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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 853 articoli

Teatro

Così non si va avanti in Sala Assoli per la stagione di Casa del Contemporaneo

Spiedo e Somma approdano in Sala Assoli Mercoledì 20 marzo, alle 20:30 in Sala Assoli, la rassegna “Fuori Controllo” ha portato in scena “Così non si va avanti” di Francesco Spiedo e Simone Somma. Casa del Contemporaneo si conferma un luogo dove i linguaggi teatrali si coniugano e si fondono. Un progetto di ampio respiro poetico che si attiva in tanti spazi tra cui a Napoli la Sala Assoli ed il Teatro dei Piccoli,  i luoghi dell’arte contemporanea ed a Salerno il Teatro Ghirelli. Lo spettacolo racconta la storia di Enrico, alle prese con il suo romanzo, quello che gli cambierà la vita: non più bistrattato e sfortunato scrittore di necrologi che, per sbarcare il lunario, serve panini al fast food, ma grande e riconosciuto scrittore. Ma come è che si diventa scrittori? Boris è la creazione di Enrico, un suo alter ego, la proiezione di quello che l’autore vorrebbe. Anna è la fidanzata di Enrico, ma i due sono sul punto di lasciarsi. Sullo sfondo, un musicista compone le sue canzoni, scrive e canta di questo gioco delle parti che è la vita. Così non si va avanti Tra citazioni cinematografiche – da Woody Allen su tutti – equivoci, sovrapposizioni delle realtà e colpi di scena, la vita di Enrico va in pezzi: la libertà delle proprie scelte richiede sempre un prezzo ed essere se stessi diventa l’unica alternativa, quando ci viene da pensare che così non si va avanti. L’abbiamo detto tutti, almeno una volta nella vita. Ed è così che la storia di Boris, Enrico e Anna, la storia di un autore e il suo personaggio, la storia di due amori impossibili diventano la storia di tutti noi. Così non si va avanti, o forse sì. I registi analizzano  a fondo quel complesso rapporto che instaura tra lo scrittore e le creature nate dalla sua fantasia. Tema centrale dell’opera è quel dialogo eterno che necessariamente coinvolge la realtà materiale e quella metafisica scaturita dalla mente dell’autore, nell’unione costituita dal foglio di carta. Evidente la passione degli autori, Spiedo e Somma, per Woody Allen. Dall’introduzione, che riprende la colonna sonora  di “Provaci ancora Sam”, ai nomi dei personaggi, Enrico ed Anna. Evidentemente un richiamo a ““Harry a pezzi” ed “Io e Annie”, tra le pellicole più celebrate del cineasta americano. La rassegna “Fuori Controllo” proseguirà in Sala Assoli con cinque appuntamenti che arricchiscono la stagione di Casa del Contemporaneo con musica, poesia, parola, nuove promesse e grandi ritorni.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/casadelcontemporaneo/photos/pcb.2212542258767245/2212542162100588/?type=3&theater

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Teatro

”Karenina and I” di Tommaso Mottola: esplosione di sentimenti al Mercadante

Dopo le anteprime al Teatro Argentina di Roma il 9 marzo e al Teatro Parenti di Milano l’11, ”Karenina and I” arriva al Teatro Mercadante di Napoli, presentato in esclusiva in questi tre prestigiosi teatri in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche italiana del film tratto dal celebre romanzo ”Anna Karenina” di Lev Tolstoj. Il film è stato introdotto da Luca De Fusco, direttore del Teatro Stabile di Napoli, che ha invitato a salire sul palco Valerio Caprara, storico e critico cinematografico, Tommaso Mottola, regista del film, e Gorild Mauseth, attrice e protagonista del film. ”Viviamo nel sogno fin quando non ci innamoriamo” Ecco una delle più celebri frasi di Lev Tolstoj che racchiude il senso di ”Karenina and I”. Il duro lavoro di un’attrice nel riuscire ad entrare, con tutta se stessa, in uno dei più grandi miti della letteratura russa e mondiale la quale è Anna Karenina. Anna: un personaggio così apparentemente forte, ma allo stesso tempo così fragile e costantemente infelice nella sua ostinata e a tratti ossessiva ricerca della felicità. Una figura che per oltre un secolo ha accompagnato le vite di milioni di lettori i quali hanno provato nei confronti di questo personaggio i sentimenti più svariati: amore, odio, compassione, disprezzo, pietà, ammirazione. Anna Karenina, o anche l’alter ego di un Lev Tolstoj così vicino a questo personaggio tale da diventare a tratti egli stesso personaggio. Una Karenina che entra, volente o nolente, nel cuore e nell’anima di ogni lettore così come è entrata in Gorild Mauseth, che, nel lungo processo esposto nel film, riesce a portare in scena, alla fine, tutte le sfumature di Anna in ogni minimo particolare, lasciando alle spalle, ma non dimenticando, la fatica e l’impegno nel saper interpretare con tanta dedizione un personaggio così singolare. ”Un invito all’amore, a perseguire le speranze e i sogni e a vivere la vita al massimo!” Il viaggio di Gorild Mauseth e Tommaso Mottola Ciò che Gorild Mauseth vive e racconta nel film, insieme a Tommaso Mottola, è proprio questo: perseguire le speranze ed i sogni. Un’attrice norvegese che accetta il ruolo di Anna Karenina in russo, il lungo viaggio per circa 12 mila chilometri per tutta la Russia per entrare in tutto e per tutto nel personaggio a tal punto che l’attrice stessa si trova a convivere 24 ore al giorno con Anna. La forza del saper resistere, la profonda e riflessiva analisi di se stessa e del personaggio con la presa di coscienza di quelle che sono le più sottili analogie e le più radicali differenze in un mix di incontri e di storie che influenzeranno e motiveranno l’attrice durante il suo percorso. Il contributo come voce narrante di Liam Neeson rende ancora più intima e personale la ricerca del proprio essere e del personaggio che Gorild Mauseth attua nel film e che verrà poi portata a termine con l’esemplare messa in scena. Un’Anna Karenina, quella del film, che mai è stata rappresentata in questo modo e che mai ha raggiunto un contatto […]

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Teatro

Saverio Raimondo, incontro del terzo tipo al Kestè

Come anticipato nella precedente intervista, Saverio Raimondo si è esibito al Kestè, domenica sera 17 marzo. L’umanità è sommersa da miriadi di dubbi e, probabilmente, molti di questi non li risolveremo mai. Allora ci armiamo di pazienza e facciamo filosofia e ci serviamo del potere dell’immaginazione e ricorriamo alla scienza o alla religione, ma molti sono i quesiti a cui non siamo riusciti a dare ancora una risposta: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Esistono gli extraterrestri? Sapete, con l’approdo di Saverio Raimondo a Napoli, alla luce di quanto assistito domenica al Kestè, sono pronta a fornirvi le prove di vita aliena nel cosmo. Agli scettici mi sento di dire:«Vi tengono nascosta una verità indicibile, le testimonianze dell’esistenza aliena sono inopinabili e dovreste seguire Saverio Raimondo per convincervene». Non ho ben capito da quali viaggi interstellari provenga questo straniero, ma certo è che lui non appartiene al pianeta Terra. Non è verde e non è dotato di navicella spaziale. Possiede ben tre occhi, di cui uno grandissimo, che è quello comico. È lungo di poco, ha una voce buffa ed è alquanto indisciplinato, ma la sociologia aliena è materia ancora tutta da esplorare e non sono riuscita a redigere una tesi psicosociale in merito per spiegare la genialità che si cela nella sua irriverente comicità. Saverio Raimondo e il suo spettacolo Ad aprire lo spettacolo del 17 marzo ci pensano Maristella Losacco, con la sua irriverente comicità al femminile e un’adolescenza travagliata alle spalle, e Vincenzo Comunale, un giovanissimo talento partenopeo della comicità che, con sguardo vigile nei confronti della realtà, riesce con maestria a scaldare il pubblico di Saverio Raimondo. Quella di Vincenzo è una personalità artistica luminosa, dall’anima zen e il senso dell’umorismo trascinante. La sua positività è contagiosa. A breve, tra l’altro, sarà in scena il suo primo spettacolo al Kestè. Saverio Raimondo si è presentato al pubblico coniugando i congiuntivi, a causa del suo timore di essere scambiato per Di Maio, considerata l’innegabile somiglianza. Stiamo parlando di un’eccellenza della satira odierna, ma prima ancora Saverio Raimondo è un ansioso, sin dalla nascita, grazie a una madre apprensiva. L’ansia è, praticamente, la sua forza. Saverio ha scritto un libro su di essa (dal titolo Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia) perché ritiene che l’ansia meriti di trionfare su una civiltà che vive un’epoca di deresponsabilizzazione collettiva. Così ha imparato a convivere e a scherzare su questo sentimento, che per lui rappresenta ormai la forza motrice che lo spinge a migliorarsi. Nel suo tipico stile americano e senza mai prendersi sul serio, in un cocktail di humour surreale, comicità demenziale e paradossi, il nostro satiro offre il suo punto di vista politicamente scorretto sulle contraddizioni più profonde della società. Ci parla di disabilità, di Chiesa, di donne, di sesso, di perversioni feticiste (e di cunningulus!) con uno spirito estremamente romantico e sentimentale, ma a questo punto mi limiterei a mostrarvi una foto, perché ogni mia parola non sarebbe abbastanza. La satira di […]

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Recensioni

Nino D’Angelo in ”Dangelocantabruni”: l’omaggio alla ”Voce ‘e Napule” al teatro Trianon Viviani

Dopo aver solcato, ancora una volta, il palco del teatro Ariston di Sanremo nel febbraio scorso, Nino D’Angelo torna ad emozionare il pubblico con ”Dangelocantabruni”, uno spettacolo in memoria di uno dei più grandi artisti della musica napoletana: Sergio Bruni. In scena dal 14 al 17 marzo 2019 al teatro Trianon Viviani, Nino D’angelo porta sul palco i successi musicali senza tempo con passione e dedizione accompagnato dall’orchestra guidata dal maestro Enzo Campagnoli. Nino D’Angelo torna al teatro Trianon Viviani Lo spettacolo si apre con uno scenario piuttosto semplice: sul palco Nino D’Angelo con l’orchestra posizionata su una piattaforma che ruota e cambia musicisti a seconda della musicalità da dare ad un determinato brano; alla sinistra del pubblico, invece, il direttore d’orchestra. L’artista coinvolge i suoi fans fin da subito e per tutto il resto della serata, portando in scena canzoni come ”Vieneme nzuonno”, ”Na bruna”, ”O Vesuvio”. Un dinamico Nino D’Angelo che emoziona e meraviglia il pubblico come solo pochi artisti riescono a fare, voce del popolo che canta per il popolo e con il popolo, ricordando un grande maestro con stima e tanto cuore. Le canzoni erano, infatti, intervallate da una voce narrante (voce dello stesso cantante in scena), la quale ricordava tutti quelli che sono stati i momenti più belli degli incontri tra Nino D’Angelo e Sergio Bruni, dal primo all’ultimo, creando intimità con gli spettatori lì presenti. Sergio Bruni: un’eredità senza eguali ”Un artista senza eredi, inimitabile come Sinatra e Breil”, afferma sul palco del Trianon Nino D’Angelo, parlando del Bruni come uno dei pochi che ha dato voce al popolo di Napoli con canzoni che sono ancora oggi parte fondamentale della musica partenopea e, non a caso, Eduardo stesso lo definì, tempo fa, come ” ‘A voce ‘e Napule”. Voce di Napoli che lo stesso Nino D’Angelo vede come ”padre” e nel bel mezzo dello spettacolo, stupisce ancora una volta il suo pubblico cantando una sua canzone ” ‘O pate”, canzone che lo lega profondamente al maestro e che lui avrebbe tanto voluto dedicargli quando era ancora in vita poiché vedeva in Bruni un padre che lo aveva guidato (e lo guida tutt’oggi), artisticamente, per tutto il suo percorso. Lo spettacolo musicale si conclude con la splendida canzone ”Carmela” con cui D’Angelo conclude il concerto e lascia il palco davanti ad un pubblico senza parole. Senza parole poiché profondamente immerso in una Partenope che solo Nino D’Angelo, ancora oggi, riesce ad interpretare e raccontare. Una Napoli che resiste ancora con tutte le sue forze, le sue tradizioni, la sua musica, le sue originalità. E fin quando ci saranno artisti, come Nino D’Angelo, che racconteranno Napoli con così tanta passione ed emozione, la storia potrà non dirsi perduta, ma ancora viva tra l’eco dei vicoli e delle sfumature di questa immensa città.

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli Teatro Festival: al via la dodicesima edizione

Il Napoli teatro festival Italia è alle porte e, quest’anno, promette una dodicesima edizione sorprendente. Ruggero Cappuccio, confermato per la terza volta direttore artistico dell’evento, ha preannunciato l’inizio dell’ormai consolidata manifestazione che partirà a giugno, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival guidata da Alessandro Barbano con il sostegno della Regione Campania. Il nuovo assetto del Ntf è stato presentato in conferenza stampa giovedì 14 marzo nel magnifico Teatrino di Corte del Palazzo Reale, gremito di giornalisti, curiosi e addetti ai lavori. Quest’anno sono 12 le sezioni nelle quali si suddivideranno i 29 eventi internazionali , tra cui 19 prime in Italia tra prosa e danza e 44 prime di spettacoli italiani. Dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Dall’8 al 14 luglio 40 location d’eccezione tra Napoli, Salerno, Benevento, Baia, Amalfi, Carditello, Mercogliano e Pietralcina ospiteranno un susseguirsi di 150 eventi per ben 37 giorni di programmazione, con spettacoli che spaziano dal teatro alla danza, dalla letteratura alla musica, dal cinema alla video-performance passando per mostre e laboratori volti a coinvolgere un pubblico vastissimo, compreso quello giovanile, grazie ad una nuova sezione tutta dedicata al Teatro Ragazzi. Sono tantissime le iniziative e i progetti inscritti all’interno del grande palcoscenico multidisciplinare del Napoli Teatro Festival,e altrettanti gli organi e le associazioni coinvolte: non solo gli Istituti di cultura, come l’Institut Français, il Goethe Institut, il Cervantes e il British Council, ma anche Festival Internazionali di rilevanza mondiale e collaborazioni con le Università del Territorio. Tra i vari progetti troviamo un’importante collaborazione tra la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee e il Ntf  con il progetto Pina Baush, che verrà presentato il prossimo autunno al Madre e lo speciale Pompei Theatrum Mundi, organizzato da Teatro Stabile di Napoli e Fondazione Campania dei Festival, che porteranno quattro prime nazionali nella meravigliosa scenografia senza tempo del Teatro Grande di Pompei. Un Festival aperto all’innovazione e alla contaminazione Insomma, si prevede un’edizione molto ricca ed eterogenea, rivolta soprattutto all’ “inclusione” non solo intesa come apertura a nuove contaminazioni internazionali e a discipline diverse, ma anche come volontà di abbracciare un pubblico possibilmente vasto e variegato, non solo la solita élite che può permettersi di essere fruitrice della cultura: le nuove politiche del Ntf, rivolte alla crescita sociale e culturale, promuovono infatti prezzi popolari e una partecipazione attiva dei giovani. Impossibile, invece, individuare un tema o un filo conduttore che unisca gli eventi e gli spettacoli, come sottolineato da Ruggero Cappuccio: “costringere gli artisti a sviluppare le proprie idee e i propri lavori attorno a un tema unico ci sembra una costrizione, nonché uno svilire il concetto stesso di arte”. Ben venga quindi la sperimentazione, l’innovazione, la cooperazione tra enti e associazioni diverse, il confronto con artisti internazionali che provengono dall’Europa, dalla Cina, dal Medio Oriente e da ogni angolo del mondo, apportando un respiro multiculturale e transnazionale ad un evento che è un fiore all’occhiello del nostro Paese, ma soprattutto della città di Napoli, che investe soldi, idee e talenti in cultura, nel senso più alto del […]

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Recensioni

Yerma. ‘A Yetteca: l’opera di Federico Garcìa Lorca approda al TRAM

Yerma. ‘A Jetteca approda al teatro TRAM, tra le suggestioni di Federico Garcìa Lorca e il viscerale linguaggio napoletano, roco e sensuale Dal 14 al 17 marzo 2019 al TRAM, Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Port’alba, è in scena “Yerma. ‘A Yetteca”, cerebrale e palpitante rivisitazione dell’opera “Yerma” dello spagnolo Federico Garcìa Lorca, con la regia di Silvio Fornacetti e Fabio Di Gesto e le interpretazioni di Chiara Vitiello, Diego Sommaripa, Francesca Morgante, Maria-Grazia Di Rosa e Gennaro Davide Niglio. “Yerma” è la seconda delle tre grandi tragedie lorchiane, e si inserisce tra “Nozze di sangue” (1933) e “La casa di Bernarda Alba”. Yerma, parola ruvida che rimane annidata sulle papille gustative senza sciogliersi in zucchero, significa “sterile”: un tronco su cui non s’innesta fiore, frutto che non germoglia, polline che non si diffonde nell’aria. Le immagini evocate dalla penna lorchiana, inzuppata nel sangue torbido degli incubi visionari del poeta, vengono stemperate sul palco del TRAM in uno sfondo nero come il velluto del dramma. Dal nero si parte, e nel nero si sprofonda come in una tragedia che smorza le lingue e buca i fiati. E di nero sono tinti gli occhi e il grembo della protagonista, interpretata da una convulsa e febbricitante Chiara Vitiello che penetra violentemente il vuoto onirico con le sue vesti bianchi e drappeggiate, che la fanno somigliare ad una vestale riemersa dalle cavità del proprio personale Ade. Chiara Vitiello è delicata come un giunco ma scalmanata come una baccante, e le sue visioni prendono corpo in napoletano, lingua impastata di sangue e calcestruzzo, di sale e di terrore, di vita e salsedine: lo spagnolo lorchiano si trasfigura nella lingua delle piazze e dei vasci, nella lingua dei popoli, degli scugnizzi e dei femminielli, regalando a Yerma l’intensità sguaiata di una vaiassa e la regalità di una dea con le ali sgualcite e annerite. Il dramma coniugale di Yerma, le pressioni della gente e le sue visioni folli e sfrenate: un modo estremo di raccontare il dramma della sterilità Il microcosmo di Yerma si nutre in primis del rapporto ambivalente, contraddittorio e quasi formale con suo marito Juan che qui diventa Giovanni, interpretato intensamente da Diego Sommaripa, che veste la scena in modo mimetico e arguto, muovendosi in modo camaleontico e dando corpo e voce a un contraltare maschile di grande spessore. L’intimità del microcosmo coniugale di Yerma è continuamente stuprata dalle lingue della gente, la gente pettegola dei vasci che aspetta ossessivamente la nascita del bambino, che si chiedono come e perché una donna non sia ancora in attesa, giocando al lotto le sorti di un grembo che diviene proprietà comune e popolare. Il grembo di Yerma diviene spazio comune e democratico, spartito gelosamente dalle manacce del popolo, interpretato da tre visioni che si stagliano con prepotenza sul palco, che sembrano demoni linguacciuti, avidi e sadici. Tre sono le visioni del popolo, tre sono le Grazie di Canova e sono anche le Marie, tre sono le proiezioni della gente che solleticano con punte acuminate il […]

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Recensioni

Non solo Medea: ovazione al Teatro Mercadante

Non solo Medea: l’immortalità della tragedia. È senza tempo la tragedia greca: nelle vicende di ieri, sembra sentire la eco delle tragedie di oggi, senza confini nè barriere. È su questo filo del “senza tempo” che si muove Non solo Medea, ideato dai coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, con produzione del Teatro Stabile in collaborazione con Le Ballet National di Marsiglia, per il secondo anno consecutivo a Napoli. Lo scorso anno, ha avuto anche l’importante cornice del Pompeii Theatrum Mundi, cioè all’interno degli scavi pompeiani; un palcoscenico atto a sottolineare la fragilità quasi della nostra contemporaneità. Quest’anno Non solo Medea va in scena dal 15 marzo al 17 marzo compreso al Teatro Mercadante di Napoli. Un pubblico variegato ed entusiasta ha accolto la prima dello spettacolo lo scorso venerdì 15. Non solo Medea: la precarietà dell’uomo moderno In Non solo Medea, è Manuela Mandracchia l’attrice a cui è stato affidato il compito di interpretare di volta in volta i personaggi della tragedia greca. La Mandracchia, vestita di rosso e con i capelli riccioluti lasciati liberi dalle costrizioni, incarna perfettamente ognuna delle sette parti delle quali è composta l’opera: Rimpiangere, Domare, Accettare, Ribellarsi, Negare, Realizzare, Esodo. In ognuno di queste sette episodi – liberamente collocabili in uno spazio-tempo preferito – l’attrice cambia identità di volta in volta. Ora è Medea (che perde tutto per seguire il suo sposo), poi Edipo (dilaniato dagli episodi e dalle colpe), poi ancora Medea, la dimenticata Antigone (la compianta Ifigenia. Personaggi che, di episodio in episodio, quasi perdono la loro vera identità per diventare simbolo di un dramma comune e comunitario.  Insomma: Medea come simbolo di incomprensione, cambiamento, lotta. Il corpo di ballo, composto dai professionisti del Ballet National di Marsiglia, ha accompagnato in maniera del tutto indipendente i monologhi dell’attrice/aedo, solitaria come una Cassandra. Le musiche, selezionate accuratamente, rispecchiano in pieno la dimensione atemporale dell’opera: si spazia dai Pink Floyd a Beethoven, senza che questo crei confusione o imbarazzo. In un crescendo esplosivo, la parte coreografica ha dialogato e talvolta si è scontrata con la parte dialogata, avviluppando completamente lo spettatore nella sua dimensione (ancora: senza spazio, senza tempo). Le percussioni, magistralmente, hanno scandito i ritmi: non è un caso che siano stati tamburi e xilofoni ad accompagnarci in Non solo Medea; quando gli ominidi iniziarono ad interessarsi dei suoni intorno a loro, con tutta probabilità provano a riprodurre il battito del cuore e i passi, quindi percussioni. Altro suono che ci ha accompagnato spesso durante la rappresentazione, è il fluire dell’acqua: acqua purificatrice, ma anche dannata causa di dolori. Panta rei, anche per Medea, anzi: non solo per Medea. Non solo Medea: la fondazione dell’episodio zero e la rinascita dell’uomo. Continui i richiami, durante l’opera, alle vicende che sono intorno, molto additate nell’opera come una delle cause della distruzione dell’Europa. Durante il prologo ed anche in seguito la scarna scenografia manda però in onda su telo immagini di guerre, soprusi, distruzioni e le nuove, nuovissime tragedie fatte di sbarchi. Tanto che Medea […]

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Teatro

La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano

Dal 14 al 17 marzo è in scena La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano al Teatro dei 63, in Via Carlo De Cesare. Partendo dalla scena iniziale dell’Amleto, lo spettacolo stravolge l’opera del famoso autore inglese per dare vita ad un intenso dialogo con le forze sovrannaturali, capaci di mettere in discussione le convinzioni dei personaggi e la realtà stessa. La sentinella di Elsinore di Giuliana Pisano In una notte stellata, Bernardo (Mariano Savarese) è intento a contar le stelle sulla terrazza dove dovrebbe invece far la guardia. Interrotto dal suo migliore amico Amleto, (Nicola Conforto) i due trascorrono la notte dialogando con i diversi spiriti che appaiono sulla scena: dal fantasma di una bambina golosa di torroncini ad Ofelia la sposa infelice, fino allo spettro del Re Padre (tutti abilmente interpretati da Ivan Iuliucci), i due protagonisti si interrogheranno sulle modalità che hanno portato alla morte del precedente re e le difficili implicazioni che la risposta a queste domande comporta. Mentre il confine fra realtà e irrealtà si fa sempre più sottile, Bernardo e Amleto faranno i conti con un’amara verità. Oltre alla profondità dei dialoghi, che oscillano fra i momenti di comicità dei due amici fino alla nostalgia per i cari defunti, lo spettacolo Le sentinelle di Elsinore si avvale della splendida location della Chiesa del Carminiello a Toledo, attuale sede del Teatro dei 63, che conferisce sacralità al dramma. L’ambiente assieme alle musiche di Alessandro Cuozzo risultano ben combinate in un riuscito binomio di mistero e malinconia.  Lo spettacolo è realizzato da Giuliana Pisano, regista che ha lavorato al cinema e in televisione come attrice e in qualità di aiuto regista. Oltre alla lunga collaborazione con l’attore Renato Carpentieri, tra gli innumerevoli spettacoli che portano la sua firma si ricordano: nel 2003 Rebecca-Il Mistero di Manderley; nel 2006 firma la regia di L’eccezione e la regola di B. Brecht. Nel 2013 fonda con Salvatore D’Onofrio l’associazione culturale AIROTS, associazione culturale in capo alla rassegna teatrale Allegati che si occupa della produzione, promozione e diffusione di spettacoli teatrali, laboratori ed eventi culturali, puntando al coinvolgimento del quartiere e alla creazione di sinergie con altre realtà culturali. La Sentinella di Elsinore è il quinto appuntamento del fitto calendario di eventi della rassegna teatrale “Allegati”, inaugurata a gennaio, a cura di Quartieri Airots, con la quale l’associazione napoletana ribadisce il proprio concetto di teatro ampliato e aperto verso una pluralità di linguaggi e realtà culturali a confronto. “La Sentinella di Elsinore” Aiuto regia: Lorenza Colace Orari: 14-15-16-17 marzo ore 21.00; domenica 17, ore 18.30 Costo: intero € 12 – ridotto € 10 Prevendite: [email protected] – 081 18498998 – 349 1735084 Ufficio stampa: Francesca Panico – [email protected] – 348 3452978 – Fonte foto: https://www.airots.it/spettacoli/la-sentinella-di-elsinore/

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Teatro

Saverio Raimondo presto a Napoli (Intervista)

Previsto incontro del terzo tipo al Kestè, domenica sera 17 marzo: l’autore e attore comico-satirico Saverio Raimondo approda a Napoli. Goffo e spesso “marziano” rispetto al mondo che lo circonda, Saverio Raimondo proviene da non so dove. Sicuro è che appartiene a una razza aliena simpatica. Ergo, vorrei tranquillizzarvi, non ha intenzioni bellicose. Tutt’altro! Resterà tra noi giusto il tempo di strapparci qualche risata. Riccardo Staglianò lo ha definito “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, Aldo Grasso “il più bravo comico in circolazione”, Riccardo Bocca “il miglior satiro attualmente in Italia”. Eroica Fenice è onorata di annunciarvi che ha avuto l’immenso piacere di fare una chiacchierata con questo gigante della comicità italiana. Saverio Raimondo, l’intervista Saverio Raimondo si definisce un tipo ansioso e ha scritto un libro sull’ansia, “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, una sorta di guida all’ansia in cui viene illustrato il mondo di tale emozione e quest’ultima viene difesa, perché Saverio pensa che l’ansia faccia bene. Nonostante i tempi che corrono oggi, esistono ancora personalità “tranquille”, che affermano di non conoscere l’ansia. Dì loro qualcosa, per favore. Essere tranquilli al giorno d’oggi è impossibile, non c’è alcuna ragione per esserlo. Se non siete ansiosi, io fossi in voi mi preoccuperei: c’è qualcosa che non va. Fatevi controllare. La “Stand Up” non richiede maschere, è una forma d’arte che brilla di libertà, a partire da quella di essere se stessi. Un ansioso come può mai sentirsi libero di sprigionare la propria essenza? Se si crea la giusta intimità fra artista e pubblico, un ansioso non vede l’ora di condividere le proprie preoccupazioni con qualcuno, e contagiarlo a sua volta. Proviamo a ricordare la tua prima volta su un palco. Credo sia stato alle elementari! Qualche recita scolastica. Sicuramente feci Jafar in una trasposizione in inglese de “Il Re Leone”, in quarta elementare. La prima volta che ho fatto ridere su un palco, invece, è stato al concerto di Natale in terza media. Da allora non ho più smesso di far ridere; con le medie sì. Poi, sul palco come “stand up comedian”, la prima volta è stata dieci anni fa, con “Satiriasi”. Cosa rappresentano per te un palco, un’ambientazione scarna, un microfono, un nome e un cognome? La condizione ideale per fare comicità: quando fai ridere con te stesso e di te stesso non hai bisogno di altro. E la tv? Ha molte più potenzialità linguistiche, in tv mi piace ibridare i linguaggi e sfruttare più tecniche. Mi parleresti dell’esperienza lavorativa in tv di cui vai più fiero? Sicuramente “CCN”, il mio programma su “Comedy Central” giunto quest’anno alla quinta stagione, è l’opera televisiva che più mi rappresenta. Me lo sono cucito addosso, e ancora oggi mi permette di sperimentare con successo idee e registri comici. Come hai scovato il tuo lato comico? Allo specchio. È bastato guardarmi, e sentirmi parlare, per trovarmi ridicolo. Qual è la ricetta per una buona performance, secondo Saverio Raimondo? Il posto dove ti esibisci. […]

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Recensioni

TITO/GIULIO CESARE, la parodia del potere, l’atroce morte del tiranno

Mercoledì, 13 marzo al Teatro Bellini è andato in scena TITO/GIULIO CESARE, due riscritture originali di due tragedie di Shakespeare, contenuti in due atti dello stesso spettacolo: il primo atto, “TITO” è una riscrittura della prima tragedia di Shakespeare “Tito Andronico” di Michele Santeramo e la regia di Gabriele Russo con Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta, Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Leonardo Antonio Russo, Filippo Antonio Russo, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino; il secondo atto “GIULIO CESARE. Uccidere il tiranno” è una riscrittura del “Giulio Cesare” di Shakespeare di Fabrizio Sinisi e la regia di Andrea De Rosa con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini e Andrea Sorrentino. TITO/GIULIO CESARE, due riscritture che dialogano tra di loro fra parodia, metateatro e  rappresentazione della violenza Una fervido clima di tensione si annida tra gli anfratti del palcoscenico. Una faglia recide il tronco greve della tradizionale tragedia shakespeariana e segna una frattura da cui zampillano i bagliori di una contemporaneità che è nella sua essenza una reiterazione di meccanismi che sono rimasti indenni. Il potere arido, la tirannia, la violenza emergono dalle faglie del palco e sono costanti nelle due riscritture e negli adattamenti, seguendo meccanismi che sono rimasti inalterati. Gli spettacoli dei registi Daniele De Rosa e Gabriele Russo sono nella loro essenza profondamente attuali, anche ponendo in auge due classici shakespeariani. Colgono aspetti particolari dei meccanismi del potere e della violenza ad essa correlata, ponendo una lente d’ingrandimento che abbia uno spessore universalistico. Eradicano dalle svariate implicazioni di tipo prettamente drammatico, poetico, psicologico di William Shakespeare e delle sue canonizzate tragedie dei fenomeni che possono essere considerati universali e perpetui nella società, espandendoli come una enorme macchia d’olio con una regia mirata a infondere e dimostrare l’epifania di meccanismi che oggi più che mai sembrano interessarci di prima persona: il potere e le implicazioni più truculente che in esso si nascondono, la tirannia, l’autoreferenzialità, l’ossessione verso il carisma e l’apparenza, l’annichilimento della società. Non è un caso che il Tito di Russo sia un personaggio atipico, che abbia perso tutto l’orgoglio da condottiero del Tito Andronico shakespeariano e sia divenuto un uomo pigro, stanco, inetto che, dopo la  campagna contro i goti e dopo aver portato con sé i prigionieri, abbia voluto congedarsi dagli uffizi del potere, ignaro del popolo che lo avrebbe voluto imperatore, e ora vorrebbe solo starsene comodo su una poltrona a leggere e ad ascoltare musica leggera. Questo Tito non conserva nulla di ciò che caratterizza un condottiero romano: tutte le sue azioni e decisioni sono prese quasi controvoglia, senza una particolare ragione, ma solamente perché è costretto a esserlo per uno status quo ben impostato. Tito ha lo sguardo cinico, divorato dal tedio, tormentato dal senso di responsabilità che non sente nemmeno più suo. Difatti, Tito risulta essere un inetto, tanto da decidere di affidare le sorti dell’impero a Saturnino. Non risulta difficile, dunque intravedere in questo Tito l’uomo contemporaneo, annegato nel nichilismo. Tito è un condottiero […]

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