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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 696 articoli

Recensioni

“Eracle” al Pompeii Theatrum Mundi nel segno dell’impotenza

È stato messo in scena il 19 sera lo spettacolo teatrale “Eracle”, uno dei molti che rientrano nella programmazione estiva del teatro Stabile di Napoli e rappresentato al Pompeii Theatrum Mundii. Le antiche rovine dell’anfiteatro romano si popolano dei tanti personaggi che danno vita allo spettacolo. Ponendosi in controtendenza, “Eracle” sceglie di non puntare su una scenografia scarna e pochi ma intensi attori, ma preferisce colpire lo spettatore in tutti i suoi cinque sensi. Il battere dei tamburi, le musiche dal retrogusto moderno per essere forse meglio comprese da una platea variegata, danze che prendono tutto lo spazio respirabile in scena, costumi molto articolati e dai forti colori, fumi di incenso che si diffondono dell’aria… tutto travolge completamente chi assiste allo spettacolo. La sonorità è un elemento preponderante e si esprime anche con i frequenti rintocchi che gli eroi fanno sulla propria armatura, con le frequenti grida urlate per dolore, per paura, per il senso di impotenza, che assurge a protagonista della tragedia. Sinossi di “Eracle” La storia è quella di Eracle. Partito per superare tutte le sue fatiche, lascia a Tebe sua moglie Megara, suo padre e i suoi tre figli, sicuro della loro sicurezza sotto lo sguardo benevolo del re Creonte. Ciò che l’eroe ignora, è che nel corso degli anni il ruolo di re di Tebe è stato strappato violentemente dal corpo esanime di Creonte e che a commettere l’omicidio altri non è che Lico, originario dell’Eubea, dall’indole tirannica e folle. Desideroso di essere trattato con onori e rispetto, invidia l’affetto che l’intera città tebana custodisce per il suo eroe e pensa di poter ottenere anche questo, come il potere, con la forza. Una personalità codarda, meschina, incapace di un’attenta analisi del suo ruolo e dei comportamenti umani, ma tesa ad afferrare tutto con prepotenza ed arroganza. Quindi, mosso dalla paura di una futura vendetta da parte dei figli di Eracle e dall’invidia verso quest’ultimo, pianifica l’assassinio della donna e dei pargoli. Ma ecco il ritorno dell’eroe salvifico, che uccide il tiranno e salva il nucleo familiare, eppure la tragedia è ancora ben lungi dal dirsi conclusa. Seguendo il modello dell’”Eracle” di Euripide, giungono le Furie, mandate dalla vendicativa Era, per rubare il senno dell’eroe e condurlo ad ucciderlo moglie e figli. Rinsavito, medita il suicidio, ma viene salvato dall’arrivo dell’amico Teseo, che gli offre una seconda possibilità per continuare a vivere. Lutto e comicità convivono sullo stesso palco L’intento della regista Emma Dante è quello di analizzare i meccanismi che si celano dietro al potere e le sue degenerazioni, ma soprattutto di dare risalto alla figura femminile, portatrice di una sensibilità diversa, nella tragedia antica. Così tutti i personaggi, tradizionalmente maschili, vengono recitati da donne dalle lunghe chiome e il ruolo da protagonista di Eracle viene messo da parte, per far spazio ai soggetti inermi, indifesi e in balia degli eventi: Megara e i suoi figli. Sono loro che in scena non possono far altro se non assistere ad una trama che si snoda avanti ai loro […]

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Teatro

Scappa Napoli: tra danza, musica e denuncia a Suggestioni all’Imbrunire

Dopo “Le parole note”, “A Nudo”, “Vento D’etere” e “La solita cena”, la decima edizione della rassegna “Suggestioni all’Imbrunire” non smette di stupire. Protagoniste assolute della quinta serata sono state – così come è ormai prassi di questo splendido festival – musica e danza. Dopo il debutto il 20 marzo al Piccolo Bellini, la Compagnia Malaorcula in sinergia con il 44 Quartet ha dato nuova linfa a Scappa Napoli, uno spettacolo di denuncia che pone al centro della sua drammaturgia il ruolo del napoletano nell’economia morale e culturale della sua città in forte decadenza. Napoletano la cui scelta di rimanere in quel di Partenope non può essere casuale e passiva ma deve necessariamente scatenare un circolo virtuoso di intenti, azioni, e – perché no?! – rivoluzioni. Con quattro danzatrici, quattro musicisti e due cantanti, la recita è una gioia per gli occhi e per le orecchie, un tripudio di talento che si mette in gioco – in coerenza con gli intenti della rassegna –  per lanciare un forte messaggio sociale. Accompagnate da arpe, contrabbassi, tammorre e cajon, le coreografie acquisiscono una particolare gravitas che ne enfatizza il substrato comunicativo. Il marcio, le ingiustizie, le iniquità, sono rappresentate passo dopo passo in un allestimento scenografico che ricorda la quotidianità dei bassi, cuore pulsante e profondamente lacerato di Napoli. Scappa Napoli, danza e musica al Pausilypon  Scappa Napoli, accolto, accompagnato e salutato da scroscianti applausi, si inserisce, come accennato, perfettamente in questa importantissima kermesse, curata dal Centro Studi Interdisciplinari Gaiola Onlus, con la direzione artistica di Serena Improta, d’intesa con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, che ogni anno tenta di ridare dignità e lustro ad uno dei più importanti siti archeologici della città. E grazie ad essa, grazie al riscontro del pubblico, agli sponsor come Ferrarelle e ai partner, come Consorzio Tutela Vini Vesuvio e Le Arcate, due importanti zone, il Calidarium – oggetto di approfondimento nella trasmissione SuperQuark – e l’Odeion, sono già state quasi del tutto recuperate. Per il futuro si prospetta, invece, l’apertura al pubblico delle cisterne così da creare nuovi percorsi di visita e rendere il parco – così come è accaduto con la Gaiola – una delle attrazioni centrali della zona di Posillipo. “Suggestioni all’Imbrunire”  si chiuderà il 28 luglio con “ARIA DI MARE” con Orchestra Acustica del Pausilypon e Stella Gifuni (arpa) mentre la settimana prima, il 21 luglio, andrà in scena “IL BACIAMANO” con Susy Del Giudice, Giulio Cancelli, Giovanni Esposito, Catello Tucci (violoncello), Elio Manzo (chitarra).  —————————————- Scappa Napoli con la Compagnia di danza Malaorcula e i 44 Quartet: Arcangelo Michele Caso (violoncello), Gianluca Rovinello (arpa), Osmani Artiga Cairo (cajon), Marta Carbone (voce e percussioni), e Mariateresa Carbone (seconda voce e tammorra). Coreografia di Marcella Martusciello – Regia di Manuela Barbato

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Interviste

Il teatro in zattera: intervista a Giovanni Meola

L’idea di “deriva” fa pensare e fa rima con “instabile”: non è questo il concetto espresso dalla kermesse Teatro alla deriva, che si svolge ormai da sette edizioni durante tutto il mese di luglio nella spettacolare cornice delle Terme Stufe di Nerone. “Alla deriva” esclusivamente perché c’è la geniale idea di rendere “itinerante” questo spettacolo grazie all’ausilio di una zattera che si traghetta nel lago; gli attori, da novelli Odisseo, vivono i propri drammi un po’ qui, un po’ lì, aiutati dall’atmosfera magica. Personaggi isolati, ma in transito: la famosa quarta parete che divide gli spettatori esiste ed è materialmente fatta dall’acqua che divide il palcoscenico della zattera dai comuni mortali; e allo stesso tempo, però, non c’è. Una rassegna davvero singolare che nasce dalla mente di Giovanni Meola, direttore artistico della kermesse. Lo abbiamo intervistato, per sapere di più su di lui e su come si partorisce un’idea simile. Identikit: in un tweet, quindi con 140 caratteri, chi è Giovanni Meola? Non uso i cinguettii e per natura, essendo drammaturgo, spesso sono capace di non essere sintetico. Ecco, questa potrebbe essere una buona autodefinizione. Ma al di là delle battute, e impiegando ben più di 140 caratteri, posso dire che Giovanni Meola cerca di essere uomo di teatro a 360 gradi, con tutto il bello (e anche il complicato e, a volte, il brutto) che questo significa. Quindi, autore, drammaturgo, regista, formatore, direttore artistico, produttore, datore luci, e anche facchino e aiuto scenografo, se occorre. (ndr: non brevissimo, ma certamente molto bravo a rendere l’idea. Per noi, passa la prova). Giovanni Meola inizia presto ad essere autore e regista: com’è avvenuto il primo contatto con questo mondo? Da spettatore, da fruitore, da appassionato. Poi, da “facitore”, da uno che ha cominciato a lavorare sul campo, senza sosta, sia sul piano della scrittura che della regia e poi, dopo qualche anno, anche come formatore. Diciamo che queste tre espressioni dello stesso “essere” teatrale (scrittura, regia, formazione) hanno continuato a combinarsi ed intrecciarsi imperterrite con quella caratteristica iniziale, con l’essere cioè un fruitore attento e molto, molto curioso. Quali sono state le tue influenze principali? Mi ritrovo a pensare che le influenze, per chi maneggia arte e creazione, possono arrivare da qualunque tipo di suggestione, comprese le cose che non ti sono piaciute. Anzi, spesso, quelle ti indirizzano molto più di quel che ti piace e senti vicino, perché ti mostrano chiaramente ciò che non vuoi fare, rifare, scimmiottare, ricreare, la direzione nella quale non vuoi andare. Indicando espressamente qualcosa, invece, mi viene in mente tutto il teatro che è riuscito a restituirmi una verità espressiva nell’incontro tra corpo scenico e verbale, tra forma e contenuto. Anche se non ne ho visto tanto di teatro così, è anche vero che ne ho visto qualche volta, e già questa è una bella influenza. Nei miei lavori cerco di applicare e sviluppare questa influenza. Adesso parliamo della rassegna: è unica nel genere in Italia e siamo alla settima edizione, già un bel numero, […]

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Napoli & Dintorni

Frida Kahlo, l’omaggio del Teatro alla Deriva VII edizione

Tanto si è detto, tanto si è costruito su Frida Kahlo, un personaggio del ‘900 di così grande spessore. Tante canzoni, tanti film (impossibile dimenticare la Frida interpretata da Salma Hayek), tanti adattamenti sulla sua vita di artista ma anche di donna: trasgressiva, irriverente, passionale, caparbia, una vincente pur nel suo immenso dolore e la sua lotta personale contro i numerosi ostacoli che il destino le ha purtroppo inferto. Più di tutto ciò che riguarda la sua pittura, o la sua terra, il Messico, si è raccontato moltissimo del suo grande amore, perché si sa che non c’è Frida senza Diego. E questo vale anche per l’adattamento del Teatro alla Deriva al “teatro sulla zattera” delle terme Stufe di Nerone a Bacoli, dove ieri è andato in scena Frida Kahlo, testo e regia di Mirko De Martino e presentato dal Teatro dell’Osso. I due soli attori sul palcoscenico/zattera, che hanno impersonato Frida (Titti Nuzzolese) e Diego Rivera (Peppe Romano), iniziano a esporre la loro storia d’amore fin dal principio, presentando prima brevemente ed eloquentemente il corso di eventi principali, come l’incidente sull’autobus della pittrice messicana o la collaborazione di Diego al partito comunista. Storie quasi rivissute anche a mo’ ricordo, ogni volta che l’interlocutore diventa lo spettatore, a partire dalla narrazione del loro primo incontro – tramite una specie di discorso indiretto che si alterna per tutta la rappresentazione con i dialoghi tra i due. Un espediente che aiuta sia chi non conosce il vissuto di Frida sia per chi invece vuole rivivere ancora una volta i ricordi di un’artista, e donna, così straordinaria. Lo spettacolo si dimostra convincente per prima cosa soprattutto per la capacità di aver raccontato nel breve tempo di una rappresentazione, non solo il susseguirsi degli accadimenti tra Frida e Diego, ma anche per essere stati capaci nel delineare il profilo dei due senza tralasciare nessun aspetto che abbia influito in questa grande e tormentata storia d’amore. E in special modo, avere dato più spazio alla figura di Diego: anch’egli pittore messicano, pittore del popolo, attraverso la sua arte riuscì ad ottenere un grande successo anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove ottenne importanti commissioni come quella al Rockfeller center di New York, ma viene ricordato proprio per avere dato una forte impronta sociale alle sue opere. Frida Kahlo, tra arte e vita Di racconto in racconto, i due protagonisti prendono forma insieme, e facilmente i due attori riescono a trasmettere quello che fu il loro legame, così travagliato a causa dell’infedeltà cronica di lui e del grande temperamento di Frida, una donna nel suo essere rivoluzionaria e controcorrente. Perché ogni quadro di Frida è indissolubilmente legato ai momenti più importanti della sua vita, come molti a Diego, e la regia ha sapientemente sottolineato questo aspetto permettendo a Frida di descrivere in prima persona, attraverso le parole, ogni quadro, al momento giusto: un tassello di vita che va ad intersecarsi con un tassello della sua arte. Un esempio è la descrizione di uno dei quadri più famosi […]

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Teatro

Non solo Medea di Emio Greco e Pieter C. Scholten (Recensione)

Ascoltate la mia voce: la voce del narratore dimenticato. In questo rumore infernale nessuno ascolta più le storie. Ascoltate! Teatro Grande di Pompei. Una donna vestita di rosso. Sette microfoni e luci intermittenti. Una voce ora forte e rabbiosa, ora flebile e timorosa. Un tempo sospeso per rivelare la modernità delle tragedie greche. Inizia così Non solo Medea, piece di Emio Greco e Pieter C. Scholten, in cui corpi, parole e musica si intrecciano per indagare la fatalità e la libertà umana di fronte alla violenza della nostra società.  L’attrice, Manuela Mandracchia, incarna, di volta in volta, diversi personaggi del teatro greco. Ora è Edipo, ora Ifigenia, ora Antigone, ora è Medea. Non solo Medea. Le sue parole dialogano con i corpi dei danzatori, tutti vestiti di bianco, creando una tensione drammatica nella quale lotta e amore riecheggiano l’uno con l’altro. Il passato e il presente si sfiorano e si urtano su uno sfondo musicale energico e potente. Voi vi siete dimenticati di me. Di me, il narratore. L’Europa ha dimenticato il suo narratore. E con me i miti dei re e dei figli dei re. Ma la nostra storia è anche la storia di un accecamento, della rabbia e delle grida di guerra, dei legami di sangue e delle vendette. Siamo nati ciechi e appena abbiamo cominciato a vedere siamo di nuovo ridiventati ciechi. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Composto di sette parti – rimpiangere, domare, accettare, ribellarsi, negare, realizzare, esodo – il flusso di parole di Medea, non solo Medea, guida gli spettatori nell’oscurità dell’esilio e di terre straniere, Rifiutarsi di aprire gli occhi. Deformare la realtà. Prendere in giro l’oracolo. Facendoti oracolo tu stesso. Perché la maggior parte delle persone apprezza le menzogne? Perché amiamo credere alle favole che rendono la realtà più bella di quella che è. O ci promettono qualcosa in cui neppure crediamo o che ci aiutano a sopportare dolorosa verità. Meglio una buona menzogna di una verità mediocre. Noi mentiamo per sentirci necessari, altri, diversi da quello che siamo. Qualcuno mente sapendo di mentire e continuerà e insisterà a farlo. Qualcun altro mente per pura ignoranza.  Medea è una straniera, una donna che, dalla Colchide barbarica, piomba in una civiltà diversa, quella greca. Non solo Medea, società in crisi e desiderio di cambiamento Come siamo arrivati qui? Come ci siamo ritrovati in questa crisi? In questo mondo di cose? Nella crisi delle cose. Nella crisi di sempre più cose? Da una crisi all’altra? Quello che ci unisce, ci separa. Quello che ci separa ci unisce. Dove stiamo andando con tutte queste cose? Da uomini illuminati a uomini presuntuosi? Come siamo diventati quello che siamo diventati? Chi è l’uomo nuovo? Zero

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Teatro

“Who is the king” di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli – una serie shakespeariana al NTFI 2018

Who is the king è un interessante esperimento di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli, portato in anteprima al Napoli Teatro Festival – andrà poi in scena al Teatro Franco Parenti il 9 ottobre 2018 – alla Galleria Toledo. Il progetto è di creare una serie basata sulle opere teatrali di William Shakespeare, creando collegamenti tra i vari testi shakespeariani. La trama è di Shakespeare, ma la rilettura è veloce ed efficace, soprattutto per il Riccardo II. In circa un’ora, infatti, la storia della tragedie viene raccontata senza perdere la sua profondità. La messa in scena deve molto alle nuove modalità narrative che le serie tv hanno portato alla ribalta, più veloci ma ugualmente approfondite nella costruzione dei personaggi e delle loro storie. Riflettendo su queste narrazioni e sul lavoro di Shakespeare gli autori di Who is the king si sono accorti, infatti, che la sequenza Riccardo II, Enrico IV (I e II), Enrico V, Enrico VI (I, II e III), Riccardo III rappresenta un primissimo esperimento di serialità. Si tratta, infatti, del racconto di circa un secolo di storia inglese passando per le vicende dei suoi re. Shakespeare ha, quindi, creato una saga ante-litteram, una serialità prima di The Tudors di Jonathan Rhys Meyers. Ma chi è The King del Napoli Teatro Festival? Nel primo episodio i testi sono Riccardo II ed Enrico IV. Il primo re, Re Riccardo (Paolo Mazzarelli), si comporta in modo insensato, fino a far dubitare tutti del suo essere un re legittimo, soprattutto per l’aspra vendetta messa in atto nei confronti del cugino Enrico (Marco Foschi), mandato in esilio. La sua caduta crea un precedente importante nella storia: un re – eletto per volontà divina – viene messo in dubbio, al punto da cedere la sua corona a qualcuno che non la merita per nascita. La sua caduta – raccontata a cavallo tra le due parti dell’episodio – coincide con la salita al potere di Enrico IV. Nella prima parte interpretato da Marco Foschi e nella seconda da Massimo Foschi. The king della seconda parte di questo episodio è, quindi, il vecchio Enrico IV che, dopo aver preso il potere con il supporto del suo popolo, si trova a dover gestire un figlio (Marco Foschi) che frequenta compagnie non adatte ad un futuro re. Sul finale il tono dello spettacolo cambia – forse in maniera un po’ troppo repentina – lasciando spazio ad un’ambientazione contemporanea e ad una recitazione ancora più svelta. Nel complesso, lo spettatore ha, alla fine del primo episodio, la curiosità di vedere come andrà a finire la saga dei re inglesi, dimostrando la validità dell’esperimento seriale a teatro. 

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Teatro

Robert Wilson al Pompeii Theatrum Mundi: l’Oedipus

Edipo, non t’avessi mai incontrato. Dato alla luce della vita, destinato alle tenebre terrene. Per la regia di Robert Wilson vaga, anima perduta sulle note di un sax stridente, un personaggio il cui nome è inciso nelle pagine più discusse della letteratura e della psicoanalisi. L’Oedipus, adattamento dell’Oedipus Tyrannos di Sofocle, si è tenuto sul palco del Teatro Grande di Pompei per la rassegna di drammaturgia antica Pompeii Theatrum Mundi dal 5 al 7 luglio. Lo spettacolo, dall’esasperante potenza evocativa, parte da quel senso opprimente e martellante di una verità che supera i piani intessuti dall’uomo. La sua insulsa illusione di poter controllare il corso del proprio destino è sovrastata dalle parole di testimoni intimoriti quanto decisi, pronti a svelare l’oscura verità. Mariano Rigillo presta la sua voce al primo testimone, che urla a gran voce, scandendo la propria eco, l’oracolo che condusse Laio a sbarazzarsi del figlio Edipo, credendo in questo modo di impedire il tragico tramonto della sua vita. Il peregrino Edipo passa così dalle mani familiari a quelle di un pastore, e dalle sue nella culla reale di Polibo, re di Corinto. Il teatro di Robert Wilson: la scena dell’Oedipus Le figure candide in costante movimento o in mortifera stasi riempiono il palco simmetricamente, appagando un senso estetico di rigorose e geometriche corrispondenze. Robert Wilson mette in scena un teatro di figure plastiche e di vocii disturbanti che declinano con costante ripetizione la storia di Edipo re come un monito di accecante verità. Il perverso e il polimorfo trovano completa espressione nella scelta di un poliglottismo che spazia dall’italiano al francese, dal tedesco al greco. Questa verità è il substrato dell’esistenza di ogni uomo, di qualunque provenienza spaziale e temporale. «Il progetto è frutto di un atteggiamento multimediale e interdisciplinare, che sfonda la specificità dei singoli linguaggi» afferma Achille Bonito Oliva nel suo commento all’opera di Robert Wilson. Dallo stridore di un sax impazzito alla solennità di parole agghiaccianti, dalla leggiadria della danza a movimenti che ricordano il Tai Chi, che lentamente ricoprono il palco di un’aura misterica. L’oracolo di Delfi rivela a Edipo il suo destino: ucciderà suo padre e sposerà sua madre. Una perversione senza limiti dalla quale invano Edipo tenterà di sfuggire, cercando costantemente, figurandosi al centro della scena, la luce in cui tutto converge. Ma come afferma Tiresia, fino a quando Edipo avrà la vista sarà cieco. Si tinge di nero di lutto la scena dell’assassinio di Laio a un trivio da parte di Edipo, ignaro dell’identità di quel vecchio che aveva avuto la pretesa della precedenza. Diventa così re di Tebe dopo averla liberata dalla Sfinge che assoggettava la città, e così vengono celebrati, fra rami colmi di foglie, il matrimonio con Giocasta, la vedova di Laio. La scelta di particolari materiali di scena scandisce in sé lo svolgersi della storia. I rami secchi e le travi di legno sono elementi naturali, che si accompagnano a lastre di metallo e fogli di carta catramata. Il palco è una tela d’arte contemporanea che […]

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Recensioni

Modern Advisor Dance On Stage al Teatro Immacolata

Silenzio in platea. Il pubblico si prepara ad assistere alla performance, mentre sul palco i danzatori provano salti, prese e pirouettes prima di andare in scena. Finalmente si apre il sipario ed è tutto perfettamente in ordine, ballerini pronti, sguardi fieri e occhi che lasciano trasparire l’emozione, la passione, l’adrenalina. Che lo spettacolo abbia inizio. Modern Advisor Dance On Stage, spettacolo in tre atti ON STAGE è l’ultimo progetto della compagnia Modern Advisor Dance Project della coreografa Stefania Contocalakis, presentato agli spettatori del Teatro Immacolata di Napoli, che per l’occasione ha registrato il tutto esaurito. La performance si è sviluppata in tre momenti: nel primo è stato presentato il nuovo lavoro intitolato Tree stories, nato dalla collaborazione con Carlo Contocalakis e Giulio Di Domenico, che hanno curato, rispettivamente, le musiche e le opere grafiche originali. Cosa sarebbe per noi la “storia degli alberi” se questi avessero la lingua per narrarcela? (Maud Van Buren). A questo interrogativo hanno cercato di rispondere i danzatori della compagnia dando voce, attraverso il linguaggio del corpo, agli alberi e al loro ciclo vitale, metafora dell’esistenza umana. Luci, ombre, respiri, silenzi, salti e cadute: la coreografia si gioca tutta sull’alternarsi di momenti statici e dinamici, rigidità e fluidità dei movimenti, riproducendo la stabilità degli alberi che al loro interno celano il segreto della vita, con il loro protendersi verso l’alto e verso il basso. Ed è così che le braccia e le dita dei ballerini diventano rami e foglie, mentre le gambe si trasformano in radici, in preda ad un processo di metamorfosi. Tutto avviene sotto gli occhi di Madre Natura, impersonata dalla voce solista Giulia Lepore, che rende ancora più soave ed armonica la rappresentazione. La seconda parte si apre con Lilith la prima e l’ultima, interpretata da Filena Gentile, che danza sulle musiche di Carlo Contocalakis, seguito dal secondo estratto, Il dono, romantico pas de deux danzato da Giosuè Carbone e Ida Marino sulle note di violino e di piano dei compositori Edo Notarioberti e Martina Mollo. A chiudere il secondo tempo è La carrozza di cristallo, coreografia fiabesca e visionaria ispirata all’omonimo racconto scritto da Giancarlo Galasso, con le musiche di Ludovico Einaudi. Il Lupo (Giuseppe Carillo) cerca di liberare la Fanciulla (Filena Gentile) dalla pancia di cristallo del drago, ma con stupore si accorge che è lei ad andare verso di lui. Come hai fatto a scappare dalla pancia del drago? Ma quello non è un drago, è un treno, rispose lei scoppiando a ridere… Lo Spirito (Angelo Marino), il Corpo (Cristina Multari) e l’Anima (Laura Pinto) tengono insieme un fil rouge che lega l’animale alla fanciulla, creando dinamiche di equilibrio e disequilibrio, forza e delicatezza di grande effetto e suggestione. Lo spettacolo si conclude in bellezza con All that jazz, omaggio a Bob Fosse, che ha proiettato gli spettatori nelle atmosfere retro di Cabaret e Chicago, divertendoli e coinvolgendoli a suon di musica. Cantanti e danzatori si sono esibiti dando prova di grande professionalità, bravura ed entusiasmo, come hanno dimostrato gli applausi del pubblico che li hanno accompagnati fino alla […]

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Teatro

Teatro alla deriva: L’inedito di William Shakespeare

Domenica 1 luglio, alle terme – Stufe di Nerone, la compagnia teatrale Quinta di copertina ha portato in scena L’inedito di William Shakespeare, primo spettacolo della XII edizione della rassegna Teatro alla deriva. Il teatro alla deriva, peculiare rassegna ideata da Ernesto Colutta con la direzione artistica di Giovanni Meola, si configura come un’esperienza teatrale unica nel suo genere. Il curioso appellativo, dato a questa iniziativa, discende dal fatto che gli spettacoli vengono messi in scena su di una zattera, appositamente costruita e posizionata nel laghetto circolare delle terme Stufe di Nerone. Ciò che caratterizza questa splendida rassegna, non è solo l’insolito palcoscenico, ma l’intera location costituita dal complesso termale. Il pubblico, prima dello spettacolo, è invitato ad attendere nel meraviglioso aranceto, un bellissimo giardino che profuma di agrumi, dove tra candele e splendidi alberi sarà possibile rilassarsi prima della rappresentazione, magari approfittando del servizio bar per sorseggiare un buon bicchiere di vino. Giunta l’ora di accendere i riflettori, gli spettatori sono invitati a dirigersi presso il laghetto dove sarà possibile scegliere tra diverse postazioni, i palchi, le sedie, oppure il bordo del lago per coloro che vogliono calarsi il più possibile nella rappresentazione. Il pubblico si ritroverà in un contesto del tutto inaspettato, uno scenario suggestivo ed inusuale capace di arricchire e valorizzare gli spettacoli messi in scena, o forse sarebbe più consono dire “in zattera!” Teatro alla deriva: William Shakespeare in Zattera con l’Inedito (regia di Stefano De Luca) Domenica 1 luglio, la compagnia teatrale Quinta di copertina ha presentato l’Inedito, spettacolo basato sulle opere di William Shakespeare con la regia di Stefano De Luca. Una rappresentazione intelligente ed elaborata in cui l’impalcatura dei testi shakespeariani viene resa in modo del tutto inusuale. Gli attori, Maria Adele Attanasio, Deborah Fedrigucci, Fabio Magnani e Renato Preziuso cominciano la loro performance con una esilarante, quanto coinvolgente, introduzione al mondo di Shakespeare. I 4 interpreti hanno tenuto una vera e propria lezione di storia alla quale gli spettatori sono stati invitati a partecipare attivamente. Notizie inaspettate e curiose, come le presunte origini italiane del drammaturgo, o addirittura la sua responsabilità in merito ad un disastro aereo, vengo divulgate in modo preciso ma divertente, così catturando l’attenzione del pubblico, che più volte ha alternato lo stupore alle risate. Una lezione sul teatro di William Shakespeare ed una commedia shakespeariana tutta improvvisata. Dopo un’infarinatura generale sulla storia dello scrittore inglese e sulle caratteristiche della sua arte, gli attori mediante un’interazione continua con il pubblico, hanno messo in scena il loro inedito shakespeariano: un opera creata al momento tramite la pura improvvisazione teatrale. I protagonisti, utilizzando l’impalcatura e gli archetipi delle opere del drammaturgo, insieme agli spunti forniti dagli spettatori, sono riusciti a mescolare l’ilarità della commedia alla severità del dramma. Grazie alla loro grandissima preparazione i Quinta di copertina sono riusciti a presentare un’inedito Shakespeariano accattivante e divertentissimo, un vero omaggio al re del teatro. Shakespeare cucinato e proposto come lui stesso non avrebbe saputo immaginare. Gli appuntamenti con il teatro alla deriva meritano […]

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Recensioni

Al Nostos Teatro, Sogno di una notte di mezza estate

Dal 29 giugno al 1 luglio, dalle 19.30 alle 22.30, al Nostos Teatro Sogno di una notte di mezza estate, celeberrima commedia di Shakespeare, rivive nel magnifico scenario del Complesso Monumentale di San Francesco ad Aversa. Sicuramente la più famosa commedia di Shakespeare ha una trama complessa e ricca di colpi di scena che si presta a numerose interpretazioni filologiche e reinterpretazioni nel Mondo Moderno: tutto ha inizio ad Atene dove fervono i preparativi per le nozze di Teseo e Ippolita, ma esse non fanno che da sfondo alla coppia di innamorati veri protagonisti della vicenda, Ermia e Lisandro, vicenda in cui si andranno ad intrecciare le peripezie di altri innamorati, quali appunto Demetrio ed Elena. Metateatro, folklore, cultura classica frammista a leggende e personaggi propri piuttosto del mito celtico, scenari ed espedienti della letteratura di intrattenimento come la magia, il sogno, paesaggi fantastici e misteriosi: tutto questo fa mostra di sé in una sola opera, fa ridere e fa sognare, rimanere col fiato sospeso e sospirare per il romanticismo, tanti elementi che l’Autore ha saputo ben armonizzare sanciscono il successo di questa Commedia presso il pubblico di tutti i tempi. Si va a spasso con la storia e coi suoi interpreti per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro Niente quinte di cartone né tendaggi per Sogno di una notte di mezza estate al Nostos Teatro: sapientemente i direttori artistici dell’opera scelgono di rappresentare in piacevoli serate di mezza estate la celeberrima commedia nel complesso monumentale della chiesa di San Francesco per la rassegna A spasso con la Storia 2018. Lo Spettatore va effettivamente a spasso con la storia e i suoi interpreti dal punto più alto del Monastero, alla sala circondata da finestroni dove un tempo si affacciavano le suore di clausura per guardare la Vita scorrere inesorabile ai loro piedi, al giardino del chiostro con la sua frescura e le piante secolari attraverso scale a chiocciola e terrazze bagnate dalla luce della Luna, per concludersi nella magnifica Chiesa Monumentale di San Francesco. Il connubio è ben riuscito: le luci soffuse sotto le ogive, gli archi bianchi, le luci della città che si affacciano dai finestroni, gli affreschi del secolo XIII, la pace e il silenzio dell’orto trasportano lo spettatore in un’atmosfera magica e lo cullano in un sogno come quello dei protagonisti. Questo riuscito espediente fa dello spettatore – un po’ spione – parte attiva della vicenda (d’altronde gli attori camminano accanto a lui e quasi lo sfiorano) e a sua volta lo spettatore si sente coinvolto e guarda con simpatia gli interpreti, tutti giovanissimi. Da Aversana consiglio vivamente lo spettacolo ai miei compaesani che lo troveranno molto godibile con una punta dell’orgoglio campanilista che viene dall’avere dei monumenti così belli e a tutti i tipi di pubblico, perché la rappresentazione sa mettere ben d’accordo l’amante del classico e del moderno. Nostos sogno  

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