monologhi di stand-up comedy con temi che trattato l’imprevedibilità e la disorganizzazione del sopraggiungere della morte e un monologo che celebra per vie traverse l’importanza della cultura. A dividere il palco con Peppe Iodice, oltre a ballerini, amici e baristi, c’è Lello Marangio, co-conduttore e la voce indispensabile dell’amico razionale nelle serate di festa, quell’amico che non ti abbandona nemmeno durante le serate in cui hai bevuto un po’ di più. Si raggiunge la sublimazione del party con la celebrazione di un matrimonio, l’amore come parte del divertimento e il sentimento che porta con sé la felicità di una semplice e indimenticabile serata estiva, come quella del Jody Beach Party. Per maggiori informazioni sulla stagione teatrale 2020 del Teatro Augusteo, consultate il seguente sito: http://www.teatroaugusteo.it/1/cartellone_2019_2020_1365226.html

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Teatro

Riccardo 3 di Francesco Niccolini: Shakespeare in un istituto psichiatrico

Riccardo 3 al Teatro Nuovo dal 22 al 26 gennaio: Francesco Niccolini porta Shakespeare nel presente, in un istituto psichiatrico in cui il male e la sete di potere non è altro che follia Francesco Niccolini con il suo Riccardo 3, strappa Shakespeare alla dimensione delle corti medievali, porta gli istinti più biechi e sinistri e il fascino del malvagio tipici del teatro shakespeariano nella gelida e spoglia stanza di un istituto psichiatrico. Il trono su cui si avvicendano i vari re, tutti destinati a morte certa e cruenta, è una sedia a rotelle; regine e principesse soffocano le loro ire costrette in camicie di forza; una barella è il mezzo di trasporto per i membri della famiglia reale inglese. Voglio essere quello che sono: un uomo malvagio. Enzo Vetrano è un fascinosissimo e ambiziosissimo Riccardo III: un uomo spietato, smodatamente ostinato nella sua brama di potere. Stefano Randisi e Giovanni Moschella, a turno si calano nei panni dei personaggi, femminili e maschili, del dramma. Come spesso in Shakespeare, i personaggi negativi hanno sempre un fascino perverso, una magnetismo che deriva dalla loro sagacia, dall’intelligenza e dalla soprannaturale capacità di macchinare, manipolare, pianificare attentamente il percorso che porterà loro ad ottenere ciò che desiderano: solitamente il potere. Riccardo III è, come già Prospero ne La tempesta, il tipico protagonista negativo shakespeariano: è lui a dominare la scena, protagonista assoluto del dramma come della sua esistenza, del suo destino, della sua lotta per il potere. Questo tortuoso cammino che lo porterà al trono d’Inghilterra è disseminato di morte, cosparso di sangue; sangue innocente che Riccardo sacrifica, senza senso di colpa alcuno, per la sua causa: ottenere il trono d’Inghilterra sottraendolo ai suoi più diretti consanguinei, i legittimi eredi al trono. Nessuno è al sicuro attorno a Riccardo: chiunque calpesti la via che deve portare Riccardo al trono è in pericolo. Clarence, re Edoardo IV, fratello di Riccardo, Lady Anna, che Riccardo seduce dopo averne ucciso padre e sposo, lo stesso fedelissimo Buckingham, che lo asseconda nelle sue mire: nessuno che possa costituire un ostacolo sul cammino di Riccardo può restare vivo. Il Riccardo 3 di Niccolini è un dramma al maschile: maschili sono gli interpreti, maschili sono i personaggi principali, maschili sono gli istinti e le ambizioni messe in scena. Riccardo le incarna tutte: l’ambizione, la dissimulazione, la crudeltà, la totale mancanza di scrupoli. Sono così immerso nel sangue che andare avanti o tornare indietro non farebbe nessuna differenza. Ma ottenere ciò per cui si è ostinatamente lottato non basta ad assaporare la felicità, a raggiungere la serenità: l’ansia, il terrore di perdere quanto ottenuto può portare ad una logorante e sfibrante follia, una follia popolata di croci, di fantasmi che reclamano vendetta per il sangue versato. L’uomo reso folle dall’ambizione, allora, è destinato ad una morte atroce, una morte nella disperazione. Dispera Riccardo, e disperando muori! foto: https://www.teatronuovonapoli.it/event.php?evento=282

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Recensioni

La resa dei conti: gli interrogativi senza tempo in scena al Piccolo Bellini

Arriva al Piccolo Bellini di Napoli dal 21 al 26 gennaio 2020, lo spettacolo di Michele Santeramo, ” La resa dei conti ”  per la regia di Peppino Mazzotta  con Daniele Russo e Andrea Di Casa.  La resa dei conti: enigmi, esistenza, salvezza Il testo di Michele Santeramo porta sul palcoscenico del Piccolo Bellini  interrogativi enigmatici senza tempo e senza risposta in un dialogo tra due uomini che riflettono sull’esistenza e sulla possibilità di salvezza di ogni essere umano. I due protagonisti condividono lo stesso ambiente, senza finestre e porte, per volere di uno dei due che tenta di ”salvare” l’altro credendo di essere Gesù. Giochi d’identità e continue menzogne: due vite di sconosciuti che iniziano ad intrecciarsi e di cui entrambi sentono il tremendo peso e, allo stesso tempo, l’estenuante voglia di liberarsi da un’esistenza che non riconoscono più come propria. Colpevoli e consapevoli dei loro peccati, cercano un’altra ed ultima possibilità di salvezza. Salvarsi per evitare la condanna: la condanna di una vita  priva di scopo. Cercano di capire come sia stato possibile essere arrivati a quel punto e di riprendere la propria esistenza in mano, cambiando identità e facendo in modo che siano in primis loro stessi e poi gli altri. Il cambiamento radicale parte proprio dalla riflessione che ognuno di noi fa con se stesso, proprio dall’esatto punto in cui parte la ”resa dei conti”. Il punto in cui tutte le carte ormai sono in tavola, in cui arriva quel momento preciso in cui si necessita di un cambiamento, di una rivincita sul passato. ”Che fai? Dormi? Qua dormono tutti!” Con questa frase chiave, con questo paragone che fa intendere quanto l’uomo sia cieco nei confronti di ciò che gli accade intorno, inizia lo spettacolo di Michele Santeramo che riesce a trascinare lo spettatore in un vortice di domande, problemi e tentativi di soluzione. Lo scenario è semplice ma ben curato, il che rende ancora più enigmatico il dialogo tra i due protagonisti rinchiusi in questa stanza senza finestre, porte, tempo. Eccezionale la regia di Peppino Mazzotta e l’interpretazione dei due attori (Andrea Di Casa e Daniele Russo) che riescono a mandare segnali forti, a lasciare segni indelebili e, soprattutto, a rendere vive e reali quelle che sono domande esistenziali che si cerca spesso di eludere. Domande e perplessità che ogni persona porta con sé ma che spesso vengono rimandate, soffocate e, in apparenza, dimenticate. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/329/la-resa-dei-conti

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Teatro

Iliade la guerra di Troia rivive nel Museo del Sottosuolo

Recensione di Iliade la guerra di Troia, al Museo del Sottosuolo di Napoli. Cantami, o Diva, del Pelide Achille   l’ira funesta che infiniti lutti addusse agli Achei… Questi i versi che danno inizio a uno dei poemi più noti al mondo, l’Iliade di Omero. Vicende che, immuni dall’azione del tempo che tutto logora, hanno affascinato, affascinano e continueranno a farlo.  La guerra di Troia – il cui pretesto è il ratto di Elena, sposa del re greco Menealo, da parte del troiano Paride – dura da nove anni quando inizia l’Iliade. Il cieco di Chio non ne racconta né l’inizio né la fine, concentra la narrazione in cinquantuno giorni, nei quali si dipanano i più svariati sentimenti dell’animo umano: l’ira di Achille per la perdita di Briseide prima, di Patroclo poi; la paura e la dignità di Ettore alla vigilia dello scontro; la sete di vendetta di Menelao, privato della sua donna e, prima ancora, del suo onore; l’amore e la speranza di Andromaca che perderà il suo sposo, suo figlio Astianatte, la patria, la libertà.  E proprio attraverso il punto di vista di Andromaca, principessa troiana e sposa di Ettore (una bravissima Chiara Vitello), nel Museo del Sottosuolo di Napoli rivivono, nello spettacolo Iliade la guerra di Troia, le storie degli eroi greci e troiani, che da millenni affollano pagine, menti e fantasie di scrittori. Sulla scena quattro attori (Marco Serra, Daniele Acerra, Francescoantonio Nappi e Chiara Vitello) della compagnia Il Demiurgo, che, spostandosi in maniera itinerante, rappresentano nel corso dello spettacolo, diretto da Francesco Nappi, storie di amori, tradimenti, sangue. Alla voce di Andromaca, rotta dal dolore e dalle lacrime, si sovrappongono gli scontri di Ettore e Paride, di Achille ed Ettore, le gesta di Odisseo e Diomede, di Agamennone e Menelao. E così, pur assistendo alle azioni di una società lontana, i cui valori sono cambiati, gli spettatori sono trascinati da sentimenti che ogni uomo conosce, fino al sacco di Troia e alla cancellazione della stirpe troiana.  A fare da cornice alle immortali gesta cantate da Omero, i bui meandri del Museo del Sottosuolo, in cui, a 25 metri di profondità, riecheggiano gli scudi battuti l’uno sull’altro, le grida di guerra, di rabbia, di dolore. E riecheggia una vicenda immortale: la guerra di Troia.  Iliade la guerra di Troia, in scena al Museo del Sottosuolo di Napoli il 19 gennaio.

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Teatro

Rubini e Lo Cascio portano Dracula al Teatro Bellini

Recensione di Dracula, da Bram Stoker, adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini Il nosferatu non muore come l’ape dopo aver punto una volta. Diventa solo più forte, ed essendo più forte ha più potere di fare del male. Questo vampiro che si trova fra noi è di per sé forte come venti uomini; ha un’astuzia più che mortale, poiché la sua astuzia è cresciuta nelle ere… Dracula, Bram Stoker Chi non ha mai sentito il nome di Dracula? Chi non ne conosce la vicenda? Uno scrittoio e un uomo che cerca nella penna un’arma con cui affrontare la disperazione.  Si tratta di Jonathan Harker, di professione avvocato, personaggio del celebre romanzo ottocentesco di Bram Stoker, Dracula (1897). Una narrazione lenta, complessa, che si snoda attraverso lettere, articoli, pagine di diari dei vari protagonisti. Una narrazione che contiene tutti gli elementi tipici del genere gotico. Il castello labirintico, il vascello fantasma, l’erotismo, la morte, il sangue, la necrofilia, uniti, però, ad elementi di modernità tardo-ottocentesca: i telegrafi, le sedute di ipnosi e la fiducia positiva nella scienza e nella razionalità, incarnata dal professor Van Helsing.  Nella riscrittura per il teatro, Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, rimarcano i risvolti psicologici dei personaggi: e così Dracula diventa non solo un viaggio notturno verso l’ignoto, tra lupi che ululano, banchi di foschia e croci ai bordi delle strade, ma assume anche i caratteri di un viaggio interiore del protagonista la cui vita cambia non appena si accosterà al cancello del castello: il ricordo di ciò che gli accade sarà un’ossessione che contaminerà tutto ciò che ha di più caro, in primis il rapporto con la moglie Mina (Alice Bertini). È il talento di Luigi Lo Cascio a dare voce e corpo ai tormenti di Harker, mentre Sergio Rubini veste i panni del professor Van Helsing. Il duo, già visto e osannato al teatro nella pièce Delitto e Castigo (regia di Sergio Rubini), pur dando prova di grande maestria, sembra forse risucchiato dalla lentezza della narrazione, dalla rappresentazione, a tratti stereotipata dei personaggi. Il Conte Dracula, interpretato da Geno Diana, nello spazio di poche battute, porta sulla scena quegli atteggiamenti trasgressivi, irrazionali e proibiti caratteristici del personaggio di Stoker, assumendo però, a tratti, toni caricaturali.  Quasi cinematografica, più che teatrale la scenografia, che, attraverso pannelli scuri che simulano ora temporali, ora tempeste, rende il mistero che avvolge l’intera vicenda, vicenda in cui il buio prevale sulla luce. DRACULA  da Bram Stoker adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini con  Luigi Lo Cascio Jonathan Harker Sergio Rubini     Professor van Helsing Lorenzo Lavia    R. M. Renfield Roberto Salemi  Dottor Seward Geno Diana        Conte Dracula Alice Bertini        Mina Murray  in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 17 al 26 gennaio 

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Teatro

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, ultimo ballo a Fuente Grande

La rosa del mio giardino: Lorca e Dalì, storia di un incontro tra poesia ed arte “La rosa del mio giardino – Lorca e Dalì: ultimo ballo a Fuente Grande” è un spettacolo scritto e diretto da Claudio Finelli e Mario Gelardi. Dopo la prima di ieri sera al Museo Madre (Sala Clemente, primo piano) lo spettacolo andrà in scena stasera, sabato 18 gennaio alle ore 21.00, e domenica 19 alle ore 18.00. La pièce si avvale delle interpretazioni dei giovani attori e protagonisti Simone Borrelli e Riccardo Ciccarelli. Con musiche eseguite dal vivo da Arcangelo Michele Caso (violoncello), coreografie di Danilo Di Leo e costumi di Rachele Nuzzo. Poesia, pittura, amicizia, sentimenti che sfiorano l’amore, in un rincorrersi di parole e disegni: nove anni di corrispondenza, reale e immaginaria, tra Salvador Dalì e Federico García Lorca, partendo dalle lettere ritrovate indirizzate dall’artista all’amico pittore. Due tra le menti più creative della cultura non solo iberica ma europea e mondiale, personalità brillanti e all’avanguardia in un’epoca di chiusura ideale dei confini e di rinascita dei revanscismi di varia natura. È il 1923 quando alla Residencia de Estudiantes, famoso collegio di Madrid che ospitava rampolli dell’alta borghesia spagnola, arriva Salvador Dalì, un giovane impacciato, con l’aria un po’ trasognata e l’aspetto singolare. Ha 18 anni e fa il pittore. Il giovane attira subito l’attenzione di Federico Garcia Lorca, all’epoca un poeta di poco più grande di lui e molto in vista alla Residencia. Tra i due nasce un’amicizia fatta soprattutto di intesa intellettuale. Ultimo ballo a Fuente Grande Sono spiriti affini che vedono il mondo con gli stessi occhi. È difficile dare un nome al tipo di rapporto che univa i due artisti. Non si hanno prove di una vera e propria relazione romantica tra loro. Lorca scrisse la celebre Ode a Salvador Dalí, dove è ben chiaro l’affetto che provava per l’amico e l’ammirazione per il suo genio artistico. Lo definisce, appunto, “rosa del giardino”. Lasciata la scuola, inizia tra i due un epistolario durato fino alla fucilazione del poeta, avvenuta nel 1936 da parte della milizia franchista. Della fitta corrispondenza tra loro sono sopravvissute quaranta lettere scritte dal pittore a Lorca, mentre sono rimaste solo sette lettere di Lorca a Dalì. La spiegazione sembra si trovi in un certo atteggiamento ostile nei confronti di Lorca sia da parte della sorella di Dalì, che della moglie. «Abbiamo voluto lasciare inalterata la separazione (anche fisica) tra i due artisti, — spiega il regista Mario Gelardi — nonostante il legame, mai diventato vero amore, così come agognato da Lorca. Le lettere di Dalì, inviate all’amico, ci raccontano di un rapporto cinico che si scontrava con una disperata ricerca d’amore. La messa in scena è essenziale, le lettere vengono restituite nella loro purezza, accompagnate dalla struggente musica del maestro Arcangelo Michele Caso. L’ultimo incontro, l’ultimo ballo tra i due segna la fine di un’amicizia, forse di un amore, sicuramente la fine di una vita». Con il debutto dello spettacolo prosegue la collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le […]

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Teatro

I giganti della montagna di Gabriele Lavia debutta al Mercadante

Gabriele Lavia porta in scena I giganti della montagna di Luigi Pirandello al Teatro Mercadante di Napoli dal 15 al 26 gennaio. Mercoledì 15 gennaio presso il Teatro Mercadante di Napoli l’attore e regista Gabriele Lavia è andato in scena con I giganti della montagna, testamento spirituale di Luigi Pirandello. Alla apertura del sipario, colpisce la scelta di un teatro distrutto come scenografia, segno che la bellezza e l’arte sono in pericolo. «Distrutto – scrive Lavia nelle note di regia – perché ci vogliono costruire degli uffici per organizzare un teatro che non c’è, è morto, ucciso proprio dagli uffici». L’opera, infatti, affronta con simboli e linguaggio quasi visionario un problema che assillava lo scrittore agrigentino, ovvero la posizione che l’arte, soprattutto quella teatrale, avrebbe potuto riempire nella nascente società capitalistica ed industriale. Al centro della stanza si muove l’attrice e contessa Ilse Paulsen, che vuole portare fra gli uomini il messaggio estetico, proponendo ai teatri La favola del figlio cambiato, un’opera di un poeta che l’aveva amata e che per lei si è suicidato (nella realtà è una favola dello stesso Pirandello). Lo fa però con scarso successo, perché il volgare pubblico moderno non capisce gli insegnamenti della poesia. La donna, con la sua Compagnia, raggiunge la villa della Scalogna, appartata dal mondo, dove vivono gli Scalognati, ovvero delle anime, e il mago Cotrone (Gabriele Lavia), che dice di essersi fatto “turco per il fallimento della poesia della cristianità”, cioè di stare rifugiato ai confini del sogno perché consapevole della decadenza del mondo moderno. Non a caso, lo stesso Cotrone afferma che l’arte può vivere soltanto nella sfera della fantasia, che è autosufficiente e non deve cercare il contatto con la società. Pirandello non riuscì a terminare l’opera, che però conosciamo grazie al figlio Stefano, che ha conservato la traccia confidatagli dal padre: secondo questa, Ilse reciterebbe la Favola dinanzi ai servi dei Giganti – simbolo del potere e della società industriale secondo alcuni, del regime fascista, da cui l’autore cercava finanziamenti economici, secondo altri – ma questi, essendo rozzi e apatici verso l’arte, sbranerebbero lei e l’intera troupe. L’incompiutezza del dramma permette comunque, tanto al pubblico quanto al regista, di viaggiare con la fantasia, azzardando interpretazioni e finali diversi. La scelta di Lavia è minimale ma efficace: si sente un rumore di sottofondo, a mano a mano sempre più forte; si tratta dei Giganti, che scendono al galoppo verso la villa. Tutti gli attori in scena, tanto quelli della Compagnia quanto gli Scalognati, si voltano verso il teatro distrutto: «Ho paura, ho paura!», mormorano. Il sipario si abbassa. Quella di Lavia è una rappresentazione di grande raffinatezza e intelligenza, capace di mantenere sempre alta l’attenzione nonostante la durata dello spettacolo (di circa 2 ore) e la complessità del messaggio pirandelliano, che passa attraverso il filtro deformante e corrosivo del grottesco. L’interpretazione del regista milanese è magistrale, così come quella di Federica Di Martino, nei panni dell’affascinante e nevrotica contessa Ilse. Convincono nel complesso gli altri personaggi, che indossano […]

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Teatro

Come neve sopra il mare, Maldestro al Piccolo Bellini

Come neve sopra il mare, portato in scena il 14 gennaio al Piccolo Bellini, è un racconto musicale che abbraccia la sfera teatrale e parla di una vita violenta, quella di Antonio Prestieri, in arte Maldestro. È un viaggio caratterizzato da illusioni ed errori, da una lenta e faticosa risalita dal fondo, sfuggendo dall’abbaglio delle lampare che ingannano i pesci. Racconti personali e riguardanti gli amici storici costellano lo spettacolo-concerto, che dona al pubblico sorrisi amari, in perfetto equilibrio tra umorismo e drammaticità. La storia di Antonio è figlia adottiva della musica e del teatro, ma nasce lì dove la pioggia lava il sangue dalle mura. A Scampia. Sua madre e l’arte hanno tracciato ad Antonio la via da seguire per raggiungere la libertà, per salvarsi da un mondo che sembrerebbe non lasciare alcuna alternativa. Antonio non è da solo sul palco, ad accompagnarlo nei suoi racconti autobiografici ci sono la recitazione, la musica e il canto di Salvatore Esposito, Dario Sansone dei Foja, Sara Sgueglia e Luigi Pelosi. Un connubio di artisti teso alla bellezza e capace di creare il bello anche lì dove non c’è. Non c’è furbizia nell’architettura dello spettacolo di Antonio Prestieri, non c’è posto per le bugie o le cose dette a metà. Il nostro cantautore conferma il suo talento genuino e la sua arte sincera, senza fronzoli, orpelli o espedienti per aggirare carenze e punti deboli. Come neve sopra il mare: inseguire la bellezza per rendersi liberi Antonio Prestieri si spoglia dei suoi occhiali da sole e lascia a casa ogni maschera per cantare e recitare la sua storia. Ci fa sorridere con la stessa leggerezza dei fiocchi innevati che cascano giù come piume mentre veniamo condotti negli abissi dei suoi ricordi lividi, sedi di un ragazzino dalla spina dorsale forte, che si piega alle intemperie della vita, ma non si spezza. Il palco del Piccolo Bellini è un fondale marino dall’acqua torbida, gelida. Antonio inizia a parlare e una spruzzata di neve, di gioco e ironia annega nelle onde scure. In platea volgiamo gli occhi al cielo e godiamo della magia del momento, la magia della neve, che non dura mai per sempre – forse è per questo che l’aspettiamo con foga e la guardiamo con attenzione, prima di tornare alla nostra quotidianità – e si stampa un sorriso sul volto di ognuno di noi. Ma presto le nostre emozioni si sfracellano contro uno scoglio frastagliato, le risate si spezzano, i cavalloni ci travolgono e finiamo tutti in balia delle acque della vita di Antonio Prestieri, insieme alla neve già dissolta. Naufraghiamo in un mare di situazioni difficili e insostenibili, ci dimeniamo e urliamo insieme ad Antonio mentre il vento profumato di sale soffia con forza, finché ci aggrappiamo a un ciocco di legno trasportato dalla corrente che ci permette di restare a galla, di continuare a respirare, seppure con affanno. È il suo pianoforte a salvarci dal freddo glaciale penetrato fin dentro le ossa, così come ha sempre fatto con Antonio quando […]

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Teatro

Medée Visions, incontro di arti al Teatro Bellini

Destrutturare una tragedia. Immaginare un dialogo tra linguaggi artistici differenti. Contaminare il classico con il moderno. È quanto sta alla base di Medée Visions, pièce rappresentata sulle tavole del Teatro Bellini di Napoli il 14 e 15 gennaio. Alessia Siniscalchi ha creato un incontro atipico tra Medea ed Eva, tra Adamo, Caino e Giasone. Paradiso e Inferno: 17 momenti montati come in un film tra la dualità femminile e il maschio/padre/fuggitivo. Un progetto audace in cui si fondono le opere dell’artista Valerio Berruti, il testo di Paulina Mikol, le fotografie di Giovanni Ambrosio, le musiche di Cristina Barzi e Phil St. George, i video di Paul Viven e le luci di Benjamin Sillon.  Tanti anni fa ho immaginato un’interpretazione contemporanea del mito di Medea. Non avevo un figlio all’epoca, lasciai morire questa idea e cominciai a creare spettacoli immersivi sul tema della relazione, racconta la Siniscalchi, regista di Medée Visions, oggi che ho un bimbo di otto anni è tempo di tornare a Medea. Così la vicenda di Medea, maga della Colchide, moglie di Giasone e madre dei suoi figli, è resa sulla scena in maniera assolutamente non convenzionale. Il suo dolore, la sua rabbia, la sua follia diventano ora danza, ora canto, ora parola spezzata. Spezzata e ripetuta in una babele di lingue: a battute in inglese seguono risposte in francese e, ancora, in italiano. Così, la vicenda di Medea si intreccia a quella di Eva.  Suggestiva la scenografia che vede su pannelli sagome infantili enfatizzate da giochi di luci. Luci continue, intermittenti, a rendere l’intensità del pathos che rende questo dramma, la Medea di Euripide un capolavoro senza tempo.  Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Hai conosciuto un’altra? Ha la pelle di pesca? È più giovane di me? Una donna sedotta, abbandonata in nome di usanze greche che, barbara, non può capire. Una donna in cui la follia diventa lucida razionalità. Un dramma antico che nasconde, tra le pieghe, tracce di modernità.  Alessia Siniscalchi è napoletana, ma vive e lavora tra l’Italia e la Francia. Nel 2007 fonda il collettivo Kulturscio’k, che si muove tra i due paesi. Oggi fanno parte del collettivo attori di cinema e teatro, danzatori, fotografi e musicisti che portano avanti una ricerca che approfondisce il rapporto istintivo e primordiale tra musica, movimento e testo.  Medée Visions di Alessia Siniscalchi con Alessandra Guazzini, Fannu Guidecoq, Francesco Calabrese, Felicie Baille, Zelia Pelacani Catalano e, in alternanza, Chiara Sistri testo originale Eva/Medea di Paulina Mikol Spiechowicz testi Alessia Siniscalchi su ispirazioni libere da George Bernard Shaw, Dario Fo, Franca Rame, Euripide Grillpartzer   Fonte foto: www.teatrobellini.it

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Teatro

Deep Blue di Alberto Mele, tra nichilismo e speranza

Recensione dello spettacolo Deep Blue, con Antonio Buonanno e Pietro Tammaro, regia di Alberto Mele e Marco Montecatino 120 pagine. Queste sono bastate a Cormac McCarthy per ritagliarsi un posto importante nella letteratura contemporanea. Il suo Sunset Limited. Romanzo in forma drammatica è, a detta di molti, uno dei testi più importanti degli anni 2000 tanto da essere stato già adattato per il cinema (stessa sorte toccata ad un altra sua opera, Non è un paese per vecchi) e rappresentato con successo a teatro, la sua casa naturale. Naturale perché la quasi totalità del romanzo si compone della discussione tra i due protagonisti, Bianco e Nero, che alla maniera platonica sviscerano uno degli aspetti più oscuri dell’animo umano: il rapporto con la fede. Deep Blue e Sunset Limited, Bianco vs Nero 120 pagine. Nichilismo e speranza, poli antitetici che vedono al centro la figura dell’uomo, essere dilaniato dalla solitudine e dell’incertezza del futuro. Professore aspirante suicida il primo, ex carcerato in cerca di riscatto il secondo. Questo l’identikit degli unici personaggi che, in una stanza scarna e con solo un giornale e una Bibbia sul tavolo, cercano di trovare un senso alle loro vite. Nella dialettica al centro di Deep Blue, versione riadattata da Alberto Mele dell’opera di Cormac McCarthy, andata in scena al Teatro Tram nella seconda settimana di gennaio, c’è proprio l’impossibilità di trovare un compromesso tra esistere e morire, tra il dolore e il conforto che i testi sacri possono offrire. La prospettiva stessa di un’ulteriore vita, di un’ulteriore possibilità di riscontrare chi si è inevitabilmente perso durante il percorso terreno, potrebbe diventare motivo di ulteriore sofferenza. Deep Blue e le sue sfumature partenopee 50 minuti. Questi sono bastati ad Antonio Buonanno e Pietro Tammaro in Deep Blue per lasciare al pubblico un senso di sana e inquietante irrequietezza. La riscrittura di Alberto Mele ha fatto il resto. Caratterizzare il Nero con sfumature e atteggiamenti napoletani hanno reso la pièce più vivida, divertente e paradossalmente realistica. Pochi popoli come il partenopeo vivono con amore viscerale e umiltà il sentimento religioso e questo acuisce ancora di più il contrasto con l’essere forbito e cinico del Bianco. 50 minuti. Tante domande. Nessuna risposta. E ora?

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