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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 713 articoli

Teatro

Bentornata Piedigrotta IV edizione al Teatro Augusteo

All’Augusteo sabato 22 e domenica 23 settembre è andata in scena la quarta edizione di Bentornata Piedigrotta, spettacolo musicale che in tre ore e poco più ripercorre tutte le tappe più significative del patrimonio musicale napoletano. L’idea è di Leonardo Ippolito e il titolo evoca chiaramente l’antichissima Festa di Piedigrotta, che si svolgeva in onore della nascita della Vergine Maria avvenuta nella notte tra il 7 e l’8 settembre. In tale occasione i carri sfilavano accompagnati da orchestrine di chitarre e mandolini, i palazzi venivano riccamente addobbati a festa e, addirittura, tra le numerose canzoni che venivano presentate se ne sceglievano cinque o sei tra le più belle per decretarle vincitrici. Bentornata Piedigrotta, la IV edizione Come i colori della festa un tempo spadroneggiavano sullo sfondo dei palazzi in festa, così anche sul palcoscenico le mille luci insieme ai vestiti sgargianti delle donne ci trasportano in un’atmosfera antica, che odora di nostalgia, di sigarette di contrabbando e pizze vendute a poco prezzo nei vicoli della città. Molteplici sono gli interpreti che si alternano in scena, tra canti e balli: corde vocali che risuonano direttamente dalle viscere del suolo napoletano, plasmato non solo da lava e cemento, ma anche dalla sinfonia antica dell’anima. Dal repertorio classico, come ‘O Sole Mio, passando per la sceneggiata napoletana in cui amicizie finite male e amori struggenti prendono alla pancia anche l’ascoltatore più insensibile, finendo alle canzonette più recenti, ci si ricorda inevitabilmente di nomi come Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, Roberto Bracco ed Ernesto Murolo, tutti artisti che hanno contribuito a rendere famosa la canzone napoletana nel mondo. Sapientemente Leonardo Ippolito è riuscito ad allestire uno spettacolo che per magia unisce il pubblico e gli attori: è impossibile resistere per alcuni, si cantano bisbigliando non solo canzoni, ma anche la propria infanzia e i propri ricordi e si ritorna così, per la durata di tre minuti, a quando si era bambini. Una partecipazione accorata, che fa battere le mani a ritmo e alla quale non possono sfuggire nemmeno i più giovani, divertiti e affascinati dall’allegria o commossi per la tristezza di alcune sceneggiate. I protagonisti della scena sono Lello Pirone e Natalia Cretella con interventi di Ciro Capano e Salvatore Meola. E poi, in ordine di apparizione: Carla Buonerba, Umberto del Prete, Francesca di Tolla, Giampietro Ianneo, Salvatore Imparato, Carlo Liccardo, Nadia Pepe, Lucrezia Raimondi Sciotti, Marilù Russo, Luca Sorrentino e Daniela Sponzilli. Impossibile, infine, non ricordare la direzione musicale del Maestro Ginetto Ferrara.  

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Interviste

Iene da palcoscenico, intervista ad Antonella Fortunato

“Iene da palcoscenico” è una compagnia teatrale di giovani che dallo scorso anno porta davanti ai riflettori la propria creatività, il proprio impegno e la propria crescita. Si tratta di ragazzi accesi dallo stesso ardore che hanno fatto squadra per recitare la loro parte. Le Iene porteranno in scena “Alice.” il 29 e il 30 settembre al teatro Il Piccolo di Napoli e, per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con la sceneggiatrice di questa compagnia, Antonella Fortunato. Un’appassionata cacciatrice di anime mondane da ricamare addosso ai suoi amici attori. L’intervista alla sceneggiatrice di “Iene da palcoscenico”, Antonella Fortunato Un’ossessione viscerale per le parole è ciò che sicuramente ti distingue da ogni altra forma di vita sulla terra, tant’è che scrivi da sempre per conto tuo. Una sceneggiatura, invece, presuppone un lavoro di gruppo. Come hai vissuto questo passaggio alla coralità in quello che era il tuo solitario mondo della scrittura? La scrittura, per me, rappresenta da sempre un luogo più che una pratica, un’azione o una semplice forma d’arte.  È un rifugio entro il quale rintanarmi per mettere a fuoco idee, emozioni e situazioni. Una sorta di stanza di vetro che isola e (se necessario) protegge dal mondo, senza però interrompere con esso la comunicazione. Anzi, la potenzia. Chi si rifugia nella stanza-scrittura sa di poterne inchiostrare le pareti trasparenti con parole che dall’esterno saranno leggibili solo per chi verso quello spazio di vetro indirizzerà lo sguardo, interessato o semplicemente curioso. Condividere il mio posto speciale con altre venti persone è stata un’esperienza sicuramente forte, che ha segnato un profondo cambiamento nel modo stesso di approcciarmi a carta e penna. Scrivere un articolo di giornale, un racconto o un saggio implica il doversi rapportare a un lettore, che con il testo verrà in contatto in un secondo momento e, al massimo, finirà per maledire l’acquisto del giornale o del romanzo non gradito. Scrivere uno spettacolo teatrale, invece, vuol dire dover fare i conti con lo spettatore. Quest’ultimo si materializzerà davanti agli attori e potrà decidere se incoraggiarli con un applauso o metterli a disagio con un fischio. Uno sceneggiatore deve tenere sempre conto del suo esigente pubblico. Ha il compito di calibrare battute e scene per tenere sempre alta la sua attenzione e non annoiarlo mai. Io ho la fortuna di essere guidata nella stesura dei copioni dal regista della mia compagnia, Niko del Priore, che supervisiona ogni fase di elaborazione del testo. Perché il teatro è cooperazione, prima di tutto, e la scrittura deve sapersi vestire di presentabilità scenica. I suoi -Anto taglia corto, non stai scrivendo un romanzo!- sono stati una scialuppa di salvataggio contro la possibilità di beccarci qualche denuncia per sequestro di persona, a fine spettacolo.   In una compagnia teatrale, dunque, non si è da soli. Grazie alle “Iene da palcoscenico” ti sei ritrovata ad avere una seconda famiglia dalle personalità eterogenee, la cui progenitrice è la stessa identica passione. Quanto e perchè è importante mettersi alla prova in un contesto del genere? […]

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Teatro

Nuovo Teatro Sanità, al via la nuova stagione “politica”

Centinaia di persone sono accorse nella piccola chiesa settecentesca di Piazzetta San Vincenzo, nel cuore del rione Sanità a Napoli. Quello stesso quartiere che ha dato i natali a Totò e ha fatto da scenografia a diversi capolavori come “L’oro di Napoli” di Vittorio De Sica e “Il Sindaco del Rione Sanità” di Eduardo De Filippo. Quello stesso quartiere in cui il lavoro del Nuovo Teatro Sanità, un teatro di circa ottanta posti ricavato in un luogo rimasto abbandonato per decenni, ha un inestimabile valore. In particolare, per la gestione del teatro, affidata a un gruppo di giovani sotto i trent’anni, coadiuvati da diversi professionisti del settore teatrale, e per i tanti nomi rilevanti del panorama artistico locale e nazionale (come Cristina Donadio, Roberto Saviano, Toni Servillo e tanti altri) che hanno calcato il palcoscenico del Nuovo Teatro Sanità. Anche quest’anno – come lo scorso – la stagione teatrale del Nuovo Teatro Sanità sarà piena di interessanti appuntamenti. “Circle – il teatro ti porta lontano” è il nome scelto per la sesta stagione, che si basa su un’idea progettuale, fatta di relazioni e scambi, per costruire un’idea di teatro partecipativa. Ma soprattutto, nasce in relazione con il progetto “Circle Festival”, realizzato con il sostegno di MIBAC e SIAE nell’ambito dell’iniziativa “S’illumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”. Obbiettivo del “Circle Festival” è la diffusione della drammaturgia Europea attraverso la traduzione, la messa in scena e la pubblicazione di testi teatrali provenienti da Germania, Grecia, Spagna e Italia. “L’idea è nata dopo il progetto “Cities on the Edge” – spiega alla platea il direttore artistico Mario Gelardi – creato dal Goethe Institut di Napoli e Marsiglia insieme al Deutsch-franzosisches Jugendwerk, grazie al quale la compagnia ntS’ è approdata in Germania e sarà a Marsiglia all’inizio del prossimo anno. Dal rapporto con diversi drammaturghi europei con cui siamo entrati in contatto è partita l’idea di una stagione che realizzi un piccolo osservatorio su ciò che avviene in Europa e che il rione Sanità diventi per qualche mese un polo teatrale europeo“. “Crediamo nella circolarità della cultura – continua Gelardi – senza muri e senza barriere, ma soprattutto nella libera circolazione delle idee, necessaria per riflettere sulle trasformazioni che sta subendo l’Europa. Rispetto alle precedenti stagioni, quest’ultima ha una spiccata connotazione politica: abbiamo deciso di schierarci contro le intolleranze, la paura del diverso e l’avversione contro tutto quello che appare straniero“. Diversi gli ospiti intervenuti durante la conferenza stampa. Per primi i quattro giovani registi Gianni Spezzano (con “Il viso di un altro dal 12 al 14 ottobre), Fabio Casano (con “Patroclo e Achille” dal 19 al 21 ottobre), Carlo Geltrude (con “I kiwi di Napoli il 23 dicembre) e Riccardo Ciccarelli (con “La testa sott’acqua” dall’11 al 13 gennaio). In seguito Peppe Fonzo, che ha curato la drammaturgia e la regia di “100 volte si” con Roberto Azzurro; Alessandra D’Ambrosio, co-autrice e protagonista di “Scarti di paradiso”, che narra la storia di una donna reclusa in manicomio a 40 anni […]

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Teatro

Maurizio De Giovanni presenta “Canzoni per il commissario Ricciardi”

Le storie tratte dalla saga del commissario Ricciardi si fanno musica e poesia. Lunedì 17 il debutto al Maschio Angioino. Noi c’eravamo.  Una Napoli che è malinconia. Una Napoli che ribolle nei guadi dei ricordi frammentari e truci. Una Napoli che spilla vita da ogni centimetro della sua pelle marina. Una Napoli di profumi, sapori, amori e poesia. Una Napoli che mantiene in equilibrio Eros e Thànatos su una bilancia con due pesi similari. Una Napoli che ruggisce di passione e energia, ma è in un costante equilibrio precario su una strapiombo, colmo di dolore  e di morte. Questo è lo sfondo nella quale Maurizio De Giovanni ha incastonato le sue storie minime, contenute nelle pagine della famosa saga del commissario Ricciardi, narrate sul palcoscenico del Maschio Angioino, lunedì 17 settembre, in un eclettico spettacolo di narrazione e musica, di teatro e spettacolo musicale che si sono fusi, donando un’ alchemica mistura di sensazioni, dove le storie hanno attinto una propria anima dalle note passionali della fisarmonica e della chitarra e si sono scolpite della loro fisionomia emotiva, alternandosi alla poesia della canzone napoletana. Lo scrittore è stato affiancato in scena dalla prorompente e soave voce di Marianita Carfora e dai musicisti Giacomo Piracci e Zac Alderman: l’unione di ciò ha restituito un corale assemblaggio di  pianto, malinconia, poesia, dolore, bellezza nella quale gli spettatori si sono immersi, percependo l’odore della salsedine del mare di Napoli e i suoni brulicanti delle sue strade polverulente, toccando con mano la quotidianità, quella felice e quella straziante, in un modo così profondo che perfino le pietre del mastodontico bastione hanno emesso un lungo gemito. Commissario Ricciardi, il racconto di storie minime tra Eros e Thanatos Due voci ad alternarsi sulla scena. Maurizio De Giovanni smembra le sue storie pregne di  pathos in un dialogo con Marianita Canfora, alternandosi in diversi ruoli, allorché  si cala nella storia. Il maestro De Giovanni colpisce diritto al basso ventre dello spettatore, scagliando frammenti di storie che sono dardi avvelenati, di un veleno di cui è pregna la quotidianità,  che è contenuto nella truce storia di un abbandono, di un inganno, di un lutto. Lo scrittore, come  un direttore d’orchestra, coordina i tempi e i modi della narrazione, sbugiarda le illusioni dell’uomo e funge da fulcro alla voce sontuosa, angelica, calda, lussuriosa di Marianita Canfora che, con intermezzi canori presi dalla tradizione della canzone napoletana, sazia le viscere delle storie, colora le parole  di emotività pura, costruisce quel velo magico che cala prepotentemente sullo spettatore, pregno di umide emozioni che passano attraverso le orecchie fino a sciogliersi sulla pelle e contribuire alla magia dell’immedesimazione. Un persistente filo conduttore lega le vicende delle storie. È la sordida e cruda durezza della realtà a calare prepotentemente nelle vite dei personaggi. Una realtà dolorosa che fuoriesce da qualsiasi tappeto di illusioni, incontenibile come le acque di un fiume in piena, alla quale non ci si può sottrarre. L’amore è il sentimento che attraversa il solco di tutte le storie: amori totalizzanti che hanno […]

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Recensioni

Clitennestra, Agamennone e Cassandra: Geometrie della Passione al Maschio Angioino

Il cortile del Maschio Angioino, venerdì 14 settembre, è accarezzato da una luna flebile e muta che sembra voler urlare le colpe cucite sulla pelle di donne e uomini appartenenti alla notte dei tempi, colpe e traumi allucinanti intrappolati nel magma della storia e del mito come insetti custoditi nell’ambra. Intorno è buio, come se le spire dell’oscurità facessero calare un manto di velluto sugli occhi degli spettatori. Ma è un attimo, e il velo nero dell’oblio è subito strappato come una tela ingombrante, e le pupille sono libere di posarsi sulla figura di una donna che buca l’oblio, dai piedi nudi e dalla lunga tunica, appena uscita dalle pieghe di un incubo che s’incarna sulla sua stessa pelle rischiarata da quella luna soffocata. Lei è Clitennestra, interpretata da Cinzia Maccagnano. Lei addomestica le tavole del palcoscenico, ci si china, ci si prostra, e spalma la propria figura sinuosa e allucinata sul suolo, rendendo la sua macchina attoriale un corpo vivo e fremente: una tela immacolata dove proiettare fotogrammi di dolore, geometrie rigorose eppure spezzate proprio lì, in un punto di rottura che si annida tra il cuore e il basso ventre, tra lo stomaco e il grembo, dove vi è il gomitolo inestricabile e segreto del suo strazio. Alle spalle di Clitennestra, vi sono un uomo e una donna. Lui possente come la colonna dorica di un tempio, vestito elegantemente, dallo sguardo fiero e dalla lingua muta, lei esile e flessuosa come una sirena, dalla lunga chioma e dagli occhi vispi che inondano il palco di quelle parole che la sua bocca tace: sono Agamennone e Cassandra, interpretati da Aurelio Gatti e Luna Marongiu. Clitennestra,  Cassandra e Agamennone, formano un triangolo che diffonde i suoi spigoli geometrici tra i bastioni del Maschio Angioino e si interseca negli occhi degli spettatori, assorbiti dal monologo viscerale e torrentizio di Clitennestra. Il silenzio viene letteralmente incorporato dai passi di danza di Agamennone e Cassandra, che alle spalle di Clitennestra, continuano a tacere e si accingono in una coreografia serrata: i loro piedi danzanti disegnano schemi di colpa e dolore, rinnovando quella lacerazione che sfilaccia il ventre offeso di Clitennestra. Gli schemi liquidi e preziosi della coreografia sembrano fagocitare il silenzio e calpestarlo con i tacchi, mentre Clitennestra, l’unica a prendere la parola, rovescia sul pubblico il suo soliloquio fluviale, che sgorga dal midollo posto al centro esatto del suo dolore e che pulsa di intimità e viscere contorte. Il monologo di Clitennestra: centro nevralgico del dolore e della colpa Clitennestra si offre al pubblico con la sua nuda voce, dopo aver lacerato ogni velo della geometria e del silenzio: lei ha controllato il raccolto quando suo marito non c’era, lei ha infilzato sui pali le teste dei briganti, lei si è sostituita a lui durante le sue assenze, fino a identificarsi con la sua stessa carne e ad assumere il suo stesso occhio nel guardare il bianco collo delle serve. Clitennestra è la donna che aspetta, colei che trascina il suo bianco […]

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Teatro

Il teatro cerca casa: l’edizione 2018-2019

Mercoledì 12 settembre è stata una giornata frenetica per casa Santanelli: in una calda mattinata, infatti, vi è avvenuta la presentazione della nuova stagione teatrale de Il Teatro Cerca Casa. Per chi non lo sapesse, quest’iniziativa insolita vede protagoniste location diverse con un unico comune denominatore: essere il salotto di casa di gente normalissima. “Ora siamo giunti al settimo anno, che passa per essere l’anno della crisi di tutti i legami, e dunque anche di quello nostro con pubblico e attori”: così il padrone di casa, nonché direttore artistico Manlio Santanelli, ha voluto inaugurare l’inizio della conferenza, una sorta di rito apotropaico di buon augurio. Il teatro cerca casa, il cartellone Il salotto è pieno, i giornalisti accorsi in molti si stringono sulle sedie, affinché tutti possano accaparrarsi un posto comodo durante la presentazione. Innumerevoli libri fanno da cornice ad un contesto informale, in cui attori e spettatori si mischiano, s’amalgamo senza barriere e differenze, proprio come vuole l’obiettivo de Il teatro cerca casa: far compenetrare quotidiano e surreale, alla continua ricerca di espressioni alternative di sé. Nella stagione passata, il bilancio si è chiuso in maniera positiva: sono stati circa 25 gli appartamenti, 2000 gli spettatori accolti, 45 gli spettacoli. Quest’anno si cerca di replicare, come prima, più di prima: si coniugano teatro vero e proprio e spettacoli di musica napoletana, tra cultura, letteratura e filosofia. Un mix proprio per tutti i gusti, che si trasforma talvolta in un simposio privato in cui sconosciuti di diversa provenienza si trovano a condividere l’intimità dei pensieri. La settima edizione, dunque, prevede dodici nuovi titoli in cartellone e tre ritorni dalle passate edizioni, a cui si aggiungono tre eventi speciali in data unica. Si parte con il 23 settembre presso il complesso monumentale di San Nicola da Tolentino. L’appuntamento è previsto per le 17.15, visita guidata e spettacolo In origine fu voragine, con Maurizio Capone e Antonello Cossia. A seguire Polveri condominiali di Franco Autiero, portato in scena da Gina Perna e con le musiche di Fulvio Di Nocera, per la regia di Tonino Di Ronza. Un grande successo della scorsa edizione ritorna nuovamente: La solitudine si deve fuggire, di Manlio Santanelli interpretato da Federica Aiello. Il teatro impegnato civilmente si concretizza in questa nuova edizione attraverso la messa in scena di Il fulmine nella terra – Irpinia 1980, che ricostruisce l’atmosfera catastrofica del terremoto avvenuto in Irpinia nel 1980, con Orazio Cerino. Vetiver – Essenze di una profumiera costituirà l’appuntamento successivo, con Melania Esposito, ricostruendo la vicenda della profumiera Mona di Orio. A seguire Piccoli crimini coniugali di Eric-Emmanuel Schmitt, con Gioia Mille e Antonio D’Avino. Michele Danubio invece sarà il protagonista de Il posto di un altro assieme a Laura Borrelli e Stefano Jotti. Lo stesso Jotti poi riproporrà lo spettacolo “La fondazione” con testo di Raffaello Baldini. Com’è stato detto prima, anche la letteratura troverà largo spazio nella rassegna, attraverso il Magnificat di Alda Merini portato sulla scena domestica da Caterina Pontrandolfo, Bartleby lo scrivano tratto dall’omonimo capolavoro di Melville, […]

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Recensioni

“Amleto” di Giuseppe Pestillo e “Certe Stanze” di Ettore Nigro: poesia e teatro come ricerca di senso

Giuseppe Pestillo e Ettore Nigro hanno portato Amleto-Pazzo ad arte e Certe Stanze al chiostro di San Domenico Maggiore. Ecco come è andata Non sono matto, sono pazzo ad arte! Qual è il confine tra normalità e follia? Tra essere e non essere? Tanti sono i dilemmi che attanagliano l’animo umano, alla perenne ricerca di se stesso, di una propria identità che vada al di là delle etichette. L’Amleto shakespeariano non è tanto lontano dall’uomo contemporaneo: passano i secoli ma gli interrogativi restano gli stessi, problematici e privi di risposta. Si ricerca allora un dialogo che rompa il riecheggiare di un eterno monologo, che permetta di trovare insieme una soluzione, o quantomeno di alleviare il peso della coscienza. Ma l’interlocutore sembra muto ed indifferente e dunque il dialogo torna ad essere un monologo, con la speranza che almeno le parole possano colmare il vuoto di un’esistenza priva di significato. Amleto – Pazzo ad arte di Giuseppe Pestillo, liberamente tratto dall’opera shakespeariana È proprio per le tematiche affrontate che questa tragedia risulta ancora così attuale, calata in una quotidianità che non la desacralizza ma la eleva, rendendola intramontabile. Amleto-Pazzo ad arte, Frammenti di una vita che ci “ri-guardano” è lo spettacolo messo in scena al chiostro di San Domenico Maggiore nell’ambito della rassegna “Morsi di teatro”. L’azione scenica ha visto protagonista l’attore e regista Giuseppe Pestillo, che ha interagito con il pubblico costruendo insieme il dramma e modificandolo a seconda delle interferenze del mondo esterno. Aerei (frequenti) che sorvolavano il cortile, cellulari che squillavano (“Padre! Padre! Carmen? Non sei mio padre! Chi è Carmen?”), voci in lontananza, tutto è stato preso e calato nella scena, rendendo la rappresentazione divertente e coinvolgente per gli spettatori seduti intorno all’attore, come in un allegro simposio. Certe stanze, i versi musicali di Anna Marchitelli per la regia di Ettore Nigro Il monologo si trasforma in una lettura corale con Certe stanze, concerto per musica e voce tratto dall’omonima raccolta poetica di Anna Marchitelli, con la regia di Ettore Nigro e le musiche di Mario Autore. Ciò che emerge con prepotenza è la figura della femmina scurpiona, radicata in una Grande Madre e in una Napoli sottintesa ed abissale. Erotici e ferini, i versi della Marchitelli danzano con forza e leggiadria sulle note del piano, in un rapporto di reciproca musicalità, accompagnando il pubblico in una dimensione di parole sussurrate, capaci di ricucire il senso perduto. Faccio l’amore col pensiero che usa la tua stessa lingua con i tratti del tuo profilo che in una statua greca ha imitato con l’eco dei discorsi al sapore di abisso tirati fino a tardi slargati al giorno dopo in bocca solo briciole il mistero. […] Citando Montale, “è ancora possibile la poesia nella società delle comunicazioni di massa?”. Nonostante la consapevolezza di essere tutti figli smarriti e spaventati la poesia continua a sopravvivere, come ricerca di significato ed appiglio per sfuggire all’insensatezza del quotidiano.

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Teatro

“Tragodia” – Il canto del capro” con Emanuele D’Errico, tra comico e surreale

Martedì 4 settembre è andato in scena nel chiostro della chiesa di San Domenico Maggiore lo spettacolo di Ettore Nigro, Tragodia – Il canto del capro.  Il protagonista e solo attore sulla scena è Emanuele D’Errico, che con la sua voce sonora ma pulita ha donato agli spettatori un’ora di viaggi fantastici in contrasto con la scena adornata con pochissimi oggetti, per lo più maschere di cartapesta dalle fattezze animali che di volta in volta indosserà, come uno zoo di cartapesta animata. La messinscena fa parte della rassegna teatrale Morsi di Teatro, presentata da UnAltroTeatro che andrà in scena dal 3 al 6 settembre. Tragodia – Il canto del capro, una tragedia comica con Emanuele D’Errico “Conosce la storia di Guglielmo Belati?“. È così che inizia lo spettacolo, subito interrotto da una pioggia improvvisa e fuori programma. Dopo aver sistemato le sedie e il palco al riparo, Emanuele D’Errico riprende la narrazione proprio da lì, da quella domanda posta al suo vicino di sgabello, una maschera dalle fattezze di un elefante. Chi era dunque Guglielmo? Un ragazzo normalissimo, innamorato della sua fidanzata Teresa a tal punto da volerla sposare, nonostante le opposizioni delle famiglie di entrambi. Così un bel giorno, vestito di tutto punto, con l’anello in tasca assieme a poche caramelle a menta, decide di recarsi a casa di lei per chiederle la mano, non importano le difficoltà e le proteste. Lungo la strada il suo sguardo si posa su un fiore arancione e blu, così bello da fargli venire voglia di raccoglierlo per donarlo alla sua fidanzata. Proprio in quel momento incontra lo sguardo di una capretta, bianchissima, la più bella di tutto il gregge, così bella che subito Guglielmo si sente innamorato di lei, come un bambino.  Da quel momento in poi l’intera vita di Guglielmo cambia rotta: per far innamorare la capra di lui cercherà di comunicare con lei in qualsiasi maniera, fino a diventare egli stesso una capra. Incontrerà sul suo cammino tante altre capre che al posto di belare parlano in napoletano, affronterà lunghi viaggi in campi immensi, fino ad arrivare ad un’importantissima consapevolezza che capovolgerà il finale in maniera inaspettata. Si potrebbe definire Tragodia una piccola commedia tragica, che racchiude tutti i tentativi disperati e folli di un uomo che insegue un’utopia o un sogno, non si sa, infischiandosi di tutto il resto, con nel cuore solamente il suo obiettivo. Divertente, spassionata, a tratti lievemente ironica, la storia è un puzzle di eventi surreali, quasi onirici, che si incastrano alla perfezione. Tutti gli spettatori si sono sentiti un po’ capretti, forse per quei braccialetti rossi di carta che sono stati distribuiti all’inizio e poi messi tutti al braccio destro, forse perché la storia di Guglielmo riguarda un po’ tutti noi. Dunque tragedia, canto della disperata voglia di vita che vuol dire anche un po’ rischiare, uscire dagli schemi convenzionali per cercare ciò che ci rende più felici.

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Culturalmente

Che cos’è il metateatro? Definizione e storia

Con il temine metateatro si intendono comunemente una serie di procedimenti teatrali mediante i quali il teatro mette in scena se stesso, dando vita ad un tipo di rappresentazione scenica definita “teatro nel teatro”. Ma lungi dall’esaurire tutte le sue possibili forme in quest’unica definizione, il metateatro si avvale di molti meccanismi scenici all’interno dei quali il teatro rappresenta se stesso e parla di se stesso. Una definizione completa di metateatro è quella data da M. Cambiaghi (in Le commedie in commedia, Mondadori, Varese 2009, p. 2), docente all’Università degli Studi di Milano di Storia del teatro contemporaneo e di Drammaturgia: «Si ha metateatro ogni volta che la finzione scenica rimandi direttamente al mondo del teatro, presentando tematiche relative alla vita degli attori, dei drammaturghi, reali o immaginari che siano, affronti questioni relative alla qualità dell’arte drammatica, oppure, più semplicemente, offra l’azione di personaggi consapevoli della finzione che essi stessi stanno agendo e a cui esplicitamente si riferiscono, come frequentemente avviene nella drammaturgia contemporanea». Prima di giungere alla drammaturgia contemporanea, la presenza di procedimenti metateatrali si riscontra già in Aristofane (V a.C.), uno dei maggiori esponenti della commedia greca antica e Plauto (III-II a.C.), commediografo latino molto aperto a suggestioni e commistioni tra modelli greci e tradizione teatrale italica. Nelle Tesmosforiazuse di Aristofane (in scena per la prima volta durante la festività delle Grandi Dionisie del 411 a.C.), infatti, si rappresenta la rivolta delle donne alle Tesmoforie, festa in onore di Demetra e Persefone, le quali si oppongono alla misoginia del tragediografo Euripide e alla caratterizzazione dei personaggi femminili all’interno delle sue tragedie. In tal caso, due sono i procedimenti metateatrali ravvisabili all’interno di tale commedia: il primo, che consiste nell’ingresso come personaggio all’interno della finzione scenica di un tragediografo realmente esistito e ben noto al pubblico, Euripide, e delle sue tragedie; il secondo, invece, che mette in atto un vero procedimento di “teatro nel teatro” attraverso diversi “siparietti” in cui Euripide attua alcuni travestimenti per rabbonire le donne delle Tesmoforie, con l’effetto di dar luogo ad una finzione all’interno della finzione. Diverse, invece, sono le forme di metateatro rintracciabili nelle commedie di Plauto, il quale, pur riprendendo modelli della commedia greca nuova, tradizionalmente più chiusa verso procedimenti metateatrali e caratterizzata da un’identificazione assoluta tra personaggio e attore, risulta molto aperto verso la tradizione teatrale italica, dai tratti farseschi e dalla ricerca di contatto con il pubblico. Si attua così la rottura della cosiddetta “quarta parete”, ovvero la parete invisibile che divide il palcoscenico, luogo della rappresentazione scenica, dagli spettatori. Il teatro, dunque, irrompe fuori dalle pareti della finzione scenica per andare a mescolarsi con la vita vera ed il pubblico realmente presente alla rappresentazione. E proprio al rapporto tra vita vera e finzione scenica si giunge ai primi decenni del Novecento, dopo una lunga evoluzione e molti secoli di conservazione ed innovazione teatrale, con il teatro di Pirandello. Il metateatro pirandelliano non comporta più solo una rottura della quarta parete e della finzione scenica, ma affonda le sue radici in una […]

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Recensioni

Gemelli sì, Fratelli no – Una riflessione sull’uomo/attore

Nelle serata del 13 agosto, presso il Chiostro di San Domenico, è andato in scena “GEMELLI SI, FRATELLI NO“, scritto da Raffaele Speranza e interpretato e diretto da Ernesto Lama con la partecipazione di Antonio Speranza. Questo spettacolo, insieme a tanti altri, fa parte della rassegna estiva “Classico Contemporaneo“, in cui ogni sera al pubblico viene mostrato uno spettacolo diverso con un’unica tematica comune: essere la riscrittura di un testo classico. Gemelli sì, fratelli no – Il paradosso della famiglia Si sa, la famiglia può divenire un handicap, più che un vantaggio, se si presentano determinate condizioni. I litigi feroci, l’urlato scambio di opinioni è pura quotidianità in moltissimi nuclei centrale della nostra società, ma abbiamo imparato da tempo che al suo interno, nascosti sopra la superficie, ci sono meccanismi più complessi. Ce l’ha insegnato Freud, per citarne uno, ma, ancora prima, c’è l’ha mostrato la sacra Bibbia con Caino e Abele. Sapendo quindi quanto può essere difficile rapportarsi con chi dividiamo la matrice genetica, ci viene naturale pensare di dissimulare, fingere dinanzi ad argomenti che creano burrasca, al fine soprattutto di vivere tranquillamente la propria esistenza. Eppure non bisogna esagerare, altrimenti il bluff è chiaramente scoperto, bisogna essere posati, equi nel distribuire la propria emozione. Un metodo studiato, perfezionato, provato sulla propria pelle, che fa di per sé chi lo usa un creatore di vere e proprie realtà alternative, non un misero imitatore. Questo è il Paradosso sull’attore di Diderot, una riflessione sulla necessità dell’attore di non contare sulla sola emozione, ma di misurare, con cura, le forze del suo personaggio senza mai farlo uscire dai binari. Partendo da questo pressupposto, il lavoro di Raffaele Speranza alla scrittura e di Ernesto Lama e Antonio Speranza nell’interpetazione converge unicamente nel mettere in scena questa surreale “prova aperta”, in cui giocando con vari testi scelti, tra cui il Don Giovanni e Il Malato Immaginario, ma anche citando bonariamente Miseria e Nobilità, e concendosi spesso di trascendere in maniera divertente e divertita nell’improvvisazione, gli attori mostrano al pubblico questo sottile filo che tiene uniti due fratelli che hanno molto poco in comune, oltre il sangue. Si ride, e non poco, dinanzi alla loro performance, eppure la risata non è di sicuro l’unico obiettivo di questo spettacolo, che centrando in pieno l’obiettivo di Diderot, mostra, sì, ironicamente e in chiave comica, ciò che esso vuole professare nel suo Paradosso, ma allo stesso tempo mostra la possibilità di ingannare e di essere ingannati nella quotidianità di chi fa dell’arte un artificio, segna una linea tra ciò che l’attore può e non può fare, tra ciò che deve e non deve fare, tra ciò che è, papabilmente, giusto e sbagliato sul palco. Resta, dunque, all’attore scegliere quale metodo usare, chi essere o come andare in scena. In ogni caso, noi gli diciamo: “Merda, merda, merda!”

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