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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 927 articoli

Teatro

Resurrexit Cassandra, il genio di Jan Fabre al Teatro Bellini

Dopo la rassegna estiva del Napoli Teatro Festival 2020, si torna nei teatri. E lo si fa per davvero. Il sipario, la platea, i palchetti, il velluto rosso delle poltroncine. Certo, si torna con modalità diverse, ma la curiosità e la luce negli occhi, quegli occhi che le mascherine lasciano intravedere appena, quelle non cambiano. Ad aprire la Sezione Internazionale, il 12 e 13 settembre, presso il Teatro Bellini di Napoli, Resurrexit Cassandra. E allora, che lo spettacolo abbia inizio.  Al centro della scena una statuaria donna bionda, avvolta nel verde di un abito. Alle sue spalle specchi-monitor. Terra e tartarughe ai suoi piedi. Si tratta di Cassandra, principessa troiana, figlia di Priamo ed Ecuba, uccisa per mano di Clitemnestra. Cassandra, principessa troiana, rimessa al mondo dalla prolifica mente di Jan Fabre.  Resurrexit Cassandra dà voce a una delle creature più sventurate della mitologia greca, condannata da Apollo all’incomunicabilità, nelle cui vene scorrono il sangue e il dolore del passato, del presente e del futuro, sui cui fianchi ondeggiano rabbia, verità e denuncia. Una voce che piange nel deserto.  Ancora una volta il genio dell’artista belga fa centro, supportato dalla felice unione con un potentissimo testo firmato da Ruggero Cappuccio, che riesce a inserire perfettamente l’eroina greca nelle maglie del presente. Ancora una volta le parole dell’indovina, rivolte a un’umanità che la considera un’invasata, sono apocalittiche: non un cavallo di legno, non una città in fiamme stavolta, ma un mondo da salvare. Una Madre Terra che sa essere tanto generosa quanto spietata, che ama i suoi figli ma che può tranquillamente continuare a vivere senza. In una danza orgiastica, provocatoria e sensuale, in quello che Fabre ha definito un concerto di immagini scandito da cambi d’abito, nero, blu, rosso, bianco, Cassandra, una meravigliosa Sara Höttler, si dimena. Lei, morta, ma che continua a vivere con le membra sparse, chiede di essere ascoltata. Lei, in lotta con la piccolezza degli uomini e la grandezza della loro presunzione, ebbra delle sue visioni fatte di arcipelaghi di plastica, scioglimenti di ghiacciai e innalzamento delle acque, scuote con le sue parole, austere, teutoniche, mentre gli occhi di chi la ascolta restano impigliati nei movimenti dei suoi fianchi. Lei, protagonista assoluta dello spettacolo. Come recitano le note di regia, la profetessa inascoltata ha il compito di tutelare il mondo. Rappresenta la Madre primordiale, Madre Natura, la sciamana, la santa che ci mette in guardia sulle sorti del nostro Pianeta. Resurrexit Cassandra è un atto d’accusa contro l’inconcepibile piacere dell’autoinganno in cui si crogiola l’umanità: sappiamo bene tutto ciò che può accadere a noi stessi e alla terra, ma la brama di ingannarci è maggiore. Questa è la nostra vergogna e la nostra tragedia.  Una Cassandra contemporanea che sussurra, grida, si lamenta. Ototototo popoi da, Ototototo popoi da, un lamento struggente, penetrante, pregno di dolore e frustrazione. Impossibile non far cadere l’attenzione sulla cura con cui lecca, bacia, tocca le tartarughe ai suoi piedi, forse simbolo del buon senso o forse anche un inno alla lentezza in risposta a […]

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Teatro

Francesco Arienzo live al Lanificio 25: un ragazzo sensibile

In un caldissimo 25 agosto, il Lanificio 25 apre le porte a Francesco Arienzo e alla sua Stand Up Comedy Francesco Arienzo: il timido introverso Tra mascherine e distanziamento, la suggestiva location del Lanificio 25 ospita Francesco Arienzo in quel che è il secondo appuntamento del tuor estivo organizzato da The Comedy Club. In un momento non facile per gli show dal vivo, tra norme da rispettare e ansie più che lecite, lo spettacolo di Francesco Arienzo si presenta come una piacevolissima parentesi in cui è possibile tirare un sospiro di sollievo e sentirsi leggeri per un’ora e più. Dopo l’apertura di un sempre in forma Davide DDL, ecco arrivare il protagonista della serata. Il monologhista napoletano classe ’81 si esibisce in un doppio spettacolo (20:30 prima; 22:00 poi), riuscendo a trasportare tutti i presenti nel suo particolare universo di timidezza che cela però una straripante schiettezza e simpatia. Impossibile non sentirsi almeno per un attimo nei panni del comico nato a Casalnuovo di Napoli, nonostante (o forse proprio per) le sue mille contraddizioni e le sue difficoltà a trovare posto in un mondo che lo fa sentire sempre inadatto. Ed ecco quindi un’antologia di un’ora e mezza di situazioni capovolte: i pregi della quarantena, il disagio di essere “timidi introversi” in un mondo di “estroversi espansivi con braccia lunghissime!” e  tristi ricordi adolescenziali. Un “ragazzo molto sensibile”, come si definisce Francesco durante lo spettacolo, che fornisce la sua personalissima visione della vita grazie a squarci narrativi che fanno da finestre sulla sua comicità. Tutto è assurdo, tutto è al contrario. Un esempio? L’invidia è una colpa degli invidiati. Sono loro a chiederti come stai, ma solo perché sanno che “stai peggio di loro”. «Nel mondo siamo 7/8 miliardi di persone…perché dovete venire tutti da me a vantarvi delle vostre fortune?»” Nella girandola di disavventure e sorrisi, non si può non sottolineare la presenza dell’amico/collega di Arienzo, Frank Matano, che per primo ha puntato sul ragazzo ai tempi di Italia’s Got Talent nel 2017. Matano, ufficialmente in veste da spettatore, è stato estremamente partecipe allo spettacolo, salendo anche sul palco in chiusura e regalando un quarto d’ora di risate grazie a sketch improvvisati proprio con Arienzo. Quello di Francesco è senza dubbio un appuntamento riuscito, che centra il suo obiettivo primario: portare un po’ di spensieratezza in un momento così teso (del resto lui è un ragazzo molto sensibile). Il tutto ovviamente, nella splendida cornice del Lanificio, che si conferma ancora porto sicuro per stand up comedy, buona musica e sano divertimento. Il tour di Arienzo continua a: Taranto 26/08 Bari 27/08 Lecce 28/08   Fonte Immagine: https://www.facebook.com/grazieassai

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Napoli e Dintorni

Amleto di Franco Nappi al Castello Lancellotti di Lauro

Amleto di Franco Nappi al Castello Lancellotti di Lauro Il Castello Lancellotti di Lauro riapre le sue porte per lo Shakespeare Summer Dream: Il 22 e il 23 Agosto Il Demiurgo e l’associazione culturale Pro Lauro ripropongono un’opera di William Shakespere, dopo il Riccardo III del mese scorso. Il cortile del castello diventa questa volta il palcoscenico della tragedia più celebre dello scrittore inglese; la corte è quella di Danimarca, dove il re e la regina devono fare i conti con un principe singolare; Amleto. La regia è ancora quella di Franco Nappi, gli interpreti: Andrea Cioffi nei panni di un ironico quanto inquieto Amleto, Chiara Vitiello interpreta una magistrale Ofelia, Alessandro Balletta è Orazio, il fedele compagno del principe Amleto, Franco Nappi il meschino re Claudio, Roberta Astuti è l’austera e ambigua madre di Amleto nonché regina Gertude, Nello Provenzano è invece il ciambellano Polonio, padre di Ofelia e di Laerte, Antonio Torino. Amleto di Franco Nappi è senza dubbio la tragedia del lutto e del dubbio, oltre che del pensiero smodato che arriva a inaridire e a ritardare l’azione, della pazzia che si confonde con la realtà, della messa in discussione di ciò che è giusto e morale e di ciò che non lo è. Il dubbio -“amletico” per definizione- però rimane, fino al tragico finale, che infondo non risolve, ma forse esorcizza. La storia di Amleto Ad Elsinore, in Danimarca, una cerimonia apre la scena; re Claudio e la sua regina, Gertrude, hanno coronato il loro sogno d’amore. Il sogno però si rivela ben presto un incubo per il figlio della regina, Amleto; il padre è morto da un mese e la madre lo ha già sostituito col fratello. Amleto non si dà pace e non riesce a condividere la gioia delle nozze; è l’unico infatti a portare ancora i segni del lutto, non solo nei vestiti, bensì sul volto, nell’animo, nel suo agire, o non agire. L’apparizione del defunto re e padre, che svela al figlio la reale causa della sua morte, enfatizza il dolore e l’inquietudine di Amleto; è stato suo fratello Claudio ad avvelenarlo per usurparne il trono. Amleto è distrutto; sta vaneggiano o è realmente suo padre a rendere concreti i suoi dubbi e la sua amarezza? Il defunto re chiede inoltre ad Amleto di essere vendicato; lo spinge dunque all’azione. Eppure il principe non può fare a meno di ponderare, di riconsiderare e rimodulare le parole nei suoi monologhi a voce alta. L’azione è sempre ritardata, procrastinata; la realtà che lo circonda gli sembra tutta una pantomima, ma agli occhi degli altri è lui il folle. Prima di agire Amleto ha bisogno di una prova; decide così di utilizzare quella messa in scena, quella falsità di cui si sente circondato attraverso il mezzo per eccellenza, quello capace di concretizzare tutte le passioni umane e farle sfilare davanti agli occhi degli uomini; approfitta quindi dell’arrivo di alcuni commedianti per inscenare la morte di un re. L’assassino è suo fratello, che diventa re e […]

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Teatro

Omaggio a Rino Gaetano, a San Domenico il cielo è sempre più blu

C’è un cilindro nero sulla Nomentana. Dicono che appartenga a un funambolo estroso della musica italiana. A uno che, negli anni ’70, aveva già capito che l’unica forma di resistenza alle criticità societarie fosse l’amore. Che faceva l’autostop in autostrada pur di tornare più spesso a casa. Che aveva un fratello figlio unico che abbracciava con la sua musica e le sue strofe fuori dallo spazio e dal tempo, dalle etichette e dalla prassi. Che non sopportava i giochi di potere, le ospitate TV e il dover essere commerciale. Che si presentava nel nonsense di Sanremo con una canzone nonsense, prima in Frac e poi in canotta. Che aveva sdoganato la parola “sesso” nel paese dei perbenisti. Che innovava rimanendo se stesso, costruito un personaggio non cambiando di una virgola. Che odiava il playback e preferiva fumare in diretta nazionale piuttosto che muovere le labbra a tempo. Che possedeva l’ottimismo del fanciullo e le mani dell’operaio. Che faceva in terra le veci di un cielo incredibilmente azzurro, nonostante tutto. C’è un cilindro nero sulla Nomentana. Dicono che appartenga a un funambolo estroso della musica italiana. Ad uno che, generazione dopo generazione, continua a emozionare, dilaniare e divertire. Si chiamava Rino Gaetano, lui. E da quando se n’è andato, per non perdere la sua inestimabile eredità, non ci resta che omaggiarlo a suon di note, strofe e melodie. Omaggio a Rino Gaetano, si chiude così Classico Contemporaneo E così, con uno splendido tributo al cantante calabrese, che Gianmarco Cesareo e Mirko di Martino hanno scelto di chiudere la rassegna Classico contemporaneo che, anche quest’anno, nonostante il Covid, ha portato molti napoletani a preferire il teatro alla movida. Omaggiare un titano della musica italiana come Rino Gaetano non era affatto una sfida semplice, ma la missione può considerarsi compiuta. Francesco Luongo è stato all’altezza dei pesanti panni indossati, sia vocalmente che nella tenuta del palcoscenico. Arrangiamenti originali (particolarmente convincente la riscrittura di Nonteraggae più) e narrazione si sono alternati con buon ritmo, e tutti i musicisti coinvolti – Laura Cuomo (voce), Francesco Santagata (Chitarre, basso, synth), Viviana Ulisse (violino) – hanno performato con carisma e talento, tanto da ricevere la tanto agognata richiesta di bis a fine spettacolo. Bis che ha chiuso un mese di successi e acceso l’aspettativa per la nuova stagione del teatro Tram che, da molti anni a questa parte, è sinonimo di qualità e innovazione. Fonte immagine: ufficio stampa

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Teatro

Misura per misura, la banalità del male e dell’amore

Recensione dello spettacolo Misura per misura, regia di Diego Maht, pièce di debutto dell’edizione 2020 della rassegna Classico Contemporaneo «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire». Così Italo Calvino in uno dei suoi saggi più famosi asserisce in merito all’importanza e al valore dei classici nella letteratura e nella vita emotiva e civile di ogni lettore. Discorso analogo, naturalmente, lo si può applicare per alcuni testi teatrali che, nonostante lo scandire implacabile del tempo, rimangono fonte vivida e profonda di spunti, riflessioni e dilemmi. E così, l’idea di riportarli – con adeguati e talvolta necessari adattamenti – sulla scena è un’operazione quantomai utile e necessaria, soprattutto nella sterilità culturale ed intellettuale del post lockdown. Per fortuna, allora, esistono rassegne come quella organizzata dal Teatro TRAM, che, con il suo “Classico Contemporaneo”, anche quest’anno, si prefigge l’arduo compito di distrarre dalla calura estiva i napoletani intrattenendoli a suon di spettacoli, concerti e momenti di confronto. Ieri, 9 agosto, si è tenuto il suo spettacolo di debutto, l’adattamento del giovane regista Diego Maht, Misura per misura, una delle meno conosciute problem plays di Shakespeare. Misura per misura, «lo Stato sono io» Nella splendida cornice del cortile di San Domenico Maggiore, una voce irrompe sulla scena. È il Duca (Marcello Gravina) che, stanco dal suo ruolo, decide di affidarlo momentaneamente ad Angelo (Giuseppe Di Gennaro), uomo incredibilmente ligio alla dottrina politica. In questo semplice quanto celere passaggio di consegne si innesta il gomitolo di criticità etiche, morali e legislative che andrà ad accalappiare tutto lo svolgersi delle vicende. Il nuovo sovrano, infatti, applicherà alla lettera, senza alcuna remora, le leggi lasciategli in dote, anche quelle più severe, potenzialmente ingiuste. E ai fischi del popolo risponderà con un semplice, quanto efficace, «lo Stato sono io, lo faccio per il vostro bene». Il suo atteggiamento, tecnicamente inappuntabile e irreprensibile, sarà però minato dal subinaneo amore per Isabella (Germana Di Marino) che, pur di salvare il fratello Claudio (Vincenzo Coppola), condannato a morte per un cavillo mai utilizzato prima, si renderà persino disponibile a giacere con lui. Al di là del dualismo servo-padrone e del ruolo emblematico che il fidato Lucio ha nell’economia del testo (o meglio, nella sua riscrittura), è interessante osservare come il male e l’amore abbiano, in uno strano sliding doors concettuale, le stesse sfumature arendtiane di banalità in quest’opera. Il male non è altro che la perpetuazione pedissequa di dettami imposti dalla giurisprudenza, dalle regole, necessari gioghi in cui racchiudere il viver civile mentre l’amore un empatico cedere agli istinti primordiali, potenzialmente in grado di riscrivere anche le più malvagie dittature. Dov’è quindi il problema? Nelle leggi e nella loro stesura, nella loro più o meno stringente applicazione, nei sentimenti che possono portare a pericolose quanto ovvie eccezioni, o nel concetto stesso di morale? Tante domande, e come spesso accade con i testi del drammaturgo inglese, neanche l’ombra di una risposta. Misura per misura, buona la prima per Diego Maht! Quel che è certo […]

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Teatro

Caligola, analisi di una lucida follia al NTFI

La scena rimane vuota per alcuni secondi. Caligola entra furtivamente dal lato sinistro. Sembra smarrito, va verso lo specchio e si ferma non appena vede la propria immagine.  Roma, I secolo d. C. Un uomo è fuori di sé per la morte di Drusilla. Sua sorella, la sua amante. Quell’uomo è il figlio di Germanico, il terzo imperatore romano. Quell’uomo è Caligola.  Protagonista di uno dei testi più affascinanti di Albert Camus, scritto a più riprese, in un periodo in cui l’Europa veniva risucchiata nella voragine dei totalitarismi, Caligola non porta in scena una tragedia storica, ma esistenziale. Un’opera teatrale di estrema tensione, in cui si intrecciano il delirio del potere e l’utopia della verità. L’involucro vuoto di un imperatore e quel che resta di un uomo alla disperata ricerca di un senso del vivere.  Per la ripartenza del teatro, dopo mesi di tavole vuote e sipari calati, Vinicio Marchioni si mette in gioco con un testo estremamente attuale che offre una riflessione sull’assurdo della vita, che indaga la solitudine e il delirio di uomo, un imperatore, che i manuali di storia ci hanno consegnato come un pazzo, terribile e crudele. In una scenografia scarna, circondata da specchi di pirandelliana memoria, che costringono il protagonista a un confronto con se stesso, ipnotizzanti le coreografie di Milena Mancini, che rende quasi tangibile, con l’eleganza dei suoi movimenti, il pathos dei crimini del sanguinario Caligola. Un viaggio nei meccanismi del potere, ma prima ancora un viaggio nella lucida follia di chi, in balìa della lotta insanabile tra ragione e sentimento, schiavitù e libertà, riconosce tragicamente che questo mondo in sé non basta alla inappagabile felicità, mera utopia di ogni animo umano. «Questo mondo così com’è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità, di qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo.»   L’anarchia di Caligola appartiene all’arte e alla poesia, la sua follia si rivela essere sempre più lucida razionalità, la disperazione disvela agli occhi del Cesare il carattere effimero di quell’esistenza in cui niente dura, neppure il dolore, in cui si smarrisce persino il senso della libertà: «non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perchè tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.»  La morte di Drusilla è per Caligola la rivelazione dell’assurdità della condizione umana, l’uscita dalla caverna platonica. La sua crudeltà un modo per imitare il destino, la sua morte l’apoteosi di tutte le sue azioni e il suo modo di rifiutare quell’assurdo inaccettabile e di iniziare ad essere, forse, veramente vivo.  NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA  DI ALBERT CAMUS LETTURA DRAMMATIZZATA DIRETTA E INTERPRETATA DA VINICIO MARCHIONI IDEAZIONE SCENICA, COSTUMI E PERFORMER MILENA MANCINI CAPODIMONTE – CORTILE DELLA REGGIA  26 LUGLIO ORE 21:30   Immagine in evidenza: Napoli Teatro Festival Italia

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Teatro

Filippo Giardina presenta Formiche a Napoli

Filippo Giardina si esibisce nel Chiostro di San Domenico Maggiore a Napoli il 28 luglio. Filippo Giardina si scatena ancora, e stavolta il palco è quello allestito nel Chiostro di San Domenico Maggiore, il 28 luglio. Disinibito, irrispettoso, scorretto, ma ha anche dei difetti. Presentato da The Comedy Club, agenzia partenopea di management, produzione e comunicazione specializzata nella satira e stand up comedy, e da Stand up Comedy Napoli, Formiche si rivela essere una boccata d’aria fresca in un stanza calda di ansie e preoccupazioni. Chi conosce il movimento di stand up comedy italiano, non può non conoscere Filippo Giardina, e chi invece è estraneo a tale circolo, non può che iniziare proprio dal comico romano. Punto di riferimento per l’intera comunità di Comedians in Italia, fondatore del collettivo Satiriasi nel 2009, vanta partecipazioni tv al cast di “Stand Up Comedy” su Comedy Central IT, “Sbandati” su Rai2 e “Nemico Pubblico” su Rai3. Ben nove gli spettacoli (più e più volte portati in scena), alcuni disponibili al pubblico anche sul suo canale youtube (ecco qui il precedente spettacolo, Lo Ha Già Detto Gesù, forse uno dei lavori migliori dell’artista) Ed è proprio il palcoscenico l’habitat naturale di Filippo Giardina, e lo si è visto (ancora una volta) a Napoli il 28 luglio. E diciamolo, iniziare davanti ad una Chiesa, è già il miglior assist che si possa fare a qualcuno che fa satira. La serata in compagnia di Giardina e delle sue “Formiche” Dopo un’ottima apertura di Vincenzo Comunale, giovane talento partenopeo, ecco arrivare il protagonista della serata. Nel suo Formiche, Giardina veste i panni di una gigantesca gru, pronta a demolire qualsiasi convinzione e certezza dell’uomo medio. Spettacolo completo, nel senso che il comico romano non risparmia proprio nessuno. Tante sono infatti le tematiche che riesce a legare al filo del suo microfono. Si parte dall’analisi irriverente e dissacrante delle singole minoranze, allo sbeffeggiare la banalità di certe maggioranze, a grandi (e alquanto improbabili) rivoluzioni sociali. Ma non staremo parlando di Filippo Giardina se non facessimo almeno menzione alle sue grandi abilità di provocatore. E allora ecco il “revisionismo storico Giardiniano”, e le sue personalissime ma convincenti (a modo loro) visioni di De Andrè, Andreotti, Ilaria Cucchi e molti altri. Bene impostato, coinvolgente (il rapporto e il dialogo con il pubblico è ormai caratteristica nota) ma soprattutto: stimolante. La personalissima morale di Giardina, non solo invita alla riflessione, seppur utilizzando lo strumento dell’assurdo, ma presenta una particolare caratteristica: non può lasciare indifferenti. Quasi due ore di esilaranti paradossi, eccentriche teorie e pungenti osservazioni. La satira quindi, ma più in generale lo spettacolo dal vivo, persiste e resiste, anche con le situazioni oggettivamente complesse che hanno segnato questo 2020, che consentono un plauso in più non solo all’artista, ma a tutta la grande macchina organizzativa che vi è dietro questo, e altri spettacoli (pensiamo a quello tenuto il 21 luglio al Lanificio 25) In conclusione, segnaliamo le future date estive di Formiche: 29/07 Taranto- Jentu Beach 30/07 Bari- Malto’s Beer […]

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Napoli e Dintorni

Iliade – la Guerra di Troia, in scena al Castello Lancellotti

 Iliade – la Guerra di Troia: un classico in chiave moderna in scena al Castello Lancellotti  Le porte del Castello Lancellotti si aprono in una ventilata sera di fine luglio, per prestare le proprie mura a quelle più famose della storia: “Iliade – la Guerra di Troia” è il titolo dello spettacolo andato in scena sabato 25 luglio, con drammaturgia di Franco Nappi e Daniele Acerra, regia di Franco Nappi e con Chiara Vitiello, Franco Nappi, Daniele Acerra, Marco Serra e Andrea Cioffi. Un numero esiguo di attori (al fine di rispettare le norme relative all’emergenza sanitaria ancora in atto) reinterpreta il poema omerico in chiave modernizzante, tenendo sempre sotto braccio la falsariga antica: “Cantami, o Diva, del Pelide Achille, l’ira funesta“, i celebri versi dell’Iliade riecheggiano all’inizio e al termine dello spettacolo, ma poi il ceco narratore prende la parola e parla a noi, uomini del ventunesimo secolo, con parole attuali delle gesta lontane, radici da cui si innalza e si dirama tutta la poetica occidentale. Lo spettacolo è stato realizzato grazie alla collaborazione de Il Demiurgo con le associazioni Pro Lauro, Pro Loco e Feir. Iliade: la Guerra di Troia Attraverso la voce del ceco narratore i versi del poema prendono forma. In scena anche i due protagonisti e artefici del mitico scontro: Paride, figlio di Priamo nonché principe di Troia, e Menelao, re di Sparta, legittimo consorte di Elena, il pomo della discordia. Il volere divino ha stabilito che Paride, il principe valente, decidesse chi fosse la più bella tra le dee; lui sceglie però Elena e, innamoratosi di lei, la rapisce. Paride e Menelao dividono la scena e si alternano in un monologo che insieme benedice e maledice la donna amata da entrambi, strappata dall’uno all’altro. Elena è solo evocata ma presente nel drappo rosso che i due stringono: Paride con languido amore, Menelao con fame di vendetta. Un’altra donna funge, però, da bagliore che illumina la narrazione: rosse le sue vesti, morbide le ciocche, stringe al petto un fagotto nero, suo figlio. Una melodia anticipa i suoi passi; la sua ninna nanna è malinconica perché i suoi versi evocano un passato lontano, eroico ma tragico. La donna è Andromaca, moglie del valoroso Ettore, figlio di Priamo e fratello di Paride nonché capo dell’esercito troiano. La ninna nanna è la rievocazione di ciò che è accaduto, il ricordo del valore dei troiani e soprattutto di suo padre Ettore. Di lì innanzi, i protagonisti si alternano in scena come spettri di un passato già scritto dal fato. Nonostante questo però, come lo stesso narratore ricorda, questa è una storia di carne e sangue e quindi anche di cuori che battono, di sentimenti, di valori. Gli scontri, le alleanze e i patti rievocati seguono tutti le passioni degli uomini più che degli eroi: la decisione di scendere in guerra di Menelao e Agamennone, suo fratello e re di Micene, risponde all’esigenza di vendicarsi del torto subito ma soprattutto a quella di assediare e radere al suolo Troia; a […]

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Teatro

Lanificio 25: live del trio comico Ravenna, Tinti e Rapone

Luca Ravenna, Daniele Tinti e Stefano Rapone il 21 luglio al Lanificio 25. La stand up comedy non si ferma, nonostante le norme anti-covid e l’estate più strana da tanti anni a questa parte. Questo è il titolo che potrebbe giungere, senza particolari difficoltà, dalla serata di martedì 21 luglio, in cui il comico Luca Ravenna torna a Napoli, a distanza di mesi dal suo ultimo spettacolo. Milanese, ma romano d’adozione, lo stand up comedian è ormai un habitué del capoluogo partenopeo e dei suoi locali notturni, sempre più propensi a promuovere un genere che in Italia sta trovando una crescente diffusione. Accompagnato  stavolta da una coppia d’eccezione, Daniele Tinti e Stefano Rapone, colleghi ma prima di tutto amici accomunati dalla medesima passione e talento. La splendida cornice del Lanificio 25 ha ospitato lo spettacolo di Ravenna, Tinti e Rapone nell’ambito delle iniziative promosse dall’innovativa agenzia di promozione “The Comedy Club”. Un progetto che negli ultimi anni ha promosso in maniera sempre più vigorosa il genere della Stand Up Comedy a Napoli, ospitando i maggiori esponenti ed interpreti di questa comicità di origine anglosassone. Tra i prossimi appuntamenti di stand up comedy a Napoli,  da non perdere Venia Lalli, il 9 agosto ancora allo storico Lanificio 25, e Filippo Giardina, il 28 luglio nel cortile di San Domenico Maggiore. Luca Ravenna è tra i maggiori comici italiani della scena. Una satira dissacrante, la sua, che trae linfa vitale dalla vita quotidiana e che non presenta alcun tipo di filtro o di censura. Il comico milanese ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it, collaborando successivamente con il collettivo The Pills. È stato poi componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio ed autore di podcast molto seguiti sulle varie piattaforme di ascolto, in particolare il varietà calcistico Tintoria ISS PRO 98, in collaborazione proprio con Daniele Tinti. Un curriculum corposo nell’ambito del mondo umoristico che farebbe invidia a molti. Come da tradizione, Ravenna, Tinti e Rapone hanno portato sul palco del Lanificio 25 il loro vissuto: quelle emozioni, incertezze e paure che viviamo tutti i giorni che il talento e la genialità di autori così brillanti permettono di trasformare in uno spettacolo esilarante. L’età adulta, il razzismo all’italiana, scoprire di avere un fratello brasiliano adottato e la paura di mettersi a nudo. Una vita sentimentale disastrosa e lo splendido appuntamento con una delle grandi protagoniste della Seconda Guerra Mondiale. E poi la famiglia e il rapporto con la droga, tema da cui sono stati tratti spezzoni già seguitissimi su Internet; la scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo; l rapporto della madre con il tema della droga; la vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici; la paura delle emozioni; un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il trio si conferma così un talento satirico unico nel panorama […]

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Teatro

Gianni Farina al NTF: Buona permanenza al mondo, il caso Majakovskij

In occasione della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, nella fascinosa cornice del Real Bosco di Capodimonte, Gianni Farina insieme alla compagnia faentina Menoventi, porta in scena Buona permanenza al mondo, Majakovskij BPM: la messinscena di un anelito, l’ultimo, quello del poeta rivoluzionario russo, rivolto ai posteri. Il battito di un cuore, musica funebre e già aleggia un senso di morte su un palco illuminato a stento. I colori: rosso e nero. Sullo schermo una planimetria: è il passaggio Lubjanskij, quattro stanze più lo studio di Majakovskij, dove la mattina del 14 aprile 1930 il poeta si toglie la vita con un colpo di rivoltella al cuore. Il messaggio di addio («A tutti») così comincia: «Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non poteva soffrirli. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi: non è una soluzione (e non la consiglio ad altri), ma non ho vie d’uscita […] La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana. Io e la vita siamo pari. E a nulla serve l’elenco dei reciproci dolori, disastri, offese. BUONA PERMANENZA AL MONDO». In scena un’immagine distopica che viene dal futuro: è la Donna Fosforescente (Consuelo Battiston), l’ultima fantascientifica creazione teatrale di Vladimir Majakovskij che ci introduce in un tempo di sospetto, intrighi, documentazioni e testimonianze anonime innescando un movimento repentino di cambi di scena e di ruolo dei vari attori, confondendo e intrecciando le possibili giustificazioni di un suicidio dai significati e dalle motivazioni plurimi, risucchiando gli spettatori in un viaggio nel tempo costruito intorno al “pettegolezzo” . Siamo nel futuro, è già avvenuta la morte di Majakovskij. In uno studio televisivo, una doppia scena, il palco e lo schermo sullo sfondo, inquadrature da primo piano di mani agitate, una donna anonima dal viso coperto, poi l’interrogatorio all’attrice Veronika (Nora) Polonskaja: l’ultimo amore di Majakovskij, l’ultima persona ad aver incontrato il poeta prima del suicidio. Era veramente sull’uscio della porta pronta per andarsene dopo averlo rifiutato? O in camera con lui al momento dello sparo? Lo ha premuto proprio Nora quel grilletto? Allora è omicidio. E suo marito, coinvolto anche lui? Una cospirazione? I suoi cambi di umore improvvisi – ora appare sconvolta e in lacrime, ora lucida e agghiacciante – gestiti con estrema maestria da Federica Garavaglia, ci confondono e ci insospettiscono. Siamo trasportati dalla dinamica incontrollabile della scena, dal rapido movimento degli attori, verso l’oblio; i sospetti si moltiplicano, il mistero si fa fitto intorno al caso Majakovskij. Gianni Farina al NTFI: «la poesia di Majakovskij è eterna» Nella ricostruzione rapida e pignola del suicidio di Majakovskij messa in scena da Gianni Farina vi è un riferimento letterario importante che è Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale (2015): quella del regista e drammaturgo è una riscrittura che si serve dello spazio scenico e della sua potenza visiva per creare una mise en éspace, a metà tra una lettura e uno spettacolo, dai continui salti temporali che si costruisce cinematograficamente per immagini. L’intera scena si slaccia intorno a una […]

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