I diari di Andy Warhol | recensione della serie

I diari di Andy Warhol

Dal 9 marzo 2022 è disponibile su Netflix la nuova serie in sei episodi “I diari di Andy Warhol”. La docu-serie del regista, autore e produttore Andrew Rossi sul genio della Pop art è tratta dall’omonimo libro a cura di Pat Hackett.  Nel 1976 Andy Warhol chiese a Pat Hackett, segretaria ed amica, di annotare e trascrivere attraverso  condivisione telefonica, quanto gli accadeva quotidianamente in modo che non ne fosse dispersa la memoria; la donna continuò a farlo fino al 1987, anno in cui il grande artista si spense a seguito di un intervento alla cistifellea.

“I diari di Andy Warhol” il ritratto di uomo 

Warhol, figlio di immigrati, nato e cresciuto nella Pittsburgh povera, grazie alle sue stesse parole e a quelle di chi lo conosceva bene, si rivela nei suoi aspetti più intimi, dalle insicurezze solo apparentemente compensate, agli amori turbolenti, dall’infanzia ai fasti della Factory, senza dimenticare gli strascichi psicologici che su di lui ha avuto il tentativo di omicidio subito dall’attrice e femminista radicale Valerie Solanas. Dal ritratto di Warhol emergono le fragilità dei suoi anni giovanili, scaturiti dal conflitto tra la sua omosessualità e la fede cattolica che mai avrebbe abbandonato, Andrew Rossi dedica ben tre episodi su sei agli uomini “importanti” della vita di Warhol: gli amanti Jed Johnson and Jon Gould, l’amico e collaboratore Jean-Michel Basquiat.

La serie regala un viaggio nella solitudine di un uomo vulnerabile, scoprendo un Andy Warhol molto diverso dall’immagine del maestro sempre celata dietro i ritratti, le serigrafie colorate, le bottiglie di Coca-Cola, le scatole di detersivo Brillo, le immagini d’impatto, dagli incidenti stradali alle sedie elettriche, cogliendone la solitudine e gli aspetti più oscuri, come il senso di isolamento o l’uso di droghe. Non si tratta però di una semplice  carrellata di annotazioni, avvenimenti e umori: i Diari, diventano il personale punto di vista dell’artista “asessuale”, come lui stesso si definiva, sugli argomenti più disparati, un viaggio variegato attraverso la capacità di Warhol di muoversi fluidamente tra epoche e mezzi espressivi diversi in quanto artista – ora riverito, ora insultato o emarginato – e al tempo stesso regista, editore, produttore televisivo, scenografo, celebrità e molto altro.

In particolare l’ ultimo episodio “Loving the alien” mette in relazione la fase finale della produzione warholiana e l’angoscia scaturita della diffusione dell’HIV, offrendo allo spettatore una chiave di lettura in più per comprendere l’evoluzione della sua ricerca estetico-comunicativa e come le due dimensioni della sua vita, pubblica e privata, abbiano finito per compenetrare l’una nell’altra. Un elemento di forza del documentario è la riproduzione della voce dell’artista, ricreata grazie a un programma di intelligenza artificiale su autorizzazione della Andy Warhol Foundation, che fa incursione nei primi episodi e che l’artista avrebbe sicuramente gradito perché era affascinato dalla tecnologia e dalla robotica, “Le macchine hanno meno problemi. Non vi piacerebbe essere una macchina?”, chiedeva provocatorio.

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