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Masters of the Universe il film del 2026: esattamente come doveva essere | recensione

Masters of the Universe

Adattare Masters of the Universe nel 2026 era una sfida più complessa di quanto potesse sembrare. Non si trattava soltanto di riportare al cinema He-Man, Skeletor, la Spada del Potere e il Castello di Grayskull, ma di capire come rendere credibile un immaginario nato negli anni Ottanta tra giocattoli, cartoni animati, muscoli, spade, mostri colorati e nomi che oggi, fuori contesto, rischierebbero facilmente il ridicolo.

Il pericolo era evidente: trasformare tutto in un fantasy generico e senz’anima, con alcune citazioni riconoscibili e una trama che per due ore sembra non sapere dove andare a parare. Invece il nuovo Masters of the Universe funziona, proprio perché non prova a rendere He-Man realistico a tutti i costi: lo prende per quello che è, un personaggio esagerato, mitologico, pop e lo rende credibile dentro il suo mondo con poche modifiche e modernizzazioni.

Personaggio chiave Attore / Interprete Dettagli e sviluppo nel film
He-Man / Adam Nicholas Galitzine Origin story sulla Terra, eroe vulnerabile e umano
Skeletor Jared Leto Recitazione teatrale rielaborata in CGI facciale
Goat Man Hafþór Júlíus Björnsson Creatura massiccia con body painting minaccioso
He-Man (1987) Dolph Lundgren Breve cameo celebrativo e passaggio di testimone

Adam sulla Terra: una origin story più intelligente del previsto

La storia segue uno schema narrativo che in semiotica è molto classico, una variante del viaggio dell’eroe: l’archetipo dell’erede esiliato che deve tornare al proprio regno e diventare degno del ruolo che gli appartiene. Adam non è un uomo qualunque che diventa eroe dal nulla: è già He-Man per destino, ma non lo è ancora per competenza. Ha la spada, ha il ruolo, ha il mito addosso, ma deve imparare a usarli. In termini semiotici, deve passare dal semplice “poter fare” al “saper fare” e soprattutto al “saper essere” He-Man.

Masters of the Universe parte da una premessa semplice ma efficace: Adam viene mandato sulla Terra da bambino per sfuggire alla minaccia di Skeletor e cresce lontano da Eternia, in un mondo che non può credere davvero alla sua origine. Nessuno lo prende sul serio fino in fondo, nessuno sembra disposto ad accettare che dietro i suoi racconti ci sia qualcosa di reale. È il classico schema del prescelto nascosto, dell’erede lontano dal proprio regno, del ritorno all’identità perduta.

Nulla di rivoluzionario, certo. Ma Masters of the Universe non aveva bisogno di reinventare il fantasy. Aveva bisogno di far funzionare un materiale narrativo che, se trattato male, poteva crollare sotto il peso della propria assurdità. E qui il film trova una strada intelligente: usa la parte ambientata sulla Terra non per allungare inutilmente l’origine dell’eroe, ma per costruire un Adam più umano, spaesato e vulnerabile.

Particolarmente interessante è la scelta di farlo lavorare nelle risorse umane. Una trovata che poteva sembrare solo comica, ma che diventa invece una chiave del personaggio. Adam non è soltanto forza fisica, non è solo l’uomo destinato ad alzare la spada e a diventare il più potente dell’universo. È anche qualcuno che prova a comunicare, ascoltare, mediare, convincere. Spesso con risultati tutt’altro che perfetti.

Questa caratteristica aggiorna in modo intelligente un elemento già presente nei cartoni animati, dove He-Man alla fine dell’episodio spiegava sempre una piccola morale. Qui quella funzione non viene riproposta in modo ingenuo, ma trasformata in percorso di leadership: adam deve capire che essere un eroe non significa soltanto essere il più forte, ma diventare qualcuno che gli altri scelgono di seguire.

Nicholas Galitzine, Jared Leto e un cast che regge l’universo Masters

Nicholas Galitzine funziona molto bene nei panni di Adam/He-Man. Il film lavora bene sul doppio registro del personaggio. Galitzine è fisicamente credibile, ha presenza scenica, regge l’azione e riesce a rendere He-Man potente senza farlo sembrare finto. Ma soprattutto conserva dentro Adam una quota di incertezza, di spaesamento, di goffaggine.

Una credibilità costruita anche fuori dal set: Galitzine ha lavorato duramente con il trainer Jason Walsh, seguendo un percorso molto rigido di allenamento e una dieta molto calorica per portare la massa muscolare ai livelli richiesti dal ruolo.

Anche quando torna su Eternia e assume pienamente il ruolo dell’eroe, resta qualcosa del ragazzo cresciuto sulla Terra, fuori posto e non del tutto sicuro di sé. Questa scelta evita l’effetto manichino eroico e rende il personaggio più interessante di quanto il film fosse obbligato a fare.

Masters of the Universe
Nicholas Galitzine stars as ‘Adam’ in MASTERS OF THE UNIVERSE.

Molto riuscito anche Jared Leto come Skeletor. Era forse il personaggio più rischioso da portare in scena: un villain con la faccia da scheletro, il cappuccio e un’estetica che in live action poteva diventare poco credibile in pochi secondi. Invece il film trova il punto giusto. Leto ha interpretato realmente Skeletor in ogni scena, e solo la sua faccia è stata sostituita in CGI. Mantiene le sue movenze e la sua voce seppure distorta. È teatrale, minaccioso, inquietante, sopra le righe quanto basta e mai involontariamente comico. La combinazione tra presenza fisica, trucco, protesi e intervento digitale gli dà peso e lo rende una vera minaccia dentro quel mondo.

Jared Leto stars as ‘Skeletor’ in MASTERS OF THE UNIVERSE.

l resto del cast è completato da Camila Mendes, Idris Elba, Alison Brie, Morena Baccarin, Jóhannes Haukur Jóhannesson, Sam C. Wilson e Kojo Attah, che contribuiscono ad ampliare l’universo narrativo del film con ruoli secondari ma funzionali alla costruzione di Eternia.Personaggi ben costruiti, lontani dai ricordi più ingenui del cartone animato degli anni ’80, ma ritematizzati in modo efficace. E tra i momenti più riusciti c’è anche il cameo di Dolph Lundgren, che aveva interpretato He-Man nel film del 1987. La sua apparizione è breve e lascia stupiti e funziona come un vero passaggio di testimone verso Galitzine, quasi come se il vecchio He-Man osservasse il nuovo mentre si prepara a raccogliere il proprio ruolo.

Dolph Lundgren - Masters of the Universe
Di Super Festivals from Ft. Lauderdale, USA – C200150, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=146660985

Eternia, mostri e azione: il cartone diventa materia

Uno degli aspetti più convincenti di Masters of the Universe è la resa visiva di Eternia. La CGI è ovviamente presente ma non dà mai la sensazione di un mondo completamente finto, lucido e senza peso. Il paragone più azzeccato è con Avatar e gli Star Wars a partire da Episodio 1: i personaggi si muovono in ambienti, armature, creature, protesi, texture e set fisici che aiutano a costruire un universo convincente e reale.

Eternia non sembra soltanto uno sfondo digitale su cui si muovono gli attori, ma un luogo reale e coerente con la propria logica interna.

Castle Grayskull in MASTERS OF THE UNIVERSE.

Il lavoro più evidente si vede nella resa delle varie creature. I personaggi dei cartoni animati vengono trasposti in modo molto lontano dai ricordi buffi e fanciulleschi del 1983. Nella nuova trasposizione diventano inquietanti e molto curate, più vicine ai mostri del Signore degli Anelli o alle creature del dark fantasy e del body horror. Trap Jaw, Beast Man e Goat Man sono esempi perfetti di questa operazione: diventano presenze fisiche, minacciose, a tratti quasi disturbanti.

Non a caso per Goat Man è stato scelto Hafþór Júlíus Björnsson, già famoso come “La Montagna” di Game of Thrones, ex campione di strongman e vincitore del titolo di World’s Strongest Man nel 2018. Il film lo trasforma in una creatura rossa, massiccia e minacciosa, con un body painting che ricorda Lou Ferrigno nella serie TV anni ’70/’80 dedicata all’Incredibile Hulk.

Sam C Wilson stars as Trap Jaw in MASTERS OF THE UNIVERSE.

Anche l’azione funziona bene. Spade, magie, astronavi, moto volanti, combattimenti corpo a corpo e una miriade di creature gigantesche compongono un’avventura action a cui non mancano i momenti drammatici e di tensione. In alcuni momenti sembra quasi di assistere a un episodio di Star Wars filtrato attraverso un immaginario science fantasy.

Masters of the Universe: un film che trasforma i potenziali difetti in pregi

Una delle cose più intelligenti di Masters of the Universe è il modo in cui riesce a trasformare alcuni potenziali problemi in elementi funzionali al racconto. Il caso più evidente è Battle Cat. La tigre corazzata è uno degli elementi più iconici dell’universo di He-Man, ma anche uno dei più difficili da gestire in live action. La creatura può essere realizzata in vari modi:

  • con animatronic e soluzioni pratiche, costose e comunque poco adatte alle scene d’azione più dinamiche;
  • oppure interamente o quasi in computer grafica, con costi altrettanto importanti e il rischio di renderla troppo finta o troppo presente.

La soluzione scelta è stata furba: battle cat viene utilizzata solo in pochi momenti chiave come nelle scene finali e post-credit, in modo da valorizzarla ai fini della trama, evitando sia di ridurla a semplice accessorio, sia di complicare ulteriormente la realizzazione di un film già costoso.

Ancora più riuscita è la gestione dei nomi più buffi dell’universo di Masters of the Universe. Fisto, Ram-Man, Mekaneck: nomi perfetti nei giocattoli e nel cartone, ma potenzialmente difficili da prendere sul serio in un blockbuster moderno senza pensare di essere in Toy Story o G.I. Joe. Il film adotta uno stratagemma narrativo molto furbo per canonizzarli: adam, da bambino sulla Terra, chiamava quei personaggi in base alle caratteristiche con cui li ricordava o li immaginava, e nello sviluppo della trama sono loro stessi ad accettare i nomi ricevuti dall’eroe. È una soluzione semplice, ma efficace: non tradisce l’origine, la contestualizza.

Anche le scene post-credit seguono questa logica. Orko viene tenuto come promessa futura, scelta prudente perché era uno dei personaggi più rischiosi da introdurre subito (e con lo stesso problema logistico di Battle Cat, per quanto riguarda la realizzazione tecnica). L’apertura verso She-Ra, invece, suggerisce una possibile espansione naturale di questo universo, senza dare la sensazione di un sequel annunciato a forza.

Fan service e target adulto: i due possibili difetti

Se proprio si vogliono individuare dei difetti, i principali sono due. Il primo è il fan service. Masters of the Universe è pieno di riferimenti, personaggi, nomi, citazioni e promesse pensate per chi conosce già questo mondo, e la Mattel ha già messo in vendita un ricco catalogo di prodotti derivati. Ma la domanda resta: come potrebbe non esserlo un film tratto da una linea di giocattoli?

He-Man nasce come prodotto pop, commerciale, collezionabile. Mattel ha costruito attorno al film un immaginario fatto anche di gadget, action figure e recupero nostalgico. Fingere che questa componente non esista sarebbe ingenuo. Il punto non è se il fan service ci sia, ma come viene usato. E qui, nella maggior parte dei casi, non sostituisce la storia: aiuta a dare forma al mondo.

Il secondo possibile limite riguarda il target. Masters of the Universe non sembra davvero pensato prima di tutto per i bambini di oggi (il rating, tra l’altro, è 13+). Può essere visto anche da un pubblico under 30, ma emotivamente parla soprattutto agli adulti cresciuti con He-Man:

  • trentenni, quarantenni, cinquantenni;
  • collezionisti;
  • appassionati di cultura pop e nerd che ritrovano sullo schermo un immaginario della propria infanzia finalmente trattato con una certa serietà.

Questo potrebbe limitarne il pubblico di riferimento.

Questo può essere un difetto, se ci si aspettava un film per famiglie in senso stretto. Ma è anche una delle ragioni per cui il film funziona così bene. Non prova a semplificare troppo, non trasforma tutto in una commedia per bambini, non addolcisce eccessivamente le creature e più generalmente non pretende di piacere a tutti.

Masters of the Universe: il film che He-Man meritava

Masters of the Universe è quel film che forse, come accadde con Barbie, riesce a trovare il tono giusto per un materiale molto più difficile di quanto sembri. Non è una rivoluzione del fantasy e non pretende di reinventare il cinema pop. È qualcosa di più semplice e, per certi versi, più difficile: un film di He-Man fatto bene.

Prende un materiale rischiosissimo e lo rende credibile senza tradirlo. Offre un protagonista convincente, uno Skeletor potente, un mondo visivamente solido, creature curate, azione generosa e un rapporto intelligente con la nostalgia. Soprattutto, non si vergogna mai di essere Masters of the Universe.

Il suo limite è anche la sua forza: parla soprattutto agli adulti cresciuti con He-Man più che ai bambini di oggi. Ma proprio per questo colpisce. Non prova soltanto a ricostruire il passato: prova a mostrarlo come lo immaginavamo da piccoli, più grande, più epico, più pericoloso e più vivo.

E, sorprendentemente, ci riesce.

Immagini: courtesy of Amazon MGM Studios

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