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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 814 articoli

Teatro

Gianfelice Imparato in Ditegli sempre di sì al Teatro Diana

Dal 13 fino al 24 novembre Gianfelice Imparato e Carolina Rosi saranno al Teatro Diana con Ditegli sempre di sì, con la regia di Roberto Andò e prodotto da Elledieffe, la Compagnia di Teatro di Luca De Filippo diretta oggi da Carolina Rosi. Si tratta di uno dei primi testi di Eduardo De Filippo (una prima stesura dell’opera risale al 1925), portato in scena dal grande drammaturgo napoletano per la prima volta nel 1932 assieme ai fratelli Titina e Peppino e nel 1997 dal figlio Luca. Opera coinvolgente e divertente, di straordinaria fortuna, e la prima in assoluto in cui Eduardo De Filippo affronta la tematica della follia. Non è mai semplice misurarsi e rendere omaggio ad una delle personalità simbolo della cultura napoletana nel mondo, ma l’impresa è senz’altro riuscita al regista Roberto Andò, alla sua prima esperienza con il teatro di Eduardo, e all’interpretazione magistrale di Gianfelice imparato e Carolina Rosi, in virtù della loro lunga e vasta esperienza teatrale, di una profonda conoscenza del teatro di Eduardo e dei rapporti lavorativi e personali con Luca De Filippo, del quale Carolina Rosi è stata per oltre vent’anni compagna. Ditegli sempre di sì: il Michele Murri di Gianfelice Imparato ci mostra il labile confine tra follia e sanità La scena si apre in un tipico salotto borghese napoletano: erroneamente dimesso come ormai guarito dal manicomio nel quale era stato rinchiuso, grazie all’ottimismo di uno psichiatra fin troppo fiducioso che rassicura la sorella Teresa circa l’ottima salute del fratello e la incoraggia a non contrariarlo in nulla (da qui il titolo dell’opera), Michele Murri (Gianfelice Imparato) torna a casa dalla sorella Teresa (Carolina Rosi), una vedova che vive con la sua cameriera in un appartamento in affitto e subaffitta la stanza del fratello ricoverato ad uno stravagante studente con velleità poetiche. Michele non è, tuttavia, un pazzo furioso, ma un perfetto gentiluomo, uomo d’affari socievole, cordiale e brillante, la cui difficile esperienza del manicomio viene nascosta a tutti, affinché non si comprometta, affinché la società dei sani non lo etichetti come un uomo pericoloso e lo escluda dalla propria realtà, impedendogli di reintegrasi in essa come uomo d’affari e di rivestire adesso il ruolo di marito, giudicato con razionalità da Michele Murri come funzionale e quasi propedeutico al suo rientro nella società borghese, fondamentale per ottenere tranquillità e rispettabilità. Ma Michele Murri, sebbene le apparenze dicano il contrario, pazzo lo è davvero: è un maniaco ossessivo della precisione e, prendendo puntualmente ed eccessivamente alla lettera tutto ciò che gli viene detto dagli inquilini del palazzo dove vive, una serie di bizzarri tipi umani, ne distorce le parole smascherandone i piani segreti, le ipocrisie e le vanità, fino a creare una fitta trama di equivoci e fraintendimenti che ci condurranno con vivacità fino alla conclusione, lapidaria e beffarda, dell’opera: la confessione disincantata che il confine tra follia e sanità è in realtà ben più sottile di ciò che s’immagina, che l’insensatezza regola i rapporti umani e che i presunti sani, in […]

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Recensioni

L’onore perduto di Katharina Blum in scena al Teatro Mercadante

L’onore perduto di Katharina Blum: al Mercadante in scena, dal 12 al 17 novembre, è la rappresentazione teatrale del romanzo di Heinrich Böll riadattato da Letizia Russo, per la regia di Franco Però. Venerdì 20 febbraio 1974: è carnevale, i coniugi Blorna, Hubert (Peppino Mazzotta) e Trude (Ester Galazzi), sono in partenza per una meritata vacanza in montagna; Katharina (una bellissima e algida Elena Radonicich) la loro impeccabile e adorata governante, ha due settimane di paga anticipate e una serata libera in un giorno di festa. L’idea è quella di andare ad una festa e di ballare: ballare, tutta la serata, da sola. Le cose non andranno secondo i programmi: l’incontro di Katharina con Ludwig Götten, un assassino, probabilmente un terrorista, ricercato e latitante, sconvolgerà non solo i suoi piani per la serata, ma l’intera sua esistenza, che ne uscirà irreparabilmente devastata.  Katharina è protagonista e al tempo stesso narratrice della sua storia: una storia che viene raccontata a ritroso in un flashback che si dipana a partire da un omicidio. Ludwig Götten è un personaggio totalmente assente nella messa in scena: la sua assenza non fa altro che aumentare il senso di abbandono e di ingiustizia che perseguita Katharina. Da Ludwig e dall’amore per lui deriveranno tutti i mali che per un inspiegabile riflesso incondizionato si rovesceranno su Katharina.  L’onore perduto di Katharina Blum: il sacrificio di un innocente L’onore perduto di Katharina Blum mette in scena lo scontro quotidiano tra la virtù e la calunnia, il pregiudizio, il becero chiacchiericcio. Katharina ha in sé una serie di virtù che la società non perdona: la dignità che la porta a scegliere la solitudine, il decoro e il rispetto che le impongono di tacere le altrui bassezze, il riserbo e il silenzio che sollevano il sospetto e la curiosità dei vicini, l’indipendenza troppo spesso fraintesa e oggetto di maldicenze. Katharina è giovane, donna, divorziata, sola e, dopo l’incontro con Götten, follemente innamorata: Katharina è la più ghiotta delle prede da dare in pasto alla stampa scandalistica.  Nel sistema dei personaggi, il ruolo dell’antagonista non è di uno o più personaggi: l’antagonista di Katharina non è Werner Tötges, giornalista d’assalto di un tabloid locale, Die Zeitung, che, mosso dall’elementare logica del mercato, monta sulla verità una storia scandalosa e accattivante. L’antagonista di Katharina è piuttosto il pregiudizio di un’intera società, quell’atavico maschilismo che risiede nel fondo di ogni individuo, maschio o femmina che sia, che vede in ogni donna la femmina di un uomo, che non perdona, perciò, ad una donna la scelta, l’arbitrio, la proprietà della propria persona. Allora Tötges e i suoi articoletti spiccioli sono solo il megafono di quei benpensanti che non accettano la libertà e l’emancipazione di una donna giovane e bella: Tötges scrive quello che la gente vuole leggere. “La libertà di stampa è libertà di uccidere” La stampa mastica e maciulla qualunque aspetto della vita privata di Katharina. La stampa, come una lente alla luce del sole, deforma e poi brucia. Katharina, la sua vita, il […]

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Teatro

L’attore napoletano Sergio Del Prete si racconta

Novembre, in un pomeriggio uggioso e una Napoli che non sa reagire alla pioggia, Eroica Fenice incontra Sergio Del Prete, giovane attore napoletano. Pantaloni grigi, maglietta bianca e una semplicità disarmante. Facile entrare in sintonia con lui, complice un caffè, come la tradizione napoletana impone. Fare l’attore è una scelta professionale o una scelta di vita? Sicuramente una scelta di vita, la scelta di un tipo di vita. Inizi, paradossalmente, in nome di un sano egoismo, facendo cose che ti danno una certa soddisfazione emotiva, ma fare l’attore è, deve essere, un lavoro di altruismo, di generosità verso quel pubblico spesso sottovalutato. Sposare questo tipo di vita inevitabilmente ti condiziona nelle scelte umane, nei rapporti personali. Il non avere programmi rende complicato affrontare l’ordinarietà.  Quando hai capito che “dovevi” fare questo? L’ho capito quando ho provato a fare altro ma la mente correva sempre al teatro. Ho iniziato, per caso, in un laboratorio teatrale a scuola. Poi nel periodo dell’Università, dove mi iscrissi forse erroneamente, più provavo a immaginarmi in altri contesti, più il mio bisogno di vita emotivo, sentimentale, mi trascinava sul palcoscenico, su quelle tavole dove ho trovato la mia forma quando non avevo ancora un’idea ben chiara di chi, cosa fossi. È lì che ho trovato me stesso, il mio posto nel mondo. Una malattia da cui, per fortuna, non sono più guarito.  E nel sorriso dei suoi occhi mentre descrive cosa prova quando si apre il sipario, che forse, come lui dice, nun se po’ capì, si legge un amore viscerale, prepotente, quasi contagioso.  Qual è il primo ruolo che hai interpretato? Quanto sei cambiato da allora? Ho iniziato vestendo i panni di Gennarino, un personaggio di De Filippo, avevo sedici anni. Fino a un attimo prima che si aprisse il sipario, non ero assolutamente consapevole di cosa stessi per fare, la prima battuta mi ha risucchiato in un vortice emotivo. A sedici anni la carica emotiva era molto forte, recitare significava per me uscire allo scoperto. Intanto sono cresciuto, cambiato, sono diventato consapevole: l’attore non deve emozionarsi, deve emozionare. Non nego che la scarica elettrica c’è sempre, ma l’emozione ha un’altra direzione: è di chi ti sta di fronte, non tua. Tra i ruoli che hai interpretato, c’è un personaggio che ti è rimasto sulla pelle? Che in qualche modo ti ha segnato?  Sicuramente il personaggio di uno spettacolo al quale sono particolarmente legato, di cui ho curato anche la regia insieme a Roberto Solofria: Chiromantica ode telefonica agli abbandonati amori. Un travestito che affronta un percorso quasi onirico tra personaggi che vivono nel sottosuolo. Mi ha segnato, perché ha determinato la mia personale visione del teatro, che deve essere, a mio avviso, essenziale. L’essenzialità appartiene al mio modo di vivere, di essere. Questo spettacolo ha cambiato, o meglio, ha valorizzato alcune parti di me, la mia sensibilità, cosa inevitabile quando ti trovi a scandagliare personaggi di questo tipo, messi a nudo nel loro essere persone più che personaggi. Simboli in cui ognuno può trovare qualcosa di sé, che rendono […]

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Teatro

Mamma mà, il TRAM si veste di comicità

Mamma mà, in scena al TRAM dall’8 al 10 novembre  Chi te vo bene chiù d’a mamme, te n’ganne. È risaputo che, al sud, la mamma è una colonna portante, una creatura quasi mitologica. La potenza del vincolo materno è tale da diventare modo di dire: mammamà, espressione che il napoletano utilizza per indicare stupore, noia, meraviglia. Insomma, nella città partenopea ogni occasione è buona per invocare mammà. E proprio questo ruolo, croce e delizia di una donna, è al centro del monologo di Massimo Andrei, Mamma mà (regia Gennaro Silvestro). A dare voce alle battute di Andrei una meravigliosa Daniela Ioia, la cui veracità napoletana straborda prepotente, nelle movenze, nelle parole, negli sguardi. In una parola, esilarante. La vediamo ora in camice e ciabatte armata di detersivi e straccio, ora in abiti più sobri, ora in tutina attillata e tacchi vertiginosi, divise d’ordinanza di tre donne molto diverse tra loro con un comune denominatore: la maternità. C’è chi la attende con ansia, consultando medici e invocando santi. C’è chi i figli ce li ha già e con quella eccessiva premura in cui le mamme del sud sono maestre, cerca di metterli in guardia sugli errori e sulla presunta ignorantità del mondo: il fidanzato può essere pure marrò, che mica è colpa sua, l’importante è che porta i soldi a casa e che non tiene cento mogli. E poi c’è chi, abbandonata dal marito, combatte il tempo che avanza con aderenza e scollature e colma i suoi vuoti ingombrando la vita dei figli. Ansie, sfoghi, ammiccamenti, il tutto in una stanza con uno scrittoio sulla destra e una sedia di fronte: lo studio di uno psicologo. Tre napoletane. Tre donne. Tre madri. E la proiezione mentale di una donna con in mano un test di gravidanza: aspetto un bambino? Sì? Che madre sarò? Mamma, mà! Un campionario di donne napoletane, napoletanissime che Daniela Ioia interpreta con tale naturalezza, che quasi ci abbagliano i neon bianchi degli ospedali, che quasi vediamo il basso in cui qualcuno annega i suoi problemi in un secchio pieno d’acqua con una mazza in mano. Che quasi ci troviamo nella palestra in cui qualcuno ammicca cercando nello sguardo degli uomini la sicurezza di cui il marito l’ha privata.  Mamma, mà, un monologo pungente, che ironizza sui luoghi comuni in maniera mai banale. E se è vero che, De Filippo docet, far ridere è molto più difficile che far piangere, non resta che dire Chapeau a Daniela Ioia e Massimo Andrei. Andatelo a vedere! Come? Sono finite le repliche al TRAM? E cercatelo altrove, tanto che tenite ‘a fà? Mamma, mà!  Fonte immagine: www.ilmonito.it

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Recensioni

La ronda degli ammoniti di Enzo Moscato | Recensione

Ritorna, dopo il successo al Napoli Teatro Festival, ‘La ronda degli ammoniti‘ in Sala Assoli, un intenso spettacolo di e con Enzo Moscato accompagnato in scena da Benedetto Casillo, Simona Barattolo, Salvatore Chiantone, Ciro D’Errico, Giovanni Di Bonito, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Francesco Moscato, Antonio Polito, Michele Principe. La storia di un viaggio temporale nel 1917 in cui adulti ritornano bambini, fantasmi dei segni del futuro che li ha fatti soffrire facendo condurre loro un’esistenza di lunga lontana dalle aspettative di ognuno. I sogni frantumati di cent’anni fa Proprio questo il tema centrale dello spettacolo: i sogni distrutti. Una classe di bambini/adulti, stanca di vedere morire pian piano i propri sogni e per questo, ad uno ad uno, i ragazzi si gettano dalla finestra del terzo piano della Scuola Elementare Emanuele Gi della città di N.; bambini, quindi, che pur di fuggire a tutto questo trovano la morte spiccando l’ultimo volo verso il vuoto, verso un qualcosa che li rende di certo più spensierati rispetto alla vita terrena. Sì perché la vita nel 1917, la vita nel periodo della guerra, è molto difficile ed ogni bambino porta dentro sé una ferita, un parente morto o molto malato, un eterno ritorno e aggravamento del malessere. Bambini che pur di evitare la loro seconda morte in guerra, come quella di quando erano adulti, preferiscono suicidarsi e credere che la libertà stia tutta lì: in un salto nel vuoto. L’angoscia del divenire, la consapevolezza, la tristezza, sono tutte sensazioni che con il suo testo de ”La ronda degli ammoniti” il noto drammaturgo napoletano Enzo Moscato, è riuscito a far arrivare in maniera forte e diretta al pubblico sorprendendo e rendendo partecipe gli spettatori in un vortice emotivo senza eguali. La ronda degli ammoniti: la giovine età senza speranza La scena si apre in una classe con un maestro e una classe di bambini/adulti che all’apparenza sembrano condurre una vita normale o comunque una vita da giovani ragazzi di un quartiere popolare della città di N., fin quando ognuno di loro, tra battute e risate, svela quelli che sono i propri scheletri nell’armadio, quei mostri sotto il letto i quali convivono perennemente con loro, ma di cui cercano spesso di liberarsi. Alcuni trovando la morte, altri attraverso profondi flussi di coscienza. Uno spettacolo, quello di Moscato, dalla struggente intensità mista a qualche battuta e qualche gioco di parole, ma col significato sempre apparentemente ben incastrato nella vicenda che si muove in virtù di tutto il senso dell’opera, come tutte le altre opere del noto artista. Un testo ad impatto, forte e allo stesso tempo riflessivo che ci fa capire quanto, nella vita, può dipendere da ciò che ci circonda e quanto da noi stessi.

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Teatro

Alessio Arena apre la rassegna BeQuiet

Giovedì 7 novembre, alle ore 21:00, ad aprire la rassegna BeQuiet – Concerti al Piccolo Bellini, presentato da APOGEO RECORDS & BEQUIET, è stato Alessio Arena con il recital “Vocca“. Vale la pena soffermarsi un attimo a parlare del BeQuiet. Si tratta di un movimento culturale attivo dal 2012, nato da un’idea del compositore e arrangiatore Giovanni Block, che ha lo scopo di aggregare musicisti, artisti e operatori. Il movimento si è consolidato nel cartellone del Teatro Bellini, diventando anche compagnia teatrale ed è considerato – ormai da oltre sette anni – il palco più accreditato per la canzone d’autore di qualità. Quest’anno Apogeo Records, oltre a produrre la rassegna in collaborazione con Upside Production, affiancherà il BeQuiet nella direzione artistica. La rassegna sarà l’occasione per conoscere e apprezzare le più interessanti proposte della canzone d’autore e si svolgerà al Teatro Piccolo Bellini in quattro appuntamenti che ospiteranno dopo Alessio Arena, esibitosi il 7 novembre, gli Ars Nova Napoli & Assurd (9 dicembre), le Mujeres Creando (16 gennaio 2020) e la presentazione di Apogeo Records New Generation (9 febbraio 2020). Alessio Areana, chi è? Alessio Arena è un figlio di “put***a”. Non accigliatevi, dai. E togliete quelle mani dai fianchi coi pugni chiusi, per trasmettere paura. Sembrate gatti che arruffano il pelo! Mi piace pensare ad Alessio Arena come il figlio di una donna di facili costumi che non si cura di seguire le regole del buon gusto, perché non ha nemmeno un briciolo di timore nel risultare sfacciata. Una femmina che indossa sempre un vestitino aderente e dei tacchi a spillo, un paio di cerchi e un rossetto intenso. Una ribelle che balla, beve e flirta, e offre liberamente il suo corpo alla voglia degli uomini, restando malvolentieri incinta. Sputa dal suo corpo carne della sua carne, che per lei rappresenta puntualmente solo una costrizione, una responsabilità che non vuole assumersi. Alessio Arena è figlio di Napoli, e la cosa non mi stupisce. Perché i figli di Napoli hanno in sé il sacro fuoco dell’arte. Non ci si sveglia una mattina decidendo di voler fare l’artista: l’arte è una crosta che rimargina una voragine pregna di un’anima che non parla, ma urla, e il suo valore non conosce il desiderio di “arrivismo” mercificato. Ha solo bisogno di cicatrizzarsi, di prendere forma. Alessio Arena è un artista a 360 gradi e lo è per esigenza, perché è un figlio di buona madre. Quella mamma che lui non prega, “jastemma”. Classe 1984, Alessio Arena è il canta-scrittore del Rione Sanità, dal sangue composito, mezzo partenopeo e mezzo spagnolo, in quanto figlio adottivo della penisola iberica, la sua seconda mamma musicale, dove si è trasferito dopo aver completato i suoi studi letterari in Italia. Alessio è autore di romanzi e album pluripremiati, oltre che stimato traduttore per l’editoria e per il teatro, ma non approfondiremo le vie impervie che ha percorso con successo riconosciuto questo concentrato ambulante di passione e talento, perché non basterebbe un articolo. I viaggi che concretamente ha vissuto […]

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Teatro

Il tempo è veleno in scena al Teatro Nuovo

Il tempo è veleno | Recensione teatrale Dopo il Napoli Teatro Festival, presentata da Teatri Uniti e Fondazione Campania dei Festival, torna al Teatro Nuovo di Napoli, Il tempo è veleno, di Tony Laudadio, regia di Francesco Saponaro, in scena dal 6 novembre fino a domenica 10. Cosa accadrebbe se ci trovassimo nella stessa stanza con il nostro passato e il nostro futuro? Se d’un tratto la linea del tempo si piegasse su se stessa? E proprio ciò che accade in una Napoli degli anni ’70, in un interno che affaccia sul golfo e sul Vesuvio. Scenografia scarna, una tenda, un tavolo e bianche cornici di porte attraversate da Paco, Bianca e le loro due figlie. Protagonisti di una vicenda familiare che innesca una riflessione sul tempo che, forse, non conosce perdono, che sedimenta e torna, in un modo o nell’altro, a chiedere il conto. Sessant’anni di vita in un’ora e mezza. Sessant’anni di vita in un salone, teatro di perbenismo, menzogne, affetti, tradimenti, illusioni, disillusioni, abbandoni, dolori, ma che affaccia sul rassicurante golfo, con vista su mare. Vincente la sovrapposizione di diversi momenti temporali, la presenza nella stessa stanza di personaggi, del loro prima, del loro dopo. Camminano vicini, si incrociano, si parlano pur non sentendosi, si guardano pur non vedendosi, come fantasmi. Inevitabile non trovare in questo gioco di doppi, di specchi, di rimandi, una metafora della città di Napoli, che vive da sempre popolata dai suoi fantasmi, che in ogni sua strada, palazzo, sampietrino rivela le facce di tante epoche che l’hanno attraversata e che continueranno a farlo.  Il tempo è veleno, commedia dolce e amara  Di solito il tempo lenisce il dolore, si legge sulle note di regia, qui, invece, il tempo alimenta l’angoscia di cui si servono i ricordi, i sensi di colpa e le paure. Improvvisi turbamenti costringono i personaggi di questa commedia a ripensamenti e incertezze, a gesti di stupidità quotidiana che dietro l’illusione trasgressiva del gioco nascondono un’essenza di morte. E non c’è scampo, non c’è antidoto, non c’è redenzione, perché il tempo precipita lentamente nelle nostre vite come una goccia di inesorabile veleno. Il tempo è veleno  di e con Tony Laudadio, Teresa Saponangelo, Eva Cambiale, Andrea Renzi, Angela Fontana, Lucienne Perreca regia Francesco Saponaro Fonte immagine: https://www.facebook.com/concerteria.it/photos/gm.549464415787107/3088639761152295/?type=3&theater

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Teatro

Jules e Roméo porta al Bellini l’amore rivoluzionario

Il 5 e 6 novembre il Piccolo Bellini ha presentato Jules & Roméo una ripresa neoclassica della tragica storia shakespeariana di Romeo e Giulietta, rivisitato attraverso la messa in scena di un amore omosessuale. Jules & Roméo: collaborazioni di prestigio Questa creazione nasce dalla collaborazione tra Jean-Sébastien Colau e Grégory Gaillard, entrambi ballerini dell’Opera di Parigi, sostenuti dall’impianto musicale di Stéphane Jounot, compositore di musica elettronica. Proprio Jean-Sébastien Colau è tra gli educatori di danza di maggiore spessore dei giorni nostri, grazie alla sua profonda conoscenza delle scuole di balletto francesi, fortemente contaminate da stili e tecniche acquisite nelle sue numerose collaborazioni intercontinentali. Il corpo di ballo tutto campano vanta, invece, la collaborazione con alcuni tra i più promettenti ballerini del Teatro San Carlo di Napoli, tra cui Valeria Iacomino, Tommaso Palladino, Angelo Eragese e Danilo Di Leo. Completamente all’altezza anche la performance di Nastassia Avolio e Vincenzo Veneruso. La scenografia si alterna ad immagini e filmati, in piena chiave moderna, di Francesca Tortorelli, Giuliana Tarallo, Nicole Gaudio, Ludovica Sciannamblo. Jules & Roméo l’amore eterno tra rivoluzione e integrazione La storia tratta di Paris, una promettente fotografa, che vive una storia d’amore con Jules. Durante la serata di presentazione della mostra d’arte, tra la folla e la musica, Jules incontra Romèo. Il colpo di fulmine è immediato e irrefrenabile. La musica cambia, l’intorno svanisce. Si resta sospesi nella sensazione inspiegabile della connessione. Così, i due ragazzi sono sospinti da una forza attrattiva che gli impedisce di restare lontani, li trasporta in una dimensione estranea e privata, formata solo dalla loro percezione. Quest’attimo è completamente sostenuto dal Destino, il vero marionettista di quest’opera, che, come nell’originale, interviene sulla scena manovrando a suo piacimento i personaggi e gestendo in prima persona i rapporti e i movimenti di ognuno di loro. In occasione di una cena, Thibalt, sorella di Jules e amica di Paris, scopre la relazione tra i due amanti. Diverrà, allora, la rappresentazione dell’odio omossessuale, tutta riversata su Mercuzio, la figura più gioiosa e vitale del balletto. Lo scandalo esplode e diviene motore dell’azione tragica. I personaggi si relazionano e si interscambiano tra loro, mettendo in rilievo l’artisticità individuale, mai sopraffatta dal gruppo, oltre che il punto di vista di ogni personaggio. In questo modo, a dominare la scena è l’amore: un sentimento universale ed eterno che, svincolato dalle definizioni, dal sesso e dall’etichette, diviene simbolo rivoluzionario. E rivoluzionario è l’atto che questa messa in scena rappresenta: nella volontà di andare in profondità, di prescindere dalla concezione personale di ognuno di noi, il teatro, ma soprattutto la danza, tenta di smuoversi dalla sua fissità e dai pregiudizi che la riguardano per diventare tramite di tematiche sociali e promotore dell’integrazione. Così, la più famosa e passionale tra le storie, scritta intorno al 1594, diviene modernità, senza mai rinunciare all’intensità dell’amore verso cui, ognuno di noi, a prescindere dalla propria sessualità, è privo di difese. Ufficio stampa Teatro Bellini: Katia Prota

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Teatro

Il Maestro più alto del mondo, TSO e abusi al Tram

Recensione dello spettacolo di Mirko De Martino “Il maestro più alto del mondo” con protagonista Orazio Cerino Massimiliano Malzone Giuseppe Casu Giuseppe Uva Franco Mastrogiovanni Lettere. Sintagmi. Morfemi ammucchiati per formare parole, per comporre nomi. E questi nomi, anche se spesso ce ne dimentichiamo, hanno delle storie, delle urla nascoste in cassetti che la coscienza collettiva tende a dimenticare. Da qui l’importanza del riportare in superficie, della denuncia, in qualsiasi forma essa sia fatta. Ci ha pensato e ci pensa il cinema – più mainstream e di facile comprensione – ma negli ultimi anni anche numerosi drammaturghi ci hanno provato, e con ottimi risultati. Un esempio perfetto ci è stato fornito ieri sera da “Il maestro più alto del mondo”, spettacolo di debutto della nuova stagione del Teatro Tram e che ha visto protagonista la storia di Franco Mastrogiovanni raccontata dal copione di Mirko Di Martino e dallo smisurato talento attoriale di Orazio Cerino. Il Maestro più alto del mondo, Franco Mastrogiovanni e il mare Tutto parte dal mare e non può che essere così. Da una fuga verso il sole e la libertà di essere, al di là delle dicerie della gente, anarchici, strambi, smisuratamente insensati. Tutto parte da lì, dall’evitare un posto di blocco per l’ennesimo TSO imposto senza una reale ragione, e finisce nel più atroce e crudele dei modi. Con la contenzione, con la solitudine, con i morsi della fame e gli schiaffi della sete. Legato mani e piedi, Franco Mastrogiovanni spirerà in ospedale il 4 agosto del 2009, dopo 87 ore di ingiustificata agonia. La sua morte ha tanti responsabili ma, come spesso accade, nessun colpevole. Tutti eseguivano ordini, si dirà, nessuno può essere perseguito. In uno spazio scenico sempre più claustrofobico, lo spettacolo segue con precisione le vicende senza mai dare la parola al maestro elementare, le cui urla rimangono in sottofondo. Uno straordinario Orazio Cerino ha dato voce e spessore, infatti, a tutte le figure che hanno gravitato intorno alla terribile vicenda di Franco e ha narrato con passione ed enfasi una tragedia che ha tanti sconfitti e nessun vincitore. Il primo e grande sconfitto di questa vicenda è lo Stato. Uno Stato che nelle sue burocrazie, nei suoi dettami e poi nella sua giustizia, si è dimostrato cieco, sordo e ottuso. E Franco Mastrogiovanni è solo uno delle sue vittime innocenti. Vittime innocenti e poi dimenticate, come se quei nomi, quasi che quei nomi non siano altro che lettere, sintagmi, morfemi ammucchiati così, tristemente a caso.

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Teatro

Teatro Trianon Viviani: Le indimenticabili canzoni di Napoli

La serata del primo novembre, Eroica Fenice si è addentrata nel cuore di Napoli dove, al Teatro Trianon Viviani (il primo teatro popolare campano), ha assistito alla messa in scena del primo titolo del cartellone firmato dal direttore artistico uscente Nino D’Angelo: Quelle del Festival… Le indimenticabili canzoni di Napoli. Uno spettacolo suddiviso in due tempi, presentato da Edda Cioffi e prodotto da Sud promotion. È stata una serata all’insegna della promozione e della valorizzazione delle indimenticabili canzoni napoletane. Protagonisti dieci artisti: Giusy Attanasio, Alessia Cacace, Luciano Caldore, Gino Da Vinci, Enzo Esposito, Mavi Gagliardi di Sud 58, Alfredo Minucci, Teresa Rocco, Antonio Siano e Lino Tozzi. Ha diretto l’orchestra Peppino Fiscale, che ha curato anche gli arrangiamenti musicali. Maurizio Palumbo, ideatore e regista dello spettacolo, ha inserito nella scaletta anche celebri brani presentati da interpreti partenopei al festival di Sanremo. «È una sorta di gemellaggio tra il festival di Napoli e quello di Sanremo, nel ricordo della manifestazione che si tenne nel 1932 nel casinò municipale della città ligure, il “festival della Canzone partenopea”, ideato e organizzato da Ernesto Murolo, il poeta autore di “Serenata napulitana”, padre di Roberto Murolo». Al Teatro Trianon Viviani, Napoli resiste attraverso la musica e si racconta La musica partenopea sa del profumo degli aranci e dei limoni di Sorrento, c’immerge nel blu del mare che bagna il Golfo, evoca l’austerità del Vesuvio, parla d’amore e denuncia una cruda realtà. Tra il patrimonio della canzone e il napoletano esiste un’identità totale che va oltre le distinzioni sociali, economiche e culturali. Nei meandri di Forcella, uno dei quartieri napoletani maggiormente martoriati dalla malavita, al Teatro Trianon Viviani, si celebra la bellezza della canzone napoletana, una produzione che si afferma a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. La canzone napoletana è oggi famosa in tutto il mondo e si fa linguaggio universale. Chi non ha sentito, almeno una volta nella vita, il ritornello di O’ sole mio? La diffusione della canzone napoletana ha raggiunto livelli internazionali, basti dire che, spostandoci all’estero, possiamo ad esempio ascoltare Funiculì Funiculà in occasione del cambio di guardia al palazzo Reale di Danimarca. Popoli diversi, uomini del passato, del presente e del futuro possono far capo alla musica per intendersi. Essa è ovunque e ognuno di noi se la porta dentro. «Per noi il mondo non ha confini, siamo tutti clandestini». La musica ci unisce e ci rende più forti. La bellezza ci porta in salvo, sempre. Di seguito, la scaletta musicale: primo tempo 1. Antonio Siano – ‘O Vesuvio (1967) 2. Giusy Attanasio – Segretamente (1960) 3. Luciano Caldore – Perdere l’amore (Sanremo 1988, Massimo Ranieri) 4. Enzo Esposito – ‘A pizza (1966) 5. Mavi Gagliardi – Tu si’ na cosa grande (1964) 6. ospite 7. Alfredo Minucci – E mo’ e mo’ (Sanremo 1985, Peppino di Capri) 8. Lino Tozzi – Scriveme (1966) 9. Alessia Cacace – Tuppe tuppe, Marescia’ (1958) 10. Gino Da Vinci – Vienme ‘nzuonno (1959) 11. Teresa Rocco – Malinconico autunno (1957) 12. medley secondo tempo 1. […]

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