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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 944 articoli

Libri

Il posto dei santi, l’emozionante romanzo di Bianca Favale

Il posto dei santi è il romanzo d’esordio di Bianca Favale, edito da ScatoleParlanti per la collana “Voci”. Alma farebbe qualsiasi cosa per nascondere la relazione che porta avanti da sempre con Nina, la sua prima fidanzata, moglie e madre di famiglia. La sua esistenza è intrisa di bugie e accompagnata dalla pigra attesa del momento in cui lei e Nina potranno vivere il loro amore alla luce del sole. La forza di una promessa la costringe a guardare in faccia la realtà e a non aspettare più un istante per alzare il sipario della sua vita. Il posto dei santi, la trama Il romanzo ha un inizio crudo e diretto. La storia di Alma fin da subito sembra risaltare agli occhi del lettore con fervore ed irruenza. I forti contrasti cromatici, e le descrizioni ampie di abbigliamento e gusti, sembrano demarcare la linea dura e precisa di quelli che saranno gli esordi di una strabiliante vita. Le prime pagine de Il posto dei santi focalizzano l’attenzione sugli anni di vita di una protagonista piuttosto giovane. Alma frequenta infatti le scuole elementari e si pone una serie di domande che rendono il susseguirsi dei giorni una continua scoperta. Sarà qui che il concetto di “brutto anatroccolo” tenterà più volte di farsi spazio e prendere forma nella vita della giovane protagonista. Il romanzo della Favale ci racconta una serie di aspetti riguardo l’omosessualità: l’oblio, le domande, l’accettazione, la vergogna e la risoluzione con sé stessi, ma ancora di più ci racconta il concetto di “fase”. Più volte quando si è omosessuali, infatti, si ascolta la tipica frase che l’orientamento sessuale può essere stato viziato e cambiato da qualche cattiva conoscenza o da un lieve turbamento interiore, ma di fatto si tende a pensare che la situazione sia questione di tempo. Anche nel romanzo “il posto dei santi”, l’omosessualità della protagonista vive diversi momenti: la negazione, il mutismo, la curiosità, la sperimentazione, il dubbio, persino i percorsi obbligati, ma nulla di tutto questo sembrerà ostacolare il viaggio interiore che Alma compirà durante tutto il romanzo. Nel romanzo della Favale ci si imbatterà in due tipi di famiglie: una più conservatrice e severa, e l’altra maggiormente inclusiva. Entrambi gli approcci saranno esplicati dall’autrice in maniera esaustiva e completa, in modo da fornire uno specchio globale di tutte le realtà dei giorni nostri. Alma oltre ad essere la protagonista del romanzo, sembra rivestire il ruolo della libertà. Se dapprima, infatti i compromessi e le limitazioni sociali sembrano strapparle la voce, d’altra parte, col tempo, Alma diventerà l’emblema del coraggio e dell’accettazione. Ad accompagnare un grande personaggio come quello della protagonista, è senz’altro quello di Nina, una delle persone più importanti della sua vita. Nina, infatti, pur essendo l’opposto di Alma, troverà la chiave di volta per diventare il fulcro di tutta la sua vita. Il loro rapporto è fresco, intenso e gioviale. Le loro conversazioni saranno sia leggere che profonde. I loro sguardi sembrano attraversare la carta stampata per raggiungere quello del lettore, fino […]

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Recensioni

Primo sangue, scherma e rancore fraterno al TRAM

Recensione di Primo sangue, regia di Mirko De Martino, con Orazio Cerino e Errico Liguori Una spada. Una palestra e un padre – allenatore sul letto di morte a fare da sfondo ad un duello. Sangue amaro, rimpianti, bugie e tradimenti si sfidano su quella pedana. Aldo e Edo sono lì, pronti quasi ad uccidersi. Eppure sono fratelli o meglio due figli unici che non parlano da 12 anni. Eppure buon sangue non dovrebbe mentire. Non dovrebbe, ma come spesso accade, retoriche a parte, sono quei panni sporchi mai lavati a distruggere le famiglie. Il non detto, i non abbracci possono ferire, lacerare, uccidere più di qualsiasi arma. Il Tram ha avviato così la sua stagione –  per il momento rinviata a causa del nuovo opinabilissimo DPCM – con uno spettacolo, “Primo sangue“, drammaticamente intenso, irresistibile nella sua nichilistica ricerca del valore delle relazioni soprattutto in un contesto di agonismo e competizione. A cosa servono, infatti, tutte le medaglie e i riconoscimenti se non c’è confronto, calore, comunicazione? Primo sangue, il teatro si fa pedana Primo sangue è un ottimo esempio di teatro moderno perché mesce dinamismo, innovazione, un ottimo testo e il giusto pathos recitativo. Le scenografie – curate da Giorgia Lauro – hanno contribuito inoltre a dare profondità ad un scontro non sono verbale e dialettico ma realmente simulato tra i due attori che si sono messi (con buoni risultati) alla prova nella scherma. Stoccata dopo stoccata, colpo dopo colpo, Orazio Cerino e Errico Liguori hanno messo davvero corpo, anima e smisurato talento in campo in uno spettacolo la cui regia non poteva che essere di Mirko di Martino, sapientemente coadiuvato dalla consulenza tecnica e coreografica del maestro d’arme Nicola De Matteo che, con Aldo Cuomo e Lorenzo Buonfiglio, ha addestrato i due al combattimento, ad un duello senza vinti né vincitori. O forse no, i vincitori stavolta sono stati il teatro e la cultura. Finzione scenica in un Paese dove le priorità ora sono altre. Come sempre. Ma noi resistiamo. Siamo feriti, il primo sangue è già uscito. Feriti non morti. Non ancora, DPCM permettendo. PRIMO SANGUE — testo e regia di Mirko Di Martino con Orazio Cerino, Errico Liguori scene di Giorgia Lauro aiuto regia Angela Rosa D’ Auria maestro d’arme Nicola De Matteo allenamenti presso Circolo Nautico Posillipo-Sala Scherma ufficio stampa Chiara Di Martino produzione TRAM Teatro e Teatro dell’Osso

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Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Teatro

Don Giuann de Il Demiurgo, tra seduzione, resistenza e nichilismo

Breve recensione dello spettacolo Don Giuann della compagnia “Il Demiurgo” Resistere. Re – esistere. Esistere di nuovo, nonostante una fiumana di forze avverse vi si opponga. Il teatro oggi è uno dei correlativi oggettivi di questo verbo. E ogni spettacolo che riesce ad essere rappresentato è una vittoria per la cultura e per la collettività. Il 15 ottobre, la compagnia “Il Demiurgo” ha contributo a questa goccia oceanica di speranza con una pièce ben riuscita, a tratti meravigliosa, e che si è trascinata con sé una notevole quantità di risate e applausi. Nel perfetto rispetto delle regole anti-contagio la compagnia ha portato in scena, al Teatro Sannazaro, Don Giuann, una riscrittura molto interessante ed egregiamente diretta del Don Giovanni di Molière. A fare da sfondo alle vicende una Napoli simil onirica costellata di anime erranti, tutte alla spasmodica ricerca del loro baricentro. La scelta è stata estremamente funzionale per la caratterizzazione dei personaggi che hanno così assunto una patina più moderna e spendibile per la platea del 2020. Franco Nappi ha, inoltre, snellito il testo, eliminando i due atti finali, e dato alla conclusione un frustrante, quanto ineccepibile, messaggio malinconico e al suo protagonista una verve vagamente tragica. La vanità del possesso come risposta necessaria al vuoto cosmico. La bugia e il gioco della conquista come pedine di una scacchiera degradata e avvilente. Le acrobatiche peripezie amorose di Don Giovanni sono l’appiglio di un bambino nichilista che applica alla lettera, pur di sopravvivere alla pochezza della realtà, uno dei consigli de Il Principe di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora che sia, che inizi un nuovo spettacolo. Il tendone non può essere chiuso. C’è troppo silenzio da coprire. Troppo. Don Giuann de Il Demiurgo, missione riuscita! Esilarante e coinvolgente, il Don Giuann de “Il Demiurgo” ha visto performance eccellenti da parte di tutti gli attori coinvolti. In primo luogo dalla coppia Cioffi (Sganarello) – Balletta (Don Giovanni), la cui comicità farsesca ma mai sopra le righe ha colpito per freschezza e vivacità tecnica. Discorso analogo può essere fatto per i due “villici”, Roberta Astuti e Daniele Acerra che hanno portato in dote tantissime risate. Menzione va anche a Chiara Vitiello (donna Elvira) che è stata eccezionale, specialmente nel suo breve  ma intensissimo monologo. Bravi anche gli altri, bravi tutti, compresi gli spettatori che, muniti di mascherina, hanno contribuito ad alimentare la macchina teatrale. Bravi tutti, e in bocca al lupo per la vostra, la nostra, operazione di resistenza.

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Teatro

Soulbook, social e perversioni 2.0. Intervista a Fabiana Fazio

Mercoledì 21 ottobre, alle ore 21, al Teatro Sannazzaro nell’ambito del Teatro Solidale andrà in scena Soulbook, scritto e diretto da Fabiana Fazio, che è anche in scena con Annalisa Direttore e Giulia Musciacco. “Soulbook è un invasore. È il nuovo grande colonizzatore. Vuole conquistare sempre più territori. Possedere tutti i suoi utenti. E tutti siamo utenti. Tutti siamo territori appetibili. Tutti siamo di Soulbook. Anzi, tutti siamo Soulbook. Al di fuori di Soulbook tu non esisti. Io non esisto. Nessuno di noi esiste. O, almeno, nessuno di cui possa interessarci”. Di Soulbook ce ne parla l’autrice e regista Fabiana Fazio. 1 – Come nasce l’idea di Soulbook? L’idea è nata quando ci è stato chiesto di parlare a dei ragazzi dei social network e, nel cercare il modo migliore di farlo, ci siamo riscoperte a parlare di noi stesse come dei bambini che giocano ad un gioco di società… ma da soli. Ci siamo immaginate una scatola di Monopoli, per dirne una, con tutti i suoi componenti: carte imprevisti, pedine, case, alberghi, carte probabilità… e dadi, lanciati sempre e solo da una stessa persona… in una sciocca partita con sé stessa. E ci siamo ritrovate a dipingere un quadro grottesco, ma neanche tanto, di quello che accade quando siamo con la testa sul nostro smartphone o con gli occhi sul monitor. Siamo degli adulti che giocano ad un gioco in cui mettere in discussione le regole è solo un’ulteriore regola. Un gioco il cui obiettivo finale è… Aspetta c’è un obiettivo finale? Un gioco in cui vince chi perde. E chi perde festeggia la sua vittoria. E tutti lo invidiano. Sotto una lente d’ingrandimento… (perché il microscopio ci costava troppo… siamo pur sempre una produzione indipendente!)… Ci siamo guardate come si guardano i bambini giocare e litigare. Ed eccoci qui… a mandarci dei grossi cuori pulsanti o multicolore, delle faccine paralizzate in un ghigno o, peggio ancora, dei pollicioni ingessati (manco fossimo l’imperatore Commodo ne “Il gladiatore”). E discutiamo, stando animatamente seduti, usando parole tronche, compresse, recise ma forti (Cmq, nn t prmettr, TOP, tv… e via dicnd!!!). Parliamo del più e del meno e il meno la fa da padrone. Ci infervoriamo e ci scaldiamo ma mai quanto la sedia sotto il nostro sedere. E poi ci perdoniamo, e ci amiamo e ci stringiamo e ci sosteniamo senza neanche toccarci: che talento! Siamo una bella caricatura di noi stessi neanche troppo divertente. Goffa, buffa, preoccupante e drammatica. Mio nipote di 6 anni, quando gioca ai videogiochi o con i lego (posso dire la marca?), è molto più dignitoso… ma tra pochi anni anche per lui sarà finita! 2 – Nel tanto chiacchierato The Social Dilemma si afferma in merito ai social che “Questi servizi ammazzano le persone e portano le persone a suicidarsi”. Qual è il suo parere a riguardo? Non ho ancora visto il documentario… come sempre mi piace arrivare in ritardo e seguire il trend quando il trend è un altro. La vedrò a breve. Per […]

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Recensioni

E Cammarere, le identità reiette di Di Gesto

E Cammarere, spettacolo di Fabio Di Gesto liberamente ispirato a “Le Serve” di Genet, chiude la IX edizione del Teatro alla Deriva, anche quest’anno ospitata dalle Terme Stufe di Nerone. La rassegna teatrale, ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola, chiude i battenti insolitamente ad ottobre con l’intensa interpretazione di Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane. E Cammarere di Di Gesto trasforma la zattera del laghetto circolare delle Stufe di Nerone in un tipico vascio napoletano, una buia tana affacciata su uno dei tanti vicoli dove la vita si svolge notte e giorno senza che i raggi del sole arrivino a scandirne il tempo. Due sorelle, due umili popolane, due donne sole consumano la loro misera esistenza in una dimensione di esclusione ed emarginazione. Nelle loro vesti si incarnano due esistenze reiette, due destini rifiutati da una comunità caotica e chiassosa che non si manifesta mai in scena, se non attraverso le ferine invettive delle protagoniste. Le due sorelle, due esistente senza nome nè identità, si scambiano freneticamente i ruoli alternandosi nell’impersonare la padrona di casa dispotica e crudele e la sciagurata serva. Prende vita così un gioco crudele e sadico in cui l’identità della padrona, identificata in una scura pelliccia e una parrucca, passa di mano in mano tra le due sorelle in un vortice di ossessione e disperazione che le porterà all’autodistruzione. Ma le due donne non sono veramente due cameriere e la padrona di casa è solo una presenza irreale, un feticcio che si manifesta a tratti negli sporadici attimi di lucidità delle due protagoniste a rimarcare la distanza di entrambi da uno status di emancipazione e accettazione sociale. L’immagine della padrona è dunque un podio, un traguardo che le due protagoniste anelano raggiungere; in quell’immagine sono racchiusi tutti segni di un’esistenza piena e viva, la femminilità, l’indipendenza, l’affermazione di sé, la sessualità e l’erotismo, una condizione che è totalmente preclusa alle due sorelle. La padrona è tutto ciò che le due sorelle non saranno mai, e questa crudele verità si accende ad intermittenza nel buio cieco delle loro coscienze interrompendo, e allo stesso tempo esasperando, il crudele gioco al massacro che le vede protagoniste. Nella trasposizione di Di Gesto , E Cammarere, il testo di Jean Genet, pur conservando l’idea drammatica, è totalmente riscritto in un napoletano duro e ancestrale, una lingua densa di antichi detti e parole arcaiche che contribuiscono ad identificare la condizione sociale e culturale nella quale le protagoniste si dibattono. Una lingua fatta di parole e ritornelli che, con drammatica musicalità, scandiscono il tempo della follia accompagnando le protagoniste verso il tragico epilogo. Fonte immagine: Comunicato Stampa Teatro alla Deriva

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Recensioni

Dorian Gray. Il ritratto: la prima al Teatro Sannazaro

Sabato 10 ottobre la compagnia Teatri di Carta ha debuttato al Teatro Sannazaro con la prima nazionale dello spettacolo “Dorian Gray. Il ritratto”. La notorietà del testo omonimo di Oscar Wilde, da cui la rappresentazione è liberamente tratta, nobilizza lo sforzo della regia e degli attori nel presentarlo in una chiave innovativa, pur nell’aderenza al testo originale, pregna di profondità e significato, condensati nei brevi 60 minuti di spettacolo, in un mix delicato di prosa e di danza. Lo spettacolo si apre con i personaggi di Dorian, l’amico pittore Basil e il nobile Henry Wotton, suo mentore e guida, colti nell’ebbrezza dei sensi, presi dall’esaltazione della giovinezza e delle meravigliose fattezze di Dorian. È subito un tripudio di danza e di risate, mentre il palcoscenico è inondato da fogli di carta rappresentanti il bel volto di Dorian, suo dono e condanna, di cui gli amici si compiacciono e lui stesso si rallegra. Henry e Basil si presentano inizialmente sul palco con il volto coperto proprio da due dei sopracitati fogli di carta, perfetta rappresentazione di come l’aspetto e il carisma di Dorian facciano da schermo tra la sua intima essenza e il mondo circostante, fermo alla superficie di un bel giovane, a cui tutto è dovuto per diritto connaturale. Dorian così letteralmente barcolla sotto il peso della sua immagine, perdendo inevitabilmente di vista se stesso e macchiandosi di una serie di azioni turpi, che sfigurano la sua anima, rappresentata dal ritratto che Basil gli ha dipinto estasiato. Dorian resta invece sempre giovane e bello, tanto quanto confuso e tormentato. L’inizio dell’inesorabile declino è rappresentato dal suicidio di Sybil Vane, giovanissima e candida attrice molto promettente, promessa in sposa di Dorian. A seguito di un aspro litigio con l’amato, il cuore spezzato della ragazza non regge più il confronto con il mondo, così da portarla all’atto estremo del togliersi la vita. Dorian si sente responsabile, ma presto il rimorso scompare, così da dimenticare facilmente Sybil, cominciando a trascorrere le notti tra bettole malfamate e gioco d’azzardo. Come scrisse lo stesso Oscar Wilde nel 1890, ‘in Dorian Gray ogni uomo vede i propri peccati. Quali siano i peccati di Dorian Gray nessuno lo sa. Li ha commessi colui che li trova’. Lo spettatore così si identifica con il tormento e la scissione del personaggio, diviso tra la voglia di salvarsi e la tentazione di perdersi, che sfocia nell’omicidio di Basil, colpevole di aver immortalato la sua anima nel quadro con troppa verità. Lo strazio di Dorian è incarnato da un valzer mortale tra lui e la sua anima, rappresentata da Simone Caprio, con un gioco di volteggi, di drammatica attesa, fino alla consapevolezza finale che porta il giovane a liberarsi, scomparendo nel quadro simbolo del suo tormento. La scenografia è essenziale, imperniata sul contrasto tra chiari/scuri e su un gioco di luci e di vuoti, colmati perfettamente dall’intreccio dei tre personaggi di Dorian, Henry e Basil, interpretati rispettivamente da Giulio Cavazzini, Salvatore Veneruso e Nicola Tartarone, che si interfacciano tra loro con […]

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Libri

Street Food, il libro di Giuseppe Bagno sulla storia del cibo di strada

Street Food (il cibo di strada nella storia) è un libro di Giuseppe Bagno edito da Valtrendeditore Lo street food nasce con la storia del genere umano. I primi cibi di strada risalgono, senza ombra di dubbio, all’età della pietra e precisamente all’epoca in cui l’Homo Erectus scoprì il fuoco e cominciò a cacciare e arrostire le carni. Ha quindi origini paleolitiche ma, per poterlo ascrivere nell’olimpo delle culture gastronomiche, dobbiamo aspettare il periodo greco-romano. In una scorrevole sintesi dalle origini ai giorni nostri l’autore ci guida in un viaggio alla scoperta delle più interessanti ricette medievali, rinascimentali, del Settecento e dell’Ottocento fino ad arrivare ai giorni nostri e alle nuove frontiere del cibo di strada. Il libro è un chiaro ed appassionante racconto sulle origini e lo sviluppo dello street food. Ogni capitolo, è di fatto, dedicato ad un’epoca specifica: tale suddivisione permette ad ogni spazio temporale di esprimersi nelle sue fattezze migliori. Tra le figure maggiormente collegate al racconto, compaiono senz’altro i venditori ambulanti. Saranno proprio loro, infatti, i capostipiti del cibo da strada. Di loro ci sarà il racconto preciso della personalità, delle tecniche di vendita, e anche dell’interessante contesto dentro il quale esprimono le loro prodezze di vendita. La prima sequenza temporale, quello riguardo l’Antica Roma, darà ampio respiro al concetto di “ristorante”. Il luogo che conosciamo oggi, infatti, ha attraversato diverse metamorfosi. Una delle descrizioni maggiormente riuscita è quella riguardo il “thermopolium”: ovvero il luogo dove venivano servite bevande e vivande calde. Interessante sarà la trasformazione riguardo “la ristorazione”, in particolare l’uso di essa, destinato in maniera differente alle classi abbienti e a quelle poveri. Ci sarà un’ampia descrizione dei seminterrati, fino ad arrivare ai più moderni ostelli. A fare del libro, una lettura assolutamente interessante, è senz’altro il contesto storico, che muta e si avvicenda secolo dopo secolo: il racconto di un’ Italia invasa dalle panetterie, con la sua consueta “tassa frumentaria” per consentire anche ai più poveri il suo largo consumo. Fino ad arrivare alle pagine dedicate ai comuni ”mercati”, fatti di bancarelle e baratto, non trascurando l’importante correlazione tra cliente e mercante. Napoli fra le pagine di Street Food di Giuseppe Bagno Tra i capitoli più emozionanti, appaiono, senz’altro quelli dedicati al popolo partenopeo con il racconto magico circa la nascita della pizza margherita, la tassa sulla frutta e la rivolta popolare capeggiata da Masaniello. Ci si imbatte nelle pagine energiche e popolari delle famosissime taverne napoletane, dove va citata una delle più conosciute e longeve “il cerriglio”. Non manca il racconto esaustivo della nascita della pasta, o i più conosciuti “maccheroni”: un culto che di lì a poco si estenderà in tutta Italia e non solo. Il libro dà certamente importanza anche alla nascita della pizza, non necessariamente margherita, raccontandone i segreti, la preparazione e la conservazione di un alimento che si è trasformato da cibo da “asporto” a cibo da tavola. Immancabili anche le pagine riguardo le cosiddette “sfogliatelle”, uno dei dolci partenopei che trova man forte nella connotazione “cibo da […]

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Libri

Esagera, la vita: il nuovo strabiliante romanzo di Giulia Arnetoli

Esagera, la vita è il nuovo romanzo di Giulia Arnetoli (insegnante e già finalista della quarta edizione del Premio Letterario Salvatore Quasimodo) edito da Les Flaneurs Edizioni. La trama del romanzo di Giulia Arnetoli Violante ha trentotto anni, due figli e un ex marito. Ha trascorso la vita dimenticandosi di se stessa, fino a quando un evento traumatico innesca il cambiamento. Ma quanto può essere alto il prezzo delle proprie scelte? Nella lotta tra i doveri e la volontà, Violante sente il peso di una vita che esagera in tutto ciò che la circonda. Il romanzo parte con un ambiente che potrebbe definirsi l’anti cliché della famiglia perfetta. La spaccatura interna, infatti, è una faglia, che fin dalle prime righe dell’autrice si staglia in maniera prepotente. Violante, la protagonista indiscussa del romanzo, è senz’altro un personaggio che incarna l’emblema femminile. Non si tratta di una storia dove la protagonista incarna l’eroina fatta e finita, dove non esiste la colpa, l’errore e il tumulto. Violante è una donna “comune”, fatta di sbagli e rinunce, ma anche di rivalsa contro gli altri e persino verso sé stessa. È una donna indipendente, che fino ad un certo momento della sua vita ha quasi incarnato “l’angelo del focolare” di Rousseau. Il suo personaggio non lascia nulla al caso, i suoi drammi interiori sono quelli che accomunano tutte le donne: lei ama, sbaglia, tenta di rattoppare, si accontenta e poi sogna il cambiamento. A tratti, è l’ “Alice” di Carroll moderna, dove lei stessa, infatti, più volte cita la meraviglia del bianconiglio, e l’accortezza del Brucaliffo. Immagini evocative, di un mondo fiabesco che si intreccia nelle paturnie quotidiane di Violante e di tutte le donne del mondo. Accanto alla sua prepotente figura, si stagliano tre personaggi, altrettanto importanti. Luigi, il suo ex marito, sembra incarnare la figura di un narcisista patologico. Lui, infatti, è intriso di amore ed odio senza limiti e ragione. A dare maggiore sollievo alla vita in tumulto della protagonista sono senz’altro i suoi due figli, che al contempo non le lasciano sogni sereni. Orlando e Virginia, infatti, appartengono a due fasce d’età diverse, ognuna intrisa di personalissimi misteri. Il primo è un bambino bisognoso di affetto, ancora rifugiato nell’illusione perfetta delle cose. La seconda è un’adolescente ribelle, dai capelli prima corti, poi lunghi, dagli abiti inconsulti ed improbabili. Sarà proprio Virginia, però, ad incarnare insieme a sua madre un personaggio “in crescita”, lei infatti, così come Violante, compirà un viaggio dentro e fuori se stessa, fino a ritrovare le cose importanti della vita. Entrambi i ragazzi portano nomi legati al mondo della letteratura. A fare da collante tra la realtà e la fantasia, infatti, sono senz’altro i libri, che oltre ad essere fonte di introiti attuali, per Violante, saranno da sempre angoli di pace dove rifugiarsi. Sarà proprio l’amore per i libri, la cosa che, insieme al circolo letterario “Caffè 1926”, le permetterà di ritrovare “il suo pensiero felice”. Dopo anni, infatti, la donna si imbatterà in una sua vecchia conoscenza: […]

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